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Il marmo di Michelangelo svenduto dagli industriali

Il marmo di Michelangelo svenduto dagli industriali
di Véronique Mistiaen e Chiara Briganti, Newsweek del 27 marzo 2015

Una mattina, i cittadini di Carrara, ai piedi del versante occidentale delle Alpi Apuane, si svegliarono per una strana protesta. Insegne di reclamo in lettere rosso sangue erano apparse durante la notte. “Hanno anche preso la mia biancheria intima”, si legge sul cartello appeso al collo di Moretta; “Cave ai Carrarini,” gridava la nota sul petto dell’anarchico Alberto Meschi, uno dei figli più famosi della città, che aveva fatto campagna per condizioni migliori dei lavoratori di cava. Poche ore più tardi, tutte le insegne erano state rapidamente rimossi.

Carrara ospita il più grande campo di marmo del mondo, formatosi nelle Alpi Apuane oltre 200 milioni di anni fa. Dall’alto, le montagne di marmo appaiono come se fossero coperte di neve. Da vicino, le pareti verticali alte e le fasce giganti degli scavi a cielo aperto sono come colossali cattedrali bianche in un paesaggio lunare. Il paesaggio ha fornito lo sfondo per un inseguimento nel film del 2008 di James Bond Quantum of Solace, sequel di Casino Royale.

Le prime estrazioni sono datate all’epoca romana. Agli ordini dell’imperatore Augusto, gli schiavi cominciarono a lavorare nel primo secolo A.C., in modo che ricche ville e monumenti pubblici – tra cui la Colonna di Traiano e parte del Pantheon di Roma – potessero essere fatti o ricoperti del più bianco e ricercato marmo del mondo. Alcune cave portano ancora i segni degli scalpelli degli schiavi. Michelangelo venne qui alla fine del XVI secolo per selezionare i blocchi per i suoi capolavori, David e Pietà. Da Henry Moore a Louise Bourgeois e Isamu Noguchi, innumerevoli altri artisti attraverso i secoli e i continenti sono stati stregati da questa pietra. Le cattedrali di Firenze e Siena, il museo Hermitage di St. Petersburg, Marble Arch a Londra e Kennedy Center di Washington sono tutti realizzati con questo celebre marmo.

Una cava delle Apuane. Foto: Getty Photo Agency
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La maledizione dell’oro bianco
Per secoli, il marmo di Carrara è stato la spina dorsale dell’economia della regione e il suo orgoglio. Ma ora si è trasformato in una maledizione. La pietra insostituibile viene svenduta, la maggior parte dei piccoli laboratori dove il marmo era lavorato e intagliato sono scomparsi; un mestiere raro sta morendo e l’ambiente è distrutto.

Questo è un business con un fatturato annuo variabile tra i 700 e 800 milioni di euro, secondo i dati della Guardia di Finanza. Gli unici beneficiari, tuttavia, sono poche famiglie potenti e le imprese, mentre il resto della città è rovinata dagli effetti collaterali di scavo – in particolare la polvere e le inondazioni.

Nonostante le sue straordinarie risorse naturali, Carrara, una città di 66.000 abitanti, è una delle più povere in Toscana e una delle più indebitate del Paese. Le strade sono costellate di edifici abbandonati e le impalcature hanno nascosto per anni alberghi e teatri (anche quello dove Puccini diresse la Tosca) perché non ci sono stati fondi pubblici per completare i lavori di restauro. Fino ad ora, l’amministrazione locale non ha adottato alcuna misura a “toccare il privilegio del marmo pianeta”, come lo definisce il giornalista locale Massimo Braglia.

Ma ora, per la prima volta in oltre un secolo, gli abitanti di Carrara, così come le città e i paesi limitrofi più piccoli come Massa, Seravezza e Pietrasanta, stanno lottando, firmando petizioni, tenendo riunioni e organizzando manifestazioni: facendo le loro rimostranze in tribunale e presso il governo regionale.

L’ultima volta che i carrarini scesero in rivolta fu nel 1894, dice lo storico locale Beniamino Gemignani. In quell’occasione, 454 persone sono state processate e consegnate a pene dure per aver sostenuto che il marmo apparteneva alla città e non a una manciata di famiglie. “Quella fu l’ultima volta che questo sentimento fu espresso pubblicamente”, dice Gemignani. “Ma non è morto, si è depositato nell’inconscio della città. E ora è emerso ancora una volta, forte e chiaro”.

Questa volta, il popolo di Carrara potrebbe essere ascoltato. Il 10 marzo, contro ogni previsione, l’Assemblea regionale della Toscana ha approvato un Piano Regionale del Paesaggio più favorevole all’ambiente. Ma i residenti mostrano solo un cauto ottimismo; non sarebbe la prima volta che una legge è ignorata o indebolita da scappatoie.

Bin Laden acquista la Toscana
“Il marmo è nel DNA della gente di Carrara”, dice Gemignani. “Esso rappresenta la nostra storia, le nostre competenze e anche le nostre ferite (per la lavorazione del marmo). Un patto di rispetto reciproco lega le persone alle loro montagne… ma ora è tutto finito”.

Il patto è stato rotto dalla globalizzazione, dalle forze di mercato e dai nuovi metodi di scavo. Nel 1920, meno di 100.000 tonnellate l’anno furono estratte dalle cave della zona. Oggi, la cifra è più di cinque milioni, dato che i locali baroni del marmo cercano di competere sul prezzo con i produttori in Cina, Russia e India intagliando le montagne ad un ritmo incessante, con seghe diamantate e grandi pale meccaniche.

I residenti obiettano che la domanda insaziabile del settore per quantità sta svalutando la loro pietra preziosa, che in effetti è venduta sottocosto come semplice pietra, invece di essere trattata come materiale destinato a lavori artistici. Quando l’estate scorsa la famiglia Bin Laden è entrata tranquillamente in questo settore molto italiano, c’è stata la conferma per queste paure. Nel mese di agosto, la società CPC Marmo e Granito, costituita dai fratelli e cugini del defunto leader di Al-Qaeda, Osama bin Laden, ha pagato € 45 milioni per l’acquisizione del 7,5% delle concessioni di 81 cave attive di Carrara (nella zona ci sono circa 100 altre cave).

L’azienda conglomerata controlla già 26 cave di tutto il mondo e ha avuto rapporti commerciali di lunga data con gli industriali del marmo di Carrara. Ma questa operazione certifica che da adesso il gruppo controlla la fornitura del “bianco” di Carrara, che sta vivendo una nuova epoca d’oro in Arabia Saudita, così come in Cina e in India.

Per questo accordo, è la prima volta che un gruppo straniero – per di più con un nome così chiacchierato – possiede azioni nella zona del marmo di Carrara. Alcuni hanno accolto la notizia con incredulità, lamentando la”Arabizzazione delle cave di Michelangelo”, ma altri hanno salutato il processo con ottimismo, fiutando i milioni di euro d’investimenti e una potenziale spinta all’occupazione.

Cattedrale di Siena, pavimento a mosaico, secolo XIV-XV. Foto: Getty Photo Agency
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“L’accordo dimostra che alle famiglie del marmo e alle imprese locali non importava abbastanza proteggere le montagne di Michelangelo”, dice Eros Tetti, 37 anni, che ha fondato nel 2009 l’associazione Salviamo le Apuane. “Hanno lasciato che le aziende straniere portassero via le nostre risorse prime. Il marmo di Carrara è una delle rocce più preziose del mondo. Molto morbido, è utilizzato al meglio per creare statue e opere d’arte. Non vogliamo che venga estratto e utilizzato per costruire nuovi grattacieli in Arabia Saudita. Vogliamo che rimanga qui e sia usato per fare arte”.

Il sindaco Angelo Zubbani, invece, supporta con entusiasmo la transazione. Lui dice di essere “ottimista”, che creerà nuovi posti di lavoro tanto necessari a Carrara. Ed è fiducioso che il gruppo lavorerà il marmo in loco, anche se nessun piano industriale è stato presentato. Nel solo 2013, ha sottolineato il sindaco, il gruppo ha dato lavoro per circa € 40 milioni e utilizzato segherie locali per tagliare i blocchi in lastre. In una città duramente colpita dalla recessione, questo è stato l’argomento vincente.

“La cosa strana non è che la famiglia Bin Laden ha acquisito le concessioni di cava, ma è che questo non sembra svolgere ruolo alcuno nella protesta che sta guadagnando slancio”, riflette Gemignani. E, aggiunge, “è più una misura del disincanto e della rabbia con i baroni del marmo e con l’amministrazione: le persone credono che ogni intervento sia preferibile allo status quo”.

Gli estrattori del marmo pagano un canone di concessione alla città, circa l’8% del valore medio della pietra scavata. Nel mese di maggio 2015, il sindaco, i consiglieri comunali e i rappresentanti delle imprese compariranno in tribunale per sapere se saranno rinviati a giudizio con l’accusa di essersi accordati nel 2009 per stabilire i canoni su valori significativamente più bassi rispetto al valore di mercato della pietra, mossa che può essere costata alla città un bel 25 milioni di euro.

Alcune aziende sono riuscite a evitare il canone di concessione invocando una legge antica. Nel 1751, Maria Teresa d’Este, duchessa di Massa e Carrara, e il proprietario del terreno, avevano concesso a famiglie locali il diritto di sfruttare le cave e di trasmettere la concessione ai loro discendenti. Per 264 anni, il 30% delle cave era stato oggetto di questa legge arcaica; quelle cave erano trattate come proprietà privata e non pagavano le tasse. Alcuni dei concessionari sono ora anche indagati per un flusso enorme di denaro da Carrara diretto a imprese straniere e banche svizzere, e per la sistematica sottofatturazione del marmo. L’indagine ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio di 59 imprenditori.

Foto: Andrea Ribolini
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Morte di un’arte
Fabrizio Lorenzani, 52 anni, scultore e insegnante nell’unica scuola del marmo del paese, chiude la porta per l’ultima volta dello studio dove lui e sua moglie hanno trascorso anni di lavoro. Il suo è l’ultimo degli studi della zona per essere stato trasformato in un magazzino per conservare i blocchi di marmo in attesa di spedizione. “Il nostro era un posto per sognare… e ora non c’è più. La città del marmo di Michelangelo non ha spazio per i suoi artisti”, dice.

Al volgere del secolo, Carrara ha avuto uno delle più rapide crescite in Italia, un vivace centro di cultura e di arte, noto in tutto il mondo non solo per il suo marmo eccezionale, ma anche per i suoi maestri scultori, artigiani e scalpellini. Formatisi alla locale Accademia di Belle Arti (la più antica d’Italia) e presso la Scuola del marmo, questi hanno eseguito commissioni originali per artisti di fama, riprodotto copie di capolavori e realizzato oggetti decorativi. La maggior parte dei camini in marmo di Londra sono stati effettuati in laboratori di Carrara, compresi quelli al 10 di Downing Street.

Così famosi erano gli artigiani di Carrara che il marmo, granito e onice cavato in tutto il mondo era portato lì per essere modellato e lucidato in lastre di rivestimento architettonico e pavimentazione, o per la scultura di oggetti decorativi. Gli imprenditori del marmo investivano nella città, con la costruzione di teatri e ospedali, sviluppo delle competenze, infrastrutture e nuove tecnologie. C’era la disuguaglianza sociale, il lavoro di cava era pericoloso e i lavoratori erano sfruttati, ma la maggior parte delle persone era impiegata in qualche modo nel settore, cioè estrazione, lavorazione, trasporto, trasformazione e produzione di lavoro artistico.

Il destino di Carrara ha cominciato a cambiare dopo la seconda guerra mondiale. Le cave erano in nuove mani – alcune perché Mussolini le aveva confiscate alle vecchie famiglie, altre semplicemente per il cambiamento generazionale. Le nuove tecnologie drasticamente aumentarono la produzione, riducendo la forza lavoro. Tuttavia, per tutto il 1950, ancora circa 16.000 persone erano impiegate nelle cave e nell’indotto.

Oggi, meno di 1.000 persone lavorano nelle cave e l’industria in generale impiega appena il 7-10% della popolazione della regione. Solo una manciata di laboratori e studi rimangono in città. Anche lo stesso marmo di Carrara raramente è lavorato lì, perché la rifinitura all’estero è più conveniente. I baroni del marmo moderni e le multinazionali non sono interessati a investire di nuovo nella città e nella formazione di nuove generazioni di artigiani. Le competenze sviluppate nel corso di generazioni stanno rapidamente svanendo.

Lorenzani e sua moglie hanno ancora trovato un nuovo studio e la Scuola di marmo dove lui insegna – l’unica nel paese – ha quest’anno solo 80 studenti iscritti, molti dei quali non locali.

Depositi di carbonato di calcio. Foto: Andrea Ribolini
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Montagne e memoria
“Ogni volta che guardo le nostre montagne, vedo più distruzione: le loro forme sono alterate, le loro cime stanno scomparendo”, dice Eros Tetti. L’associazione, che ora ha più di 10.500 membri, ha studiato l’impatto delle cave e una campagna per la conservazione del patrimonio naturale e culturale della regione.

“Distruggendo il paesaggio, distruggono gran parte della nostra vita e del nostro passato. Se si va a cammina sulle nostre montagne, si vede che le persone non ci lavorano più e non ci vivranno più a lungo. Turismo e gastronomia erano una parte principale della nostra economia, ma ora è tutto andato a causa delle cave”.

Le moderne tecniche di estrazione non solo hanno aumentato l’estrazione del marmo, ma anche la quantità di detriti generati nel processo. Dei cinque milioni di tonnellate di marmo estratto ogni anno, solo 1,2 milioni è fatto di blocchi; i restanti 3,8 milioni sono frammenti che vanno versati lungo i fianchi delle montagne e li coprono di “bianco”. Ma, nei primi anni ’90, multinazionali come la svizzera Omya e la francese Imerys hanno scoperto che, lungi dall’essere dei rifiuti, questi sottoprodotti valevano una fortuna, una volta ripuliti e ridotti a polvere finissima.

La polvere, carbonato di calcio, è usata come riempitivo per dentifrici, cosmetici, prodotti per dipingere, vernici e carta. Mentre il più costoso e più puro marmo bianco statuario è valutato tra i 2.700 e i 3.000 euro a tonnellata, i rendimenti da carbonato di calcio assommano a 9.800 euro a quintale sul mercato azionario inglese. E il costo per queste multinazionali è un misero 4,20 euro a tonnellata. Poiché il detrito è così prezioso, non vi è alcun incentivo all’impegnativo taglio dei blocchi di marmo. Ogni giorno, sono dai 500 a 800 i mega-camion che trasportano blocchi e detriti di cava fino al porto e agli impianti di trasformazione.

Gli ambientalisti sono preoccupati per questo sfruttamento sfrenato, avviato a mutilare irrimediabilmente le montagne. Nel 2011, una zona di 40.000 ettari tra le province di Massa-Carrara e Lucca è stato dichiarato geoparco UNESCO per proteggere la fauna e la flora e il così particolare paesaggio geologico, con abissi sotterranei in fitta rete. Eppure sono ancora circa 50 le cave attive lì, in violazione della legge.

“Anche la Focolaccia, il passo più alto delle Apuane, tra il Monte Cavallo e il Monte Tambura, è ora una cava aperta: “e vi passava l’antica strada del sale”, dice Tetti.

In più, l’escavazione intensa colpisce i cicli idrogeologici e destabilizza le montagne. Gli scarti del marmo stanno interessando corsi d’acqua, invasi dalla cosiddetta “marmettola”. Il fiume Carrione, che scorre attraverso molte cave, ora è soffocato di detriti e causa le periodiche inondazioni devastanti.

Nel 2014, l’assemblea regionale della Toscana ha adottato il piano paesaggistico regionale, sulla base di un diverso concetto di governance territoriale. L’idea è quella di evitare la “carrarizzazione” del resto delle Alpi Apuane e prevede la graduale chiusura delle cave nel geoparco, il divieto di scavo sopra 1.200 metri e vicino a fonti d’acqua, nonché la sostituzione delle miniere nel parco con un’economia sostenibile, a beneficio di tutta la comunità.

Come risultato di lobbying aggressivo da parte delle imprese del marmo della zona, c’è stata grande discussione per una versione annacquata. “Anche la regione è intimidita dai baroni di marmo”, dice Riccardo Canesi, 58 anni, geografo ed ex segretario generale del Ministero dell’Ambiente.

La distruzione nei libri di testo
“Carrara verrà studiata nei libri di testo futuro come un primo esempio di regressione economica e ambientale: un secolo fa, abbiamo avuto l’intera filiera del marmo (estrazione, lavorazione, trasformazione e artigianato artistico sul posto), ora abbiamo una monocultura mineraria finalizzata esclusivamente all’estrazione in massa, all’esportazione del marmo grezzo e, peggio ancora, del carbonato di calcio. E ‘incredibile trovare all’alba del terzo millennio, all’interno dell’ottava economia più grande del pianeta, un tale esempio sconvolgente di economia in stile coloniale proto-industriale”, dice Canesi.Il 10 marzo, invece, l’Assemblea regionale della Toscana ha approvato una legge che potrebbe dar torto alle previsioni di Canesi. La legge dichiara i campi marmo “proprietà indisponibile” dei cittadini di Carrara, con ciò terminando il vecchio privilegio Este. Inoltre, tutte le concessioni cave ‘verranno progressivamente riassegnate su offerta e solo a coloro che si impegnano a lavorare a livello locale almeno il 50% del marmo che estraggono.

Questa potrebbe essere una decisione epocale, e la reazione degli industriali è stata esplosiva: furiosi, storditi, incapaci di immaginare che le loro cave potrebbero essere messe all’asta. E i loro avvocati si stanno già preparando per il contenzioso.

Carrara potrebbe gioirne, se non fosse che il suo popolo ha imparato a essere cauto. I tentativi passati di legiferare sul marmo sono stati silenziosamente disinnescati attraverso una serie di modifiche a favore degli industriali. Ora, con il peso combinato dell’Europa e della Regione appoggiato su di lui, il sindaco ha dichiarato il suo impegno a restituire le cave alla città. Tuttavia, aggirando i regolamenti UE, la Regione ha già permesso estensioni all’applicazione di questa nuova legge per un minimo di sette fino a un massimo di 25 anni.

Potrà Carrara vedere più di qualche briciola da un volume d’affari stimato a quasi 800 milioni l’anno? Ci saranno posti di lavoro per la gente? Ci saranno di nuovo i teatri, si riapriranno gli studi? Ci sarà un fiume che scorre senza uccidere? Potremo stare certi che queste montagne non si esauriscano a un ritmo frenetico e non vengano trasportate, in blocco, in altre parti del mondo?

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Lettera aperta a Enrico Rossi

In merito alle questioni riguardanti il Piano di Indirizzo Territoriale che Regione Toscana sta discutendo, a seguito delle polemiche che sono sorte a causa di un discutibile maxiemendamento inserito all’ultimo minuto che favorisce la cementificazione della costa e l’attività estrattiva in particolare sulle Alpi Apuane, pubblichiamo il disappunto dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini.

I quindici rifugi interessati sono dislocati su un territorio che interessa le regioni Emilia-Romagna e Toscana: non sono d’accordo con le giustificazioni e i compromessi al ribasso che il lodo Rossi sta cercando in queste ore. E’ con soluzioni lungimiranti e con il coraggio di scelte controcorrente e consapevoli che si pianifica l’indirizzo territoriale di un territorio, è il destino dei territori che è in gioco. Infatti niente si dice della filiera della “green economy” mentre invece con leggerezza si procede alla svendita dei Beni Paesaggistici e Culturali.
La Regione Toscana e il suo Presidente con il linguaggio ottimistico e sibillino della politica parlano di aumento delle coltivazioni marmifere del 30%: purtroppo il marmo si espianta e le montagne non ricrescono. Interessi economici dell’industria del marmo, richieste e investimenti dai paesi arabi, la giustificazione della difesa dell’occupazione e una visione tutto sommato miope, vocata al presente e ripiegata intorno a questa crisi, stanno avviando il Consiglio Regionale a snaturare il piano equilibrato preparato dall’Assessore Anna Manson (stimata urbanista, molto critica verso i provvedimenti di queste ore).
Numerose sono le prese di posizioni di molte associazioni regionali come Slow Food, Legambiente, FAI, Italia nostra, Mountain Wilderness, Club Alpino Italiano: che infatti il 7 marzo 2015 hanno manifestato a Firenze contro lo stravolgimento del Piano Paesaggistico. Cosi come loro, anche i gestori di rifugio sostengono la petizione on-line.

La parete nord del Pizzo d’Uccello, Alpi Apuane

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Lettera aperta a Enrico Rossi, Governatore della Regione Toscana

dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini

«”Che sono quei monti?” chiesi molto incuriosito, quasi impaurito. “Sono le Alpi Apuane”, mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perché, alla creazione del mondo: terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color dell’incendio (Fosco Maraini)».

Presidente Enrico Rossi,
l’immagine che in genere la Toscana dà di sé, a cui contribuiscono anche i media, è quella conosciuta del poggio, del vigneto e delle mura, che in sintesi e in modo un po’ retorico la vuole come Chiantishire. Eppure noi sappiamo che così non è e lo dice assai bene il Piano del Paesaggio.

Enrico Rossi
rossi-1La Toscana accoglie una straordinaria varietà di culture e di paesaggi (umani e naturali) tra rilievi, la costa, la campagna e le città. La sua identità affonda nel riassunto di questa ricchezza ambientale.

Il Piano di Indirizzo Territoriale, tutto sommato equilibrato nelle versione originaria, con l’ultimo emendamento ci pare allontanarsi dal Dettato della Convenzione Europea del Paesaggio, è preoccupante se fosse a causa e per via di un interesse economico e ci sorprende che si parli di un solo modello produttivo, in un quadro complessivo di governo del territorio.

L’attività estrattiva è molto ma non è il tutto in Alta Toscana, non rappresenta la sua identità e non è una via obbligata. E se comunque fosse nota la disponibilità delle risorse, non è dà una maggiore produzione che si dà valore al marmo e al suo settore, semmai è il contrario. E a rimetterci non è solo il suo paesaggio.

Comprendiamo le ragioni delle piccole realtà delle valli più interne, che dovendo sopravvivere guardano al marmo come occupazione, d’altra parte se non è dato altro, per chi vive di montagna non c’è scelta: o si va via o ci si adatta.

La cava è si paesaggio, ma è al beneficio cioè relax, cultura, salubrità, ispirazioni psico-fisiche, che guarda l’utente di rifugi, agriturismi ed alberghi. Benessere e salute sono anch’essi “capitale”, la natura del loro valore è radicata nell’ambiente o nelle aree protette (come il Parco Regionale Alpi Apuane), per questo ci pare si promuovano.

Una visione economica accettata vuole le aree verdi come un possibile elemento di sviluppo e come orizzonte economico-sociale sostenibile per le aree marginali. Il turismo verde promuove “una filiera corta” locale e unica, connessa al paesaggio, alla sua identità e alla sua cultura non delocalizzabile. L’attivazione di risorse dei luoghi, secondo quella visione, attiva un circolo virtuoso che investe il benessere delle comunità locali.

Rossi-2547Anche la Regione ha creduto a quel disegno e ne parlava convinta non molto tempo fa. Sulle montagne, green economy e il bene comune diventavano, in divenire, opportunità per le comunità dei montanari, gli svantaggiati o gli invisibili se vuole.

Sembra passato un secolo ma non è successo niente e di quella visione olistica, dei suoi principi solidali è rimasta soltanto un’intenzione. Sul mercato del turismo, la Regione Toscana ha privilegiato i numeri promuovendo flussi, destinazioni ed i prodotti ad alta redditività.

Ci sarebbe piaciuto presentare le Apuane e gli Appennini, raccontando i paesaggi montani dal punto di vista del gestore di rifugio, ma per chi ha senso oggi una storia di bosco, di alpeggio o ipogea?

E’ vero, l’ecoturismo è un settore turistico di nicchia. L’ecologia è una scelta etica o di estetica, per il turista o per l’impresa, laddove il valore è il rapporto costruttivo con l’ambiente. Eppure per molte realtà come le nostre, per addetti, famiglie, piccole imprese e indotto locale, l’ambiente è oggi la risorsa economica.

Fra Alpi Apuane e Appennini un’economia verde è in essere, senza clamori e un po’ in sordina si è avviato un sistema che integra accoglienza, attività (a cavallo, a piedi, in bicicletta), produzioni agroalimentari tipiche e silvo-pastorali.

Anche il rifugio è integrato in questi contesti, ed evolve acquisendo il ruolo di Presidio Culturale, cioè una vetrina del territorio e delle identità dei luoghi. Con poco appoggio, con risorse individuali e di enti o associazioni, avanza così, sul terreno e da anni, il turismo-natura, eppure incontra il favore crescente di toscani e non.

Ecco perché in tempo di Expo, dedicato al cibo e alla sostenibilità, in questi momenti in cui la domanda che ci riguarda tutti è cosa e per chi si pianifica, allora Le chiediamo: quanto resterà di sostenibile per la Toscana e la montagna del futuro?

Sarebbe riduttivo se gli orizzonti temporali o della rappresentanza, per la politica ruotino intorno a faccende percentuali o a contingenze ed emergenze ripiegate sul presente, sarebbe poca cosa per la politica e per le persone. Immaginiamo che lo sguardo della politica toscana miri in alto, per sua storia e per cultura, il cielo della Regione è al di sopra dei 1200 metri.

Vogliamo sperare ancora che l’indirizzo territoriale che il Legislatore immaginerà per le terre di Toscana, abbia come fine il destino dei paesaggi, della collettività e di chi sarà dopo di noi.

Ci auguriamo e Le auguriamo che il P.I.T. sia l’occasione per una svolta storica e lungimirante, una sfida che per la politica potrebbe essere anche suggestiva.

I rifugisti e le rifugiste dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini

Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini
via della Liberazione 12 – 55032 Castelnuovo di Garfagnana (Lu)
tel.: 0583 65169, email: [email protected], www.associazionerifugialpiapuaneappennini.it
C.F. 90007590467, p. IVA 02093950463

Il rifugio Enrico Rossi alla Pania. Foto: Marco Milani
Rifugio Rossi, Alpi Apuane.

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Un alpinista sui Tavoloni

Le Alpi Apuane: un patrimonio unico e di tutti
Firenze, 8 novembre 2014

Si è svolto come da programma al Teatro L’Affratellamento, in via G.P. Orsini 73, Firenze, un importante convegno organizzato dalla Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio www.territorialmente.it. I vari relatori si sono succeduti nei tempi previsti, con interventi di grande spessore, ottimamente moderati da Claudio Greppi. Ada Macchiarini ha sostituito Riccarda Bezzi, all’ultimo momento impossibilitata a partecipare.

Il convegno si proponeva di delineare un possibile futuro delle Alpi Apuane in cui l’attività di escavazione sia ricondotta nei limiti di un’utilizzazione non distruttiva e si integri con la valorizzazione di risorse non usate o abbandonate. Due gli obiettivi immediati. Il primo è sostenere le osservazioni presentate dalla Rete e da altre associazioni ambientaliste al Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano paesaggistico adottato il 2 luglio 2014. Il secondo è delineare, con la partecipazione di diversi attori – locali e non – le condizioni e le opportunità di un’economia integrativa rispetto alla monocoltura marmifera. Si tratta di un primo passo affinché, ufficialmente o meno, le Alpi Apuane siano riconosciute come patrimonio che appartiene al mondo e non come proprietà di un gruppo ristretto di imprese, che sfruttano la Montagna in modo non sostenibile e con modestissime ricadute sull’economia locale.

Al mio intervento era stato in precedenza dato il titolo Le Apuane viste da un alpinista, e questo stesso io ho conservato qui, nel riproporre la ma relazione integrale: ma aggiungendo un punto interrogativo.

La Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane)Tavoloni-Veduta esterna-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoLe Apuane viste da un alpinista?
È vero, sono stato e sono un alpinista: e potrei intrattenervi per ore sulla bellezza delle Alpi Apuane, proprio nei confronti con le altre Alpi, alle quali non hanno nulla da invidiare.
Potrei raccontare ore, giorni, settimane passate in quelle valli, su quelle pareti e sulle cime. In contemplazione oppure nell’azione di una salita difficile.

Potrei dire anch’io come mi sono incantato di fronte a fiori che ci sono solo lì e non altrove, oppure di fronte a un’orografia che, già sconvolta di suo, in più punti è diventata dantesca per mano dell’uomo.

Ma io so che molti di voi sono qui perché come me amano le Apuane, dunque la mia testimonianza va a fecondare campi già fertili. Preferisco dare per scontate quelle emozioni che sicuramente la maggior parte di voi ha vissuto esattamente come me.

Vi voglio solamente raccontare una piccola avventura, le emozioni vissute nella quale di sicuro non spartisco con nessuno…

Tavoloni-09FooFLa parete sud del Monte Altissimo, con il mio percorso (31 ottobre 1993) di salita per la via Nerli, discesa al Passo di Vaso Tondo, discesa alla Cava di Tacca Bianca, Sentiero dei Tavoloni (in rosso) fino alla Cava dei Colonnoni

Circa una ventina di anni fa mi trovai a salire da solo la parete sud del Monte Altissimo, per una via difficile di Angelo Nerli e compagni. C’erano alcuni passaggi dove la prudenza voleva che salissi autoassicurato, così avevo con me la corda, l’imbragatura e i moschettoni. Risolsi abbastanza velocemente la via, in cima il panorama era grandioso ma un po’ cupo per via del cielo nuvoloso. Decisi di non scendere verso il Passo degli Uncini perché mi ero incuriosito a leggere di uno strano percorso che già la guida di Angelo Nerli sconsigliava già nel 1979 per via delle cattive condizioni in cui versava: il percorso dei “Tavoloni”.

Dalla Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane) si diparte l’ex “sentiero” dei TavoloniTavoloni Cava Tacca BiancaScesi così al Passo di Vaso Tondo, poi per un sentierino veramente esposto, per lo più intagliato nella roccia viva, scesi alla grandiosa Cava della Tacca Bianca, completamente abbandonata, caratterizzata da un antro artificiale gigantesco. Questa cava è a picco su una parete verticale che precipita al di sotto per almeno 2-300 metri, un luogo che, per la sua solitudine e per le reminiscenze michelangiolesche, mi mise i brividi.

L’esposto sentiero della Tacca Bianca

Tavoloni-sentTaccaBiancaperVasoTondo-a_436Sulla destra ci sono ancora dei macchinari che servivano per calare a valle il marmo tagliato, una toilette anche questa intagliata nella parete così come un piccolo altarino.

Andai in esplorazione a vedere come era il percorso dei Tavoloni, quello che avrebbe dovuto portarmi alla Cava dei Colonnoni: vidi una serie di putrelle di ferro infilzate nel marmo che in origine supportavano delle tavole in legno e che ne permettevano la percorrenza da parte dei cavatori. Qua e là qualche brandello di tavola marcita era ancora lì a testimonianza. Nessun segno di ringhiera esterna.

I pali erano lunghi tipo 130 cm, ed erano distanziati tra loro fino a due metri. Decisamente impercorribile.

Il Sentiero dei Tavoloni nel 1998

Tavoloni-IMGP4151Ma l’idea di tornare al Vaso Tondo e poi ancora in vetta all’Altissimo non mi andava a genio, così decisi di percorrere i Tavoloni autoassicurandomi a due anelli di corda che avevo con me. Assicurato al primo mi sporgevo nel vuoto per afferrare la putrella successiva, passarvi attorno il secondo cordone, quindi tornare indietro per recuperare il primo. Una fatica bestiale, perché il percorso è lungo sui 300 metri, quindi dovetti ripetere la stessa manovra per 150 volte circa, in qualche caso con grosse difficoltà, costantemente esposto a un vuoto come raramente avevo provato. E in più c’era l’incubo della possibilità che una putrella mancasse, quindi fossi costretto a tornare indietro!

Alla fine arrivai, sfinito.

Tavoloni-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoL’attuale condizione del Sentiero dei Tavoloni

Mentre tornavo alla mia automobile, mi ripromettevo che avrei fatto di tutto perché quell’espostissimo camminamento un giorno venisse recuperato, per fare del versante sud del Monte Altissimo un parco di archeologia marmifera.
Ora, con ricordi di questo genere, è chiaro che condivido e propugno ogni discorso a carattere ambientalista. Ma vorrei mi permetteste di andare un poco oltre, vista l’eccezionalità di questo caso, un gruppo di montagne in via di estinzione.

Qualunque fenomeno naturale stravolga una geografia ci disturba. Al di là dei danni economici per le catastrofi, una frana, un terremoto sono eventi che ci scuotono nell’intimo.

Se poi il fenomeno non è naturale (e quindi a esempio una serie di cave più o meno selvagge), ci disturba ancora di più. L’intensità di questo disturbo è tanto più forte quanto più ci ostiniamo a dare un significato di eternità a ciò che eterno non è mai stato.

La nostra epoca immersa nel virtuale (che è espressione del massimo della volubilità e quindi deperibilità) tende stranamente a negare il valore di ciò che è caduco, illudendoci (in un limbo di preteso e immutabile ottimismo) che la nostra esistenza matematico-informatica e le nostre sicurezze di vita sana e felice siano in costante crescita, quasi tendenti all’infinito.

Qualunque fenomeno contrario ci sbatte con evidenza in faccia la realtà, ci disturba, ma forse è anche un’occasione per crescere. E direi che nel caso delle Apuane l’occasione per crescere è davvero enorme e non possiamo lasciarcela sfuggire.

La grandezza della montagna (e quindi dell’universo) non è nella sua pretesa eternità, è nell’accettazione della sua “vita” e quindi prima o poi della sua morte. Già Roderick Nash, professore di storia e studi ambientali all’università di Santa Barbara (California), nel 1975 aveva sostenuto, in uno splendido articolo, per certi versi illuminato, i “diritti delle rocce”: in esso dimostrava come l’evoluzione dell’Etica, partendo dall’unità individuale si allargasse alla famiglia e alla tribù. In seguito il rispetto etico si estese alla nazione, alla razza, all’umanità (Cristo, Buddha), per arrivare poi in tempi più moderni ai mammiferi, quindi agli altri animali, poi alle piante. Il prossimo passo etico è l’ammissione dell’inorganico, cioè la terra e le rocce, l’acqua e l’ambiente in generale.

Come è distante a questo punto il concetto di “montagna eterna”. In ambito etico la “montagna eterna” è solo un concetto, dunque non dovremmo più soffrire per le mutilazioni e gli stravolgimenti. La montagna viva è l’unica esperienza possibile.

Ma il non soffrire più per le vicende dell’ambiente e il sapere che non c’è nulla di eterno non giustificano il nostro essere inattivi di fronte alle aggressioni; al contrario la nostra azione a salvaguardia deve continuare con più forza di prima, perché la caducità è l’unico mezzo che abbiamo per aspirare a qualcosa di davvero eterno.

Carlo Alberto Pinelli una volta scrisse: «Nessun reale sforzo per cambiare rotta verrà mai tentato se, a fianco degli spettri agitati con fin troppo buon senso dalla scienza ecologica, non verrà innalzato il vessillo dell’amicizia disinteressata e inutile con la Natura. Noi combatteremmo contro la rapina delle risorse naturali anche se, per ipotesi, le risorse del pianeta fossero infinite; combatteremmo contro la distruzione delle foreste anche se la loro scomparsa non provocasse una degradazione irreversibile degli ecosistemi terrestri; combatteremmo contro gli inquinamenti delle acque, dell’aria, del suolo anche se dagli inquinamenti non fosse minacciata la nostra salute fisica e il nostro benessere materiale. E combatteremmo semplicemente perché boschi, ambienti naturali, animali selvatici, acque limpide e così via, hanno dato e danno alla nostra vita un senso al quale non siamo disposti a rinunciare».

La consapevolezza della non eternità, la nostra finitezza ci danno la forza per continuare la nostra lotta. Il mio intervento non si propone di individuare le alternative sociali, ambientali e turistiche all’escavazione. Altri lo fanno e faranno molto meglio di me.

Ma perché gli abitanti delle Dolomiti, che nell’Ottocento vivevano in condizioni assai misere ed erano costretti a emigrare, oggi hanno trovato un decoroso modello di vita tramite il turismo? Perché non si può fare anche qui la stessa cosa? Il mondo sarebbe disposto a vedere distrutti dalle cave la Marmolada, il Sassolungo o le Tre Cime di Lavaredo?

Dobbiamo semplicemente “crederci”, crederci sempre di più, usare per altri scopi più nobili quella potente energia che ci ha fatto conoscere, scalare, colonizzare e sfruttare.

Proprio nei momenti difficili l’uomo si risveglia, di fronte a un disastro si fanno investimenti e piani Marshall in altri tempi difficilmente concepibili. L’italiano deve incominciare ad amare il proprio territorio, solo dopo questo passaggio culturale le risorse economiche salteranno fuori. È questo il momento delle Apuane.

Nota di Massimo Ghilarducci (20 novembre 2014):
Il sentiero della Tacca Bianca è accessibile dalla sottostante Cava Fitta, la cui recente riapertura però ne limita la percorrenza nei giorni feriali… speriamo che non ne chiudano il percorso… la scaletta di accesso alla Cava della Tacca Bianca è stata sostituita e da qui si può proseguire per l’emozionante sentiero fino al Passo di Vaso Tondo. Nel frattempo il CAI Pisa ha riattato il sentiero che dal Passo degli Uncini porta alla Cava Tela e poi alla Cava Colonnoni, con cavi e staffe nei punti molto esposti, tipo il sentiero della Tacca Bianca, come tipologia.

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No CAV, Sui Sentieri della Distruzione

No CAV, sui sentieri della distruzione
Su Facebook, il 19 giugno 2013, Rosalba Lepore scriveva: “Penso che Sui sentieri della distruzione debba diventare un evento cadenzato, ripetuto, una catena umana itinerante sui luoghi della devastazione presenti nelle Apuane. Ci sono vari siti emblematici e martiri che possono ospitare il nostro grido di dolore e di lotta: Tacca Bianca-Monte Altissimo, Monte Sagro, Monte Serrone, Monte Corchia, Pizzo d’Uccello, etc. La mia idea è quella di creare eventi unificanti, in nome della salvezza delle Apuane, dove le associazioni del territorio collaborano per raggiungere uno scopo concreto e vitale. Una singola manifestazione, pur partecipata, non può incidere durevolmente e, soprattutto, non può far pressione su coloro che hanno il mandato di governo del territorio
Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una delle manifestazioni previste, quella del 23 giugno.

Il Monte Carchio
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Il gruppo dei manifestanti
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Già dall’inizio dunque le manifestazioni avevano queste caratteristiche:
– partenza da vari punti diversi;
– percorso di vari sentieri di avvicinamento, molte volte intatti altre volte preludio al vero e proprio scempio (come le marmifere);
– ripetuta informazione ai partecipanti su ciò che sta avvenendo sulle Apuane: una storia decennale di violazioni della legge, di rapina e saccheggio dei beni della collettività: montagna, biodiversità, acqua;
– infine, come rivoli di un grande fiume, affluenza al luogo del ritrovo e, assieme a coloro che magari sono arrivati con i mezzi motorizzati, visita della cava o, come a Campocecina, osservazione dall’alto l’infernale bacino estrattivo di Torano.

Il 2 marzo 2014 a Campocecina erano previste più di trecento persone, la nevicata e le previsioni meteo negative hanno allontanato un centinaio di persone. Erano circa duecento manifestanti sotto la neve e ciò ha suscitato l’interesse dei media perché non accade tutti i giorni di partire dalla valle, affrontare un notevole dislivello e manifestare con fumogeni elevando scritte Salviamo le Apuane sotto un’abbondante nevicata.

L’ultima manifestazione (la quarta) dell’evento itinerante Sui Sentieri della Distruzione si è svolta il 18 maggio 2014, e questa volta erano più di un centinaio. L’hanno firmata Associazione Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No al Traforo della Tambura, Amici della Terra della Versilia, Salviamo le Apuane, Indipiendientes Apuanos, WWF Lucca, La Pietra Vivente, CAI Viareggio – TAM, ARCI Versilia, CAI Lucca –TAM, tutti gruppi ambientalisti della provincia di Massa-Carrara e di Lucca per dire “no alle escavazioni” e “sì al rispetto dell’ambiente”.

SuiSentieriDistruzione 2Il gruppo è salito dal versante montignosino fino in vetta al Monte Carchio, o quel che di un monte resta, una vetta panoramica, devastata dall’attività estrattiva, sita sul crinale che divide la provincia di Massa-Carrara da quella di Lucca. Il sito ora è dismesso, le cave sono state abbandonate per lasciare il posto a uno scenario desolante e pure orribilmente sfregiato da alcuni ripetitori. Il Monte Carchio 1082 m non ha più la caratteristica cuspide sommitale ed è il simbolo e la storia di quel che resta di un sito quando cessa l’attività estrattiva: mancato ripristino ambientale, assenza di rivisitazioni culturali e sociali, periferia ad alta quota senza senso. Il panorama è molto bello sulla marina e sul Monte Altissimo, dove sono visibili altri impattanti segni dell’uomo.

Che cosa c’è quindi sul Monte Carchio? La gita acquista vita all’interno di un ambiente caratterizzato da una vegetazione che va dalla macchia mediterranea, ai castagneti, agli uliveti e ai boschi di conifere. Poi c’è un passaggio obbligato sul Monte Pepe che conserva anche resti archeologici. Il sentiero proseguirà poi per Cerreto e giunge alla chiesina del Pasquilio. Da qui l’itinerario prosegue fino a Termo del Pasquilio. L’ultimo atto è la salita alla cima, senza vita, solo detriti, vetta dilaniata e schernita dal grappolo di ripetitori. Sarebbe veramente interessante fare un confronto con l’aspetto che aveva nell’Ottocento il vecchio monte, detto anche Penna del Carchio.
Con un breve ma commosso discorso ufficiale gli ambientalisti hanno per l’ennesima volta chiesto l’approvazione del piano paesaggistico regionale e quindi la chiusura delle cave nel Parco delle Apuane.

Dunque, No CAV!

Una delle organizzatrici, Rosalba Lepore, ha commentato: «Non è possibile pensare a stralci o a valutazioni complessive positive che escludono le salvaguardie per le aree del Parco regionale delle Alpi Apuane. In questa chiave io leggo l’approvazione del Consiglio superiore dei beni culturali e più il Piano viene esaminato più si fa stringente e improcrastinabile l’anomalia di un’area tutelata sulla carta, devastata nella realtà».

Per una maggiore informazione leggere questo documento di Rosalba Lepore.

Chi volesse visionare un breve filmato sulla manifestazione:
http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/05/18/news/salviamo-le-apuane-i-no-cav-occupano-il-monte-carchio-1.9252452

Sopra Campocecina, 2 marzo 2014
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La “vetta” del Monte Carchio
SuiSentieriDistruzione-carchio4

postato il 10 giugno 2014