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Alpinismo invernale 2

Alpinismo invernale 2 (2-2)

Soltanto nel 1881 e 1882 iniziò l’esplorazione invernale delle vette dolomitiche. Queste in presenza di neve mutano profondamente il loro aspetto, quindi incutevano ancora più soggezione dei colossi occidentali dove, al contrario, neve e ghiaccio sono presenti anche d’estate. A sottolineare che la spinta alla conquista veniva soprattutto da ovest basta dire che il Cervino fu salito nel 1882 da Vittorio Sella con i Carrel, mentre la Cima Grande di Lavaredo (1892), le Tofane (1893) e il Cimon della Pala (1895) vennero assai dopo. In ogni caso per la fine del secolo si poteva considerare concluso il primo periodo, quello della conquista delle vette. Era il momento di qualcosa di nuovo, di qualcosa che avrebbe trasformato completamente il concetto di salita invernale: lo scialpinismo.

Mentre i Sella compivano la traversata del Monte Bianco (con ciò affrontando per primi l’idea di salire una montagna d’inverno per un itinerario diverso dalla via normale), nel 1893 nasceva a Glarona il primo Ski Club, i cui aderenti si spinsero sulle cime con gli sci ai piedi: William Paulcke fu tra i primi in questa attività. Il maggiore esponente dello scialpinismo fu lo svizzero Marcel Kurz, l’attività esplorativa del quale fu eccezionale. Ma soprattutto il suo libro, L’alpinismo invernale, indicò la strada ad una moltitudine che conquistò praticamente tutte le cime minori delle Alpi e riconquistò quelle maggiori con una tecnica differente. Ciò che appariva chiaro era che l’alpinismo invernale non era più disciplina per pochi pazzi: utilizzando un mezzo veloce come lo sci anche i molti potevano apprezzare le caratteristiche buone dell’inverno, e cioè il fascino della solitudine, il tepore del sole sulla neve, evitando la fatica bestiale dello sprofondare nella neve. Il dopo Kurz fu segnato da un arresto della spinta esplorativa dello scialpinismo: la strada era aperta, ora si privilegiava la salita agli itinerari più remunerativi dal punto di vista del divertimento e soprattutto della bella discesa. Occorre attendere l’inizio dello sci estremo, e quindi Sylvain Saudan (12 giugno 1968, discesa con gli sci del Couloir Whymper all’Aiguille Verte), per registrare un’ulteriore spinta evolutiva.

Marcel Kurz
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La «più difficile vetta delle Alpi», il Grépon delle Aiguilles de Chamonix fu salita nel 1922, mentre Giusto Gervasutti salì da solo il Cervino il giorno di Natale del 1936. Queste sono le più grandi imprese del periodo tra le due guerre, a parte l’eccezione della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. In quel periodo, l’epoca d’oro del sesto grado, gli alpinisti erano tesi al superamento del sempre più difficile, fino al sesto grado superiore. Anche sulle Alpi Occidentali, i tentativi di salire i tre ultimi problemi delle Alpi (Nord dell’Eiger, Nord del Cervino e Nord delle Grandes Jorasses) avevano assorbito tutte le attenzioni.

Ma la cosa più incredibile (almeno in prima osservazione) fu che, nell’evoluzione dell’alpinismo invernale, si saltarono a piè pari tutte le grandi pareti di IV e V grado e si passò direttamente al superamento del sesto grado sulla Nord della Grande di Lavaredo: ma questo ha un senso logico, se si pensa che sulla pendenza classica da IV o V grado d’inverno la neve si ferma e muta radicalmente le difficoltà di superamento; sul sesto grado invece è più facile, data la più netta verticalità, trovare assenza di neve e di ghiaccio. E questo spiega anche come l’ultima salita di sesto grado ad essere salita d’inverno fu la parete nord-est del Pizzo Badile, una levigata placca di granito tutt’altro che verticale e quindi ammantata totalmente di neve e ghiaccio ripidissimo.

Fritz Kasparek (che nello stesso anno vincerà la parete nord dell’Eiger) e Sepp Brunhuber il 20 e 21 marzo 1938 salirono la via Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, un itinerario aperto solo cinque anni prima! Così, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, si aprivano le porte alla conquista invernale di tutte le pareti. Infatti, negli anni ’50 gli alpinisti delle nuove generazioni diedero all’alpinismo invernale una nuova dimensione, elevandolo alla pari di quello estivo in dignità per il maggiore impegno tecnico richiesto. Accanto all’avventura integrale, salire le pareti d’inverno volle dire campo di ricerca per nuovi materiali ed attrezzature. Corde di nylon, indumenti imbottiti di piumino, cibi concentrati o liofilizzati significarono poter affrontare i rigori del freddo e un numero di bivacchi sempre maggiore con relativa tranquillità. La salita invernale divenne la tipica impresa in cui la programmazione doveva essere assai accurata, senza che nulla fosse lasciato al caso; divenne anche banco di prova per le conquiste extraeuropee alle montagne di ottomila metri.

Nel 1950 l’austriaco Hermann Buhl realizzò assieme a Kuno Rainer la prima invernale su una delle più difficili vie delle Dolomiti, la Soldà alla parete sud-ovest della Marmolada, con caratteristiche ben diverse dal muro verticale della Grande di Lavaredo: sulla Soldà regnavano i camini e i diedri, d’inverno intasati di neve e di ghiaccio traslucido.

La prima grande impresa sulle Alpi Occidentali è del 1957, anno in cui i fortissimi Jean Couzy e René Desmaison vincono la parete ovest del Petit Dru lungo la via Magnone. Nel 1961 è la volta della mitica parete nord dell’Eiger, grazie a Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt, Walter Almberger e Toni Hiebeler. Nel 1963 in sei giorni Walter Bonatti e Cosimo Zappelli salgono la via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses, in puro stile alpino, senza preparazione precedente, senza corde fisse e in condizioni ambientali durissime.

Il versante nord-ovest del gruppo del Civetta in versione invernale
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Nell’inverno 1965 lo stesso Bonatti apre da solo e d’inverno un nuovo itinerario sulla parete nord del Cervino: un’impresa veramente epica. Nelle Dolomiti il grande problema era rappresentato dalla via Solleder alla parete nord-ovest del Monte Civetta: sempre nel 1963 lo risolvono brillantemente Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler.

Nel 1966 e 1967/68 è infine la volta della Direttissima dell’Eiger e della parete nord-est del Pizzo Badile. Con ciò non è scritta la parola fine all’esplorazione invernale delle pareti alpine, ma molto ci si è avvicinati.

All’inizio degli anni ’80 si è verificata un’inversione della tendenza climatica. Si sono avuti inverni freddi ma assai poco nevosi. Oggi si hanno inverni che sono più regolari rispetto ad un tempo per ciò che riguarda la quantità totale di neve caduta ma che sono in media più caldi. Ciò, oltre ad influenzare l’andamento dei ghiacciai, ha cambiato anche le tendenze alpinistiche. Le invernali non sono più di moda. Molti salgono cascate di ghiaccio difficilissime, molti altri si avventurano d’inverno su pareti altrettanto difficili ma tendenzialmente esposte al sole. Pochi ripercorrono gli itinerari delle più classiche invernali di un tempo, considerandoli giustamente «acquisiti»: e ancora è troppo presto per pensare che i grandi itinerari invernali siano alla portata di tutti! Però, la precisione delle odierne previsioni del tempo su dati da satellite, l’affidabilità del vestiario, l’evoluzione del materiale e del cibo necessari sono oggi ad un punto tale che possiamo dirci ad un passo dalla maggiore popolarità dell’alpinismo invernale. Favorita anche dalle mutazioni climatiche del nuovo secolo, che per alcuni itinerari costringono a una salita primaverile, se non proprio invernale.

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Alpinismo invernale 1

Alpinismo invernale 1 (1-2)

D’inverno ci sono il freddo e le giornate corte. È essenziale essere veloci nell’azione, anche perché la permanenza in parete non è conforte­vole neppure quando il tempo è bello. D’inverno bisogna essere decisi, determinati e non perdere un minuto. Il risparmio di tempo non si fa solo durante la salita, ma anche prima di aver raggiunto la base della parete. Già a casa bisogna pianificare in modo da poter disporre del necessario ed avere i pesi ridotti al minimo. Occorre studiare la via di salita sulle guide, co­noscere eventuali altri itinerari sulla stessa parete. In salita, nelle marce di approccio o in discesa, un volo o una scivolata d’inverno possono essere drammatici. Si è sempre lon­tani da luoghi abitati: si deve accettare una maggior quantità di rischi e di fatiche.

Thomas Stuart Kennedy
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Il «misto» è quel terreno ove si trovano roccia e ghiaccio assieme, in diverse proporzioni. Il terreno misto è quello delle grandi pareti delle Alpi Occidentali e d’inverno lo si trova ovunque.

Sul misto si deve essere in grado di usare le tecniche di roccia, neve e ghiaccio e spesso di ibridarle fra loro. Ad esempio si dovrà su­perare passaggi su roccia pura calzando i ramponi. Il terreno misto è un calderone di difficoltà e situazioni diverse. Per questo, a detta di molti, è il tipo di salita più appassionante e bello. Per contro, spesso l’arrampicata su misto si svolge in condizioni di sicu­rezza molto marginali. La neve e il ghiaccio coprono le rocce di cui affiorano magari solo tratti lisci e compatti e lo spessore della materia glaciale può essere troppo sottile per accettare chiodi da ghiaccio. Ci sono lunghi tratti con poche possibilità di protezione, magari con difficoltà rilevanti. Per questo motivo, oltre a un buon allenamento, è necessaria concentrazione con un autocontrollo a prova di bomba.

Il Faulhorn
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A volte proprio le rocce affioranti offrono appigli per superare tratti di ghiac­cio sottilissimo e viceversa delle colate di ghiaccio permettono di passare su placche altri­menti insuperabili.

Non si sa chi sia stato il primo ad affrontare le Alpi d’inverno. Per motivi commerciali, bellici o migratori, certamente le genti che risiedevano ai piedi della montagna nei tempi remoti sfidavano i rigori dell’inverno: Tito Livio e Polibio scrissero che al loro tempo l’interesse era limitato ad alcuni valichi e alpeggi. E non certo alle cime: il culmine, allora, era la sella, dove l’uomo poteva ancora sopravvivere. «Fra quelle aspre cime solo l’inverno orrido ha la sua perpetua dimora», scriveva Silvio Italico nelle sue Puniche. Tacito racconta che, per ordine di Vitellio, nei primi giorni d’aprile del 69 d.C. Cecina «dirige le truppe legionarie e i pesanti carriaggi sulla via del Pennino, attraverso le Alpi ancora invernali».

E, nell’Annuario Marcellino, si può leggere la descrizione del passaggio del Monginevro: «D’inverno, col terreno coperto da una crosta gelata che è tanto levigata quanto labile, il passo muta in scivolata e sdrucciolata ed i precipizi, solo nascosti da un sottile ma perfido strato di ghiaccio, non di rado si schiudono ed inghiottono i viandanti. Per tal ragione, coloro i quali conoscono i luoghi, segnano i passaggi meno pericolosi con stanghe di legno sporgenti (dalla neve), affinché la loro serie conduca senza pericolo il viaggiatore; ma se queste sono invisibili perché coperte dalla neve dopo essere state abbattute dai rivi montani che precipitano, si può soltanto far la strada con l’aiuto di un contadino, e con grande difficoltà». Questi spostamenti erano però dovuti a necessità, non a stimoli sportivi o avventurosi.

Antonio Castagneri
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Perciò il primo uomo che abbia salito solo per il suo diletto una montagna d’inverno è Dante Alighieri, che nel 1311 salì ai 1500 metri del Prato del Saglio con una passeggiata solitaria. Nel 1832 il professor Hugi, svizzero, salì l’erbosa vetta del Faulhorn, ma pare che il suo intento fosse scientifico: così ufficialmente la storia considera il vero inizio dell’alpinismo invernale il gennaio 1847, quando tal Simony raggiunse per ben quattro volte la difficile vetta del Dachstein, nelle Prealpi di Salisburgo. Sei anni più tardi, il sacerdote austriaco Franz Francisci salì il Klein Glockner. Sono questi episodi isolati, condotti da uomini che nulla sapevano dell’esempio altrui. Questo alpinismo invernale ai primordi dimostra che la necessità dell’uomo di percorrere nuovi spazi era indipendente dall’esperienza estiva: della stagione fredda attirava l’assoluta solitudine e in definitiva l’esperienza mistica.

L’inglese Thomas Stuart Kennedy nel 1862, tre anni prima che Whymper lo vincesse, osò tentare il Cervino in piena stagione invernale, sperando che il freddo e il ghiaccio trattenessero i sassi e le pericolose frane. Ma il suo tentativo non andò molto lontano.

Horace Walker
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Il primo italiano ad avventurarsi nei freddi silenzi dell’inverno alpino fu Antonio Laurent, geometra valdostano, che il 10 gennaio 1864 salì la Testa Grigia, proprio di fronte al Monte Rosa. A lungo però questa ascensione rimase pressoché sconosciuta, tanto che per molti anni l’inizio dell’alpinismo invernale italiano fu datato con la salita di Luigi Vaccarone ed Alessandro Emilio Martelli con la guida Antonio Castagneri all’Uja di Mondrone (Alpi Graie) nel 1874.

Nell’Oberland Bernese, gli inglesi Adolphus Warburton Moore e Horace Walker salirono nel 1867 la sella ghiacciata del Finsteraarhornjoch, ed è curioso riferire che durante il loro viaggio di ritorno in Gran Bretagna un albergatore di Berna li salutò come avanguardia di una moltitudine di turisti invernali! E difatti cominciò la vera e propria corsa a salire tutte le vette delle Alpi.

Adolphus Warburton Moore
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Gli alpinisti che più si distinsero in quell’esplorazione furono inglesi, svizzeri e tedeschi: ma anche tra gli italiani, oltre ai già ricordati Martelli e Vaccarone, spiccò la figura di Vittorio Sella, cui si deve attribuire la prima salita invernale del Cervino (1882) ma anche (tra il 1883 e il 1888) le salite alla Punta Dufour del Monte Rosa, al Gran Paradiso, ai Lyskamm, alla Marmolada e a molte altre cime. Ancora inglese è la conquista del re delle Alpi, il Monte Bianco: miss Mary Isabella Straton lo salì con le sue guide di Chamonix nel 1876, esattamente 90 anni dopo la prima salita di Balmat e Paccard.

 

 

 

 

 

La famiglia Walker. Melchior Anderegg (in piedi, quarto da sinistra), Horace Walker (seduto, terzo da sinistra), Lucy Walker (in piedi, terza da sinistra) e Adolphus Warburton Moore (seduto, secondo da destra)
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Il Birillo del Monte Gropporosso – 2

Il Birillo del Monte Gropporosso – 2 (1-2)
(dal mio diario)

26 dicembre 1963. Non credo che questa via sia mai stata fatta d’inverno, dopo essermi informato al CAI Sez. Ligure. Mi resta ancora da chiedere presso il CAI di Chiavari e poi ne sarò sicuro. Probabilmente dunque è una prima invernale!

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Come compagno ho Antonio Picardi, che però non ha intenzione di seguirmi in roccia, ma resterà in basso ad assicurarmi. Mi sono comprato finalmente una corda nuova, di nylon, lunga 40 metri, marca Cassin. Cosicché ho ben due corde, per un totale di 80 m che, spero, basteranno. poi ho dieci chiodi, cinque moschettoni, cordini, martello. La partenza è per le 6.30 in Piazza della Vittoria, con la corriera. Ci vediamo là, io vestito da roccia, lui da sci. Ho uno zaino enorme, lui solo una borsetta e la cinepresa. La corriera parte puntuale, ho timore di soffrire le curve, come mi era successo l’altra volta (l’anno scorso) con i sigg. Martinelli. Dunque mi sdraio su due sedili e dormicchio fino a Chiavari e oltre.

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La giornata è splendida, non una nuvola in cielo. Ora, nella valle di Borzonasca, comincia a vedersi la prima neve. Subito dopo il Passo della Forcella entriamo in una fitta coltre di nebbia. E’ quella mattutina, c’è molto spesso da queste parti. A Rezzoaglio ancora nebbia. Scompare solo un po’ dopo, ci si apre la valle innevata. fantastico! Si comincia anche a vedere il Monte Gropporosso. Lo splendore della neve fa risaltare ancora di più l’azzurro del cielo. La corriera intanto continua a correre sulla strada gelata e alle 10.35 arriviamo a Santo Stefano d’Àveto. C’è moltissima neve, tanto che quasi non si può camminare allorché usciamo dal paese e prendiamo la strada per il Monte Gropporosso. Sfondiamo parecchio. Dopo un’ora e un quarto di questa specie di supplizio (la neve in media è profonda 70 cm) arriviamo alla base del Birillo. Qui mangiamo, seduti su un roccione. Poi vado a cercare di scoprire dove è l’attacco, ma non lo trovo se non approssimativamente. La guida dice che la cresta sud-sud-est (it. 19a) del Birillo è stata salita da Ottavio Bastrenta, A. Comeglio e F. Muzio il 15 novembre 1953, la stima di 200 metri di dislivello, con difficoltà di III e IV grado, roccia mediocre.

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Con tutta la neve che c’è, non si capisce bene dove passi la via, così decido di salire su per una colata di neve, in esplorazione. Antonio mi segue e facciamo entrambi molta fatica ad avanzare in quel metro di neve fresca. Lo faccio fermare a un punto di sosta, proseguo da solo, poco convinto d’essere sulla via giusta. Nulla di quanto descritto sulla guida corrisponde a quello che sto salendo. A un certo punto la corda che mi trascino comincia a darmi fastidio, tra l’altro non serve a nulla perché né ho piantato chiodi né ho passato spuntoni o alberelli. Così tiro su tutta la corda, slego quella di canapa, l’arrotolo e la butto giù ad Antonio. Non arriva in volo fino a lui, si ferma prima in un canaletto di neve, così lui è costretto a salire per andare a prenderla. Ha una fifa matta, non ha tutti i torti. E impreca come un dannato. Io intanto, con la corda di nylon, continuo e, con mediocri difficoltà, arrivo quasi all’inizio della cresta. Finalmente riconosco il passaggio chiave, perché sono ai piedi del “diedro con pochi appigli”. Sono sicuro che lo sia perché l’avevo già visto dal basso. Cerco di superarlo in libera, senza chiodi: niente. Cerco di piantare un chiodo, ma non c’è neppure una fessura adatta. Desisto. Giro a sinistra e salgo per gradoni non tanto difficili. Riesco così sulla stessa piazzola dove l’anno scorso con Alberto Martinelli ero giunto per altra via, molto più facile. Decido di scendere, cioè di non salire in cima. Sulla cresta sono già passato l’anno scorso e mi faccio da solo questo sconto… Incomincio la discesa, cerco di fare corda doppia da un masso ma la corda non arriva a nulla di buono. Così scendo ancora in arrampicata, poi per un piccolo canalone, aiutandomi con la corda messa doppia in un cordino su uno spuntone. Giunto in fondo, recupero la corda e proseguo verso il basso, affondando nella neve. Dopo dieci minuti di questa “passeggiata” arrivo da Antonio, con il quale scendiamo  fino a Santo Stefano. Nel viaggio nulla di speciale, se non che a Chiavari dobbiamo scendere. La corriera si ferma qui e noi dobbiamo proseguire con il treno. Entro in casa a Genova alle 20.55.

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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Inseguiti dal sole

Inseguiti dal sole
di Alberto Benassi
(testo e foto)

Dopo tanti anni di attività invernale sui monti apuani, ho maturato la convinzione che una delle regole d’oro dell’alpinismo invernale apuano, è quella di metterci comunque il naso, di provarci, anche quando i dubbi di trovare buone condizioni sono molto forti e verrebbe la voglia di rimanere a rigirarci nelle calde coperte del letto. A volte va male e si torna a casa senza un nulla di fatto. Come direbbe il pescatore “Giunti: acqua fino a coglioni e pesci punti”. Altre volte invece si ricevono delle bellissime sorprese, dei veri e insperati regali con tanto di ciliegina sulla torta. In verità con Oreste e Andrea siamo partiti con l’intenzione di salire il canale Sambuco, classico itinerario invernale al Monte Pisanino.

Monte Grondilice, parete nord-est
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La massima vetta apuana, proprio per le sue caratteristiche, è una montagna prettamente invernale e in questa veste racchiude tra le sue pieghe diversi itinerari tra cui una vera chicca: la via dei Paoli uno degli itinerari invernali apuani più tosti. Nonostante questo non è proprio tra le mie montagne apuane preferite. Però non si può mica sempre andare al Colle della Lettera o alla Nord del Pizzo delle Saette due cime a cui sono particolarmente legato per le tante avventure che mi hanno regalato. Così al mattino, neanche tanto presto, lasciamo l’auto sulla strada vicino al parcheggio della Serenaia e c’incamminiamo verso il rio Sambuco su ottima neve gelata compattata dalla pioggia dei giorni scorsi. Traversato il pianoro in direzione della larga base del costolone sud-ovest del Pisanino, appena aumenta la pendenza, il fondo gelato ci costringe a calzare i ramponi e questo è decisamente di buon auspicio anche se non è affatto freddo. Seguiamo le tracce lasciate dai ramponi di un solitario che poi scopriremo, con non poca sorpresa e ammirazione, essere quelle lasciate da uno scialpinista che durante la giornata ci farà vedere le sue acrobatiche evoluzioni scendendo i ripidi fianchi ovest degli Zucchi di Cardeto… “Giampaolo se ci sei batti un colpo”.
Una volta usciti dal bosco e giunti nell’invaso che scende dalla Foce dell’Altare completamente invaso dalle valanghe che scendono dal versante sud-sud-ovest del Pisanino, i nostri occhi cadono, piacevolmente sorpresi, su due belle colate di ghiaccio che interrompono la continuità di un’evidente linea di canalini che scendono dal costolone sud-ovest lungo l’articolata parete a sinistra del canale Sambuco. Che si fa, che non si fa? Rapida discussione: “si cambia obbiettivo, è un’occasione da non lasciarsi scappare!” rispondo deciso. Oreste invece è dubbioso: “ma se poi il ghiaccio non è buono?”. In effetti l’orientamento del versante non è proprio dei migliori. Ma forse è proprio perché ci picchia il sole che quelle due belle colate di ghiaccio si sono formate. Siamo dubbiosi e attratti allo stesso tempo. Il sole crea, il sole distrugge e presto arriverà implacabile. Una volta raggiunta la base della prima colata se il ghiaccio non fosse salibile ci toccherà rinunciare e addio giornata. Alpinismo di rinuncia…
Ma ormai il tarlo dell’entusiasmo è entrato nella nostra testa. Istintivamente ci troviamo a risalire il ripido canalino che porta alla prima colata. OK è deciso tentiamo. Via più veloci possibile prima che arrivi il sole a riscaldare e distruggere i ricami di ghiaccio. Ma spesso il “sole bacia in fronte gli eroi”… e la bella avventura di oggi ne è la dimostrazione.
Così è nata nell’inverno 2013 Inseguiti dal Sole un’inaspettata via nuova sul versante sud-sud-ovest del Monte Pisanino, sulle Alpi Apuane.

Parte del versante sud del Monte Pisanino con  i risalti ghiacciati di Inseguiti dal Sole
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Andrea Stagetti detto
Nastro,sopra il primo risalto di Inseguiti dal Sole, Monte Pisanino
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Alberto Benassi  nel superamento del salto più impegnativo di
Inseguiti dal Sole, Monte Pisanino
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Vista sugli Zucchi di Cardeto dal Monte Pisanino
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Monte Cavallo, parete nord della Cima Nord. Al centro è la via Calcagno-Piombo, parallela a ds è la via Pegaso (Benassi e C.)
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Nel canale di discesa del Monte Pisanino
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Il Birillo del Monte Gropporosso – 1

Il Birillo del Monte Gropporosso – 1 (1-2)
(dal mio diario)

2 dicembre 1962. Ho obbedito all’ordine di mio padre di riportare al negozio il materiale alpinistico da me acquistato con il sudore dei miei risparmi. Di conseguenza sono aumentate le bugie che devo raccontare. In casa si è creata una perenne atmosfera di sospetto, e quando Alberto Martinelli il 30 novembre mi telefona per propormi una gita, devo superare molti dinieghi. Questa volta però si dovrebbe andare con l’auto dei suoi genitori. Dopo telefonata tra le due madri, riesco a strappare il tanto desiderato consenso. Andremo a Santo Stefano d’Aveto, e da lì (ufficialmente) in cima al Monte Gropporosso, facile ed erboso.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso (Appennino Genovese): sulla sinistra, il Birillo. Foto: Giacomo A. Turco
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In realtà Alberto ed io abbiamo in programma di andare sì verso il Gropporosso, ma più in dettaglio sul Birillo, dove c’è roccia in abbondanza.

Il Monte Gropporosso è a 2 km di distanza dal Monte Maggiorasca, la vetta più alta dell’Appennino Genovese: assieme costituiscono il grande anfiteatro di Santo Stefano d’Aveto. La roccia è ofiolitica, le cosiddette “rocce verdi”, diabase e serpentino.

Alle 8.50 passano a prendermi. Il viaggio in auto per me è disgraziato, li devo fermare cinque volte per vomitare. Il sig. Martinelli guida con attenzione per la strada a tratti ghiacciata.

Oltrepassato Santo Stefano, andiamo alla frazione Roncolungo. Fine del viaggio. I genitori di Alberto credono che io sia fuori combattimento, ma si sbagliano. Prendo lo zaino e seguo Alberto. Appuntamento alle 16.

Seguiamo il segnavia fino ai Piani Gatera 1269 m, sulla stradina completamente ghiacciata e innevata. Il tempo è bello, con a tratti qualche folata forte di vento.

Veniamo a scoprire che abbiamo la corda, ma siamo senza chiodi. Così l’itinerario 19a che avevamo intenzione di fare non è possibile. Propongo di andare in cima al Monte Gropporosso, in modo da evitare la roccia. Lui invece non vuole rinunciare, e la vince lui.

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Partiamo legati: la nostra meta è una piazzuola sulla cresta sud-sud-est, posta sulla via che avremmo voluto fare, a occhio al di sopra delle maggiori difficoltà (che la guida dà di IV). Saliamo facilmente sulla neve a destra della cresta, ma troviamo poi un punto scabroso. Lo supero io da primo, col pericolo di scivolare sul vetrato. Poi proseguiamo e arriviamo alla piazzuola, a circa 1350 m. Seguiamo il filo, con due camini poco inclinati, assai divertente, un po’ sbattuti dal vento. Arriviamo ad un punto assai esposto: Alberto non si sente di affrontarlo, per via del baratro che abbiamo sotto. Io neppure, causa il gran zaino che ho sulla schiena. Lo lascio lì e passo con meno difficoltà del previsto. Poco sopra gli butto il cordino di Marco Ghiglione (ormai proprietà mia!), così lui gli può attaccare i due zaini. Dopo la manovra, un po’ impacciata perché i sacchi tendono a incastrarsi, gli faccio sicura. Qui le difficoltà sono finite. Mangiamo qualcosa, poi proseguiamo facilmente sulle ultime roccette fino alla vetta. Sulla cima del Birillo 1498 m soffia vento ancora più forte, vediamo molto bene la bastionata della Rocca del Prete e il Monte Maggiorasca.

Sono già le 14.40, perciò ci affrettiamo verso la Forcella del Birillo. Per arrivarvi, dobbiamo superare due o tre lastronate rocciose poco inclinate ma viscide. Ora dobbiamo scendere per un pendio coperto di neve. Parte Alberto0 e raggiunge un alberello. Poi io lo raggiungo e lo sorpasso. Abbiamo un bastone al posto della piccozza, così lo assicuro dopo averlo infilato nella neve in profondità. Lui scende, mi sorpassa e, quando più sotto si ferma gli invio il bastone appeso alla corda sollevata. In queste manovre, non si sa bene come, ci troviamo a ruzzolare entrambi, ma ormai siamo bassi e su terreno non pericoloso.

Ormai slegati, a grandi balzi guadagniamo i Piani Gatera, dove ci fermiamo per un altro spuntino. Tra l’altro qui Alberto tira fuori i ramponi che ha appena comprato e li prova (ma non poteva provarli prima quando c’era bisogno?).

Siamo giusto in tempo per arrivare a Roncolungo alle 16, puntuali. Al ritorno, in auto non ho alcun problema.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso e i suoi itinerari invernali
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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 4

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 4 (4-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta XidiasMauro Florit con Stefano ZaleriRoberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

La notoria modestia di Peter Podgornik non ci deve impedire di sapere qualcosa di più al riguardo dell’evoluzione dell’arrampicata slovena sulle Alpi Giulie. E’ per questo motivo che abbiamo riportato, in seguito alla sua relazione, il capitolo Sloveno scatenato, tratto da Dolomiti e Calcari di Nord-est.

Dalla Slemenova Špica verso lo Jalovec
Dalla Slemenova Špica verso lo Jalovec

Una visione d’oltreconfine
intervento di Peter Podgornik

Qui in zona Trieste l’arrampicata è una cosa diversa che da noi, dove la maggior parte delle persone sono contadini. Mentre da voi l’alpinismo è una tradizione di origini lontane, io provengo da una regione dove non si parlava di alpinismo, si parlava di caccia ed eventualmente di qualcuno che va in montagna.

Dopo tanti anni di alpinismo e arrampicata ho incontrato tanti vecchi alpinisti e ho scalato con tanti italiani, allargando così il numero delle persone conosciute in montagna, sulle vie e nelle spedizioni.

Non credo che questo sia il momento di parlare dell’alpinismo sloveno, dati i limiti di tempo, così vorrei invece parlare di alpinismo nella zona di confine, che conoscete abbastanza bene.

Negli anni dopo Enzo Cozzolino, come ricordato in precedenza, si arrampicava sulle pareti del Rio Bianco, sul Rio Freddo, sul Mangart, poi sul Canin. Alcuni alpinisti del tempo, come Tine Michelic, hanno scritto in quel periodo le guide di quelle zone in lingua slovena, e noi giovani, che iniziavamo in quegli anni, abbiamo potuto capire dove salivano le vie di Cozzolino, Ignazio Piussi, Ferdinand Krobath, Hans Metzger e di tanti altri. Si è cominciato dunque a salire quelle pareti, facendo diversi campeggi, una settimana al rifugio Pellarini non era una esperienza rara, ed aprendo anche vie nuove sempre sul Rio Bianco e sul Rio Freddo. Così in Slovenia abbiamo conosciuto queste montagne dove, come ha detto il Signor Spiro, camminava il grande Julius Kugy insieme ad altri esploratori, ad esempio Damiano Marinelli, che sono stati importanti per la nostra generazione, perché dobbiamo ricordare che l’alpinismo non è iniziato con noi, e neanche finirà con noi.

Conoscere questa storia dell’alpinismo è molto importante perché si capisce l’evoluzione della mentalità.

Il versante settentrionale dello Ŝpik
Piccola casetta, versante settentrionale dello Spik, da fondo valle, Slovenia

Quando ho cominciato ad arrampicare si usavano calzature pesanti, moschettoni in ferro, qualcuno aveva l’imbraco, ma veramente pochi, come pochi avevano il casco… Così con mio fratello gemello Pavel abbiamo cominciato ad arrampicare su pareti relativamente basse, come la Val Rosandra sopra la valle di Rio Bianco, con risalti alti fino a un centinaio di metri, con i nostri chiodi casalinghi, moschettoni e martello, era il mio mestiere fabbricarli, ed usavamo una corda per legare le mucche.

Peter Podgornik
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In queste condizioni abbiamo mosso i primi passi sulla roccia, per lo meno io, forse altri sono stati più fortunati. Ma torniamo di nuovo sulle montagne di confine. Come ho detto gli alpinisti sloveni dopo gli anni Settanta hanno seguito la strada aperta, facendo anche prime ripetizioni delle Vie di Piussi sul Mangart, le vie di Lorenzo Bulfon e Celso Gilberti… poi abbiamo iniziato a ripetere, sopra il Pellarini, le vie di Giordano Bruno Fabjan, Comici, Krobath, cominciando a conoscere tutte queste pareti… e dopo di esse, per la mia generazione, vi era ancora tanto posto per aprire nuovi itinerari.

Nella mia attività alpinistica ho sempre cercato di avere l’occhio dell’esploratore, e grazie a questo ho ripetuto poche vie classiche, perché avevo sempre voglia di andare ad aprire vie nuove, come nella Val Coritenza. Così come la Cima del Lago, parete sud, che è alta 500 metri, quando ho iniziato ad esplorarla c’erano un paio di vie mentre ora ce ne sono almeno venti. E così la storia è stata per altre pareti anche in Carnia. Successivamente le nuove generazioni, con materiale più moderno e una nuova filosofia di arrampicata, hanno dato spazio all’apertura di itinerari sempre più duri. Quando ho iniziato il VI+ era il limite, e la via che abbiamo ripetuto io e mio fratello i primi giorni di settembre del 1980 e cioè la Lomasti-Mazzilis alla Cima Grande della Scala, per noi fu un’avventura grandissima perché sapevamo che dopo 2 o 3 tiri non si sarebbe potuti scendere. Così siamo usciti fuori dalla via tutti sporchi e gialli perché la fessura è tutta sporca di sabbia.

Nel 1982 ho aperto una via nuova sul Mangart con mio fratello e subito dopo proprio mio fratello è morto su quella parete con un’amica. Dopo la sua morte ho deciso di fare sempre un campeggio nella zona alla sua memoria: ormai sono 25 anni e dopo tutti questo tempo le pareti sopra il Lago di Fusine sono percorse da numerosissime vie, attualmente più di 160, dal Ponzer fino al Mangart.

Quando abbiamo iniziato l’esplorazione, la parete grande del Mangart aveva solo la prima via e quella di Gilberti. Il mio amico Filip Bence ha fatto, dopo 60 anni dalla ascensione di Gilberti, 10 vie nuove in solitaria, tutte più o meno dure e con uno sviluppo di 1000 metri.

Non mi dilungo su questa montagna perché abbiamo scritto la guida anche bilingue così da poterla consultare meglio. Ma parlando in merito alle guide di alpinismo, per me è molto importante che i giovani che iniziano ad arrampicare adesso sappiano dove avere indicazioni; non è difficile fare una guida con le vie più belle di una zona mentre è molto difficile fare una guida che riporta tutti gli itinerari di una parete così da permettere un’ampia scelta sull’intero terreno d’arrampicata.

Il versante settentrionale del Triglav
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Così come progredisce lo sviluppo tecnico, sfruttando una ottima bibliografia si possono studiare ulteriori possibilità ed aprire nuovi itinerari.

Le vie di III e IV grado sono storia, sono lì e vi rimangono sempre; quello che ha fatto Julius Kugy non verrà mai rubato, ed è per questo che una guida deve riportare bene tutti gli itinerari per dare una informazione totale della parete.

Roberto Simonetti ha parlato prima di alpinismo invernale in Slovenia: vicino al confine ci sono pareti molto belle ed alte fino a mille metri che permettono questo tipo di alpinismo, come la Parete di Bretto (Loška Stena), che quando Comici apriva la sua via allo Jalovec negli anni ’30 contava solo tre vie, mentre ora ci sono più di 95 itinerari. Tre quarti di questi sono stati fatti in invernale (tra l’altro vie abbastanza dure). Così tanti alpinisti sloveni, dopo le esperienze sulle pareti vicino al confine come la cima del Lago, il Mangart e il Bretto, sono andati avanti aprendo vie su grandi pareti extraeuropee.

Quando io ho iniziato ad arrampicare era normale partire da gradi bassi, andando avanti pian piano, ad esempio partendo dalle dolomiti per arrivare al Monte Bianco e, talvolta, proseguendo fino all’Himalaya. Probabilmente oggi lo stile di vita troppo veloce fa saltare questa successione di passi; questo non è però positivo perché occorrono piccoli passi per raccogliere esperienza e acquisire ciò che serve per le grandi salite. Come già detto, sono stato fortunato perché ho conosciuto tanti alpinisti (tanti sono anche qui), ero amico di Piussi ed ho passato momenti molto belli nella mia vita insieme a loro, a parlare di montagna. Ero amico di Gino Buscaini e di tanti altri. Conoscere queste persone è stato positivo, un’esperienza che considero al pari di quella tecnica.

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Sloveno scatenato
(tratto da Dolomiti e Calcari di Nord-est)

Anche per gli sloveni, il decennio degli anni ’80 fu la transizione dall’alpinismo classico a quello moderno. Subito emerse un arrampicatore instancabile, l’elettricista Franček Knez, quello che sulla Sud del Lhotse nel 1981 salì più in alto di tutti con Vanja Matijevec. La tuta da ginnastica sostituì i pantaloni alla zuava e le scarpette pensionarono gli scarponi di pelle. Knez aveva in Buhl il suo idolo, ma aveva idee ancor più chiare sulla propria attività. In trent’ anni di carriera salì oltre 2.500 vie sulle pareti di tutto il mondo, delle quali più di 700 nuove, tralasciando le vie brevi di allenamento. Solo sul Triglav ha aperto almeno 35 vie oltre il sesto grado e così anche sulle muraglie del Šite e del Travnik: con compagni diversi, per intere stagioni si dedicava a nuovi itinerari, sacrificando lavoro e possibilità di una vita più regolare. Tra le tante, ricordiamo la diretta (via Mec) sullo spigolo nord del Piccolo Màngart (con Lidija Painkiher, 1981), la via Algebra sul Travnik (IX-, A0), aperta con Silvo Karo nel 1985, probabilmente ancora oggi la via più difficile delle Giulie slovene.

Anche qui vi furono interminabili discussioni sull’abbandono delle vecchie etiche. Fu grande merito di Iztok Tomazin l’aver portato dall’America le nuove tecniche e la voglia di «liberare» i vecchi itinerari. Così dal 1978 in poi furono ripercorsi tutti gli itinerari classici, con passaggi fino al VII+. Autori di queste imprese sono Knez, Karo e Tomazin, assieme a Matjaž Ivnik, Rok Kovač, Bogdan Bisčak, Igor Škamperle, Šreco Rehberger, Janez Skok, Janez Jeglič e Pavle Kozjek.

Il versante nord del Piccolo Mangart di Coritenza
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Nello stesso tempo continua l’alpinismo esplorativo coerente con la tradizione. Il gruppo dove maggiormente si rivolsero i giovani fu quello di Martuljek, dove svetta lo Špik ma figurano altre pareti estremamente impegnative. È qui la Široka peč, una parete assai friabile, forse la più marcia di tutte le Giulie. Rado Fabjan è l’unico che può vantarsi di aver salito tutte e venti le vie di Široka peč. È qui che si mette in luce il grande Tomo Česen, nativo di Kranj, salendo da solo nel 1985 la via Skorpion. Oggi, nell’epoca del X e XI grado, le vie più difficili di quell’epoca danno molto da fare a quei pochi che decidono di ripeterle. Era forse più facile allora adeguarsi alle scarpette e alla magnesite che oggi tornare ai chiodi e al martello.

Janez Jeglič
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La cordata Karo-Knez-Jeglič, dopo un rodaggio nel 1984 sulle vie «liberate» fino all’VIII (valga per tutte la via Ključsreče sulla Nord del Triglav), sale in Patagonia la parete est del Cerro Torre nel 1985 (con Pavle Kozjek e Peter Podgornik) e il diedro sud-est del Cerro Egger nel 1986, attualmente tra le più difficili in quella regione. Questo va detto, tanto per far comprendere con chi abbiamo a che fare e di quale livello di difficoltà si tratti, anche nei confronti delle più ben conosciute Dolomiti. Knez, con Frešer, sale la Smer norosti (via della follia) sulla Nord del Vršac, ancora irripetuta.

Nel 1984 i giovani Rado Fabjan, Igor Mezgec e Igor Škamperle, tutti di Postumia, salirono al Votli vrh 2175 m per la via Znamenje ob poti (VII, A2, A3, 750 m): una via che fu ripetuta solo nel 1989, dopo aver respinto molti tentativi. L’etica dei primi salitori fu rispettata e non fu piantato nessuno spit, nonostante la precarietà delle assicurazioni.

Ma la tendenza, soprattutto altrove, andava al contrario. Negli anni ’90 l’arrampicata sportiva migliorerà a tal punto le capacità che le pareti non potranno più offrire terreno valido per i più forti. Sembra una contraddizione, ma in effetti le vie più difficili sono ormai «facili» per un’élite che, oltre a percorrere gli itinerari di X in palestra ben protetta, è in grado di salire l’VIII in montagna. Oltre occorrerebbe spittare, e questa scelta è ancora controversa. I più bravi si sono dedicati alle solitarie. Per merito di Slavko Svetičič, Knez, Jeglič e Česen tutte le grandi classiche fino al VI+ sono state percorse in solitaria, anche invernale, e in libera. Con questa scuola Česen poté nel 1986 fare il concatenamento delle tre grandi Nord delle Alpi, offuscato solo da Profit che lo precedette…

Il 1987 vede la salita della parete sud del Cerro Torre (VII, A3, A4, 75°, 1200 m, Jeglič-Karo); Česen sale da solo e d’inverno la via No Siesta sulle Grandes Jorasses, Knez supera i 1200 m di una via nuova sulla Nameless Tower (Torri di Trango) che un anno più tardi Kurt Albert e Wolfgang Güllich confermarono di VIII+. Nel 1988 Knez apre due vie nuove al Meru (Himalaya del Gahrwal).

L’inverno 1988/89 era mite e senza neve, ma Česen salì da solo quattro vie impressionanti: Črni biser, Zarja, Sveča e Črna zajeda, tutte sulla muraglia settentrionale del Travnik-Šite. Tutte prove generali per la parete nord dello Jannu, nel 1989. Queste note, estranee alla nostra storia, sono qui portate per dimostrare l’altissimo livello dell’alpinismo sloveno in quegli anni, dove uno Svetičič si permetteva di salire in 27 ore la diretta Harlin sul’Eigervand (gennaio 1990). Sempre nel 1989, Edo Kozorog e Jože Serbec aprono Onkraj resnic nosti (VII e A3) sulla Nord-ovest del Vršac.

Filip Bence
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Il seguito della storia diventa cronaca, sempre più confusa per definizione.

In Slovenia nuovi nomi si affacciano, tra gli altri Andrej Stremfelj, Vanja Furlan, Matjaz Jamnik, Matija Jost, Miha Kajzelj, Marko Lukič, Janko Opresnik, Bojan Pockar, Miha Praprotnik. Su tutti spicca Marko Prezelj, che nell’estate 1993 assieme a Matjaz Wiegele ha salito in libera la via Algebra al Travnik. Knez continua la sua infaticabile opera: è del 1992 la via Korenina sulla Nord del Triglav, ancora da ripetere: 36 lunghezze, VIII+, 6 spit, 1 bivacco. Una delle pochissime ascensioni con bivacco di Knez, ulteriore banco di prova per il futuro. La storia certamente non ha ancora messo Knez al suo giusto posto.

Solo per citare le più importanti, l’ulteriore evoluzione sulla Nord del Màngart, ormai percorso da una ragnatela di itinerari, vede le seguenti vie: Cvetlična, 30 luglio 1996, Filip Bence: V, 800 m, 2 ore; Navček, 10 settembre 1997, Filip Bence: VI-, 800 m, 2.30 ore; Gad, 27 settembre 1997, Filip Bence: VI+, 750 m, 3 ore; Črni angel, 13 agosto 1998, Matej Janko e Janko Meglič: VI+, 600 m, 8 ore; Stotica, 15 agosto 1998, Filip Bence: VI, 750 m, 3 ore; Kocka, 24 settembre 1999, Filip Bence: VI-, 800 m, 3 ore.

Per il Piccolo Màngart di Coritenza, invece: Usoda, 21 luglio 1998, Filip Bence e Peter Podgornik: VI+, 560 m, 10 ore; Gilda, 4 agosto 1998, Gildo Zanderigo e Riccardo Del Fabbro: VI+, 650 m; Porednica, 12 agosto 2000, Filip Bence: VI+, 700 m, 5 ore; Come le foglie al vento, 18 agosto 2000, variante di pregio a Gilda, Gildo Zanderigo: VIII, A3, 250 m (con spit); Johanova, 19 agosto 2000, Filip Bence, Peter Podgornik ed Erik Švab: dal III al VII, 30 lunghezze da 60 m, 12 ore.

Per il Véunza: Življenje, 23 luglio 1996, Filip Bence: VI-, 600 m, 2.30 ore; Ključek, 25 giugno 1998, Filip Bence e Klemen Premrl: VI+, 600 m, 7 ore; Spominčica, 5 luglio 1998, Filip Bence: VI, 500 m, 2 ore.

Qui di seguito riporto una tabella, compilata da Peter Podgornik e altri scalatori sloveni, allo scopo di dare un’idea dell’attività nell’ultima ventina d’anni. In essa sono riportate solo le ascensioni effettuate nelle Alpi Giulie slovene senza o con uso limitatissimo di spit.

Come si vede Filip Bence, di Trzic, è l’attuale “uomo delle Giulie”, con le sue circa 200 vie nuove (Filip Bence è scomparso sotto una valanga nel 2009, a 58 anni, NdR).

Valle Cima Via Primi salitori  Difficoltà
Koritnica Votli vrh, parete N Znamenje ob poti Rado Fabjan, Igor Mezgec e Igor Škamperle  VI, A2
Planica Šite, parete NNW Direttissima Franček Knez e Silvo Karo  VII+
Trenta Vršac 2190 m, parete NW Steber Edo Kozorog e Slavko Svetičič  VII-, A3+
Planica Travnik, parete NNW Črna zajeda Franček Knez e Marjan Frešer  VIII-
Planica Travnik, parete NNW Algebra Franček Knez e Silvo Karo IX-
Trenta Vršac, parete NW Smer norosti Franček Knez e Marjan Frešer  VIII
Možnica Jerebica 2126 m, parete S Vaja con dios Peter Podgornik e Vladimir Slamič  VII
Planica Travnik, parete NNW Tuhinjska smer Janez Jeglič e Silvo Karo  VII-, A3
Trenta Planja 2453 m, parete N Katarza Slavko Svetičič, da solo  VII+, A2
Trenta Planja, parete N Leteče kočije Peter Podgornik e Miranda Ortar  VII-
Trenta Glava Planje 2060 m, parete S Bodeča neža Franček e Andreja Knez  VIII
Možnica Prišna glava 2048 m, parete N Vidimo se v peklu Miha Kajzelj e Bojan Počkar  VII
Planica Šite, parete NNW Das ist nich kartako Silvo Karo, da solo  IX-
Trenta Glava Planje, parete S Črni baron Slavko Svetičič, da solo  VIII
Vrata Triglav, parete N Korenina Franček Knez e Dani Tič  VIII+
Možnica Prišna glava, parete N Ledene rože Miha Kajzelj e Miha Vreča  VII+, A2
Koritnica Bavh 2189 m, parete NW Bitka za neznano Miha Kajzelj e Grega Kresal  VIII-
Planica Šite, parete NNW Bela čipka Janko Oprešnik, da solo  VIII, A4
Vrata Triglav, parete N Na drugi strani časa Tomaž Jakofčič e Miha Kajzelj  VIII, A2/A3
Vrata Triglav, parete N Metropolis Tomaž Jakofčič e Matic Jošt  IX-

La Parete del Bretto
JuliusKugy-4-Loska Stena (parete di Bretto)

Nel 1994 Marino Babudri e Ariella Sain aprono un lungo itinerario sulla parete sud della Cima de lis Codis 2380 m. Gianfranco Ferrari e Andrea Gallussi aprono la via Blizzard sulla parete ovest del Prisojnik 2547 m, con difficoltà di VIII.

Nel 1995 Eugenio Cipriani e Mario Tonegutti tracciano un lungo itinerario sulla parete nord-est della Cresta Berdo, in Montasio, piantando anche qualche spit.

Nel 1996 Gildo Zanderigo e Alberto Della Schiava tracciano una difficile via sulla parete nord-ovest del Monte Cimone. Sulle compatte rocce dell’Ozebnik, in Val Trenta, Mauro Florit ed Erik Ŝvab, assieme a vari compagni, aprono (dal basso) due vie moderne protette a spit: Arlecchino servitore di due padroni (11 lunghezze, VIII+) e Fiore di montagna (o Gorska roza, 10 lunghezze, IX-). Nel 1997, proteggendosi a spit dal basso, Marco Sterni e Massimo Sacchi aprono alcune vie estreme, fra cui La bellezza non conosce paura, sulla Ovest del Monte Robon (5 lunghezze, IX-). Il cambio dei tempi si vede anche dal fatto che Gino Buscaini, nella sua guida del 1974, definiva il Robon “senza importanza alpinistica”. Sempre a spit, Aldo Michelini, Alex Di Lenardo e Laura Ortolani aprono Ciclone (7 lunghezze, IX-) sulla Est del Bila Pec, ormai affermatasi come grande falesia in quota. Nel 1998, in agosto, Marko Car e Uros Rupar aprono all’Ozebnik Kopiščarjeva, 440 m, VIII-. Di tipo classico è invece la via tracciata da Marino Babudri e Ariella Sain all’inaccesso Pilastro degli Dei, sullo Jôf Fuart. Nel 1999 sulla parete nord-est del Razor Silvo Karo e Urban Golob tracciano Canto barato, VII.

Nel 2003 Marko Lukič e Andrej Grmovšek liberano una vecchia via artificiale dal nome evocativo: Smer norcev (la via dei folli), di Karo e Jeglič, sulla parete nord della Šite, VI+ e A3 su roccia marcia e chiodi dubbi. E così l’8a (X-) giunge anche nelle Giulie, ovviamente su protezioni tradizionali. Nelle Alpi di Kamnik (Slovenia) Marko Lukič nel 2003 apre e libera Last minute sulla parete della Vezica, adatta all’apertura di vie multipitch con lunghi run out.

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Marco Pedrini

Marco Pedrini

Ci mette un po’ il trenino a partire… ma quando parte, allora va forte davvero!
Marco Pedrini, detto il Pedro, ci stava facendo assaggiare i biscottini che gli faceva la nonna, ma che lui correggeva di nascosto e prima della cottura con foglioline sminuzzate di marjuana secca…

Eravamo a Finale Ligure, e quella notte fu tra le più movimentate che io mi ricordi: di dormire non se ne parlò neppure, ma alla mattina eravamo tutti pronti a scalare nell’ambito del convegno che la Cassin aveva organizzato per la promozione dei propri articoli d’arrampicata. Il treno non solo era partito, non accennava a fermarsi più!

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Il ricordo di quella notte brava, con gente come Pedrini, Ballerini e Anghileri, non deve far pensare male. Non è che fosse sempre così, a quei tempi, cioè prima caricarsi per bene di vino “nostralino” e poi salire sui treni “svizzeri” e scorrazzare di notte: c’era molta più serietà di quanto questo mio incipit farebbe pensare. Ma quella notte si esagerò, specialmente quando, dopo aver importunato Augusto Azzoni e Alessandra Gaffuri in una grotta, si scese da Perti alle tre di mattina con la mercedes dell’Aldino Anghileri e sul tetto c’erano sdraiati il Pedro e il Ballera che si tenevano ai mancorrenti. Giunti alla fine della discesa, sulla strada che unisce Calice a Finalborgo, ci si fermò: ma non perché fosse pericoloso, bensì perché si temeva che qualcuno dell’ordine pubblico notasse l’anomalia. Perciò, invece di scendere e di entrare nell’abitacolo, i due andarono a lato della strada nel torrente, si procurarono aiutati da me e dal Red (Roberto Crotta) un discreto fascio di canne (Arundo donax e Phragmites  communis) e risalirono sul tetto dell’auto. Red e io li coprimmo per bene, per giungere poi così mimetizzati in pieno centro a Finale tre le nostre risate più ebeti.

Marco, nato a Lugano nel 1958, aveva incominciato a fare alpinismo nel 1976, a 18 anni: “avevo una forte attrazione per gli sport rischiosi e le altre attrazioni forti”. Nel 1978 entra nel gruppo di arrampicatori Scoiattoli dei Denti della Vecchia del Ticino, sempre in quell’anno ottiene il brevetto di Guida alpina Svizzera. Nel 1980 apre una via nuova allo Stetind, in Norvegia, oltre a ripetere in 14 ore e in libera la via inglese al Trollryggen. Già da subito si vede la sua tendenza all’innovazione, tra una nuova via e una prima in arrampicata libera: farà parlare di sé per vie aperte dall’alto e per spit messi dove nessuno voleva.

Ho provato a fare l’elenco (che qui allego, certamente incompleto) delle sue salite più importanti, divise tra Yosemite, Patagonia, Monte Bianco e i monti di casa sua.

Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

I suoi capolavori sono la seconda ascensione invernale (1981) della parete nord-est del Pizzo Badile, via Cassin, e prima in stile alpino. Suoi compagni sono Danilo Gianinazzi e Michel Piola, in tre giorni di epica scalata raggiungono il bivacco sommitale. Dopo il primo giorno gli svizzeri sono già a metà parete. Poi il tempo cambia trasformando la scalata in una corsa verso la vetta e la salvezza, essendo la ritirata molto più pericolosa e problematica.

L’11 luglio 1982 con Claudio Cameroni realizza la prima rotpunkt del Pilastro Bonatti del Petit Dru. Dal 17 al 19 luglio 1959 gli austriaci H. Jesacher e C. Madreiter avevano aperto una variante per evitare a sinistra il famoso pendolo di Walter Bonatti, salendo in artificiale una sottile fessura di 50 m che in seguito diventò il percorso seguito da tutti i ripetitori (la fissure des Autrichiens). Pedrini per la sua libera del pilastro preferisce un diedro di 7a a destra di questa fessura, confermando la sua grande capacità d’intuizione.

Marco Pedrini fa un volo volontario su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Volo voluto. M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

Dopo le realizzazioni in Valle dell’Orco, nel 1985 Marco va in Val di Mello: è nel periodo più fecondo della sua breve ma smagliante carriera. Sullo strapiombo del Tempio dell’Eden piazza qualche spit e senza aggiungere altro si incastra nella strapiombantissima fessura della Signora del Tampax, un 7c o IX grado che sarà ripetuto solo dopo qualche anno da Tarcisio Fazzini e più avanti verrà valutato anche 8a, quindi uno dei primi in Europa, senz’altro il primo in fessura.
Pedrini e Roberto Bassi salgono poi Bodenshaff al Precipizio in arrampicata libera, con difficoltà di 6c/7a al posto dell’A3 originale su grossi cunei di legno.

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Sulla grandezza di Marco la dice lunga anche l’elenco dei suoi compagni di cordata: Marco Ballerini, Marco Preti, Patrick Bérhault, Jacky Godoffe, Roberto Bassi, Michel Piola, Romolo Nottaris, tutti nomi tra i più grandi degli anni ’80 e non solo.

Ma è il 26 novembre 1985 che Pedrini realizza il suo grande capolavoro: al Cerro Torre, la prima solitaria della via del compressore, documentata in un filmato con riprese mozzafiato intitolato Cumbre, con le riprese e la regia di Fulvio Mariani. I due, per le riprese, salirono ancora due volte il Cerro Torre, proprio fino in vetta. Marco Pedrini è certamente l’unico uomo al mondo ad aver salito il Cerro Torre tre volte in una sola settimana.

Diplomato in ginnastica e sport, divenne anche maestro di sci e pensava di fare la guida alpina. La sua filosofia, per quanto potei capire nelle abbastanza numerose uscite a Finale e all’Antimedale che feci con lui, era di vivere e lasciar vivere, assaporare il presente, senza fare progetti a lungo termine. Me lo ricordo provare la libera, senza neppure imprecare, sul duro strapiombo di Rock Stupid, a Rocca di Perti (terza ascensione, 8 dicembre 1983): perché era ambizioso, ovviamente, e voleva riuscire con determinazione.

L’avevo conosciuto la mattina del 6 dicembre 1983, prima di salire il Sass de Trolgia per la via Casarotto, assieme a Fulvio Mariani e Romolo Nottaris. Anche se quella volta non arrampicò, come invece faceva di solito, con il walkman e i Pink Floyd a manetta a me sembrò comunque una forza della natura.

Il ragazzo era perso dietro ai suoi sogni e alle ragazze bionde, non aveva alcuna opinione politica, si alzava tardi al mattino, tanto da aver attaccato una volta la Bonatti al Grand Capucin alle due del pomeriggio. Quanto amava i tetti e le fessure strapiombanti, meglio se già attrezzate, tanto odiava l’obbligo delle cinture in auto, le lunghe marce d’approccio, l’eccesso di magnesite sugli appigli e far la coda prima di arrampicare.

Una volta mi disse che per lui l’alpinismo moderno era giusto che dovesse essere considerato uno sport come un altro, ben lungi soprattutto dalla mentalità eroica che spingeva a diventare superuomini, “o vincitori o cadaveri”.

Marco Pedrini sulla via Casarotto del Sass de Trolgia (Canton Ticino), 6 dicembre 1983)
Sass de Trolgia (Canton Ticino), via Casarotto (6.12.1983), Marco Pedrini

Il futuro lo vedo senza mezzi artificiali, neanche le scarpette e men che meno il carbonato di magnesio, per non parlare della corda e dei chiodi. Faremo delle solitarie integrali e scalzi… – diceva. Pedrini ha rinunciato a far parte della spedizione ticinese all’Everest perché gli sarebbe costato 12.000 franchi svizzeri.

Gli piaceva la danza jazz ma anche buttarsi giù dai ponti con l’elastico, arrampicarsi sui muri degli edifici (del tutto proibito in Svizzera, dunque allettante). Si allenava con regolarità ma senza fanatismo, preferendo di sicuro i coni gelato alle ferree diete. Indimenticabili sono i film dei quali è protagonista: Cerro Torre Cumbre (1985) di Fulvio Mariani e Orizzonte Avventure: Marco Pedrini un talento in verticale di Gianluigi Quarti.

La notizia della sua morte sul Petit Dru il 16 agosto 1986 (in discesa dalla Diretta Americana, dopo la salita in solitaria) mi colpì come una fucilata, uno sfregio su un corpo già all’eccesso ricoperto di cicatrici ma che ha sempre rifiutato di farci l’abitudine.

Marco Pedrini sulla via Maestri 1970 del Cerro Torre per girare il film Cerro Torre Cumbre. Foto: Fulvio Mariani.
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In ricordo di Marco Pedrini ci sarà una grande serata a Lecco (15 giugno 2016). Sarà emozionante.
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Una bestia vera e propria

Il North Twin Peak nelle Montagne Rocciose Canadesi ospita alcune tra le più difficili vie alpinistiche del mondo. Lo scalatore sloveno Marko Prezelj quando vide per la prima volta la sua cupa parete nord lo definì “una bestia vera e propria”. Ancora non sapeva, però, che razza di mostro sarebbe diventato. Il suo compagno, l’alpinista americano Steve House descrive l’avventura che portò al limite le capacità di sopravvivenza di ambedue. La loro fu la terza ascensione della parete, per un nuovo itinerario tra le leggendarie e irripetute vie Lowe/Jones (1974) e Blanchard/Cheesmond (1985), primi di aprile 2004.

Una bestia vera e propria
di Steve House
Traduzione © Luca Calvi
(pubblicato da www.climbmagazine.com, per gentile concessione)

Giorno 3. Marko è partito dalla sosta più di due ore fa, salendo dritto e poi a destra, per poi scomparire dietro ad uno spigolo. Mi capita di sentire ogni tanto il tintinnio metallico quando batte per piantare un chiodo. La corda si prende qualche centimetro ogni due o tre minuti. Vengo assalito da brividi di freddo improvvisi e per riuscire a scaldarmi faccio flessioni tenendomi contro la roccia. Lassù, da qualche parte, Marko continua a progredire di qualche centimetro, poi l’aria, così silenziosa, viene tagliata dalla voce di Marko: “Molla tutto!”.

Sollevato, mi metto il sacco sulla spalla, tolgo l’attrezzatura dall’ancoraggio e aspetto che la corda si tenda. Un altro urlo da parte sua. “Vieni!”, Gli rispondo con un “okay” davvero lungo e tolgo l’ultimo moschettone.

Inizio a scalare che ho ancora addosso la giacca a vento. Giro attorno allo spigolo e vedo che le corde tirano dritte lungo un sistema di piccole cenge orizzontali. La pancia di roccia sopra le cenge è lucida come uno specchio. Con ben poco cui appigliarmi, inizio a muovermi in equilibrio sui piedi e mi sposto in avanti facendo in modo che il peso del sacco da parete rimanga quanto più possibile contro la roccia. Poi, finalmente, arrivo nel punto in cui le corde schizzano verso l’alto, lungo la roccia più che verticale. Qui c’è una esilissima fessurina che divide in due uno strapiombino grande forse quindici centimetri e poi diventa appena più ampia. Giusto sopra quel tettino, appena appena a portata di mano, quella fessurina si apre quel tanto che è poi bastato ad accettare l’inserimento del più piccolo dei nostri chiodi. Piazzo la becca della piccozza nel buco del chiodo, ci accoppio sopra la punta dell’altro attrezzo e mi isso di forza.

“Bel lavoro, Marko!” – gli dico, ansimando.

“Era l’unica possibilità, non trovi?”

Marko Prezelj da capocordata sulla parete nord del North Twin Peak, secondo giorno
BestiaVeraPropriaPanoramica

Ha ragione, non c’erano altre possibilità se non quella di scalare quella fessurina così simile ad una cucitura. La spaccatura prosegue poi sopra la sosta di Marko verso un tetto triangolare con fessure profonde e all’apparenza buone, che portano alla sinistra del tetto verso un’altra grande parete verticale. Questa dovrebbe portare a quella che io spero tanto sia una cengia. E’ ormai mezzogiorno passato e l’oscurità ci coglierà mentre saremo lì, se non anche prima.

“Questa è tutta per te!” – dice Marko passandomi il materiale ben organizzato. Mi sistemo la ferraglia in fretta e parto, con i ramponi che grattano alla ricerca di presa mentre salgo verso il tetto triangolare. C’è un masso, alto circa un metro e venti e largo un paio di metri, in bilico sotto al tetto. Sembra essere cementato alla parete grazie ai residui di neve che le tempeste invernali hanno spinto fin dentro le fessure della parete.

Piazzo una protezione circa trenta centimetri al di sotto. Vedo chiaramente che se per caso quel masso dovesse staccarsi e cadere andrebbe a finire dritto sulle corde, e di sicuro le trancerebbe prima di atterrare dritto sulla sosta dove c’è Marko dodici metri di sotto. Legato alla parete verticale, l’unica cosa che potrebbe muovere per evitare quel missile sarebbe un piede, da un lato o dall’altro. Mi alzo in opposizione, con grande cautela, puntando gli scarponi ramponati ad ambo i lati del masso. Raggiunto l’orlo del tetto mi muovo verso sinistra, lontano da quel masso omicida.

“Cinque metri!” – mi urla Marko. Salgo ancora un paio di metri e mi fermo ad attrezzare una sosta. Vedo un chiodo piantato all’incirca tre metri sotto di me, il che conferma che stiamo ancora seguendo la linea della via Lowe-Jones. Assicuro Marko che sale passando cautamente lungo il blocco sotto al tetto. Una volta superatolo prova a dargli un calcetto, tanto per vedere. Il blocco suona vuoto. Marko ritrae il piede per prendere forza ed assestargli un colpetto un po’ più forte ed il blocco parte sibilando nell’aria, lungo la placca, dritto verso il posto dove prima avevamo fatto sosta. Da lì, poi, parte in volo, roteando e sibilando, quindi, con un botto fragoroso, va ad infrangersi sul pendio in basso, a poca distanza dal luogo in cui avevamo bivaccato la notte prima. “Oh-oh” è il commento di Marko mentre considera quel che sarebbe potuto capitare.

E’ quasi buio e sottili linee bianche di neve rivelano le minuscole cengette sulla roccia nera, i veri appoggi risolutori per i piedi. Continuo a salire, sperando in una salvezza sotto forma di una cengia larga abbastanza da poterci dormire sopra. “Non si passa” – urlo a Marko e inizia a calarmi verso la fessura quasi due metri sotto i miei piedi. Non sono riuscito a trovare un posto da bivacco che potesse essere migliore della piccola cengia sulla quale Marko sta facendo sosta cinquanta metri sotto. Piazzo cinque protezioni, fisso una corda e scendo così a quella minima sosta preparata da Marko.

Mentre inizio la discesa lungo la corda sento il rumore fastidioso fatto da Marko che continua a spaccare pezzetti di ghiaccio col piccozzino. Alla luce gialla della frontale vedo che la cengia che si sta sforzando di rendere liscia e piatta è triangolare e sarà larga al massimo novanta centimetri. Una sola persona potrebbero starci comodamente, rimanendo con la schiena contro la parete e tenendo i piedi in uno zaino steso al di sotto per fare da supporto.

“Non è un gran che” – dico, indicando con gli occhi la cengia che sarà larga al massimo tre chiappe.

“Ma sì, dai, andrà bene” – mi risponde Marko. “Sopravvivremo”.

Marko è un tipo imperturbabile. Osservando la cengia penso che abbia ragione. Starci in due sarà difficile, ma potremo sopravvivere, anche se nessuno dei due dormirà. Cuciniamo metà delle rimanenti patate disidratate insaporite con il più grande dei due pezzi in cui abbiamo diviso l’ultima delle tavolette di burro avanzate. Marko, su mia sollecitazione, finisce anche gli anacardi. Metto il fornelletto ed il pentolino in un sacco appeso mentre Marko provvede a fissare i materassini agli ancoraggi. Qualsiasi cosa dovesse cadere da questo posto sarebbe perduta, inghiottita dall’oscurità.

Estraggo l’unico capo di vestiario aggiuntivo che ci siamo permessi, ovvero i calzini asciutti. I calzini asciutti ci permettono di poter dormire con le dita dei piedi asciutte e se si infilano quelli bagnati vicini agli strati di vestiario interni per l’indomani mattina saranno pronti, belli asciutti.

Seduto sul materassino in schiuma mi slaccio lo scafo esterno dello scarpone. Indosso scarponi doppi composti da una scarpetta interna isolante in schiuma e da uno scafo esterno protettivo e di sostegno. Per un momento mi chiedo se sia il caso di moschettonarlo: ho applicato a tale scopo sulla parte posteriore dello scafo un pezzetto di cordino blu, ma vedo che c’è una piccola tacca, un pezzettino tagliato dal rampone mentre stavo scalando. Lo tengo premuto tra schiena e parete. Marko si alza e con molta attenzione inizia a ricomporre il fornello.

Dopo essermi tolto la scarpetta interna posso muovere le dita dei piedi nei calzettoni asciutti e sentire attraverso il tessuto in capilene il rinfrescante effetto dell’aria notturna. Allargo i lacci della scarpetta interna e ci faccio entrare il piede. Poi vado a tentoni dietro di me alla ricerca dello scafo. Non avendo di meglio per afferrarli infilo l’indice nell’asoletta danneggiata che avevo predisposto dietro allo scafo. Infilando nello scafo la scarpetta, partendo dalle dita, inizio a tirare lo scafo per far entrare il piede, tirando l’asola fatta col cordino.

Il pezzetto di cordino improvvisamente mi si sfila dal dito, lo scarpone parte e tranquillo fluttua per un attimo alla luce della frontale prima di sprofondare nel buio e sparire nel nulla.

Silenzio. L’unica cosa che riesco a vedere è il debole fascio di luce che illumina davanti a me lo spazio su cui, fino a pochi istanti fa, stava il mio scarpone. E’ andato e non c’è modo di recuperarlo. Anche se avessimo abbastanza materiale per calarci in doppia fino alla base non riusciremmo comunque mai a trovarlo.

E’ un effetto a cascata: non possiamo scendere, quindi dobbiamo salire. Non ho lo scarpone quindi non posso infilare uno dei due ramponi. Senza rampone non posso scalare e senza scarpone non posso sciare. Senza sci sarà davvero dura riuscire a venirne fuori: siamo a venti miglia in linea d’aria dalla strada più vicina e la maggior parte di queste miglia è coperta da calotte e piccoli ghiacciai crepacciati, oppure da pareti verticali. A guardare il calendario siamo ad inizio primavera, ma l’ambiente in cui ci troviamo è ancora nel pieno dell’inverno: la massima giornaliera non sale mai al di sopra dei 7°C e la notte la minima arriva facilmente a -18°C. Abbiamo meno di un etto di patate disidratate, mezza tavoletta di burro, sei gel energetici, quattro barrette energetiche e un po’ di caffè liofilizzato. Abbiamo trecentocinquanta grammi di combustibile, quel che basta per poter produrre circa otto litri d’acqua fredda. Il tempo è stato buono per due giorni, ma di sicuro cambierà presto. Non abbiamo con noi radio o altri sistemi di comunicazione di qualsiasi tipo. Non saremo segnalati come dispersi prima di tre giorni. Tutto ciò viene calcolato nel giro di un istante.

“Argh!” – lascio uscire un urlo di terrore animalesco, ma non mi soddisfa per nulla. “Cazzo!” non serve a migliorare. Volgo lo sguardo verso Marko che mi guarda a bocca aperta, incredulo. “Ma cos’è successo?” . mi chiede. Gli mostro il pezzo di cordino strappato che tengo in mano attorno al dito e poi lo getto dietro allo scarpone perduto. “Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Sono uno stupido!”. Anche così non riesco a sentirmi meglio. Faccio alcuni respiri molto profondi, poi cambio il calzettone al piede sinistro. Tengo lo scarpone ben moschettonato a lacci puntigliosamente controllati.

Una volta terminato Marko mi passa il fornello e mi dice: “Mi sa che mi tengo i calzettoni ai piedi”. Mi arriva in faccia della neve che mi dà la sveglia. La tiro via con il guanto, ricordandomi all’improvviso dove mi trovo. Sto per scivolare giù dalla cengia, per cui accorcio un po’ il cordino che mi lega alla sosta. Mi sposto in avanti per cambiare il punto di pressione sulla gamba destra, ormai intorpidita e per permettere a Marko di avvicinarsi alla parete in quella sua lotta continua per restare sulla cengia.

Marko Prezelj subito sopra al secondo bivacco
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Guardo l’orologio e vedo che è mezzanotte e ventidue. Marko ha dormito a tratti nell’ultima ora, con la testa sulla mia spalla. Brutto segno, penso: anche se il cielo nella notte è pulito il soffiare del vento vicino alla vetta indica che il bel tempo si sta avvicinando alla fine.

Marko si sveglia borbottando e subito si mette a sedere con la schiena dritta contro la parete. Io accendo la frontale, tiro fuori dallo zaino il piede semi-scarponato e mi alzo. Provo a chiudere lo spiraglio che c’è tra il sacco da bivacco e la parete, quello che fa entrare la neve che poi ci arriva addosso. Riporto il sacco da bivacco sopra le nostre teste e, un po’ intontito, mi metto a riflettere sulla nostra situazione. Improvvisamente mi rendo conto di quanto io e Marko abbiamo bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere. Dobbiamo venir fuori da questa scalata e poi attraversare il Ghiacciaio Columbia per arrivare ad una strada. Il futuro di ognuno di noi dipende dall’altro.

Un’ora dopo l’alba sono già appeso ad una sosta, assetato, mentre Marko sta portando a termine un grande traverso. Non siamo riusciti ad accendere il fornelletto a causa della neve che ormai cade costantemente e questo vuol dire che per oggi non avremo acqua. Da una sosta posta cinquanta metri alla mia sinistra e circa tre metri più in alto Marko si prende un breve riposo per predisporre una buona sosta prima di urlarmi “Molla tutto!”.

Smonto nervosamente la sosta alla quale sono attaccato, sapendo che quello sarà un traverso difficile da fare. Al mattino, prima di partire, ho scandagliato il nostro piccolo sacco rifiuti ed ho recuperato tra sporte di plastica, per intenderci di quelle che si usano dal droghiere per metterci dentro le mele. Li ho piazzati tutti e tre, assieme ad un sacchetto zip lock da tre litri, resistente, sopra il piede coperto dal calzettone prima di infilare la scarpa interna. Poi ho avvolto la scarpetta interna con del nastro da atletica, l’unico componente del nostro kit da pronto soccorso e da riparazione. La mia speranza è che la plastica mantenga asciutto il piede e che il nastro vada a rinforzare il fragile tessuto della scarpetta interna.

Caricatomi il sacco con la attrezzatura da bivacco parto per il traverso con molta cautela. La scarpetta interna funziona sorprendentemente bene sulle piccole cenge da tre centimetri. Non sono riuscito a legare il rampone alla scarpetta interna, ma riesco a sentire benissimo la struttura della roccia sotto il piede, quasi come se stessi indossando scarpette da arrampicata.

Man mano che vado avanti gli appigli si fanno sempre più esigui e ben presto mi trovo in equilibrio su minuscole sporgenze. La mia punta anteriore sinistra è ben piazzata su una buona struttura, ma il piede destro, privo di scarponi, cerca disperatamente qualcosa sulla placca praticamente liscia. Portandomi a destra raggiungo una piccola cengia sulla quale riesco ad arrivare col tallone per mettermi in equilibrio. Non potendo fare altro mi isso a forza sulle picche da ghiaccio, delicatamente poggiate su sporgenze minime. All’improvviso parto, lo stomaco mi arriva in gola mentre sto volando lungo la parete. Il piccolo nut d’acciaio infilato nella fessura sopra di me all’inizio tiene la mia caduta, poi però fuoriesce a causa del pendolo ed io riparto giù lungo la parete. Il pendolo mi fa girare su me stesso e sbattere contro la roccia col caschetto e con la spalla, che si ammacca per bene. Quando riesco a fermarmi faccio un rapido inventario: mi sono tenuto sulle piccozze e mi pare di non essere ferito.

“Per fortuna è capitato a me” – dico a me stesso prendendo a prestito un vecchio mantra da uomini duri – “qualcun altro magari poteva farsi male”. “Stai bene?” – mi chiede Marko. Alzo gli occhi per rispondergli e noto un taglio in una delle due corde da scalata tre metri più in alto. Mi muovo rapidamente per tornare sulla roccia e allentare il mio peso sulla corda danneggiata. Riesco a scorgerne l’anima bianca attraverso la camicia esterna. La corda è recisa quasi per metà del suo diametro. Guardo in basso verso il ghiacciaio, mille metri verticali sotto di me. Poi guardo verso l’alto e rispondo “Sto bene!”. Non c’è tempo per star lì a dar spiegazioni, Marko saprà tutto non appena arrivo in sosta. Io, comunque, per assicurarmi ho ancora la seconda corda.

“Cazzo!” – dice lui mentre sto salendo gli ultimi passi del tiro – “La corda è tagliata!”:

“Lo so” – Gli rispondo.

“Fanculo, come cazzo hai fatto?”. Rimango in silenzio e gli lascio immaginare la scena mentre io salgo e vado a moschettonarmi in sosta. Posso supporre che durante la mia caduta la corda sia stata danneggiata da uno spuntoncino affilato.

“Dovremo tirare da primi solo con questi capi”. Mi indica i capi ai quali è legato. Uno dei miei capi, invece, essendo praticamente tagliato, non è più robusto a sufficienza per tenere la caduta del primo di cordata.

“Sì” – gli dico – “Adesso dove si va? Un pendolo fino a quel ghiaccio?”.

“Sì, dovrebbe essere quella l’uscita”.

“Lo spero tanto”.

La notte scaviamo una trincea contro la parte posteriore della cornice sommitale. E’ larga un metro e mezzo e lunga due. Io e Marko tiriamo il sacco da bivacco per farlo aderire sopra la trincea, ma l’abbiamo scavata troppo larga e da una parte lascia entrare il vento. Una folata, con una bella sferzata di neve gelida, arriva a battezzare la nostra trincea, dal lugubre aspetto tombale. Salgo con le ginocchia su uno dei materassini di schiuma e srotolo il secondo materassino per Marko. Siamo la terza cordata che riesce a scalare la parete ed abbiamo aperto una variante alla via del ’74, ma non c’è spazio per stare a congratularsi in questo bivacco così duro. Marko ha gli occhi che brillano nella luce riflessa della fiammella mentre sta chino a cuocere l’ultima parte di cibo rimastaci.

Marko Prezelj sulla lingua di ghiaccio che segna l’uscita dalla parete
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Momenti rubati di sonno simile alla morte si allungano fino a diventare minuti prima che la mia carne, in lento congelamento, mi costringa a riprendere coscienza. Ho i piedi che si intorpidiscono e così faccio qualche flessione, mentre Marko se ne rimane con la schiena girata perché ad ogni ripetizione faccio entrare aria fredda nell’unico sacco a pelo che condividiamo, tenendocelo sopra come fosse una coperta. Riprendo sonno e nel sogno rivedo decine di volte la scena della corda che si taglia.

Alle prime luci mi metto seduto. Scrollo via la neve dal sacco che protegge il fornello ed inizio la preparazione di una tazza di caffè dolce e caldo. Mentre il fornello borbotta tiro fuori la mappa. Mi metto a contare i millimetri cercando di essere il più attento possibile pur essendo affamato, disidrata e semiassiderata. Calcolo le coordinate del reticolo UTM per i punti che ho tracciato per la nostra fuga attraverso il ghiacciaio Columbia. Senza uno scarpone non se ne parla nemmeno di tornare ai piedi della parete dove abbiamo lasciato gli sci. L’unica opzione che ci resta è attraversare il ghiacciaio Columbia fino all’autostrada Banff-Jasper.

Sul fondo della tazza si formano piccole bollicine ed il fornelletto scoppietta per poi spegnersi del tutto. Ci rimane un’ultima bomboletta da duecentocinquanta grammi nel caso dovesse esserci ancora un altro bivacco. Mescolo l’ultimo caffè liofilizzato con lo zucchero e passo la tazza a Marko, che si puntella sul gomito, facendo un cenno col capo mentre riceve la tazza e beve con soddisfazione il liquido caldo. Dopo aver tirato fuori l’apparecchio GPS dal taschino interno dove lo tengo al caldo, inserisco le stringhe di numeri da dieci cifre. Due di queste stringhe numeriche delineano un waypoint. Quando arrivo ad avere inserito otto waypoint il GPS mi mostra la distanza in linea d’aria pari a circa 28 chilometri.

In mezzo al bianco accecante batto traccia tenendo la faccia attaccata al GPS giallo e nero cercando di stare attento con la coda dell’occhio alle depressioni che rivelano i crepacci nascosti. Voglio ripagare Marko per aver tirato tutte e 14 le lunghezze di corda sopra al bivacco dove ho perso lo scarpone. Parecchie di quelle lunghezze erano anche piuttosto dure con un potenziale di caduta davvero serio. Senza usare parole ambedue siamo d’accordo che sarò io a battere traccia grazie alla mia familiarità con la navigazione GPS. Il dispositivo conta ogni singolo metro.

Mi abbasso e mi ficco in bocca un po’ di neve, per succhiare un minimo di acqua. Cammino tenendo le mani davanti per avere un punto di riferimento. Ho un rampone sul piede sinistro mentre il piede destro può flettersi liberamente protetto dalla scarpetta interna. Avevo provato a legarci un rampone con un po’ di cordino, ma dopo un’ora e circa una mezza dozzina di pause per riallacciarlo ho deciso di lasciar stare. In compenso le dita dei piedi sono asciutte, i sacchetti di plastica hanno fatto il loro lavoro. Ho dolori alla schiena perché senza gli scarponi una delle gambe è di cinque centimetri più corta dell’altra, un piccolo prezzo da pagare per essere ancora in vita. Cerco di rimanere concentrato e di non staccare gli occhi dal GPS giallo e nero.

Dopo parecchie miglia lunghe e piene di ansia, nel tardo pomeriggio e con le gambe pesanti, scendiamo dalla spalla dello Snow Dome. Dobbiamo trovare il vicino passo dove il ghiacciaio Athabasca si incunea tra lo Snow Dome ed il Monte Andromeda, ma le indicazioni del GPS ci stanno portando verso una zona con crepacci sempre più larghi. Non mi resta altra scelta che portarmi a destra, fuori dal ghiacciaio Athabasca. Devio rispetto alle indicazioni del GPS e ci troviamo a perdere rapidamente quota. Controllo l’altimetro che dice 3160 metri: mancare il passo a quota 3030 significherebbe dover aggiungere altri quindici chilometri ad una giornata già lunga di suo.

Man mano che cammino, però, l’effetto di bianco accecante va diminuendo e la superficie della neve si fa sempre più nitida. Piccole ombre iniziano a rivelare piccole creste nevose battute dal vento. Abbassando la mano che regge il GPS per la prima volta oggi riesco a scorgere un orizzonte. Pochi passi e riesco a vedere il passo a un centinaio di metri alla nostra sinistra. Lancio un urlo e mi volto verso Marko, che alza la testa e si ferma.

Nella parte alta della parete, Steve House ha perso lo scafo di uno dei suoi scarponi, perciò improvvisa allo scopo di indossare comunque il rampone
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“Eccolo!” – urlo. Mi pare di vederlo sorridere sotto il cappuccio rosso del parka.

Scendendo a salti dalla seraccata inferiore del ghiacciaio Athabasca individuiamo un gruppetto di persone che sta risalendo il ghiacciaio verso di noi. Marko, che è davanti, gira verso di loro per andare e sfruttare la traccia che stanno battendo. Quando arriviamo vicini si fermano e si radunano sul ghiacciaio liscio e piatto.

Quando arriva ad una distanza di sei o sette metri uno di loro gli chiede: “E voi da dove arrivate?”. Il tono sembra piuttosto incredulo. Un vento forte sta sferzando la valle e porta fiocchi di neve grossi e gonfi che ci esplodono contro le giacche ed i volti.

“North Twin” – risponde Marko, continuando a camminare.

“Dove?”

“North Twin” – dice Marko, stavolta con aria spazientita per essere stato fermato.

“E gli sci dove li avete?”

Si gira verso il gruppo e risponde: “Li abbiamo lasciati lì”. Si gira di poco e indica con la punta della piccozza le nuvole scure dalle quali siamo scesi poco fa.

“Abbiamo scalato la parete Nord”. Marko non ha smesso di camminare e ormai li ha passati, per andare a prendere le tracce dei loro sci. Quelli lo seguono girando la testa proprio mentre sto sopraggiungendo io. Sentendomi in dovere di aggiungere qualche dettaglio, rallento il passo. “Abbiamo scalato la parete Nord del North Twin e siamo dovuti scendere attraverso il ghiacciaio. Ci abbiamo messo cinque giorni” – dico.

Il gruppo di gira verso di me. Rimango impressionato da quanto pulito sia il loro aspetto e da come sembrino vistosamente troppo vestiti. “Non abbiamo mangiato nulla per tutto il giorno e vogliamo arrivare alla strada prima che faccia buio”.

Non rispondono nulla e parlano tra loro, quindi riparto a pieno ritmo. In quel momento uno di loro mi dice a voce alta: “La parete nord del North Twin?”. Fa una pausa e poi si volta verso di me: “Ehi, ragazzi, ma voi chi siete?”.

“Nessuno” – gli rispondo – “Solo due ragazzi!!”.

Il libro di Steve House Beyond the mountain è uscito anche in edizione italiana Priuli&Verlucca, Collana CampoQuattro, 2010)
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Invernale alla Pania Secca

Invernale alla Pania Secca
Riportiamo i racconti di due dei protagonisti di una salita invernale di tanti anni fa, in un remoto angolo delle Alpi Apuane. Il primo è mio.

Il ricordo della Pania Secca
(già pubblicato su Annuario della Sezione di Bolzaneto del CAI, 2006-07)

Inverni come una volta la mamma non ne fa più… ma anche Franco non c’è più, e di gente come lui ce n’è sempre di meno (Franco Piana è morto all’Everest nel 1980, NdR).

Per ben due volte eravamo andati in ‘500 (e dentro in quattro) fino a Fornovolasco, uno sperduto paesino incassato alla fine degli anni ’60 al fondo di una valle che in zone più ragionevoli del mondo anche allora sarebbe stata disabitata.

Il versante sud-orientale della Pania Secca: a sinistra, la Cresta di Gialunga, a destra il Pilastro Montagna-Dellacasa. Scatto senza neve del 29 dicembre 2007, dal Monte Trecorna (San Pellegrinetto di Fornovolasco, Garfagnana)Alpi Apuane, Garfagnana, da San Pellegrinetto su Pania Secca

Alla terza eravamo almeno riusciti a partire, ed era più o meno ai primi di febbraio del 1968. L’alba ci vide impegnati in quel budello sinistro che caratterizzò quasi tutte le tre ore dedicate per arrivare alla base del pilastro.

Anzitutto il nome di questo canalaccio: Trimpello. Ricordo una specie di tormentone, forse dovuto alla sfortuna di tutti quei viaggi a vuoto, trimpello stava per strimpello, vocabolo che ci risuonava nel cranio e che non evocava alcun suono sgraziato di strumento musicale, bensì, chissà perché, un fastidio continuo alle parti basse, più o meno la stessa molesta figuratività della parola “menata”, che già allora era in gran voga.

Gianni Calcagno, Lino Calcagno e Alessandro Gogna sullo sperone Major della Brenva, 30 giugno 1968. Foto: Nello Tasso.
Gruppo del Monte Bianco,  parete della Brenva, via Major (30.6.1968), G. Calcagno, Lino Calcagno e A. Gogna, (foto Nello Tasso)

Il tempo era bellissimo, ma di neve ce n’era davvero tanta e ci vollero quattro ore per arrivare dove d’estate ci si lega. Noi ci eravamo legati già da un bel po’. Gianni Calcagno osservava dubbioso le condizioni davvero spaventose della roccia, il fratello Lino e Nello Tasso non commentavano, ma in cuor loro erano ben decisi a scendere. Avrebbero lasciato sfogare i due più pazzi per una, magari anche due, lunghezze. Poi sapevano che il buon senso avrebbe trionfato.

Nello Tasso e il versante meridionale del Monte Grondìlice (Alpi Apuane), 6 gennaio 1969Nello Tasso e M. Grondilice da sud. 6.01.1969

Non alla prima, ma alla fine della seconda ci azzeccarono! Dopo le due o tre ore che mi furono necessarie per fare il primo tiro, comunque quello tecnicamente più difficile, anche Gianni e io ci convincemmo che non era il caso di insistere. Sul secondo tiro Gianni aveva dovuto ripulire la roccia centimetro dopo centimetro, perché la neve era incrostata ovunque. C’erano delle condizioni che in seguito avrei definito “scozzesi”, l’umidità atlantica era quella tirrenica della Alpi Apuane e quanto a freddo ce n’era stato e ce n’era abbastanza.

Altro tentativo abortito nel gennaio dell’anno dopo (il quarto!), poi finalmente, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello portava sfiga), mi ritrovai a dormire nella Locanda La Buca, l’unica di Fornovolasco. Non lo sapevo: ma lì, complice la bambinetta dell’oste, avrei preso il morbillo: la cosa invece mi apparve ben chiara qualche settimana dopo…

Con l’automobile di Giorgio, se non ricordo male, avevamo raggiunto il paese per la solita scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi, sbarrata da massi di notevoli dimensioni e financo esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pencolanti da neri strapiombi notturni.

Nella ruvida ed essenziale locanda alcuni paesani discutevano animatamente di politica dietro a gotti di vino ed era un fiorire di esilaranti bestemmie.

I nuovi compagni erano il gaudente e ottimista Giorgio Noli, l’atletico Gianluigi Vaccari, detto il “professore” e infine una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano. La lingua nazionale la conosceva benissimo, credo però che all’inizio considerasse Gianluigi e me un po’ come fighetti borghesi, quindi quello era il suo modo d’imporre la sua natura “radical pop”.

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

Vogliamo fare la prima invernale, nonché prima ripetizione, della via di Euro Montagna e Gino Dellacasa al pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m, una via di circa 400 metri di dislivello aperta il 7 luglio 1963.

E partiamo alle solite e buie tre e mezza di notte, dai 480 m di quota di Fornovolasco. Ci sembra di essere Tuckett o Freshfield un secolo fa. Secondo Gianluigi, che le Apuane le conosceva bene, quello era davvero uno dei posti più remoti: secondo lui in questo paese d’inverno la luce del sole non supera le due ore al giorno…

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentrammo nel Canalone di Trimpello, aiutandoci con le pile frontali. Il percorso lo ricordavo bene, ma questa volta era asciutto, sarebbe stata una bellissima giornata.

Più o meno a metà budello trovammo il saltino di IV grado, una bazzecola rispetto all’altra volta, e con i primi raggi del sole arrivammo alla base del pilastro.

La prima lunghezza dura, vista la mia esperienza precedente, era affare mio, ma non c’era confronto con l’altra volta. Ricordo però che notai l’inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile. L’anno scorso con tutta la neve e il ghiaccio la bastarda si era camuffata…

Gianluigi giunse dunque alla fine della seconda lunghezza: tre chiodi lucenti e un cordino segnavano il limite massimo raggiunto nel tentativo.

Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio). Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto di esperienze amorose (non capivo bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del pornoalpinismo anche nelle posizioni più assurde, un piede nella staffa e la mano abbrancata a un ciuffo d’erba. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto “genovesi” la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli accoppiamenti improbabili.

Intanto Gianluigi, girato uno spigolo, si ritrovò in un diedro completamente intasato di neve e ghiaccio e anche vetrato (perché in ombra). 25 metri di difficoltà altrimenti classiche furono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

In cima arrivammo alle sedici, in piena luce calante. Non ci fermammo che qualche minuto, poi ci buttammo giù verso il Rifugio Pania (oggi Rossi, NdR) in quell’atmosfera da crepuscolo che ti rimane stampata nella mente. I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. Il problema era che, dal rifugio, avremmo dovuto risalire, altro che scendere!

A passo di carica e abbastanza assetati raggiungemmo la costruzione del rifugio. Desolante! Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio.

E quel giorno ci doveva essere stata molta gente a scalpicciare intorno: qualcuno aveva defecato lì accanto.

Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 m, una specie di spalla della Pania della Croce, punto obbligato di passaggio per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco. I valligiani si recavano un tempo negli anfratti della Borra di Canala, dove la neve resisteva anche in piena estate, e da lì la trasportavano a spalle fino a Fornovolasco e poi Gallicano.

Il sole sparì all’orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando raggiungemmo il passo. Riaccendemmo le frontali molto al di sopra della Foce di Valli, poi ci fu una navigazione buia, tra civette e gufi esagerati, fino alle 19.30, ora in cui vedemmo la tenue illuminazione del nostro paesino di partenza.

– È andata bene la passeggiata? – ci accolse lieta la padrona della locanda.
– Certo che è andata bene… belin, e come doveva andare? – le rispose in italiano Franco.

Giorgio Noli sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Giorgio Noli sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Pania Secca, prima invernale
di Gianluigi Vaccari
(già pubblicato su Rassegna Alpina n. 9, marzo-aprile 1969)

Tre ore circa per giungere all’attacco. Nove di arrampicata. Tre e mezza di discesa. Milleduecento metri di dislivello: settecento in un canalone, e cinquecento lungo un poderoso sperone con difficoltà (estive) di quarto e quinto grado e tratti di A1. Quindi altri milleduecento di discesa. In totale duemilaquattrocento metri di ginnastica. Quattro tentativi falliti, il quinto (il nostro) vittorioso.

Non si parte da Courmayeur o Chamonix, non siamo in Occidentali, né ad Alleghe o a Cortina, non siamo in Dolomiti. Si parte da Fornovolasco 480 m. Siamo nelle Alpi Apuane.

Si tratta della prima invernale, nonché prima ripetizione della via Montagna-Dellacasa al Pilastro sud-est della Pania Secca 1711 m.

Base dell’azione non è uno sperduto bivacco di problematico accesso, bensì la Locanda La Buca situata in pieno centro di Fornovolasco, che come posizione è però più isolato di molti rifugi. Si trova infatti al fondo di una gelida gola in posizione tale da godere d’inverno di circa un’ora e mezza di luce solare.

Tale paese può essere raggiunto in automobile percorrendo una scomoda e tortuosa strada ricca di pericoli oggettivi: infatti essa è spesso sbarrata da massi di notevoli dimensioni, ed è esposta al tiro di ragguardevoli formazioni di ghiaccio pendenti dagli soprastanti strapiombi. La locanda non è frequentata da rudi alpinisti, né si odono struggenti melodie alpine; la clientela è infatti composta da indigeni forse però ancora più rudi e decisi, che quando arriviamo noi discutono animatamente di politica estera.

Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969 ci addentriamo nel Canalone di Trimpello. Fa freddo, è bel tempo e per fortuna il fondo è asciutto, se no la sua risalita sarebbe problematica, infatti c’è ogni difficoltà torrentizia: rapide, cascate, marmitte dei gi­ganti, ecc…

Alessandro Gogna sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
A. Gogna sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Si procede alla luce delle pile frontali. Unico accompagnamento sonoro è costituito dai richiami dei gufi e delle civette che pare siano abbondantissimi. A ogni impennata del canale qualcuno esclama: siamo al salto!

Infatti tra gli innumerevoli saltini, protuberanze, caminetti, ce n’é uno di circa otto metri di IV grado, primo assaggio delle asprezze della salita. Stando al parere di uno dei nostri predecessori, pare che bagnato diventi di V, con un poco di vetrato di VI, se poi si ha sulle spalle un sacco di diversi chili forse VII! Oggi è di IV.

Giungiamo all’attacco ai primi raggi solari. Seduti ci godiamo lo spettacolo. Verso oriente e verso sud montagne a non finire, ad occidente la Versilia e il mare. A nord l’impressionante muraglia delle Panie. Le pareti est e ovest sono innevatissime, le creste sono invece piut­tosto pulite, si vede che il vento ha lavorato bene. I primi cento metri dello sperone sono facili sebbene in alcuni punti ci sia del vetrato. La roccia non è certo ideale: in diversi luoghi è tanto sbriciolata da essere persino sof­fice, ci si sta bene seduti sopra.

Franco Piana sul Pilastro Montagna della Pania Secca, 26 gennaio 1969
Franco Piana sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

Dove la parete è verticale fortunatamente è migliore. E qui, a parte i primi metri, il resto è verticale.

Sul primo tiro di artificiale c’è una lama dall’aspetto mal­sicuro, e Alessandro che al momento è in testa, conferma che potrebbe benissimo cadere. Noi sotto guardiamo lui e la lama, chiedendoci con aria ebete cosa accadrebbe se cadesse.

La lama resiste, e noi ci restiamo quasi male: era così grossa…

Sul terzo tiro di corda tre chiodi lucenti e un cordino nuo­vissimo segnano il limite massimo raggiunto nell’ultimo tentativo.

Le nostre due cordate funzionano egregiamente: la prima è la cordata di assalto, la seconda ha il duplice compito di schiodare e di sollazzare l’intera «equipe». Essa è in­fatti composta dal giovane e valente Franco Piana, e dal­l’altrettanto valente e meno giovane Giorgio Noli. Nel frattempo costui tra una spaccata e una Dülfer declama a gran voce i ricercatissimi sollazzi amorosi a cui sotto­pone la sua esigentissima persona.

Tali avventure veramente non comuni ascoltate con un piede sul gradino di una staffa, con una mano attaccata a un ciuffo d’erba e l’altra alla ricerca di qualche cosa che permetta di procedere sono senza dubbio rilassanti. La relazione dice che ora dietro lo spigolo c’è un diedro di IV. Facile quindi. Giro deciso una quinta rocciosa, e altrettanto decisamente affronto il diedro alzando un piede e una mano. Rimango fermo; provo con l’altro piede e l’altra mano, non mi muovo. Il maledetto è in ombra, ed è intasato di neve e ghiaccio e la sua parete destra l’unica percorribile è interamente vetrata. I suoi 25 metri di IV vengono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti.

Franco Piana e Giorgio Noli quasi in vetta alla Pania Secca, dopo la 1a invernale del pilastro Montagna-Dellacasa
Uscita in vetta della Pania SEcca, dopo la 1a invernale del pilastro MOntagna-Dellacasa (gennaio 1968) , Alpi Apuane

Un’aerea crestina nevosa interrompe brevemente la serie di passaggi e consente di osservare l’intorno.

Veramente strane queste Apuane. Non superano i due­mila metri, ma cominciano quasi da zero. Intricatissime, solcate da gole profonde. Cosparse da antichissimi paesini, abitati da gente forte e ospitale.

Gianluigi Vaccari in vetta al Pilastro Montagna della Pania Secca via Montagna, 1a invernale, 26 gennaio 1969
Gianluigi Vaccari sul Pilastro della Pania Secca, via Montagna, 1a inv. 26.01.1969

 

 

Interessanti d’inverno, quando innevate offrono vie di no­tevole impegno con dislivelli considerevoli. Siamo nuovamente a ovest. Nella neve e nel ghiaccio. Un camino da superare in spaccata. Poi una terrazza con tanta neve.

Gli ultimi due tiri in pieno sud e al sole li percorriamo insieme, ridendo e discorrendo. La roccia non è molto buona. Gli appigli ogni tanto cedono, ce li passiamo gentil­mente e li lanciamo nel vuoto; intanto dietro non c’è nessuno. Chissà quando verrà ripetuta questa via.

Alle sedici siamo in vetta. Il sole comincia a scendere. Ci lanciamo giù per il versante ovest della Pania. I pendii sono innevati. La neve un po’ tiene, un po’ no. Bisogna raggiungere il Passo degli Uomini della Neve col chiaro, poi siamo a posto. Ma il passo è… laggiù. Anzi lassù. Quasi in cima alla Pania della Croce. Alessandro, l’esperto, ci precede di corsa. Noi dietro. Bisogna far presto.

A passo di carica raggiungiamo il rifugio Pania. È chiuso. Il serbatoio di raccolta dell’acqua piovana è pieno di neve e ghiaccio. Ad ogni modo ci deve essere stata gente, anche molta a giudicare dalle innumerevoli orme e dalla corona di escre­menti.

Assetati continuiamo. Arranchiamo in lotta con le tenebre sui pendii orientali del­la Pania della Croce e finalmente eccoci al desiderato passo in tempo per vedere il sole sparire. Si vede benissimo la Corsica. Le luci si accendono in Versilia. Di fronte a noi il Monte Nona e il Procinto con i Bimbi. Due anni fa su quella parete rossastra soffrivo la sete e il caldo.

Ora con altri amici, ho ancora sete, e fa freddo. Laggiù, in fondo, Fornovolasco. Quanto è lontano.

Riaccendiamo le frontali. Rincominciano i boschi di castagni e finisce la neve. Si risentono le civette e i gufi. Finalmente una fontana. Bella, così isolata, e desiderata. Alle venti entriamo in Fornovolasco. Dalle finestre illuminate del paese ci spiano le ragazzine indigene. Appena si accorgono di essere notate si ritraggono ful­minee. Qui alpinisti se ne vedono pochissimi: razza strana. Loro che sono nati qui, non sono mai stati sulle Panie.

Alla locanda la padrona ci accoglie chiedendo giuliva: andata bene la passeggiata? Usciamo lentamente in auto dal paese, diretti verso Genova. In silenzio.

Forse a Fornovolasco non torneremo mai più.

Val Veny, casa Bertone: Giorgio Bertone, Giovanni Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, Alessandro Gogna. Agosto 2008.Val Veny, casa di Giorgio Bertone: G. Bertone, G. Sicola, Eugenio e Gianluigi Vaccari, A. Gogna