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Storia dell’arrampicata romana – 1

Storia dell’arrampicata romana – 1 (1-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Introduzione
Questa storia non punta a raccontare come sono andate realmente le cose, chi erano le persone, quali furono i luoghi.
Racconta quel che io ho visto e vissuto, per come lo ricordo oggi.
Non aspiro a nessuna ricostruzione. A nessuna verità che non sia quella del tutto soggettiva dei miei pensieri, dei miei sentimenti, delle emozioni di allora e di adesso.
Perché guardarsi indietro?
Non sono un nostalgico. Mentre scrivo m’interrompo spesso, pensando a dove e con chi arrampicherò sabato prossimo. Penso alle falesie che vorrei vedere, alle vie che vorrei provare.
E però, penso anche di essere stato fortunato, perché la mia adolescenza (e prima giovinezza) l’ho vissuta idealmente fra le pareti di Sperlonga e Pietrasecca, tra Finale Ligure e il Verdon. Fu una stagione irripetibile, almeno per me. E mi piace l’idea, nata con qualche amico, di raccontarne una parte: quella che riesco, appunto, a ricordare…

Roberto Bassi “in visita” a Sperlonga nel 1986, su Reggae per Maometto, 7a+. Foto: Luca Bevilacqua
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Prima di cominciare (o di ricominciare), c’è un preambolo cui tengo molto.
Anche perché sennò uno non capisce molto di questa mia storia…
Il preambolo è molto sintetico. Si riassume in poche parole: amo la montagna, vengo dalla montagna.
Poi di fatto questa storia (quasi insignificante) si svolge in gran parte vicino al mare. E con l’alpinismo non c’entra nulla.
E io vengo da Roma, altro che montagna!
Però questo è quel che sento.

 

Capitolo 1
La mia storia di arrampicatore comincia una domenica mattina al Precipizio del Circeo.
Avevo cambiato da poco scuola: dal “Tasso” al “Giulio Cesare”. Qui c’era un ragazzo, Lorenzo, figlio di amici di famiglia, che aveva fatto il corso di roccia con la “Paolo Consiglio” l’anno prima.
Avevamo sedici anni. Ma lui – beato lui! – già arrampicava. E quanto a me, gli dissi che volevo cominciare. Mi parlò del Monte Morra, la palestra storica dei rocciatori romani… Mi disse che mi ci avrebbe portato.
Qualche giorno dopo, all’uscita di scuola, Lorenzo mi presentò Fabio, anche lui del “Giulio Cesare”, anche lui fresco di corso.
In quel momento avevo all’attivo tre estati di vie ferrate nelle Dolomiti con mio padre. E spesso, in quei giri su e giù per il Sella, il Catinaccio, il Sassopiatto, lo Sciliar, le Odle e le Tofane, mi ero ritrovato a fantasticare su quelli che, oltre a indossare casco e imbraco come noi, camminavano per i ghiaioni o i prati con la corda legata dietro la schiena, martello, chiodi e altri strani aggeggi che penzolavano.
Lì ho scelto, ho capito cosa mi sarebbe piaciuto imparare. Quella cosa là: la roccia, le ascensioni in parete. Un desiderio infantile. Come quando il bambino dice: da grande farò questo. Però mi sembrava al tempo stesso una cosa impossibile, una cosa per uomini speciali.

L’autore (detto Smilzo) nel 1982, a quindici anni, sulla normale al Cimon della Pala
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Avevo letto Settimo grado di Messner. Me l’aveva regalato papà, dicendomi: ecco cosa NON devi cercare di fare…
Avevo capito cos’è la “libera”. Avevo capito (intuito) il fascino irresistibile dell’arrampicata su roccia. Tra una ferrata e l’altra, tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì. Salivo, saltavo giù, cercavo un punto più difficile. Non riuscivo, riuscivo, non riuscivo. Sulle ferrate, evitavo di tirarmi sulla fune metallica.
Però in realtà, quando strinsi amicizia con Lorenzo, non avevo fatto ancora nulla. Solo la normale alla Furchetta (II grado) e un tentativo fallito – con mio padre – al Cimon della Pala. Sapevo fare il mezzo barcaiolo e il barcaiolo. Sapevo cos’è una sosta (ci vuole uno spuntone e un bel fettuccione) e soprattutto come si fa una doppia…
Allora: la corda doppia si fa passando la corda sotto la coscia (o tutt’e due le cosce?), e poi in qualche modo sotto le palle, poi attorno al busto, insomma ti deve avvolgere, stritolare un po’… Ma in questa maniera fa attrito, e così non vai giù di botto. Si spera.
La doppia si fa bene con una giacca tipo k-way, così la corda scorre meglio…
Insomma, le mie nozioni erano poche e confuse. Però avevo tanta, tanta voglia di cominciare, di andare a vedere questo famoso “Morra”.
L’anno scolastico è iniziato da una ventina di giorni. Lorenzo mi dice: per prima cosa potremmo farti fare qualche manovra a Ciampino…
– Ciampino? – chiedo io – ci sono delle pareti a Ciampino?
– Ma sì – risponde Lorenzo – una specie di cava, di una cosa vulcanica che assomiglia un po’ al granito, non tanto alta, però abbastanza fica, e soprattutto vicina… Però, lascia stare, intanto stiamo pensando di andare, domenica, al Circeo. Vedrai, ti piacerà. Sembra una parete dolomitica! Abbiamo trovato uno grande, uno con la macchina… Così, con te e Fabio, siamo in 4: due cordate. Andiamo a fare la Via del Tetto: V+/A1…
La Via del Tetto?
L’imbrago e il casco ce li ho. Mi servono delle scarpette.

“Tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì…”
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Vado sabato mattina da Calconi sport, vicino Piazza Fiume. Parlo direttamente col signor Calconi, che mi sembra un tipo serio ed esperto, e gli chiedo delle scarpette da arrampicata. Mi mostra subito un modello che mi dice essere l’ultimo ritrovato: “queste sono le migliori”. Strane, penso io. Sono nere e gialle. Sotto: suola rigorosamente liscia (sì sì! – mi dico – sono proprio loro!). Si chiamano “San Marco”. Sono le scarpette di Patrick Berhault. Un nome che per me diviene immediatamente un mito.
– Che numero porti?
– Quaranta e mezzo.
– Beh, queste devono starti belle comode. Sennò poi ti fanno male, e non riesci ad arrampicare! Ecco, provati il quarantuno.
Detto fatto.
Domenica 9 ottobre 1983.
Appuntamento con Lorenzo alle 6.15 a piazza Istria. La città è deserta. Prendiamo il 6 (oggi 310…). Alle 7.00 siamo alla stazione metro Magliana. Lì c’è Guido, detto il Teologo, e Fabio.
E’ brutto tempo, pioviggina, ma si va lo stesso. Si prova.
Arrivati al Circeo non piove più, e la roccia pare essersi asciugata.
Partono Lorenzo e Fabio, uno pochi metri dietro l’altro. Li vedo, su in alto, tirare due chiodi (A0!), e poi salire ancora e arrivare in sosta. Fabio, che ha già intuito il mio temperamento (durante il viaggio ho parlato per circa un’ora e mezzo, in termini idolatranti, di Messner e Manolo), mi dice che gli appigli, seppur piccoli ci sono. Posso provare, da secondo, a salire in libera.
E’ il grande momento. Lo aspettavo da tanto. Parto bene, tutto mi sembra largamente alla mia portata, ma quando arrivo sul tratto chiave… Accade qualcosa di terribile, di portentoso, di rivelatore.
La roccia è lì, ci sono dei buchi, delle tacche, ma non ce la faccio. Passano dei lunghissimi secondi. Le dita fanno male, si aprono. Non riesco, non capisco, mi appendo. Grido forte: “recupera!”.
La mia prima volta. La prima acciaiata non si scorda mai.
Grido: “Calami giù!”
Risposta: “No! Che cazzo! Perché hai voluto stancarti così?! Dai, aggrappati ai chiodi e vieni su!”
Io: “Non riesco a reggermi più a niente! Mi fanno male le mani! Calami giù! Proseguite voi!”
Loro tre fanno il secondo tiro. Poi riprende a piovere, e così scendono.
Commentiamo, ridiamo. Mi prendono un po’ per il culo.
Smette di piovere ed esce il sole. C’è un sasso alto due-tre metri, bianco, liscio. Ci mettiamo lì a giocare, ad arrampicare, a fare “bouldering”.
“Fabio, ma tu la sai chi è John Gill? E la scala del bouldering, la conosci? Beh, ti spiego: B1 è un passaggio durissimo, ma proprio duro, provato e riprovato…”

Capitolo 2
I miei primi mesi di arrampicata sono documentati in un quaderno che ho conservato. Ho registrato data, luogo e compagno di cordata. C’è anche un piccolo commento per ogni salita: qualcosa a metà tra la notazione di impressioni personali e la relazione di via. Poi c’è scritto – ovviamente – se ero da primo o da secondo, se sono passato in libera, o, nel caso contrario, quanti resting ho fatto, quanti chiodi ho tirato…
Un esempio. Quasi a punirmi di quella mania assolutamente infantile e ridicola (vista la mia totale inesperienza) per l’arrampicata libera, quando Lorenzo mi portò finalmente al Morra, andammo a fare, come prima salita, la via Anna. Un enorme strapiombo attrezzato con chiodi a pressione (A2).
Copio dal mio quaderno: “E’ stata la prima via che abbiamo percorso, attaccandola fin dal primo breve tratto (abbastanza impegnativa l’uscita). Subito dopo il vero attacco, passati i primi 2-3 chiodi, ci si trova già sensazionalmente nel vuoto, ma non ci sono eccessive difficoltà; dove invece il tetto si fa più verticale, i chiodi sono posti a maggiore distanza l’uno dall’altro e bisogna allungarsi bene, all’infuori, per raggiungerli. Poi ci sposta a sinistra, dove 2 chiodi vicini rendono possibile una sosta aerea. Si prosegue quindi verso destra fino all’uscita, dove bisogna ricorrere ad appigli e appoggi naturali per trovarsi infine fra i comodi cespugli. 40 m.”
Certo, rileggendo queste righe , mi viene da pensare che avevo arrampicato ben poco, quasi niente. Ma, per come scrivevo, ne avevo lette di relazioni di vie!
In estrema sintesi, dopo l’esordio fallimentare al Circeo, il curriculum dei miei primi mesi di arrampicata è stato il seguente:

16 ottobre 1983, Morra
via Anna
via dei Placconi
via del Nicchione (variante d’attacco)
via di Marco
1 novembre, Morra
Silvio bassa
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Rampa
20 novembre, Leano
Diedro giallo
Disoccupati
– Biblico
Tre C
via della Placca (tentativo)
Diedro abbandonato
27 novembre, Ciampino
4 dicembre, Gaeta
via dello Spigolo
8 dicembre, Morra
Zapparoli
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Gigi
21 dicembre, Ciampino
23 dicembre, Morra
Fessura di Dado (???)
Gatto
Geri
Direttissima (L.1)
Nicchione
26 dicembre, Ciampino
27 dicembre, Ciampino
28 dicembre, Circeo
Pilastro zoppo
30 dicembre, Morra
Geri
Pulpito
Nicchione
Variante di Donatello
5 gennaio 1984, Ciampino
15 gennaio, Ciampino
22 gennaio, Leano
Diedri paralleli
Dory
Spigolo dei geologi
Diedro rosso
Tre C
29 gennaio, Leano
Paolo ed Enrico
Arruginante
Ingegneri
via della Placca
5 febbraio, Sperlonga
Spigolo di Roberto
Elefante in calzamaglia
Sandra
Picchiami sulle bolle

Sulla via della foto a Ciampino. Il nome era dovuto a una foto apparsa sulla copertina de L’Appennino
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Una delle fissazioni di Lorenzo e Fabio, nelle quali fui coinvolto quasi subito, era il progetto di una variante d’attacco alla via del Nicchione al Morra. Nonostante arrampicassero entrambi da appena un anno, si erano messi in testa che si poteva aprire questa variante qualche metro a destra dell’attacco consueto: una placca davvero liscia, da fare con un po’ di artificiale. La variante si sarebbe sviluppata per non più di 8-9 metri. Fabio, salendo sulle spalle di Lorenzo, era riuscito a piantare un chiodo abbastanza alto in una fessurina rovescia. Il chiodo teneva. Fu messa una staffa, e così piantarono, alternandosi, uno spit circa un metro più in alto del chiodo. Poi il chiodo lo togliemmo: “La fessurina serve per la mano, per provare se si fa in libera…” (mentalità abbastanza sportiva, visti i tempi!). Non avrei però raccontato questo piccolo episodio se in quel momento non fosse passato il mitico Vito (Plumari, NdR), il Vecchiaccio, di cui Fabio e Lorenzo sapevano tutto.
– Ehi, ciao. Che fate, ragazzi?
– Niente di importante. Stiamo aprendo una variante d’attacco al Nicchione. Abbiamo piantato uno spit, ma adesso dobbiamo provare a salirla…
– Bene. Bravi, bravi. Quando lo vedo, glielo devo dire al mio amico Pierluigi che qui al Morra ci sono dei ragazzetti che si danno da fare aprendo delle belle vie nuove. Questa poi sembra anche un po’ difficile, eh? Lì ci sarà un passaggio che sarà almeno di quinto superiore, forse anche sesto meno… Beh, bravi bravi, continuate così…
Più tardi Fabio e Lorenzo mi avrebbero spiegato chi era quel signore un po’ buffo. E chi era Pierluigi (Bini), l’alpinista romano più forte in circolazione, il cui nome avevo peraltro già incontrato leggendo Settimo grado. Mi ero trovato a cospetto della Storia, quella con la esse maiuscola…

Capitolo 3
Per tutto l’inverno 1983/84 arrampicai quasi sempre da secondo. Facevo cordata con Lorenzo e poi, sempre più spesso, con Fabio. Il posto che mi piaceva di più era Leano. Con Fabio, verso Pasqua (19-21 aprile 1984), avremmo piantato la tenda sotto Torre Elena e saremmo rimasti lì tre giorni consecutivi…
Anche se devo pur dire che l’impressione più forte me l’aveva procurata Gaeta, con quelle doppie nel vuoto totale, 110 metri a picco sul mare. Con Lorenzo facemmo una classica: lo spigolo. Non lo trovai difficile, ma l’emozione fu tantissima.
Peraltro la destinazione in assoluto più gettonata era Ciampino, che aveva il vantaggio di essere raggiungibile senza bisogno di passaggi in macchina. Appena potevo, e da un certo momento in poi anche da solo, prendevo la metro A, scendevo a Giulio Agricola, e poi il pullman fino alla fermata dell’aeroporto.
Qui provavo ogni sorta di boulder e di traverso. A dicembre ero riuscito a fare la famosa traversata “dei pollici” (VII-, in seguito smartellato), e a gennaio la fessurina con gli incastri (VI+ expo).

Lorenzo e lo Smilzo all’uscita dello Spigolo a Gaeta
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Ma proverò adesso a ricordare il primo approccio con la falesia che in quel momento era sulla bocca di tutti. Veniamo così all’ultima di quell’elenco di uscite.
5 febbraio 1984, ”Sperlonga. Sperlonga…”.
Da qualche settimana, il venerdì sera, nella saletta SUCAI di via di Ripetta, quasi non si parla d’altro.
Sull’Appennino è uscita da poco la notizia, con le relative foto, della prima salita di Stati di allucinazione a Leano, da parte di Andrea Di Bari e Furio Pennisi. Il grado proposto è VII+/VIII-…
Per me, che arrampico da pochi mesi, è fantascienza. Di più: è Mito.
E tuttavia, sembra che quella salita rappresenti già il “passato”.
Il presente e il futuro sono, semplicemente, Sperlonga. Che è esplosa, come falesia, da più o meno un anno…
Stefano Finocchi, ospite fisso il venerdì sera, assieme ai Vermi (Giuseppe e Roberto Barberi, NdR), a Luca Grazzini e svariati altri), non fa altro che parlarne, descrivendo con gli occhi invasati del veggente le ultime vie che ha spittato e/o salito. Idefix, Prondo-prondo, Rank-xerox, e la più dura di tutte: Kajagogo… Sul grande cartoncino bianco dove Stefano ha disegnato il Paretone (oggi la parete “del Chiromante”), facendo lo schizzo di tutte le vie esistenti, leggo che al nome Kajagogo corrisponde la valutazione sbalorditiva di 7b-… (Stefano inizialmente aveva pensato che il grado potesse essere 7c… Lo aveva dedotto da un confronto con una fotografia di Edlinger su Fenrir, 7c, vista sul libro Opera vertical: le stesse identiche gocce, aveva pensato Stefano. Dunque il grado sarà quello…)
Nella saletta SUCAI Fabio osserva un contegno prudente, da buon ex-allievo fresco fresco di corso CAI. Io sono un po’ più sfacciato, e mi arrischio in domande, cerco di fare un pochino amicizia. Sarebbe bello entrare in quel giro…
Quella prima volta a Sperlonga è uno shock. Arriviamo prestissimo. Ci siamo informati e sappiamo che la via più facile è lo Spigolo di Roberto (aperta da Roberto Ferrante svariati anni prima).

Su L’elefante in calzamaglia, 6b, Sperlonga
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Fabio sale il primo tiro. Io subito mi accanisco – da secondo – per passare in libera l’attacco, maledettamente duro. Sarà, penso, un bel VI grado. E questa sarebbe la via più “facile” della parete?
Sbuchiamo in cima, e passiamo sotto la fascia superiore.
Resto impressionato, incredulo, sotto una fila di spit che sormonta una placca rossa strapiombante completamente liscia. Più tardi, dal Mozzarellaro, chiederò lumi: trattasi di una via non ancora liberata, si chiama Polvere di stelle. Provo un misto di frustrazione ed euforia pensando a chi è in grado di arrampicare su quelle difficoltà…
Scendendo dalla fascia superiore, giungiamo a una specie di selletta. Da qui la visione del Paretone, con le sue placche lisce, è davvero impressionante.
Vedo una cordata che affronta una placconata grigia assai compatta. Da qui non si vedono buchi, né fessure: gli appigli saranno grandi non più di una o due falangi!
Scendiamo un pochino e riconosco uno dei due Vermi, il più giovane (Roberto, da tutti chiamato Medioverme, NdR), che va da primo e sta per affrontare un bel tettino qualche metro sopra la sosta. Sussurro a Fabio: ora voglio proprio vedere come se la cava…
Lui sale assolutamente fluido. Sale con le mani, appoggia un piede sul bordo del tettino, lo carica, e un momento dopo è su.
Sta sul secondo tiro di Flippaut. Penso tra me e me: cazzo, ma come fa?
Superato il tettino con assoluta sicurezza ed eleganza, il Medioverme si avventura per una placca un po’ strapiombante. Sembra proprio un verme che striscia…
Scendiamo. Chiediamo consigli su qualche via breve da provare.
Ci consigliano di scendere all’avancorpo, a fare L’elefante in calzamaglia. Ma che razza di nome è? Per me i nomi sono, chessò, la Gigi, la Marco, la Silvio alta…
Ma questo nome, L’elefante in calzamaglia
Fabio sale facendo una serie di resting e A0.
Provo io. Appena fatti due metri, la placca diventa liscissima. C’è un passo verso destra, con microappigli. I piedi partono. Non resisto, mi appendo, mi riappendo. Tiro, urlo dal dolore. Sono lame minuscole, oppure buchetti per la punta di due dita… Esce il sangue da un mignolo.
Agggghhh!
Mezz’ora dopo proviamo una via subito a sinistra, la Sandra, un po’ più umana, ma comunque difficilissima.
Poi risaliamo sopra. Siamo stanchi, ma andiamo comunque a fare la super-classica: Picchiami sulle bolle. Sul tiro chiave io cerco di passare dritto sul “Bombardamento” (almeno così credo di aver capito che si chiami). Una valanga di resting. Sono sfinito. Fabio che quasi mi paranca su. Un piede sullo spit, una mano nell’anello dello spit dopo. “Altro che libera!”
Cazzo.
Riscendiamo di nuovo passando per la selletta.
Le emozioni non sono finite.
Vicino al punto della parete dove prima avevo visto i Vermi, c’è lui, il mitico Andrea Di Bari, che a fine giornata ha deciso di andare a farsi un giro su “Coscia a go go” (è tipico questo mio smarrimento di fronte ai nomi delle vie).
Andrea prova, cade… Vola!
Risale sulla corda. Riprova. Vola un’altra volta!
Porca miseria.
Di nuovo, un terzo volo!
Non mi sembra possibile che uno possa fare tre voli di seguito senza scomporsi, senza avere minimamente paura…
Lo fa come se fosse normale.
Alla fine riesce a passare.
Ma quei voli “da primo” restano stampati nella mia mente. Ripenso al 7b-, che vuol dire cosa? VIII grado? VIII+?
Quella giornata è indimenticabile.
Dopo qualche tempo vengo a sapere che Stefano ha liberato Coscia a go go, e l’ha data 7a.
Ora sta provando Polvere di stelle, probabile 7c…

Capitolo 4
La mia prima arrampicata a Sperlonga fu, come si sarà capito, quel che si dice un’esperienza forte.
Quasi un delirio di immagini, un vortice di sensazioni visive, tattili, olfattive: odore di roccia, di terra, di macchia mediterranea.
Medioverme lo avevo dunque conosciuto nella saletta SUCAI. Eravamo perfettamente coetanei (nati nel 1966), cioè ragazzetti, o come si dice a Roma: pischelli. Lui parlava in modo schietto e disinvolto, con leggero accento romanesco, di quando aveva fatto il Diedro Philipp, o di qualche ripetizione di vie di Pierluigi Bini al Gran Sasso. Dire che lo ascoltavo a orecchie spalancate è dire poco. Per la miseria: aveva fatto in montagna, negli ultimi due o tre anni (cioè fra i suoi quattordici e i sedici), quel che io avrei sognato di essere in grado di fare tre anni più tardi…

19 febbraio 1984, su Hellzapoppin, Gaeta
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Prima di conoscerlo personalmente, mi aveva parlato di lui Lorenzo. La prima volta che eravamo stati al Morra, mi aveva indicato, dove si lasciano gli zaini (sotto la Rampa), il masso dei caminetti: “Qui, su quella placchetta liscia, su quei buchetti infimi, ho visto tempo fa salire i Vermi”…
Uno dovrebbe tornarci oggi, a sentire cosa sono quei buchetti… (all’epoca non esisteva l’espressione “monodito”,”bidito”, ma di quello si tratta…)
Comunque vedere Roberto arrampicare su Flippaut (6a+) fu, vi assicuro, un vero spettacolo.
L’arrampicata ti dà, come pochi altri sport, queste botte, queste umiliazioni. Abbassi il capo e ti va di stare in silenzio. Pensi d’un tratto che l’animo baldanzoso è da cretini, non è adatto all’arrampicata.
Non sono più tornato a Sperlonga per molti mesi.
Con Fabio riprendemmo ad andare a Leano, a Gaeta, al Circeo. Anche perché a Sperlonga, questo è un dato da non sottovalutare, nella primavera 1984 non esistevano praticamente vie sotto al 5c…
L’estate, ovviamente, andammo in Dolomiti. Tornai (stavolta da primo) in cima alla Furchetta; feci varie vie alle Torri del Sella; la Maria al Sass Pordoi, e soprattutto lo Spigolo Abram al Piz Ciavazes (dietro a Fabio).
Però la mia vocazione si stava decidendo: a settembre eravamo di nuovo a Sperlonga, sulle lamette taglienti di una breve placca denominata La moda del pesce. Traduzione libera di Depeche mode, band che Stefano Finocchi ascoltava avidamente in quel periodo.

Capitolo 5
Faccio un breve riassunto dei capitoli precedenti, in terza persona:
Smilzo arrampica ormai da un anno. Con spirito gagliardo e irragionevole ha tagliato i ponti con tutti gli interessi che normalmente occupano la vita di un adolescente. Suonava le tastiere in un gruppo, e il gruppo ora non esiste praticamente più. Cercava una ragazza, e ora non la cerca più. Parlava di vari argomenti, e non solo di gradi, di libera, di scarpette e moschettoni… Ora parla sempre, ininterrottamente, pure alla madre, solo di quello.
I voti a scuola sono pessimi.
Però lui si illude di esser vicino a fare il Settimo grado, e quindi di essere forte quasi come il giovane Messner.
E questo gli basta. (Tutto gli deriva dall’esser riuscito a fare in libera DA SECONDO la
via degli Ingegneri a Leano, VII grado sulla guida Helzapoppin).
Con fare sornione e falsamente dimesso, ha cercato di stringere amicizia con Medioverme. Però vedendolo finalmente all’opera in quel di Sperlonga – dopo tante chiacchiere serali nella saletta SUCAI -, ha capito che deve magna’ ancora molte pagnotte prima di arrampicare come quello lì…
Eravamo arrivati più o meno qui.
Trascorsa l’estate in montagna, ai primi di settembre io e Fabio sentiamo una strana, irresistibile fretta di tornare a Sperlonga.

SperlongaStoriaArrampicataRomana-10-Sperlonga

6 settembre 1984. Un sole impietoso. Siamo gli unici.
Come prima via saliamo Dar un jeito, una delle poche linee ad essere aperte dal basso e senza spit. Il primo tiro risulta chiodato abbastanza bene. Il secondo crea invece a Fabio non poche apprensioni. C’è infatti una piccola grotta rossastra da salire un po’ verso destra (difficoltà di 5c+), assolutamente sprotetta. Fabio esita non poco, e impiega almeno 20 minuti per venirne a capo. Ma compie alla fine un bell’exploit.
Dopo andiamo sul Risveglio di Guendalina, subito a destra del Bombamento di Picchiami. 6a (da secondo) senza resting! Tipica esaltazione momentanea del giovane Smilzo, che tuttavia continua ad arrampicare con la corda davanti…
Il caldo e la sete hanno la meglio sui due giovani eroi. Ritorno sul sentiero. Ci dirigiamo verso il Mozzarellaro.
Al bancone c’è un signore ben piazzato fisicamente, sulla cinquantina, capelli bianchi e baffi simpatici. Uno sguardo intenso, due pupille che ti puntano come fanali dritto negli occhi. E’ Guido (er Mozzarellaro).
Sul primo tiro di Flippaut (Sperlonga), con le San Marco ai piedi
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Parla una lingua assolutamente incomprensibile. Mastica con voce roca alcune sillabe che fanno pensare a un dialetto del Sud. Però ci mette sul piatto di plastica una mozzarella di bufala spettacolare.
Ci fa qualche domanda che non capisco. Insieme ai bagnanti scopriamo che c’è nel locale qualche altro arrampicatore (allora non siamo solo noi gli esaltati!). Il clima è disteso, come può esserlo soltanto dopo una giornata di scalata un po’ “engagée”, con qualche rischio… Sono contento.
Dopo un paio di settimane torniamo di nuovo a Sperlonga. Cominciamo ad alzare il tiro. Andiamo a fare una via bellissima, tutta in placca: Cleptomania. Saliamo su alla grande. Sosta dopo il primo tiro, appesi agli spit con le corde che cadono giù stile Verdon. Poi una pancetta strapiombante ben appigliata, e una lunga placca di quinto grado. Mi esalto sempre di più.
Così ci decidiamo. Un colpo di spavalderia. Andiamo sulla mitica Flippaut. Sul quadernino ho scritto: VII+/VII-.
Il primo tiro mi sembra impossibile. Soprattutto ho l’impressione di non riuscire a scaricare niente sui piedi.
La punta delle scarpette si piega verso l’alto, e scivolo… Passo in A0. Sul secondo tiro faccio svariati resting… Dopo l’esaltazione arriva puntuale la batosta.
Però, la cosa più importante è che stiamo prendendo confidenza. Capisco finalmente, ad esempio, che le mie scarpette mezzo numero più grandi non possono tenere sugli appoggi di un tiro duro lievemente appoggiato come il primo di Flippaut… Guardo gli altri. Vedo che tutti (ma lì gira solo gente forte!) portano delle scarpette uno o due numeri in meno. Penso che devo adeguarmi.
In uno dei miei primi scambi verbali con Andrea Di Bari, lui mi descrive le grandi qualità delle “Mariacher”. Mi dice: “Proprio stamattina le ho provate, appoggiando la punta di una scarpetta su di un appoggio di 2 o 3 millimetri”. Mi mostra il profilo di una chiave: “Ecco, un appoggio che sporge così dalla parete”.
Penso tra me e me: ‘azz!
“Sì – continua lui – è una via che si chiama Baby snake… La devo ancora liberare. E’ molto breve, ma ha degli appigli e appoggi piccolissimi…”.
Sto a sentire imbambolato, drogato. Poi lui taglia corto: “Ma tu quanto porti di scarpe normalmente? Quaranta e mezzo? Bene: devi prendere il trentasette e mezzo”.
Ehhhh?
Tre numeri in meno? Ma allora, quello che mi aveva detto il signor Calconi?
Ovviamente – capisco poi – le scarpette vanno tolte fra un tiro e l’altro. E’ finita l’epoca in cui le calzavi arrivato alle pareti e le tenevi tutto il giorno, camminandoci da un settore all’altro, sui sentieri di terra…
Le scarpette devono essere strette e con la suola perfettamente pulita!
Faccio l’ordine delle “Mariacher” ad Andrea.
Mi si sta aprendo un universo…

(continua)

Da Guido er Mozzarellaro, oggi
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