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La montagna e io

La montagna e io
di Giorgio Anghileri
Questo articolo è apparso per la prima volta sulla Rivista del CAI, set-ott 1997, in seguito ancora sulla rivista Uomini e Sport, n. 14, marzo 2014.
Giorgio lo scrisse sei anni prima del suo tragico incidente, quando nel maggio 1997 fu travolto con la sua bicicletta da un TIR nei pressi di Lecco. Aveva 27 anni.
Il 1991 è stata una stagione irripetibile per Giorgio Anghileri. Qui lui ce la racconta, senza citare altre salite come la solitaria della strepitosa via Paolo Fabbri 43 in Val Qualido.

giorgio0002Non so perché ho fatto tutte queste grosse cose in montagna, tutte insieme nell’estate di questo 1991. E neppure so perché adesso mi metto scrivere di me, nei miei rapporti con la montagna e l’alpinismo: forse una e l’altra cosa sono da mettere in relazione al fatto che tra poche settimane, in dicembre, partirò per il servizio militare. Fare il militare di leva oggi come ieri, anche se oggi non è impegnativo e tremendo come dicono che fosse ieri, significa rompere un po’ con il passato, cambiare certe abitudini e modi di pensare.

Tutto questo deve avermi indotto a fare il punto sulla mia situazione di ragazzo tutto preso da una passione incontenibile per la montagna, risalendo alle sue origini per proiettarla in un futuro che è sempre difficile prevedere.

A casa mia la montagna è presente da sempre, divenuta intimamente una componente di vita: alpinista il nonno Adolfo e papà Aldo, corre sulle nostre orme anche Marco, il fratello minore. Già a 13/11 anni arrampicavo da primo di cordata in Grigna e al Resegone, a 16 anni cercavo traguardi più impegnativi in Dolomiti. Fino a 18 anni mi alterno al comando della cordata, ed i miei compagni a volte sono mio padre o qualcuno dei suoi amici, a volte dei miei coetanei. La passione diventa sempre più forte, la voglia irrefrenabile. Non si limita più al fine settimana: ogni momento libero è un pretesto per arrampicare.

Col passare del tempo le vie che affronto sono sempre più impegnative, i programmi più ambiziosi: ma tutto questo lo vivo e condivido con i miei compagni, con i quali mi lego con un’amicizia che dura tuttora.

La montagna per me non è solo luogo di arrampicata, ma è l’ambiente che mi suggestiona e mi si pone come elemento di riflessione. Dalle Grigne alle Dolomiti, misurarsi con la montagna diventa più difficile, perché bisogna prepararsi a problemi di diversa natura che richiedono prestazioni non comuni: però è sempre montagna, e tutto mi piace e mi affascina. Assaporo la tranquillità che si prova nel sentirsi fuori dal traffico, dai rumori assordanti, dalle convenzioni, dal tempo che stringe e che ti stressa e preoccupa: mi trovo bene a contatto con la natura, con il movimento fisico, con l’azione, con sensazioni ed emozioni intense e profonde. Anche la montagna può far soffrire, ma, dopo aver superato le difficoltà, ti senti fiero di quello che hai fatto e che puoi raccontare agli amici, mentre ti prepara ad affrontare prove maggiori. Anche in montagna, come quando inghiottito dal traffico cittadino, sei in coda, ti soffermi a pensare: ma con quale diversa predisposizione d’animo e condizione di spirito! Uno dei limiti di noi uomini è quello di volersi impadronire del tempo: ma solo quando si è immersi nel silenzio delle vette solitarie, dove il tempo è scandito dalla luce del giorno, si capisce il senso della vita e della sua durata.

Giorgio Anghileri durante la 5a ascensione e 1a invernale della via Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunàz (27-31 dicembre 1989)
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I pensieri ti assalgono sia al bivacco all’addiaccio sia per strada alla guida di una autovettura confortevole: ma cambiano gli obiettivi e le sensazioni, ed alla rabbia fa posto l’allegria. Mi piace in montagna esprimermi su ogni terreno di azione, perché ritengo riduttivo arrampicare sempre su vie simili ed in ambienti conosciuti.

La voglia di misurarsi su difficoltà sempre più elevate è giustificata dal desiderio di conoscere il limite personale. Non svolgo preparazioni ginniche specifiche e non uso sistemi scientifici. Solo l’arrampicata mi diverte, mentre ogni schema da assimilare mi appare come una riduzione alla mia voglia di divertirmi. Non sento attrazione particolare per l’arrampicata sportiva di preparazione, perché questa per me rappresenta solo un mezzo per prepararsi ad affrontare le vie sulle grandi pareti della montagna, e quindi non deve essere fine a se stessa. Trovo anche che per me il limite non deve essere rischio senza senso, perché bisogna saper valutare le proprie capacità e percepire fin dove si può arrivare, senza osare oltre. Trovo bello parlare di come ho superato certe difficoltà nell’ambito del mio ambiente, al Gruppo Gamma, e confrontare con i miei amici le valutazioni, le sensazioni, le emozioni. Anche questo è un aspetto che mi piace dell’alpinismo, anche se rimane un fatto marginale e non indispensabile. Una bella via rimane tale se la affronti preparato, altrimenti diventa una sofferenza.

La preparazione psicologica è importante come quella fisica. La ricerca di una via, la preparazione della scalata, la conoscenza delle difficoltà da superare, mi prendono, mi avvincono fino a togliermi il sonno e a darmi la giusta carica. Tutto questo è un repertorio personale che fa parte integrante e non è disgiunto dalla salita. È solo dopo aver fatto una salita rincorsa, a lungo sognata, quando dopo qualche giorno il ricordo si stempera, che quasi ti sembra di non averla effettuata, perché non vivi più lo stato propositivo e ti scarichi. Per me l’alpinismo comunque, pur rappresentando una grande passione, resta solo un aspetto della vita. Non arrivo a concepire l’alpinismo come unica avventura: l’uomo deve realizzarsi in tutti i sensi, non solo con le sue passioni, ma anche nell’impegno del lavoro e della famiglia. Non vedo un futuro senza certezze, e allora voglio avere un lavoro, per potere poi divertirmi in montagna senza altre preoccupazioni. Solo per una spedizione extraeuropea, impresa che mi manca, prenderei in esame l’eventualità di trascurare per poche settimane il lavoro. Quando in montagna mi vedevo respinto dalle difficoltà, ci ho sempre riprovato per convincermi che la parola definitiva non era ancora stata sentenziata. E proprio per avere una risposta di questo tipo, quest’anno ho voluto tentare esperienze ai massimi livelli, su montagne con caratteristiche diverse, come la salita in solitaria dello spigolo nord-ovest della Cima Su Alto in Civetta, la via nuova (via Luca Cereda) sulla Lastìa di Gardes (Quinta Pala di San Lucano), la ripetizione della via del Pesce in Marmolada e della Nord dell’Eiger. Desideravo mettermi alla prova in situazioni diverse, sperimentare impressioni profondamente nuove, ma soprattutto capivo che la montagna avrebbe potuto contribuire alla formazione del mio carattere, a migliorarmi in modo completo, ad infondermi una sicurezza di uomo prima ancora che come alpinista.

Prepararmi ad affrontare la solitaria alla Su Alto è stata una cosa molto impegnativa, anche sotto il profilo psicologico. Affrontare passaggi di libera estrema, rimanere per 10 ore a tu per tu con la parete richiede un notevole dispendio di risorse, e solo la convinzione di aver superato in solitaria test probanti mi davano assoluta persuasione. Sono comunque sensazioni provvisorie, transitorie, che mutano più volte e che non hanno riscontro in altre attività. Sulla Su Alto ho provato sensazioni profonde, che comunque non possono essere paragonate, perché del tutto diverse, a quelle vissute nel superamento della via nuova, sempre di quest’estate, alle Pale di San Lucano. Qui le difficoltà della via erano tutte da scoprire e poi non ero più solo, potendo contare sulla compagnia di Manuele Panzeri. Insieme abbiamo affrontato 16 ore di arrampicata per superare grandi fessure, 500 metri di dislivello, difficoltà di VII/A2/A3. Con Manuele mi trovo bene da sempre: ci conosciamo dagli anni dell’adolescenza, siamo stati ammessi insieme nel Gruppo Gamma, e con altri ragazzi della nostra età, alcuni figli d’arte, trascorriamo gran parte del nostro tempo libero. Arrampicare con Manuele mi diverte e, anche di fronte alle difficoltà, il nostro umore rimane inalterato, sempre rivolto verso l’allegria.

Giorgio sulla via “Anghileri-Gogna-Lanfranchi-Ravà” sulla parete sud della Terza Pala Lucano, prima invernale
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Manuele è in cordata con me anche in Marmolada sulla via del Pesce, che superiamo in 15 ore, e dove affronto i massimi livelli di difficoltà come esperienza personale. La prova è ardua, anche per le condizioni atmosferiche esasperatamente sfavorevoli e perché, su alcune delle difficoltà, il limite si presenta invalicabile, con l’incertezza di poter sia “scoppiare” che vincere. Ecco, su questi livelli diventa determinante avere un compagno, tanto è intensa la prova che sostieni, mentre ogni situazione deve essere superata tenendo sempre sotto controllo numerosi fattori. La certezza di poter contare su un amico che segue i tuoi movimenti, che può aiutarti, che può sostituirti, che può intervenire è un conforto incalcolabile che ti sprona a tirare fuori tutto quello che hai in corpo. Questi frammenti di ricordi e considerazioni non sono semplici nostalgie o sentimentalismi, ma sono forze reali dello spirito, frutto di conquista, che formano l’uomo e lo aiutano a combattere gli ostacoli, a credere in se stesso, a credere nel valore dell’amicizia, a non arrendersi mai. Mi introduco così all’ultima, in ordine di tempo, scalata di rilievo della stagione, quella che ho affrontato in compagnia del “ragno” Lorenzo Mazzoleni. Con lui il 15 settembre ho superato in 15 ore la Nord dell’Eiger, una delle grandi pareti che con il Cervino e la Walker alle Jorasses in particolare, mi hanno sempre affascinato. La mia rincorsa alla ricerca di sensazioni nuove, impressioni suggestive, valutazioni oggettive di diverso tipo non poteva che completarsi nell’arco della stagione con la Nord dell’Eiger, una grande parete per i… miei giorni grandi. Su Alto, Nord dell’Eiger, Lastìa di Gardes, via del Pesce alla Marmolada: ci ripenso, e già questa magica stagione mi sembra un sogno. Forse è giusto che ogni grande passione, quando viene ripensata, prenda l’aspetto di un sogno, perché la realtà è fatta di cose più grandi ed importanti. Sento che ogni esperienza, anche questa immensa esperienza dell’alpinismo, deve servire a rendere più valida la vita. È per questo che montagna ed alpinismo, così importanti per me, non arriveranno mai a possedermi in modo ossessivo: saranno l’espressione concreta e personale del mio modo di affrontare la vita, per viverne con gioia gli aspetti più positivi.

Alla base dello spigolo nord del Pizzo Badile, prima solitaria invernalegiorgio0001

Mario Valsecchi: “Un’immagine che ho sempre del Giorgio è quando è arrivato ai Piani dei Resinelli in una giornata super piovosa, noi con birra e pizza dalla Cornelia, Lui in maglietta, calzoncini e scarpe da  ginnastica. Da dove arrivi?  Non sapevo cosa fare, ho fatto la Gogna in Medale e sono venuto in su!!! Era Troppo Forte...”.

Rocco Ravà: “Quello che mi ha sempre colpito era l’istintività e l’estro nell’arrampicare; estro, fantasia e originalità che erano tratti salienti del carattere  di Giorgio, nel bene e nel male. In montagna aveva tanta maturità ed esperienza (che andavano enormemente al di là della sua età cronologica), quanto poteva essere cazzone quando si stava sull’orizzontale. Non ho conosciuto nessun’altra persona così spontanea e originale, capace di interagire con chiunque.
Abbiamo avuto un rapporto e un legame molto profondo, che gettava le sue radici ai tempi dell’infanzia, con delle similitudini caratteriali che ci hanno sempre unito (sua mamma Marinella diceva che eravamo così amici perché avevamo due caratteracci). Giorgio sotto sotto era una persona molto sensibile, e io ho avuto il privilegio di poter conoscere questi suoi lati un po’ nascosti: credo che questa sia stata la particolarità del nostro rapporto.
L’inesauribile voglia di fare scherzi è l’immagine che ricordo di più insieme alla capacità di sdrammatizzare anche nelle situazioni più difficili. Naif, capace davanti a una pizza di farsi venire in mente e proporti di partire per la Nord delle Droites il giorno dopo, grande e coraggioso trascinatore. Nella mia stanza ho una foto insieme a lui, scattata all’uscita del Pesce, uno dei più bei ricordi che ho con lui in montagna:  era uno dei nostri sogni su roccia, e fin dalla prima volta che ci eravamo ritrovati a scalare dopo l’infanzia diceva: “El pese l femm a less” (il pesce lo facciamo lesso); dopo la discesa abbiamo iniziato a festeggiare… quel giorno la trovata era di farlo secondo la ricetta di Piussi: a pestoni di vino rosso e gazzosa; ubriachi siamo riusciti a raggiungere Cortina sani e salvi pur avendo tagliato per prati tre o quattro tornanti del Falzarego“.

Anghileri, Giorgio attività

postato il 2 agosto 2014

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La parete chiara 1

La parete chiara 1 (1-2)
Croz dell’Altissimo, un viaggio dentro la storia
di Marco Furlani

La cima del Croz dell’Altissimo è un balcone naturale sul gruppo centrale del Brenta, si può salire camminando dolcemente per prati e in mezzo a macchie di mughi attraversando una lunare zona sassosa fino ad arrivare in vetta: una volta lassù ci si trova come sospesi nell’aria. Sulla sua cuspide finisce il piedistallo di rocce calcaree e da quella quota si è di fronte agli strati di dolomia principale del gruppo centrale del Brenta, una visione che lascia senza fiato.

La sua parete sud-ovest, di roccia chiara quasi bianca, invece sprofonda superba per più di 1000 metri in val delle Seghe. Articolata e complessa è la sua architettura e per chi la osserva dal rifugio Selvata o risalendo la val delle Seghe, o passandole alla base per il comodo sentiero che dal Pradel va al Rifugio Croz dell’Altissimo, si presenta con tre cime ben definite e separate da due giganteschi diedri-gola.

Guardando il complesso roccioso, la cima di destra, più bassa e tozza, è la cima dello Spallone 2179 m. Questo settore presenta ben tre pareti: la SE meno imponente, 300 m circa proprio di fronte al rifugio “La Montanara”, l’ampia parete S che fa spigolo con la SO più stretta e delimitata a sinistra dal diedro Armani-Fedrizzi.

La parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo
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Al centro, la grande parete di 1000 m di dislivello forma il ciclopico pilastro centrale (un possente spigolo a prua di nave) fino alla cima SE 2330 m, quella con la croce; oltre il secondo diedro-gola è l’imponente parete della cima principale o di NO 2339 m.

Il calcare del Croz dell’Altissimo è lisciato dagli agenti atmosferici e dall’attrito delle masse glaciali durante il loro ritiro: alterna placche di roccia ottima a zone più friabili e ricoperte di erba.

Lo scalatore che si cimenta con le sue pareti sa che non affronta una semplice salita ma che farà un viaggio, prima nella storia dell’alpinismo e poi all’interno di se stesso: l’arrampicata non è elegante come può essere nel soprastante gruppo centrale, le vie del Croz sono tutte lunghe, difficili e complesse e la fatica, la sete e la lotta con settori ricoperti d’erba sono elementi integranti della salita; in pratica, come si diceva una volta in gergo trentino, sono una “rogna”. Adesso  più modernamente si chiamano “Big Wall”. Forse proprio in tutto questo si trova il suo fascino.

Epiche le lotte per uscire dalla parete, sovente è successo che cordate siano state soccorse dall’alto perché sfinite, recuperi incredibili e purtroppo più di un alpinista fortissimo non ha fattto ritorno.

Angelo Dibona

CrozAltissimo-1-095 protagonisti_Angelo Dibona, una delle più grandi guide alpine di Cortina

Luigi Rizzi

CrozAltissimo-1-100 protagonisti_Rizzi LuigiIl tracciato della via Dibona
CrozAltissimo-1-103 tracciati_Via DibonaClaudio “Fasin” Camisasca sul passaggio del Masso squarciato
CrozAltissimo-1-ClaudioCamisascadettoFasin-AltissimoDibona4La storia alpinistica del Croz inizia il 16 agosto del 1910, quando i Bergfuhrer allora ancora cittadini dell’illuminato impero Austroungarico Angelo Dibona e Luigi Rizzi con i fratelli Guido e Max Mayer salirono prima la grande gola e poi lo spigolo che separa la vetta principale dalla centrale tracciando un itinerario che ancora oggi desta grande rispetto per le difficoltà superate sul passaggio chiave della salita, il famoso “masso squarciato”. Si tratta di  un tetto spaccato da una fessura che esce nel vuoto per parecchi metri dove Dibona piantò due dei dodici chiodi che usò in tutta la sua vita. Quinto superiore o sesto grado? Io personalmente propendo per più di sesto e forse sesto superiore se il tetto è superato senza toccare i numerosi chiodi adesso in loco; si pensi che il talentuoso Angelo Dibona nel 1910 non disponeva di moschettoni.

Sul passaggio del “Masso” più di un forte è tornato indietro con la coda fra le gambe. Il  leggendario Paul Preuss con il cognato Paul Relly il 3 agosto 1911 ne fanno la prima ripetizione e si sa che Preuss, re dell’arrampicata libera, impiegò più di due ore per superare il passaggio chiave del “Masso” e che né usci stizzito. Cesare Maestri sale la via in solitaria il 12 giugno 1952, e  il 18 agosto del 1956 la percorre slegato in discesa, imprese degne del più grande in assoluto, il “Ragno delle Dolomiti”.

Controversa è la storia della prima invernale: dal 28 al 31 dicembre del 1967 Hainz Steinkoetter, “Todesch” valente alpinista di Colonia trasferitosi a Trento poco dopo la guerra, assieme a Renato Comper “Rebuf”, dopo una terribile bufera e tre bivacchi in parete sono stati aiutati negli ultimi 150 metri da Cesare Cestari, Remo Nicolini e altri amici. Si trattò di  uno dei primi interventi di soccorso con l’elicottero della regione autonoma Trentino Alto Adige, ne scoppiò una vigorosa polemica lasciando  il dubbio sul completamento della salita.

Il 20 luglio del 1928 Hans Steger con il suo fedele cliente Ernst Holzer, tentando la ripetizione della Dibona, evita per sbaglio il difficile passo del “Masso squarciato” salendo direttamente il pilastro a destra tracciando una variante molto bella e di difficoltà sostenute su roccia buona che però non raggiunge la difficoltà della via originale.
La prima solitaria di questo itinerario è di Armando Aste “il Religioso” il 25 aprile del 1953, mentre la prima invernale è del giovane astro nascente trentino, autentico fuoriclasse, Franco Gadotti, assieme a Romano Nesler, dal 18 al 20 marzo del 1976. Bellissima realizzazione che viene poco dopo l’invernale della via Castiglioni-Gilberti alla cima della Busazza in Civetta. In quella occasione Franco era insieme con Sergio Martini, Marcello Rossi e Giovanni Costa. Nel luglio delle stesso anno Franco morì per una banale caduta alla base dello spigolo Del Vecchio al Campanile Pradidali, nel gruppo delle Pale di S. Martino

Hans Steger

CrozAltissimo-1-105 00 protagonisti_Steger Hans

Nel luglio 1932 il re del Brenta Bruno Detassis “Aquila” con l’erculeo Gino Corrà, superato con una certa difficoltà il Masso (Bruno mi confessò personalmente che valutava il passaggio minimo sesto grado) tira diritto per la grande gola centrale fino in vetta tracciando una variante molto impegnativa.

Bruno Detassis e Gino Corrà

CrozAltissimo-1-107 protagonisti_Bruno Detassis e Gino Corrà

Nel 1935 l’atletico Cornelio Fedrizzi “Caprone” e M. Marrazzi dalla cengia salgono i primi due tiri della variante Steger proseguendo poi per una serie di difficili fessure superficiali, uscendo sullo spigolo più in alto della Steger: la variante Fedrizzi è stata ripetuta raramente e gode di grande reputazione.

Il 30 luglio 1936 Bruno Detassis a comando alternato con la forte guida Enrico Giordani, autentico fuoriclasse di Molveno, salgono il sottile diedro sud-sud-ovest alla cima principale aprendo la via delle Guide destinata a diventare una grande classica. Il 2 agosto 1953 Franco Frisanco, della piana Rotaliana, ne compie la prima solitaria. Heinz Steinkoetter con Renato Comper, dal 26 al 28 dicembre 1969, ne compiono la prima invernale e va detto che questa fu una grande impresa e che era stata tentata in precedenza da cordate molto forti senza successo.

Heinz Steinkoetter

CrozAltissimo-1-150 01 protagonisti_Steinkoetter sulla cima della Paganella, alle spalle il Brenta

L’estate del 1936 vede la nascita di un’impresa incredibile: due dei tanti “eroi sconosciuti” Matteo Armani assieme al ginnasta Cornelio Fedrizzi, ambedue Accademici, salgono in perfetta arrampicata libera usando pochissimi chiodi il formidabile diedro sud ovest. Il diedro Armani Fedrizzi rimane tutt’oggi a detta di molti ripetitori, moderno esempio di un’arrampicata libera estrema e poco protetta data la compattezza della roccia. Da ricordare che su questa via nell’estate del 1969 perde la vita Emilio Bonvecchio “Milio”: mentre sale con Giuseppe Loss “Bepo” e Franco Pedrotti “Ciancio” inciampa facendo un piccolo pendolo e battendo violentemente la testa: muore fra le braccia dei compagni. La prima invernale del diedro Armani-Fedrizzi è effettuata dal leggendario Sergio Martini in compagnia di Donato Ferrari “Tello”, Italo Seia e Mario Tranquillini, dal 17 al 19 marzo 1972; la salita fu ostacolata dalla presenza di vetrato su quasi tutto l’itinerario. Il 9 luglio del 1972 Sereno Barbaceto, fortissimo accademico friulano, compie la prima solitaria della Armani Fedrizzi e mi confesserà che durante quella solitaria sfiorò la perfezione.

Il tracciato della via Armani-Fedrizzi

CrozAltissimo-1-115 tracciati_Via Armani Fedrizzi

Matteo Armani                 

 CrozAltissimo-1-116 00 protagonisti_Armani Matteo

Dal 14 al 17 agosto del 1939 in 54 ore di durissima scalata i lombardi Nino Oppio, Serafino Colnaghi e Leopoldo Guidi raggiungono la vetta del pilastro centrale per una severa e dura direttissima che diventerà banco di prova per le future generazioni. La prima ripetizione effettuata dal 27 al 29 giugno 1949 da Andrea Oggioni con Walter Bonatti e Iosve Aiazzi, tutti dei “Pel e oss” di Monza, ne accresce subito l’importanza visto che i ripetitori impiegarono lo stesso tempo degli apritori. Fu valutata di sesto grado superiore con difficili passi in artificiale. Il 20 agosto del 1955, Cesare Maestri in netto anticipo sui tempi e con una rapidità che lascia senza fiato, ne compie la prima solitaria. Nel polare febbraio del 1965 giungono a Molveno alla partenza della telecabina del Pradel in motocicletta gli accademici lombardi Mario Burini e Andrea Cattaneo e ne compiono la prima invernale, dal 14 al 17. Burini racconta che nel primo duro camino intasato di ghiaccio è obbligato a salirlo con le picche praticamente inventandosi la “piolet traction”.

Nino Oppio

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Il tracciato della via Oppio
CrozAltissimo-1-118 tracciati_Via Oppio

Cesare Maestri
CrozAltissimo-1-124 00 protagonisti_Maestri Cesare in giovane età

La parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo d’inverno
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Andrea Cattaneo e Mario Burini
CrozAltissimo-1-133 dopo la salita

Il 29 giugno 1942 gli accademici trentini Marino Stenico e Carlo Furlani salgono il pilastro dello Spallone a sinistra dello spigolo tracciando una via esteticamente e tecnicamente notevole; la prima ripetizione è sempre del “Ragno” Cesare Maestri con Ruggero Lenzi il 12 giugno del 1952. Sempre Maestri ne compie anche la prima solitaria. La prima invernale è effettuata dagli accademici trentini Marco Furlani e Valentino Chini in due giorni nel febbraio del freddo inverno 1983 con pessime condizioni della parete.

Marino Stenico

CrozAltissimo-1-120 protagonisti_Marino Stenico

Il tracciato della via di Stenico

CrozAltissimo-1-122 tracciati_Via Stenico

Sull’estremità sinistra della grande parete, il 12 luglio 1959 Mario Mazzoleni e Ottorino Pianta aprono un itinerario di marginale importanza che per lungo tempo non è stato pienamente individuato. Gli stessi lo ripetono d’inverno, il 12-13 febbraio 1961.

Il 15 agosto del 1967 la collaudatissima cordata formata da Giuseppe Loss e il giovane Romeo Destefani “Meo”, fortissimo scalatore della mia natia Povo, salgono un audace itinerario in libera seguendo i camini-fessure volti a ovest dello Spallone. L’11 giugno 1978 Marco Preti giovane emergente di Brescia compie la prima solitaria di questo itinerario. La prima invernale dell’1 e 2 gennaio 1982 è di Maurizio Giordani con l’allora inseparabile Franco Zenatti “Chico”.

Emilio Bonvecchio e Bepi Loss con in primo piano Romeo DestefaniEmilio Bonvecchio, Bepi LOss. In primo piano Romeo Destefani

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Il 6 e 7 luglio 1974 il fenomenale e vulcanico Marco Pilati con il saggio e calmo Valentino Chini, Dario Bonetti e Felice Spellini, tracciano l’impegnativa e bella via del Rifugio Altissimo sfruttando una serie di fessure sul bellissimo pilastro soprastante il rifugio. Scalata bellissima su roccia compatta, quasi esclusivamente libera a parte un breve tratto in artificiale. Gino Buscaini nell’aggiornamento della guida Castiglioni del Brenta la cita erroneamente come lunga variante (700 metri) alla via Detassis non approfondendo che la via del Rifugio ha una uscita autonoma più in basso e a sinistra dell’uscita della via delle Guide. Il 16 agosto 1978 l’asso Romano Pierluigi Bini con Roberto Zanini ne compie la prima ripetizione, mentre dal 2 al 5 gennaio dell’inverno 1981 Luca Borghetti, Delfino Formenti con il fortissimo Danilo Valsecchi, tutti del gruppo “Ragni di Lecco”, ne fanno la prima invernale.

Marco Pilati durante la prima ascensione della via del Rifugio Croz dell’AltissimoCrozAltissimo-1-199 01 viadelRifugio_Sosat Altissimo_041
Ben Laritti

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Al Passo Pordoi: Riccardo Cassin, Benvenuto Laritti, Monica Laritti (la sposa), Marco Ballerini e Almo Giambisi
Matrimonio di Benvenuto Laritti, 28 giugno 1980. Da sin, Riccardo Cassin, Ben, Monica, Samanta (nipote di Ben), Marco Ballerini, Almo Giambisi

Il 4 e 5 giugno 1976 il fuoriclasse Benvenuto Laritti, coadiuvato da Giuliano Giongo e Antonio Rainis, sale un bellissimo itinerario nuovo sullo Spallone, più diretto della Loss, sfruttando i chiodi piantati nella prima parte da Romeo Destefani in un precedente tentativo. Romeo aveva tentato la via spingendosi molto in alto fina alla cengia a sinistra del grande tetto, prima con Aldo Castelli e poi con Aldo Murara di Mattarello i quali però desistettero. Epico il suo tentativo in solitaria dove, dopo aver bivaccato al punto massimo raggiunto in precedenza, mentre si preparava, inciampò e fece un volo di 40 m finché entrò in tensione la corda di auto-assicurazione: nel cadere tenendosi alla corda si scarnificò le mani fino alle ossa. La discesa di Romeo per raggiungere la sua motocicletta che aveva al Pradel è rocambolesca e si racconta che una volta toccato terra guardandosi le mani e non avendo di che disinfettarsi si urinò sulle ferite. Non reputò necessario andare all’ospedale e rientrò a casa ma, durante la notte, venne ricoverato d’urgenza per un violento attacco di peritonite così che, dopo l’operazione, gli vennero finalmente curate anche le mani.

Via del Rifugio del Croz dell’Altissimo, 1a invernale: Danilo Valsecchi e Luca Borghetti al terzo e ultimo bivacco. Foto: Delfino Formenti
CrozAltissimo-1-230 1ainv via Rifugio_Danilo e Luca - terzo e ultimo bivacco

Ben Laritti e compagni salgono il settore centrale della parete dello Spallone uscendo in alto sulla via Loss-Destefani. Questa via sarà poi abbastanza ripetuta: il 21 giugno del 1978 Pierluigi Bini con Gianpaolo Picone fanno la prima ripetizione, mentre nel febbraio 1984 il mitico Toni Zuech con Joseph “Sepp” Gamper la prima invernale.

Nell’estate del 1977 è ancora Benvenuto Laritti che con la guida agordina Bruno “Bareta” De Donà sulla più corta parete SE dello Spallone sale la bella fessura centrale del singolare pilastro arrotondato soprastante il rifugio “la Montanara”. La via, più corta delle altre di circa 300 metri, presenta passaggi molto difficili. Ben mi confidò che su quella via aveva fatto i più difficili passaggi della sua carriera. Le uniche due ripetizioni certe di cui sono a conoscenza dopo attente ricerche sono quelle di Marco Pegoretti con Edoardo “Edy” Covi (prima invernale, 6 marzo 1994) e Franco Corn con Eric Gadotti, 5 luglio 2003.

Maurizio Giordani durante la prima invernale della via Loss-Destefani
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CONTINUA

postato il 13 luglio 2014

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I concatenamenti, da Profit a Loretan e Berhault

A Patrick Berhault, dieci anni dopo

Dal 28 gennaio al 3 febbraio 1997 Patrick Berhault e Francis Bibollet, approfittando del bel tempo stabile che ha caratterizzato quell’inverno, hanno compiuto una memorabile impresa nel gruppo del Monte Bianco, una cavalcata di sette giorni con il concatenamento, senza mai scendere a valle, della via Colton alla Nord di Les Droites, della via Mc Intyre alla Nord delle Grandes Jorasses, della cresta di Rochefort, della via Cecchinel-Nominé alla Nord del Pilier d’Angle e dell’Hypercouloir al versante Brouillard del Monte Bianco.

Concatenamenti-profitCome si vede, una successione titanica di salite che già prese da sole costituirebbero dei problemi invernali al massimo della levatura. Non voglio qui far storia né dilungarmi sugli aspetti umani di questa impresa, del resto già raccontata su qualche rivista (Alp) del tempo. Oggi, sono passati quasi trent’anni da quando avevamo incominciato a stupirci degli enchainement dello stesso Berhault, di Jean-Marc Boivin e naturalmente di Christophe Profit, inventori di questo genere di exploit. Altri alpinisti ne seguirono le orme, ma dopo poco sembrava che con il percorso della trilogia invernale delle pareti nord del Cervino, Eiger e Grandes Jorasses poco ci fosse ancora da dire. Ma, già nel 1986, Erhard Loretan e André Georges avevano traversato in piena stagione invernale le 38 cime del Vallese (la Corona Imperiale, con 30 cime oltre i 4000 m) senza mai scendere a valle, in 19 giorni.

 

 

Concatenamenti-jean_marc_boivin_003E’ una prova generale, un exploit che si confonde un poco con le imprese di Profit sulle più famose pareti nord delle Alpi. Ma chi è attento alle evoluzioni dell’alpinismo non può non osservare la grande qualità di questa impresa. Prova generale perché, nel 1989, ancora Loretan e Georges riescono nel concatenamento invernale di 13 pareti nord dell’Oberland Bernese, in 13 giorni per un totale di 11.150 metri di dislivello. Eccole, in elenco: Gross Fiescherhorn, Jungfrau, Mönch, Eiger, Ebnefluh, Gletscherhorn, Grosshorn, Breithorn, Morgenhorn, Weisse Frau, Blüemlisalphorn, Fründenhorn e Doldenhorn.

 

 

 

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Ai lettori italiani e francesi di quel tempo, in genere poco edotti su queste grandi pareti (a parte l’Eiger), questo exploit non aveva suscitato grandi emozioni. Invece quella fu l’impresa che portò avanti l’alpinismo tradizionale fino a limiti impensati. Il concatenamento di vie, dopo quell’exploit, è del tutto stravolto nei suoi valori. Se prima si pensava che salire due o tre pareti nord d’inverno fosse una cosa da superuomini, cosa può succedere dopo che due persone, in 13 giorni di cui uno solo di riposo, superano 11.150 metri di dislivello su 13 pareti diverse e su vie che, fino agli anni ’30 erano considerate, ciascuna da sola, al limite delle possibilità umane d’estate? Lo spostamento in avanti di Loretan e Georges in quel caso fu così grande che, anche agli adepti, fece perdere la bussola e fece in pratica scommettere sul fatto che tutto fosse possibile. Ma, come al solito, l’impressione era ingannevole.

 

FILE ---Swiss mountaineer Erhard Loretan, pictured March 19, 1998. Loretan has shaked his 7-month-old boy to death on Dec. 23, as it was released Thursday Jan. 3, 2002. 42-years-old Loretan was the first swiss to climb all 14  mountains over 8,000 meters. There will be an investigation against Loretan. (AP Photo/KEYSTONE/STR)Ho cercato di trovare una logica nel percorso di Berhault e Bibollet chiedendomi, credo con sufficiente conoscenza del terreno Monte Bianco, quali possano essere stati i motivi di una tale scelta da parte dei protagonisti. Le vie possibili d’inverno su quelle pareti sono decine e non credo abbia senso il criterio di collegare tra loro solo prime invernali. E poi perché proprio quelle pareti? Direte voi: perché non lo hai chiesto a loro a suo tempo? Perché credo che la bellezza di questa impresa sia tale che ciascuno di noi debba essere libero di interpretarla come crede. La scelta di quegli itinerari denota la grande modernità di un alpinista come Berhault, che ha saputo esprimersi su tutti i terreni. Primo nelle salite di grande velocità e in solitaria, primo nei concatenamenti di nome, primo a far crollare le barriere che ostacolavano l’arrampicata sportiva, primo a interpretare il movimento come danza. E ora primo a concatenare, rinunciando a parapendio ed elicotteri, itinerari che rappresentano i nuovi miti dell’alpinista estremo: Walter Cecchinel e Georges Nominé avevano, a suo tempo, eccitato l’opinione dei giovani quando trovarono il loro itinerario sulla Nord del Pilier d’Angle, più difficile e più diretto della storica via di Walter Bonatti e Cosimo Zappelli. E così fu per Alex Mc Intyre e per il suo couloir sulla Nord delle Grandes Jorasses, per così dire rimasto fortemente inciso nell’inconscia lista dei desideri degli alpinisti di tutto il mondo. L’Ypercouloir, salito nel 1982 da Patrick Gabarrou e Pierre-Alain Steiner, ha segnato il grande momento della ricerca dei canaloni più pazzeschi, per la salita dei quali si è dovuto aspettare la completa evoluzione della piolet-traction. L’impresa di Berhault e Bibollet fu così straordinaria, nel suo incedere naturale verso la vetta del Monte Bianco, e nello stesso tempo così stravagante, per il suo peregrinare così distante, da suggerire non più un semplice concatenamento bensì un «viaggio», come se l’alpinismo, pur sempre avventuroso, improvvisamente fosse diventato più semplice e non avesse più bisogno delle imprese con una conduzione logica, quindi senza rassicuranti contrapposizioni tipo base – vetta, parete più difficile – itinerario più facile, ma soltanto prendendo in considerazione ciò che piace, o che ci ha colpiti a suo tempo o che ci ha fatto sognare per anni. Un vero viaggio, dunque. E per di più, presa la prima funivia dei Grands Montets con tutti gli altri sciatori, raggiunta dopo sette giorni la vetta del Monte Bianco e trascorse le notti una in rifugio incustodito, una in parete, tre in bivacco fisso e una al Rifugio Torino, sembra un viaggio organizzato da quelle agenzie che programmano le sistemazioni per la notte nel modo più semplice ed economico: dunque, ancora una volta, un vero viaggio.
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postato l’11 giugno 2014

 

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Sette alpinisti a confronto

Ci sono diversi modi di fare informazione, uno di questi è l’intervista comparata. Nel 2007 fui incaricato da ALP di redigere una serie di domande a sette alpinisti italiani per raccoglierne le risposte, tutte assai valide anche oggi.

  1. Quale delle tue salite (compiute tra dicembre 2005 e dicembre 2006) ritieni più importante?

Fabio Valseschini
1. Ritengo tutte le mie salite “importanti”, nel senso del progetto da vivere durante la preparazione e poi durante l’esecuzione. L’importanza del dopo, quindi il paragone con le altre, mie o di altri alpinisti, ha per me un interesse relativo, anche nel senso che a volte non mi sento di fare paragoni, sono restio. Darei il voto, ma soprattutto per le conseguenze mediatiche che ha avuto e non tanto per l’importanza che le ho dato io personalmente, la mia salita in prima solitaria invernale alla via del Fratello della parete nord-est del Pizzo Badile.

Fabio Valseschini

Intervista a Fabio Valseschini

Simone Moro
1. Di sicuro la traversata da solo della più alta montagna della terra, l’Everest. Era la terza volta che raggiungevo la vetta dopo le precedenti salite da sud e nord del 2000 e 2002.

Andrea Giorda
1. Forse Stairway to heaven aperta con Adriano Trombetta sul Becco di Valsoera, nel versante canavesano del Gran Paradiso, 500 m fino al 7b+.

Rossano Libera
1. Personalmente considero importante qualsiasi salita. Anche quella meno impegnativa può insegnare molto. Se ci si riferisce a quella che ha suscitato maggiore interesse dal punto di vista mediatico, allora non posso che rispondere Bocconi amari all’Emilius.

Rolando Larcher
1. Le mie salite che ritengo più importanti di quest’anno sono tre nuove vie di alpinismo che potremmo definire “sportivo” e la prima in libera della via Marampon che ho liberato.
Delle tre vie nuove, di completa vi è solo quella aperta e liberata, assieme all’amico Maurizio Oviglia, in Turchia. Poi ne ho aperte altre due, che essendo da liberare sono progetti ancora in corso. La prima è in Sardegna, sulla Punta Giradili, terminata in giugno, con Roberto Vigiani e con Oviglia. Facendo un paragone con Hotel Supramonte, forse sarà mezzo scalino inferiore, per la minor lunghezza e sostenutezza. Purtroppo non ha ancora un nome e soprattutto, nemmeno la rotpunkt, ma spero di risolvere la cosa nel prossimo aprile. La terza è La Svizzera. Anche questa è una via bella, dura e completa, per la lunghezza e l’ambiente alpino del Wenden.

L’importanza di queste salite per me è dovuta, non essenzialmente all’indiscutibile valore ed impegno delle stesse, ma dall’occasione di vivere delle giornate con gli amici migliori.

Ezio Marlier
1. Dare troppa importanza all’aspetto tecnico delle salite in se stesse non credo possa lasciare niente. La crescita personale che ne ricaviamo deve essere l’obbiettivo. Ho incentrato la mia attività sulla ricerca di vie nuove. Ogni prima salita lascia un suo segno… dissimile l’uno dall’altro, un puzzle che deve essere ancora composto perché mancano dei pezzi… che troverò nelle prossime. L’ultima in tempo cronologico, Bocconi Amari all’Emilius è sicuramente una delle più ricche dal punto di vista emozionale.

Ermanno Salvaterra
1. Sicuramente El Arca de los Vientos, la salita al Cerro Torre sulla tanto discussa linea che Maestri disse di aver percorso con Toni Egger nel 1959.

  1. Ritieni che l’impresa da te compiuta quest’anno sia un passo avanti nella tua evoluzione personale? E perché sì o perché no?

Fabio Valseschini
2. Sicuramente sì, nell’ambito della mia crescita personale. Era la prima volta che mi mettevo in un impegno del genere, dove era programmato ben più di un bivacco, per di più invernale. Ho maturato la convinzione che l’evoluzione passi sempre obbligatoriamente attraverso un sempre maggiore adattamento dell’individuo alle condizioni e all’ambiente che lo circondano. Far tesoro delle esperienze precedenti è solo l’inizio: poi si va avanti col procedimento mentale di adattamento.

Simone Moro
2. Se non avessi usato ossigeno per quei 180 minuti, di sicuro sarebbe stato qualcosa di molto notevole nel panorama mondiale dell’alpinismo. Avendolo invece utilizzato, alla mia traversata solitaria nella parte più impegnativa, possiamo togliere la parola “molto” e lasciare l’aggettivo notevole, visto che dalla cima della montagna alla tenda del campo base ho impiegato meno di 5 ore, di cui 3 nel buio totale e senza mai incontrare nessuno.

Simone Moro

IMS 2010, Simone MoroAndrea Giorda
2. Arrampico da più di trent’anni e mi è difficile dire cosa sia un passo avanti.
Il mio è un alpinismo rubacchiato, il lavoro non mi lascia molto spazio e solo la passione mi porta ancora ad aprire una via, anche con il brutto tempo, se sono gli unici giorni che ho. Ma nel mio piccolo ho avuto la fortuna di attraversare tante “epoche e stili”, per questo non ho verità assolute da comunicare e l’unica cosa di cui sono certo è che mi interessa capire e vedere quanto c’è di nuovo divertendomi, senza ansie per il risultato. Di sicuro però, la novità rispetto al passato è stata la ricerca dell’arrampicata libera senza compromessi.

Rossano Libera
2. Assolutamente sì, dal momento che mi ha impegnato a fondo sia sotto l’aspetto tecnico che quello psicologico. Ma l’evoluzione maggiore l’ho vissuta a livello emozionale perché ero in compagnia di un vero amico (Ezio Marlier), col quale ho condiviso momenti speciali.

Rolando Larcher
2. Passi in avanti decisivi sono difficili da farsi, più facile è comporre dei piccoli tasselli che permettono di migliorarsi ed evolversi; penso, o per lo meno mi illudo, siano la motivazione e lo scopo del nostro agire. L’anno appena trascorso lo definirei la stagione delle “clessidre”, ne ho trovate un sacco in apertura ed in ripetizione. Le definirei un regalo di madre natura, un ripetersi forse casuale che però mi ha fatto ritornar la voglia d’aprire in tradizionale senza spit, ma anche senza artificiale, vedremo.

Ezio Marlier
2. Definire imprese delle salite credo non dia il giusto valore alle stesse. Proprio perché hanno un valore che va oltre all’aspetto sportivo, almeno per me. L’alpinismo è un ideale, è sugli ideali che si sono fatte le rivoluzioni. Oggi purtroppo diamo valore ai numeri, sono gli stessi numeri da cui scappiamo andando per montagne. L’evoluzione mia personale è un percorso in cui la montagna è solo parte.

Ermanno Salvaterra
2. Da un lato sicuramente sì, visto il modo in cui l’abbiamo effettuata cercando cioè di salire nel modo più veloce possibile. Mai fino a quel momento avevo effettuato una salita in Patagonia con quello stile.

  1. In che misura ritieni che quest’impresa sia all’altezza o meno di ciò che si fa a livello mondiale? E perché?

Fabio Valseschini
3. I complimenti fanno sempre piacere… L’interessamento di tutti a questa salita, da me assolutamente non previsto, mi ha certamente inorgoglito. Devo quindi pensare che ci sia un valore, in questa che loro definiscono “grande impresa”, che io non riesco a vedere completamente. Anche se ho usato grande determinazione nella realizzazione di questo “sogno” io pensavo, e continuo a pensare, che altri avrebbero potuto fare da soli e slegati quello che ho fatto io…

Simone Moro
3. Pensare di scavalcare l’Everest facendo tutto da solo rimane sempre qualcosa che vorrei rimanesse ben chiaro e distinto nelle menti generaliste di molti “spettatori” d’alpinismo. Trovare gli sponsor, organizzare tutta la logistica, trasportare i materiali in quota, agire completamente da solo da 8000 metri fino in vetta e per tutta la discesa fino a campo base cinese e rientrare in Nepal, presuppone una certa dose di intraprendenza e capacità. O mi sbaglio? Di sicuro per realizzare e definire solitaria una scalata all’Everest e sugli altri 8000 della terra bisogna ormai andare d’inverno dove si è davvero completamente soli, proprio come sto facendo io ora che vi sto scrivendo dal Pakistan durante il mio avvicinamento invernale al Broad Peak e K2…

Andrea Giorda
3. Anche se molti vanno fino in Pakistan per molto meno, il livello mondiale è assai più elevato di quanto abbiamo fatto io e Trombetta. Il vero valore di questa impresa è quello di aver dimostrato che la bella avventura, se si hanno gli occhi per vederla, la si può trovare dietro casa. È sempre stato così, venticinque anni fa i forti dell’epoca dicevano che sul Becco di Valsoera non c’era più spazio per vie nuove e allora scalai con l’amico Sandro Zuccon Il Filo a Piombo e Sturm und Drang, due classiche dove si misurano ancora i giovani alpinisti.

Andrea Giorda

SetteAlpinisti-Giorda-imageRossano Libera
3. Non posso rispondere ad una domanda del genere, non ne posseggo i requisiti. Il mio è e rimane un alpinismo dilettantistico, non ho capacità mondiali, non posso quindi avere termini di paragone…

Rolando Larcher
3. Già il nome “impresa” mi da noia, o per lo meno lo trovo assai inflazionato.
Se il metro di paragone è l’aspetto eroico della cosa, più o meno enfatizzato, cedo il passo ad altri più capaci di me. L’alpinismo oramai ha diverse branche ed è difficile fare dei paragoni: come si fa a confrontare i 100 m in atletica con la maratona, sempre di corsa si va, ma poi… Alla luce di ciò, penso che la salita al Giradili e quella in Svizzera, una volta liberate, nell’ambito dell’alpinismo “sportivo”, possano essere, per la difficoltà ma soprattutto per il rigore etico d’apertura, a livello mondiale.

Ezio Marlier
3. Non lo so e sinceramente neanche mi interessa, l’alpinismo italiano ha scritto pagine indelebili su tutte le montagne del mondo, ma come si dice… “l’erba del vicino è sempre più verde”. Robert Jasper nella sua ripetizione di Bocconi Amari ha colto esattamente il punto. Montagne dimenticate, a due passi da casa per continuare il gioco degli avventurieri. Nella maggior parte dei casi però pensiamo di poter trovare quello che cerchiamo lontano da casa, forse perché fa figo… Credo manchi quella sana cultura alpinistica da cui deriviamo, le nostre radici insomma.

Ermanno Salvaterra
3. La tecnica che abbiamo adottato per quella salita, fix-rope, non è comunque nuova rispetto ad altre salite effettuate su altre pareti patagoniche o nel mondo. Certamente non è un sistema che offre tanta sicurezza ma sicuramente uno dei sistemi più veloci per salire una parete. Le prime salite con un sistema simile sono state effettuate sulle pareti del Capitan.

  1. C’è qualcosa che ritieni sia mancato nell’esecuzione di quest’impresa, a livello tecnico o a livello umano? In altre parole, quanto la ritieni “perfetta” per questo tempo che stiamo vivendo?

Fabio Valseschini
4. Quasi perfetta. O meglio, perfetta fino in vetta. Poi, il brutto tempo e la mia sosta forzata nel bivacco fisso in vetta al Pizzo Badile hanno determinato l’allertamento del soccorso. Alle 16.30, alla prima schiarita nella giornata del 1° di gennaio, l’elicottero è venuto a cercarmi. Non me la sono sentita di allontanarli, sentivo che era tutto il giorno che aspettavano di poter alzarsi in volo. Mi son fatto prelevare, tra l’altro con qualche rischio. Avevo ancora viveri e bombolette di gas per qualche giorno…

Simone Moro
4. Di sicuro l’utilizzo per 3 ore di ossigeno artificiale ha un po’“macchiato” la traversata anche se al Colle Sud, a 8000 m, sono rimasto 2 notti e la bombola che ho usato era piena a metà e a 8400 metri era già bella che finita. Essere stato da solo ed arrivare sulla cima alle 3.15 della notte non è stato comunque come fare il giro dell’orto di casa ed avere la freddezza e gli attributi per scendere dal lato opposto senza alcuna traccia visibile non è stata una barzelletta (se nessuno lo aveva mai fatto prima forse un motivo c’era). Comunque sia su quella montagna tornerò a fare ancora qualcosa, nel modo più pulito e limpido possibile.

Andrea Giorda
4. L’alpinismo non ha regole e scale di valore assolute, gli stessi gradi sono il frutto di una sensazione soggettiva, per dire se una via è perfetta occorrerebbe un unico modello di riferimento che per fortuna non esiste.
Una via è come uno spartito che altri, ripetendola, interpreteranno e giudicheranno secondo il proprio metro. Quando si utilizzano protezioni fisse, a maggior ragione aumenta la responsabilità dell’apritore che decide arbitrariamente il livello di difficoltà e di rischio da superare.

In ogni caso, le regole che ci siamo dati Trombetta ed io sono state: seguire una linea esteticamente valida, mettere spit solo dove non ci sono fessure per nut e friend, non barare con il trapano e salire solo in libera, non fare soste appese rispettando il criterio ledge to ledge. Su Stairway to heaven tutto OK, ma con un piccolo neo: uno spit, vuoi per il freddo o per incapacità, ha resistito ed è ancora lassù da “liberare”.

Rossano Libera
4. Ecco, Bocconi amari è proprio una di quelle salite che io definisco “perfette”, e nella mia vita non ne conto più di quante siano le dita di una mano. Perfetta perché ciò che univa me ad Ezio non era solamente la corda ma un insieme di emozioni sincere e profonde, proprio ciò che cercavamo in quella salita ma soprattutto in noi stessi. Ecco,
penso che in questo tempo che stiamo vivendo si inseguano troppo degli stereotipi e troppo poco i propri sogni…

Rossano Libera

Convegno Badile, Fòrcola 26.01.2009, Rossano Libera, A. Gogna, Renata Rossi


Rolando Larcher

4. Non è mancato nulla, né di umano né di tecnico. L’unica cosa che ci avrebbe fatto comodo, sarebbe stato un po’ più di tempo per liberare le vie, ma forse è meglio sia andata in questo modo, così troveremo più motivazione per prepararsi quest’inverno.
Di perfetto non c’è nulla, è un concetto troppo soggettivo e spero di non raggiungerlo mai. Mi basterebbe solo sfiorarla la perfezione, perché nel momento che t’illudi di averla raggiunta, hai finito anche le motivazioni, quelle più intime e sane, quelle che ti spingono a fare sacrifici col sorriso sulle labbra.

Ezio Marlier
4. Bocconi Amari si trova sulla Nord del Mont Emilius, una montagna dimenticata che tutti vedono passando per Aosta. Io abito ai piedi di questa montagna nel comune di Pollein. Tutti i giorni da che mi ricordo rientrando nel mio paese questa Nord mi sbatte sulla faccia questa linea. Avrei avuto 100-1000 occasioni per andarci, ma non era ancora il tempo. Il caso ha voluto che dovessi incontrare Rossano Libera proprio nei giorni in cui la vedo meglio “formata” degli ultimi 10 anni. Un sogno lungo 10 anni che si avvera grazie al tuo compagno di cordata. Rossano ha colmato le mie fragilità, i timori e le incertezze che una morte come quella di Massimo Farina ingigantiva. Grazie a questa salita ho trovato un amico, uno di quelli che quando guardi in sosta in un momento di crisi… c’è.

Ermanno Salvaterra
4. Sicuramente ritengo che il modo in cui abbiamo realizzato quello che era il nostro progetto è stato il migliore che potevamo adottare. Credo che su quella parete ritornerei con lo stesso stile cercando semmai di migliorare ancora qualche cosa per poter fare in modo di essere ancora più veloci. Già in quell’occasione eravamo molto leggeri, più leggeri rispetto al nostro primo tentativo ma cercherei di salire ancora con meno peso.

  1. In che misura ti riterresti responsabile nel caso succedesse un incidente più o meno grave nel tentativo di ripetizione di altri, specialmente se questi effettuassero il tentativo nelle medesime condizioni di mezzi e metodi impiegati nella “prima”?

Fabio Valseschini
5. Ognuno è responsabile di se stesso. In una cordata lo si è a metà. Per le altre cordate non esistono responsabilità dei primi salitori al di fuori del dire con chiarezza quali mezzi sono stati usati.

Simone Moro
5. In nessuna misura! Andare in montagna e agire su di essa è sempre frutto di una libera scelta che può nascere da una pulsione emulativa o da una ricerca personale. Io non mi sognerei mai di definire assassino o responsabile colui che mi ha preceduto su un itinerario e la ripetizione del quale mi comportasse un incidente o una tragedia. Ma anche se l’itinerario non fosse mai stato tracciato prima e mi capitasse qualcosa, non definirei mai “assassina” la montagna. Chi lo fa è un laureato in idiozia.

Andrea Giorda
5. Mi spiacerebbe, ma non mi sentirei responsabile, l’alpinismo è un’attività rischiosa dove saper valutare è una componente importante quanto saper scalare.

Rossano Libera
5. Suvvia… Abbiamo semplicemente aperto una via alpina su una montagna, non abbiamo offerto caramelle avvelenate ad un bambino! È ovvio che chiunque voglia salire lassù per una ripetizione sia automaticamente consapevole e responsabile di ciò che questo comporta.
La via, comunque, è già stata ripetuta nientemeno che da Robert Jasper! Mi risulta gli sia piaciuta molto ed ha affermato una cosa a mio avviso davvero importante e cioè che non è necessario dover andare dall’altra parte del pianeta per cercare l’avventura perché questa, spesso, la si trova proprio dietro casa. . . Che classe, Jasper!

Rolando Larcher
5. Sarei alquanto dispiaciuto, ma difficilmente mi riterrei responsabile: si sa, l’attività che pratichiamo è bella ma anche molto rischiosa con l’imponderabile sempre in agguato.

Rolando Larcher

Turchia, Rolando Larcher su Come to Derwish, prima ascensione (foto R.Ince)


Ezio Marlier
5. Questa domanda mi fa male, la disciplina che più amo, la cascata di ghiaccio, mi ha portato via la persona più cara che avevo, su una linea aperta da me 10 anni prima e mai ripetuta: non credo di dover dire altro…

Ermanno Salvaterra
5. Perché mi dovrei ritenere responsabile di qualche cosa? Ognuno in montagna è libero di andare nel modo che ritiene più opportuno a se stesso.

  1. Più in generale, cosa pensi dell’alpinismo di oggi? Si sta evolvendo, involvendo o è fermo?

Fabio Valseschini
6. Non so. Di certo, dal punto di vista umano, non si sta evolvendo. Spesso noto critiche, invidia del tutto inutili, che fanno male. Ci vorrebbe maggiore limpidezza e naturalezza. Un po’ di competizione è giusto che ci sia, ma nei ranghi dell’onestà e della chiarezza. Non ci può essere evoluzione se rimangono ancora così forti queste pulsioni negative. Direi che non ci può essere evoluzione senza divertimento: e critiche e invidia non divertono nessuno.

Simone Moro
6. A parte alcune rare eccezioni, è parecchio fermo, statico, vittima delle collezioni e del successo a tutti i costi. Non si ha più voglia di perdere e si preferisce clonare l’alpinismo del passato o quello in coda lungo le corde fisse messe da altri o su vie di salita aperte mezzo secolo fa. Anche io quest’anno ero sulla montagna più battuta del mondo ma poi ho messo qualcosa di mio per fare una scalata diversa. Nel mondo dell’arrampicata e del dry tooling qualcosina si muove orientando le abilità e le difficoltà su pareti più grandi e riducendo i tempi di percorrenza ma in quella specifica e difficile fetta d’alpinismo manca l’appeal e il messaggio con il grande pubblico (ammesso che lo si voglia). Rimane vivo l’alpinismo patagonico di alcuni personaggi, quello dell’est e di rari scalatori occidentali. Si sta insomma attraversando già da parecchio un periodo di bonaccia. Sono però ottimista, perché sento fermento e voglia di evitare l’omologazione: alcune pungenti riflessioni e scossoni spero sortiscano un certo effetto…

Andrea Giorda
6. L’alpinismo di punta attuale, rispetto al passato, si differenzia soprattutto per l’estrema specializzazione. È sempre più difficile capire il vero valore di un’impresa, non so se sia evoluzione ma di sicuro il livello di difficoltà è cresciuto.

Rossano Libera
6. La storia ci insegna che qualsiasi movimento (letterario, artistico, psicologico, etc.) è sempre stato in continua evoluzione anche quando lo stesso poteva apparire stagnante o involutivo.
Credo che l’alpinismo non faccia eccezione in questo, dal momento che ha in comune il fatto di venir portato avanti dalla stessa “materia prima”: l’uomo.

Rolando Larcher
6. Penso che sia un alpinismo composto di varie sfaccettature, alcune più attive, altre meno, che però poco o tanto, sono in contatto e contaminate l’una dall’altra. Involvendo non direi, fermo nemmeno, l’alpinismo continua per la sua strada, che però talvolta esce dai comuni canoni di giudizio e pertanto non viene subito riconosciuto come tale, sarà sempre il tempo che poi chiarirà le novità.

Ezio Marlier
6. Penso si debbano rivedere un po’ di cose, fare ordine, dare il giusto valore a cosa si fa. Tranne qualcuno che pratica il vero alpinismo, che vedo solo nell’apertura di vie nuove o nella solitaria integrale, il resto è solo massa ripetitoria. In una ripetizione mancano i cardini dell’incertezza legata al non si sa che cosa si trova, si sa tutto, se non passi è solo una questione puramente tecnica. Quando apri non sai niente, sei in completa balia dei casi e lotti metro dopo metro, devi vedere lontano, cercare oltre: e oggi solo in pochi lo fanno.

Ermanno Salvaterra
6. Facile domanda e difficile risposta. Non so se l’alpinismo si stia evolvendo. Se parliamo di alpinismo nel vero senso della parola vediamo che le grandi salite che vengono effettuate in quest’epoca si differenziano da quelle del passato solo per le difficoltà che ora si superano, la velocità in cui si effettuano o per la tecnica di salita che viene adottata. E questo, se solo la nostra mente torna al passato, lo abbiamo visto sulle nostre Alpi, al Bianco, al Cervino, in Himalaya, in Patagonia, in Alaska… Sulle stesse montagne lo vediamo ora. E che differenza c’è? Certo non possiamo fare paragoni. Non possiamo paragonare i 2,20 metri di salto in alto di allora con i 2,40 di ora. Solo tempi diversi. Bravissimi a quei tempi e bravissimi ora. Se parliamo di alpinismo italiano, extraeuropeo, mi sento di dire, a parte forse qualche rarissima eccezione, che sicuramente si sta facendo veramente poco. Forse la poca voglia o la scarsa fantasia.

  1. Quanto pensi sia importante la contaminazione con l’arrampicata più o meno sportiva, con spit piazzati più o meno lontani?

Fabio Valseschini
7. Per aprire certe vie si è obbligati a usare spit. Per me non dovrebbe essere sistematico, magari ci si dovrebbe imporre di piazzarli a mano e non con il perforatore. E magari in arrampicata libera, da primi di cordata. Ma questo è solo il mio modo di vedere, non pretendo debba essere il criterio generale, così da non esagerare mai nell’integralismo. Anche sulle richiodature la mia opinione è che le vie dovrebbero essere risistemate senza spit, magari attrezzando con questi solo le soste.

Simone Moro
7. L’arrampicata sportiva è stata e rimane sempre una figata. Ci si diverte e ci si avventura a seconda del luogo e della distanza delle protezioni. Sarebbe però bello che essa costituisse anche un punto di partenza per poi trasferire il “gioco”sulle grandissime pareti non alpine, quelle dove non esiste la possibilità di chiamare un elicottero per farsi togliere potenzialmente dalle rogne.

Andrea Giorda
7. L’arrampicata sportiva ha avuto il merito di valorizzare e teorizzare l’arrampicata libera, negli anni ’70 era più rischioso scalare e ci voleva più coraggio, ma non c’era chiarezza sul fatto di tirare o meno un chiodo. La distanza degli spit è una questione soggettiva, per me l’importante è che siano messi dal basso e in libera.

Rossano Libera
7. Può rivelarsi importante dal momento in cui siamo noi a ritenerlo tale, da quanto ci facciamo influenzare da mode, tendenze, etiche…

Ezio Marlier e Rossano Libera dopo Bocconi amari

SetteAlpinist-Emilius04Rolando Larcher
7. Penso di aver già risposto a questa domanda definendo alpinismo “sportivo”, la maggioranza delle vie aperte da me. L’arrampicata sportiva all’alpinismo ha tolto, a ragione, quel falso misticismo, che ha fatto comodo a molti delle passate generazioni.
Ha anche però interferito negativamente sull’ovvio, importante ed insito concetto di “rischio” dell’alpinismo, tentando di ridurlo ed ammansirlo. Cosa sbagliata e fuori dal proprio ambito, perché rischiare è una scelta personale cui nessuno obbliga e per tanto va rispettata.

Ezio Marlier
7. Uno deve fare come si sente. Io apro per me e faccio come mi pare, gli spit me li pago e costano. Se in una ripetizione il ripetitore trova la via chiodata male, beh, può richiodarla, a me non da fastidio.

Ezio Marlier

SetteAlpinisti-Marlier-0Ermanno Salvaterra
7. Forse io sono ancora un po’ all’antica. Forse perché anche io sono un po’ antico. Sicuramente l’arrampicata sportiva ha alzato il livello di arrampicata anche di chi si sente ancora alpinista e non solo arrampicatore. Sicuramente questo ha portato a fare salite alpinistiche con livello molto più alto di difficoltà anche usando mezzi, diciamo, tradizionali. Solo che i chiodi sono stati rimpiazzati da stopper e friend. Certamente dovremmo distinguere le salite di arrampicata pura da quelle alpinistiche. Anche se effettuiamo una via di alta difficoltà su una grande parete con l’uso sistematico degli spit, certamente non la possiamo paragonare ad una salita, sì tecnicamente meno difficile, ma effettuata con l‘uso di materiali normali e senza le corde fisse.

  1. Per precisare meglio determinati concetti, ritieni sia più opportuno parlare di “arrampicata d’avventura (ciò che una volta era l’alpinismo su roccia) o di “arrampicata plaisir” (protezioni preconfezionate anche su vie lunghe in montagna)? Oppure secondo te entrambe queste definizioni sono oggi necessarie?

Fabio Valseschini
8. La distinzione ha senso e utilità se si è competenti nel giudizio. È senz’altro utile, anche se si rimane nell’ambito delle parole e delle schedature. Io ho sempre pensato che, per qualcosa di davvero importante, è meglio andare a cercare i primi salitori o qualcuno dei ripetitori: parlare con loro e farsi trasmettere emozioni in anticipo, ben superiori alle fredde note di una relazione tecnica.

Simone Moro
8. Odio le definizioni e le acrobazie intellettuali per definire e discutere l’azione verticale dell’uomo. Io sono un pragmatico, uno che ama agire e lascio ai personaggi paffuti questi discorsi. Per me rovinarsi fegato e neuroni nella diatriba spit si o spit no, vicini o lontani, solo in sosta o solo per le calate, è da perditempo. Ognuno faccia quello che gi piace e lo dichiari chiaramente. Si rispettino il passato, la storia, gli stili e tutto sarà più semplice e meno paranoico. Il resto è solo pane per chi preferisce stare al chiuso nelle belle giornate di sole o di tormenta.

Andrea Giorda
8. Stairway è l’esempio di una via non estrema con alcuni spit e soste sicure, ma non è di certo una via plaisir. In generale, credo debba esserci spazio per tutte le forme di espressione, le vie plaisir e le vie d’avventura. La cultura poi ti impone di rispettare il passato, qualcuno, nonostante oggi vi siano microfriend miracolosi vorrebbe mettere gli spit su Sturm und drang, certo sarebbe più sicura che con i vecchi rurp, ma sarebbe come voler riscrivere una musica perché non si è in grado di suonarla.

Rossano Libera
8. Ritengo tutti questi dei “distinguo” assolutamente importanti se non basilari dal momento che possono fare la differenza.
Credo però sia necessario soprattutto trovare se stessi in qualunque cosa si faccia. Ritengo l’alpinismo un ‘cammino’ marginale all’interno di un ‘cammino’ ancora più grande ed importante che è quello della vita. Se le nostre esperienze che viviamo in questa passione non ci fanno crescere come uomini prima che come alpinisti, ecco,
credo che si stia facendo un grosso errore: dell’alpinismo inutilmente…

Rolando Larcher
8. Io so solo che le vie plasir stanno dilagando per il successo che riscuotono. Il “voglio ma non posso” è lo stile che sta imperando ed imperversando in questo ultimo decennio. Il concetto di “rinuncia” non è più né previsto né concepito.
Io sono innanzi tutto un integralista della libera e per me le vie vanno aperte e protette, fin dove si può con protezioni naturali. Dove non ci sono altri sistemi di protezione, trovo lecito usare gli spit, evitando l’A0 e ricercando un minimo d’obbligatorio.
L’unica cosa che può aiutare a catalogare le vie e quindi a capire e scegliere la salita che più ci aggrada (mi piace questo termine, quasi onomatopeico in questo contesto), sta nel redigere relazioni precise, corrette ed oneste.

Ezio Marlier
8. L’importante è dare maggior informazioni possibili perché nessuno si faccia male, se queste definizioni sono utili ben vengano. Ritengo che si debba uscire da certi stereotipi che tendono a banalizzare l’esperienza personale nel salire una via. In fin dei conti sono solo delle linee tracciate con la penna su delle fotografie e, se non andiamo oltre, questo resteranno. Per troppo tempo abbiamo usato l’alpinismo per questioni puramente personali, onore e rispetto oggi sembrano essere solo parole. Faccio alpinismo per uscire da una società moderna che mi sta stretta, quindi meno è codificato meglio sto.

Ermanno Salvaterra
8. Credo che ogni definizione possa essere usata. Il mondo cambia continuamente ed anche i nostri obiettivi possono fare lo stesso. Anche non volendo, chiunque è influenzato da ciò che succede, da come gira il mondo. Certamente però ci dovremmo dare delle regole. Certamente in ogni cosa che seguiamo e facciamo dovremmo seguire una certa etica. Certo che, spit o no, alpinismo o arrampicata, se seguissimo almeno un po’ la bella e pura etica inglese, tutto il nostro operato sarebbe senz’altro di più soddisfazione e lasceremo che il lungo cammino del mondo alpinistico possa continuare anche per il futuro.

Ermanno Salvaterra e Alessandro Gogna

Ermanno Salvaterra e A. Gogna, Milano. 24.01.2013. Foto Roberto SerafinConclusioni di oggi, 2014
di Alessandro Gogna

Costringere sette grandi alpinisti a riflettere per un momento e in pubblico con domande a volte scomode non è compito facile, si sa che la verità vera a volte è più dietro un bicchiere che sui tasti di una corrispondenza e-mail. Avevamo provato comunque a sapere come la pensavano sull’alpinismo sette tra i più grandi protagonisti italiani di quell’anno 2006. Le risposte sono state fedelmente riportate devo dire che la buona volontà di tutti ha almeno uguagliato quella segreta tendenza a fare più che a parlare che è la vera forza dei grandi. Pur ponendo sul giusto piano anche le altre tre domande (la prima è di servizio), le questioni davvero essenziali alla nostra inchiesta sono la 3, la 5, la 6 e la 7.

Alla domanda 3In che misura ritieni che quest’impresa X sia all’altezza o meno di ciò che si fa a livello mondiale? E perché?due intervistati (Moro e Larcher) rispondono di sì, Valseschini nettamente no, Libera dice “non so”, Giorda e Marlier vedono la novità nell’avventura vicino a casa e infine Salvaterra vede il nuovo nell’aspetto tecnico della velocità. C’era da aspettarsi un certo ritegno a rispondere del tutto sinceramente a questa domanda, è ovvio che non sempre si hanno le idee così chiare da non avere paura dell’immodestia. La domanda comunque non aveva tanto lo scopo di sapere l’oggettivo grado d’importanza mondiale quanto indagare quali sono i pregiudizi e le paure che impediscono una serena valutazione personale.

In un’epoca in cui ogni attività è sottoposta a giudizio, a volte in tempo reale, e questo giudizio può comportare anche conseguenze legali, è importante aver posto la quinta domanda In che misura ti riterresti responsabile nel caso succedesse un incidente più o meno grave nel tentativo di ripetizione di altri, specialmente se questi effettuassero il tentativo nelle medesime condizioni di mezzi e metodi impiegati nella “prima?. Il controllo esercitato dalla pubblica opinione sulle attività della guida alpina, del direttore di gita, dell’accompagnatore della scolaresca in luoghi naturali impone grande attenzione a ciò che si mette in programma e a come lo si realizza o meno. Il criterio morale e il buon senso non bastano più ad una società che vorrebbe tutto schedato e “sicuro”. Coloro che aprono un nuovo itinerario e coloro che fanno una grande impresa sono sempre stati possibili esempi da imitare, ma solo da due o tre lustri si tende a dare loro anche una responsabilità legale, quasi come ulteriore ostacolo ad una legittima volontà di esprimersi. Come dire che se uno si è buttato dalla finestra sarà colpa sua se un altro farà uguale.

Con questa considerazione ben presente, l’alpinismo attuale poteva essere “sospettato” di vincoli del genere. Invece per fortuna i sette che rispondono sono quasi concordi nel non doversi ritenere responsabili. Solo Marlier, per via della dolorosa tragedia di Massimo Farina, ammette il dubbio senza dare una risposta finale. Inoltre molti sottolineano la grande importanza che ha la chiarezza nelle relazioni, perché è essenziale far sapere quali mezzi e quali tecniche sono stati usati.

Alla domanda 6Più in generale, cosa pensi dell’alpinismo di oggi? Si sta evolvendo, involvendo o è fermo?nessuno si spinse a fare affermazioni decise, preferendo i distinguo. Ma anche con le dovute distinzioni, le risposte sono assai diverse e sfumate: Valseschini sottolinea che senza progresso dell’uomo e della sua sensibilità non c’è vero avanzamento; Moro condanna l’odierna tendenza a non mettersi nella condizione dei perdenti, Giorda stima che la difficoltà è cresciuta, Libera vede progresso nel meccanismo dialettico che è comune a tutte le attività umane (cioè dare valore positivo anche ai momenti creduti di stasi); Larcher considera il tempo che dovrà passare il vero giudice delle attività odierne, Marlier esclude il progresso da tutto ciò che non sia prima ascensione o solitaria; infine Salvaterra è abbastanza scettico su quest’epoca, che lui bolla di “scarsa fantasia”. La conclusione potrebbe favorire mediamente la tesi dell’evoluzione, anche se non è ben chiaro per quali ragioni.

Alla domanda 7 “Quanto pensi sia importante la contaminazione con l’arrampicata più o meno sportiva, con spit piazzati più o meno lontani?si nota nelle risposte un orientamento liberale (nel senso che ciascuno deve poter scegliere e decidere per proprio conto) che però non cancella la riflessione che lo spit potenzialmente ammorbidisce (a volte addirittura addomestica) quello spirito alpinistico che alcuni vorrebbero sempre indomito e altri accettano invece solo in quanto facente parte della storia (e quindi “superato”). Quest’ultimo quesito è probabilmente l’essenza di una diatriba che si trascina da anni: ciò che si è voluto fare qui non è certo stabilire una verità ma semplicemente riportare in modo fedele la voce di alcuni tra i migliori. Al lettore (ed eventualmente ad altro spazio dedicato) l’ardua sentenza.

postato il 29 maggio 2014

 

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La montagna per gli altri

L’incontro dopo tanti anni con Salvatore Gargioni, le domande e le risposte, sono stati un grande ritorno alle atmosfere magiche delle mie prime gite davvero alpinistiche. Gelas, Clapier, Maledia sono montagne delle Alpi Marittime che mi videro salire felice con i miei nuovi amici.

È stata un’intervista che mi ha riportato indietro nel tempo, ma non so dire se per merito dell’argomento o dell’intervistatore. Per certi versi la Sottosezione del CAI di Bolzaneto, della quale ora Gargioni è presidente, è stata un po’ la madrina della mia passione per l’alpinismo. Euro Montagna, con la sua guidina delle arrampicate in provincia di Genova, mi aveva aperto un mondo. Di lui sapevo tutto e naturalmente sapevo tutto anche dei suoi compagni di Bolzaneto, da Nicolino Campora a Giorgio Noli fino al Gabbe, cioè a Salvatore Gargioni, appunto.

SG. Cosa ricordi dei corsi di alpinismo, non in senso aneddotico o nostalgico legato alla giovinezza o agli amici, ma in senso critico ed alla luce delle tue esperienze? La gestione, l’utilità in relazione agli incidenti in montagna, o l’immagine e la funzione del CAI?

La parete nord-est del Pizzo Badile, d’inverno: la montagna per gli altri
Pizzo Badile, parete NE, via Cassin, 1a ascensione invernale , (foto Dante Taldo)La mia convivenza con i corsi e le scuole di alpinismo è stata assai breve. E non per litigio con qualcuno, come spesso succede, bensì per il dubbio di reale utilità al singolo.
In effetti la frequentazione come allievo del corso 1964 della Sezione Ligure mi è stata assai utile: ho imparato la prudenza, ho conosciuto amici che difficilmente avrei potuto conoscere altrimenti. Però poi le cose sono rapidamente cambiate. Oggi ci si iscrive ai corsi nella convinzione di poter facilmente apprendere tutto, saltando ogni gavetta. Già nel 1967 la mia anarchia latente aveva capito che una passione, per esplodere, deve avere ostacoli, non facilitazioni. Non voglio discutere l’utilità sociale dei corsi: la comunità sicuramente ne trae vantaggio. Ma il singolo, per imparare e per vivere a fondo la sua passione, deve avere bastoni tra le ruote. Solo se un padre ti impedisce di andare in montagna, solo se ti iscrivi al corso con i tuoi propri risparmi e solo se non pensi che ogni cosa ti sia dovuta, hai speranza che un corso sia veramente utile. In più oggi i corsi in genere predicano la montagna sicura. Questo deresponsabilizza la gente in maniera tale che nessuno saprà mai tirarsi fuori d’impaccio da solo, tutti credono che il soccorso alpino ti salvi dovunque, e la fantasia creativa in tutto ciò è zero.
Così io prediligo, ricerco ed alla fine anche frequento di più la roccia non così sana, i posti “brutti” ed erbosi e la montagna scartata dai più, proprio per il rifiuto che ho sempre provato, profondo e radicato, per le convinzioni correnti che si debba salire solo su roccia buona e ben protetta. Sono convinto che la sicurezza sia soprattutto dentro di noi e che ciò che può esserci fuori di noi sia sicurezza apparente, stampella per chi non sa o non vuole camminare con le sue gambe. E questo discorso è valido per le salite estreme come per i sentieri più frequentati o per le ferrate più maniacali. Voglio poter conservare la libertà di perdermi in un bosco o in un altopiano, perché credo che sia questa la vera esperienza che cerchiamo. Vorrei fare un corso io, per insegnare come sia più bello salire a piedi su una via normale, ma senza ometti, vernice o altra segnaletica piuttosto che salire come scimmie su fittoni o scalette di ferro, dove si fa una gran fatica ma s’impiega nessuna fantasia, dove si crede di fare chissà che cosa ma si perde tutto ciò che la montagna vera può farci vivere. L’alpinismo come il tennis, segnalato, regolamentato, insegnato, e però solo fintamente addomesticato, è il più grande pericolo in cui un giovane possa cascare.

SG. Quando hai capito che avresti potuto diventare un protagonista e quando hai di conseguenza deciso di dedicarti completamente alla montagna?

Ho capito soprattutto che avrei voluto dedicarmi totalmente alla Montagna, non tanto che avrei potuto diventare un cosiddetto protagonista. E questo è successo, ovviamente, subito dopo la nostra prima invernale della via Cassin al Pizzo Badile.

SG. Per quanto tempo sei rimasto “a cavallo della tigre” e quando pensi di essere sceso? Passando, per esempio, al professionismo?

La mia permanenza ai vertici dell’alpinismo internazionale è durata assai poco. Gli anni che vanno dal 1967 al 1974 sono sicuramente i più “bollenti”. Il professionismo non c’entra. Già dal 1968 feci la scelta di lasciare casa mia e di vivere da solo mantenendomi in un’altra città. E per vivere ho sempre fatto conferenze e ho scritto di montagna. Ho fatto anche il rappresentante di articoli da montagna. Da allora non è cambiato nulla, continuo a scrivere, edito libri, faccio serate e vendo fotografie. Certo, sono anche guida alpina, ma non esercito nella maniera classica. Il mio lavoro, e spero di farlo sempre al meglio, è quello di parlare di montagna, scrivere e fotografare, in modo che altri possano vivere le cose che io ho avuto la fortuna di provare.
I vertici dell’alpinismo sono scomodi e pericolosi. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di lasciarci veramente le penne. Quando comprendi che hai dato già il tuo massimo, hai tre possibilità: a) smettere definitivamente e tanti saluti alla montagna che hai usato per farti bello; b) continuare a dare il tuo massimo e quindi mettersi nella condizione di non fare più le cose estreme con lo stesso equilibrio di prima, con il rischio di vivere sempre più situazioni pericolose e foriere di incidenti più o meno gravi, “avvertimenti” per la successiva batosta finale; c) accettare come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri” e continuare la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

SG. La trasformazione dell’alpinismo e del CAI portano ad un vicolo cieco. È la morte della montagna?

La parete nord-est del Piz Martel (Val Cama, Mesolcina): la montagna per noi stessi
Parete nord est del Piz Martel (Val Cama), MesolcinaLa trasformazione dell’alpinismo e del CAI sono il prodotto dell’aver noi tentato di trasmettere la libertà agli altri come se questi non fossero in grado di cercarsela da soli. Deresponsabilizzando gli altri ci siamo messi in un vicolo cieco. Da questo si può uscire solo facendo marcia indietro. Perciò non parlo e non mi sento di parlare di morte della montagna o dell’alpinismo, perché credo che la via di ritirata sia ancora aperta per una buona maggioranza di gente. La strada passa per la delegittimazione delle istituzioni che molti hanno in testa oltre che in tessera. Essere iscritti a qualche associazione perché ci piace e ci crediamo, è utile; essere iscritti perché è “utile” o perché “si deve”, sa tanto di sindacato e quindi di mondo del lavoro. Al lavoro, dunque! E chi vivrà vedrà.

postato l’11 maggio 2014

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Le vie e la Via del Mass

Le vie e la Via del Mass
Recensione a Le vie di Lorenzo Massarotto (Luca Visentini editore, Cimolais-PN, dicembre 2013)

Mass-1459229_732148846812804_1317761689_nPer molti, quando sono al vertice in alpinismo, la gratificazione che ne ricavano è innegabile, specie in pubblico: l’ascolto che ti viene concesso, il rispetto che ti viene riservato, l’onore che ti viene tributato, perfino la leggera adulazione possono solleticare il nostro io al punto da trarne piacere. E il sospetto che questo possa diventare una droga non ci sfiora neppure. Poi però, in privato, se ne rivela la scomodità, se ne manifesta il pericolo. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di perdere la bussola che lo ha condotto così bene fino a quel momento.

Lorenzo Massarotto, il Mass. Foto: Ivo Ferrari
Mass by I.FerrariPer altri, una minoranza, questo piacere non esiste. Ogni tentativo di un eventuale pubblico di tributargli onori lo respingono con cortesia al mittente, ogni occasione in cui sono costretti ad affrontare una sala gremita e plaudente, la vivono come una realtà indigesta, chiusi in una scorza di timidezza che solo apparentemente è la causa di tanto disagio.

Per costoro, la causa del proprio andare in montagna, non ha radici nell’esibizionismo, non ha bisogno degli altri. Quando si fa un’impresa, le ragioni di quella scelta non sono le solite, o almeno non lo sono sempre. C’è un’invernale, una solitaria da fare? Un progetto capace di catalizzare le energie e i pensieri per mesi, anche anni, fino a che non si parte, fino a che non lo si realizza: poco importa che sia una “prima”. E’ facile capire che le “prime” si fanno in buona parte (il quanto dipende da noi) per catturare l’attenzione di un pubblico, se non c’è la “prima” spesso c’è solo passione allo stato nascente.

Loris Campeotto racconta nel libro un episodio. Mentre stavano salendo lo zoccolo della Terza Pala di San Lucano per salire d’inverno la via Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz, Lorenzo Massarotto, ormai di fronte alla grotta dove avrebbero bivaccato, dice a Loris di fare un inchino “perché in ogni grotta c’è uno spirito”. E la mattina dopo: – Hai sentito lo spirito?

Un vero e proprio selfie ante litteram del Mass (1a solitaria al diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz, luglio 1982)
Mass_autoscatto_01Se non cerchi le “prime”, non cerchi il palcoscenico, neppure la videoripresa e ti accontenti di scattare le tue foto, vuole dire che accetti come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri”. Continui la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

In questo profilo può rientrare la figura di Lorenzo Massarotto? Si direbbe di sì. Ma rimandiamo alla fine questo tentativo di giudizio.

Ora vediamo invece l’attività di Lorenzo sotto il profilo dei numeri.
Quanti sono gli alpinisti di fama mondiale che in 32 anni di salite possono vantare 123 vie nuove, tutte impegnative, e moltissime da considerare dei capolavori? Alcune sono irripetute, quindi abbiamo ancora grande possibilità di ingigantire una figura già mitica ora.
E se, accanto a queste 123 prime ascensioni, aggiungiamo 39 imprese (di cui 18 grandi solitarie, 3 stupefacenti invernali, 6 formidabili solitarie invernali, 12 salite notevoli per qualche titolo) e anche 3 spedizioni (Manaslu 1979, Patagonia 1999, Patagonia 2000) e la salita del Nose al Capitan (2000)?

E’ così che si è mosso in montagna una delle figure più silenziose ma più sbalorditive delle ultime due decadi del XX secolo: Lorenzo Massarotto, di Villa di Conte (PD), nato a Santa Giustina in Colle (PD), il 17 luglio 1950.

E’ stato lui il vero continuatore delle idee e del sentire di Enzo Cozzolino, altro campione di cui un po’ ci disperiamo per l’eccessiva riservatezza, perché oggi vorremmo saperne di più. Mentre Renato Casarotto si è presto dedicato alle imprese extraeuropee o invernali, mentre Manolo e Heinz Mariacher si sono dedicati maggiormente alla difficoltà pura, Massarotto (assieme a Maurizio Giordani) è il più accreditato scalatore di grandi pareti dolomitiche, d’estate o d’inverno o da solo, con l’uso il più possibile limitato di chiodi e con l’assenza del chiodo a pressione. E di tutti quelli che ho appena nominato è l’unico a difendere con ostinazione la propria privacy alpinistica, proprio come Cozzolino.

Eccolo quindi sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord, via Tiziana Weiss, con Ilio De Biasio, il 14 agosto 1980. In 10 ore supera 24 lunghezze, di cui alcune estreme, usando solo chiodi alle soste! Ma questo è solo l’inizio: non dimentichiamo che è proprio di quell’agosto 1980 l’apertura da parte di Manolo e Piero Valmassoi della Supermatita al Sass Maor, un balzo in avanti dopo Vinatzer, Rebitsch e Messner. Per l’autore, la chiave di accesso alla leggenda. Sono 1200 metri di sviluppo, 7 chiodi, qualche excentric e tante clessidre, su difficoltà fino al VII continuo, forse VII+, in 13 ore. Leopoldo Roman riporta che il Mass, come affettuosamente era chiamato Lorenzo dagli amici, giudicò così quell’exploit: «L’impresa, bella anche dal punto di vista estetico, fece scalpore e fu importante perché dimostrò che si poteva salire con purezza di stile e con scarso impiego di chiodi pareti ritenute impossibili anche dai più accaniti chiodatori (Rivista del CAI, 1984)».

Dal 10 al 12 aprile 1981, Massarotto apre la Figlia del Nagual, con Roberto Zannini sulla parete sud della Terza Pala di San Lucano, tra la Gogna e la Panzeri. Posseduta dal demone della conquista, la cordata proseguì poi sulla cresta integrale fino al Monte San Lucano, attraverso lo Spiz e la Torre di Lagunàz, una cavalcata a dir poco wagneriana. Le difficoltà di Figlia del Nagual arrivano al VII+, la via non è perfetta perché per una sessantina di metri si svolge in comune con la Gogna. Lorenzo tornerà in seguito per cercare di eliminare quella comunanza, purtroppo senza riuscirci.

Dal 30 al 31 maggio 1981, il Mass ed Ettore De Biasio superano la parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mantenendosi a sinistra della Gogna-Cerruti, con solo 4 chiodi intermedi per i 1400 metri della Via degli Antichi, VI, A0: la salita è però compiuta in due tempi.

Il 1° luglio 1981, con Leopoldo Roman, è la volta dello Spiz de la Lastìa, parete nord-ovest, via diretta, a destra della Detassis-Castiglioni, 700 metri, 9 chiodi usati in neppure 11 ore: «L’ottavo tiro sulla destra del libro aperto, nella massima esposizione e verticalità, è stato il capolavoro di Lorenzo Massarotto. Lui lo ha definito uno dei tiri in libera più difficili che abbia mai fatto, se non addirittura il più duro. E poiché il suo curriculum (vie nuove sulla Nord dell’Agnèr, sulla Nord dello Spiz Nord, sullo spigolo ovest dello Spiz Pìcol, sulla Seconda e Terza Pala di San Lucano, in Moiazza; solitarie all’Ideale in Marmolada, all’Aste in Civetta, Cassin e Carlesso sulla Torre Trieste, Cozzolino allo Spiz Nord, Navasa sulla Rocchetta di Bosconero, tanto per citarne alcune fra le più significative) il suo curriculum, dicevo, è di tutto rispetto, c’è da crederci veramente. Una placca di 45 metri, panciuta e strapiombante, solcata da minime fessurine e rugosità: il tutto in libera e con l’impiego di sei chiodi intermedi di sicurezza. Nell’aereo punto di sosta alla fine di quel tiro di corda ci chiedevamo perché tanta febbre per le montagne della California e tanto abbandono per queste placche stellari, che offrono ancora così tante possibilità. “È lo stato primitivo di questi luoghi che me li ha fatti scegliere come mio luogo preferito per arrampicare” disse Lorenzo (Leopoldo Roman, Rivista del CAI, 1983)».

Il 16 e 17 agosto 1981 Massarotto, con Sandro Soppelsa, sale sull’Agnèr per la Via del Cuore con 13 chiodi e 25 di sosta. Una via di 1200 m, fino al VI-, A1, A2. Questa via è bellissima e si delinea a sinistra della via di Messner sulla parete nord-est dell’Agnèr, un capolavoro di astute traversate e di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via del Cuore sulla parete nord-est dell’Agnèr (16 agosto 1981)Mass-90-L-V-3-GRU196-OKAssolutamente non convinto della validità dell’impresa di Graziano Maffei e Paolo Leoni sullo spigolo nord-est del Sass Maor, il Mass voleva salire la parete nord-est subito accanto. Il 9 luglio 1983 ci riesce, assieme a Leopoldo Roman, con l’uso di soli 4 chiodi e difficoltà superiori al VI (via Alessio Massarotto). Una settimana dopo, con Danilo Mason, sale la diretta della parete nord-est della Torre Armena, Battesimo del Fuoco, 750 metri, passi di VII, chiodi ovviamente pochissimi (17-18 luglio 1983).

Nel 1985, in un’intervista della Rivista del CAI, Massarotto dice: «Per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper. Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta». Il non usare chiodi a pressione è uno dei principi fondamentali che ispirano l’attività del Mass. «Sembrava un problema ormai superato e invece i chiodi a pressione stanno tornando a galla. Ho saputo che qualcuno li ha usati di recente per aprire delle vie nuove perfino sulla Sud della Marmolada, dove di itinerari ce ne sono già oltre cinquanta. Non capisco proprio questa mania di forzare la montagna a tutti i costi! Mica ce l’ha ordinato il dottore, di aprire vie nuove!». E poi: «L’alpinismo è per me una questione soggettiva imperniata sul rapporto che ho instaurato con la montagna. Potrei definirlo un mezzo che mi ha aiutato a capire me stesso come anche un gioco che mi ha aperto intimamente nuovi orizzonti. Lo considero però un gioco con delle regole che, anche se non sono scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla… Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima… Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro. Montagna come mezzo e non come attrezzo».

Un Lorenzo perplesso, sulla Marmolada di Rocca, tra i soccorritori che lo hanno appena recuperato benché non li avesse affatto chiamati (9 marzo 1982)Mass-51-L-V-2-GRU157-OKSull’Agnèr Lorenzo Massarotto torna con Giovanni Rebeschini il 18 e 19 settembre 1987 per un’ulteriore via nuova sulla parete nord, 35 lunghezze con difficoltà fino al VII-: sarà la via Luciano Cergol. Questa via nuova è un arricchimento di conoscenza dell’immane parete nord, la cui reale portata non è stata ancora compresa, anche se magari “superata” dai campioni moderni, tipo i fratelli Florian e Martin Riegler o ancor prima da Roland Mittersteiner e pochi altri. Lo dice anche Luca Visentini, quando scrive: Diverse vie di Massarotto non sono mai state risalite. Ripeterle sarebbe rivoluzionario, sovvertirebbe molte certezze dell’arrampicata odierna”.

L’etica del Mass è ben chiara, anche se poco difesa e praticata da altri: salire al massimo delle proprie possibilità, senza spit né dal basso né dall’alto, senza essere schiavi del progresso a ogni costo. Chi come lui ha infatti salito il diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz da solo e in prima ripetizione può ritenere banale il progresso tecnico a colpi di spit. Massarotto ritiene che sia ora di codificare le regole del gioco, vuole maggiore precisione sul come l’impresa è effettuata, perché è vero che la confusione è grande. Dalla confusione alla piccola (o grande) mistificazione il passo è breve e a questo proposito sarebbe stato importante che lo stesso Lorenzo raccontasse per iscritto qualche cosa in più delle proprie imprese: le conferenze non bastano e a volte le parole riferite da altri distorcono il racconto originale.

«Massarotto era un mito, il Dolo-Mitico, l’aveva scherzosamente soprannominato Alberto Peruffo… Era più che una passione quella di Lorenzo per la roccia, era uno stile di vita, era quasi una mania. Il leit motiv dell’esistenza di Massarotto era questo ricorrente esercizio fisico e psicologico: la ricerca di un nuovo itinerario passava prima per lo studio attento, poi per la realizzazione pratica.
Fuori dagli schemi e dalle evoluzioni-involuzioni dell’alpinismo, Massarotto continuava imperterrito le sue ricerche, le sue esplorazioni ed il tema era sempre e solo quello, la pura roccia, d’inverno e d’estate. Non gli interessavano i viaggi extraeuropei, non partecipava a convegni, non scriveva se non in via eccezionale per riviste, non cercava sponsor, insomma nonostante la ormai acquisita notorietà non riposava su nessun alloro, perseguiva la sua filosofia, il gioco della vita aveva il suo sale nel conoscere rocce nuove, nel trovarvi nuove vie, nel continuare come se il tempo non contasse, seguendo il cammino imposto da una scelta giovanile alla quale per nessun motivo avrebbe voluto rinunciare (Bepi Magrin)».

Cito ancora l’Agnèr, parete nord, via Dante Guzzo, 800 m originali, con Cristoforo Groaz, 8 e 9 settembre 1988; l’Antelao, parete sud, Dell’uomo in strach, con Fausto Conedera, 20 agosto 1992; oppure ancora, dal 16 al 19 aprile 1995, il lungo itinerario diret­to sulla Sud della Seconda Pala di San Lucano, cioè sul pilastro a destra della via Gogna-Cerruti, portato a termine con i compagni Paolo Benvenuti e Gianluca Bellin, su difficoltà fino all’ottavo grado: via Dolce dormire.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Luciano Cergol sulla parete nord-est dell’Agnèr (18 settembre 1987)Mass-31-L-V137-OKMa non abbiamo lo spazio per raccontare la storia alpinistica di Lorenzo Massarotto. Per questo c’è il libro! Fino all’ultima fatale salita, quella del 10 luglio 2005 sulla Torre Émmele (Piccole Dolomiti), quando Lorenzo, in vetta, è colpito mortalmente da un fulmine. Ci accontentiamo qui di fornire la lista delle sue salite nel  gruppo del Monte Agner e quella nel gruppo delle Pale di San Lucano.

Nel libro Le vie c’è tutto quello che si è potuto ricostruire, con le immagini, con gli scritti e con i ricordi. Il curatore (che è anche l’editore) non ha neppure provato a raccontare la vita di Lorenzo: questa infatti emerge comunque, prepotente, imperiosa, superiore.
«Emerge una personalità in conflitto con il mondo, che usa l’Alpinismo per non farsi inglobare in quello che doveva essere il suo destino di nato in una provincia veneta, destino che invece si è compiuto nei suoi coetanei, amici e paesani. Per questo etichettato come ribelle (non firmato, www.dimensionemontagna.it)».

Il recentemente scomparso Ilio De Biasio durante l’apertura della via Tiziana Weiss sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord (14 agosto 1980)Mass-14-L-V120-OKLa meticolosità con cui è stato ricostruito il “patrimonio” di relazioni e documentazioni sulle vie nuove aperte da Lorenzo Massarotto, e la vastità delle testimonianze raccolte tra i suoi amici e compagni di cordata, sono ben valutate riportando il numero totale di pagine di Le vie: 536, fitte, senza nulla concedere a spazi bianchi!

«Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei ‘cani sciolti’ che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo. E non è del resto un torto nei suoi confronti stampare così come sono questi brani che lui aveva scritto da giovane, accantonandoli, e che con la maturità avrebbe probabilmente riveduto e corretto? Scusa ancora Lorenzo, è per amore (Luca Visentini)».

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Il Battesimo del Fuoco sulla parete nord-est della Torre Armena (17 luglio 1983)Mass-02-L-V108-OKA questo punto, quasi alla fine, possiamo tornare alla domanda iniziale. Sappiamo abbastanza bene il patrimonio di vie e di coraggio che ci ha lasciato Lorenzo: la storia s’incaricherà di precisare, di schiarire ulteriormente. Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di agire con lui sono dei privilegiati che sentono bene la forza dei momenti vissuti assieme. Ma cosa possiamo dire del patrimonio culturale di cui Lorenzo è direttamente responsabile? Davvero la sua figura aderisce al profilo che ho tratteggiato all’inizio?

Secondo Gabriele Villa, per Lorenzo “alpinismo era una parola ricca di significati oggi in gran parte dimenticati, se non perduti, nei quali le imprese non si annunciavano, nemmeno venivano divulgate e raccontate ad ogni piè sospinto e con tutti i mezzi di comunicazione possibili; più semplicemente venivano compiute e molto spesso senza nemmeno tanto raccontarle, ma conosciute quasi solo dai diretti protagonisti”.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Dante Guzzo sulla parete nord-est dell’Agnèr (9 settembre 1988)

Mass-01-L-V107-OKIn realtà solo un editore anomalo come Luca Visentini poteva realizzare questo libro. Un editore che pubblica libri meravigliosi da anni, con le sole sue forze e di quelle degli amici, senza cercare la pubblicità, la ribalta e neppure i soldi. Un editore con le idee chiare, non segrete ma neppure sbandierate. Di ciò che si deve o non si deve fare, un’etica forte, valida una vita a dispetto di fortune e rovesci. Esattamente come le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto, che nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Ciao Mass!
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postato il 7 maggio 2014

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Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata

Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata
Per la gran parte delle persone di questo mondo alpinismo e arrampicata sono attività innaturali: noi che ci siamo dentro pensiamo al contrario a quanto è naturale la scalata di qualunque terreno.
Ben avevano visto gli umoristi della Settimana Enigmistica quando disegnavano l’alpinista non attaccato alla roccia con le mani, bensì tramite la piccozza.

7810_Scalata_S350Con il dry tooling abbiamo non solo realizzato il sogno degli umoristi, l’abbiamo anche raddoppiato, visto che gli attrezzi sono due, più i ramponi, puntuti davanti, sotto e perfino dietro al tacco.

 

 

 

 

 

 

Drytooling in Valle Spluga, Fabio Salini sul Candelino della Condotta forzata, via di sinistra (M7)
Drytooling in Valle Spluga, Candelino della Condotta forzata, 12.2.2013,  via di sinistra, M7,Guardando arrampicare con questa tecnica, che evidentemente risolve una gran parte di terreno fino a qualche anno fa trascurato o impossibile, si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo di raffinata bravura, di eleganza, direi anche di grande novità.

La tecnica del dry tooling, nata sugli strapiombi ghiacciati di falesie prima solo repulsive, trasportata poi sulle grandi montagne alpine ed extraeuropee, ha portato a uno sviluppo incredibile delle capacità umane di fare performance veloci, efficaci, risolutive di problemi neppure immaginabili nel secolo scorso.

Eppure… provate a pensare alla punta affilata della piccozza che più o meno delicatamente viene inserita alla radice di una tacca rocciosa, in un fessurino, in un buchetto. Davvero si pensa che il ripetuto passaggio non provochi un significativo allargamento della sede? E’ evidente che le micro-rotture sono da mettere in conto.

Nello Yosemite alla fine degli anni ’60 il ripetuto inserimento dei chiodi da roccia nelle fessure provocava dopo anni il vistoso allargamento delle stesse. La fessura dello Shield, inizialmente da attrezzare con rurp, alla fine, del tutto deturpata,  accettava chiodi di ben maggiori dimensioni. Quando infine ci si accorse dei danni ci fu la rivoluzione dei nut, stopper ed excentric, accompagnata dalla filosofia dell’hammerless.

Yosemite: fessura visibilmente deturpata dall’inserimento ripeturo di chiodi
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Dato che il dry-tooling, come abbiamo visto, presenta gli stessi problemi, quale potrà essere la soluzione?

 

 

 

 

Sulla via dello Shield al Capitan (Yosemite Valley)
drytooling-107481120_medium_148914Non c’è solo il problema ambientale della mutazione della superficie rocciosa, c’è anche quello dell’alterazione delle difficoltà, e quindi delle graduazioni. Se una tacca, sotto le ripetute e taglienti pressioni, si rompe e scompare è probabile che la difficoltà del tiro aumenti; se invece un buchetto viene letteralmente allargato o approfondito quando aggredito dalle punte, è probabile che la difficoltà diminuisca.

La prima misura, direi urgente, per andare incontro a un’etica oggi trascurata dai più (ma per fortuna presente al fondo della coscienza collettiva se non di quella individuale), è la decisione, la presa di posizione riguardante i settori dedicati al dry tooling. Credo che sia evidente a tutti che una stessa via non possa servire all’arrampicata libera e sportiva e nel contempo al dry tooling, come giustamente denuncia Paolo Caruso.

E’ solo un primo passo, ma è necessario. Come si sta facendo strada la divisione tra i settori trad e i settori sportivi in arrampicata, allo stesso modo dobbiamo dividere i settori adatti alla libera da quelli adatti agli attrezzi.

postato il 1 maggio 2014

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Il mistero dei ricordi

Le Alpi Marittime sono un’emozione di ricordi che s’affacciano tutte le volte che a mente mi raffiguro quell’angolo di carta geografica, il posto di tanti desideri. Montagne misteriose come i ricordi da troppo tempo sopiti o come cose troppo a lungo vagheggiate. Il compagno che era con me la prima volta non c’è più, perduto nelle nevi lontane del McKinley.

La neve era stata la costante di quella nostra impresa, alla fine un incubo. Era il Natale 1964, con Gianni Calcagno salivo lentamente le nevi sulla strada che dalle Terme di Valdieri conduce al Pian del Valasco. Gli zaini carichi anche dell’inutile ci schiacciavano sugli sci, c’ingobbivano tutte le volte che alzavamo lo sguardo per vedere quanto mancava.

La Cresta Savoia, da ovest
MisterodeiRicordi-13050325Per me allora era tutto mistero, la novità di quei ripidi versanti stracarichi di neve mi faceva sentire così piccolo che era solo per fedeltà al progetto e rispetto per l’amico che non proposi di tornare indietro.

Per fortuna il mistero è ancora di casa sulla montagna, in modo speciale d’inverno. Le tracce di animali, piccole orme nella neve, dise­gnano itinerari misteriosi per chi è solo di pas­saggio e non ha le misure di questo territo­rio. Avevo visto vette tra­montare ed albeggiare attorno a me con forme e colori così belli da essere istantanei, profili di pensieri così attraenti da vi­vere solo un attimo prima di essere sostituiti da al­tra poesia. Lassù però le cime non le vedevo ancora, le indovinavo al di sopra di pendii scintillanti nel biancore luminoso del mezzodì.

Nello scialpinismo praticato come mezzo di avvicinamento ogni conquista è rimandata al giorno dopo: invece lassù, oltre l’infinito Pian del Valasco, ogni metro ripido verso il Rifugio Questa era una piccola conquista. In realtà ogni vittoria sarebbe stata solo di noi stessi: quando la conquista è dell’inutile, si può anche dire che non c’è nulla da conquistare. Ogni metro vinto andava a naufragare nell’oceano del mistero: la sali­ta e la discesa di una montagna sono una traccia nell’atmosfera interlocutoria di un foglio bianco su cui può essere scritta qualunque cosa. Ci domandavamo perché non avessimo neppure ancora aperto il quaderno. E quando si vive e si respira il mi­stero, ecco che crolla nella neve il far­dello dell’inutile, nell’indefinibile so­spen­sione tra terra e cielo, nel zig-zag che si rita­glia a sghimbescio per evitare un pendio troppo ripido.

Gianni Calcagno al Pizzo Badile, dicembre 1967
Gianni Calcagno al Pizzo Badile, fine 1967Se ci si volta, si vede la scia creata dal nostro passaggio. Evane­scente, labile, senza vigore, come una creazione di oggi ci sem­bra senza futuro alcuno; per­ché forse le tracce nella neve dure­ranno lo spazio di un giorno. Ma chi calza gli sci in luoghi selvaggi e si confronta con la solitudine delle proprie creazioni ripercorre l’incessante azione vitale della salita cui segue sempre una discesa.

Il cielo si velava veloce; alle tre del pomeriggio eravamo ancora lontani dal rifugio. Cominciò a nevicare, una neve così umida che gli sci prima sfondavano, poi rimanevano incollati in profondità. Ci dichiarammo vinti e ci pareva impossibile non riuscire a scendere se non con uno sforzo immane. Alle otto di sera ricavammo una truna al Pian del Valasco, sotto al muretto della strada, ed il giorno dopo lo impiegammo tutto per raggiungere il primo centro abitato, S. Anna di Valdieri, ancora alle sette di sera. Direi incredibile, se non lo ricordassi così bene.

Il rifugio Questa
MisterodeiRicordi-20120709000502Dopo quest’inizio avventuroso e senza risultati se non quello di aver riportata a casa la pelle, le cose migliorarono. Le uscite compiute in seguito, rubando posti a sedere nelle auto degli amici e soprattutto tempo che avrebbe dovuto essere dedicato allo studio per gli esami di maturità, ebbero successi misurabili. Dopo lo storico e vincente confronto con gli esaminatori statali mi ritrovai a fine luglio 1965 con Gianni e Lino Calcagno ed un altro amico, Bernardo De Bernardinis, ancora al Rifugio Questa. Nella settimana in programma erano in lista almeno il doppio di salite possibili. Forse eravamo in anticipo sui tempi dei concatenamenti. Una sera litigai ferocemente con Lino per divergenze sulle mete del giorno dopo; invano Nello cercò di mettere diplomazia nello scontro mentre Gianni tendeva a rimanere neutrale. Il mattino dopo ero così arrabbiato che decisi di andare a scalare da solo e con la foga tipica dell’inferocito andai fin sotto alla parete est della Punta Maria della Cresta Savoia. Qui attaccai la via di Giovanni Guderzo, di cui non si aveva alcuna relazione se non i racconti epici di Pippo Abbiati, malcapitato compagno del suo capocordata. Portai alla fine il progetto e, sceso per la via normale, incontrai i tre amici che avevano salito la Est della Punta Jolanda. Ci legammo insieme, in un ritrovato accordo, per scalare la Ovest della Punta Umberto nel pomeriggio.

La Cresta Savoia da est
Il versante orientale della cresta Savoia, Alpi Marittime, gruppo del PrefounsA fine settembre trascorsi un’altra splendida settimana al Rifugio Zanotti, con Giuseppe Grisoni. Rastrellammo tre o quattro delle vie nuove possibili sulle cime più belle della zona, come il Becco Alto d’Ischiator, la Testa del Vallone o il Monte Tenibres. Senza una lira in tasca, quindi con poco mangiare, badando bene a non pagare neppure un pernottamento.

postato il 12 aprile 2014

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Il coraggio supplementare di Hervé Barmasse

Hervé Barmasse su e giù dal Cervino
Il primo ad avere l’idea di salire su e giù dalle quattro creste del Cervino, concatenando quindi i quattro “spigoli” della perfetta piramide, fu Marco Barmasse. Ancora non c’era il record di velocità di Valerio Bertoglio, che sarebbe arrivato il 10 agosto 1990, 4h16’ per salire e scendere dalla vetta per la cresta del Leone.

L’11 settembre 1985, sull’onda delle nuove possibilità sportive date dalla nuova realtà dei concatenamenti, Marco affronta per prima la cresta di Furggen, compiendo la prima solitaria degli Strapiombi; scende di corsa fino alla Hörnlihütte, traversa sotto alla Nord del Cervino, risale la cresta di Zmutt e scende per la via italiana del Leone, concludendo la sua cavalcata al rifugio Duca degli Abruzzi, dopo 15 ore. Ai piedi aveva gli scarponi di plastica e una corda da 12 mm in spalla.

Parete nord del Cervino
Foto aerea da nord-ovest del Cervino. Sono ben visibili la parete nord (a sinistra), il Naso e la cresta di Zmutt. In ombra, la parete ovest. Foto www.marcomilani.com.Il 19 agosto 1992 arrivarono Hans Kammerlander e Diego Wellig, il loro obiettivo era quello di percorrere tutte e quattro le creste del Cervino in salita e in discesa, praticamente un raddoppio dell’exploit di Marco Barmasse, in meno di 24 ore.

Partirono da quota 3424 m a mezzanotte scalando la cresta di Zmutt, scesero dalla via normale svizzera alla Hörnlihütte, salirono la cresta di Furggen, scesero sulla via italiana sino alla capanna Carrel da dove, ripartirono per arrivare in vetta e nuovamente scendere sulla via normale svizzera, per poi risalire ancora dalla stessa e scenderla nuovamente arrivando poco prima della mezzanotte alla Hörnlihütte.

Al di là del rispetto sportivo dovuto a una simile impresa, è evidente il concetto esagerato, volto a colmare il vuoto creativo. Un’impresa non vale il doppio di un’altra se la si raddoppia. Quantità non è uguale a qualità, tanto per contraddire il detto di Georges Livanos (che peraltro si riferiva alla quantità di chiodi necessaria per ottenere una buona sosta su roccia marcia).
Salire e scendere dal Cervino quattro volte in salita e quattro in discesa francamente rischia di emozionare poco chiunque.

Al paragone di questa, la recente impresa di Hervé Barmasse, al di là dell’emotivo suggerimento datogli dall’impresa del padre Marco, è più convincente. Lo stesso percorso del padre, da solo, ma anche d’inverno.

Hervé Barmasse
CoraggioSupplementare-barmasse-herve-barmasse-17Le 17 ore (fino alla capanna Carrel) sono la conseguenza di un buon stato di forma, una lucidità mentale e del fatto che con il materiale ridotto al minimo e nessuna protezione adeguata al freddo, non potevo permetterti di rimanere troppo tempo sulla montagna”.

Dunque giovedì 13 marzo 2014 Hervé Barmasse, in solitaria, ha compiuto il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino e la prima solitaria invernale della cresta di Furggen per la via degli Strapiombi.

Un inverno differente da quelli passati, ricco di precipitazioni nevose come non si vedevano ormai da tempo, ha reso la scalata dal punto di vista dell’ingaggio certamente più interessante, complicata e rischiosa. In ordine d’importanza delle difficoltà direi, la consapevolezza che se decidi di scalare in solitaria, sai che non puoi permetterti di sbagliare. Devi gestire il rischio, le tue paure, le tue forze e il ritmo della scalata. Creste affilate con neve sino alla vita e instabile, passaggi di 5, 5 superiore, a 4300m nel caso degli strapiombi e il freddo. Il materiale nello zaino centellinato: una borraccia d’acqua e due barrette, 4 friend, 40 m di corda che poi ho tagliato a 23 per ridurne il peso, 3 fettucce, 6 moschettoni e un chiodo da ghiaccio; oltre a piccozza e ramponi che ho tolto solo sul primo tiro degli strapiombi. E per finire, l’incognita della cresta di Zmutt che non avevo mai percorso.
Sono partito alle 5.45 dal bivacco Bossi, alle 10.10 ero in vetta, dopo aver affrontato gli strapiombi autoassicurandomi solo sul primo tiro. Mi sono fermato circa 15 minuti. Alle 14.10 Sono arrivato alla Hörnlihütte. La discesa dalla via Svizzera è stata eterna per via dell’abbondante neve, in estate con i clienti la percorro impiegandoci la metà del tempo. Non pensavo di incontrare condizioni così brutte. Mi sono riposato un’ora e alle 15.15 sono ripartito e ho attraversato la base della parete nord. Alle 16.00 circa ho iniziato a salire la cresta di Zmutt per arrivare nuovamente in vetta al Cervino alle 20.15. Anche su questa cresta, in particolar modo sui dentini di Zmutt e nella sua parte finale la neve profonda sino alla vita mi ha fatto tribolare non poco. Alle 22.45 ho guardato nuovamente l’ora. Ero già all’interno della capanna Carrel e mio padre, che mi aveva atteso in rifugio, stava cercando di scongelare una birra – così racconta Hervé Barmasse in un’intervista a Vinicio Stefanello.

Il 21 agosto 2013 lo spagnolo Kilian Jornet Borgada aveva stabilito il nuovo record di salita e discesa del Cervino da Breuil-Cervinia, con il tempo di 2h52’02”. Jornet aveva impiegato 1h56’15” e circa 55’ per la discesa. Ha abbassato di 22 minuti il precedente record di Bruno Brunod di 3h14’ stabilito nell’agosto 1995.

L’arrivo di Kilian a Cervinia è salutato da una folla festante di turisti, la maggior parte dei quali sogna di salire, prima o poi nella vita, il Cervino: a molti sembra quindi un sogno sempre più realizzabile, senza riflettere più di tanto sulla siderale differenza tra le capacità di una persona normale e quelle di un atleta professionista. Chi invece il Cervino l’ha salito, in tempi normali e magari con guida, non è in genere così entusiasta dell’abbattimento di questi record. Ognuno vede la propria attività alpinistica come vuole, e la basa su motivazioni del tutto personali, ma in fondo ci tiene a quella volta che è salito in cima, un momento capace di riempire d’orgoglio anche dopo tanti anni. L’alpinista non è necessariamente così generoso con i suoi simili.

I grandi protagonisti di oggi dovrebbero tenere ben chiaro in mente che vengono applauditi platealmente (vedi Piolet d’Or) se vanno in terre lontane a esplorare l’inosabile, una sfida che ha senso in questo momento solo per loro e che allargherà la sua influenza solo in seguito; vengono applauditi un po’ meno se riducono, con precisione cronometrica e oggi, il margine di gloria di coloro che li hanno preceduti. Ecco perché, per affrontare le difficoltà alpinistiche di quello che ha fatto Hervé, ci vuole una bella dose di coraggio supplementare.

Il sito di Hervé Barmasse

Biografia di Hervé Barmasse

Postato il 4 aprile 2014

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Marco, a che punto è la notte?

Marco, a che punto è la notte?
Che ne sappiamo noi delle misteriose forze interiori che si agitano nel cuore di un uomo, delle sue solitudini, delle sue domande, i suoi sentieri personali, le grandi pareti dello spirito, le pietraie della cima che non arrivano mai, perché le risposte latitano…” Queste parole di don Agostino Butturini sono pronunciate nella Basilica di San Nicola di Lecco, di fronte a 2000 persone, con altrettante fuori della chiesa, sul piazzale. Da più parti d’Italia, vogliono salutare per l’ultima volta Marco Anghileri. E’ l’introibo ad altare Dei di una Messa nella Messa, quella messa dove, al posto del pane e del vino, vorremmo fosse santificato il nostro esistere.

Già, che ne sappiamo. Non ci sono chiari neppure i nostri mari agitati, le correzioni di rotta di fronte a mete che l’uomo propone e che Dio dispone, figuriamoci le mete degli altri, quelle mete altrui che talvolta ci balenano a sprazzi perché tradotte in simultanea da un sorriso che non ci aspettavamo, da un gesto coinvolgente.

Ora non siamo ben disposti verso Dio: ci sembra che sia stato impietoso, ingiusto. Ci sembra irreale sperare in lui, lo riconosce perfino il sacerdote quando dice “Ogni volta che una persona amata ci lascia, abbiamo la dolorosa impressione di essere diventati più poveri, carichi di rimpianto per le cose non dette, non fatte, un dialogo interrotto… se ci fosse ancora! Forse è in lutto anche la nostra fede: lo dico per me”.

Sulla via Jöri Bardill, il recupero del saccone, 13 marzo 2014
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E se Dio non c’entrasse nulla in tutto questo? Perché parlare di giusto, d’ingiusto? Non è meglio semplicemente accettare come siamo fatti, capaci di forgiare il nostro destino ma incapaci di prevederlo?
Perché maledire il cielo, quando sai, e lo sai bene, che Marco, come noi, ha messo a rischio la sua vita tante volte. E pure lui lo sapeva bene.

Tutti parlano del suo sorriso. E’ vero, era inimitabile. Per Rocco Ravà, l’amico di tante scorribande insieme, prima da bambini e poi da grandi, quel suo sorridere, “grignare” come dicono i lecchesi in dialetto, è il ricordo forte e indelebile che porterà sempre con sé. Il sorriso è uno di quei momenti in cui ti sembra di vedere i sogni degli altri. Ma il sorriso non ti protegge da te stesso e neppure da Dio. Filone ha scritto il meraviglioso libro della Sapienza:Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e poiché viveva fra peccatori, fu trasferito. Fu rapito, perché la malizia non ne mutasse i sentimenti…”. Puoi essere il più bravo impiegato del mondo, ma se decidono di trasferirti devi obbedire. “Il Signore gli ha alzato il livello: i suoi due bambini devono sapere che adesso ha più tempo di prima, e che può anche entrare nei loro pensieri e nel loro cuoretenta di rassicurarci don Agostino.

Sono nel posto più bello del mondo. Notte fredda e ventosa. Ma tutto bene, domani sono in cima”. Dopo un tramonto dai colori grandiosi, sono le ultime parole di Marco: le affida al cellulare, le digita nel tepore del suo sacco piuma, alla luce della pila frontale che vaporizza il suo respiro.

16 marzo 2012, in vetta allo Spiz di Lagunàz
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Al di sopra c’è un mare di stelle, immutato da quando era bambino: lo stesso mare che ha attraversato suo fratello Giorgio, tante volte. Marco è affacciato sul mondo come può esserlo solo chi sta per giungere al termine della sua vita senza saperlo. Attraverso il freddo cosmico si sperimenta la morte contrapponendola alla vita che ti può offrire un sacco piuma, una minestra calda e un’onda di affetti che ti si affollano alla mente.

E’ proprio lì che vuole essere, seduto su quella sottile linea rocciosa disegnata per ridurre a geometria fisica il dislivello siderale tra vita umana e universo.
Sente che quello è il suo posto, quello che davvero voleva. Domani sarà ancora bel tempo, quasi non ci sarà più lotta, ormai il Pilone è domato.

Marco quella notte pensa di riscuotere lo stipendio di mesi e mesi di allenamenti, pensa di incassare quel denaro spirituale che gli è dovuto per i suoi oculati investimenti: quando, a dispetto del grande amore per la famiglia, si va in montagna è perché s’investe. Ci sembra di mettere dieci per avere venti. E ne siamo così orgogliosi da pensare che questi venti denari non saranno solo ricchezza nostra, ma anche legittima proprietà dei nostri familiari. Un capofamiglia non deve solo guadagnare soldi, se no che uomo è? Che senso avrebbe altrimenti la parabola dei talenti?

Egoismo, qualcuno dice! Marco Corti ha detto nel suo ricordo: “Nessuno ci appartiene, io non appartengo a mia moglie e i miei figli non mi appartengono…”. Ma allora apparteniamo a qualcuno? O no? Tradotto: abbiamo disobbedito? Siamo colpevoli?

Una risposta la dà don Agostino: “Si può processare con i fatti la vita, anche se per strane resistenze a volte la si rinnega a parole, ci sono misteriosi appuntamenti di Dio lungo il corso della nostra esperienza personale. Lui accetta perfino che noi arriviamo in ritardo, anche per sentieri poco battuti, scorciatoie, Lui ti seduce anche a lunghe scadenze, ci sono dei sì pronunciati dentro che solo Lui sente e coltiva”. Secondo questa interpretazione noi apparteniamo a Lui.

Ma non credo che Marco facesse suo questo sentimento di appartenenza. Da una parte c’è la promessa divina e religiosa che il nostro lato oscuro, al di là del tunnel della morte, sarà illuminato a giorno: dall’altro c’è la pretesa, per certi versi blasfema, d’illuminare il tunnel nel quale ci troviamo non solo noi singoli, ma l’intera umanità. La religione dice che siamo attesi nella casa del Signore, ma noi preferiamo dire, sempre con Marco Corti, “ti considero in viaggio, in viaggio verso i tuoi amici, verso tuo fratello… e magari stai già pensando di condividere con loro qualcosa di grande”, come se l’operosità dei viaggiatori del tempo come Marco non terminasse mai, neppure con la morte.

Se chiedi a una persona che ha sempre tanto amato un congiunto, scomparso magari dieci, venti anni prima, come ha fatto a sopravvivere a tanto dolore, la risposta non può che essere: “Come credi che abbia fatto… semplice, ho sempre pensato che lui fosse qui… e l’ho pensato con tanta forza che sono certo di non essere stato io a darmela, ma lui”.

Marco è ancora lassù, sulla piccola cengia del suo bivacco, la notte sta passando nel dormiveglia. Ogni tanto controlla l’orologio, poi si riappisola. Non sa che migliaia di amici tra pochi giorni lo penseranno lì, a contemplare “il posto più bello del mondo”. Non immagina che i due figli lo sogneranno di notte per anni e gli chiederanno “quando torni?”. Perché l’ultima a morire è la speranza dei bambini. C’è anche chi gli farà delle domande, nel segreto desiderio di una risposta dall’al di là. C’è chi gli chiederà semplicemente, come in Isaia, 21, 11, “Custos, quid noctis? (Sentinella, a che punto è la notte)?”. Quando appariranno i cavalieri che annunceranno la caduta di Babilonia e di tutti i suoi idoli? Quanto manca? Quanto manca alla caduta dei nostri feticci, delle nostre convinzioni, del nostro egoismo… quanto manca alla nostra rinascita? Marco, QUANTO manca?

Marco Anghileri il 14 marzo 2012 al bivacco dopo la prua durante la sua salita solitaria invernale della Via dei Bellunesi sul Pilastro sud-ovest dello Spiz di Lagunàz
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C’erano due vie che, chissà perché, più volte Marco mi ha proposto di fare assieme: la via classica alla parete nord dell’Eiger e Dieci piani di Morbidezza al Sasso Cavallo (Grignone).
Se gli stavi simpatico lui ti voleva bene, se ti ammirava per qualche cosa te lo ricordava sempre. La generosità dei suoi sentimenti era evidente, palpabile, contagiosa. E se per la prima delle due salite riuscii a negarmi più volte, sempre giustificandomi con l’età, per la seconda avevo accettato entusiasta.
Ma per un motivo o per l’altro non c’eravamo mai messi in moto, c’era sempre un impegno di mezzo. Era rimasta quella promessa, quella gioia di una condivisione, tra un giovane fortissimo e all’apice della carriera e un alpinista che lo aveva visto nascere perché coetaneo e grande amico fin d’allora di suo padre: questa promessa reciproca, caro Bacc, va oltre la tua dipartita, perché io avrò per sempre nella mia memoria il sorriso di quando mi dicevi “dai, andiamo!”, un’immagine che ora è più forte di ogni possibile ricordo di salita vera.

Marco Anghileri, detto Bacc (da Bacciccia), nasce a Lecco il 16 settembre 1972, luogo dove poi ha sempre abitato e ha svolto la sua attività lavorativa nelle aziende paterne, prima la ditta di articoli sportivi Ande, poi la Avantgarde.

La sua attrazione alla montagna sfrutta il solco di una dinastia, come del resto fu per il fratello maggiore Giorgio, troppo presto strappato all’alpinismo e a tutti noi da un banale incidente stradale. C’era stato il nonno Adolfo, allievo del grande Gigi Vitali a fine anni ‘30, una promessa bloccata purtroppo da una ferita in guerra che gli ha menomato una gamba. Poi il padre: Aldo Anghileri è uno dei nomi sacri dell’alpinismo lecchese, si fa conoscere fra gli anni ‘60 e ‘70 per imprese di polso: aperture di vie nuove e ripetizioni invernali, ma anche solitarie di prestigio.

Marco, all’età di 16 anni, si affaccia abbastanza prepotente all’avventura in montagna: gli sono esempio sia il padre che il fratello. Al pari di quest’ultimo, si costruisce una dimensione che subito si fa notare per l’architettura personale, per il disegno specifico delle idee che sono alla base dei suoi progetti, seguendo un percorso ben preciso fatto di chiare motivazioni anche se alla ricerca di emozioni forti.
Quanto però Giorgio è artista sognatore che realizza capolavori con due colpi di pennello improvvisati, tanto Marco è artista più concreto, sviluppatore di un progetto di vita più terrestre e calcolato.

Marco sull’amatissima Grignetta

Marco Anghileri, Guglia Angelina e Ago Teresita, GrigneTrova nel gruppo Gamma, fondato dal padre Aldo, il suo ambiente naturale per tradurre nel sociale una passione che altrimenti rischierebbe di essere vissuta solo in solitaria. Con gli amici si sente impegnato a portare il suo attivo contributo, dalla scuola di roccia all’organizzazione dei campeggi. Pur amando molto stare in compagnia, la sua predilezione per la salita solitaria denuncia un carattere orientato all’indipendenza, che non si fa condizionare da opinioni, codici morali, altrui attitudini, e nello stesso tempo che non vuole imporre nulla a nessuno. Lo si vedeva bene anche durante le sue seguitissime conferenze.

E a proposito di conferenze, come non ricordare le decine e decine d’incontri da lui organizzati al suo ristorante 2184, nei quali sono passati nomi tra i più illustri dell’alpinismo italiano e straniero? Che accettavano volentieri l’invito, a titolo gratuito, solo per la grande amicizia che li legava a Marco.

Lui ti invitava con un messaggino, che arrivava regolare, più o meno ogni due mesi se non ricordo male: se non potevo essere presente, era più il dispiacere di non vedere lui che l’ospite di turno. Mi mancheranno, quei messaggini!

Erano incontri in cui si mangiava, si beveva: si conosceva l’ospite, preceduto dalla sua fama, ma non si smetteva mai di ringraziare Marco che, sorridendo, ci aveva dato quella bella opportunità, così, senza fartelo pesare.

Marco aveva individuato nell’alpinismo l’ambiente migliore per collaudare severamente la sua personalità, alla ricerca di quel limite che tutti noi, come individui, cerchiamo a nostro modo.
Non si può reggere nelle situazioni estreme se non si è motivati da quella ricerca, se non si ha la certezza di poter placare quella sete solo con il sereno dominio di noi stessi, nel silenzio e nella solitudine.

Ma purtroppo chi vive profondamente in questa condizione, dai più invidiata, non è in grado, al raggiungimento di un traguardo, di ritenere proprio quello il definitivo: nella convinzione che ce ne sia ancora, che si possa andare oltre… e che quindi sia nostro dovere crearci un’ulteriore obiettivo. “Signore ci hai creato per te… inquieto e insoddisfatto è il nostro cuore finché non riposa in te (Sant’Agostino)”. Per questo motivo la sua modestia, come la sua umiltà, non erano per nulla finte: anche se ben consapevole del suo valore, Marco riteneva sempre di poter dare di più. Era convinto di non essere il migliore soprattutto perché sapeva che avrebbe potuto migliorare ancora!

Giustamente Vinicio Stefanello ricorda anche altre grandi qualità di Marco:Non si può scordare anche il coraggio che ha avuto nella vita. La forza di superare la perdita, per un terribile incidente stradale, dell’amato fratello Giorgio. E la forza di sconfiggere anche quella che, a un certo punto, sembrava essere diventata una maledizione: i suoi due incidenti stradali. In particolare il primo che sembrava avergli precluso per sempre la possibilità di scalare.
Marco ne è venuto fuori lottando, con una caparbietà incredibile, per riconquistarsi quella passione senza la quale non riusciva a vivere. Negli ultimi anni era ritornato alle sue salite solitarie quasi in punta di piedi, tanto che a volte si faceva fatica a convincerlo di pubblicarle, a darne notizia. Poi, però, cedeva… e di quei récit d’ascension gli siamo tutti grati. Lui aveva la capacità di emozionarsi in montagna e di far emozionare chi leggeva o ascoltava i suoi racconti. Ci mancheranno quelle emozioni. Ci mancherà soprattutto Marco. Mancherà a molti… abbiamo perso tutti un amico”.

Io aggiungerei la generosità: il 31 maggio 2003 mi dedicò un’intera giornata a Boragni (Finale Ligure), su vie che lui avrebbe potuto salire slegato, evitando di infliggermi i 7a e i 7b che invece sarebbero stati godurioso pane per i suoi denti.

La sua carriera alpinistica è costellata di prime ripetizioni, solitarie, invernali, nuove vie. È stato un fulgido rappresentante dell’alpinismo romantico, quello che si rifaceva alle grandi figure del Novecento, all’epoca d’oro del sesto grado. Un alpinismo che ha sempre vissuto con una dedizione quasi fanciullesca, produttrice d’entusiasmo per tutti quelli che lo circondavano e che perciò lo volevano aiutare a tutti i costi, anche se riconoscevano di non avere la sua rigorosa preparazione professionistica.

Marco in Grignetta
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Ricordo gli occhi sgranati di mia figlia Elena: aveva 13 anni e quel giorno 14 ottobre 2007 stavamo salendo in cordata lenta e rumorosa (c’era anche la sua coetanea Federica Gallizia) la via Cassin al Medale. Era la prima volta che Elena saliva una via lunga e non posso dire fosse del tutto tranquilla a cospetto di quell’ambiente verticale, sfuggente. D’improvviso si materializza Marco, slegato, in pantaloni corti. Un sorriso, lo stupore, le presentazioni: poi prosegue, così come ci aveva raggiunti e presto scompare alla vista. Elena ne parlò per molto tempo.

Nelle sue imprese non balzano immediatamente all’occhio gli spostamenti in avanti del limite dell’alpinismo (anche se l’invernale alla Solleder del Civetta o la solitaria invernale alla via dei Bellunesi allo Spiz di Lagunàz testimoniano senza alcun dubbio una nuova dimensione dell’osabile): ma invece brillano sempre per fantasia e comunque per la gioia e l’umiltà con cui le ha affrontate, doti che lo hanno sempre contraddistinto.

Una fredda e grigia mattina invernale (16 gennaio 2010) stavo salendo con Salvatore Bragantini su Frecce Perdute all’Antimedale. Ancora ci appare Marco, sempre slegato, senza corda né imbrago, ma questa volta in pantaloni lunghi: Salvatore e io ci guardiamo dopo averlo salutato. E lui era già uscito quando io ho un momento di esitazione su un tratto di parete, non sapendo bene dove andare e con le mani gelate. Mi sento chiamare, ascolto il suo consiglio risolutore urlato da lontano, applico e mi ritrovo anch’io al di sopra, facilmente, come era salito lui. Conosco Salvatore dal 1964, quando in lambretta andavamo ad arrampicare sul Sella: “In montagna c’è sempre modo di meravigliarsi” – mi ha confidato mentre si toglieva le scarpette. Probabilmente Marco era già in macchina verso il suo ristorante ai Piani Resinelli…

Marco ha effettuato decine e decine di ascensioni sull’arco alpino, molte di queste in solitaria e in inverno, a volte in condizioni fra le più esasperate a parere degli esperti. Si tratta delle più famose e classiche salite delle Alpi Occidentali, Centrali e Orientali. Per citarne alcune: via Bonatti al Gran Capucin, cresta sud dell’Aiguille Noire, Pilone centrale del Frenêy, al Monte Bianco; cresta del Leone al Cervino, Biancograt al Bernina, Nord del Roseg, Nord del Palù; Vinatzer, Don Quixote, Messner, ecc. alla Marmolada, spigolo nord dell’Agner; Philipp-Flamm, Andrich, Aste, Ratti-Vitali, in Civetta; Comici in Lavaredo e molte altre.

Sul fronte delle spedizioni extraeuropee: nel 1997 in Tibet al Cho Oyu 8201 m, dove purtroppo ha potuto raggiungere solo quota 7500 m a causa del maltempo; nel 1999 nella Yosemite Valley in California: via del Nose al Capitan, Regular Route all’Half Dome, la Steak-Salathé alla Sentinel Rock; nel 2004 al K2, invitato dagli Scoiattoli di Cortina, dove però non supera quota 7900 per motivi di salute.

Tra le più importanti realizzazioni (elenco non completo):
– 1a ascensione Variante Gamma alla Via Giuliana, 6b, Sasso di Sengg, con Emanuele Panzeri, 1990;
– 1a ripetizione e 1a invernale della via Marino Stenico alla Cima Su Alto (VI+, A4) in 5 giorni, con Lorenzo Mazzoleni, 13-16 marzo 1992;
– 1a ripetizione e 1a invernale della via degli Amici al Sasso Cavallo (VI+, A3), in 2 giorni con Lorenzo Mazzoleni (1992);
– ripetizione solitaria della via Oppio al Sasso Cavallo (VI, A2) in 2h nel 1992;
– ripetizione in solitaria dello Spigolo nord dell’Agner in 3h30’ nel 1993;
– 1a invernale solitaria della via Aste alla Punta Civetta (VI, A1), in 4 giorni (1994);
– Spiz di Lagunàz, parete ovest, via Casarotto-Radin, settima ascensione, con Lorenzo Mazzoleni, VI+ A1, 25-26 giugno 1994;
– solitaria integrale della via dell’Anniversario alla Corna di Medale (VII) in 1h (probabile 1a free-solo della via, 1994);
– Lastia de Gardés, parete sud, Diedro Mariét, prima ascensione, con Valerio Carotta, VI+ A3, 8-9 luglio 1995;
– 1a solitaria della via Rebus alla Corna di Medale (6c, A3), in 2h30’ nel 1995;
– ripetizione solitaria della via Don Quixote (VI) in Marmolada, in 2h nel 1995;
– Concatenamento in giornata e free solo: Torrione Magnaghi centrale, via Gandin; Torrione Magnaghi Settentrionale, via Lecco; Torrione del Cinquantenario, via Gandin; Torre Cecilia, via Marimonti; Piramide Casati, via Donna Mathilde; Torrione Palma, via Cassin; Torrione Clerici, via Boga; Pilone Centrale della Grignetta, via Zucchi1995;
– 1a ripetizione e 1a invernale della via Sonia Benvegnù alla parete sud-ovest della Quarta Pala di San Lucano (VII, A2), in 4 giorni (27-30 dicembre 1996, con Valerio Carotta, Andry Dell’Oro e Emanuele Panzeri);
– 1a ripetizione e 1a invernale della via dei Finanzieri alla parete sud della Quarta Pala di San Lucano (VI+, A2), in 2 giorni (17-18 gennaio 1997, con Valerio Carotta);
– 1a ripetizione e 1a solitaria invernale della via Olimpo in Marmolada (VII+), in 3 giorni (21-23 febbraio 1997);
– 1a solitaria e 1a invernale della via Casarotto alla Cima della Busazza in Civetta (VII), in 3 giorni (1997);
– 1a ripetizione solitaria e 1a invernale della via Casarotto-Radin alla parete sud della Quarta Pala di San Lucano (VI+), in 2 giorni (13-14 marzo 1997);
– nel 2000 (14-18 gennaio) compie la 1a solitaria invernale della via Solleder in Civetta (VI), in 5 giorni;

Marco all’attacco della sua solitaria invernale alla via Solleder del Civetta (2000)
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– nel 2000 (1 agosto) concatena la via Vinatzer con diretta Messner in Marmolada, la via Solleder in Civetta e lo Spigolo nord dell’Agner in sole 14h (spostamenti in bici e a piedi);
– Terza Pala di San Lucano, parete ovest, via Rosa o Denaro, prima ripetizione con varianti, VI+, 2005;
– nel 2009 concatena sulla Corna di Medale e in una sola giornata le vie Taveggia, Eternium, Mexico e Nuvole, Susanna Sotto le Gocce, Saronno ‘87, Anniversario, Cassin e Boga per un totale di 2000 metri di sviluppo;
– nel 2010 concatena in 24h sei vie in Grigna del grande Cassin: Medale, Torre Costanza, Torrione Palma, Sasso Carbonari, Sasso Cavallo, Pizzo Eghen (con spostamenti a piedi);
– 1a solitaria della parete sud-ovest della Prima Pala di San Lucano, Pilone Centrale Titan, via per L’ultimo Zar (VII+, A3), 13-14 ottobre 2011;
1a solitaria via dei Ragni alla Torre Cecilia Grigna), VI, A3, nel 2011;
– 2a solitaria (probabile) via del Dett al Sasso Cavallo, Grigna, VI+, A3, 2011;
– 1a solitaria via del Dett alla Torre Costanza, Grigna, VI, A4, 2011;
– 1a solitaria, via del Dett al Forcellino, Grigna, VI, A3, 2011;
– 1a ripetizione (probabile) alla via Zanetti 2000, Corna di Medale, 6c, A1, 2011;
– nel 2012 (14-16 marzo) Spiz di Lagunàz, Pilastro sud-ovest, via dei Bellunesi, 1a solitaria e 1a invernale, seconda ripetizione, VII, A3;
– 1a ripetizione (probabile) e 1a in libera (fino al VII+) della via Mandello, parete WSW del Sasso Cavallo (VI, A3), 2012;
– 10 aprile 2013, in 14h30’ concatena cinque diversi canaloni della Grigna: Porta e Federazione (Grigna Meridionale), Carbonari (Sasso Carbonari), Ovest (Grignone), Inglese (Pizzo della Pieve). Un modo per reinventare, vivere e ri-sognare le sue montagne di casa;
– 2013, tre vie in giornata di Giuseppe “Dett” Alippi (Punta Forcellino, Torrione Costanza, Sasso Cavallo);
– 2013, Grigna, cinque vie Bonatti in solitaria e in giornata, con spostamenti a piedi e in bici: Bastionata del Resegone, Medale, Torre Costanza, Ago Teresita, Torrione Magnaghi Meridionale.

Prima solitaria della via per l’Ultimo Zar alla Prima Pala di San Lucano (2011)
Anghileri Ultimozar-9454E’ stupefacente la quantità di ripetizioni in free solo delle vie Chiappa, Istruttori, Stelle Cadenti in Antimedale, la mattina del sabato o in settimana prima di andare a prendere i figli a scuola!

Così ancora Vinicio Stefanello racconta, con un evidente cuore spezzato, la tragedia di venerdì 14 marzo 2014: “Marco Anghileri, Bacc, 41enne, grande alpinista lecchese del gruppo Gamma, conosciutissimo, amato e stimato da tutto il mondo della montagna è morto sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Il recupero del corpo da parte del Soccorso alpino valdostano è avvenuto questa mattina.
Marco era partito da casa sua, da Lecco, martedì della settimana scorsa. Solo a pochissimi amici aveva confidato la meta: il Pilone centrale del Frêney sul Monte Bianco. Voleva tentare la prima solitaria invernale di una via difficile, anzi mitica, di quelle che hanno fatto la storia: la via dedicata a Jöri Bardill. Una linea aperta, dal 10 al 12 agosto 1982, a sinistra della storica via classica, da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Una salita che ha rappresentato, e rappresenta ancora, un manifesto dell’alta difficoltà nel “tempio” dei Piloni del Monte Bianco. Mercoledì, dopo aver pernottato al rifugio Monzino, Marco era salito al bivacco Eccles. Poi, giovedì, era già sul Pilone… e saliva bene, da par suo. Tanto che la vetta, e insieme la fine dell’avventura, era prevista per il giorno dopo, venerdì”.

Dopo quell’ultimo messaggino da lui spedito il giovedì sera, la certezza della tragedia si è avuta solo lunedì 17. Poi sono stati recuperati sia il corpo che il saccone, rimasto attaccato alla sosta di quel penultimo tiro sulla Chandelle. Dentro era la macchina fotografica, con le foto che ci hanno mostrato i suoi progressi sul pilastro.

Primo bivacco in tendina sulla via Jöri Bardill, 13 marzo 2014
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L’ultimo scatto di Marco, tardo pomeriggio del 14 marzo
Anghileri,marcoi 116Marco è stato trovato alla base del pilastro legato alla corda, spezzata, assieme a vari friend passati con rinvii. Uno dei quali si era rotto. Ci vuole una notevole forza d’urto per provocare un risultato disastroso come questo, non basta un volo. Perciò si presume una caduta dall’alto di qualche grosso masso (magari un blocco di ghiaccio, ma è meno probabile). Può anche essere che il distacco del masso sia stato provocato dallo stesso Marco… La via non era certo molto ripetuta.

Un momento felice a palazzo Roccabruna, Trento, 31-03-2010: Alpinisti per la Sud della Marmolada. In piedi, da sinistra a destra: Renzo Vettori, Natale Villa, Alberto Dorigatti, Paolo Leoni, Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Heinz Grill, Sergio Martini, Sigrid Konigseder, Rolando Larcher, Mauro Girardi, Michele Cagol, Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Mauro Fronza, Maurizio Giordani, Rosanna Manfrini, Giada Giordani, Paolo Cipriani, Francesco Margola, XXX, Carlo Claus, XXX, XXX, Mauro Leveghi (direttore Casa dei prodotti Trentini), XXX, Giovanni Baratto (ex Presidente SOSAT). In ginocchio, da sinistra a destra: Igor Koller, Hansjörg Auer, Bruno Pederiva, Massimo Faletti, Marco Anghileri e figlio Giulio, Mariano Frizzera, Marco Furlani, Remo Nicolini (ex Presidente SOSAT), Luciano Ferrari (allora Presidente SOSAT)
Brindisi con gli alpinisti a palazzo Roccabruna, Trento, 31-03-2010, Alpinisti per la Sud della Marmolada. In piedi, da sinistra a destra: Renzo Vettori, Natale Villa (ragni Lecco) , Alberto Dorigatti, Paolo Leoni, Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Heinz Grill, Sergio Martini, Sigrid Konigseder, Rolando Larcher, Mauro Girardi, Michele Cagol, Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Mauro Fronza, Maurizio Giordani, Rosanna Manfrini, Giada Giordani, Paolo Cipriani, Francesco Margola, XXX, Carlo Claus, XXX, XXX, Mauro Leveghi (direttore Casa dei prodotti Trentini), XXX, Giovanni Baratto (ex Presidente Sosat). In ginocchio,da sinistra a destra: Igor Koller, Hansjorg Auer, Bruno Pederiva, Massimo Faletti, Marco Anghileri e figlio Giulio, Mariano Frizzera, Marco Furlani, Remo Nicolini (ex Presidente Sosat), Luciano Ferrari (Presidente Sosat).

Letture
Prima solitaria invernale della via Solleder al Civetta, 2000

Concatenamento in giornata Vinatzer/Messner alla Marmolada, Solleder al Civetta e Spigolo nord dell’Agner, 2000

Prima solitaria di via per l’Ultimo Zar, 2011

Spiz di Lagunàz, via dei Bellunesi, 1a solitaria e 1a invernale, 2012

Parete nord-est del Pizzo Badile, via Cassin, in solitaria, agosto 2013

I tre piloni del Frenêy. Su quello Centrale, a sinistra della storica via classica, corre la via Jöri Bardill. Foto: Mario Sertori
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Ho perso le parole, ho perso la voglia di trasformarle in lettere… ho perso un Amico, ho perso i suoi sogni e le sue voglie di realizzarli, ho perso molto… Ma lo ritroverò ogni volta che vorrò, nella nostra Valle, sulla sua Grignetta, di giorno e di notte. Ho perso il suo accento, le sue basette quasi bianche, i suoi consigli e il poterlo punzecchiare, e quel segreto che avevamo, quelle linee ricche di parole, sorrisi, e piccole intese… mi mancherai Marco, mi mancherai con i tuoi pregi e i tuoi difetti… ho perso le parole, ma sono felice perché non te ne andrai mai, forse i sogni e i sognatori, sono per sempre… (Ivo Ferrari)”.

La funzione religiosa per Marco è iniziata con una canzone conosciuta proprio da tutti noi, quella Knockin’ on heaven’s door di Bob Dylan (non cantata da lui però). Assistere a un funerale è davvero vedere l’amico che “bussa alla porta del paradiso”, è partecipare al suo sgomento, a quei pochi attimi di coscienza viva di quel tragico volo: “Sta diventando buio / troppo buio per vedere / Mi fa sentire come / se stessi bussando alla porta del paradiso”.

Per te, Marco, la notte è finita.

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postato il 29 marzo 2014