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Sui monti per scelta

Un fenomeno che per il momento non è segnato da grandi numeri. Ma nelle valli alpine italiane pare che negli ultimi anni la tendenza al ripopolamento si sia consolidata. Grazie soprattutto all’insediamento di nuovi abitanti che hanno deciso di trasferirsi in montagna o di ripercorrere in direzione opposta i passi dei propri familiari. Chi sono, e che cosa cercano?

Mucca a Malga Fiorentina

 

Qualcosa si muove anche sul fronte delle Amministrazioni. E’ di questo febbraio 2016 la notizia (pubblicata da Mountcity.it il 18 febbraio 2016) che “L’ERSAF, Ente regionale per i servizi all’agricoltura e foreste, concede 33 alpeggi collocati all’interno delle 20 foreste di Lombardia gestite per conto della Regione secondo quanto previsto dalla delibera n. 174 Aggiornamento dei criteri e delle modalità per la concessione delle malghe e degli alpeggi di proprietà di Regione Lombardia per l’esercizio delle attività di alpeggi approvata dal Consiglio d’amministrazione di ERSAF il 27 novembre 2015. Ai vincitori del bando viene concessa l’area e la struttura annessa per le attività silvo-pastorali. Gli alpeggi si trovano su tutto il territorio lombardo; in particolare due sono in provincia di Sondrio nella Foresta regionale Val Masino; uno è in provincia di Bergamo, nel territorio del comune di Mezzoldo (Foresta Azzaredo Casù) e gli altri sei in provincia di Brescia – cinque nella Foresta ValGrigna, nei comuni di Esine, Berzo, Bienno e Bovegno; uno in comune di Bagolino (Foresta Valle Vaia) e due nella Foresta Gardesana occidentale, nei comuni di Gargnano e di Tremosine. Una significativa novità riguarda i giovani agricoltori (18-30 anni alla data di inizio concessione) per i quali, limitatamente al primo triennio, in relazione all’onerosità degli impegni gestionali, è prevista una sensibile riduzione del canone di affitto. Si tratta di un incentivo forte e concreto ai giovani per lavorare e vivere in montagna, condizione essenziale perché la montagna continui a vivere.
Un’altra opportunità per chi ha meno di 35 anni ed è appassionato di Alpi riguarda la prima edizione di ReStartAlp: un campus residenziale gratuito per giovani aspiranti imprenditori sulle Alpi. Con questa iniziativa, Fondazione Edoardo Garrone e Fondazione Cariplo offrono la concreta opportunità di avviare la propria impresa nelle filiere produttive tipiche del territorio Alpino.Il campus si svolge a Premia (VCO) dal 20 giugno al 30 settembre 2016. L’offerta formativa, gratuita e di alta qualità, si compone di lezioni in aula, laboratori di creazione d’impresa, attività di mentorship, testimonianze e un’escursione di studio. Al termine del percorso formativo, sono previsti incentivi per le migliori start-up, inoltre Fondazione Edoardo Garrone mette in palio premi per un totale di 60.000 euro“.

Sui monti per scelta
I nuovi abitanti delle Alpi
di Maurizio Dematteis
(pubblicato su Alpidoc n° 83-84, aprile 2012)

«Trent’anni fa se ne andavano tutti dalle nostre valli alpine. E restava il “mondo dei vinti”. Case disabitate, terreni incolti e abbandono. Ma noi non volevamo accettarlo. Abbiamo fatto una scelta dura, in controtendenza, con momenti difficili. Ma oggi non siamo più in pochi. E per quanto mi riguarda penso rifarei la stessa cosa».

Aldo Macario, allevatore di pecore e capre con azienda a Chiusa Pesio e alpeggio in Valle Gesso. Foto Nanni Villani.
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Aldo Macario, oggi titolare insieme con la moglie Marilena Giorgis di un’azienda agricola di produzione formaggi con sede a Chiusa Pesio, racconta quella scelta coraggiosa. «Era la fine degli anni Settanta» ricorda Marilena «e Aldo voleva fare una comune con i suoi amici. Una cooperativa con pecore, formaggi e telai. Io li ho raggiunti perché ero appena andata via di casa. Avevo finito il liceo classico e mi ero iscritta a medicina. Ma ho subito capito che quell’ambiente non faceva per me».

A trent’anni di distanza Marilena e Aldo sono rimasti fedeli alla scelta iniziale. Gli amici si sono pian piano “sfilati” perché, ricorda Aldo, «nel frattempo chi è entrato in posta chi in ferrovia. E finiti gli anni Settanta nessuno voleva più fare la cooperativa». Oggi, con i tre figli, allevano 240 pecore, di cui 120 da mungere due volte al giorno, 50 capre, e fanno i formaggi. Hanno una cascina con stalla e caseificio di proprietà a Chiusa Pesio e vanno ogni anno in alpeggio alla Vagliotta, in Valle Gesso.

Timido ripopolamento
La famiglia Macario fa parte delle avanguardie di quel movimento definito da studiosi come Romita e Nùnez (2009) i “nuovi abitanti” delle Alpi, cioè soggetti che scelgono di vivere in modo permanente in un’area rurale cercando una migliore qualità della vita. Un fenomeno nato alla fine degli anni Settanta, in contemporanea alla crescita del movimento hippie, che negli anni Ottanta assume una prospettiva diversa, diventando «una delle tendenze socio-culturali più caratteristiche della postmodernità, fenomeno legato alla crisi dell’urbanesimo occidentale, reazione al degrado ecologico e sociale della città moderna» (Salsa, 2007). E proprio grazie a questi fenomeni, nelle valli alpine del Nord-ovest italiano, e in specifico in quelle cuneesi, pesantemente interessate in passato dal declino demografico, si stanno oggi registrando interessanti cambiamenti. Laddove tra il 1981 e il 2000, come fotografava una delle carte proposte da Werner Batzing (Le Alpi. Una regione unica all’interno dell’Europa, Bollati Boringhieri, 2005), la tendenza allo spopolamento cominciata cento anni prima, seppur attenuandosi, persisteva, tra il 2001 e il 2010 la situazione è poi mutata, come si vede dalla carta realizzata da Alberto Di Gioia, dell’associazione “Dislivelli”. Oggi ci troviamo infatti di fronte a un’inversione di tendenza e generalizzando possiamo dire che lo spopolamento viene sostituito da un “timido ripopolamento” dei territori alpini nel Nord-ovest italiano.

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«Esiste un fenomeno di “nuovi abitanti” della montagna» si legge nella presentazione del volume curato da Giuseppe Dematteis, Montanari per scelta, (Franco Angeli-Dislivelli, 2011) «capace in certe situazioni di rallentare, compensare o addirittura invertire le dinamiche di spopolamento. E’ vero che in Piemonte, se si escludono certi sbocchi vallivi, i numeri sono per ora piccoli (specie se paragonati a quelli delle vicine Alpi francesi), tuttavia è tale da far prevedere una loro crescita nei prossimi anni, specie se sarà accompagnata da interventi che rendano le condizioni di contesto della montagna paragonabili a quelle del resto del territorio regionale».

Una tendenza in rapida espansione, pare. Ma chi sono oggi questi nuovi abitanti? Che cosa cercano nelle valli alpine cuneesi? E soprattutto, quali sono i cambiamenti che possono apportare a una realtà socioeconomica da anni in sofferenza?

Marta Canuto e Giorgio Alifredi, produttori di formaggi di capra in Valle Maira. Foto: Archivio Alpidoc.
SuiMontiScelta--MartaCanuto-GiorgioAlifredi,ValleMaira(fotoArchivioAlpidoc)

 

Capre e formaggi
I nuovi abitanti oggi sono persone come Marta Canuto e Giorgio Alifredi, con i loro cinque figli. Marta e Giorgio hanno lasciato Torino nel 1991, con la precisa idea di andare a vivere in montagna. Marta si era appena laureata in medicina, Giorgio, con una laurea in filosofia, aveva un impiego precario come traduttore di testi dal russo. Si sono trasferiti nel piccolo comune di San Damiano Macra, in Valle Maira. «Lavorando con il computer, potevo farlo tranquillamente anche in montagna» ricorda Giorgio. «Poi pian piano ho smesso e ho cominciato a tenere l’orto, le patate, a fare legna con l’idea un giorno di creare un’azienda agricola».

Nel 1998 la famiglia Alifredi lascia il centro di San Damiano per trasferirsi in borgata Poggio, a pochi chilometri di distanza. E finalmente il sogno di Giorgio si realizza: nasce l’azienda agricola Lo Puy, con un centinaio di capre e un caseificio per produrre formaggi. «A me era sempre piaciuta la pastorizia» racconta Giorgio «e mi piacevano i formaggi di capra francesi. Ci siamo orientati sulle capre perché sono gli animali più accessibili dal punto di vista economico e perché è l’unica bestia che può essere tenuta qui al Podio. Il giudizio all’inizio era che fossi un tipo stravagante o un pazzo mantenuto dalla moglie. Perché le capre sono sempre state considerate gli animali dei poveri, e poi noi arrivavamo dove tutti gli altri avevano mollato, e che cosa credevamo di fare? Oggi alcuni ci ammirano, altri continuano a guardarci con perplessità, altri ancora credono che campiamo di contributi, che in realtà non esistono». Una scelta di vita importante per un dottore in filosofia, abituato a svolgere un lavoro di tipo intellettuale. Perché scegliere le bestie vuoi dire «una sorta di prigione voluta, tutti i giorni della settimana, 365 giorni all’anno. Si crea un legame con le bestie anche più forte che con la famiglia».

Nel frattempo Marta ha continuato a fare il medico fino a settembre del 2004. «Allora avevo già quattro figli e facevo molta fatica a occuparmi anche dei miei pazienti» ricorda. «Un giorno ho pensato: i miei pazienti tutto sommato un altro dottore lo trovano, i miei figli un’altra mamma no. Per cui ho mollato. All’inizio il mio stipendio era fondamentale, ma dal 2003 abbiamo iniziato a ottenere un ritorno significativo dalla vendita dei nostri formaggi. Per cui oggi lavoro anch’io nell’azienda agricola: mi occupo delle vendite, gestione clienti, trasporto formaggi e seguo un po’ il caseificio».

L’azienda agricola Lo Puy è una realtà avviata, pluripremiata, che dà lavoro a due famiglie nella borgata Podio. Le tome di capra sono conosciute e apprezzate non solo localmente, tanto che alcuni distributori acquistano il formaggio del Podio per rivenderlo in negozi di Cuneo, Saluzzo, o per spedirlo addirittura nella City di Londra insieme con altri prodotti alimentari d’eccellenza piemontesi. E per cercare di condividere e trasmettere le esperienze vissute, oggi Giorgio è presidente della neonata associazione “Alte Terre”, una realtà culturale che lavora per rimettere l’uomo “al centro” delle politiche per la montagna. Perché oggi «la crisi che stiamo vivendo non è una crisi contingente» ha spiegato il segretario dell’associazione Mariano Allocco, in occasione della presentazione di “Alte Terre” a San Damiano nel luglio dell’anno scorso «non è come le due degli anni Venti del secolo scorso: questa è la prima crisi strutturale della modernità, non sappiamo dove ci condurrà, ma dobbiamo essere coscienti che saranno messi in discussione dei fondamentali dell’attuale civiltà e qui le alte terre possono dare un loro contributo».

Adriana Bruno e Cristian Unia: vivono a Baracco, in Valle Ellero. Foto: Maurizio Dematteis.
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I pendolari
Talvolta i nuovi abitanti delle valli cuneesi sono giovani coppie che decidono volontariamente di rimanere o di trasferirsi in comuni alpini, anche se svolgono lavori non direttamente legati alla realtà locale, come nel caso di Cristian Unia e Adriana Bruno. Tutt’altro che hippy, per età anagrafica e interessi, i due giovani hanno deciso di prendere la residenza a borgata Baracco di Roccaforte Mondovi, in Valle Ellero, a 840 metri sul livello del mare. «Ci siamo stabiliti a Baracco perché mio marito è di qui» racconta Adriana. «Ma all’inizio avrei voluto mettere le ruote alla casa e spostarla giù a valle, a Roccaforte, dove sono nata e vissuta. Poi poco alla volta mi sono ambientata, e ora non andrei più via». Il marito Cristian in realtà spiega di non aver mai avuto intenzione di scendere a valle. «Anche se a volte penso a quando saremo vecchi, alla paura di non riuscire più a farcela. Poi però mi dico: qui campano tutti fino a novant’anni e non è mai morto nessuno perché non aveva il negozio o la fermata del pullman sotto casa. E poi sono stato chiaro fin dall’inizio con mia moglie: in città mai». Cristian ha cominciato a lavorare come muratore a tredici anni, con un artigiano di Norea. «Una decina di anni fa mi sono messo in proprio e faccio carpenteria e manutenzione. Lavoro ne abbiamo tanto, e fino a oggi ho sempre lavorato senza mai uscire dai confini del comune di Roccaforte». Adriana invece è impiegata in una ditta di Mondovi che vende pavimenti in legno: «Mi occupo della gestione delle vendite per il Nord Italia e la mattina per arrivare in ufficio ci metto appena una ventina di minuti. Siamo vicini e ben collegati». Baracco ha sedici residenti nel nucleo principale, altri quattro nelle case intorno e un certo numero di villeggianti, soprattutto liguri e monregalesi, che trascorrono lunghi periodi di vacanza durante le stagioni estive, primaverili e autunnali. D’estate la borgata arriva a ospitare più di cento persone. Va detto che la famiglia Unia non è l’unica coppia giovane a viverci tutto l’anno.

Gli innovatori
A Tetti Chiappello di Robilante, in Val Vermenagna, a metà degli anni Ottanta Sandro Giordano lascia la fabbrica per tornare all’attività agricola in montagna. Il percorso inverso di molti suoi antenati che lasciarono le case per scendere a valle. «Nel 1984 mio marito non sopportava più il lavoro in fabbrica» racconta la moglie Anna Viale. «Abbiamo detto basta, cambiamo vita. E abbiamo deciso di metterci a coltivare fragole. Ma siccome né io né mio marito sapevamo nulla di campagna, ci siamo rivolti al Centro Sperimentale Orticolo di Boves». Comincia cosi l’impresa dei due coniugi, che dopo più di vent’anni di attività, con l’aiuto dei loro tre figli, sono diventati un punto di riferimento nella coltivazione delle fragole nel Cuneese. Anna, nativa di frazione Sant’Anna di Limone, in alta valle, faceva la barista presso gli impianti nelle stagioni invernali. Sandro, originario di Tetti Chiappello, dopo aver studiato presso una scuola professionale come meccanico si era trasferito a lavorare in una fabbrica del fondovalle. «Ho provato a coltivare un terreno per un anno insieme a mio cugino» ricorda Sandro «e la cosa non mi è dispiaciuta. Così abbiamo deciso di cominciare l’attività, puntando sulla fragola perché anche se si hanno a disposizione solo piccoli appezzamenti, assicura comunque un reddito soddisfacente». E poco per volta hanno aumentato il numero di campi coltivati, ristrutturato la vecchia casa di famiglia di Sandro e costruito un nuovo magazzino. Contribuendo ad arrestare il trend negativo che vedeva spopolarsi la piccola borgata. «C’è stato un momento» sottolinea Anna «in cui non c’era più nessuno che risiedesse a Tetti Chiappello». Ma da quando i Giordano sono tornati, altre famiglie, con figli, hanno seguito le loro tracce.

«Nel 1994 l’alluvione ci ha portato via quasi tutte le piantine di fragole» ricorda Sandro.«In quel momento abbiamo seriamente pensato di smettere. Poi ci è venuto ancora una volta in aiuto il Centro Sperimentale Orticolo di Boves, che ci ha consigliato di piantare le fragole rifiorenti e abbiamo superato il difficile momento». Si tratta di un tipo di pianta di fragola che può produrre anche fuori dal periodo canonico, e che ha permesso all’azienda familiare di non perdere l’intera stagione.

Sandro Giordano e Anna Viale coltivano fragole sopra Robilante, in Valle Vermenagna. Foto: Maurizio Dematteis.
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«La coltivazione delle fragole è una vera e propria passione» conclude Anna. «Ci permette di lavorate insieme e di goderci i nostri figli. Quando erano piccoli ce li portavamo sempre dietro, nei campi come al mercato. Ogni tanto ci penso, e mi rendo conto di aver allevato bene i miei figli. Se lavorassi per esempio in un negozio non potrei vederli tutti i giorni a pranzo. Inoltre gli anni in cui tutto fila per il verso gusto è anche un lavoro in cui si guadagna bene. In fondo siamo partiti senza nulla e adesso, pur non essendo ricchi, la casa e il magazzino li abbiamo messi a posto. Non ci manca niente».

Nuove comunità
I cambiamenti apportati dai nuovi abitanti, talvolta, non sono certo di poco conto. Comuni in crisi da anni, che hanno visto morire lentamente le loro realtà socio-economiche e demografiche, si trovano di colpo a dover affrontare problemi opposti come nuove attività economiche da supportare e nuovi nati da gestire. È il caso del piccolo Comune di Ostana, in Valle Po, situato a 1500 metri sul livello del mare, proprio di fronte al Monviso. A fine Ottocento aveva oltre 1400 residenti, dediti ad attività agricole, zootecniche e artigiane. Investito dal «terremoto dell’industrializzazione» che negli anni Sessanta ha causato «l’esodo che si è trasformato in valanga», per usare le parole di Nuto Revelli (Il mondo dei vinti, Einaudi, 1977), nel 1985 contava solo più cinque persone anziane.

«Abbiamo fatto una lista civica forte e abbiamo vinto le elezioni comunali» spiega il sindaco Giacomo Lombardo. «La domanda che ci siamo posti è stata: quale futuro per un paese come Ostana?» Lombardo racconta del lento lavoro messo in campo per invertire la tendenza dello spopolamento nel suo comune. Che nel 2011 sfonda quota novanta residenti. Di cui sei bambini, a dare un messaggio di speranza per il futuro. «Partivamo da un patrimonio importante», spiega «l’integrità del comune dal punto di vista ambientale e architettonico. E abbiamo deciso di lavorare su quello. È stato un lavoro lungo, ma oggi la gente ci crede. Prima si portavano gli avanzi dell’edilizia cittadina, perché quello che non serviva più giù poteva essere utilizzato qui. Ora se qualcuno lavora male, se non si rispettano gli equilibri architettonici e ambientali la gente viene a lamentarsi in comune».

Grazie all’apporto del Politecnico di Torino, e di altri professionisti profondi conoscitori della realtà alpina, Ostana ha cambiato faccia: un ingresso del paese ridisegnato con materiali a basso impatto architettonico, un rifugio-albergo comunale utilizzato come centro di aggregazione, un agriturismo, una palestra di roccia, due centraline idroelettriche sulle captazioni dell’acquedotto e tanto altro ancora. Una trasformazione realizzata anche grazie all’aiuto di alcune famiglie di nuovi residenti. Un progetto lungimirante partito dal recupero fisico che oggi comincia ad attrarre sempre più persone disposte a spendersi all’interno della comunità: come Roberto, che con moglie e due figli è salito da Revello per piantare quattromila metri quadrati di patate e per aprire un agriturismo. O gli informatici che parteciperanno al recupero di una borgata di Ostana per poi trasferire in quel comune la loro attività. O ancora Giorgio Diritti e Fredo Valla, che con la collaborazione di OffiCine di Milano e Aranciafilm di Bologna, a Ostana hanno organizzato una scuola di cinema. Tante iniziative differenti che hanno concorso a realizzare la rinascita del tessuto socio-economico-culturale di Ostana, vero laboratorio d’innovazione nelle Alpi Occidentali italiane.

Chen Rongyong, diciannovenne cinese che gestisce con la famiglia un laboratorio tessile in Val Pellice. Foto: Maurizio Dematteis.
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Da molto lontano
Un altro fenomeno in forte ascesa tra i nuovi abitanti delle valli cuneesi, come nel resto delle valli alpine italiane, è l’arrivo di persone provenienti da Paesi Orientali, dall’Africa, dal Sud America, dall’Est Europa, impiegati soprattutto in servizi alla persona, nella ristorazione, nell’edilizia, ma anche nel turismo, nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’indotto lattiero-caseario. Intere famiglie trasferite in piccoli comuni di montagna, attirate da affitti più bassi e da un tipo di vita probabilmente più vicino a quello dei paesi di provenienza, nuove identità frutto della mediazione tra cultura d’origine e del luogo eletto a dimora.

Come nel caso della comunità cinese di Barge e Bagnolo Piemonte, dove su una popolazione complessiva di 12.700 abitanti, secondo i dati ufficiali vivono oltre 800 persone di origine cinese. Senza tener conto di pendolari e clandestini.

Persone come il giovane Chen Rongyong, diciannove anni, originario del villaggio di Yuhu, nei pressi di Wenzhou, provincia dello Zijang, che oggi lavora dalle dodici alle quindici ore al giorno nel laboratorio tessile di famiglia, in Val Pellice. Il padre è arrivato a Barge con il fratello maggiore Rongqian nel 1998 per lavorare in una cava di pietra. Dopo tre anni è arrivata la mamma, poi la sorella maggiore e infine, nel 2003, Rongyong. «Sono contento della scelta che ho fatto» spiega il ragazzo. «Qui ho trovato buoni amici, e penso che rimarrò a vivere in Italia».

Anche a Garessio, in Valle Tanaro, a partire dalla metà degli anni Novanta è fortemente cresciuto il numero di stranieri che vivono stabilmente in paese. Sono quasi trecento, su un totale di residenti che non tocca le 3.500 unità.

Particolarmente forte è la comunità moldava, costituita in maggioranza da donne impiegate nei servizi alla persona.

Il Rifugio Galaberna a Ostana. Il piccolo centro dell’alta valle Po è diventato il simbolo della riscossa della montagna. Foto: Nanni Villani.
SuiMontiScelta--RifugioGalaberna(Ostana)(fotoNanniVillani)

Fedora Cristiescu, moldava di Leova, racconta la sua storia insieme con l’amica connazionale Maria Roman. «Sono arrivata a Garessio quattro anni fa» spiega «per cercare lavoro. Da noi non manca, ma è pagato pochissimo. Una volta la Moldavia era un paese prospero, vendeva frutta, verdura e vino a tutta la Russia. Oggi invece non rimane che emigrare». Fedora assiste un’anziana di Garessio e ha sposato un italiano. Anche Maria Roman fa la badante: «Ero maestra d’asilo, con casa e terreno di proprietà. Ho dovuto lasciare tutto e sono venuta via perché non riuscivamo più a vivere». Tra i moldavi residenti a Garessio ci sono alcune famiglie con bambini, poi ci sono donne sole che lavorano con gli anziani. «Metà di loro vengono dalla nostra città, Leova» continua Maria. «Con il passaparola. Se vengo a conoscenza che c’è bisogno di una badante telefono immediatamente a casa». Oggi addirittura, una volta ogni tre mesi, un pullman parte dalla piazza centrale del paese, destinazione Leova, carico di ogni sorta di masserizie.

E ancora: a Robilante vive una consistente comunità tunisina, oltre una quarantina di persone su un totale di 162 stranieri, e una popolazione di poco più di 2.000 residenti. «Sono arrivato in Italia, a Cuneo, dalla Tunisia, nell’aprile del 2005» spiega Hassine Walide, giovane tunisino di poco più di trent’anni «perché ho sposato una ragazza italiana, di Boves. Vivo a Robilante e lavoro in una fabbrica che produce vetri per le auto, la Saint Gobain. Sono venuto a Robilante perché qui vivono molti miei connazionali, che mi hanno aiutato a trovare casa e a integrarmi».

Maurizio Dematteis
Giornalista, ricercatore e videomaker, Maurizio Dematteis si occupa di temi sociali e ambientali legati ai territori alpini. Direttore responsabile della rivista web Dislivelli.eu, ha recentemente pubblicato Abbiamo fatto un sogno. 14 coppie raccontano il loro sogno di abitare la montagna e Mamma li turchi. Le comunità straniere si raccontano, sui nuovi abitanti della montagna.

Un anziano con la gerla piena di letame. Foto: Nanni Villani.
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La Stalla ovale del Qualido

La Stalla ovale del Qualido
di Giuseppe Popi Miotti

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà di Sciüma, al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica.

Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ‘900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese.

Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe”.

La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici.

La Val Qualido. Foto: Federico Raiser
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Mentre il vento staccava le prime foglie dorate di un grande faggio, il vecchio andò con la mente a molto tempo prima, quando era ancora piccolo e tutta la famiglia si era impegnata nell’impresa. Secoli prima l’alta Val Màsino era appartenuta ai Melàt, quelli di Mello, ma anche quando, dal 1785, i confini amministrativi erano cambiati, la proprietà della valle, che aveva preso il nome del paese, era rimasta loro.

“Noi Melàt siamo gente dura e caparbia, ma nessuno si era mai sentito di affrontare l’impresa che è riuscita ai Della Mina. – pensò con orgoglio l’anziano, iniziando a ripulire una grande caldera di rame – solo noi siamo stati capaci di installare un alpeggio sul Qualido, la valle più difficile di tutte”.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Per realizzare quel progetto c’erano voluti anni di fatiche, da parte di tutta la famiglia, compresi quelli del ramo dei “Barba”. Strofinando il pentolone, l’anziano pastore ricordava ancora i racconti del nonno e di come fossero riusciti a trovare il percorso meno difficile verso i pascoli. L’alpeggio era sufficiente per una sessantina di mucche, ma c’era un altro problema: i pendii erano esposti alle valanghe e sarebbe stato difficile costruire baite sicure. Tradizionalmente abili nello scavo e nella costruzione di ricoveri sfruttando, in parte, grossi blocchi di granito, i Della Mina non si persero d’animo. Sul lato orientale della valle, oltre il colle del Cavalet, ove la valle si divide nei due profondi valloni che piombano in Val di Mello, videro una zona di macigni. Il luogo era sicuro e ben esposto al sole. Con pazienza allargarono gli spazi sottostanti i massi più grandi, ne protessero le aperture con muretti a secco e ricavarono l’Alpe del Qualido.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Contemporaneamente migliorarono il sentiero costruendo rampe di muri a secco su cui deposero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale.

La via della transumanza partiva da Mello e, passando per Caspano, entrava in Val Màsino risalendo fino a San Martino da dove entrava nella Valle di Mello. I piccoli agglomerati rurali di Cà Rogni, Panscer, Cascina Piana, Cà di Sciüma, Ràsica, erano punto d’appoggio degli alpeggi, ma consentivano anche di prolungare la stagione grazie ai ricchi pascoli del fondovalle.

Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Il tracciato era tanto ripido da rendere impossibile l’uso del mulo per portare i rifornimenti: la povera bestia, sovraccarica, si sarebbe ribaltata. Il problema fu risolto con stoico pragmatismo: i trasporti da Cà di Sciüma all’alpeggio si sarebbero fatti a spalla e il mulo sarebbe stato utilizzato per quelli sui pascoli.

Col tempo, i Della Mina riuscirono a guadagnare un po’ di pascolo anche nella ripidissima Val della Mazza, il ramo più stretto e impervio del Qualido, quello che scende direttamente sotto l’alpe, ad oriente del Cavalet. Poi si spinsero ancora più in là, fin sulla groppa di un grande dossone di granito, oggi noto come “Scoglio delle Metamorfosi”, dove c’era ancora erba. Sulle grandi cenge alberate da maestosi faggi, i Melàt raccoglievano legna e foglie secche per farne lettiere agli animali. Per facilitare accessi e trasporti furono allora tracciati altri sentieri, quello della Zoca di föleg (conca delle foglie) e quello detto del Ciudì, vero capolavoro d’astuzia e ardimento. Questa sorta di via direttissima, risale la Val della Mazza, superando alcune placche rocciose grazie a gradini scavati nel granito, a tronchi infissi nelle fessure a mo’ appigli e appoggi, a vene sporgenti di pegmatite che, fungendo da esili camminamenti, collegano i punti deboli della salita.

L’ingresso della Stalla ovale del Qualido
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Furono anni spesi ad ottimizzare le dure clausole di un contratto non scritto con la montagna del Qualido, ma lui, il patriarca, era fiero di quello che erano riusciti a fare. Ancor più, andava fiero della sua idea, quella del Camarun e con piacere ripercorse per l’ennesima volta le tappe di quella vicenda. Era da poco tempo diventato il punto di riferimento della famiglia quando, durante un’infelice estate, una tremenda bufera aveva disperso la mandria e le acque in piena avevano trascinato alcune bestie giù per la Mazza, fino in Val di Mello. Il danno fu immenso e non era possibile consentire che si ripetesse, tuttavia, data la grande esposizione dei pendii alle valanghe, era quasi impossibile costruire una capiente stalla. Le speranze di tutti erano riposte nel nuovo capofamiglia: ci voleva un’idea. La soluzione venne quasi per caso. Aggirandosi fra i grandi blocchi dell’alpeggio, il Della Mina scorse un’apertura sotto un grande sasso. L’antro però si chiudeva poco dopo l’ingresso. Uscito di nuovo all’aperto, il pastore prese ad analizzare il macigno, cercò di percorrerne il perimetro e con stupore si rese conto che era di dimensioni ciclopiche.

L’interno della Stalla ovale del QualidoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Forse – pensò – questa è la soluzione dei nostri problemi”.

Fu così che all’inizio del XX secolo si iniziarono gli scavi per ampliare la piccola apertura scoperta dal capo clan. Tutti contribuirono all’impresa: come molte famiglie contadine del tempo, anche i Della Mina erano numerosi, e sul monte si davano il cambio in dieci, dodici membri del gruppo. Non è chiaro quante stagioni di lavoro abbia richiesto l’opera; forse due, forse tre. Allo scopo fu costruita sul posto una carriola in legno di larice, ruota compresa, e fu aggiunta una slitta dello stesso legno per trascinare i massi più grossi. Le speranze crescevano, di mano in mano lo scavo si approfondiva sotto l’immane blocco di granito ma, probabilmente, nessuno di loro si aspettava ciò che emerse a lavoro ultimato: un vasto “salone” naturale che avrebbe potuto ospitare al sicuro tutta la mandria. Avevano tolto circa 600 metri cubi di terra e sassi d’ogni dimensione, ricavando un vano di forma ovale, lungo una ventina di metri, alto nel punto massimo quattro metri e largo circa sette. La grande stalla ovale fu poi rifinita con un pavimento in acciottolato dotato di scoli per i liquami; su tutto il perimetro interno fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche, i vitellini erano invece tenuti liberi, al centro della stalla. Alcune feritoie verso valle provvedevano a lasciar passare aria e luce, mentre tutto il perimetro, compresa la porzione interna a monte, fu chiuso con un solido muro a secco. Infine, un grosso tronco di larice, disposto in centro alla sala, quasi a sostenere il monolitico tetto, serviva a reggere un piccolo tavolato sospeso che fungeva da fienile.

“Il Camarun aveva funzionato benissimo – pensò l’anziano Melàt – ma da oggi sarà abbandonato. Peccato, perché è costato tanta fatica”.

Con semplicità il vecchio riprese le sue incombenze rivolgendo altrove i suoi pensieri, senza sapere che con quell’opera i Della Mina avevano creato uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi.

L’interno della Stalla ovale del Qualidoqualido-001

 

Geografia e toponomastica antica e moderna
Diramazione orientale dell’alta Val Màsino, la Val di Mello è una delle più belle vallate della Alpi. Modellata dal lavoro dei ghiacciai, la valle ha un orientamento Est-Ovest con due versanti molto differenti.

Il lato destro orografico è caratterizzato da grandi pareti di granito, solcate da cenge alberate ad è inciso da quattro valli laterali (da Ovest: Val del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca e Val Torrone) che si addentrano verso Nord, fino allo spartiacque con la Val Bregaglia. Il versante opposto è oscuro ed ombroso e le valli laterali sono più piccole e corte. Ad Est la valle è chiusa da un vasto anfiteatro, dominato dalle vette del Monte Pioda 3431 m e del Monte Disgrazia 3678 m.

Delle quattro citate, la Val Qualido è la più piccola e selvaggia. L’imbocco è formato da due profondi valloni paralleli, incisi fra alte pareti granitiche. Il solco occidentale, delimitato dall’altissima muraglia del Qualido, è quello principale; quello a Est o Val della Mazza, è assai più stretto ed incassato. Questi due valloni, separati dalla costiera della Mazza, oggi più nota come “Mongolfiera“, si uniscono a circa 2000 m, confluendo nella sella prativa del Cavalet. Da qui la valle si apre in un ampio pascolo per poi morire in un anonimo punto senza cime dello spartiacque. Il margine orientale della Val Mazza è formato dalle due grandi strutture sovrapposte oggi note come “Bastionata dei Dinosauri” e “Scoglio delle Metamorfosi”. I toponimi moderni, ormai entrati nell’uso comune, risalgono agli anni fra il 1970 e il 1975, quando la Val di Mello e le sue pareti divennero uno dei maggiori centri italiani di arrampicata. I giovani scalatori trovarono simpatico identificare vie e formazioni rocciose con nomi di fantasia, un po’ più poetici di quelli in uso secolare presso gli abitanti della valle. Il tutto fu comunque fatto nel pieno rispetto della storia e delle tradizioni, senza voler cancellare il passato.