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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

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Alex Honnold: riflessioni dopo la morte di Dean Potter

Alex Honnold: riflessioni sul rischio dopo la morte di Dean Potter
(tradotto da time.com del 28 maggio 2015)

Il 16 maggio 2015, nel parco nazionale dello Yosemite, Dean Potter e l’amico e compagno Graham Hunt sono rimasti vittime di un incidente di BASE-jumping con la tuta alare.

Ho appreso della tragedia quasi subito da un amico in comune e ho passato tutto il giorno dopo in stato di shock. Non ci volevo credere.

Dean, che aveva 43 anni, tra i climber degli States era stato per almeno 20 anni uno dei più conosciuti e dei più fantasiosi. La sua morte ha suscitato grande eco nell’informazione e sui social. Quasi tutti quelli che arrampicano hanno postato almeno qualcosa in omaggio a Dean, perché per tutti noi lui era davvero qualcuno. Eroe della mia adolescenza, era il simbolo di quanto di più fico c’è nel mondo dell’arrampicata.

Potter-9c8b251ac865012ff6215c5b0a33ea3fL’avevo visto per la prima volta in Masters of Stone V, un film della vecchia scuola di arrampicata che mostrava il suo nuovo stile nello scalare da solo le grandi pareti. Si vedeva un uomo dall’aria spavalda che scorrazzava sulle più grandi pareti dello Yosemite avendo con sé solo il minimo di equipaggiamento.

Io, che scalavo solo su plastica, pensavo che quello che faceva lui era impossibile e affascinante. Arrivai a conoscerlo gli anni dopo, in occasione di qualche serata o evento: poi, sebbene raramente ci fossimo legati assieme, lo vedevo spesso in giro. La notizia dell’incidente è stata una bastonata, solo poco tempo prima avevamo cenato assieme in Yosemite.

Alla sua morte ci sono state le reazioni più diverse, si è passati dal profondo rispetto per un uomo che ha influenzato come un gigante il suo sport al disprezzo senza controllo per uno che ha gettato via la sua vita, pronto a sperperare quel che abbiamo di più prezioso per la prossima adrenalinica avventuretta. Molti si sono chiesti che senso aveva, o quanta follia, il prendersi dei rischi simili. Questi pensano che Dean fosse posseduto da un egoismo mostruoso per dare un dolore così alla sua famiglia e agli amici. La critica più comune dice pressappoco “era suo dovere restare vivo, per gli altri”.

Questi commenti mi amareggiano assai, perché ignorano quanta concentrazione e quante energie Dean investisse nella sua arte.

Nessuno passa venti anni di vita a fare sport al limite se è un drogato di adrenalina. I più l’hanno solo visto arrampicare o volare nei filmini di YouTube senza avere la più pallida idea degli anni passati ad allenarsi. Dean aveva al contrario un atteggiamento riflessivo e prudente, affrontando le nuove imprese solo dopo averci pensato molto ed essersi preparato alla perfezione fisica e psichica.

Qualcuno ha argomentato che è immorale rischiare la vita, tralasciando che molti altri rischiano la vita tutti i giorni con diete e stili di vita pazzeschi.

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Avevo 19 anni quando mio padre è morto per un infarto. Aveva solo 55 anni e, professore universitario, conduceva uno stile di vita che si potrebbe definire del tutto tranquillo. Ma era sovrappeso, e le malattie di cuore sono un problema della nostra famiglia. Senza riguardo ai rischi che ci assumiamo, tutti noi consideriamo la fine come un evento che arriva troppo presto, anche se nella vita bisognerebbe prestare più attenzione alla qualità che alla quantità.

I suoi obiettivi erano quelli di un visionario, poco pratico e non realista. Dean era devoto alla sua ricerca. L’essere completamente dedicato a essa è ciò che gli ha permesso per quasi venti anni di praticare quegli sport. La sua morte mi ha ricordato che devo riflettere con molta attenzione sulle mie prossime scelte. Nell’arrampicata, ma anche in tutta l’avventura, c’è una costante tensione tra il voler spingersi verso l’ignoto e il non andare troppo in là. Il meglio che possiamo fare è riconoscere con molta cura quella sottile linea. Dean faceva le sue scelte a occhi ben aperti. Sapeva di correre rischi, ma lo stesso inseguiva i suoi sogni. Quanti di noi rimasti vivono con quel genere di intenti?

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Requiescat In Pace
di Emilio Previtali
(facebook, 22 maggio 2015)

Quando ho letto di Dean Potter sono rimasto male ma sapevo che il peggio doveva ancora arrivare. Sapevo che avrei dovuto leggere tutti quei RIP che non vogliono dire niente, di solito quando muore uno tra non dire niente e dire RIP, secondo me, è meglio non dire niente. Invece a tanti inspiegabilmente vengono sempre fuori quelle tre lettere lì, in maiuscolo. RIP. Fantasia. E va beh. Sapevo soprattutto che avrei dovuto fare i conti con il fatto che l’altro, l’amico di Dean, quello che se ne è andato con lui (aveva anche un nome, si chiamava Graham) sarebbe stato ignorato. Di lui quasi nessuno ha detto niente. Come non fosse esistito. Uno con cui ti butti di notte da una parete con una tuta alare non può che essere un tuo amico o qualcosa di più o del genere. Ehi, fratello, se sei amico di Dean, devi essere anche amico del suo amico. Una birra all’amico di Dean al bar, avresti trovato il coraggio di non offrirla? Per lui manco un RIP, hai speso. In questi giorni mi sono rifugiato nell’idea del cane che vola, in quelle immagini che ho visto qualche decina di volte sempre chiedendomi se al mio cane, alla Milla, piacerebbe fare una cosa del genere. Un volo insieme a me con la tua alare, le ho chiesto l’altro ieri: Milla, ti piacerebbe? Io e te soltanto. Lei mi ha guardato e leccato, credo volesse dire sì. O forse di no. Forse voleva dirmi Ma sei scemo? I cani non parlano. Non scrivono. Meglio così. Almeno quando muori non corri il rischio che vengano fuori con un RIP.

(NdR: Previtali è stato almeno parzialmente contraddetto grazie a questo articolo: http://www.outsideonline.com/1982461/remembering-graham-hunt)

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Sulle tracce di Layton Kor, Sufferfest 2

Sulle tracce di Layton Kor, Sufferfest 2

L’americano Layton Kor (Canby, Minnesota, 1938 – Kingman, Arizona, 21 aprile 2013) fu attivo negli anni Sessanta: per certi versi le sue salite (e il modo in cui erano fatte) sono diventate leggenda.
Suo campo prediletto era l’Eldorado Canyon, vicino a Boulder, Colorado, ma anche The Diamond, Longs Peak, le torri nel deserto del Sud-ovest e anche la Yosemite Valley.

Tra le sue salite più incredibili sono la via Kor-Ingalls a Castleton Tower e The Finger of Fate sul Titan, Fisher Towers; per la sua carriera, nel 2009 ha ricevuto dall’American Alpine Club il prestigioso Robert & Miriam Underhill Award.

Layton Kor su Exhibit_A, Eldorado Canyon, 1963
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Le sue salite più notevoli:

Colorado
* 1959 Diagonal, Lower East Face, Longs Peak, (V 5.9 A3) con Ray Northcutt;

* 1959 T2, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (oggi graduata 5.11a), 1a asc. con Gerry Roach;

* 1960 Yellow Spur, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (5.9 (A1), 1a asc. con David Dornan, 21 febbraio 1960;

* 1962 Psycho, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.9 A4), 1a asc. con Huntley Ingalls;

* 1962 The Naked Edge, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.9 A3) con Bob Culp. L’integrale con Rick Horn, 1964 (5.9 A4);

* 1962 Yellow Wall, The Diamond, Longs Peak, (V 5.8 A4), 2a via della parete, con Charles Roskosz;

* 1963 Canary Pass, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.7 A4-), 1a asc. con Pat Ament;

* 1965 Green Slab, Black Canyon of the Gunnison, (VI 5.8 A4) con Brian Martz.

Deserti del Sud-ovest
* 1961 via Kor-Ingalls, Castleton Tower, Utah; 1a asc. con Huntley Ingalls;

* 1962 Finger of Fate, The Titan, Fisher Towers, Utah. 1a asc. della torre (V 5.8 A3) con Huntley Ingalls e George Hurley;

* 1962 Standing Rock (Monument Basin), vicino a Moab, Utah. 1a asc. della torre con Huntley Ingalls e Steve Komito;

* 1963 via Kor-Dalke-Schafer (IV 5.10 A1), Monster Tower, Canyonlands National Park, Utah; 1a asc. della torre con Larry Dalke e Cub Schafer, 26 dicembre 1963;

* 1964 North Face (III 5.9 A3), Argon Tower, Arches National Park, Utah; 1a asc. con Bradley eCharlie Kemp, 17 gennaio 1964.

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California
* 1963 West Buttress, El Capitan, Yosemite Valley, (VI 5.10 A3+), 1a asc. con Steve Roper;

* 1964 South Face, Washington Column, Yosemite Valley, (V 5.10a A2), 1a asc. con Chris Fredericks, giugno 1964;

* 1965 Gold Wall, Ribbon Falls Area, Yosemite Valley, (V 5.10 A3), 1a asc. con Tom Fender, Maggio 1965.

Altre aree
* 1963 via Robbins, Mount Proboscis, Logan Mountains, Northwest Territory, Canada. 1a asc. con Dick McCracken, Jim McCarthy e Royal Robbins, 4-7 agosto 1963;

* 1966 determinante collaborazione con John Harlin e Dougal Haston nella prima ascensione della Direttissima alla Nord dell’Eiger.

Le sue pubblicazioni
* Kor, Layton; Bob Godfrey (1983). Beyond the Vertical, Boulder, CO, USA: Alpine House. ISBN 0-9611748-0-3.

* Kor, Layton (1964). El Capitan’s West Buttress, su American Alpine Journal (New York, NY, USA: American Alpine Club).

Bibliografia
* Jones, Chris (1976). Climbing in North America, Berkeley, CA, USA: pubblicato per l’American Alpine Club dall’University of California Press, ISBN 0-520-02976-3.

* Levin, Steve (2009). Eldorado Canyon, A Climbing Guide, Boulder CO, USA: Sharp End Publishing. ISBN 978-1-892540-65-2.

* Reid, Don; George Meyers (1993). Yosemite Climbs: Big Walls, Evergreen CO, USA: Chockstone Press. ISBN 0-934641-54-4.

Nel nuovo film di Cedar Wright, Sufferfest 2, è come se aleggiasse la figura leggendaria di Layton Kor, come lui fosse ancora lì a guardare cosa fanno i giovani d’oggi sulle sue tracce, su quelle meravigliose quanto infide Fisher Towers.

Le Fisher Towers
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Sufferfest 2
(USA, 2014, 26 min)
Produttore e regista: Cedar Wright

Alex Honnold e Cedar Wright, due dei più importanti climber oggi sulla scena mondiale avevano intrapreso un viaggio in California in bicicletta per salire tutte le cime di oltre 4000 metri della California. Definito questo viaggio “il peggiore della loro vita”, lo hanno poi chiamato Sufferfest, un inno alla sofferenza. I due hanno giurato di non ripetere mai più un’esperienza simile ma… non hanno tenuto fede alla loro promessa e hanno addirittura inventato qualcosa di peggiore, una Sufferfest 2 detta anche “Desert Alpine”. Questa nuova avventura ha portato i due climber ad arrampicare 45 strutture rocciose nei deserti di Colorado, Utah, Arizona e New Mexico con un viaggio – in bicicletta naturalmente – di oltre 700 miglia, fino alla riserva Navaho in Arizona. Giunti a destinazione, i due hanno personalmente lavorato all’installazione di 6 sistemi a energia solare per offrire corrente e illuminazione a sei abitazioni tra le più remote dell’area: un progetto parte della Alex Honnold Foundation.

Castleton Tower, Castle Valley, Utah
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Alex Honnold
Nonostante sia uno degli arrampicatori più famosi a livello mondiale, supportato da sponsor come The North Face, Black Diamond, La Sportiva e Maximum Ropes, Alex Honnold continua a vivere in un furgone che, in pratica, è tutto ciò che possiede.

È una cosa abbastanza comune per gli arrampicatori” – dice – e il furgone tutto sommato è un lusso, molto più scomodo stare in una berlina, per esempio, come pure molti fanno”.

“Quando arrampichi, di fatto cerchi di seguire le condizioni meteo climatiche migliori. Stai fermo in una determinata area fino a quando il tempo inizia a peggiorare, ti sposti a Sud e cambi stile. Non c’è un periodo dell’anno in cui non è possibile arrampicare”.

Non esiste tempo libero per Honnold e sebbene sia per definizione un nomade, non è certo un eremita. Il suo stile di vita viene condiviso da molti suoi compagni climber nell’infinita ricerca di pareti sempre più impegnative.

Sull’arrampicata in free solo – che rappresenta circa il 5% della sua attività – Alex Honnold dice che se fatta bene, non è qualcosa di così adrenalinico, ma che piuttosto infonde un grande senso di calma e di armonia. L’adrenalina si scatena solo se qualcosa va storto. Raggiungere la sommità di una parete in free solo… “È qualcosa di molto soddisfacente, quasi commovente. È quel tipo di esperienza che la gente definisce spirituale. Guardare i colori del tramonto sulla campagna innevata, apprezzare i colori della natura e di ciò che ci circonda, questo è ciò che io chiamo un’esperienza spirituale. Per me è molto facile eliminare le cose che non contano. Arrampicare per me è la cosa più importante e quindi accetto di vivere in un furgone, di non avere la doccia, o il riscaldamento, tutte cose che di solito si danno per scontate. Ma non si tratta di un grande sacrificio perché ho capito che arrampicare è la cosa più importante per me. È il mio obiettivo e sono disposto a fare tutto ciò che serve per realizzarlo”.

Fonte: http://www.planetexperts.com/climbing-toward-sustainable-future-interview-alex-honnold

Cedar Wright
Da quando Cedar Wright, a 21 anni, scopre l’arrampicata, la sua vita si trasforma completamente, si trasferisce a vivere in un furgone e va in Yosemite. Per cinque anni lavora nel Search and Rescue team.

Cedar è salito su El Cap in free climbing in un giorno ed ha aperto vie di arrampicata in tutto il mondo.

Si autodefinisce “Bon Vivant, narratore, genio poetico, arrampicatore dirtbag con una strana passione per la sofferenza, per la roccia instabile e per le ragazze di facili costumi. Ma la verità è che Cedar non vuole essere rinchiuso in una definizione”. Cedar è anche regista e musicista.

Qual è la novità in Sufferfest 2?
Nel primo Sufferfest abbiamo parlato a lungo di energia alternativa e di come continuare a fare ciò che amiamo fare, esercitando però un minor impatto ambientale. Alla fine, poiché Alex ha contribuito a diversi progetti di beneficenza legati all’utilizzo di energia alternativa, quando abbiamo iniziato a parlare di questo nuovo Sufferfest mi disse che avrebbe voluto lavorare in prima persona a qualcuno dei progetti che sta aiutando. Così, dato che io ero interessato alle torri dei deserti nel Sud-ovest e a quello che i nostri sponsor stavano facendo laggiù in termini di energia alternativa, il nostro progetto si è rivelato un modo di fare qualcosa di utile, di vivere un’avventura, e raccogliere fondi sensibilizzando la gente sulle condizioni di vita nella riserva Navajo.

A che livello si colloca il film sulla scala della “sofferenza”?
La cosa divertente è che questi due film potrebbero fare a gara per quale meglio incarna lo spirito della Sufferfest. Come i territori che abbiamo attraversato erano molto diversi ma entrambi unici, lo è stato anche il modo in cui abbiamo “sofferto”. Possiamo dire che, incredibilmente abbiamo sofferto molto di più il freddo qui che non sulle montagne più alte della Sierra, in California.

Quali sono i vostri programmi futuri?
Un Sufferfest 3? Se lo faremo saremo solo io e Alex e credo che questa volta non sarà soltanto un viaggio in bici, dovrà essere qualcosa di più… epico. Forse una combinazione di scialpinismo e kayak? Forse. L’idea del progetto Sufferfest, comunque, è di trovare mete ambiziose, uscire dalla zona di comfort e cercare qualcosa di nuovo. Possibilmente raggiungendo la meta… ma non necessariamente!

“Soffrire” sembra essere il tuo motto del momento, che cosa ti attrae in questo tipo di avventure?
Onestamente, si tratta di un tipo di sofferenza… da privilegiati, ed è una sorta di “effetto collaterale” della completa domesticazione della razza umana. Viviamo una vita così sicura, al riparo delle nostre case, che per sentirci davvero vivi dobbiamo essere noi a inventarci qualcosa, come queste maratone di endurance, per esempio. Ma non bisogna dimenticare che questo tipo di sofferenza è un lusso, mentre ci sono in tutto il mondo milioni di persone che hanno a che fare con problemi reali come la povertà per esempio. Provo una forte empatia per queste persone e so che noi non sappiamo nulla di quello che è la sofferenza vera.

Al di là della capacità di catturare lo spettatore, quali sono gli elementi che fanno un buon film di arrampicata?
Penso che un buon film di arrampicata debba avere 4 componenti:
La prima è il personaggio e per me è l’elemento più importante, ci deve essere una figura capace di coinvolgere e con caratteristiche uniche. La seconda cosa è la trama, il protagonista deve attraversare una soluzione conflittuale per poi giungere a uno scioglimento della tensione. La terza è la scenografia, che nel caso dei film di arrampicata è forse l’elemento più facile, perché la bellezza non manca mai nella natura e infine il tema, un elemento troppo spesso sottovalutato e invece importante: qual è il messaggio, la filosofia, o semplicemente l’atmosfera che vogliamo trasmettere con il nostro film?

Fonte intervista: http://www.verticallifemag.com.au/2014/09/interview-cedar-wright/

Titan Tower, Fisher Towers, Utah

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La risposta di Alex Honnold

La mia risposta a Clif Bar
di Alex Honnold (tradotto dal New York Times online, 19 novembre 2014)

Sette anni fa, quando cominciai a fare in free solo vie lunghe e difficili in Yosemite, cioè senza compagno, corda né attrezzatura, lo feci perché mi sembrava la forma più pura ed elegante di scalare le big wall.

Sentivo che arrampicare, specie sulle grandi pareti, fosse una grande avventura, ma mai più pensavo potesse diventare una professione. Comunque, furono gli sponsor a venire da me, negli anni, uno per uno. Ero convinto che loro mi volessero loro testimonial perché ben convinti di ciò che stavo facendo.

Alex Honnold in free solo di The Phoenix, 5.13a, Yosemite
Honnold-SUB-mountain1-master675Dunque è stata una doccia fredda quando, reduce da una scalata di quattro giorni in Yosemite, vengo a sapere che Clif Bar, con cui ero da quattro anni, mi aveva fatto fuori assieme ad altri quattro scalatori ben noti: Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill. Cosa stava succedendo?

Clif Bar non rinnovava il contratto perché io stavo facendo esattamente quello per cui mi avevano acquisito in un primo tempo?

All’interno del mondo dell’arrampicata, tutti siamo conosciuti per correre dei rischi, in una forma o in un’altra. Il fatto che le avventure che inseguiamo sono pericolose è una parte di quello che le rende interessanti al pubblico e agli sponsor.

Le nostre carriere come scalatori sono state plasmate dal free solo. Dean Potter e Steph Davis ora sono un po’ più impegnati nel BASE jumping e nel volo a tuta alare, ma in fondo sono ancora arrampicatori legati al mondo della montagna. Il fatto che le avventure da noi cercate siano pericolose è parte integrante del loro interesse per il pubblico e per gli sponsor.

La comunità degli arrampicatori ha appreso con scandalo il nostro licenziamento, avvenuto in seguito all’uscita del film Valley Uprising, una storia ambientata nello Yosemite che mostra alcuni dei nostri exploit. Am miuo ritorno dal Capitan mi aspettavano dozzine di messaggi ed e-mail, tutte per chiedermi dettagli o esprimermi solidarietà.
Sul web esplosero centinaia di commenti sui vari siti, tutti sul tono “mandiamo affanculo quei fessi di Clif Bar”.

Ovviamente sono rimasto deluso da questa decisione, specialmente considerando che il prodotto mi piaceva e che io avevo sempre rispettato l’impegno ambientalista dell’azienda. Mi sembra strano che dopo anni di supporto, qualcuno in Clif Bar si sia svegliato all’improvviso e abbia realizzato che arrampicare senza una corda su pareti verticali alte 600 metri sia pericoloso. Eppure non posso fare a meno di comprendere il loro punto di vista.

Abbiamo supportato, e ancora lo faremo, i campioni dell’avventura, inclusi quelli dell’arrampicata…” ha detto Clif Bar in un comunicato rilasciato dopo lo scoppio della polemica, “il rischio è parte integrante dell’avventura. Siamo d’accordo sul fatto che la valutazioni di rischio sono decisioni molto personali. Questa nostra scelta non vuole mettere un confine nello sport o limitare gli atleti nel perseguire le loro passioni. E’ una linea che tracciamo per noi stessi”.

Sostanzialmente è lo stesso modo in cui mi sento durante il free solo. Io traccio i limiti per me stesso, gli sponsor non hanno alcun peso sulle mie scelte o sulla mia analisi del rischio.

Dean Potter senza protezione, Moab, Utah
Honnold-SUB-mountain2-articleLargeAndare da solo mi piace per varie ragioni: la sensazione dell’aver padroneggiato dopo un’impresa, la stupenda semplicità dei movimenti, l’esperienza di essere in una situazione così esposta.

Queste ragioni per me sono una motivazione abbastanza potente da indurmi ad accettare certi rischi. Ma è una decisione personale, che cerco di prendere con molta serietà prima di impegnarmi seriamente.

Nell’arrampicata, gli sponsor tipicamente sostengono uno scalatore ma non gli suggeriscono alcuna direzione, lasciandolo libero (o libera) di seguire le sue tendenze e le ispirazioni personali del momento.

È una libertà meravigliosa, per certi versi simile a quella dell’artista che semplicemente vive la sua vita e crea ciò che ha dentro. La decisione di Clif Bar di licenziare noi cinque può limitare quella libertà.

In un’intervista che ha rilasciato a Rock and Ice web, Dean Potter ha detto: “La mia paura è che l’inizio del grande interesse per gli sport estremi porti a soggiogare le diversità, o a isolarle al di fuori della grande comunità dell’outdoor. Non ci dovremmo domandare se ci sono interessi che tendono a manipolarci, a mono-formarci?”.

Se gli sponsor indietreggiassero di fronte a comportamenti rischiosi, tanto varrebbe trasformare lentamente l’arrampicata in una versione più sicura e sterile di ciò che oggi.

Ma sono propenso a pensare che gli sponsor dovrebbero continuare a sostenerci senza farsi carico di alcuna delle nostre motivazioni.

So che quando sono da solo sotto a una grande parete, guardando in su e pensando di salire, gli sponsor sono l’ultimo dei miei pensieri. Se sto andando a prendermi dei rischi, lo faccio per me e non certo per un’azienda.

Il free solo è vecchio almeno quanto la stessa arrampicata, le sue radici affondano nel XIX secolo. Gli scalatori continuano a spingere oltre il limite. Ci sono scalatori di sicuro più forti tecnicamente di me. Ma se io ho un dono, è certamente quello di “avere testa”, di restare calmo dove altri potrebbero andare fuori di testa.

Tutti hanno bisogno di trovare i propri limiti nell’ambito del rischio e se Clif Bar vuole tirarsi indietro, è sicuramente una giusta decisione. Ma noi tutti continueremo ad arrampicare nei modi che troviamo più stimolanti, che siano una corda, un paracadute o niente di niente. Che siamo sponsorizzati o meno, le montagne ci stanno chiamando e noi dobbiamo andare.

Alex Honnold, Lader, Wyoming. Foto: Sender Films
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Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.
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Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
Flash-129Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
Flash-128A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
Flash-127La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
Flash-126Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Flash-125La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
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Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.

Flash-123Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
Flash-122Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
Flash-121

continua

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