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Avventure alla Pria Grande – 1

Avventure alla Pria Grande – 1 (1-2)
(dal mio diario)

Consultiamo la guida di Euro Montagna in biblioteca, senza prendere appunti.

1 novembre 1962, Ognissanti. Alberto Martinelli e io andiamo di pomeriggio a Genova-Bolzaneto. Prendiamo per il Santuario della Guardia e, muniti di cartina militare IGM, arriviamo quasi a Geo. Chiediamo a un signore anziano informazioni sulla strada per la Pietragrande (pria grande in genovese); ci risponde di prendere la stradina dopo il negozio di commestibili e salire fino a un canaletto d’irrigazione. Da lì in mezz’ora dovremmo arrivare.

Arrivati a sinistra del torrente, in corrispondenza di qualche casa, chiediamo a un altro.
– Veramente io non ci sono mai stato, ma dovrebbe essere per di qua. Ci vorrà un’ora…

Lo ringraziamo ma cominciamo a preoccuparci. Per l’altro era mezz’ora, questo parla di un’ora. Comunque proseguiamo, arriviamo ad altre case, poi a un casolare pieno di cani da caccia che ci abbaiano furiosamente. Il tempo minaccia. Prendiamo un sentierino accanto al canalino d’irrigazione e dopo due minuti incontriamo due boscaioli.
– Sciäa me scüse, va ben pe a Pria Grande? – parlo in genovese sperando di aver migliore comprensione.
– Scì.
– Quantu tempu ghe véu?
– Dexe minûti.
– Grazie.

Belli contenti ci avviamo per il sentierino pianeggiante e tortuoso, spesso a picco sul vallone sottostante. Ora però pioviggina. Andiamo avanti ugualmente, passiamo una piccola frana, un avvallamento e arriviamo ad altre case. Vediamo un vecchietto.
– Quantu tempu ghe véu pe a Pria Grande?
– Dexe minûti.

Ma ormai non stiamo neppure più a badare come ciascuno dà i suoi numeri, perché comincia a piovere a dirotto. E’ la ritirata!
Pietragrande1Tre giorni dopo, il 4 novembre, torniamo alla carica. Per sbaglio scendiamo dal tram a Morigallo, ma si rivela meglio così. Siamo già nei pressi delle raffinerie Garrone, perciò più vicini a Geo. Ripetiamo in velocità il percorso dell’altro giorno e, dopo i cani e l’avvallamento, arriviamo alle case del punto massimo raggiunto. In effetti eravamo vicini e dopo poco ci troviamo di fronte all’enorme blocco di diabase. Il nostro tentativo sulla via normale (spigolo sud-ovest, IV-, itinerario 13a) vede i soliti tentennamenti, insicurezze, errori. E più incerti siamo, più vorremmo tentare di mettere chiodi… Alberto va a finire troppo a destra e io, che intanto ero stato in vetta, devo scendere per aiutarlo. Ritorniamo in cima assieme, poi lui scende a corda doppia mentre io sono costretto a farlo in arrampicata vista la perdurante escoriazione sulla spalla che mi ero procurato al Campaniletto di Sestri. Giunto al punto più difficile esito un attimo, ma alla fine riesco a scendere ancora un po’ e saltare a terra.

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A questo punto ci rivolgiamo alla paretina ovest (13gI). Non siamo al corrente che è di ben V grado… schiodato, per di più. Assicurato dall’alto da Alberto salgo piantando due chiodi e mettendo altrettante staffe. Poi qualcosa mi dice che questa è una pratica da abbandonare. Basta mettere chiodi e staffare dove non è previsto! D’ora in poi seguirò scrupolosamente quello che dice la guida: Alberto invece se ne frega, mettere chiodi gli piace!

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Comunque non mi sento di proseguire e scendo, per poi risalire ad assicurare Alberto. Lui riesce a piantare un altro chiodo più alto, ma poi annotta e desistiamo. Resta però da schiodare! Togliamo i primi due, lasciamo quello messo da Alberto. E anche quello messo in cima per fare corda doppia sulla liscia e repulsiva parete nord. Ce ne andiamo nel buio pesto, un po’ pericoloso.

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Il 10 novembre 1962 torno alla Pietragrande con Marco Ghiglione. Ormai conosco il tragitto a memoria, ci mettiamo solo 25 minuti dalla fermata dell’autobus “C”. Ha piovuto recentemente, la roccia è umida. Io ho un paio di scarponcini, lui le scarpe da tennis (come del resto avevo io la volta scorsa). Scivola, cade due volte. Lo aiuto. Poi vado in cima a sistemare la corda sul cippo e quando mi volto per scendere ad aiutarlo, mi accorgo che è lì accanto a me: è a piedi nudi, con le scarpe in bocca! La mia spalla è guarita, così finalmente posso scendere in doppia a ovest. Altra cosa: dobbiamo togliere i chiodi lasciati la volta scorsa. Solo quello sulla Ovest mi fa penare, devo addirittura fare un piccolo pendolo per raggiungerlo! Ora voglio fare la 13b, sulla parete sud-est. Lui mi assicura dall’alto. La parete è caratterizzata da un pilastrino appena staccato, con la punta a circa due terzi della parete: il “Colonnino”. Ho difficoltà a fare in modo che la corda mi sia proprio in verticale. dalla cima del Colonnino inizia il vero difficile… però c’è un chiodo. Senza pensare alla grande stupidaggine che sto facendo ci metto il moschettone e la corda. Quando mi alzo per superare il muretto finale (IV) la corda fa fatica a seguirmi. Lo credo! Fa un angolo a 360° e Marco invece che recuperarmi mi deve dare corda, come fossi da primo. La stessa idiozia l’ho fatta a Pietralunga, ma ora credo questa sarà l’ultima volta. Insomma, sono incrodato. Dico a Marco di aiutarmi, quello si mette a scendere sulla corda singola, mi oltrepassa, stacca quel maledetto moschettone, si tira sulla corda come Tarzan e si rimette in posizione per farmi salire.

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L’8 dicembre torno alla Pietragrande con Alberto. Alle 15.25 siamo operativi alla base del roccione. Voglio rifare il 13b e ancora con la corda dall’alto. Alberto sale in cima per assicurarmi. Raggiungo velocemente la sommità del Colonnino.

– Alberto, sposta la corda!
Silenzio. Io devo andare a destra e nessuno risponde. Allora urlo e, tanto per cambiare, litighiamo. Arrampico rabbioso su quel IV grado e giunto in cima mi sfogo urlando. Ora tocca a lui scendere e provare. Ma naturalmente sbaglia e sale per il 13bI, che è di V grado. Cosicché deve tornare a terra e chiede corda. Io gliela do prontamente, così può scendere, attaccare nel punto giusto e raggiungermi. Sempre con la corda dall’alto ci facciamo entrambi la variante 13aI.

Ora però viene il bello, perché abbiamo intenzione di salire sul più alto spigolo nord-est (13d), esteticamente assai bello, dato di IV+ e V-.

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Sulla sommità, in corrispondenza dello spigolo, c’è un grosso macigno, attorno al quale faccio un bulino con la corda. Dopo di che mi metto dentro l’anello del nodo, in modo che se lui cade io non cado e lo posso tenere meglio (un’autoassicurazione davvero basic, NdR). Gli urlo che sono pronto, anche se non lo posso vedere. Lo sento salire, piano e imprecando, poi lo vedo quasi vicino a me, su una placchetta liscia. E’ felice e mi decanta la via, dicendo che non ha mai fatto nulla di più bello, ecc. Tocca a me, anche se l’oscurità sta arrivando. Arrivo quasi al primo chiodo, ma poi mi faccio calare.

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Alberto impietosamente comincia a sfottermi, poi però mi faccio mostrare dove è passato. E’ passato sulla destra, evitando i pezzi più difficili! Mi riprometto per la prossima volta di fare anche io così almeno non sfotterà più. La discesa per il sentiero al buio è come al solito disperata.

Il giorno dopo, ancora alle 15.25 in punto, siamo ancora là a insistere. Con la corda dall’alto riscatto il mio onore messo a dura prova ieri sera. Io vorrei che ci dedicassimo a ripetere come si deve il 13 d, Alberto invece vuole salire la parete nord, che la guida descrive come muro di VI-A1 e alto ben 14 metri. Come se non bastasse non vuole salire canonicamente sul 13e, dove si vede qualche chiodo arrugginito: vuole fare una via nuova, sulla parete nord ma abbastanza vicino allo spigolo nord-est. E la vuole salire in artificiale, come naturalmente si richiede sul sesto grado (le idee sull’artificiale e sulla libera erano poche ma confuse, NdR). Tenta di scendere su una corda sola, poi sente male alla spalla e ritorna verso di me a fatica. Un cacciatore passa di lì e ci osserva.

Alberto scende arrampicando per la via normale, io intanto rimango in cima a gelare. Poi finalmente parte, assicurato da me. Lo sento chiodare come un dannato, imprecando. Ormai è quasi buio e gli urlo ripetutamente di scendere.

– Scendi!
– Taci, scemo, e lasciami schiodare!
Questo in sintesi il dialogo.

Sono un ghiacciolo, nella mia tuta di cotone. Finalmente mi dice di aver finito e di scendere pure. Mi precipito in basso e lo raggiungo, sotto alla parete nord. Due chiodi sono rimasti infissi. Mi arrampico per levare almeno il primo, all’altro penseremo la prossima volta. Ora è proprio buio pesto.

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Il 23 dicembre 1962 siamo ancora, alla solita ora (15.30), alla base della Pietragrande. Sorpresa: troviamo gente. E’ la prima volta che incontriamo qualcuno qui. Non socializziamo. Salgo per la via normale e vado a legare la corda al masso, poi butto giù l’altro capo. Accanto a me altre tre corde sono ancorate.

Recupero Alberto che comincia a chiodare, questa volta attrezzato pure di una staffa a quattro gradini di metallo. Mentre comincio già a battere i denti, ecco che arriva da me il tizio che il 21 ottobre al Masso del Ferrante ci aveva insegnato la corda doppia. Dopo i saluti, gli dico: – Chissà quanti errori sto facendo, eh?
E lui: – No, errori no!
Poi scende a recuperare una staffa che aveva lasciato lì al mattino. Fa un freddo cane, in fondo a questa valletta umida.

Dopo un po’ Alberto esce dalla Nord sulla Est e quindi mi raggiunge raggiante. Entrambi scendiamo per la normale, ma ci ritroviamo in attesa che uno scenda a stento. A terra, corriamo alla base della parete nord: Alberto mi mostra il suo itinerario. Mentre lui torna su ad assicurarmi, io mi lego e mi armo di martello per poter schiodare. Ci sono cinque chiodi, e agli ultimi tre è appesa una staffa per ciascuno. Senta togliere i primi due, agguanto la prima staffa ma sento che non sono in forma. Scendo, afflitto e scoraggiato.
– Non ce la faccio, Alberto!
Allora lui mi butta giù la corda e scende per la normale. Poi si lega e io rimango in basso ad assicurarlo. Salendo leva tutti i chiodi in modo magistrale e io sono pieno di ammirazione per lui. Speriamo che un altro giorno anche io possa fare la stessa cosa (Naturalmente nessuno dei due si rendeva conto che, se il primo di cordata toglieva i chiodi mentre saliva, rimaneva col peso sempre su quello dopo, correndo il rischio dunque di cadere senza scampo alla prima fuoriuscita, NdR). Nel buio totale cerchiamo di raggiungere gli scalatori che erano con noi ed erano partiti prima. Senza riuscirci.

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Seguendo un itinerario di accesso diverso (finalmente abbiamo letto bene la guida), molto meno pericoloso e più breve, il 24 aprile 1963 mi ritrovo alla Pietragrande con Marco Ghiglione. E’ la prima volta che vedo questo grande masso con il cielo sereno e una temperatura accettabile. Salgo per la via normale e butto la corda sul versante ovest. Oggi vogliamo esercitarci con i nodi prussik. Così saliamo e scendiamo entrambi mentre arriva un amico di Marco, Ennio Remondino. Nl frattempo Marco riesce a sbucciarsi la spalla scendendo a corda doppia… Sulla parete ovest c’era un conto in sospeso, l’itinerario 13gI, tentato con Alberto il 4 novembre scorso usando senza pietà staffe eccetera. Ora invece voglio fare le cose in regola, per questo V grado. Attacco bene e vado slegato fino allo strapiombo con relativa facilità. Qui ci sono ottimi appigli per le mani, ma i piedi fluttuano. Cerco di piantare un chiodo, visto che quello che la guida dice d’esserci, non c’è. Però, per quanto cerchi affannosamente una fessuretta, non ne trovo. Ora sono affaticato, perciò appoggio lì il chiodo, scendo un po’ e poi faccio un salto di due metri fino a terra. Riposo. Intanto Marco ed Ennio tentano, senza convinzione. Poi ritento ancora io ma sono troppo stanco. Ennio se ne va. Noi andiamo allo spigolo nord-est per fare il 13d, già fatto da Alberto e da me assicurati dall’alto e con variante più facile. Oggi invece voglio seguire il vero itinerario e con assicurazione dal basso. Raggiungo il primo chiodo dal quale pende un cordino. Ma io non mi fido e il moschettone lo passo nell’anello. Poi però sono bloccato, e mi sembra per tre ragioni. Primo, le difficoltà: non ci sono appigli per le mani. Secondo, mi ricordo male quanto letto in biblioteca sulla guida al riguardo della posizione del secondo chiodo. Terzo, occorre spostarsi leggermente sulla parete nord, ed io invece sto provando diritto. Troppi pensieri! Sono qui, più che altro tenuto di peso da Marco, ma non riesco a far nulla. Sudo, mi agito, poi comincia a piovere. Quando smette, attacca il mio compagno, munito delle mie scarpe “a carro armato”. Ma è un tentativo condannato in partenza. Allora mangiamo pane e formaggio, facciamo delle foto. Poi io ritento, ma non c’è nulla da fare. Almeno vedessi il secondo chiodo!

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E arriviamo così alla settima visita alla Pietragrande: una gita che non dimenticherò mai.
E’ il 15 giugno 1963. Con Alberto abbiamo intenzione di fare la parete sud-est della Pietragrande per la via a destra del Colonnino, it. 13bVI. E’ di VI grado e richiede l’uso di mezzi artificiali per tutta la salita, di una decina di metri. Seguono 5-6 metri di IV. Raggiunto il roccione alla solita ora (15.25). Dietro mia istruzione, lui si lega con i due capi dell’unica corda che abbiamo. L’inizio è duro. La salita è lenta per il continuo armeggiare con le staffe, i chiodi e il martello. Dapprima è proprio impacciato, poi prosegue più spedito mentre io lo sostengo sui chiodi. Un indefinibile orgasmo ci prende tutti e due, questa verticalità impressionante ci prende entrambi, ci ubriaca. E ci fa commettere errori. Nemmeno io me ne rendo conto, però di mano in mano che lui procede leva la corda dai moschettoni a lui sottostanti, lasciandola solo nell’ultimo chiodo. Mi domando cosa si è legato a fare con due corde… Poi accade l’inevitabile. L’ultimo chiodo si stacca e Alberto cade giù senza che io possa fare nulla per trattenerlo. Cade su un macigno vicino a me, poi rotola un po’ e si ferma sul sentiero. Sono inorridito. Temo il peggio e, tremando, mi avvicino a lui per vedere se almeno la testa è salva: e lo è per fortuna. Lui comincia a lamentarsi, anzi a urlare di terrore. Ha certamente un piede rotto. Si è rotto il malleolo, diranno poi in ospedale.

In giro non c’è nessuno, siamo soli. Provo a chiamare aiuto: niente! Metto un fazzoletto bagnato sul suo piede, poi, cercando di tranquillizzarlo, vado a chiamare una barella. Percorro a rotta di collo il sentiero per Geo, ma mi fermo alla prima casetta: ci sono due donne e le prego di salire su per tenere un po’ di compagnia ad Alberto e prestargli le prime cure. Poi riprendo a correre. A Geo vado a chiamare la “Croce”, ma l’autoambulanza è in un paese vicino. Per telefono però riusciamo a informarli della necessità d’aiuto alla Pietragrande. Poi telefono ai genitori di Alberto, non dicendo però che è caduto dalla roccia. In seguito riusciremo a mantenere questo segreto, sostenendo che è rotolato giù da un sentiero.

Mi metto in attesa, in preda a un nervosismo indicibile. Poi, non potendo più resistere, salgo di nuovo alla Pietragrande, di corsa. Incontro quelle donne che mi ridanno i miei vestiti, la macchina fotografica, lo zaino. Le ringrazio di fretta e furia, poi continuo a salire. Mi riprendo il materiale tecnico, perché Alberto è già stato portato via. Sulla famigerata paretina lasciamo sei o sette chiodi e quasi altrettanti moschettoni. Il resto riesco a riprenderlo. Giunto a casa riesco a nascondere tutto. In seguito riesco ad andare in ospedale a trovarlo. Ne avrà per due mesi costretto a letto, poi ancora con la gamba ingessata per un bel po’. L’estate è rovinata. In più ha quattro materie da dare a ottobre e chissà come farà. Io sono come paralizzato. Per un po’ dubito della mia passione. Sono disgustato, angosciato. E rimarrò così parecchi giorni. Il giorno dopo mi ritrovo con papà e mamma in una gita a funghi, immaginate il mio stato!

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La prima volta a Sciarborasca

La prima volta a Sciarborasca
(dal mio diario)

28 dicembre 1962. Quest’anno a Natale è stato molto freddo. Qui a Genova siamo arrivati a -3°. Poi i rigori del clima mollano un poco, così Alberto Martinelli ed io ci avviamo verso i Torrioni di Sciarborasca, un paesino vicino a Cogoleto. Qui arriviamo facilmente in treno, poi ci mettiamo alla ricerca di una corriera che vada a Sciarborasca. Entriamo da un panettiere e Alberto chiede un sacco di informazioni. La cosa non mi garba, lui chiede tutto a tutti. Quando è in viaggio non se la sa sbrigare da solo o, meglio, non ci prova neppure!
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Deve chiedere. Marco e io non faremmo mai una cosa simile e nelle nostre gite ci siamo ridotti a quel punto proprio e solo quando non sapevamo dove sbattere la testa. Alberto perfino la strada si fa indicare, pur avendo noi una bella carta militare della zona. A cosa ci serve se non la usiamo?

Comunque non esiste corriera, perciò ci divoriamo i 4,5 km che ci dividono da Sciarborasca. Prendiamo il viottolo per il Monte Sciguello, sbagliamo un po’ strada, ma alla fine arriviamo ai torrioni di calcescisti.

Altro che “torrioni”! Sono solo rocce informi ammonticchiate una sull’altra, scalabili solo da una parte, perché altre parti quasi non esistono, ad eccezione di due o tre.
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Arriviamo alla base del primo torrione, il più bello, separato dal secondo tramite un camino e relativo intaglio. Sulla guida leggiamo di una via di V-, con variante diretta di V+. Ci leghiamo a un cordino in vita. Attacco subito la variante difficile e naturalmente mi vedo costretto a piantare un chiodo.Che però non entra bene. Mi ci riposo sopra, costringendo Alberto che mi assicura a spalla a far la fatica di tenermi. Non essendoci appigli, cerco di piantare un altro chiodo. Questo entra troppo bene, quasi senza martellarlo. E’ chiaro che non terrebbe nulla. Ma io me ne frego. Sono però esasperato e mugolo di rabbia. Ci attacco il moschettone e, sollevandomi sui piedi in aderenza, cerco di passare la corda nel moschettone. Il chiodo esce d’improvviso e io volo giù. Per fortuna il primo chiodo regge. Questo mi convince a farmi calare, nero di furore. Parte Alberto e non arriva dove sono arrivato io, così mi chiede le staffe. Io gliele rifiuto perché sul V+ non bisogna adoperarle. Lui si arrabbia e io gliele do. Però contemporaneamente mi arrabbio anch’io, mollo la corda e me ne vado. Se la faccia lui in artificiale! Mi dispiace fare così, ma non c’è altro mezzo per imporsi su questa testa dura!
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Lui, afferrate le staffe, comincia a trafficare. Io me ne vado davvero dicendo: – Guarda che io torno solo per aiutarti a scendere!

Detto questo mi rivolgo alla paretina a ovest e salgo da solo sul diedro di sinistra: dopo alcuni metri mi sposto sulla paretina a destra, torno poi a sinistra e per una breve fessura (IV+) esco a un terrazzo con albero e proseguo più facilmente fino in cima. Poi scendo, curioso di vedere cosa sta combinando Alberto.

Quando mi vede, mi dice che vuole scendere. Vedo che non è andato oltre al punto dove ero arrivato io in libera (per “libera” allora s’intendeva “senza staffe”, NdR a distanza di 53 anni). Lo aiuto a scendere e ci rivolgiamo alla via che avevamo snobbato preferendo la variante. Riparto io, raggiungo un chiodo in posto, poi da metà cengetta torno indietro. Alberto riesce a imbroccare gli appigli giusti (V-) e riesce a passare. Ma poi non prosegue diritto e traversa a destra all’intaglio tra il primo e il secondo torrione. Recupero il primo moschettone ma non il secondo. E’ lui allora che torna indietro per riprenderselo. Decisamente Alberto è più bravo di me…
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Dopo aver raggiunto la “vetta” ed essere riscesi, mangiamo qualcosa. Lui ora vuole fare la parete sud-ovest, dove la roccia è un po’ infida.

Sale senza mettere niente e slegato. Gli si stacca un appiglio e lui vola in aria per cinque metri sbattendo per terra di sedere.

Pare che non si sia fatto nulla, però rimarrà scosso. facciamo altri tentativi, come quello sul Diedro delle Spine, ma non combiniamo nulla. In più s’è fatto tardi e fa un freddo cane. Ci tocca anche abbandonare un chiodo.

Arriviamo a Genova e comincia a nevicare. Non siamo per nulla soddisfatti.
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La Palestra di Pietralunga – 1

Per lunghi anni la Pietralunga (ma si chiama anche Bajarda) è stata la palestra di arrampicata più gettonata dagli alpinisti genovesi. Diciamo che ebbe un periodo davvero d’oro dagli anni Cinquanta fino alla “scoperta” di Finale Ligure (1968), avvenuta peraltro dopo la costruzione dell’Autostrada dei Fiori.

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Fu proprio in quel periodo che iniziai ad arrampicare, dunque Pietralunga ebbe in serbo per me parecchie piccole avventure. Qui di seguito alcune di esse, dal mio diario del tempo.

La Palestra di Pietralunga
(dal mio diario)

21 ottobre 1962. Sveglia alle 6.45. Mi metto addosso le solite cose: scarponi, calzettoni, calzoni alla zuava e, novità, la camicia “scout”. Con uno zaino bello pieno e grazie alla “30” mi ritrovo alle 7.35 alla Stazione di Piazza Principe. Alberto Martinellì è già lì ad attendermi, pronto e vestito come me, a parte il sacco, ridicolo nella sua piccolezza. Come ha fatto a farci entrare corda, chiodi, moschettoni, staffe, cibi e un maglione proprio non lo so.

Alberto prende i biglietti ma si dimentica il festivo A/R. Credevamo che il primo treno per Acquasanta-Ovada fosse alle 7.55 invece è alle 8.33. Un po’ innervositi per l’attesa imprevista, quando saliamo sul treno il viaggio per Acquasanta risulta proprio breve. E’ Alberto a conoscere la strada, presto entriamo nel selvaggio vallone del rio Bajardetta. Il paesaggio è nudo, con versanti ripidi, rocciosi e brulli: l’unico rumore è lo scorrere dell’acqua del torrente. Arriviamo al Masso del Ferrante, un roccione posto sul letto del rio. Qui ci fermiamo e tiriamo fuori corda, chiodi e moschettoni. Due o tre zuccherini non ci stanno male. Salgo in cima per la via più semplice (ovest) e pianto un chiodo per la corda doppia. Quello che ci aspetta è un salto di appena 4 o 5 metri, neppure nel vuoto. Scendo giù applicando la teoria imparata sui manuali, più o meno alla “Piaz”. Male, ma scendo. In quel momento arrivano due del CAI che ci sembrano esperti e ci stanno a guardare. Probabilmente gli facciamo un po’ pena, così decidono di farci vedere come si fa. Uno di loro prende il cordino di Alberto, lo raddoppia due o tre volte, poi se lo mette alla vita, poi lo prende da sotto il cavallo e lo unisce all’arco anteriore con un moschettone. Poi si passa la corda doppia nel moschettone, poi sulla spalla destra e infine nella mano sinistra. Va giù a saltelli, elegante. Tocca ad Alberto: va giù come un rospo, ma va giù. Io intanto salgo la paretina sud sotto lo sguardo di uno dei due che bonariamente mi corregge un po’ di scorrettezze. Infine scendo anch’io con la nuova tecnica, divertendomi.

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Leviamo il chiodo e ce ne andiamo. Li salutiamo mentre stanno arrampicando sul Masso: un diedro strapiombante, con staffe e tutto il resto.

Noi risaliamo i ripidi pendii erbosi verso il Canalone dei Briganti. Naturalmente, senza guida, sbagliamo. Per raggiungere una terrazza, da cui tramite un’ulteriore cengia si può arrivare al Canalone dei Briganti, bisogna salire un diedro irregolare. In libera non ci riusciamo, così pianto un chiodo e vi aggancio una staffa. Sono slegato, dunque scendo e gli cedo il passo. Alberto, legato, arriva alla terrazza, una specie di grosso pulpito. Poi, per mezzo di un cordino, gli faccio tirare su gli zaini. Tocca a me salire, ma mi manca il martello per schiodare, lui me lo manda giù per mezzo della corda.

Adesso gli urlo di piantare un chiodo dove è lui: lo può fare con il mio martello che è nel mio zaino.
– Fatto! – mi urla dopo un po’.

Con qualche acrobazia riesco a togliere il mio chiodo e lo raggiungo. Togliamo subito l’altro chiodo messo per assicurarmi, poi ci mettiamo a mangiare. Siamo in un punto comodo ma molto ventoso. Dominiamo tutta la valle e a nostra volta c’incombono sopra le ultime rocce. Finito di mangiare, vado a vedere, assicurato alla corda e traversando una cengetta a sinistra, il cosiddetto Gran Diedro (o diedro Gozzini). Non ci vuole molto per capire che non è ancora pane per i nostri denti. Così, per una cengia a destra, entriamo nello scuro ed enorme Canalone dei Briganti. Anche le pareti a destra e sinistra sono troppo difficili, così ci accontentiamo di sbucare in alto al Colletto dei Briganti. Poi raggiungiamo la Cima Bajarda 722 m. Dopo qualche ginnastica su roccette varie, scendiamo all’attacco di una fessura-camino della Cresta Settentrionale. Passando prima nei pressi vi avevamo visti impegnati un uomo e una donna. Consultando in seguito la guida di Euro Montagna, verrò a scoprire che si tratta di una variante di IV grado. Ora però noi non sappiamo nulla, neppure se ci sono chiodi. Non abbiamo esperienza, però attacchiamo lo stesso.

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Ci leghiamo e salgo per primo, armato di tutto. Pianto un chiodo in basso dove non serve a niente. Assicurato, proseguo. C’è un cespuglio che mi ostacola: lo tagliuzzo con il coltello! Salgo per tre metri e pianto altri due chiodi. Beh, di sicuro non siamo all’altezza. Per di più ai chiodi attacco le staffe. Sapevo già però chi era stato Paul Preuss e pensavo che se mi avesse visto gli sarebbe venuto un colpo! Perdiamo tempo anche a scattare foto che tra l’altro non riusciranno. Scendo perché sono stanco, poi sale lui senza significativi progressi. Allora riparto io e riesco ad agganciarmi a un chiodo trovato lì. Poi tocca di nuovo a lui e in tanti va e vieni la corda è stranamente a zeta! Non ci facciamo caso, in una serie di idiozie incredibili. Mi metto dietro di lui, assicurandolo solo in teoria, gli porgo i moschettoni e le staffe che ha lasciato in basso, mentre lui pianta chiodi a tutto andare. Frattanto la corda, tirata da un capo e dall’altro, si blocca e lui non può più andare avanti. Scendo un po’, così Alberto riesce a guadagnare un terrazzino. Si slega e io tiro per vedere se la corda viene: niente da fare. Tiro ancora: niente! Sono bloccato con una mano senza appigli e un piede in una staffa. Tornare non posso, proseguire neppure: l’unica è slegarsi. Ma il nodo si è indurito e io con una mano sola non riesco a scioglierlo. Per fortuna in quel momento arriva il sig. Ravajoni (sì, Piergiorgio, quello che in seguito diventerà un caro amico, NdR) con la sua ragazza e ce ne dice di tutti i colori. Ravajoni è espertissimo e conosce Alberto. E’ davvero infuriato. Dice che abbiamo piantato un sacco di chiodi per niente, che siamo due scellerati, e se questo è il modo di salire, e che abbiamo rovinato il passaggio, ecc.

Comunque sale, mi scioglie e io posso salire sul terrazzino. Mi slego. Lui intanto sale in libera, senza assicurazione, riprende tutti i moschettoni, pianta un chiodo per la corda doppia e ci mette il cordino di Alberto. Scendiamo a corda doppia e arriviamo al Masso del Ferrante che è buio completo. Ci facciamo tutta la strada di notte e ad Acquasanta prendiamo il treno. Per fortuna i genitori di Alberto sono alla stazione ad attenderci. Tutto il materiale da roccia è ben nascosto negli zaini…

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Il 13 aprile 1963, sveglia alle 3.05 per vedere il tempo: brutto! Ma alle 7.20 mi telefona Alberto Martinelli e decidiamo di andare. Meta ufficiale: gita a piedi nei dintorni di Acquasanta, poi fino a Lencisa e Santuario della Guardia. Metto nello zaino corda e cordini vari, moschettoni e imbrago di corda di Marco Ghiglione, di solito ben nascosti in un cassetto. Mentre saliamo al Masso del Ferrante comincia a piovigginare. Oltrepassato il roccione, dotati della guida di Euro Montagna (che ormai ho comprato anch’io), ci dirigiamo nella nebbia verso lo Spigolo Rosso. Al di sopra, quel Gran Diedro che ci aveva respinti a ottobre, nonché la Fessura degli Svizzeri un po’ a destra. Sotto di questa, il Diedrino. Tutte le vie elencate sono state da noi messe in programma, massimo delle difficoltà è IV+. Ma oggi la roccia sarà da umida a bagnata, dunque prevediamo una lotta senza quartiere…

Come prima cosa, nella nebbia, sbagliamo l’attacco dello Spigolo Rosso e mi faccio un tiro che non c’entra nulla. Poi troviamo l’attacco giusto, c’è pure scritto “spigolo rosso”. Con qualche incertezza riusciamo a salire (lui davanti) arrivando così a una placca “quasi senza prese (IV)”, che tocca a me. Con un po’ di tensione (non c’è alcun chiodo) riesco a passare e raggiungo un terrazzino. Stiamo salendo recuperando con la corda, ad ogni sosta, gli zaini spropositati!

Alla base del Gran Diedro, dopo uno spuntino, facciamo a sorte per chi deve andare per primo: il caso favorisce me. L’aspetto del diedro è ributtante: è scuro, viscido, mi dà l’idea che butti in fuori e non se ne vede la fine. La nebbia poi gli dà un ulteriore aspetto spettrale. Salgo qualche metro e raggiungo un chiodo in posto, cementato e arrugginito. Ho il piede sinistro pressoché fluttuante, la mano sinistra in cerca di appigli, la destra ben aggrappata a una maniglietta e il piede destro su un appoggio che sarebbe ottimo se fosse asciutto. Su questo piede comincio a tremolare, poi avanzo un poco. Non resisto alla tentazione di piantare un chiodo, buono. Mi ci afferro e mi alzo, per i piedi solo viscidume. Però riesco a salire su un blocco strapiombante, ben descritto nella guida (IV grado). Proseguo fino ad un punto di sosta, qui il diedro si è allargato a camino. Guardo in basso e non vedo nulla dalla tanta nebbia. Questa volta gli zaini li abbiamo lasciati sul terrazzino dove avevamo mangiato. Tengo un volo con imprecazione di Alberto che poi, raggiunto il mio chiodo, lo toglie a vigorose martellate. Dopo un suo breve tiro, vado ancora avanti e riesco fuori dal Gran Diedro, sulla sinistra per evitare il tetto finale, come dice la guida. Entusiasmato, arrampico in discesa per riuscire dal tetto a destra (è una variante più difficile…). Ma poi ho paura e rinuncio: mi domando a che scopo, visto che ormai il Gran Diedro è vinto…!

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Quando Alberto mi raggiunge, scendiamo per erba, risaliamo al Colletto dei Briganti e per il Canalone arriviamo ai nostri zaini. Cerchiamo di fare corda doppia sul Diedrino, ma abbiamo fifa, così scendiamo dall’altra parte con l’attrezzatura. Attacca lui il Diedrino, ma sbaglia scegliendo la faccia sinistra. Io sono sicuro che occorre seguire il fondo (IV+) e solo alla fine andare a sinistra. Alla fine si arrabbia, prova sul fondo, vede il chiodo distante e non ne vuole piantare altri. Così scende. Tocca a me. Cerco di districarmi, provo tutte le posizioni, individuo quella giusta ma poi non ho il coraggio di eseguire. Così rinunciamo. Ci rivolgiamo così alla Fessura degli Svizzeri. Va davanti Alberto e, raggiunto un chiodo, s’incastra quasi completamente nella fessura senza più riuscire a muoversi. Si alza centimetro dopo centimetro. tecnicamente la Fessura degli Svizzeri è data più difficile (IV+) del Gran Diedro, ma almeno qui è asciutto e i piedi non scivolano sul serpentino. Raggiunto un altro chiodo ci siassicura, poi prosegue lamentando crampi ai polpacci. Finalmente riesce a disincastrarsi, mettendosi quasi in spaccata. Qui ha una grossa indecisione, mi dice che vuole tornare indietro. Io lo incito, così lui in un impeto abbastanza disperato riesce a fare il passo più difficile. Con la corda dall’alto per me è tutto più facile. Torniamo agli zaini che sono le 17.10. Nella discesa inciampo da qualche parte, metto le mani avanti e mi spezzo un’unghia. Sangue.

Alla Stazione Brignole arriviamo alle 19.54. Prendiamo il “16” e io scendo alla mia fermata prima che il bigliettaio faccia a tempo a chiedermi il biglietto. Salgo le scale di casa: ho una paura maledetta. Suono, mi apre la mamma ed entro in camera mia. In un attimo apro il sacco e butto la corda di Marco sotto all’armadio. Nei minuti che seguono, quando posso, metto i moschettoni tra i materassi del letto. Vado in bagno e rapido mi levo i quattro chiodi che avevo nei calzoni e li metto sotto il mobiletto. Poi mi lavo i piedi. Solo dopo mangiato, con calma, potrò mettere tutto a posto, nascondigli scientifici. Non mostro l’unghia e per il sangue nel fazzoletto dico che me ne è uscito un po’ dal naso per via della “troppa nebbia”…

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