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Valentina e Lucia

Valentina e Lucia
di Stefano Michelazzi
(già pubblicato sul sito di Marco Milanese il 24 agosto 2015 https://marcomilanese.wordpress.com/2015/08/24/michelazzi-vecchie-storie-e-relazioni-dalpinismo/)

Presentazione
di Marco Milanese

Stefano Michelazzi nasce a Trieste l’8 gennaio 1966 e inizia a sperimentare le esplorazioni speleologiche già all’età di 8 anni, accompagnato dal padre appassionato di questa attività.
A metà anni ’80 scopre la passione per l’arrampicata e l’alpinismo in generale che a quel punto diventerà una passione quasi totalizzante.

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Nei primi anni ’90 batte in lungo e in largo le Alpi Carniche, che per la loro vicinanza a Trieste considera montagne di casa, abbracciando l’etica rigida che contraddistingue l’alpinismo di quei monti. Apre una decina di vie nuove e ripete molte vie, anche in solitaria.

Diventare “Ragazzo padre” e crescere sua figlia da solo, lo porta a ridurre l’attività alpinistica ai minimi termini, ma nel 2002 la scelta di abbandonare Trieste e il “posto fisso”, per “emigrare” sui monti.

Nel 2004 si trasferisce a Trento dove conseguirà il diploma di Guida Alpina, professione che esercita a tempo pieno, con l’intento non solo di accompagnare ma anche di formare la cultura di rispetto della montagna.

Ha al suo attivo oltre 70 nuove salite e nuove varianti tra Dolomiti e Alpi Carniche e circa 1000 ripetizioni di cui molte in solitaria. Ha pubblicato nel 2010 la guida Emozioni Dolomitiche (Idea Montagna) e nel 2013 Emozioni verticali (Alpine Studio).

Vi lascio ora al racconto di Stefano, tra ricordi passati, emozioni verticali e persone che sono passate tra le montagne friulane.

Valentina e Lucia
di Stefano Michelazzi

Quel giugno del 1979 la neve non voleva saperne di mollare…

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Arrivammo alla Colonia estiva di Pierabech, che all’epoca era gestita dall’Opera figli del popolo di Trieste, e indossammo tutto ciò che avevamo per ripararci un po’ dal freddo intenso.

I giorni seguenti la situazione meteo si ristabilì e come per incanto la neve si sciolse in breve tempo lasciando spazio a una delle più belle estati della mia vita.

Un po’ perché a 13 anni cominci a diventare grande e l’anno dopo non fui più lo stesso ragazzo di quei giorni, un po’ perché da lì parti la mia passione per il salire le montagne.

Fu proprio a metà del giugno ’79 che un gruppetto di noi ragazzi, scelti fra quelli ritenuti più idonei, accompagnati da tre assistenti e dal direttore della Colonia estiva, salì la normale alla cima del Monte Volaia.

Fu una salita epocale, nulla ci venne risparmiato.

Verso i due terzi il tempo cambiò improvvisamente e giunti in cima, ci ritrovammo nel mezzo della tempesta con acqua che scorreva ogni dove e fulmini che ci saettavano attorno, scaricandosi sui muri calcarei e dandoci ogni tanto una scossetta che ci faceva sussultare, mentre con attenzione ma il più velocemente possibile, perdevamo quota.

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Nessuno di noi cadde nel panico, malgrado la paura ci fosse, eccome…

Una provvidenziale cavernetta di postazione-sentinella della prima guerra ci offrì un minimo di riparo e potemmo aspettare quindi che l’inferno finisse di scatenarsi per riprendere la via del ritorno, bagnati fradici, infreddoliti ma felici di essere giunti lassù.

Oggi a distanza di tanti anni e con la coscienza di alpinista oltre che di Guida Alpina, mi fa rabbrividire il pensare a quali responsabilità si presero i nostri accompagnatori…

Dieci anni più tardi, quelle stesse montagne divennero il mio terreno di gioco preferenziale per ciò che sarebbe diventato il mio alpinismo.

Indiscusso capo-scuola dell’alpinismo carnico era in quegli anni il tolmezzino Roberto Mazzilis, promotore di una serie di regole non scritte, le quali rendevano il salire le pareti un gioco con un’etica piuttosto severa: niente spit, pochi chiodi, difficoltà elevate.

In quest’etica anch’io mi rispecchiai e salii in questo stile moltissime vie classiche e moderne, spingendomi anche oltre e ripetendo diverse salite in free-solo, altro stile che in quegli anni cominciava a diventare una realtà.

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Tra una ripetizione e l’altra intervallavo qualche nuova salita: un alpinismo di ricerca, dunque, che ancora oggi è lo stile che più amo.

Tra la decina di nuovi itinerari che ho avuto modo di imprimere nelle rocce carniche, tra i quali Arcobaleno sulla Sud del Monte Casaro aperta in free-solo (soltanto scarpette e sacchetto del magnesio…), le due che più mi stanno a cuore sono Valentina del 1993 alla Sud della Torre Ravascletto, dedicata a mia figlia di un anno appena e pensata dopo un’esplorazione di due anni prima sul versante est (la mia prima via nuova), e Lucia sulla Sud della Torre Gennaro, entrambe nel gruppo del Monte Peralba.

La Lucia gestiva il rifugio Sorgenti del Piave e, malgrado un modo di fare piuttosto chiuso e riservato, è stata in quegli anni, quando giovani e senza un soldo scalavamo rocce e sogni, il punto di riferimento per me e per molti altri alpinisti, tra i quali il feltrino Pier Verri col quale molte volte ci si è incontrati al rifugio.

Una mecenate, sicuramente, dei giovani alpinisti che frequentavano all’epoca la zona. Tutti senza un soldo (a volte arrivavo lassù col pullman che costava poco, partendo poi a piedi da Sappada, carico come un asino, perché soldi per la benzina neanche a sognarli…), ma pieni di grandi progetti come tutti i giovani…!

Torre Gennaro, via Lucia
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Ringraziarla per il posto letto sempre a disposizione e per la cena che ogni tanto arrivava pure quella, nel modo in cui potevo meglio esprimere la mia gratitudine, mi sembrò il minimo!
Sono ormai quasi vent’anni che non torno più da quelle parti: purtroppo, la vita e le scelte fatte mi hanno tenuto lontano dalle montagne che ho tanto amato, e dalle persone che hanno rappresentato quel periodo. Ma i ricordi di quegli anni sono rimasti indelebili e le loro rocce ogni tanto mi fanno ancora compagnia, quando con la mente ripenso alle cose belle della mia vita!

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Musica nuova sulle Alpi Carniche

Il 10 agosto 2014 c’è stata una grande festa a base di disco music sulle Alpi Carniche, ai 2120 m del rifugio Giovanni Olinto Marinelli (di proprietà della Società Alpina Friulana), base di partenza per le salite al Monte Coglians, la più alta montagna della catena.

Come si vede dal video, con sonoro originale, l’accesso al rifugio era garantito a tutti, con i suv che scorrazzavano su e giù per la stradina di accesso al rifugio e pranzo “alpino” a base di “fiorentine” e champagne.

Il timore che questa nuova e moderna “fruizione” della montagna venga offerta anche da altri rifugi dell’arco alpino è abbastanza fondato.

Il rifugio G. O. Marinelli a Forcella Moraret
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Il primo a segnalare l’accaduto al Messaggero Veneto è stato Roberto Floreanini, il 20 agosto 2014:
Vorrei segnalare ai lettori del Messaggero veneto, e in particolare a coloro che frequentano le montagne della nostra regione, la grande “festa alpina” che si è tenuta domenica, 10 agosto 2014, sulle Alpi Carniche, a quota 2120 m in una zona in cui l’ambiente naturale risultava ancora incontaminato. Quella domenica, son salito per un’escursione al rifugio Marinelli, che sorge a Forcella Moraret, alle pendici del Monte Coglians, di proprietà della Società Alpina Friulana, Sezione CAI di Udine.

Era una bella giornata e assieme a molti altri escursionisti mi son incamminato lungo la stradina di accesso al rifugio. Subito son rimasto stupito, e assieme a me anche gli altri, nel vedere il traffico di grossi suv e fuoristrada che transitavano ad alta velocità avanti e indietro per la strada. Addirittura una giovane camminatrice scout si è vista aspramente redarguire da chi era al volante di uno di questi “mezzi” perché, a suo parere, non si era prontamente spostata sul ciglio della strada vedendolo arrivare: in effetti, il “mezzo” l’aveva anche urtata al suo passaggio.

Chieste da me spiegazioni al passare dell’ennesimo suv, il conducente mi ha risposto che faceva “volontariato” per le “persone che non possono salire” e che inoltre faceva “servizio di trasporto acqua” per il rifugio. In realtà, al rifugio di acqua ne ho vista poi ben poca, mentre si notava il fluire a profusione di ben altri liquidi! Giunto infine al rifugio, la sorpresa è stata infatti ancor più grande, visto il dispiegamento di griglie, birrerie, mescite all’aperto. Il menù a disposizione degli ospiti era tipicamente “alpino”, e includeva fiorentine, costate e champagne.

Ma era la musica a farla da padrona, selezionata da due professionali Dj alle tastiere di un grosso impianto di amplificazione. Il volume e potenza della musica erano tali che credo si potesse sentire distintamente fino al Pal Piccolo e Pal Grande, risvegliando i caduti della Grande Guerra che lì giacciono da quasi cent’anni.

È questa la nuova proposta di “fruizione” dell’ambiente montano della nostra regione? E ancora, raggiungere i rifugi alpini è diventato un obbligo per tutti, anche per chi ha indosso vestitini e sandaletti da città e non è disposto per nulla a usare le proprie gambe?

Certo, visto l’afflusso di gente suv-trasportata, il ritorno economico a fine giornata per gli organizzatori della “festa alpina” sarà stato notevole: temo però che questo risulti un incentivo per i gestori degli altri rifugi a organizzare analoghe “feste” ad alta quota rendendo la montagna del Friuli Venezia Giulia una grande discoteca a cielo aperto. Credo che il nostro ambiente alpino meriti ben altre attenzioni“.

Il video pubblicato su youtube
https://youtu.be/i5T5MEqyG04

Le feste con musica nei rifugi dividono chi ama la montagna
di Melania Lunazzi
(pubblicato su il Messaggero Veneto il 22 agosto 2014)

Feste nei rifugi alpini, sì o no? L’evento Scollinando organizzato al rifugio Marinelli il 10 agosto 2014 è sotto i riflettori dell’opinione pubblica a seguito di una lettera di protesta firmata da un escursionista e inviata al giornale, pubblicata ieri. La questione è di quelle da grande dibattito, con schieramenti opposti e polemiche al vetriolo da una parte e dall’altra.

C’è il parere di chi gestisce un rifugio e ha bisogno di far fruttare un’attività per definizione difficile, con la possibilità di rendimento concentrata solamente durante pochi mesi all’anno e in quei pochi mesi, come nel 2014, funestata da un clima da foresta pluviale. E dall’altra chi ama la montagna nella sua dimensione pura e incontaminata, senza folla e senza eccessivo rumore.

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Dal canto suo Caterina Tamussin, al telefono dal rifugio Marinelli, non rilascia dichiarazioni. Risponde David Pesce, dal rifugio Tolazzi: «Ricordo che siamo anche imprenditori e dobbiamo far quadrare i conti. In un’estate così difficile quest’iniziativa ci ha portato un beneficio incredibile. La gente dimentica che non siamo stipendiati, la nostra è un’attività economica senza agevolazioni dal punto di vista fiscale. E poi capita una volta all’anno! Un correttivo, forse, è pensare di avvisare che esiste un sentiero alternativo e che quel giorno c’è un evento particolare, così si può cambiare rifugio».

Anche Gino Caneva, della Staipo da Canobio, si dice favorevole: «Scollinando ha dato lavoro anche a tutti noi. La stagione è andata malissimo e si è risolta ora, in questi 15 giorni. Ho ricevuto 10.000 euro di tasse e devo pagarle anche se il tempo è brutto. Che provino a venire a Collina in novembre e a vedere come viviamo».

Sul gruppo Facebook dedicato al rifugio Marinelli, intanto, i toni si accendono e volano sopra le righe. Tra i difensori dell’iniziativa c’è chi porta ad esempio Lignano rivendicando il diritto al divertimento in quota e chi segnala le feste nei rifugi sudtirolesi.

C’è, di contro, chi ricorda l’articolo 15 del regolamento del Club Alpino Italiano: «Comportamento nei rifugi. Chi entra in un rifugio ricordi che è ospite del CAI: sappia dunque comportarsi come tale e regoli la sua condotta in modo da non recare disturbo agli altri. Non chieda più di quello che il rifugio (in quanto tale) e il gestore/custode possono offrire».

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Il Marinelli, rifugio CAI, è di proprietà della Società Alpina Friulana di Udine. Il presidente, Sebastiano Parmegiani, riferisce di proteste arrivate anche per il concerto di Remo Anzovino del 10 agosto al rifugio Gilberti e ci scrive su Scollinando: «L’iniziativa citata è della gestrice, non della SAF. Ho ricevuto solo la segnalazione del signor Floreanini, del quale non ho motivo di dubitare. Tuttavia, per correttezza ho chiesto una risposta alla gestrice e ulteriori riscontri, in modo da poter avere un quadro completo. In generale, non trovo nulla da eccepire alle iniziative musicali nei rifugi e a quelle che possono attrarre persone che altrimenti a un rifugio non salirebbero mai, ma est modus in rebus… Per questo accerteremo tutti i fatti contestati e ne trarremo le eventuali conseguenze. Se davvero il traffico motorizzato è servito a trasportare persone non disabili e con quelle modalità, se il volume della musica è stato tale da compromettere la corretta fruizione dell’ambiente, ciò sarebbe in contrasto con l’idea che abbiamo della montagna. Ribadisco che voglio accertare i fatti, non voglio farmi fuorviare dalle polemiche. La gestione dei rifugi non ha più i margini di un tempo e la stessa frequentazione è molto cambiata. Le stesse sezioni proprietarie sono strette fra l’aumento dei costi e la diminuzione – chiamiamola pure scomparsa – dei contributi pubblici che fino ad ora hanno consentito ai rifugi di esistere, senza doversi realmente preoccupare del bilancio fra costi e ricavi. Ora i rifugi devono stare in piedi da soli. Gli alpinisti tradizionali sono assai diminuiti, quando non scomparsi, per cui la necessità di generare ricavi in altro modo esiste. Altrimenti i rifugi saranno chiusi».

Allora agevolazioni fiscali per i rifugi o qualche eccezione alla regola una tantum? La questione è aperta. Magari, con toni civili, si troverà il giusto compromesso.

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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 3

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 3 (3-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedenti e seguente:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta XidiasMauro Florit con Stefano ZaleriRoberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Un intervento serio e calibrato quello di Roberto Simonetti, coerente con i personaggi appartenenti a un alpinismo severo, intransigente, senza compromessi, con un’esposizione di itinerari e pareti che hanno da sempre creato sensazioni di timore e mistero. Roberto Simonetti, nato il 30 dicembre 1954 a Cabia di Arta Term, ivi residente, ha frequentato il corso di alpinismo presso la SAF nel 1972.
Ha effettuato ripetizioni in Carniche, Giulie e Dolomiti e realizzato numerose vie nuove in Camiche e Giulie. Ha partecipato a due spedizioni in Africa, nel 1977 in Hoggar e nel 1978 al Garet el Djenoun, e fatto parte della spedizione alla Cordillera Huayhuash nel 1980. È entrato a far parte dell’Accademico nel 1990. Svolge tuttora attività accademica aprendo vie nuove di elevata difficoltà (Francesco Leardi).

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L’alpinismo friulano dagli anni ’80 a oggi
intervento di Roberto Simonetti

Devo confessare che provo un po’ di disagio nel dover parlare dell’alpinismo nel Friuli Venezia Giulia, perché non sono un bravo oratore, perché tra gli accademici sono il più asino della classe e perché è imbarazzante parlare dopo una persona della cultura e capacità oratoria di Spiro Dalla Porta Xidias.

L’argomento è vasto e deve essere necessariamente trattato in forma molto sintetica. Il tempo a disposizione per prepararmi è stato poco per cui sicuramente ho scordato persone ed elementi importanti; in ogni caso, per quel che mi riguarda, la discussione è aperta e sono graditi interventi di integrazione e precisazione.

Il Pal Piccolo
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In più c’è il capitolo “Sloveni”, che nelle Alpi Giulie hanno fatto di tutto e di più. Fortunatamente sono riuscito a chiudere questa lacuna grazie alla disponibilità di un alpinista di grande autorevolezza, Peter Podgornik, un nome che non ha bisogno di presentazioni e che vista la lunga attività è stato testimone dell’evoluzione alpinistica nel suo paese.

Ringrazio Peter per essere venuto, ringrazio anche Roberto Mazzilis per la documentazione messa a disposizione e Attilio De Rovere per il materiale fotografico.

Nella prima metà degli anni Settanta, dopo la morte prematura di Enzo Cozzolino e Angelo Ursella, mentre l’ambiente alpinistico triestino come sempre era molto vivace, quello friulano sembrava aver subito una battuta di arresto. Si trattava tuttavia di un periodo di incubazione prima di nuovi sviluppi. Infatti a partire dal 1975 si distinguono alcuni giovani che in varia maniera lasceranno una traccia importante.

Angelo Ursella
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Fra questi Attilio De Rovere, autore di alcune importanti prime salite come la Didonc alla Sud della Cima della Miniera nel Gruppo del Peralba-Avanza e altre prime che, benché brevi come il Troi Straplombant alla Torre di Nuviernulis (entrambe del 1978) o come la Est del Cavallo di Pontebba del 1982, per arditezza ed etica di realizzazione costituiscono senza dubbio un deciso passo avanti.

De Rovere ha anche il merito, assieme ad altri giovani arrampicatori udinesi, di aver iniziato l’esplorazione sistematica delle spettacolari falesie calcaree del Pal Piccolo dove poi è stato attrezzato un numero rilevante di arrampicate sportive. Queste palestre in seguito sono diventate meta di arrampicatori non solo friulani ma anche di altre nazionalità, sia per la bellezza della roccia che per la favorevole esposizione.

Pur trattandosi di itinerari di falesia, è fuori dubbio che negli anni ’80 abbiano costituito un punto di riferimento per le giovani leve favorendo la formazione di un gruppo di forti arrampicatori e soprattutto un generale innalzamento del livello medio dell’arrampicata nell’ambiente alpinistico locale.

Piccolo Mangart di Coritenza
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Ma torniamo un po’ indietro.
Nella seconda metà degli anni Settanta a Pontebba fa la sua comparsa un giovane esile e introverso che si mette subito in evidenza per le sue doti arrampicatorie con l’apertura, in compagnia di altri coetanei pontebbani, di alcuni itinerari di media e alta difficoltà. Si chiama Ernesto Lomasti e fuori dal suo ambiente resta un illustre sconosciuto fino al 1977 quando, ormai sicuro delle sue capacità, in solitaria effettua la prima ripetizione della via di Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza. La notizia ovviamente desta forte scalpore e incredulità nel mondo alpinistico locale.

Roberto Mazzilis in arrampicata
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Negli stessi anni si distingue anche un giovane tolmezzino, Roberto Mazzilis. Come è naturale succeda, i due si incontrano e assieme realizzano varie ripetizioni e prime ascensioni fra cui un’impresa eccezionale: la prima salita della fessura sulla strapiombante parete nord della Cima Grande della Scala, una cima secondaria ma che allora presentava in tutta la sua evidenza uno dei maggiori problemi delle Giulie.

La salita era già stata oggetto di alcuni tentativi da parte di illustri alpinisti, che però non si erano mai spinti oltre la prima lunghezza di corda a causa delle difficoltà, ma soprattutto della friabilità della roccia e della precarietà delle assicurazioni.

Il 3 settembre 1978 i due attaccano la fessura che costituisce la direttiva della via e, a comando alternato, raggiungono la cresta sommitale in nove ore di arrampicata, poi decidono di scendere lungo lo spigolo nord anziché percorrere la lunga via normale. Bisogna tener presente che in quegli anni si arrampica con gli scarponi ai piedi, e l’attrezzatura dei due è costituita dal martello e una ventina di chiodi normali, non esistono i friend e altri strumenti che oggi vengono normalmente utilizzati: ma soprattutto non hanno in fondo allo zaino bulino e chiodi a pressione, e questa è una scelta di etica alpinistica cui entrambi faranno riferimento in tutte le loro ascensioni.

Dai primi salitori la via viene giudicata di VI, VI+ e A1.

Attualmente ha due ripetizioni, la prima dei fratelli Podgornik nel 1980, la seconda di Massimo Max Laurencic e Luca Vuerich il 13 e 14 marzo 2009, che è anche la prima salita invernale.

I giudizi dei ripetitori sono concordi nell’assegnare difficoltà nettamente superiori alla valutazione dei primi salitori (VI continuo con passi di VIII- secondo Laurencic e Vuerich), ma questo non deve far pensare a una voluta sottovalutazione.

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Siamo nel 1978, ed è ancora aperta la discussione se introdurre il VII grado o mantenere il limite del VI+ comprimendo tutto il resto. A loro giudizio si tratta di quanto più difficile si possa fare e per questo viene giudicata di VI+.

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L’anno successivo Ernesto, sempre in solitaria, compie un’altra grande impresa, il suo capolavoro, aprendo una nuova via sul Piccolo Mangart di Coritenza.

Attacca sulle placche a destra del diedro e, con andamento leggermente obliquo verso destra, su parete aperta raggiunge la cima con difficoltà sostenute che arrivano al VI e VII.

Nel 1979 Ernesto muore cadendo banalmente dalla palestra valdostana di Arnad e Roberto Mazzilis resta inattivo per un orrendo incidente occorsogli durante il tentativo di ripetere la via di Ernesto al Mangart.

Mazzilis si riprende rapidamente e inizia la sistematica esplorazione delle Alpi Carniche e Giulie tracciando, nell’arco di 35 anni circa, 400 prime salite quasi tutte di alta difficoltà, alcune delle quali sono senza dubbio delle pietre miliari nell’alpinismo regionale.

L’Avastolt è una propaggine secondaria dell’Avanza, tuttavia la sua parete nord è impressionante, incisa da diedri a tratti strapiombanti che hanno respinto numerosi tentativi.

In momenti successivi Roberto sale tutto quello che si poteva salire. La serie inizia nel luglio 1980 quando, con Claudio Vogrig, apre Enza & Fabio, uno spettacolare diedro alto 600 m con difficoltà di V+ e VI ove la maggiore difficoltà è costituita dalla scarsa possibilità di assicurazione.

Nel giugno 1981 è la volta del Diedro Teresina salito con Arduino Craighero; si tratta di un altro diedro di 600 m con difficoltà di VI e VII.

Negli anni successivi vi apre altre vie che arrivano fino all’VIII.

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La Cjanevate è la seconda cima delle Alpi Carniche dopo il Coglians, che però supera per maestosità. A nord forma una parete complessa e severa alta fino a 1200 m con un ghiacciaietto pensile. Su questa nel 1950 il tirolese Toni Egger e il carinziano Heini Heinricher, hanno tracciato un itinerario di 800 m con difficoltà di VI; arditezza e difficoltà della salita sono state confermate con toni reverenziali da Sergio De Infanti e Paolo Bizzarro che ne hanno effettuato la prima ripetizione nel 1972.

Dagli anni ’80 in poi sulla parete nord sono stati aperti altri itinerari di alto livello a opera soprattutto dei valligiani carinziani tra cui Alois Ortner, Erick Dabernig, Andreas Staudacher, Franz Unterluggauer e, in anni recenti, Reinhard Ranner.

Il versante sud della Cjanevate appare come una barriera di pilastri di calcare compatto. Prima degli anni ‘70 le salite realizzate erano poche e seguivano soprattutto le profonde gole tra i pilastri. Anche qui nella seconda metà degli anni ‘70 è iniziata l’esplorazione sistematica della parete a opera di alcuni giovani fra cui Alvise Di Ronco, Mario Morassi e successivamente ancora Mazzilis che anche qui ha aperto un numero notevole di salite. La parete è alta quasi 800 m ma attualmente le vie vengono ripetute per i primi 450 m difficili, poi ci si cala in doppia alla base evitando la fatica degli ultimi 300 m e una discesa interminabile.

Le salite più importanti sono lo spigolo sud del Pilastro Piote, nell’agosto 1982, salito da Mazzilis e Moro, 700 m di VI, A1 (si tratta della prima via difficile e anche della più ripetuta). Poi va ricordata la Via dei Carnici, salita nell’ottobre 1983 ancora da Mazzilis, 700 m con difficoltà di VI e VII, una via impegnativa, che ha costituito una tappa importante per l’arrampicata sulle Carniche. Infine, a distanza di quasi 20 anni, è ancora di Mazzilis la via Cjargnei Uber Alles dell’agosto 2000, 700 m di cui 450 m con difficoltà di VII, VIII, IX, salita effettuata sempre utilizzando mezzi tradizionali con assicurazioni molto lontane anche sul tiro chiave. La via, a quel che mi risulta, è stata ripetuta solo da Mazzilis, mentre di recente, a opera degli amici carinziani, è stata intersecata in maniera sciagurata da un itinerario moderno a spit.

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Oltre a questi, ultimamente sono stati aperti numerosi itinerari, sia con trapano che, “per fortuna”, con mezzi tradizionali. Merita senz’altro menzione Nouvelle Sensation sulla Creta Cacciatori, salita nel 1990 da Florit e Zaleri, una bella via che, dopo essere stata liberata, presenta difficoltà sull’VIII.

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Anche l’enorme parete nord del Peralba è stata teatro di grandi prime sia a opera di Ortner e compagni che di italiani, fra i quali spicca il nome del fortissimo arrampicatore del Comelico Gildo Zanderigo, che negli anni ’80 e ’90 vi apre alcune vie di alto livello tra le quali, se non la più difficile, la più notevole sale con difficoltà di VI e VII un grande, evidente e temutissimo diedro.

Anche qui Mazzilis traccia diversi itinerari tra i quali ricordo solo la via Searching the New Way, nell’agosto 2007, con Fabio Lenarduzzi, 700 m con difficoltà VIII, IX.

Sulla parete sud della Cima della Miniera, Marco Sterni, un altro nome che non necessita di presentazioni, compie un’impresa notevolissima con Autoroute du Soleil una delle poche vie di IX aperte in maniera tradizionale. La prima ripetizione della via riuscirà poi a Gildo Zanderigo.

Jôf Fuàrt e Cima di Riofreddo, versante nord
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Nelle Alpi Giulie oltre al Mangart anche l’anfiteatro di pareti del versante settentrionale dello Jôf Fuàrt e della Cima di Riofreddo è stato teatro di grandi imprese e anche qui come al Mangart gli sloveni hanno fatto la loro parte, ma di questo argomento parlerà Podgornik.

Oltre alle vie moderne più recenti, notevolissime, le imprese più significative realizzate negli ultimi anni sono il Gran Diedro di Sinistra alla parete nord-ovest della Madre dei Camosci, nell’agosto 2000, di Mazzilis-Tavosanis, 700 m con difficoltà di VI+. Poi la “Via Fiamma” alla parete est, Jof Fuart, nel settembre del 2000, ancora Mazzilis-Tavosanis, 1000 m con difficoltà di VI e VII.

Il Col Nudo e la Cima di Pino Nord da nord
Il Col Nudo e la Cima di Pino Nord da Nord

Ma soprattutto le vie sulla parete nord della Cima di Riofreddo, la via Salamandra, ancora Mazzilis, nell’agosto 2000, 700 m di VI, VII+, e la Cavalcata delle Valchirie, agosto 2011, 700 m di difficoltà VII, VIII+.

La via Salamandra è a mio avviso quanto di più impegnativo ci sia in zona non tanto per le difficoltà tecniche quanto per la severità dell’ambiente, continuità delle difficoltà, esiguità dei punti di sosta e inconsistenza delle assicurazioni. Per portare a termine la salita oltre alla capacità tecnica ci vuole un morale di ferro, e comunque il rischio resta sempre molto elevato.

Jôf Fuàrt e Cima di Riofreddo, versante nord
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Notevolissima prestazione anche quella di Giuseppe Murtas che compie, nel 1981, la seconda salita solitaria della via di Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza nel tempo incredibile di due ore e mezza.

Una menzione particolare merita anche Fabio Gigone, che nel 2001 sale in solitaria la via Integrale (combinazione delle vie Bulfoni e De Infanti-Solero) alla Sfinge della Grauzaria.

È giusto ricordare ancora altri alpinisti come Leonardo Gasperina, per la sua attività nel gruppo del Peralba, Ezio de Lorenzo Poz, per le salite nel gruppo dei Brentoni, e la cordata di Marino Babudri e Ariella Sain che ha aperto nuovi itinerari un po’ ovunque.

Come non ricordare poi anche Daniele Perotti, arrampicatore foltissimo, autore di alcune prime salite, morto prematuramente per un banale incidente scendendo in doppia lungo la parete sud della Marmolada.

È da segnalare anche l’attività esplorativa condotta incessantemente per quasi un trentennio da Daniele Picilli, e allo stesso modo quella di Sergio Liessi, che nonostante abbia iniziato ad arrampicare da quarantenne ha collezionato un gran numero di prime salite realizzate per la maggior parte sulle pareti più recondite delle Carniche.

Infine Mario di Gallo, un vero cavaliere dell’alpinismo di esplorazione, di cui ricordo la via Gocce di Tempo alla Est del Cavallo di Pontebba, del 1984, e una lunga serie salite di alto livello che si prolunga fino a oggi, sia nelle Carniche (soprattutto la Grauzaria che è la montagna di casa) quanto nelle Giulie, anche sulla immensa parete ovest del Montasio.

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Ci sarebbe tanto da dire anche sulle Prealpi Carniche, che nel mondo alpinistico sono meglio conosciute con il termine improprio di Dolomiti Friulane.

Molto è stato fatto recentemente soprattutto nel gruppo della Crìdola ove sono stati aperti itinerari di elevata difficoltà e tanto resta ancora da fare su queste montagne che, a eccezione di poche mete più conosciute, sono nel complesso pochissimo frequentate e costituiscono un autentico paradiso per chi ama la solitudine e i grandi spazi.

E proprio riguardo a isolamento e grandi spazi parlerò di una montagna poco conosciuta anche nel nostro ambiente, ma dove sono state scritte pagine di grande alpinismo. Il Col Nudo si trova nelle Prealpi Carniche in provincia di Pordenone a cavallo fra l’Alpago e i bacini del Cellina e del Vajont.

La struttura di questa montagna è complessa, oltre alla cima principale vi è l’anticima Nord che precipita con un muro di 700 m verso il Vajont. A sud-ovest c’è la Cima Lastei, a ovest ci sono tre grosse elevazioni, la Cima Secca, la Cima Sora il Cjot e la Cima del Colatoio.

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Isolata e severa nell’aspetto, è stata a lungo dimenticata e tuttora alcuni fattori come lontananza dal fondovalle, difficoltà di accesso e severità di ambiente fanno di questa cima una montagna con la M maiuscola.

Nell’anteguerra sono stati aperti alcuni itinerari di media difficoltà, fra cui lo spigolo della parete est a opera di Raffaele Carlesso con Arrigo e Pietro Tajariol (1927).

Nel 1968 la cordata di Dietrich Hasse e Gerhard Leukroth apre la pagina dell’alpinismo estremo superando la parete dell’anticima Nord lungo una grande rampa situata sul settore destro della parete ben visibile da Erto, un dislivello di quasi 600 m con difficoltà sostenute fino al V+.

Successivamente W. Burgdorf, Richard Goedeke e Willi Rien salgono lo spigolo nord-est della Cima Sora il Cjot con difficoltà V e A1.

Negli anni 1981-82 Franco Miotto e Benito Saviane tracciano tre vie che restano tra le più difficili delle Alpi Orientali. La prima sale sulla parete nord-est della Cima Lastei con lunghi tratti di arrampicata mista libera-artificiale di VI e A2 per un dislivello di 700 m.

A distanza di pochi giorni, dal 13 al 16 giugno, viene salito il Gran Diedro dell’anticima Nord, appena a sinistra della Hasse-Leukroth, superando un dislivello di 700 m con difficoltà costanti di VI e A2-A3 e incontrando grossi problemi di chiodatura.

L’ultima delle tre viene salita nel 1982. Questa volta assieme a Miotto e Saviane c’è anche il valligiano Mauro Corona. Questa via ha in comune l’attacco e l’uscita con il Gran Diedro Nord ma sale un evidente diedro-camino al centro della parete che raggiunge con una lunga traversata sotto soffitti. Dislivello 700 m, difficoltà VI e A2.

Nel luglio 2006 Alessio Roverato e Alessandro Bau hanno realizzato la prima ripetizione del Gran Diedro alla parete nord. Dal resoconto dei primi ripetitori traspare in maniera evidente la forte impressione ricevuta e l’ammirazione per i primi salitori. Gli stessi hanno a loro volta giudicato la difficoltà dell’itinerario dal V al VII-, con passi di A2.

Alpinismo invernale
Faccio presente il fatto che sulle nostre montagne le salite invernali sono quanto di più impegnativo si possa trovare. Le pareti in genere non sono strapiombanti e inoltre a causa della bassa quota e delle condizioni climatiche sono spesso ricoperte da ghiaccio. Pertanto d’inverno un IV grado in Giulie è molto più impegnativo di un V e VI in Dolomiti.

L’impresa invernale più notevole rimane quella realizzata da Renato Casarotto che in solitaria, nei lunghi giorni compresi fra il 30 dicembre 1982 e il 9 gennaio 1983, in solitaria sale gli 800 m di dislivello della via Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza.

Altra impresa di grandissimo livello è la prima invernale del pilastro Piussi sempre al Piccolo Mangart a opera di Romano Benet, Alberto Busettini e Nives Meroi.

Oltre a questa, i fortissimi tarvisiani hanno effettuato altre salite invernali in condizioni estreme, maturando così una preparazione e un’esperienza preziose per affrontare le impegnative salite Himalayane.

Impresa notevolissima quella di Mauro Petronio sul Camino Comici alla Cima di Riofreddo nel dicembre 1977, con tre bivacchi.

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Ricordiamo la già citata invernale alla Cima Grande della Scala, da parte di Vuerich e Laurencic, la Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone effettuata da Mazzilis e Remigio Stefenatti, la Noe-Streitman alla Nord del Peralba a opera di Ortner (non conosco i dettagli di questa salita, comunque d’inverno è già un’impresa arrivare alla base), e la prima invernale della Via dei Carnici alla Cjanevate, salita da Reinhard Ranner.

Ancora la Bulfoni alla Sfinge della Grauzaria, salita da Stefenatti, mentre la combinazione della Bulfoni più De Infanti-Solero viene salita da Fabio Gigone e Diego Totis con tre bivacchi nel dicembre 2007.

Infine la Bizzarro alla Sfinge della Grauzaria salita da Picilli, Molinaro e Stefanelli. Anche altre salite di minor difficoltà per me restano imprese di tutto rispetto come la via Feruglio alla parete nord del Sernio, 25-26 gennaio 1981, effettuata da Lorenzo Barbarino, Lino di Lenardo e Claudio Vogric. È solo un vecchio V grado, ma conoscendo bene come si presenta questo terreno in condizioni invernali, so che di certo si è trattato di un’impresa di tutto rispetto. Avviandoci verso la conclusione in futuro non vedo uno sviluppo positivo nel superamento di maggiori difficoltà ricorrendo all’uso della tecnologia. Anche in passato è stata imboccata la strada del tecnicismo ma è stata poi abbandonata.

La difficoltà tecnica è solo una delle componenti dell’alpinismo, ciò che fa il distinguo tra una prestazione atletica e l’alpinismo sono anche altri fattori tra cui fondamentale è l’incertezza.

Il trapano (anche solo il fatto di averlo in fondo allo zaino) annulla il fattore incertezza e così viene meno questa componente fondamentale dell’alpinismo. Penso comunque che ci saranno ulteriori innalzamenti di livello nell’arrampicata libera con sviluppi che oggi nemmeno ci immaginiamo.

Pensate se alla fine degli anni ’60 si poteva prevedere che a distanza di 4 decenni un giovane studente solo e senza alcun materiale avrebbe potuto mai salire una parete come quella della via del Pesce in Marmolada. Eppure è naturale che sia successo e secondo me potrà esserci in futuro chi sarà in grado di salire in sicurezza dove oggi senza usare il trapano si torna indietro. È un peccato togliere alle generazioni future questa possibilità, per un nostro capriccio.

Inoltre vedo ancora aperti ampi spazi nella pratica dell’alpinismo invernale. I nostri vicini sloveni già da anni fanno grandi cose e noi, a parte le grandi prestazioni di Romano Benet e Luca Vuerich, in questo campo siamo molto in ritardo.

Vorrei ancora esporre un’analisi che ho fatto riguardo la salita del diedro del Piccolo Mangart. Qui, tra tentativi, salite, varianti, si è vista l’evoluzione dell’alpinismo negli ultimi 50 anni. Ci sono state tre fasi.

Nella prima abbiamo i tentativi di Ignazio Piussi che, coerentemente con l’impostazione di quell’epoca, cercava la via diretta, anche ricorrendo all’artificiale per il superamento del grande tetto che sbarra la parte inferiore del diedro. Non era uno sprovveduto, nessuno meglio di lui conosceva la parete e sapeva benissimo che si poteva sviare dalla linea del diedro. Non lo ha fatto solamente perché allora non veniva presa nemmeno in considerazione l’idea di deviare dalla linea diretta.

Nella seconda abbiamo la prima salita a opera di Cozzolino che, da esponente delle nuove tendenze (e sottolineo tendenze che condivido), rifiuta l’uso dei chiodi come mezzo di progressione e quindi va a cercare la linea di minor resistenza. Non possiede ancora il livello tecnico dei decenni successivi e per passare in libera compie un’ampia deviazione verso sinistra nella parte bassa e nell’ultimo terzo abbandona del tutto il diedro spostandosi decisamente verso destra. In tal modo però, più che della salita del diedro si tratta di una salita della parete.

Nella terza fase, grazie al notevole innalzamento del livello di arrampicata libera, si ritorna a cercare il superamento diretto degli ostacoli e in due momenti distinti da Mazzilis vengono effettuate le due varianti dirette che con notevoli difficoltà superano sia gli strapiombi bassi che il terzo superiore del diedro.

In conclusione
Ho espresso mie opinioni e spero non aver infastidito o scontentato nessuno. In ogni caso si accettano integrazioni e opinioni diverse. Personalmente sono contento perché per me è già un successo avere tra noi in questa occasione Peter Podgornik.

Avendo avuto più tempo per prendere contatti sarebbe stato bello aver avuto tra di noi anche Ortner o qualcun altro dei carinziani.

Il mio auspicio è che questa serata sia per gli alpinisti di fuori regione un incentivo a frequentare le nostre montagne e ad adoperarsi per farle conoscere agli arrampicatori delle loro zone perché, sebbene poco frequentate, sono affascinanti, anche qui sono state scritte pagine importanti di alpinismo e a tutt’oggi vi si possono vivere grandi giornate di avventura.

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