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Una misteriosa via Vinci

Una misteriosa Via Vinci
di Heinz Grill

La parete nord-ovest del Castello delle Nevère
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Le vecchie descrizioni aggiungono immagine e vivacità alle emozioni che un arrampicatore prova dentro di sé durante una ripetizione. Quanto sono meravigliose le parole di Vinci, che parla di un “orlo friabilissimo”, di un “passaggio difficilissimo”, di uno “scenario pauroso” e di “notti di bivacco inaspettate” e tanto altro. Un’altra descrizione racconta di una via assolutamente misteriosa in Moiazza, che nessuno ha ripetuto in tutti questi decenni e che é solo storica. La descrizione è come se venisse direttamente dalla scena delle esperienze interiori e si vede quasi la faccia del primo di cordata deformata dalla paura. Le descrizioni moderne che si riferiscono in modo sobrio e tecnico a un 6a o un 6b rivelano molto poco della parete vera e propria ma anche dell’esperienza individuale o, detto meglio, del vissuto archetipico dell’arrampicatore.

Per amore di queste descrizioni e veramente solo per amore delle parole, ho letto nella guida di Stefano Santomaso la relazione della salita di Vinci sulla parete nord-ovest del Castello delle Nevère, redatta probabilmente nel 1936 dopo la gloriosa prima salita. Pure i miei amici Barbara e Martin continuavano a burlarsi delle parole raffinate con visi sorridenti. “La via è in ogni caso sconsigliata.” Oltre a ciò il 7 novembre 1969 si è staccata una grande frana dalla parete che sembra aver cambiato l’intera faccia della parete nord-ovest. L’epilogo era quindi scontato già fin dall’inizio in tal senso e la descrizione divertente era solamente un fatto storico-culturale.

“Che cosa facciamo domani?” chiedo ai miei due amici. Barbara dice con sorriso birichino: “La via sconsigliabile, la Vinci?”. “Sei in vena di scherzi?” era la mia risposta. “Ti leggo ancora una volta la descrizione.” L’orlo friabilissimo creava tanto divertimento fino all’attivazione dei primi sintomi vegetativi come mani sudorifere e crampi allo stomaco. Lo scherzo ci portava in ogni modo nel nostro piccolo gruppo di tre alla conoscenza esatta della descrizione di Vinci e della sua via sul Castello delle Nevere. Di nessun’altra via conoscevamo così a fondo la descrizione, sebbene altre esercitassero molta più attrazione e soprattutto promettessero esperienze più gratificanti su roccia solida. Per fare una via sulla Cima G. Costantini abbiamo solo strappato la pagina dalla guida, messa in tasca e siamo partiti di corsa. Con la via Vinci invece abbiamo persino sognato nelle notti dei “passaggi estremamente difficili” e dei “tetti con parecchi chiodi”. Nel sonno le immagini della descrizione magnifica sono profondamente entrate dentro di noi e l’orlo oltremodo friabile è diventato un’immagine perfetta.

Finalmente ci troviamo la mattina alle 8 al parcheggio della Capanna Trieste riflettendo insieme sull’enigma della via, che volevamo affrontare in quella giornata promettente. In realtà conosciamo già tutti gli itinerari che ci interessano in questa zona: la Carlesso, la Cassin, la via dei Polacchi, la via Dell’oro sulla Torre Trieste; le vie sulla Cima dei Tre e sulla Cima G. Costantini. “Solo una non conosciamo”, dice Barbara. “Ho già sognato l’orlo friabilissimo: sale con strapiombi al lato del tetto e, a causa della friabilità, non è possibile metterci neanche un chiodo. E dopo bivacchiamo sotto i tetti, appesi a un vecchio chiodo di Vinci, in maniera classica e bellissima…”

Nella descrizione viene consigliato di portare almeno 20 chiodi e materiale da bivacco. Impacchiamo cinque chiodi, un martello; il materiale da bivacco meglio lasciarlo in macchina. In realtà non si dovrebbe parlarne, ma non possediamo materiale di bivacco e ci sentiamo così poco classici relativamente alla bella descrizione.

Un IV grado all’inizio
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Traverso arioso
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I primi tiri vanno abbastanza bene e la roccia è solida. Un chiodo-anello traccia la linea. Rimarrà l’unico sulla parete, e questa era una circostanza che non corrispondeva del tutto con la descrizione che era così plastica. Seguiva poi una zona più facile che conduceva alla parete principale. Era stato accennato a un traverso difficile con due chiodi, dunque traversiamo, anche se i chiodi indicati sono introvabili. La parete diventa più difficile, seguono i primi passaggi di VI grado. Lino Lacedelli, il ripetitore della via, aveva solo parlato del grado V+, se non sbaglio? Nel 1948 aveva fatto la prima ripetizione con i suoi compagni e parlava in modo molto rilassato di un tempo di salita di 8 ore e pure di passaggi molto meno di VI. La via diventava più difficile, seguiva una fessura ripida con ulteriori traversi, Lacedelli sembra aver oltrepassato questi passaggi di volata nelle sue “8 ore”. La roccia era comunque sorprendentemente solida.

I primi passaggi di VI grado
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Fessura nera
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La sezione piramidale della parete del Castello delle Nevère
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Finalmente abbiamo raggiunto una cengia sulla quale c’erano dei blocchi inquietanti e a questo punto la situazione è diventata vivace come un’immagine reale. Il recupero della corda faceva chiasso come quando in una cava di pietra si lavora duro. Forse ci troviamo finalmente sulla linea giusta.

Uno strapiombo difficile richiedeva parecchia fantasia: presumibilmente Lacedelli ha omesso alcuni passaggi oppure eravamo noi a fare il nostro lavoro in modo così pessimo? Là sopra si trova il grande tetto triangolare che precipita in modo raccapricciante verso il basso, sopra l’orlo strapiombante friabilissimo che deve inevitabilmente essere scalato. Però chi aveva detto strapiombante?

La fantasia trasforma le immagini in esagerazioni plastiche e inebrianti. L’orlo era in realtà moderato, ma sopra, dove inizia la zona dei tetti della rampa, veniva una sfida problematica. “Parecchi chiodi” diceva la vecchia descrizione. Ho cercato un po’ a sinistra e poi a destra e mi sono reso conto che purtroppo questi chiodi non c’erano. Poteva essere che Lacedelli li aveva tolti per sbaglio nel suo zelo esagerato delle 8 ore? Un friend serviva per superare il secondo tetto. Con una staffa e un passo azzardato con gambe divaricate e il problema era risolvibile. “Come era la valutazione di Lacedelli” ho chiesto gridando verso i miei compagni di sicuro già un po’ turbati. “V+ al massimo” era la risposta e io replico: “Allora non siamo in buona forma.”

Il grande triangolo dei tetti
MisteriosaViaVinci-IMG_1411 das große Dachdreieck mit darüber überhängendem orlo friabilissimo

Dopo i tetti
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Cengia sotto l’ultimo terzo
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Arrivati nella parte superiore della parete la roccia è diventata magnificamente solida e subito talmente compatta che una chiodatura non era possibile. Avremmo dovuto piantare dei chiodi, ma dato che avevamo portato solo 5 chiodi e un martello dovevamo naturalmente risparmiare. Lacedelli aveva omesso questi passaggi, perché anche in questa zona si doveva almeno arrampicare un VI grado a distanze lunghe. La valutazione dei gradi dipendeva sicuramente dalla nostra pessima condizione e le ore passavano a dispetto della dinamica continua nel flusso della salita; non è che stessimo resistendo ad acclimatarci in tutta questa faccenda?

La parte superiore: fessure e diedri
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Passaggi su buona roccia con poche sicurezze
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Sopra gli 800 m
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Vista verso Torre Trieste

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Uno spigolo difficile
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L’orientamento è spesso un po’ difficile
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Finalmente abbiamo raggiunto uno degli ultimi passaggi, un camino giallo che si  restringe e poi si allarga di nuovo. La ciliegina aggiuntiva era il suo bagnato. Nel camino ho dimenticato tutto il vocabolario motorio alpinistico e sono rimasto incastrato come un dado dentro il camino, lottando con le ginocchia e i gomiti, per guadagnare alcuni centimetri. Per Lacedelli era probabilmente solo un V+, perché in quello almeno non si può cadere. A un certo punto siamo riusciti finalmente a superarlo e la cima venne raggiunta dopo un’arrampicata di 10 ore.

L’ultimo camino con strozzatura
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Siamo un po’ anacronistici: per noi la descrizione di Vinci è giusta anche oggi. Lacedelli era forse ispirato da un animo troppo sportivo e moderno e con questo avrebbe quasi tolto a questa via classica il suo spirito misterioso. Nella discesa ci siamo immersi nel banco di nebbia magnifico e misterioso nella montagna, non è soggetta al tempo. Noi rimaniamo fedeli ai vecchi tempi e siamo ancora innamorati di quella via. In complesso la via Vinci è una bella impresa.

Torre Trieste nella nebbia
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Note (NdR)
La prima ascensione della parete nord-ovest del Castello delle Nevère è di Alfonso Vinci, Paolo Riva e Camillo Giumelli (18-19 agosto 1936, con 19 ore di arrampicata effettiva. Usati 32 chiodi di cui 18 lasciati).

La prima ripetizione è stata di Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Siro Menardi (11 settembre 1948, in 8 ore), che degradarono la via a V+.

Protagonisti della seconda ripetizione della via Vinci al Castello delle Nevère sono stati Heinz Grill, Martin Heiss e Barbara Holzer, il 16 agosto 2016.
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