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Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico “Troppi post”

L’alpinista e blogger Alessandro Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico: “Troppi post”
di Nando Zanchetta (post pubblicato su nandozanchetta.com il 16 settembre 2015, per gentile concessione)

Milano. Lunedì scorso l’alpinista Alessandro Gogna, stimato scrittore e coordinatore del seguitissimo blog sul suo sito banff.it (http://www.alessandrogogna.com/category/posts/), è stato internato in una clinica psichiatrica per gravi disturbi dovuti ai troppi post e alla dipendenza da social network.

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I primi sintomi del disturbo si sono manifestati la scorsa settimana, quando a pranzo con alcuni amici in un ristorante, apprezzando le trofie al pesto che stava mangiando, ha chiesto al cameriere dove fosse il bottone per mettere Mi piace e poi condividere.

Tornato a casa ha subito scritto un articolo sul suo blog dal titolo Bonatti, la Nord del Cervino e le trofie al pesto, nel quale affermava che prima di partire per Zermatt per la sua solitaria invernale, l’alpinista bergamasco avrebbe appunto mangiato per diversi giorni solo questo piatto e che la salita non dovrebbe essere considerata valida in quanto basilico e pinoli conterrebbero sostanze dopanti.

Subito dopo aver postato l’articolo nei 634 gruppi Facebook a cui è iscritto, Gogna, non ricevendo che pochi like, si è barricato nel suo appartamento armato di pialla e, dopo aver preso in ostaggio alcuni storici cunei di legno recuperati sul Civetta nel 1972, ha minacciato di darsi alle fiamme utilizzando i trucioli da essi ottenuti, qualora le autorità non avessero immediatamente cancellato la salita di Bonatti dagli annali.

Trofie, basilico e pinoli: sostanze dopanti, secondo Alessandro Gogna
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A questo punto sono intervenuti alcuni famigliari che, dopo aver cambiato le password di amministratore del suo blog e del suo account Facebook, lo hanno immobilizzato, messo in condizioni di non nuocere a se stesso e agli altri, e trasportato presso la più vicina clinica psichiatrica.

Il dottor Massimo Micalo che lo ha preso in cura, pur manifestando un cauto ottimismo, ha affermato che la terapia sarà lunga e difficile. «Dottor Zanchetta – ci ha detto lo psichiatra – la disintossicazione deve avvenire gradualmente e pertanto in questi primi giorni gli è stato consegnato in uso uno smartphone, seppure con accesso limitato e con molti siti bloccati. Potrà consultare i siti ufficiali del CAI, del Soccorso Alpino, il sito ufficiale di Chris Bonington e i cataloghi di chiodi storici dei musei di Reinhold Messner. Rigorosamente vietati invece la lista delle funivie del Superski Dolomiti e del MonteRosa Skirama, le foto dei chiodi a pressione di Cesare Maestri sul Cerro Torre, il sito 8a.nu e il blog di Caterina Balivo, che presto condurrà su RAIDUE il reality show Monte Bianco».

Nella seconda fase della terapia gli verranno invece proiettati alcuni film di eroiche storie dell’alpinismo, tra cui Cliffhanger, Assassinio sull’Eiger, La Montagna, con l’indimenticato Spencer Tracy e Mary Poppins, archetipo di libertà nei cieli e ispiratrice del moderno parapendio.

Nella terza ed ultima fase gli saranno consegnati dei libri da colorare con i profili di alcune montagne molto conosciute, tra cui Cervino, Tre Cime di Lavaredo ed Everest, associate ad alcuni oggetti come ad esempio souvenir delle piramidi di Giza in plastica, coppe di gelato, barattoli di marmellata. «Questo dovrebbe far regredire la sua malattia e riportarlo a uno stato di normalità nel quale dovrebbe tornare a riconoscere le montagne come montagne, gli sciatori come sciatori e i reality show come reality show» ha affermato il dottor Micalo.

La famiglia ha ricevuto moltissime attestazioni di vicinanza da parte di importanti personalità della montagna e dell’arte, tra cui Andy Warhol Jr. fondatore della nuova Pop-up art e autore dell’opera 101 Gogna Facebook Notifications, esposta al MoMA di New York, e ispirata proprio alle infinite liste di notifiche generate da Gogna.

Andy Warhol Jr: 101 Gogna Facebook Notifications, MoMA, New York, manifesto della nuova pop-up art
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Dal giorno del ricovero, molti utenti Facebook, non ricevendo più le oltre venti notifiche giornaliere provenienti da Gogna Official, Gogna Unofficial, I Ragni di Gogna, Gogna Moderna e Donne con le Gogne, credendo in un malfunzionamento del computer, hanno reinstallato l’applicazione Facebook, con gravi perdite di dati.

Scontri si sono registrati tra la polizia e gli attivisti dei movimenti NO BANFF, informati sull’accaduto sin dalle prime ore del mattino, che hanno sfilato con festeggiamenti e caroselli improvvisati davanti alle sedi del Club Alpino Italiano di tutta Italia. Tutto si è risolto con la rottura di qualche bacheca degli avvisi e con il furto di alcune corde di canapa in uso alla Commissione Gite.

I principali provider internet, pur esprimendo costernazione e vicinanza alla famiglia per la situazione dell’alpinista, hanno immediatamente annunciato un sensibile taglio agli investimenti e hanno cancellato gli ordini per gli upgrade hardware necessari allo stoccaggio di tutti gli articoli di Gogna, che ormai hanno raggiunto qualche miliardo di TeraByte. D’altra parte, a Wall Street  il titolo di Oracle, il software per la gestione della base dati di Gogna, ha perso in pochi minuti circa il 10% del valore, prima che la contrattazione venisse sospesa.

La nostra redazione augura ad Alessandro una pronta guarigione e auspica di poter presto rileggere le interessanti liste di regolamenti da lui pubblicate, gli interventi dei presidenti in 342 cartelle, le doverose e improcrastinabili controrisposte dei vicepresidenti vicari in 456 cartelle, i documenti programmatici della CNSASA (Commissione Nazionale Sali Alto Scendi Alticcio), le schede tecniche del CNSAS (Corpo Nazionale Sauvignon, Aglianico e Sangiovese), gli inviti ai cocktail del CAI-TAM (CAI Tutela Ambiente Mondano) e i comunicati stampa del CAGAI (non è una sigla).

Nell’attesa, non avendo nulla da leggere, i fedeli lettori del suo blog avranno finalmente tempo per andare in montagna.

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La pervicace ricerca del destino – parte 2

La pervicace ricerca del destino – parte 2 (2-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

PARTE 2 (l’azione interiore)
L’Amicizia, il Mistero, il Destino: Gian Piero Motti, Renato Casarotto, Gianni Calcagno

Con Gian Piero Motti eravate amici?
Sì, certo. Non è che lo vedessi tutti i giorni, ma è stato un compagno di molte avventure.

Ti riporto uno stralcio di testo tratto dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Incontro con Carlo Mauri, pagina 294:
«A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica, o per lo meno la consideri in luce negativa.
“No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e sopratutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. E’ una esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e confronto. Io non so se questo alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – ascensioni invernali, “solitarie”, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po’ scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti. Io invece penso ad un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso, sorridendo e con un po’ di curiosità: come di fronte ad una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…”.
Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”.
Forse non ci siamo ben capiti, e Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva».

Gian Piero Motti
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Alessandro, sei a conoscenza di questa conversazione? Perché Gian Piero Motti lamenta l’incomprensione? Sai cosa c’era “dietro”?

Ti dico subito che su quell’incontro non so niente, perciò non vorrei parlarne.

Forse Carlo Mauri stava proiettando i suoi contenuti su Gian Piero, scusa il discorso psicologico. Ai tempi c’era sempre un gran parlare del collettivo… allora c’era questa mania, di Mauri, di molti, anche mia, di pretendere che l’alpinismo avesse una sua validità in quanto forza collettiva… bisognava credere in questo valore ideale condiviso tra tante persone e tramite questo migliorare l’umanità, noi stessi…

Qual è il problema? E’ che Gian Piero è arrivato ben prima di altri a capire che tutte queste cose sono cazzate! Mauri accusa Motti, ma il mondo era ed è così soprattutto per chi sta accusando: l’egoismo, il non credere nella collettività, l’individualismo, sono esattamente le caratteristiche di ogni alpinista… A volte accusare un altro è proprio perché non si capisce che siamo noi stessi i primi a essere coinvolti… se a me dà fastidio l’azione di un altro dovrei domandarmi: ma perché mi sto incazzando? La risposta è: perché ho dei contenuti dentro di me che sono uguali a quelli che io sto vedendo nell’altro e questi contenuti mi danno fastidio perché li ho dentro; è un transfer (Freud, Jung, ecc.), non è che stiamo parlando di chissà che cosa. E’ la proiezione psicologica di contenuti: io vedo in altri quello che ho dentro di me e se non voglio riconoscerlo, lo riconosco negli altri, perciò mi dà fastidio. Mauri c’è cascato in pieno! Chi più individualista di lui?! E non è che lo dico per un giudizio negativo, tutt’altro! Per me gli individualisti sono persone eccezionali, però ripeto, della vicenda non so nient’altro che il passo che hai riportato.

Che Gian Piero fosse ben oltre l’alpinismo lo si comprende bene anche da come egli ricorda uno degli ultimi scambi avuti con Guido Rossa: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi con quegli occhi che ti scavano dentro e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi nobili e positivi”.

Ti leggo un altro passo, sempre dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Lettera a Ugo Manera, pagina 318:
«Così nel giugno del ’75 dovetti tacere in silenzio e subire con tanta amarezza insinuazioni, calunnie, cattiverie di ogni sorta. E poi via di seguito. Mi consola una cosa: che quando un giorno apparirà la verità (ed apparirà) sarà la sua forza a tappare la bocca a tutti. […] Il tuo amico (qui Motti parla di se stesso) è’ sempre stato perfettamente lucido e cosciente. Il tuo amico era impegnato in una impresa al di là del credibile, al di là dei sogni, al di là della fantasia stessa. Il tuo amico in questa impresa ha dato tutto se stesso, tutte le sue energie, anche la sua vita. Per chi? Perché? Un giorno certamente lo saprai. Ma durante tutti questi anni, sovente come Ulisse sbattuto per i mari, in mezzo ad avventure terrificanti, dove si affrontano mostri, streghe, uomini e dei, il tuo amico pensava alla sua pietrosa Itaca, a quei giorni passati sulle grandi pareti. Ma dimmi, sono forse ancora così come noi le vedevamo? Certo le montagne sì, sono immutabili nel tempo. Ma a me pare che gli uomini siano cambiati. […]
Si è frainteso tutto. Non si è capito che la montagna resta sempre la montagna. È l’uomo che deve mutare” ».

E riporto un altro stralcio estratto dal testo di Carlo Caccia, “Visionario dell’eterno ritorno” [http://www.intraisass.it/ritratto02.htm]:
«Per il “Principe” esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sulla Nord-ovest del Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo: ecco l’essenza del “Nuovo Mattino” che, nelle intenzioni di Motti, non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere se non in funzione delle “Antiche Sere”, ossia del grande ritorno che ricorda quello di Ulisse ad Itaca. Anche se, come spiega perplesso Alessandro Gogna, “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”».

Cosa significa: “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”?
Questa è poesia, quindi la forma più estrema della realtà… e ti stai addentrando in un campo… pericoloso.

Ti confermo che sono stato un carissimo amico di Gian Piero, ci siamo frequentati dal 1967 fino a quando è morto. Ho assistito a tutta la sua evoluzione, fin da quando scrisse l’articolo “I Falliti” fino agli ultimi articoli… “Arrampicare a Caprie”, “Zero the hero”, ecc., cioè tutte le cose belle di Gian Piero… io l’ho seguita tutta l’evoluzione, con telefonate chilometriche di ore e ore in teleselezione, le chiacchierate di persona a Torino. E questo è il quadro in cui si svolge la vicissitudine con lui.

A un certo punto Gian Piero ha preso una sua strada, che era quella della ricerca e introspezione, un individualismo spinto al limite proprio, sul significato dell’uomo su questa terra, sfruttando molto le sue visioni oniriche, soprattutto alla mattina… quando era a casa non si alzava mai prima delle 9 perché quella è l’ora migliore per i sogni…

Tu mi guardi come un pazzo Giorgio, ma è così: queste cose o le credi perché le hai vissute o non le credi perché non le hai vissute, la cosa è molto chiara.

Allora lui aveva spinto la propria ricerca interiore a livelli “interstellari”… io non riuscivo a seguirlo, un po’ perché non volevo, un po’ perché non c’ero portato, un po’ perché forse il mio destino era diverso… però ti assicuro che quando lui parlava era una magia, lui non parlava in pubblico, parlava tra amici come stiamo parlando noi due… rapidamente in poche battute ti portava in un mondo del quale capisci non puoi fare a meno… che vedi non dico con invidia, ma con ammirazione.

Ma lui lo ha sempre detto: questo mio cammino mi porterà alla morte, la morte fisica, perché questo è il mio “destino”… una specie di Gesù Cristo, senza la pretesa di esserlo. Molto laico. La matematica certezza che questo cammino sarebbe finito solo così. Questa cosa è nata nel 1975 ed è durata 8 anni quando poi si è tolto la vita, al secondo o terzo tentativo… prima si era fermato perché la “voce” gli diceva che non era ancora il momento… lo so, siamo a livelli di racconti quasi paranormali… quasi incredibili!

Non voglio addentrarmi più di tanto in questo perché c’è un regola, Giorgio, per cui in questo mondo non puoi entrare solo perché qualcuno ti fa entrare, devi entrare volendoci entrare ed è estremamente pericoloso non solo ascoltare queste cose ma anche dirle! Scusa se sono ermetico.

Il motivo per cui quello che si scrive su Gian Piero è incomprensibile è proprio questo: volutamente c’è una censura precisa che impone a chi legge di conservare la curiosità senza che la curiosità possa essere soddisfatta a meno che non sia lui a volerlo, a proseguire il percorso.

I boschi di Breno (Val di Lanzo) in cui Gian Piero Motti “scomparve” per qualche giorno
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E tu hai fatto questo percorso?
L’ho fatto a modo mio nel senso che dal 1975 fino ad oggi, e sono passati 40 anni, non mi è mai passato per la testa che il mio cammino mi avrebbe portato al suicidio, mai! Perché il mio cammino è diverso. Indubbiamente meno estremo del suo, questo è certo. Io non avuto sogni così “costrittivi” di comando al quale devi obbedire.

Quindi più tranquillamente io mi auguro di morire nel mio letto, come tutti… ma nello stesso tempo la sua avventura ha cambiato la vita a tante persone, da quando nel giugno 1975 si è ritirato in un bosco in Val di Lanzo e per tre giorni è stato là senza che nessuno sapesse dove cazzo fosse… e nemmeno lui sapeva dove cazzo era! E’ partito per la tangente e si è risvegliato dopo un bel po’.

“Un giorno la verità si saprà”… No, saremo morti tutti prima, questa verità sarà all’apocalisse… cioè non credo che Gian Piero volesse dire, rivolto ad Ugo Manera: “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai…”. Manera e noi tutti faremo a tempo a morire prima, perché questo sta succedendo… perché i tempi di realizzazione di questi disegni sono tempi “interstellari” e non hanno nulla a che fare con la nostra vita biologica!

Noi siamo delle “ombre”, come diceva Platone, del resto.

La materia… la materia che compone la nostra vita, quello che noi vediamo, tocchiamo, ecc. in realtà è la proiezione quasi filmica di una realtà che invece è spirituale e che sta da un’altra parte. Platone l’aveva chiamata “teoria delle ombre”, noi siamo cioè delle ombre di qualche cosa che esiste altrove, mentre l’ombra in realtà non esiste. Toglieva valore alla materia e lo dava invece allo spirito.

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Gian Piero diceva che è così: c’è una realtà precisa che viene proiettata come fosse un film e noi siamo delle inconsapevoli ombre e ci muoviamo in una superficie bidimensionale quando invece le dimensioni sono ben più di due, ci muoviamo e ci agitiamo al massimo come i topi nella gabbia, questa è la nostra condizione… poi ogni tanto qualche informazione arriva extra, passando dai buchi delle serrature, che sono i sogni, che sono le intuizioni.

Quella frase lì, “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai” è troppo ottimistica.

Ugo non vedrà, Alessandro non vedrà.

Quindi Gian Piero non si riferisce alla sua morte fisica?
No. Lui si riferisce alla realtà che ci sta proiettando tutti, sullo “schermo”. Lui sta dicendo che un giorno le immagini riconosceranno di essere proiettate.

Tutto questo ha a che fare con uno dei cinque libri al mondo che salverei: “Risposta a Giobbe” di Carl Gustav Jung [https://it.wikipedia.org/wiki/Risposta_a_Giobbe]. Libro epocale, una roba che apre la mente in maniera incredibile.

Giobbe si fa delle domande sul perché Dio lo tortura e lo massacra in questo modo. Pur essendo lui un uomo di fede, glie ne fa passare davvero tante. Il “libro di Giobbe”, quello della Bibbia [https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Giobbe], è molto, molto bello.

“Risposta a Giobbe” è da leggere avendo letto prima il libro della Bibbia, che peraltro si legge velocemente… per modo di dire, perché ogni versetto ha la sua importanza.

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E Risposta a Giobbe è la visione che Jung ha di questo fenomeno, che poi è l’uomo. Alla fine del libro si dimostra che Dio ha bisogno dell’uomo almeno quanto l’uomo ha bisogno di Dio…

Per fare cosa? Per auto-riconoscersi! Perché Dio non si auto-riconosce.

E lo sta facendo solo grazie al nostro lavoro e la nostra sofferenza qui in terra. E’ come se l’entità che ci proietta sul muro, avesse bisogno di vederci per capire che cosa è.

Capisci che è la stessa cosa che sta dicendo Motti? Questa è la sostanza.

Motti era un tramite tra un mondo e l’altro. Qualcosa che noi non possiamo quasi immaginare. Deve essere stato così grandioso da rinunciare a tante cose… poi lui era uno che non aveva bisogno nemmeno di lavorare, si godeva la vita, non era un eremita, se c’era da trombare, trombava! Ma rispetto a “questa” cosa, tutto il resto non aveva importanza. Diceva: perché ti sbatti, fai…? tanto non è questo che conta…

Io riconoscevo l’energia necessaria per stare dietro a questo mondo: d’altronde sapevo che il mio destino era un altro. Lui non ti chiedeva niente, di essere suo allievo o altre cazzate del genere… questi discorsi li faceva con pochi, massimo quattro o cinque persone.

Ed ora ti sto facendo un magrissimo riassunto sempre per il motivo che non voglio andare oltre un determinato livello, perché può essere molto pericoloso, per me soprattutto, non tanto per te che ascolti. Abbi pazienza, ma così stanno le cose.

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Sulla morte poi evidentemente… a quelli che mi domandano: “Ma perché su Renato Casarotto hai scritto determinate cose?” ma ragazzi… ogni tanto qualcosa passa… e la morte di Casarotto è esemplare, veramente esemplare! Ma io non voglio andare oltre quello che ho scritto, perché è già troppo! Lo potrei fare solo con l’ansietà di apparire una specie di guru che ne sa più degli altri… cosa che veramente è lontana dalla mie intenzioni: io non voglio apparire come qualcuno che ne sa più degli altri, vorrei saperne più degli altri e basta!

Forse l’avevi già detto nel tuo libro “La parete”. Ti leggo uno stralcio tratto da un articolo di Marco Bellini, recensione al libro [http://www.intraisass.it/recstor1.htm]:
«Nel mio libro precedente
Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione totale? L’idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse a noi ricostruire […]. L’Annapurna e i suoi seracchi m’insegnarono che non toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di orgoglio. L’unico atto che mi si richiedeva era il continuare l’esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».

Mi sembra, Alessandro, che tu abbia detto già lì quello che è tutt’ora la tua via. E’ così?
Assolutamente sì, uguale! Ma c’è un distinguo sull’ultima parola, la parola “successo” che può essere in due modi: successo perché sei riuscito nel tuo intento (la pretesa di successo), di fare una esplorazione raggiungendo delle conclusioni che ti soddisfano, oppure si può parlare di successo in termini sociali.

Però quella frase lì: “senza pretesa di successo” è riferita ad entrambi i successi: quello sociale e quello personale, perché io non so se avrò successo in questa impresa, ma questa è la mia strada.

Il blog è una manifestazione di questo.

Lorenzo Massarotto bivacca in una caverna
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Ti leggo un passaggio estratto da un tuo articolo pubblicato appunto su Gogna Blog il 25 aprile 2014, [http://www.banff.it/gian-piero-motti-la-contemplazione-del-mistero/]:
“La svolta ci fu nel giugno 1975, quando ebbe, ricercata e voluta fortemente, un’esperienza visionaria nella sua amata Val Grande (Lanzo). Dopo di allora, dapprima tutti gli amici, ma poi anche gli estranei, sentirono che quell’uomo aveva «visto» di più degli altri, e quindi che «sapeva» di più. È naturale che altri ancora, refrattari, sviluppassero per Gian Piero una vera e propria insofferenza.
[…]
Piuttosto, gli piaceva non dire tutto, lasciare quelle curiosità che così abilmente seminava. Infatti i suoi scritti dicono di lui molto più di quanto sembra a prima vista. I piani su cui scriveva erano SEMPRE due. Era responsabilità soprattutto del lettore se molto rimaneva nascosto. Semplicemente perché qualcuno non «vedeva». Ciò non toglie che molte cose non abbia mai avuto il coraggio di scriverle e se le sia tenute per sé. Al massimo si lasciava andare a qualche lungo discorso con amici, cui rovesciava nel profondo dell’anima sogni che ti rivoltavano come un calzino.
[…]
Lo scritto più rivelante da questo punto di vista è
Le antiche sere, ossia la sintesi felice. Motti, ad un certo punto, si è trovato di fronte a qualcosa di irraggiungibile. Forse le Antiche sere sono una contemplazione dell’irraggiungibile, l’annullamento dell’Io di fronte alla grandezza del Mistero. Nella nostalgia del tempo in cui, vivere nel Mistero, era la normalità.
La nostra intera vita dovrebbe essere permeata dalla contemplazione del Mistero: e per questo insegnamento non finirò mai di ringraziare il mio più grande Maestro: Gian Piero Motti.”

Questo “mistero” è quello indicibile di cui mi hai parlato prima?
Ci sono sempre due livelli: faccio riferimento sia al mistero della proiezione di cui ti ho accennato prima (il mondo, la proiezione…), sia ad un livello più vicino, di mistero più raggiungibile, in senso più generale, che chiunque può vivere.

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Di misteri ne abbiamo tanti e non c’è bisogno di andare nel “cosmo”, basta guardarsi un attimo intorno: il mistero di come la formica riesca a fare quello che fa… ci sono milioni di misteri!

La contemplazione del mistero è una attività, un esercizio che il positivismo ha cercato di eliminare senza per fortuna riuscirci. E’ stata quella forza (per carità, che ben venga, non sto demonizzando) che ha spinto l’uomo a farsi domande e darsi delle risposte con la “scienza”, Ma questo è l’ “anti-mistero”! Invece l’uomo ha bisogno del mistero! Della fede, della religione, perché sono mistero.

Quindi la contemplazione del mistero, nel nostro piccolo, senza andare a toccare il grande mistero di Motti, è quella. Abbiamo bisogno dei nostri misteri, di cui per altro siamo invasi: c’è già il mistero della nostra vita, della nostra nascita. Nessuno ha mai provato niente, su dove andremo, cosa faremo, da dove veniamo. Boh, mistero!

“Contemplare” significa mettersi lì e vivere serenamente, pacificamente questa condizione che è salubre ed assolutamente quasi necessaria all’organismo, alla psiche.

Affinché non si impazzisca?
Sì. Le “antiche sere” sono un po’ questo. Sono irraggiungibili. Intanto le sere sono passate, sennò non le chiameresti sere, è vero che stasera ci sarà una altra sera e domani sera ce ne sarà un’altra ancora. Non ci sono più ma evidentemente le abbiamo vissute. Ma allora è un ricordo?

No. E’ qualcosa di più che un ricordo anche perché la frase è detta in antitesi al “Nuovo Mattino”. Quindi credo che la definizione di “contemplazione dell’irraggiungibile” e quindi del mistero sia la definizione più esatta di quello che voleva dire lui. Ma… “senza pretesa di successo”.

Sai, Giorgio, qui siamo in un campo molto minato, molto minato.
Pervicace2-1515500015La forza psichica è quella che abbiamo sondato di meno e misurato di meno. Perché non è razionale, non è scientifica, non è qualcosa che puoi ricondurre alla ragione. E’ qualcosa che si impone e basta. E’ un mondo che soltanto alcuni, chiamiamoli “eletti”, hanno avuto modo di provare e qualcuno ci ha lasciato anche le penne, tipo Gian Piero.

Del resto, la morte di un individuo è nulla in confronto a quello di cui stiamo parlando.

La morte è un “passaggio”?
Sì… Vediamo le cose il meno egoisticamente possibile: il nostro egoismo ci dice che dobbiamo continuare a vivere finché possiamo, ma poi nel 2100 saremo tutti morti, no? Tu, io…

E nel momento in cui moriremo non avrà alcuna importanza se il tuo amico Gian Piero Motti è morto prima di te. Non so se rendo l’idea.

Se la sua vita è durata meno della mia, in fin dei conti non avrà importanza! Perché l’importanza c’è per chi vive, non per chi muore.

Quindi cambieremo tutti idea. Questo è tragicamente chiaro! Cambieremo tutti idea.

Egoisticamente ci dispiacerà morire, certo. Specie se te ne accorgi. C’è gente che muore nel sonno… bene.

Perché parli di “terreno minato” da cui stare alla larga?
Perché c’è un’energia dentro di noi che siamo certi di non poter controllare.

Non puoi avere la pretesa di controllare questa energia, quindi la devi trattare con molta circospezione. E’ come mettere le dita dentro una presa di corrente a 220 Volt. L’elettricista ha un mestiere che gli permette di averci a che fare senza avere danni, ma un non elettricista può rimanerci secco. E’ solo un esempio.

Con questa energia di cui stiamo parlando il rischio c’è.

Io lo sento dentro di me, sento quando può esserci trasmissione. Se con te sono reticente… non che io sappia chissà che cosa di più, è nella “intensità” che sono reticente… perché sento che non potrei essere diversamente. Con un’altra persona non mi passerebbe nemmeno una parola, sarebbe dare perle ai porci, di più, sarebbe mettere semi nell’acqua, perché i semi vanno messi nella terra.

L’energia è senza controllo. Non è il bene! E’ costruttiva e distruttiva. E’ tutto. E’ Shiva.

E’ Dio Brado, proprio quel Dio che ha bisogno di Giobbe per riconoscersi e Giobbe deve stare molto attento, molto attento… Il Libro di Giobbe racconta una grande tragedia finita abbastanza bene…

Perché Gian Piero parla di “dei” e di “mostri”, quando scrive a Ugo Manera? Perché c’è la grandissima balla del Cattolicesimo che dice che Dio è “Bene”!

Dio è Bene un accidente di niente perché se fosse così tanto Bene non ci sarebbe tutto il casino che c’è qui. Non è Bene per nulla! E’ qualcosa di orribilmente potente che noi ogni tanto intendiamo come Bene. Perché la maggior parte delle volte viviamo solo tragedie e basta e la tragedia stessa di essere uomini, di nascere e morire.

Gian Piero ha fatto un “patto” con l’energia? O ne è stato risucchiato?
Questa è una domanda molto valida. Quanto è stato risucchiato o quanto poteva padroneggiarla? Mah… sai, c’è la parola “martirio” che può salvare in questa vicenda…

Il martirio di Guido Rossa
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La parola “martirio” pare cristiana, o islamica di questi tempi…
Sì. E’ una persona che va alla morte convinta che la sua morte sia nulla di fronte alla grandiosità di quello in cui lui è immerso in quel momento, vedi per esempio quando il Cristianesimo doveva affermarsi rispetto ai pagani, agli imperatori e ai leoni che ti mangiavano…

Quando uno è convinto, quello è un martire vero… e allora come possiamo stabilire se è l’energia che lo ha divorato o se invece è stato proprio lui ad abbracciare l’energia, nella convinzione che quella fosse la strada giusta?

Noi la risposta non la possiamo dare.

Lessi qualcosa sullo sciamanesimo tolteco, a proposito di “libertà”, e sulla via degli sciamani, i “guerrieri dello spirito”, che sostenevano di controllare l’energia arrivando a una “liberazione totale”, senza esserne “mangiati e basta”… Ha a che fare tutto questo con quel mondo di Gian Piero?
Sì, ha a che fare. Credo che l’uomo sia sempre stato a contatto, tramite questi personaggi, con l’“iper-potere assoluto”, il Mistero! Perché qualcosa filtra e la luce passa sotto le porte… ciò che è curioso è come questo possa facilmente mescolarsi con l’ignobile tentativo di sfruttamento di questa tendenza umana… ma non è proprio il caso di Gian Piero.

Renato Casarotto
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Vuoi dirmi qualcosa di Renato Casarotto?
Quello che ho detto, ho detto! Ho detto fin troppo, mi ci ha trascinato Alberto Peruffo e ne ho scritto anche quest’anno nel blog. Sono stati tre i post su Casarotto: Ricordo di Renato Casatotto [http://www.banff.it/ricordo-di-renato-casarotto/], Renato Casarotto l’insubordinato p. 1 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/] e Renato Casarotto l’insubordinato p. 2 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/].

E lì siamo vicini, siamo al limite.

Certo, mi ha fatto piacere che Alberto, a sua volta investigatore del mistero e della grandiosità di Renato, alla fine mi abbia ringraziato e detto che ci saremmo risentiti… prima era proprio curioso, poi qualcosa deve essere passato attraverso le fessure e attraverso di lui, perché non l’ho più sentito…

Da qualche parte lessi che Lorenzo Massarotto nelle sue solitarie aveva un “amico silenzioso” con cui parlava ed era un lettore di Castaneda. Lo hai mica conosciuto personalmente? In qualche modo la sua vicissitudine umana è simile a quella di Renato Casarotto?
L’ho incontrato di striscio, quando ancora non era il “grande” che sarebbe poi diventato. Nel 1979 venne una volta a casa mia, a Milano, con Toio De Savorgnani. Stavano partendo per la spedizione al Manaslu volevano qualche “consiglio”. In seguito, la sua riservatezza, sia in montagna che nella vita, ha un po’ impedito a tutti coloro che s’interessavano alle sue imprese di saperne di più. Figuriamoci cercare di sapere qualcosa di più su di lui!

Lorenzo Massarotto
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Come ho già detto in un mio post (http://www.banff.it/le-vie-e-la-via-del-mass/), le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Quanto alla domanda se la sua vicissitudine umana sia o non sia simile a quella di Casarotto, posso solo dire che purtroppo la morte accomuna tutte le vicissitudini.

Ti leggo un passaggio, tratto dal libro di Piero Tarallo, Gianni Calcagno, pag. 154 (1994):
«“Mi sento sempre più solo”, ha confidato Alessandro Gogna in una intervista rilasciata a Sandro Filippini della
Gazzetta dello Sport, il 19 maggio 1992, subito dopo aver saputo della scomparsa del compagno di tante scalate.
[…] Totale, semplice pura la loro passione giovanile per la montagna. Passione che li ha uniti, ma anche divisi. […] Non lo vedevo più tutti i giorni, ma per me Gianni era rimasto ugualmente un punto di riferimento, una sicurezza. Pensavo spesso: “C’è Gianni”. Ed era bello avere questa certezza. Ora devo riorganizzare queste mie sicurezze. Sono molto più solo con me stesso.
E’ difficile trovare solamente con le proprie forze l’equilibrio interiore necessario. Sapere distinguere tra il vero equilibrio e quello falso: questo è il passaggio che porta alle disgrazie. Quell’equilibrio per lui evidentemente era svanito e non se ne era accorto».

Gianni Calcagno all’Annapurna
Annapurna 1973: G. Calcagno

Che successe a Gianni Calcagno?
Siamo ai livelli di Casarotto. Siamo lì, al limite di quello che si può dire. Purtroppo è una questione di “equilibrio”, un equilibrio che a volte si sa che c’è e a volte non si capisce che non c’è più.

Tu, forse hai “deciso” di stare sotto la “crepaccia terminale”, cioè di non superare la linea di equilibrio?
Io questa linea la supero tutte le volte che parlo con gente come te! Il momento pericoloso è questo! Non quando sei sotto una crepaccia terminale! E’ quando hai a che fare con la “forza”… poi la crepaccia può essere occasione di morte, o di un incidente in cui puoi sopravvivere o non sopravvivere… ma il momento in cui si decide tutto è nella tua testa, prima, non dopo!

Certe cose sono chiare: ora che io mi senta sempre più solo è una cosa emozionale, vera, perché se tu sei stato amico di una certa persona… “C’è Gianni!”. Perché ti guardi intorno e vedi che è morto questo e quell’altro… e dici: io ho cominciato con Gianni, e Gianni c’è!

Ed ha fatto un sacco di cose che io non ho fatto, quindi mi completa in qualche modo, o io completo lui… vedevo in lui un completamento, non dico che fossimo quasi la stessa cosa, non sono così rincoglionito, ma è una sensazione, una emozione che tu provi!

Come adesso, che c’è mia moglie! Le voglio bene, lei c’è! Altro che sentirmi più solo…! Non parliamo di cose così strane, no?

Dopo, sull’equilibrio, lì andiamo nel campo minato, non si può dare alcuna spiegazione, solo ricordare a colui che legge che è in un campo di dimensioni più ampie di quelle del semplicemente umano. E’ un campo metafisico certamente, pericoloso, che ti mette in contatto con forze ed energie che tu non puoi controllare, assolutamente!

Vatti a leggere attentamente quello che ho scritto su Casarotto, perché lì veramente c’è il mio pensiero, “quasi preciso”, specialmente il passo che riguarda la sua solitaria alla cresta del McKinley, che poi lì c’è il “tentativo” di morte subito dopo, nel crepaccio, episodio rispetto al quale quello fatale di un anno dopo sul K2 è quasi la replica. Questo è agghiacciante, se ci pensi! Lo dico. Però bisogna farci caso, perché è quasi detto con non-chalance.

L’equilibrio interiore è la capacità, o conscia o inconscia (perché potrebbe essere un po’ l’una e un po’ l’altra cosa) di fronteggiare le grandi forze sconosciute del tuo inconscio e dell’inconscio collettivo in cui siamo tutti immersi.

La maggior parte dei “sereni”, quelli che non hanno problemi, ha un equilibrio quasi innato, istintuale: e vive felice; altri lo cercano più volutamente, con contrasti e mettendosi nei pericoli, perché c’è il rischio che il mostro ti mangi. E’ un mostro!

E la “diplomazia interiore” tra ciò che noi riusciamo a comprendere con il nostro intelletto (la nostra parte razionale e cosciente) e la parte incosciente, è una diplomazia difficilissima… le trattative tra Grecia e Unione Europea sono niente in confronto! Anche la parte inconscia è lì a riscuotere crediti!

E’ difficilissimo l’equilibrio ed è un attimo che salti qualche fosso e “caghi fuori dal bulacco”, come dicono a Genova. E’ un attimo, ed è per questo che dico che è estremamente pericoloso. Perché potresti lasciarti prendere, potresti inflazionarti da solo, dare troppa importanza al tuo “io cosciente” che crede di avere raggiunto chissà quali mete di dominio su di sé.

Senza pretese di successo?
Senza pretese di successo! La traduzione è che il nostro io non deve minimamente mai pensare di essere superiore al tutto quello che lo circonda.

Vuol dire umiltà. Vuol dire limite! Come ho già detto, no-limit è una bestemmia. Purtroppo la maggior parte della gente non lo comprende.

Mi è chiaro che non è chiaro…
E’ chiaro che non è chiaro, giusto! Ma c’è un quadro, che può essere terrificante e nello stesso tempo così soddisfacente da essere auto-bastante, totalizzante, perché non c’è bisogno d’altro. “Tutto il resto non conta”. Però poi ti accorgi che questa frase è una grandissima stronzata, è solo un pensiero… perché alla fine tutto si traduce negli “atti” che fai!

Le azioni umane quotidiane?
Uno non può, nel suo proprio quotidiano, dire: faccio qualunque cagata perché tante le cose importanti sono quelle là e le so! Le so un cazzo! Perché sapere non significa niente. Quello che è importante è che tu le faccia, e non solo saltuariamente, bensì sempre, nelle cose che sei chiamato a fare, dal cagare tutti i giorni al mangiare, dal volere bene ai tuoi figli e ai tuoi cari al dovere del lavoro. Le tue azioni devono essere precisamente inquadrate in questo modo di vita, che prevede anche la superficialità.

Non fai niente senza la “superficialità”, quel moto di non-importanza!

Un gesto d’amore è qualcosa che fai perché lo senti. Chi lo riceve è contento e la cosa muore lì, ma questa azione rinfocola un amore, continua a costruire qualcosa che emozionalmente è importante. Tu hai bisogno delle tue emozioni, la tua compagna ha bisogno delle sue emozioni. Ed entrambi abbiamo bisogno di dare.

E quindi dobbiamo vivere così: se mi metto a pretendere che tra di noi tutto è già stato detto e fatto e che quindi io possa negarle una carezza (o una sicurezza), è finita, non va più bene.

Ecco perché dico che nelle tue azioni di tutti i giorni si deve rispecchiare questo mondo, deve essere quasi cristallino, anche se a volte ombroso, e l’ombra c’è proprio quando viene detto che il mistero è importante.

Nel momento in cui tu difendi il mistero, passi al “nemico”! Non so se ti rendi conto? Passi al nemico letteralmente! Perché il mondo visibile che ti sta circondando è nemico del mistero. Chi vuole il mistero, chi lo ama? Dimmelo! Nessuno!

Nemmeno le religioni?
Intanto la religione fa un grosso errore perché si basa sul mistero per darti una “verità” che è così, punto e basta. Cioè tu devi avere fede e vedrai che sarai ricompensato. Ma che cazzo mi dici? Io devo avere fede in quello che mi racconti tu e quattro libri detti Antico e Nuovo Testamento? Devo avere fede in questo? Sono strumenti che io leggerò, magari anche con avidità… ma non chiedermi la fede cieca in una verità “rivelata”.

Ma non può essere considerata la religione come un “difesa” del mistero?
Può esserlo, ma nel momento in cui una religione pretende che “quel” mistero sia verità, allora diventa una difesa del mistero tramite una verità affermata. Che mistero è più nell’“ipse dixit”?

Ecchecazzo! No! Io voglio invece indagare cosa c’è dietro ‘sta roba, a quel punto contemplando il mistero, perché se io so che quella lì non è la verità, allora il mistero c’è ancora e riesco a contemplarlo.

Nell’indagine del mistero, alla fine, senza pretesa di successo, c’è la contemplazione di esso!

Gian Piero ha “preteso” quel successo?
So solo che di fronte all’accettazione della propria morte, tutto passa in secondo piano, cioè cambia il piano: non puoi più affibbiare i tuoi coefficienti di ragionamento e di emozione a una persona e a un individuo che hanno cambiato determinate regole.

Se tu giochi a scacchi e il tuo compagno gioca con altre regole, beh, il gioco non è più possibile. E’ un altro gioco e non riesco più ad applicare la formula “ha sbagliato/non ha sbagliato”, non ci riesco perché siamo su un altro piano. Io accetto che ci possa essere un piano diverso, nel quale io non mi sono mai addentrato né voglio farlo.

Nelle lunghe telefonate parlavate di queste cose?
Dopo il 1975, nelle lunghe telefonate parlavamo proprio di questo. Prima si parlava solo di vie.

E’ stata una grande esperienza. Tra l’altro, dopo che lui è morto, “confesso” (posso usare questa parola: confesso!) che mi sarebbe piaciuto, nel periodo in cui iniziavo a fare l’editore, prendere i suoi scritti e farne un libro (esattamente come è stato fatto un bel po’ di anni dopo da altri, con il titolo “I Falliti”, un bel titolo di merda), perché talmente grande era l’emozione per quanto successo, che mi sembrava dignitoso raccogliere gli scritti e proporli…

Ma non mi è stato possibile per motivi che a raccontarli non ci si crede. E che non voglio raccontare! Perché metterei in cattiva luce delle persone e questo non è giusto, questo non è giusto! Ma li so bene i motivi, piccole miseriette.

Oggi sono contentissimo che non sia successo e che quindi il libro lo abbiano fatto altri, meno coinvolti di me: mi sarei messo in una situazione allucinante di pericolo, perciò sono stato salvato!

Le miseriuccie… perché dare importanza alla superficialità? Perché, porca puttana, a volte ti salva! Piccole cattiverie di una persona nei tuoi confronti ti salvano! Allora rivalutiamole queste cattiverie!

E’ una lotta senza quartiere… Per esempio l’eliski: ti dicevo “ci si incista”… ma ora capisci di più il significato della parola “incistarsi”?

Ci si incista su una cosa di questo genere perché non si prendano in considerazione tanti altri problemi. C’è un doppio piano: un piano più forte.

Ci si incista perché ti rendi conto che è su queste piccole miserie che vale la pena di combattere. Ti ho fatto l’esempio di ‘sti qui che credevo mi avessero fatto del male impedendomi di realizzare quel libro… invece, a distanza di qualche anno, ho capito che mi hanno fatto del gran bene, non del male e li ringrazio ancora oggi!

Certo involontariamente, ma che importanza ha se considero che la parte involontaria e quella volontaria fanno parte di un unico essere?

Quello che ti ha pestato il piede e ti dice che non l’ha fatto apposta: va bene, non l’ha fatto apposta, ma qualcosa che glielo ha fatto fare c’è. Io non credo al caso. Dopodiché non è che l’ammazzi perché ti ha pestato un piede, e se pestarti il piede significa salvarti, benissimo!

Ma perché chiami Gian Piero proprio: “Maestro”?
Ma perché, porca miseria, io ero un “baluba totale” di questo genere di cose, uno che brancicava nel buio… perché è pur vero che io avevo cominciato il mio processo di individuazione, per citare Jung (ma si può chiamare in tanti altri modi), ma ero ancora alle prime scaramucce…

Sì, ciascuno lo inizia quando nasce, ma il momento in cui tu riconosci che lo stai facendo è una situazione particolare. Finché lo fai senza accorgertene e fai la tua vita, va bene. Ti stai modificando pian piano ma non lo sai. Nel momento in cui cominci a saperlo, e sai che stai cercando di dare una direzione capendo cosa hai dentro, è lì che comincia il processo di individuazione.

Questo è successo dentro di me, guarda caso nel 1975. Eravamo coetanei con Gian Piero (lui era del 6 agosto e io del 29 luglio).

Il glorioso pullmino verde con il quale Ornella e io compimmo il viaggio in Oriente 1974-1975. Qui nella Khagan Valley (Pakistan)
1975.01 Khagan Valley 001, pullmino verde

Nel 1975, per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose di casino totale… con Ornella avevamo deciso di partire e fare un viaggio in Asia, lasciando 50 lire sul conto corrente. Il viaggio iniziò nel novembre ‘74 e tornammo nel settembre ‘75, dunque quasi un anno. La “scomparsa” di Motti è esattamente del 21 giugno 1975 e io ero in Ladack… l’ho saputa solo quando sono tornato.

Il processo di individuazione mio è incominciato in un momento preciso: durante il viaggio di ritorno, con il furgone, Ornella ed io eravamo in Grecia. Nei pressi di Salonicco, molto stanchi, ci fermammo per dormire vicino al mare e mi venne una terribile diarrea. Sono andato in mare ed ho cagato in acqua! La diarrea è importante perché ti libera! E’ mancanza di controllo… il controllo delle feci non c’è più, stai perdendo controllo su qualcosa in termini psicologici.

Appena tornato a Milano, dopo un anno di furgone e di 8000 (ero stato sul Lhotse), lì a casa ho capito che avrei dovuto intraprendere una certa strada, che è quella dell’introspezione e ho iniziato a leggere una quantità spaventosa di libri.

In quel momento ho rivisto, credo a novembre, Gian Piero ed è lì che ho avuto da lui determinati input. Le due strade si sono incrociate e abbiamo capito entrambi che il mondo che avevamo condiviso, quello di prima, quello alpinistico, dell’andare in montagna, era un mondo non morto, non da seppellire, ma che andava letteralmente in secondo piano! Per lui, ma anche per me.

Da allora non ho più fatto queste grandi cose, sì ho fatto qualcosina, ma non stiamo parlando delle grandi imprese degli anni prima: la solitaria alla Walker, il Naso di Zmutt… e avrei potuto farne anche altre perché la forza ce l’avevo, ma non avevo volontà di passare un certo limite!

Ho riconosciuto un limite ed ho preferito andare in un’altra direzione, questo assieme a lui, e siccome lui aveva avuto quell’esperienza del 21 giugno 1975, da lui ricercata peraltro e comandata quasi dalle sue voci del mattino, capisci che tutto questo mi metteva nella posizione di “allievo” puro e semplice. Ecco perché lo chiamo “maestro”… perché lo è! Non è che sto esagerando! Anche se lui probabilmente si incazzerebbe…

Ma non che lui ti abbia indicato una strada precisa da seguire, giusto?
Beh, certe affermazioni le faceva, per carità! Ma era anche uno che ti stava a sentire. Gli raccontavo di quello che facevo, della cagata in mare, dei libri che leggevo, del mio rapporto con Ornella, tutto un insieme di cose che faceva parte del bagaglio di due amici che parlano.

Ma in tutto questo pian pianino si è affermato lui e lo riconosco con la massima umiltà: aveva fatto delle esperienze più forti delle mie, più intense, più paurose, più tutto. Non mi ha mai detto “bisogna” fare così! Non è che facesse il maestro, nessuno ha mai supposto questo. E’ che si imponeva a tal punto… in un consesso di persone magari diceva mezza parola e basta, e tutti quanti lì come pecore ad ascoltare, poi c’erano quelli che lo odiavano, ma la maggior parte era affascinata, senza che lui lo volesse, perché doveva stare attento a esercitare in pubblico determinati suoi fascini, perché non andava bene…

Ricordo per esempio che c’era più trasmissione per telefono che non a voce; per telefono si lasciava andare di più. Chiudevo la telefonata intontito… mentre nell’incontro faccia a faccia era più leggero. Magari di persona, o con altre persone, non si entrava eccessivamente in profondità… ma invece la telefonata tra noi due era micidiale!

Sai quante volte ho detto: mi piacerebbe fare quello che fa lui, ma per fortuna non l’ho fatto, non era la mia strada!

La mia strada era altra: la mia strada è stata quella di fare due figlie con la seconda moglie e poi prendere anche una terza moglie. Questa era la mia strada, e ognuno la giudichi come vuole.

In una vecchia intervista di Filippo Zolezzi, disponibile sul web (ma non so di che anno) [http://www.alpinia.net/editoria/interviste/int_008gogna.php], dicevi che avevi un sogno nel cassetto; cos’è questo sogno cui accennavi?
Il “sogno nel cassetto” è sempre quello: è vivere la propria vita seguendo quello che è già scritto. Fare in modo che la tua vita coincida con ciò che è stato scritto. E’ chiaro?

No…
Sì… perché il libero arbitrio c’è quando c’è un limite o più limiti, chiamiamoli “paletti”. Tu scegli e scegliendo determini la tua libertà. Questa è la libertà dell’adulto. Quella dell’infante è il fare il cazzo che vuole, ma quella non è vera libertà!

Ma la tua libertà, di adulto, ha bisogno, per essere tale, di paletti. Allora quale può essere il paletto più grosso? Il paletto più grosso è accettare che esista un “destino”. Ma questo destino è “variabile”: è qualcosa che tu effettivamente puoi cambiare, quindi libertà!

La vera libertà consiste nel fare esattamente quello per cui tu sei stato destinato, sapendo che puoi fare altro.

Quindi l’abilità di riconoscere ciò che è il tuo destino, la capacità, la voglia anche di farlo, non l’acquiescenza al come va va, ma la voglia di fare esattamente quello che tu sei stato chiamato a fare.

Carl Gustav Jung
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Questo mi è difficile da capire, perché sembrerebbe una contraddizione in termini!

No, no! Perché tu sei libero di non farlo e diciamolo pure, non è che ci si riesca così facilmente. E’ una impresa disperata! E’ disperato riconoscere quello che sei portato a fare, e poi farlo davvero… può essere fastidioso, può essere brutto, può implicare la tua morte… questo è successo a Gian Piero.

Questa è secondo me la funzione dell’individuo sulla terra, perché è evidente che il contadino vietnamita nella sua risaia è chiamato a fare al mondo delle cose abbastanza diverse da quelle che sono chiamato fare io piuttosto che tu o l’esquimese, o la signora Merkel! Ci sono dei destini, cazzo, dai!

Già come nasci, vuol dire determinare il 99% della tua vita. Nel momento in cui nasci in un certo posto da certi genitori. E’ vero o non è vero?

Non è che uno che nasce nelle risaie o nel deserto ha le stesse possibilità di uno che nasce a Milano o a Londra… Non è così, non mi possono dire questo.

Allora significa che c’è una prima bozza di destino: tu sei stato chiamato a fare questo: sei nato là con questi genitori, con questa educazione. Questo è da accettare, porca puttana! Non è vero che siamo tutti uguali. Siamo uguali fisicamente, questo sì, non c’è differenza tra uomo nero e uomo bianco. Ma se nasci in una squallida periferia in Nigeria, o nel Biafra o nella guerra del Darfur, se nasci lì, sei condannato a sopravvivere o morire dopo pochi giorni di fame! Non vogliamo parlare di destino, qui? Quindi è da scemi dire che il destino non esiste! Non è vero che il destino non esiste e quindi non è vero che possiamo fare il cazzo che vogliamo purché che lo vogliamo.

C’è un destino e l’abilità consiste nel fare esattamente quello che lui vuole. Questa è l’unica libertà che ti è concessa. A tue spese e a tuo pericolo e nella pressoché totale incertezza sull’avere successo.

Ma allora qual è la differenza tra la ricerca disperata e pervicace del proprio destino e il non fare un cazzo, ovvero il vivere superficialmente, senza farsi domande?
Io ti potrei dire che la differenza non la so! Perché sono preso a tal punto nell’altra via, che mi riesce quasi impossibile che ci sia gente che questa via non la cerchi… però sono abbastanza integro da riconoscere che hai ragione, c’è un sacco di gente che vive così… e, a ‘sto punto, non mi rimane altro da dire che per loro è abbastanza facile seguire il loro destino. Se il loro destino è quello di non avere alcun tipo di curiosità… ebbene, lo stanno facendo! E io devo tenerne conto, perché come ho detto prima, i superficiali, chi non guarda al mistero… io li devo rispettare come tutti gli altri, perché se io non lo facessi, mi metterei in una posizione di superiorità che non mi compete, che mi esalterebbe e che m’inflazionerebbe pericolosamente.

La conversazione si deve interrompere qui, e forse manca una ultima domanda conclusiva, ma anzi no, l’incontro si chiude forse nel modo più significativo, il più bello: appena chiudiamo il registratore entra a casa di Alessandro sua figlia Elena (non si vedono da un po’ di tempo), e si abbracciano a lungo. Forse l’abbraccio è il destino!

Elena, circa dieci anni fa
Elena a casa di Simone

Li lascio subito soli, e tornando in auto verso Genova, mi vergogno un po’: per essere stato inadeguato, non avendo seguito nemmeno la traccia delle domande che mi ero preparato, dimenticandomi di chiedere di Messner, e di questo e di quell’altro, e dell’Arte, dell’Amore, della Natura… e mi sento davvero ignorante sugli argomenti filosofici trattati. Che velleitario sono!

E quando ha detto Perché Dio non si auto-riconosce!”… Io non sono certo un teologo… ma la frase mi spiazza forse più di tutta la sua spiegazione sulla “energia”, che invece in parte “capisco”.

L’auto-riconoscersi… questo sì che è complicato al cubo! Avrà fatto riferimento al testo di Jung, ma mica ce la si può cavare con l’intuizione inconsapevole!

Ma poi in fondo credo mi abbia detto già molto, e lui direbbe: anche troppo!

La temperatura esterna a Milano è 40 gradi, ma quella interna dentro di me è stranamente fresca. E se la ricerca del destino è una impresa disperata… mi pare di essere ora quasi leggero.

Libri citati
La Sacra Bibbia, Il Libro di Giobbe, circa 575 a.C.
Platone, Repubblica, Libro VII, Il mito della caverna, circa 360 a.C.
Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, 1952
Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca, 1975
Alessandro Gogna, La parete, 1981
Gian Piero Motti, I falliti e altri scritti, a cura di Enrico Camanni, 1983-2000
Renato Casarotto, Oltre i venti del Nord, 1986
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, 1974
Pietro Tarallo, Gianni Calcagno, 1993

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La pervicace ricerca del destino – parte 1

La pervicace ricerca del destino – parte 1 (1-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

Perché ancora un’intervista ad Alessandro Gogna? Quest’uomo ha fatto così tanto e ci ha comunicato così tanto, come forse pochi altri alpinisti, pochi altri intellettuali, in questi nostri tempi decadenti.

Ma da qualche anno, leggendo gli articoli quotidiani del suo Gogna Blog, ed anche rileggendo bene alcuni passaggi in suoi vecchi libri, compaiono qua e là alcune tematiche di ampio respiro, quasi estranee alla solita dialettica alpinistica; compaiono ricorrenti parole come Natura, Amore, Libertà, Arte, Mistero. Ho la sensazione che tutto il suo dire sia una maledetta metafora, tra materia e spirito.

Traspare l’elaborazione di una visione filosofica, ma ho come la sensazione che, malgrado le innumerevoli interviste e le sue numerose partecipazioni a convegni, malgrado l’impegno trasparente delle lotte ambientalistiche, ci sia nei suoi articoli ancora qualcosa di detto e non-detto, un pensiero ancora non chiaro a me. Per questo azzardo proponendogli questa intervista.

Il risultato è forse più sorprendente del previsto ed il lettore è invitato ad auto-assicurarsi con una sosta fatta a modo, perché poi i tiri intellettuali sotto sono belli esposti.

Bisogna legarsi, come Ulisse. Buona lettura.

Giorgio Robino
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PARTE 1 (l’azione sociale)
Le Guide Alpine, il Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, l’Osservatorio delle libertà, il Gogna Blog

Il mese scorso, giugno 2015, sei stato eletto nel Consiglio Direttivo 2015-2018 del Collegio Nazionale Guide Alpine [http://www.guidealpine.it/elezioni-del-consiglio-direttivo-2015-risultati.html]. Mi racconti della tua esperienza come Guida Alpina?
Ho fatto il corso di Aspirante Guida nel 1979/1980, poi nel 1983 ho fatto il Corso Guida e sono stato bocciato nello scialpinismo; avevo profonde incomprensioni con il direttore di allora, Gigi Mario, un monaco buddista zen… L’ambiente non mi piaceva. Così non ho insistito!

Dodici anni dopo nel 1995 ero in una situazione tra coloro che stanno sospesi, perché ero Aspirante Guida ma non ero iscritto all’albo. C’era una ristrutturazione burocratica a livello regionale. Quindi hanno fatto una specie di sanatoria e in Lombardia, con un corso di tre giorni… sono passato, fine (mentre ora fai una cinquantina di giorni per diventare Aspirante e altrettanti per diventare Guida). Allora c’erano 30/35 persone nelle mie stesse condizioni, abbiamo avuto la stessa fortuna! Dunque sono Guida Alpina dal 1995. Ogni 3 anni faccio un regolare aggiornamento, e il prossimo sarà nel 2016.

Gigi Mario (Engaku Taino)
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Avevi idea di fare la Guida Alpina come lavoro?
No, non ho mai avuto l’idea di praticare, nemmeno nel 1979, in cui uno poteva crederci… sapevo che non era la mia vita, però mi piaceva l’idea di diventare guida proprio perché pensavo che il mondo delle guide fosse più “vicino” all’evoluzione di quello dell’accademico del CAI (ero accademico dal 1972, ma diventando Aspirante guida Alpina, venni messo fuori). Vedevo il CAAI un po’ troppo paludato, in realtà i decenni posteriori mi hanno dato torto.

Ho voluto fare il corso perché credevo che le guide avessero più responsabilità, nel mondo dell’alpinismo, nel senso che intanto erano sicuramente più preparate degli accademici, non che gli accademici non siano preparati, però le guide sono in montagna tutti i giorni, portano la gente in giro, hanno delle responsabilità e sono in continuo contatto con il mondo alpino. Poi forse avevo una visione un po’ romantica, come Popi [http://www.banff.it/giuseppe-miotti-rinuncia-al-titolo-di-guida-alpina/], per cui volevo aiutare le guide alpine, che dovevano tirarsi fuori da un certo tipo di limbo!

Una volta erano quelli con la barba e la pipa… (e le guide erano “del CAI”!). Ma, negli anni ’80, cosa erano le Guide Alpine?

Negli anni successivi al 1995 ti sei candidato come rappresentante nel collegio nazionale delle Guide Alpine?
No, quest’anno è stata la prima volta. Non lo ho fatto prima un po’ per ritrosia, un po’ per non avere troppi impegni; adesso posso perché faccio meno cose essendo più anziano, vado meno in giro, ho l’impegno forte del blog, ma ora ci sta, mentre dieci anni fa non ce la avrei fatta per mancanza di tempo.

Poi c’era questa sensazione di non essere come loro. Loro fanno il mestiere quotidianamente, io no. Questo mi ha un po’ frenato, in passato.

Ora però vedendo quanto sia sentita questa storia della ri-valorizzazione della Guida Alpina, il fatto di essere dentro e interessarmi di questi temi mi ha convinto: cominciamo a entrare e “rompere i coglioni”, sulla questione dell’eliski, della comunicazione, di tutte le cose di cui abbiamo dibattuto per anni! L’ambiente è mediamente ostile, non dico che tutti sono ostili, c’è una buona parte che dice che ho ragione. E’ però una fazione nascosta…

Se ti racconto come è andata l’elezione, c’è da ridere: non si era mai visto che si venisse a creare un “partito”: c’erano 18 candidati per 15 da eleggere, ma potevi votarne solo 9. Questo da regolamento, ok.

Ma 11 di questi 18 (me escluso, io ero nei rimanenti 7) si sono riuniti in un partito e hanno fatto un unico programma elettorale. Nelle varie schede di ciascuno andavi a leggere il programma elettorale e vedevi che era uguale identico, dalla prima parola all’ultima. L’aveva scritto Cesare Cesa Bianchi e undici guide l’hanno preso per buono. Uguale, fotocopiato! Non è che sia illegale… ma così è un “partito”!

Non ragioni più con la tua testa. Avevo sempre visto le guide come un insieme di persone estremamente individualiste, teste dure… invece no! Ecco che le 11 persone sono state elette tutte e qualche altro è passato… io sono passato terzultimo su 15: avevo 156 voti su poco più di 500, cioè più di un quinto di voti. Devo dire che mi fa piacere… Risultati dello scrutinio: [https://votazioni.guidealpine.it/site/app/#/candidates].

Tra gli eletti leggo che c’è anche Ermanno Salvaterra, ne sono felice perché sono sicuro che anche lui è sicuramente d’accordo con le nostre lotte ambientali (per certo è contro l’eliski!) e mi dispiace invece che non sia stato eletto Stefano Michelazzi (Un futuro diverso per le guide alpine [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/17/un-futuro-diverso-per-le-guide-alpine/], Un buon programma elettorale [http://www.alessandrogogna.com/2015/04/14/un-buon-programma-elettorale/]). Qual è il tuo intento all’interno del collegio?
Io voglio semplicemente, da persona di buon senso, che la guida si liberi da questa visione, che si è anche auto-imposta, di “manager della montagna”.

Ermanno Salvaterra. Foto: Agh da girovagandoinmontagna.it
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Se vogliamo dire che ha la autorità di farlo, benissimo! In effetti nell’insieme è sicuramente il più preparato, su questo nessuno discute! Ma anzitutto deve accettare che nelle espressioni dell’accompagnamento in montagna di più basso grado ci siano anche altre figure, e questo in parte è stato fatto con la figura dell’accompagnatore di media montagna. Però ci sono regioni che non hanno questa figura e che ne hanno altre, ed è un casino, lì effettivamente bisogna mettere un po’ di ordine. Poi c’è il torrentismo dove ognuno fa il cazzo che vuole, poi c’è un abusivismo dilagante e ci sono gli istruttori del CAI che fanno casino anche loro… E questo riassetto è il compito di Cesa Bianchi, compito difficile che gli auguro di svolgere al meglio.

Invece, rispetto alla questione ambientale, manca una posizione chiara: la parola “ambiente” non è mai pronunciata, mai scritta nel manifesto elettorale di Cesa Bianchi!

A me invece interessa che la figura della guida, tramite un diverso approccio nei confronti dell’ambiente, sia recepita dal pubblico diversamente da come è recepita ora!

Per il resto… cosa vuoi, gli aspetti tecnici, la card europea da ottenere, il rinnovamento del nostro regolamento, i consigli disciplinari, la lotta all’abusivismo… sono compiti da svolgere e obiettivi da raggiungere, di certo anche difficili. Farò del mio meglio per appoggiare le risoluzioni più sensate. C’è il discorso degli albergatori che in Trentino possono accompagnare i clienti in giro. Queste sono cose da rivedere senz’altro! Non lo accettiamo come guide! E’ importante che ci facciamo sentire, è importante una comunicazione adeguata.

Queste sono cose che Cesa Bianchi e il suo vice (di recente nominato) Davide Anchieri sanno certamente fare… altrimenti non avremmo (e non avrei) votato Cesare! Va bene che era l’unico candidato… ma avrei potuto consegnare scheda bianca. E’ un peccato che non abbia pronunciato la parola “ambiente” nel suo programma. Per lui l’eliski va bene, gli impianti nuovi vanno bene… va tutto bene…

Sono lì per quello. Il resto è roba che sanno fare meglio di me, per non parlare dei materiali e delle tecniche. Io sono anziano, e lì c’è gente preparatissima! Vorrei discuterne solo a livello di comunicazione. Perché solo lì sono più preparato di loro.

Sono nel collegio per le lotte ambientali di cui scrivo da anni, per esempio per la questione l’eliski, ultimo ma non ultimo dei problemi. Vorrei che il collegio alzasse la testa e dicesse con orgoglio che le guide non hanno bisogno dell’eliski.

E’ una domanda retorica, ma te la faccio lo stesso: perché proprio la lotta contro l’eliski? Credo tu abbia detto in passato: “Anche fosse l’ultima delle battaglie, la dobbiamo fare!”. Perché?
Perché ci si “incista” su determinati punti simbolici, sapendo perfettamente che ci sono molti altre questioni rilevanti, il famoso “benaltrismo” non è che c’è a caso… è chiaro che ci sono altri punti, magari più importanti} anche stando solo in montagna. Se poi andiamo in pianura, nelle città, abbiamo dei problemi giganteschi, planetari!!

Però noi siamo qua a difendere una parte di questo mondo, che è la montagna, il mondo alpino, il mondo della quota, e qui capita di incistarsi su un punto preciso, come nelle guerre: in una guerra il fronte può essere di 700 km, ma poi la battaglia viene fatta in un punto preciso, magari quella di Waterloo; l’eliski è Waterloo! Ed occorre vincerla questa battaglia, non si può perderla!

E’ una roba che non può succedere domani o dopodomani, però è un punto nevralgico sul quale bisogna insistere, insistere e insistere… pur sapendo perfettamente che ci sono altri punti e ce ne sono tanti: le ferrate, le funivie, gli impianti sciistici, il tanto odiato traffico dei SUV (ma non sono solo i SUV che inquinano), ecc. Chi più ne ha più ne metta… questo lo sappiamo, ma ci sono punti simbolici in cui si sta combattendo la guerra!

Quale può essere la via di uscita? La via è quella dei francesi: vietare tutto [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/31/le-ragioni-del-no-eliski-non-sono-quelle-della-sicurezza/]: anzi, l’eliski deve essere una attività “non contemplata”, per cui chi la fa è fuori legge. Punto.

Non è soltanto una questione di ambiente, lo sappiamo e lo abbiamo detto ampiamente! E’ una questione di formazione e di cultura!

E questo il punto chiave che pochi sono in grado di comprendere… occorre che ci poniamo un limite, hai presente la pubblicità dell’Adidas: “live without limits”?

Perché il limite è essenziale per la libertà!

Senza il limite, che tu stesso ti poni, non c’è libertà, non è che la libertà sia fare il cazzo che vuoi! La libertà è agire nel rispetto dei propri limiti, quindi scegliendo quello che puoi fare. Perché fare il cazzo che ti pare è la libertà dei bambini, non è la libertà degli adulti, siamo nell’infanzia dove non c’è coscienza, non c’è responsabilità soprattutto. Invece il limite è la condizione “sine qua non” della libertà.

La lotta è questa.

Quindi il discorso culturale sull’eliski va a pennello: poniamoci questo limite, non facciamo volare apparecchi, né d’estate né d’inverno, per portare su gente, perché questo è aggressione all’ambiente prima di tutto ma, secondariamente e non meno importante, è una educazione sbagliata di approccio all’ambiente.

Nel lungo termine il limite però non deve essere il divieto; il mondo che vorrei è un mondo senza divieti, e questo mi rendo conto che ora è utopia, ma vorrei un mondo in cui i limiti ce li creiamo noi stessi, senza che ci vengano “imposti”: comprendiamo da soli che certe cose non vanno bene, e agiamo di conseguenza.

La nostra missione è questa: siamo noi, quelli che credono in questi valori, che dobbiamo “insegnare” il limite! Se l’insegnamento deve passare dal divieto, usiamo anche il divieto, ma mi auguro che prima o poi il divieto non sia più necessario.

Tra l’altro la maggior parte della gente neanche ci penserebbe all’eliski, se questo non venisse proposto e promosso. I “clienti” che lo fanno sono completamente “incoscienti”. Da un lato ci sono i turisti ricchi, per esempio il russo che arriva l’amante e legge in albergo ‘sta roba dell’eliski… “Vengo anch’io!”. “Sì, tu sì”. Poveri di spirito che con i soldi pensano di fare tutto, però se non gli fosse offerto, non ci penserebbero: o starebbero a letto con l’amante, oppure andrebbero a giocare a golf, oppure a cricket…

E a riguardo di quelle persone (anche locali) che si fanno portare in rifugio a fare la mangiata (ci sono casi innumerevoli)… ma la mangiata la puoi fare molto meglio se ci vai con le tue gambe, con gli sci, con le ciaspole, comunque con le tue gambe, e se vai a fare una mangiata in rifugio in elicottero, o con il gatto delle nevi o la motoslitta, sei un poveretto!

E così la montagna diventa un “non-luogo”, come tanti altri.

Rispetto al gruppo facebook “No Eliski Sulle Dolomiti” [https://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti] che creai con amici e alla tua lotta continua sul Gogna Blog [http://www.banff.it/?s=eliski], e in generale rispetto alla necessità di un maggiore rispetto ambientale, ho la percezione che noi siamo una minoranza nella popolazione che frequenta la montagna.
Quale può essere una azione sociale per divulgare maggiormente la cultura ambientale?
Il Club Alpino Italiano potrebbe essere questo veicolo culturale?

Il CAI?! Ma tu le conosci le vicende del CAI Veneto, {proprio in relazione all’eliski} [http://www.banff.it/il-cai-veneto-dovrebbe-sconfessare-il-comune-di-calalzo/]? Non c’è speranza con certi dirigenti. La conosci la vicenda Doglioni [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/12/lamara-vicenda-doglioni-parte-1/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/13/lamara-vicenda-doglioni-parte-2/]?

La verità vera è che ci sono alcune sacche di malaffare all’interno del CAI.

Tu sei accademico del CAI?
Sì, sono accademico; il 10 ottobre 2014, nella riunione a Caprino Veronese, è stato votato che chi da accademico fosse diventato guida alpina possa essere riammesso come accademico: e io ho appena ricevuto la lettera ufficiale di riammissione.

C’è modo all’interno del CAI di fare valere quello che è scritto all’interno dello stesso Bidecalogo?
Sì, certo uno può lottare su questo, è una delle armi che abbiamo a disposizione! Il Bidecalogo [http://www.banff.it/?s=bidecalogo], malgrado i suoi piccoli difetti, nel complesso va bene! Si potrebbe migliorarlo (in alcuni punti tanto), ma può essere un buon punto di partenza.

Peccato che tutti ci si sciacquino con il Bidecalogo, prima di tutto certe sezioni del CAI, ma anche a livello di CAI centrale! C’è uno scollamento pauroso tra CAI centrale e le sezioni. E spesso c’è scollamento tra CAI centrale e le diverse commissioni (a loro volta suddivise in regionali).

Il CAI Centrale ha tentato negli anni scorsi di fare anche un po’ con il pugno di ferro, di metter insieme ‘ste cose, non riuscendoci; c’è stata la famosa assemblea di Soave [http://www.loscarpone.cai.it/news/items/il-convegno-di-soave-di-che-cosa-si-e-discusso.html], in cui venne fuori di tutto e il tentativo unificatore (peraltro mal condotto) naufragò.

C’è uno scollamento enorme, al punto in cui nello stesso Bidecalogo si dice: “Noi, CAI, siamo contrari alle competizioni”… bene, giusto! Poi dice “siamo consapevoli che molte sezioni organizzano eventi competitivi, per tradizione, ecc., e che non possiamo proibirli! Lo sconsigliamo ma siamo consapevoli che ci sono”.

Annibale Salsa
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Così vedi che c’è uno scollegamento tra il Bidecalogo e quello che è la pratica reale delle sezioni del CAI, che sono molto, molto autonome. In più aggiungi i gruppi regionali, pensa al CAI Veneto… non sono io a dire che lì c’è un andazzo quasi “mafioso”… però se c’è deve venire fuori! Un ente pubblico non può coprire nulla!

Per tornare alla tua domanda: sì, si può iniziare dal CAI e dal Bidecalogo!

Forse, un domani il CAI avesse ancora una presidenza come quella di Annibale Salsa, una persona degna… ma anche lui è stato sei anni presidente… non so quanto gli abbiano lasciato in effetti affrontare i problemi. Occorrono nuovi nomi, nuove volontà. In questo momento la guerra non può essere vinta e ci si dovrebbe limitare ad essere maggiormente preparati, con una base più forte dell’attuale.

Io li sto punzecchiando dal punto di vista delle scuole, del soccorso, ho riferito dello scandalo di Giuseppe Broggi [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/22/la-vicenda-broggi/] a Bolzano! Poi c’è Claudio Sartori, ingegnere, l’uomo che s’interessa dei 25 rifugi “ereditati” dalla guerra ’15-’18. E’ dell’8 luglio scorso l’accordo con la Provincia, proprietaria dei 25 rifugi, in base al quale CAI Alto Adige e AVS (Alpenverein Südtirol, il gruppo delle sezioni sudtirolesi di lingua tedesca) avranno la gestione. Ci sarà collaborazione o lotta? Speriamo che i 3,2 milioni di euro previsti per manutenzione e risanamento vengano spesi bene! Ora Sartori è anche presidente del CAI Alto Adige al posto di Broggi: e in un passato recentissimo lo stesso Sartori è stato anche il curatore tecnico, direttore dei lavori del famoso smantellamento del rifugio-albergo del passo Sella, di proprietà del CAI Bolzano, per la costruzione di un resort [http://www.banff.it/passo-sella-un-monumento-allanalfabetismo-paesaggistico/]. L’alberghetto per anni era stato lasciato andare… c’era già il disegno di smantellarlo per fare il resort?

Claudio Sartori (Presidente CAI Alto Adige) e Georg Simeoni (Presidente AVS), 8 luglio 2015
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Un resort! Non più un rifugio! Il resort del passo Sella oggi è realtà. La proprietà è rimasta al CAI Bolzano ma per decine di anni la gestione è e sarà di chi ha costruito e messo i quattrini… A Sartori l’Alto Adige (il quotidiano) ha fatto una domanda: “Ma lei non si è sentito in conflitto di interesse?”. La risposta sostanzialmente è stata: “Ma se lo sanno tutti, che conflitto di interesse è?”!

Finché nel CAI ci sono certi “amministratori grigi”, dirigenti cui della montagna interessa solo la parte “edificabile”, la nostra lotta lì dentro può essere solo perdente in partenza.

Ma bisogna andare avanti denunciando, denunciando e denunciando!

E’ uno scandalo che dopo aver acquisito prove inoppugnabili contro di lui, uno come Doglioni il CAI non lo denunci nemmeno! Il CAI è un ente pubblico e deve denunciare eventuali illeciti! E non l’ha fatto.

Tutto questo è molto grave!

La grandissima maggioranza di coloro che hanno posizioni dirigenziali nel CAI sono di certo persone degne, ma forse in qualche caso non sono adeguate; per esempio, Salsa è sicuramente una persona degna, ma non è bastato. Ci vogliono persone “adeguate”, cioè “sgamate”, che sanno cosa succede e intendono provvedere! Il rischio numero uno della persona degna è quello di tacere e di essere suo malgrado compartecipe dell’illecito.

E oggi non si può più dire “non lo sapevo, chi poteva immaginarlo…”, perché altrimenti si sarà anche degni, ma un po’ troppo ingenui! La situazione è estremamente grave sotto tutti i punti di vista.

Luca Gardelli
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Io non mi perdo d’animo perché so che c’è un sacco di gente che vuole combattere e migliorare, ma a combattere siamo una minoranza. Poi c’è un altro sacco di gente che oscilla, che non vuole crederci, ma che in qualche maniera potrebbe essere anche coinvolta nella ribellione… il “volontariato” non si spinge oltre un certo punto?

Pensa alla vicenda di Luca Gardelli [http://www.alessandrogogna.com/?s=gardelli]: il CNSAS è ora in gruppo di operai non pagato che va a pulire i muri?! Questa è veramente grossa! Questo volontario del soccorso alpino è stato “cacciato”, ma allora?

Anche Riccardo Innocenti è stato espulso ([http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/21/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/]). Vuoi che te la dice tutta? Se io fossi in loro, lì per lì potrebbe darmi fastidio di essere cacciato… ma alla fine dovrei esserne contento!

Perché è importante non far parte di un gruppo del genere, e poter dire: “Se un giorno sarete presi con le mani nel sacco, e prima o poi accadrà, io ne sono fuori!”.

Riccardo Innocenti
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Bisogna fare in modo che questi disastri vengano alla luce.

Quindi, se nella posizione direttiva del CAI ci sono persone che insabbiano… allora è per questo motivo che in questo momento il CAI è una macchina ferma, che non parte! E non decolla perché qualcuno ha il freno a mano tirato! Bisogna eliminare certi personaggi, facendo una guerra a ognuno, e fare spazio a una nuova generazione {dirigenziale} più pulita… perché questa è “CAI-opoli”!

C’è stata tangentopoli e ci sarà CAI-opoli!

Tu sei stato uno dei fondatori del movimento Mountain Wilderness. Cosa succede oggi in quella associazione? Quali sono risultati ad oggi raggiunti? Hai mai partecipato ai movimenti ambientalistici dei partiti politici e cosa fa la politica rispetto all’ambientalismo?
Nel novembre 1987 c’è stata la fondazione di Mountain Wilderness International, sponsor la fondazione Sella: a Biella c’era gente da tutto il mondo, e abbiamo redatto le tesi di Biella, creato uno statuto e fondato questa associazione, con 21 garanti internazionali [http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=424]. Per un anno c’è stata la sola associazione internazionale, poi sono nate le associazioni nazionali: la francese e poi l’italiana nell’88, poi tante altre.

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Credo ancora di fare, nel 2015, una lotta ambientalistica e nel blog do ampio spazio alle tematiche che sono care a Mountain Wilderness.

E’ vero che sono ancora garante dell’associazione internazionale e sono sempre stato riconfermato nelle elezioni che avvengono ogni qualche anno, ma dal 1992, per motivi di “bassa bega” ho perso fiducia nell’associazionismo e ho giurato di non fare mai più parte di nessuna associazione (concetto generale) perché le teste di cazzo per un anno o due ti lodano, poi purtroppo ti invidiano, ti usano, e francamente dopo qualche mese di sordido assillo ho detto basta e ho dato le dimissioni da segretario di Mountain Wilderness Italia. E’ stata una vicenda antipatica, personale, nella quale mi sono sentito umiliato e quindi ho chiuso. Sono rimasto garante della associazione internazionale.

Sui contenuti senz’altro la lotta di MW è giusta, poi sui sistemi si può discutere… ma preferisco affiancare la mia azione senza guardare quella degli altri: sono “libero battitore” e non giudico, l’associazionismo non mi interessa. Negli anni ‘90 sì che era forte! Il WWF aveva 500.000 soci. Oggi se li sognano.

L’uomo è ancora imperfetto per associarsi per qualche motivo ideale. Sono scettico.

Poi, non ho mai fatto parte di associazioni ambientali di tipo politico come per esempio Lega Ambiente, che era legata alla sinistra. Ora non conosco nemmeno più gli attuali dirigenti. Non mi piaceva il modo in cui lavoravano che era troppo politicizzato.

Alex Langer
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E quanto ai Verdi: ho partecipato con entusiasmo alla rifondazione dei Verdi. Dopo la morte di Alexander Langer nel 1995 c’è stato un momento di grande disorganizzazione. Era la fine del 1999, andai all’assemblea a Città di Castello. In un clima di grande ottimismo fu eletta una gran degna persona, Grazia Francescato, già presidente del WWF: fu un vero plebiscito. Tutti contenti, ma dopo sei mesi sono ricominciati i loro casini interni, per poi andare a finire con gente come Alfonso Pecoraro Scanio… e poi basta!

Anche qui in regione Lombardia c’era gente che qualche idea ce l’aveva… ma poi alla fine la logica della poltrona ti adegua, spettatore battuto, alla greppia generale.

Ed il lavoro con l’Osservatorio delle libertà? Lo segui tu il sito web [http://osservatorioliberta.it/]?
Sì. Io sono portavoce, nominato, ma di fatto l’osservatorio “non esiste”! Le persone cui può importare qualcosa sono pochissime. Io ho denunciato il fatto che l’osservatorio deve nascere veramente, con il coinvolgimento di avvocati e giudici, ed in parte ci sono riuscito, ma la partecipazione è talmente rarefatta che occorre ammettere, con deprimente sincerità, che l’osservatorio non esiste.

Carlo Zanantoni
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La causa è in parte il fatto che non abbiamo voluto essere servi del CAI, non abbiamo voluto essere né commissione, né gruppo di lavoro, né “niente”, abbiamo chiesto l’appoggio del CAI senza essere istituzionalmente nulla, ma così diventa difficile che il CAI possa darti una mano. Magari il prossimo anno potremo andare a parlare con il nuovo presidente, ora sarebbe tempo perso.

Carlo Bonardi
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Attualmente nell’osservatorio ci sono: l’amico Alberto Rampini, presidente attuale dell’Accademico che ha sostituito Giacomo Stefani, e poi ci sono il buon Carlo Zanantoni e l’avvocato Carlo Bonardi, accademico, entrambi hanno dato molto all’osservatorio della libertà. Poi ci sono un po’ di avvocati e due giudici che collaborano saltuariamente.

Vorrei ora tener duro per un anno e poi andare a parlare seriamente con il nuovo presidente del CAI, che non so chi sarà; se fosse Vincenzo Torti, persona eccezionale, anche lui avvocato, allora sarebbe perfetto! Perché è il presidente che orienta… e se il presidente è orientato in altra direzione… allora non succede nulla! Vorrei qui precisare che non incolpo Umberto Martini, perché di fatto noi dell’Osservatorio non siamo stati precisi con lui… non volevamo essere commissione, non volevamo essere questo e quello… Martini è stato fin troppo accondiscendente!

Alberto Rampini
Vetta della Torre di Pietramurata. Foto di Alberto Rampini, 7.10.2012. A. Rampini, M. Furlani, A. Gogna. S. Michelazzi, A. Calamai

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Il Gogna blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]: com’è che hai maturato l’idea di realizzare un blog rispetto a quello che facevi prima, come editore, come autore di libri? Il blog è preambolo di un ulteriore progetto futuro? E qual è la tua idea di comunicazione attraverso internet e i social network?
Partiamo dal libro come espressione di produzione intellettuale non superficiale. Prendiamo un libro di contenuti, un saggio: in genere c’è spazio per non essere superficiali!

Nella mia vita sono sempre stato contrario alla superficialità, e questo deriva dalla mia formazione, dal mio carattere, dal mio segno zodiacale… sono sempre stato un introverso, un introspettivo, che trovava modo di esprimersi praticamente solo attraverso un’espressione comunicativa: il libro!

Non che non fossi in grado di scrivere un articolo, ma il libro è quello che mi faceva gioire. L’articolo l’ho scrivevo un po’ per commissione, o per soldi. Ma lì la mia introversione non mi permetteva di esprimermi, mentre in un libro ciò era possibile.

Questa tendenza si è modificata nel tempo, fa parte del processo di “individuazione” psicologica di qualunque persona; in parte “volevo” questo e nella ricerca della felicità c’era da fare il “passaggio”: riuscire ad accettare che l’uomo possa essere anche “superficiale” e, anzi, che a volte lo debba essere.

Cosa intendi quando dici: “essere anche superficiale”?
Accettare di essere “superficiale” significa dare il passaporto di ufficialità, di benevolenza, e di benvenuto anche, a tutte quelle manifestazioni che nella vita ci sono. Non mi erano estranee, ma io le tenevo nel limbo: il divertimento, l’essere “leggero”, fare un “ceto” (gossip)… cosa che odiavo in passato, il parlare dietro le persone!

Ora sono più aperto. Ed in questo processo, che è durato decenni, ovviamente il libro ha continuato ad essere importante, per esempio quando ho scritto la collana de “I grandi spazi delle Alpi” [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/19/i-grandi-spazi-delle-alpi/], ma anche dopo, quando mi sono occupato di Severino Casara [http://www.priulieverlucca.it/catalogo/scheda/La-verit-obliqua-di-Severino-Casara/97], o quando ho messo mano alla “Pietra dei Sogni”.

Il libro è rimasto, come impegno e come momento di maggior gioia di produzione, ma nello stesso tempo mi aprivo anche ad altre forme di comunicazione. Per esempio, quando ho redatto il numero speciale di Alp sul Cervino, collaborando con la redazione. Questa cosa mi è piaciuta, poi cosa è successo? il libro, le riviste, la stampa cartacea… è crollato tutto il mondo editoriale!

Fino a metà degli anni 2000 ero contrario ai social network, anzi, ero assolutamente contrario, nel modo più totale, ritenendolo il massimo della superficialità! Vade retro!

Poi ho avuto l’occasione di pensare a un blog per banff.it, il Gogna Blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]! Io non sopportavo i blog, i forum, i “Fuorivia”, ecc., poi mi si è presentata l’occasione nel 2013 di fare davvero un blog io stesso: e allora ho cambiato idea; in seguito ho capito che per diffondere maggiormente i contenuti del blog occorreva usare anche Facebook (dall’agosto del 2014), riconoscendo che quel mezzo ha i suoi i limiti di qualità, ma dal punto di vista della diffusione è imbattibile.

La mia formazione di “librifero” (creatore di libri), mi ha condizionato… e non voglio dare la dose informativa quotidiana come fanno la maggior parte dei siti, tutto in una paginetta con due foto. No. Non voglio fare questo!

Ogni giorno voglio pubblicare un contenuto “non-superficiale”! Io non ho budget da rispettare, capi che controllano il mio lavoro, sono assolutamente libero! Dunque il blog è uno strumento nel quale credo molto, e l’utilizzo di facebook è utilitaristico, mi serve per avere il polso della situazione, dove è semplice vedere le interazioni, piuttosto che utilizzare Google Analytics.

Cosa farò da grande con il Blog?

Vorrei che i lettori aumentassero e vorrei che diventasse un punto di riferimento. Se un giorno avrò una redazione (non lo voglio, ma non lo escludo), magari si potrebbe fare anche un lavoro di cronaca quotidiana ed allora sì, potrebbe esserci una concorrenza con planetmountain e montagna.tv, ma al momento non se ne parla.

Certo, vorrei raggiungere il più grande numero di lettori e queste sono ambizioni di qualunque blogger… ma su una cosa ribadisco una diversità: la mia cultura è diversa, ho accettato questo nuovo modo, forse superficiale, di comunicazione (ora che la carta è finita) dalla quale siamo subissati (internet). Ma il prossimo passo è che la comunicazione sia di qualità e per questo occorre proporre dei contenuti che non siano superficiali.

(continua)

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Meeting al rifugio del Croz dell’Altissimo

Un anno fa, il 28 agosto 2014, Alessandro Beber organizzava al rifugio del Croz dell’Altissimo un meeting (molto informale) invitando molti degli alpinisti che hanno contribuito alla storia alpinistica del Brenta.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Piero Ravà, Sergio Martini, Alessandro Gogna, Marco Furlani, Chiara Paoli, Valentino Chini, Mariano Frizzera, Marco Pilati + gatto GrillRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. P. Ravà, S. Martini, A. Gogna, M. Furlani, Chiara Paoli, V. Chini, M. Frizzera, M. Pilati + gatto Grill

Il risultato è stato un piacevolissimo incontro tra verdi e meno verdi glorie, un pomeriggio sotto alle grandi crode del Brenta e una simpatica cena al rifugio.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, Alessandro Beber, Andrea ZanettiRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, A. Beber, Andrea Zanetti

Per l’occasione era presente una piccola troupe televisiva. Qui di sotto 10 filmati intervista (Alessandro Beber, Danilo Bonvecchio, Valentino Chini, Marco Furlani, Giuliano Giovannini, Alessandro Gogna, Sergio Martini, Marco Pilati, Piero Ravà, Andrea Zanetti).

Alessandro Beber

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Risposte ad alcune domande

Intervista ad Alessandro Gogna
di Ruggero Bontempi (Giornale di Brescia)

Il clamore mediatico suscitato a seguito di alcuni incidenti avvenuti in montagna sembra quasi voler colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini. La montagna è ancora sinonimo di libertà?
La montagna è sinonimo di libertà più delle epoche scorse. Chi cerca di colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini (o in genere avventurosi) senza rendersene conto fa il gioco della libertà, tanto più apprezzata e inseguita quanto dai più “vietata”. Resta da capire a fondo perché ci sia tutta questa “invidia” verso gli spiriti liberi e le loro attività. Su questo punto ognuno ha le proprie tesi: la mia è che la nostra attuale “societé sicuritaire” permei la nostra educazione e il nostro vivere sociale, con il risultato che da una parte si pretende che tutto sia sicuro (per poter misurare gli errori e quindi le responsabilità, soprattutto giudiziarie quindi alla fine economiche); e dall’altra si blatera in modo schizoide di “no limits” e di “tutto facile, in piena sicurezza”.

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Lei vanta un grande impegno nella divulgazione di modalità di fruizione della montagna rispettose degli ambienti naturali. Come giudica il livello di sensibilizzazione attuale? E quali sono gli aspetti più critici?
Il livello attuale non è migliorato di gran che rispetto alle decadi scorse, purtroppo. Diciamo che c’è più rispetto “formale” per l’ambiente (meno rifiuti), ma quello sostanziale è rimasto inalterato (impianti di sci nuovi, ristoranti girevoli, luna park di montagna, captazione acque per innevamento artificiale, eliski, motoslitte, strade sempre più in alto, cementificazione, motori sui sentieri, contatto con la natura mediato da giocattoli vari (sci, bici, ecc): e scusate se dimentico altro. Per me l’addomesticamento generalizzato dell’ambiente naturale ha la stessa valenza distruttiva che hanno la violenza cementificatrice, la volontà di colonizzazione e il disordine da rifiuti.
Per fare passi avanti occorre dimenticare la parola “fruizione” (sinonimo di qualcosa che si è “comprato”, di uso, quindi di possesso e uso del “prodotto” ) sostituendola con la parola “amore” che si usava una volta.

Recenti provvedimenti normativi hanno reso obbligatorie alcune dotazioni individuali per la frequentazione della montagna invernale. Questi strumenti possono contribuire da soli a garantire la sicurezza?
No, non possono. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, e purtroppo non lo è a sufficienza. La sicurezza comprata va ad aumentare la sicurezza “passiva”, lasciando inalterata (quando perfino non la diminuisce) la sicurezza attiva che deriva dalle proprie conoscenze individuali, dall’istinto (quel poco che c’è rimasto) e dalla propria esperienza. Chi crede di essere “in regola” è sempre più a rischio di chi invece sa che ciò cui sta andando incontro non è mai prevedibile al 100%.

Nel 1978 lei, Franco Perlotto e il bresciano Marco Preti siete stati i primi italiani a salire la celeberrima parete Salathé di El Capitan. La Yosemite Valley continua ad essere una sorta di santuario anche per l’arrampicata attuale: quali sono gli altri luoghi simbolo nel mondo per la pratica di questo sport?
A questa domanda preferirei non rispondere. Per la fede ci sono Lourdes, Compostela, Medjugorje a livello mondiale: il che non impedisce che ci siano Loreto e altre migliaia di santuari minori.
Comunque, paragonabili a Yosemite, non ci sono altri simboli. Non dimentichiamo però che la gente olandese sogna il Monte Bianco, che i tedeschi sognano le Dolomiti e cose del genere. Poi c’è l’Everest che attrae i gonzi.

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Un alpinismo non più da prima pagina

Un alpinismo non più da prima pagina

intervista di Erika Varesi ad Alessandro Gogna (apparsa su L’Orsaro, n. 6, 2014, con il titolo La nostra montagna, principi e valori)

Se guardiamo agli articoli sui giornali, alle discussioni, all’evoluzione degli accadimenti, parlare di montagna ci porta necessariamente sempre più di frequente a confrontarci, e a dover fare i conti, con aspetti della vita in senso lato. In realtà non una novità, ma l’alta frequentazione della montagna, l’uso e l’abuso che se ne fa di essa, lo sviluppo delle tecnologie hanno reso più evidente l’evolversi di una mentalità che anche all’interno della montagna cerca di definire leggi e regolamentazioni, invadendone contemporaneamente gli spazi e in parte trasformandola in un bel parco giochi. Alessandro Gogna, alpinista che ha segnato la storia degli ultimi decenni, lo sa bene, oggi che tra le diverse attività, ha preso a cuore le sorti della montagna e di chi la frequenta. Non c’è solo il discorso “sicurezza e libertà”, ci sono anche l’ambiente, la qualità del nuovo alpinismo e il come l’alpinismo continui ad esistere.

«Nel mondo a noi circostante oggi tutto tende a fondare il benessere sulla nostra sicurezza, parzialmente imposta o posta come unica importanza – esordisce Gogna durante la nostra intervista – I francesi parlano di société sécuritaire. Fin da piccoli siamo spinti a evitare i pericoli e a evitarli soprattutto con metodi e strumentazioni che sono acquistabili o imposti dalla legge. Nella mia attività cerco di dimostrare che esiste una relazione precisa tra sicurezza, responsabilità, libertà».

Forse è una questione di società che, come ha creato un codice della strada, un codice civile e penale, una società religiosa con i suoi precetti, ora cerca di regolamentare quella parte di noi che vorrebbe invece poter usufruire di libertà, autodeterminazione e di scelta. «Ma perché oggi in primo piano ci sia la montagna non lo so. Però sì, c’è una sempre più un’eccessiva ricerca del colpevole, come nella società».

Alessandro Gogna, 67 anni fa (con la mamma Fiammetta)
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Quali sono le conseguenze per chi va in montagna?
«Se oggi una guida alpina porta un cliente in posti che conosce a menadito, può essere penalmente rilevante il fatto che, in caso di incidente, la guida non avesse avuto con sé il gps. È una follia: la guida alpina non avendo il gps è colpevole. Qualcuno potrebbe avere il sospetto che dietro possa esserci lo zampino commerciale, ma stento a pensare che tutto questo trambusto culturale, questa società sécuritaire sia dovuta solo all’aspetto economico. Il problema arriva con una citazione in giudizio. Una seria preoccupazione per le guide alpine, ma anche per gli accompagnatori dilettanti e professionisti».

Già, come per gli accompagnatori delle Scuole del CAI.
«Racconto un fatto. All’interno del CAI SEM di Milano un allievo dopo essere stato portato su una ferrata ed essere stato vittima di un infortunio (l’allievo nel percorrere una scala perse la presa su di un piolo e scivolò per la lunghezza del cordino cui era assicurato, poco più di un metro, riportando una frattura al piede, ndr) fece causa alla scuola. Sinceramente sono contrario al fatto che il CAI porti gli allievi sulle ferrate – ma a parte questo che rientra in un altro discorso come l’eliski, e quindi fa parte delle comodità – il CAI SEM è stato citato in giudizio e ha perso la causa 17 anni dopo l’accaduto. Era il 1995 e nel 2012 in Cassazione è arrivata la sentenza definitiva definendo il CAI colpevole. Questi sono i rischi, in una società che sempre più spinge a far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, assistendo a denunce e richieste di danni che sono assurde persine nella loro impostazione».

Prima hai portato l’esempio del gps: consideri indispensabile oggi la tecnologia?
«lo distinguo il materiale in due: quello sempre più evoluto che mi permette una miglior prestazione, tipo una piccozza, materiale avanzato e che ha la sua funzione, la sua ragione di esistere in una progressione più efficace che prima non c’era. Poi, c’è il materiale per la sicurezza, una bella cosa: dobbiamo sapere che esiste e dobbiamo imparare ad usarlo; ma può essere dannoso, specialmente per chi non ha una grandissima esperienza di montagna inducendo a pensare che con quell’attrezzatura, quella strumentazione si possa essere già a posto».

Cosa vuoi dire sicurezza in montagna?
«Ricordo il famoso manifesto del CAI, parliamo di 35 anni fa: “montagna severa” con il disegno di una vecchia guida. Oggi invece si parla di una “montagna sicura”. Nessuno vuole una montagna insicura, il pericolo ad ogni costo, ma parlare di montagna sicura prevede e sottolinea che ci possa essere una montagna sicura, basta che tu lo voglia. Ma non esiste la montagna sicura. C’è una montagna più o meno sicura, ma non sicura. È già sbagliata la definizione. Pensiamo a tutte le frasi fatte: le guide che ti portano in piena sicurezza, l’itinerario che è stato rimesso a posto, come dicono i tedeschi “saniert”, risanato come se prima fosse marcio. Sono tutte cose che sottolineano la volontà di un ordine razionale apollineo, come se noi potessimo sempre prevedere tutto il rischio e nullificarlo. Questo a beneficio anche delle società di assicurazione… C’è il rischio gravissimo secondo me di dare meno importanza alla propria sensibilità, alla propria intuizione, alla propria capacità di distinguere nei confronti, per fare affidamento solo su quelle che sono le sicurezze indotte tramite strumentazione, consigli, informazioni, internet, anche divieti, tutto».

Ecco il nodo cruciale: la libertà di scelta e il diritto all’autodeterminazione.
«L’individuo oggi si trova nella condizione di fare scelte che non sono dovute alla sua esperienza, ma rispondono a ciò che gli è stato messo intorno. Non solo in montagna. Le scelte non sono personali ma di altri e questo vuoi dire che la nostra responsabilità e la nostra autocoscienza diminuiscono. Questo ha una valenza ancora più importante quando si va ad analizzare cosa vuoi dire libertà. C’è chi pensa che libertà sia fare quello che si vuole, lo non penso questo. Quella è la libertà del bambino non della persona adulta. La libertà c’è solo ed esclusivamente se prima c’è stata un’analisi – anche in mezzo secondo se necessario – precisa di quello che si sta facendo. Nel momento in cui si fa una scelta possiamo definirci responsabili, e questo investe diversi aspetti: l’obiettivo tuo, ciò che ti porti con te, i tuoi compagni, i tuoi compagni in quel momento. La responsabilità è molto complessa ma anche molto importante e se viene utilizzata prendendo tutti i punti di vista che sono in nostra conoscenza, allora siamo uomini liberi. Se invece ci lasciamo prendere dall’adrenalina, dalle forti emozioni questa non è libertà, è un’altra cosa. Non devo essere attratto da una visione adrenalinica della vita perché non può durare».

Alessandro Gogna e Roger Schaeli
NonPiùPrimaPagina-Orsaro-c9366833e84586239c12affc265433a2Due anni fa tu stesso sei stato fondatore dell’Osservatorio per la libertà in alpinismo e in montagna. Cosa è successo in questi 24 mesi?
«L’Osservatorio è nato proprio dalla considerazione che la società sta andando verso divieti, regolamentazioni,, imponendo con una legge e con una sanzione una decisione che invece dovrei essere io a prendere. Questo è il punto chiave. Continuiamo a sostenere che un divieto posto da un’amministrazione viene emanato per tutelarsi. Ma è proprio così impossibile parlare di consiglio e non di divieto? Solo così verremmo trattati da adulti e non da bambini o cittadini di serie b. Per me è essenziale. Tanto più che questi divieti dovrebbero essere fatti almeno in modo intelligente. Nel comune di Fivizzano dopo il terremoto di giugno 2012, l’amministrazione promulgò il divieto di frequentazione di tutta la zona comunale delle Alpi Apuane che insiste su quel territorio. Lì non poteva andarci nessuno… tranne le guide alpine e le guide del parco delle Apuane con i loro clienti. Questa ribadisco è follia. Il terremoto risparmia la guida alpina e anche i suoi clienti? Mi sono informato: a maggio di quest’anno il divieto era ancora valido. Tutti ormai se ne fregano, ma il divieto c’è».

L’alpinismo è fallito. Lo ha detto Messner nel giorno del suo 70° compleanno. Sei d’accordo?
«Messner è il migliore del mondo e questo non si discute, un uomo di grande capacità analitica, ma questa affermazione non posso accettarla. Anche Bonatti lo disse in un articolo del 1975. Entrambi si sono trovati a cadere in questo errorino… Seriamente, come si può dire una cosa del genere? Guardate solo cosa succede ai Piolets d’Or – una manifestazione che personalmente mi fa venire i brividi perché secondo me nessuno dovrebbe andare a vincere un premio da nessuna parte sull’alpinismo. Ma chi fa i Piolets d’Or cosa sta facendo alpinismo d’avventura o gioca? Steve House non ha giocato sul Nanga Parbat sul Rupal, accanto alla via di Messner, fatta in stile alpino».

Come spieghi però che le grandi conquiste di soli pochi decenni fa avevano un valore storico e etico molto più forte di grandi imprese compiute oggi? Colpa delle sponsorizzazioni? Di una comunicazione sempre più immediata e non riflessiva? Di un numero maggiore di alpinisti? O davvero ormai è stato tutto fatto?
«È verissimo, l’alpinismo non va più in prima pagina. Ci andava negli anni ’70 – ’80 un po’ negli anni ’90. Ma se non c’è più quest’interesse morboso, questo eroismo a tutti i costi, allora vuoi dire che non c’è più l’avventura? Questo è sbagliato. Basta vedere cosa stanno facendo i giovani, cose incredibili un tempo impensabili, e le stanno facendo con minor dispendio di mezzi, in uno spirito di ecologia totale, senza spedizioni di mille portatori, senza elicotteri… Solo perché non ne parlano i giornali non esiste? A me non spiace francamente che l’alpinismo non vada più in prima pagina. Sono cambiate sì delle cose, ma che venga negata la sua esistenza, no».

Recentemente sei stato invitato a intervistare Hervé Barmasse che nel marzo scorso ha compiuto il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino. Tua invece la prima assoluta al Naso di Zmutt nel 1969. Cosa vuoi dire per te confrontarti con gli alpinisti di oggi?
«I protagonisti sono loro. Sarebbe un errore mettersi in un’altra dimensione di rapporto. Se solo mi sfiorasse il dubbio che noi vecchi queste cose le abbiamo già viste, le facevamo meglio, devo essere preso e allontanato. Io posso dire di avere una conoscenza».

C’è un alpinismo che si fa per sé e un alpinismo che si fa per gli altri? È forte la competizione tra alpinisti o è una costruzione per il pubblico?
«La competizione c’è e c’è sempre stata. Prendiamo l’esempio classico del Cervino, era il 1865: si sono scannati fintanto che l’hanno salito questo Cervino. È stata una competizione tra Whymper e Carrel che non si è più vista dopo uguale. La competizione è una componente dell’alpinismo, anche dell’alpinismo d’avventura. Detto questo però se diventa solo competizione si compie un passaggio culturale che è di grave importanza: si sposta l’attenzione tra l’uomo e la montagna a quello che è il rapporto tra gli uomini, e la montagna va necessariamente in secondo piano, diventa sfondo. Si rende la montagna palcoscenico delle gesta. L’alpinismo tradizionale non vuole questo, vuole un rapporto paritetico».

Guardiamo un po’ alla storia dell’alpinismo: quali sono secondo te i grandi nomi?
«Ce ne sono un’infinità. I primi che mi vengono in mente Cassin, Yvon Chouinard; Chouinard è tutt’ora un grande, una persona di grandissima apertura, quello che per primo ha individuato il tema ambientale e che ha cercato di portarlo in azienda con Patagonia. Poi Angelo Dibona, maltrattato dal fascismo perché nato in territorio austro-ungarico; Dibona non è mai diventato nessuno ma invece di morire povero in canna come è morto avrebbe dovuto morire serenamente e in modo consono a quello che ha dato all’alpinismo mondiale: dal 1908 al 1914 e poi dopo la guerra ha fatto cose per le quali io lo definisco il Messner di allora, su roccia e su ghiaccio; vedere come è stato trattato dal fascismo, l’oblio in cui è stato messo è indegno. Questi sono personaggi che mi hanno sempre colpito, ma ce ne sono tanti altri: Joe Brown, Don Whillans, Charlie Porter. Anche donne, Catherine Destivelle per esempio, ma ce ne sono tantissime che hanno fatto o fanno cose incredibili. Riempirei dei volumi di nomi… Dülfer, Piaz, Mummery…».

Cosa apprezzi e cosa rimpiangi di più nell’alpinismo di ieri e di oggi?
«Quello che rimpiango di più è la gioventù! Che dire… Sono stato a una conferenza stampa di Matteo Della Bordella, recentemente tornato da questa impresa in Groenlandia con due suoi amici: sette giorni di canoa, altri due per arrivare all’attacco, campo base, quattro giorni di salita, la discesa, qualche altra salita, ancora otto giorni di kayak per arrivare al primo villaggio. Il tutto in mezzo all’orso bianco; e loro tre in un posto fuori dal mondo. Vedere Matteo mi ha fatto impressione. Vedere questo ragazzo anche un po’ emozionato, negli occhi e nella voce gioia e entusiasmo per quello che aveva avuto la fortuna di fare: è quello che noi dobbiamo aspettarci adesso dalla nostra vita. Bisogna lasciarsi contagiare da questo entusiasmo. Poi la montagna è cambiata per quello che l’abbiamo fatta cambiare noi».

Prima di terminare, cosa rende forte un alpinista?
«lo credo sia la sua umiltà, il fatto di rapportarsi con la montagna nella maniera giusta; e in qualche modo è l’esercitare questa forma di responsabilità e di rapporto con il pericolo che lo fa vincente».

Alessanro Gogna, oggi
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La Pietra dei Sogni

Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che mi permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, sono finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo.

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PdSDa protagonista con i miei compagni, il nostro gruppo tenne la scena per un certo periodo, poi altri se ne appropriarono con energia, portando avanti la ricerca con uguale dedizione e la stessa possibilità di errori.

Luigi CutiettaPalermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Luigi CutiettaCi furono anni di ricerca, di miglioramento sportivo, di discussioni sul come e con quali mezzi, ancora oggi di certo non risolte.

Lorenzo Nadali e Lucia CeronLorenzo Nadali e Lucia Ceron in sosta a m.te Oddeu, Dorgali, giugno 98Intanto ci lasciavano Roby Manfrè, Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli, Oskar Brambilla e Lorenzo Castaldi, cui voglio dedicare questa fatica.

Francesco del FrancoUn protagonista di Capri, Francesco del Franco in calata dalla Steger (foto L. Ferranti, 2010)La vastità del territorio, la quantità di lustri e l’iperbolico aumento degli appassionati hanno creato un terreno di gioco tra mare e montagna per un grande numero di giocatori, giovani e meno giovani, seguire le partite dei quali è stato laborioso quanto entusiasmante.

Oskar Brambilla ed Elena Gogna, 19971997.05 Cala Fuili OskarBrambilla ed Elena , A. GognaNell’illusione, talvolta così forte da essere quasi reale, che l’occuparmi delle avventure altrui e lo scavare nei piccoli misteri fosse l’unico modo valido per non poltrire nei ricordi personali. Prendendomi la libertà di dare il giusto peso a imprese ben note e di bandiera, riequilibrandolo con quello delle dimenticate o quasi ignote, senza inchinarsi ad alcuna moda.

Un’illusione che porta a credere, maliziosa tentazione, che anche per noi “anziani” il sogno non sia ancora finito: e che la Pietra dei Sogni sia come quella filosofale.

Lorenzo Castaldi sulla sesta e ultima lunghezza di Eco sospeso (1a ascensione) alla Torre Attesu (Bruncu Nieddu, Lanaitto)L. Castaldi sulla 6a e ultima L di Eco Sospeso (1a asc), via di salita all'inviolataTorre Attesu di Fruncu Nieddu (Lanaitto). 31.03.2002

 

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Lo Scoglio di Mróz

Una “prima” vista da sotto: lo Scoglio di Mróz
di Mario Pozzo (pubblicato su l’Eco di Biella, ottobre 1972)

Lasciamo le macchine dove finisce la strada e subito il Miller rovescia in terra la ferraglia: ce n’è per una spedizione. L’ha cavata da un sacco giallo nuovo fiammante che “si allunga e s’allarga” e, appollaiato com’è su un paio di scarponi nuovi, plastificati, color ruggine, lucenti come scarpe di vernice, l’aggettivo più gentile che si attira è quello di marziano. Ha un bel mettere un mazzo di banane fra quelli dei chiodi quando qualcuno comincia a fotografare: l’aria del marziano gli resta e i «dove credi di andare» si sprecano. Lo salva l’urlo del Guido: – Eccolo là, lo vedete? Bello, eh…

8 ottobre 1972. Guido Machetto assicura Miller Rava, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Machetto assicura RavaUn colpo di vento ha spazzato la nebbia e vediamo finalmente questo Scoglio di Mróz. Uno spuntone tozzo e diritto che si staglia dietro una macchia di verde e i fili della teleferica. Visto da sotto in certi punti sembra di cemento, tanto è liscio. In mezzo l’ombra di un crostone giallo fa venir voglia di disegnare una via con il dito. La stessa voglia che quest’estate è venuta al Miller e al Guido. Solo che loro col dito non si sono contentati e hanno deciso di andare a metterci il naso. In quei giorni sull’Aiguille Noire de Peuterey, era morto Andrzej Mróz. Guido lo conosceva di nome: avrebbe dovuto essere suo compagno in un nuovo tentativo all’Aiguille de Peuterey in inverno che poi non si è fatto. Poiché lo spuntone che sembra uno scoglio non ha né nome né via, diventa lo Scoglio di Mróz. Un problema è risolto. Resta da fare la via. Una via di palestra, da aprire anche a rate, nelle domeniche morte. La prima rata quello stesso pomeriggio, la seconda in autunno.

Ed eccoci nella valle del Piantonetto. Dalle foto, scattate dal basso, lo Scoglio sembrava finire al terzo tiro di corda, oltre un tettuccio: un capriccio più che una scalata. Ma cambio idea subito. Saranno i ferri del Miller, sarà che quel coso fila su diritto per duecento e fischia metri, ma non rimpiango affatto la fermezza con cui ho respinto l’invito-complimento a cimentarmi. Del resto per questo capriccio si sono scomodati quattro signori che vanno: Guido Machetto, Miller Rava, Alessandro Gogna e Carmelo di Pietro. All’appello manca il Carmelo, appiedato dai ladri. Ha telefonato che si aggiusterà e nessuno l’aspetta.

Al momento di partire, Machetto il selvaggio è folgorato da un lampo di genio: sballare una cinquantina di scatole di attacchi di sci per fare spazio nel bagagliaio. Alle nove del mattino, lassù, con gente che ha già il sacco a spalle! Ne apre due, poi andiamo. Appena in tempo: alla terza Gogna, il «Dano», l’avrebbe mangiato. Appena tornato dalla Nuova Guinea dove ha trascorso un mesetto sugli altopiani popolati dai Dani, famosi oltre che per la curiosa guaina che sale dai genitali al collo anche per le tradizioni antropofaghe, cannibale di temperamento, divoratore di «prime» (quest’anno se n’è mangiate quattro fra le migliori delle Alpi) Gogna diventa subito «il Dano». Salgo così con un marziano, un selvaggio e un dano verso l’attacco dello Scoglio di Mróz che, secondo le promesse del Miller, è a mezz’ora di marcia. Dopo aver fatto un po’ di confusione tra capre e camosci, quando la mezz’ora del Miller sta diventando un’ora abbondante, arriviamo al «passaggio del buco». Il canale si restringe e ci si deve infilare sotto alcuni massi incastrati in una serie di cunicoli.

Il Guido e il Miller rallentano per darmi una mano. Intenti come sono a raccontare del Piero Grava che quest’estate si è fatto da solo lo Sperone della Brenva, finiscono però per lasciare che me la veda da solo. E così apprendo a testa in giù e gambe per aria, incastrato fra zaino e roccia, le differenze psicologiche che corrono fra la solitaria del Guido giovane e quella del Piero Grava quasi vecchio, a tutto vantaggio di quest’ultimo.

Poi, finalmente, ricevo la mano promessa e siamo all’attacco. La parete ha riassunto l’aspetto delle fotografie, la parte superiore nascosta da un tettuccio oltre il quale si intuisce una cengia d’erba. È il punto massimo raggiunto al primo tentativo. Arretrando di qualche decina di metri nel vallone si può vedere anche la parte alta: il problema è senz’altro negli ultimi cinquanta metri.

Placconi gialli strapiombanti che convergono in un diedro: un bel capriccio. Se non fosse che i «mostri» fanno colazione a base di toma e vino come crodaioli domenicali e fra una risata e l’altra sono da mezz’ora impegnati a offrirsi a vicenda il posto di capo cordata senza che qualcuno si decida ad accettarlo, sarei tentato di prendere sul serio momento e parete. Alla fine è il vecchio Machetto il primo a perdere la pazienza, armarsi di corde e ferraglia e attaccare il tratto attrezzato. Pochi metri e entrano in gioco le staffe. Ne ingarbuglia una e stavolta mi sfogo. – Calma Machetto, ci vuole calma: usare la testa, che diamine!

Me lo ha ripetuto venti volte in un passaggio di dieci metri in palestra, potrò rinfacciarglielo! Grugnisce e minaccia qualcosa. Poi riprende a salire, raggiunge il terrazzino, batte un chiodo e si appresta a far salire il Miller. Comincia la trafila, il gioco affascinante della scalata. Recupera! molla! tira la gialla! fai scorrere la rossa. Poi improvvisamente dal basso un richiamo: è il Carmelo arrivato in pulmino, che non ha scoperto il passaggio del buco e gira imprecando da dieci minuti da una placca all’altra per trovare la via che porta all’attacco. Si cambia formazione: invece di una cordata da tre, due cordate da due. Guido e Miller davanti, Alessandro e Carmelo in coda. Ora la scalata sembra farsi seria. Il Guido sfodera le unghie su un passaggio che il Dano classificherà di sesto. Non lo prendiamo sul serio.

Copertina di Andrzej Mróz, biografia a cura di Christophe Mróz e Ludwika Włodek (2013)
mroz0002Mentre continua a fare l’acrobata, io brontolo e il Miller torna a cantare a squarciagola una canzone di De André. Canta per poco però. Raggiunta la cengia erbosa dopo il terzo tiro, si va sul nuovo e il Guido lo spedisce in testa. Un tentativo sulla sinistra, un paio di chiodi che cantano, poi a destra lungo una placca in libera. Terrazzino, autoassicurazione, il compagno che sale e si riprende. La verticalità della parete non è male. Dal basso vedo le suole dei quattro che diventano sempre più piccole.

Adesso il Miller bara: attacca addirittura una staffa su una pianta cresciuta chissà come in cima a uno strapiombo. Gli altri dietro, lentamente, nel gioco sempre più perfetto. Seguo la scalata metro per metro, appiglio per appiglio. Mi viene in mente il Guido che conta di come ogni tanto arrampicando gli succeda di finire sulla cresta vicina, a vedersi arrampicare. È molto bello, dice. A me succede il contrario. Guardo tanto che mi sembra di arrampicare. È ancora più bello. Vedo ancora il Guido tornare in testa all’inizio degli strapiombi gialli dell’ultimo tratto, poi la nebbia sale e devo accontentarmi di seguire la progressione dal ritmo delle martellate.

I quattro sono appena adesso al centro del problema, ma per me la via è fatta. Sono saliti spediti proprio lungo la via che ho tracciato col dito. È vero che proprio in quel punto un chiodo a U esce da una fessura e il Miller rischia di raggiungermi in dieci secondi, ma da sotto non si vede; l’alpinismo, le prime tornano ad essere cose lontane, irraggiungibili. Mentre scendo faccio propositi di allenamento: l’alpinismo bisogna viverlo. Altrimenti basta un po’ di nebbia e ne sei già fuori del tutto. Ne sono così convinto che nel famoso passaggio del buco invento una «variante» e scendo come dalle scale di casa.

I quattro usciranno in vetta all’imbrunire. Lo spuntone che sulle carte è segnato soltanto a quota 1950 m ha un nome e una via. Un capriccio levato.

8 ottobre 1972. Carmelo Di Pietro, 1a asc. via Machetto allo scoglio di Mróz
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

postato il 5 novembre 2014

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Consegna di immaginario

D’accordo con l’Autore, questo articolo esce in contemporanea con www.altitudini.it.
Avvertiamo il lettore che non ci sono scorciatoie e che questo saggio va affrontato fino in fondo e in una botta sola.
Questo scritto di Alberto Peruffo è un manifesto che sta per essere affisso su un muro con divieto di affissione. Qualcuno lo multerà, qualcuno lo strapperà, qualcuno ricorderà, pochi capiranno.

Renato Casarotto o della Consegna di Immaginario o della Morte di Reinhold e della sua Fratellanza
Note esplosive in margine a Oltre le vette 2014
Una provocazione – scritta – senza scorciatoie
di Alberto Peruffo

Non si può negare che la rassegna culturale bellunese sia da tanti anni promotrice di stimoli intellettuali e di ricerca culturale coraggiosa. Alla domanda Frontiere? (col punto di domanda), concept di questa edizione, il direttore della rassegna risponde con Travalicando muri di idee, titolo della mostra dedicata a Fosco Maraini, titolo al quale io, o perlomeno la mia mente, colta da stupore, ha aggiunto d’istinto il punto esclamativo. Una reazione immaginifica, di cui presto vi parlerò. In quel momento Flavio Faoro stava presentando la nuova edizione 2014. Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.

Tibet. Verso Tuna, 1937. Carovaniera e lago Rham, a circa 4200 metri. Foto di Fosco Maraini, Archivio Sezione CAI Castelnuovo di Garfagnana.image description

Insomma, una “consegna di immaginario” enorme. Scolpita in forma lapidaria nel titolo e controtitolo della rassegna.

Noi non dobbiamo che ringraziare le persone, gli artisti, i poeti, i curatori, gli scienziati, gli alpinisti, qualsiasi persona d’ingegno, pratico o intellettivo, che ci consegna questo alimento primario per la nostra esistenza. Più del pane e più del vino, che sono sì pure essi alimenti primari, ma non sufficienti per portare lo sguardo oltre la nostra casa, oltre il nostro limite, oltre la nostra più o meno sviluppata “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”. Uso questa espressione per eliminare ogni retorica sapienzale su quanto sto provocatoriamente per scrivere. O ancor meglio, documentare.

Prima di entrare in scena mi sono infatti domandato, guardandomi le spalle: e se ci fosse Reinhold Messner in sala? A Belluno. Teatro Comunale, sabato 4 ottobre. Ore 22.30 circa.

Capita, dunque, che mi si chiami, per la seconda volta, a prendere la parola alla fine della rappresentazione teatrale (uso la parola rappresentazione, e non spettacolo, per una differenza sostanziale tra i due approcci scenici) dal titolo Due amori. Storia di Renato Casarotto, monologo messo in scena dal regista Umberto Zanoletti, ideato da Davide Torri e tenuto magistralmente sul palcoscenico da Massimo Nicoli e dall’equipe del Teatro Minimo di Ardesio, con le musiche di Francesco Maffeis. Magistralmente, perché tenere un monologo di fronte a una platea abituata a ben altro, senza neanche l’ombra di un’immagine riprodotta, zero di zero, con il semplice ausilio della musica, di qualche luce bianca e di pochi oggetti di scena, bisogna davvero essere maestri della recitazione.

Detto questo – giusto onore a coloro che ci hanno materialmente “consegnato l’immaginario” – passo subito alla fortissima e densissima provocazione storico-teorica. Con parole facili e sviluppando l’esempio elementare portato nel post-scena della citata rappresentazione. È un fatto: per la prima volta al Teatro Comunale di Belluno ho provato a elaborare di fronte ad un pubblico una mia riflessione teorica che da tanti anni accompagna il mio lavoro di ricercatore culturale. Che non ricerca tanto per ricercare, ma che ricerca per “mettere il piede fuori di casa”. Sé di fronte all’altro. In modo costruttivo. Finché vita non ci separi.

Il concetto fondamentale su cui voglio soffermare l’attenzione è il concetto di “consegna di immaginario”. Un must inconsapevole per l’estetica delle nostre menti.

Spesso mi si domanda – ma questa domanda ogni persona dotata di intelligenza analitica può farla a se stesso – quali sono i criteri delle mie valutazioni, considerate che spesso esse sono spiazzanti, ma molto apprezzate dai miei interlocutori perché sembrano contenere insieme sguardo intuitivo e argomento analitico. In altre parole trovano corrispondenza nel giudizio del mio interlocutore anche se spesso non si capiscono i percorsi attraverso i quali io arrivi a tali conclusioni, percorsi che in seconda battuta risultano essere estremamente analitici e “deflagranti”. Tanto da essere tacciato in più di un’occasione per un radicale-sovversivo – e stiamo parlando di cultura! – fino al punto di essere accompagnato dalla Digos a un recente seminario Unesco di Vicenza, dopo essermi iscritto come semplice “osservatore” culturale. Ciò confidavo a Flavio Faoro il pomeriggio prima di prendere nuovamente la parola al Teatro Comunale di Belluno. «Quando la cultura fa paura».

Ho posto allora semplicemente la domanda a me stesso per portare la mia modalità di giudizio in pubblico. «Come valuti un libro, un’opera d’arte, un’ascensione alpinistica, un’impresa di qualsivoglia natura, o, in estrema sintesi, una persona, addirittura, un amico, una donna, un uomo?». Quali sono i tuoi parametri di giudizio?

Lasciando stare le ultime opzioni e pure le prime, scelgo di soffermarmi sul caso più eclatante, esemplare e prossimo alle cose di questi giorni e all’inizio di questo scritto documentale, che diventerà passo passo sempre più teorico e accattivante. Ovviamente tutte le altre opzioni sono ricavabili da quanto dirò.

Risposta: «io valuto un’ascensione alpinistica, un alpinista, per la consegna di immaginario che essa o esso mi ha dato. Punto». A cui aggiungo una virgola. Ossia non guardo tanto o solo se ha fatto la salita più bella e più difficile, ma guardo la consegna di immaginario che ci sta dietro a quella salita e a quella persona. Che è molto di più della bellezza, della difficoltà e dei consueti legittimi parametri di giudizio con cui si parla di un fatto o di una persona. È un parametro organico molto complesso, ma intuitivo. Comprensibile da tutti, ma non esprimibile da tutti. Ci vuole una certa disinvoltura con la complessità per poter fare emergere gli argomenti analitici che portano alla reciproca valorizzazione, al fatto che io, tu, e la maggior parte delle persone dotate di un “sentire comune” (potrebbe essere anche l’umanità intera, per via teorica) ci troviamo d’accordo su tale giudizio intuitivo.

Per cominciare non mi soffermerò troppo sulla genesi di questa consegna e sui fondamenti teorici che stanno alla base di questa intuizione elementare che tutti viviamo. Forse alla fine di quanto sto per scrivere proverò a mettere sul piatto della condivisione alcuni segreti di questa consegna, secondo la mia personale esperienza.

Sikkim, Himalaya, maggio 2014. Primo sguardo sulla Porta della R.P., 6036 m, sul bordo estremo del South Simvo Glacier, di fronte alla Cresta Zemu del Kanchenzonga. Sotto, il Tonghsiong Glacier. Ghiacciai esplorati per la prima volta dalla Zemu Exploratory Expedition guidata dall’autore. Foto di Francesco Canale k2014.it
peruffo_zemu_2014Iniziamo con l’esempio illuminante, provocatorio, ma assolutamente serio e accessibile a tutti, esempio che ho fatto alla fine di Due amori. Storia di Renato Casarotto e che ha scosso più di una persona. Così mi hanno detto e scritto il giorno seguente.

Dopo un preliminare storico-emotivo dove pure io ero parte coinvolta, essendo figlio e compagno di cordata dei due maggiori compagni di Renato Casarotto, ho abbandonato la mia veste di alpinista e ho indossato la veste dello storico-teorico-spettatore, la veste di persona obiettiva che in parte ognuno di noi è.

Così ho parlato. E commentato. Più o meno.

«Ora vi farò il nome di tre alpinisti di pari livello, della stessa generazione, tutti e tre indubbiamente di grande valore, riconosciuto, che io stimo molto, magari sotto differenti e specifici aspetti. A me interessa tuttavia solo la vostra reazione immaginifica. Ciò che la vostra immaginazione crea. La vostra reazione [c-reazione!] di fronte al nome. Il vostro sentire e reagire».

Dopo un bel respiro di suspense, ho iniziato.

«Primo nome: RENATO CASAROTTO.
Qui la reazione comune è di allargare le braccia e di emettere un sospiro di irraggiungibilità, alzare la testa, magari dicendo: Oh… Renato Casarotto? Re-na-to… Ca-sa-rot-to! Ha fatto grandi cose… Le cose che abbiamo sentito questa sera».

L’immaginazione corre verso montagne e imprese irripetibili, dense di ignoto, ignoto nascosto in quella sillabazione sincopata. La nostra mente corre alla storia e la storia ci dà la conferma. Per rompere il silenzio e la sospensione della sala, ho concluso, dopo aver abbozzato la possibile comune reazione sopra esposta, con voce sospesa: «Renato Casarotto… Un fuoriclasse dell’alpinismo… forse».

«Secondo nome: REINHOLD MESSNER.
Qui la reazione comune sembra essere: Mmm… Messner… Messner! Indubbiamente un grande, grandissimo alpinista. Ha fatto per primo cose che nessuno aveva mai fatto. La nostra immaginazione corre ai 14 ottomila, all’Everest in solitaria, senza ossigeno, al Nanga Parbat, alle Dolomiti…».

Aggiungiamo pure che però si scontra anche con gli infiniti libri, la presenza mediatica, senza contare le sterili polemiche o altre cose, gelosie, rancori, mancanze che qualsiasi alpinista ha, Casarotto compreso. Ma «soffermandoci solo all’alpinismo praticato, materia sufficiente per il mio ragionamento, potremmo dire, che Messner è un primo della classe. Direi di più – ho detto accompagnando sempre io la platea verso una probabile conclusione – il primo di una classe sperimentale». Senza tanto allargare le braccia della nostra immaginazione e con un movimento ondulatorio della testa. Verticale od orizzontale non importa.

Faccio notare che nella prima esclamazione accennata sopra la reazione più spontanea nei confronti dell’alpinista altoatesino è di “nominare” solo il cognome. Perché di Messner si è perso oramai la persona, l’aspetto personale, il percorso di persona, gli affetti e gli amici, il genius loci. Il nome. Ciò che appare in prima battuta è il cognome. “Messner” è diventato un marchio. Messner Mountain Museum.

«Terzo nome: SERGIO MARTINI.
Ah, Martini. Sergio Martini. Grande uomo e alpinista riservato. Ha fatto tutti gli ottomila, senza ossigeno, dopo Messner; e continua a farli, silenziosamente. Come tante sue ascensioni in Dolomiti». Nome e cognome filano insieme, l’aspetto personale è molto forte. Qui la reazione immaginifica è ancora positiva, come nei casi precedenti, seppure non enorme come per il primo caso. Le braccia forse anche qui non si allargano, la testa tuttavia afferma l’emozione della mente: gli impulsi immaginifici inviati nel pronunciare il nome Sergio Martini. Così da concludere, secondo il nostro ragionamento, che «Sergio Martini potrebbe essere un altro primo dalla classe, un primo di una classe normale, tipo la Normale di Pisa, ovvero sia di alpinisti di alto livello».

Siamo a buon punto. Abbiamo un fuoriclasse e due primi della classe, di classi diverse. La differenza, storicamente parlando, ossia per cosa resterà nella storia di queste figure, è enorme [ex-norma, fuori dalla norma prevedibile] e già oggi comincia ad essere percepita, dopo 20 anni di metabolizzazione. Tanto grande quanto la consegna di immaginario che le figure considerate ci hanno fatto e che la nostra reazione immaginifica elementare ha comprovato.

L’autore in una delle sue recenti e già celebri-monitorate “consegne di immaginario” extra-alpinistiche, sempre partendo dalle montagne: The Burning Cemetery, Bocchetta Paù, Asiago 2013. Foto di Alessandro Colombara
peruffo_burning_cemetery_alessandro_colombara_070Dobbiamo ora sciogliere il nodo teorico per una comprensione mediata, ma non troppo analitica, ancora affascinante per tutti.

Faccio un passo indietro, saggiamente anticipato nella mia provocazione dal vivo, a teatro.
Iniziai infatti così.

«Chi è Renato Casarotto?
Un fuoriclasse dell’alpinismo?
Un genio dell’alpinismo?
Genio non è una parola che io amo molto, ma neppure così retorica se per genio intendiamo una persona che ha costruito percorsi alti e irripetibili. Ripeto. Alti e irripetibili. Perché ci sono persone che fanno anche percorsi alti e ripetibili. E questo vale per tutte le discipline».

Possiamo ritornare alle classi e alla consegna di immaginario.

Non c’è dubbio che i tre alpinisti citati siano tutti molto forti e che abbiano fatto grandi cose. Ma qual è la consegna di immaginario, il “carico di visioni”, che ci hanno consegnato?

La differenza è incolmabile. Un primo della classe può aprire vie nuove, non per forza irripetibili. Un fuoriclasse no. Le grandi vie di Casarotto hanno consegnato al nostro immaginario esperienze irripetibili per complessità e approccio. Almeno fino ad oggi. E se anche venissero ripetute molto difficilmente lo saranno con le premesse scelte da Casarotto, in solitaria e spesso d’inverno e in totale isolamento, opzioni ai quali tutti possono accedere. Scelte primarie. Ogni parola che qui scrivo ha la sua importanza. Osservate il corsivo. Ai quali tutti possono “accedere”. L’accessibilità all’impossibile ha qui valore fondante.

Vi metto nel piatto della bilancia una considerazione che ho già condiviso per trovare conferma di quanto ipotizzato sopra: prendiamo tre vie extraeuropee di Casarotto, Ridge of No Return sul McKinley, Broad Peak Nord per lo Spigolo Nord, Diretta Nord dell’Huascaran South. Io credo, senza pericolo di essere smentito, che tutte e tre queste ascensioni se fossero state compiute oggi, o domani, sarebbero tutte meritevoli di essere premiate con il Piolet d’Or. Tutte e tre! È difficile trovare un altro alpinista che ci abbia consegnato così tanto. Senza contare il Pilastro Goretta al Fitz Roy! Senza contare che sono state compiute tutte in solitaria, in condizioni sempre difficili e senza aggiungere al nostro carico di visioni le grandi invernali sulle Alpi, al cospetto delle quali le luccicanti Piccozze d’Oro del Piolet si infrangerebbero distrutte dalla durezza degli elementi e delle scelte di Renato Casarotto. E se anche non fosse così in merito al premio, resta un fatto che di norma i premi vengono dati ai primi della classe, raramente o quasi mai ai fuoriclasse. Il premio, per sua natura, è un’istituzione classificatoria, spesso impermeabile alla genialità dei fuoriclasse, salvo eccezioni determinate da imprevedibili coincidenze che possono capitare all’interno di una giuria quando viene guidata oltre lo sterile lavoro di normalizzazione dei fatti giudicati.

Dietro a questo ragionamento c’è una grande intuizione di cui siamo debitori alla sceneggiatura teatrale voluta da Davide Torri, costruita sulla voce di Nazareno Marinoni ed elaborata dal regista Umberto Zanoletti con la consulenza storica di Gianfranco Ialongo.

Mi sono dimenticato di sottolinearla in scena sabato sera. Gli spettatori stessi non se ne sono resi conto. Ma lo dico ora: dove sono finiti Boivin-Berhault che hanno aperto la scena in modo spettacolare con la salita in velocità sul Pilastro Rosso del Brouillard… che comunque fecero in modo brillantissimo, tecnicamente parlando. Dove sono finiti i due alpinisti-trasgressori che dovevano conquistare la scena, il nostro immaginario? Dimenticati. Dimenticati anche dagli stessi spettatori di sabato sera. Cancellati in nascere dal nostro immaginario. Alla fine della serata, anche tra i corridoi del teatro, non c’è traccia di gente che parla della loro salita. Io stesso me ne sono dimenticato. Non ho sottolineato la dimenticanza di costoro da parte del pubblico e nel corso della narrazione. Ciò che dovevo fare! Questa geniale partenza della rappresentazione teatrale offre una rilettura della storia dell’alpinismo partendo dal concetto di “consegna di immaginario” che la storia di Renato Casarotto dimostra. E lo dimostra con un esempio estremo di immaginario “trattenuto”, in una narrazione teatrale altamente provocatoria dove le immagini che passano – stiamo parlando di immaginario – sono vicine allo zero. Zero di zero. Tanto da farmi concludere in modo sibillino e poco gentile per gli alpinisti coinvolti nel mio ragionamento storico-teorico che tra 10, 100, 1000 anni dei primi della classe si sentirà sempre meno parlare – chissà quanti illusi avranno ripetuto i 14 ottomila senza la grande visione dei primi ripetitori – mentre dei fuoriclasse, il nome dei fuoriclasse emergerà sempre più alto e carico di reazione immaginifica.

Questa è la fine. A teatro.

Sergio Martini
peruffo-martinisergioAttenzione ora alla nota storico-letteraria.
Chiamo in causa Alessandro Gogna, grande alpinista e raffinato storico.

Io affermo che di Renato Casarotto si sentirà parlare molto, sempre di più.

I compagni della sua generazione, imbarazzati dalla loro singolare reazione immaginifica vissuta in tempo reale, facevano fatica ad ammettere la sua grandezza. Messner, uomo a cui non si può rubare la scena, l’aveva già capito dall’invernale alla Nord del Pelmo in solitaria di Casarotto. E negli anni seguenti fece molto per insabbiare il valore di colui che intuiva poteva essergli superiore. Il divo e l’anti-divo scrisse Camanni. Pure Gogna fece del suo, forse inconsciamente, ma credo a favore di Casarotto. Lo fece poco dopo Messner e sotto lo stesso peso immaginifico, con due enigmatiche uscite su uno dei libri che resta per me la bibbia dell’alpinismo dolomitico, Sentieri Verticali, che posseggo in prima edizione 1987, quasi fosse una reliquia dei grandi libri che oggi non si scrivono più. Una bibbia proprio secondo l’assunto teorico di “consegna di immaginario” che qui sto proponendo, a partire dal meditato titolo di ogni singolo capitolo e dalla sapiente composizione delle immagini fotografiche. Mai troppe o banali. Un capolavoro sui generis immaginario. Quella reazione immaginifica “generazionale” trova straordinaria conferma in una confessione-ricordo su Renato Casarotto recentemente apparsa nel GognaBlog.

Gogna scriveva nel 1987 – attenzione alle “scariche” di immaginario – le seguenti parole:
«Dal 7 all’11 giugno del 1975 i vicentini Renato Casarotto e Pierino Radin conducono a termine un’impresa folgorante: la salita della parete ovest dello Spiz di Lagunaz. […[ Si può affermare che questo sia il limite massimo cui può giungere la grandiosità di una struttura dolomitica, imperiosamente superiore ai Burel, alle Civette, alle Marmarole: un mondo totalmente a parte, dove Yosemite si può paragonare solo per la quota. Il resto è giungla delle visioni. Perché Casarotto non ci hai scritto nulla? Forse era quello il tempo della scrittura» – E conclude: «Perché: non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre».

Perché Gogna scrivi questo? Sono parole del 1987. Renato è morto da un anno. Quanto pesava su di te il suo carico di visioni? Troppo. Io credo. Anche per un grande alpinista della stessa generazione, altrettanto forte e ambizioso.
Queste parole mi sono state impresse per vent’anni. Dal giorno in cui le ho lette.

Gogna stesso fa un passo indietro nella penultima nota didascalica del memorabile libro, altrettanto enigmatica ed equivoca, atta a diverse interpretazioni.
«Il 16 luglio 1986, a trentotto anni e lontano dalle Dolomiti, Renato Casarotto cade fatalmente in un crepaccio ai piedi del K2. Ci sono delle verità che non si possono mettere per iscritto, al massimo se ne può parlare con amici. La fine di Casarotto apre sensazioni spaventose (forse solo a chi l’ha conosciuto da vicino?) su quanto doppia possa essere la volontà di un grande uomo e su quale facilità di accesso a questo doppio binario abbiano i pericoli che ci vengono incontro».

Ho meditato su queste frasi per vent’anni. Nella prima enigmatica affermazione, estratta dallo scritto di Doug Robinson – Lo scalatore come visionario – l’autore inglese si sforzava di spiegare agli adepti quanto sia molto difficile raggiungere lo stato di visionario. Richiede molte battute. Anche d’arresto. Molta fatica. Ricerca. Sacrifici. Ingiurie. Incomprensioni. «Nonostante tutta la precisione con cui lo stato visionario può essere descritto, esso è ancora difficile da afferrare». E qui dice: «non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre». Gogna strappa quella frase da Robinson e la declina a Renato Casarotto.

Tuttavia esiste un limbo, un passaggio, che forse Alessandro non conosceva. Renato risponde a Gogna ancora prima che egli formuli quella domanda che diventerà in modo equivoco l’affermazione enigmatica strappata da Robinson, affermazione carica di immaginario. Renato risponde: «Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta». Parole del suo primo e unico libro, Oltre i venti del nord.

Perché, in fondo, il pericolo più grande per i visionari è di camminare ad un passo dalla morte. Ad un passo dal proprio annientamento. Fisico e mentale. «La facilità di accesso ai pericoli che ci vengono incontro» – forse intesi da Gogna nella seconda nota didascalica citata. Le strettoie del linguaggio non ci aiutano a raccontare questi pericoli e queste visioni. Ma per vie traverse possiamo arrivare ad immaginarle. Forse con parole di riporto. Ma non sempre si riesce a portarle, scriverle. In fin dei conti ognuno vive per sé e per le persone più vicine. E a queste si possono confessare le proprie visioni per avere perlomeno un credito sulla propria esistenza, per far sì che la nostra esperienza diventi realtà, realtà condivisa. Qui mi fermo, per non complicare troppo le cose. E innesco l’esplosione. Lasciando sospesa e irrisolta quella “doppia volontà”. Gogna che mette alla gogna? Non credo.

Casarotto aveva scritto Oltre i venti del nord nel 1985, poco prima di morire. Non si sa per quale motivo. Forse spinto dalla volontà di far riconoscere la sua ricerca di fronte alle pressioni del contesto storico in cui era inevitabilmente inserito. Il libro è infatti un’anti-retorica documentazione della ricerca tecnica che Renato ha appena compiuto in America! Salite da capogiro. Un libro scritto bene. Senza un filo di eroismo o di mercificazione dell’imponente immaginario che sta alla base di quelle esperienze. Un documento e basta. Con la prefazione di Bonatti. A chi mai ha scritto una prefazione Walter Bonatti? A Reinhold Messner? Mi vien da sorridere a vedere il povero Bonatti al Piolet d’Or alla Carriera che passa il testimone della sua eredità, imposta dalla giuria forse grazie alla pre-immaginazione del suo successore, al citato Reinhold Messner; il quale scrive a un anno dalla scomparsa del grande alpinista “monzese” Il fratello che non sapevo di avere. Che libro farsa, patetico solo nel titolo! Gente! Alpinisti! Per carità, capisco il vuoto affettivo di Messner e lo rispetto, ma avete dimenticato ciò che scrisse Bonatti di Messner nel memorabile Montagne di una vita, nell’appendice finale? Bonatti, di Messner!!! Andate a rileggervi le pagine. Lo dico solo per fare onore alle fonti scritte dal pugno di Bonatti. Senza citare il violento scambio di lettere apparso su Alp nel 1989, dove entrambi escono con le ossa rotte e con una pesante scossa negativa al loro immaginario di alpinisti duri e puri, con l’impressione che tutti e due – i due primi della classe, il “re delle Alpi” e il “re degli Ottomila” – ripudiano le proprie “legittime” (per me lo erano) scelte per non dare fastidio l’uno all’immaginario dell’altro: l’incipit della compiacenza. L’incipit della compiacenza! Come avete già visto con Casarotto, il metabolismo dell’immaginario ha tempi lunghissimi. Bonatti scriveva quelle note nel 1989. Il libro sulla nuova fratellanza è del 2013! Bonatti è morto. Messner, senza Reinhold, è vivo.

Reinhold Messner
peruffo-Reinhold_Messner_in_Koeln_2009
Bonatti vecchio è stato soggiogato dall’opportunismo e dalla forza mediatica del grande Messner, indubbiamente il primo della classe in alpinismo e impareggiabile fuoriclasse della comunicazione e della cultura dell’alpinismo: Messner tra 100 anni sarà ricordato soprattutto per i suoi musei e come re degli ottomila, più che come il numero uno dell’alpinismo del suo tempo. Forse sono altri. Kukuczka, Schauer, Kurtyka… Boardman, Tasker… il meraviglioso Doug Scott… Casarotto. In confronto e per trasferimento semantico di termini regali, io vorrei suggerire che Casarotto potrebbe essere e forse lo è già, dopo vent’anni di metabolismo immaginifico che ci ha ripulito delle invidie e dalle “cortomiranze” dei suoi compagni di età, un imperatore dell’alpinismo. Forse l’imperatore del suo tempo. O fuori dal tempo alpinistico. Un Annibale dell’avventura umana, come scrisse Gian Piero Motti nella sua Storia dell’alpinismo per commentare il Trittico del Freney: «È un’impresa fantastica, degna della grande tradizione non solo dell’alpinismo ma di tutta l’Avventura umana nel senso più ampio»; la salita del futuro secondo le parole di Roberto Mantovani. «Un cavaliere fuori dal tempo«», disse Camanni. Da ogni classe, aggiungo io. Tanto da ritrovarsi, elaborando un concetto di Camanni, grande prelato in una chiesa oggi non più deserta perché al suo interno l’iconoclastia che uccide le mode e i tempi ha dato il suo frutto immaginifico. E ora tutti entrano nel tempio di Renato Casarotto in religioso silenzio. Ad ammirare immagini che crescono dentro di noi.

Perciò Alessandro, nel tuo magniloquente blog (che meritava a mio giudizio di essere premiato al Blogger Contest 2014, con due riserve: scrivi di tuo pugno solo un post alla settimana ed esci dal dominio di Banff), fai un pensiero a quanto sto per concludere.

Renato Casarotto, con il suo mantra (sottolineato in un passaggio teatrale perfetto), sintetizzabile nell’amo andare dove non conosco (pure nelle sue invernali non ha mai fatto sopralluoghi né un deposito di materiale ), Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere per due motivi che pochi altri possono avere.

Primo: aveva un deposito di memoria e di esperienza impareggiabile, sua moglie Goretta. E i suoi amici più cari. A partire dallo sconosciuto Nazareno Marinoni da cui siamo partiti. A mio modo di vedere, infatti, i grandi scrittori non scrivono così tanto per scrivere, ma scrivono per raccontare, per ispirare. Come hai fatto tu, Gogna, con Sentieri Verticali. O l’altro tuo grande libro, compagno della mia adolescenza alpinistica, Alpinismo di ricerca. Un altro libro a cui non si può rinunciare dopo che si sa che esiste. Una cosa è scrivere per condividere e ispirare, una cosa è scrivere per mostrare, per essere visto. Condividere significa esistere nella memoria di un altro. In qualche modo divenire reale. Reale nell’immaginario di una terza persona. Reale non solo noi, involucri di carne, ma la nostra stessa personale avventura umana, grande o piccola che sia. Avventura che può ispirare quella di altri.

Ecco il secondo impressionante motivo. Così impressionante che resto stupito che un grande alpinista come te non l’abbia espresso per suo conto già alla fine di Sentieri Verticali. Ma forse era troppo presto per elaborare il concetto di “scrittore di alpinismo”. Di scrittore geografico (v. Scrittura geografica in calce). Tu stesso lo sei stato in forme alte. Ti ricordi la Gogna-Cerruti ripetuta in questi giorni da una cordata italiana? E “scrittore di alpinismo” non è la stessa cosa dello scrittore alpinista o dell’alpinista scrittore. Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere niente perché le sue grandi scritture sono state le vie che ha fatto. Scritture così cariche di segni e di immaginario nelle premesse e nei risultati che non hanno bisogno di altro. Basta sapere che esistono. Qualche parola, qualche segno, qualche immagine. Ai propri amici. Alla moglie. Nulla di più.

Quelle scritture geografiche sono là per i posteri e i posteri diranno la loro.

Scrivere troppe parole o caricarci troppo di immagini e di informazioni invece fa male. Ci fa distrarre dalla nostra passione. Dalla nostra disciplina. Si espone troppo la propria immagine e si consuma l’immaginario che si vuole lasciare di noi. Si crea un “mostrum” della nostra esistenza. Un mostro di immagini e parole.

Messner con le sue troppe uscite mediatiche sta distruggendo la sua immagine di alpinista di prima classe in favore di fuoriclasse della comunicazione, non tanto della cultura.

È difficile trovare la giusta misura tra lo scrivere vie di alpinismo (ciò che fa lo “scrittore di alpinismo”) e lo scrivere report di alpinismo o altre considerazioni storiche (ciò che fa lo scrittore alpinista o l’alpinista scrittore).

Sbaglia Messner a consegnarci troppi libri. Usura senza rimedio il suo immaginario alpinistico. Col senno di oggi, in continua mutazione, Messner per noi non è più un alpinista, ma un affastellato libresco-museale circondato da fratelli alpinisti che non ha, o perché sono morti, o perché sono inventati. Paradossalmente, per vie iperboliche, un libro (1) di Doug Scott (Himalayan Climber) vale come quaranta (40) libri di Messner. Dei suoi libri coatti.

Sarebbe stato sufficiente una ristampa periodica dei grandi libri di Messner – Settimo Grado, La montagna nuda (Nanga Parbat), Sopravvissuto e il suo capolavoro fin dal titolo La libertà di andare dove voglio – per consegnare 100 volte più immaginario sul grande Messner che la storia dell’alpinismo conosce: Reinhold Messner, dotato di nome e cognome, senza coazioni che hanno reso il nome, Reinhold, vittima del suo abnorme marchio-cognome. Un Reinhold ora irrimediabilmente morto. Messner. Non più Reinhold. Egli, da sé, ha fatto fuori il suo buon nome. Messner ha ucciso Reinhold.

Rernato Casarotto
Peruffo-Renato_2Un Reinhold Messner che resterebbe comunque, e non oltre, un primo della classe.

Dicevo, avviandomi in modo pirotecnico alla conclusione, è difficile trovare la giusta misura tra lo “scrivere” inteso sopra – lasciare segni importanti – “vivere vita”, e scrivere report di vita. O sue finzioni.

In questo Casarotto, come forse voleva intendere Gogna, è stato carente.

Ma scrivere report è ben poca cosa rispetto allo scrivere vita. A lasciare segni di alimento primario. Sulle pareti e sull’immaginario dei nostri amici.

Segni che testimoniano una passione di un uomo e alimentano quelle di altri.

A dire al mondo che in quei luoghi remoti e inaccessibili qualcuno è passato. Qualcuno gli ha resi accessibili con delle doti primarie. Nonostante i grandi pericoli, l’ignoto che portano con sé. Quell’accesso di cui parlava in modo enigmatico Gogna e che apre le porte all’immaginario.

Per chiudere, sforzandomi di essere didascalico, prima dell’esplosione finale, la “consegna di immaginario” avviene attraverso la composizione di un equilibrio sottile tra immagini e parole, non necessariamente attraverso la mano di chi è stato l’ispiratore di questo immaginario, nel nostro caso l’alpinista scalatore. Può essere fatta con la classica scrittura di riporto, anche dagli amici o pure per semplice via orale. Le sedimentazioni, come sappiamo, assumeranno svariate forme ed oggi nell’epoca della scrittura digitale le variabili si sono moltiplicate rendendo ancora più difficile e affascinante la questione su ciò che è utile per il nostro immaginario.

Ciò che conta veramente tuttavia resta solo la scrittura primaria, la “scrittura geografica”, la via segnata nello spazio e nel tempo da un azione fisica avvenuta in un luogo e in un momento della storia, che diventa tale – storia – attraverso la condivisione. E per fare una scrittura geografica potenzialmente ricca di immaginario sono sufficienti le doti primarie, fondamento di ogni “sincera” avventura umana, nemiche di ogni classe e di ogni classificazione, di ogni status sociale che come sappiamo tende a sedersi circondato dalle protezioni che esso stesso ha prodotto. Spit di qua e spit di là. Queste doti primarie sono: coraggio, determinazione, volontà, carattere, resistenza, intelligenza nella complessità e, su tutte, responsabilità. Le stesse doti primarie che innescano l’immaginario collettivo. Il resto, le doti secondarie, la tecnica, la forza pura, la velocità, l’ornamento stilistico (che non è lo stile vero e proprio), l’arrampicata libera… sono ornamenti che possono servire solo se sono lasciati liberi di agire oltre i campi dei giochi costruiti a proprio uso e consumo, oltre gli artifici dell’uomo e la sua follia suicida pur di apparire.

Attenzione a cosa sto per concludere! Le doti secondarie non sono doti necessarie alla genialità e all’immaginario, sono doti accessorie in quanto doti affinabili. Doti che spesso vengono confuse per primarie, specie nell’epoca dei grandi consumi. Perché sono vendibili. Doti che corrono il rischio di essere spinte troppo verso il virtuosismo e le strade della specializzazione che uccidono la complessità dell’azione. Doti che rischiano di rendere inaccessibile l’immaginario, ossia tenere lontano le persone dallo spazio dell’esperienza che tutti cerchiamo… nella “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”, espressione chiave citata all’inizio di questo scritto che da documentale è diventato teorico. Che ce ne facciamo di un Alex Honnold o di un Alex Huber che arrampicano slegati ripresi passo passo da indiscrete videocamere lungo le pareti dell’inaccessibilità? Niente. Una masturbazione emotiva. Un’illusione spaventosa di libertà. Fin quando non cede l’appiglio. Consegna di immaginario=0. Zero.

Messner ha ragione a dichiarare che il suo alpinismo è fallito, perché dopo tanto parlare e mostrarsi non consegna più immaginario, ma una strada battuta che porta alla spettacolarizzazione del gesto, alla sua collezione: l’inaccessibile resosi prodotto vendibile, museabile, o, peggio ancora, per gli epigoni non all’altezza del maestro, l’azione estrema fine a se stessa camuffata da prestazione di ricerca, irraggiungibile per l’uomo non-specialistico, eseguita da un superuomo che diventa vittima di una parte “speciale” di sé, qualunque essa sia (gli avambracci?), pur di apparire e a volte di incassare qualche misero soldo, mettendo a rischio la propria vita oltre la capacità che abbiamo di calcolare la natura. Il rischio calcolato. La porta di accesso per affrontare la complessità della natura in modo preparato, con le doti primarie a cui prima accennavo.

Non si può calcolare se si stacca un appiglio o un seracco mentre si sta arrampicando. Ma si può calcolare di avere una corda. Di rispondere con l’intelligenza di una protezione. Di rendere accessibile l’inaccessibile con l’intelligenza dell’uomo, rispettando la natura che ti è di fronte e la tua stessa fragile natura di uomo. Non urlandole in faccia la tua arroganza di piccolo uomo onnipotente, egocentrico, iperprotetto o senza alcuna protezione. Magari ripreso da una videocamera superassiccurata sugli strapiombi del falsamente inaccessibile. Provato e riprovato come fosse la scena di un film. Inaccessibile reso accessibile mediante l’idolatria di doti secondarie, spinte al massimo di ciò che un uomo alienato può sostenere. Da vendere a spettatori imbranati. Spugne da spremere colonizzando l’immaginario mediante scorciatoie, consegnando “visioni” che si fermano alle mani e ai piedi della loro illusoria progressione. Progressione che come tutti gli alimenti primari è oggetto di mercato. E se il mercato alimenta il mercato, non le nostre menti, è tutto un gran casino: la scalata libera solitaria di un masturbatore diventa la grande avventura dell’uomo.

Messner può dare la mano a Gian Piero Motti, uno distrutto dalla propria passione, l’altro ossessionato dalla propria ambizione di restare sempre il primo della classe. Già, quel “falliti” al plurale fa pensare. Una profezia di un visionario? Il compagno di classe che mancava, tardivamente arrivato? O, nel caso di Bonatti, la compiacenza scambiata per fratellanza! La strategica compiacenza, scambiata per sacra fratellanza! Specie tra primi della classe di generazioni diverse che alleandosi salvaguardano ognuno il proprio nome, reciprocamente, dopo essersi accorti che primeggiare tra di loro, di età diverse, tirandosi addosso fango, non serve a niente. La tardiva alleanza! Altro che fratellanza! Ripropongo all’editore di Messner di riformulare il titolo del recente libro, così: Walter Bonatti, l’alleato che non sapevo di avere. Per non dire: Walter Bonatti, il compiacente – da me creato a mio uso e consumo – che non sapevo di avere. Immagino Bonatti impegnato su un sesto grado, di quelli duri-duri, enigmatici, per uscire dalla tomba. Per tirarmi il collo. O per tirare quello del suo mancato fratello per non avere evitato questa inevitabile, conclusiva, intuizione editoriale. O concettuale. Che qui formulo con sintesi da iconoclasta sovvertitore, di colui che rompe (kláo) le icone (eikón) per consegnarne altre. Di ben più immaginifiche.

«I primi della classe devono continuamente curare il proprio immaginario. I fuoriclasse no. Ci penseranno gli altri».

Per questo Renato Casarotto resta un esempio che oltrepassa la sua disciplina.
Più di Walter Bonatti.

Per questo Fosco Maraini ci ha ispirato travalicando il muro di idee.
Più di Reinhold Messner.

Per questo a volte si scrive qualche riga di più.
Non solo in parete.

Per prepararsi a partire.
Senza scorciatoie.
Quando sarà il momento.

Scritto per GognaBlog e Altitudini.it, il 14 ottobre 2014

HYPERLINKS
Un ricordo di Renato Casarotto di Alessandro Gogna
Scrittura Geografica 00 di Alberto Peruffo
Due amori. Storia di Renato Casarotto di Alberto Peruffo
Ritratto di Renato Casarotto di Carlo Caccia
Applausi – Broad Peak North di Carlo Caccia
Quando la cultura fa paura di Alberto Peruffo

Per altri scritti di Alberto Peruffo, vedi casadicultura.it

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In su e in sé, parte 2

Intervista ad Alessandro Gogna (seconda parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

Gli anni Settanta, anni della formazione per la nostra generazione, sono stati particolarmente intensi, belli e tormentati. In un certo senso si era costretti, se si volevano vivere e capire gli eventi, a starci dentro in modo vitale, si era “costretti” ad abbracciare una serie di contraddizioni. Tu hai sempre fatto delle immersioni in questi ambiti, offrendo la tua esperienza anche in modo generoso. Ne è prova il diario del K2 o la trasposizione narrativo/analitica di Rock Story.
Sì, sono narrazioni che si collocano fuori dai racconti dell’esperienza alpinistica. L’alpinismo, in questo senso, è visto in maniera diversa: la visione alpinistica non è più quella canonica, in senso stretto. Ciascuno di noi deve cercare la propria strada. Questo, secondo me, è essenziale.
Kukuczka, ad un certo punto della sua vita, si è trovato in un vicolo chiuso. Non vedeva più la sua direzione. Probabilmente aveva sbagliato qualcosa prima. Tornare indietro era impossibile. La sua strada, quella vera, non era più percorribile. E’ stato un pericolo enorme. Che ho corso anch’io. Ma che, pur oscuramente, ho sempre cercato di evitare. Anche se, allora, non avevo le idee chiare. Sentivo di avere l’esigenza di trovare una storia mia.
Il concetto di limite, di cui abbiamo parlato prima, può essere interpretato anche in un altro modo. Invece di limite, che è un po’ il bicchiere mezzo vuoto, potremmo parlare di quanto mi possa interessare una prospettiva  o di quanto non mi interessi. Quanto possa essere veramente la mia strada e quanto non lo sia (bicchiere mezzo pieno).
La mia strada, fino a quel momento degli anni ‘70, ha attraversato il discorso “imprese”. In quell’ambito mi riconoscevo e dicevo: è ciò che voglio fare. Oltre, ci sarebbe stato un mondo estraneo. Puoi chiamarlo limite, ma il limite resta una cosa negativa. E’ un concetto di negazione. Invece lo vorrei considerare anche in termini positivi. La stessa cosa è dire: «Perché non sono andato a fare ciò che pensavi io potessi fare?» Perché non era la mia strada. Non ha a che fare con il destino. E’ diverso.
Destino è ciò che “era scritto” e che non è stato fatto, per vari motivi. Il mio destino è quello che mi sono scelto e che sentivo, in quel momento, far parte della mia evoluzione esistenziale.

Con mia madre Fiammetta
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del BoccioDa una parte, un movimento verso la propria autenticità, pur senza poterla mai raggiungere. Dall’altra, uno scostamento da una certa uniformità.
Mi sono trovato di fronte a mio padre che mi diceva: «E’ vero che, quando sarai grande, rileverai la mia ditta e farai ciò che adesso faccio io?» Io, bambino, rispondevo: «Sì, sì certo! Certo, papà». Poi, crescendo, ho capito che mai avrei fatto così. Perché non mi piaceva. Perché non era la mia strada. Non ho mai avuto il minimo dubbio. Però ho dovuto combattere.
Parlavi prima di ribellione. La ribellione di dire: «Vado in montagna, faccio cose di un certo tipo, quando la maggior parte degli altri non le fa. E’ già una ribellione. Poi mi è stato detto: «Devi continuare a fare grandi imprese!» «Eh no, le faccio quando voglio io, non quando volete voi!» Ecco dov’è la seconda ribellione. Vado a cercarmi le mie cose. E mi invento Rock Story. E mi invento la mia ricerca personale e mi invento tutto un subbuglio che conosco solo io. Verso quello che tu chiami autenticità e io, in termini di Psicologia Analitica, chiamo individuazione. Il riconoscimento del proprio Sé. Che è fonte anche di infelicità. Non mi sono mai pentito però delle mie scelte, quelle importanti. Errori ne ho fatti tanti.
La ricerca resta il mio vero obiettivo. Se mi avvicinerò, anche solo in parte, potrà essere notato e riconosciuto dalle persone che mi sono vicine. Potrà essere un esempio per le mie figlie.
Un alpinismo di ricerca è una definizione che ha molto senso, per me, ancora oggi. Anche se di alpinismo ne faccio un po’ meno. Però la ricerca è rimasta.

Giusto Gervasutti
Insueinsé-giustoIn Rock Story, il protagonista diceva: «A me non me ne frega niente delle cime». Affermazione che rifiuta l’enfasi per la conquista e che valorizza il “tramite”, la ricerca in corso, non considerando la vetta come una conclusione o come un punto di arrivo.
E’ un’affermazione valida nel contesto in cui è stata detta, in un certo periodo storico. Già nelle parole “non me ne frega niente” è riconoscibile, comunque, la conferma di una posizione contraria. Lo dici, perché stai combattendo con queste tematiche. Perché c’è un alpinismo tutto teso verso le vette. Invece le nuove tendenze individuavano altro da fare.
Personalmente, ritengo estremamente importante la cima, comunque e sempre. E’ un elemento di cui non si può fare a meno. Bisogna sempre avere un obiettivo. Senza obiettivo non si va lontano.

La cima potrebbe essere assimilata però a una “meta fittizia”. Si tende a quella meta pur sapendo che non sarà mai raggiunta, perché mutevole; in trasformazione come il percorso che ci riguarda e che ci separa dal nostro obiettivo. Il percorso la cambierà, ma la meta resterà sempre davanti a noi. Origine e senso di ogni dinamismo. La cima quando viene raggiunta rivela di non essere la fine, se non quando rappresenta la morte.
Il vero pericolo consiste nel considerare la meta alpinistica come se fosse la “meta”. Chi arriva su una cima può essere felice, però se ha dentro il fuoco che lo brucia, dopo pochi minuti penserà già a ciò che verrà dopo. Se poi parliamo dei livelli alti (Kukuzcka o Gervasutti) sono molte, alla fine, le evidenze. L’insoddisfazione, in quei casi, era veramente plateale.

Pensi che possa essere successo per un processo di “materializzazione” della cima?
Eh, sì! Sembrava loro che fosse veramente l’obiettivo. Dopo il quale ci sarebbe stata soltanto la felicità. E invece non è così. Per cui, delusione! Improvvisamente ti rendi conto che le fatiche che hai fatto…il mondo le sta riconoscendo, però a te cosa rimane? Non hai raggiunto ciò a cui aspiravi…non l’hai raggiunto affatto.

Renato Casarotto
Insueinsé-Renato1Hai scritto: «Mentre l’onda impietosa distrugge i castelli a noi bimbi, invece che contemplare con orrore l’acqua spumeggiante faremmo meglio a guardare gli occhi divertiti di nostra madre». Una consapevolezza che corrisponde a una cima raggiunta.
Non ricordo se sia realmente avvenuto. Ho voluto descrivere la sensazione orribile del bambino che, disperato per una sua tragedia, trova l’adulto che la giudica, invece, un’inezia.

Il bambino volge lo sguardo alla madre e ne coglie l’espressione divertita e benevola. In quel momento apprende come regolarsi nei confronti del mondo. Deve assorbire e fare proprio quello sguardo divertito. In quel momento imparerà e incomincerà a diventare adulto.
Attraverso la sofferenza, però. Invece di trovare una madre che piange, trova una madre che sorride. D’altra parte la madre può aiutare il figlio solo in questo modo. E crescere significa anche saper volgere lo sguardo altrove, saper spostare i propri interessi.

Potremmo dire che questo è uno dei risultati della tua ricerca?
Non so se è un risultato o se è un elemento che ha contribuito ad una successiva ricerca.

Negli occhi di quel bambino indubbiamente c’è il bambino. Ma c’è, in quegli stessi occhi, anche l’adulto che si riconosce in quel bambino e si rimette un po’ in quella parte. Però il suo sguardo è diverso ora… Assume un’espressione benevola verso se stesso, benevola come quella della madre.
Sì, è per questo motivo che ne ho parlato. Anche se La parete e Rock Story probabilmente non sono mai stati sufficientemente capiti.

D’altra parte sono legati ad una dimensione intrapsichica che resta, in genere, esclusa dalla letteratura alpinistica. Sono dinamiche per lo più negate e nascoste da chi arrampica. Tu le hai sempre molto trattate, ma sembrano essere per lo più rifiutate. L’alpinismo non le vuole. Pare non averne bisogno ed è un paradosso!
Dovremmo pensare al mondo alpinistico come ad un bambino che gioca e dovremmo mettergli lì una madre che ride, mentre lo guarda…Non credi che possa servire?

Fine

postato il 19 ottobre 2014