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Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE

Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE
a cura di Mountain Wilderness

Se si guarda all’attuale degrado del Parco nazionale dello Stélvio non si può pensare a un recupero di idee ormai morte e sepolte. Occorre guardare al futuro, pensare a un parco che consolidi la conservazione e promuova lavoro compatibile con le priorità della tutela.
Per un rilancio strategico esiste il progetto PEACE, la grande area protetta nel cuore delle Alpi Centrali. In memoria di Alex Langer.

IL PARCO NAZIONALE DELLO STÉLVIO
Il Parco nazionale dello Stélvio è stato istituito il 24 aprile 1935 con il sostegno attivo del CAI e del Touring Club Italiano. E’ il parco alpino più vasto d’Europa, 130.700 ettari, il più ricco di biodiversità nelle Alpi. Un patrimonio mondiale di cultura, risorse, paesaggio. Quest’anno compie 80 anni, ma non li può dimostrare, né in azioni, né in promozione, né sul piano scientifico perché per molti anni è stato un parco gestito più come istituzione che come ente reale. Dal dopoguerra in poi ha subito il costante boicottaggio dalla SVP (partito autonomista di maggioranza, altoatesino) che ha visto nel parco una imposizione di stampo fascista da cancellare con ogni mezzo.

Orso in Valle di Rabbi
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In realtà il parco nacque sull’onda di un feroce nazionalismo post bellico. L’arroganza dei vincitori di allora spiega perché oggi il parco venga ancora considerato un’imposizione del governo di Roma, un governo che giunse a cambiare i nomi di tutti i paesi del Südtirol. E’ dal 1951 che la SVP discute su come ridurre i confini del parco nel territorio altoatesino per offrire vita alle aree ad alta intensità agricola: si sono provate petizioni e mozioni, tese anche a demolire il Parco Nazionale.

Il 28 settembre 1968 è l’intera comunità della valle Venosta a chiedere l’abolizione del parco. Si è provata anche la via giudiziaria con il protagonismo dei pretori di Tirano (SO) e Silandro (BZ) che sostennero l’illegittimità della legge istitutiva del 24 aprile 1935: la Corte Costituzionale ne rigettò le istanze. E’ anche vero che nella vicina Engadina i proprietari terrieri e i contadini ricevono un indennizzo per il mancato godimento della proprietà: da noi invece non è permessa alcuna flessibilità o indennizzo. Nel 1977, finalmente in controtendenza alle tesi che proponevano la demolizione dell’ente, arrivò invece un ampliamento del parco di 38.000 ettari. Si inserirono l’alta valle dello Spöll e dell’Adda; e per collegare il parco all’Engadina i gruppi del Gàvia, Sobretta e Serottini.

Nel 2010 la SVP ha alzato il tiro con una serie di imbarazzanti e disinvolti accordi politici nazionali, prima con il centrodestra ed oggi con il PD, sempre con l’obiettivo di spaccare il parco. Ora si è arrivati a infliggere al parco il colpo definitivo. Certamente la SVP, complice un sempre assente Ministero dell’Ambiente, fino ad oggi ne ha impedito o intralciato il funzionamento fino agli accordi di Lucca (1993). La nascita del Consorzio nel 1995, strutturato dal Ministero dell’Ambiente e dalle tre realtà amministrative, Regione Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano, non ha prodotto, come risultato, un migliore funzionamento del Parco. Le amministrazioni locali hanno impedito di fatto che il Ministero dell’Ambiente, uscendo dal suo abituale letargo, approvasse il piano di gestione (depositato al ministero da ormai dieci lunghi anni). Risultato? L’Ente parco oggi è privo di un qualsiasi comitato di gestione, anche nei tre profili regionali o provinciali.

Il Lago Pian Palù in Valle di Pejo. Foto: Tiziano Mochen/Archivio PNS
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Un parco bloccato
In questi lunghi anni di immobilismo il parco non ha potuto esprimere le sue potenzialità, né sul piano dell’offerta promozionale, né sulla proposta culturale, tantomeno conservazionistica. Un parco privato di questi valori non può nemmeno offrire risposte in termini di lavoro e ricerca alle popolazioni locali: evitando un suo radicamento nel territorio si è voluto depotenziare l’ente di ogni credibilità legandolo solo a una sommatoria di vincoli e laccioli burocratici che incidono negativamente sulle quotidiane necessità degli abitanti locali, senza riuscire invece a bloccare i grandi progetti devastanti.

Era dovere del nostro Stato fare rispettare le norme UICN (Unione internazionale per la conservazione della natura) e il dettato della Convenzione delle Alpi che prevede il potenziamento delle aree protette e la loro interconnettività, anche transnazionale.

Era dovere dello Stato italiano fare approvare in tempi utili il piano parco, che ricordiamo, era stato approvato all’unanimità dal Consiglio centrale dell’Ente. Doveri disattesi.

Dal 2010 a oggi si sono lasciati scadere dagli incarichi i tre comitati di gestione regionali, perfino il Consiglio centrale, senza che si sia mossa foglia per offrire all’ente degli organismi gestionali, perlomeno provvisori. A oggi sono in carica solo i revisori dei conti, il direttore e il discusso e debole Presidente Ferruccio Tomasi al quale è stato prorogato l’incarico fino a nuova definizione dell’ente.

La proposta politica degli accordi di Lucca del 1993, attuata nel 1995, che istituì il Consorzio del parco pur incrinando il dettato della legge 394/1991, avrebbe potuto funzionare se gli enti locali avessero investito energie e soprattutto volontà politica. A oggi, se il Consorzio è fallito, non possono funzionare nemmeno altri enti, quali la Fondazione ad esempio. In qualunque situazione ci si troverebbe sempre in presenza dell’azione ostativa del Südtirol e probabilmente si toglierebbe voce agli enti locali subordinati, i comuni, e alla partecipazione nelle scelte della società civile. Per lo Stélvio è necessario investire in qualcosa di nuovo, che abbatta confini amministrativi e culturali, diffidenze storiche: in presenza della debolezza dello Stato, solo l’Europa oggi può essere garante di un simile percorso.

L’Ortles
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L’azione dell’ambientalismo per evitare lo smembramento
Le norme di attuazione discusse in questi primi mesi del 2015 prevedono di fatto lo smembramento del parco in tre unità praticamente autonome alle quali è concesso il diritto di modificare i confini dell’area protetta. Ognuna di queste unità costruirà il suo piano di gestione anche amministrativa e organizzerà la sorveglianza. Il finanziamento ricadrà unicamente sulle spalle delle due province, Trento e Bolzano; si tratta di oltre 5 milioni di euro l’anno. La Regione Lombardia, ormai assente da ogni attenzione verso le politiche conservazionistiche delle aree montane, si ritroverà così a subire l’assistenzialismo delle due province autonome e verrà di fatto privata di ogni responsabilità di governo nella gestione di un territorio strategico.

Le associazioni ambientalistiche nazionali e locali (CIPRA, CAI, Italia Nostra, Mountain Wilderness, WWF, Legambiente, LIPU, Touring Club Italiano, Pro Natura, FAI, SAT, ENPA, EPPAA) hanno provato in più occasioni a rilanciare i valori di un’area protetta chiedendo: a) l’inserimento nel Coordinamento nazionale dell’Ente dei rappresentanti qualificati dell’ambientalismo e del mondo scientifico, b) il varo di un unico piano del parco, c) la sorveglianza affidata ad un unico corpo, d) il rilancio del ruolo del Ministero dell’ambiente quale garante della unitarietà del parco, e) il superamento del poco incisivo Comitato di coordinamento per investire in organismi di gestione certi e responsabili, dotati di Presidenza, di un direttore, di una segreteria operativa. La fermezza della SVP e l’assenza ideale di tutti gli altri schieramenti politici hanno impedito anche questi passaggi di mediazione.

Cosa c’è dietro alle rivendicazioni nazionalistiche?
Nel consolidare lo spezzatino operativo del parco si sono nascoste le vere ragioni che hanno portato alla totale disattenzione della Regione Lombardia verso queste sue montagne e all’insistenza sullo smembramento della parte sudtirolese. Ragioni prettamente speculative. Non è un caso che le norme di attuazione prevedano esplicitamente la possibile modifica dei confini.

L’Alto Adige/Südtirol chiede la modifica dei confini per alzarli di quota, non solo per liberare alcuni abitati da vincoli urbanistici oggi forse superati, ma specialmente per permettere la caccia al cervo fino al limite dei ghiacciai; si vogliono sviluppare le colture dei piccoli frutti e ampliare aree sciabili in val Martello. Da anni ai piedi del Passo dello Stélvio diverse imprese chiedono lo sfruttamento dell’alveo fluviale per ricavarne preziose sabbie da inviare nei cementifici locali e per drenare un ricco ambito fluviale che la natura sta faticosamente riprendendosi e portando a straordinaria naturalità (Prato allo Stélvio). In Lombardia invece ci si vede liberati di un peso: la presenza di un parco nazionale e la riduzione dello Stélvio in Valtellina e nella valle Camonica in un miniparco regionale lo porterebbe ad essere territorio dimenticato dalla Regione, come avvenuto per l’insieme delle aree protette lombarde.

Il rifugio Nino Corsi in Val Martello
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Rischio smembramento per altri parchi nazionali
Va evidenziata un’altra emergenza, strettamente legata a quanto accade al Parco nazionale dello Stélvio. Se il disegno SVP – PD dovesse avere successo, cosa ormai praticamente certa, un simile esempio negativo verrebbe immediatamente esportato nel Parco del Gran Paradiso che vive analoghi conflitti istituzionali e di gestione. Si corre il rischio che il più antico parco italiano, 1922, finisca spezzato in due fra Val d’Aosta e Piemonte. E a questo punto sarebbe quasi inevitabile che il deleterio suggerimento venga accolto dal parco d’Abruzzo-Lazio-Molise e dal Parco dei Sibillini. Mentre in Europa si attuano politiche di unione e connessione fra aree protette, in Italia, unico paese al mondo, si smembra quanto intelligenze scientifiche e politiche avevano unito nel passato, si rinnovano e consolidano assurdi confini, si evitano politiche conservazionistiche e si rinuncia a fornire a un territorio fragile risposte basate sulla qualità, attente alla creazione di nuovi lavori innovativi nelle vallate alpine.

La lunga mano della speculazione
Negli anni ’50 il parco è stato devastato dalla costruzione di dighe per produrre energia elettrica, fino a quote molto alte. Tra gli anni ’60 e ’70 località come Bormio e Solda sono state stravolte dal proliferare delle seconde case. Il passo dello Stélvio è stato ridotto a una ragnatela di fili e cavi che ingloba e avvilisce l’intero paesaggio montano; lo stesso è accaduto a Solda.

Nel frattempo in aree particolarmente sensibili del parco sono stati realizzati – senza trovare opposizioni valide – progetti di distruzione ambientale inauditi, insostenibili anche dal punto di vista economico. Ecco due esempi:
– la grande pista della discesa libera dei mondiali di Bormio 2005 (oggi i paesi della Valtellina sono ancora costretti a pagare debiti contratti per l’appuntamento dell’ordine di decine di milioni di euro);
– sul versante del Trentino si è rifatta la funivia che raggiunge Val della Mite e oggi si pensa, in piena area valanghiva, di dotare l’impianto di una nuova pista di discesa.

Cascata in Valle di Rabbi
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Le peculiarità
Il Parco nazionale dello Stélvio non casualmente è composto da un’unica vasta area SIC. Questo territorio, grazie al valore di (ancora) imponenti ghiacciai, è infatti uno dei più importanti serbatoi di acqua delle Alpi intere. Ma non vi è solo ghiaccio, non vi sono solo cascate indimenticabili, corsi d’acqua che di ora in ora durante le estati modificano considerevolmente la loro portata. Vi sono torbiere fino in alta quota, foreste uniche come i cimbreti centenari di Solda, come i larici della scalinata del Saent, come la foresta del Sebel e ancora la cembreta di val Martello, gli ontani in val di Rabbi (alnetum incanae), pascoli estesi che offrono paesaggi d’incanto.

Fra la fauna è utile ricordare come, dopo innumerevoli rilasci, proprio in questi mesi sia avvenuta la prima nascita in libertà di un piccolo Gipeto. Da pochissimi anni nel parco sono arrivati predatori che erano scomparsi: il lupo e la lince. Non possiamo dimenticare la facilità con la quale si incontrano, grazie al divieto di caccia, caprioli, cervi, camosci, marmotte e lepri, aquile, varie specie di falchi e tutte le varietà di picchi delle Alpi.

Ma a noi sono rimaste impresse le emozioni che ci ha trasmesso il grande giornalista trentino Aldo Gorfer, il cantore delle montagne e delle sue genti, nel libro del 1971 Gli eredi della solitudine. A proposito della Val Martello scriveva:
“I luoghi ed i nomi imposti ai luoghi danno la misura della discreta antropizzazione che non si arresta nelle alte radure dei massi, ma coinvolge la montagna del deserto nivale. Si tratta di una storia umile perché i suoi protagonisti non sono le date e le guerre, né i potenti, né le città: ma povera gente, disperata, la cui economia era appesa alla bontà o meno del corso del tempo, ieri come oggi. E’ sempre stato così. E’ per questo che la storia della colonizzazione delle montagne ha il fascino misterioso del cosmo… Vi si ritrovano la secolare vicenda dei masi, l’accanimento epico della lotta per la sopravvivenza e l’avvicendarsi delle generazioni, ognuna delle quali ha ricevuto e trasmesso qualcosa di suo…”.

Il rifugio Casati e il Gran Zebrù
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IL PROGETTO PEACE
Già nel 1971 Italia Nostra e il CAI proponevano di ampliare i confini del Parco dello Stélvio per trasformare l’area protetta in un parco transfrontaliero dell’Europa. Negli anni ’90 Mountain Wilderness, sostenuta dalla intelligenza e dalla visione di Alex Langer, rilanciò la proposta inventando l’acronimo PEACE (parco delle Alpi dell’Europa Centrale, il parco della pace) allo scopo di consolidare, attraverso la difesa della natura e della biodiversità, nuovi contenuti nei rapporti fra stati, una innovativa strategia per superare i confini amministrativi, un nuovo modo per ritrovare sentieri di pacificazione transfrontaliera.

Il Parco PEACE
Le realtà a parco attuali e che prevediamo possano da subito avviare una gestione condivisa delle azioni tese alla conservazione della biodiversità dei territori e dello sviluppo sostenibile sono:

  • Il Parco nazionale dello Stélvio;
  • Il Parco regionale Adamello lombardo istituito nel 1983, vasto 51.000 ettari che coinvolge la selvaggia Val Camònica e fa da ponte fra lo Stélvio e l’Adamello–Brenta trentino;
  • Il Parco provinciale trentino Adamello–Brenta, istituito nel 1967 ma funzionante dal 1985, vasto 62.051 ettari, coinvolge 48 laghi e uno dei ghiacciai più vasti d’Europa: oggi è anche geoparco;
  • Il Parco regionale delle Orobie bergamasche, istituito nel 1989, vasto 70.000 ettari, caratterizzato da foreste di particolare fascino e importanza biologica;
  • Il Parco regionale delle Orobie valtellinesi istituito nel 1989, esteso 44.095 ettari che coinvolge le province di Lecco, Bergamo e Sondrio, ancora oggi privo di una sua efficacia gestionale;
  • Il Parco regionale dell’Alto Garda Bresciano, istituito nel 1989 e vasto 38.000 ettari. E’ un sistema alpino unico perché poggia su forti contrasti ambientali, climatici, altimetrici visto che i suoi confini partono dai 65 metri sul livello del mare e superano quota 2000;
  • Il Parco nazionale svizzero dell’Engadina, unico parco della Confederazione, istituito nel 1914 ed esteso 17.200 ettari. Qui la natura è lasciata libera a se stessa, appartiene all’esclusivo gruppo dei parchi di prima categoria, è riserva della biosfera UNESCO e si discute di ampliarlo;
  • La recentissima riserva della biosfera UNESCO delle Alpi Ledrensi, 46.000 ettari. Si tratta di una strategica oasi, quasi priva di attività antropiche, che unisce il Parco provinciale dell’Adamello-Brenta al parco dell’Alto Garda Bresciano.

Si tratterebbe del più grande insieme di aree protette dell’intera Europa: 414.900 ettari. A questi potrebbero aggiungersi, senza difficoltà amministrative, la gestione delle aree SIC e ZPS presenti nella vicina Austria.

Questa proposta di disegno di conservazione ambientale e paesaggistica delle Alpi poggia sulle indicazioni presenti nel protocollo Protezione della natura e tutela del paesaggio della Convenzione delle Alpi. In un primo passaggio, anche sperimentale, per la sua realizzazione riteniamo non siano necessari l’istituzione di ulteriori enti istituzionali. E’ un percorso che può strutturarsi e concretizzarsi attraverso accordi di programma che trovino la condivisione degli Stati (Italia, Svizzera, Austria), delle Regioni e province autonome interessate, dell’Unione Europea. La Fondazione Dolomiti UNESCO e nel suo ambito più ristretto la Rete delle Riserve attuata dalla Provincia Autonoma di Trento possono rappresentare un esempio su come sia possibile mettere in atto, e gestire con efficacia e condivisione, reti funzionali che abbiano lo scopo di perseguire gli obiettivi della conservazione dei beni naturali, della biodiversità, della sostenibilità dello sviluppo delle popolazioni che abitano le aree protette.

Un simile progetto permetterebbe alla comunità europea non solo di offrire risposte in materia di tutela ambientale, ma di sommare nuovo senso culturale, valoriale e ideale all’Europa stessa. Nel contempo, grazie alla istituzione del Parco d’Europa, si supererebbe lo sterile e anacronistico nazionalismo che oggi nel Südtirol mette in discussione la presenza del Parco nazionale dello Stélvio e incide negativamente su una equilibrata convivenza delle popolazioni locali.

LE INIZIATIVE DI MOUNTAIN WILDERNESS
Il Trekking
(20–25 luglio 2015)
Proprio vent’anni fa ci ha lasciati l’amico Alex Langer: con questo trekking, a lui dedicato, lo vogliamo ricordare, per quanto ci ha offerto, per la sua coerenza, la sua gentile caparbietà e intelligenza.

Mountain Wilderness Italia promuove per l’estate 2015 un trekking internazionale che si pone tre obiettivi:
– bloccare lo smembramento del parco nazionale dello Stélvio in tre spezzoni che lo dequalificano a un insieme di parchi regionali;
– rilanciare, con urgenza, le funzioni primarie del Parco: conservazione della biodiversità e del paesaggio, promozione del lavoro compatibile e innovazione sul territorio alpino;
– promuovere l’istituzione del più grande parco d’Europa, nel cuore delle Alpi Centrali, con il progetto PEACE (Parco Europeo Alpi Centrali).

Verranno percorse le valli più incontaminate e affascinanti del Parco dello Stélvio. Ramponi e piccozza non sono necessari. Le singole tappe non supereranno mai le cinque ore di marcia; si seguiranno solo sentieri. Per ragioni logistiche è stato fissato a trenta il numero massimo di partecipanti. Le iscrizioni si sono chiuse il 15 giugno con pieno successo. Oggi non ci sono più posti disponibili. Un secondo gruppo di escursionisti raggiungerà il primo, lungo il percorso, provenendo dall’Alto Adige. Si arriverà a Bormio, guidati da Fausto De Stefani, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, in coincidenza con la conclusione del Festival della Montagna La Magnifica Terra. Il festival dedicherà all’evento la serata conclusiva. Rientro alla base di partenza organizzato da Mountain Wilderness. Durante la settimana del trekking alcuni dirigenti di Mountain Wilderness si staccheranno dal gruppo per andare a incontrare i rappresentanti delle istituzioni e le popolazioni locali.

La partenza è fissata alle ore 8.30 del 20 luglio 2015 dal Fontanino in Val di Rabbi. Si salirà al rifugio Dorigoni 2436 m. Il giorno dopo si traverserà il passo di Saent 2948 m de si scenderà in Val Martello (Alto Adige) fino al rifugio Corsi 2265 m. Il 22 luglio si sale al passo del Madriccio 3123 m per poi scendere in valle di Solda fino al rifugio Milano 2581 m e poi risalire al rifugio Coston (Hintergrathutte) 2661 m. Dopo il pernottamento, salita al rifugio K2 2330 m e al rifugio Tabaretta 2566 m. Si sale ancora alla forcella dell’Orso 2887 m, si prosegue poi scendendo gradualmente fino a giungere al rifugio Borletti 2188 m e al rifugio (hotel) Franzenshohe 2100 m. E’ questa la giornata più impegnativa (ore 6-7). Si sale il mattino dopo (24 luglio) verso il passo dello Stélvio e Cima Garibaldi 2843 m. Si scende poi nella Val Muranza (Svizzera) fino a S. Maria 1375 m. Da qui, il mattino dopo, con pulmini dell’organizzazione di nuovo a passo dello Stélvio 2757 m da dove si proseguirà il cammino seguendo alcuni tratti di strada statale fino ad imboccare il sentiero n° 12 nei pressi della Bocca del Braulio 2200 m che porterà verso la località Campo dei Fiori 2131 m, per poi scendere alla casa cantoniera sulla SS (a 1700 m). Da qui si potrà scendere fino a Bormio concludendo il trekking, costeggiando la strada statale oppure usufruendo dei pulmini dell’organizzazione.

Il rifugio Segantini in Val Nambrone
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Il Meeting di arrampicata TRAD sui graniti della Presanella (18-19 luglio 2015)
Con la collaborazione del Club Alpino Accademico Italiano e delle guide alpine locali (Gruppo dei Rampagaroi di Val Rendena), Mountain Wilderness organizza al rifugio Segantini in val Nambrone (Presanella) un incontro di alpinisti giovani e meno giovani sulle pareti granitiche dei dintorni.

Il Meeting di arrampicata TRAD vuole riscoprire il fascino di scalate compiute utilizzando solo (o principalmente) protezioni mobili. Discussione serale sul significato emblematico di tali pratiche. Il giorno successivo alcuni personaggi famosi dell’alpinismo europeo introdurranno numerosi ragazzi delle scuole medie ai segreti delle tecniche base di progressione su roccia in “stile Mountain Wilderness”.

Questa è un’occasione unica per comprendere il vero significato della parola “trad”.
Perché il termine “trad”, cioè tradizionale, non deve essere associato a un semplicistico «ritorno al passato». La pratica del trad infatti è del tutto moderna. L’accettazione del chiodo, in unione all’utilizzo delle protezioni mobili, si contrappone alla pratica sportiva dell’assicurazione totale dello spit. Il valore del trad è tale perché nasce dal rifiuto all’omogeneizzazione. Il trad è il nostro futuro perché è l’unico antidoto all’assuefazione da spit.

Il trad non è ritorno al passato, perché nel passato gli spit non esistevano. La questione psicologica del rifiuto dello spit ha a che fare con il riconoscimento dei nostri limiti e dunque con l’intera questione della libertà. Se ci sono limiti allora sono libero di scegliere, quindi sono libero davvero. Libertà non è fare ciò che si vuole, bensì fare ciò che si è scelto, nell’ambito dei propri limiti.

Ultim’ora: la Provincia di Bolzano riapre alla caccia il Parco Nazionale dello Stelvio!
La Provincia Autonoma di Bolzano, appena appropriatasi della porzione altoatesina del parco dello Stelvio, ha deciso di riaprirla alla caccia. Una vergognosa regressione alla barbarie giuridica e naturalistica alla quale seguirà a ruota l’innalzamento dei confini del Parco da quota 500 metri sul livello del mare a quota 1200.
E’ dal 1964 che la Provincia Autonoma prova a riaprire la caccia: con una delibera di quell’anno si poterono cacciare cervi, camosci, caprioli e anche marmotte, galli cedroni e galli forcelli. Nell’81 fu aperta la caccia anche alla lepre, alla lepre bianca, al tasso, alla martora, al tordo, al merlo e ad altre specie. Soltanto nell’83 il Consiglio di Stato decise l’abolizione della caccia nel Parco Nazionale dello Stelvio. Divieto sancito definitivamente dalla legge-quadro n. 394 del ’91 sulle aree protette.
Chiediamo – insieme a tutte le Associazioni ambientaliste – al presidente Sergio Mattarella di adottare la stessa linea di condotta del suo predecessore che si rifiutò di firmare un analogo decreto di spezzettamento del Parco escogitato dal governo Berlusconi. Ma chiediamo di più, chiediamo una rinnovata attenzione politica per tutte le aree protette, un aggiornamento scientificamente e socialmente responsabile della legge 394/1991 in base al Codice per il Paesaggio, la cancellazione dei “correttivi” peggiorativi che si vogliono introdurre attraverso abborracciati ed equivoci disegni di legge. Chiediamo che i Parchi e le aree protette ritornino ad essere un giusto vanto nazionale e non una vergogna per l’Italia.