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Pensando come un salmone

Pensando come un salmone
di Chiara Baù
(già pubblicato su Vita sul Pianeta il 24 maggio 2016)

 

Negli infiniti modi di vivere l’acqua, uno dei più primitivi ed economici è quello di camminare nei torrenti, risalendoli dove possibile, così come fanno i salmoni quando di ritorno dall’oceano risalgono le acque natie da cui erano partiti.

Camminare nell’acqua è un po’ come osservare un quadro, la luce cambia da ogni angolatura lo si guardi. Il pittore diventa il sole, e mentre la terra gli orbita intorno, ecco che il pianeta che ci scalda crea continue variazioni di luce nell’acqua con riflessi che mutano a ogni secondo creando quel misterioso luccichio sfuggente. L’ombra della propria figura si fonde con le increspature create dalla corrente e si diventa un tutt’uno con il fiume.

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Ricordo che in Alaska rimanevo per ore immobile, nascosta dietro un tronco in riva ad un torrente, ad aspettare il passaggio di qualche grizzly voglioso di banchettare con la specie di salmone più grande presente in Alaska, il cosiddetto king salmon di ben 40 kg di peso, il sogno di ogni pescatore, anche il più incallito. Ma laggiù, nelle terre più estreme, il pescatore indiscusso è lui, il grizzly, signore di quelle terre e di quei fiumi. Si proponeva un gioco sempre molto armonico tra l’orso, il salmone e la corrente del fiume. Come avrei voluto partecipare a quel gioco, immersa in quel torrente, ma non era il mio turno. Rimanevo spettatrice, accucciata e silenziosa dietro un vecchio tronco, l’unica barriera che mi separava dagli orsi.

Quando si pensa al binomio grizzly-salmone la prima immagine che balza alla mente è quella dell’orso tra i voluminosi spruzzi di una cascata di acque turbinose, intento a inforcare il salmone che con un balzo da manuale tenta di superare l’ostacolo della risalita. Ma non era il mio caso. Mi trovavo in quel tempo nelle vicinanze di un torrente dove l’acqua scorreva lentamente e la sua trasparenza permetteva a me e soprattutto agli orsi di individuare a tempo zero la moltitudine di salmoni che navigavano in quelle acque.

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Neanche l’acquario più bello avrebbe potuto rendere l’idea di tanta magnificenza. Sembrava una sfilata di moda, tanta era l’eleganza di questi salmoni. L’orso non doveva attivarsi più di tanto – un gioco da ragazzi.

La quantità di salmoni era tale che per l’orso era sufficiente immergere una zampa in acqua e la sua preda inevitabilmente veniva subito agguantata dai suoi unghioni aguzzi… fin troppo facile… Talmente numerosi che gli orsi si mostravano addirittura schizzinosi sulle parti di cui cibarsi. Una volta afferrato, il salmone veniva accuratamente sfilettato. La testa era la parte preferita, il resto delle viscere faceva parte del banchetto, ma non sempre… spesso diventata cibo per le aquile dalla testa bianca o per le volpi; niente comunque veniva mai sprecato, non esistono sprechi in natura, bensì un ciclo ben definito per cui tutto viene accuratamente riciclato.

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Nascosta dietro un tronco in riva al fiume, trascorrevo le ore osservando il passaggio di quella moltitudine di pesci lungo l’autostrada del ritorno. Impassibili, seguendo l’istinto più primitivo, ogni salmone tornava dal mare verso il fiume.

Due le alternative più probabili: morire di sfinimento dopo la deposizione delle uova o finire nelle fauci di un grizzly. Se fossi stato un salmone non so cosa avrei scelto. Un mix di regole che appartiene al ciclo vitale della natura, niente di crudele. Come in platea a teatro assistevo ogni giorno, durante i miei tentativi di avvistamento dei grizzly, a questo evento di grande vitalità: la risalita dei salmoni.

Unica nota negativa, ahimè, quella di essere divorata dai mosquito, i più selvaggi e aggressivi che animano lo scenario dei torrenti in Alaska durante il periodo estivo. Avrei potuto indossare una zanzariera, ma questo mi avrebbe impedito di osservare al meglio lo spettacolo e purtroppo ogni cosa ha il suo prezzo.

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Con stupore e meraviglia osservavo i salmoni nella loro faticosa migrazione, soprattutto sapendo che tornavano al fiume natio dopo anni trascorsi nell’oceano. La forza vitale che li spinge a rientrare nel luogo di partenza è sorprendente. Ma ciò che più colpisce è l’incredibile trasformazione subita dal loro corpo nel passaggio continuo dall’acqua dolce all’acqua salata, una vera e propria sfida di ingegneria e fisiologia.

Tra i due e i sei anni, infatti, i piccoli di salmone lasciano l’acqua dei torrenti e qui inizia il processo di smoltificazione che permette loro di vivere in acqua salata. Sia la variazione di temperatura che quella luminosa andranno a stimolare la tiroide, producendo una quantità eccessiva di iodio che si accumula nel sangue. Una volta arrivati al mare, tuttavia, questa sarà compensata dall’assunzione di sodio e verrà così ristabilito l’equilibrio ormonale.

In conseguenza del cambiamento del pigmento giovanile che schiarirà la livrea, il salmone è esposto maggiormente ai raggi solari ed è spinto a cercare acque sempre più scure e profonde.

Il passaggio all’acqua salata rappresenta l’ennesima fatica per il salmone. Infatti essendo nato e cresciuto in acque dolci, il suo corpo lavora, per effetto del processo dell’osmosi a trattenere il quantitativo di sale che occorre al corpo continuando a filtrare acqua e ad espellere grandi quantità di urina molto diluite. Ma appena entrati in mare questa situazione si capovolge, attivando il processo inverso dell’osmosi, pertanto per mantenere il corpo disidratato i salmoni dovranno bere grandi quantitativi di acqua, espellendo urina in piccola quantità, ma molto concentrata di sale. Anche le branchie del salmone contribuiscono a espellere il sale in eccesso.

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Il fallimento di questo processo può addirittura portare il pesce alla morte. La sua è una vita di stenti, di lotta continua per la sopravvivenza. Mi fa sorridere a questo punto pensare a un alpeggio costellato di mucche che pacificamente pascolano tutto il giorno su ampie distese prative, mentre un salmone per sopravvivere deve sfidare le condizioni più difficili, senza un attimo di pace se non quando raggiunge la sorgente del torrente, il luogo natio, dove riesce finalmente a fermarsi per depositare le uova, dando alla fine un senso a tutto il suo elaborato peregrinare anche se nella maggior parte dei casi muore di sfinimento.

Era luglio e nel giorno del mio compleanno ricordo di aver visto ben 25 grizzly attraversare il torrente… e pensando alla mia età mi venne spontanea una domanda. Quale poteva mai essere l’età di un salmone? Scoprii così che l’età massima di un salmone atlantico era di 13 anni. L’età dei salmoni è un dato certo poiché sulle sue scaglie si può leggere la durata della loro vita, alla stregua dei cerchi che determinano l’età degli alberi. Infatti il numero di scaglie sul corpo del salmone rimane invariato nel corso della vita ed esse crescono man mano che il pesce cresce. Le scaglie non crescono in maniera costante ma sul bordo esterno della scaglia stessa si formano degli anelli di nuovo materiale organico di pari passo alla crescita del salmone. La scaglia è composta da linee concentriche, al centro quelle formatesi per prime, mentre quelle esterne sono le ultime. Le linee formatesi in giovane età, cioè quelle più interne, sono molto vicine, mentre procedendo verso l‘esterno della scaglia, le linee si distanziano e indicano la fase di vita oceanica. Poiché il salmone cresce più velocemente durante l’estate, quando il nutrimento più abbondante permette un rapido accrescimento, queste linee saranno più larghe di quelle formatesi durante l’inverno, quando lo sviluppo rallenta. Così per gli studiosi è sufficiente contarle per stabilirne l’età.

Quando si rimane appostati per ore in attesa del passaggio di un grizzly nel torrente, le ore volano… sarà l’adrenalina e un mix di sensazioni oscillanti tra la paura e la tensione dell’attesa. Dopo ore trascorse rimanendo immobile dietro un tronco a scattare innumerevoli foto di orsi intenti al banchetto, era il mio turno… Volevo sentirmi un salmone! Non per finire nelle fauci di un grizzly, ma per risalire il torrente anch’io…

Con il sole allo zenit gli orsi si ritiravano nei boschi per il caldo intenso abbandonando il territorio di pesca e lasciando un po’ di tregua ai salmoni. Era il mio momento! Scrutando sempre attentamente intorno, avevo deciso di intraprendere il cammino dentro il torrente verso la sorgente, seguendo lo stesso itinerario di risalita dei salmoni.

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Addio a google map per raggiungere le destinazioni! Non sapevo esattamente quale fosse la mia meta, sapevo che non dovevo usare un navigatore ma semplicemente seguire i salmoni i cui sistemi di orientamento erano ben più antichi ed efficaci di qualsiasi tom tom.

Fortunatamente indossavo stivali da pescatore che mi permettevano una prolungata permanenza in acqua.

Improvvisamente mi trovavo così nel regno dei salmoni lungo quel percorso storico che periodicamente essi ripetevano. Mi sentivo onorata di condividere le loro acque, testimone di un percorso tortuoso e difficile. I salmoni sono molto sensibili agli infrasuoni, molto al di sotto del nostro limite di udibilità. Essi comunque non vocalizzano, quindi il loro udito infrasuoni non ha a che vedere con la loro comunicazione intraspecifica. Piuttosto li aiuta nella navigazione, rivelando la velocità differenziale di due strati d’acqua che scorrono l’uno sull’altro. Si ipotizza che il percepire le differenze di velocità dei diversi strati d’acqua li aiuti a rintracciare la fonte degli odori e, infatti, il salmone si serve di segnali olfattivi per fare ritorno al corso d’acqua natio.

Oltre ad osservare i loro agili movimenti, rimanevo incantata dalla bellezza dell’acqua del torrente che permetteva loro di compiere l’ultimo viaggio.

Camminare nelle acque di un torrente può anche farti sentire accompagnato dalla voce che ha ispirato scrittori famosi. Basti pensare al passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che descrive Renzo quando si trova in riva all’Adda. In seguito ad una serie di tumulti scoppiati a Milano, infatti, Renzo fugge e attraversa strade solitarie e paesi addormentati. Scartata l’ipotesi di chiedere ospitalità, supera i campi coltivati, si inoltra nella boscaglia e poi in un bosco che risveglia nella sua mente ricordi paurosi di fiabe ascoltate nell’infanzia.

In preda all’angoscia sta per tornare sui suoi passi, quando percepisce il mormorio dell’acqua: è la salvezza! (capitolo XVII).

“Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre”.

Continuavo la mia esplorazione avanzando nel torrente e a ogni passo corrispondeva un movimento dell’acqua. Camminavo lentamente e osservavo intorno a me il formarsi di cerchi concentrici dietro i quali si nascondevano le più complicate formule matematiche della meccanica ondulatoria. Si tratta di onde circolari, quelle il cui fronte d’onda è una circonferenza, come per esempio le onde prodotte da un sasso gettato in uno stagno, onde che si propagano in cerchi concentrici attorno al punto in cui il sasso cade.

Non perdevo mai di vista i salmoni che sfioravano i miei stivali e pian piano notavo che le femmine si fermavano in alcune pozze protette dai sassi, cercando il luogo più appropriato per deporvi le uova e altrettanto facevano i maschi pronti a fecondare le stesse… Poi, finalmente la pace, la maggior parte dei salmoni sarebbe sì morta di stenti, ma nello stesso luogo dove erano nati.

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E scrutando l’acqua e i suoi abitanti, mi veniva in mente il suggestivo dipinto di Giovanni Segantini dal titolo Ritorno al paese natio (realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1895). Già alla fine dell’Ottocento numerosi erano gli abitanti che si allontanavano dal Cantone dei Grigioni in Svizzera in cerca di migliori opportunità, ma talmente forte era il radicamento con la terra natale da non concepire altro che una loro sepoltura nel luogo in cui erano nati. Il dipinto rappresenta infatti la scena di un funerale in un’atmosfera serena in cui prevale il desiderio ultimo di tornare nel luogo natio.

Dopo un lungo cammino nell’acqua sempre dietro i salmoni era ora di fermarmi e sottrarre la mia presenza invadente. I piedi stanchi… quale migliore rimedio se non immergerli nella gelida acqua del torrente!

Due passi a piedi nudi nell’acqua tra i sassi e subito mi sentivo rigenerata. Camminare nelle acque gelide per qualche secondo era magnifico e ristoratore.

Recentemente mi trovavo per lavoro in un hotel a 4 stelle dotato di una attrezzatissima SPA… Tra i numerosi servizi offerti, il percorso in una piscina nella quale per un breve tratto viene immesso un getto di acqua gelida per rigenerare la circolazione delle gambe. Ripenso così al mio vagare nel torrente dei salmoni a piedi nudi. Non c’è fango in piscina, niente sassi spigolosi, nessun fondale irregolare… tutto è all’insegna della comodità e del comfort. Ma lo scenario del torrente in compagnia di frotte di salmoni è senza dubbio più stimolante e più eccitante… anche in presenza dei mosquito.

In lontananza una famiglia di grizzly. Era l’ora della lezione di pesca dove mamma orsa insegnava ai cuccioli a pescare. Era curioso notare come, mentre i cuccioli si gettavano con grande voracità sui salmoni, gli esemplari più vecchi sceglievano accuratamente cosa fosse veramente utile da mangiare per mettere su lo strato necessario di grasso per affrontare l’inverno.

La giornata volgeva alla fine. Aver seguito per un breve tratto quell’ancestrale percorso dei salmoni mi aveva reso partecipe di un mondo semplice nel suo equilibrio perfetto!

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Most insane ski line ever

Most insane ski line ever
(la più pazza discesa in sci di sempre)

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Questo video è un frammento del film Days of my youth (Il tempo della mia giovinezza), girato nell’arco di due anni da Alan Watts, che racconta l’esperienza di chi ha costruito il proprio stile di vita proprio su questo sport.

Uno dei principali protagonisti è Cody Townsend (http://www.codytownsend.com/), attualmente uno dei più bravi campioni dello sci estremo. In questo filmato si condensa in una manciata di minuti il nuovo livello raggiunto in questa disciplina da Townsend. E il teatro dell’impresa è l’Alaska Tordrillos Mountain Range.

Di fronte a questo genere di imprese ci si stupisce a tal punto da perdere per un momento la cognizione sulla limitatezza dell’uomo.

Per un’intervista (in inglese) a Cody Townsend clicca su http://www.travisrice.com/line-of-the-year-the-crack-qa-with-cody-townsend/

COdy Townsend in the Tordrillo mountains Alaska with matchstick productions.

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Charlie Porter, un pezzo di Capitan

L’americano Charlie Porter, alpinista e uomo d’avventura, morto a Punta Arenas il 23 febbraio 2014 per problemi cardiaci, ci ha lasciato un’eredità straordinaria.

Porter-22394Nato nel Massachusetts nel 1951, già da studente aveva cominciato ad arrampicare nel New Hampshire e nelle Canadian Rocky Mountains, Porter si recò la prima volta nella valle dello Yosemite nel 1969. Qui, assieme a Steve Wunsch, fece la seconda ascensione in libera del Direct North Buttress della Middle Cathedral Rock, una via allora di grande reputazione, in libera la più dura della valle.

Porter-Excalibur-diedrisuperiori-ac2Ritornò in Yosemite a 21 anni, nel 1972, per una delle più celebrate serie di big walls. Quel tris di “prime” davvero cambiò la storia della valle, e non solo.
Zodiac
, fatta da solo in sette giorni, fu la prima via (5.7, A2, VI) a percorrere quel terreno verticale e liscio a destra della North America Wall.

The Shield, scalata con Gary Bocarde in sette giorni (5.7, C4F, VI), spinse al limite estremo la scalata artificiale. Sulla parete terminale, tra la Salathe e il Nose, Porter superò una serie di esilissima fessure (Triple Cracks) con l’uso di 35 rurp consecutivi. Il rurp è un chiodo abbastanza simile a una lametta da barba come dimensioni. Molti di quei rurp Bocard li tolse con le mani. L’eco di quell’impresa fu immediato, anche Royal Robbins contribuì alla leggenda scrivendo che Porter si era “infilato nel rurp per guardare fuori”.
Tanto per dare idea dell’impatto che Porter provocò, ecco un ricordodi Kevin Worrall: “Non dimenticherò mai quando con i binocoli guardavo Porter su quella serie di tre fessurine… ero scosso. Non potevo credere quanto microscopiche fossero!”.

Porter-Shield-ac3Ma fu con la prima impresa del 1972 che Porter arrivò al supremo: la New Dawn (Wall of the Early Morning Light), terza ascensione (10 giorni), in solitaria. Qui successe perfino che alla fine della prima giornata un sacco, che conteneva la maggior parte dei viveri, il saccopiuma e l’amaca, gli cadesse nel vuoto. Porter invece di rinunciare continuò per nove giorni bivaccando sulle staffe e coprendosi con il materassino. E ce la fece!
Era il primo segnale di quanto Porter fosse tosto, di certo una delle sue caratteristiche più evidenti.

Nel 1973 altro bis sul Capitan, prima con Mescalito (5.8, A3, VI), prima ascensione assieme a Hugh Burton, Steve Sutton e Chris Nelson, poi con Tangerine Trip (5.8, A2, VI), prima salita assieme a J. P. de St. Croix.
E’ del 1975 Excalibur (5.9, A3, VI), l’ultima sua prima sul Capitan, con Hugh Burton.
Nel 1974 andò nella Ruth Gorge e scalò la parete sud-ovest del Moose’s Tooth, portando così sulle montagne dell’Alaska le tecniche sviluppate nello Yosemite.

Porter verso l'Asgard-ac4Nel 1975 gli riuscirono due grandi imprese che ingigantirono la sua figura ormai leggendaria. La prima fu Polar Circus, una via di 700 m nel Banff National Park (Cirrus Mountains), V, WI 5, con Bugs McKeith e i gemelli Alan e Adrian Burgess, con paurose sezioni di ghiaccio verticale, protette con i chiodi tubolari di allora, senza vite. La seconda, a settembre, innalzò ancora il livello: la Porter route (5.10+, A4, VII), sulla parete nord-ovest del Mount Asgard (Baffin Island), da solo, in nove giorni, la prima via a essere graduata VII (da non confondere con la scala UIAA).
Nell’insieme delle difficoltà di A4, Porter mise solo uno spit, nella 24a lunghezza, poi fece il ritorno di più di 150 km a viveri finiti e con i piedi così gonfi per un inizio di congelamento da costringerlo a tagliare gli scarponi!

Steve Sutton sulla Triple Cracks (quella dei 35 rurp) su The Shield al Capitan, terza ascensione
Porter-Shield-Steve-Sutton 3aascUn grande esperto di big wall, Mark Synott, giudica quest’impresa “la più straordinaria nella storia dell’arrampicata su big wall”. E anche Doug Scott: “A remarkable achievement, la più grande impresa dell’Isola di Baffin, dell’Artico e probabilmente di qualsiasi altro luogo sul pianeta Terra“.
Del 1976 è la parete ovest del Middle Triple Peak nelle Kichatna Mountains con Russell McLean, come pure la sua più grande realizzazione, la prima solitaria della via Cassin alla parete sud del Denali (Mount McKinley) in Alaska, in 36 ore. Una performance  ahead of its time che suscitò grande clamore, cui Porter rispose con reticenza molto introversa, rifiutandosi di dare dettagli all’American Alpine Journal.

Con questo eravamo al culmine della sua carriera, altri interessi lo presero e nel 1979 il suo spirito avventuroso lo spinse a fare una traversata in kayak di più di 3.000 km, comprensiva del Drake Passage di Capo Horn.

Di professione geoscienziato, Porter nel 1980 si stabilì in Patagonia, per contribuire agli studi sui cambiamenti climatici. Come amministratore delegato della Patagonian Research Foundation e come grande esperto di navigazione kayak e yacht seguì numerosi gruppi di studiosi in varie parti della Terra del Fuoco.

Nel 1995 si unì a Stephen Venables, John Roskelley, Jim Wickwire e Tim Macartney-Snape per salire il West Peak del Monte Sarmiento. In quell’occasione, per il forte vento, perse l’equilibrio su una cresta di ghiaccio, scivolò ma si fermò incastrando un braccio in una fessura del ghiaccio. Si lussò una spalla ma non precipitò.

Charlie Porter era ed è un pezzo del Capitan che ora starà sicuramente veleggiando verso località remote con la sua barca, sicuramente contro vento, sicuramente contro corrente (Ivo Ferrari)”.

Charlie Porter in una foto recente. Foto: Ralf Gantzhorn
Porter-charlie-courtesy Ralf Gantzhornpostato il 18 maggio 2014

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Esplorazione in Alaska

Mount Laurens: via nuova di due americani in una remota catena dell’Alaska, nominata per il Piolet d’Or 2014
di Graham Zimmerman

A Talkeetna abbiamo concluso la nostra avventura, Mark Allen e io, una bella spedizione in Alaska coronata dal successo, una via nuova sul Mount Laurens 3061 m per l’impressionante sperone nord-est (V, A1, AI4, M7, 1400 m), nei pressi del ramo sud-ovest del Lacuna Glacier. Secondo Mark, finora la sua più bella avventura in Alaska. Una combinazione di accesso avventuroso, alpinismo esplorativo e scalata d’impegno che ha fatto di tutto il giro un insieme favoloso, in un ambiente naturale così selvaggio da non averne mai visto di uguali.

Con Paul Roderick della Talkeetna Air Taxi approfittammo di una nuova striscia d’atterraggio sulla neve dei Ramparts tra il Lacuna Glacier e il Kahiltna Glacier: poi camminammo per due giorni in su, fino al ramo sud-ovest (circa 14 km).

La parete est del Mt. Laurens con lo sperone nord-est salito da Allen e Zimmerman
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Ci eravamo documentati e sapevamo di essere i primi a visitare quest’area con intenzioni alpinistiche e probabilmente i primi a percorrere il ramo sud-ovest del ghiacciaio.
Sapevamo anche che Paul Roderick nel 1997 aveva fatto volare fin lì un alpinista austriaco, Thomas Bubendorf, più esattamente sul vicino Yetna Glacier e che questi aveva poi salito da solo e al primo tentativo la cresta sud-ovest della montagna. Fu Bubendorfer che battezzò la montagna “Laurens”, dal nome di suo figlio. Sembra che questa sia l’unica ascensione della montagna, che è davvero dominante e situata sulla cresta che corre a sud di The Fin, tra i ghiacciai di Yetna e di Lacuna.

La cresta fa parte di un gruppo di montagne noto come Fin Group. Oltre al Laurens, ci sono il Voyager Peak 3722 m (prima ascensione Allen-Zimmerman, 2011), le Bats Ears 3366 m (prima ascensione Gilmore-Turgeon-Wilkinson, 2008) e un’altra cima inviolate 3054 m.

Mark Allen sullo sperone nord-est del Mt. Laurens
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L’impressionante parete est del Mt. Laurens Mark e io l’avevamo vista per la prima volta facendo la prima del Voyager Peak nel 2011. Già allora avevamo coniato per lei il nome “The Mastodon Face” e così era rimasto.

Tra il 9 e il 15 maggio 2013, Mark e io facemmo due tentativi sul “mastodontico” sperone est del Laurens, ricacciati indietro in entrambi i casi da muri strapiombanti ricoperti di un velo di ghiaccio dopo circa 450 metri di salita.

La sera del 20 maggio riprovammo. La prima metà della via era composta da difficili sezioni di misto separate da lunghi tratti di arrampicata su neve e buon ghiaccio ripido. In cima a questa prima metà bivaccammo su una bella prua. La seconda metà cominciava con il raggiungimento di una ripida cresta di neve che continuava fino alla confluenza con la cresta nord. Continuammo per la cresta fino a un secondo bivacco sito su una gobba della cresta stessa. Questo era un punto di osservazione meraviglioso, potevamo vedere quasi tutte le montagne dell’Alaska, naturalmente anche il Foraker, il Denali (McKinley), il Mount Hunter e il Russell. Il sito del bivacco era la giusta interruzione di un filo di cresta che sia prima che dopo imponeva una scalata sprotetta su neve ripidissima e potenti cornice.

Graham Zimmerman
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La cresta portava al plateau sommitale dove ci prese una tormenta di vento freddissimo. Fummo perciò costretti a piantare la tendina e ripararci malamente per circa tre ore in attesa dell’alba. Per fortuna con il sorgere del sole la bufera si smorzò e ci fu quindi permesso di salire un ultimo pendio a 70° per arrivare in cima.
Non risultava che la quota della sommità del Laurens fosse mai stata misurata prima: lo facemmo noi con il nostro GPS, stabilendola quindi a 10.042 piedi (3061 m).

Mark Allen
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Scendemmo sul margine meridionale della parete est seguendo una serie di couloirs. Facemmo 12 doppie su ghiaccio, neve e roccia e poi ancora giù per altri 650 metri fino al ghiacciaio. Ci riposammo per un giorno e mezzo prima di scendere con gli sci alla “striscia” di atterraggio.

Tutto il giro fu di 67 ore: 59 di salita e 8 di discesa.

postato il 20 marzo 2014