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Inseguiti dal sole

Inseguiti dal sole
di Alberto Benassi
(testo e foto)

Dopo tanti anni di attività invernale sui monti apuani, ho maturato la convinzione che una delle regole d’oro dell’alpinismo invernale apuano, è quella di metterci comunque il naso, di provarci, anche quando i dubbi di trovare buone condizioni sono molto forti e verrebbe la voglia di rimanere a rigirarci nelle calde coperte del letto. A volte va male e si torna a casa senza un nulla di fatto. Come direbbe il pescatore “Giunti: acqua fino a coglioni e pesci punti”. Altre volte invece si ricevono delle bellissime sorprese, dei veri e insperati regali con tanto di ciliegina sulla torta. In verità con Oreste e Andrea siamo partiti con l’intenzione di salire il canale Sambuco, classico itinerario invernale al Monte Pisanino.

Monte Grondilice, parete nord-est
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La massima vetta apuana, proprio per le sue caratteristiche, è una montagna prettamente invernale e in questa veste racchiude tra le sue pieghe diversi itinerari tra cui una vera chicca: la via dei Paoli uno degli itinerari invernali apuani più tosti. Nonostante questo non è proprio tra le mie montagne apuane preferite. Però non si può mica sempre andare al Colle della Lettera o alla Nord del Pizzo delle Saette due cime a cui sono particolarmente legato per le tante avventure che mi hanno regalato. Così al mattino, neanche tanto presto, lasciamo l’auto sulla strada vicino al parcheggio della Serenaia e c’incamminiamo verso il rio Sambuco su ottima neve gelata compattata dalla pioggia dei giorni scorsi. Traversato il pianoro in direzione della larga base del costolone sud-ovest del Pisanino, appena aumenta la pendenza, il fondo gelato ci costringe a calzare i ramponi e questo è decisamente di buon auspicio anche se non è affatto freddo. Seguiamo le tracce lasciate dai ramponi di un solitario che poi scopriremo, con non poca sorpresa e ammirazione, essere quelle lasciate da uno scialpinista che durante la giornata ci farà vedere le sue acrobatiche evoluzioni scendendo i ripidi fianchi ovest degli Zucchi di Cardeto… “Giampaolo se ci sei batti un colpo”.
Una volta usciti dal bosco e giunti nell’invaso che scende dalla Foce dell’Altare completamente invaso dalle valanghe che scendono dal versante sud-sud-ovest del Pisanino, i nostri occhi cadono, piacevolmente sorpresi, su due belle colate di ghiaccio che interrompono la continuità di un’evidente linea di canalini che scendono dal costolone sud-ovest lungo l’articolata parete a sinistra del canale Sambuco. Che si fa, che non si fa? Rapida discussione: “si cambia obbiettivo, è un’occasione da non lasciarsi scappare!” rispondo deciso. Oreste invece è dubbioso: “ma se poi il ghiaccio non è buono?”. In effetti l’orientamento del versante non è proprio dei migliori. Ma forse è proprio perché ci picchia il sole che quelle due belle colate di ghiaccio si sono formate. Siamo dubbiosi e attratti allo stesso tempo. Il sole crea, il sole distrugge e presto arriverà implacabile. Una volta raggiunta la base della prima colata se il ghiaccio non fosse salibile ci toccherà rinunciare e addio giornata. Alpinismo di rinuncia…
Ma ormai il tarlo dell’entusiasmo è entrato nella nostra testa. Istintivamente ci troviamo a risalire il ripido canalino che porta alla prima colata. OK è deciso tentiamo. Via più veloci possibile prima che arrivi il sole a riscaldare e distruggere i ricami di ghiaccio. Ma spesso il “sole bacia in fronte gli eroi”… e la bella avventura di oggi ne è la dimostrazione.
Così è nata nell’inverno 2013 Inseguiti dal Sole un’inaspettata via nuova sul versante sud-sud-ovest del Monte Pisanino, sulle Alpi Apuane.

Parte del versante sud del Monte Pisanino con  i risalti ghiacciati di Inseguiti dal Sole
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Andrea Stagetti detto
Nastro,sopra il primo risalto di Inseguiti dal Sole, Monte Pisanino
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Alberto Benassi  nel superamento del salto più impegnativo di
Inseguiti dal Sole, Monte Pisanino
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Vista sugli Zucchi di Cardeto dal Monte Pisanino
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Monte Cavallo, parete nord della Cima Nord. Al centro è la via Calcagno-Piombo, parallela a ds è la via Pegaso (Benassi e C.)
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Nel canale di discesa del Monte Pisanino
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Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione

Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione
a cura del Coordinamento Apuano
(l’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 1916 su quotidianoapuano.net)

Il Coordinamento Apuano esprime solidarietà agli abitanti del paese di Cardoso per la lotta che stanno conducendo, nell’anniversario dell’alluvione del 19 giugno 1996, per rendere la comunità protagonista delle scelte di governo del territorio. In una valle fragile caratterizzata da pendii boscosi franosi, con rischio idrogeologico elevato, gli abitanti in una lettera/petizione inviata al Ministro dell’Ambiente Galletti lamentano l’assenza della messa in sicurezza dei versanti dei monti e l’apertura di una nuova cava nel centro dell’abitato, di fronte alle nuove case e al Palazzo della Cultura, in assenza di indagini idrogeologiche volte alla verifica di possibili interconnessioni con le falde acquifere e senza sapere quali saranno le dimensioni effettive dell’area estrattiva. Un’area industriale nel mezzo di una zona residenziale a vocazione turistica: come potranno mai coesistere i rumori, le polveri, i transiti dei camion i cui orari, oramai, non conoscono limiti, né giorni di riposo con lo svolgimento delle attività commerciali? Un futuro che sgomenta gli abitanti che hanno investito ingenti somme per la ristrutturazione delle case e per l’apertura di nuove attività economiche e che si vedono ora di fronte lo spettro di una rapida svalutazione economica e il depauperamento dei loro beni. L’apertura della cava sembrerebbe, tra l’altro, solo la punta dell’iceberg di un progetto estrattivo esteso e coinvolgente tutta la vallata da realizzare con l’apertura di nuovi siti di escavazione.

Gli abitanti della vallata sono allarmati, inoltre, per la decisione presa dagli amministratori di costruire, poco prima del paese di Cardoso, in località Col del Cavallo, uno stabilimento di produzione di pellet alimentato da un impianto di “pirossigaficazione di biomassa legnosa in regime di cogenerazione” che non brucerà legno di castagno (di cui sono pieni, invece, i boschi della vallata), né fornirà energia termica per gli edifici pubblici, ma che produrrà in compenso emissioni nocive e traffico pesante in entrata e uscita dallo stabilimento, con aggravamento delle disastrate condizioni dell’unica strada che già sopporta i movimenti veicolari derivanti dall’attività estrattiva della pietra di Cardoso. Gli abitanti hanno chiesto inutilmente agli amministratori locali e al Governatore della Regione Toscana il senso di un impianto che esclude l’utilizzo del castagno, l’albero più diffuso sui versanti della vallata, e non serve, dunque, per mantenere i boschi puliti, mentre, invece, potrebbe arrecare danni alla salute pubblica.

Strada Stazzema – Gallicano
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E sempre nell’ambito della corretta gestione del territorio e dei beni comuni grande perplessità e numerose domande si addensano sui lavori effettuati sulla strada Stazzema – Gallicano dove sono stati stoccati quasi i 10.000 mc di scarti di cava, materiale che doveva essere conferito in discarica, ma che attraverso un accordo stipulato tra l’amministrazione di Stazzema e la società DA.VI Srl, concessionaria del vicino sito estrattivo, è stato utilizzato per la manutenzione della via bianca dissestata a causa delle intemperie. Il risultato dell’intervento è, però, un esteso allargamento della strada con innalzamento del manto, in alcuni punti, di quasi un metro con i detriti riversati lungo il ciglio soggetti a scivolamento con pericolo di frane lungo il pendio. Ci chiediamo a questo punto se è stato redatto un progetto di manutenzione per la strada e se la società incaricata dei lavori sia competente in materia e se questa tipologia di lavoro rientri nel proprio oggetto sociale. Il timore è che si sia trovata una facile e vantaggiosa soluzione per lo smaltimento degli scarti e per il ripristino della strada, ma con notevoli effetti impattanti ambientali e con l’aggravio del pericolo frane.

Per discutere di tutte queste tematiche e per mostrare la propria vicinanza agli abitanti della valle, il Coordinamento Apuano ha deciso che il prossimo incontro delle associazioni ambientaliste si svolgerà a Cardoso il 12 luglio alle ore 17.30 presso il Palazzo della Cultura. Sarà un incontro aperto per un confronto a vasto raggio su tutte le problematiche delle Alpi Apuane, per unire e per rendere la comunità l’unica vera artefice della gestione del territorio.

Strada Stazzema – Gallicano
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Alluvione della Versilia del 19 giugno 1996
(da wikipedia)

L’alluvione della Versilia è stata un grave evento alluvionale che colpì parte della regione storica della Versilia in Toscana il 19 giugno 1996 a seguito di un fenomeno temporalesco particolarmente violento avvenuto nel passaggio tra la primavera e l’estate.

Fatti precedenti l’evento
Il mattino del 19 giugno 1996 il cielo della Versilia era terso: le previsioni davano infatti cielo sereno o poco nuvoloso. In realtà quel giorno era in atto sulle creste delle Alpi Apuane uno scontro di aria fredda proveniente dal Nord Italia con aria calda umida proveniente dalla costa, che causò una rapidissima evoluzione meteorologica, favorendo dunque la formazione di un’apparentemente modesta cella temporalesca alta però 12 km e larga circa la metà, assai carica di precipitazioni (temporale convettivo). Violentissimi nubifragi si scatenarono a partire dal primo mattino sulle Alpi Apuane interessando tutto l’alto bacino dei torrenti Serra e Vezza (questi ultimi confluenti in un unico corso d’acqua a Seravezza, il Versilia) sullo spartiacque occidentale, e tutta la parte alta del bacino del torrente Turrite di Gallicano sullo spartiacque orientale. Le precipitazioni interessarono anche parte del bacino del fiume Camaiore. Tutto questo mentre sulla piana della Versilia cadevano soltanto poche gocce di pioggia. In poco tempo le straordinarie precipitazioni (con punte di oltre 150 mm in un’ora sull’alto bacino del Vezza) causarono svariati smottamenti, e i corsi d’acqua si ingrossarono rapidamente. A fronte di una breve pausa, avvenuta in tarda mattinata, le piogge ripresero a cadere ancora più intensamente nell’arco della giornata che va da mezzogiorno sino al primo pomeriggio, per poi scatenarsi il diluvio. Piogge copiosissime scossero le montagne e i valloni nei pressi del paese di Cardoso dove vari torrenti minori danno origine, presso l’abitato, al torrente Vezza.

Intanto in pianura nessuno poteva lontanamente prevedere quanto stava accadendo: nella zona di Pietrasanta, presso il breve tratto di pianura del fiume Versilia erano caduti appena 5–10 mm di pioggia. Si attivò la protezione civile premurandosi, verso le 14.00, di controllare i valori pluviometrici sulle Alpi Apuane scoprendo che uno degli idrometri presso il centro di Pomezzana nell’alta valle del torrente Vezza, registrava un valore cumulativo di precipitazioni da record, con 440 mm in appena 8 ore e una punta massima di 157 mm in un’ora. Nel timore che si potesse verificare qualche onda di piena improvvisa, vennero subito controllati i livelli dei fiumi, soprattutto il Versilia che ad una prima osservazione risultò essere, dopo la grossa onda di piena del mattino, ingannevolmente in calo.

Ore 13.00: il disastro
In realtà il disastro si era già compiuto e un’enorme piena stava per giungere sul fiume Versilia.

Verso le 13.00 in alta valle, il torrente Vezza (tratto alto del fiume Versilia) dava inizio alla sua corsa devastante verso valle presso il centro di Cardoso: qui infatti, a detta di testimoni oculari, vennero dapprima uditi numerosi boati provenienti dalle montagne dopodiché giunsero ripetute ondate di acqua, fango e detriti alte fino a 4-5 metri provenienti dai valloni dei torrenti confluenti presso il paese, che venne dunque investito e distrutto quasi completamente.

La rapidità e la violenza improvvisa dell’evento trovò la sua giustificazione nel fatto che già dal mattino le fortissime piogge, unite alla siccità che da mesi affliggeva la zona, avevano reso ancora più fragili i già instabili versanti delle Alpi Apuane causando enormi frane di terra, detriti e tronchi che avevano bloccato, con sbarramenti temporanei, tutte le valli dei corsi d’acqua a monte di Cardoso che danno origine al torrente Vezza; si erano dunque creati svariati bacini di acqua effimeri che, cedendo poi tutti insieme di schianto nel primo pomeriggio sotto le incessanti precipitazioni, hanno dato luogo a un’onda di piena catastrofica.

Dopo aver devastato Cardoso la piena proseguì sul torrente Vezza ed investì dapprima il centro di Ponte Stazzemese (dove giunse a lambire il 2º piano delle abitazioni, facendo in parte crollare un intero albergo) per poi raggiungere Ruosina dove sommerse l’intero abitato, cancellando quasi completamente la strada di fondovalle. Ulteriori apporti di acque giunsero nel frattempo al Vezza da ogni valle laterale alimentando sempre più la sua piena.

Alluvione del 19 giugno 1996 a Cardoso
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Verso le 15.00 la piena giunse furibonda presso la cittadina di Seravezza che venne per gran parte sommersa da 2-3 metri d’acqua; in questo tratto il torrente Vezza ricevette poi da destra anche la piena del suo principale affluente, il torrente Serra e mutando da questa confluenza in poi denominazione in “fiume Versilia”, proseguì impetuoso e stracolmo di detriti verso valle, mandando letteralmente in avaria (nel momento in cui segnò il valore di 4,50 m sopra lo zero idrometrico), l’unico idrometro presente lungo la sua asta fluviale. Non si conoscono perciò altri dati relativi all’altezza massima di piena se non quello relativo alla picco massimo di portata, stimato in seguito all’evento, in circa 571 m³/s, valore assolutamente eccezionale e incontenibile per un fiume modesto come il Versilia.

Dopo Seravezza il Versilia sormontò e distrusse tutti i ponti nei pressi dei centri di Ripa, Corvaia e Vallecchia, abbandonando il suo tratto vallivo e trovando sbocco nella pianura della Versilia: in questo tratto il fiume (canalizzato e deviato nei secoli passati in un alveo artificiale che sfocia nel pressi di Cinquale di Montignoso), dilagò letteralmente presso la località San Bartolomeo di Pietrasanta a causa del sormonto e conseguente cedimento di un ampio tratto del suo argine sinistro, creandosi dunque un nuovo corso verso sud, ovvero seguendo l’antico tracciato del suo vecchio alveo di scorrimento, causando così un’estesa inondazione di tutta la porzione ovest del comune di Pietrasanta sino alla frazione di Marina di Pietrasanta, Forte dei marmi e parte del comune di Montignoso.

Nel frattempo la tragedia aveva colpito anche il versante orientale delle Apuane in Garfagnana: nell’alta valle del torrente Turrite il centro di Fornovolasco venne letteralmente devastato dalla piena del corso d’acqua. Più a valle invece i danni furono minimi grazie alla presenza di un lago artificiale sul corso d’acqua che, completamente vuoto per manutenzione, fu in grado di accogliere frenandone l’impeto gran parte della piena salvando il centro situato più a valle di Gallicano. Verso le 18.00 i pluviometri di Pomezzana e Retignano, in Alta Versilia, mostrarono valori cumulativi di precipitazioni rispettivamente pari a 478 e 401 mm in 13 ore. Quello di Fornovolasco, in Garfagnana, 408 mm. Questa tragedia, considerata come una delle peggiori alluvioni che abbia mai colpito la Toscana dopo l’alluvione di Firenze del 1966, causò anche un elevato numero di vittime: alla fine dell’emergenza si conteranno 14 morti, quasi tutti a Cardoso e un disperso.

Colata di detriti di cava di marmo in Alta Versilia, vista dalla strada Levigliani-Galleria del Cipollaio
Alpi Apuane, da strada Cipollaio-Levigliani, cave di marmo

Considerazioni
(a cura della redazione di Gognablog)
Anche senza i detriti di cava che invadevano (e ancora invadono) sia i ripidi versanti delle montagne dell’alta Versilia sia il fondo dei loro torrenti, questa tragedia si sarebbe verificata. Ma di certo le conseguenze sarebbero state assai meno devastanti e tragiche. A vent’anni la situazione è ancora tale e quale, anche perché solo in questi ultimi anni comincia a essere chiara l’origine della maggiore responsabilità nei fenomeni franosi.

A questo proposito, basta consultare cosa scrisse a suo tempo www.ispro.it – l’Istituto Studi e ricerche sulla Protezione e Difesa Civile (http://www.neteservice.it/ilfiumeversilia/alluvione_Versilia96.htm). Si vedrà che non veniva neppure presa in considerazione l’ipotesi che le frane potessero essere ingigantite dalle immani colate di detriti di cava rilasciate sui versanti e che gli effetti dell’alluvione potessero essere apocalittici perché gli alvei erano ingombri di altrettanto materiale. Riportiamo qui i punti 4 e 5, nei quali a questa possibilità neppure si accenna, neppure dove ce lo si dovrebbe aspettare (punto 5):

4) Fenomeni franosi.
I danni più gravi sono in parte da attribuirsi alle numerose ed estese frane che, nella parte montana dell’area colpita, hanno ostruito le vie di comunicazione interrompendo le linee elettriche e telefoniche e interessando anche costruzioni abitate. Le frane hanno anche parzialmente o totalmente ostruito i corsi d’acqua creando bacini effimeri di ritenuta il cui cedimento ha aggravato gli effetti delle piene. Attualmente sono in corso verifiche geologiche a tappeto promosse dal Dipartimento della protezione Civile ed effettuate da gruppi di intervento provenienti dall’Università di Pisa. Da lunedì 24 la ricognizione è seguita, nei casi di maggiore gravità, da esperii del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del CNR.

Il materiale franato dai versanti ha contribuito all’innalzamento ulteriore del livello dei torrenti, aumentando anche la quantità di materiale solido trasportato dalle acque. Questa accentuata franosità va ascritta non solamente alle eccezionali precipitazioni, ma anche alle caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio, che presenta una formazione rocciosa di arenaria e scisti (detta pietra del Cardoso) coperta da una spessa coltre di detriti particolarmente instabili e franosi. In particolare, nella zona tra Seravezza, Ruosina, Levigliani e Ponte Stazzemese è presente una formazione scistosa, localmente ricoperta da un sottile spessore di detrito argilloso e quindi instabile, che ha causato alcune frane particolari dette «colate di detrito e fango». Non va dimenticato, inoltre, che i versanti sono, nella zona, particolarmente scoscesi, innalzandosi dal livello del mare sino a circa 2000 metri in pochi chilometri.
Il terreno, inoltre, essendo intensamente boscato, risultava particolarmente appesantito e questo ha aggravato il fenomeno franoso.

5) Concorso di concause di origine antropica.
L’Autorità di Bacino del Fiume Serchio, in una relazione preliminare del suo Segretario Generale, segnala, oltre all’eccezionalità dell’evento atmosferico, alcune possibili concause di origine antropica, quali rifacimenti viari non rispettosi delle pendenze trasversali, l’insufficiente ampiezza di talune luci di ponti e la presenza, soprattutto nel fondovalle, di passerelle e costruzioni, nonché la scarsa manutenzione degli alvei nel tratto montano e la mancata potatura di alcuni boschi, causa dell’appesantimento dei terreni. A riguardo del fondovalle, inoltre, viene segnalato che il fiume Versilia segue un percorso artificiale. Queste osservazioni, redatte in forma generica, dovranno essere puntualmente verificate dall’analisi del territorio, con particolare riguardo alla loro collocazione in relazione al punto della rottura dell’argine ed alla dinamica della piena. Si evidenzia, peraltro, che la quantità di materiale confluita nei torrenti e nei fiume a causa dell’intensità delle piogge e dei citati fenomeni franosi, ha contribuito ad appesantire ed aumentare la portata dei corsi d’acqua.

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Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

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No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

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Un’avventura d’altri tempi

1a solitaria sulla via dei Fiorentini al Monte Nona
Nelle Alpi Apuane, proprio accanto al famoso torrione del Procinto, la parete sud-ovest del Monte Nona “è rimasta per anni una sfida aperta, respingendo ogni tentativo di salita, e creandosi il mito di parete impossibile. Anche i fortissimi fratelli Sergio e Vinicio Ceragioli, che dagli anni ‘30 per alcuni decenni hanno dominato la scena apuana, spostando con ogni impresa il limite dell’impossibile, erano capitolati di fronte all’incubo giallo di questa parete, e fu solo molti anni dopo, con l’avvento del chiodo a pressione che si fece luce una possibilità di salita con successo (Stefano Nesti)”.

Proprio alla guida alpina Stefano Nesti rimandiamo per la lettura del suo interessante Poker d’Assi.

La parete sud-ovest del Monte Nona
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Un’avventura d’altri tempi
di Alberto Benassi

I 250 metri del “formidabile appicco giallo-rossastro… (1)” della parete sud-ovest del Monte Nona mi ricordano, anche se in forma ridotta, la ben più famosa parete rossa della Roda di Vaèl che, come questa, è stata teatro dell’assassinio dell’impossibile con le salite a goccia d’acqua realizzate negli anni ‘60 e ‘70 quando vi vennero infissi anche più di 200 chiodi a itinerario, con largo uso del piccolo ma invincibile chiodo a pressione.

Nel 1959 è il lucchese Annibale Simonetti insieme al versiliese Gabriello Barsi, ad aprire le danze. Sale il primo tratto del Canalino Allegri posto all’estrema sinistra della parete, per poi spostarsi a destra lungo una cengia, quindi con chiodi e cunei di legno supera una strapiombante fessura che incide le compatte placche del settore sinistro della parete. E’ solo il primo assaggio, “ma il problema del gran muro strapiombante, che costituisce il più della parete che veniva considerato impossibile, fu risolto soltanto allorché intervenne il salto qualitativo rappresentato dal chiodo a pressione (1)”.

“Qualitativo”… fu veramente un salto di qualità, un passo in avanti? Oppure la lancetta dell’alpinismo, con quelle salite, si è fermata per alcuni anni? Messner nel 1968 nel suo famoso articolo L’assassinio dell’impossibile fu categorico: “

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato (…) La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile (2)”. Insomma si trattava della morte dell’alpinismo.

Emilio Dei in arrampicata sulla via dei Fiorentini, prima ascensione
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Nel 1966, riprendendo un tentativo del fiorentino Giancarlo Dolfi e compagni, i fratelli liguri Eugenio e Gianluigi Vaccari finalmente espugnano la parete superandola al centro aprendo la via SUCAI meglio conosciuta come “la Vaccari”.

Un anno dopo questa via è addirittura ripetuta dal fortissimo alpinista trentino Marino Stenico in cordata con Aldo Gross. Scrive Gross: “In aprile ero stato sulle Alpi Apuane con l’amico Dante Colli (…) In particolare mi aveva colpito dalla cima del Procinto la vista sulla rossiccia, calcarea parete sud-ovest del Monte Nona costituita dallo spavaldo taglio di un unico lastrone strapiombante che sovrasta l’Alpe della Grotta. Proposi a Marino una visita a queste montagne (…) In breve ci trovammo in quell’ambiente inconsueto, con già alle nostre spalle ospitali borghi dispersi in profondi castagneti, a salire tra forre e “voltoline”, per una piacevole mulattiera nel bosco sino al Rifugio Forte dei Marmi (…) A tardo pomeriggio uscimmo dal rifugio diretti alla parete percorsa allora da un unico itinerario aperto dal 21 al 23 maggio 1966 da Eugenio e Gianluigi Vaccari della Sezione Ligure. Il sentiero che porta alle pareti del Monte Procinto passa sotto lo spacco verticale del Nona, sono pochi minuti, ma bastano perché ci raggiunga un sorpreso commento: “Ma dove credono di andare alla loro Età…”. Per la verità in buona parlata toscana ci definirono vecchi (…). Sull’ultimo chiodo, Marino si sporse, tutto all’indietro sull’abisso, e, contro il cielo, strappando un applauso, con un gran gesto della mano, salutò con il rosso berretto l’attonita folla, in beffardo spiritosissimo commento (3)”.

Più a destra, paralleli alla Vaccari, nel 1969 sulla verticale della punta più alta della parete detta “la becca”, salirono Agostino Bresciani e Mario Piotti aprendo la via Licia, che dedicano alla futura moglie di Agostino che allora aiutava la mamma nella gestione del rifugio Forte dei Marmi. Negli anni a seguire la via Licia diventerà la classica della parete. La sua ripetizione sarà motivo di vanto.

Il 3 e 4 luglio 1971, sulla sinistra della via SUCAI, i fiorentini Giovanni Bertini, Emilio Dei, Michele Lopez e Mario Verin terminano di tracciare l’impegnativa via dei Fiorentini. Bertini racconta: “Abbiamo provato con successo un attrezzo che consentiva di chiodare più lontano e con una postura più rilassata. La staffa rigida che con Andrea Bafile costruimmo in quel di Firenze, nell’ambiente dei rocciatori sembrò una esperienza leonardiana. Il Bafile, che ebbe la soddisfazione di vedere dal basso la conclusione di questa salita, regalò a Giustino Crescimbeni un lungo gancio di ferro per la sua eventuale ripetizione. Scherzi a parte, di quella esperienza porto in ricordo tanta fatica ma anche la soddisfazione di alcuni tratti in libera che erano stati preventivati dalle osservazioni preliminari“.

Gli stessi Bertini e Verin, il 24 ottobre 1971, dovendo scendere dalla vetta del Nona, non trovano di meglio che percorrere la via Licia arrampicandola in discesa.

Alcuni anni dopo ancora più a destra della via Licia, oltre i grandi e gocciolanti neri strapiombi, al limite della parete superando un settore giallastro fortemente strapiombante, i versiliesi Agostino Bresciani, Alessandro Angelini, Mario Rosi e Luciano Sigali, aprono la via Corrado che dedicano al figlio di Agostino.

Sempre in quegli anni si parla anche di un tentativo fatto ai grandi strapiombi gocciolanti addirittura dai Ragni di Lecco. Ma sarà realtà o leggenda…?

Con l’apertura della via Corrado si chiude il ciclo delle vie in artificiale sul Nona. Negli anni a seguire, l’artificiale, almeno da noi, passerà di moda e le staffe verranno ‘appese al chiodo’.

4 luglio 1971. In vetta al Monte Nona, dopo la prima ascensione della via dei Fiorentini. Da sin: Michele Lopez, Emilio Dei, Giovanni Bertini e Mario Verin. E’ visibile la staffa rigida di concezione Bafile-Bertini
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La parete per molti anni cadrà nell’oblio, salvo qualche sempre più rara ripetizione di qualche vecchio affezionato, fino all’inizio degli anni ‘90 quando con l’avvento del trapano, sarà riscoperta in chiave diciamo… moderna? Ma questa è un’altra storia…

Attratto dall’indiscutibile fascino della parete e dalla storia scritta sui suoi strapiombi dai più forti alpinisti apuani degli anni ‘60 e ‘70, nel corso degli anni ho ripetuto tutti gli itinerari artificiali, alcuni anche più volte, tra cui anche la prima solitaria alla via Corrado, inaugurando una bella e aerea variante di discesa in doppia. In verità, quella volta ero partito per fare da solo la via dei Fiorentini, ma poi mentre salivo verso l’attacco, evidentemente poco convinto, ecco farsi viva la ‘vocina interiore’… e così, sceso a più tranquilli compromessi, mi diressi alla più breve via Corrado.

La via dei Fiorentini no! È pericolosa” … Mentre sto camminando verso l’attacco mi ritornano in mente le parole della Silvana, che per tanti anni assieme al Gigino e ai loro figli furono gli indimenticati gestori del rifugio Forte dei Marmi per me diventato per tanti anni quasi una seconda casa, dove fui trattato come uno di famiglia.

Quella volta con suo figlio Renato, mentre salivamo verso la parete si parlava della via dei Fiorentini dove poco tempo prima aveva fatto un volaccio il (4).

Forse perché parlavamo un po’ ad alta voce, forse complice il vento che portò le nostre parole fino al rifugio, sta di fatto che la Silvana ci sentì e senza tanti complimenti ci minacciò: ”Se solo ci provate vi prendo tutti e due a granatate! (la granata è un particolare tipo di scopa, NdR)”.

Come potrei dimenticare la Silvana e il Gigino. La prima volta che arrivai all’Alpe della Grotta con altri due amici e vidi il Procinto, se non ricordo male era il 1977, manco sapevo che monte era. Al rifugio, dove comprammo un pane e un bottiglione di vino bianco, interrogai il rifugista, un ometto dall’aspetto un po’ buffo, il Gigino.

“Ma che monte è quello lì?” e lui piuttosto sorpreso della mia ignoranza e con il suo tipico accento stazzemese: Oh bi di duve venite. E’ il Procinto”.

La Silvana, che aveva un occhio di riguardo per tutti gli alpinisti, era una donna generosa ma energica, era la vera padrona del rifugio, e sicuramente sarebbe passata dalle minacce ai fatti. Così senza tanti indugi, quel giorno, con Renato cambiammo idea e andammo a scalare sul Procinto.

Chi l’avrebbe mai detto che, dopo tanti anni, sarei stato qui al buio seduto sullo zaino ad aspettare un po’ di luce per poi tentarne la ripetizione in solitaria?

Che ne penserà la Silvana? Sicuramente scuoterà la testa e agiterà la granata… Questo itinerario, che sale diretto all’anticima della parete sud-ovest del monte Nona con una scalata essenzialmente in artificiale e con alcuni delicati tratti in libera, è sempre stato temuto e quindi meno ripetuto rispetto agli altri.

Certamente non si tratta di un itinerario alla moda, visto lo stile di scalata che fa sì che oggi queste vie siano raramente ripetute. Credo che molti ne ignorino persino l’esistenza, ma a me questo non interessa, anzi, è quasi uno stimolo. Le vie un po’ strane e poco ripetute mi hanno sempre attirato.

Sono qui per vivere la parete attraverso una piccola e personale avventura, è questo ciò che conta!

Sono le cinque del mattino dell’8 settembre 2012. Parcheggio la macchina che è ancora buio pesto, così accendo la frontale e m’incammino lungo l’oramai familiare sentiero che, attraverso il bosco porta all’attacco della via. Quante volte l’avrò percorso in tutti questi anni per andare a scalare sull’amato Procinto? Ho perso il conto.

Camminare nel bosco di notte regala una sensazione particolare. L’udito si acutizza e si concentra su ogni minimo rumore a cui di giorno non faresti minimamente caso. Ho portato con me parecchio materiale e lo zaino pesa ‘a bestia’. Così salgo con calma, la giornata sarà faticosa e non mi voglio certo stancare ancor prima di arrivare all’attacco.

AvventuraAltriTempi-Fiorentini-2012.09.08 solitaria via del AvventuraAltriTempi-Fiorentini M. Nona 017

Alle sei sono alla base della parete, ed è ancora buio! Mi metto ad aspettare che schiarisca un po’. Intanto preparo l’attrezzatura per la scalata. Devo farlo con attenzione, mettendo a portata di mano tutta l’attrezzatura in modo che, durante la salita, non si creino degli intoppi. In particolare devo disporre bene la corda nel sacco in modo che scorra senza che si aggrovigli, dato che non ho un compagno che mi possa aiutare.

Anche questo fa parte delle preoccupazioni di uno scalatore solitario. Il bello delle solitarie è che devi contare solo su di te. Tutto è tuo: decisioni, rischi, fatica ma anche gioia.

Prima di partire faccio una foto allo zaino con sopra la ranocchia che mi ha dato la Sabrina come porta fortuna, poi la metto dentro perché non voglio rischiare di perderla durante il recupero dello zaino.

In solitaria sulla prima lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona
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Il primo tiro è breve e porta in cima a un pilastro. Non seguo la via originale che passa alla destra del pilastro; salgo invece direttamente lungo una fessura strapiombante dove ci sono alcuni chiodi.

Con un breve tratto in libera arrivo sotto la fessura. Il primo chiodo è alto e non ci arrivo, così passo un cordino strozzato intorno a delle fraschette e mi assicuro, ma non c’è da fidarsi troppo. Voglio assicurarmi meglio così cerco di mettere un chiodo ma lo perdo! Cazzo: inizio bene! Non ne ho portati tanti, solamente sei, e se già al primo tiro inizio a perderli…

Ritento e ci riesco. Adesso sono più tranquillo e con una staffa raggiungo il primo chiodo della via. In breve sono in cima al pilastro dove c’è una vecchia sosta.

Non mi fermo. Ho 60 metri di corda che dovrebbero essere più che sufficienti, così decido di proseguire unendo anche il secondo tiro.

Adesso però devo stare più attento. C’è da fare, verso sinistra, un insidioso e non facile tratto in libera su roccia friabile.

Passo un cordino intorno a un piccolo ginepro, mi sposto un po’ a sinistra su roccia gialla friabile, poi riesco a mettere un buon chiodo.

Mi alzo delicatamente sfruttando una lama che suona a vuoto e finalmente arrivo a un chiodo. È un buon chiodo: salvo! Ma visto che è il primo dopo diversi metri non mi fido e così lo doppio con un friend.

In solitaria sulla seconda lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona>>
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Prendo le staffe, mi appendo al chiodo e vado. La corda mi segue scorrendo nel gri-gri che ho in vita e che mi fa da autoassicurazione.

Di chiodo in chiodo mi alzo sempre di più e, dopo un obliquo a destra, sono alla sosta. E’ buona anche perché pochi anni fa durante una ripetizione l’hanno rinforzata mettendoci un fix.

Se questo da un lato mi fa egoisticamente piacere, perché mi facilita e velocizza non poco le cose, dall’altro però toglie un po’ d’impegno alla mia avventura e un po’ mi dispiace.

Una volta arrivato alla sosta mi assicuro con la longe. Smonto il sistema di autoassicurazione e sempre con il gri-gri usato come discensore scendo lungo la corda ritornando all’attacco.

Arrivato giù, lego al capo libero della corda lo zaino che dopo tirerò su, monto le jumar sulla corda e risalgo recuperando chiodi e rinvii che avevo messo lungo il tiro e in breve sono di nuovo alla sosta.

Una volta recuperato lo zaino e dopo averci sistemato con cura dentro la corda, sono pronto a ripartire per il tiro successivo.

Questo è il sistema che ho deciso di adoperare. La via la dovrò fare tre volte, ma così sarò sempre assicurato. Un po’ come faceva il grande Renato Casarotto, anche se lui invece del gri-gri usava i nodi prusik e la differenza non è poca! Ma lui era Casarotto…

E poi non si può mica appendersi a questi vecchi e piccoli chiodi senza essere assicurati. Sarebbe un po’ come giocare alla roulette russa.

L’ho promesso alla Sabri che avrei fatto le cose con prudenza e poi nello zaino c’è la rana che sicuramente le farebbe la spia.

Il tiro successivo è più impegnativo perché più strapiombante, soprattutto a causa degli obliqui che certo non mi faciliteranno quando dovrò risalire con le jumar per recuperare il materiale.

Guardando verso il basso dalla sosta del penultimo tiro
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Intanto sono arrivate due persone all’attacco di Fantastica, altra via sportiva che corre lì a fianco sulla sinistra.

Mi vedono, credo cerchino il mio compagno, ma non lo trovano. Ci credo, sono solo!

Mi salutano. Riconosco il Dondi, mi faccio riconoscere: ”Che stai facendo?”. Rispondo: “La via dei Fiorentini” e loro: “E che roba è? non la conosco. Ma sei da solo?”. “Sì sono solo!”.

Sono un po’ perplessi, oggi non si aspettavano certo di trovare un matto da solo sul Nona.

Mi preparo a ripartire. Non devo distrarmi troppo, voglio fare le cose con calma. Per non fare cazzate è importante rimanere concentrati.

Il tiro è un po’ faticoso. Alcuni chiodi sono lunghi e per prenderli devo salire bene in alto sulle staffe. La storia racconta che i primi salitori avevano usato un attrezzo particolare da loro costruito, che permetteva loro di stare ben dritti e poter chiodare così più lontano. La corda mi segue sempre scorrendo nel gri-gri senza troppi intoppi.

La chiodatura è vecchia, i chiodi sono lì da 40 anni e soprattutto questi piccoli chiodi a pressione di tipo artigianale sono sicuramente infissi per pochi centimetri, quindi è bene non sollecitarli troppo. Visto che sono da solo decido di passare molti rinvii: in caso di uscita di un chiodo non voglio rischiare lunghi voli che potrebbero sbottonare tutto…

Con calma arrivo alla sosta successiva, predispongo l’ancoraggio e scendo ritornando allo zaino per poi risalire di nuovo e ripulire il tiro.

Ogni volta che arrivo alla sosta successiva mi avvicino sempre di più all’uscita però poi devo di nuovo riscendere perdendo il terreno guadagnato. Questa è una strana sensazione, ma va bene, lo sapevo.

Lego lo zaino al capo libero della corda e lo lascio andare. La parete strapiomba e, visto che la sosta successiva è molto a sinistra rispetto a me, lo zaino parte facendo un lungo e impressionate pendolo che dura non poco.

Fissate le jumar parto risalendo la corda, ma la parete strapiombante e il tiro assai obliquo mi creano un po’ di problemi. Il risultato è che ogni volta che tolgo un rinvio, come lo zaino anch’io parto in un pendolo poco simpatico allontanandomi sempre di più dalla roccia e mi trovo a risalire completamente nel vuoto.

Il Dondi lì accanto guarda un po’ perplesso le mie evoluzioni appeso alla corda: – Ma almeno le soste sono buone?

Lo tranquillizzo: – Sì, sono ottime.

La sosta è buona, la corda è buona, le jumar tengono, ma in effetti la cosa è poco simpatica. Inoltre risalire così nel vuoto è assai faticoso, perciò decido di cambiare tattica.

Non risalirò più la corda ma rifarò il tiro in arrampicata usando le jumar solo per sicurezza sulla corda resa fissa.

Dovrò fare in arrampicata due volte la via ma è più semplice e meno faticoso.

La cosa funziona e tutto prosegue per il meglio. Intanto mentre salgo scambio due chiacchiere con i miei vicini sulla via Fantastica.

Sarà quindi una solitaria in compagnia ma del resto non sono mica sulla remota parete sud-ovest del Burel. Fatta la traversata a sinistra, le due vie si toccano e proseguono poi per un tratto in comune, lungo un aperto diedro nel tiro che porta alla cengia dove poi Fantastica va a sinistra e la mia invece prosegue dritta lungo una bella placconata di strapiombante roccia grigia.

La parete sud-ovest del Monte Nona. Da sin a ds, via dei Fiorentini, via SUCAI e via Licia
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Prima di lasciare la sosta il Dondi, forse un po’ preoccupato, dice che se voglio posso legarmi a una delle sue corde e proseguire con loro. Lo ringrazio della sua gentilezza e lo tranquillizzo dicendogli che tutto procede per il meglio. All’uscita mancano ancora tre tiri, mi ci vorrà un po’ ma visto che sto bene e che il tempo c’è, non posso certo rinunciare adesso dopo tutta la fatica che ho fatto per arrivare fin qua.

Al limite se proprio dovrò rinunciare ho nello zaino un’altra corda che ho portato in caso di bisogno per garantirmi una possibilità di discesa.

E’ sabato e al Procinto c’è tanta gente a scalare e a camminare. Ogni tanto mi arrivano le voci delle persone che sono lì a fare la loro tranquilla passeggiata, e io qui a “pericolare”… o chi ti ci ha mandato, il dottore?

Un po’ in artificiale ma soprattutto in libera, superando alcuni delicati passaggi, con una specie di semicerchio prima a destra e poi a sinistra raggiungo la comoda cengia sotto la placconata terminale.

Dopo tutte le scomode soste appese ora posso finalmente sedere e godermi un po’ di relax, bevendo e mangiando. Soprattutto bevendo, visto che mi sono portato un paio di litri e fino a questo momento non ho bevuto neanche un goccio.

Da qui in tutta comodità, posso ammirare il panorama che dal Monte Matanna al Monte Gabberi arriva fino al mare e le numerose persone che lungo la ferrata salgono alla vetta del Procinto e quelle che scalano sulla sua bella parete est.

Che belle le Apuane, montagna e mare.

Rinforzo la sosta con due buoni chiodi e parto per il penultimo tiro. Subito sopra c’è un chiodo piuttosto lontano dal quale pendono un vecchio e sfilacciato cordino e una scolorita fettuccia. Memore di questo particolare dalla ripetizione che avevo fatto diversi anni fa, per arrivare meglio al chiodo senza usare il cordinaccio, a casa mi sono costruito una ‘ladra da fichi’, ovvero un lungo rinvio irrigidito con due stecche di plastica e del nastro isolante. Sarà etico…?

Con l’aiuto di un cliff in un piccolo buco nella roccia, mi alzo e mi avvicino al chiodo quindi con l’aiuto dello speciale rinvio lo aggancio e ci appendo la staffa.

Cercando di farmi leggero salgo lungo la staffa mirando al chiodo successivo anche questo piuttosto lungo.

Sotto, come protezione, ho lasciato il cliff nel buco, ma è troppo basso per essere una buona protezione e se il chiodo sotto il mio peso dovesse saltare, il cliff non mi impedirebbe di sbattere sul terrazzo di sosta. Un po’ con il fiato sospeso arrivo all’altro chiodo. Preso: salvo!

Quanto sono lunghi a volte certi momenti.

La parete sud-ovest del Monte Nona vista dal Monte Procinto
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Adesso proseguo su per un bel muro di roccia grigia compatta in direzione di un evidente speroncino contornato di erba sopra il quale so che c’è la sosta. Arrivato all’inizio dello speroncino c’è da salire lungo l’insidiosa fessura erbosa di destra. Qui mancano un paio di chiodi.

Potrei provare a forzare in libera ma la roccia non è proprio delle migliori e non mi sembra il caso rischiare un volo. Non sono qui per fare dei virtuosismi arrampicatori.

Cerco di mettere un friend in una fessurina ma niente da fare, non ho la misura adatta. Quindi non mi resta che mettere mano al martello e battere un chiodo che entra cantando. Staffa, altro chiodo, staffa e sono alla sosta.

Stessa manovra. Oramai lo so a memoria: e giù ritornando alla cengia e di nuovo su recuperando il materiale, togliendo anche i due chiodi che avevo messo nella fessura erbosa.

Adesso non rimane che l’ultimo tiro e poi sono fuori. Sopra la sosta c’è una fessura dove penzola un rinvio, poi placche strapiombanti quindi l’uscita che ricordo un po’ delicata.

Salgo in libera la prima fessura sopra la sosta, poi in artificiale (un po’ faticoso) supero la zona strapiombante e arrivo alla paretina finale che porta al canalino d’uscita.

Questo tratto finale è da fare in libera. La roccia è delicata e non tanto proteggibile, quindi prima di proseguire mi riposo bene. Sopra l’ultimo chiodo prima del tratto in libera riesco a mettere un friend in un buco.

Non mi dà tanta fiducia perciò lo doppio con un altro e poi vado deciso. Traverso un paio di metri a sinistra, salgo dritto per una larga fessura e poi di nuovo a destra sotto un piccolo strapiombo dove, con non poca sorpresa trovo un fix. Questo proprio non me l’aspettavo, sono quasi tentato di assicurarci la corda, ma non serve, l’orgoglio etico prevale così supero il piccolo strapiombo e per un breve e facile canaletto sono fuori.

La via è fatta ma il lavoro non è ancora finito. Non mi posso ancora rilassare, devo di nuovo scendere per recuperare lo zaino e il materiale con il quale ho attrezzato il tiro.

Così alle prime piante preparo l’ultimo ancoraggio, butto nell’erba quello che non mi serve e poi scendo. Riprendo lo zaino e quindi di nuovo su, per l’ultima volta.

Sono passate circa dieci ore da quando ho iniziato questa salita, insolita per le nostre montagne e per l’alpinismo apuano di oggi. Sono stanco ma felice di avere vissuto questa piccola e personale avventura. Come diceva Gian Carlo Grassi “spesso l’avventura è dietro l’angolo di casa”.

Con calma riordino il materiale, rifaccio lo zaino e rimetto fuori la ranocchia. Prima di andarmene saluto Edo e Paolo, che usciti dalla parete est mi chiamano dalla vetta del Procinto e ci diamo appuntamento al rifugio.

Lo zaino adesso sembra molto più pesante di stamani. Senza fretta risalgo il ripido pendio che dal bordo della parete sale alla cresta di vetta del Monte Nona, poi per il comodo sentiero scendo verso il Callare del Matanna. Arrivato in vista del Callare mi rendo conto di avere dimenticato il materiale che avevo buttato nell’erba prima di riscendere a disattrezzare l’ultimo tiro. Evidentemente un po’ la stanchezza, un po’ l’euforia per la riuscita mi hanno giocato uno scherzo. Ora però di ritornare lassù non me la sento proprio. Tornerò a riprenderla domani con la Sabri prima di andare a Stazzema alla commemorazione del . Adesso voglio solo arrivare prima possibile al rifugio per una meritata birra e una bella chiacchierata con gli amici che mi staranno aspettando.

Citazioni:
(1) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, Guida dei Monti d’Italia.
(2) Reinhold Messner, L’assassinio dell’impossibile, Rivista del CAI, 1968.
(3) Marino Stenico, Una vita di alpinismo”.
(4) il , Agostino Bresciani, vero punto di riferimento per l’alpinismo versiliese.

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Invernale alla Pania Secca

Invernale alla Pania Secca
Riportiamo i racconti di due dei protagonisti di una salita invernale di tanti anni fa, in un remoto angolo delle Alpi Apuane. Il primo è mio.

Il ricordo della Pania Secca
(già pubblicato su Annuario della Sezione di Bolzaneto del CAI, 2006-07)

Inverni come una volta la mamma non ne fa più… ma anche Franco non c’è più, e di gente come lui ce n’è sempre di meno (Franco Piana è morto all’Everest nel 1980, NdR).

Per ben due volte eravamo andati in ‘500 (e dentro in quattro) fino a Fornovolasco, uno sperduto paesino incassato alla fine degli anni ’60 al fondo di una valle che in zone più ragionevoli del mondo anche allora sarebbe stata disabitata.

Il versante sud-orientale della Pania Secca: a sinistra, la Cresta di Gialunga, a destra il Pilastro Montagna-Dellacasa. Scatto senza neve del 29 dicembre 2007, dal Monte Trecorna (San Pellegrinetto di Fornovolasco, Garfagnana)Alpi Apuane, Garfagnana, da San Pellegrinetto su Pania Secca

Alla terza eravamo almeno riusciti a partire, ed era più o meno ai primi di febbraio del 1968. L’alba ci vide impegnati in quel budello sinistro che caratterizzò quasi tutte le tre ore dedicate per arrivare alla base del pilastro.

Anzitutto il nome di questo canalaccio: Trimpello. Ricordo una specie di tormentone, forse dovuto alla sfortuna di tutti quei viaggi a vuoto, trimpello stava per strimpello, vocabolo che ci risuonava nel cranio e che non evocava alcun suono sgraziato di strumento musicale, bensì, chissà perché, un fastidio continuo alle parti basse, più o meno la stessa molesta figuratività della parola “menata”, che già allora era in gran voga.

Gianni Calcagno, Lino Calcagno e Alessandro Gogna sullo sperone Major della Brenva, 30 giugno 1968. Foto: Nello Tasso.
Gruppo del Monte Bianco,  parete della Brenva, via Major (30.6.1968), G. Calcagno, Lino Calcagno e A. Gogna, (foto Nello Tasso)

Il tempo era bellissimo, ma di neve ce n’era davvero tanta e ci vollero quattro ore per arrivare dove d’estate ci si lega. Noi ci eravamo legati già da un bel po’. Gianni Calcagno osservava dubbioso le condizioni davvero spaventose della roccia, il fratello Lino e Nello Tasso non commentavano, ma in cuor loro erano ben decisi a scendere. Avrebbero lasciato sfogare i due più pazzi per una, magari anche due, lunghezze. Poi sapevano che il buon senso avrebbe trionfato.

Nello Tasso e il versante meridionale del Monte Grondìlice (Alpi Apuane), 6 gennaio 1969Nello Tasso e M. Grondilice da sud. 6.01.1969

Non alla prima, ma alla fine della seconda ci azzeccarono! Dopo le due o tre ore che mi furono necessarie per fare il primo tiro, comunque quello tecnicamente più difficile, anche Gianni e io ci convincemmo che non era il caso di insistere. Sul secondo tiro Gianni aveva dovuto ripulire la roccia centimetro dopo centimetro, perché la neve era incrostata ovunque. C’erano delle condizioni che in seguito avrei definito “scozzesi”, l’umidità atlantica era quella tirrenica della Alpi Apuane e quanto a freddo ce n’era stato e ce n’era abbastanza.

Altro tentativo abortito nel gennaio dell’anno dopo (il quarto!), poi finalmente, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello portava sfiga), mi ritrovai a dormire nella Locanda La Buca, l’unica di Fornovolasco. Non lo sapevo: ma lì, complice la bambinetta dell’oste, avrei preso il morbillo: la cosa invece mi apparve ben chiara qualche settimana dopo…

Con l’automobile di Giorgio, se non ricordo male, avevamo raggiunto il paese per la solita scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi, sbarrata da massi di notevoli dimensioni e financo esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pencolanti da neri strapiombi notturni.

Nella ruvida ed essenziale locanda alcuni paesani discutevano animatamente di politica dietro a gotti di vino ed era un fiorire di esilaranti bestemmie.

I nuovi compagni erano il gaudente e ottimista Giorgio Noli, l’atletico Gianluigi Vaccari, detto il “professore” e infine una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano. La lingua nazionale la conosceva benissimo, credo però che all’inizio considerasse Gianluigi e me un po’ come fighetti borghesi, quindi quello era il suo modo d’imporre la sua natura “radical pop”.

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

Vogliamo fare la prima invernale, nonché prima ripetizione, della via di Euro Montagna e Gino Dellacasa al pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m, una via di circa 400 metri di dislivello aperta il 7 luglio 1963.

E partiamo alle solite e buie tre e mezza di notte, dai 480 m di quota di Fornovolasco. Ci sembra di essere Tuckett o Freshfield un secolo fa. Secondo Gianluigi, che le Apuane le conosceva bene, quello era davvero uno dei posti più remoti: secondo lui in questo paese d’inverno la luce del sole non supera le due ore al giorno…

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentrammo nel Canalone di Trimpello, aiutandoci con le pile frontali. Il percorso lo ricordavo bene, ma questa volta era asciutto, sarebbe stata una bellissima giornata.

Più o meno a metà budello trovammo il saltino di IV grado, una bazzecola rispetto all’altra volta, e con i primi raggi del sole arrivammo alla base del pilastro.

La prima lunghezza dura, vista la mia esperienza precedente, era affare mio, ma non c’era confronto con l’altra volta. Ricordo però che notai l’inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile. L’anno scorso con tutta la neve e il ghiaccio la bastarda si era camuffata…

Gianluigi giunse dunque alla fine della seconda lunghezza: tre chiodi lucenti e un cordino segnavano il limite massimo raggiunto nel tentativo.

Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio). Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto di esperienze amorose (non capivo bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del pornoalpinismo anche nelle posizioni più assurde, un piede nella staffa e la mano abbrancata a un ciuffo d’erba. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto “genovesi” la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli accoppiamenti improbabili.

Intanto Gianluigi, girato uno spigolo, si ritrovò in un diedro completamente intasato di neve e ghiaccio e anche vetrato (perché in ombra). 25 metri di difficoltà altrimenti classiche furono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

In cima arrivammo alle sedici, in piena luce calante. Non ci fermammo che qualche minuto, poi ci buttammo giù verso il Rifugio Pania (oggi Rossi, NdR) in quell’atmosfera da crepuscolo che ti rimane stampata nella mente. I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. Il problema era che, dal rifugio, avremmo dovuto risalire, altro che scendere!

A passo di carica e abbastanza assetati raggiungemmo la costruzione del rifugio. Desolante! Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio.

E quel giorno ci doveva essere stata molta gente a scalpicciare intorno: qualcuno aveva defecato lì accanto.

Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 m, una specie di spalla della Pania della Croce, punto obbligato di passaggio per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco. I valligiani si recavano un tempo negli anfratti della Borra di Canala, dove la neve resisteva anche in piena estate, e da lì la trasportavano a spalle fino a Fornovolasco e poi Gallicano.

Il sole sparì all’orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando raggiungemmo il passo. Riaccendemmo le frontali molto al di sopra della Foce di Valli, poi ci fu una navigazione buia, tra civette e gufi esagerati, fino alle 19.30, ora in cui vedemmo la tenue illuminazione del nostro paesino di partenza.

– È andata bene la passeggiata? – ci accolse lieta la padrona della locanda.
– Certo che è andata bene… belin, e come doveva andare? – le rispose in italiano Franco.

Giorgio Noli sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Giorgio Noli sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Pania Secca, prima invernale
di Gianluigi Vaccari
(già pubblicato su Rassegna Alpina n. 9, marzo-aprile 1969)

Tre ore circa per giungere all’attacco. Nove di arrampicata. Tre e mezza di discesa. Milleduecento metri di dislivello: settecento in un canalone, e cinquecento lungo un poderoso sperone con difficoltà (estive) di quarto e quinto grado e tratti di A1. Quindi altri milleduecento di discesa. In totale duemilaquattrocento metri di ginnastica. Quattro tentativi falliti, il quinto (il nostro) vittorioso.

Non si parte da Courmayeur o Chamonix, non siamo in Occidentali, né ad Alleghe o a Cortina, non siamo in Dolomiti. Si parte da Fornovolasco 480 m. Siamo nelle Alpi Apuane.

Si tratta della prima invernale, nonché prima ripetizione della via Montagna-Dellacasa al Pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m.

Base dell’azione non è uno sperduto bivacco di problematico accesso, bensì la Locanda La Buca situata in pieno centro di Fornovolasco, che come posizione è però più isolato di molti rifugi. Si trova infatti al fondo di una gelida gola in posizione tale da godere d’inverno di circa un’ora e mezza di luce solare.

Tale paese può essere raggiunto in automobile percorrendo una scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi: infatti essa è spesso sbarrata da massi di notevoli dimensioni, ed è esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pendenti dagli soprastanti strapiombi. La locanda non è frequentata da rudi alpinisti, né si odono struggenti melodie alpine; la clientela è infatti composta da indigeni forse però ancora più rudi e decisi, che quando arriviamo noi discutono animatamente di politica estera.

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentriamo nel Canalone di Trimpello. Fa freddo, è bel tempo e per fortuna il fondo è asciutto, se no la sua risalita sarebbe problematica, infatti c’è ogni difficoltà torrentizia: rapide, cascate, marmitte dei gi­ganti, ecc…

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Si procede alla luce delle pile frontali. Unico accompagnamento sonoro è costituito dai richiami dei gufi e delle civette che pare siano abbondantissimi. A ogni impennata del canale qualcuno esclama: siamo al salto!

Infatti tra gli innumerevoli saltini, protuberanze, caminetti, ce n’é uno di circa otto metri di IV grado, primo assaggio delle asprezze della salita. Stando al parere di uno dei nostri predecessori, pare che bagnato diventi di V, con un poco di vetrato di VI, se poi si ha sulle spalle un sacco di diversi chili forse VII! Oggi è di IV.

Giungiamo all’attacco ai primi raggi solari. Seduti ci godiamo lo spettacolo. Verso oriente e verso sud montagne a non finire, ad occidente la Versilia e il mare. A nord l’impressionante muraglia delle Panie. Le pareti est e ovest sono innevatissime, le creste sono invece piut­tosto pulite, si vede che il vento ha lavorato bene. I primi cento metri dello sperone sono facili sebbene in alcuni punti ci sia del vetrato. La roccia non è certo ideale: in diversi luoghi è tanto sbriciolata da essere persino sof­fice, ci si sta bene seduti sopra.

Franco Piana sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Franco Piana sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Dove la parete è verticale fortunatamente è migliore. E qui, a parte i primi metri, il resto è verticale.

Sul primo tiro di artificiale c’è una lama dall’aspetto mal­sicuro, e Alessandro che al momento è in testa, conferma che potrebbe benissimo cadere. Noi sotto guardiamo lui e la lama, chiedendoci con aria ebete cosa accadrebbe se cadesse.

La lama resiste, e noi ci restiamo quasi male: era così grossa…

Sul terzo tiro di corda tre chiodi lucenti e un cordino nuo­vissimo segnano il limite massimo raggiunto nell’ultimo tentativo.

Le nostre due cordate funzionano egregiamente: la prima è la cordata di assalto, la seconda ha il duplice compito di schiodare e di sollazzare l’intera «equipe». Essa è in­fatti composta dal giovane e valente Franco Piana, e dal­l’altrettanto valente e meno giovane Giorgio Noli. Nel frattempo costui tra una spaccata e una Dülfer declama a gran voce i ricercatissimi sollazzi amorosi a cui sotto­pone la sua esigentissima persona.

Tali avventure veramente non comuni ascoltate con un piede sul gradino di una staffa, con una mano attaccata a un ciuffo d’erba e l’altra alla ricerca di qualche cosa che permetta di procedere sono senza dubbio rilassanti. La relazione dice che ora dietro lo spigolo c’è un diedro di IV. Facile quindi. Giro deciso una quinta rocciosa, e altrettanto decisamente affronto il diedro alzando un piede e una mano. Rimango fermo; provo con l’altro piede e l’altra mano, non mi muovo. Il maledetto è in ombra, ed è intasato di neve e ghiaccio e la sua parete destra l’unica percorribile è interamente vetrata. I suoi 25 metri di IV vengono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

Franco Piana e Giorgio Noli quasi in vetta alla Pania Secca, dopo la 1a invernale del pilastro Montagna-Dellacasa
Uscita in vetta della Pania SEcca, dopo la 1a invernale del pilastro MOntagna-Dellacasa (gennaio 1968) , Alpi Apuane

Un’aerea crestina nevosa interrompe brevemente la serie di passaggi e consente di osservare l’intorno.

Veramente strane queste Apuane. Non superano i due­mila metri, ma cominciano quasi da zero. Intricatissime, solcate da gole profonde. Cosparse da antichissimi paesini, abitati da gente forte e ospitale.

Gianluigi Vaccari in vetta al Pilastro Montagna della Pania Secca via Montagna, 1a invernale, 26 gennaio 1969
Gianluigi Vaccari sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Interessanti d’inverno, quando innevate offrono vie di no­tevole impegno con dislivelli considerevoli. Siamo nuovamente a ovest. Nella neve e nel ghiaccio. Un camino da superare in spaccata. Poi una terrazza con tanta neve.

Gli ultimi due tiri in pieno sud e al sole li percorriamo insieme, ridendo e discorrendo. La roccia non è molto buona. Gli appigli ogni tanto cedono, ce li passiamo gentil­mente e li lanciamo nel vuoto; intanto dietro non c’è nessuno. Chissà quando verrà ripetuta questa via.

Alle sedici siamo in vetta. Il sole comincia a scendere. Ci lanciamo giù per il versante ovest della Pania. I pendii sono innevati. La neve un po’ tiene, un po’ no. Bisogna raggiungere il Passo degli Uomini della Neve col chiaro, poi siamo a posto. Ma il passo è… laggiù. Anzi lassù. Quasi in cima alla Pania della Croce. Alessandro, l’esperto, ci precede di corsa. Noi dietro. Bisogna far presto.

A passo di carica raggiungiamo il rifugio Pania. È chiuso. Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana è pieno di neve e ghiaccio. Ad ogni modo ci deve essere stata gente, anche molta a giudicare dalle innumerevoli orme e dalla corona di escre­menti.

Assetati continuiamo. Arranchiamo in lotta con le tenebre sui pendii orientali del­la Pania della Croce e finalmente eccoci al desiderato passo in tempo per vedere il sole sparire. Si vede benissimo la Corsica. Le luci si accendono in Versilia. Di fronte a noi il Monte Nona e il Procinto con i Bimbi. Due anni fa su quella parete rossastra soffrivo la sete e il caldo.

Ora con altri amici, ho ancora sete, e fa freddo. Laggiù, in fondo, Fornovolasco. Quanto è lontano.

Riaccendiamo le frontali. Rincominciano i boschi di castagni e finisce la neve. Si risentono le civette e i gufi. Finalmente una fontana. Bella, così isolata, e desiderata. Alle venti entriamo in Fornovolasco. Dalle finestre illuminate del paese ci spiano le ragazzine indigene. Appena si accorgono di essere notate si ritraggono ful­minee. Qui alpinisti se ne vedono pochissimi: razza strana. Loro che sono nati qui, non sono mai stati sulle Panie.

Alla locanda la padrona ci accoglie chiedendo giuliva: andata bene la passeggiata? Usciamo lentamente in auto dal paese, diretti verso Genova. In silenzio.

Forse a Fornovolasco non torneremo mai più.

Val Veny, casa Bertone: Giorgio Bertone, Giovanni Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, Alessandro Gogna. Agosto 2008.Val Veny, casa di Giorgio Bertone: G. Bertone, G. Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, A. Gogna

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Cercatori di emozioni

Cercatori di emozioni
Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori sulla parete nord del Pizzo delle Saette (Alpi Apuane)
di Alberto Benassi

Il Pizzo delle Saette, conosciuto anche come Pania Ricca, estrema punta nord del gruppo delle Panie, è una cima delle Apuane alla quale sono particolarmente legato dove, sia d’estate che d’inverno, ho salito la gran parte degli itinerari, aprendone anche di nuovi.

Quando dal paese di Capanne di Caréggine, ottimo balcone posto esattamente di fronte al Pizzo, osservi la sua parete nord, non puoi non sentirti attratto dalla sua imponenza, soprattutto quando questa è nella sua bianca veste invernale.

La parete nord del Pizzo delle Saette. La via Zappelli sale un po’ a destra della verticale della vetta
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Almeno queste sono le mie sensazioni quando guardo la parete. Non so bene spiegarne il motivo. Forse la sua selvaggia conformazione, tutta canaloni, speroni, crestine di roccia friabile che si alternano a ripidissimi pendii erbosi, terreno ideale nella stagione fredda per l’amante della scalata su misto apuano, esercita su di me un fascino e una attrazione particolare. Spesso mi sono fermato a osservare la parete per carpirne i segreti, per trovare nelle sue pieghe, una nuova possibilità. Ho tanti ricordi che mi legano al Pizzo delle Saette in particolare alla sua parete nord. Varie ripetizioni. La bella invernale di tanti anni fa allo sperone WNW. L’apertura nell’inverno del 1999 della Diretta del Vetriceto con arrivo in vetta al tramonto con il sole che si tuffava nel mare regalandoci uno spettacolo unico. Questa salita sembrava l’avesse già fatta Gianni Calcagno, poi invece il mistero storico è stato risolto. Gianni era si stato alla Nord ma per risolvere il problema dell’attacco diretto alla via Elisabetta.

Sul pendio che porta all’attacco della parete
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Poi, qualche inverno dopo e dopo alcuni tentativi aprimmo in centro parete la via Jedi. Insomma il rapporto che mi lega con questa montagna e in particolare con la sua parete nord è forte. Poiché a questa storia qualcosa ancora manca, per chiudere il cerchio per rendere ancora più forte questo legame, è da un po’ di tempo che per la testa mi gira l’idea di salire la Nord in solitaria e naturalmente d’inverno.

Così prima che finisca l’inverno ci andrò. Basterà aspettare il momento giusto anche se questo inverno apuano non è proprio dei migliori. Tra una salita e l’altra, l’inverno passa e la forma è buona. Se voglio salire la parete rispettando il classico calendario invernale, altrimenti non vale…, devo farla adesso prima che arrivi il 21 di marzo.

Una cosa che mi dispiace, e che mi mette in crisi, è che la Sabri non c’è. E’ molto lontana. Praticamente dall’altra parte del mondo, in Cile in bicicletta. Non so bene se starmene zitto, così non si preoccupa e dirle poi tutto a cosa fatta quando sarà tornata. Oppure renderla partecipe di questa mia avventura.

Decido di tentare la salita sabato 9 marzo 2013. Così il venerdì durante la pausa pranzo vado a Capanne di Caréggine armato di binocolo per verificare le condizioni della parete. Da qui si possono osservare bene tutti gli itinerari: in particolare appare inconfondibile la linea seguita nell’inverno del 1961 dal viareggino Cosimo Zappelli. Questa un po’ sulla destra della parete sale la parte superiore del canale del Vetriceto. Più al centro ecco la bella e ormai classica linea della via Elisabetta salita nel 1980 dai fiorentini Massimo Boni e Giuliano Pasqui. Ci sono anche altri itinerari ma le due linee più evidenti sono queste.

Nella parte alta del Canale del Ventriceto
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L’attacco, essendo piuttosto basso di quota, come al solito presenta diversi tratti scoperti e quindi sarà di misto. Misto apuano con le caratteristiche zolle ghiacciate di “paleo” o palero come dicono i massesi, la tenace erba apuana, spesso risolutiva. La parte superiore della parete invece è bella bianca, mi sembra di vedere degli accumuli di neve ma il binocolo che ho con me è poco potente quindi non mi aiuta più di tanto. Forse la parete non ha ancora scaricato completamente e questo non è certamente un buon segno.

L’ispezione della parete non ha avuto l’effetto sperato. Non mi ha rassicurato, anzi mi sono venuti ulteriori dubbi. Inoltre, come ho detto, la Sabri non c’è… Insomma non sono molto convinto ma so anche, per esperienza, che avere dei dubbi prima di una salita è normale e spesso questi svaniscono con l’azione. Così ho deciso almeno di provarci. Potrò sempre rinunciare.

Voglio fare le cose per bene, senza rischiare più di tanto. Quindi ho deciso di portarmi il materiale per potermi assicurare almeno sui tratti più ostici o pericolosi. Comunque anche per garantirmi la possibilità di scendere in caso di rinuncia. Alla fine lo zaino è piuttosto pesante. Forse troppo.

Lo so, altri avrebbero da ridire su questa mia scelta perché le vere solitarie si fanno senza la corda… Ma per fare questo ci vogliono altri attributi: una capacità di accettazione del rischio e una consapevolezza delle proprie capacità ben superiori alle mie.

Un vantaggio che ho è che conosco gli itinerari per averli già saliti. La scelta è orientata sulle due classiche della parete: la via Zappelli-Tessandori o la via Elisabetta. Per poi eventualmente uscire direttamente lungo la cuspide. Deciderò una volta all’attacco.

Ore tre, suona la sveglia. In verità non l’ho fatta suonare perché ero già sveglio da tempo. Il pensiero non mi ha fatto dormire molto. Mi alzo, faccio colazione piuttosto velocemente e caricato lo zaino in macchina, via verso nuove avventure. Una volta passato il paesino di Isola Santa dalla strada si può dare uno sguardo alla parete ma adesso è ancora buio e non si vede nulla. Meglio così. Non sono tranquillo come invece dovrei essere.

Arrivato al Pigliònico e parcheggiata l’auto, prendo lo zaino e mi incammino lungo il sentiero verso la parete. Al bivio lascio a sinistra la diramazione che sale al rifugio Enrico Rossi e prendo a destra quello che porta verso la Borra di Canala. Non c’è ancora passato nessuno quindi non c’è la traccia che invece speravo di trovare. La neve è piuttosto alta e si sprofonda assai. Se devo battere tutta la traccia, quando arriverò all’attacco sarò bello cotto. Continuo ancora per un tratto ma poi mi fermo. Già ero pieno di dubbi, poi questa neve. Pensa e ripensa… ”che faccio? Vado o non vado? “… Ho deciso. E assai prima di vedere la parete rinuncio. La vocina interiore, che è sempre bene ascoltare, mi dice che oggi non è il caso. Non è giornata. Meglio rimandare.

Nonostante la rinuncia sono sereno. Di solito le rinunce, le sconfitte, bruciano molto e ci vuole tempo a smaltirle. Ma visto che non sono nemmeno arrivato all’attacco e non ci ho nemmeno provato, è inutile starci a pensare per poi trovare delle scuse. E’ una decisione naturale, non era il momento giusto. Punto e basta!

Le tracce di Benassi nella parte alta della cresta nord-ovest del Pizzo delle Saette
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Finalmente la Sabri rientra dal suo viaggio in bicicletta nella Patagonia cilena e le posso parlare della mia intenzione di fare la solitaria. Ero un po’ titubante perché pensavo che mi avrebbe detto di non andare, di lasciare perdere. Invece, con piacevole sorpresa, non fa problemi. O perlomeno fa finta… In fondo mi preoccuperei anch’io. E’ come togliermi un peso. Adesso sono più sereno. Sono pronto ad andare.

Rifaccio lo zaino rinunciando a un po’ del materiale in modo da avere lo zaino più leggero. Le difficoltà tecniche della via non sono alte e penso di poter salire in gran parte senza assicurarmi. In compenso questa volta mi porto le ciàspole e i bastoncini che lascerò poco prima dell’attacco per poi tornare a riprenderli.

Nello zaino metto una mezza corda da sessanta metri, una decina di cordini, sei moschettoni, sei chiodi da roccia misti, una vita da ghiaccio, un warthog da usare sul paleo ghiacciato, due friends, casco, imbrago, pila frontale, ramponi, due picche, due paia di guanti, un litro di tè, qualche barretta energetica.

Alle tre del 15 marzo 2013 suona la sveglia. Faccio un’abbondante colazione, la giornata sarò lunga e faticosa, meglio fare il pieno di carburante, saluto la Sabri che mi fa le sue raccomandazioni e vado.

A differenza della volta precedente, mi sento tranquillo e non vedo l’ora di iniziare la scalata. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è il rialzo di temperatura che c’è stato.

Arrivato al parcheggio, incontro Enrico Tomasin che, assieme a un suo amico, è diretto anche lui alla Nord. Bene, così se ci sarà da fare la traccia mi daranno una mano e risparmierò non poca fatica.

Raggiunto il bivio per il rifugio Rossi, visto che c’è la traccia, decido di lasciare nascoste dietro a una pianta le ciaspole per poi riprenderle al ritorno. Così sarò più leggero. Grazie alla traccia arriviamo presto sotto la parete. Adesso non rimane che fare la traccia lungo il pendio per arrivare all’attacco.

Loro sono venuti per fare la via Elisabetta ma lasciano a me la possibilità di scegliere. Mi piacerebbe tentare la via Elisabetta per poi magari uscire direttamente lungo la cuspide ma, visto che sono venuto per fare una solitaria, preferisco essere da solo sulla via. Inoltre il muro erboso iniziale che dà accesso al canalone centrale è bello scoperto e decisamente non invitante. Ho deciso, farò la via Zappelli.

La Pania della Croce dalla vetta del Pizzo delle Saette
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Così mi sposto a destra fin sotto il canalino di attacco. Scavata una piazzola mi preparo. Indosso l’imbraco dove appendo un po’ di materiale e metto i ramponi. La corda per adesso la lascio nello zaino. Un’ultima occhiata agli amici, “ci vediamo in vetta” e parto deciso.

Supero il primo risalto che dà accesso al canalino che porta sulla Diretta del Vetriceto. Invece di proseguire dritto, lascio il canale e traverso a destra lungo una specie di cengia con risalti. Da subito mi rendo conto che la neve non è buona come speravo e il ghiaccio, a causa del rialzo termico, è scollato dal terreno. E anche questo non è indurito dal gelo. Dovrò stare molto attento.

Girato uno sperone arrivo all’inizio di un canalino con ghiaccio fradicio. Un tratto più ripido mi fa imprecare. Per salire sono costretto a usare le umide zolle erbose e i lati del canalino che fortunatamente hanno dei netti appoggi che mi permettono di stare bene sui ramponi in modo da non tirare troppo sulle picche. Finito il canalino, c’è da superare un risalto erboso molto ripido con neve crostosa che appena la tocco si stacca. Non mi resta che fare della paleo-traction piantando le picche nelle zolle di paleo. Il tratto è insidioso ma con calma e attenzione ne vengo fuori e raggiungo la forcelletta da dove, traversando a sinistra, si raggiunge lo stretto canale del Vetriceto esattamente sopra l’uscita del camino della Diretta.

Per arrivare al canale devo traversare lungo un ripido pendio di neve instabile. Non mi fido di farlo sciolto. Così tirata fuori la corda la passo doppia intorno ad una pianticella e così assicurato attraverso a sinistra raggiungendo il fondo del canale dove la neve, pigiata dalle slavine, è ottima. Adesso posso rimettere la corda nello zaino.

Risalgo il profondo canale stretto tra compatte pareti rocciose. L’ambiente è suggestivo. Supero senza problemi alcuni risalti di ottimo ghiaccio e in breve raggiungo i ripidi ma facili pendii che portano alla spalla della cresta nord sopra la croce Petronio. Facilmente raggiungo la base della “paretina”, l’ultima difficoltà della cresta nord. Le rocce sono pulite e così, dopo una breve sosta, decido di togliermi i ramponi. Le difficoltà di questo tratto sono di III e IV ma la roccia friabile e una recente piccola frana, che dovrò attraversare, lo rendono insidioso. Inoltre è anche bello esposto.

La “paretina” si supera facendo uno zig-zag destra-sinistra-destra. Tolti i guanti per una migliore presa, senza autoassicurarmi inizio il primo diagonale a destra. Quindi ritorno a sinistra poi di nuovo a destra attraversando il tratto franato. E’ tutto molto delicato e prima di muovermi saggio bene quello che prendo.

Passato il tratto pericoloso, finalmente sono al terrazzino con sosta attrezzata sotto l’ultimo risalto. Sulla destra la parete sprofonda verso il Canale del Serpente. L’ambiente è selvaggio e meravigliosamente impressionante. Questo breve risalto è il passo più difficile e vista l’esposizione e la roccia non proprio sicura decido di farmi una minima autoassicurazione.

Unisco tre cordini che fisso alla vecchia sosta. Poi con un moschettone li aggancio all’imbracatura. Sì, lo so, non è il massimo dell’ortodossia tecnica, ma lo stratagemma mi dà quel minimo di sicurezza che mi serve per superare quest’ultimo ostacolo senza rischiare troppo. Con un passaggio impegnativo prendo le lame che formano il bordo superiore. Queste suonano a vuoto quindi non è il caso di tirarle. Purtroppo non ho calcolato bene la lunghezza del cordino e proprio sul più bello questo va in trazione impedendomi di proseguire. Tra le gambe vedo il gran vuoto del versante ovest. Non posso tornare indietro! Che fare? Non c’è altra scelta. Mi sgancio e liberandomi lascio cadere il cordino che abbandono alla sosta. Prova di coraggio o incoscienza…? Con decisione supero il bordo e con le mani nella neve sono fuori sulla cengia.

Consapevole di avere rischiato mi siedo a riprendere fiato. La cengia non c’è più, è sotto la neve che ricoprendola ha formato un ripido ed esposto pendio. Rimessi i ramponi, con attenzione traverso a destra aggirando un verticale risalto della cresta guadagnando la base di un facile diedro-canale. Lo risalgo e in breve sono sulla coricata cresta terminale. Un ultimo sguardo verso la parte terminale della parete nord a cercare i miei amici che però non vedo. Velocemente supero le ultime facili rocce innevate e sono in vetta.

Il rifugio Enrico Rossi semisommerso dalla neve
CercatoriEmozioni-Benassi-011

Quante volte sono stato d’inverno sulla vetta del Pizzo delle Saette? Tante! Ma questa volta è speciale. Poso lo zaino, le fidate picche e mi metto a sedere per telefonare alla Sabri che sarà sicuramente preoccupata.

“Pronto Sa. Tutto ok. Sono in vetta”. “Di già? Bravo!” Effettivamente è presto, non sono ancora le 11. Non mi ero reso conto di essere stato così veloce. Adesso posso rilassarmi e godermi questo momento di vana gloria.

Dopo aver scattato quale foto, visto che i miei amici ancora non arrivano, decido di scendere. Li aspetterò al rifugio. Non prima però di un ultimo sguardo alla bellezza di questi monti. Che spettacolo le Apuane! Da una parte la montagna tutta innevata. Dall’altra abbracci il mare.

Mentre salivo la via pensavo a Marco Anghileri che sapevo impegnato nella sua solitaria invernale alla via Jöri Bardill al Pilone Centrale del Monte Bianco. Mi dicevo che forza, che entusiasmo questo ragazzo di 41 anni. Ancora non lo sapevo, purtroppo le cose non sono andate come tutti avevamo sperato e Marco non è riuscito a realizzare questo suo grande sogno e adesso non è più tra noi.

Dedico questa mia piccola avventura a Marco, un gigante dell’alpinismo italiano che inseguiva un sogno, un’emozione. In fondo siamo dei cercatori di emozioni.

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La marméttola

La marméttola

Il marmo è una delle risorse principali per Massa Carrara, ma anche un fattore di forte inquinamento (oltre che di danno paesaggistico e ambientale). Lo scarto di lavorazione del marmo riversato fino agli anni Ottanta nei corsi d’acqua ha fatto già sparire ogni forma di vita nel fiume Frigido, che nasce nelle montagne di Massa e scorre giù verso il mare. Stesso dicasi per il Carrione, altro corso d’acqua delle Alpi Apuane, che nasce sopra Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

Inutile dire che l’acqua vicino alle cave sia molto inquinata. I geologi sostengono che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marméttola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il Comune di Massa a metà anni ’90 ha già speso circa 5 miliardi delle vecchie lire per ripulire l’alveo del fiume dalla marméttola. Oggi la situazione è assai più grave, una specie di Ilva di Taranto.

Cave di Marmo del bacino di Torano (Carrara)
Marmettola-carrara-bacinoestrattivo-torano

La marméttola
(Il Ministero dell’Ambiente contro la marméttola)
di Stefano Deliperi (Gruppo d’Intervento Giuridico onlus)

L’intervento del Ministero dell’Ambiente
Il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione generale per la Protezione della Natura e del Mare ha chiesto (nota prot. n. 16603 del 27 agosto 2015)  alla Regione Toscana (D.G. Politiche Ambientali, Energia e Cambiamenti Climatici), alle Province di Lucca e di Massa-Carrara, al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, all’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) di intervenire – per gli ambiti di rispettiva competenza – contro “la situazione di inquinamento dei Fiumi Frigido e Carrione, generato dalla presenza di ‘marméttola’, quale prodotto residuo delle attività estrattive delle diverse cave site nelle Alpi Apuane”, ricordando che “eventuali interferenze sullo stato di conservazione dei… siti Natura 2000 risulterebbero… consequenziali ai fenomeni di inquinamento… descritti” in quanto “è stato verificato… che i bacini idrografici che convogliano le acque rispettivamente nel Frigido e nel Carrione sono interessati dalla presenza di diversi siti della rete Natura 2000”.
Il Ministero dell’Ambiente chiede anche l’adozione dei necessari provvedimenti di bonifica ambientale, “stante che la questione interessa la verifica degli obiettivi qualitativi previsti dalla Direttiva ‘Acque’ 2000/60/CE”.
Il Ministero dell’Ambiente chiarisce alle amministrazioni regionali e locali coinvolte che quanto richiesto risulta “importante anche al fine di evitare un nuovo pre-contenzioso comunitario, ovvero la chiusura negativa del CHAP(2012)2233 – Cave di marmo attive nel Parco regionale delle Alpi Apuane (Toscana), già avviato nell’ambito dell’EU Pilot 6730/14/ENVI”.
Sono, infatti, già aperte procedure di indagine da parte della Commissione europea per la cattiva attuazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli habitat (direttiva n. 92/43/CEE), anche a causa delle attività estrattive sulle Alpi Apuane.
Il Ministero dell’Ambiente, infine, segnala al “collega” Ministero per i Beni e Attività Culturali l’inquinamento da marméttola per ogni opportuna valutazione in ordine alla pianificazione paesaggistica e le attività estrattive.

Torrente apuanico pieno di marméttola
Marmettola-image

L’azione legale ecologista
Il Ministero dell’Ambiente ha risposto rapidamente alla richiesta di informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti inoltrata (20 agosto 2015) dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus riguardo i continui eventi di inquinamento ambientale altamente pregiudizievoli per la salvaguardia dei fiumi Carrione e Frigido e gli habitat naturali connessi derivanti dalla marméttola (marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua) causata dall’attività estrattiva sulle Alpi Apuane.
Interessati il Ministero dell’ambiente, la Regione Toscana, il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, i nuclei investigativi di Massa e di Lucca del Corpo forestale dello Stato, i Carabinieri del NOE di Firenze, nonché le Procure della Repubblica presso i Tribunali di Massa e di Lucca e le Istituzioni comunitarie (Commissione europea e Commissione “petizioni” del Parlamento europeo).
Al centro dell’azione legale ecologista sono i pesanti effetti dell’inquinamento da marméttola sui corsi d’acqua (i Fiumi Frigido e Carrione) interessati dagli scarichi derivanti dall’attività cavatoria.

Il report dell’ARPAT sull’inquinamento da marméttola
Ne riferisce ampiamente e approfonditamente la newsletter dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) n. 168 del 13 agosto 2015 con il report sulle “Alpi Apuane e marméttola”.
L’ARPAT descrive puntualmente quanto accaduto negli ultimi decenni: nella parte alta dei bacini imbriferi dei Fiumi Carrione e Frigido sussistono perlomeno 178 cave, di cui più di 118 attive.
A partire dagli anni ’70 del secolo scorso i ravaneti, accumulo di sassi sui pendii costituiti dagli scarti derivanti dal taglio del marmo a fini commerciali, adibiti a sede stradale, sono stati irrorati dalla marméttola, marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua. La marméttola, secondo quanto asserito dall’ARPAT, è “fortemente inquinante”, contaminata “da oli e grassi… e da metalli”. “La marméttola, per l’ecosistema, è inquinante per l’azione meccanica: riempie gli interstizi e impermeabilizza le superfici, perciò elimina gli habitat di molte specie animali e vegetali, modifica i naturali processi di alimentazione della falda, rende più rapido lo scorrimento superficiale delle acque (in pratica è come se il fondo del fiume fosse cementato), infiltrata nel reticolo carsico modifica i percorsi delle acque sotterranee e può esser causa del disseccamento di alcune sorgenti e/o del loro intorbidamento”.
Non meno gravi le conseguenze sul litorale: se è vero che “il tratto di mare prospiciente la foce del torrente Carrione è da considerarsi non balneabile perché il torrente sfocia in zona portuale”, le “Foci del Torrente Frigido e del Fosso Brugiano sono soggette a divieto permanente di balneazione… per motivi igienico-sanitari” perché “l’ambiente risulta ‘molto inquinato o comunque molto alterato’”.

Marméttola a lato torrente soldificata
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Le conseguenze in sede europea
Nel 2014 la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha reso noto di aver aperto la procedura di indagine EU Pilot 6730/14/ENVI “diretta ad accertare se esista in Italia una prassi di sistematica violazione dell’articolo 6 della direttiva Habitat a causa di svariate attività e progetti realizzati in assenza di adeguata procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) in aree rientranti in siti di importanza comunitaria (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) componenti la Rete Natura 2000, individuati rispettivamente in base alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora e la direttiva n. 09/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica.
Recentemente la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Europee – Struttura di Missione per le Procedure di Infrazione nuove informazioni complementari, segnalando ulteriori contestazioni e indicazioni di attuazione (nota Pres. Cons. Ministri prot. n. DPE3253 del 27 marzo 2015).
Il rischio è sempre più l’apertura di una procedura giudiziaria per violazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora (direttiva n. 92/43/CEE) e, in conseguenza di eventuale sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia europea, di una pesante sanzione pecuniaria a carico dell’Italia (e per essa alle amministrazioni pubbliche che hanno causato le violazioni), grazie soprattutto a omissioni o pressapochismo in materia di tutela ambientale, nonostante le tante istanze ecologiste.
La procedura di infrazione prosegue e si è arricchita di ulteriori violazioni.

Marmettola-foto Cuffaro-image

 

Che cosa accade in questi casi?
Se non viene rispettata la normativa comunitaria, la Commissione europea – su ricorso o d’ufficio – avvia una procedura di infrazione (art. 258 Trattato U.E. versione unificata): se lo Stato membro non si adegua ai “pareri motivati” comunitari, la Commissione può inoltrare ricorso alla Corte di Giustizia europea, che, in caso di violazioni del diritto comunitario, dispone sentenza di condanna con una sanzione pecuniaria (oltre alle spese del procedimento) commisurata alla gravità della violazione e al periodo di durata.
Attualmente sono ben 92 le procedure di infrazione aperte contro l’Italia dalla Commissione europea. Di queste addirittura 18 (circa un quinto) riguardano materie ambientali.
Si ricorda che le sanzioni pecuniarie conseguenti a una condanna al termine di una procedura di infrazione sono state fissate recentemente dalla Commissione europea con la Comunicazione Commissione SEC 2005 (1658): la sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, in base alla gravità dell’infrazione. Fino a qualche anno fa le sentenze della Corte di Giustizia europea avevano solo valore dichiarativo, cioè contenevano l’affermazione dell’avvenuta violazione della normativa comunitaria da parte dello Stato membro, senza ulteriori conseguenze. Ora non più. L’esecuzione delle sentenze della Corte di Giustizia per gli aspetti pecuniari avviene molto rapidamente: la Commissione europea decurta direttamente i trasferimenti finanziari dovuti allo Stato membro condannato: in Italia gli effetti della sanzione pecuniaria vengono scaricati sull’Ente pubblico territoriale o altra amministrazione pubblica responsabile dell’illecito comunitario (art. 16 bis della legge n. 11/2005 e s.m.i.).
Ovviamente gli amministratori e/o funzionari pubblici che hanno compiuto gli atti che hanno sostanziato l’illecito comunitario ne possono rispondere in sede di danno erariale.

Bidone abbandonato e marméttola a lato fiume
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I procedimenti penali già aperti
Nel maggio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa ha aperto un procedimento penale relativo all’inquinamento ambientale determinato proprio dagli scarti delle lavorazioni estrattive. Fra le ipotesi di indagine ci sarebbe anche l’eventuale sussistenza di un nesso di causalità con l’alluvione che ha colpito la zona di Carrara nell’autunno 2014 (Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio di numerose persone accusate dello smaltimento illecito di ben 70 mila tonnellate di marméttola nelle province di La Spezia e Pisa).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ritiene che si debba fare la massima chiarezza su tali fenomeni di inquinamento ambientale e si debbano porre in essere politiche più determinate ed efficaci per la salvaguardia dei rilevanti valori ecologici, naturalistici e paesaggistici delle Apuane.
Inoltre, Bruxelles è molto più vicina di quanto possiamo pensare.
Il Governo Renzi, le Giunte regionali, gli Enti locali lo capiranno in tempo?

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Addendum (a cura della Redazione)
E’ del 27 settembre 2015 la notizia che, se ci saranno rinvii a giudizio per la vicenda della marmettola nei rii, il Consorzio di Bonifica 1 Toscana Nord si costituirà parte civile nei relativi procedimenti giudiziari, nei confronti di chi ha provocato lo sversamento di materiale dentro gli alvei dei corsi d’acqua: “Perché deve valere il principio secondo cui chi inquina paga”. Ad annunciarlo è il presidente del Consorzio, Ismaele Ridolfi.

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Il Capo (the Chief)

Il Capo (the Chief)

Che rapporto ha l’arte con l’etica? E’ un fatto che ci sono brutture in senso lato che possono essere nobilitate dall’arte?

Abbiamo scelto di parlare de Il Capo, un film “corto” di Yuri Ancarani, “vecchio” ormai di cinque anni.

Franco Barattini, il Capo
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Le cave di marmo sono luoghi così incredibili e violenti che quasi ti sembra di essere a teatro o sul set” commenta Yuri Ancarani, il regista di Ravenna (nato nel 1972) che ha girato un “corto” di 15’ sul “Capo” di una cava di Monte Bétogli (Carrara).

 

L’idea del documentario nasce dall’osservazione del lavoro dei cavatori e al loro straordinario modo di comunicare, un linguaggio non convenzionale fatto di gesti e di segni, un codice cui il capocava ricorre per superare l’assordante rumore di fondo. Mentre uomini e macchine scavano la montagna, il Capo controlla, coordina e conduce cavatori e mezzi pesanti utilizzando un linguaggio fatto di soli gesti e di segni. Dirigendo la sua orchestra pericolosa e sublime, affacciata sugli strapiombi e le vette delle Apuane, il Capo agisce in un rumore assoluto, che si fa paradossale silenzio.

“In molti documentari esistenti sulle cave di marmo – dice il regista – i cavatori vengono mostrati come archetipi neorealisti, uomini duri fatti di sudore e imprecazioni. Io invece ammiro la loro intelligenza pratica, è una forma di eleganza che ha molto da insegnarci, e che il mio Capo cavatore possiede: è un uomo che ha stile, nei gesti, nei modi. In un ambiente così duro e pericoloso, ho voluto mostrare un aspetto di delicatezza”.

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L’ufficio stampa aggiunge:Il lavoro è realizzato nell’insolita e affascinante cornice delle Alpi Apuane, tra il bianco accecante delle cave e gli impervi crepacci, un polveroso paesaggio lunare quasi impraticabile. Luoghi inaccessibili, tali da rendere ancora più eroica la continua sfida con la montagna”.

E’ evidente che Ancarani sia stato rapito dall’extraterrestre ambiente che circonda le cave. Ci ha passato quasi un anno a girare: “Ero così preso dal Capo (Franco Barattini) e da come questi potesse far muovere blocchi di marmo giganteschi con gesti così leggeri e precisi”.

Le recensioni
Bruno Carmelo definisce Il Capoun lavoro monumentale, esteticamente e geograficamente parlando”.

Su Indie-eye.it Michele Faggi lo giudica “un sorprendente corto sospeso nel tempo e per certi versi molto vicino all’essenza dei documentari industriali realizzati da Ermanno Olmi“.

2010, 67° Festival del Cinema di Venezia: il regista Yuri Ancarani (a sinistra) e il sindaco di Carrara Angelo Zubbani
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True/False Film Festival, Columbia, è affascinato dalla regalità dei monoliti, così giudica che non si vedeva un capolavoro così dai tempi di 2001 Odissea nello Spazio, dove convergono all’arte elementi della natura, uomo e macchine.
Victoria Large, su Notcoming: “Il film termina con ampie visuali delle montagne che circondano la rumorosa cava, forse la testimonianza dell’energia di quel lavoro, forse espressione di sbalordimento di fronte a tutto ciò che non possiamo spostare”.

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“Il regista sa trovare e riprendere la grazia e l’armonia di questo universo maschio, meccanizzato e violento” scrive Frabrice Marquat su Bref Magazine. E continua: “Ancarani lavora la sua materia cinematografica allo stesso modo brutale in cui il marmo è staccato dalla montagna: senza alcuna infioritura. Né musica, né movimenti di telecamera vanno a disturbare i sapienti piani fissi entro i quali si svolge la sinfonia meccanica”.

Il Capo e la sua cava
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E’ vero. Il Capo, abbronzato, a torso nudo e in short, è senza saperlo un direttore d’orchestra inaspettato. Il suo fisico esprime tutta la durezza del lavoro manuale (viso segnato, sguardo truce e concentrato), nonché i suoi pericoli. Un primo piano su una sua mano ci rivela infatti l’assenza di due dita, di certo un incidente di lavoro.

Poi, il tocco artistico. Il crocefisso sul torace del Capo riesce, nel silenzio, a portarlo in una dimensione eroica: sembra “aver ricevuto un dono di Dio e, dall’alto della sua montagna, gli si avvicina toccando il cielo con le sue dita mutilate (Fabrice Marquat)”.

Osservazioni
Il film è senza dubbio artistico e riesce di certo a nobilitare, santificare quasi, il duro lavoro del cavatore. L’arte è bella perché è libera, fa quello che vuole. Noi siamo invece prigionieri di un’altra arte, quella della natura, di cui vediamo fare scempio quotidiano proprio e principalmente sulle cave delle Alpi Apuane. Eppure, anche il più fanatico ambientalista, non può rimanere indifferente a questo film. Ma il motivo è semplice: il film non ci racconta cosa sta dietro, il marmo svenduto, la pietra ridotta a carbonato di calcio, i laboratori del marmo che chiudono perché ormai lavorato altrove. Non ci fa vedere, il film, la montagna disgregata, esplosa, cancellata dalla geografia. Non ci mostra la massa di detriti che invade i valloni, pronta a farsi trascinare dalla prima piena per investire gli abitati. Non ci informa dell’inquinamento da marmettola, del nuovo mercato del marmo in polvere. Non ci fa vedere le bassezze delle amministrazioni. E soprattutto ci vuole illudere sul fatto che un certo tipo di uomo, di cui certamente l’ottimo Franco Barattini è splendido esemplare, e un certo tipo di vita siano a contatto con l’eternità. L’unica eternità che hanno per pochi secondi è quella che rubano alle montagne, per i pochi secondi in cui i blocchi cadono o si polverizzano. Per il resto questi tipi sono condannati, e lo sappiamo tutti, anche il regista.

Il Capo
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Il film, come del resto la sua critica, insiste su alcune parole chiave. Continua sfida con la montagna, sbalordimento di fronte a ciò che non possiamo spostare, come se l’uomo dovesse per sempre continuare ad aggredire la natura e dovesse farlo usando macchine sempre più Gozilla al suo servizio, come se fossimo condannati a mostrare a Dio quotidianamente la nostra miseria di eroi silenziosi e mutilati.

Suggerisco ad Ancarani di fare altri film, ne ha certamente le capacità e le doti. Probabilmente riuscirebbe a farci commuovere anche sulle vicende di un bravo torturatore di Guantanamo, di un macellaio metropolitano di Shangai o di un fanatico terrorista e boia dell’Isis: tutti professionisti che possono fare il loro lavoro in silenzio religioso e con la croce al petto (o simboli similari).

Per parafrasare Marquat, abbiamo bisogno anche di un universo femminile, naturale e pacifico.

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Marmo, morte e distruzione

Sono in totale quattro (più editoriale in copertina) le pagine dedicate dal quotidiano La Nazione del 30 agosto alle Alpi Apuane. Non era mai successo che su un quotidiano diffuso a livello nazionale il problema Apuane fosse trattato con tanto rilievo. Per questo motivo abbiamo ritenuto importante dare all’editoriale il rilievo che merita. Paolo Marchi (di Salviamo le Alpi Apuane) commenta: “… finalmente, un giornalista, Marzio Pelù, dice veramente come stanno le cose in relazione alla monocultura del marmo… Sono rimasto letteralmente impressionato per quanto viene affermato. Noi di Salviamo le Alpi Apuane, assieme ad altri amici, gruppi e associazioni, sono anni che ripetiamo, informiamo, consigliamo, dicendo le stesse cose che vengono scritte stamani“.

Marzio Pelù
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Marmo, morte e distruzione
di Marzio Pelù (dalla rubrica Buona domenica, editoriale di La Nazione 30 agosto 2015)

Oggi avremmo voluto scrivere di ciò che di bello ha dato la nostra terra in termini culturali: in particolare, del musicista Dante Fermo Marchetti al quale la città di Massa (leggi: il concittadino Franco Frediani con altri amici) ha finalmente dedicato una lapide; e del professor Alberto Dell’Arsina e della necessità di celebrare a dovere la sua storica Scuola di Musica magari in quelle stesse sale di Palazzo Ducale dove per decenni si sono svolti i saggi di centinaia di giovanissimi massesi. Ma la cronaca ci impone altre scelte.

Stavamo lavorando proprio a un servizio sulle cave e sulle Apuane, quando è arrivata la tragica notizia della morte di un operaio a Colonnata. Così alle pagine 4 e 5 si sono aggiunte la 2 e la 3 che raccontano dell’ennesimo infortunio in una cava di marmo: il 1.258° negli ultimi dieci anni (significa uno ogni tre giorni, NdR). Sì, avete letto bene: milleduecentocinquantotto infortuni in dieci anni, otto dei quali mortali. L’ultimo, quello al ieri (a Brunello Maggiani, NdR).

Forze politiche, sindacati e imprese devono stringere un nuovo patto per la sicurezza e devono tornare ad affrontare il tema con serietà e zelo, con impegno prioritario e costante” ha detto il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, appena appresa la notizia.

“Un nuovo patto”, quindi, ha detto il governatore Rossi. Io faccio questo lavoro da vent’anni e da vent’anni sento parlare di “patti”, “protocolli”, “accordi”… ma non è mai cambiato mai nulla! Non è che bisogna ripensare radicalmente il sistema-cave?

Come si fa, ancora, a non vedere che è un sistema che, così com’è strutturato, causa morte (come potete leggere qui a fianco…) e distruzione (alle pagine 4 e 5)? E che oltretutto non genera beneficio comune alcuno? Infatti, a quanti giova? Se il prezzo da pagare è così alto, fra vite umane spezzate o rovinate (c’è chi muore, ma c’è anche chi perde braccia e/o gambe in quegli infortuni e magari nemmeno si viene a sapere, non dimentichiamolo), fra montagne irrimediabilmente distrutte e fiumi uccisi dalla marmettola, equilibrio idrogeologico perduto forse per sempre… vale davvero la pena continuare così? Ma perché? E per chi?

È ancora sostenibile, nel 2015, sventrare le montagne (s)vendendole a blocchi che non vengono ormai più nemmeno lavorati nel territorio che beatamente se ne priva come se niente fosse? Possibile che un settore straricco come quello lapideo non debba rendere quantomeno benestante la popolazione che subisce quotidianamente incalcolabili danni umani, sociali e ambientali?

Possibile che gli enti locali (res publica, ricordate?!?) si ostinino a non pretendere di più da chi “detiene” le nostre montagne, in modo da pretendere di meno dai normali contribuenti?

E soprattutto: possibile che nel 2015 si muoia ancora di lavoro?

Domande, domande, domande che resteranno, come sempre, senza risposta. Intendendo per risposta qualcosa di concreto. Non l’ennesimo “patto”.

Ai posteri l’ardua sentenza, verrebbe da dire. Ma i posteri sono i nostri figli e i nostri nipoti. E lasceremo loro soltanto macerie. In tutti i sensi.

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I sepolcri imbiancati dell’Expo

Sì, lo ammetto. Ho molte resistenze a visitare l’Expo, per un cumulo di motivi che vanno dalla pigrizia alla massa di altri impegni, dalla mia non accettazione della filosofia di fondo di quest’iniziativa (vedi post) alla mia malcelata voglia di snobbare tutto quanto osannato ai quattro venti.

Poi mi dico: ma magari ci sarà qualcosa di buono, no?

E mentre così mi arrovello, ecco la segnalazione di Giulia Castelli, che mi scrive: “Caro Alessandro, guarda questo comunicato stampa, direi che è vergognoso! Se questa è sostenibilità…?”.

Il comunicato in questione (del 31 marzo 2015) è di Rosi Fontana (Press & Public Relations): è stato inviato per presentare e divulgare l’opera Il Seme dell’Altissimo dell’artista Emilio Isgrò,  posizionata all’ingresso principale di Expo. Riguarda la Henraux, società che gestisce le cave di marmo in Apuane, sponsor di Expo.

Nel testo del comunicato si vuole spiegare come l’idea artistica del seme in marmo (Il Seme dell’Altissimo) sia nata come evoluzione di quel Seme d’arancia del 1998, realizzato in fiberglass dall’artista Isgrò nella sua natia Barcellona Pozzo di Gotto, Messina.

Il Seme dell’Arancia, Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
SemeAltissimo--Il_Seme_d'AranciaSecondo il comunicato “Il tema dell’Expo di Milano 2015, Nutrire il pianeta, Energia per la Vita, e la scultura monumentale di Emilio Isgrò, il Il Seme dell’Altissimo, si stringono in un significativo e simbolico abbraccio interculturale. L’arte, con le sue valenze emblematiche, estetiche e concettuali, non poteva trovare simbolo più pregnante de Il Seme dell’Altissimo di Emilio Isgrò per declinare e interpretare in chiave estetica il filo che conduce sull’idea e sulla necessità dell’equilibrio fra le disponibilità e le risorse dell’universo atte a nutrire e preservare il pianeta stesso”.

 

E’ vero, il seme è principio primo e origine dello sviluppo potenziale. Ma quello di Isgrò è megalomane, sviluppato per un miliardo e cinquecento milioni di volte rispetto alla sua misura in origine, una scultura di sette metri d’altezza realizzata in marmo bianco del Monte Altissimo, quella montagna già martoriata all’irragionevole eccesso, a dispetto delle proteste popolari e dell’appartenenza al Parco Regionale delle Apuane.

Ma già, dimenticavamo: la Henraux è sponsor ufficiale di Expo2015. Quella stessa Henraux, tra i maggiori responsabili del più grande disastro orografico, intende “dialogare con il mondo intero tramite la bellezza, l’arte e la sua poesia”.

C’è un pensiero che mi frulla per la testa: in genere l’arte trascurare le dominanti istanze culturali per esprimersi in una dimensione superiore. E allora, fino a che punto l’arte può estraniarsi dal neonato rispetto per le rocce?

Dopo averci informato che l’opera sarà posizionata al Gate Ovest, quindi in posizione privilegiata, e “installata su un ventaglio di gradoni in marmo bianco, sede dell’opera stessa e luogo privilegiato per respirare la sorprendente creazione”, il comunicato prosegue delirando che il seme, simbolo di fecondazione, è “pregnante di significati, e leggibile in forme svariate per ogni diversa angolazione: ora ossatura, ora origine, ora grembo gravido di vita. Questo è quanto accade al seme nel suo colossale sviluppo, un’immagine che proietta la forma in direzioni diverse ma univoche. Una forma che ha trovato la sua sede nel blocco di marmo bianco da cui viene svelato, così anche la montagna è seme”.

In realtà qui riprendono i concetti che è lo stesso artista a esprimere nel suo scritto Un seme per l’Italia. In questo scritto è lucidamente raccontata la genesi dell’opera, pur rimanendo rigorosamente su un piano teorico senza nulla concedere alle pur valide curiosità del popolo cui l’opera è destinata.

L’idea di utilizzare una così possente massa di marmo è sua o della Henraux? A cosa dobbiamo questo connubio per molti versi mostruoso? Come si può, in nome dell’arte, ignorare completamente i diritti delle rocce e le aspirazioni della parte sana della popolazione apuana? Come si può sacrificare una grande idea, quella della conservazione, in nome di un’arte non richiesta, pretestuosa e vana?

Non saranno certo le tonnellate di marmo utilizzate in questo caso a rovinare definitivamente l’orografia e il sistema delle Alpi Apuane. Sono ben altri i processi che in questo momento tendono inesorabilmente alla distruzione totale. Ciò che stupisce è la proterva ignoranza di un mondo grande, di un nobile movimento che tende a salvare il salvabile. Un movimento che vorrebbe la sicurezza degli abitanti.

Emilio Isgrò
SemeAltissimo-Emilio-IsgròIl comunicato, come tutti i comunicati, mette al fondo le note relative a colui che ha pagato tutto quanto, cioè la Henraux.

Quando si usa la frase “dalla sua costituzione, nel 1821, ad oggi, Henraux ha tracciato nel settore del marmo un percorso di sola eccellenza” si cancella d’un colpo solo la lotta che migliaia e migliaia di cittadini apuani sostengono quotidianamente, a livello culturale e giudiziario, per cercare di avere un territorio normale e non a rischio estinzione, o per cercare di difendersi dalle inondazioni provocate dagli spaventosi ammassi di detriti provocati dalle cave.

Quando si usa la frase “l’Esposizione universale di Milano vede, con la collaborazione di Henraux Spa in qualità di “Marble Official Sponsor”, la pregevolezza del marmo delle Apuane declinata in eccelsa ed iconica forma d’arte”, si dice una possibile verità isolata da una realtà dei fatti che proprio per l’isolamento alla fine la distorce e ne fa caricatura.

Ammettiamo per un momento che sia vera la loro affermazione: “L’intento, da duecento anni ad oggi, è sempre stato, e continua ad essere, quello di attrarre e sostenere l’utilizzo del marmo nell’elaborazione di opere d’ingegno in cui possano essere coniugate e rinnovate le antiche tradizioni manifatturiere con le nuove esigenze concettuali della creatività presente.

Nella sua lunga storia, Henraux ha contribuito allo sviluppo tecnologico dell’industria lapidea e al progresso civile delle comunità della Versilia; ha esportato nei cinque continenti i suoi marmi per l’edificazione di palazzi pubblici e privati, di grattacieli, di luoghi di culto. Dovunque ha fatto apprezzare la grande cultura del marmo e la sua millenaria tradizione che oggi si traducono nella qualità dei materiali, nell’innovazione tecnologica, nell’accuratezza delle lavorazioni e sono espressione del made in Italy nel settore lapideo”.

Ammettiamo cioè, solo per un momento, che la Henraux, contrariamente ad altre imprese, sia l’unica attualmente ad avere a cuore questo genere di cose.

Ma allora come mai i laboratori e gli studi hanno chiuso? Come mai la lavorazione del marmo è stata spostata all’estero? Come mai, pur avendo la meccanizzazione dell’estrazione ridotto i costi e i tempi, aumentando anche l’offerta, come mai i prezzi sono scesi in modo decisamente preoccupante? Come mai esiste la corruzione? Come mai il marmo è svilito e svenduto grazie all’apertura di un altro mercato che nulla ha a che fare con l’arte, quello della riduzione di quella roccia (una meraviglia del creato) a polvere di carbonato di calcio?

Il Seme dell’Altissimo al Gate Ovest di Expo
SemeAltissimo-640x480A dispetto di tante parole, alla gente appare chiaro che l’operazione Henraux-Expo è null’altro che uno sbiancamento d’immagine (il marmo è bianco, il carbonato di calcio dei dentifrici sbianca, eccome). Il classico sepolcro imbiancato. Se l’operazione funzionasse, anche Expo teoricamente dovrebbe recuperare prestigio. La statua invece rischia d’essere comunque un sepolcro bianco.

Forse, se non avesse allineato tante immagini per iscritto, l’artista Isgrò potrebbe salvarsi. Non sta a me giudicare la bellezza dell’opera, probabilmente s’imporrà come opera d’arte, chissà. Ma quelle immagini scritte pesano, sono troppo allineate con lo sponsor, troppo elusive di altra realtà ben più grande e spaventosa. E il dubbio che forse il fiberglass avrebbe aiutato a una maggiore umiltà rimane fortissimo.