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Sud verticale

E’ appena uscita la nuova guida Sud verticale, una completa monografia di ghiaccio, scialpinismo, roccia, falesie e ferrate nei Parchi del Pollino e dell’Appennino Lucano. L’autore è Guido Gravame, l’editore è Idea Montagna.

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Sono passati quasi 35 anni da quando, assieme a mia moglie Ornella e Andrea Savonitto, nel corso del nostro lungo peregrinare nelle montagne del Sud, capitammo sulle montagne del Pollino. Pur dotati di carte militari dell’IGM eravamo completamente all’oscuro di cosa avremmo trovato, ma una cosa era chiara fin da subito. Sul versante settentrionale avremmo trovato una montagna meravigliosa, piena di boschi e di itinerari anche impegnativi; su quello meridionale grandi dislivelli e precipizi dirupati e selvaggi. Non mi aspettavo grandi pareti di roccia, perché non ero riuscito a reperire in anticipo alcuna documentazione fotografica. E dunque, quale non fu la nostra sorpresa, con conseguente eccitazione, quando scoprimmo ciò che sovrastava Civita! Gole profondissime, canyon… e soprattutto pareti a perdita d’occhio, una specie di novello Verdon dalle proporzioni gigantesche e del tutto inesplorato.

Fummo subito presi dalla frenesia del fare, anche se i giorni che avevo messo a disposizione per la zona del Pollino erano comunque limitati. Ci scontrammo subito con la difficoltà di avere qualunque genere di informazioni sul posto, controbilanciata dalla sorpresa dell’aver trovato alcune strade poderali sterrate che non ci aspettavamo (sulle carte non c’erano) e che ci facilitavano decisamente le cose.

Alla fine riuscimmo essenzialmente ad aprire una via difficile sull’imponente parete ovest della Pietra del Demanio e ad attraversare in senso est-ovest l’intera Gola del Barile. In realtà ci siamo impegnati a risalire questo fantastico canyon non propriamente con il solo scopo esplorativo: ci interessava l’enorme parete sovrastante, la Sud-ovest della Timpa di San Lorenzo, a occhio e croce la più alta di tutto il Meridione d’Italia. Pur osservando con molta attenzione, non riuscimmo a trovare un itinerario possibile nello stile mordi e fuggi. Per tutto il canyon lo zoccolo basale della parete ci risultò costituito di immani placconate lisce che di certo avrebbero richiesto molti tentativi, un’attrezzatura e magari anche qualche chiodo a pressione (che non avevamo neppure). Ci sfuggì la possibilità sfruttata molti anni dopo da Giovanni Peruzzini e Alessandro Manià: loro seguirono una lunga cengia che taglia in basso la parete (la cengia di Sant’Anna) evitando così lo zoccolo e risalirono diretti alla vetta per quella che chiamarono la via del Moto Perpetuo.

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Questa grande impresa è solo la prima ad affrontare la grande parete: io mi auguro che prima o poi qualche forte cordata riprenderà il nostro vecchio progetto e salirà dal fondo della Gola del Barile sull’intera parete, magari più a destra di Moto Perpetuo, dove è presumibile trovare difese naturali ancora maggiori.

Insomma, un ricordo meraviglioso, ingigantito dal lungo silenzio che seguì le nostre esplorazioni, poi ulteriormente amplificato da vaghe notizie di nuove timide aperture e di qualche grande impresa. Già mi ero interessato a queste nuove frequentazioni per la stesura del mio La Pietra dei Sogni, ma questa guida che sto presentando elenca le nuove vie e le descrive con grande precisione e amore. Rimarchevoli le annotazioni storiche per ciascun itinerario, sia esso di completa avventura sia plaisir. Alla fine si vengono a conoscere nei dettagli imprese, uomini e donne che qui hanno esplorato, sofferto e vinto, oppure qualche volta sono stati sconfitti. Noi questi alpinisti dobbiamo ringraziarli perché sono loro ad aver portato e portare avanti un discorso che viene da molto lontano.

Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete SW Timpa Falconara

Con piacere vedo che il format, già ampiamente collaudato dall’Editore per la sua bellissima serie di guide del Gruppo di Brenta, è stato applicato anche qui sul Pollino e dintorni, con il risultato, grazie anche e soprattutto alla competenza dell’Autore, di fare chiarezza su un gruppo di montagne che dovrà essere noto d’ora in avanti non solo perché a suo tempo è stato dichiarato Parco Nazionale, ma anche perché costituisce un grande luogo d’avventura. Qui l’avventura è propria non solo delle pareti da arrampicare in tutte le stagioni: qui l’avventura è essenza intima di ogni modo di muoversi e di conoscere. Sono pochi i luoghi, nelle Alpi e nell’Appennino, a essere ancora così.

Alessandro Gogna, 1a ascensione della via del Peperoncino, seconda lunghezza, Pietra del Demanio (Gola del Raganello inferiore), 26 settembre1981
Parco Pollino, Raganello inferiore, A. Gogna sulla 2a L della via del Peperoncino, 1a asc.,26.09.1981

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La montagna del destino

La montagna del destino

Venerdì 26 febbraio 2016, alle 15.37 (ora locale), Simone Moro, Alex Txikon e Alì Muhammad Sadparà realizzano la storica prima salita invernale del Nanga Parbat, la montagna che anche per loro diventa una personale Schicksalsberg (la montagna del destino). Tamara Lunger si è fermata un centinaio di metri sotto la vetta. Verso le 20 (sempre Pakistan time) tutti gli alpinisti hanno fatto ritorno al campo 4 a 7150 m. E il giorno dopo hanno fatto ritorno alla base, sani e salvi.

Un’impresa ai limiti delle possibilità umane, come ben dimostra la gran quantità di fallimenti precedenti” riassume Sandro Filippini.

Un’avventura su quella che è, dopo l’Annapurna, la seconda montagna killer. La montagna delle tragiche fatalità delle spedizioni tedesche degli anni Trenta e del mito di Hermann Buhl (1953). Sul quel versante Diamir che ha visto la tragedia di Albert Frederick Mummery (1895), la caduta mortale di Sigi Loew (1962), la scomparsa di Guenther Messner (1970) e l’eccidio talebano dei dieci alpinisti al campo base (2013), solo per citare le morti che sono diventate storia.

Quel venerdì ho seguito con ansia, direi trepidazione, il loro metodico incedere verso la vetta. Data la scelta che Simone Moro ha fatto per questa spedizione, di non essere troppo informatico e tecnologico, non abbiamo avuto la possibilità di seguire in tempo davvero reale la salita. Solo la traccia gps di Txikon e i binocoli della sua fidanzata Igone Mariezkurrena lasciavano scandire più o meno ogni ora i progressi del team e davano sufficiente spazio alla nostra fantasia.

Alle 7.00, consultando twitter e il sito Altitude Pakistan, arriva l’informazione che i quattro sono a 7650 m. Lo si vede dal tracciato sulla nitida immagine di Google Earth. Là sono le 11.00. Una foto della Mariezkurrena ci mostra tre puntolini spersi in un mare di roccia e ghiaccio ripidi. Il quarto puntino sta seguendo un itinerario differente, più roccioso. Alle 8.30 sono a 7800 m (12.30 ora locale). Mi abbandono a ovvi calcoli: se in 90 minuti hanno superato 150 metri, vuole dire che avanzano al ritmo di 50 metri all’ora. In base a questo conto della serva, alle 10 mi aspetto che siano a 7950 m: e invece sono a 8000 m! Sì, questa volta ce la fanno! Nel mio intimo parte un tifo come ho visto solo per certe partite di calcio.

Il versante Diamir del Nanga Parbat. Foto: Alex Txikon
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Poi la notizia della vetta, per noi alle 11.37, con la cadenza quasi scientifica di una marcia di regolarità…

Tutta la mia piccola vita alpinistica si relaziona con un momento come questo: qui, isolato e comodo nel mio studio, a contatto virtuale ma emotivo con la grandiosità più magnifica. Sono sopraffatto da quanto metodo, quanta determinazione siano stati necessari. Quanta convinzione di farcela. E sento quanto dovrò ancora penare prima di saperli un po’ più al sicuro, al campo 4.

E il giorno dopo, ancora, a spiare la notizia finale del loro arrivo al campo base.

Quanta strategia! Strategia di movimento, di logistica, di acclimatamento, di perseguimento meticoloso della propria buona salute.

Ogni più piccolo particolare è essenziale per una gestione alpinistica efficace. Bisogna essere disincantati sulle delusioni meteo, sugli accadimenti, sugli incidenti grandi e piccoli: soprattutto sugli uomini, che hanno la capacità di entusiasmarti per la loro capacità di resistere, di farsi amare per le loro qualità e farsi odiare per i loro difetti. Occorre avere quella meravigliosa capacità, più o meno consapevolmente, di coordinare i dati che arrivano ogni minuto, interpretando le proprie sensazioni immediate e sommandole alle reazioni dei compagni che a loro volta ti hanno giudicato. E’ necessaria una verifica puntigliosa che ciò che stiamo facendo sia sempre almeno un pelo al di sopra della sufficienza, sapendo che questa è variabile. La soglia della percezione del rischio, che già in una normale gita in montagna può presentare una notevole latitudine di posa, qui può schizzare in alto senza che neppure lo sospettiamo. Solo l’esperienza ti può far riconoscere questo salto contro natura, quell’insidioso accantonamento di una valutazione più prudente. Solo la sommatoria di quattro esperienze può riconoscere, ad ogni minuto, quante porte abbiamo lasciate aperte per il nostro ritorno alla vita di mano in mano che ci si avvicina alla meta di questo viaggio per molti versi estraneo alla vita stessa.

E’ stato detto che questo successo è stato frutto dell’esperienza alpinistica, manageriale e della professionalità di Simone Moro, della forza e determinazione di Alex Txikon e della voglia di riconoscimento e di onore di Alì Sadparà. E’ un’affermazione troppo netta, tendo più a credere che tutti e tre abbiano un bel mix di quelle qualità. Senza dimenticare la quarta.

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Infatti, la quarta. La Lunger non ce l’ha fatta? Ci rendiamo conto che ha rinunciato alle 14, quando restavano solo altre tre ore prima del tramonto? Se era indietro rispetto agli altri c’era un motivo. La 29enne di San Valentino in Campo (BZ) ha raccontato al sito www.stol.it l’episodio che l’aveva vista protagonista durante la discesa per raggiungere il campo 4. Nel saltare un crepaccio largo poco più di mezzo metro, nell’appoggiare lo scarpone il bordo ha ceduto e lei è scivolata per 200 metri prima di fermarsi grazie alla neve fresca che ne ha rallentato la caduta. Oltre alla grande paura, tornare alla tenda è stato molto impegnativo. Per fortuna non ha riportato conseguenze se non dolori un po’ in tutto il corpo e un piccolo trauma. Ma il giorno dopo le ha presentato il conto, ancora problemi di stomaco, nausea, affaticamento.

Farsi aspettare avrebbe quasi certamente comportato farsi trovare dall’oscurità ancora lontani dalla piccola tenda del campo 4 o, peggio, ancora in discesa sul ripido pendio che stavano finendo di salire, 600 metri di precipizio tra vetta e grande conca innevata sottostante. Con freddo a -33° e con vento tra i 45 e i 50 km/h, anche il più lieve malessere ti stronca. E ancora una volta lo spirito di squadra, e quindi di sopravvivenza, ha avuto la meglio.

Altrettanto decisiva era stata la mossa di partenza di fondere le due spedizioni, nate autonome, al punto da essere impegnate su due vie diverse.

Sandro Filippini: “L’armonia del gruppo è stata fondamentale. Ha consentito ad Alex, Alì, Tamara e Simone di resistere mentre tutte le altre spedizioni si ritiravano. Prima i polacchi Adam Bielecki e Jacek Tcech, che sognavano un’impossibile salita in velocità, poi l’altro polacco Tomek Mackiewicz, veterano del Nanga e di nessun altro 8000, e la francese Elisabeth Revol sulla via Messner-Eisendle, e infine anche i polacchi della spedizione Nanga Dream che tentavano dal versante sud, poi “sostituiti” dalla statunitense Cleo Weidlich e dai suoi tre sherpa, rinunciatari anche loro”.

Un capolavoro lo si vede a occhio nudo, con facilità e spesso anche quando si è inesperti in quell’arte. Tanto è facile riconoscerlo, tanto è difficile compierlo.

Vinicio Stefanello dice che bisogna infilare “le scelte giuste per non… sbroccare“. Piccole e grandi scelte che a un occhio ingenuo sembrano sempre piccole e grandi fortune. Come “saper formare la cordata giusta. O, meglio ancora, saper stare in cordata (Vinicio Stefanello)”.

Alì Muhammad Sadparà, Alex Txikon, Simone Moro e Tamara Lunger
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Storia invernale del Nanga Parbat
Sull’onda dei successi polacchi nelle salite invernali di alcuni tra le più importanti vette di Ottomila metri dell’Himalaya, il primo tentativo di scalata invernale del Nanga Parbat avviene nel 1988-1989. Una squadra di dieci alpinisti (otto polacchi, un colombiano e un italiano), guidati da Maciej Berbecka decide di tentare la scalata al Nanga Parbat, prima per la parete Rupal, poi per la parete Diamir. Per la via Messner, il capo-spedizione, assieme a Piotr Konopka e Andrzej Osika, raggiunge la quota di circa 6700 m. Il team è però costretto ad abbandonare per le temperature basse, il ghiaccio duro, il forte vento e il numero esiguo di finestre di bel tempo.

Berbeka torna al Nanga nell’inverno del 1990-1991, forte dell’esperienza dell’anno precedente, con undici alpinisti, di cui sette polacchi e quattro inglesi. Ancora una volta è scelta la via Messner, ma ancora non riescono a sistemare il campo 3. Con notevole disinvoltura organizzativa, Berbeka non si perde però d’animo e si rivolge alla via Schell: ma anche qui, a 6600 m, Andrzej Osika e John Tinker si arrendono per il vento fortissimo.

Nel 1992-1993 giungono al campo base del Rupal i francesi Eric Monier e Monique Loscos. Il 9 gennaio il solo Monier, seguendo la via Schell, non va oltre i 6500 m, sempre a causa del vento.

Nell’inverno 1996-1997 sono due le spedizioni a provare. La spedizione britannica, diretta da Victor Saunders, assedia la via Kinshofer (Diamir), ma si ferma a 6000 m a novembre, quindi prima dell’inizio dell’inverno. La seconda, polacca, è diretta da Andrzej Zawada. La squadra giunge al campo 4, ma poi Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel devono rinunciare a causa di forti congelamenti (Trzmiel era solamente a 250 m dalla vetta). Giunti al campo base i due sono evacuati con l’elicottero.

Nel 1997-1998 è ancora Andrzej Zawada a guidare i suoi connazionali polacchi sulla via Kinshofer. La spedizione raggiunge i 6800 m, ma un’eccezionale nevicata li ferma. Causa una scarica di sassi, è da registrare il ferimento a una gamba di Ryszard Pawlowski.

Questa serie di insuccessi scoraggia un po’ le ambizioni. Occorre attendere la stagione invernale 2004-2005 prima che i fratelli austriaci Wolfgang e Gerfried Goeschl provino ancora la via Kinshofer, senza oltrepassare quota 6500 m.

Poi sono i soliti polacchi a riprovare (2006-2007). Oltre al capo-spedizione Krzysztof Wielicki, ci sono Jan Szulc, Artur Hajzer, Dariusz Załuski, Jacek Jawień, Jacek Berbeka, Przemyslaw Łoziński e Robert Szymczak. Non superano i 7000 m per la via Schell.

L’anno successivo, nel 2007, è l’italiano Simone La Terra, assieme a Mehrban Karim, che prova a conquistare la vetta scegliendo di passare sulla parete Diamir, ma la notte del 21 dicembre una bufera di neve gli spazza via la tenda cucina con tutte le provviste. I due alpinisti decidono di non proseguire.

Nella scarsa qualità di questa foto sono appena visibili i tre puntini di Txikon, Moro e Lunger. Foto: Igone Mariezkurrena
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Nevicate insolitamente abbondanti costringono nell’inverno successivo (2008-2009) i polacchi di Jacek Teler e Jaroslaw Żurawski a piazzare il campo base ben 5 km prima di quello solito. Tentativo nato male in partenza.

Nell’inverno 2010-2011 il russo Sergei Nikolaievich Cygankow prova la via Kinshofer da solo, ma dopo pochi giorni dall’arrivo al campo base e a 6000 m inizia ad avere i sintomi di edema polmonare: quindi si ritira.

Nel contempo il duo polacco di Tomasz Tomek Mackiewicz e Marek Klonowski, fregiandosi di Justice for All – Nanga Dream, arrivano al campo base per tentare anche loro la via Kinshofer. Per l’ennesima volta l’abbondanza di neve, quindi l’alto rischio valanghe, costringe i due alla rinuncia.

Nella stagione invernale 2011-2012 ci prova per la prima volta Simone Moro, assieme al kazako Denis Urubko. Al campo base erano presenti anche Mackiewicz e Klonowski, intenzionati a riprovarci dopo la sconfitta del 2010. Moro e Urubko, decisi inizialmente a passare per la via Kinshofer, ripiegano sulla via Messner/Eisendle. Posizionato il campo 3 a 6800 m, èa solo questione di attendere una finestra di bel tempo, ma quell’inverno nevica interrottamente dal 27 gennaio al 14 febbraio, costringendo i due alpinisti alla rinuncia. L’inverno del 2012-2013 vede quattro squadre sul Nanga Parbat. La prima, composta dagli affiatati Mackiewicz e Klonowski, che provano la via Schell. Dopo il campo 3, a causa delle condizioni meteo, Klonowski decide di scendere, mentre Mackiewicz  tenta di salire più in alto, raggiungendo i 7400 m. Ma l’8 febbraio, a causa dell’intenso freddo e del vento forte, anche lui si ritira.

Invece, l’americano Ian Overton e gli ungheresi David Klein e Zoltan Acs, provando sulla via Messner (Diamir), il 10 febbraio abbandonano quasi subito.

Anche per Daniele Nardi: con la francese Elisabeth Revol, l’italiano arriva a 6400 m per la via Kinshofer. Prima di abbandonare i due fanno un altro tentativo per lo Sperone Mummery, giungendo però solo a 6000 m.

Ma in quell’inverno avviene anche la prima disgrazia invernale: il francese Joël Wischnewski scompare il 6 febbraio, dopo aver lasciato il campo 2. Il corpo sarà ritrovato nel mese di ottobre e si sospetta che l’abbia travolto una valanga mentre tentava di arrivare a campo 3.

Quattro sono anche le spedizioni del 2013-2014. Le due sul versante Diamir sono quella del solitario Nardi (che sullo Sperone Mummery, via tra l’altro tuttora incompiuta, raggiunge i 5450 m e che poi si ritira il 1° marzo dopo essere scampato a una valanga) e quella del tedesco Ralf Dujmovits e di Dariusz Załuski, per la via Messner, che abbandonano il 2 gennaio ai 5500 m del campo 1.

Le due squadre invece sul versante Rupal (via Schell): la prima è composta da Mackiewicz, Teler, Pawel Dunaj, Michał Obrycki e Michał Dzikowski. Anche Klonowski è della partita, ma questi per ragioni personali lascia la squadra nel mese di gennaio; la seconda da Simone Moro e David Goettler (al campo base anche Emilio Previtali). Moro e Goettler provano per tre volte. Il 1° marzo Goettler raggiunge i 7200 m assieme a Mackiewicz, ma poi assieme a Moro abbandona il 3 marzo. I polacchi fanno un ultimo tentativo l’8 marzo. Dunaj e Obrycki sono colpiti da valanga e sono soccorsi dall’intero team con una missione epica.

L’inverno 2014-2015 le spedizioni sono cinque!
Vediamo la Revol legarsi con Mackiewicz: assieme, al secondo tentativo sulla Messner-Eisendle (Diamir) raggiungono i 7800 m e rinunciano per il freddo.

Nardi fa un altro tentativo solitario sullo Sperone Mummery (lo accompagnano per un tratto Roberto Delle Monache e Federico Santini per le riprese foto e video). Nardi, dopo aver deciso di ripiegare sulla via Kinshofer, si unisce alla spedizione del basco Alex Txikon e del pakistano Muhammad Alì Sadparà. I tre, dopo aver lasciato campo 4, sbagliano però via, mancando il canale che dovrebbero scalare, decidendo così che la cosa migliore e responsabile sia rinunciare.

Gli iraniani Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmood Hashemi decidono di tornare indietro al campo 1 senza arrivare al campo 2.

Sul versante Rupal (via Schell) ci sono invece i russi Nickolay Totmjanin, Valery Shamalo, Serguey Kondrashkin e Victor Koval: arrivano al campo 4 a 7150 m.

La traccia GPS di Alex Txikon
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L’inverno degli altri quattro Ottomila pakistani
Prima ascensione invernale del Gasherbrum II
E’ stata compiuta il 2 febbraio 2011 da Simone Moro, Denis Urubko e Cory Richards. La salita ha rappresentato anche la prima salita invernale di un Ottomila del Karakorum e per Moro si è trattato della terza prima invernale di un ottomila, dopo lo Sisha Pangma nel 2005 e il Makalu nel 2009.

Prima ascensione invernale del Gasherbrum I
E’ stata compiuta il 9 marzo 2012 dai polacchi Adam Bielecki e Janusz Gołab. Sono saliti per la via dei Giapponesi e non hanno utilizzato ossigeno supplementare.

Prima ascensione invernale del Broad Peak
E’ stata effettuata il 5 marzo 2013 dai polacchi Maciej Berbeka, Adam Bielecki, Tomasz Kowalski e Artur Małek, lungo la via normale sul versante ovest. Il 6 e 7 marzo Bielecki e Małek hanno fatto ritorno al campo base, mentre Maciej Berbeka e Tomasz Kowalski, che avevano bivaccato a 7900 m e con i quali si erano persi i contatti radio dal 6 marzo, non hanno fatto ritorno e dall’8 marzo sono stati dati per dispersi. Per Berbeka si è trattato della terza salita invernale di un Ottomila dopo il Manaslu nel 1984 e il Cho Oyu nel 1985, mentre per Bielecki della seconda, dopo il Gasherbrum I nel 2012. La spedizione è stata guidata da Krzysztof Wielicki, già autore anch’egli della prima salita invernale di tre Ottomila, l’Everest nel 1980, il Kangchenjunga nel 1986 e il Lhotse nel 1988.

Tentativi al K2
Sono stati tre i tentativi seri per la prima salita invernale del K2. La prima spedizione è stata condotta dal polacco Andrzej Zawada, era l’inverno 1987-1988. Una squadra composta da 23 alpinisti (tredici polacchi, sei canadesi e quattro britannici) tentò lo Sperone degli Abruzzi. Freddo, neve, rimasero al campo base 80 giorni e raggiunsero i 7300 metri del C3.

Nell’inverno 2002-2003 Krysztof Wielicki organizzò un’altra spedizione per salire sul K2. In tale occasione, il team era composto da 19 alpinisti di nazionalità polacca (quindici), kazaka (due), georgiana (uno) e uzbeka (uno). La spedizione salì sino al campo 4 a 7650 m (tra loro c’era anche Denis Urubko). Tentarono un attacco alla vetta ma il vento ci si mise di mezzo e in più vi furono problemi di salute (edema) ad alcuni componenti della spedizione.

E siamo al 2011-2012, stavolta ci provarono i russi con una spedizione capeggiata da Viktor Kozlov. Le cose non andarono bene e fu annullata. Da allora niente più. Nella stagione 2014-2015 voleva riprovarci Denis Urubko assieme ad Adam Bielecki e Alex Txikon, ma ci si mise di mezzo l’autorità cinese che negò i permessi di salita.

L’inverno 2015-2016
Anche quest’anno sono in molti e tutti ben determinati. Tomasz Tomek Mackiewicz è lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaysta di Francia, per la terza.

Dalle cronache sembra che sia stata proprio la loro cordata a tentare per prima un attacco finale: a fine gennaio, dopo aver raggiunto la quota di 6900 metri sulla via Messner-Eisendle (per la verità a un ritmo un po’ lento vista la loro ambizione di salire in stile alpino) rinunciano definitivamente.

Sulla stessa via provano, già da dicembre, Simone Moro e Tamara Lunger.

Sulla via Kinshofer si ritrovano a collaborare due squadre ben distinte: i polacchi Adam Bielecki (il fortissimo già vincitore in inverno del Gasherbrum I e del Broad Peak) e Jacek Czech trovano presto un buon accordo con la cordata del basco Alex Txikon, dell’italiano Daniele Nardi e del pakistano Muhammad Alì Sadparà, tutti e tre veterani del Nanga invernale.

Proprio mentre sta salendo con Nardi, Bielecki per una manovra errata fa un volo di 80 metri affrontando la famosa fascia di roccia sotto il campo 2. Con Bielecki, per fortuna solo leggermente contuso, anche Nardi decide di scendere al campo base.

Rientrato in Europa Bielecki ha scritto: “Il Nanga ci ha dato una grande lezione di umiltà”.

Anche a Nardi tocca un volo spaventoso, più o meno nello stesso luogo di Bielecki: l’alpinista di Sezze (LT) tiene duro ancora un po’, ma alla fine cede e fa ritorno a casa, pare anche per discordanze con il capo-spedizione Txikon.

A metà febbraio rimangono in gioco solo quattro alpinisti, colpiti da altre nevicate o da giornate di jet stream inaffrontabile.

Simone Moro e Tamara Lunger avevano posizionato un paio di campi nella parte bassa della via Messner-Eisendle; Txikon e Sadparà erano arrivati a 6700 m al campo 3 (assieme a Nardi). La decisione di unire le forze è ovvia.

Riferisce Agostino da Polenza: “Freddo, vento, jet stream, dieci giorni di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo 1, di congetture e piani puntualmente smentiti dal meteo e dalla natura del Nanga Parbat. Sono stati giorni strani, con Alex Txikon, il più forte e determinato, impegnato a spedire, come se il campo base fosse un ufficio propaganda, documenti “contro Nardi”. Lui taceva e si defilava, dicendo di aver la coscienza a posto e che lo avrebbe dimostrato. Nervosismo d’alta quota”.

La partenza dal campo base, Simone Moro, Tamara Lunger, Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon
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La vittoria
Chi la dura la vince. Bisogna saper tenere duro, crederci anche quando tutto congiura contro, essere elastici nel cambiamento di piani, adattabili agli umori altrui. Solo così si può affrontare un viaggio così lungo (ottanta giorni), fatto di attese eterne, di vento indicibile, di freddo siderale e di una meteo terribile, con delusioni e altri contrattempi dovuti alle relazioni umane.

Poi, finalmente, all’orizzonte dalle previsioni atmosferiche e dall’indeterminatezza delle isobare gli esperti di meteorologia confermano quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma.

Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Scrive Vinicio Stefanello su www.planetmountain.com: “Il 22 febbraio, alle 5.30, i quattro alpinisti hanno lasciato il campo base del versante Diamir. Il loro obiettivo, ormai fissato da tempo, è percorrere la via Kinshofer aperta nel 1962 da Toni Kinshofer con Anderl Mannhardt e Siegfried Loew sul versante Diamir. E’ considerata la via “normale” al Nanga, la seconda a essere stata percorsa sulla grande montagna dopo la mitica prima solitaria di Hermann Buhl nel 1953. Per Moro e Lunger questa scelta è stata presa solo nell’ultimo periodo: loro all’inizio infatti puntavano a salire lungo la via Messner-Eisendle ma il seracco sopra la traversata iniziale era davvero troppo pericoloso. Così la decisione (consensuale) di unirsi a Txikon e Sadparà sulla via Kinshofer. In realtà in un primo tempo della partita sembrava essere anche l’alpinista romano Daniele Nardi che poi però ha fatto ritorno a casa. Come del resto prima di lui avevano fatto i componenti delle altre spedizioni (in tutto erano sei) presenti quest’inverno sulla montagna.

Alì Muhammad Sadparà e Simone Moro, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Dopo 10 ore di duro “lavoro” i quattro raggiungono i 6200 metri del campo 2. Ancora nulla è scontato, e i dubbi sono molti. A cominciare dal loro mancato “acclimatamento”. Per il meteo (e le valanghe) che non hanno dato scampo, la massima quota toccata finora da Txikon e Sadparà è stata 6700 m, mentre Lunger e Moro hanno assaggiato solo i 6100 m. Inoltre il pit stop al campo 2 dura tutto il 23 febbraio causa… bufera di vento stile Nanga. Intanto Karl Gabl, il mago austriaco del meteo, fa le sue previsioni: per venerdì 26, ma soprattutto per sabato e domenica, sono attese condizioni molto buone. Vuol dire che se giovedì riescono a portarsi in alto, ai 7150 m del Campo 4, e se venerdì tentano la vetta, poi hanno 2 giorni per scendere con meteo buono. Intanto però hanno ancora l’enormità di quasi 2000 metri di dislivello sopra la testa, l’incognita delle condizioni della via ma soprattutto di come reagiranno alla quota. D’altra parte, come dice Moro, le probabilità di centrare un’invernale sugli Ottomila è sempre “minimissima”.

Per fortuna mercoledì 24 la bufera si placa e il team riparte. Dopo 5 ore sono al campo 3 a quota 6700 m. Stanno bene, vedono la vetta ma… mancano ancora 1400 metri di quota da superare. E’ ancora lunghissima. Il programma però procede senza intoppi. Così giovedì 25 raggiungono il Campo 4 a 7150 m. Restano ancora quasi 1000 metri di dislivello da percorrere, i più alti, i meno prevedibili. Può ancora succedere di tutto. Non resta che incrociare le dita e… crederci”.

Sandro Filippini: “Un filiforme italiano di pianura, un tenace basco, un modesto ma irriducibile pakistano e un’altoatesina scolpita nel legno più resistente e flessibile hanno compiuto il capolavoro spendendo ogni energia in 13 ore consecutive di fatica fra i 7150 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, abbattuta ulteriormente e drasticamente nella percezione dal vento che soffiava a 40-45 chilometri orari”.

Documenti
Schede dei quattro alpinisti
Storia alpinistica del Nanga Parbat (in inglese)
Alpinisti che sono saliti sul Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)
Le fatalità del Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)

Tamara Lunger
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Simone Moro
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Alì Muhammad Sadparà
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Alex Txikon
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Alex Txikon, Tamara Lunger, Simone Moro e Alì Muhammad Sadparà
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Un’invernale un po’ meno sofferta

Un’invernale un po’ meno sofferta
di Francesco Franz Salvaterra

Ho appena finito di rileggere il racconto di Gianni Rusconi dal libro Il grande alpinismo invernale, sulla prima invernale, appunto, alla Via delle Guide sulla Nord-est del Crozzon di Brenta.

A dire il vero avrei voluto leggerlo prima di partire per il Crozzon, ma nel disordine di casa mia non trovavo il libro, forse sepolto sotto l’attrezzatura che con Marcello (Cominetti, con cui intendevo partire per questa gita) stavamo frettolosamente preparando. Quindi ora me lo sono goduto di fronte al caminetto a salita compiuta.

Gianni Rusconi, tentativo prima invernale della via delle Guide al Crozzon di Brenta, fine dicembre 1968
Parete ENE del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide, Giani Rusconi

Se devo essere onesto la loro salita invernale è stata veramente una grande impresa e un’avventura che li ha spinti al limite delle forze, la nostra al paragone è stata una cosa molto meno sofferta e affascinante, pur avendoci regalato momenti indimenticabili legati sicuramente al fascino dell’inverno che restituisce alla montagna la sua staticità assoluta.

A distanza di quasi 50 anni, stride il confronto tra la spedizione “pesante” dei Rusconi e compagni, se raffrontata alla nostra: leggerissima e quasi spensierata, ma non troppo.

Sicuramente noi l’abbiamo affrontata perché le condizioni meteo erano quelle più favorevoli: poca neve in parete, tempo stabile e temperature non estremamente basse. Noi avevamo dalla nostra la possibilità di partire al momento giusto e la facilità nel metterci d’accordo, essendo solo in due e facendo lo stesso lavoro: le guide.

Ma veniamo alla storia.

Roberto Chiappa, Gianluigi Lanfranchi (detto Pomela), Antonio Rusconi e Giovanni Rusconi attaccano la grande parete nord-est del Crozzon il 7 marzo 1969. E’ tutto l’inverno che fanno avanti e indietro da Lecco assediando questa via, nel tentativo più serio partecipano anche Alessandro Gogna con Leo Cerruti: questi, con i due Rusconi, riescono ad arrivare fino a tre lunghezze sulle placche nere, la parte tecnicamente di grado più elevato, a metà parete. C’è da dire che le difficoltà maggiori si incontrano sui tiri di quarto grado, dove la neve si deposita sugli appigli e nasconde gli appoggi, i pochi chiodi e su cui non sempre è facile decidere se progredire con gli scarponi, se mettere i ramponi o addirittura le scarpette.

Leo Cerruti segue a -35° sulle placche nere della via delle Guide (Crozzon di Brenta), tentativo di 1a invernale, 30 dicembre 1968
Crozzon di Brenta, via delle Guide, tentativo di 1a invernale

Poi, a marzo, per ben 6 giorni (5 bivacchi) i lecchesi combattono con diedri e placche intasate di neve, il termometro talvolta segna -30 gradi, e mi sembra un po’ strano, però… Non hanno le maniglie jumar e risalgono le corde con i nodi prusik, appesa alle imbragature artigianali insieme ai chiodi da roccia portano una spazzola per pulire la neve dagli appigli! Verso la cima gli cade una sacca con i viveri e si ritrovano in vetta, per fortuna nel ventre materno del bivacco Castiglioni con poco cibo e nel mezzo di una tempesta. Essere lassù in quella scatola di latta è sicuro quanto ritrovarsi in mezzo al mare grosso con una barchetta. Si sopravvive ma bisogna assolutamente togliersi da lì!

Il giorno dopo, tra vento e slavine, impiegano tutte le ore di luce per traversare dalla vetta del Crozzon a quella della Tosa. Infatti la discesa non è banale neppure d’estate. Qui fanno il settimo bivacco in un buco nella neve, sono allo stremo delle forze, immaginate, senza sacchi da bivacco in Goretex, con le moffole di lana e le giacche di cotone!

Negli ultimi momenti Gianni preso dallo sconforto pensa alla frase di Pierre Mazeaud dopo la tragedia del Freney del ’61: “ Il dramma è iniziato e non ce ne siamo accorti”.

L’ottavo giorno dopo aver disceso i camini della Cima Tosa abbandonano tutto il materiale, scendono passando nelle vicinanze del rifugio Pedrotti e, praticamente rotolandosi nella neve, arrivano a Molveno lungo la valle delle Seghe, finalmente in salvo.

24 gennaio 2016: in salita verso il rifugio Brentei
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Marcello Cominetti sulle prime lunghezze di corda, via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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La “nostra” invernale è fortunatamente molto meno sofferta: il 24 gennaio saliamo al rifugio Brentei dalla val Brenta, partiamo da casa mia a Tione dopo un ottimo pranzo e arriviamo al rifugio alle ultime luci. Fino a poco sotto la Malga Brenta Alta praticamente non c’è neve, poi mettiamo le ciaspe. Anche le temperature sono dalla nostra, fino a un paio di giorni fa a Campiglio la temperatura è scesa fino a -18, ora si è alzata di almeno 10 gradi. La mattina del 25 la sveglia suona alle tre e mezza. Prima delle sette siamo alla base della parete. Ancora non si vede bene quindi per essere sicuri di non sbagliare l’attacco beviamo il contenuto del thermos da 750 cc. e con il fornello sciogliamo della neve mentre aspettiamo la luce. Avevo ripetuto la via diversi anni fa con Luca Leonardi (il gestore del rifugio Brentei) e suo figlio Gabriele, però a dire il vero non ricordo granché. Marcello invece non l’ha mai fatta.

Marcello Cominetti sulle placche nere della via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Non abbiamo con noi materiale da bivacco quindi la nostra strategia di salita prevede di essere rapidi, leggeri e audaci: le giornate sono ancora corte.

Lasciate alla base racchette e uno zaino, la nostra attrezzatura prevede: fornello e gas, liofilizzati per cena, barrette e caramelle per la giornata, un thermos, guanti di ricambio, una serie di friend e qualche stopper, dieci rinvii, cordini, secchiello e quattro ghiere, due maniglie jumar, un paio di ramponi di alluminio, uno di acciaio, due piccozze, un paio di scarpette, una vite da ghiaccio di alluminio, una mezza corda da 60 m, un procord da 4 mm da 60 m, uno zaino da 40 lt.

Parto per primo e mi rilasso quando dopo pochi metri troviamo la scritta in rosso “Via delle guide”. Per essere più rapidi abbiamo deciso che il secondo sale a jumar con lo zaino, perlomeno sui tiri più ripidi. Salgo cinque tiri, bestemmiando a ogni passaggio con i piedi su piccole tacche perché abbiamo portato un paio solo di scarpette, quelle di Marcello che sono un 44,5 e io ho il 42 di scarponi. Se scalassi con le babbucce di Aladino avrei maggior sensibilità ma almeno non serve che mi tolga le scarpe in sosta. Alla base delle placche nere più verticali passa in testa Marcello.

Nella parte bassa della via c’è spesso della neve che però è polvere e si toglie facilmente con le mani, le temperature sono di pochi gradi sotto lo zero e si scala con un po’ di freddo alle dita, con qualche “bollita” ma sopportabile. Le placche nere e verticali sono quasi pulite e Marcello sale veloce per sette tiri, facendo acrobazie per passare con le scarpette sulle cenge completamente ghiacciate mentre io “sjumaro” come un indemoniato, alternando grandi sudate a freddo mentre lo assicuro in sosta.

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Alle 17 riusciamo per fortuna a superare la fascia ripida della parete e a intravedere dove passare, mancano ancora circa trecento metri alla cima. Una cascata di ghiaccio immette a un colatoio nero, quindi calzo i ramponi e la scalo con le picche per portarmi sotto la parete terminale. In un attimo è buio pesto e questo tiro di IV non sembra per nulla facile con i ramponi ai piedi. Le soste non si trovano perché coperte dalla neve ma per fortuna qualche chiodo di passaggio emerge dalle tenebre. Manca solo un altro tiro per uscire sui pendii finali, è un traverso con un passo strapiombante dato di IV che a me sembra un 7a! Ansimando riesco a raggiungere la cengia alla fine della corda e attrezzo una sosta piantando la piccozza a mo’ di chiodo nell’unico scoglio di roccia che emerge dalla neve. Marcello salendo a jumar ha il suo bel da fare tra un pendolo e l’altro sul traverso, con la mezza da 8 mm che sfrega pericolosamente sulle rocce quando si lascia andare tra un rinvio e il successivo. Io nel frattempo inganno il tempo guardando la piccozza flettersi ritmicamente e puntandomi bene con i piedi nella neve. Quando mi raggiunge, la luna fa capolino da Molveno, è piena piena e illumina a giorno noi e il Crozzon. Si vedono le luci di Andalo, il Campanil Basso stretto tra la Brenta Alta e il Campanile Alto sembra vicinissimo e le piste del Grostè hanno stranamente un confortevole richiamo al domestico che ci scalda.

L’arrivo in vetta al Crozzon di Brenta di Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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Un facile pendio ci porta sotto la sorpresina finale: lungo un tiro che sarebbe facilissimo d’estate si è formata una cascata con un tratto verticale. Abbiamo messo via le jumar quindi la seconda piccozza ce l’ha Marcello.

Fortunatamente un buon friend mi anima e salgo pinzando le colonnine di ghiaccio con la mano sinistra, nella paura che provo mi viene da ridere pensando a quando durante i corsi guida ci facevano fare esercizio scalando con una piccozza sola su cascate belle ripide.

Siamo belli cotti e andiamo piano, anche sugli ultimi facili pendii restiamo legati e alle 21.30 finalmente ci abbracciamo in vetta! Il bivacco Castiglioni sembra un hotel a cinque stelle, manca solo la jacuzzi. Il giorno dopo verso le otto e mezza cominciamo la discesa, l’idea iniziale era di traversare lungo la normale fino alla Tosa e poi scendere il canalone Neri ma appena sotto la cima cambiamo idea. Scendiamo in doppia da “Lisa dagli occhi blu”, una bellissima via di misto aperta da Parolari e Tondini che all’oggi non conta molte salite (fino in vetta). Non la conosciamo, ma con un po’ di pazienza troviamo gli ancoraggi e in qualche ora di faticoso recupero del sagolino da 4 mm. arriviamo nella parte finale del canalone Neri, vicino agli zaini e alle odiate ciaspe. Tutte le guide le odiano, è inutile nasconderlo.

Alla Malga Brenta Alta facciamo un’incursione “rubando” una zuppa di fagioli e un buon caffè, abbandonati da qualche anima pia, e alla macchina, nel bagagliaio ci aspettano due birre artigianali ghiacciate “Rethia” lasciate lì per un brindisi che ora non si fa più aspettare.

E’ la mia prima invernale di una via di roccia, è stato bellissimo. Anche una montagna “di casa” come il Crozzon, vestita di bianco sa regalare delle emozioni inedite e indimenticabili, provare per credere!

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti accanto al bivacco Castiglioni, vetta del Crozzon di Brenta, 26 gennaio 2016
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Cercatori di emozioni

Cercatori di emozioni
Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori sulla parete nord del Pizzo delle Saette (Alpi Apuane)
di Alberto Benassi

Il Pizzo delle Saette, conosciuto anche come Pania Ricca, estrema punta nord del gruppo delle Panie, è una cima delle Apuane alla quale sono particolarmente legato dove, sia d’estate che d’inverno, ho salito la gran parte degli itinerari, aprendone anche di nuovi.

Quando dal paese di Capanne di Caréggine, ottimo balcone posto esattamente di fronte al Pizzo, osservi la sua parete nord, non puoi non sentirti attratto dalla sua imponenza, soprattutto quando questa è nella sua bianca veste invernale.

La parete nord del Pizzo delle Saette. La via Zappelli sale un po’ a destra della verticale della vetta
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Almeno queste sono le mie sensazioni quando guardo la parete. Non so bene spiegarne il motivo. Forse la sua selvaggia conformazione, tutta canaloni, speroni, crestine di roccia friabile che si alternano a ripidissimi pendii erbosi, terreno ideale nella stagione fredda per l’amante della scalata su misto apuano, esercita su di me un fascino e una attrazione particolare. Spesso mi sono fermato a osservare la parete per carpirne i segreti, per trovare nelle sue pieghe, una nuova possibilità. Ho tanti ricordi che mi legano al Pizzo delle Saette in particolare alla sua parete nord. Varie ripetizioni. La bella invernale di tanti anni fa allo sperone WNW. L’apertura nell’inverno del 1999 della Diretta del Vetriceto con arrivo in vetta al tramonto con il sole che si tuffava nel mare regalandoci uno spettacolo unico. Questa salita sembrava l’avesse già fatta Gianni Calcagno, poi invece il mistero storico è stato risolto. Gianni era si stato alla Nord ma per risolvere il problema dell’attacco diretto alla via Elisabetta.

Sul pendio che porta all’attacco della parete
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Poi, qualche inverno dopo e dopo alcuni tentativi aprimmo in centro parete la via Jedi. Insomma il rapporto che mi lega con questa montagna e in particolare con la sua parete nord è forte. Poiché a questa storia qualcosa ancora manca, per chiudere il cerchio per rendere ancora più forte questo legame, è da un po’ di tempo che per la testa mi gira l’idea di salire la Nord in solitaria e naturalmente d’inverno.

Così prima che finisca l’inverno ci andrò. Basterà aspettare il momento giusto anche se questo inverno apuano non è proprio dei migliori. Tra una salita e l’altra, l’inverno passa e la forma è buona. Se voglio salire la parete rispettando il classico calendario invernale, altrimenti non vale…, devo farla adesso prima che arrivi il 21 di marzo.

Una cosa che mi dispiace, e che mi mette in crisi, è che la Sabri non c’è. E’ molto lontana. Praticamente dall’altra parte del mondo, in Cile in bicicletta. Non so bene se starmene zitto, così non si preoccupa e dirle poi tutto a cosa fatta quando sarà tornata. Oppure renderla partecipe di questa mia avventura.

Decido di tentare la salita sabato 9 marzo 2013. Così il venerdì durante la pausa pranzo vado a Capanne di Caréggine armato di binocolo per verificare le condizioni della parete. Da qui si possono osservare bene tutti gli itinerari: in particolare appare inconfondibile la linea seguita nell’inverno del 1961 dal viareggino Cosimo Zappelli. Questa un po’ sulla destra della parete sale la parte superiore del canale del Vetriceto. Più al centro ecco la bella e ormai classica linea della via Elisabetta salita nel 1980 dai fiorentini Massimo Boni e Giuliano Pasqui. Ci sono anche altri itinerari ma le due linee più evidenti sono queste.

Nella parte alta del Canale del Ventriceto
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L’attacco, essendo piuttosto basso di quota, come al solito presenta diversi tratti scoperti e quindi sarà di misto. Misto apuano con le caratteristiche zolle ghiacciate di “paleo” o palero come dicono i massesi, la tenace erba apuana, spesso risolutiva. La parte superiore della parete invece è bella bianca, mi sembra di vedere degli accumuli di neve ma il binocolo che ho con me è poco potente quindi non mi aiuta più di tanto. Forse la parete non ha ancora scaricato completamente e questo non è certamente un buon segno.

L’ispezione della parete non ha avuto l’effetto sperato. Non mi ha rassicurato, anzi mi sono venuti ulteriori dubbi. Inoltre, come ho detto, la Sabri non c’è… Insomma non sono molto convinto ma so anche, per esperienza, che avere dei dubbi prima di una salita è normale e spesso questi svaniscono con l’azione. Così ho deciso almeno di provarci. Potrò sempre rinunciare.

Voglio fare le cose per bene, senza rischiare più di tanto. Quindi ho deciso di portarmi il materiale per potermi assicurare almeno sui tratti più ostici o pericolosi. Comunque anche per garantirmi la possibilità di scendere in caso di rinuncia. Alla fine lo zaino è piuttosto pesante. Forse troppo.

Lo so, altri avrebbero da ridire su questa mia scelta perché le vere solitarie si fanno senza la corda… Ma per fare questo ci vogliono altri attributi: una capacità di accettazione del rischio e una consapevolezza delle proprie capacità ben superiori alle mie.

Un vantaggio che ho è che conosco gli itinerari per averli già saliti. La scelta è orientata sulle due classiche della parete: la via Zappelli-Tessandori o la via Elisabetta. Per poi eventualmente uscire direttamente lungo la cuspide. Deciderò una volta all’attacco.

Ore tre, suona la sveglia. In verità non l’ho fatta suonare perché ero già sveglio da tempo. Il pensiero non mi ha fatto dormire molto. Mi alzo, faccio colazione piuttosto velocemente e caricato lo zaino in macchina, via verso nuove avventure. Una volta passato il paesino di Isola Santa dalla strada si può dare uno sguardo alla parete ma adesso è ancora buio e non si vede nulla. Meglio così. Non sono tranquillo come invece dovrei essere.

Arrivato al Pigliònico e parcheggiata l’auto, prendo lo zaino e mi incammino lungo il sentiero verso la parete. Al bivio lascio a sinistra la diramazione che sale al rifugio Enrico Rossi e prendo a destra quello che porta verso la Borra di Canala. Non c’è ancora passato nessuno quindi non c’è la traccia che invece speravo di trovare. La neve è piuttosto alta e si sprofonda assai. Se devo battere tutta la traccia, quando arriverò all’attacco sarò bello cotto. Continuo ancora per un tratto ma poi mi fermo. Già ero pieno di dubbi, poi questa neve. Pensa e ripensa… ”che faccio? Vado o non vado? “… Ho deciso. E assai prima di vedere la parete rinuncio. La vocina interiore, che è sempre bene ascoltare, mi dice che oggi non è il caso. Non è giornata. Meglio rimandare.

Nonostante la rinuncia sono sereno. Di solito le rinunce, le sconfitte, bruciano molto e ci vuole tempo a smaltirle. Ma visto che non sono nemmeno arrivato all’attacco e non ci ho nemmeno provato, è inutile starci a pensare per poi trovare delle scuse. E’ una decisione naturale, non era il momento giusto. Punto e basta!

Le tracce di Benassi nella parte alta della cresta nord-ovest del Pizzo delle Saette
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Finalmente la Sabri rientra dal suo viaggio in bicicletta nella Patagonia cilena e le posso parlare della mia intenzione di fare la solitaria. Ero un po’ titubante perché pensavo che mi avrebbe detto di non andare, di lasciare perdere. Invece, con piacevole sorpresa, non fa problemi. O perlomeno fa finta… In fondo mi preoccuperei anch’io. E’ come togliermi un peso. Adesso sono più sereno. Sono pronto ad andare.

Rifaccio lo zaino rinunciando a un po’ del materiale in modo da avere lo zaino più leggero. Le difficoltà tecniche della via non sono alte e penso di poter salire in gran parte senza assicurarmi. In compenso questa volta mi porto le ciàspole e i bastoncini che lascerò poco prima dell’attacco per poi tornare a riprenderli.

Nello zaino metto una mezza corda da sessanta metri, una decina di cordini, sei moschettoni, sei chiodi da roccia misti, una vita da ghiaccio, un warthog da usare sul paleo ghiacciato, due friends, casco, imbrago, pila frontale, ramponi, due picche, due paia di guanti, un litro di tè, qualche barretta energetica.

Alle tre del 15 marzo 2013 suona la sveglia. Faccio un’abbondante colazione, la giornata sarò lunga e faticosa, meglio fare il pieno di carburante, saluto la Sabri che mi fa le sue raccomandazioni e vado.

A differenza della volta precedente, mi sento tranquillo e non vedo l’ora di iniziare la scalata. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è il rialzo di temperatura che c’è stato.

Arrivato al parcheggio, incontro Enrico Tomasin che, assieme a un suo amico, è diretto anche lui alla Nord. Bene, così se ci sarà da fare la traccia mi daranno una mano e risparmierò non poca fatica.

Raggiunto il bivio per il rifugio Rossi, visto che c’è la traccia, decido di lasciare nascoste dietro a una pianta le ciaspole per poi riprenderle al ritorno. Così sarò più leggero. Grazie alla traccia arriviamo presto sotto la parete. Adesso non rimane che fare la traccia lungo il pendio per arrivare all’attacco.

Loro sono venuti per fare la via Elisabetta ma lasciano a me la possibilità di scegliere. Mi piacerebbe tentare la via Elisabetta per poi magari uscire direttamente lungo la cuspide ma, visto che sono venuto per fare una solitaria, preferisco essere da solo sulla via. Inoltre il muro erboso iniziale che dà accesso al canalone centrale è bello scoperto e decisamente non invitante. Ho deciso, farò la via Zappelli.

La Pania della Croce dalla vetta del Pizzo delle Saette
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Così mi sposto a destra fin sotto il canalino di attacco. Scavata una piazzola mi preparo. Indosso l’imbraco dove appendo un po’ di materiale e metto i ramponi. La corda per adesso la lascio nello zaino. Un’ultima occhiata agli amici, “ci vediamo in vetta” e parto deciso.

Supero il primo risalto che dà accesso al canalino che porta sulla Diretta del Vetriceto. Invece di proseguire dritto, lascio il canale e traverso a destra lungo una specie di cengia con risalti. Da subito mi rendo conto che la neve non è buona come speravo e il ghiaccio, a causa del rialzo termico, è scollato dal terreno. E anche questo non è indurito dal gelo. Dovrò stare molto attento.

Girato uno sperone arrivo all’inizio di un canalino con ghiaccio fradicio. Un tratto più ripido mi fa imprecare. Per salire sono costretto a usare le umide zolle erbose e i lati del canalino che fortunatamente hanno dei netti appoggi che mi permettono di stare bene sui ramponi in modo da non tirare troppo sulle picche. Finito il canalino, c’è da superare un risalto erboso molto ripido con neve crostosa che appena la tocco si stacca. Non mi resta che fare della paleo-traction piantando le picche nelle zolle di paleo. Il tratto è insidioso ma con calma e attenzione ne vengo fuori e raggiungo la forcelletta da dove, traversando a sinistra, si raggiunge lo stretto canale del Vetriceto esattamente sopra l’uscita del camino della Diretta.

Per arrivare al canale devo traversare lungo un ripido pendio di neve instabile. Non mi fido di farlo sciolto. Così tirata fuori la corda la passo doppia intorno ad una pianticella e così assicurato attraverso a sinistra raggiungendo il fondo del canale dove la neve, pigiata dalle slavine, è ottima. Adesso posso rimettere la corda nello zaino.

Risalgo il profondo canale stretto tra compatte pareti rocciose. L’ambiente è suggestivo. Supero senza problemi alcuni risalti di ottimo ghiaccio e in breve raggiungo i ripidi ma facili pendii che portano alla spalla della cresta nord sopra la croce Petronio. Facilmente raggiungo la base della “paretina”, l’ultima difficoltà della cresta nord. Le rocce sono pulite e così, dopo una breve sosta, decido di togliermi i ramponi. Le difficoltà di questo tratto sono di III e IV ma la roccia friabile e una recente piccola frana, che dovrò attraversare, lo rendono insidioso. Inoltre è anche bello esposto.

La “paretina” si supera facendo uno zig-zag destra-sinistra-destra. Tolti i guanti per una migliore presa, senza autoassicurarmi inizio il primo diagonale a destra. Quindi ritorno a sinistra poi di nuovo a destra attraversando il tratto franato. E’ tutto molto delicato e prima di muovermi saggio bene quello che prendo.

Passato il tratto pericoloso, finalmente sono al terrazzino con sosta attrezzata sotto l’ultimo risalto. Sulla destra la parete sprofonda verso il Canale del Serpente. L’ambiente è selvaggio e meravigliosamente impressionante. Questo breve risalto è il passo più difficile e vista l’esposizione e la roccia non proprio sicura decido di farmi una minima autoassicurazione.

Unisco tre cordini che fisso alla vecchia sosta. Poi con un moschettone li aggancio all’imbracatura. Sì, lo so, non è il massimo dell’ortodossia tecnica, ma lo stratagemma mi dà quel minimo di sicurezza che mi serve per superare quest’ultimo ostacolo senza rischiare troppo. Con un passaggio impegnativo prendo le lame che formano il bordo superiore. Queste suonano a vuoto quindi non è il caso di tirarle. Purtroppo non ho calcolato bene la lunghezza del cordino e proprio sul più bello questo va in trazione impedendomi di proseguire. Tra le gambe vedo il gran vuoto del versante ovest. Non posso tornare indietro! Che fare? Non c’è altra scelta. Mi sgancio e liberandomi lascio cadere il cordino che abbandono alla sosta. Prova di coraggio o incoscienza…? Con decisione supero il bordo e con le mani nella neve sono fuori sulla cengia.

Consapevole di avere rischiato mi siedo a riprendere fiato. La cengia non c’è più, è sotto la neve che ricoprendola ha formato un ripido ed esposto pendio. Rimessi i ramponi, con attenzione traverso a destra aggirando un verticale risalto della cresta guadagnando la base di un facile diedro-canale. Lo risalgo e in breve sono sulla coricata cresta terminale. Un ultimo sguardo verso la parte terminale della parete nord a cercare i miei amici che però non vedo. Velocemente supero le ultime facili rocce innevate e sono in vetta.

Il rifugio Enrico Rossi semisommerso dalla neve
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Quante volte sono stato d’inverno sulla vetta del Pizzo delle Saette? Tante! Ma questa volta è speciale. Poso lo zaino, le fidate picche e mi metto a sedere per telefonare alla Sabri che sarà sicuramente preoccupata.

“Pronto Sa. Tutto ok. Sono in vetta”. “Di già? Bravo!” Effettivamente è presto, non sono ancora le 11. Non mi ero reso conto di essere stato così veloce. Adesso posso rilassarmi e godermi questo momento di vana gloria.

Dopo aver scattato quale foto, visto che i miei amici ancora non arrivano, decido di scendere. Li aspetterò al rifugio. Non prima però di un ultimo sguardo alla bellezza di questi monti. Che spettacolo le Apuane! Da una parte la montagna tutta innevata. Dall’altra abbracci il mare.

Mentre salivo la via pensavo a Marco Anghileri che sapevo impegnato nella sua solitaria invernale alla via Jöri Bardill al Pilone Centrale del Monte Bianco. Mi dicevo che forza, che entusiasmo questo ragazzo di 41 anni. Ancora non lo sapevo, purtroppo le cose non sono andate come tutti avevamo sperato e Marco non è riuscito a realizzare questo suo grande sogno e adesso non è più tra noi.

Dedico questa mia piccola avventura a Marco, un gigante dell’alpinismo italiano che inseguiva un sogno, un’emozione. In fondo siamo dei cercatori di emozioni.

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Cosa mi regalo per Natale?

Cosa mi regalo per Natale?
Seconda salita invernale-solitaria alla via Armando-Gogna della parete nord-est dello Scarason
(intervista di Fulvio Scotto a Simone Reforzo)

Simone Reforzo, savonese, classe 1990, il 21 dicembre 2015, favorito da un inizio d’inverno insolitamente mite, ha salito in solitaria la via Armando-Gogna alla parete nord-est dello Scarason nelle Alpi Liguri. Si tratta della prima solitaria invernale realizzata in giornata. La prima invernale, anch’essa realizzata in solitaria, se l’era aggiudicata Marco Bernardi, con un bivacco poche lunghezze sotto l’uscita della via, il 27 e 28 gennaio 1981. La stessa era poi stata salita in solitaria anche da Riki Maero in giornata nel giugno 1994. In inverno la sale anche il grande Patrick Bérhault, che inserisce questa via nella sua traversata alpinistica delle Alpi percorrendola nel gennaio del 2001 con Patrick Gabarrou e Philippe Magnin, dopo alcuni giorni di “attrezzatura” con condizioni meteo e della parete quanto meno “scozzesi”… Un altro notevole exploit lo compie Massimo Rocca che il 28 settembre 2012 percorre la via in solitaria e in libera a vista, autoassicurandosi con una singola da 70 metri, ed arrampicando alla luce della frontale dalla “canna fumaria” all’uscita. Oggi, a quasi cinquant’anni dalla sua apertura, dovremmo essere all’incirca alla venticinquesima ripetizione di questa via che, a dispetto della roccia non eccellente e dell’erba presente in parete, conserva ancora un suo fascino del tutto particolare legato all’avventurosa storia della sua prima ascensione.

Simone Reforzo
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Che cosa ti ha attirato verso questa avventura?
Il livello tecnico della via, il fascino severo della parete o la storia che aleggia attorno ad essa?
Lo Scarason è la Fury Road delle montagne: già alla base della parete nord-est ti senti completamente avvolto dalla sua maestosità che opprime sensibilmente per la verticalità che accompagna dal primo all’ultimo tiro. Essere da solo implica dosarsi e salire con costanza in modo da aver ritmo e non esser troppo distratti dal teschio che inevitabilmente ti fissa e ti appesantisce l’animo. Sicuramente è stata l’esperienza più spinta che abbia mai compiuto: arrampicare, scendere, risalire, roccia marcia o troppo compatta da proteggere, la luce della luna… insomma un ambiente mega e per me super impegnativo. L’incipit di questa storia lo ritrovo in un amico e nel suo libro, Scarason scritto da te e che mi hai regalato tre anni fa. E poi l’aver partecipato alla realizzazione del film di Angelo Siri, Scarason, l’Anima del Marguareis. Ho così scoperto il passato di questa parete che tutt’ora aleggia nella sua roccia, nei chiodi e nei passaggi… un quadro di un paesaggio primordiale caratterizzato da una bellezza atavica.

Pensi quindi che conoscere la storia dell’alpinismo, o quanto meno le vicende e le emozioni di chi ci ha preceduto, abbia un valore o possa essere uno stimolo?
Il “nuovo” prende vita solo se vi è un “passato”, un background culturale che in ogni ambito si deve avere per conoscere l’obiettivo che si vuol raggiungere. L’ambiente Scarason a prima vista non esprime solarità, lo si può apprezzare se si conoscono le motivazioni che hanno spinto vari arrampicatori a mettere le mani su questa parete. Su vie storiche possiamo quindi arrampicare rivivendo le vicende di chi ci ha preceduto, è una forma di lettura del passato.

Conoscevi già la parete, almeno in parte, per precedenti visite?
Durante le vacanze di Pasqua 2010 avevo fotografato lo Scarason dopo aver disceso in sci il canale dei Genovesi. Ero rimasto colpito dalla parete e nei giorni successivi avevo preso informazioni sulle vie che la percorrono, trovando all’epoca ben poco su internet e comunque reputandole troppo difficili da salire. Ho avuto però la fortuna di conoscere amici come te, come Gabriele Canu e Pietro Godani che avendo ripetuto e aperto nuove vie sullo Scarason, o comunque nel Gruppo del Marguareis, mi hanno insegnato ad apprezzare questo ambiente che con la sua particolare ostilità può affascinare per la propria ricerca di avventura. Quest’anno ho maturato l’idea di provare in solitaria la prima via aperta sulla parete da Paolo Armando e Alessandro Gogna nel ’67, studiando attentamente la relazione datami da Pietro e l’intervista apparsa sulla rivista Alpidoc al grande Massimo Rocca: ho fatto un tentativo, ma mi sono ritirato dalla sosta del secondo tiro.

La parete nord-est dello Scarason (Alpi Liguri) dal Gias Sestrera inferiore
Dal Gias Sestrera inf su parete nordest Scarason, Alpi Liguri

Quanto tempo hai impiegato per completare la salita? Marco Bernardi nel gennaio 1981 aveva fatto la prima invernale in solitaria con un bivacco a quattro lunghezze dall’uscita.
All’inizio ero sicuro di bivaccare in parete, ma le condizioni di questo inverno mite hanno fatto sì che potessi procedere senza intoppi e in circa quattordici ore e mezza sono arrivato in cima.

Quindi hai arrampicato anche al buio per alcune ore?
Già alla base della “canna fumaria” ho acceso la frontale nonostante vi fosse ancora il chiarore del tramonto. Il terrazzino sopra il diedro oltre la “canna fumaria” è sicuramente un buon posto da bivacco per animi più coraggiosi del mio, non sono abituato ad ambienti così tetri e solitari e ho deciso di proseguire alla luce della lampada frontale e soprattutto grazie alla luce incredibile della luna. Non voglio esser romantico o retorico, difficilmente la luna illumina così intensamente in assenza di neve, era fantastica. Avevo per di più poca acqua e quindi sarei stato impossibilitato nel poter cucinare o preparare una bevanda calda.

Uscita in vetta allo Scarason con luna piena
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Come ti sei organizzato tecnicamente, e
che attrezzatura avevi con te?
La preparazione strategica è stata agevolata dalla marea di informazioni fornitemi dagli amici che avevano già affrontato la parete. Ho la fortuna di allenarmi frequentemente grazie alla palestra di arrampicata Urban Climb a Savona che gestisco assieme ai miei soci. Mi sono assicurato su ogni tiro, utilizzando una corda singola, il grigri 1 modificato, dissipatore in sosta e t-bloc sul cosciale dell’imbraco. Un metodo che avevo utilizzato già su altre vie multipitch sportive al Mongioie e a Finale ma mai su una via alpinistica. Sul primo tiro ho recuperato il saccone con una corda sottile; dopo, ho preferito risalire con lo zaino in spalla: la parete strapiomba ma vi è il rischio di incastri nei diedri. Oltre la normale dotazione di friend, nut, chiodi fondamentali per affrontare una via del genere ho portato un sacco a pelo leggero che non ho utilizzato, fornelletto, ramponi, un chiodo warthog, piccozze tecniche con lama dry artigianale, utilissime per arpionare le zolle di terra gelata. Addirittura su una sono riuscito a posizionare una scaletta in modo da ribaltarmi sul piano terroso e spiovente sotto la “canna fumaria”. Ho cercato in ogni modo di esser il più leggero possibile così da non sprecare energie e aver margine per arrampicare e gestire eventuali problemi che fortunatamente non si sono presentati.

Su che livello arrampichi attualmente in falesia o in montagna?
Arrampico prevalentemente in falesia a Finale, adoro lo stile crudo di questo sport che mi è caro e familiare. Nell’ultimo periodo mi sono allenato molto godendo anche nel lavorare i tiri. In termini di gradi, che in falesie storiche come Finale rimangono solo un riferimento indicativo ma non sempre reale, sono arrivato a chiudere a vista vie fino al 7a e sul lavorato fino al 7c. Nutro comunque ancora difficoltà su tiri di riferimento di 6b/6c. Finale non perdona!!!

Come hai trovato la parete e la via, in quanto a condizioni, qualità della roccia e materiale in posto?
Non sono abituato ad arrampicare sul marcio, anche se miei amici hanno definito la roccia della Armando-Gogna quasi discreta. Nel complesso io la valuto, a parte pochi tratti in cui era solidissima, poco buona e insidiosa a causa dell’abbondanza di terra ed erba in alcune fessure e sui ribaltamenti nelle nicchie. Durante la mia salita ho incontrato pochissima neve e poco ghiaccio differentemente da Bernardi e Bérhault, quest’ultimo aveva arrampicato in condizioni pessime sotto fitte nevicate per più giorni come ben descritto nel suo libro. Posso solo immaginare cosa abbiano affrontato i primi salitori, nel libro Un alpinismo di ricerca si parla di una “lotta disumana” non di arrampicata. Oggi chi ripete la via trova chiodi, informazioni e foto sui siti web e una roccia per lo meno “bonificata”.

Simone Reforzo in vetta allo Scarason
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Qualche momento particolare di questa ascensione che ti è rimasto con maggiore intensità o che puoi considerare significativo?
Di sicuro la lunghezza sopra il pilastrino: seguendo alla lettera la descrizione di Rocca pubblicata su Alpidoc ho iniziato il tiro dalla grotta dove avevano bivaccato Armando e Gogna e ho fatto il diedro erboso con ramponi e picche arrivando abbastanza veloce al pilastrino. Lì mi sono appeso per riposare e calzare di nuovo le scarpette. Ho provato a posizionare un hook ma la mia totale ignoranza nel campo dell’arrampicata artificiale ha preso il sopravvento. Ho arrampicato in libera stringendo le tacche per circa cinque metri fino alla banchetta buona descrittami da Pietro e mi sono ribaltato sopra… cadere era solo un’opzione non pensabile. Pochi metri folgoranti. Ingannarsi può esser rassicurante… ho fatto finta di aver Denise, la mia fidanzata, in sosta a tenermi, una finzione che forse mi ha alleggerito un poco.

Qualche aneddoto?
Sicuramente ho degli aneddoti divertenti da ricordare. Ad esempio, la sera prima di partire, con i miei genitori ho organizzato un brindisi di Natale tra amici a cui avete partecipato pure tu e tua moglie. La festa è stata ricca di dolciumi, ottimo vino e risate, un ambiente rilassato in cui ci si può facilmente deconcentrare dai propri obiettivi alpinistici… la dieta quindi è stata fin troppo energetica ma, come disse Gogna nel film, gli alpinisti talvolta sono “più etilici che atletici”. Poi, finita la festa e dopo aver riposato un paio d’ore, alle tre di notte sono partito da Savona per Pian delle Gorre. In parete la situazione è cambiata. Arrivato al famoso terrazzino la borraccia era quasi vuota, avevo sete, non vi era abbastanza neve o ghiaccio da fondere… ho ingerito avidamente un gell energetico… non sapevo per quante ore avrei potuto arrampicare né se potevo trovare materia prima da sciogliere più avanti e in un punto comodo per utilizzare il fornello. Allora ho allungato la poca acqua in “maniera naturale” e per berla mi sono fatto poche domande, tirandola giù come uno shot: PUNKY STYLE!

Sensazioni prima, durante e dopo?
L’intensa giornata mi ha svuotato, ho perso quattro chili e considerando che di chili ne peso solitamente sessanta… direi che ho bruciato abbastanza… Ero e sono totalmente appagato. Ho ripreso subito ad arrampicare in falesia e su ghiaccio anche se con la mente sono ancora là… stanco e soddisfatto dopo aver esaurito le batterie su ogni tiro.

Progetti futuri?
Progetti simili non ne ho e mi godo ancora il momento… Ho delle mire in falesia, vorrei chiudere un tiro per me molto duro a Finale, il suo nome è Relax. Per ora lo sto lavorando assicurato da Denise, la quale mi ha sempre protetto sui tiri più duri… anche per finta.

Simone con Denise
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Nuovo Bidecalogo Punto 14. Scialpinismo ed escursionismo invernale

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 14 allo scialpinismo e all’escursionismo invernale. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 14.

Punto 14 (Scialpinismo ed escursionismo invernale)
Siccome giustamente il CAI ritiene il contatto con la natura assai importante per la crescita e per l’equilibrio individuale, sia in estate che in inverno, “il CAI è perciò fermamente convinto che tali attività non debbano essere mai limitate mediante preclusione all’accesso delle aree naturali nel periodo invernale, anche quando tali limitazioni sembrerebbero indirizzate alla salvaguardia dellincolumità individuale. Auspica quindi che le diverse discipline sportive invernali in ambiente innevato possano sempre essere liberamente praticate appellandosi al senso di responsabilità e autodisciplina dei propri Soci nel perseguire gli obiettivi primari della sicurezza e del minimo impatto sullambiente”.

Bidecalogo14-diurno

 

Siamo assolutamente d’accordo. Ma perché quel “sembrerebbero”? Se si riflette, il verbo è corretto. Ma a una lettura appena un po’ superficiale sembra che vi possano essere limitazioni anche di altra natura, quando invece sappiamo che il punto dolente delle ordinanze che vietano un percorso sono SEMPRE basate sulla preoccupazione di avere incidenti in quel luogo (fatti salvi eventuali vincoli di tutela).

Cercando di essere più chiari, sostituirei con “anche se tali limitazioni sono indirizzate alla salvaguardia dellincolumità individuale”.

Ci sembra anche che in questo punto il CAI avrebbe potuto ribadire la sua contrarietà all’eliski e all’uso delle motoslitte: sarebbe stata la sede più adatta, non tralasciando di dimostrare come il rumore delle rotazioni e dei motori sia estremamente dannoso nel periodo invernale. Se procedendo a piedi o con gli sci “durante l’escursione dovrà essere rispettata la vegetazione in ogni sua forma, evitando in particolare di passare nel bosco in fase di rinnovamento e nei rimboschimenti per non danneggiare le giovani piantine con le lamine degli sci e con i ramponi delle racchette, specie quando la neve è polverosa e/o scarsa”, a maggior ragione qualunque mezzo motorizzato è da bandire.

Lo so che si potrebbe dare per scontato, ma scontato non è. Rimane il fatto che di questo nel Punto 14 non v’è traccia.

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 2

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 2 (2-2)
da un colloquio con Davide Riva

La letteratura alpinistica ci racconta di molti casi in cui individui allo stremo delle forze e stressati al massimo hanno subìto lunghi dialoghi con presenze esterne, come se un compagno invisibile gli arrampicasse accanto. Il fenomeno è capitato più spesso a un solitario, ma anche cordate ne hanno riferito. Episodi simili sono stati riportati anche in caso di lunghe avventure ai poli, nei deserti, nelle traversate oceaniche. Il dialogo è interiore, ma a tutti gli effetti sembra un dialogo normale, tranne che non ci si capacita di non riuscire a vedere l’interlocutore. Sembra così vero… E’ un’allucinazione? Direi più una visione, molto più reale di un sogno. Il sogno può essere molto forte, mai però come una visione.

Quando sopraggiunge questo genere di visione è perché siamo molto stanchi, o molto impauriti… o quasi sopraffatti dall’ambiente che ci circonda. Non abbiamo più l’energia che ci sorreggeva all’inizio.

Renato e Goretta Casarotto
Casarotto2-600px-Due-Amori.-Storia-di-Renato-Casarotto-locandinaRenato Casarotto racconta nel suo libro Oltre i venti del Nord la sua visionaria esperienza al Denali (McKinley). Era il 9 maggio 1984: da ormai undici giorni aveva lasciato il campo base e da dieci lottava da solo sulla sua Ridge of No Return, in mezzo a un ambiente spaventoso, pieno d’insidie e d’incognite.

Già molte altre volte m’era capitato di ritrovarmi solo, stanco e in situazioni limite, e so bene che in certi casi i sensi rivelano una facoltà nuova, assai diversa da quella addormentata dal noioso trantran della vita quotidiana. Questo fatto l’ho sperimentato nei diciassette giorni trascorsi sulla Nord dell’Huascaran, sul pilastro nord-est del Fitz Roy e anche al Monte Bianco d’inverno, ma stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.
D’ora in poi, e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d’improvviso, m’inserisco, senza che io lo voglia, in un ambito dilatato, popolato di eventi e contenuti insoliti e fors’anche irripetibili.
E per molte ore, in quei giorni, mi muovo sull’esile frontiera di due mondi diversi, in mezzo a grandi difficoltà che non sono più solo quelle offerte dalla salita…”.

Casarotto2-venti_nord1E’ il dialogo tra il proprio io cosciente e quella parte di noi stessi di solito sprofondata ben al di sotto del livello di coscienza, quella parte che riassume tutto ciò che la nostra coscienza, per esistere, ha dovuto relegare nelle profondità, a volte con amore a volte con disprezzo e odio. Chi decide di intraprendere un’avventura è il nostro io, ma chi fornisce l’energia necessaria è l’accordo con il nostro inconscio, un accordo a volte troppo faticoso, al limite della nostra sopportazione. Un accordo che Renato, ormai allo stremo, ha deciso deliberatamente di rompere: “Nel tardo pomeriggio di questo 9 maggio, mi rendo conto che se voglio proseguire devo liberarmi di una zavorra, di qualche parte di me stesso, di una parte per la quale non mi è permesso provare pietà…”.

La rottura di questo accordo gli permette di raggiungere la vetta la sera dell’11 maggio e di scendere, ma è insanabile. Dopo l’avventurosa discesa, ormai sul ghiacciaio, si sente mancare il terreno sotto i piedi, rimane in un’incredibile posizione corporea per non cadere nella voragine del crepaccio e riesce a liberarsi con la forza della disperazione: un pazzesco anticipo di quanto invece purtroppo succederà al ritorno dalla Magic Line due anni dopo.

 

Quasi all’uscita del Canalone dell’Insubordinato, Monte Disgrazia. (1a asc. – 7 settembre 1979)
Monte Disgrazia, parete nord, via dell'Insubordinato, 1a ascGoretta e Renato Casarotto
Casarotto2-showimg2.cgiAl campo base, raggiunto il 13 maggio, Renato è quasi incapace di riconnettersi. Per spingersi così lontano, e per lontano intendo anche la profondità di noi stessi, ci vuole una volontà enorme. L’io cosciente vuole fermamente quel viaggio. E l’accordo più segreto di tutti, quello che noi facciamo con noi stessi, in lui funzionava in modo egregio. L’energia necessaria era assicurata dalle smisurate forze che si agitano all’interno di ciascuno di noi. Perché queste forze in qualche modo erano da lui state incanalate con l’accordo. Un accordo che regge fino a che le due parti si rispettano reciprocamente, e non più quando s’innesta un processo d’inflazione del proprio io che tende al dominio di quest’ultimo sulle forze inconsce. Nella fatica e nella paura si manifestano le crepe dell’accordo, nasce un dialogo pauroso, per la prima volta sentiamo “parlare” ciò che dentro di noi non ha mai parlato. Quella voce che ti avverte che hai superato il limite, che il tuo io deve moderarsi. Quella voce che ti avverte che la spesa è ormai fuori controllo, che il tuo disavanzo non può più essere sorretto dal capitale. Una voce che non può e non deve essere vissuta come nemica. Renato la vive come un qualcosa di cui lui non deve avere pietà. Come fai ad avere pietà per la tua seppellita parte femminile? Qui non è questione di pietà, ma di rispetto e di Amore. Renato sentiva che se non avesse deciso di uccidere la sua voce interiore, questa sarebbe diventata distruttiva, lo avrebbe fatto soccombere. E quel delitto, come tutti i delitti, era irreversibile. E questo passaggio psicologico, questa delittuosa uccisione che Renato fa di se stesso dove avviene? Sulla “cresta del Non Ritorno”. Renato non poteva sapere che la sua “vittoria” sulla voce non poteva, e mai avrebbe potuto essere, definitiva. Le forze inconsce si ripresentano con le stesse domande alla prossima occasione. E ti presentano il conto.

Dopo quell’esperienza, Renato avrebbe dovuto non accontentarsi del semplice ricordo, ma avventurarsi in una rielaborazione interiore: non sono certo qui a dire che non l’ha fatto, non sappiamo se e come lui affrontò questa fondamentale tematica interiore. Ma i risultati di quest’eventuale travaglio purtroppo parlano chiaro: non rielaborò a sufficienza, non riuscì a veder chiaro l’avvertimento che gli era stato dato.

In tenda assieme abbiamo spesso parlato delle motivazioni che ci spingevano alla montagna e all’avventura. Come sempre, anche in queste chiacchierate Renato non si accontentava della superficie. In seguito lo dimostrò: affrontare imprese sempre più “impossibili” per progredire in questa sua ricerca di conoscenza. Era evidentemente convinto che più impegno, difficoltà e isolamento c’erano, più l’esperienza sarebbe stata rivelante. Ma fino a quel momento le sue grandissime imprese non avevano ancora il taglio “eccezionale” che invece avrebbero avuto dopo la nostra estate 1979 al K2. Quel che voglio dire è che la sua salita con Piero Radin al grande diedro dello Spiz di Lagunàz, o altre sue solitarie e invernali fatte fino ad allora erano sì grandissime salite, che entravano prepotenti nella storia: ma ancora non si era visto il Casarotto che invece si vide dopo! Le nostre chiacchierate dunque hanno avuto un limite, quello derivante dal fatto che il futuro nessuno poteva prevederlo. Non andammo oltre un certo livello. Posso dire che non bestemmiava (come invece fa una buona parte di veneti!), non imprecava, il suo linguaggio era sempre corretto. Un “porco boia” non faceva parte della sua cultura. C’erano pochi momenti in cui potevi affacciarti timidamente alla ricerca del Renato interiore. Che lui fosse in ricerca era chiaro, ma non si andava tanto oltre. Anche l’assenza di Goretta (e il non essere mai stato con loro per più che il tempo di una cena) non favorisce la mia esplorazione all’interno di Renato. Non so per esempio dire se la funzione di Goretta fosse più calmante o agitante, se soffiasse sul fuoco o lo moderasse. Di certo Renato l’amava, ma non so andare oltre. Il fatto che Renato non abbia mai avuto distrazioni non è sufficiente a tratteggiare che genere di amore fosse. E dai suoi scritti non si comprende molto di più.

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Dovendo rispondere alla consueta domanda “quale impresa di Renato è stata la più grande” sarei tentato di rispondere “quella che non ha compiuto, quella sul K2”. Ma non lo faccio, solo perché sulla Magic Line lui non era da solo. La squadra dei polacchi (che poi completò l’itinerario e giunse alla cima) era lì presente, e anche se mai si unirono, il loro lavoro non era mai del tutto indipendente.
La Ridge of No Return e la Nord dell’Huascaran si contendono questo primato, anche se ha poco senso paragonare 1000 a 999. Non ci sono unità di misura così precise. Per le Alpi, direi che la sua cavalcata solitaria e invernale al Monte Bianco, senza alcun deposito intermedio, su Ovest della Noire, Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e Pilone del Frêney sia al top. Però anche tante altre… francamente non mi va di fare classifiche!

Quando noi pensiamo a Renato oggi, in realtà siamo ancora ben lontani dal pensare tutto quel che dovremmo. Il quantitativo di vissuto d’esperienza e consegnato a noi non è stato ancora metabolizzato. Il pensiero che dedichiamo a lui è ridotto. Ho l’impressione che ci vorrà ancora un po’ di tempo, però magari non troppo, per sapere chi fosse quell’uomo. Un uomo che ha saputo pescare nel caos della nostra creatività in modo così geniale ed efficace, in anticipo sui tempi.

Io considero Renato Casarotto coma una specie di Michelangelo Buonarroti, un pittore e scultore dalla personalità e genialità così complesse da non poterle misurare solo attraverso le opere d’arte che ci ha lasciato. Le imprese di Casarotto le vediamo ma non del tutto. L’uomo purtroppo non c’è più, il libro che ci ha lasciato è bello, ma non era il suo mestiere dirci di più. Siamo noi che dobbiamo arrivare a lui e non viceversa. Come giustamente asserisce Peruffo, la scrittura primaria (e cioè l’agire in montagna e in ambiente) supera e comprende la scrittura secondaria (quella a tavolino). La scrittura primaria si rivela con lentezza. Un po’ come la creazione che ha impiegato milioni di anni e non ha finito neppure ora…

Non ci rimane che sperare in una replica: magari oggi, domani, qualcuno agisce come Renato. Chissà. Mi vengono dei nomi che lo ricordano, pochi ma ci sono. Certamente c’è qualcuno che non conosciamo. E se davvero questi, conosciuti o sconosciuti, lo ricordano, allora è giusto che siano un po’ sconosciuti… perché anche loro sono in anticipo sui tempi. Un nome? Uno come Denis Urubko ricorda Renato: noi siamo affascinati dalle sue imprese sugli Ottomila, ma non sappiamo nulla o quasi di ciò che ha saputo fare sulle montagne di casa sua, terreni a noi del tutto ignoti e per i quali non abbiamo termine di paragone. I suoi racconti ci parlano di avventure pazzesche… e noi siamo fermi a ciò che conosciamo o che crediamo di conoscere.

Casarotto apre con Gian Carlo Grassi la via sulla parete sud del Pic Tyndall (Cervino), 1983
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Il paragone con il free solo odierno è un confronto impossibile. Renato non avrebbe mai potuto fare le solitarie che ha fatto senza l’uso regolare dei sistemi di auto-assicurazione. La sua “lentezza” era dovuta a questa ragione. Non faceva mai lunghezze di corda superiori a una certa difficoltà (in genere il V grado) senza doverosa auto-assicurazione. Non concedeva nulla in questo campo. Era il suo metodo. Non dimentichiamoci che lui ha sempre arrampicato con gli scarponi più o meno rigidi, le scarpette di arrampicata le ha limitate alla falesia e alle Dolomiti e solo dopo il 1977. Con gli scarponi pesanti è d’obbligo l’auto-assicurazione. Il free-solo richiede una grande fiducia nel proprio equilibrio psico-fisico. Soprattutto nel proprio equilibrio interiore. Se solo c’è qualcosa che si rompe dentro, o si ammala, si fa bene a stare a casa. Dunque il discorso è lo stesso, anche le solitarie di Renato richiedevano questo equilibrio interiore. Anche le mie poche solitarie lo hanno richiesto: che mi auto-assicurassi o meno, ero convinto che non mi sarebbe successo niente! Lo sentivo, ne ero certo. Solo in qualche momento l’equilibrio era turbato, ma presto si ristabiliva. Il problema è che l’equilibrio oggi c’è, domani non si sa… A un certo punto, prima o poi, bisogna smettere. Il dialogo interiore sotto alla vetta del McKinley, il successivo piccolo incidente nel crepaccio, hanno dato il tempo a Renato di tornare e meditare. Tempo che è stato speso forse come era purtroppo destino: ma c’è sempre il momento in cui passa il treno del cambio di destino. O lo si prende o non lo si prende. A oggi sembra che Auer il treno non l’abbia perso, vedremo cosa farà Alex Honnold… e così le centinaia di grandi che in questo momento affollano le cronache alpinistiche. Dobbiamo solo trovare il punto in cui il nostro io possa definirsi appagato e non andare oltre. O meglio, trovare altre strade. Evolversi, dimostrare altro.

Renato Casarotto parte per il suo ultimo tentativo alla Magic Line del K2
Casarotto2-versoSellaNegrotto-1975250_478390405623515_851160942_nOgni occasione di nuovo progetto deve essere valida per rimettere in discussione il nostro equilibrio. Le solitarie in free-solo sono agghiaccianti perché coinvolgono direttamente lo spettatore, che è chiamato, proprio per non soffrire di fronte allo spettacolo, a dare la sua fiducia incondizionata allo scalatore solitario. La nostra fiducia, quella vera, la diamo raramente. La diamo quando c’innamoriamo, qualche volta nel lavoro… ma in genere non siamo così disponibili a “fiduciare” il prossimo. Ecco il perché di tante critiche all’alpinismo solitario. Siamo avari di fiducia e la cosa, a ben vedere, ci danneggia. Ci immiserisce.

Il corpo di Renato non riposò in pace. Riapparve alla luce e nel 2004 fu necessaria una seconda triste funzione
Casarotto2-K2scienza.18Il ritorno dalla Magic Line per Renato era definitivo. Il 15 luglio 1986, ormai al terzo tentativo e raggiunta quota 8300 m, Renato si arrese e decise di scendere. Era un crollo dal quale lui sentiva difficilmente avrebbe potuto rialzarsi. Quella che qualcuno definisce l’“accidentale” caduta del 16 luglio nel crepaccio fatale è la malaugurata e ineluttabile conclusione di un processo iniziato sul McKinley due anni prima. La salita della Magic Line, a mio modo di vedere, per Renato non era più solo una sfida alla Natura e a se stesso. C’era anche il confronto con gli altri. C’erano i polacchi (Wojciech Wróz, Przemyslaw Piasecki e lo slovacco Petr Božik avrebbero raggiunto la cima il 3 agosto), la sua mente era ingombra delle esigenze dello sponsor (anche se difficilmente possiamo dare colpe a quest’ultimo)… poi c’era l’ombra di Reinhold Messner! C’era tutto un complesso di ragioni che potevano solo far peggiorare la malattia di cui ormai Renato soffriva: l’allontanamento dalle profondità di se stesso, il deterioramento di un rapporto così a lungo proficuo. Per questo parlo di crollo quando vedo Renato riconoscere il proprio fallimento sulla Magic Line della sua vita. E’ facile per noi dire che non dovrebbe esserci mai alcun fallimento in grado di far fallire la nostra vita, o in grado di costruire una serie di eventi che portano quasi il soggetto a sentirsi libero solo di fronte alla sua stessa morte.

E’ facile, troppo facile, dimenticare la dimensione-gioco dell’alpinismo. Anche il rugby è un gioco. Magari violento, rude e faticoso. Però è un gioco. L’alpinismo è ancora più violento, ma non possiamo accettare che sia un gioco che ti fa dismettere la vita, soprattutto se lo fa quando si è capito di aver perso la partita.
E soprattutto quando ciò succede dopo undici anni di continui successi. Come si fa a dichiararsi falliti dopo una vita di lotte, qualche sconfitta ma decine e decine di vittorie? Ecco perché fa così male, perché noi non accettiamo che lui possa aver fallito. Lui sì, noi no.

Su Wikipedia, biografia e salite di Renato Casarotto.

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/‎

Marco Anghileri e Goretta Casarotto

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1

 

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 1 (1-2)
Da un colloquio con Davide Riva

Fino a che Renato Casarotto non sfondò il muro del suono con la salita (8-11 giugno 1975) del diedro occidentale dello Spiz di Lagunàz (che solo l’anno precedente avevo individuato io dalla Quarta Pala di San Lucano e che naturalmente era nei miei programmi), il suo nome mi era perfettamente sconosciuto. Non sapevo per esempio che la sua prima grande salita fosse nientemeno che la terza invernale alla via Solleder del Civetta (con Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari, nel dicembre 1972). Così, tanto per cominciare.

Ho conosciuto Renato solo nell’autunno del 1978, non ricordo dove, probabilmente in una qualche occasione pubblica, forse alla preselezione per i corsi Guida. Quattro parole, in cui però apparvero chiari il reciproco rispetto e la stima. Poi, nel dicembre, quando con Reinhold Messner si parlò di una mia partecipazione alla spedizione della Magic Line al K2, già in quel momento considerata ben oltre un progetto, quasi una via mitica, si fece il nome di Renato. Così fui io a contattarlo e lui accettò entusiasta. Mentre parlavamo al telefono emerse che entrambi non volevamo rinunciare ai corsi per Aspirante Guida, almeno a quelli non coincidenti temporalmente con la spedizione.

Goretta e Renato Casarotto al campo base del Gasherbrum II, 1983
Casarotto-campobaseGasherbrumII-1985-RG-480x330Entrambi avevamo il problema di non essere così bravi a sciare, avevamo bisogno di migliorare la tecnica, avvicinarla allo standard della Guida Alpina. Così lo invitai per qualche giorno in una casetta da me affittata nei boschi sopra Champoluc, un posto che si chiama “le Fate Nere”, per fare qualche scialpinistica assieme.

Dopo qualche giornata passata piacevolmente, c’eravamo pienamente resi conto che dovevamo essere aiutati. Non c‘era bisogno che qualcuno ci giudicasse, lo vedevamo da soli che la nostra tecnica era in difetto per un corso Aspiranti Guida, anche se le preselezioni le avevamo passate. Approfittammo dell’invito del comune amico Lorenzino Cosson, che già allora era guida a Courmayeur. Renzino ci diede l’esempio di come si scia in neve fresca, cercò di toglierci i più vistosi difetti: insomma in quelle due meravigliose giornate potemmo cogliere almeno una prima chiave d’ingresso nel meraviglioso mondo della polvere. Lasciato il guscio degli autodidatti, ci prendemmo gusto e andammo ancora assieme e per altri due giorni da un altro mio amico, guida e maestro di sci, in una valle del Cuneese.

Quei giorni passati in compagnia, nonché i viaggi in auto, ci hanno fatto chiacchierare parecchio: così è nata l’amicizia tra noi. Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà. Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. Lo avrebbe dimostrato con quelle grandi imprese solitarie e invernali, isolato e in piena autosufficienza: giorni e giorni di continuo impegno psicofisico. Già da quelle poche giornate assieme avevo capito che lui aveva una volontà molto superiore alla mia.

Non si può essere portatori di così grande volontà se non sei governato da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla. Con quell’onestà interiore Renato si poteva permettere quel genere di volontà, perché quasi ne aveva diritto. Sapeva di poter volere, si dava da solo il permesso di una volontà gigantesca, grazie al fatto che nel trattare con gli altri era permeato della sua rettitudine, del suo fair play.

Ciò implicava che le sue amicizie fossero abbastanza rare, le amicizie tipo quelle odierne di Facebook non facevano certo per lui. Lui dava l’amicizia quando sentiva che era il caso: solo allora si concedeva, si apriva.

Lo spigolo nord dell’Anticima del Broad Peak. Oltre la fine della linea rossa, che mostra la via di Renato Casarotto (e la variante di discesa), è la vetta settentrionale del Broad Peak
Casarotto-Broad-Peak-Nord
L’etica di Renato non coincideva con ciò che possiamo aver filtrato dopo questi decenni di alpinismo. Oggi agire eticamente significa salire una qualche parete seguendo determinate regole e non praticando le scappatoie che queste regole loro malgrado lasciano aperte. Mi viene in mente Matteo Della Bordella che nell’estate 2014 in Groenlandia, dopo undici giorni di avvicinamento in canoa, assieme a compagni ancora più invasati di lui pensa, di fronte a una meravigliosa parete inviolata, all’on-sight. Una volta questo era inconcepibile. La gioia del successo può anche essere lesa dal fatto che ci si sia attaccati a un chiodo, ma queste sono regole moderne. Renato non aveva questi codici, non era ancora stata praticata questa feroce divisione tra libera e non libera, tra l’attaccarsi a un friend o non attaccarsi. L’attaccarsi a uno o più chiodi, per le grandi salite non era un problema. Badava a questo solo in caso di salita su falesia o su parete alpina: e comunque dove Casarotto dava settimo grado stiamo pure tranquilli che stava parlando di arrampicata libera, anzi liberissima! Era sulla Nord dell’Huascaran che di certo non badava a questi dettagli. La vera etica per lui era l’isolamento. In un’epoca in cui non esistevano telefonini e satellitari, l’unica concessione era la rice-trasmittente. Per parlare con la moglie. Un’equipe davvero ridotta all’osso, meno di così non si può. Questa era la sua etica, che pochi potevano condividere in pratica. La sua solitudine di certo era una necessità prima di tutto, non era da solo per una scelta “etica”: era da solo perché l’eventuale compagnia gli avrebbe procurato un disagio dovuto a etiche differenti. Anche lui avrebbe preferito un compagno ideale alla sua solitudine, ma questo compagno ideale non è mai apparso. Renato si è modellato l’etica sul suo stesso carattere. Sappiamo bene che aveva amici con cui faceva in montagna cose anche grandi: ma per le grandissime non li ha mai trovati. Vuoi per le capacità tecniche di costoro vuoi per la loro volontà non sufficiente all’enormità dei progetti di Renato. Questi era divorato dal fuoco creativo, sono tanti ad aver provato questo modo di essere. Ma chi per una volta sola, chi per un anno, chi per due o tre: raramente per una decade o anche più.

L’etica di Renato era legata all’estetica. S’innamorava delle linee che gli balzavano all’attenzione. La Ridge of No Return la “vide” su una fotografia nell’ufficio dei ranger, ormai nel Parco del Denali. Ricordo quando eravamo sullo Sperone degli Abruzzi del K2, lui era lì, angustiato dalla decisione che la spedizione aveva preso, solo lui contrario, di abbandonare la Magic Line. Noi eravamo convinti che in sei mai ce l’avremmo fatta, lui al contrario ne era sicuro. Era con me sullo Sperone, ma la sua mente era altrove. Era disinteressato, e lo dimostrò ammalandosi di bronchite e rinunciando quindi a un progetto che non era il suo. Forse meditava già allora la sua rivincita solitaria. E mentre eravamo lassù, di fronte a noi era l’incredibile spigolo nord del Broad Peak, di una rara dirittura estetica. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse “solo” all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la continuazione alla vetta dell’Ottomila Broad Peak, continuazione che fu poi percorsa molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord). Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello. E negli anni a venire andò e lo salì!

In alto sullo spigolo nord del Broad Peak, Renato fotografa la sua tendina
Casarotto-Broad Peak First Ascent North Summit 1983 - Renato Casarotto Tent At 6850m - iborderline.netIo ero di certo più legato ai concetti vecchi, la cima, l’Ottomila. Ai miei occhi quello spigolo era sì bellissimo, ma forse non degno delle mie attenzioni perché segnato dal “peccato originale” di non arrivare in vetta: la continuazione alla cima era così illogica nella sua enorme lunghezza da “contaminare” la meravigliosa struttura dello spigolo. Pensavo alla difficoltà che avrei avuto nel digerire l’assenza della vera vetta una volta in punta all’Anticima. Lui era avanti! Lo ha sempre dimostrato, anche in quell’occasione. Mentre usciva dalla tenda del campo 2, magari per pisciare, Renato guardava lo spigolo nord del Broad Peak, e sognava quella solitudine che lì al K2 non poteva avere.

Se mettessimo Renato oggi sul Fitz Roy, una montagna oggi certamente più “affollata” di allora, perfino il suo Pilastro Goretta non gli potrebbe garantire completa solitudine. Questa Renato dovrebbe oggi cercarla altrove, su altre montagne. Se oggi, all’Everest, ti sbucci un dito dopo pochi minuti lo sanno tutti gli sherpa, lo sanno anche a Kathmandu. Ma se tu oggi avessi un incidente su altre montagne, rischieresti seriamente che nessuno lo sappia, esattamente come ai tempi di Renato: e magari, anche sapendolo, nessuno riesca ad aiutarti. La solitudine c’è ancora sul nostro pianeta, ce n’è anche tanta. Lui sapeva cercarla molto bene, con obiettivi che trovava con osservazione diretta (Broad Peak) ma anche e soprattutto con ricerca fotografica, vedi Alaska.

La spedizione Messner al K2 era davvero internazionale: quattro membri di madre lingua germanica (Messner, Robert Schauer, Friedl Mutschlechner e Michel Dacher), due italiana (Casarotto e Gogna), dove Dacher e Casarotto parlavano solo la loro lingua, senza l’inglese a unirli agli altri. Questo non era un problema per le grandi decisioni, lo era per le piccole cose di ogni giorno, per gli isolamenti che si creavano nell’isolamento. Occorre aggiungere anche che la presenza di Joachim Hoelzgen, giornalista di Amburgo per lo Spiegel, dell’ufficiale di collegamento Mohammed Tahir e perfino quella del cuoco baltì, Rosalì, contribuivano all’isolamento di Renato. Personaggi intelligenti, decisamente fuori dagli schemi del giornalista, del militare e del cuoco, che se richiesti davano il loro parere, ascoltato. Ma alzavano numericamente la soglia di una “maggioranza” dalla quale Renato per questioni non solo linguistiche si sentiva escluso. Rimanevo solo io il contatto.

Il 12 giugno 1979 un nostro portatore cadde in un crepaccio e morì: faceva parte del gruppo inviato a controllare che l’accesso nord-ovest alla Sella Negrotto (da cui inizia la Magic Line) fosse più comodo di quello a sud-est. La cattiva notizia dell’inopportunità di cercare l’accesso alla Sella Negrotto da nord-ovest si aggiunse alla tragedia. Negli stessi giorni Messner e Mutschlechner fecero una ricognizione sulla parete sud e conclusero che la sua pericolosità non potesse essere ragionevolmente affrontata (era la futura via Kukuzcka). L’osservazione ulteriore con i binocoli aveva convinto, prima di tutto il capo-spedizione Messner, che il nostro progetto sulla Magic Line, con i mezzi che avevamo a disposizione, non aveva alcuna possibilità di successo. Si arrivò a una votazione, dove cinque membri decisero di rinunciare e uno solo (Renato) votò la continuazione del progetto originario. Si percepiva che, pur non votanti, anche Hoelzgen, Tahir e Rosalì stavano dalla parte della maggioranza. Renato fece buon viso a cattiva sorte, accettò la decisione dei compagni. Ma di notte in tenda si confidava con me, e so bene quanto lui in realtà fosse davvero contrario a quella decisione. Anche quella notte al Campo 1, una bufera spaventosa dove non dormimmo un minuto, aggrappati alla paleria della tenda.

Appoggiato al corpo del Fitz Roy è l’elegante Pilastro Goretta. La via di Casarotto continua fino alla vetta. Foto: Gian Luca Maspes
Casarotto-Maspes-La-parte-iniziale-della-traversata-dallAguja-Guillaumet-al-Fitz-Roy-Photo-Luca-Maspes

Io gli dicevo che fare comunque la quarta ascensione della montagna, senza portatori, senza ossigeno, sarebbe stata una bella “consolazione”; gli dicevo che secondo me Messner temeva l’arrivo dei francesi, la grande spedizione nazionale di Bernard Mellet, anch’essa diretta alla Magic Line, il triplo della nostra e con gente di prim’ordine. Se quelli fossero arrivati con noi ancora in pieno assedio, ne avrebbero approfittato e magari sarebbero riusciti ad arrivare in cima (prima di noi e magari senza di noi) grazie al nostro lavoro di un mese di attrezzatura e al nostro sfinimento…

Renato mi rispondeva che avevo ragione… ma che noi eravamo andati lì per la Magic Line! Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi.

A noi due di certo non importava nulla dei francesi. Pensavo: noi attrezziamo, se poi arrivano i francesi e, più freschi, ci soffiano la “prima”, pazienza. La competizione per me non è mai stata una molla così decisiva. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

La bronchite gli durò giorni e giorni. Lui, infermiere, si curava da solo, il nostro medico, una delle fidanzate di Messner, Ursula Grether, non era neppure arrivata al campo base perché il quinto giorno era caduta sul sentiero e si era fratturata una caviglia. Evacuata con elicottero. La spedizione era dunque anche senza medico!

Così finì la spedizione per Renato, la malattia subentrò al chiodo fisso della sua contrarietà all’abbandono della Magic Line. La discussione si era svolta in termini del tutto civili, ma i pareri erano decisamente opposti, e destinati a rimanere tali. La successiva salita di Messner e Dacher alla vetta, il fallimento dei francesi non riuscirono a modificare questa situazione. Al ritorno in patria qualche parola di troppo sfuggì a Renato in qualche intervista, ne nacque un diverbio con Reinhold del quale ho sempre evitato di voler conoscere i particolari, convinto che non si deve litigare per interposta persona (la stampa) ed è sempre meglio farlo faccia a faccia. Insomma, mi dispiacque molto.

Il fantastico diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz
Casarotto-diedro-san-lucanoRenato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bull-dozer. Non so dove prendesse il carburante… ma benzina ce n’era sempre. Qualunque cosa facesse, era fatta bene, con efficienza e regolarità. Come se il compito del mattino dovesse essere archiviato con successo in serata. Non che gli altri non facessero così, ma magari l’atteggiamento era diverso: era più facile introducessero elementi di creatività. E io mi metto tra quelli.

Al nostro ritorno, già poche settimane dopo eravamo di nuovo assieme in stanza per il secondo dei tre corsi di Aspirante Guida, quello su ghiaccio e misto, in Val Masino. Il primo, quello del tanto temuto scialpinismo, si era tenuto a Bormio in aprile, e l’avevamo passato. In settembre dunque arrampicammo su Nuova Dimensione, una placca in Val di Mello che allora era considerata ai massimi per le vie di aderenza sprotetta; salimmo assieme, e con noi erano altri quattro, su una via nuova, il Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. Dovevamo salire in cima per la Corda Molla, nell’imitazione di una normale salita con cliente: di fatto ci stava un po’ stretto quel compito, con una meravigliosa giornata come quella. Così, quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: – Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?

La modalità “rivoluzionaria” con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.

Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. E dirò di più: non è compresa appieno neppure adesso a quasi trent’anni dalla sua morte. Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. Questo silenzio, ovviamente non certo voluto, è la traduzione psicologica di un fatto che ci ha colpiti a livello interiore. L’emozione che si verifica al seguito di una notizia se va in profondità provoca un certo pudore nel parlarne. Al contrario, è regola psicologica che si parli oltremodo di fatti di cui non si è del tutto convinti interiormente: la propaganda è la miglior prova di assenza di emozione e convinzione. Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.

Anche nel caso di Peter Boardman e Joe Tasker, che nel 1976 vinsero la parete nord-ovest del Changabang, ci fu un non adeguato rumore stampa al seguito della loro impresa. E anche in altri casi. Non è colpa dei giornalisti (parlo di quelli del settore), preparati o impreparati. E’ proprio responsabilità della comunità alpinistica del tempo, che è pronta o non è pronta. La “quantità di immaginario” (come la definisce Alberto Peruffo) che ci stava consegnando Renato era tale che a noi risultava impossibile perfino ripeterla a pappagallo. Ci entrava dentro, ci allagava. E noi non dicevamo nulla, proprio per una forma di compensazione psicologica. Per non essere del tutto sopraffatti.

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone. Casarotto la salì in prima solitaria invernale, marzo 1985
CasarottoFoto-1Credo che il destino delle grandi imprese sia legato al momento in cui queste verranno ripetute. Al momento, la stragrande maggioranza degli exploit di Renato non ha visto ripetizioni di sorta. Il muro di silenzio non è totale ma è sufficiente a “velare” la reale importanza delle imprese di Renato: verrà abbattuto solo da quelli che ne seguiranno le tracce. Questi saranno costretti ad affermare ciò che allora non fu detto, e cioè che Casarotto era il più forte del suo tempo. E, vista la credibilità dei signori che lo faranno, non ci sarà altro che supina accettazione, con immediato rinnovo di interesse verso la sua figura. Non posso dirlo io, che sono un suo contemporaneo. Lo deve dire un giovane di oggi.

Nel mio piccolo, la mia via al Naso di Zmutt è stata finalmente ripetuta da italiani. In 45 anni c’erano state sette ripetizioni, tutte di alpinisti svizzeri o francesi. Nel settembre 2014 Marco Majori, François Cazzanelli e Marco Farina hanno fatto in due giorni la nona ascensione. I loro commenti sono stati entusiastici, probabilmente non si aspettavano certi aspetti di quella salita: e sono i loro giudizi a contare oggi, a modificare dunque il percepito di una comunità alpinistica nei confronti di un’impresa compiuta così tanti anni prima. Non intendo per nulla paragonare questa piccola cosa all’imponenza dell’operato di Casarotto, ma il meccanismo è il medesimo: dopo un bel tot di anni certe cose sono “riscoperte”. In Italia è stato necessario che degli italiani ripetessero la Gogna-Cerruti, non era sufficiente che i più forti svizzeri e francesi lo avessero fatto e ne fossero usciti con gli occhi incrociati. Anche qui è una questione di lingua e di comunicazione. Nelle mie serate, nei miei libri non ho mai taciuto di quella salita, eppure non sono mai riuscito a infiammare nessun italiano, prima d’oggi. Dal che consegue un’ipotesi: se Casarotto, invece che italiano, fosse stato a esempio inglese, probabilmente non sarebbe stato così evidente l’involontario ostruzionismo a un giudizio più realistico sul suo operato: il pudore collettivo sarebbe stato più tenue. Il fenomeno che sto tentando di denunciare, quello del silenzio su ciò che più ci colpisce, sarebbe stato comunque avvertito, ma sarebbe stato meno violento. Un caso simile è quello di Charlie Porter, le cui imprese solitarie hanno preceduto e probabilmente ispirato quelle di Casarotto. Anche Porter, pur essendo americano, è stato abbastanza “recintato” in quella zona della comunicazione che tiene “sotto controllo” un evento: nel momento in cui lo si comunica si chiude il cancello invece di spalancarlo. Casarotto non ha avuto il “culo” di nascere anglofono: se lo avesse avuto, gli anni necessari alla sua futura “esplosione mondiale” sarebbero stati meno. E si sarebbe più vicini a quella consacrazione che al momento vedono in pochi.

Nella foto famosa di Bradford Washburn si dipanano i 5 km di Cresta del Non Ritorno

Casarotto-aaj-12198517200-1405527323Anche io ho fatto delle salite da solo. Ma non sono mai stato un solitario. Non che nell’azione senza compagni non mi trovassi bene: se così fosse stato sarei tornato indietro. Al mio tempo, fine anni ’60, c’erano dei problemi da risolvere. In quei due o tre casi di mie salite solitarie di una certa importanza devo riconoscere che se ho saputo cogliere il momento è stato perché c’era la sensazione che i vari Walter Bonatti o René Desmaison avessero per puro caso lasciato in sospeso la risoluzione di quei problemi. Loro avevano indubbiamente le capacità di risolverli. E altri erano lì a ronzare attorno, ho visto io stesso Gary Hemming, solo sul ghiacciaio del Leschaux, tornare da una ricognizione alla Nord delle Grandes Jorasses. Insomma, era nell’aria. Ma erano salite, per così dire, “flash”. Vado, l’ammazzo e torno. Renato faceva prime ascensioni da solo. Magari anche d’inverno. Era veramente su un altro pianeta. Io non riesco neppure a immaginare cosa significhi compiere un’ascensione di quel genere, stando da solo per settimane. Ciò che posso testimoniare è che, quando si è da soli, le capacità che abbiamo di adattamento all’ambiente sono acuite. Sensibilità al pericolo, prontezza di riflessi, tensione generale. In tutte le piccole e grandi azioni della giornata, dall’attenzione che poni nel non far cadere la tua pentola nel vuoto a una protezione che devi mettere, dalla cautela nel tirar su la cerniera della giacca imbottita per non danneggiarla e renderla inservibile al passaggio che devi fare più difficile degli altri. La solitudine ti costringe a sottolineare qualunque azione, con una concentrazione che normalmente non si usa.

Quando Hansjörg Auer ha salito il Pesce in Marmolada da solo lo ha fatto con le sole scarpette e il sacchettino della magnesite, senza imbrago, senza un cordino. In un secondo tempo c’è tornato per fare fotografie, ma la prima volta era del tutto solo e praticamente “nudo”. Vuole dire che lui si sentiva preparato a fare una salita di 900 metri di tale difficoltà, fino al 7a+. Questa è la decisione di chi sa di avere ancora margine. Immagino che la sua concentrazione fosse “esagerata” (non nel senso che fosse troppa, ovviamente). La sua scioltezza e la sua velocità di esecuzione erano sorrette da questa concentrazione. Prendi lo stesso Auer, dagli una corda, un compagno, delle protezioni intermedie: avrai un capocordata rilassato che danza sul Pesce, la sua concentrazione sarà “necessariamente” e senza dubbio alcuno inferiore alla sua stessa concentrazione durante l’impresa in free solo.

E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni. Chi l’ha provato sa che è un grande piacere sentirsi a quel modo, è davvero eccitante: al contrario dell’anfetamina, è un’eccitazione sana perché autoprodotta. Ti sei dimostrato da solo in grado di reggere a quell’eccitazione. E’ una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi. Può essere una droga per la quale si fa e si rifà la grande avventura: ma quando in fondo al tuo cuore sai che in quell’occasione, in quelle condizioni di concentrazione spasmodicamente serena, davvero non hai rischiato più di tanto, beh, allora è il piacere estremo, la gioia insuperabile. Tutti possiamo arrivare al termine di un’impresa. Ma quanto hanno rischiato? Nessuno può dirlo giudicando gli altri, solo i diretti interessati possono farlo, se lo ritengono opportuno. Sono domande che dobbiamo farci da soli e alle quali dobbiamo rispondere con sincerità, con semplicità. Io sostengo che la gioia è di tanto più grande quanto alla domanda si può rispondere serenamente di non aver rischiato. Chi ha rischiato un casino sarà anche contento di esserne uscito, ma di certo non sfiora neppure la gioia suprema di chi può rispondere diversamente. Ecco, la solitaria ingigantisce queste situazioni. I compagni portano amicizia, divisione di responsabilità, scambio d’idee: sono cose belle, che contano. La solitaria esclude tutto ciò, rimane solo la concentrazione a spadroneggiare e a evolversi fino a migliorare anche le capacità di auto-analisi dell’alpinista: alla fine di un’ascensione la domanda deve essere sempre: quanto ho rischiato? E la risposta deve essere ancora più schietta della domanda, perché il tentativo di imbrogliare noi stessi non è mai foriero di buone cose.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

La gigantesca parete nord dell’Huascaran (Ande peruviane)
Casarotto-huascaran_nord

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Leonesse in inverno

Leonesse in inverno
di Wanda Rutkiewicz (1978)

Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una diffi­cile parete alpina, la Nord del Cervino, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’ave­vamo scalata.

Wanda Rutkiewicz
Rutkiewicz-402958Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krysty­na Palmowska e io, come leader.

Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio del­l’Hornli, 3260 metri, il quale non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigiona­menti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hornli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’ar­rampicata di ricognizione, importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di va­langhe dopo lunghi periodi di neve pesante. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hornli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radio­telefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rap­porto continuo sulle condizioni del tempo. Il 3 marzo ci arrampi­cammo ancora sull’Hornli, non con perfette condizioni metereolo­giche, ma sperando che almeno si stabilizzassero.

Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per comin­ciare all’alba la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giap­ponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che si aggiunse al pericolo gene­rale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi arrampicando molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due.

Krysty­na Palmowska
rutkiewicz-krystyna-palmowskaGiunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto da ghiaccio e ne­ve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’e­state, e il ghiaccio era molto duro perché era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico dav­vero comodo, sarebbe stato sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e co­perte da bivacco.

Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamen­te più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla de­stra su roccia fragile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre se­guita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo il per­corso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfor­tunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché fu come un ura­gano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condi­zioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per pro­teggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo.

La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi ripa­rati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cre­sta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena nel bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo po­meriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiu­to per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zer­matt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un e­licottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta. Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nel­la mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hornli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa per le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di In­nsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle opera­zioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputa­zioni e Irena si riprese completamente.

rutkiewicz-Na-jednej-linie_Wanda-Rutkiewicz,images_big,13,978-83-244-0129-1La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’e­quivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segna­lato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scala­ta, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fos­sero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.”

E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficien­ti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uo­mini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero do­vette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi .

Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio, una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto.

Irena Kesa
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La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo.

Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hornli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era la­mentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata prin­cipale.

Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote.
Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hornli, senza fare niente, e che così tante persone stavano aspettando di sali­re, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dice­vo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di ob­bligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che a­vremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.

In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato del­le sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli ef­fetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte prece­dente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di con­trollare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparirono delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Do­vevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le arti­colazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo diffi­coltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.

Anna Czerwinska
rutkiewicz-nie_bede_pojedynczym_ziarnkiem_piasku_640x480Wanda Rutkiewicz
Forse più di chiunque altra, Wanda Rutkiewicz fu responsabile dell’emergere delle donne tra le fila degli alpinisti di classe mondiale. Alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 si dedicò quasi esclusivamente a spedizioni tutte femminili, facendo importanti salite sulle Alpi e sull’Himalaya. Era un capo spedi­zione con molto talento e grande ispirazione, un’alpinista con risorse straordinarie e determinata che ebbe successo su otto dei più difficili ottomila. L’ultima volta fu vista sul versante nord del Kangchenjunga, nel maggio 1992, mentre bivaccava per un ten­tativo in solitaria alla vetta il giorno seguente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Wanda_Rutkiewicz

Wanda Rutkiewicz
1973 r. Wanda Rutkiewicz, polska alpinistka i himalaistka. /bpt/ PAP/CAF-Teodor Walczak

postato il 27 ottobre 2014

 

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L’Annapurna (1971-2001)

Sono passati quasi quarantuno anni, di undici che eravamo siamo rimasti in cinque e non ci vediamo né sentiamo mai: i nostri destini hanno voluto così, sembra che alla tragedia si sia aggiunta la beffa dell’inutilità di quell’appuntamento così lontano, tra le nevi e i ghiacci dell’Annapurna. Per anni la figura di Leo Cerruti ha visitato leggera i miei sogni notturni: vagava triste, non sapevamo quello che gli era successo; lo vedevo cambiato, e io mi domandavo, prima di svegliarmi, che cosa avesse di così diverso da prima. Entrambi avevamo cancellato il fatto crudo della sua morte e nel sogno tutto il nostro agire sembrava avere un difetto di senso. Poi, con gli occhi sbarrati nel buio, mi domandavo ogni volta con il cuore in gola come avevamo potuto non capire, non vedere che la catastrofe stava arrivando. Ma con quali mezzi potevamo? A cosa pensavamo, in quei giorni di assedio? Ci è mai passato per la mente che la lista di quei cinque nomi di giapponesi e sherpa scolpiti nella pietra al campo base poteva essere allungata con i nostri? Per poter partire ci eravamo serviti di denaro non nostro, così ognuno di noi pensava, con diversa intensità, di dover qualcosa a quelli che erano rimasti a casa e che erano con noi con lo spirito. Questo però è solo il motivo delle feroci incomprensioni che ci furono tra noi dopo la valanga, non il motivo della morte di Leo Cerruti e Miller Rava. Più volte ho analizzato il mio diario, per scoprire un errore tecnico a nostro carico.

Annapurna, campo 2, 1973. Miller Rava e Leo Cerruti con uno sherpa
Annapurna, spedizione italiana 1973, campo 2: da sinistra, uno sherpa, Miller Rava e Leo Cerruti, qualche giorno prima della tragedia.
I motivi della tragedia non sono tecnici: semplicemente siamo andati a finire in uno dei posti più pericolosi della terra senza saperlo fino in fondo e ne abbiamo fatto le spese. E le liti e le divisioni che sono seguite sono state l’orazione funebre peggiore che potessimo fare, spia del fatto che anche noi sopravvissuti non eravamo in pieno equilibrio con noi stessi. E quando, dopo anni, ci siamo stretti le mani con un sorriso nulla era più come prima.

Annapurna (1971-2001)
Dal lontano 1970 a oggi l’Annapurna non ha mai smesso di attirare gli alpinisti, come tutte le altre grandi montagne di 8000 metri. È difficile in poco spazio riassumere la storia di più di trent’anni, cercando nel contempo di essere oggettivi, di andare nel profondo delle cose e di non limitarsi alle tragedie ed ai successi.

Accanto alla grande impresa di Dougal Haston e Don Whillans sulla parete sud (27 maggio), sempre nel 1970 è da registrare la seconda ascensione della vetta (20 maggio), grazie alla spedizione dell’esercito britannico che, dopo un primo tentativo su uno sperone NE (la futura via degli Olandesi), segue con qualche variante la via dei primi salitori francesi, Maurice Herzog e Louis Lachenal.

Il pericolosissimo campo 2 del versante nord dell’Annapurna. Foto: Luca Vuerich
Salita alla via normale dell'Annapurna, da nord. Campo 2
Nella primavera 1973, una spedizione giapponese ritenta la via dei Francesi a N: purtroppo, anche dopo aver rinunciato, un’enorme valanga caduta dalla Falce uccide 4 giapponesi ed uno sherpa. Stessa sorte capita alla spedizione italiana guidata da Guido Machetto nell’autunno 1973. Questa porta avanti un coraggioso tentativo sull’elegante e assai più difficile sperone NW; viene evitata la prima parte dello sperone, la famosa cresta “a cavolfiori”, salendo dal campo 2 dei francesi in obliquo a destra per raggiungere lo sperone. A 7050 m vi è un temporaneo arresto per il brutto tempo, poi una terribile valanga, caduta la notte del 26 settembre dalla Falce, travolge l’intero Campo 2 e le vite di Miller Rava e Leo Cerruti.

Nella primavera 1974 la pericolosità della via dei Francesi, e soprattutto la zona del suo campo 2, è purtroppo ben nota: così una spedizione spagnola fa la scelta intelligente di salire il più sicuro sperone N della Cima E (8047 m), ancora inviolata: alle 9 di sera del 29 aprile, José Manuel Anglada, Emilio Civís e Jorge Pons raggiungono la vetta, aprendo così la via degli Spagnoli sul versante settentrionale.

Nella primavera del 1975 vi è il primo tentativo di salire l’Annapurna lungo il magnifico e possente itinerario che comprende la vetta dell’Annapurna Fang (ancora inviolata): la spedizione austriaca, condotta da Gerd Gantner, fallisce dopo che una valanga uccide Ernst Schwarzenländer.

Tocca agli olandesi nell’autunno 1977 migliorare la sicurezza della via dei Francesi. Essi infatti salgono uno sperone di neve e ghiaccio tecnicamente più difficile a sinistra, fuori portata delle devastazioni della Falce, ricongiungendosi con l’itinerario originale solo dopo la sezione pericolosa. Raggiungono la vetta Mathieu van Rijswick e lo sherpa Sonam, il 13 ottobre. La via degli Olandesi è perciò molto più sicura, anche se il Campo 2 continua ad essere lo stesso.

Maurice Herzog a 5400 m sull’Annapurna (1950)
Maurice Herzog a 5400 m sull'Annapurna, 1950
Primavera 1978. Una spedizione austriaca diretta da Ernst Gritzner fallisce la ripetizione della via dei Francesi. Nell’autunno, ecco la grande novità della spedizione femminile a un Ottomila. Le americane dirette da Arlene Blum riescono a ripetere la via degli Olandesi: quinta ascensione della vetta, da parte di Vera Komarkova e Irene Miller, con gli sherpa Chewang Rinzing e Mingma Tsering, il 15 ottobre. La morte di Vera Watson e Alison Chadwick-Onyszkiewicz appanna la bellezza di questa vittoria.

Nella primavera 1979, una spedizione francese tenta la prima discesa con gli sci e sale sulla via dei Francesi: il 30 aprile, senza ossigeno, Yves Morin e Henry Sigayret raggiungono la vetta. Morin scende in sci fino al Campo VI, poi muore il giorno dopo in un inesplicabile incidente; nello stesso momento, una spedizione giapponese diretta da Hironobu Yagi, sale la via degli Olandesi (Seizo Tanaka e lo sherpa Pemba, 8 maggio) che, a questo punto, si avvia a diventare la vera via normale alla vetta. Autunno 1979: altro tentativo di ripetizione della via degli Olandesi da parte di una spedizione americana diretta da Robert Wilson.

Primavera 1980. Altro tentativo di discesa con gli sci da parte di una spedizione tedesca diretta da Gustav Harder. La vetta è raggiunta due volte per la via degli Olandesi, ma è impossibile scendere con gli sci. Nello stesso tempo gli austriaci di Sepp Mayerl salgono la più alta cima ancora inviolata del Nepal, l’Annapurna Fang 7647 m, situato sulla cresta SW dell’Annapurna (17 maggio, lo stesso Mayerl, Hermann Neumair e lo sherpa Ang Chopal). Nell’autunno dello stesso anno, un’altra spedizione tedesca riesce a salire da N l’inviolata Cima Centrale 8064 m: Ludwig Greissl (capospedizione), Udo Böning e Heinz Oberrauch, 3 ottobre. Ma in discesa i primi due sono costretti a bivaccare, riportando gravi congelamenti, mentre Winfried Trinkle, nel tentativo di portare soccorso, scivola e trova la morte.

Nel gennaio e febbraio 1981 il giapponese Naoe Shakashita tenta con due sherpa la salita invernale della via dei Francesi: rinuncia al campo 3 per le condizioni proibitive del tempo.

In primavera gli svedesi, diretti da Tommy Sandberg, conducono un serio tentativo alla cresta E. Salito da S il Glacier Dome, lasciano da parte la vetta del Roc Noir. Il 15 maggio Lars Cronlund e Göran Lindblad attaccano la cresta, lunga 4 km, ma devono rinunciare a 200 m dal pendio finale.

Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell’Annapurna, 1970
Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell'Annapurna, 1970

Invece il 1981 è l’anno della parete S. In primavera, i polacchi diretti da Ryszard Szafirski, salgono una via nuova, paragonabile per difficoltà e ripidezza alla parete N del Cervino, con l’uso di 3.300 metri di corde fisse ma senza ossigeno né sherpa. Ci vogliono tre settimane di duro lavoro solo per il tratto tra il campo 2 e il 3. Il 21 maggio Maciej Berbera e Boguslaw Probulski sistemano la loro tendina (campo 5) a 7750 m e lì sono bloccati per 40 ore da una tempesta. Il 23 maggio alle undici ripartono, superano una barriera rocciosa di 130 metri di V grado e alle 17.30 raggiungono la vetta della Cima Centrale 8064 m. In autunno i giapponesi riescono nell’apertura di un altro itinerario, tra la via dei Polacchi e la via dei Britannici, questa volta diretto alla vetta principale: che è raggiunta il 29 ottobre da Yukihiro Yanagisawa e Hiroshi Aota. Due giorni dopo, nel tentativo di raggiungere a sua volta la cima, Yasuji Kato precipita e muore. Sempre nella stagione post-monsonica vi è un’altra tragedia sul versante nord, quasi un doppione di quella italiana del 1973: nel tentativo di salire ancora lo sperone NW, sono travolti da una valanga gigantesca i francesi André Durieux e Yves Favre, assieme agli sherpa Pemba Tsering e Ang Nima.

1982. Il 4 maggio, nell’ambito di una spedizione diretta da Hans Schell e seguendo la via degli Spagnoli alla Cima E, Wastl Worgötter (austriaco) e gli svizzeri Werner Bürkli e Thomas Hägler con lo sherpa Dawa Tenzing riescono a traversare per una rampa fino alla vetta principale: in discesa Bürkli soccombe per collasso e un portatore, Shanti Rai, muore il 12 maggio recuperando i materiali del campo 3. Contemporaneamente, una spedizione tedesca, diretta da Siegfried Siebauer, tenta lo stesso obiettivo, ma nessuno dei membri raggiunge la cima. Nell’autunno, tre forti alpinisti tentano uno sperone a destra della via dei Polacchi sulla parete S. La spedizione è leggerissima (solo 29 portatori): il progetto è di salire alla Cima E e di scendere sul versante N. Dopo un periodo di acclimatazione, che sfibra John Porter, finalmente il 13 ottobre Alex MacIntyre e René Ghilini partono. Nel pomeriggio del 15 sono a metà parete, il 16 sono sotto una parete rocciosa ma, nonostante ripetuti tentativi, non passano. Il 17 abbandonano ma, nella discesa, MacIntyre è colpito da un sasso in testa e muore sul colpo, precipitando lungo la parete. Ghilini scende da solo, trova il corpo del compagno e lo seppellisce al meglio. La morte di Alex MacIntyre, avvenuta nello stesso anno di Boardman e di Tasker, è una tragedia che dà un duro colpo all’himalaysmo leggero e allo stile alpino. E il 18 ottobre, sulla via degli Olandesi, muoiono anche i giapponesi Susumu Akimatsu e Miko Ono.

Autunno 1983. Una spedizione yugoslava diretta da Andrej Štemfelj tenta una via nuova sulla parete S, tra le vie degli Britannici e dei Giapponesi. Nello stesso tempo, sulla via degli Olandesi, la spedizione sud-coreana di An Chang-Yeul subisce al famigerato campo 2 la perdita per valanga di Chung Yang-keun e dei due portatori Malla Magar e Tikaram Magar (24 settembre). Gli italiani di Paolo Panzeri compiono il terzo tentativo allo sperone NW, senza riuscire a raggiungere il punto massimo del 1973 e del 1981. I forti venti impediscono poi ai giapponesi di Tadao Sugimoto di proseguire oltre i 6800 m (19 dicembre) un tentativo invernale.

1984. Nella primavera, dalla Miristi Khola vi è un tentativo francese (Henri Sigayret) sullo sperone WSW del Nameless Peak, una cima tra l’Annapurna e l’Annapurna Fang. Il punto massimo (7200 m) è raggiunto il 23 aprile, ma il 21 una valanga aveva portato via nella loro tenda al campo 3 Patrick Taglianut e Philippe Dumas. Scoperta la tragedia, la spedizione è abbandonata.

Dougal Haston sulla parete sud dell’Annapurna, 1970
Dougal Haston sulla parete sud dell'Annapurna, 1970

Nell’autunno 1984, due grandi conquiste. I due catalani Enric Lucas e Nil Bohigas vogliono riprendere l’idea di Alex MacIntyre, senza però scendere a N. Ma la grande novità del progetto sta nel non prevedere l’uso di corde fisse né di campi pre-sistemati. Lo stile alpino, quello vero, fa la sua comparsa su una grande parete himalayana, sui quasi 2300 m di appicco della parete S dell’Annapurna. Il 27 settembre i due partono con zaini da 22 kg, autosufficienti per una settimana; sostano qualche ora alla base della parete (5800 m) e ripartono alle 22, scalando poi per 19 ore consecutive fino a 7100 m. Lo scopo, raggiunto, era di evitare nella parte più pericolosa, fatale a MacIntyre, le ore calde del giorno. La parete è ripida come la N delle Droites e i due salgono di conserva. Soltanto a 6800, con una deviazione a sinistra e ormai alle prime luci, si tolgono dalla linea del fuoco dei sassi. Il 29, a 7150 m, si trovano nello stesso luogo dove Ghilini e MacIntyre, per mancanza di materiale adatto, si erano ritirati. Lucas e Bohigas, dopo vari tentativi, riescono a superare la breve ma difficile parete rocciosa (V+ e A2) e bivaccano subito sopra, a 7200 m. Il 30 settembre e 1 ottobre risalgono la gigantesca e ripida parete nevosa, sempre in obliquo a sinistra, fino a raggiungere a 7650 m lo sperone della via dei Polacchi. Impiegano tutta la giornata del 2 per salire (V e V+) un’altra parete rocciosa fino a 7800 m. Il tempo è ancora bello, e il giorno dopo i due possono stringersi la mano sulla vetta della Cima Centrale 8064 m. Sono le 12.30, la cordata si ferma in cima ben 90 minuti! Poi scendono e tornano al bivacco di 7800 m. L’ottavo giorno scendono a doppie lungo la via dei Polacchi, fino alla conclusione.

Quasi contemporaneamente, una spedizione svizzera diretta da Frank Tschirky tenta l’inviolata cresta E della Cima E, con il segreto intento però di superare tutta la cresta di 7,5 km sopra i 7300 m fino alla vetta principale e da lì scendere sul versante N. Il 22 ottobre Erhard Loretan e Norbert Joos, partiti dai 6500 m del campo 2, oltrepassano il campo 3 a 6900 m e raggiungono assieme a Bruno Durrer e Ůli Bühler la vetta del Roc Noir; questi ultimi rinunciano, Loretan e Joos proseguono bivaccando poi in un igloo già costruito le settimane precedenti. Il 23 partono alle 5.30 con zaini da 15 kg e raggiungono in sole 8 ore e mezza la vetta dell’Annapurna E (8047 m). Qui senza neppure una parola tra loro, proseguono, decidendo così di fare la traversata della montagna. Continuano fino al colle tra la Est e la Centrale e bivaccano in un altro igloo a 8020 m, con vento fortissimo. Il giorno dopo ripartono, superano la cima Centrale alle 10 e raggiungono la cima principale a 8091 m alle 13.30. Armati solo di una corda da 50 m, di un chiodo da ghiaccio e di una fotografia, scendono con un altro bivacco la via degli Olandesi sul versante N fino a bivaccare ancora a 5000 m, essere sfiorati da una gigantesca valanga e raggiungere il 26 ottobre il campo base settentrionale. Soltanto il 4 novembre, a Kathmandu, possono ricongiungersi con i compagni. Loretan dirà in seguito che mai si era sentito così lontano dai vivi e vicino ai morti.

L’impresa dei catalani è davvero esaltante e porta ancora più avanti, a otto anni dalla parete W del Changabang, lo stile alpino in Himalaya. Il giudizio degli alpinisti su questo punto è concorde e l’impresa è alla stessa altezza di quella dei norvegesi (stesso anno) al Great Trango nel Karakorum. Grandi pareti e grandi difficoltà tecniche. Quella di Loretan e Joos è una performance ciclopica, una cavalcata su difficoltà inferiori, dove però velocità e precisione nei tempi sono portate al limite massimo.

Gli unici protagonisti dello stile alpino a essere sfortunati quell’autunno sono gli svizzeri Pierre-Alain Steiner e Jean Troillet: il loro tentativo sull’inviolata parete WNW dell’Annapurna si spinge ben in alto, ma deve arrestarsi per l’incipiente brutto tempo a 7600 m sulla spalla dello sperone NW (ancora inviolato fino a quel momento). Una caduta di Steiner di 200 m durante la discesa si risolve senza gravi conseguenze.

Reinhold Messner durante la prima ascensione della parete nord-ovest dell’Annapurna (1985)
Reinhold Messner surante la prima ascensione della parete nord ovest dell'Annapurna

Nell’inverno, tre tentativi. Uno alla parete S (i giapponesi di Kuniaki Yagihara) si arresta a 7200 m sulla via dei Britannici. Sul versante N gli altri due, quello dei coreani di An Chang-Yeul e dei due francesi Bernard Muller e Laurence de la Ferrière. Il 13 dicembre i francesi rinunciano, mentre i coreani proclamano un successo che per molte buone ragioni gli viene negato.

Il 24 aprile 1985 Reinhold Messner e Hans Kammerlander, dopo 5 giorni di salita, riescono a salire l’ancora inviolata parete WNW per un itinerario diverso (a destra) del tentato itinerario Troillet-Steiner del 1984. Nell’autunno segnaliamo un altro tentativo giapponese (Jun Yasamura) sulla via degli Olandesi, e gli stessi Troillet e Steiner sul loro tentativo 1984 alla parete WNW, senza successo. E così pure il 23 febbraio 1986 fallisce un tentativo di prima invernale della parete S per la via dei Polacchi da parte di una spedizione bulgara (Boian Atanasov), che ritenta poi ancora nell’aprile 1986.

1986. Altro tentativo italiano allo sperone NW (Giacomo Stefani) in primavera, poi la salita di Fausto De Stefani, Almo Giambisi e Sergio Martini per la via dei Francesi (21 settembre). I francesi di Jérôme Greggory assediano lo sperone NW, con il conforto del primo salitore dell’Annapurna Maurice Herzog che giunge a piedi fino al plateau del campo 2. Purtroppo la morte di Benoît Grison interrompe il tentativo. Henry Sigayret ritenta ancora sul Nameless Peak, sempre sullo sperone WSW, sempre dalla Miristi Khola ma più a sinistra della volta precedente. Lo sperone è quello a destra della parete WNW, quindi a destra della via Messner. Ancora i francesi di Marc Batard cercano di salire la cresta E per un itinerario ancora più integrale, in partenza dal Fluted Peak: ma si fermano il 7 novembre al Glacier Dome.

Il 3 febbraio 1987 Jerzy Kukuczka, con Artur Hajzer, compie la prima invernale dell’Annapurna, per la via dei Francesi, con ciò salendo il suo 14° Ottomila, pochi mesi dopo Messner. Nella primavera seguente e sempre sul versante N i neozelandesi di Robert Hall non vanno oltre i 5600 m, e così pure gli spagnoli di Juan Maldonado, dopo la morte di Andrés Ferrer. Una spedizione spagnola (Josep Marìa Maixe) riesce in autunno a mandare in vetta 5 persone sempre dal versante N, mentre ancora gli spagnoli Juan Carlos Gómez e Francisco José Pérez con lo sherpa Kaji l’11 ottobre concludono la salita della via degli Olandesi in stile alpino. I due giapponesi Yoshitomi Okura e Masaaki Kukushima non riescono a salire in dicembre per il versante N e così pure i franco-canadesi di James Cunningham sulla cresta E. Il 20 dicembre 1987 invece, i giapponesi Noboru Yamada, Yasuhira Saito, Teruo Saegusa e Toshiyuki Kobayashi riescono a raggiungere la vetta dopo aver salito in prima invernale la via dei Britannici. La grande impresa è funestata in discesa dalle cadute mortali di Kobayashi e Saito. La stessa via è ripetuta la primavera seguente da Soro Dorotei, Josef Rakoncaj (ceco), Steve Boyer, Benoît Chamoux e Nicolas Campredon. In autunno, una spedizione internazionale, grazie a Kukuczka e Hajzer, riesce a salire la parete S dell’Annapurna per il cosiddetto Far East Rib, l’ultimo sperone a destra, prima del Roc Noir. L’equadoregno Ramiro Navarrete cade per la rottura di una cornice.

Pierre Béghin durante la marcia di avvicinamento alla parete sud dell’Annapurna (1992)
Annapurna-3pierre-beghin-en-marche-dapproche-himalayenne2La storia di morte non si ferma. Sempre nell’autunno 1988, il versante N dell’Annapurna falcia i giapponesi Akihiko Mori e Tsuyoshi Ono con lo sherpa Ang Dawa. Altro caduto, il ceco Jiŕí Pelikan, nella prima ripetizione della via Messner (2 ottobre, vetta per Jindrich Martis e Josef Nezerka).

Gli spagnoli di Joaquín Colorado compiono la 21ma ascensione dell’Annapurna, per la via degli Olandesi (3 ottobre, Pablo Aldai e Juan Fernando Azcona), mentre gli spagnoli di Manuel González non superano i 7700 m. In dicembre, i bulgari (diretti da Metodi Savov) tentano ancora la parete S.

1989. In aprile, un poco convinto tentativo di Marc Batard sulla parete S si ferma a 5800 m, mentre Reinhard Patscheider subisce vari incidenti nel tentativo di fare la prima solitaria della parete WNW. Sul versante N, ancora in primavera si registra il tentativo degli austriaci di Peter Wörgötter e in autunno quello dei bulgari di Todor Grigorov e Ivan Vylchev. In questa spedizione, il 28 ottobre Ognian Stoykov, Liudmil Yanakiev e Petr Panayotov lasciano indietro Milan Metkov e raggiungono la vetta, ma in discesa Stoykov e Metkov precipitano nella bufera senza più essere ritrovati. Nell’inverno 1989-90, i coreani di Jang Bong-Wan tentano il versante N, mentre i bulgari (Metodi Savov) tentano per la terza volta la prima invernale della via dei Polacchi.

1990. In primavera, l’Annapurna vede una delle prime spedizioni commerciali, diretta da Mal Duff, tentare la via degli Olandesi senza successo. In autunno, sulla parete S, tentano i coreani di Chun Doo-Sung e gli spagnoli di Javier Bermejo. Sempre in autunno l’italiano Giancarlo Gazzola sostiene d’aver raggiunto la vetta il 25 ottobre, in un tentativo del tutto solitario dal campo 1 in poi. Egli non aveva comunque il permesso, perciò la salita sarebbe comunque illegale. Nell’inverno, gli yugoslavi di Darko Berljak tentano la via degli Olandesi, mentre 5 americani tentano la via dei Britannici sulla S.

1991. In primavera: tentativi da nord degli austriaci (Arthur Haid) e dei tedeschi (Ralf Dujmovits). Nell’autunno altra grave tragedia, sempre a N: assieme a 10 americani (Matt Culberson), una spedizione coreana (Ko Yong-Chul) tenta la via degli Olandesi: muoiono, travolti da una valanga al campo 4, due coreani, Lee Sang-Gu e Lee Seok-Jee, e i 4 sherpa Dawa Sange, Norbu Jangbu, Lhakpa Tendi e Tenzing. Si registrano anche i tentativi degli spagnoli (Albino Quinteiro) e dei giapponesi (Masaru Otani), ma solo la spedizione russa di Alexander Glushkovski riesce a mandare in vetta Sergei Arsentiev e Nikolai Cherny il 24 ottobre. Nel contempo gli austriaci di Hubert Fritzenwallner tentano lo sperone NW (solo fino a 6120 m). Dal 28 ottobre al 31, Slavc Svetičič tenta la parete WNW: sale fino a 6000 m la via Messner, poi per un itinerario diretto e autonomo, a destra del tentativo svizzero del 1984. Svetičič raggiunge a 7800 m lo sperone NW al di sopra del grande risalto, poi è costretto a traversare sul versante N fino a raggiungere la via dei Francesi e da lì scendere con qualche congelamento alle dita dei piedi.

Nel contempo, sulla parete S, mentre i russi di Vassili Senatorov tentano di ripetere la mai ripresa via dei Giapponesi, due spedizioni internazionali dirette dai polacchi Mieczyslaw Jarosz e Krzysztof Wielicki vogliono salire la via dei Britannici. Il belga Gabriel Denamur e il polacco Kasimierz Stępień fanno parte della prima. Il 20 ottobre Denamur parte da solo per la vetta, ma da quel momento non se ne saprà più nulla. Alle 12 parte anche Stępień, ma il giorno dopo riscende dopo aver bivaccato a 7700 m, incontrando Wielicki che a sua volta sta tentando la vetta. Questi segue delle orme che vanno alla cima, vede ancora orme che scendono a N, dove però operano altre spedizioni. Non si saprà mai cosa è successo a Denamur. Wielicki (al suo ottavo Ottomila) e Bogdan Stefko giungono in vetta il 21 ottobre. Il giorno dopo è la volta di Ryszard Pawlowski, Rüdiger Schleypen e Wanda Rutkiewicz (anche lei al suo ottavo Ottomila); e il 23 di Ingrid Baeyens (terzo Ottomila), Mariusz Sprutta e il portoghese Gonçalo Velez.

1992. È l’anno della tragedia di Pierre Béghin. In autunno, gli sloveni di Tone Škarja stanno tentando la via dei Britannici sulla parete S; nel contempo Béghin e Jean-Christophe Lafaille tentano una difficile via nuova tra la via dei Britannici e quella dei Giapponesi. L’8 ottobre salgono, prevalentemente di notte, fino a 6500 m. Il 9 salgono a 7000 (sempre di notte), mentre il 10 affrontano una fascia verticale, tecnicamente assai difficile, nelle ore diurne. Giungono a 7300, bivaccando su una parete di ghiaccio a 70°. L’11 giungono a 7500 m prima di decidere di scendere per il brutto tempo. A 7200 m, l’ancoraggio sul quale stava scendendo Béghin cede. Lafaille vede il suo compagno precipitare assieme alla corda e a tutto l’equipaggiamento tecnico. Dopo essersi ripreso, Lafaille scende slegato su pendio fino a 80° fino al bivacco di 7000 m. Solo il 13 mattina riprende a scendere, con un cordino da 20 m ritrovato là. Come ancoraggi è ridotto ad usare i picchetti della tenda. Avvicinandosi a stento ad una tenda che avevano lasciato, e mentre scendeva su una corda fissa, una scarica gli rompe il braccio destro. È solo nella giornata del 15 che l’odissea finisce al campo base degli sloveni.

1993. Una spedizione tibetano/cinese, diretta da Samdrup, nell’ambito del programma di salire tutti gli Ottomila in dieci anni, sale in primavera sia l’Annapurna che il Dhaulagiri. Il 26 aprile Tshering Dorjee, Ren Na, Pemba Tashi e Akebu salgono da N in vetta all’Annapurna. Nell’autunno, sul versante N, falliscono i catalani di Oleguer Suñe e ancora i catalani di Sebastiá Massague. I due fortissimi sloveni Slavko Svetičič e Franček Knez tentano di portare a termine l’incompleta ascensione di Béghin e Lafaille. Alla fine di settembre Knez si ammala, così Svetičič decide di provare solo, ma il 7 ottobre è travolto per 500 m da una valanga. Viene salvato e, contrariamente a quanto sembrava, non sarà necessario operarlo alla spina dorsale.

1994. Ennesimo tentativo giapponese (Ichiro Hosoda) sul versante N in autunno. Sulla parete S, è ripetuta dai coreani di Park Ju-Hwan la via dei Britannici (10 ottobre, lo stesso Ju-Hwan con gli sherpa Dawa Sherpa, Dawa Tamang e Mingma Tamang). Nel contempo Catherine Destivelle ed Eric Decamp provano una via nuova a sinistra della via incompleta di Lafaille-Béghin. Nell’inverno, a dicembre, i coreani di Kim Teuk-Hee, respinti da una valanga che li aveva travolti, rinunciano sul versante N. Nel ritorno dal campo base, Jun Suk-Byun scivola sul sentiero ghiacciato e precipita a morte.

1995. Il 29 aprile, alle 8.25, i fratelli sloveni Andrej e Davorin Karnicar sono in vetta all’Annapurna, salito da N. Dopo un’ora di sosta, calzano gli sci e scendono fino a 4500 m, arrivando poi al campo base alle 18.00. Intanto il messicano Carlos Carsolio aggiunge l’Annapurna alla lista dei suoi Ottomila. Nello stesso anno Jean-Christophe Lafaille prova a salire in solitaria la via dei Britannici, ma a 7600 m è costretto a rinunciare per la neve troppo abbondante.

1996. In primavera, i russi di S. Efimov, tentano di raddrizzare la via dei Britannici, ma non riescono. Il 3 maggio lo svizzero André Georges, autore di tante solitarie nelle Alpi tra cui il Naso di Zmutt, parte alle 17, sale per tutta la notte e alle 12 è in vetta al Dhaulagiri. Il 14 maggio riparte dal campo base N e dopo 22 ore si ritrova in vetta all’Annapurna. È la prima solitaria.

Il versante nord dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, panoramica sul versante N, sperone NW e versante WNWIl 20 ottobre gli ucraini Sergei Bershov, Igor Svergun e Sergei Kovalov raggiungono la vetta dopo aver ripetuto la via dei Britannici (spedizione diretta da Mstislav Gorbenko). Ancora in autunno, i polacchi di Michal Kochanczyk, riescono nella prima ascensione dello sperone NW, riuscendo tra l’altro ad evitare, con la salita integrale della cresta “a cavolfiori”, il famigerato campo 2. Andrzej Marciniak (che sale alla vetta il 20 ottobre con l’ucraino Vladyslav Terzyul) sostiene che l’itinerario, specialmente per il risalto roccioso a 7400 m, è assai più difficile della cresta W dell’Everest.

1997. Simone Moro e Anatoli Boukreev (uno dei protagonisti dell’odissea dell’Everest del 1996), date le condizioni di neve proibitive, decidono di salire ad un colle tra l’Annapurna Fang e l’Annapurna II: il progetto è di salire al Fang e da lì la lunga cresta fino alla vetta dell’Annapurna I. Il 25 dicembre stanno salendo verso la cresta, Moro è in testa a 6250 m e sta attrezzando quel poco che rimane per raggiungerla. Boukreev segue, assieme all’operatore Dimitri Sobolev. Improvvisamente una scarica si avventa su di loro, una vera e propria valanga travolge Moro e lo fa risvegliare mezzo seppellito nella neve a 5500 m, dopo un volo di 750 m. Sulle punte delle dita si può vedere l’osso, e non ci vede da un occhio. Nessuna traccia dei due compagni. A Moro non rimane che scendere 1400 m fino al campo base, dove è soccorso dall’unica persona presente, il cuoco. Il 26 un elicottero lo riporta a Kathmandu.

Nil Bohigas nella prima ascensione della via dei Catalani alla parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa (1984)
Nil Bohigas nella prima ascensione via dei Catalani parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa
1999. Il basco Juanito Oyarzabal completa la sua collezione di Ottomila con l’Annapurna. Un uomo scrupoloso a tal punto da aver salito nel 1998 una seconda volta il Dhaulagiri, perché nella prima non aveva raggiunto la vetta vera e propria. Giunge in vetta il 29 aprile con due compagni, dopo aver salito un nuovo percorso a N, molto più a sinistra della via degli Olandesi (via degli Spagnoli?).

2000. Dopo 4 tentativi di spedizioni diverse in primavera, in autunno i francesi diretti da Nicolas Terray (figlio di Lionel) tentano di salire alla vetta nel 50° della prima salita, seguendo un itinerario più a E della via degli Spagnoli (lo stesso dei baschi del 1999?), nell’intenzione di trovare una via normale all’Annapurna che eviti gli enormi rischi della Falce. Christophe Profit e lo sherpa Dorje bivaccano a 7400 m, ma il forte vento li costringe alla ritirata. Tre alpinisti non identificati (forse francesi) salgono senza permesso il versante S per una via che giunge alla cresta sommitale in un punto circa 1 km a W del Roc Noir. Scendono poi sul versante N, senza raggiungere alcuna vetta.

Nel 2001 tutto rimane fermo: sembra che una certa stanchezza abbia finalmente preso il sopravvento sull’ansia di salire un Ottomila a qualunque costo. L’Annapurna non è più così nell’agenda delle spedizioni di tutto il mondo. O almeno non più la via normale, la più omicida di tutte.

postato l’8 agosto 2014