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Escursione che fai, volo che osservi

Parlare di rocce, o meglio di geologia, in relazione all’avifauna può apparire strano dal momento che siamo abituati ad associare gli uccelli all’elemento “aria”. In realtà la presenza di una specie piuttosto che di un’altra in un determinato ambiente è dovuta alia morfologia del terreno. Proprio come accade per tutte le forme di vita che popolano il nostro pianeta.

Birdwatching in Alta Savoia
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Escursione che fai, volo che osservi
di Luca Giraudo
(già pubblicato su Alpidoc n. 92)

La geologia, per chi va in montagna, dovrebbe essere “pane quotidiano” e non quella branca della scienza sovente ritenuta ostica da chi non è specialista: qualsiasi sentiero, via di roccia, panorama sono intrinsecamente legati alla geologia, che proprio nelle montagne si manifesta in tutta la sua evidenza; il sentiero percorre una valle, attraversa un pendio, ha un fondo roccioso e o pietroso… tutto questo dipende dalla geologia, ovvero dalla natura delle rocce e da come queste si trasformano sotto l’effetto degli agenti atmosferici. Anche la nostra vita quotidiana dipende in buona misura dalla geologia, poiché sono le rocce, i sedimenti, le forme del paesaggio che hanno influenzato la nostra esistenza, da quando i nostri antenati vivevano in grotta a quando hanno iniziato a costruire i primi villaggi, sulle alture o a fianco dei fiumi, nelle pianure o su pareti strapiombanti. Ancora oggi, nel momento in cui progettiamo una casa, una strada, un ponte, dobbiamo fare i conti con la geologia.

Adulto di aquila reale. Foto: Michelangelo Giordano
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Fringuello alpino. Foto: Michelangelo Giordano
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Balestruccio (rucarol). Foto: Michelangelo Giordano
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Ed è così anche per le altre forme di vita vegetali e animali, che non hanno la nostra capacità di modificare il territorio: per loro la geologia è alla base di tutto. Le piante si sono adattate al tipo di suolo, alcune addirittura sono tipiche delle rocce sedimentarie, altre di quelle cristalline. Talune crescono solo su suoli molto profondi, altre solo su pietraie instabili, sulle quali non hanno concorrenza.

Parlare di uccelli e di geologia, tuttavia, potrebbe apparire strano: associamo i primi all’elemento “aria”, non tanto alla roccia. Pensiamo al loro volo come all’estrema capacità di staccarsi dal suolo, di superare le montagne, sorvolare pianure e colline. In realtà proprio in ambiente montano gli uccelli sono influenzati dalla morfologia del terreno, dal fatto che alcuni pendii rocciosi bene esposti creano, con il calore del sole, delle correnti ascensionali. Se consideriamo inoltre che anche loro, prima o poi, devono posarsi, devono costruire un nido, devono nutrirsi, scopriamo che anch’essi sono legati al territorio in modo molto stretto. E da qui in poi l’argomento si fa interessante. Pensiamo all’aquila reale, un grande rapace che ogni escursionista ha già visto almeno una volta durante le gite in montagna. Tutti sanno che l’aquila reale è una specie montana, vive per tutto l’anno e per tutta la sua vita in montagna, nidifica su cenge affacciate su pareti strapiombanti, caccia marmotte e piccoli di camoscio nelle praterie alpine, sorvola senza sforzo qualsiasi rilievo montuoso. O, almeno, questa è la nostra esperienza alpina. Perché se andiamo, per esempio, in Scandinavia, scopriamo che la stessa specie abita le foreste planiziali e la tundra, e nidifica su grandi conifere. Non possiamo dire, quindi, che l’aquila reale sia una specie di montagna, ma possiamo dire che, a seconda degli ambienti in cui vive, può adattarsi anche alle alte quote, alle rocce e all’habitat montano in ogni stagione. Anche perché, qui nell’Europa Meridionale, gli unici ambienti che hanno ancora una sufficiente disponibilità di prede e luoghi dove nidificare sono quelli alpini.

Culbianco. Foto: Michelangelo Giordano
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Gracchio alpino. Foto di Francesco Panuello.
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Pispola. Foto di Francesco Panuello.
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Biancone. Foto: Michelangelo Giordano
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E che dire del picchio muraiolo, la “farfalla delle rocce”? Questa sì che è una specie legata alle falesie, estate e inverno. Nidifica in fessure ad altitudini comprese fra i 1000 e i 3000 metri, si ciba di insetti e ragni che vivono in questi ambienti apparentemente inospitali, scende di quota in autunno per passare i mesi invernali alla ricerca delle sue prede, nascoste negli anfratti delle falesie di bassa valle oppure nelle crepe delle vecchie case di montagna. È una specie specializzata, che ha eletto la geologia verticale quale suo habitat ideale.

È interessante notare che ci sono altre specie che un tempo erano legate strettamente alle falesie. Il balestruccio – chiamato rucarol in dialetto locale – prima dell’avvento dell’uomo moderno nidificava esclusivamente in falesia, mentre oggi nidifica essenzialmente sotto i cornicioni e i balconi delle nostre case. Ha saputo, in sostanza, sfruttare al massimo l’opportunità di trovare molte prede, mosche e altri insetti, che sono più abbondanti negli ecosistemi umani, e ha fatto di necessità virtù: da secoli nidifica là dove trova il cibo e non deve quindi spostarsi dalle falesie ai centri abitati. E così fa il rondone. Entrambi, al termine dell’estate, migrano verso l’Africa, loro terra d’origine, per poi tornare da noi in primavera.

Il Frisson, primo baluardo orientale del Massiccio cristallino dell’Argentera. Foto: Luca Giraudo
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Il Pian del Valasco. Foto: Luca Giraudo.
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I Laghi di Fremamorta, dove la componente minerale è dominante. Foto: Luca Giraudo
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A dir la verità, il rondone sovente utilizza per la nidificazione le falesie, soprattutto quelle a picco sul mare, ma è anche un ospite “rumoroso” e gradito dei nostri cieli estivi e dei nostri sottotetti. Come abbiamo visto, invece, il balestruccio ha quasi del tutto abbandonato il suo habitat di nidificazione primigenio, e solo in qualche vallata costruisce il suo nido di fango e saliva sulle rocce di una parete. Mentre, ad esempio, la rondine montana ha mantenuto fede al nome che le abbiamo dato, perché nidifica soprattutto sulle falesie alpine e occasionalmente nei villaggi di montagna.

Quando pensiamo alle montagne non possiamo non pensare alla pernice bianca. Un esempio estremo di adattamento al connubio montagna-clima, tanto che, sulle Alpi, la possiamo considerare un relitto glaciale, ovvero una specie che ha raggiunto le nostre latitudini meridionali durante i periodi glaciali ed è rimasta sui rilievi più alti e più freddi una volta che i ghiacciai si sono ritirati. Oggi è una delle specie maggiormente a rischio di estinzione sulle Alpi, a causa della sua estrema specializzazione all’inospitale clima invernale delle Alpi, il quale, però, con l’innalzamento delle temperature, sta cambiando. E siccome la pernice bianca vive già sulle sommità delle montagne, con l’aumento delle temperature non troverà più l’habitat per vivere, perché i salici nani e le ericacee d’alta quota non potranno colonizzare alcun pendio oltre le cime dei monti. In questo caso tanta specializzazione sta diventando un limite alla sua sopravvivenza.

Morfologie glaciali nella Valle delle Meraviglie. Foto: Luca Giraudo
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Il Vallone del Lauzanier, scavato su rocce sedimentarie. Foto: Luca Giraudo.
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Molte sono le specie di uccelli e molti i loro stili di vita. Può essere interessante perciò soffermarci sulla preferenza che alcune specie dimostrano per certi tipi di rocce e per gli ambienti che si creano su di esse. Tutti conosciamo le vallate delle Alpi Marittime, il severo Massiccio dell’Argentera, con i suoi pendii ripidi, rocciosi, quasi privi di vegetazione. Così come conosciamo le verdi praterie degli altipiani sedimentari delle valli Stura, Grana e Maira, con i loro morbidi rilievi solcati da alte e scabrose falesie. Ebbene, i due tipi di rocce, di origine cristallina o sedimentaria in senso lato, comportano anche l’evoluzione di diversi tipi di suolo e, quindi, di vegetazione. Ben lo sanno i pastori, che da secoli solcano le alpi estive pascolando pecore e vacche, negli ambienti più severi e poveri le prime, nei pascoli pingui le seconde.

Le rocce sedimentarie, tendenzialmente più friabili, evolvono in suoli più profondi e quindi più ospitali per le piante e, di conseguenza, per gli insetti. E per i loro predatori, gli uccelli in particolare. Ci sono specie come il culbianco, il fringuello alpino e il gracchio corallino che abitano le Alpi con massime densità sui rilievi di origine sedimentaria, mentre sono quasi assenti nelle vallate scavate negli gneiss e nel granito, proprio perché le loro prede sono ben più abbondanti sul calcare, dove i suoli sono più ricchi di invertebrati. Il gracchio corallino, poi, è un’altra specie ben adattata alla montagna, dove nidifica in colonie composte da diverse coppie utilizzando cavità nella roccia. Ed è anche legato alle attività di alpeggio: là dove i bovini arricchiscono il terreno con le loro deiezioni e il suolo è più morbido, il gracchio infila il suo lungo becco scarlatto alla ricerca di lombrichi, larve di insetti, ragni. Abbiamo iniziato parlando dell’aquila reale, fino a qualche decennio fa il più grande rapace alpino sopravvissuto alle persecuzioni umane. Oggi possiamo parlare anche di due altri grandi veleggiatori, due avvoltoi legati alla geologia in senso più o meno stretto: il gipeto e il grifone. Osservarli oggi in montagna non è più così raro: anzi, in alcune zone è un evento che si ripete ogni giorno.

Maschio di pernice bianca in piumaggio estivo mimetico. Foto di Francesco Panuello.
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Femmina di pernice bianca in abito invernale. Foto di Francesco Panuello.
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Picchio muraiolo. Foto: Michelangelo Giordano.
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Montagne e gipeto rappresentano un binomio indissolubile. Pirenei, Alpi, Himalaya, Corsica, catene montuose dove questo avvoltoio vive da millenni e sulle quali ha saputo evolversi arrivando a sfruttare in modo magistrale ogni bava di vento e le più inaccessibili risorse alimentari. Vola con l’agilità di un falconiforme sfiorando i pendii alla ricerca di carcasse di ungulati selvatici, delle quali è l’unico che sa utilizzare le ossa, ricche di proteine, e che senza di lui rimarrebbero per anni a calcinare al sole. Tuttavia, nemmeno per lui le montagne sono tutte uguali. Si è infatti visto, attraverso alcuni studi, che preferisce i massicci montuosi sedimentari, ricchi di ampie cenge, sulle quali può costruire il suo grande nido. E nidifica con preferenza in quei settori dove sverna il più grande ungulato alpino, lo stambecco, una risorsa alimentare non trascurabile durante i lunghi inverni alpini.

Ma se il gipeto, reintrodotto negli ultimi trent’anni, ha saputo ricolonizzare le Alpi utilizzando le risorse disponibili in natura, diversamente è andata per il grifone, enorme avvoltoio che segue le greggi al pascolo e che, reintrodotto anch’esso, oggi fa il pendolare dalla primavera alla tarda estate fra i Pirenei, la Bassa Provenza e le Alpi Francesi, al seguito delle decine di migliaia di pecore che salgono in montagna durante la bella stagione. Parliamo di circa 1500 grifoni che ogni estate, fra giugno e ottobre, frequentano le vallate e approfittano della mortalità naturale di migliaia di ovini. In realtà la specie non è legata alle Alpi in senso stretto, sebbene nidifichi in falesia, perché la sua lunga stagione riproduttiva non combacia con la breve estate alpina. Infatti i grifoni della Provenza iniziano a deporre le loro uova in dicembre e allevano i loro giovani fino a fine luglio, facendo la spola fra le Alpi e i loro nidi. Ad agosto gli adulti sono seguiti in alpeggio dai nuovi nati e la popolazione alpina aumenta di dimensione. Il rapporto che questo avvoltoio ha con la geologia è però mediato dall’attività umana, perché seppur numerosi, gli ungulati selvatici non potrebbero sostituire in quantità gli ungulati domestici. Ed entrambi, uomo e animale, ne traggono vantaggio: il primo elimina le spese legate allo smaltimento delle carcasse, il secondo provvede a eliminare in tempi brevissimi potenziali fonti di malattie e zoonosi.

Falco pecchiaiolo in migrazione. Foto: Michelangelo Giordano.
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Falco pellegrino in allarme. Foto: Michelangelo Giordano.
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Gipeto adulto. Foto: Michelangelo Giordano.
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Le Alpi, le montagne in genere, sono per molti aspetti legate al volo degli uccelli, sia perché, come abbiamo visto, lungo i loro pendii si creano le condizioni termiche per lo sviluppo di correnti ascensionali, che i rapaci, ma anche le rondini montane e i rondoni, sanno sfruttare egregiamente, sia perché costituiscono di volta in volta una barriera alle migrazioni o un ambiente ricco dove sostare. Le Alpi Occidentali, per esempio, sono sorvolate ogni anno da circa dieci-quindicimila rapaci migratori che in tarda estate si dirigono verso lo Stretto di Gibilterra, provenienti dall’Est Europeo.

Il falco pecchiaiolo, simile alla poiana, transita sulle Alpi Marittime e Cozie a fine agosto, con picchi migratori di tremila individui in un giorno solo. Questo rapace insettivoro è diretto verso l’Africa, dove troverà anche nei mesi invernali le prede di cui si nutre. La rotta che attraversa l’Italia Settentrionale, evidenziata grazie agli studi degli ultimi venticinque anni, passa attraverso le vallate e porta gli uccelli a scollinare sui passi alpini ai confini con la Francia, da dove proseguiranno verso ovest. Se le condizioni meteorologiche sono particolarmente favorevoli, i pecchiaioli transitano a 4000 metri e oltre, scomparendo alla vista; se invece le correnti ascensionali sono più localizzate, allora i rapaci si radunano in grandi stormi e volano a poche centinaia di metri dalla creste, costituendo per molti appassionati uno spettacolo emozionante. Transitati i rapaci, in ottobre possiamo invece osservare gli stormi di migliaia di tordi, tordele e cesene, fringuelli, frosoni, lucherini che arrivano dalle regioni del Nord. Si fermeranno durante l’inverno cibandosi sui sorbi montani, sulle betulle o gli ontani verdi. In questo caso il loro legame con la geologia è in realtà indiretto, perché è più legato al fatto che sulle Alpi sopravvivono ambienti boscati che una volta erano presenti anche a bassa quota e che oggi sono stati soppiantati dai nostri insediamenti o dall’agricoltura intensiva.

Grifone in volo. Foto di Francesco Panuello.
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Le rocce, apparentemente inerti, sono in realtà il supporto a tutte le forme di vita che oggi conosciamo. E gli uccelli, sebbene siano animali legati all’aria, non possono fare a meno di esserne influenzati. Conoscerne le abitudini, saperli individuare e distinguere, permette di comprendere un po’ meglio la complessa rete di legami che unisce tutti gli esseri viventi con il territorio in cui vivono, un territorio influenzato dalle rocce, a loro volta fonte di storie antichissime che hanno coinvolto minerali, piante e organismi marini nelle trasformazione del paesaggio stesso.

Gli uccelli, fortunatamente, sono gli animali che più facilmente possiamo osservare, in tutti gli ambienti. E più facilmente ci possono raccontare storie interessanti.

Birdwatching invernale in Valle Maira. Foto di Luca Giraudo.
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Luca Giraudo ha iniziato a interessarsi di ornitologia nel 1986. Da allora ha partecipato a numerosi progetti di monitoraggio sugli uccelli, collaborando ad atlanti regionali e nazionali e a programmi internazionali.
Lavora da più di dieci anni al progetto di reintroduzione del gipeto, coordinato a livello piemontese dal Parco Naturale Alpi Marittime, del quale è dipendente dal 1993.
Ha ottenuto il brevetto da Accompagnatore Naturalistico nel 1992 e dal 2015 ha il brevetto da Accompagnateur Moyenne Montagne francese e l’Agrément Merveilles per accompagnare nella zona regolamentata delle incisioni rupestri.
Occasionalmente propone escursioni e viaggi a tema ornitologico e naturalistico.
Nei prossimi mesi organizzerà alcune escursioni alla scoperta degli uccelli alpini e dell’ambiente in cui essi vivono durante la bella stagione; inoltre ha in programma alcuni corsi di avvicinamento al birdwatching e all’osservazione della natura.
Per partecipare sono sufficienti una buona dose di curiosità, un binocolo e il desiderio di imparare insieme a lui.
Ulteriori informazioni disponibili sul sito www.lookingaround.it.

Luca Giraudo rilascia un gipeto
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Voglia di ripido

Siamo felici di presentare al nostro pubblico l’ultimo lavoro di Igor Napoli, uno degli ultimi esemplari viventi della specie “hippyens-montanus”, incallito ricercatore, inventore e catalogatore di nuove linee di discesa: è il secondo volume di Voglia di ripido, riedizione aggiornata (valli Stura, Grana, Maira, editore Vividolomiti, collana Mountain Geographic). Il primo volume (dal Monte Antoroto alla Testa del Claus) era uscito nel maggio 2013 con l’editore Soletti. Il terzo e ultimo volume (valli Maira, Varaita e Po) uscirà a settembre 2016. In tutto, sono 1000 pagine di belle foto e itinerari scelti di scialpinismo ripido, dall’inizio delle Alpi sino al Monviso. Molte delle linee descritte sono l’espressione della vulcanica e incredibile attività dei protagonisti che in questa disciplina hanno raggiunto i massimi livelli; ma l’intendimento generale dell’opera rimane sempre e comunque quello di trattare itinerari eterogenei, significativi dal punto di vista estetico e alla portata di una cerchia di sciatori la più ampia possibile.

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Voglia di ripido
di Igor Napoli

Varie componenti spingono gli appassionati di montagna a cimentarsi nell’uno o l’altro itinerario: alla base ci possono essere motivazioni estetiche, istinti pseudosuicidi, sete di conoscenza, ricerca del sensazionale, masochismo, desiderio di far parlare di sé… Non ci sono regole, per fortuna, solo massima libertà. Se uno vince, non necessariamente un altro perde, come invece succede in altri sport…

Guardando certe foto di montagna a volte capita di vedere posti talmente ripugnanti e schifosi che per scherzo viene da pensare “chissà come potrebbe essere passare di lì”, ma solo così, per giocare con la fantasia e poi godere di essere rimasti a casa, davanti al fuoco. Ma poi invece ci sono altre giornate in cui quelle stesse minchiate che avevi pensato solo per gioco, in modo del tutto zen (nel senso che le avevi pensate a mente vuota, senza scopi e senza – in definitiva – pensarle veramente) ti si rivoltano contro e allora per un istante incominci a credere che quel barlume di idea che avevi buttato lì per lì, in realtà potrebbe anche avere un senso… il pensiero incomincia a roderti ogni giorno di più… sei già entrato nel tunnel e la frittata è fatta.

 

C’è un giardino incantato di fiori di cristallo:
è il regno della luce e del silenzio.
Non sta proprio dietro l’angolo: a volte trovarlo richiede sforzo…
Nel giardino incantato il gelo, il vento e la neve creano spettacoli
di perfezione e armonia che riempiono di pace.
Quando riesco a trovarlo sto così bene che non vorrei più andare via.
Ma non si può stare lì tutta la vita.
Allora vorrei che quella pace mi accompagnasse per sempre
e capisco che se tutta la gente si portasse dentro
anche solo una minima parte di quell’estrema semplicità,
gran parte dei problemi che ci tormentano
svanirebbero.

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Mai un fiocco di neve cade in un posto sbagliato (massima zen)”
Riaccingermi a rieditare Voglia di Ripido I è un po’ come rientrare in rifugio, al caldo e in buona compagnia, dopo essere stato due ore fuori a spalare neve…

Sembra di riprendere le fila di un discorso temporaneamente interrotto. E’ un mix di sensazioni contraddittorie: da una parte il forte stimolo a ricominciare questo viaggio invernale nelle mie montagne e dall’altra, nessuna voglia di farmi possedere per l’ennesima volta dal macchinario diabolico che ho davanti.

Mi vengono in mente i momenti balordi e difficili in cui, con l’esperienza nulla dello scrittore principiante, con le diapositive stipate in una scatola da scarpe e con i “sacri itinerari” salvati uno ad uno con religiosa cura nei floppy-disk del vecchio computer “Atari”, vagavo tra gli editori della provincia di Cuneo.

La prima tappa dal banfone che mi fumava sempre in faccia dicendo di volerne stampare 6-7000 copie: mi fece andare avanti e indietro un sacco di volte, senza mai concludere un tubo di niente; seconda tappa da quello “triste dentro” che lo avrebbe pubblicato anche subito, ma rigorosamente in bianco e nero, per spendere meno; anzi, no, a detta sua “a tre colori”, perché i titoli li avrebbe stampati in rosso…

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A volte è più facile scrivere un libro che trovare uno che te lo pubblichi senza volerne approfittarne troppo.

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Alla fine capitai a Dronero, dall’editore L’Arciere, che si dimostrò più umano degli altri, anche se mi impose una conditio sine qua non di 300 copie prenotate (e ovviamente pre-pagate dal sottoscritto) prima di partire con la stampa. Così andai a destra e a manca a promuovere un libro che ancora non esisteva…

Quando finalmente uscì Voglia di Ripido I, per fortuna piacque subito tanto, per l’argomento e per le fotografie; un po’ meno per il prezzo, oggettivamente sproporzionato, che però non avevo deciso io. Quelle cose le stabiliscono gli editori…

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Ancora non sapevo che quello era il primo libro del genere in Italia. In pochi anni il volume andò in esaurimento.

In questi otto anni, intanto, sono successe diverse cose.

Per quanto riguarda me, è cambiata la prima cifra.

E quando dal 4 passi al 5, non sempre ti riesce ancora tutto così bene come quando le decine erano solo 2 o 3… Magari nella testa i pensieri continuano a frullare leggeri, ma poi, quando devi passare dalla teoria ai fatti, sempre più spesso vai a scontrarti con realtà fatte di ginocchia che bruciano, schiene irrigidite e insicurezze psicologiche ad esse collegate… Per fortuna lo scialpinismo non è fatto solo di Lurousa e Forcelle. Anche la Bisalta ha dei segreti da svelare… E come lei, un sacco di altri posti.

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In Voglia di Ripido I ero consapevole di aver gettato alcune pietre nello stagno. Pubblicando foto di pareti e montagne che nessuno aveva ancora percorso in sci, avevo per così dire “cissato la maraja (Slang piemontese che sta per “stimolato la gioventù”)” fornendo qualche idea in più per stimolare a nuove mete. Diversi giovani raccolsero la palla al balzo e portarono avanti le fila del discorso.

I risultati non tardarono ad arrivare: Mario Monaco, Andrea Schenone, Eraldo Viada, Federico Varengo, Gigio Gagliardi, Diego Fiorito, Giorgio Bavastrello, Roby Garnero ed altri signori del ripido si divertirono a distruggere pseudo-miti di pareti e canali che nel libro avevo indicato come “sfide per il futuro…” e inseguendo autonomamente i propri progetti personali continuarono a collezionare nuove e importanti discese, al punto che un aggiornamento sembrava quasi indispensabile.

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In realtà ho sempre pensato che un bravo scialpinista non dovrebbe basarsi unicamente su una lista preconfezionata di itinerari, per decidere dove andare. Le gite più belle sono quelle che ognuno si inventa seguendo i propri istinti, il proprio senso creativo e le proprie esperienze.

Non è assolutamente vero che “ormai si è fatto tutto”, che non c’è più spazio per discese nuove… Ogni inverno ha un po’ una sua storia particolare: a seconda di dove il vento ha tirato di più, certi angoli di montagna possono essersi riempiti di neve in posti dove non avremmo mai più immaginato che potesse accadere… ed ecco, come per incanto, un nuovo passaggio per i nostri sci… Bisognerebbe avere la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto… In realtà, spesso non lo veniamo neanche a sapere, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità, perché quel giorno dobbiamo lavorare, o più semplicemente, perché quando c’è tanta neve, per ovvi motivi di sicurezza, è molto meglio non esserci.

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Forse questo aspetto è ciò che rende lo sci ripido un’attività unica.

Ma come in tutte le cose, può capitare di farsi prendere così tanto da tale disciplina da dimenticare tutto il resto, per pensare solo più a dove e come andare a ficcare i piedi appena possibile…  “Fanta-sci”…  Troppo tardi, sei stato preso dal vortice e difficilmente riuscirai a liberartene, fintanto che un giorno forse vedrai che hai speso un sacco di energie in azioni spesso ripetitive e di incerta utilità, importanti solo per te, e l’immagine che vuoi che gli altri abbiano di te, all’interno di un ristretto giro di persone…

Ma fuori di lì?

 

Voglia di ripido volume II – Scialpinismo e sci ripido in Val Stura, Grana, Maira di Igor Napoli
SKU: 978-88-99106-15-7
(avec des notes techniques en français) (tecnhiken auf deutsch bekannt)
78 itinerari di sci ripido e scialpinismo dal Malinvern alla Roccia Blancia
Itinerari e immagini selezionate, per la guida più completa sulla montagna invernale e lo scialpinismo ripido nelle Alpi sudoccidentali. Un libro per continuare a sognare e un punto di riferimento per gli appassionati.
ISBN: 978-88-99106-15-7
Prezzo di vendita: 26,55 €
Prezzo di listino: 29,50 €
Sconto: -2,95 €

Indice volume II

Indice volumi I, II e III (in ordine alfabetico)

Igor Napoli
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Settimana dopo gli esami

Il 26 luglio 1965, cioè 50 anni esatti fa, ho salito da solo una difficile via, la Guderzo alla Est di Punta Maria. Questo nell’ambito di una bella settimana alpinistica che all’inizio sembrava di ripiego.

Il 29 giugno 1965 avevo dato gli esami orali per le materie scientifiche, le letterarie il 15 luglio. Avevo in programma di partire il 23 pomeriggio per Courmayeur, in auto-stop da Genova. Ma il tempo ha fatto il matto, è nevicato, e le condizioni sono disastrose. Gianni e Lino Calcagno, Giovanni Scabbia e Bernardo Chicco De Bernardinis stanno giusto tornando da là.

E così andremo al rifugio Questa (Alpi Marittime) per una settimana: anche per quest’anno devo dare l’addio al Monte Bianco e mi devo accontentare del granito di casa…

Dal Passo di Prefouns verso le pareti est delle punte della Cresta Savoia
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Gli esami sono andati bene, ma io intanto sto partendo senza avere alcun risultato della mia maturità!
Il 24 mattina siamo in viaggio. Chicco non c’è, verrà lunedì. Giovanni preferisce stare a casa per poi andare in Dolomiti con me.

Circa alle 17 arriviamo al rifugio, c’è già un mucchio di gente. Il mattino dopo Lino ci osserva mentre insacchiamo nello zaino cunei e staffe oltre il normale: così, tra una litigata e l’altra con il fratello, decide di rimanere lì.

Lo sperone nord-est del Gendarme NW del Giegn, 1a ascensione
Gendarme NW del Giegn (Prefouns), sperone NE, 1a asc

 

Noi arrabbiatissimi andiamo allo spigolo nord-est della Punta Mafalda. La pioggia ci costringe a deviare sulla parete est, aprendo una via che non ci soddisfa per nulla, tanto per arrivare in cima. Non che manchino le difficoltà, anzi. Siamo stati sempre sul V- e V+. Però ci riproponiamo di tornare e raddrizzarla, magari ricorrendo all’artificiale.

In cima ci sta aspettando Lino, con cui facciamo subito pace per andare sulla Ovest della Punta Umberto, via Aurelj-Bussetti. Il primo tiro (IV+) lo fa Lino. Prova il secondo, ma non riesce. Allora vado io. Dopo mezzora di salita estrema e di momenti in cui penso di cadere quasi certamente, mi ritrovo a far sicurezza su un terrazzino. E’ già tardi, così dico a Lino che c’è del VI e che farebbe meglio a lasciar stare. E qui succede il putiferio. Dall’alto sento un vocio confuso. Lino, offeso, vuole scendere, Gianni invece praticamente gli ordina di salire con lui.

Dopo un po’ mi raggiunge il solo Gianni. Ma mi dà una bella doccia fredda dicendomi che non c’è più di V. Ci rimango male, ma mi consolo pensando che una maturità non è il massimo per tenersi in allenamento.

L’ultima lunghezza è di Gianni, sul V-. Scendiamo al rifugio: Lino è nero. Riconosco che l’ho trattato molto male. Lui minaccia di tornare a casa l’indomani. Ed è chiaro che se parte Lino parte anche Gianni… Ma questo Gianni lo vuole evitare. Andiamo a dormire.

Al nostro malumore assiste Giovanni Crudi, circa 50 anni, del CAI Bordighera. Il mattino dopo l’atmosfera è rovente. Nessuno parla. Lino comincia a far bagaglio. Gianni che gli dice di non far lo scemo. Lino s’intestardisce. Io m’infurio. Gianni dà segno di cedimento e comincia a chiedermi che cosa avrei fatto se loro fossero andati via, gli rispondo che sarei andato a scalare da solo e poi, essendo lunedì, doveva arrivare Chicco alla sera.

Lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, 1a ascensione
Caire di Prefouns, sperone sud-ovest, 1a asc

– E se Chicco non viene?
– Allora scalo da solo tutta la settimana.

Di fronte a questa determinazione, vedo i due fratelli agitati da un sacco di dubbi. Forse non mi vogliono avere sulla coscienza…

Lino acconsente a rimanere lì fino a che non arriverà Chicco, mentre io decido di aspettare fino alle 11, poi in mancanza di una loro decisione, andrò da solo.

Alle 11 precise prendo lo zaino, me lo metto sulle spalle ed esco dal rifugio.
– Dove vai? – chiede Gianni.
– Ad arrampicare.
– Solo?
– Solo… se nessuno viene con me.

E così mi ritrovo all’attacco della parete est della Punta Maria, quella che ho già salito l’hanno scorso con Gianni, Stefano Marno Revello e Giorgio Vassallo.

Decido di salire la seconda e la terza lunghezza autoassicurandomi. Arrampicata stupenda, il piacere di essere solo. Supero bene i vari passi di V e dopo poco tempo mi trovo in cima. Mi firmo, scendo al rifugio.

Incontro Giovanni Crudi che passeggia solo soletto. Gli chiedo cosa hanno fatto quei due. Mi dice che sono andati sulla Est della Punta Umberto.

Benissimo, dico tra me. Se fa una salita, Lino non se ne va più. E a quel punto provo a convincere Giovanni a venire con me per la traversata della Cresta Savoia.

Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

Giovanni se la cava bene. Arrivati in vetta alla prima punta, la Jolanda, vediamo Gianni e Lino Uscire in vetta all’Umberto. Ci raggiungiamo, e ci mettiamo un attimo a fare pace. Ma è tardi, non posso continuare la cresta, meglio scendere al rifugio e capire finalmente se Chicco è arrivato o no. Crudi fa la sua prima corda doppia.

Il 27 luglio è ancora bel tempo (verremo a sapere che altrove al Nord non è così). Di buon mattino partiamo per andare in Francia. Siamo diretti al Giegn, una bella cima sulla quale ci sono possibilità di vie nuove. Scavalchiamo il Passo Margiola, scendiamo in territorio francese e attacchiamo uno sperone rivolto a nord-est che conduce in vetta al Gendarme NW del Giegn (ma noi crediamo erroneamente sia la Pointe Marie André), altra anticima del Giegn. Giovanni verrà in vetta per la via normale. Lo sperone offre passaggi molto vari, in genere però è abbastanza discontinuo. Un Dsup, discontinuo.

In vetta Giovanni ci sta aspettando, così dopo aver mangiato qualcosa, scendiamo. Arrivati in fondo alla comba detritica, attacchiamo lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, anch’esso da fare. E per l’occasione ci tyrasciniamo dietro Giovanni. Un po’ di V lo incontriamo anche qui. E’ bellissima la cresta finale, che però è già stata percorsa.

Scendiamo un poco per la cresta ovest e poi giù per un canalino a sud: ci ritroviamo così all’attacco.

Riprendiamo gli zaini e attraverso la grande distesa di sassi e blocchi morenici arriviamo al Lac Negré. E’ nostra intenzione andare a dormire nel refuge des Adus, che però non troviamo. Poi, consultando la guida, apprendiamo che dovremmo camminare ancore due ore e mezza. Così ci accontentiamo di un bel addiaccio in un vecchio rudere costruito dagli scout.

Cerchiamo di tener acceso un bel fuoco tutta la notte, ma così facendo il mattino dopo Giovanni e Lino non hanno tanta voglia battagliera. Saliamo un’ora fino al Lac Negré e da lì al Passo di Prefouns. Giovanni ci saluta, noi ci buttiamo sulla traversata delle Guglie del Lac Negré.

Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

La traversata in se stessa è abbastanza mediocre, ma noi l’abbiamo valorizzata. Gianni e io abbiamo aperto una bella via sulla parete nord della VI Guglia: 4 lunghezze di V e A1. Ci riuniamo agli altri e proseguiamo fino alla vetta del Caire di Prefouns. Discesa un po’ sulla cresta ovest e poi lungo la via De Cessole, uno sfasciume immondo di detriti e sassi mobili.

Il 29 è la volta della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna. Sarà la prima ripetizione. Anche di questa non esiste relazione, come era per la ghemella Est di Punta Maria. Si sapeva solo che all’inizio c’era da staffare.

– Dove Guderzo passa in staffe, noi passiamo in libera!

Sono così ottimista che convinco tutti a lasciare al rifugio le staffe. Però, dopo un primo tiro di III+, mi trovo arenato in un diedro bestiale nel quale occhieggiano due chiodi. E’ troppo faticoso star lì a far cordini, perciò scendo. Parte velocemente Gianni con i cordini pronti. Dopo un po’ di tira e molla esce su un terrazzino. Lino lo segue. Parto io e naturalmente “apprezzo” la bravura di Gianni su questo tiro eccezionale, oltre alla maestria di Guderzo. Chicco mi segue rapido. Finalmente ho “tirato” una lunghezza intera in artificiale (e senza staffe per giunta)!

La via poi continua su uno spigolo molto affilato per varie lunghezze, tutte assai sostenute, fino a un diedro di V+. E dopo ancora su spigolo fino alla vetta.

E’ qui che mi ricordo che oggi è il mio compleanno… sono un diciannovenne.

Scendiamo passando dalla Punta Maria.

L’ultima giornata (questo è il sesto giorno di arrampicate ininterrotte) con Gianni andiamo all’attacco della Est del Caire di Prefouns per ripetere la via dei Francesi, di cui molto tempo fa avevamo letto la relazione sulla guida di Paschetta. La parete è assai larga, non riusciamo a individuare una via: così alla fine decidiamo di farne una a noi dove ci piace. Attacca Gianni, ne risulta un tiro che va dal IV al VI e quattro metri di A1. Attacco io il secondo, altro VI e A1. Ma a questo punto la motivazione cala e decidiamo di scendere. Peccato, la via sarebbe stata bella e difficile.

Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis
Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis

Così, mentre Lino e Chicco salgono la Est della Punta Maria, con Gianni attacchiamo la via Guderzo alla Est della Punta Jolanda. Non ho grandi ricordi di questa salita, forse siamo stanchi e fa molto caldo. Risolviamo in breve poi puntiamo diritti al rifugio dove, dopo un’oretta, arrivano anche gli altri due, contentissimi. Lino, tanto per dimostrare di non essere da meno, si era fatto con Chicco anche la Ovest della Punta Umberto, quella dove io volevo che lui non salisse. Ed è salito tutto da primo! Sono contento e glielo faccio capire. E’ un modo come un altro per chiedere scusa.

Il 31 scendiamo e torniamo a Genova, dove apprendo di essere stato dichiarato “maturo”!

Da quando mi sono trasferito da Genova a Milano (nel lontano dicembre 1968), ho perso le tracce di uno degli “eroi” di questa settimana appena raccontata. Soltanto in occasione del processo per il terremoto in Abruzzo vengo a sapere che la Corte d’Appello dell’Aquila in primo grado ha condannato la Commissione Grandi Rischi, l’organismo tecnico scientifico che si era riunito cinque giorni prima del sisma che distrusse il capoluogo abruzzese il 6 aprile 2009. Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Claudio Eva, Michele Calvi e… Bernardo De Bernardinis (!!!) erano stati condannati a sei anni per omicidio e lesioni colpose. Fu davvero una sorpresa apprendere che Chicco era diventato ingegnere e aveva fatto carriera fino a essere nominato vice-capo della Protezione civile nazionale. Mi dispiacque per la sua condanna, non ci volevo neppure credere. Nel secondo grado sono invece stati tutti assolti, mentre a Chicco è stata rideterminata a due anni la pena. A causa di una sua famosa intervista televisiva che, secondo la corte, è stata causa di una minore osservanza di cautela da parte della popolazione.

Gianni Calcagno all’attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Gianni Calcagno all'attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Bernardo
Chicco De Bernardinis oggi
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Montagne senza frontiere

Montagne senza frontiere
Ci sono voluti vent’anni di discussioni, ma nel 1979 il Parco Nazionale del Mercantour vide finalmente la luce, pur tra mille esitazioni e scontenti delle 28 comunità locali che avevano lottato per tener fuori dall’area protetta quel bosco o quel laghetto. In effetti la motivazione fondamentale della sua ideazione era proprio il voler evitare che l’edificazione, già molto sostenuta a quel tempo nell’adiacente regione costiera, potesse danneggiare un ingente patrimonio naturalistico dalle caratteristiche uniche.

Vissuta come un’imposizione alle popolazioni locali, l’istituzione subì forti ritardi, salvo poi rivelarsi una grande iniziativa proprio per i vantaggi che ne derivarono. Anzitutto si sviluppò turisticamente una regione che altrimenti avrebbe vissuto all’ombra di un litorale marittimo noto in tutto il mondo. Poi si ebbero nuove possibilità di impiego giovanile. Perfino i cacciatori furono contenti della nuova situazione. Tutto procedette per il meglio fino a che fece capolino il lupo. La fazione contraria al parco scatenò un’offensiva che è ben viva anche oggi, a dispetto degli indubbi successi della gestione del parco.

Monte Gelas dal Colle delle Fenestrelle (Alpi Marittime). Foto: C. Prandoni
Monte Gelas dal Colle delle Fenestrelle (Alpi Marittime)(Foto: C. Prandoni)Il Parco del Mercantour, incastonato tra il Mediterraneo e la regione alpina, subisce molteplici influenze climatiche che spiegano la particolare ricchezza e varietà delle sue specie vegetali (circa 2.500, di cui almeno 40 endemiche). Dal punto di vista paesaggistico v’è grande contrasto di vette e valloni, profondi solchi che dividono la regione in unità compartimentali isolate ed originali. Si va dai siti rocciosi alle vallate ed ai circhi glaciali disseminati di laghi e di sedimenti morenici, dalle rocce montonate ai pascoli d’alta montagna, dalle foreste ai boschi ricchi di specie diverse, dalle ampie vallate alle gorge più pittoresche. L’altitudine varia dai 3143 m del M. Gelas ai 490 m delle Gorges du Paillon. Inoltre, curiosamente, è l’unico parco francese che ospita assieme le sei specie di ungulati (caprioli, camosci, stambecchi, mufloni, cervi e cinghiali).

Sommando i 685 kmq della zona centrale ed i 1.365 kmq della zona periferica, il parco raggiunge i 2.050 kmq.

Sull’opposto versante italiano nasceva nel 1980 il Parco naturale dell’Argentera (259 kmq), che poi fu ampliato a 290 e fu rinominato Parco naturale delle Alpi Marittime. Entracque e Valdieri sono i centri più importanti del parco, che comprende l’intero massiccio cristallino dell’Argentera, la più alta cima delle Alpi Marittime, 3297 m. Estese foreste di abete bianco e rosso coprono interi versanti spesso ombrosi, sui quali si arrampicano i larici più alti delle Alpi, fino a 2700 m di quota.

Entrambe le zone protette derivano dall’antica riserva di caccia di re Vittorio Emanuele II, che si estendeva su entrambi i versanti prima del 1861, anno in cui il Trattato di Torino destinò la Contea di Nizza alla Francia.

Il versante occidentale del massiccio dell’Argentera
Massiccio dell'Argentera, versante ovestNon è una novità, quindi, questa logica transfrontaliera. Gli abitanti del Mercantour e dell’Argentera da sempre hanno intessuto tra loro rapporti assai stretti, come provano lingua, arte e tradizioni assai simili. Lungi dall’essere di ostacolo, il crinale alpino ha favorito gli scambi: le Strade del Sale ne sono un tipico esempio. Ma già all’epoca delle prime colonizzazioni umane, i pastori dell’età del bronzo circolavano facilmente al di là ed al di qua dello spartiacque. Le incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie e del Monte Bego trovano riscontro nei graffiti di recente scoperta nel piemontese Vallone del Vei del Bouc.

Un camoscio nei pressi del rifugio Questa. Foto: Federico Raiser
Camoscio nei pressi del Rifugio Questa, Parco Naturale dell'Argentera, Alpi Marittime, provincia di CuneoLa Valle Roya, fino dai tempi più antichi, è stata una delle vie più naturali per valicare la catena alpina. Il controllo del Colle di Tenda fu motivo di acerrime contese e lotte armate. Esso permetteva un passaggio anche nei cambi di stagione, al contrario di altri colli che diventavano presto o erano ancora impraticabili per la neve. Il traffico del sale quindi era garantito maggiormente, dalle saline nizzarde di Hyères verso il Piemonte e verso il mercato di Pavia. Il sale era elemento vitale per l’alimentazione umana ed animale, per la conservazione dei cibi deperibili, per la concia delle pelli. Su di esso fiorivano commerci ed erano pretese molte gabelle. Quelle vie di comunicazione che collegavano il Mar Ligure con le regioni più interne fino al Lago di Ginevra furono chiamate Strade del Sale. Dopo la spartizione della Contea di Ventimiglia del 1261, ebbe inizio il progressivo decadimento della bassa Valle Roya. Dovendo partire da Nizza, la si escludeva tramite il Col de Braus, Sospello ed il Col de Brouis: a Breglio ci si ricongiungeva alla vecchia strada. Oppure si sceglievano altri passi: principalmente il Colle della Finestra, alla testata del vallone della Vésubie e della Valle Gesso, oppure il Colle del Sabbione. La Valle Roya riprese quota solo allorché Carlo Emanuele I di Savoia, dopo aver ripreso possesso della Contea di Tenda nel 1575, avviò i lavori di ripristino e di allargamento (a 150 cm) della strada, a volte scavata nella viva roccia. Era il 1591. Nel 1788 Vittorio Amedeo III terminò l’ammodernamento della via, che a quel punto poteva considerarsi la prima vera strada su un passo alpino (il Gran San Bernardo fu aperto solo nel 1810). Nel 1928 fu ultimata la costruzione della ferrovia Cuneo-Ventimiglia.

Con queste premesse storiche e commerciali, le due grandi aree di protezione naturale sui due versanti dello spartiacque non potevano rimanere isolate per molto tempo.

Gemellati dal 10 luglio 1987, i due parchi hanno iniziato molte operazioni in comune. Insigniti nel 1993 del Diploma Europeo del Consiglio d’Europa, sono ormai la premessa fondamentale del parco che, con i suoi 33 km di confine in comune ed una superficie totale di quasi 1.000 kmq, potrebbe essere il primo veramente europeo.

L’ingegnere ambientale Marina Jauffret, un po’ sfuggente sul bollente problema del lupo, parla con entusiasmo dei prossimi obiettivi in comune: “… i nostri scopi sono soprattutto pratici. Organizziamo scambi tra guardiaparco itialiani e francesi. Confrontiamo i punti di vista ed i modi di lavorare. Abbiamo creato degli itinerari escursionistici transfrontalieri e realizzato materiale bilingue di presentazione al pubblico, con l’obiettivo di giungere ad una segnaletica in comune”.

postato il 20 novembre 2014