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La burocratica fine del glorioso CAI-Lima

La burocratica fine del glorioso CAI-Lima
a cura del Club Amici delle Ande – Celso Salvetti

La Sezione del CAI-Lima “Eugenio Margaroli”, fondata nel 1973 da Celso Salvetti, non esiste più.
La storia del CAI-Lima è legata al nome di Celso Salvetti, nato nel 1934 in Friuli e alpino per eccellenza. Uomo innamorato della montagna e della natura, è stato un grande amico di tutti gli alpinisti. Gli piaceva essere chiamato “conducente di muli”, suo compito nei mesi di naja nel btg. Tolmezzo. Lo conoscevano tutti, alle adunate degli Alpini spiccava imponente con il suo metro e novanta di statura e l’inseparabile zaino, di scorta al vessillo della sezione Perù dell’ANA della quale è stato presidente per lunghi anni.

Celso Salvetti
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Era famoso per la sua singolare generosità, da tutti stimato come leale e prezioso ambasciatore di tutti gli alpinisti italiani sulle Ande Peruviane.
In occasione del terremoto che nel 1970 sconvolse la zona di Huaraz, fu lui il primo ad arrivare con uomini e aiuti. Ma non è tutto: per le suore della Carità di San Vicente di Paul, finanziò una scuola in un quartiere povero di Lima e collaborò alla costruzione della casa di riposo Giobatta Isola sempre a Lima.
Per queste attività svolte ai fini sociali in Perù, fu insignito Cavaliere Ufficiale e Commendatore della Repubblica Italiana.
Celso Salvetti e stato il fondatore della Sezione Particolare del CAI a Lima, e ne fu il presidente dalla sua fondazione sino al giorno della sua scomparsa avvenuta a Domodossola il 27 aprile 2011.
In continuità di legame con questa particolare sezione, la Presidenza era stata poi affidata alla cara moglie di Celso, la signora Marjeta Starin in Salvetti.

La storia del CAI-Lima sezione “Eugenio Margaroli” (dal nome della guida alpina ossolana, deceduta sul lavoro in Perù) è davvero originale.
Intanto è stata l’unica sezione del CAI fondata all’estero, in Perù appunto.
La vita di Salvetti è stata avventurosa e rocambolesca come poche: partito da emigrante in cerca di fortuna nel 1954, dopo quaranta giorni di nave raggiunse il Perù. Qui si divise fra duro lavoro di miniera a 5000 metri di quota e svariate attività.
Infine Salvetti si stabilì a Lima diventando imprenditore di successo. L’agiatezza economica gli permise di tornare a occuparsi della sua antica passione per la montagna. Alla fine erano più di 150 le sue ascensioni nelle Ande.
Passione coltivata anche contribuendo gratuitamente all’organizzazione logistica e al sostegno delle spedizioni italiane nelle cordigliere andine.

Celso Salvetti a una sfilata degli Alpini
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Negli ambienti alpinistici di mezza Europa si diffuse così la voce di un italiano di Lima che aiutava gli alpinisti. Celso era presto divenuto un punto di riferimento in grado di dar loro una mano a risolvere i problemi che si presentavano.
Dalla casa di Celso Salvetti passarono i nomi più importanti dell’alpinismo italiano, da Riccardo Cassin, Tino Albani, Renato Casarotto, Agostino Da Polenza, Casimiro Ferrari con i Ragni di Lecco, Pinuccio Castelnuovo, Silvio Mondinelli detto “Gnaro”, Graziano Bianchi, Sergio Necchi, Alberto Brocheri, Fabio Masciadri, Giuseppe “Franzin” Cazzaniga, Luciano Vuerich, Fabio Agostinis, Nives Meroi, Romano Benet, Giancarlo Del Zotto, Giuliano Mainini, Rino Zocchi, i fratelli Rusconi, Nino e Santino Calegari, e tanti altri ancora.

Una per tutte va ricordata la spedizione “Città di Trento” del 1971 al Nevado Caraz, nella quale perirono i forti alpinisti Bepi Loss e Carlo Marchiodi.
Anche in quell’occasione Celso Salvetti diede un importante aiuto. Prima nell’organizzazione logistica, per il trasporto dei materiali e per l’organizzazione dei campi, e poi, a seguito della disgrazia, in un paese dove non esisteva il soccorso in montagna, organizzò il recupero e il complicato rimpatrio delle povere salme.

Proprio per i diversi interventi di soccorso, operato sulle montagne Andine, l’allora Presidente Nazionale del Soccorso Alpino Bruno Toniolo gli conferì la Tessera di socio Vitalizio Onorario del CNSA.

Non si può non ricordare anche il ragno di Lecco Casimiro Ferrari, divenuto un grande amico di Celso, protagonista della prima salita sull’Huantsan in Cordillera Blanca nel 1972. Alcuni componenti della spedizione sono stati soci aggregati; Gianbattista Zaroli, Tonino Galmarini, Mario Mazzoleni, e il medico Sandro Liati, anch’egli membro dei Ragni di Lecco.

Celso Salvetti
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Fabio Masciadri (accademico del CAI dal 1958) racconta: “Nel lontano luglio del 1973 organizzai una piccola spedizione esplorativa in una zona delle Ande del Perù, posta tra le cordigliere di Raura e di Huayhuasch, per verificare l’esistenza e l’ubicazione di un gruppo di nevados sconosciuti intravisti in lontananza dall’accademico Pino Dionisi durante le sue ascensioni sui “5000” di Raura. Riccardo Cassin mi indirizzò a Celso Salvetti, che lo aveva aiutato generosamente per la sua spedizione in Cordillera Blanca.
Conobbi Celso e diventammo amici. Immediatamente risolse molti dei nostri problemi. Senza pretendere un soldo ci ospitò al Circolo Deportivo Italiano e ci “trasportò”, con due fuoristrada, fino alla diga di Surasaca, nel cuore della Cordigliera di Raura. Per merito suo riuscimmo a individuare i misteriosi nevados rilevati soltanto sulle recentissime carte fotogrammetriche USA. Celso fu entusiasta della scoperta tanto che nel 1974 e nel 1975 organizzò e finanziò due spedizioni, alle quali partecipò personalmente. Furono esplorati tutti i versanti del gruppo, assai vasto, e salite le cime principali chiamate Millpo
”.

Celso Salvetti era oramai un personaggio conosciuto dagli alpinisti esploratori delle Ande Peruviane, e il CAI di Lima ancora non esisteva. Infatti fu fondato solo nel luglio 1973 grazie all’interessamento di alcuni alpinisti conoscitori delle montagne peruviane divenuti amici di Salvetti, Fabio Masciadri, accademico del CAI e Lodovico Gaetani, allora dirigenti alla sede Centrale del CAI. Soci fondatori: Giuseppe Franzin Cazzaniga (Medaglia d’Oro del CAI conferitagli nel 1999), Mariola Masciadri (curatrice per 11 anni della rivista Lo Scarpone del CAI) e Fabio Masciadri.

Quel che più è rimarchevole però è che il CAI-Lima non ha scritto solo pagine importanti di storia dell’alpinismo passato, ma ha contribuito a scriverne di nuove. Infatti, nel 2004 al CAI Lima è stato attribuito il prestigioso riconoscimento “Premio Paolo Consiglio” per aver patrocinato e organizzato la migliore spedizione alpinistica extraeuropea di quell’anno, compiuta in stile alpino, senza sponsorizzazioni commerciali e portatori d’alta quota. La spedizione era composta dalle guide alpine Fabrizio Manoni ed Enrico Rosso: nel 2003 avevano fatto la prima salita integrale della cresta sud del Nevado Copa 6188 m nella Cordillera Blanca. La via è stata dedicata proprio al fondatore del CAI-LIMA, Celso Salvetti, in segno di ringraziamento per il suo grande e disinteressato impegno a favore dell’alpinismo italiano in Perù.

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Non solo. Tutti gli anni la “particolare” sezione svolgeva i propri raduni in diverse regioni d’Italia, che invece di esaurirsi in eventi nostalgico-commemorativi, promuoveva, in collaborazione con soci aggregati, ma iscritti ad altre sezioni CAI, incontri e dibattiti per incentivare l’attività alpinistica in alta montagna, in particolare in Perù, stimolando e favorendo la conoscenza reciproca e l’incontro fra alpinisti al fine dello scambio d’informazioni, esperienze e documentazione.

Il Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI, nella sua riunione del 28 novembre 2015, applicando statuto e regolamento, ha deliberato lo scioglimento della Sezione di Lima, ai sensi dell’Art. 49 comma 6 del Regolamento Generale. Il fatto non è piaciuto a molti, perciò si è tentato di intervenire presso la Direzione Nazionale ma senza successo. Contro una decisione pressoché unanime del massimo organo del CAI non c’è altra possibilità che un ricorso ai Probiviri i quali, come ovvio, non possono che osservare quelle norme statutarie che sono contrarie alla sopravvivenza della sezione.

Il CAI-Lima è stato un contenitore particolare e prezioso, era la memoria storica di molte spedizioni di alpinisti italiani in terra peruviana, un patrimonio di alpinismo epico che ci auguriamo non venga disperso. Per questo motivo è stato fondato il Club Amici delle Ande – Celso Salvetti. Possono aderire al nuovo Club tutti coloro che hanno avuto esperienze nelle Ande, e anche chi lo vorrà fare in futuro: per trovare amicizia, suggerimenti ed esperienza. I soci fondatori sono Marjeta Starin in Salvetti (Presidente onorario), Fabio Masciadri (Presidente, già socio fondatore CAI-Lima nel 1973), Sergio Necchi (Vicepresidente), Paolo Paracchini (Segretario). La sede legale del Club è Casa Masciadri – via Cadorna 2 – 22032 Albese con Cassano (CO). La sede della Segreteria è Casa Paracchini – Borgata Prata 31 – 28845 Domodossola. La prima Assemblea si terrà il 24 e 25 settembre 2016 a Domodossola, con la partecipazione di numerosi amici alpinisti, accademici e guide alpine – tra cui l’amico Kurt Diemberger.

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Le bombole d’ossigeno sono doping?

Le bombole d’ossigeno sono doping?
di Carlo Alberto Pinelli

 

Questo è argomento di carattere apparentemente solo alpinistico, sia a motivo delle ricadute ambientali che i comportamenti di cui si discute hanno avuto e continuano ad avere sull’integrità degli ambienti himalayani, sia perché sin dall’inizio Mountain Wilderness ha compreso e interiorizzato i legami che uniscono, in una complessa rete di rapporti espliciti o sotterranei, la tutela “ecologica” e paesaggistica dell’ambiente montano alla qualità delle esperienze esistenziali che in quei luoghi “alti e incontaminati” possono essere sperimentate.

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Proprio da tali relazioni deriva il peculiare carattere “umanistico” che contraddistingue Mountain Wilderness. Gli interrogativi sulla liceità dell’uso delle bombole d’ossigeno in alta quota si sono riaffacciati alla ribalta e pretendono ormai spiegazioni non reticenti, sull’onda di quanto sta accadendo lungo la via normale alla vetta dell’Everest, degradata a penoso trampolino per l’affermazione di ambizioni personali che ben poco hanno in comune con i valori e le competenze del vero alpinismo. Personalmente sono convinto da sempre che l’utilizzazione dell’ossigeno equivalga a una droga dopante, anche se solo in senso lato. Con buona pace di Hillary e Tenzing (di fronte ai quali comunque mi levo il cappello) reputo che i primi autentici salitori dell’Everest siano stati coloro che ne hanno saputo raggiungere la vetta lottando lealmente contro l’ipossia. Il dibattito che Mountain Wilderness intende rilanciare non dovrebbe tuttavia restringersi entro confini accademici, ma sfociare in qualche proposta concreta, in grado di costringere i club alpini, l’UIAA che li riassume, i governi delle nazioni himalayane a prendere le distanze da una pratica così ambigua e sleale. Utopia? Chi può dirlo senza averci provato? Forse oggi i tempi sono maturi per proporre un simile salto di qualità.

Swiss National TV: Expedition to Mount Everest
Swiss National TV: Expedition to Mount Everest

Il primo provvedimento che dovrebbe essere preso (e ne parla Renato Moro) in fondo non è troppo difficile: la compilazione di un elenco con due categorie di “vincitori”: quelli che sono saliti con le bombole e quelli che ci sono riusciti senza usarle. Basterebbe l’esistenza di un simile doppio binario e la sua capillare diffusione a far abbassare la cresta alle centinaia di vanitosi sprovveduti che si affannano a salire in fila indiana, come un esercito di processionarie, lungo il rosario di corde fisse piazzate dalla base della montagna alla vetta da legioni di sherpa. Su questo tema abbiamo raccolto i pareri di un primo gruppo di personaggi che direttamente o indirettamente ne hanno conosciuto a fondo le implicazioni: Renato Moro (ex-presidente della commissione spedizioni extraeuropee dell’UIAA), Maurizio Giordani (guida alpina, esperto di Himalaya e garante internazionale di Mountain Wilderness), Paulo Grobel (guida alpina francese e organizzatore di viaggi in Himalaya), Paolo Cerretelli (una della massime autorità mondiali nel campo della ricerca medica e fisiologica in alta quota) e Alberto Rampini (Presidente del Club Alpino Accademico Italiano).

Qui sotto i loro pareri. Ci auguriamo che altri seguiranno.

Bombole abbandonate al Colle Sud dell’Everest
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Renato Moro
In merito al problema dell’uso dell’ossigeno in alta quota riassumo quanto è stato fatto (o meglio, non fatto) dalla Commissione Spedizioni extra-europee dell’UIAA quando ne ero Presidente.
Avevo proposto di formare un ristretto gruppo di esperti che dopo aver analizzato il problema nei suoi aspetti giuridici, etici, sportivi elaborasse un documento da sottoporre al consiglio centrale dell’UIAA. Contemporaneamente avevo analizzato il lato medico- sportivo con alcune federazioni e i giudizi in merito erano chiari. L’ossigeno è doping.
Con mio disappunto la proposta venne bocciata con voto contrario anche della commissione medica dell’UIAA. In seguito proposi di istituire un elenco speciale di ascensioni agli Ottomila realizzate con certezza senza l’utilizzazione delle bombole in qualsiasi fase della scalata. Mi sembrava logico fare due classifiche delle ascensioni “con e senza”, dando alle seconde il giusto valore. Tale metodo avrebbe dovuto essere adottato anche nel conferimento di contributi o onorificenze. Non ho vinto neanche su questo fronte. Da ciò è derivata la mia decisione di dimettermi dalla Commissione, la quale in seguito è stata soppressa. Come si vede, una nuova iniziativa non riuscirebbe a cavare un ragno dal buco, perché troppo forti sono le pressioni sui decisori dell’UIAA delle agenzie che organizzano spedizioni commerciali; dietro alle quali ci sono gli stessi governi delle nazioni himalayane, le lobbies dei portatori d’alta quota e la pressione di tanti alpinisti che desiderano aggiungere ai loro palmares anche l’Everest o il K2, ma non sarebbero in grado di scalare quelle vette prestigiose senza l’aiuto dopante dell’ossigeno.
E’ un mondo che non mi appartiene più. Forse sono vecchio. Di certo sono disilluso.

Maurizio Giordani
Per etica e coerenza sono stato sempre contrario all’uso dell’ossigeno in quota e mai l’ho portato nelle mie spedizioni (piuttosto non salgo e torno indietro) ma credo, dato che il 90% di chi sale in alto lo usa… sia abbastanza problematico il suo bando…

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Paulo Grobel
Aprire un dibattito sull’utilizzo dell’ossigeno in Himalaya? Semplicemente, a mio avviso, non c’è motivo di rivangare un simile argomento. La cosa infatti è assodata: le bombole d’ossigeno sono una droga dopante. Cioè un indebito elemento esterno che aumenta le prestazioni in quota. Punto e basta.

Purtroppo la grande maggioranza degli alpinisti che affronta l’Everest continua a utilizzare l’ossigeno; e oggi questa pratica si sta diffondendo anche sui “piccoli” 8000.

Per quale ragione un “desiderio di Everest” dovrebbe giustificare l’uso di qualsiasi mezzo per raggiungere la meta? Allora, a questo punto, paradossalmente, perché non utilizzare l’elicottero per evitare i rischi della prima seraccata, sopra il campo base del versante nepalese?

Che cosa spinge gli alpinisti, desiderosi di confrontarsi con le più alte vette della terra, a rifiutare di vivere pienamente ciò che costituisce la specificità della grande altitudine e il suo principale interesse: l’ipossia e i suoi pericoli? Certamente è lecito porci delle domande sul significato reale e sulla reale nobiltà delle realizzazioni di questi veri o presunti alpinisti… Ma alla fine dei conti quelli sono fatti loro. Che facciano e dicano dunque quello che vogliono, da Pierre Mazeaud a Luc Jourjon. Del resto l’uso dell’ossigeno non è che la parte visibile dell’iceberg dell’eccesso dei mezzi utilizzati indebitamente. Penso che l’abuso sistematico delle corde fisse e la negazione della nozione della salita in cordata veicolino un messaggio ancora più deleterio. C’è un immenso rischio di vedere propagarsi e rendere sistematiche queste forme di ascensione devianti, dall’Island Peak all’Everest passando per l’Ama Dablam.

Dunque porsi il problema della liceità dell’ossigeno equivale a mettere in discussione la quasi totalità dei mezzi utilizzati dagli alpinisti per realizzare un’ascensione “ alla moda”. E stimola a riflettere sulla recente evoluzione (involuzione?) dell’alpinismo sulle più alte montagne della terra. Le previsioni non sono certo tranquillizzanti. Temo che l’avvenire non ci riservi sorprese positive, sull’Everest o altrove.

Anche lasciando da parte le questioni etiche e filosofiche sono convinto che l’utilizzo dell’ossigeno sia oggettivamente pericoloso.

Esso permette a chi se ne serve di ritrovarsi un bel momento in un luogo dove non potrebbe e non dovrebbe trovarsi. Se qualcosa nell’erogatore va storto o la bombola si svuota strada facendo, costui è perduto. Letteralmente perduto. In qualità di guida di alta montagna ritengo che sia una situazione molto complicata da gestire. Aiutare qualcuno ad andare più su di quanto sarebbe capace comporta l’accettazione di un rischio supplementare. La stessa guida potrebbe trovarsi in serie difficoltà nella gestione di un cliente sprovvisto di risorse psico-fisiche sufficienti (vedi gli incidenti al Manaslu con un cliente e al Makalu con un nepalese, le circostanze dei quali non sono state analizzate a dovere per trarne insegnamenti).

Inoltre mi piace molto la nozione di condivisione e di apprendistato che esiste nell’alpinismo. Raggiungere una certa sobrietà nell’uso dei mezzi tecnici in Himalaya necessita un apprendistato che ha alla radice la reale volontà di mettere in gioco tutte le proprie risorse naturali, spesso al prezzo della riuscita. Senza aggiungere che questo approccio “by fair means” presuppone una catena organizzativa, relazionale e decisionale impeccabile. Per concludere non assumerò mai ossigeno e non lo faranno neppure i miei compagni di cordata. E non andrò mai sull’Everest… malgrado un forte “desiderio di Everest”.

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Paolo Cerretelli
Non è doping, perché l’ossigeno non è una sostanza particolare, è nell’aria. Ma certamente se le regole della prestazione prescrivono la salita senza ossigeno, usarlo è sbagliato. Dico che non è una droga perché non potenzia la persona, la riporta solo alle sue condizioni normali. E’ lo stato di ipossia ad essere anormale. Il doping è un concetto che a mio parere qui non si applica. L’importante è che tutte situazioni vadano dichiarate per fare i giusti paragoni: se uno non lo fa è un truffatore.

Alberto Rampini
Contrariamente a quanto da molti sostenuto, ritengo che l’utilizzo dell’ossigeno nella pratica dell’alpinismo non possa definirsi “doping” per due ordini di motivi.

Primo, perché doping nel linguaggio comune fa riferimento a una attività sportiva agonistica o comunque strettamente prestazionale che è (o dovrebbe essere) del tutto estranea al mondo dell’alpinismo. E se non lo fosse, a mio avviso saremmo in presenza di un’attività sportiva che comunque con l’alpinismo ha ben poco a che vedere.

Secondo, perché il doping agisce rafforzando e amplificando artificialmente le facoltà mentali e/o fisiche dell’atleta, in modo tale da consentirgli di esprimere risultati altrimenti impossibili, mentre l’utilizzo dell’ossigeno, al di là di perseguire lo stesso risultato finale, non opera un innalzamento artificioso delle facoltà dell’individuo ma opera uno scardinamento di alcune delle fondamentali regole naturali che governano il pianeta, abbassando artificiosamente la quota delle montagne.

Considerando che il fattore quota è sempre uno degli elementi che contribuiscono a definire i parametri di difficoltà e impegno di una salita, e quindi dell’intima soddisfazione e appagamento che ne derivano, è evidente che riducendo questa componente viene a essere stravolto il senso complessivo e unico dell’esperienza che si va a vivere.

Non si può parlare quindi di doping. Ma di truffa, sì. Truffa nei confronti della storia dell’alpinismo, che si cerca di forzare nelle sue tappe evolutive naturali, e truffa anche nei confronti di se stessi, originando un insanabile dissidio tra l’essere e il voler essere.

E ci limitiamo a quanto sopra, dando per scontato che tutti onestamente dichiarino le caratteristiche e il perimetro sull’impresa effettuata, perché diversamente entreremmo nel campo del dolo.

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E’ pur vero, si potrà obiettare, che l’utilizzo dell’ossigeno affonda le sue radici già nei primordi dell’esperienza alpinistica alle quote superiori. Nelle prime spedizioni strutturate e significative all’Everest, quasi un secolo fa, la pratica era accettata, ma, si badi bene, come una presunta necessità, ritenendosi, per mancanza di sperimentazione, che alle quote massime la sopravvivenza dell’uomo non fosse altrimenti possibile.

Già allora, tuttavia, nonostante questa convinzione, i protagonisti più sensibili intuivano che l’uomo poteva e doveva fare di più per rapportarsi anche all’alpinismo di quota “by fair means”, così come si era fatto, tranne qualche eccezione, nella conquista delle vette alpine.

Noel Odell, riferendosi al tentativo Mallory, che seguì dall’ultimo campo, a proposito dell’uso dell’ossigeno scriveva: ”Credo che la sua importanza sia stata esagerata e un alpinista, purché sappia acclimatarsi… può benissimo farne a meno… anzi l’uso abbondante dell’ossigeno è fonte di pericolo, perché impedisce l’acclimatamento… ho la ferma convinzione che sia possibile scalare l’Everest e arrivare in vetta senza l’ausilio dell’ossigeno”. E siamo nel 1924.

Riconosciuta la storicità dell’utilizzo dell’ossigeno, potrebbe apparire contradditorio auspicarne finalmente l’abbandono totale e senza compromessi.

Ma così non è.

La storia dell’alpinismo, nelle sue varie epoche e nelle sue varie espressioni, ci insegna che gli elementi che più allontanano la pratica alpinistica da un rapporto diretto e naturale dell’uomo con la montagna sono destinati a essere riassorbiti, anche se purtroppo l’andamento ciclico di queste situazioni crea inevitabili tensioni e contraddizioni.

La crescente sensibilizzazione sul fenomeno genera perlomeno interrogativi di massa e di conseguenza un minor apprezzamento generalizzato per il fenomeno, il che porterà con ogni probabilità a un calo progressivo della domanda e quindi dell’offerta, soprattutto da parte degli organizzatori delle spedizioni commerciali.

A oggi comunque, al di là delle considerazioni già accennate in merito al rispetto per la naturale evoluzione della storia e per il significato etico del rapporto del singolo con la montagna, occorre anche prendere atto dell’aspetto legato all’inquinamento che la pratica produce, sia quanto a garbage sia quanto semplicemente a sovraccarico ambientale.

L’alpinismo “di massa”, al pari dell’arrampicata “di massa”, produce impatti significativi, spesso inopportuni e irreversibili, sull’ambiente naturale ed è evidente che in questo senso l’utilizzo dell’ossigeno incrementa una frequentazione abnorme, rispetto alle caratteristiche ambientali specifiche, e di conseguenza non di rado poco consapevole.

Ne derivano insistenza di sovraccarico in aree limitate e ben definite, con conseguente inquinamento ambientale in senso stretto.

Ma preoccupa anche il correlato inquinamento culturale, in grado di danneggiare l’immagine dell’alpinismo come vorremmo che fosse. E questo vale non solo per l’ossigeno ma anche per i portatori. E i due discorsi si intrecciano.

Per me sono problemi innanzitutto di carattere etico e storico, per altri magari di valore prestazionale.

Detto questo, a condizione che venga rispettato l’ambiente e gli altri, ognuno è libero di concepire e praticare un alpinismo diverso. Ma con onestà e consapevolezza del valore del proprio agire.

 

Aggiungiamo, in pillole, alcuni pareri:
Silvio Gnaro Mondinelli: i professionisti non lo usano.
Gerlinde Kaltenbrunner: con le bombole è doping.
Marco Prezelj: è come suonare in playback.
Hans Kammerlander: l’ossigeno oggi è doping.
Karl Unterkircher: e i matti saremmo noi?
Reinhold Messner: non è doping, ma facilita molto
Soro Dorotei: l’ossigeno è un trucco pericoloso.
Annalisa Cogo: è un problema etico.
Claudio Marconi (CNR): vietarlo, come l’emotrasfusione.
Giancelso Agazzi: prima di tutto la sicurezza.
Simone Moro: l’ho usato, ma lo condanno.
Mario Panzeri: usarlo è una vergogna.
Nives Meroi: è un’offesa alla montagna.
Mario Merelli: no ai portatori d’alta quota.
Sergio Martini: è una scelta personale.
Fausto De Stefani: siamo alla pazzia pura.
Alex Busca: è doping, fa andare più forte.
Mario Vielmo: no alla vetta a tutti i costi.
Elizabeth Hawley: è giusto distinguere.

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La montagna del destino

La montagna del destino

Venerdì 26 febbraio 2016, alle 15.37 (ora locale), Simone Moro, Alex Txikon e Alì Muhammad Sadparà realizzano la storica prima salita invernale del Nanga Parbat, la montagna che anche per loro diventa una personale Schicksalsberg (la montagna del destino). Tamara Lunger si è fermata un centinaio di metri sotto la vetta. Verso le 20 (sempre Pakistan time) tutti gli alpinisti hanno fatto ritorno al campo 4 a 7150 m. E il giorno dopo hanno fatto ritorno alla base, sani e salvi.

Un’impresa ai limiti delle possibilità umane, come ben dimostra la gran quantità di fallimenti precedenti” riassume Sandro Filippini.

Un’avventura su quella che è, dopo l’Annapurna, la seconda montagna killer. La montagna delle tragiche fatalità delle spedizioni tedesche degli anni Trenta e del mito di Hermann Buhl (1953). Sul quel versante Diamir che ha visto la tragedia di Albert Frederick Mummery (1895), la caduta mortale di Sigi Loew (1962), la scomparsa di Guenther Messner (1970) e l’eccidio talebano dei dieci alpinisti al campo base (2013), solo per citare le morti che sono diventate storia.

Quel venerdì ho seguito con ansia, direi trepidazione, il loro metodico incedere verso la vetta. Data la scelta che Simone Moro ha fatto per questa spedizione, di non essere troppo informatico e tecnologico, non abbiamo avuto la possibilità di seguire in tempo davvero reale la salita. Solo la traccia gps di Txikon e i binocoli della sua fidanzata Igone Mariezkurrena lasciavano scandire più o meno ogni ora i progressi del team e davano sufficiente spazio alla nostra fantasia.

Alle 7.00, consultando twitter e il sito Altitude Pakistan, arriva l’informazione che i quattro sono a 7650 m. Lo si vede dal tracciato sulla nitida immagine di Google Earth. Là sono le 11.00. Una foto della Mariezkurrena ci mostra tre puntolini spersi in un mare di roccia e ghiaccio ripidi. Il quarto puntino sta seguendo un itinerario differente, più roccioso. Alle 8.30 sono a 7800 m (12.30 ora locale). Mi abbandono a ovvi calcoli: se in 90 minuti hanno superato 150 metri, vuole dire che avanzano al ritmo di 50 metri all’ora. In base a questo conto della serva, alle 10 mi aspetto che siano a 7950 m: e invece sono a 8000 m! Sì, questa volta ce la fanno! Nel mio intimo parte un tifo come ho visto solo per certe partite di calcio.

Il versante Diamir del Nanga Parbat. Foto: Alex Txikon
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Poi la notizia della vetta, per noi alle 11.37, con la cadenza quasi scientifica di una marcia di regolarità…

Tutta la mia piccola vita alpinistica si relaziona con un momento come questo: qui, isolato e comodo nel mio studio, a contatto virtuale ma emotivo con la grandiosità più magnifica. Sono sopraffatto da quanto metodo, quanta determinazione siano stati necessari. Quanta convinzione di farcela. E sento quanto dovrò ancora penare prima di saperli un po’ più al sicuro, al campo 4.

E il giorno dopo, ancora, a spiare la notizia finale del loro arrivo al campo base.

Quanta strategia! Strategia di movimento, di logistica, di acclimatamento, di perseguimento meticoloso della propria buona salute.

Ogni più piccolo particolare è essenziale per una gestione alpinistica efficace. Bisogna essere disincantati sulle delusioni meteo, sugli accadimenti, sugli incidenti grandi e piccoli: soprattutto sugli uomini, che hanno la capacità di entusiasmarti per la loro capacità di resistere, di farsi amare per le loro qualità e farsi odiare per i loro difetti. Occorre avere quella meravigliosa capacità, più o meno consapevolmente, di coordinare i dati che arrivano ogni minuto, interpretando le proprie sensazioni immediate e sommandole alle reazioni dei compagni che a loro volta ti hanno giudicato. E’ necessaria una verifica puntigliosa che ciò che stiamo facendo sia sempre almeno un pelo al di sopra della sufficienza, sapendo che questa è variabile. La soglia della percezione del rischio, che già in una normale gita in montagna può presentare una notevole latitudine di posa, qui può schizzare in alto senza che neppure lo sospettiamo. Solo l’esperienza ti può far riconoscere questo salto contro natura, quell’insidioso accantonamento di una valutazione più prudente. Solo la sommatoria di quattro esperienze può riconoscere, ad ogni minuto, quante porte abbiamo lasciate aperte per il nostro ritorno alla vita di mano in mano che ci si avvicina alla meta di questo viaggio per molti versi estraneo alla vita stessa.

E’ stato detto che questo successo è stato frutto dell’esperienza alpinistica, manageriale e della professionalità di Simone Moro, della forza e determinazione di Alex Txikon e della voglia di riconoscimento e di onore di Alì Sadparà. E’ un’affermazione troppo netta, tendo più a credere che tutti e tre abbiano un bel mix di quelle qualità. Senza dimenticare la quarta.

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Infatti, la quarta. La Lunger non ce l’ha fatta? Ci rendiamo conto che ha rinunciato alle 14, quando restavano solo altre tre ore prima del tramonto? Se era indietro rispetto agli altri c’era un motivo. La 29enne di San Valentino in Campo (BZ) ha raccontato al sito www.stol.it l’episodio che l’aveva vista protagonista durante la discesa per raggiungere il campo 4. Nel saltare un crepaccio largo poco più di mezzo metro, nell’appoggiare lo scarpone il bordo ha ceduto e lei è scivolata per 200 metri prima di fermarsi grazie alla neve fresca che ne ha rallentato la caduta. Oltre alla grande paura, tornare alla tenda è stato molto impegnativo. Per fortuna non ha riportato conseguenze se non dolori un po’ in tutto il corpo e un piccolo trauma. Ma il giorno dopo le ha presentato il conto, ancora problemi di stomaco, nausea, affaticamento.

Farsi aspettare avrebbe quasi certamente comportato farsi trovare dall’oscurità ancora lontani dalla piccola tenda del campo 4 o, peggio, ancora in discesa sul ripido pendio che stavano finendo di salire, 600 metri di precipizio tra vetta e grande conca innevata sottostante. Con freddo a -33° e con vento tra i 45 e i 50 km/h, anche il più lieve malessere ti stronca. E ancora una volta lo spirito di squadra, e quindi di sopravvivenza, ha avuto la meglio.

Altrettanto decisiva era stata la mossa di partenza di fondere le due spedizioni, nate autonome, al punto da essere impegnate su due vie diverse.

Sandro Filippini: “L’armonia del gruppo è stata fondamentale. Ha consentito ad Alex, Alì, Tamara e Simone di resistere mentre tutte le altre spedizioni si ritiravano. Prima i polacchi Adam Bielecki e Jacek Tcech, che sognavano un’impossibile salita in velocità, poi l’altro polacco Tomek Mackiewicz, veterano del Nanga e di nessun altro 8000, e la francese Elisabeth Revol sulla via Messner-Eisendle, e infine anche i polacchi della spedizione Nanga Dream che tentavano dal versante sud, poi “sostituiti” dalla statunitense Cleo Weidlich e dai suoi tre sherpa, rinunciatari anche loro”.

Un capolavoro lo si vede a occhio nudo, con facilità e spesso anche quando si è inesperti in quell’arte. Tanto è facile riconoscerlo, tanto è difficile compierlo.

Vinicio Stefanello dice che bisogna infilare “le scelte giuste per non… sbroccare“. Piccole e grandi scelte che a un occhio ingenuo sembrano sempre piccole e grandi fortune. Come “saper formare la cordata giusta. O, meglio ancora, saper stare in cordata (Vinicio Stefanello)”.

Alì Muhammad Sadparà, Alex Txikon, Simone Moro e Tamara Lunger
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Storia invernale del Nanga Parbat
Sull’onda dei successi polacchi nelle salite invernali di alcuni tra le più importanti vette di Ottomila metri dell’Himalaya, il primo tentativo di scalata invernale del Nanga Parbat avviene nel 1988-1989. Una squadra di dieci alpinisti (otto polacchi, un colombiano e un italiano), guidati da Maciej Berbecka decide di tentare la scalata al Nanga Parbat, prima per la parete Rupal, poi per la parete Diamir. Per la via Messner, il capo-spedizione, assieme a Piotr Konopka e Andrzej Osika, raggiunge la quota di circa 6700 m. Il team è però costretto ad abbandonare per le temperature basse, il ghiaccio duro, il forte vento e il numero esiguo di finestre di bel tempo.

Berbeka torna al Nanga nell’inverno del 1990-1991, forte dell’esperienza dell’anno precedente, con undici alpinisti, di cui sette polacchi e quattro inglesi. Ancora una volta è scelta la via Messner, ma ancora non riescono a sistemare il campo 3. Con notevole disinvoltura organizzativa, Berbeka non si perde però d’animo e si rivolge alla via Schell: ma anche qui, a 6600 m, Andrzej Osika e John Tinker si arrendono per il vento fortissimo.

Nel 1992-1993 giungono al campo base del Rupal i francesi Eric Monier e Monique Loscos. Il 9 gennaio il solo Monier, seguendo la via Schell, non va oltre i 6500 m, sempre a causa del vento.

Nell’inverno 1996-1997 sono due le spedizioni a provare. La spedizione britannica, diretta da Victor Saunders, assedia la via Kinshofer (Diamir), ma si ferma a 6000 m a novembre, quindi prima dell’inizio dell’inverno. La seconda, polacca, è diretta da Andrzej Zawada. La squadra giunge al campo 4, ma poi Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel devono rinunciare a causa di forti congelamenti (Trzmiel era solamente a 250 m dalla vetta). Giunti al campo base i due sono evacuati con l’elicottero.

Nel 1997-1998 è ancora Andrzej Zawada a guidare i suoi connazionali polacchi sulla via Kinshofer. La spedizione raggiunge i 6800 m, ma un’eccezionale nevicata li ferma. Causa una scarica di sassi, è da registrare il ferimento a una gamba di Ryszard Pawlowski.

Questa serie di insuccessi scoraggia un po’ le ambizioni. Occorre attendere la stagione invernale 2004-2005 prima che i fratelli austriaci Wolfgang e Gerfried Goeschl provino ancora la via Kinshofer, senza oltrepassare quota 6500 m.

Poi sono i soliti polacchi a riprovare (2006-2007). Oltre al capo-spedizione Krzysztof Wielicki, ci sono Jan Szulc, Artur Hajzer, Dariusz Załuski, Jacek Jawień, Jacek Berbeka, Przemyslaw Łoziński e Robert Szymczak. Non superano i 7000 m per la via Schell.

L’anno successivo, nel 2007, è l’italiano Simone La Terra, assieme a Mehrban Karim, che prova a conquistare la vetta scegliendo di passare sulla parete Diamir, ma la notte del 21 dicembre una bufera di neve gli spazza via la tenda cucina con tutte le provviste. I due alpinisti decidono di non proseguire.

Nella scarsa qualità di questa foto sono appena visibili i tre puntini di Txikon, Moro e Lunger. Foto: Igone Mariezkurrena
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Nevicate insolitamente abbondanti costringono nell’inverno successivo (2008-2009) i polacchi di Jacek Teler e Jaroslaw Żurawski a piazzare il campo base ben 5 km prima di quello solito. Tentativo nato male in partenza.

Nell’inverno 2010-2011 il russo Sergei Nikolaievich Cygankow prova la via Kinshofer da solo, ma dopo pochi giorni dall’arrivo al campo base e a 6000 m inizia ad avere i sintomi di edema polmonare: quindi si ritira.

Nel contempo il duo polacco di Tomasz Tomek Mackiewicz e Marek Klonowski, fregiandosi di Justice for All – Nanga Dream, arrivano al campo base per tentare anche loro la via Kinshofer. Per l’ennesima volta l’abbondanza di neve, quindi l’alto rischio valanghe, costringe i due alla rinuncia.

Nella stagione invernale 2011-2012 ci prova per la prima volta Simone Moro, assieme al kazako Denis Urubko. Al campo base erano presenti anche Mackiewicz e Klonowski, intenzionati a riprovarci dopo la sconfitta del 2010. Moro e Urubko, decisi inizialmente a passare per la via Kinshofer, ripiegano sulla via Messner/Eisendle. Posizionato il campo 3 a 6800 m, èa solo questione di attendere una finestra di bel tempo, ma quell’inverno nevica interrottamente dal 27 gennaio al 14 febbraio, costringendo i due alpinisti alla rinuncia. L’inverno del 2012-2013 vede quattro squadre sul Nanga Parbat. La prima, composta dagli affiatati Mackiewicz e Klonowski, che provano la via Schell. Dopo il campo 3, a causa delle condizioni meteo, Klonowski decide di scendere, mentre Mackiewicz  tenta di salire più in alto, raggiungendo i 7400 m. Ma l’8 febbraio, a causa dell’intenso freddo e del vento forte, anche lui si ritira.

Invece, l’americano Ian Overton e gli ungheresi David Klein e Zoltan Acs, provando sulla via Messner (Diamir), il 10 febbraio abbandonano quasi subito.

Anche per Daniele Nardi: con la francese Elisabeth Revol, l’italiano arriva a 6400 m per la via Kinshofer. Prima di abbandonare i due fanno un altro tentativo per lo Sperone Mummery, giungendo però solo a 6000 m.

Ma in quell’inverno avviene anche la prima disgrazia invernale: il francese Joël Wischnewski scompare il 6 febbraio, dopo aver lasciato il campo 2. Il corpo sarà ritrovato nel mese di ottobre e si sospetta che l’abbia travolto una valanga mentre tentava di arrivare a campo 3.

Quattro sono anche le spedizioni del 2013-2014. Le due sul versante Diamir sono quella del solitario Nardi (che sullo Sperone Mummery, via tra l’altro tuttora incompiuta, raggiunge i 5450 m e che poi si ritira il 1° marzo dopo essere scampato a una valanga) e quella del tedesco Ralf Dujmovits e di Dariusz Załuski, per la via Messner, che abbandonano il 2 gennaio ai 5500 m del campo 1.

Le due squadre invece sul versante Rupal (via Schell): la prima è composta da Mackiewicz, Teler, Pawel Dunaj, Michał Obrycki e Michał Dzikowski. Anche Klonowski è della partita, ma questi per ragioni personali lascia la squadra nel mese di gennaio; la seconda da Simone Moro e David Goettler (al campo base anche Emilio Previtali). Moro e Goettler provano per tre volte. Il 1° marzo Goettler raggiunge i 7200 m assieme a Mackiewicz, ma poi assieme a Moro abbandona il 3 marzo. I polacchi fanno un ultimo tentativo l’8 marzo. Dunaj e Obrycki sono colpiti da valanga e sono soccorsi dall’intero team con una missione epica.

L’inverno 2014-2015 le spedizioni sono cinque!
Vediamo la Revol legarsi con Mackiewicz: assieme, al secondo tentativo sulla Messner-Eisendle (Diamir) raggiungono i 7800 m e rinunciano per il freddo.

Nardi fa un altro tentativo solitario sullo Sperone Mummery (lo accompagnano per un tratto Roberto Delle Monache e Federico Santini per le riprese foto e video). Nardi, dopo aver deciso di ripiegare sulla via Kinshofer, si unisce alla spedizione del basco Alex Txikon e del pakistano Muhammad Alì Sadparà. I tre, dopo aver lasciato campo 4, sbagliano però via, mancando il canale che dovrebbero scalare, decidendo così che la cosa migliore e responsabile sia rinunciare.

Gli iraniani Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmood Hashemi decidono di tornare indietro al campo 1 senza arrivare al campo 2.

Sul versante Rupal (via Schell) ci sono invece i russi Nickolay Totmjanin, Valery Shamalo, Serguey Kondrashkin e Victor Koval: arrivano al campo 4 a 7150 m.

La traccia GPS di Alex Txikon
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L’inverno degli altri quattro Ottomila pakistani
Prima ascensione invernale del Gasherbrum II
E’ stata compiuta il 2 febbraio 2011 da Simone Moro, Denis Urubko e Cory Richards. La salita ha rappresentato anche la prima salita invernale di un Ottomila del Karakorum e per Moro si è trattato della terza prima invernale di un ottomila, dopo lo Sisha Pangma nel 2005 e il Makalu nel 2009.

Prima ascensione invernale del Gasherbrum I
E’ stata compiuta il 9 marzo 2012 dai polacchi Adam Bielecki e Janusz Gołab. Sono saliti per la via dei Giapponesi e non hanno utilizzato ossigeno supplementare.

Prima ascensione invernale del Broad Peak
E’ stata effettuata il 5 marzo 2013 dai polacchi Maciej Berbeka, Adam Bielecki, Tomasz Kowalski e Artur Małek, lungo la via normale sul versante ovest. Il 6 e 7 marzo Bielecki e Małek hanno fatto ritorno al campo base, mentre Maciej Berbeka e Tomasz Kowalski, che avevano bivaccato a 7900 m e con i quali si erano persi i contatti radio dal 6 marzo, non hanno fatto ritorno e dall’8 marzo sono stati dati per dispersi. Per Berbeka si è trattato della terza salita invernale di un Ottomila dopo il Manaslu nel 1984 e il Cho Oyu nel 1985, mentre per Bielecki della seconda, dopo il Gasherbrum I nel 2012. La spedizione è stata guidata da Krzysztof Wielicki, già autore anch’egli della prima salita invernale di tre Ottomila, l’Everest nel 1980, il Kangchenjunga nel 1986 e il Lhotse nel 1988.

Tentativi al K2
Sono stati tre i tentativi seri per la prima salita invernale del K2. La prima spedizione è stata condotta dal polacco Andrzej Zawada, era l’inverno 1987-1988. Una squadra composta da 23 alpinisti (tredici polacchi, sei canadesi e quattro britannici) tentò lo Sperone degli Abruzzi. Freddo, neve, rimasero al campo base 80 giorni e raggiunsero i 7300 metri del C3.

Nell’inverno 2002-2003 Krysztof Wielicki organizzò un’altra spedizione per salire sul K2. In tale occasione, il team era composto da 19 alpinisti di nazionalità polacca (quindici), kazaka (due), georgiana (uno) e uzbeka (uno). La spedizione salì sino al campo 4 a 7650 m (tra loro c’era anche Denis Urubko). Tentarono un attacco alla vetta ma il vento ci si mise di mezzo e in più vi furono problemi di salute (edema) ad alcuni componenti della spedizione.

E siamo al 2011-2012, stavolta ci provarono i russi con una spedizione capeggiata da Viktor Kozlov. Le cose non andarono bene e fu annullata. Da allora niente più. Nella stagione 2014-2015 voleva riprovarci Denis Urubko assieme ad Adam Bielecki e Alex Txikon, ma ci si mise di mezzo l’autorità cinese che negò i permessi di salita.

L’inverno 2015-2016
Anche quest’anno sono in molti e tutti ben determinati. Tomasz Tomek Mackiewicz è lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaysta di Francia, per la terza.

Dalle cronache sembra che sia stata proprio la loro cordata a tentare per prima un attacco finale: a fine gennaio, dopo aver raggiunto la quota di 6900 metri sulla via Messner-Eisendle (per la verità a un ritmo un po’ lento vista la loro ambizione di salire in stile alpino) rinunciano definitivamente.

Sulla stessa via provano, già da dicembre, Simone Moro e Tamara Lunger.

Sulla via Kinshofer si ritrovano a collaborare due squadre ben distinte: i polacchi Adam Bielecki (il fortissimo già vincitore in inverno del Gasherbrum I e del Broad Peak) e Jacek Czech trovano presto un buon accordo con la cordata del basco Alex Txikon, dell’italiano Daniele Nardi e del pakistano Muhammad Alì Sadparà, tutti e tre veterani del Nanga invernale.

Proprio mentre sta salendo con Nardi, Bielecki per una manovra errata fa un volo di 80 metri affrontando la famosa fascia di roccia sotto il campo 2. Con Bielecki, per fortuna solo leggermente contuso, anche Nardi decide di scendere al campo base.

Rientrato in Europa Bielecki ha scritto: “Il Nanga ci ha dato una grande lezione di umiltà”.

Anche a Nardi tocca un volo spaventoso, più o meno nello stesso luogo di Bielecki: l’alpinista di Sezze (LT) tiene duro ancora un po’, ma alla fine cede e fa ritorno a casa, pare anche per discordanze con il capo-spedizione Txikon.

A metà febbraio rimangono in gioco solo quattro alpinisti, colpiti da altre nevicate o da giornate di jet stream inaffrontabile.

Simone Moro e Tamara Lunger avevano posizionato un paio di campi nella parte bassa della via Messner-Eisendle; Txikon e Sadparà erano arrivati a 6700 m al campo 3 (assieme a Nardi). La decisione di unire le forze è ovvia.

Riferisce Agostino da Polenza: “Freddo, vento, jet stream, dieci giorni di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo 1, di congetture e piani puntualmente smentiti dal meteo e dalla natura del Nanga Parbat. Sono stati giorni strani, con Alex Txikon, il più forte e determinato, impegnato a spedire, come se il campo base fosse un ufficio propaganda, documenti “contro Nardi”. Lui taceva e si defilava, dicendo di aver la coscienza a posto e che lo avrebbe dimostrato. Nervosismo d’alta quota”.

La partenza dal campo base, Simone Moro, Tamara Lunger, Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon
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La vittoria
Chi la dura la vince. Bisogna saper tenere duro, crederci anche quando tutto congiura contro, essere elastici nel cambiamento di piani, adattabili agli umori altrui. Solo così si può affrontare un viaggio così lungo (ottanta giorni), fatto di attese eterne, di vento indicibile, di freddo siderale e di una meteo terribile, con delusioni e altri contrattempi dovuti alle relazioni umane.

Poi, finalmente, all’orizzonte dalle previsioni atmosferiche e dall’indeterminatezza delle isobare gli esperti di meteorologia confermano quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma.

Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Scrive Vinicio Stefanello su www.planetmountain.com: “Il 22 febbraio, alle 5.30, i quattro alpinisti hanno lasciato il campo base del versante Diamir. Il loro obiettivo, ormai fissato da tempo, è percorrere la via Kinshofer aperta nel 1962 da Toni Kinshofer con Anderl Mannhardt e Siegfried Loew sul versante Diamir. E’ considerata la via “normale” al Nanga, la seconda a essere stata percorsa sulla grande montagna dopo la mitica prima solitaria di Hermann Buhl nel 1953. Per Moro e Lunger questa scelta è stata presa solo nell’ultimo periodo: loro all’inizio infatti puntavano a salire lungo la via Messner-Eisendle ma il seracco sopra la traversata iniziale era davvero troppo pericoloso. Così la decisione (consensuale) di unirsi a Txikon e Sadparà sulla via Kinshofer. In realtà in un primo tempo della partita sembrava essere anche l’alpinista romano Daniele Nardi che poi però ha fatto ritorno a casa. Come del resto prima di lui avevano fatto i componenti delle altre spedizioni (in tutto erano sei) presenti quest’inverno sulla montagna.

Alì Muhammad Sadparà e Simone Moro, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Dopo 10 ore di duro “lavoro” i quattro raggiungono i 6200 metri del campo 2. Ancora nulla è scontato, e i dubbi sono molti. A cominciare dal loro mancato “acclimatamento”. Per il meteo (e le valanghe) che non hanno dato scampo, la massima quota toccata finora da Txikon e Sadparà è stata 6700 m, mentre Lunger e Moro hanno assaggiato solo i 6100 m. Inoltre il pit stop al campo 2 dura tutto il 23 febbraio causa… bufera di vento stile Nanga. Intanto Karl Gabl, il mago austriaco del meteo, fa le sue previsioni: per venerdì 26, ma soprattutto per sabato e domenica, sono attese condizioni molto buone. Vuol dire che se giovedì riescono a portarsi in alto, ai 7150 m del Campo 4, e se venerdì tentano la vetta, poi hanno 2 giorni per scendere con meteo buono. Intanto però hanno ancora l’enormità di quasi 2000 metri di dislivello sopra la testa, l’incognita delle condizioni della via ma soprattutto di come reagiranno alla quota. D’altra parte, come dice Moro, le probabilità di centrare un’invernale sugli Ottomila è sempre “minimissima”.

Per fortuna mercoledì 24 la bufera si placa e il team riparte. Dopo 5 ore sono al campo 3 a quota 6700 m. Stanno bene, vedono la vetta ma… mancano ancora 1400 metri di quota da superare. E’ ancora lunghissima. Il programma però procede senza intoppi. Così giovedì 25 raggiungono il Campo 4 a 7150 m. Restano ancora quasi 1000 metri di dislivello da percorrere, i più alti, i meno prevedibili. Può ancora succedere di tutto. Non resta che incrociare le dita e… crederci”.

Sandro Filippini: “Un filiforme italiano di pianura, un tenace basco, un modesto ma irriducibile pakistano e un’altoatesina scolpita nel legno più resistente e flessibile hanno compiuto il capolavoro spendendo ogni energia in 13 ore consecutive di fatica fra i 7150 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, abbattuta ulteriormente e drasticamente nella percezione dal vento che soffiava a 40-45 chilometri orari”.

Documenti
Schede dei quattro alpinisti
Storia alpinistica del Nanga Parbat (in inglese)
Alpinisti che sono saliti sul Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)
Le fatalità del Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)

Tamara Lunger
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Simone Moro
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Alì Muhammad Sadparà
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Alex Txikon, Tamara Lunger, Simone Moro e Alì Muhammad Sadparà
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L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

L’emozionante Everest di Baltasar Kormákur

Ricordo bene quando andammo a girare il primo spot Altissima, purissima, levissima in Nepal, nella valle del Khumbu. Era quasi Natale del 1992, una delle scene da girare prevedeva, in una location a ben più di 5000 metri sopra Dingpoche, che Reinhold Messner si aggirasse da solo su alcuni pendii di ghiaccio e che a un certo punto si soffermasse ad osservare l’acqua purissima che alcune stalattiti di ghiaccio avrebbero dovuto rilasciare con il calore del sole.

Il luogo era stato raggiunto dalla numerosa troupe e dal regista di San Francisco in elicottero la sera del 19 dicembre: solo io e pochissimi altri eravamo saliti a piedi al mattino. Nella notte quasi tutti erano stati male, non acclimatati e in pieno disagio fisico nelle tende. Il mattino dopo il freddo era davvero siderale e quando si dovette girare, come da programma ma con un cielo livido, la scena delle stalattiti, l’acqua tiepida appena scaldata con un fornello e versata sulle stalattiti ghiacciava immediatamente. Non colava alcuna goccia. Il nervosismo di trenta persone, che per tutta la giornata era stato latente, esplose. Volevano scendere, andarsene al caldo dell’Hotel dei Giapponesi a Khumjung. Ma il regista, che soffriva come un cane anche lui, insisteva. Voleva la sua acqua colare. Risolse tutto un macchinista de Roma, che ebbe l’idea di versare sulle stalattiti due bottiglie di vodka!

Lì ebbi la misura di quanto il cinema possa e spesso debba essere finzione. Non mi era ancora bastato vedere come perfino nelle foto di still life si preferisse l’uso di frutta finta al posto di quella vera.

Il regista islandese Baltasar Kormákur a Namche Bazar
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Ho visto il film Everest di Baltasar Kormákur, e mi è piaciuto. Nessuno poteva essere più prevenuto di me. Mi aspettavo la solita “stallonata” alla Cliffhanger, ma anche la pretenziosità insoddisfatta di North Face o, ancor peggio temevo una similitudine con quell’altra boiata pazzesca (con tema K2), Vertical Limit. Non osavo sperare l’attrazione di Assassinio sull’Eiger e non ritenevo che Everest potesse uguagliare La morte sospesa (Touching the void) di Joe Simpson.

La reazione del pubblico al Festival di Venezia (film d’apertura, fuori concorso), nonché i commenti non proprio favorevoli di Reinhold Messner e Simone Moro, avevano fatto il resto.

Razionalmente mi stavo imponendo, mentre attendevo che le luci si spegnessero, di accettare che un film a lungometraggio non debba essere una fedele trascrizione visiva di fatti vissuti e raccontati; che la storia narrata da Jon Krakauer in Aria sottile potesse essere anche stravolta; che la mia esperienza di alpinista dovesse essere messa da parte, perdonando dunque piccole grandi inesattezze, gli svarioni, le incongruenze, le esagerazioni.

Mi ripetevo che, se si sta a quanto raccontato da Anatolij Bukreev, neppure Jon Krakauer aveva raccontato la vera verità riguardo ai fatti di quel 10 maggio 1996.

Assorto in questo training autogeno, ma contemporaneamente munito di blocchettino degli appunti e matita per poter annotare anche al buio ogni fesseria vista o sentita nei dialoghi, il film è iniziato.

Un primo respiro di sollievo l’ho tirato quando mi sono accorto che il film era sottotitolato: non avrei perciò dovuto sentire le ulteriori vaccate del doppiaggio!

E già dopo pochi minuti il mio atteggiamento era cambiato: il film procedeva sui binari di una recitazione corretta, non c’erano sbavature, non c’era la fastidiosa sensazione che il regista calcasse la mano per creare un clima di attesa e di suspence. Scarno, per ciò che riguarda le motivazioni dei clienti delle spedizioni commerciali. Pochi contenuti ma nessuna aggiunta. Poi le riprese: belle, talvolta bellissime, perfino le poche ricreate artificialmente negli studios.

Una scena di Everest
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La critica
Michele Gottardi
aveva scritto, dopo la “prima” mondiale a Venezia: “L’Everest si staglia sul grande schermo della Mostra ed è gelo in sala. Ma non per il pathos che il regista Baltasar Kormákur trasmette allo spettatore impaurito dalla tormenta o dal freddo; o per le paure che gli esiti del film incutono. Everest resta sospeso sul ponte tibetano delle infinite soluzioni, non osando fare un film completamente spettacolare e hollywoodiano, né riuscendo fino in fondo a trasmettere quel senso di mistero e di pericolo che la montagna più ostica del mondo ancora mantiene, nonostante le orde barbariche che l’hanno aggredita in questi ultimi vent’anni.

Poi il film comincia a mutare registro, virando verso tragedia e precipizio. Il dubbio che sorgeva (anche sulla scorta di una polemichetta avanzata da Reinhold Messner, che dava per assente il senso stesso della vetta) era: ci sarà la montagna? A luci spente, la sensazione del grande alpinista viene in parte confermata. Senz’altro non è stato (solo) girato su una pista di sci come ha detto Messner (le montagne della Val Senales sono state l’Everest, mentre a Cinecittà in studio è stato ricostruito l’interno del campo base), ma certamente il cinema di montagna è altra cosa. Elevare il dramma a spettacolo aumenta l’attenzione dello spettatore ma qui troppe vicende familiari e colpi di scena ne fanno un’occasione mancata”.

L’Everest. Foto: David Breashears
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Reinhold Messner aveva detto al settimanale Oggi: “Parlando con i produttori ho capito che la vicenda viene ricostruita in modo parziale… la tragedia del ’96 non fu una semplice disgrazia. E’ accaduta perché due bravissime guide, Rob Hall e Scott Fisher, decisero erroneamente di diventare imprenditori del settore turistico. L’alpinismo è una cosa, lo sport e il turismo un’altra”. Hall e Fischer erano in competizione tra loro per chi riusciva a portare più gente in cima all’Everest. Dovevano porsi obiettivi più ragionevoli. Sull’Everest porti qualcuno, non decine di persone alla volta. Per far salire gente impreparata Rob Hall e Scott Fischer hanno fatto ricorso a tutte le loro risorse fino a esaurirle. Erano sfiniti. Sono morti loro e gli altri, senza un’idea di cosa fare, hanno fatto la stessa fine“.

Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers)
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E Simone Moro: “Non giudico mai qualcosa che non ho visto e onestamente spero che sia un bel film e che faccia un buon intrattenimento cinematografico… So che Reinhold Messner ha criticato aspramente il film. Pare che Messner abbia assistito alle riprese e abbia detto: «Non può raccontare la realtà: è stato girato su una pista da sci… una cosa hollywoodiana, dove manca il protagonista principale, la montagna».

Peccato solo che la fonte di quel film sia il libro sbagliato o meglio la voce sbagliata… Ero grande amico di Anatolij Bukreev… Ho ascoltato dentro una tendina e alla luce di una candela la sua ultima narrazione di alcuni fatti accaduti in quella spedizione… Molte verità non sono mai state gridate e altre sono sotto gli occhi di tutti quelli che conoscono l’alpinismo e l’Everest. Mi spiace che Anatolij non abbia più voce oggi ed io non posso essere la sua anche se ho provato a raccontare di lui in Cometa sull’Annapurna. Il libro che lui ha scritto, Everest 1996 – cronaca di un salvataggio impossibile (CDA, Torino, 1998 tradotto dall’edizione originale The Climb, 1997, NdR) rimane letto da pochissimi e la sua storia personale quasi sconosciuta.
Sarebbe bastato il silenzioso sguardo proveniente dagli occhi azzurri di Anatolij per far capire chi era lui veramente… Già, solo in quello sguardo, molti spettatori usciti dalle sale cinematografiche avrebbero trovato risposte e sarebbero tornati a casa con le idee più chiare e più loro…
Io di quel film ho visto solo il trailer e non muoio dalla voglia di andare per forza a vederlo… ma lo considero come uno dei tanti film di intrattenimento e non un film verità e dunque lo giudico con serena pacatezza…”.

Sul set di Everest
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Il punto di vista del regista
L’islandese Baltasar Kormákur parla del suo rapporto con la natura e di come l’aver camminato ogni giorno attraverso una tempesta di neve per andare a scuola abbia influenzato il suo punto di vista nel dirigere il film. All’osservazione che Messner lo abbia criticato ribatte: “E non aveva neanche visto il film! Dice che non è reale, ma qual è il punto? Alfonso Cuaron è forse andato nello spazio per girare Gravity? Il cinema è simulazione, tentiamo di ricreare la realtà senza uccidere nessuno o mettere gli attori e la troupe in pericolo. Io ho fatto del mio meglio per renderlo reale, più di quanto sia mai stato fatto nel cinema di finzione: abbiamo girato a -30° per sei settimane! Abbiamo scalato per davvero i monti, quindi dovevamo saper tenere la situazione sotto controllo e, nel caso, poter evacuare la gente. E lo abbiamo dovuto fare sul serio, un paio di volte, per il rischio di valanghe…

L’emozionante scena in cui Josh Brolin (nel ruolo di Beck Weathers) perde l’equilibrio sulla scala
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Abbiamo perso un set sotto una valanga. E mentre giravamo, in una valle vicina sono morte delle persone per una valanga. Eravamo estremamente consapevoli del rischio. Ma io non metto la gente in pericolo per ottenere quello che voglio. Come ha detto Jake Gyllenhaal, c’è differenza tra soffrire e farsi male. Io li ho fatti soffrire, più di quanto qualsiasi regista sia disposto a fare. Non per ragioni sadistiche, ma perché volevo il realismo: non volevo che interpretassero il freddo, volevo che lo provassero davvero. Questo vale anche per lo script: non volevo aggiungere un cattivo inesistente alla storia. E poi sono andato in Nuova Zelanda a incontrare i sopravvissuti, ho ascoltato le registrazioni delle conversazioni tra Rob Hall e sua moglie e tra Rob e il campo base. Ho appreso dettagli incredibili che nessun libro sull’argomento ha mai riportato…
Al cinema ci aspettiamo che i buoni sopravvivano e i cattivi muoiano. Ma la vita reale non è così: la vita è ingiusta. Volevo che il mio film fosse proprio questo…
Nel mio caso non c’è niente di inventato, nessun dramma fasullo, nessun personaggio femminile aggiunto a forza per far colpo sulle donne…
Anche in Val Senales, ho tentato di girare all’esterno il più possibile, pur sapendo che avrei dovuto ritoccare gli sfondi… Ci sono stati anche momenti drammatici, alcuni se ne volevano andare… Volevo che tutto fosse autentico: avevamo sempre con noi trenta sherpa, ci hanno seguito anche a Cinecittà, dove hanno costruito il set del campo base personalmente, perché hanno le loro tecniche precise
”.

Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
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E quello di alcuni attori
Per Jake Gyllenhaal, che interpreta il ruolo della guida Scott Fischer, in mezzo a tutto quell’avventuroso spettacolo, in cui si è anche congelato un orecchio, il momento più commovente è quella telefonata finale tra Jason Clarke e Keira Knightley (Rob Hall e sua moglie, nella realtà). Il grande lavoro fatto da loro è quello che più si avvicina al reale…
A voi sembrerà che abbiamo torturato noi stessi per questo film, ma per me è stato un atto creativo, non distruttivo.
Josh Brolin, mascella quadrata, grande senso dell’umorismo spaccone, interpreta Beck Weathers, il perfetto americano, anzi texano. E’ lui quello che chiede al sirdar Ang Dorjie, quando gli viene presentato, se sa parlare inglese: E quello gli risponde: «Meglio di te, americano»!

Il mio agente mi ha detto: «Sei sicuro di volerlo fare? La tua non è la parte principale». «Sì, ok, ma l’hai letta la sceneggiatura? ». Mi ha davvero commosso e se non ti smuove qualcosa vuol dire che hai un cuore di ghiaccio…
Per prepararmi al film, visto che mi piace l’idea di scalare, ho salito una via ferrata in Svizzera. L’ho fatta su consiglio di un mio amico scomparso da poco, Dean Potter, ma mentre me lo diceva mi sono dimenticato che parlavo con un tizio a suo agio su una parete liscia a 1500 metri d’altezza e senza corde. A metà del percorso ero già incazzato nero e mi dicevo «Quando torno a casa lo ammazzo». Ero appeso nel vuoto e non potevo tornare indietro, non c’erano segnali e pregavo che non ci fosse il gran finale, ma ovviamente c’era, altrimenti non sarebbe un’attrazione per alpinisti. Così giro l’angolo e vedo un ponticello appeso su uno strapiombo, che oscillava da tutte le parti. Il mio corpo si rifiutò fisicamente di proseguire: non volevo morire, avevo appena conosciuto una ragazza fantastica e mi piaceva la mia vita. Allora capii che dovevo semplicemente lasciarmi andare e iniziare a camminare. Non avevo mai provato a sfidare la paura a quel livello, ma quell’esperienza mi ha dato un minimo di comprensione di quello che avevano provato gli alpinisti sull’Everest…
Io ho fatto tutti i miei stunt. L’animazione in CGI (
computer-generated imagery) è lo strumento migliore per questo tipo di film: in Star Wars, ad esempio, la si usava per realizzare qualcosa di mai visto prima, qui per ricreare qualcosa che abbiamo solo immaginato e mai toccato con mano. Ma la scena in cui scivolo sulla scala ho dovuto farla davvero per circa 150 volte. Alla sessantesima volevo lasciare il film e tornare a casa, avevo un ematoma nerissimo dal ginocchio all’inguine. Dopo la Val Senales ci siamo spostati a Londra, in studio. Dovevamo indossare gli stessi indumenti che avevamo portato a -30°, solo che lì c’erano 26°, e al posto della neve c’era il sale. C’era un addetto che versava sale in un ventilatore, ti arrivava addosso e ti entrava negli occhi facendoti lacrimare. Una cosa terribile. Terribile. Preferirei scalare l’Everest che rifarlo”.

Jason Clarke (Rob Hall) e Jake Gyllenhaal (Scott Fischer)
Everest

Considerazioni finali
Per me il film ha superato la prova della credibilità alpinistica e non ha mai urtato la mia sensibilità, non dico di espertissimo himalayano ma almeno di persona che ne ha una idea. Qualche tempesta l’ho vissuta pure io, tanto tempo fa, e le scene del film sono veritiere, assolutamente realiste: perché non sono minimamente caricate. La morte evidentemente arrampica ancora accanto, come diceva Toni Hiebeler. Ma non è lei la morbosa protagonista del film. Neppure la montagna lo è, come dicono giustamente Messner e Moro. Lo è invece quella domanda di fondo, strisciante, sul perché di tutto questo. Il fascino di una domanda cui non si può risponder se non la si prova. Forse la ricerca affannosa e pervicace del proprio destino. Fino alle estreme conseguenze.

La “stupidità” delle spedizioni commerciali, il nascere e lo svolgersi dei meccanismi competitivi si possono toccare con mano, senza che sia dato un giudizio, senza un assunto morale. Si vede bene come oggi la scalata dell’Everest sia un penoso trascinarsi di corda fissa in corda fissa, si vede ancor meglio l’ottusa mentalità di molti clienti che hanno reazioni isteriche. Una valanga riesce a smuovere la scala gettata a ponte nell’abisso di un crepaccio enorme della Seraccata e Beck Weathers che la stava traversando cade, rimanendovi disperatamente aggrappato perché assicurato da due cordini con moschettoni. Rob Hall si precipita dal terrorizzato Beck e lo rimette in piedi. Questi non ha di meglio da dire che: “Non ti ho pagato 65.000 dollari per fare una coda alle scale, come in un supermercato!”.

La ben ascoltata consulenza di un esperto alpinista (cinque volte salitore dell’Everest) e moviemaker David Breashears è palpabile in ogni momento.

Jason Clarke (Rob Hall) guida la fila nella risalita al Colle Sud dell’Everest
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Fino al gran finale, i decessi in massa. Le conversazioni di Rob Hall e di sua moglie Jenal satellitare, intermediate da Helen Wilton. Il regista ha sparato alto e gli è andata bene. Poteva risultarne una scena penosa e invece l’attrice Keira Knightley propone uno strazio dolce, quasi fosse una liberazione. Anche la bravissima Emily Watson, nel ruolo di direttrice del campo base Helen, ha un che di materno unito a una grande forza.

Comunicato stampa ufficiale del film
Everest, un film Universal Pictures diretto da Baltasar Kormákur, è il film d’apertura, fuori Concorso, della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre 2015), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta.
Everest sarà proiettato in prima mondiale il 2 settembre nella Sala Grande (Palazzo del Cinema) al Lido di Venezia.
Ispirato a fatti legati al tentativo di raggiungere la vetta della più alta montagna del mondo, Everest documenta il viaggio di due spedizioni che si imbattono in una violentissima tempesta di neve. Il coraggio degli scalatori viene messo a dura prova dalla forza della natura, che trasformerà la loro ossessione in una lotta per la sopravvivenza.
Everest è una produzione Working Title Films. E’ interpretato da Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal.
E’ prodotto da Tim Bevan, Eric Fellner, Baltasar Kormákur, Nicky Kentish Barnes, Brian Oliver e Tyler Thompson.
Everest è presentato da Universal Pictures e Walden Media, in collaborazione con Cross Creek Pictures, ed è adattato per lo schermo da William Nicholson (Il gladiatore) e dal premio Oscar® Simon Beaufoy (The Millionaire).
Il film è stato girato in Nepal, alle pendici dell’Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito.

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In vetta a tutti i costi!

  In vetta a tutti i costi!
di Stefano Michelazzi

Ricordo ancora quel 6 maggio del 1976.
Ricordo ciò che provai, pur abitando a Trieste dove il sisma si sentì fortissimo ma causò pochissimi e ridicoli danni.
Ricordo bene le immagini dei giorni a seguire. Le immagini di un Friuli dove si andava la domenica a giocare sui prati che non esisteva più.
Ed era stato meno forte di questo…

Il 25 aprile del 2015 rimarrà un ricordo indelebile e un trauma che nessuno e niente potrà cancellare.

25 aprile 2015: tra le immagini che scorrono in internet della nostra festa italiana a un certo punto cominciano a scorrere immagini di una catastrofe.
Con le panzane e le bufale che sono di moda attualmente, al primo momento mi chiedo se non siano immagini farlocche.
Poi ne vedo sempre di più, arrivano notizie da diverse pagine di notiziario e la festa non ha più importanza, anzi vedendo quelle foto mi sento quasi a disagio per aver festeggiato…

Il Campo Base dell’Everest dopo la valanga del 25 aprile 2015. Foto: Azim Afif, via Associated Press

Vetta-Costo-EVEREST-Azim Afif-Associated PressUn terremoto così forte non è in memoria. Si paragona, si assimila, ma con dati poco certi con supposizioni antiche, lì in quell’angolo sperduto di estremo oriente del quale si conoscono soltanto i percorsi turistici di moda, sanno soltanto che tutto è crollato o sta crollando, che il vicino di casa è scomparso tra le macerie, che una mamma cerca il suo bambino che non troverà mai più, che un altro bambino si riterrà fortunato di essere rimasto orfano…

Ma non basta… Un’altra scossa di poco più lieve spacca un’altra volta il Paese delle montagne, un’altra mazzata a un popolo che già di per sé si regge in piedi a malapena.

Nepal, Patria della cima più alta del mondo. Sagaramāthā (Dio del cielo), questo il nome nepalese di quello che noi occidentali conosciamo come Monte Everest.

E qui, al campo base che accoglie le spedizioni che arrivano da tutto il mondo per tentarne la salita, gli alpinisti presenti vengono travolti da un’immensa valanga che lascia sul terreno 18 morti.
Altri alpinisti rimarranno feriti o scompariranno a causa di frane e smottamenti in altre zone del Paese che stavano esplorando.
Alla fine il conto sarà di una ventina di morti tra le vittime della comunità alpinistica.

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I riflettori dei media dove si puntano in una situazione come questa? Di che si parla nei notiziari prima di ogni altra cosa?

Sono oltre seimila ad oggi i morti stimati tra la popolazione ed un conto preciso alla fine risulterà pressoché impossibile, vista la particolare strutturazione antropica del Paese, dove esistono villaggi non contemplati sulle mappe e dove raggiungere molte zone è reso quasi impossibile dalle condizioni franose del terreno, dove alcuni villaggi sono stati letteralmente fagocitati da enormi voragini e non ci sono sopravvissuti, come spiega l’inviato di Repubblica in questo servizio:
http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-in-nepal/l-inviato-ritorno-al-medioevo-nel-nepal-rurale-interi-villaggi-inghiottiti-dalle-frane/199157/198207?ref=HREA-1

Dove si posano i riflettori dunque?
Per due giorni i notiziari occidentali non fanno altro che trasmettere le immagini della valanga caduta sul campo base, raccontare dei reduci del campo1, che sono in difficoltà a scendere, parlare della ventina di morti tra gli alpinisti come se fosse quella la tragedia…

Tutte le vittime di una catastrofe hanno pari dignità perciò in molti cominciano a chiedersi quale dignità abbiano quei seimila e più a paragone della perdita tra gli alpinisti…

Da più parti si comincia a discutere e contestare questa situazione che mette in ombra la reale tragedia per illuminarne una piccola porzione. I social network fanno rimbalzare nella rete le proteste verso questa differenziazione tra morti di serie A e di serie B.

Marco Confortola dal campo del Dhaulagiri assicura che lui e i compagni stanno bene e che si arrangeranno a scendere, troveranno il modo, sono alpinisti, lo sanno fare. Non vogliono elicotteri, sanno della tragedia e gli elicotteri servono a chi ne ha veramente bisogno, i morti e feriti in tutto il Nepal!
http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Cronaca/confortola-rassicura-dal-nepal-sto-bene_1117520_11/

Tanto di cappello a lui e ai suoi compagni! Alpinisti di certo!

Al Campo Base dell’Everest intanto gli elicotteri cominciano i loro voli per trasportare a valle i superstiti, e dall’Alto Adige arriva la voce tonante e incazzata di Reinhold Messner:
“La vera emergenza – dice il Re degli ottomila all’Ansa – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi. Tutti ora parlano dei morti sull’Everest, ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”.
http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/04/27/news/tragedia-nepal-messner-contro-i-soccorsi-di-serie-a-e-serie-b-1.11316898

Per noi italiani, per noi alpinisti italiani, il suo sbotto è una liberazione!
La stampa non segue molto le voci di chi non sia pubblicamente accreditato e finora non ha dato peso al “rumore” di chi contestava questa situazione.
Messner libera tutti questa volta!

Almeno da noi, almeno un po’, la “musica” cambia e il peso maggiore viene dato alle notizie della vera, immane, tragedia che ha sconvolto quel piccolo pezzo di terra, al quale molti di noi sono affezionati, per averlo visitato, per averlo sognato o per essere ancora prigionieri del sogno.

Le grandi Nazioni non ci stanno facendo una bella figura, questo è certo! L’aiuto dedicato dai governi è veramente poca cosa, solo il Regno Unito fa qualcosa di più, gli altri poco o molto poco e l’Italia ha troppo da pensare alle beghe di campanile. La stima degli aiuti è penosa:
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/28/il-punto-sulle-vittime-e-i-soccorsi-in-nepal

Gli italiani invece, il popolo italiano, si mobilita immediatamente. Sa bene il popolo italiano che cosa sia un terremoto. Guide Alpine, negozi specializzati o meno, associazioni di vario genere (e mi scusi qualcuno se l’ho dimenticato), organizzano raccolte di beni di prima necessità per convogliarli il prima possibile e aiutare con quel poco che diventa tanto, fin troppo… non si riesce più a spedire i convogli al momento e si faranno altre spedizioni nelle settimane a venire.

Beh, non siamo molto ben rappresentati (a tutti i livelli…), ma rimaniamo “brava gente”…

 

E fin qui, la nostra cultura occidentale già ci fa una magra figura (molto magra…!), ma non è finita.
No! Siamo o non siamo colonialisti per tradizione?
Più di SEIMILA morti (finora) a noi che importano?

Le spedizioni commerciali o meglio le agenzie che di questo commercio si interessano, fanno leva sul governo nepalese (che già più volte ha dimostrato di mantenere funzionari corrotti) e fanno sì che gli Sherpa siano già al lavoro per bonificare il campo base ed i campi alti della normale all’Everest e a piazzare le corde fisse, per quegli aspiranti salitori da operetta, che stanno aspettando di passare le loro ferie e non possono neanche immaginare di non realizzare quello per cui hanno pagato. SEIMILA morti (e più di sicuro…) che se ne stiano buoni-buoni, loro e i sopravvissuti e magari qualche rimasuglio di zaino o di giacchetta in pile, quando scendiamo glieli buttiamo, spacciandoli per un grande gesto di carità umana. Ci facciamo anche i selfie con i bambini sporchi di terra che fanno tanto colpo da noi in occidente…

Tutto questo squallore è facilmente trovabile in internet su diversi siti. Eccone alcuni:
http://www.myrepublica.com/society/item/20095-expedition-to-everest-to-continue-ice-fall-obstruction-being-removed.html (link in seguito rimosso, NdR)
http://www.nepalmountainnews.com/cms/2015/04/27/utm-mountaineers-in-everest-to-continue-climb/
http://m.setopati.net/news/6361/

Naturalmente la quasi totalità di alpinisti “normali” sta tornando a casa. Per tutti valgano le parole dell’inglese Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa: “I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Così scrive il New York Times:
(http://www.nytimes.com/2015/04/26/world/asia/everest-climbers-killed-as-nepal-quake-sets-off-avalanche.html)
“Buona parte del bilancio economico del Nepal è dato dal turismo, con in testa la salita all’Everest come massima attrazione.
Malgrado la ricchezza generata dagli scalatori della famosa cima costituisca soltanto una parte relativamente piccola dell’economia del Paese, questa rappresenta uno dei pochi modi di guadagnarsi la vita in Nepal.
Gli scalatori stranieri pagano le agenzie di professionisti e le guide occidentali qualcosa come 100.000 dollari per farsi accompagnare nella salita.
Gli Sherpa sono assoldati a circa 125 dollari a salita trasportando i bagagli (peso pro capite fissato a 20 libbre – circa 10 kg).
Le agenzie pagano al governo nepalese migliaia di dollari a scalatore per ogni licenza e queste tasse fruttano al governo dai 3 ai 4 milioni di dollari annui.
In tutto questo si inserisce anche l’indotto con alberghi, ristoranti e schede telefoniche oltre al supporto per gli escursionisti.”

Sembra quasi vero…

Ci vuole poco a fare i conti da questa stima e capire chi ci guadagna e chi è sfruttato. Schiavi in casa loro, mi verrebbe da definirli.

Appare ovvio che se nessuno ha interesse a sviluppare un’economia che abbracci anche altri settori, le popolazioni locali con i pochi mezzi a disposizione accettino di buon grado di venire sfruttati pur di sopravvivere e la descrizione del NYT non appare altro che una giustificazione nei confronti degli sfruttatori, disegnandoli come benefattori…!

Sul chi siano gli sfruttatori, poi, appare chiaro allo stesso modo…

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In questo momento, il Nepal ha bisogno di aiuti umanitari che nel minor tempo possibile bonifichino la situazione disastrosa. In seconda battuta di aiuti per ricostruire.

Gli interessi economici travestiti da carità, non faranno altro che rendere un Paese, già malandato prima del terremoto, ancora più economicamente dipendente dalle organizzazioni commerciali e ancora di più in balia di funzionari criminali e senza scrupoli.

Credo che la comunità alpinistica italiana debba prendere una posizione ben netta su questa situazione. Gli elicotteri servono ad aiutare la popolazione devastata dal sisma, non a portare ricchi pancioni, viziati in gita di piacere!

Diversi alpinisti italiani, ma non solo italiani, hanno denunciato e continuano a denunciare questa situazione di colonialismo post-moderno, in un frangente come questo sarebbe ora di darsi da fare per rimediare almeno dove e come possiamo.

L’appello, che lancio da qui, è di far pressioni al nostro governo affinché contesti a livello diplomatico questo ignobile e squallido stato di cose. Contestando e contrastando laddove possibile le salite alpinistiche, dirottando gli aiuti sulle necessità delle popolazioni e non su quelle dei turisti senza scrupoli!

Collegio Guide Alpine italiane, Club Alpino Italiano e qualsiasi associazione che di montagna si interessi in questo momento devono sentirsi in dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e quella politica. Non cambieremo il mondo, ma di sicuro ci sentiremo meno sporchi e consci di aver agito per scopi umanitari!

Famosa foto della colonna di aspiranti summiters all’Everest. Foto: Ralf Dujmovits
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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 2

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 2 (2-2)
da un colloquio con Davide Riva

La letteratura alpinistica ci racconta di molti casi in cui individui allo stremo delle forze e stressati al massimo hanno subìto lunghi dialoghi con presenze esterne, come se un compagno invisibile gli arrampicasse accanto. Il fenomeno è capitato più spesso a un solitario, ma anche cordate ne hanno riferito. Episodi simili sono stati riportati anche in caso di lunghe avventure ai poli, nei deserti, nelle traversate oceaniche. Il dialogo è interiore, ma a tutti gli effetti sembra un dialogo normale, tranne che non ci si capacita di non riuscire a vedere l’interlocutore. Sembra così vero… E’ un’allucinazione? Direi più una visione, molto più reale di un sogno. Il sogno può essere molto forte, mai però come una visione.

Quando sopraggiunge questo genere di visione è perché siamo molto stanchi, o molto impauriti… o quasi sopraffatti dall’ambiente che ci circonda. Non abbiamo più l’energia che ci sorreggeva all’inizio.

Renato e Goretta Casarotto
Casarotto2-600px-Due-Amori.-Storia-di-Renato-Casarotto-locandinaRenato Casarotto racconta nel suo libro Oltre i venti del Nord la sua visionaria esperienza al Denali (McKinley). Era il 9 maggio 1984: da ormai undici giorni aveva lasciato il campo base e da dieci lottava da solo sulla sua Ridge of No Return, in mezzo a un ambiente spaventoso, pieno d’insidie e d’incognite.

Già molte altre volte m’era capitato di ritrovarmi solo, stanco e in situazioni limite, e so bene che in certi casi i sensi rivelano una facoltà nuova, assai diversa da quella addormentata dal noioso trantran della vita quotidiana. Questo fatto l’ho sperimentato nei diciassette giorni trascorsi sulla Nord dell’Huascaran, sul pilastro nord-est del Fitz Roy e anche al Monte Bianco d’inverno, ma stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.
D’ora in poi, e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d’improvviso, m’inserisco, senza che io lo voglia, in un ambito dilatato, popolato di eventi e contenuti insoliti e fors’anche irripetibili.
E per molte ore, in quei giorni, mi muovo sull’esile frontiera di due mondi diversi, in mezzo a grandi difficoltà che non sono più solo quelle offerte dalla salita…”.

Casarotto2-venti_nord1E’ il dialogo tra il proprio io cosciente e quella parte di noi stessi di solito sprofondata ben al di sotto del livello di coscienza, quella parte che riassume tutto ciò che la nostra coscienza, per esistere, ha dovuto relegare nelle profondità, a volte con amore a volte con disprezzo e odio. Chi decide di intraprendere un’avventura è il nostro io, ma chi fornisce l’energia necessaria è l’accordo con il nostro inconscio, un accordo a volte troppo faticoso, al limite della nostra sopportazione. Un accordo che Renato, ormai allo stremo, ha deciso deliberatamente di rompere: “Nel tardo pomeriggio di questo 9 maggio, mi rendo conto che se voglio proseguire devo liberarmi di una zavorra, di qualche parte di me stesso, di una parte per la quale non mi è permesso provare pietà…”.

La rottura di questo accordo gli permette di raggiungere la vetta la sera dell’11 maggio e di scendere, ma è insanabile. Dopo l’avventurosa discesa, ormai sul ghiacciaio, si sente mancare il terreno sotto i piedi, rimane in un’incredibile posizione corporea per non cadere nella voragine del crepaccio e riesce a liberarsi con la forza della disperazione: un pazzesco anticipo di quanto invece purtroppo succederà al ritorno dalla Magic Line due anni dopo.

 

Quasi all’uscita del Canalone dell’Insubordinato, Monte Disgrazia. (1a asc. – 7 settembre 1979)
Monte Disgrazia, parete nord, via dell'Insubordinato, 1a ascGoretta e Renato Casarotto
Casarotto2-showimg2.cgiAl campo base, raggiunto il 13 maggio, Renato è quasi incapace di riconnettersi. Per spingersi così lontano, e per lontano intendo anche la profondità di noi stessi, ci vuole una volontà enorme. L’io cosciente vuole fermamente quel viaggio. E l’accordo più segreto di tutti, quello che noi facciamo con noi stessi, in lui funzionava in modo egregio. L’energia necessaria era assicurata dalle smisurate forze che si agitano all’interno di ciascuno di noi. Perché queste forze in qualche modo erano da lui state incanalate con l’accordo. Un accordo che regge fino a che le due parti si rispettano reciprocamente, e non più quando s’innesta un processo d’inflazione del proprio io che tende al dominio di quest’ultimo sulle forze inconsce. Nella fatica e nella paura si manifestano le crepe dell’accordo, nasce un dialogo pauroso, per la prima volta sentiamo “parlare” ciò che dentro di noi non ha mai parlato. Quella voce che ti avverte che hai superato il limite, che il tuo io deve moderarsi. Quella voce che ti avverte che la spesa è ormai fuori controllo, che il tuo disavanzo non può più essere sorretto dal capitale. Una voce che non può e non deve essere vissuta come nemica. Renato la vive come un qualcosa di cui lui non deve avere pietà. Come fai ad avere pietà per la tua seppellita parte femminile? Qui non è questione di pietà, ma di rispetto e di Amore. Renato sentiva che se non avesse deciso di uccidere la sua voce interiore, questa sarebbe diventata distruttiva, lo avrebbe fatto soccombere. E quel delitto, come tutti i delitti, era irreversibile. E questo passaggio psicologico, questa delittuosa uccisione che Renato fa di se stesso dove avviene? Sulla “cresta del Non Ritorno”. Renato non poteva sapere che la sua “vittoria” sulla voce non poteva, e mai avrebbe potuto essere, definitiva. Le forze inconsce si ripresentano con le stesse domande alla prossima occasione. E ti presentano il conto.

Dopo quell’esperienza, Renato avrebbe dovuto non accontentarsi del semplice ricordo, ma avventurarsi in una rielaborazione interiore: non sono certo qui a dire che non l’ha fatto, non sappiamo se e come lui affrontò questa fondamentale tematica interiore. Ma i risultati di quest’eventuale travaglio purtroppo parlano chiaro: non rielaborò a sufficienza, non riuscì a veder chiaro l’avvertimento che gli era stato dato.

In tenda assieme abbiamo spesso parlato delle motivazioni che ci spingevano alla montagna e all’avventura. Come sempre, anche in queste chiacchierate Renato non si accontentava della superficie. In seguito lo dimostrò: affrontare imprese sempre più “impossibili” per progredire in questa sua ricerca di conoscenza. Era evidentemente convinto che più impegno, difficoltà e isolamento c’erano, più l’esperienza sarebbe stata rivelante. Ma fino a quel momento le sue grandissime imprese non avevano ancora il taglio “eccezionale” che invece avrebbero avuto dopo la nostra estate 1979 al K2. Quel che voglio dire è che la sua salita con Piero Radin al grande diedro dello Spiz di Lagunàz, o altre sue solitarie e invernali fatte fino ad allora erano sì grandissime salite, che entravano prepotenti nella storia: ma ancora non si era visto il Casarotto che invece si vide dopo! Le nostre chiacchierate dunque hanno avuto un limite, quello derivante dal fatto che il futuro nessuno poteva prevederlo. Non andammo oltre un certo livello. Posso dire che non bestemmiava (come invece fa una buona parte di veneti!), non imprecava, il suo linguaggio era sempre corretto. Un “porco boia” non faceva parte della sua cultura. C’erano pochi momenti in cui potevi affacciarti timidamente alla ricerca del Renato interiore. Che lui fosse in ricerca era chiaro, ma non si andava tanto oltre. Anche l’assenza di Goretta (e il non essere mai stato con loro per più che il tempo di una cena) non favorisce la mia esplorazione all’interno di Renato. Non so per esempio dire se la funzione di Goretta fosse più calmante o agitante, se soffiasse sul fuoco o lo moderasse. Di certo Renato l’amava, ma non so andare oltre. Il fatto che Renato non abbia mai avuto distrazioni non è sufficiente a tratteggiare che genere di amore fosse. E dai suoi scritti non si comprende molto di più.

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Dovendo rispondere alla consueta domanda “quale impresa di Renato è stata la più grande” sarei tentato di rispondere “quella che non ha compiuto, quella sul K2”. Ma non lo faccio, solo perché sulla Magic Line lui non era da solo. La squadra dei polacchi (che poi completò l’itinerario e giunse alla cima) era lì presente, e anche se mai si unirono, il loro lavoro non era mai del tutto indipendente.
La Ridge of No Return e la Nord dell’Huascaran si contendono questo primato, anche se ha poco senso paragonare 1000 a 999. Non ci sono unità di misura così precise. Per le Alpi, direi che la sua cavalcata solitaria e invernale al Monte Bianco, senza alcun deposito intermedio, su Ovest della Noire, Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e Pilone del Frêney sia al top. Però anche tante altre… francamente non mi va di fare classifiche!

Quando noi pensiamo a Renato oggi, in realtà siamo ancora ben lontani dal pensare tutto quel che dovremmo. Il quantitativo di vissuto d’esperienza e consegnato a noi non è stato ancora metabolizzato. Il pensiero che dedichiamo a lui è ridotto. Ho l’impressione che ci vorrà ancora un po’ di tempo, però magari non troppo, per sapere chi fosse quell’uomo. Un uomo che ha saputo pescare nel caos della nostra creatività in modo così geniale ed efficace, in anticipo sui tempi.

Io considero Renato Casarotto coma una specie di Michelangelo Buonarroti, un pittore e scultore dalla personalità e genialità così complesse da non poterle misurare solo attraverso le opere d’arte che ci ha lasciato. Le imprese di Casarotto le vediamo ma non del tutto. L’uomo purtroppo non c’è più, il libro che ci ha lasciato è bello, ma non era il suo mestiere dirci di più. Siamo noi che dobbiamo arrivare a lui e non viceversa. Come giustamente asserisce Peruffo, la scrittura primaria (e cioè l’agire in montagna e in ambiente) supera e comprende la scrittura secondaria (quella a tavolino). La scrittura primaria si rivela con lentezza. Un po’ come la creazione che ha impiegato milioni di anni e non ha finito neppure ora…

Non ci rimane che sperare in una replica: magari oggi, domani, qualcuno agisce come Renato. Chissà. Mi vengono dei nomi che lo ricordano, pochi ma ci sono. Certamente c’è qualcuno che non conosciamo. E se davvero questi, conosciuti o sconosciuti, lo ricordano, allora è giusto che siano un po’ sconosciuti… perché anche loro sono in anticipo sui tempi. Un nome? Uno come Denis Urubko ricorda Renato: noi siamo affascinati dalle sue imprese sugli Ottomila, ma non sappiamo nulla o quasi di ciò che ha saputo fare sulle montagne di casa sua, terreni a noi del tutto ignoti e per i quali non abbiamo termine di paragone. I suoi racconti ci parlano di avventure pazzesche… e noi siamo fermi a ciò che conosciamo o che crediamo di conoscere.

Casarotto apre con Gian Carlo Grassi la via sulla parete sud del Pic Tyndall (Cervino), 1983
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Il paragone con il free solo odierno è un confronto impossibile. Renato non avrebbe mai potuto fare le solitarie che ha fatto senza l’uso regolare dei sistemi di auto-assicurazione. La sua “lentezza” era dovuta a questa ragione. Non faceva mai lunghezze di corda superiori a una certa difficoltà (in genere il V grado) senza doverosa auto-assicurazione. Non concedeva nulla in questo campo. Era il suo metodo. Non dimentichiamoci che lui ha sempre arrampicato con gli scarponi più o meno rigidi, le scarpette di arrampicata le ha limitate alla falesia e alle Dolomiti e solo dopo il 1977. Con gli scarponi pesanti è d’obbligo l’auto-assicurazione. Il free-solo richiede una grande fiducia nel proprio equilibrio psico-fisico. Soprattutto nel proprio equilibrio interiore. Se solo c’è qualcosa che si rompe dentro, o si ammala, si fa bene a stare a casa. Dunque il discorso è lo stesso, anche le solitarie di Renato richiedevano questo equilibrio interiore. Anche le mie poche solitarie lo hanno richiesto: che mi auto-assicurassi o meno, ero convinto che non mi sarebbe successo niente! Lo sentivo, ne ero certo. Solo in qualche momento l’equilibrio era turbato, ma presto si ristabiliva. Il problema è che l’equilibrio oggi c’è, domani non si sa… A un certo punto, prima o poi, bisogna smettere. Il dialogo interiore sotto alla vetta del McKinley, il successivo piccolo incidente nel crepaccio, hanno dato il tempo a Renato di tornare e meditare. Tempo che è stato speso forse come era purtroppo destino: ma c’è sempre il momento in cui passa il treno del cambio di destino. O lo si prende o non lo si prende. A oggi sembra che Auer il treno non l’abbia perso, vedremo cosa farà Alex Honnold… e così le centinaia di grandi che in questo momento affollano le cronache alpinistiche. Dobbiamo solo trovare il punto in cui il nostro io possa definirsi appagato e non andare oltre. O meglio, trovare altre strade. Evolversi, dimostrare altro.

Renato Casarotto parte per il suo ultimo tentativo alla Magic Line del K2
Casarotto2-versoSellaNegrotto-1975250_478390405623515_851160942_nOgni occasione di nuovo progetto deve essere valida per rimettere in discussione il nostro equilibrio. Le solitarie in free-solo sono agghiaccianti perché coinvolgono direttamente lo spettatore, che è chiamato, proprio per non soffrire di fronte allo spettacolo, a dare la sua fiducia incondizionata allo scalatore solitario. La nostra fiducia, quella vera, la diamo raramente. La diamo quando c’innamoriamo, qualche volta nel lavoro… ma in genere non siamo così disponibili a “fiduciare” il prossimo. Ecco il perché di tante critiche all’alpinismo solitario. Siamo avari di fiducia e la cosa, a ben vedere, ci danneggia. Ci immiserisce.

Il corpo di Renato non riposò in pace. Riapparve alla luce e nel 2004 fu necessaria una seconda triste funzione
Casarotto2-K2scienza.18Il ritorno dalla Magic Line per Renato era definitivo. Il 15 luglio 1986, ormai al terzo tentativo e raggiunta quota 8300 m, Renato si arrese e decise di scendere. Era un crollo dal quale lui sentiva difficilmente avrebbe potuto rialzarsi. Quella che qualcuno definisce l’“accidentale” caduta del 16 luglio nel crepaccio fatale è la malaugurata e ineluttabile conclusione di un processo iniziato sul McKinley due anni prima. La salita della Magic Line, a mio modo di vedere, per Renato non era più solo una sfida alla Natura e a se stesso. C’era anche il confronto con gli altri. C’erano i polacchi (Wojciech Wróz, Przemyslaw Piasecki e lo slovacco Petr Božik avrebbero raggiunto la cima il 3 agosto), la sua mente era ingombra delle esigenze dello sponsor (anche se difficilmente possiamo dare colpe a quest’ultimo)… poi c’era l’ombra di Reinhold Messner! C’era tutto un complesso di ragioni che potevano solo far peggiorare la malattia di cui ormai Renato soffriva: l’allontanamento dalle profondità di se stesso, il deterioramento di un rapporto così a lungo proficuo. Per questo parlo di crollo quando vedo Renato riconoscere il proprio fallimento sulla Magic Line della sua vita. E’ facile per noi dire che non dovrebbe esserci mai alcun fallimento in grado di far fallire la nostra vita, o in grado di costruire una serie di eventi che portano quasi il soggetto a sentirsi libero solo di fronte alla sua stessa morte.

E’ facile, troppo facile, dimenticare la dimensione-gioco dell’alpinismo. Anche il rugby è un gioco. Magari violento, rude e faticoso. Però è un gioco. L’alpinismo è ancora più violento, ma non possiamo accettare che sia un gioco che ti fa dismettere la vita, soprattutto se lo fa quando si è capito di aver perso la partita.
E soprattutto quando ciò succede dopo undici anni di continui successi. Come si fa a dichiararsi falliti dopo una vita di lotte, qualche sconfitta ma decine e decine di vittorie? Ecco perché fa così male, perché noi non accettiamo che lui possa aver fallito. Lui sì, noi no.

Su Wikipedia, biografia e salite di Renato Casarotto.

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/‎

Marco Anghileri e Goretta Casarotto

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1

 

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 1 (1-2)
Da un colloquio con Davide Riva

Fino a che Renato Casarotto non sfondò il muro del suono con la salita (8-11 giugno 1975) del diedro occidentale dello Spiz di Lagunàz (che solo l’anno precedente avevo individuato io dalla Quarta Pala di San Lucano e che naturalmente era nei miei programmi), il suo nome mi era perfettamente sconosciuto. Non sapevo per esempio che la sua prima grande salita fosse nientemeno che la terza invernale alla via Solleder del Civetta (con Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari, nel dicembre 1972). Così, tanto per cominciare.

Ho conosciuto Renato solo nell’autunno del 1978, non ricordo dove, probabilmente in una qualche occasione pubblica, forse alla preselezione per i corsi Guida. Quattro parole, in cui però apparvero chiari il reciproco rispetto e la stima. Poi, nel dicembre, quando con Reinhold Messner si parlò di una mia partecipazione alla spedizione della Magic Line al K2, già in quel momento considerata ben oltre un progetto, quasi una via mitica, si fece il nome di Renato. Così fui io a contattarlo e lui accettò entusiasta. Mentre parlavamo al telefono emerse che entrambi non volevamo rinunciare ai corsi per Aspirante Guida, almeno a quelli non coincidenti temporalmente con la spedizione.

Goretta e Renato Casarotto al campo base del Gasherbrum II, 1983
Casarotto-campobaseGasherbrumII-1985-RG-480x330Entrambi avevamo il problema di non essere così bravi a sciare, avevamo bisogno di migliorare la tecnica, avvicinarla allo standard della Guida Alpina. Così lo invitai per qualche giorno in una casetta da me affittata nei boschi sopra Champoluc, un posto che si chiama “le Fate Nere”, per fare qualche scialpinistica assieme.

Dopo qualche giornata passata piacevolmente, c’eravamo pienamente resi conto che dovevamo essere aiutati. Non c‘era bisogno che qualcuno ci giudicasse, lo vedevamo da soli che la nostra tecnica era in difetto per un corso Aspiranti Guida, anche se le preselezioni le avevamo passate. Approfittammo dell’invito del comune amico Lorenzino Cosson, che già allora era guida a Courmayeur. Renzino ci diede l’esempio di come si scia in neve fresca, cercò di toglierci i più vistosi difetti: insomma in quelle due meravigliose giornate potemmo cogliere almeno una prima chiave d’ingresso nel meraviglioso mondo della polvere. Lasciato il guscio degli autodidatti, ci prendemmo gusto e andammo ancora assieme e per altri due giorni da un altro mio amico, guida e maestro di sci, in una valle del Cuneese.

Quei giorni passati in compagnia, nonché i viaggi in auto, ci hanno fatto chiacchierare parecchio: così è nata l’amicizia tra noi. Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà. Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. Lo avrebbe dimostrato con quelle grandi imprese solitarie e invernali, isolato e in piena autosufficienza: giorni e giorni di continuo impegno psicofisico. Già da quelle poche giornate assieme avevo capito che lui aveva una volontà molto superiore alla mia.

Non si può essere portatori di così grande volontà se non sei governato da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla. Con quell’onestà interiore Renato si poteva permettere quel genere di volontà, perché quasi ne aveva diritto. Sapeva di poter volere, si dava da solo il permesso di una volontà gigantesca, grazie al fatto che nel trattare con gli altri era permeato della sua rettitudine, del suo fair play.

Ciò implicava che le sue amicizie fossero abbastanza rare, le amicizie tipo quelle odierne di Facebook non facevano certo per lui. Lui dava l’amicizia quando sentiva che era il caso: solo allora si concedeva, si apriva.

Lo spigolo nord dell’Anticima del Broad Peak. Oltre la fine della linea rossa, che mostra la via di Renato Casarotto (e la variante di discesa), è la vetta settentrionale del Broad Peak
Casarotto-Broad-Peak-Nord
L’etica di Renato non coincideva con ciò che possiamo aver filtrato dopo questi decenni di alpinismo. Oggi agire eticamente significa salire una qualche parete seguendo determinate regole e non praticando le scappatoie che queste regole loro malgrado lasciano aperte. Mi viene in mente Matteo Della Bordella che nell’estate 2014 in Groenlandia, dopo undici giorni di avvicinamento in canoa, assieme a compagni ancora più invasati di lui pensa, di fronte a una meravigliosa parete inviolata, all’on-sight. Una volta questo era inconcepibile. La gioia del successo può anche essere lesa dal fatto che ci si sia attaccati a un chiodo, ma queste sono regole moderne. Renato non aveva questi codici, non era ancora stata praticata questa feroce divisione tra libera e non libera, tra l’attaccarsi a un friend o non attaccarsi. L’attaccarsi a uno o più chiodi, per le grandi salite non era un problema. Badava a questo solo in caso di salita su falesia o su parete alpina: e comunque dove Casarotto dava settimo grado stiamo pure tranquilli che stava parlando di arrampicata libera, anzi liberissima! Era sulla Nord dell’Huascaran che di certo non badava a questi dettagli. La vera etica per lui era l’isolamento. In un’epoca in cui non esistevano telefonini e satellitari, l’unica concessione era la rice-trasmittente. Per parlare con la moglie. Un’equipe davvero ridotta all’osso, meno di così non si può. Questa era la sua etica, che pochi potevano condividere in pratica. La sua solitudine di certo era una necessità prima di tutto, non era da solo per una scelta “etica”: era da solo perché l’eventuale compagnia gli avrebbe procurato un disagio dovuto a etiche differenti. Anche lui avrebbe preferito un compagno ideale alla sua solitudine, ma questo compagno ideale non è mai apparso. Renato si è modellato l’etica sul suo stesso carattere. Sappiamo bene che aveva amici con cui faceva in montagna cose anche grandi: ma per le grandissime non li ha mai trovati. Vuoi per le capacità tecniche di costoro vuoi per la loro volontà non sufficiente all’enormità dei progetti di Renato. Questi era divorato dal fuoco creativo, sono tanti ad aver provato questo modo di essere. Ma chi per una volta sola, chi per un anno, chi per due o tre: raramente per una decade o anche più.

L’etica di Renato era legata all’estetica. S’innamorava delle linee che gli balzavano all’attenzione. La Ridge of No Return la “vide” su una fotografia nell’ufficio dei ranger, ormai nel Parco del Denali. Ricordo quando eravamo sullo Sperone degli Abruzzi del K2, lui era lì, angustiato dalla decisione che la spedizione aveva preso, solo lui contrario, di abbandonare la Magic Line. Noi eravamo convinti che in sei mai ce l’avremmo fatta, lui al contrario ne era sicuro. Era con me sullo Sperone, ma la sua mente era altrove. Era disinteressato, e lo dimostrò ammalandosi di bronchite e rinunciando quindi a un progetto che non era il suo. Forse meditava già allora la sua rivincita solitaria. E mentre eravamo lassù, di fronte a noi era l’incredibile spigolo nord del Broad Peak, di una rara dirittura estetica. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse “solo” all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la continuazione alla vetta dell’Ottomila Broad Peak, continuazione che fu poi percorsa molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord). Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello. E negli anni a venire andò e lo salì!

In alto sullo spigolo nord del Broad Peak, Renato fotografa la sua tendina
Casarotto-Broad Peak First Ascent North Summit 1983 - Renato Casarotto Tent At 6850m - iborderline.netIo ero di certo più legato ai concetti vecchi, la cima, l’Ottomila. Ai miei occhi quello spigolo era sì bellissimo, ma forse non degno delle mie attenzioni perché segnato dal “peccato originale” di non arrivare in vetta: la continuazione alla cima era così illogica nella sua enorme lunghezza da “contaminare” la meravigliosa struttura dello spigolo. Pensavo alla difficoltà che avrei avuto nel digerire l’assenza della vera vetta una volta in punta all’Anticima. Lui era avanti! Lo ha sempre dimostrato, anche in quell’occasione. Mentre usciva dalla tenda del campo 2, magari per pisciare, Renato guardava lo spigolo nord del Broad Peak, e sognava quella solitudine che lì al K2 non poteva avere.

Se mettessimo Renato oggi sul Fitz Roy, una montagna oggi certamente più “affollata” di allora, perfino il suo Pilastro Goretta non gli potrebbe garantire completa solitudine. Questa Renato dovrebbe oggi cercarla altrove, su altre montagne. Se oggi, all’Everest, ti sbucci un dito dopo pochi minuti lo sanno tutti gli sherpa, lo sanno anche a Kathmandu. Ma se tu oggi avessi un incidente su altre montagne, rischieresti seriamente che nessuno lo sappia, esattamente come ai tempi di Renato: e magari, anche sapendolo, nessuno riesca ad aiutarti. La solitudine c’è ancora sul nostro pianeta, ce n’è anche tanta. Lui sapeva cercarla molto bene, con obiettivi che trovava con osservazione diretta (Broad Peak) ma anche e soprattutto con ricerca fotografica, vedi Alaska.

La spedizione Messner al K2 era davvero internazionale: quattro membri di madre lingua germanica (Messner, Robert Schauer, Friedl Mutschlechner e Michel Dacher), due italiana (Casarotto e Gogna), dove Dacher e Casarotto parlavano solo la loro lingua, senza l’inglese a unirli agli altri. Questo non era un problema per le grandi decisioni, lo era per le piccole cose di ogni giorno, per gli isolamenti che si creavano nell’isolamento. Occorre aggiungere anche che la presenza di Joachim Hoelzgen, giornalista di Amburgo per lo Spiegel, dell’ufficiale di collegamento Mohammed Tahir e perfino quella del cuoco baltì, Rosalì, contribuivano all’isolamento di Renato. Personaggi intelligenti, decisamente fuori dagli schemi del giornalista, del militare e del cuoco, che se richiesti davano il loro parere, ascoltato. Ma alzavano numericamente la soglia di una “maggioranza” dalla quale Renato per questioni non solo linguistiche si sentiva escluso. Rimanevo solo io il contatto.

Il 12 giugno 1979 un nostro portatore cadde in un crepaccio e morì: faceva parte del gruppo inviato a controllare che l’accesso nord-ovest alla Sella Negrotto (da cui inizia la Magic Line) fosse più comodo di quello a sud-est. La cattiva notizia dell’inopportunità di cercare l’accesso alla Sella Negrotto da nord-ovest si aggiunse alla tragedia. Negli stessi giorni Messner e Mutschlechner fecero una ricognizione sulla parete sud e conclusero che la sua pericolosità non potesse essere ragionevolmente affrontata (era la futura via Kukuzcka). L’osservazione ulteriore con i binocoli aveva convinto, prima di tutto il capo-spedizione Messner, che il nostro progetto sulla Magic Line, con i mezzi che avevamo a disposizione, non aveva alcuna possibilità di successo. Si arrivò a una votazione, dove cinque membri decisero di rinunciare e uno solo (Renato) votò la continuazione del progetto originario. Si percepiva che, pur non votanti, anche Hoelzgen, Tahir e Rosalì stavano dalla parte della maggioranza. Renato fece buon viso a cattiva sorte, accettò la decisione dei compagni. Ma di notte in tenda si confidava con me, e so bene quanto lui in realtà fosse davvero contrario a quella decisione. Anche quella notte al Campo 1, una bufera spaventosa dove non dormimmo un minuto, aggrappati alla paleria della tenda.

Appoggiato al corpo del Fitz Roy è l’elegante Pilastro Goretta. La via di Casarotto continua fino alla vetta. Foto: Gian Luca Maspes
Casarotto-Maspes-La-parte-iniziale-della-traversata-dallAguja-Guillaumet-al-Fitz-Roy-Photo-Luca-Maspes

Io gli dicevo che fare comunque la quarta ascensione della montagna, senza portatori, senza ossigeno, sarebbe stata una bella “consolazione”; gli dicevo che secondo me Messner temeva l’arrivo dei francesi, la grande spedizione nazionale di Bernard Mellet, anch’essa diretta alla Magic Line, il triplo della nostra e con gente di prim’ordine. Se quelli fossero arrivati con noi ancora in pieno assedio, ne avrebbero approfittato e magari sarebbero riusciti ad arrivare in cima (prima di noi e magari senza di noi) grazie al nostro lavoro di un mese di attrezzatura e al nostro sfinimento…

Renato mi rispondeva che avevo ragione… ma che noi eravamo andati lì per la Magic Line! Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi.

A noi due di certo non importava nulla dei francesi. Pensavo: noi attrezziamo, se poi arrivano i francesi e, più freschi, ci soffiano la “prima”, pazienza. La competizione per me non è mai stata una molla così decisiva. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

La bronchite gli durò giorni e giorni. Lui, infermiere, si curava da solo, il nostro medico, una delle fidanzate di Messner, Ursula Grether, non era neppure arrivata al campo base perché il quinto giorno era caduta sul sentiero e si era fratturata una caviglia. Evacuata con elicottero. La spedizione era dunque anche senza medico!

Così finì la spedizione per Renato, la malattia subentrò al chiodo fisso della sua contrarietà all’abbandono della Magic Line. La discussione si era svolta in termini del tutto civili, ma i pareri erano decisamente opposti, e destinati a rimanere tali. La successiva salita di Messner e Dacher alla vetta, il fallimento dei francesi non riuscirono a modificare questa situazione. Al ritorno in patria qualche parola di troppo sfuggì a Renato in qualche intervista, ne nacque un diverbio con Reinhold del quale ho sempre evitato di voler conoscere i particolari, convinto che non si deve litigare per interposta persona (la stampa) ed è sempre meglio farlo faccia a faccia. Insomma, mi dispiacque molto.

Il fantastico diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz
Casarotto-diedro-san-lucanoRenato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bull-dozer. Non so dove prendesse il carburante… ma benzina ce n’era sempre. Qualunque cosa facesse, era fatta bene, con efficienza e regolarità. Come se il compito del mattino dovesse essere archiviato con successo in serata. Non che gli altri non facessero così, ma magari l’atteggiamento era diverso: era più facile introducessero elementi di creatività. E io mi metto tra quelli.

Al nostro ritorno, già poche settimane dopo eravamo di nuovo assieme in stanza per il secondo dei tre corsi di Aspirante Guida, quello su ghiaccio e misto, in Val Masino. Il primo, quello del tanto temuto scialpinismo, si era tenuto a Bormio in aprile, e l’avevamo passato. In settembre dunque arrampicammo su Nuova Dimensione, una placca in Val di Mello che allora era considerata ai massimi per le vie di aderenza sprotetta; salimmo assieme, e con noi erano altri quattro, su una via nuova, il Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. Dovevamo salire in cima per la Corda Molla, nell’imitazione di una normale salita con cliente: di fatto ci stava un po’ stretto quel compito, con una meravigliosa giornata come quella. Così, quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: – Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?

La modalità “rivoluzionaria” con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.

Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. E dirò di più: non è compresa appieno neppure adesso a quasi trent’anni dalla sua morte. Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. Questo silenzio, ovviamente non certo voluto, è la traduzione psicologica di un fatto che ci ha colpiti a livello interiore. L’emozione che si verifica al seguito di una notizia se va in profondità provoca un certo pudore nel parlarne. Al contrario, è regola psicologica che si parli oltremodo di fatti di cui non si è del tutto convinti interiormente: la propaganda è la miglior prova di assenza di emozione e convinzione. Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.

Anche nel caso di Peter Boardman e Joe Tasker, che nel 1976 vinsero la parete nord-ovest del Changabang, ci fu un non adeguato rumore stampa al seguito della loro impresa. E anche in altri casi. Non è colpa dei giornalisti (parlo di quelli del settore), preparati o impreparati. E’ proprio responsabilità della comunità alpinistica del tempo, che è pronta o non è pronta. La “quantità di immaginario” (come la definisce Alberto Peruffo) che ci stava consegnando Renato era tale che a noi risultava impossibile perfino ripeterla a pappagallo. Ci entrava dentro, ci allagava. E noi non dicevamo nulla, proprio per una forma di compensazione psicologica. Per non essere del tutto sopraffatti.

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone. Casarotto la salì in prima solitaria invernale, marzo 1985
CasarottoFoto-1Credo che il destino delle grandi imprese sia legato al momento in cui queste verranno ripetute. Al momento, la stragrande maggioranza degli exploit di Renato non ha visto ripetizioni di sorta. Il muro di silenzio non è totale ma è sufficiente a “velare” la reale importanza delle imprese di Renato: verrà abbattuto solo da quelli che ne seguiranno le tracce. Questi saranno costretti ad affermare ciò che allora non fu detto, e cioè che Casarotto era il più forte del suo tempo. E, vista la credibilità dei signori che lo faranno, non ci sarà altro che supina accettazione, con immediato rinnovo di interesse verso la sua figura. Non posso dirlo io, che sono un suo contemporaneo. Lo deve dire un giovane di oggi.

Nel mio piccolo, la mia via al Naso di Zmutt è stata finalmente ripetuta da italiani. In 45 anni c’erano state sette ripetizioni, tutte di alpinisti svizzeri o francesi. Nel settembre 2014 Marco Majori, François Cazzanelli e Marco Farina hanno fatto in due giorni la nona ascensione. I loro commenti sono stati entusiastici, probabilmente non si aspettavano certi aspetti di quella salita: e sono i loro giudizi a contare oggi, a modificare dunque il percepito di una comunità alpinistica nei confronti di un’impresa compiuta così tanti anni prima. Non intendo per nulla paragonare questa piccola cosa all’imponenza dell’operato di Casarotto, ma il meccanismo è il medesimo: dopo un bel tot di anni certe cose sono “riscoperte”. In Italia è stato necessario che degli italiani ripetessero la Gogna-Cerruti, non era sufficiente che i più forti svizzeri e francesi lo avessero fatto e ne fossero usciti con gli occhi incrociati. Anche qui è una questione di lingua e di comunicazione. Nelle mie serate, nei miei libri non ho mai taciuto di quella salita, eppure non sono mai riuscito a infiammare nessun italiano, prima d’oggi. Dal che consegue un’ipotesi: se Casarotto, invece che italiano, fosse stato a esempio inglese, probabilmente non sarebbe stato così evidente l’involontario ostruzionismo a un giudizio più realistico sul suo operato: il pudore collettivo sarebbe stato più tenue. Il fenomeno che sto tentando di denunciare, quello del silenzio su ciò che più ci colpisce, sarebbe stato comunque avvertito, ma sarebbe stato meno violento. Un caso simile è quello di Charlie Porter, le cui imprese solitarie hanno preceduto e probabilmente ispirato quelle di Casarotto. Anche Porter, pur essendo americano, è stato abbastanza “recintato” in quella zona della comunicazione che tiene “sotto controllo” un evento: nel momento in cui lo si comunica si chiude il cancello invece di spalancarlo. Casarotto non ha avuto il “culo” di nascere anglofono: se lo avesse avuto, gli anni necessari alla sua futura “esplosione mondiale” sarebbero stati meno. E si sarebbe più vicini a quella consacrazione che al momento vedono in pochi.

Nella foto famosa di Bradford Washburn si dipanano i 5 km di Cresta del Non Ritorno

Casarotto-aaj-12198517200-1405527323Anche io ho fatto delle salite da solo. Ma non sono mai stato un solitario. Non che nell’azione senza compagni non mi trovassi bene: se così fosse stato sarei tornato indietro. Al mio tempo, fine anni ’60, c’erano dei problemi da risolvere. In quei due o tre casi di mie salite solitarie di una certa importanza devo riconoscere che se ho saputo cogliere il momento è stato perché c’era la sensazione che i vari Walter Bonatti o René Desmaison avessero per puro caso lasciato in sospeso la risoluzione di quei problemi. Loro avevano indubbiamente le capacità di risolverli. E altri erano lì a ronzare attorno, ho visto io stesso Gary Hemming, solo sul ghiacciaio del Leschaux, tornare da una ricognizione alla Nord delle Grandes Jorasses. Insomma, era nell’aria. Ma erano salite, per così dire, “flash”. Vado, l’ammazzo e torno. Renato faceva prime ascensioni da solo. Magari anche d’inverno. Era veramente su un altro pianeta. Io non riesco neppure a immaginare cosa significhi compiere un’ascensione di quel genere, stando da solo per settimane. Ciò che posso testimoniare è che, quando si è da soli, le capacità che abbiamo di adattamento all’ambiente sono acuite. Sensibilità al pericolo, prontezza di riflessi, tensione generale. In tutte le piccole e grandi azioni della giornata, dall’attenzione che poni nel non far cadere la tua pentola nel vuoto a una protezione che devi mettere, dalla cautela nel tirar su la cerniera della giacca imbottita per non danneggiarla e renderla inservibile al passaggio che devi fare più difficile degli altri. La solitudine ti costringe a sottolineare qualunque azione, con una concentrazione che normalmente non si usa.

Quando Hansjörg Auer ha salito il Pesce in Marmolada da solo lo ha fatto con le sole scarpette e il sacchettino della magnesite, senza imbrago, senza un cordino. In un secondo tempo c’è tornato per fare fotografie, ma la prima volta era del tutto solo e praticamente “nudo”. Vuole dire che lui si sentiva preparato a fare una salita di 900 metri di tale difficoltà, fino al 7a+. Questa è la decisione di chi sa di avere ancora margine. Immagino che la sua concentrazione fosse “esagerata” (non nel senso che fosse troppa, ovviamente). La sua scioltezza e la sua velocità di esecuzione erano sorrette da questa concentrazione. Prendi lo stesso Auer, dagli una corda, un compagno, delle protezioni intermedie: avrai un capocordata rilassato che danza sul Pesce, la sua concentrazione sarà “necessariamente” e senza dubbio alcuno inferiore alla sua stessa concentrazione durante l’impresa in free solo.

E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni. Chi l’ha provato sa che è un grande piacere sentirsi a quel modo, è davvero eccitante: al contrario dell’anfetamina, è un’eccitazione sana perché autoprodotta. Ti sei dimostrato da solo in grado di reggere a quell’eccitazione. E’ una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi. Può essere una droga per la quale si fa e si rifà la grande avventura: ma quando in fondo al tuo cuore sai che in quell’occasione, in quelle condizioni di concentrazione spasmodicamente serena, davvero non hai rischiato più di tanto, beh, allora è il piacere estremo, la gioia insuperabile. Tutti possiamo arrivare al termine di un’impresa. Ma quanto hanno rischiato? Nessuno può dirlo giudicando gli altri, solo i diretti interessati possono farlo, se lo ritengono opportuno. Sono domande che dobbiamo farci da soli e alle quali dobbiamo rispondere con sincerità, con semplicità. Io sostengo che la gioia è di tanto più grande quanto alla domanda si può rispondere serenamente di non aver rischiato. Chi ha rischiato un casino sarà anche contento di esserne uscito, ma di certo non sfiora neppure la gioia suprema di chi può rispondere diversamente. Ecco, la solitaria ingigantisce queste situazioni. I compagni portano amicizia, divisione di responsabilità, scambio d’idee: sono cose belle, che contano. La solitaria esclude tutto ciò, rimane solo la concentrazione a spadroneggiare e a evolversi fino a migliorare anche le capacità di auto-analisi dell’alpinista: alla fine di un’ascensione la domanda deve essere sempre: quanto ho rischiato? E la risposta deve essere ancora più schietta della domanda, perché il tentativo di imbrogliare noi stessi non è mai foriero di buone cose.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

La gigantesca parete nord dell’Huascaran (Ande peruviane)
Casarotto-huascaran_nord

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Ennedi e Tibesti

Ennedi e Tibesti
di Rocco Ravà

Il Ciad è un paese immenso, che si estende soprattutto in lunghezza e l’enorme estensione in latitudine gli conferisce un’inusitata varietà di climi e morfologie, di paesaggi ed etnie che lo abitano. Il suo territorio è caratterizzato da due zone profondamente diverse, il cui confine possiamo dire sia la strada che collega la capitale N’Djaména, alla città di Abéché nell’est. La fascia meridionale è saheliana e savanosa; la fascia settentrionale, che ricopre circa i due terzi della superficie totale del paese, dapprima saheliana diventa rapidamente desertica e costituisce ciò che viene chiamato Sahara ciadiano. E’ di questo deserto che voglio raccontarvi.

Un preambolo è necessario, perché il nome Ciad evoca ancora pensieri e dubbi di sicurezza e pericolosità.

Borkou
Ciad-Ciad-1.BorkouQuesta terra ha avuto una storia travagliata, è vero, fatta di lunghi anni di guerra: guerra civile, guerra con la Libia e ribellioni interne. Ha subito, non sempre giustamente, una mediatizzazione negativa e a volte poco precisa, che l’ha dipinta come destinazione pericolosa; negli ultimi anni anche per la vicinanza al Darfur. Bisogna parlare della realtà e dire come le cose stanno, ma oggi il Ciad è un paese in grande evoluzione verso il suo avvenire, e sicuro per diverse ragioni: un governo forte e un esercito di grande efficacia nel controllo del territorio. Il Presidente e il governo hanno grande considerazione del turismo, specchio che riflette l’immagine del paese all’estero, e vi è quindi molta attenzione a qualsiasi aspetto legato alla sicurezza e al rilascio dei permessi per viaggiare. Il mio lavoro è quello di organizzare e guidare spedizioni e viaggi in questo paese; la mia opinione potrebbe sembrare di parte, interessata: posso solo aggiungere che ogni anno viaggiano con me Miriam ed Elia, i miei bambini. In vent’anni di viaggi nel Sahara Ciadiano, non è mai capitato un incidente grave che abbia coinvolto un gruppo di viaggiatori, fatto che è invece capitato in altri paesi limitrofi, nei quali ho lavorato. E’ un punto che mi sta a cuore, proprio per il grande amore che nutro per questa terra unica e ancora così selvaggia.

Nel 1992, non appena è stato possibile, la grande famiglia di Spazi d’Avventura, capeggiata da mio padre, Piero Rava’, è partita dal Niger, dove vivevamo e lavoravamo, con un manipolo di fidi autisti e meccanici tuareg, alla volta del Ciad, vero e proprio sahariano. Abbiamo inseguito un sogno covato per anni, riuscire per primi ad “aprire” al turismo questa magnifica e sconosciuta porzione di deserto, ed è stata una vera epopea: abbiamo iniziato ad esplorarlo come da trenta anni non si faceva più, affrontando dure sfide logistiche, a volte situazioni difficili ed esperienze impegnative, per riuscire a far conoscere una terra dalle tinte forti, dal carattere duro ma ammaliante.

Tassili di Kourodi
Ciad-Ciad-2.Tassili di KourodiIl deserto ciadiano, è ancora oggi una delle parti meno conosciute del deserto dei deserti, la più selvaggia e la più estetica, paesaggi inauditi da mozzare il fiato, luoghi e atmosfere uniche al mondo. Questo deserto è un vasto terreno d’avventura e d’esplorazione: il massiccio dell’Ennedi, un giardino sahariano, deserto vivo per flora fauna e umanità; i laghi di Ounianga, imprevedibili specchi d’acqua, che come macchie di vernice blu verde e rossa affiorano da una tela di sabbia. Il Tibesti, mito sahariano, fortezza vulcanica dalle dimensioni giganti, là dove le montagne del deserto arrivano più alte nel cielo.

Le grandi difficoltà geografiche per penetrare questo territorio, le immense distanze da percorrere, l’indipendenza e la fierezza delle genti guerriere che da sempre lo abitano, l’essere in parte fuori dalle grandi rotte carovaniere, hanno fatto sì che il deserto del Ciad sia una delle ultime parti del Sahara a essere stata visitata dagli Europei. Per gli stessi motivi la colonizzazione francese è stata molto ardua e difficoltosa. Per lungo tempo in guerra e occupata anche dalla Libia di Kadhafi, questa regione non è stata più oggetto di studi precisi dagli anni ‘50 e ‘60, ed è rimasta quindi più sconosciuta di altre aree sahariane.

Tibesti e Ennedi, due grandi massicci montuosi, sono l’ossatura di questo deserto: il primo, di origine vulcanica è il più esteso (100.000 Kmq, 1/3 dell’Italia) il più imponente, il più alto di tutto il Sahara, e occupa l’estremità settentrionali del paese sconfinando con un suo piccolo braccio, il Dohone, in Libia ; il secondo, di origine sedimentaria (40.000 Kmq, grande come la Svizzera) ha caratteristiche climatiche che lo rendono unico, si estende nella parte nordorientale del paese, dando nome oltre che al massiccio vero e proprio anche a tutta la regione desertica che da esso spazia verso Nord : depressioni del Mourdi, Erdis e laghi di Ounianga.

Alla base dell’Emi Koussi
Ciad-Ciad-3.base dell'Emi KoussiEnnedi
Di forma triangolare, l’Ennedi è un massiccio arenaceo antichissimo (650-300 milioni di anni fa). I suoi lati sono stati smembrati da un’erosione spettacolare in una moltitudine di gruppi montuosi minori con tipiche formazioni tassiliane (tassili è un termine geografico arabo che indica formazioni di arenaria fortemente scolpite dagli agenti atmosferici). In nessun altro luogo il vento e l’acqua hanno creato forme più strane: guglie sottili, castelli merlettati, archi e canyon profondi colpiscono senza sosta il nostro immaginario, mescolati magistralmente dalla fantasia della natura a oued verdeggianti con acacie secolari e dune dalle forme sinuose. Pur trovandosi all’interno dei confini geografici sahariani, gode di un clima particolare: una pluviometria sicuramente abbondante per la sua latitudine, perché è il primo ostacolo incontrato dagli alisei di sud-ovest, e circostanze orografiche lo rendono un ecotono, una sfumatura ambientale tra deserto iperarido e savana. La posizione geografica, la forma delle valli che lo intagliano e la falda freatica degli oued, fanno sì che la vegetazione al suolo impedisca eccessivi fenomeni di traspirazione e evaporazione, mantenendo condizioni di vita particolari per uomini e animali. E’ un deserto vivo.

E la vita rende unica questa porzione di Sahara: una flora ed una vegetazione così ricca, quasi tropicale permette la vita di varie specie animali (babbuini, patas, gazzelle, iene, procavie, felini) e quasi inspiegabilmente anche agli ultimi coccodrilli del Sahara, fossili viventi, guardiani di Archei. Questa guelta nascosta è l’epicentro della vita: uomini e centinaia di cammelli si abbeverano da secoli in un’atmosfera biblica. Un immenso arco naturale, capace di contenere Notre-Dame de Paris, si appoggia su Aloba, montagna sacra per i Bideyat.

Yebbi Bou
Ciad-Ciad-4.Yebbi BouNelle gole di Bachiguelè, all’ombra delle falesie di arenaria rossa, su un letto di sabbia bianca ricoperto di prato all’inglese, un corso d’acqua serpeggia per un chilometro, alimentato da una sorgente a monte; una vera e propria foresta-galleria, simile a quelle che costeggiano i corsi d’acqua del Congo, è formata da questi alberi straordinari, i cui tronchi si incollano alle pareti di roccia con un fogliame scuro e le cui radici si contorcono sulla superficie del suolo verso l’acqua. Tra queste pazzesche sculture vegetali,oltre a ficus e ibiscus, troviamo alcuni esemplari di Rauwolfia caffra, un albero che cresce normalmente solo in Africa tropicale ed equatoriale.

A testimoniare la continuità di culture e tradizioni quasi immutate nel tempo, una moltitudine di ripari rocciosi finemente dipinti dagli antenati degli attuali nomadi. L’arte rupestre ha qui uno stile tutto particolare, a sé stante, che segue un’evoluzione stilistica e artistica, quasi in inversione di tendenza rispetto alle altre regioni sahariane.

L’Ennedi è l’immagine di un Sahara più antico, di un Sahara forse simile a come era nel neolitico. Nel Sahara poche specie sono realmente sahariane: su una ventina di specie di serpenti, una sola, la vipera cornuta (Cerastes cerastes), è endemica. Paradossalmente c’è ancora molto da apprendere su questo deserto. Gli insetti, gli alberi, le rane sono la testimonianza vivente di un periodo felice, di un’età dell’oro nella quale il deserto doveva essere una sorta di paradiso terrestre. E l’Ennedi è la regione sahariana che più assomiglia a questo paradiso, dove qualche vestigia è sopravvissuta al riparo delle sue gole. Ancora oggi è un vero e proprio Eden nel Sahara.

Giovane Tubu
Ciad-Ciad-5.TubuUna nota a parte meritano i sorprendenti laghi situati nella regione di Ounianga, a nord-est del massiccio, oltre la grande depressione dunare del Mourdi. Sono un’eccezionale falda freatica affiorante, concentrati attorno alle oasi di Ounianga Kebir (con il Lac Yoa, il più grande) e di Ounianga Serir.

L’acqua in essi contenuta è sia dolce che salata, là dove vengono inglobati i depositi di carbonato di sodio lasciati dalle antiche ingressioni marine. Attorno, una cintura formata da palmeti, falesiette di arenaria multicolore, dune gialle a picco sull’acqua e sparsi accampamenti Ounias e Teda, rende questo luogo sicuramente uno dei più inaspettati dell’intero Sahara.

Tibesti
Il Tibesti è un enorme apparato vulcanico che ha origine circa 70 milioni di anni fa. La sua forma ricorda una gigantesca testa di bue: il muso è l’enorme cratere dell’Emi Koussi (3415 m, la più alta cima del Sahara) e le corna si affilano abbasandosi l’una verso il Niger, l’altra verso la Libia. E’ prima di tutto una fortezza, un‘imprendibile roccaforte (e la storia lo ha più volte dimostrato), eretta in pieno deserto. La montagna è da sempre e ovunque l’habitat adottato dai popoli pastorali, e il Tibesti è il rifugio ancestrale dei Toubous, il più antico popolo autoctono del Sahara. Austeri e grandiosi, aridi e tormentati, i rilievi di questa fortezza persa nel mezzo delle sabbie, ripara una popolazione resistente a qualsiasi prova e profondamente legata dal sentimento dell’appartenenza clanica; un tale ambiente ha forgiato uomini rudi e indipendenti, e qui le amministrazioni centrali non hanno mai avuto un compito facile. Fu infatti l’ultima regione sahariana a essere conquistata dalle forze coloniali francesi. Questo popolo chiuso su sé stesso, non ha lasciato grande reputazione nella storia. Da Erodoto, che li menziona come Trogloditi Etiopi, gli uomini più rapidi nella corsa che abitano caverne e rocce e con una lingua che ricorda le grida dei pipistrelli, fino ai giorni nostri, con le vicende delle varie ribellioni e per esempio dell’Affaire Claustre. E’ però sicuramente l’etnia sahariana che ha spinto più lontano i limiti dell’adattamento alle condizioni desertiche estreme, dimostrando di poter vivere dove nessun altro è stato capace.

Incisione rupestre a Gonoa
Ciad-Ciad-8.Gonoa, l'uomo di gonoaNell’inverno del ‘92 ho visto per la prima volta il Tibesti. Il lungo tragitto di avvicinamento faceva crescere l’emozione, trepidavo per scoprire finalmente la grande roccaforte e conoscere i Teda, di cui avevo sentito una miriade di racconti nelle notti sahariane intorno al fuoco. Ciò che mi ha colpito da subito è stata l’immensità, la grandezza delle montagne. Un infinito susseguirsi di distese vulcaniche, che i Toubous chiamano Tarsos, veri e propri mari di lave pietrificate, così specifici di queste montagne; una straordinaria complessità del paesaggio dove sette edifici vulcanici principali dominano con le loro cime dalle notti glaciali gli altopiani di lave basaltiche e riolitiche, intagliati da oued accidentali che qui si chiamano enneris. In questo universo minerale e lunare, apparentemente privo di vita, all’improvviso si aprono gole e canyon più o meno profondi, dove l’acqua più vicina alla superficie permette l’esistenza di piccoli palmeti, della vegetazione e di villaggi fuori dal mondo. Il vulcanismo è il marchio di questa terra. In pochi luoghi ha lasciato tracce ancora vive come a Soborom, dantesco decoro di fumarole e bollenti fanghi argentati, o come a Yi Yerra, dove una flacca d’acqua dalle temperature più miti è il miglior bagno che si possa immaginare alla fine della lunga discesa dall’Emi Koussi. Dove invece si è completamente addormentato, la sua antica violenza è onnipresente sotto forma di organi basaltici, di gigantesche caldere come l’Erra Kohor sulla cima del Koussi o il celebre Trou au Natron ai piedi del Pic Toussidé: un gigantesco abisso dal fondo tappezzato di carbonati e altri solfati di sodio, una distesa dal bianco abbacinante interrotta solo da piccoli e più giovani coni vulcanici che ci ricordano la prossimità della forgia.

Trou au Natron al Pic Toussidé
Ciad-Ciad-10.trou au natron2Ci sono tornato più volte fino al ‘98, quando una nuova ribellione, quasi a seguire un ciclo continuo, ne ha chiuso di nuovo le porte, poco dopo che ero sceso dall’Emi Koussi. Dodici anni dopo il Tibesti si riapre, e per uno strano destino mi sono ritrovato subito sulla cima della montagna più alta del Sahara. Nulla era cambiato: la stessa strana sensazione di sentirsi nel punto più alto di una regione di nove milioni di chilometri quadrati, la stessa stupefacente vista sull’orizzonte che continua fino ad incurvarsi, ricordandoci che la terra è tonda. Ora il Tibesti si riapre nella sua interezza.
Ennedi e Tibesti, così diversi tra loro, così unici nella loro particolarità, sono un paradiso del trekking o della randonnée chamelière, una miniera di itinerari, passaggi e piste sempre alla scoperta di qualcosa di nuovo. Viaggi come l’Emi Koussi o il Gouffre di Koboué sono must delle spedizioni sahariane.

Il viaggio a piedi è senz’altro la forma più naturale e tradizionale del viaggiare nel Sahara: camminare per spostarsi, camminare per viaggiare, è la forma di viaggio più vicina allo stile di vita delle popolazioni sahariane.

Il contatto pressoché permanente con l’epidermide del pianeta e il fatto di essere al centro stesso dell’orologio astronomico della terra, che da solo organizza l’esistenza quotidiana del viaggiatore a piedi, produce un’adesione realmente costante con la natura che regola anche i ritmi vitali tra giorno e notte, facendo sì che si viva, come dice Théodore Monod, “au rythme meme du Cosmos… comme les autre betes“.

Il viaggio a piedi nel Sahara permette di ritornare a un mondo semplice ed essenziale, permette un contatto con la natura e gli uomini che la abitano più profondo, cui noi, uomini e donne occidentali, abbiamo perso l’abitudine: il camminatore vede ed osserva una miriade di particolari-animali, tracce, piante, reperti archeologici- che solo questo tipo di progressione permette, entra nel paesaggio proprio perché il viaggio è fatto da lui stesso, dal concatenarsi dei suoi passi che lo accompagneranno dall’inizio alla fine di ogni tappa, dall’inizio alla fine del viaggio; il contatto umano si approfondisce perché si vive con chi del viaggio ha fatto il cardine della sua vita, il nomade, vero ed unico abitante di queste regioni, condividendo realmente alcuni dei ritmi della sua vita, unico modo di poter vivere e spostarsi in un contesto così difficile. E’ un modo di conoscere “al microscopio” l’ambiente, umano e geografico, che ci circonda.

Viaggiare a piedi nel deserto non è soltanto una scelta se così si può dire filosofica ma anche una scelta logistica di viaggio: soltanto a piedi si possono raggiungere alcune regioni altrimenti inaccessibili, grandi zone d’isolamento.

Discesa al Trou au Natron al Pic Toussidé
Ciad-Ciad-12.discesa al trou au natronAlpinismo
E’ nel deserto del Ciad, dove le montagne occupano un posto così importante, che si sfata più che altrove l’antico stereotipo occidentale che dipingeva il Sahara come il “grande vuoto” pieno di sabbie: la sabbia sotto tutte le sue forme occupa soltanto un quinto del deserto più perfetto al mondo. E nel resto di questo spazio cosa c’è allora? Soprattutto grandi pianure a perdita d’occhio, i reg; molte e contorte cicatrici sull’epidermide della terra, gli oued, testimonianza di un’antica e sviluppata rete idrografica; e poi naturalmente montagne, o meglio immensi massicci montuosi.

Di origine vulcanica o sedimentaria, composti da graniti, basalti e arenarie, formano immense regioni a sé stanti. Particolari e diversi per forme e morfologia, hanno però una caratteristica assolutamente desertica che li accomuna: non si presentano con l’aspetto di una catena di cime legate l’una all’altra, non formano un insieme compatto; le cime sono spesso separate e distanti, sorgono isolate dalla terra. Ciò che colpisce da subito è la forza della dimensione verticale, il vigore del loro rilievo; senza transizione enormi masse rocciose sono appoggiate sul deserto, sembrano sorgere direttamente dalle piane che si estendono ai loro piedi, contrasto unico nella vastità, nell’estensione, e nella dimensione del vuoto spaziale in cui si inseriscono con prepotenza verticale. E’ forse questo il motivo che nel deserto, più che altrove, rende difficile valutare le dimensioni di una parete. Grande varietà delle forme: e così torri, pani di zucchero, domi, coni, guglie, enormi bastionate che facilmente fanno palpitare cuore e fantasia dell’alpinista, risvegliano negli scopritori di spazi verticali che siamo, mille desideri d’esplorazione e di scoperta.

Ci si confronta con una roccia particolare, sia che si tratti di granito, di basalto o di arenaria, che richiede qualche tempo per farsi conoscere, rocce cotte dal sole con la tipica patina sahariana. L’odore resta a tutti nelle narici: è minerale allo stato puro, senza contaminazione.

La storia alpinistica in Ciad si riassume in poche righe per gli stessi motivi per cui a lungo queste zone sono rimaste sconosciute, ed è ridotta rispetto a quella di altri massicci sahariani come l’Hoggar. Dall’inizio degli anni ‘50 alcune spedizioni hanno iniziato l’esplorazione verticale del Tibesti, gli Svizzeri capeggiati da Edouard Wyss-Dunant, un paio di spedizioni inglesi, e nel ‘63-’64 una spedizione italiana guidata da Guido Monzino. Come è logico, hanno salito alcune delle cime principali, per le vie normali. In epoca più moderna, a metà degli anni novanta, Jerry Moffatt e Heinz Zak hanno fatto una tournée dedicandosi a salire piccole torri senza l’apertura di grandi vie.

Pic Toussidé
Ciad-Ciad-14.Pic_ToussideNell’Ennedi nessuno ancora era venuto per arrampicare fino al novembre 2010, quando abbiamo accompagnato il The North Face Team alla scoperta di queste strabilianti formazioni d’arenaria. Una squadra di fortissimi alpinisti, composta da l’inglese James Pearson e gli statunitensi Alex Honnold, Renan Ozturk e Mark Synott, ha passato dieci giorni nella bordure meridionale del massiccio aprendo delle nuove vie a Chigeou, Bamena e Bachiguele. La loro attenzione era attirata dalle strutture più stravaganti senza interessarsi alle pareti e falesie più alte e imponenti. Aldilà della manciata di vie nuove, alcune delle quali, a dir loro, tra le più memorabili e belle che abbiano mai salito finora, credo che il più grande successo sia la scoperta e la convinzione di quale potenziale alpinistico sia custodito nel massiccio: centinaia e centinaia di torri e pareti straordinarie ancora inviolate. Le parole di Pearson, che l’ha definita la “spedizione della vita”, sono molto eloquenti: “Per far corta questa lunga e sabbiosa storia, il viaggio è stato uno di quelli che si ricordano a lungo – semplicemente incredibile. Dopo una giornata di volo, 3 giornate e mezze spese attraversando la sabbia del deserto, abbiamo avvistato per la prima volta questo mondo alieno, il più isolato dalla civiltà che io abbia mai visto. Una terra dove tutto era ancora da scalare! Era difficile da credere, ma secondo la nostra guida (anche lui uno scalatore e una delle poche guide in questo settore, con 40 anni di esperienza nel deserto), siamo stati il primo gruppo di alpinisti a visitare questo luogo! C’erano sottili archi e torri che spuntavano in ogni direzione, un parco giochi vergine con le migliori linee tutte ancora da aprire ed esplorare – le foto non avevano mentito. . I nomadi del deserto sono tra le persone più forti e resistenti che abbia mai incontrato. Ai miei occhi ignoranti, questa distesa sterile non offre nulla per poter sopravvivere, eppure in qualche modo queste persone riescono a crearsi la loro vita, e sembra che riescano a farlo con un relativo benessere. Solitamente erano molto amichevoli e in alcune occasioni siamo stati visitati da persone che ci hanno portato in dono del latte di cammello tiepido – in realtà era piuttosto buono! Mamma mia che posto…”

Ricordandoci che questo non è l’unico teatro di possibili arrampicate, le possibilità sono pressoché infinite; il massiccio del Guera, che presenta importanti inselberg con pareti alte fino a 300 metri di super granito è l’ultimo spot che aspetta la visita di mani di alpinisti sulle sue rocce.

Nel Sahara l’avventura esiste sempre e qui la passione della montagna ritrova il suo carattere primo, quello della scoperta; una scoperta che si colloca in un ambiente di natura potente e incontaminata, in cui la vita scorre secondo le regole “nomadi”. Il “viaggio verticale” nei deserti è reso unico dalla dimensione del “viaggio orizzontale”, si compenetrano a fondo e ne rendono difficile la distinzione. Oggi credo che arrampicare sulle montagne dei deserti stia diventando quasi di “moda”, perché tutto l’alpinismo , dal classico a quello delle performances estreme, sente il bisogno di un ritorno alle sorgenti, ad un etica “trad”, ad un rapporto diverso con la natura, in fondo teatro di qualsiasi performance. Il deserto del Ciad è tutto ciò.

Penso che il concetto di bello naturale sia difficilmente opinabile, forse il termine assoluto di questo concetto, il più bello, è più soggettivo perché si carica di componenti personali e affettive: ho scoperto questa parte di deserto da ventenne, studente di geografia, guida sahariana già con un buon bagaglio – ho iniziato a viaggiare nel deserto a due anni al seguito della mia famiglia – trovandomi protagonista di questa avventura; la possibilità di poter ancora esplorare, una sensazione d’incognito e ignoto, le soddisfazioni di una scoperta, la condivisione della vita nel deserto con chi più di ogni altro è capace in questo ambiente di strabilianti performances geografiche e fisiche per la conoscenza inusitata che ne ha; gli incontri ed esperienze uniche, l’aver viaggiato in lunghe spedizioni con il prof. Théodore Monod, il più grande esploratore sahariano del XX secolo, creano indubbiamente uno stato di affezione e un legame particolare. Ne sono cosciente, ma nonostante resto convinto che questo deserto sia il più bello proprio per la sua natura e le sue genti, per la vita che ne traspira. Vi invito a scoprirlo… e mi saprete dire.

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Luca Schiera

Intervista a Luca Schiera
a cura di Giacomo Rovida

Di solito prima di un’intervista c’è sempre un trafiletto in cui l’autore parla dell’intervistato, racconta un’anticipazione delle sue avventure e lo riempie di elogi.

Quel trafiletto è fondamentale perché deve rapire lo sguardo del lettore, catturare la sua attenzione, invogliarlo a soffermarsi sulla tua intervista e leggerla.

Dopo aver intervistato Luca Schiera sinceramente non sapevo cosa scrivere, avrei probabilmente ripetuto la solita prassi fatta di complimenti ma non mi piaceva e così per qualche giorno il mio foglio è rimasto bianco.

Un pomeriggio poi sono andato in falesia e ho sentito due signori di fianco a me parlare di un’affermazione di Messner il quale diceva che l’alpinismo è morto.

Io sono andato a casa e un po’ ci ho pensato, mi sono chiesto se avesse ragione o meno, ho cercato di guardarmi intorno e capire; certo negli ultimi anni le cose stanno cambiando, ci si sta inevitabilmente portando verso una disciplina più sicura e divertente che ha alzato tantissimo il numero di praticanti molti dei quali non sono nemmeno a conoscenza delle origini dell’alpinismo.

Messner ha ragione allora, sono finiti i tempi di quelle avventure, di quelle scoperte, di quel gioco onesto nei confronti della montagna?

Luca Schiera sotto la Torre Egger per il tentativo finale: dopo sei giorni di pioggia esce il sole
estate australe 2013, L. Schiera (con Matteo Della Bordella stanno 1 week al Filo Rosso, sotto Torre Egger per il tentativo finale, dopo 6 giorni di pioggia esce il sole.jpgHo preso in mano l’intervista di Luchino (così lo chiamano i suoi amici) e l’ho riletta un’altra volta, mi sono soffermato sulle righe cercando di capire cosa c’era dentro, qual era il suo spirito e ho capito che l’alpinismo è tutto tranne che morto.

Luca assieme ai suoi amici, ragazzi intorno ai 20/25 anni sta facendo sognare il mondo alpinistico, sta realizzando tantissime nuove salite in posti impensabili e con un’etica ferrea, lasciando il trapano a casa e assumendosi tutti i rischi del mestiere.

Ha ragione Messner, è finito il tempo dei libri eroici, della lotta con l’alpe, dell’alpinista con i suoi racconti da “Superuomo” di Nietzche; questi ragazzi di racconti ne fanno pochi e di parole ne sprecano ancora meno, lasciano parlare i fatti che poi, alla fine, sono quelli che contano.

Wenden, primavera 2014, Silvan Schuepbach “opera ai denti” Luca Schiera. Apertura di El Gordo, con sole protezioni veloci
Wenden, primavera 2014, Silvan Schuepbach opera ai denti L. Schiera, in due giorni aprono una via (El Gordo) con sole protezioni veloci su una parete non ancora salitaChi sei, quanti anni hai, dove vivi?
Sono Luca Schiera, ho (quasi) 24 anni e vivo tra la Val Masino e Anzano del Parco, un paese a metà tra Como e Lecco.

Quando hai iniziato a andare in montagna?
Non ricordo esattamente quando ho cominciato a girare per le montagne, ma probabilmente appena ho iniziato a camminare! Ricordo però ancora nitidamente la prima volta che mio padre mi ha portato ad arrampicare, in Val di Mello ovviamente. Poi per dieci anni ho frequentato il CAI giovanile, camminare era bello ma dopo un po’ noioso, preferivo sempre arrampicare.

E a impegnarti sul serio?
Credo quando andavo alle scuole superiori, è stato tutto molto graduale.

Estate australe 2014, Luca Schiera con Matteo Della Bordella e Silvan Schuepbach all’alba sul Glaciar Superior, dopo il tentativo sul pilastro est del Fitz Roy. Sullo sfondo, Aguja PoincenotEstate australe 2014, L.Schiera con Matteo Della Bordella e Silvan Schuepbach all'alba sul Glaciar Superior, dopo il tentativo sul Pilastro est del Fitz Roy, Aguja Poincenot sullo sfondo.JPGLa Torre Egger ti ha consacrato come alpinista di alto livello, com’è stata quell’esperienza?
Pazzesca! Un sogno a occhi aperti, in un ambiente completamente nuovo. Ricordo lunghe giornate ad aspettare al Chalten e una fortissima motivazione per andare a provare. Mi sembrava impossibile tornare a casa a mani vuote, forse però non avevo ancora capito che l’ultima parola ce l’ha il meteo.

La Patagonia è un posto magico, cosa vuol dire aprire una via di così alto livello a 22 anni? E per non farsi mancare niente anche un’altra via nuova sull’Aguja Saint-Exupéry?
Sicuramente devo molto a Matteo Bernasconi, Matteo “Teo” Della Bordella e a tutto gruppo Ragni, quella era la “loro” via ed è stato un bel gesto invitare un terzo. Oltre alle capacità serve anche l’occasione buona! Della Saint-Exupéry invece ne avevo sentito parlare da Simone Pedeferri, ma non conoscendo il posto l’unica cosa che avevo capito è che si poteva tirare dritto come sembrava guardandola; è stata una delle salite di “ripiego” dal progetto iniziale, ma di grande soddisfazione, soprattutto per lo stile: in tre, leggeri e in stile alpino.

Estate australe 2013, Patagonia: Luca Schiera, Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella all’alba si avvicinano al colle Standhardt, per ripetere in due giorni Festervillet
Estate australe 2013, Patagonia, L. Schiera, Matteo Bernasconi e M. Della Bordella all'alba si avvicinano al colle Standhardt, per ripetere in due giorni Festervillet.JPGSia in Oman che in Kirghizistan hai aperto delle vie in uno stile rigorosissimo e con un etica ferrea. Quanto conta lo stile nell’alpinismo? È meglio arrivare in cima con qualunque mezzo o fallire ma con stile?
In alpinismo lo stile è la cosa principale. Ognuno ha le sue idee ma io penso che la prima cosa da valutare sia rispettare ciò che ci sta intorno. Molte volte ho rinunciato a un progetto, altre le ho solo rimandate e mi sono preparato meglio per restare fedele all’idea iniziale.

Estate australe 2013, Luca Schiera sul fungo della Torre Egger
estate australe 2013, L. Schiera sul fungo della Torre Egger.JPGLo spit e quindi avere con sé il trapano non riduce l’impegno dell’Alpinismo? In caso di ritirata da una parete consente di potersela cavare molto più facilmente, è un’ancora di sicurezza. Tu cosa ne pensi?
Uso gli spit sia in falesia che sulle vie, e ci sono dei veri capolavori di intuito in questo stile. È una cosa che comunque mi attrae poco in questo momento. C’è una grossa differenza fra il partire su una via con l’idea di bucare e salire in modo pulito, anche sulla scelta della linea da seguire.

Moltissime vie si possono salire senza bucare, è una questione di livello fisico e controllo mentale, oltre che di accettazione dei rischi. La cosa che mi dà fastidio è lasciare un segno permanente sulla roccia.

I discorsi sulla sicurezza non reggono perché nessuno è obbligato ad andare in montagna, quindi dal momento in cui si decide di tentare qualcosa bisogna essere consapevoli al cento percento di quello a cui si va incontro oppure sapere rinunciare.

Estate 2013: il giorno dopo la salita alla Nameles Tower, Luca Schiera e Silvan Schuepbach salgono anche la Great Trango, completando la trilogia Uli Biaho-Nameless-Great Trangoestate 2013, il giorno dopo la salita alla Nameles Tower L. Schiera e Silvan Schuepbach salgono anche la Great Trango, completando la trilogia Uli Biaho-Nameless-Great Trango.JPG
Il versante meridionale dello Jebel Misht, Oman
Schiera-Jebel-Misht-photo-courtesy-GeogRaccontaci dell’esperienza in Oman, cosa ti ha spinto a andare in quei luoghi?
Avevo sentito parlare dell’Oman come di un posto ricco di potenzialità, e in effetti dal materiale raccolto su internet sembrava vero. Io e Andrea Migliano abbiamo quindi organizzato insieme questo viaggio. Era un po’ la voglia di provare un nuovo tipo di roccia. È stato molto divertente girare il paese, perderci in continuazione sulle strade e incontrare una cultura diversa. E poi un gran caldo e i giri in macchina per cercare le pareti. Ma ricordo anche dei momenti davvero spaventosi.

Siamo partiti alle 4 dalla tenda, in un’ora abbondante siamo arrivati al materiale lasciato il giorno prima sotto lo zoccolo e abbiamo iniziato a salire per la maggior parte in conserva (sempre sul V). Dal basso si vedeva una zona incerta, infatti abbiamo sbagliato linea e perso tempo, un diedro strapiombante sporco e spaventoso di 6c e subito dopo un muro un po’ più facile ma da cercare, poi abbiamo ripreso veloci. Altro tiro su muro verticale esposto poi siamo arrivati alla grande cengia a due terzi, ma era tardi: alle 18 è già notte.

Con poca roba abbiamo bivaccato, abbiamo acceso un fuoco e stavamo bene… fino a quando ha iniziato a piovere (non lo credevamo possibile qui): panico. Poi ha smesso. Alle 7 (senza mai avere dormito) siamo ripartiti per la parte più facile, con roccia spesso molto bella e tagliente. Cima. Poi abbiamo cercato la discesa in un canale, nel primo pomeriggio siamo rientrati. In totale, la via è stata aperta con 34 ore di veglia, un numero imprecisato di tiri, 6c max, tutto a vista, lasciato un chiodo.

E invece in Kirghizistan? E come mai con Matteo De Zaiacomo? Come è nata la vostra amicizia?
Ci conoscevamo da diversi anni perché scaliamo entrambi in Val Masino. Lui è uno scalatore di talento, ma al di là di questo avevo notato un entusiasmo fuori dall’ordinario. Sapevo di aver fatto la scelta giusta quando gli chiesi di venire in spedizione (ancora non sapevamo dove). Siamo arrivati in Kirghizistan con pochissime informazioni, in una valle bellissima. Ci siamo subito attivati per scalare e credo che abbiamo fatto davvero tutto il possibile.

Sull’Uli Biaho Tower il vostro progetto iniziale è saltato e avete seguito un’altra linea. Quanto è più difficile muoversi a quelle quote?
Sì, l’idea iniziale era quella di salire in stile capsula la parete nella zona centrale. In realtà la linea era solo ipotetica, puntavamo a trovarla sul posto di fronte alla parete. L’accesso si è rivelato molto laborioso, siamo rimasti solo in tre e abbiamo attaccato la zona più logica della parete, una bella successione di lame e fessure.

Siamo stati rigorosi con l’acclimatamento e infatti è andato tutto molto bene. In verità io sono stato male proprio il giorno del tentativo finale, avevo un fortissimo mal di testa e facevo davvero fatica a fare anche le cose più semplici. Pochi giorni dopo siamo andati a Trango, la quota era leggermente superiore ma lì mi sono sempre sentito davvero bene. Come prima esperienza in quota è stata molto interessante, soprattutto ho scoperto come reagisce il mio corpo in situazioni non comuni.

Ti abbiamo visto sempre in spedizioni arrampicatorie, non ti interessa qualche 6000 o 7000 inesplorato magari di arrampicata mista?
Sì, in realtà in Pakistan sono stato in qualche modo folgorato dalla vista di tutte quelle montagne, penso che in futuro tenterò qualcosa di simile, ora mi manca un po’ di esperienza sul quel terreno. Poi ci sono un sacco di cime semisconosciute su quella quota, anche molto tecniche.

Progetti futuri?
Migliorare, e poi qualche viaggio. A gennaio andrò in Patagonia, stessa squadra Teo, Silvan e io.

Cos’è per te l’alpinismo? E quale valore ha nella tua vita?
È una forma di scoperta, sia di nuovi luoghi (non necessariamente lontani) che della propria mente e corpo.

Estate 2014, Aksu Valley (Kirghizistan): Luca Schiera sui primi tiri di Perestroicrack, un’unica fessura perfetta fino in cima, con Matteo De Zaiacomo
estate 2014, Aksu valley, Luca Schiera sui primi tiri di Perestroicrack un'unica fessura perfetta fino in cima, con Matteo DeZaiacomo.JPGL’attività di Luca Schiera
Il 3 marzo 2013 Luca Schiera e Matteo Della Bordella concludono le doppie dalla Torre Egger, parete ovest, dopo aver terminato la via tentata nei due anni precedenti da Della Bordella e Matteo Bernasconi e aver raggiunto la cima. È la prima salita della difficilissima e molto pericolosa parete, un’impresa all’altezza delle più grandi del gruppo dei Ragni di Lecco.

A luglio 2013 Luca Schiera, sempre con Della Bordella, parte in una spedizione di cinque alpinisti per aprire una nuova via sulla Uli Biaho Tower, Pakistan. I due riescono nell’impresa in perfetto stile alpino, in due giorni, insieme allo svizzero Silvan Schuepbach. Nei giorni successivi Luca Schiera riuscirà a salire insieme a Schuepbach la via degli Sloveni alla Nameless Tower e la normale alla Grande Torre di Trango, così a chiudere un tris mai riuscito prima di allora.

Nel novembre 2013 con Andrea Migliano, Luca Schiera apre onsight Physical Graffiti, una via nuova di 900 sul pilastro sud dello Jebel Misht, Oman.

Il 6 e 7 giugno 2014 Luca Schiera e Silvan Schuepbach aprono El Gordo, una via in stile tradizionale di 450 m (6c/7a), a vista, in un settore ancora inesplorato del Wendenstöcke.

Nell’estate 2014 Luca Schiera e Matteo De Zaiacomo vanno nella Aksu Valley in Kirghizistan, una piccola “spedizione” ricca di successi. Tra tutti spicca naturalmente la nuova via Atlantide (700 m, 6c/7a max) aperta dai due il 26 giugno 2014, sulla parete sud dell’Ortotyubek 3895 m (o Central Pyramid), in 22 ore complessive dalla partenza al ritorno al campo base. A questa si aggiunge l’apertura da parte di Schiera in solitaria dei 300 m de La Bolla sull’Avancorpo della Central Pyramid 3400 m. Ma anche la ripetizione della bellissima e difficile Perestroicrack (7a/b, 800 m) sul Pik Slesova (Russian Tower, 4240 m), della French route sulla Petit Tour 3500 m e di una via “sconosciuta” sullo spigolo sud-ovest dell’Ortotyubek.

Estate 2014, Aksu Valley (Kirghizistan): Luca Schiera sul primo tiro di placca di Perestroicrack, prima dell’inizio della fessura. Con Matteo De Zaiacomoestate 2014 Aksu valley, L. Schiera sul primo tiro di placca di  perestroicrack, prima dell'inizio della fessura. Con Matteo DeZaiacomo.JPG