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La Grande Guerra sull’Adamello

La Grande Guerra sull’Adamello

All’inizio della Grande Guerra il confine fra Italia e Impero Absburgico corrispondeva più o meno all’odierno confine fra Lom­bardia e Trentino-Alto Àdige. Dal Passo dello Stélvio, lungo le creste dell’Ortles-Cevedale, giungeva al Passo del Tonale e prose­guiva tagliando in due il gruppo Adamello-Presanella. Dal Tonale il confine proseguiva lungo il crinale Punta Castellaccio-Monte Mandrone; da qui traversava il Ghiacciaio del Mandrone verso sud est raggiungendo il Passo della Lòbbia Alta per poi seguire il crinale fra Val di Fumo e Valle Adamè fino al Monte Campéllio e poi ancora per cresta verso sud al Monte Re di Castello e al Mon­te Listino. Qui seguiva lo spartiacque fra Val di Càffaro e Val Daone giungendo a Ponte Càffaro.

Tutta questa lunga linea di monti aveva un’importanza strategica fondamentale poiché chi dei due contendenti si fosse assicurato stabilmente il possesso degli importanti valichi che li traversa­no, lo Stélvio, il Gàvia, il Tonale, l’Aprica e il Croce Domini, avrebbe avuto le porte aperte verso il territo­rio nemico.

Resti di postazioni sul Corno di Cavento
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All’inizio del conflitto la situazione trova gli italiani abba­stanza impreparati e faciloni al punto di lasciare sguarnito il lungo tratto di cresta Punta Castellaccio-Monte Mandrone. Gli au­striaci meglio organizzati ne approfittano occupando saldamente queste posizioni e affacciandosi sull’alta Val Camònica. Inizia poi una lunga serie di attacchi italiani per occupare la Conca di Presena; in tutto l’anno se ne contano ben tre e i giudizi stori­ci circa le capacità strategiche e tattiche dei nostri comandi lasciano molto a desiderare. Comunque sia, al termine dell’annata e con un enorme prezzo di vite umane, gli italiani riuscirono solo a riconquistare quelle creste che all’inizio erano in loro mano e che per leggerezza avevano lasciate completamente sguarnite.

L’inverno del 1916 fu particolarmente funesto causa l’imprepara­zione dei due schieramenti ai rigori della montagna invernale. Su entrambi i lati si registrarono numerosissime perdite a causa delle valanghe che quell’anno caddero copiose. Baraccamenti disposti con incompetenza senza una esperta valutazione dei pendii oppure linee di rifornimento che tagliavano pendii valangosi fu­rono causa di gravi incidenti. Già il 13 dicembre del 1915 una slavina provocò morti in Val Narcanello fra i militari ita­liani, ma era solo un’avvisaglia.

Il famoso Ippopotamo
GrandeGuerraAdamello-Ippopotamo-Adamello

Il 24 febbraio 1916 una gigantesca valanga travolge le baracche austriache in Valle di S. Valentino e molte altre poi ne seguono fino a quella catastrofica che il 3 aprile colpisce i baraccamen­ti italiani sottostanti le pendici meridionali del Monte Campel­lio. L’arrivo della primavera porta nuovi propositi offensivi e sopratutto visto che gli italiani erano ancora concentrati sulla conquista della Conca di Presena, permette agli austriaci di at­testarsi sulle creste del Monte Fumo. Si tratta di una bruciante provocazione e, questa volta meglio guidate e organizzate, le trup­pe alpine italiane riconquistano le posizioni e spingono i nemici sull’opposto crinale, quello che va dal Crozzon di Làres fino al Caré Alto. Il 29 e 30 aprile gli italiani sferrano poi un’altra offensiva che, a parte le solite limitazioni di fantasia strate­gica e le innumerevoli perdite, porta alla conquista del Crozzon di Làres e di buona parte del crinale prima in mano agli au­striaci. Pochi giorni dopo le nostre truppe riescono ad avanzare ulteriormente occupando anche la Conca Bèdole in Val di Genova e tutta la testata di questa valle. La distanza da ogni punto di rifornimento porta ben presto però a una ritirata strategica su posizioni meglio difendibili e più facilmente servite dalle re­trovie. L’inverno fra il 1916 e il 1917 vede i contendenti occupa­ti a rendere più sicuro e confortevole il soggiorno in quei luoghi inospitali.

Nel maggio del 1917 gli austriaci riprendono parte della testata di Val di Genova e rafforzano le loro linee di difesa e riforni­mento, in particolare la lunga galleria nel Ghiacciaio di Làres che portava fino ai Denti del Folletto. Da parte italiana si punta alla conquista del nodo strategico del Corno di Cavento. Preparata dal martellamento dell’Ippopotamo, un obice da 149 mm ancor oggi rimasto nella sua postazione di sparo sulla Cresta Croce, l’azione italiana, nonostante imprecisioni e inci­denti viene coronata dal pieno successo. Gli austriaci sono co­stretti a cedere ancora un po’ di terreno e l’autunno vede i con­tendenti intenti nei soliti lavori di preparazione all’inverno. Anche gli italiani scavano una lunghissima galleria nel ghiaccio, la Galleria Azzurra, lunga circa 4 km, che univa il Passo Garibaldi a quello della Lòbbia. L’anno si conclude con il terribile bombardamento di Ponte di Legno operato il 27 settembre dalle artiglierie austriache disposte sui Monticelli: il paese verrà quasi completamente distrutto.

Corno di Cavento, resti dell’arrivo della teleferica italiana
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Il terzo anno di ostilità rinnova l’interesse italiano per la Conca di Presena e porta trepidanti aspettative per la temuta Offensiva Valanga che gli austriaci non nascondevano avere in preparazione. Per prevenire le mosse nemiche gli italiani sca­gliano un’azione che il 26 maggio li vede finalmente conquista­tori dell’agognata Conca di Presena. Seppure ormai fortemente compromessa l’offensiva austriaca fu ugualmente lanciata, ma era ormai tardi e i suoi effetti furono agevolmente controllati dalle nostre truppe ad eccezione che sul Corno di Cavento.

Per compiere questa vittoriosa impresa gli austriaci si avvalgono di tre sbocchi di una galleria scavata nel ghiacciaio che, al ri­paro della vista e dei proiettili degli italiani, li portano entro le linee avversarie. Un mese dopo, il 19 luglio, il Cavento cade di nuovo in mano italiana.

Nell’agosto un’incauta decisione dei nostri comandi fa partire una grande operazione per la riconquista della testata di Val di Genova. Abbiamo già visto come già l’anno precedente gli alpini furono costretti ad abbandonare queste posizioni causa la diffi­coltà di approvvigionamento della prima linea. Fu ancora l’imper­via orografia e la distanza dai punti di rifornimento che causò il fallimento di questa nuova ed inutile impresa pagata col sa­crificio di numerosi uomini. Con questa operazione si concludono virtualmente gli atti di ostilità nel massiccio: il 1° novembre gli austriaci abbandonarono le loro postazioni dando via libera agli italiani che poterono scendere in Trentino dal Passo del To­nale.

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Le rocce di Plutone

Le rocce di Plutone

Il Parco dell’Adamello è costituito da due aree protette distin­te: il Parco Lombardo dell’Adamello e quello dell’Adamello-Brenta. Il primo è situato in territorio lom­bardo avendo come limite occidentale grosso modo il corso dell’Oglio in Val Camònica; a nord, fra Ponte di Legno e il Passo del Tonale, confina con le vette del Gruppo Ortles-Cevedale e quindi si collega al Parco Nazionale dello Stélvio; a sud il limite corre poco a meridione del passo Croce Domini; il confine orientale è dato dal Parco Adamello-Brenta.

La storia del Parco è antica risalendo agli anni immediatamente successivi la prima guerra mondiale quando l’allora presidente del Touring Club Italiano, Luigi Vittorio Bertarelli lanciò l’i­dea di un Parco Nazionale Adamello-Brenta. Purtroppo, come spesso succede in questi casi, il Bertarelli non ebbe modo di veder rea­lizzato il suo sogno e fu solo grazie ad altri entusiasti anima­tori che vollero proseguirne l’opera se gradualmente l’idea poté prender forma. Fortunatamente, fra un progetto di legge e l’al­tro, queste splendide montagne riuscirono anche a sfuggire alla speculazione turistico sciistica che negli anni ’60 prese d’as­salto tutte le nostre Alpi. Nel frattempo, nel 1967 il versante trentino del massiccio venne posto sotto tutela, fattore di non trascurabile importanza nell’accelerare le iniziative volte a creare un’oasi protetta anche sul versante camuno. Dovettero pas­sare ancora diversi anni, ma grazie alla pervicacia delle Sezioni del CAI di Brescia e di Édolo e a una generale maggiore coscienza verso la salvaguardia del territorio, finalmente, gli anni 1982-83 videro la nascita anche del Parco Lombardo dell’Adamello.

Un poco decentrato verso sud rispetto allo spartiacque principale alpino e a cavallo tra Trentino e Lombardia, il massiccio deve il nome alle sue due maggiori vette, l’Adamello 3539 m e la Presanella 3558 m. Due grandi faglie, la «Linea del Tonale» o «Insubrica» e la «Linea delle Giudicàrie» delimitano il massiccio che viene quasi a costituire un isolato mondo di vette e ghiacci alla deriva. I limiti della regione montuosa sono costituiti a nord dall’alta Val Camònica e dalla Val di So­le che si incontrano al Passo del Tonale. Presso Édolo la Val Ca­mònica cambia andamento passando da una direttrice est-ovest a una nord-sud che sbocca al Lago d’Iseo. Proprio questo ampio solco costituisce il limite occidentale del massiccio mentre le valli di Campolaro e Càffaro che si incontrano al Passo Croce Do­mini lo delimitano a meridione. Verso est tale limite è invece costituito dalle Valli Giudicàrie formate da un allineamento di vallate che dal Lago d’Idro salgono fino alla Sella di Bondo per poi scendere a Tione di Trento, risalire a Madonna di Campiglio e al successivo Passo di Campo Carlo Magno per poi scendere a raccordarsi con la Val di Sole mediante la piccola e boscosa Val di Melédrio.

Dai pressi del Passo di San Giacomo su Vedretta Presanella e su (da sin) Cima d’Amola, Presanella, Cima Vermiglio. Foto: marcomilani.com
Dai pressi del Passo di San Giacomo su Vedretta Presanella e su (da sin) Cima d'Amola, Presanella, Cima Vermiglio (Trentino)

Quindi, benché facente parte della catena delle Alpi Rétiche, il gruppo montuoso descritto si configura come individuo comple­tamente isolato e staccato dai vicini gruppi.

All’interno di questa vasta area si può inoltre riconoscere un’ulteriore linea di valli che separa il gruppo dell’Adamello da quello della Presanella ad esso limitrofo verso nord-est. Tali valli sono la Val di Genova e la Val Narcanello. La prima (e la maggiore delle due) si dirama verso ovest staccandosi dalle Valli Giudicàrie per spingersi fino ai piedi dell’immensa coltre del Ghiacciaio del Mandrone e alla cresta che si stende dal Monte Veneròcolo alla Cima di Lago Scuro. Tale cresta è anche spartiacque con la piccola Valle di Narcanello che scendendo verso nord-ovest sbocca a Ponte di Legno.

Come altri settori alpini di origine magmatica, ad esempio il Mà­sino-Bregaglia, anche questo gruppo montuoso è un plutone, cioè una massa di magma intrusa al di sotto di una co­pertura rocciosa preesistente e poi raffreddatasi e consolidatasi col tempo. In effetti, dove ora svettano magnifiche guglie di granodiorite e tonalite, vi era in origine un mantello di rocce sedi­mentarie che impedì alla colata lavica di fuoriuscire. Solo suc­cessivamente, nel corso di milioni di anni, i sedimenti scompar­vero per il graduale incessante lavorio degli agenti atmosferici mettendo a nudo la massa sottostante. Anche le rocce dello strato intruso, una volta allo scoperto, subirono gli effetti dell’a­zione atmosferica assumendo spesso le forme ardite e frastagliate tanto caratteristiche nell’Adamello e generalmente co­muni alle montagne di questa origine. L’età di queste rocce magmatiche è relativamente giovane se con­siderata nel contesto dell’orogenesi alpina, 45-35 milioni di an­ni.

Adamello, salita alla Cima della Croce
Adamello bonifica 2003, salita alla Cima della Croce
Le caratteristiche morfologiche del massiccio dell’Adamello sono in gran parte dovute alla lenta, potente e inesorabile azio­ne dei grandi ghiacciai che nel corso delle successive grandi glaciazioni hanno insistito in quest’area geografica. L’alternar­si di potenti fasi di avanzata durate decine di migliaia di anni, seguite da altrettanti «momenti» di ritiro hanno profondamente modellato le vallate che si dipartono a raggiera dal grande Pia­nalto dell’Adamello che ricopre le rocce del plutone centrale. Al tempo dell’ultima grande glaciazione, nota come periodo di Würm, quando le immani colate dei ghiacciai atesino e abduano scendevano fin sulla pia­nura padana, i ghiacciai del massiccio dell’Adamello avevano ben altra potenza rispetto alla odierna. Dalla calotta centrale grandi lingue glaciali scendevano verso sud andando a confluire a occidente nel Ghiacciaio Camuno e a oriente in quello del Chiese proveniente dalle valli di Fumo e Daone. Dopo l’ultima grande espansione glaciale würmiana, risalente a circa 20.000 anni or sono, i ghiacciai hanno iniziato un lento ma inesorabile ritiro intervallato da brevi avanza­te, le maggiori delle quali sono ancora riconoscibili per aver la­sciato consistenti cordoni morenici. Ciò nondimeno, il grandioso ghiacciaio sommitale composto dai tre apparati di Adamello, Pian di Neve e Mandrone occupa buona parte di una vastissima conca valliva esposta a nord-est, delimitata a nord-ovest dalla cresta Adamello-Mandrone, a sud dal cri­nale che dall’Adamello va al Monte Fumo e a est dal crinale che da qui raggiunge la Lòbbia Alta. Tale imponente massa forma il Ghiacciaio dell’Adamello, l’unico di tipo «scandina­vo» delle Alpi italiane. Il Catasto dei Ghiacciai Lombardi (1991) lo ha definitivamente promosso a maggiore ghiacciaio i­taliano, poiché giustamente sono state considerate facenti parte dello stesso anche le lingue effluenti verso sud prima considera­te corpi glaciali indipendenti (ghiacciai di Miller superiore, Corno Salarno, Salarno, Adamé). In tal modo la superficie globale del complesso glaciale dell’Adamello assomma a ben 1813 ettari e toglie il primato al Ghiacciaio dei Forni in alta Valfurva. Altra particolarità di rilievo fornita dai ghiacciai dell’Ada­mello è la presenza del corpo glaciale più meridionale delle Alpi lombarde: il Ghiacciaio del Frisozzo. La minor scomparsa di ghiacciai riscontratasi nel massiccio della Presanella è dovuta in buona parte a una generale esposizione nord degli stessi, quindi più favorevole a una loro conservazione.

Il Pianalto
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Attorno all’Adamello, 8000 anni di storia

Attorno all’Adamello, 8000 anni di storia

Almeno 8000 anni or sono si costituì in Val Camònica il nucleo originario della civiltà camuna, la cui notevole espressione artistica è pervenuta fino ai giorni nostri sotto forma di innumerevoli incisioni che costella­no le pietre del fondovalle nei pressi di Capo di Ponte. A questi primi abitatori si sovrapposero poi altre genti di ceppo ligure-etrusco durante l’Età del Bronzo. L’arrivo dei Celti, nel 500-300 a.C., ebbe tale influenza sulle popolazioni locali da farne scomparire in gran parte i ca­ratteri originari. È in questo periodo che sorgono piccoli nuclei fortificati noti anche come castellieri. Situati in posizioni strategiche, avevano funzione di difesa e controllo del territorio ma consentivano anche di porsi al riparo dei frequenti disastri idrogeologici ai quali era soggetto il fondovalle. Attorno a questi centri si sviluppano agricoltura, selvicoltura e allevamento del bestiame. Alle popolazioni celtiche è attribuita la transumanza e quindi anche la prima colonizzazione, per quanto solo stagionale, delle alte quote. Furono abilmente sfruttati tutti gli spazi agevoli e pianeggianti e in particolare i terrazzi di origine glaciale di mezza montagna noti come coster. Furono questi centri i capi­saldi per il passo successivo costituito dall’occupazione stabile dei fondovalle, in particolare di quello camuno.

Panorama dalla vetta dell’Adamello. Foto: Giuseppe Alberti
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Già nel 118 a.C. i Romani condussero una prima campagna contro le popolazioni celtiche della Gallia cisalpina. In generale i Romani però limitarono il loro intervento a una occupazione leggera perché maggiormente interessati al control­lo delle Alpi come cintura difensiva e transito verso altre terre di conquista. Le popolazioni locali poterono così mantenere tradizioni e organizzazioni sociali, fungendo da preziosi alleati a guardia delle giogaie alpine. Con la caduta dell’impero romano giunsero i Longobardi che posero sotto il loro dominio tutto il territorio fino all’arrivo dei Franchi di Carlo Magno. Nel 1027 l’imperatore Corrado II il Salico pose le Giudicàrie e la Rendena sotto il feudo del vescovo di Trento Uldarico II. Il governo locale fu affidato dall’autorità ecclesiastica a dei «giudici» (da cui il nome Giudicàrie). Con l’atto di Corrado II queste regioni re­steranno, salvo qualche rara pausa, sotto il Principato Vescovile di Trento fino alla prima discesa di Napoleone in Italia nel 1799. Nel frattempo prendono sempre più vigore coalizioni popola­ri locali che tentano di difendere gli interessi del popolo dalle prepotenze dei feudatari. Per dirimere i contra­sti di proprietà e uso delle terre vennero poi formulati degli «statuti» che ristabilirono un po’ di legalità e certezza in un mondo politicamente alquanto insta­bile. Nel 1164 passa per la Val di Sole e la Val Camònica Federi­co Barbarossa che con astute concessioni amministrative si procura il favore delle popolazioni locali, anche se poi la Val Camònica aderì all’alleanza antiimperiale della Lega Lombarda.

La Val Camònica, nonostante la costituzione di una «comunità di valle» creata per dar maggior forza alle popolazioni locali e so­prattutto per rispondere adeguatamente ai frequenti contrasti con i Bresciani, nel 1329 fu annessa alla signoria veronese degli Scaligeri, che pochi anni dopo, nel 1337, fu sostituita dai Visconti di Milano. Questi protrassero il loro dominio per quasi un secolo, salvo un breve intervallo retto dai Malatesta. Dal 1427, per oltre 300 anni, il territorio farà poi parte della Repubblica di Venezia che, a parte il primo periodo ancora segnato da lotte faziose con i partigiani del Ducato di Milano, porterà in queste terre una nuova era di pace e progresso. Meno interessate da questi fatti furono le valli trentine, seppure anche qui vi furono lotte fra i sosteni­tori del Ducato di Milano e quelli della Repubblica di Venezia.

La vicinanza delle valli di Sole e Non con le regioni tedesche influenzate dalla Riforma Pro­testante fu la causa di una grande sommossa popolare contro il vescovo di Trento. Nel 1525 infatti la «Guerra conta­dina» vede le popolazioni delle due vallate dare l’assalto a tutte le maggiori fortezze vescovi­li nonché agli altri centri di potere ecclesiastici. Come spesso accade anche questa grande rivolta perse vigore nel tempo per poi andare a spegnersi, consentendo al vescovo di riprendere possesso dei territori insorti e di punire con la morte i capi dei ribelli.

In Val Camònica molto più gravi degli influssi religiosi furono invece quelli portati dall’inevi­tabile contatto delle popolazioni con le truppe spagnole che du­rante la Guerra dei Trent’anni percorsero Valtelli­na e Val Camònica alla volta dell’Impero germanico. Con esse giunsero di nuovo fame e carestia nonché la storica peste del 1630.

Dalla Cresta della Croce veduta sul Pian di Neve dell’Adamello (Cima Venezia, Cima del Veneròcolo e Cima Mandrone). Foto: Marco Milani
Dalla Cresta della Croce veduta sul Pian di Neve dell'Adamello (Cima Venezia, Cima del Veneròcolo e Cima Mandrone)

Con la prima discesa di Napoleone in Italia e la Pace di Campo­fòrmio si delineano nuovi scenari geopolitici. Le vallate lombar­de sono annesse alla Repubblica Cisalpina e poi al Regno Ita­lico. Con il Congresso di Vienna del 1815 passano al Regno Lombardo-Veneto restandovi fino al 1861. Salvo qualche disorganizzato tentativo di conquista italiana (1848) il territorio sul versante trentino resterà austriaco fino al termine della prima guerra mondiale.

Nel periodo successivo al conflitto mondiale la Val Camònica as­siste ad una progressiva industrializzazione del suo fondovalle. Tale espansione determinò la creazione di bacini artificiali e di centrali elettriche per la crescente richiesta energetica delle manifatture vallive. Al primo impianto idroelet­trico della valle (Cedégolo, 1906) si aggiunsero il Lago d’Arno e i bacini dell’Àvio e, nel secondo dopoguerra, le dighe del Pantano e del Veneròcolo. Inizia anche ad avere maggiore impulso il turismo che so­prattutto sul versante trentino sarà uno degli elementi economici del futuro. In questo senso già si determinano alcune differenze circa la gestione del territorio a fini turistici fra le due re­gioni confinanti. L’azione in Lombardia appare più disorganizzata anche se porta al graduale sviluppo di località termali (Boàrio) e di villeggiatura estiva ed invernale (Ponte di Legno, Aprica). Nascono stazioni sciistiche come Madonna di Campi­glio, Folgàrida, Passo del Tonale.