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Climbing girls 26

Maja Vidmar. Foto: majavidmar.com
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Carin Marchiorato, boulder Melhor deixe, com certeza (2 novembre 2012), Morro do Anhangava em Quatro Barras, Paraná, Brasile

Ana Marisa Correia nel video di apertura di una palestra di arrampicata

Daila Ojeda, Alizée Dufraisse e Olivia Hsu in giro per l’Europa

La coreana campionessa del mondo Jain Kim si diverte a scalare a Niederthai (Ötztal, Tirolo, Austria) tra una tappa e l’altra della Coppa del Mondo 2015

Jain Kim vince a Puurs (Belgio) la Coppa del Mondo 2015

Lisa Hathaway bouldering sul Colorado River vicino a Moab

No Numbers è un bel ritratto della climber slovena Maja Vidmar

In Spagna, la svedese Matilda Söderlund ha salito onsight due 8b in in solo giorno. Poco dopo ha salito flash la lunga Kalea Borroka (8b+), sempre in Spagna

Mayan Smith-Gobat e Ines Papert hanno salito la Torre Centrale del Paine (Torres del Paine National Park, Patagonia/Chile) per la parete est. Prima femminile e quinta salita di Riders on the Storm, esattamente 25 anni dopo la prima ascensione di questo storico itinerario

Le top female climbers Melissa Le Nevé e Nina Caprez su Tennessee (8b), Gorges du Tarn, Francia

Natalija Gros

Natalija Gros in Le Tango Vertical

Paige Claasen a Smith Rock (Oregon, USA) sale To Bolt or Not to Be (5.14a)

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Climbing girls 23

Ignota – location ignota
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Eva XXX su Masken (6c+) a Glageberget, Bohuslän, Svezia
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Ignote – location ignota
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Camille Masseran a Remigny, Francia. Foto: Samuel Challéat
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Daila Ojeda su Face de Rat, 8a+, Ceüse (Francia). Foto: Petzl/Lafouche
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Ignota su Elephant Man Corridor V1, San Jacinto Mountains, California
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Ignota – location ignota
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Emily Harrington in Cina. Foto: Rocker Wang
ClimbingGirls-23-Emily Harrington climbing in China-Photo by Rocker Wang

Federica Mingolla su Digital Crack, Aiguille du Midi. Foto: Federico Ravassard
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Federica Mingolla su Tom et je ris, 8b+, Verdon
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Hazel Findlay – location ignota
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Florence Pinet su Powder Finger, 8c,Great Arch, Getu Valley, Guizhou, Cina
ClimbingGirls-23-Florence Pinet-Powder Finger, 8c,Great Arch, Getu Valley-Guizhou-China

Hazel Findlay arrampica nell’Acadia national park, Maine, USA
ClimbingGirls-23-hazel climbing at acadia national park

Hedi Friedl su una via di 8b (catena alpina). Foto: Wolfgang Liebacher
ClimbingGirls-23-Hedi Friedl,8b in the Alps,FotoWolfgang Liebacher

Ignota – location ignota
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Ignota – location ignota
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Ines Papert e Mayan Smith-Gobat, prima scalata femminile di Riders on the Storm, Torri del Paine (Patagonia)
Ines Papert and Mayan Smith-Gobat descending after they have climbed the route riders on the storm in Torres del Paine

Isabelle de la Fontaine scala a Mickey’s Beach, California
ClimbingGirls-23-Isabelle De La Fontaine climbing at Mickey’s Beach, CA

Jacinda Hunter, dws in Arizona, USA
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Jain Kim su Mind control (8c+), Oliana, Spagna
ClimbingGirls-23-Jain Kim-Mind control (8c+)

Jamie Finlayson su Dreamcatcher (5.14d), Squamish, British Columbia, Canada
ClimbingGirls-23-Jamie Finlayson wokring Dreamcatcher (5.14d), Squamish

Pamela Shanti Pack al punto di Non Ritorno su The Event Horizon, Indian Creek, Utah. Foto: Andrew Burr
ClimbingGirls-23-PamelaShanti(puntoNonRitorno)TheEventHorizon-IndianCreek-Utah.FotoAndrewBurr

Pamela Shanti Pack su Dark Passenger, 5.12, Long Canyon, Utah. Foto: Andrew Burr
ClimbingGirls-23-PamelaShanti,DarkPassenger,5.12,LongCanyon,Utah.FotoAndrewBurr

Lenka Prášková a Prachovské skály, Repubblica Ceca
Prachovské skály - Lenka Prášková.

Sierra Blair-Coyle
ClimbingGirls-23-Sierra Blair-Coyle

Vanessa Peterson nella 2a ascensione di The Wave (25, 5.12b), Nomad Springs, WA, Australia
ClimbingGirls-23-VanessaPeterson-on the 2nd ascent ofTheWave (25, 5.12b), Nomad Springs,WA,Australia

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Federica Mingolla, prima donna in libera sul Pesce

Federica Mingolla realizza la prima femminile in libera (e in giornata) della via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada. E con ciò entra a pieno titolo nella storia dell’alpinismo.

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La 21enne rock climber torinese ha realizzato l’impresa nella giornata di domenica 17 luglio, scalando da capo-cordata e in libera (prima rotpunkt femminile) i 900 metri di parete verticale che sovrastano la Val Ombretta. Prima donna in assoluto a riuscire nell’impresa.

Partita alle ore 5.22 di domenica mattina 17 luglio 2016 dalla base della parete, Federica è stata accompagnata durante la scalata da Roberto Conti, l’alpinista bresciano di 27 anni che le ha fatto da secondo di cordata. L’uscita dalla via è avvenuta alle ore 23.49, dopo 18 ore e 27 minuti di scalata.

L’itinerario è stato aperto nel lontano 1981, dal 2 al 4 agosto e in 35 ore di arrampicata, dai due alpinisti cecoslovacchi Igor Koller (di Bratislava) e il 17enne Indrich Šustr. Heinz Mariacher aveva già tentato di salire quelle immani placche della Marmolada d’Ombretta, tra la via dell’Ideale e la Conforto, ma non aveva voluto ricorrere all’artificiale. I cecoslovacchi non ebbero questi problemi e passarono con 25 chiodi + 40 di sosta. Usarono anche nut, hexentric e friend, con un totale di 15 chiodi in artificiale + gli skyhook. Quella di Šustr capocordata è ancora oggi considerata una delle massime performance di tutti i tempi.
Fu l’impresa dell’anno senza alcun dubbio e ancora oggi il VII+ obbligatorio, gli innumerevoli tiri di VII e l’uso del cliff-hanger spaventano anche i migliori.

La battezzarono Weg durch den Fisch (via Attraverso il Pesce) anche se tutti la chiamano il Pesce. Salirono direttamente le grandi placche della parete meridionale della Marmolada d’Ombretta, rimanendo sempre un po’ a sinistra della verticale di una caratteristica nicchia a forma di pesce, che poi raggiunsero con passi rocamboleschi. Presto divenne una via famosa in tutto il mondo, con difficoltà molto elevate e continue nel tratto di parete attorno alla nicchia dove c’è il famoso passaggio del diedro svasato (di VIII+) e con altri passi in placche con piccoli fori che si mantengono sempre attorno all’VIII UIAA con un passo di IX- poco dopo la nicchia. I primi salitori ovviamente evitarono con l’aiuto dei cliff-hanger il superamento in libera dei passi più difficili. Lo sviluppo è di 1280 m, con difficoltà di VI e VII continue per 250 m e passi in A2-A3 sui cliff o di VIII+ (7b).

Federica Mingolla e Roberto Conti sulla via Attraverso il Pesce, Marmolada. Foto: Mirko Sotgiu, OpenCircle
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Federica Mingolla ha appena raggiunto la grande nicchia a forma di pesce, via “Attraverso il Pesce”, Marmolada. Foto: Klaus Dell’Orto/OpenCircle
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Con questi numeri è ovvio che si tratta di un’arrampicata libera estrema. Fino a ora nessuna donna aveva tentato l’ascensione in libera, senza l’uso di artificiale, nonché da capocordata. Federica: “Ho conosciuto Roberto sabato, quando l’ho caricato in macchina per salire. Un amico me lo aveva consigliato in quanto bravo e simpatico. Nemmeno lui aveva mai salito la parete, pertanto era molto motivato… questo mi è bastato!“.

I due erano pittosto “leggeri”: una serie di friend fino al n. 4, poi 4 o 5 Alien. Otto rinvii e molti cordini per le clessidre. Poi tre chiodi e un martello nel sacco da recupero, non utilizzati.In quella giornata ventosa, ma con tanto sole, la Mingolla ha salito interamente in arrampicata libera tutti e trentadue i tiri della via: dopo aver superato tutti i tratti più difficili e impegnativi, è però caduta con un breve volo su un passaggio di 6c, sul tiro che arriva alla nicchia. Sei metri di traverso. Fattasi ricalare in sosta, è ripartita riuscendo agevolmente a completare quella lunghezza. Questa piccola sbavatura non le ha permesso di dichiarare di aver compiuto l’intera ascensione on sight, oltre che in libera.

La parete sud della Marmolada d’Ombretta con il tracciato del Pesce
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Dopo la cengia mediana le difficoltà tecniche calano, ma non certo l’impegno. Il tratto finale si svolge attraverso una serie di camini poco compatti, bagnati e in parte ghiacciati, che la cordata ha comunque superato senza ricorrere all’artificiale. I due, dopo aver scalato le ultime tre ore circa con la torcia frontale, hanno bivaccato nei pressi della vetta su una cengia in leggera discesa, in un solo saccopiuma e assicurati a un ancoraggio. C’era una tenda ad attenderli, messa in una zona riparata: ma l’oscurità non ha permesso loro di trovarla. Troppo stanchi per valutare soluzioni alternative, hanno giudicato imprudente scendere sul ghiacciaio.

Federica ha così commentato l’impresa: “Nei primi tiri lunghi, da 40 m, siamo stati bravi e veloci sia nella progressione che nell’individuare le soste. Un ovvio rallentamento è avvenuto sui tiri successivi e siamo arrivati nella nicchia del Pesce verso le 13, con un’ora di ritardo sul nostro programma di marcia. Ora che però è stata recuperata nei tiri successivi, che sono anche i più duri della via, e che abbiamo percorso stando nelle tre ore circa. Alle 17 eravamo in cengia. Molto difficoltosa è stata l’ultima parte. Nonostante il grado, relativamente semplice ma pur sempre da proteggere, la roccia era bagnata, non compatta e a volte ghiacciata, le soste difficili da individuare”.

Scheda storica della via
Prima ascensione: Igor Koller e Indrich Šustr, 2-4 agosto 1981;
Prima ripetizione e prima femminile: Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Bruno Pederiva, Maurizio Manolo Zanolla, 1984;
Prima invernale: Maurizio Giordani, Franco Zenatti e Paolo Cipriani, 16-20 marzo 1986;
Prima rotpunkt: Heinz Mariacher e Bruno Pederiva, 16-17 agosto 1987;
Prima on sight: Daniele De Candido con Gildo Zanderigo, settembre 1991;
Prima solitaria: Maurizio Giordani (in free solo tranne che nei nove tiri centrali), 3 agosto 1990;
Prima solitaria in free solo: Hansjörg Auer, 29 aprile 2007;
Prima femminile rotpunkt: Federica Mingolla con Roberto Conti, 17 luglio 2016.

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Federica Mingolla
Torinese di 21 anni, Federica Mingolla nella vita è una studentessa di Scienze Motorie a Torino (SUISM) oltre che arrampicatrice sportiva professionista, atleta e tecnico federale FASI. Federica con i suoi 56 kg di peso e 1,68 di altezza, un fascio di muscoli e robuste spalle, è una delle donne italiane più interessanti nel panorama dell’arrampicata sportiva.
Curriculum:
– Atleta in Coppa Italia dal 2011 al 2014: campionessa italiana giovanile, vicecampionessa italiana assoluta, diversi podi in Coppa Italia;
– Atleta di interesse nazionale dal 2011 al 2014: coppa Europa giovanile, campionati europei, coppa del mondo, mondiali giovanili;
– Arrampicatrice professionista su roccia dal 2014: prima donna italiana e terza al mondo a scalare Tom et je Ris, 8b+ di 60 m nelle Gole del Verdon- Francia; prima donna italiana e seconda al mondo ad avere scalato una delle pareti più difficili sul Monte Bianco, Digital Crack, 8a, sull’Arête des Cosmiques; prima femminile in libera di Legittima visione, 8b, valle dell’Orco; diverse FA femminili sempre sul grado 8b in tutta Italia.
– Alpinista dal 2015 (è iscritta ai corsi per aspirante guida alpina).

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Climbing girls 13

 

Foto: Jan Novak Photography
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Steph Davis su Learning To Fly (5.12), Indian Creek
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Daila Ojeda
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Catherine Destivelle in vetta all’Eiger dopo la sua salita invernale e solitaria della parete nord, 10 marzo 1992
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Ana Marisa Correja
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Edurne Pasadan all’Annapurna
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Steph Davis, Indian Creek. Foto: Steph Dee
ClimbingGirls-13-Steph Davis in Indian Creek Picture by Steph Dee

Ana Marisa Correja
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Alison Hargreaves durante la prima ascensione della parete nord-ovest del Kangtega 6779 m, Nepal, aprile 1986
Alison Hargreaves during the first ascent of the northwest face of Kangtega (6779m) in Nepal. April 1986.

Ignota su via ignota. Foto: ignoto 
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Maja Vidmar ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3
ClimbingGirls-13 Maja Vidmar in Arco, Italy

Gerlinde Kaltenbrunner in vetta al Nuptse 7861 m, dopo aver ripetuto la via di Doug Scott. 22 maggio 2012. Foto: David Goettler
ClimbingGirls-13-2012_Nuptse_Gerlinde-Kaltenbrunner-am-Gipfel-des-NuptsecDavidGoettler

Ignota su via ignota. Foto: ignoto
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Fuori dalla mappa

Off the map (Fuori dalla mappa)
di Katie Ives
(pubblicato su Alpinist n. 52, per gentile concessione)
(traduzione © Luca Calvi)

1953, Zanskar, India. Una piccola ombra di donna si muoveva lentamente lungo un bianco drappeggio. Sulla cuspide sommitale del Nun, ormai vicina, risaltava il bagliore della sua vetta di 7135 metri, ancora inviolata. Lastre di ghiaccio, simili a pezzi di vetro, erano sparse su cumuli di neve talmente profondi e soffici che l’alpinista francese Claude Kogan non riusciva a trovare nulla di sicuro su cui far presa con i ramponi. All’altro capo della corda, a seguire la sua traccia incerta, il missionario svizzero Pierre Vittoz. Essendo più leggera, la Kogan si era offerta di salire da prima. “Se mai dovessi cadere assieme a uno di quei lastroni da vento” – pensava – “Pierre avrà qualche possibilità di tenermi”. Tacevano ambedue, timorosi di risvegliare l’uno i dubbi dell’altro. Lei sapeva che il successo della spedizione dipendeva da loro. Sapeva anche che se fossero dovuti tornare indietro sarebbero potuti morire comunque e così decise di andare avanti, facendo sprofondare ad ogni passo tutto il manico della piccozza nella neve polverosa.

Eileen Healey, Loulou Boulaz, dr. Colette Le Bret (con la borsa Air France), Claude Kogan (braccio destro levato), Jeanne Franco (dietro alla Kogan), Claudine van der Straeten e Micheline Rambaud (braccio sinistro alzato) in partenza per il Cho Oyu, 1959. Foto: Rue des Archives/Granger, NYC
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Si era alzata una foschia che nascondeva tutto ciò che si trovava dietro di lei: erano i detriti del seracco che aveva distrutto il Campo III e i ricordi della valanga che aveva ferito tre dei suoi compagni, Bernard Pierre, Michel Desorbay e Ang Tharkay Sherpa che si stavano riprendendo ai campi posti più in basso. Quando, però, la vetta era ricomparsa dalle nubi, scintillante e cristallina, lei era tornata a sentire il suo richiamo: “Tutto mi sembrò chiaro e semplice” – dirà in seguito – “Forse quella montagna era stata creata per me. O forse ero io a essere stata creata per lei?”.

Aveva lavorato duro per raggiungere quel punto, tagliando gradini sul ghiaccio scuro e ripido tra campo I e campo II, fissando le corde per permettere alla squadra di issare i carichi. Bernard la considerava un “miracolo”, una “donnina esile, alta un metro e mezzo, ma che in montagna vale quanto un uomo”. Solo un anno prima lui era lì a chiederle di rallentare mentre stavano salendo di conserva sul bianco nastro della cresta del Salcantay, sulle Ande peruviane. Lei si era sentita travolgere da una sorta di desiderio di mettersi a correre, come se la vetta potesse svanire nell’aria prima che lei la potesse afferrare. Aveva promesso a se stessa, dopo la morte di suo marito nel 1951, di effettuare la prima ascensione di quella che per lui era stata la montagna dei sogni.

Lo stesso giorno del Salcantay, poi, era rimasta fino a notte fonda fuori dalla tenda posta al campo alto a guardare la montagna che avevano appena salito. La luce della luna mandava riflessi e bagliori sulla neve. Nella relazione scritta per il Club Alpino Belga, scrisse poi: “Nella notte la vetta sembrava tremare”. C’era un qualcosa nel Salcantay che le faceva pensare alla Sfinge: “Era stata un’iniziazione quella montagna?… Mi aveva presentato un enigma, ma nemmeno l’averla scalata mi era servito per tirare a indovinarne la risposta”.

In quel momento, sul punto più alto del Nun, riuscì a provare per un istante un senso di gioia totale ed eterna nel turbinio della foschia. In un articolo comparso su Alpinisme scrisse poi: “Ero il guerriero liberato dal peso dell’armatura e mi sentivo leggera ed eterea…”. Raccolse alcuni sassetti per i suoi compagni e iniziò assieme a Pierre la lunga discesa lungo pendii cosparsi di lastre di ghiaccio.

Scomparve solo sei anni più tardi, assieme a Claudine van der Straeten e Ang Norbu Sherpa sotto una valanga sul Cho Oyu. Le ultime parole lasciate al suo diario furono scritte a lume di candela: “Proseguire, sempre più in alto, verso la vetta. E’ così che si compie il destino”.

C’era stato un periodo in cui Claude Kogan era tra le scalatrici più famose e veniva descritta su riviste come Elle come la “donna più alta del mondo”. Nei decenni successivi alla sua morte tornò progressivamente nell’ombra, per essere ricordata più come guida della sfortunata “spedizione delle donne” agli 8201 metri del Cho Oyu che come prima salitrice del Nevado Salcantay 6271 m (1952), del Nun 7135 m (1953) e del Ganesh Himal I 7422 m (1955).

In un libro del 1965, Lady Killer Peak, il reporter britannico Stephen Harper (che era stato cacciato dal Campo Base dalla Kogan) andò a sottolineare “il verdetto secondo cui persino le più coraggiose e le più resistenti tra le donne rimangono pur sempre ‘il sesso debole” nell’Inferno Bianco di una montagna battuta da tormente e valanghe”.

Qualche decennio più tardi il giornalista e scalatore francese Charlie Buffet rimase sorpreso quando si rese conto quanto gli ci era voluto per riuscire a comprendere appieno il significato della storia della Kogan. Come altri della sua generazione era cresciuto immerso nella lettura dei classici dell’Età dell’Oro dell’Alpinismo Himalayano, racconti di eserciti di uomini che combattevano tempeste e neve per riuscire a effettuare le prime ascensioni delle vette più alte della terra. Nell’introduzione alla sua biografia della Kogan del 2003, dal titolo Prima di cordata, Buffet ebbe a scrivere:

Per noi la storia era semplice: i conquistatori, andando a piantare la bandiera su tutte le vette più importanti, avevano onorato i propri contratti… Disegnate sulle mappe con i colori degli imperi, le vette formavano una costellazione di colonie in miniatura: l’Annapurna francese, l’Everest britannico, il K2 italiano… Al di là del risuonare di inni nazionali ci sono voluti circa cinquant’anni per arrivare a sentire un musica differente…. Claude Kogan è stata una dei più grandi alpinisti degli anni Cinquanta… Una donna con una struttura simile a quella di un uccellino, aveva scalato con… belgi, americani, svizzeri, nepalesi, britannici… Aveva insinuato il germe del dubbio nello spirito dei conquistatori. Il suo successo aveva destabilizzato tra gli alpinisti i macho e i masochisti che si erano dimenticati dell’inutilità della propria passione. La sua morte rimise le cose a posto per un lungo periodo”.

Claude Kogan, Dorothea Gravina e Tenzing Norgay. Due delle figlie di Tenzing, Pem Pem e Nima, e la nipote Doma fecero parte della spedizione femminile che tentò il Cho Oyu, 1959. Archivio: Claude Kogan
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Nella cultura occidentale esiste la tendenza a mitizzare gli anni Cinquanta, a immaginarli come un periodo in cui i confini tra uomini e donne fossero chiaramente marcati. I personaggi femminili sono ampiamente assenti dalla maggior parte dei racconti himalayani dell’epoca, nei quali facevano comparsa solo come mogli e madri in fedele attesa del ritorno degli eroi. Ciò nondimeno, le metafore delle vette si erano riempite notevolmente di figure di donna dopo gli sconvolgimenti della Seconda Guerra Mondiale, un periodo in cui anche loro avevano lasciato in massa le proprie case per andare a lavorare, a prestar servizio e perfino a combattere. Per alcune scalatrici come la Kogan, inoltre, gli anni del Dopoguerra diventarono un periodo di orgogliosa esplorazione della letteratura di montagna e delle alture.

Gwen Moffat, che aveva fatto da autista nell’esercito, si sentì disorientata dalla dichiarazione di pace: “C’era solo la prospettiva sconcertante della smobilitazione e al di là… Il nulla”. Nel 1945, quando accostò il proprio veicolo per offrire un passaggio a un uomo, questo si mise a condividere con lei le storie della sua vita vagabonda da scalatore. Nella sua autobiografia, Space Below my feet (Lo spazio sotto i piedi, 1961) lei stessa scrisse: “Il solo fatto che sembrasse essere la quintessenza di tutto ciò che avevo mai voluto – l’avventura, la libertà, il rifiuto dell’autorità – portava con sé la coscienza che da quel cammino, una volta intrapreso, mi sarebbe stato terribilmente difficile poter tornare indietro”. Otto anni dopo quell’incontro la Moffat era diventata la prima donna guida di montagna professionista.

La vedova di guerra Nea Morin passò gli anni Cinquanta a effettuare ascensioni nelle Alpi in cordata di sole donne, spesso con sua figlia. Nelle sue memorie, A Woman’s reach (1968), scrisse: “Alla domanda finale, ovvero ‘ma che te ne viene?’, suppongo che la risposta sia la stessa tanto da parte maschile che femminile. Al ritorno da queste esperienze riusciamo a vedere in modo chiaro e a focalizzare la vita di tutti i giorni”. In un racconto del 1951, One Green Bottle, Elisabeth Coxhead presentò una figura di donna della classe lavoratrice che trovava lo sbocco della libertà salendo da prima vie dure sulle falesie nere per la pioggia del Galles. “Non puoi capire che cosa grandiosa sia” – urlava alla sua compagna di cordata, anche lei donna – “sentire la corda che fila dietro di te, è come volare”.

Provate a passare un po’ più tempo su vecchie riviste e antologie, tirate fuori dalle mensole delle biblioteche vecchi volumi dimenticati e inizierete a veder emergere un numero sempre maggiore di altre storie di donne, il tutto allo stesso modo in cui quando gli occhi si abituano al buio si iniziano anche a distinguere le stelle con la luce più fioca.

Nel 1954, tre membri del Club Scozzese delle Scalatrici, Monica Jackson, Elizabeth Stark ed Evelyn Camrass, erano intente a guardare una mappa del Nepal, seguendo le 500 miglia del suo confine settentrionale, il disegno ondulato delle nevi più alte. Non erano mai state in Himalaya prima. Un altro scalatore indicò una specie di ansa nella linea oscura delle vette, il Langtang e il Jugal Himal. “Sapete” – disse Douglas Scott – “E’ stato fatto davvero poco laggiù”.

Alcuni anni prima l’esploratore britannico Bill Tilman in quelle stesse regioni aveva combattuto contro i cumuli di neve e le nuvole dei monsoni. Perfino i fianchi più bassi dello Jugal Himal sembravano essere inaccessibili, bloccati da profondissime gole e da fiumi impetuosi. Quando, però, le donne arrivarono al villaggio più vicino, nel 1955, un uomo del posto, Nima Lama, le accompagnò lungo un sentiero contorto fino all’entrata verso la catena. Al di là di una barriera di aghi di pietra, cime inviolate si ergevano dalle nebbie, ergendosi con le proprie aguzze guglie bianche e dorate. Le mappe dei precedenti esploratori, tracciate da punti d’osservazione distanti, si rivelarono inadeguate. “Ebbi la sensazione che attraverso il cielo giungesse il suono di stupendi accordi musicali” – scrisse la Stark in Tents in the Clouds. Scelsero come obiettivo una cupola da 6706 metri, salendo nella parte centrale un ghiacciaio molto crepacciato, aggirando e passando sopra pareti di ghiaccio blu e verde.

Jeanne Franco verso il Cho Oyu (1959)
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Ovviamente quella non fu la prima “spedizione himalayana di sole donne” nonostante quanto veniva rilanciato dalla stampa, in quanto ci furono alpinisti di sesso maschile, tra cui Mingma Gyalgen e Ang Temab che aiutarono ad aprire la via fino a quello che il gruppo chiamò il “Gyalgen Peak”. Come segnala lo storico dell’alpinismo Kerwin Klein, un lettore moderno potrebbe paragonare questo tipo di avventure, per stile, a quelle di Eric Shipton o di Bill Tilman: squadre a costo relativamente contenuto e con equipaggiamento leggero che girano a piacere lungo catene montuose ben poco descritte sulle mappe e che vanno a effettuare prime ascensioni delle vette che più le affascinano.

Tra la Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Sessanta membri di simili spedizioni a guida femminile andarono all’esplorazione di montagne alte 6000 metri nella regione indiana del Kullu: Jean Low, Eileen Gregory, Joyce Dunsheath, Hilda Reid, Frances Delany dalla Gran Bretagna; Ang Dolma, una Sherpa; S. Hosokawa, K. Hamanaka, M. Okabe, K. Hara, Y. Sugiura e Y. Okugawa dal Giappone, tanto per nominarne alcune. In un decennio in cui erano enfatizzati i grandiosi assedi a vette alte ottomila metri, un approccio in scala minore a cime più basse fece sì che le loro spedizioni apparissero come marginali. Con il passare degli anni quanto da loro fatto si è dissolto lasciando solo liste di nomi e una pletora di storie senza brio. Ciò nonostante, qualcosa si era mosso. Gradualmente sempre più donne cominciarono a immaginare se stesse nei panni di figure che una volta sembravano dover appartenere ai soli uomini e iniziarono a legarsi assieme per salire nell’aria fredda e rarefatta, lasciando le proprie orme lungo interminabili pendii nevosi risaliti tra abbaglianti pinnacoli di ghiaccio e crepacci azzurrini.

Nel 1952 la scrittrice britannica Daphne du Maurier, conosciuta per il romanzo Rebecca, pubblicò una raccolta di opere narrative che includeva anche un misterioso racconto di scalate del tutto dimenticato, Monte Verità. Una giovane sposina, Anna, aveva lasciato indietro il marito ed era salita fino alla vetta del Monte Verità, nonostante gli abitanti del villaggi l’avessero messa in guardia contro uno strano e forse sovrannaturale pericolo per le donne che lì si sarebbe celato. Come aveva detto una persona del posto, lei aveva l’aspetto di chi era stato “chiamato”. Era anche la scalatrice più forte di quella storia, quella che sembrava capire al meglio il significato dell’ascensione. Dopo la sua scomparsa, il narratore andò alla sua ricerca, seguendo una cresta sempre più ripida, mentre uno spicchio di luna sorgeva nella nebbia. “Era come se stessi camminando da solo sul ciglio della Terra” – diceva – “con l’universo sotto di me, e sopra… Quella nel mio sangue non era la febbre, ma la magia della montagna”. Al di sopra di uno stretto canalino, le due vette gemelle del Monte Verità. Ciò che incontrò in seguito fece riecheggiare le parole di Anna: “Chi va in montagna deve dare tutto”.

Più di sei decenni dopo mi trovo, come il narratore, io stessa piena di desiderio e di paura davanti a ciò che potrebbe voler dire rimanere per sempre in quell’attimo perfetto di trascendenza, con tutti i miei limiti persi nella meraviglia del gelo. “Per la prima volta nella mia vita” – parole del narratore – “potei guardare la vera e nuda bellezza… Era quella, di sicuro, la fine del viaggio. Era quello l’appagamento… Rimasi lì a fissare la parete di roccia sotto la luna”.

Fa strano nel 2015 pensare di dover ancora difendere l’idea che le donne possano essere alpinisti creativi e votati all’esplorazione. Solo negli ultimi mesi Anna Pfaff, Rachel Spitzer e Lisa Van Sciver sono state le prime scalatrici a salire sul Tare Parvat, una montagna alta 5577 metri che avevano notato mentre vagavano nello Zanskar. Martha Martinez ha partecipato alla prima ascensione del remoto e labirintico Monte Malaspina, fino a quel momento la più alta delle vette con un nome ma ancora inviolate del Nord America.

Eppure le storie di donne che sembrano attirare la maggiore attenzione continuano a rimanere quelle delle prime ascensioni femminili oppure i record femminili sulle montagne più famose del mondo – tutte notizie di più facile fruizione perché meglio si adattano a un quadro ormai familiare – rispetto a prime ascensioni in zone ben meno mappate a livello cartografico. Esiste ancora una tendenza a trattare le avventure delle donne come una sorta di branca secondaria della storia delle scalate, a dimenticarsi di come abbiano influito sulla sua evoluzione generale. Restituendole alla narrazione principale dell’alpinismo, iniziamo a capire quanto quella ricerca sia stata varia e contraddittoria. Ricordi apparentemente svaniti fluiscono quieti come i fiumi glaciali sotterranei, pronti a riemergere ben distanti dalle proprie origini, mantenendo tutta la brillantezza delle nevi d’alta quota.

In queste sere d’ottobre mi sono lasciata andare all’abitudine di andare a camminare lungo le strade di campagna vicino al casale in cui vivo, lasciando le parole tratte da libri ricoperti di polvere libere di fluire nella mia mente, richiamando alla memoria immagini di alpinisti scomparsi da molto tempo. Il torrente ingrossato dalla pioggia si fa più tumultuoso, come se stesse facendo echeggiare gli scricchiolii e i gemiti dei ghiacciai. Una nuvola bassa, premuta contro le creste scure dei monti, si alza, simile a un miraggio montano. Come tutti gli scalatori su ghiaccio, percepisco le prime vibrazioni del gelo come un indizio di magia. Mi immagino il luccichio di pendii e canaloni bianchi e il momento in cui il terreno, a me familiare, cederà sotto i miei piedi per cadere nel vuoto e magari mi si potrà presentare la possibilità di un modo di esistere nuovo ed impensato. E con il vento che solleva e fa muovere le nebbie, i confini tra terra e aria diventano sfuocati ed ho la sensazione di trovarmi a camminare nel cielo della notte.

E’ in quel momento che mi fermo e alzo gli occhi a quello scintillio di stelle. Penso a una montagna leggendaria, mitica, inondata dalla luce della luna. A una donna con lo sguardo rivolto a una montagna con la cima che ricorda una sfinge. A un’autrice alla scrivania, in pausa, che scrive: “Chi va in montagna deve dare tutto”.

Alla piccola ombra di una scalatrice.

Claude Kogan (1919-1959). Archivio: Nea Morin
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Climbing girls 07

Lynn Hill sale il Nose al Capitan (1a ascensione in libera)
ClimbingGirls-07-Lynn Hill free ascent the Nose of El Capitan.

Lynn Hill sale il Nose al Capitan (1a ascensione in libera). Ultima lunghezza
ClimbingGirls-07-On the day Lynn Hill made history, the last pitch of The Nose, El Capitan, Yosemite, 1993

Steph Davis in Patagonia
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Nina Caprez “chiude” Symboise (8b+). Foto: Mike Fuselier
ClimbingGirls-07-Nina Caprez sending Symboise 8b+Photo by Mike Fuselier

Lynne Hempton in Dolomiti. Foto: James Rushforth
ClimbingGirls-07-Lynne Hempton in Dolomites-fotoJamesRushforth

Holly Mauro sulla Klahanie Crack a Shannon Falls. Foto: Alain Denis
ClimbingGirls-07-Holly Mauro on Klahanie Crack at Shannon Falls photo AlainDenis

Hazel Findlay si allunga alla ricerca dell’appiglio dopo su Adder Crack, 5.13c, 1a ascensione, a Squamish, BC. Foto: Paul Bride
ClimbingGirls-07-Hazel Findlay stretches for the next hold on Adder Crack, her 5.13c R first ascent in Squamish, BC. Photo by Paul Bride

Climber e località ignote
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Ashima Shiraishi solo qualche anno fa
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Camilla Macedo. Foto: Roniel Fonseca
ClimbingGirls-07-CamillaMacedo, Foto Roniel Fonseca

Climber ignota, Carbondale, Colorado. Foto: Andrew Bisharat
ClimbingGirls-07-Carbondale, Colorado. Photo by Andrew Bisharat

Daila Ojeda. Foto: Pete O’Donovan
ClimbingGirls-07-Daila Ojeda. Foto Pete O'Donovan

Christina Schmid su Thomas (6a+, 5.10b), Cinque Torri. Foto: Rainer Eder
ClimbingGirls-07-Christina Schmid on Thomas (6a+ 5.10b) Cinque Torri.FotoRainerEder

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Climbing girls 06

Le foto qui sotto sono tratte dal calendario Climbing girls 2007 (Edizioni Melograno, 2006)

Copertina. Cassandra Riddle su Radical Edward, V4, Carver (Oregon, USA, 2005). Foto: Brian Stevenson/Aurora Photos
Cassandra Riddle climbs rock in Carver, Oregon with blackberry bushes in background.  Cassandra is a retired opera singer who climbs, does triathlons, teaches martial arts and singing.

Gennaio. Kim Csizmazia su Wicked Wanda, IV+, (British Columbia, Canada, 2005). Foto: Jimmy Chin/Aurora Photos
Kim Csizmazia climbing Wicked Wanda in BC, Canada

Febbraio. Nina Caprez cade da Predator, 5,13b, Rumney (New Hampshire, USA, 2005). Foto: Visual Impact/Rainer Eder
ClimbingGirls-06-EDER_APF_291

Marzo. Raquel Hernández su Jala por el resuello, 8a, Arico’s Canyon, Tenerife (Canarie, Spagna, 2006). Foto: David Munilla
ClimbingGirls-06-Munilla 1

Aprile. Estefanía Pomar su Master hit, 8a, Les Perches, Caimari (Palma de Mallorca, Isole Baleari, Spagna, 2000). Foto: David Munilla
ClimbingGirls-06-Munillav0-65-052

Maggio. Natalija Gros su Almina, VII+, Crni Kal (Slovenia, 2004). Foto: Urban Golob
ClimbingGirls-06-Golob 2

Giugno. Climber non identificata su El Matador, 5.10d, Devil’s Tower (Wyoming, USA, 1996). Foto: Brian Bailey/Aurora Photos
woman climbing up El Matador, Devils Tower, WY

Luglio. Catherine Destivelle sulla via Petit, 7a, Grand Capucin (Monte Bianco, 2006). Foto: René Robert
ClimbingGirls-06-Catherine Destivelle Grand Capucin 3858 m

Agosto. Steph Davis su Thin Ice, 5.10, The Needles (Sierra Nevada, USA). Foto: Corey Rich/Aurora Photos
Rock climber Steph Davis places a camming device in a crack while rock climbing on Thin Ice, a 5.10 climbing route on The Needles in the southern Sierra Nevada Mountains outside of Kernville, California.

Settembre. Zoe Bundros su Travel Boundries, 5.11d, Seneca Falls (Arizona, USA). Foto: Jim Thornburg/Aurora Photos

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Ottobre. Sue Nott (assicurata da Jon Varco) su Swoop Gimp, 5.10a3, Zion (Utah, USA). Foto: Eric Draper/Aurora Photos
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Novembre. Monique Forestier su Theda Bara, 31/32, Diamond Falls, Blue Mountains (NSW, Australia). Foto: Simon Carter
Monique Forestier, Theda Bara (31/32), Diamond Falls, Blue Mountains, NSW, Australia.

Dicembre. Isabelle Santoire su Doctor Delam, water ice 5, Ouray (Colorado, USA, 2005). Foto: Gabe Rogel/Aurora Photos
Isabelle Santoire, Ouray, CO

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Climbing girls 04

Sasha Digiulian
Sasha DiGiulian works out her route during a climb at Waterval Bowen in South Africa, on 5 July 2013

Catherine Destivelle da sola sulla Nord dell’Eiger, marzo 1992
ClimbingGirls-04-destivelleEiger

Alison Hargreaves
Climbing Girls 04-Alison

Whitney Boland su Mi Può Fare Accendere (8a, 5.13c), Crown of Aragon. Foto: Andrewburr.com
ClimbingGirls-04-Whitney Boland, on Mi Puo Fare Accendere (8a.13c), Crown of Aragon

Catherine Destivelle in cima alla parete sud dello Shisha Pangma (1994). Foto: Erik Decamp.
ClimbingGirls-04-Destivelle-incimaaSishaPangma-1994.FotoErikDecamp

Tatiana Terenzi, Festinha, 8c, Serra do cipó, Brasile. Foto: Daiex Almeida
ClimbingGirls-04-Tatiana Terenzi, Festinha 8c, Serra do cipó-MG Brasil. FotoDaiex Almeida

Stéphanie Bodet. Foto: Arnaud Petit
ClimbingGirls-04-stèphanie bodet

Stella Landin ad Ailefroide, Fantastique, 6b+.
ClimbingGirls-04-Stella Landin in Ailefroide, Fantastique 6B+.

Sierra Blair-Coyle. Foto: Scott Soens
ClimbingGirls-04-Sierra Blair-Coyle Photo by Scott Soens

Sasha Digiulian, prima ascensione di Rolihlahla, 5.14c, South Africa
ClimbingGirls-04-Sasha DiGiulian nabs first ascent of Rolihlahla, 5.14c, in South Africa

Sarah Watson su Separate Reality. Foto: James Q. Martin
ClimbingGirls-04-Sarah Watson on Separate Reality. Foto James Q.Martin

Rannveig Aamodt su Flour Power, 5.13b.
ClimbingGirls-04-Rannveig Aamodt bearing down on Flour Power, 5.13b.

Foto: Ryan Skeers
ClimbingGirls-04-photo Ryan Skeers

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Leonesse in inverno

Leonesse in inverno
di Wanda Rutkiewicz (1978)

Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una diffi­cile parete alpina, la Nord del Cervino, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’ave­vamo scalata.

Wanda Rutkiewicz
Rutkiewicz-402958Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krysty­na Palmowska e io, come leader.

Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio del­l’Hornli, 3260 metri, il quale non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigiona­menti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hornli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’ar­rampicata di ricognizione, importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di va­langhe dopo lunghi periodi di neve pesante. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hornli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radio­telefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rap­porto continuo sulle condizioni del tempo. Il 3 marzo ci arrampi­cammo ancora sull’Hornli, non con perfette condizioni metereolo­giche, ma sperando che almeno si stabilizzassero.

Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per comin­ciare all’alba la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giap­ponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che si aggiunse al pericolo gene­rale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi arrampicando molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due.

Krysty­na Palmowska
rutkiewicz-krystyna-palmowskaGiunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto da ghiaccio e ne­ve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’e­state, e il ghiaccio era molto duro perché era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico dav­vero comodo, sarebbe stato sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e co­perte da bivacco.

Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamen­te più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla de­stra su roccia fragile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre se­guita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo il per­corso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfor­tunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché fu come un ura­gano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condi­zioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per pro­teggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo.

La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi ripa­rati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cre­sta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena nel bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo po­meriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiu­to per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zer­matt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un e­licottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta. Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nel­la mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hornli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa per le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di In­nsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle opera­zioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputa­zioni e Irena si riprese completamente.

rutkiewicz-Na-jednej-linie_Wanda-Rutkiewicz,images_big,13,978-83-244-0129-1La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’e­quivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segna­lato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scala­ta, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fos­sero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.”

E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficien­ti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uo­mini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero do­vette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi .

Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio, una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto.

Irena Kesa
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La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo.

Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hornli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era la­mentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata prin­cipale.

Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote.
Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hornli, senza fare niente, e che così tante persone stavano aspettando di sali­re, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dice­vo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di ob­bligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che a­vremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.

In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato del­le sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli ef­fetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte prece­dente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di con­trollare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparirono delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Do­vevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le arti­colazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo diffi­coltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.

Anna Czerwinska
rutkiewicz-nie_bede_pojedynczym_ziarnkiem_piasku_640x480Wanda Rutkiewicz
Forse più di chiunque altra, Wanda Rutkiewicz fu responsabile dell’emergere delle donne tra le fila degli alpinisti di classe mondiale. Alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 si dedicò quasi esclusivamente a spedizioni tutte femminili, facendo importanti salite sulle Alpi e sull’Himalaya. Era un capo spedi­zione con molto talento e grande ispirazione, un’alpinista con risorse straordinarie e determinata che ebbe successo su otto dei più difficili ottomila. L’ultima volta fu vista sul versante nord del Kangchenjunga, nel maggio 1992, mentre bivaccava per un ten­tativo in solitaria alla vetta il giorno seguente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Wanda_Rutkiewicz

Wanda Rutkiewicz
1973 r. Wanda Rutkiewicz, polska alpinistka i himalaistka. /bpt/ PAP/CAF-Teodor Walczak

postato il 27 ottobre 2014

 

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La conquista femminile delle quote

La conquista femminile delle quote
di Cristina Marrone
Dal blog del sito www.guidealpine.it e dal blog 27 ora del Corriere della Sera.

La storia dell’alpinismo è una storia (molto) al maschile.
Sono pochissime le donne protagoniste, persone uniche e speciali, capaci di primeggiare in un mondo maschile (e maschilista) dove ardore, coraggio e forza fisica erano associate all’uomo.

Avvicinarsi alle alte quote per una donna era considerata cosa impossibile. Naturalmente per ovvi motivi fisici e mentali (alcuni medici nel XVIII sostenevano addirittura che lo sforzo avrebbe portato alla sterilità). Eppure nel corso degli anni gli schemi si rompono anche se stereotipi e pregiudizi sono duri a cadere.

Elisabetta Caserini, Savona
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Il 16 agosto 2014 cade il 150° anniversario della prima ascensione femminile al Monviso. Nel 1864 raggiunse la vetta Alessandra Boarelli, moglie del sindaco di Verzuolo e con lei raggiunse la cima anche un’altra donna, la damigella quattordicenne Cecilia Fillia, figlia di un notaio. Ma l’impresa (indubbiamente notevole per quegli anni) fu accolta così dal quotidiano La sentinella delle Alpi: «Ora che è provato che perfin le donne raggiunsero quella punta culminante, che fino all’anno scorso si credette inaccessibile, chi sarà quel touriste che si perderà all’atto della prova?».

Prima di lei altre donne avevano dimostrato il loro amore per la montagna e in qualche modo, una dopo l’altra cominciarono a cancellare quella presunta diversità di genere che voleva le donne incapaci di affrontare le massime difficoltà alpinistiche.

Elisabetta Caserini
donne-elisabetta-caserini2La prima che mise piede sul Monte Bianco (e che incredibilmente arrivò in cima) fu Marie Paradis, cameriera in una locanda a Chamonix, che seguì un po’ per gioco un gruppetto di amici. Non aveva però alcuna esperienza alpinistica, non era abituata alla quota. Lei stessa raccontava con ironia: «Mi trascinavano, mi spingevano, sbuffavo come una gallina spennata. Chiedevo di essere sbattuta in un crepaccio». Ma niente, a furia di tirarla e portarla vetta fu. Era il 14 luglio 1808. Non si può dire che Marie Paradis abbia scalato il Monte Bianco, la sua non fu un’impresa alpinistica, ma un primo passo in questa direzione.

La vera pioniera dell’alpinismo al femminile è da tutti considerata Henriette d’Angeville. Il 3 settembre 1838 a 44 anni di età l’alpinista ginevrina raggiunse la vetta del Monte Bianco, vestita con una gonna , con l’aiuto di un bastone e dodici tra guide e portatori. Anche qui l’impresa fu commentata con un misto di sorpresa e toni sprezzanti. Una guida di Chamonix al suo ritorno le disse: «Avete avuto il grande merito di andare sul Monte Bianco, ma bisogna convenire che il Monte Bianco ne avrà molto meno ora che anche le signore possono scalarlo».

Nel 1871 toccò a Lucy Walker passare alla storia come la prima donna a scalare il Cervino. E poi ci sono Beatrice Tomasson, facoltosa donna inglese che nel 1901 con due guide aprì per prima la parete sud della Marmolada; Mary Varale, tenace e forte alpinista che dovette lottare con il maschilismo imperante nella prima metà del Novecento. Arrivò al punto di dimettersi dal CAI perché fu rifiutata la medaglia d’oro al valore atletico non solo a lei, ma anche ad Alvise Andrich, reo di essere il suo compagno di cordata. Paula Wiesinger, grande scalatrice altoatesina degli anni Trenta, fu una delle pochissime donne a quei tempi capace di affrontare un sesto grado come capocordata. È passata alla storia anche l’impresa di 100 audaci alpiniste che il 27 luglio 1960, con una temperatura di 7 gradi sotto zero e venti fortissimi raggiunsero riunite in diverse cordate la punta Gnifetti del Monte Rosa, a 4459 metri. Era una notizia. I giornali dell’epoca ne parlarono a lungo perché nell’immaginario collettivo certe cose solo gli uomini potevano farle. E anche in questo non mancarono commenti maschilisti e sarcastici.

Renata Rossi, Chiavenna
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In tempi più recenti, una delle figure più eccezionali ed emblematiche degli anni Ottanta è quella di Alison Hargreaves, alpinista inglese, morta nel 1995 a 33 anni insieme ad altri sette alpinisti dopo aver salito il K2. «Ero incinta, non malata» rispondeva a chi la criticava per aver salito da sola la Nord dell’Eiger quando era incinta di sei mesi. Era una ribelle, amava la montagna e i suoi figli, ma la viveva l’ansia di voler dimostrare al mondo il suo valore. Pochissimi l’hanno compresa, pochi hanno rispettato le sue travagliate scelte.

Per anni le donne sono state solo le mogli degli alpinisti. Aspettavano e pregavano per il ritorno degli amati. Lentamente, ma progressivamente si sono inserite in questo affascinante mondo della ma spesso, ancora oggi, devono affrontare la sfida del pregiudizio. Moltissime le alpiniste dei giorni nostri che meriterebbero di essere ricordate, impossibile citarle tutte: dalla nostra Nives Meroi che ha scalato undici Ottomila alla giapponese Junko Tabei, prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest; dall’austriaca Gerlinde Kaltenbrunner, prima donna al mondo a scalare tutti gli Ottomila senza l’aiuto dell’ossigeno a Ines Papert, fortissima ghiacciatrice tedesca.
La passione per la montagna porta molti a dedicarsi ad essa a tempo pieno e a trasformarla nella professione di guida alpina. Ma in Italia quante sono le donne guide alpine oggi? I numeri forniti dal Collegio Nazionale Guide Alpine parlano da soli. Sono solo 12 le guide alpine donne su 1.060. Tre le donne aspiranti guida (su 108). Gli accompagnatori di media montagna (a cui compete accompagnare i clienti su terreni escursionistici dove non sono richieste tecniche alpinistiche) sono in tutto 177, le donne appena 28.

Anna Torretta, Courmayeur
donne-anna-torretta2Numeri esigui. Perché? «La montagna è senza dubbio un ambiente molto duro e anche con tutta la preparazione e le precauzioni comporta sempre un rischio – racconta Renata Rossi, innamorata della Val Bregaglia, prima donna a diventare guida alpina in Italia nel 1984 ­– e all’inizio ricordo di aver pianto tante volte di nascosto perché c’era tanta diffidenza, una donna non era considerata all’altezza. Oggi è cambiato molto, le donne sono più facilmente accettate. Resta il fatto che conciliare la famiglia con questa professione non è facile. Ammiro chi riesce a farlo e credo sia una cosa possibile. Io sono sposata con una guida alpina, per scelta abbiamo deciso di non avere figli. Non sarei riuscita a fare quello che faccio con un figlio». A lei il merito di aver spalancato una porta. Dopo sono arrivate tutte altre donne.

Anna Torretta, 43 anni, una figlia di 20 mesi, pluri-campionessa italiana di arrampicata sul ghiaccio e fortissima guida alpina di Courmayeur, non ha dubbi: «L’alpinismo al femminile non è incoraggiato. Di solito le donne si trovano in questo mondo di riflesso perché mogli, sorelle, figlie di una guida alpina. Raramente prendono la responsabilità di una cordata. Da anni organizzo corsi per sole donne, forse a qualcosa serve, ma la verità è che nel corpo istruttori non ci sono donne. Io ci ho provato tre volte, ci riproverò, non mi fermo qui. Si parla tanto di quote rosa, credo che proprio che ce ne sia bisogno soprattutto nella professione di guida alpina, dove siamo così poche».

Contro i pregiudizi si è battuta tanto anche Marica Favé, 40 anni, guida alpina della Val Di Fassa, una figlia di tre anni, ricorda le tante difficoltà nel seguire questo percorso: «Mia madre oggi ha 80 anni ed è fiera di me. Ma all’inizio mal sopportava questa mia scelta. Ma dove vai, che cosa fai… mi ripeteva sempre. Questo atteggiamento prevenuto era comune a molti, le donne, incredibilmente, per prime. La cosa più fastidiosa è stata che all’inizio mi passavano solo le gite degli anziani che dovevano raggiungere le malghe. Poi, quando dimostri di valere le cose migliorano, ma che fatica! Oggi sono guida alpina e mamma, orgogliosa di noi e contenta così».

Marica Favé, Campitello di Fassa
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postato il 16 settembre 2014