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Una figata di hotel

Una figata di hotel

Sono tre camere appese alla roccia, a strapiombo sulla Valle Sagrado de los Incas (Cuzco), in Perù, uno dei luoghi un tempo sacri alla cultura Inca.

L’hotel Skylodge Adventure pretende d’essere isolato da tutto e da tutti. Lo chiamano anche capsule hotel, per via dello spazio esiguo. Però le camere, che loro chiamano suite, costano 430 euro a notte con formula di mezza pensione. Sono fatte di alluminio e policarbonato e misurano 7,3 x 2,4 metri, hanno quattro letti, un salotto, il bagno privato e l’illuminazione a energia solare. Per chi non ha il terrore del vuoto, c’è anche una piattaforma esterna da cui godere del panorama, ovviamente mozzafiato.

Per arrivarci bisogna arrampicarsi per circa trecento metri lungo la via ferrata di Pachar, completa di “emozionanti” traversate a zip-line. Le camere sono letteralmente appese alla roccia. Avvertono chi soffre di vertigini che la cosa non fa per lui.

Promettono tanto silenzio, dimenticando il significato di questa parola. E garantiscono tanta privacy, dato che le capsule sono completamente trasparenti ma dotate di tendine. C’è chi trova l’idea “folle ma bellissima”.

Chi propone questo impagabile trip è Natura Vive che promette scariche di adrenalina ed emozioni indimenticabili agli “avventurieri” che vorranno cimentarsi (basta infatti avere “senso dell’avventura, una forte presa e nessuna paura del vuoto”). Pare che la via ferrata sia stata costruita in modo da non essere troppo difficile per i principianti ma neppure troppo facile per i più esperti.

Due “avventurieri” raccontano la loro esperienza (in inglese) qui. Se non avete voglia di far traduzioni potete farvi un’idea guardando questo film:

Ed ecco ora un piccolo album fotografico:

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Adrenalina e ambizione

Adrenalina e ambizione

Nella ricerca della propria libertà individuale, cammino che contribuisce in sommatoria niente meno che alla libertà collettiva di un popolo o di una civiltà, abbiamo a che fare con almeno due grossi ostacoli.
Il primo è dato dall’eccessiva ricerca dell’esperienza adrenalinica, il secondo dall’eccessiva ambizione personale.

Adrenalina-ambizione-04KJER0243Se accettiamo che libertà non significhi poter fare ciò che si vuole e basta ma significhi poter fare ciò che si vuole dopo una “scelta” tra opzioni di vario grado di difficoltà, impegno e gusto personale, allora siamo già sulla buona strada nell’individuazione del nostro personale cammino alla ricerca della libertà.

Scelta infatti equivale in genere a responsabilità, se si è scelto è perché quel progetto ci piace e lo abbiamo valutato: è difficile che in questo processo ci si lasci prendere (oltre a un certo livello di base) dalle emozioni puramente epidermiche che generano adrenalina. Le emozioni adrenaliniche sono un genere di droga da evitare, chi ne è affetto ne è dipendente, anche se non se lo confessa o non se ne rende conto. Non c’è libertà, né responsabilità, nell’adrenalina. C’è solo un gusto depravato per il pericolo e un più o meno ingenuo dispregio della statistica.

Ugualmente, chi ha scelto responsabilmente in genere ha anche interrogato se stesso sulle sue reali motivazioni. Quanto l’esibizione di ciò stiamo per fare impressionerà gli altri e quindi quanto lustro ci darà? Quanto la volontà di potenza del nostro ego sta comandando questo processo decisionale se intraprendere un qualcosa o non farlo? O travestendo con la maschera del cosiddetto “divertimento” una partita di cui ci sfugge la portata? Quanta competizione ci sta governando? Il processo psicologico è: con quanto intero me stesso mi sto impegnando? Solo con la parte che si relaziona con gli altri (ego, competizione) o anche con il me stesso più profondo, quello che comprende istinti e miti che vanno ben oltre il mio piccolo essere individuo?

L’alpinista ha trovato modo di rappresentare questi miti e istinti con il pennello della sua montagna. La montagna, con i suoi colori, forme, potenza e varietà riassume bene la grandiosità che dovremmo sempre riconoscere in noi. Se la montagna si riduce a sfondo delle nostre imprese competitive ci amputiamo da soli della nostra più grande forza e ci poniamo in una lunga catena di pericoli: prima il distacco da noi stessi, poi la corsa inconscia verso l’incidente.