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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 3

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 3 (3-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedenti e seguente:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta XidiasMauro Florit con Stefano ZaleriRoberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Un intervento serio e calibrato quello di Roberto Simonetti, coerente con i personaggi appartenenti a un alpinismo severo, intransigente, senza compromessi, con un’esposizione di itinerari e pareti che hanno da sempre creato sensazioni di timore e mistero. Roberto Simonetti, nato il 30 dicembre 1954 a Cabia di Arta Term, ivi residente, ha frequentato il corso di alpinismo presso la SAF nel 1972.
Ha effettuato ripetizioni in Carniche, Giulie e Dolomiti e realizzato numerose vie nuove in Camiche e Giulie. Ha partecipato a due spedizioni in Africa, nel 1977 in Hoggar e nel 1978 al Garet el Djenoun, e fatto parte della spedizione alla Cordillera Huayhuash nel 1980. È entrato a far parte dell’Accademico nel 1990. Svolge tuttora attività accademica aprendo vie nuove di elevata difficoltà (Francesco Leardi).

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L’alpinismo friulano dagli anni ’80 a oggi
intervento di Roberto Simonetti

Devo confessare che provo un po’ di disagio nel dover parlare dell’alpinismo nel Friuli Venezia Giulia, perché non sono un bravo oratore, perché tra gli accademici sono il più asino della classe e perché è imbarazzante parlare dopo una persona della cultura e capacità oratoria di Spiro Dalla Porta Xidias.

L’argomento è vasto e deve essere necessariamente trattato in forma molto sintetica. Il tempo a disposizione per prepararmi è stato poco per cui sicuramente ho scordato persone ed elementi importanti; in ogni caso, per quel che mi riguarda, la discussione è aperta e sono graditi interventi di integrazione e precisazione.

Il Pal Piccolo
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In più c’è il capitolo “Sloveni”, che nelle Alpi Giulie hanno fatto di tutto e di più. Fortunatamente sono riuscito a chiudere questa lacuna grazie alla disponibilità di un alpinista di grande autorevolezza, Peter Podgornik, un nome che non ha bisogno di presentazioni e che vista la lunga attività è stato testimone dell’evoluzione alpinistica nel suo paese.

Ringrazio Peter per essere venuto, ringrazio anche Roberto Mazzilis per la documentazione messa a disposizione e Attilio De Rovere per il materiale fotografico.

Nella prima metà degli anni Settanta, dopo la morte prematura di Enzo Cozzolino e Angelo Ursella, mentre l’ambiente alpinistico triestino come sempre era molto vivace, quello friulano sembrava aver subito una battuta di arresto. Si trattava tuttavia di un periodo di incubazione prima di nuovi sviluppi. Infatti a partire dal 1975 si distinguono alcuni giovani che in varia maniera lasceranno una traccia importante.

Angelo Ursella
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Fra questi Attilio De Rovere, autore di alcune importanti prime salite come la Didonc alla Sud della Cima della Miniera nel Gruppo del Peralba-Avanza e altre prime che, benché brevi come il Troi Straplombant alla Torre di Nuviernulis (entrambe del 1978) o come la Est del Cavallo di Pontebba del 1982, per arditezza ed etica di realizzazione costituiscono senza dubbio un deciso passo avanti.

De Rovere ha anche il merito, assieme ad altri giovani arrampicatori udinesi, di aver iniziato l’esplorazione sistematica delle spettacolari falesie calcaree del Pal Piccolo dove poi è stato attrezzato un numero rilevante di arrampicate sportive. Queste palestre in seguito sono diventate meta di arrampicatori non solo friulani ma anche di altre nazionalità, sia per la bellezza della roccia che per la favorevole esposizione.

Pur trattandosi di itinerari di falesia, è fuori dubbio che negli anni ’80 abbiano costituito un punto di riferimento per le giovani leve favorendo la formazione di un gruppo di forti arrampicatori e soprattutto un generale innalzamento del livello medio dell’arrampicata nell’ambiente alpinistico locale.

Piccolo Mangart di Coritenza
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Ma torniamo un po’ indietro.
Nella seconda metà degli anni Settanta a Pontebba fa la sua comparsa un giovane esile e introverso che si mette subito in evidenza per le sue doti arrampicatorie con l’apertura, in compagnia di altri coetanei pontebbani, di alcuni itinerari di media e alta difficoltà. Si chiama Ernesto Lomasti e fuori dal suo ambiente resta un illustre sconosciuto fino al 1977 quando, ormai sicuro delle sue capacità, in solitaria effettua la prima ripetizione della via di Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza. La notizia ovviamente desta forte scalpore e incredulità nel mondo alpinistico locale.

Roberto Mazzilis in arrampicata
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Negli stessi anni si distingue anche un giovane tolmezzino, Roberto Mazzilis. Come è naturale succeda, i due si incontrano e assieme realizzano varie ripetizioni e prime ascensioni fra cui un’impresa eccezionale: la prima salita della fessura sulla strapiombante parete nord della Cima Grande della Scala, una cima secondaria ma che allora presentava in tutta la sua evidenza uno dei maggiori problemi delle Giulie.

La salita era già stata oggetto di alcuni tentativi da parte di illustri alpinisti, che però non si erano mai spinti oltre la prima lunghezza di corda a causa delle difficoltà, ma soprattutto della friabilità della roccia e della precarietà delle assicurazioni.

Il 3 settembre 1978 i due attaccano la fessura che costituisce la direttiva della via e, a comando alternato, raggiungono la cresta sommitale in nove ore di arrampicata, poi decidono di scendere lungo lo spigolo nord anziché percorrere la lunga via normale. Bisogna tener presente che in quegli anni si arrampica con gli scarponi ai piedi, e l’attrezzatura dei due è costituita dal martello e una ventina di chiodi normali, non esistono i friend e altri strumenti che oggi vengono normalmente utilizzati: ma soprattutto non hanno in fondo allo zaino bulino e chiodi a pressione, e questa è una scelta di etica alpinistica cui entrambi faranno riferimento in tutte le loro ascensioni.

Dai primi salitori la via viene giudicata di VI, VI+ e A1.

Attualmente ha due ripetizioni, la prima dei fratelli Podgornik nel 1980, la seconda di Massimo Max Laurencic e Luca Vuerich il 13 e 14 marzo 2009, che è anche la prima salita invernale.

I giudizi dei ripetitori sono concordi nell’assegnare difficoltà nettamente superiori alla valutazione dei primi salitori (VI continuo con passi di VIII- secondo Laurencic e Vuerich), ma questo non deve far pensare a una voluta sottovalutazione.

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Siamo nel 1978, ed è ancora aperta la discussione se introdurre il VII grado o mantenere il limite del VI+ comprimendo tutto il resto. A loro giudizio si tratta di quanto più difficile si possa fare e per questo viene giudicata di VI+.

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L’anno successivo Ernesto, sempre in solitaria, compie un’altra grande impresa, il suo capolavoro, aprendo una nuova via sul Piccolo Mangart di Coritenza.

Attacca sulle placche a destra del diedro e, con andamento leggermente obliquo verso destra, su parete aperta raggiunge la cima con difficoltà sostenute che arrivano al VI e VII.

Nel 1979 Ernesto muore cadendo banalmente dalla palestra valdostana di Arnad e Roberto Mazzilis resta inattivo per un orrendo incidente occorsogli durante il tentativo di ripetere la via di Ernesto al Mangart.

Mazzilis si riprende rapidamente e inizia la sistematica esplorazione delle Alpi Carniche e Giulie tracciando, nell’arco di 35 anni circa, 400 prime salite quasi tutte di alta difficoltà, alcune delle quali sono senza dubbio delle pietre miliari nell’alpinismo regionale.

L’Avastolt è una propaggine secondaria dell’Avanza, tuttavia la sua parete nord è impressionante, incisa da diedri a tratti strapiombanti che hanno respinto numerosi tentativi.

In momenti successivi Roberto sale tutto quello che si poteva salire. La serie inizia nel luglio 1980 quando, con Claudio Vogrig, apre Enza & Fabio, uno spettacolare diedro alto 600 m con difficoltà di V+ e VI ove la maggiore difficoltà è costituita dalla scarsa possibilità di assicurazione.

Nel giugno 1981 è la volta del Diedro Teresina salito con Arduino Craighero; si tratta di un altro diedro di 600 m con difficoltà di VI e VII.

Negli anni successivi vi apre altre vie che arrivano fino all’VIII.

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La Cjanevate è la seconda cima delle Alpi Carniche dopo il Coglians, che però supera per maestosità. A nord forma una parete complessa e severa alta fino a 1200 m con un ghiacciaietto pensile. Su questa nel 1950 il tirolese Toni Egger e il carinziano Heini Heinricher, hanno tracciato un itinerario di 800 m con difficoltà di VI; arditezza e difficoltà della salita sono state confermate con toni reverenziali da Sergio De Infanti e Paolo Bizzarro che ne hanno effettuato la prima ripetizione nel 1972.

Dagli anni ’80 in poi sulla parete nord sono stati aperti altri itinerari di alto livello a opera soprattutto dei valligiani carinziani tra cui Alois Ortner, Erick Dabernig, Andreas Staudacher, Franz Unterluggauer e, in anni recenti, Reinhard Ranner.

Il versante sud della Cjanevate appare come una barriera di pilastri di calcare compatto. Prima degli anni ‘70 le salite realizzate erano poche e seguivano soprattutto le profonde gole tra i pilastri. Anche qui nella seconda metà degli anni ‘70 è iniziata l’esplorazione sistematica della parete a opera di alcuni giovani fra cui Alvise Di Ronco, Mario Morassi e successivamente ancora Mazzilis che anche qui ha aperto un numero notevole di salite. La parete è alta quasi 800 m ma attualmente le vie vengono ripetute per i primi 450 m difficili, poi ci si cala in doppia alla base evitando la fatica degli ultimi 300 m e una discesa interminabile.

Le salite più importanti sono lo spigolo sud del Pilastro Piote, nell’agosto 1982, salito da Mazzilis e Moro, 700 m di VI, A1 (si tratta della prima via difficile e anche della più ripetuta). Poi va ricordata la Via dei Carnici, salita nell’ottobre 1983 ancora da Mazzilis, 700 m con difficoltà di VI e VII, una via impegnativa, che ha costituito una tappa importante per l’arrampicata sulle Carniche. Infine, a distanza di quasi 20 anni, è ancora di Mazzilis la via Cjargnei Uber Alles dell’agosto 2000, 700 m di cui 450 m con difficoltà di VII, VIII, IX, salita effettuata sempre utilizzando mezzi tradizionali con assicurazioni molto lontane anche sul tiro chiave. La via, a quel che mi risulta, è stata ripetuta solo da Mazzilis, mentre di recente, a opera degli amici carinziani, è stata intersecata in maniera sciagurata da un itinerario moderno a spit.

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Oltre a questi, ultimamente sono stati aperti numerosi itinerari, sia con trapano che, “per fortuna”, con mezzi tradizionali. Merita senz’altro menzione Nouvelle Sensation sulla Creta Cacciatori, salita nel 1990 da Florit e Zaleri, una bella via che, dopo essere stata liberata, presenta difficoltà sull’VIII.

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Anche l’enorme parete nord del Peralba è stata teatro di grandi prime sia a opera di Ortner e compagni che di italiani, fra i quali spicca il nome del fortissimo arrampicatore del Comelico Gildo Zanderigo, che negli anni ’80 e ’90 vi apre alcune vie di alto livello tra le quali, se non la più difficile, la più notevole sale con difficoltà di VI e VII un grande, evidente e temutissimo diedro.

Anche qui Mazzilis traccia diversi itinerari tra i quali ricordo solo la via Searching the New Way, nell’agosto 2007, con Fabio Lenarduzzi, 700 m con difficoltà VIII, IX.

Sulla parete sud della Cima della Miniera, Marco Sterni, un altro nome che non necessita di presentazioni, compie un’impresa notevolissima con Autoroute du Soleil una delle poche vie di IX aperte in maniera tradizionale. La prima ripetizione della via riuscirà poi a Gildo Zanderigo.

Jôf Fuàrt e Cima di Riofreddo, versante nord
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Nelle Alpi Giulie oltre al Mangart anche l’anfiteatro di pareti del versante settentrionale dello Jôf Fuàrt e della Cima di Riofreddo è stato teatro di grandi imprese e anche qui come al Mangart gli sloveni hanno fatto la loro parte, ma di questo argomento parlerà Podgornik.

Oltre alle vie moderne più recenti, notevolissime, le imprese più significative realizzate negli ultimi anni sono il Gran Diedro di Sinistra alla parete nord-ovest della Madre dei Camosci, nell’agosto 2000, di Mazzilis-Tavosanis, 700 m con difficoltà di VI+. Poi la “Via Fiamma” alla parete est, Jof Fuart, nel settembre del 2000, ancora Mazzilis-Tavosanis, 1000 m con difficoltà di VI e VII.

Il Col Nudo e la Cima di Pino Nord da nord
Il Col Nudo e la Cima di Pino Nord da Nord

Ma soprattutto le vie sulla parete nord della Cima di Riofreddo, la via Salamandra, ancora Mazzilis, nell’agosto 2000, 700 m di VI, VII+, e la Cavalcata delle Valchirie, agosto 2011, 700 m di difficoltà VII, VIII+.

La via Salamandra è a mio avviso quanto di più impegnativo ci sia in zona non tanto per le difficoltà tecniche quanto per la severità dell’ambiente, continuità delle difficoltà, esiguità dei punti di sosta e inconsistenza delle assicurazioni. Per portare a termine la salita oltre alla capacità tecnica ci vuole un morale di ferro, e comunque il rischio resta sempre molto elevato.

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Notevolissima prestazione anche quella di Giuseppe Murtas che compie, nel 1981, la seconda salita solitaria della via di Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza nel tempo incredibile di due ore e mezza.

Una menzione particolare merita anche Fabio Gigone, che nel 2001 sale in solitaria la via Integrale (combinazione delle vie Bulfoni e De Infanti-Solero) alla Sfinge della Grauzaria.

È giusto ricordare ancora altri alpinisti come Leonardo Gasperina, per la sua attività nel gruppo del Peralba, Ezio de Lorenzo Poz, per le salite nel gruppo dei Brentoni, e la cordata di Marino Babudri e Ariella Sain che ha aperto nuovi itinerari un po’ ovunque.

Come non ricordare poi anche Daniele Perotti, arrampicatore foltissimo, autore di alcune prime salite, morto prematuramente per un banale incidente scendendo in doppia lungo la parete sud della Marmolada.

È da segnalare anche l’attività esplorativa condotta incessantemente per quasi un trentennio da Daniele Picilli, e allo stesso modo quella di Sergio Liessi, che nonostante abbia iniziato ad arrampicare da quarantenne ha collezionato un gran numero di prime salite realizzate per la maggior parte sulle pareti più recondite delle Carniche.

Infine Mario di Gallo, un vero cavaliere dell’alpinismo di esplorazione, di cui ricordo la via Gocce di Tempo alla Est del Cavallo di Pontebba, del 1984, e una lunga serie salite di alto livello che si prolunga fino a oggi, sia nelle Carniche (soprattutto la Grauzaria che è la montagna di casa) quanto nelle Giulie, anche sulla immensa parete ovest del Montasio.

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Ci sarebbe tanto da dire anche sulle Prealpi Carniche, che nel mondo alpinistico sono meglio conosciute con il termine improprio di Dolomiti Friulane.

Molto è stato fatto recentemente soprattutto nel gruppo della Crìdola ove sono stati aperti itinerari di elevata difficoltà e tanto resta ancora da fare su queste montagne che, a eccezione di poche mete più conosciute, sono nel complesso pochissimo frequentate e costituiscono un autentico paradiso per chi ama la solitudine e i grandi spazi.

E proprio riguardo a isolamento e grandi spazi parlerò di una montagna poco conosciuta anche nel nostro ambiente, ma dove sono state scritte pagine di grande alpinismo. Il Col Nudo si trova nelle Prealpi Carniche in provincia di Pordenone a cavallo fra l’Alpago e i bacini del Cellina e del Vajont.

La struttura di questa montagna è complessa, oltre alla cima principale vi è l’anticima Nord che precipita con un muro di 700 m verso il Vajont. A sud-ovest c’è la Cima Lastei, a ovest ci sono tre grosse elevazioni, la Cima Secca, la Cima Sora il Cjot e la Cima del Colatoio.

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Isolata e severa nell’aspetto, è stata a lungo dimenticata e tuttora alcuni fattori come lontananza dal fondovalle, difficoltà di accesso e severità di ambiente fanno di questa cima una montagna con la M maiuscola.

Nell’anteguerra sono stati aperti alcuni itinerari di media difficoltà, fra cui lo spigolo della parete est a opera di Raffaele Carlesso con Arrigo e Pietro Tajariol (1927).

Nel 1968 la cordata di Dietrich Hasse e Gerhard Leukroth apre la pagina dell’alpinismo estremo superando la parete dell’anticima Nord lungo una grande rampa situata sul settore destro della parete ben visibile da Erto, un dislivello di quasi 600 m con difficoltà sostenute fino al V+.

Successivamente W. Burgdorf, Richard Goedeke e Willi Rien salgono lo spigolo nord-est della Cima Sora il Cjot con difficoltà V e A1.

Negli anni 1981-82 Franco Miotto e Benito Saviane tracciano tre vie che restano tra le più difficili delle Alpi Orientali. La prima sale sulla parete nord-est della Cima Lastei con lunghi tratti di arrampicata mista libera-artificiale di VI e A2 per un dislivello di 700 m.

A distanza di pochi giorni, dal 13 al 16 giugno, viene salito il Gran Diedro dell’anticima Nord, appena a sinistra della Hasse-Leukroth, superando un dislivello di 700 m con difficoltà costanti di VI e A2-A3 e incontrando grossi problemi di chiodatura.

L’ultima delle tre viene salita nel 1982. Questa volta assieme a Miotto e Saviane c’è anche il valligiano Mauro Corona. Questa via ha in comune l’attacco e l’uscita con il Gran Diedro Nord ma sale un evidente diedro-camino al centro della parete che raggiunge con una lunga traversata sotto soffitti. Dislivello 700 m, difficoltà VI e A2.

Nel luglio 2006 Alessio Roverato e Alessandro Bau hanno realizzato la prima ripetizione del Gran Diedro alla parete nord. Dal resoconto dei primi ripetitori traspare in maniera evidente la forte impressione ricevuta e l’ammirazione per i primi salitori. Gli stessi hanno a loro volta giudicato la difficoltà dell’itinerario dal V al VII-, con passi di A2.

Alpinismo invernale
Faccio presente il fatto che sulle nostre montagne le salite invernali sono quanto di più impegnativo si possa trovare. Le pareti in genere non sono strapiombanti e inoltre a causa della bassa quota e delle condizioni climatiche sono spesso ricoperte da ghiaccio. Pertanto d’inverno un IV grado in Giulie è molto più impegnativo di un V e VI in Dolomiti.

L’impresa invernale più notevole rimane quella realizzata da Renato Casarotto che in solitaria, nei lunghi giorni compresi fra il 30 dicembre 1982 e il 9 gennaio 1983, in solitaria sale gli 800 m di dislivello della via Cozzolino al Piccolo Mangart di Coritenza.

Altra impresa di grandissimo livello è la prima invernale del pilastro Piussi sempre al Piccolo Mangart a opera di Romano Benet, Alberto Busettini e Nives Meroi.

Oltre a questa, i fortissimi tarvisiani hanno effettuato altre salite invernali in condizioni estreme, maturando così una preparazione e un’esperienza preziose per affrontare le impegnative salite Himalayane.

Impresa notevolissima quella di Mauro Petronio sul Camino Comici alla Cima di Riofreddo nel dicembre 1977, con tre bivacchi.

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Ricordiamo la già citata invernale alla Cima Grande della Scala, da parte di Vuerich e Laurencic, la Piussi al Pinnacolo della Cima del Vallone effettuata da Mazzilis e Remigio Stefenatti, la Noe-Streitman alla Nord del Peralba a opera di Ortner (non conosco i dettagli di questa salita, comunque d’inverno è già un’impresa arrivare alla base), e la prima invernale della Via dei Carnici alla Cjanevate, salita da Reinhard Ranner.

Ancora la Bulfoni alla Sfinge della Grauzaria, salita da Stefenatti, mentre la combinazione della Bulfoni più De Infanti-Solero viene salita da Fabio Gigone e Diego Totis con tre bivacchi nel dicembre 2007.

Infine la Bizzarro alla Sfinge della Grauzaria salita da Picilli, Molinaro e Stefanelli. Anche altre salite di minor difficoltà per me restano imprese di tutto rispetto come la via Feruglio alla parete nord del Sernio, 25-26 gennaio 1981, effettuata da Lorenzo Barbarino, Lino di Lenardo e Claudio Vogric. È solo un vecchio V grado, ma conoscendo bene come si presenta questo terreno in condizioni invernali, so che di certo si è trattato di un’impresa di tutto rispetto. Avviandoci verso la conclusione in futuro non vedo uno sviluppo positivo nel superamento di maggiori difficoltà ricorrendo all’uso della tecnologia. Anche in passato è stata imboccata la strada del tecnicismo ma è stata poi abbandonata.

La difficoltà tecnica è solo una delle componenti dell’alpinismo, ciò che fa il distinguo tra una prestazione atletica e l’alpinismo sono anche altri fattori tra cui fondamentale è l’incertezza.

Il trapano (anche solo il fatto di averlo in fondo allo zaino) annulla il fattore incertezza e così viene meno questa componente fondamentale dell’alpinismo. Penso comunque che ci saranno ulteriori innalzamenti di livello nell’arrampicata libera con sviluppi che oggi nemmeno ci immaginiamo.

Pensate se alla fine degli anni ’60 si poteva prevedere che a distanza di 4 decenni un giovane studente solo e senza alcun materiale avrebbe potuto mai salire una parete come quella della via del Pesce in Marmolada. Eppure è naturale che sia successo e secondo me potrà esserci in futuro chi sarà in grado di salire in sicurezza dove oggi senza usare il trapano si torna indietro. È un peccato togliere alle generazioni future questa possibilità, per un nostro capriccio.

Inoltre vedo ancora aperti ampi spazi nella pratica dell’alpinismo invernale. I nostri vicini sloveni già da anni fanno grandi cose e noi, a parte le grandi prestazioni di Romano Benet e Luca Vuerich, in questo campo siamo molto in ritardo.

Vorrei ancora esporre un’analisi che ho fatto riguardo la salita del diedro del Piccolo Mangart. Qui, tra tentativi, salite, varianti, si è vista l’evoluzione dell’alpinismo negli ultimi 50 anni. Ci sono state tre fasi.

Nella prima abbiamo i tentativi di Ignazio Piussi che, coerentemente con l’impostazione di quell’epoca, cercava la via diretta, anche ricorrendo all’artificiale per il superamento del grande tetto che sbarra la parte inferiore del diedro. Non era uno sprovveduto, nessuno meglio di lui conosceva la parete e sapeva benissimo che si poteva sviare dalla linea del diedro. Non lo ha fatto solamente perché allora non veniva presa nemmeno in considerazione l’idea di deviare dalla linea diretta.

Nella seconda abbiamo la prima salita a opera di Cozzolino che, da esponente delle nuove tendenze (e sottolineo tendenze che condivido), rifiuta l’uso dei chiodi come mezzo di progressione e quindi va a cercare la linea di minor resistenza. Non possiede ancora il livello tecnico dei decenni successivi e per passare in libera compie un’ampia deviazione verso sinistra nella parte bassa e nell’ultimo terzo abbandona del tutto il diedro spostandosi decisamente verso destra. In tal modo però, più che della salita del diedro si tratta di una salita della parete.

Nella terza fase, grazie al notevole innalzamento del livello di arrampicata libera, si ritorna a cercare il superamento diretto degli ostacoli e in due momenti distinti da Mazzilis vengono effettuate le due varianti dirette che con notevoli difficoltà superano sia gli strapiombi bassi che il terzo superiore del diedro.

In conclusione
Ho espresso mie opinioni e spero non aver infastidito o scontentato nessuno. In ogni caso si accettano integrazioni e opinioni diverse. Personalmente sono contento perché per me è già un successo avere tra noi in questa occasione Peter Podgornik.

Avendo avuto più tempo per prendere contatti sarebbe stato bello aver avuto tra di noi anche Ortner o qualcun altro dei carinziani.

Il mio auspicio è che questa serata sia per gli alpinisti di fuori regione un incentivo a frequentare le nostre montagne e ad adoperarsi per farle conoscere agli arrampicatori delle loro zone perché, sebbene poco frequentate, sono affascinanti, anche qui sono state scritte pagine importanti di alpinismo e a tutt’oggi vi si possono vivere grandi giornate di avventura.

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