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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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La Roda del Diavolo

La Roda del Diavolo
(dal mio diario)

Oggi mi attendono compiti difficili: ho in programma cose da temerari.

Partito da Soraga di Fassa con la corriera della 7.51 scendo al Passo di Costalunga e salgo a piedi al rifugio Roda di Vael, dove arrivo alle 9.15. Da lì salgo per ghiaioni e pendii d’erba cercando di trovare la via comune, quella che sale al catino tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana. Non avendo con me la guida del CAI, non trovo alcun punto debole nella bastionata che difende il catino (oggi lì passa la via ferrata del Masaré, NdR). Così mi rivolgo all’it. 319b della guida, un percorso che il Tanesini definisce una “variante”. Lascio gli ultimi contrafforti della cresta sud del Croz (che da qui sembra un enorme verme roccioso) e giungo a una grande nicchia giallastra. Giro a sinistra un camino strapiombante che scende da una piccola forcella e striscio esposto su una specie di cengia (II grado): sguscio tra un blocco roccioso e il corpo della montagna per raggiungere la forcella con facile arrampicata. Poi attraverso tutto il catino e m’imbuco in un canalone tra la Roda del Diavolo e la Cresta del Masaré. Voglio infatti raggiungere la cresta. Risalgo tutto il canalone, senza molte difficoltà ma sbagliando una volta la direzione e impegolandomi perciò sulla destra. Comunque riesco a raggiungere la cresta, in corrispondenza di un intaglio. Vedo tutta la Val d’Ega, il rifugio Paolina e un po’ di escursionisti attorno.

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L’odierna via ferrata del Masaré passa nello stesso luogo
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Ora viene il difficile, perché voglio salire l’it. 319h, cioè lo spigolo sud della Roda del Diavolo. Con bella ed esposta arrampicata su roccia buona e ben gradinata, salgo un camino con blocchi incastrati. Devio un po’ a sinistra per raggiungere una cengia che mi porta a destra a una specie di nicchia.

La cresta sud della Roda del Diavolo è quella di destra delle due visibili
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Sono agitato e indescrivibilmente intimorito dal vuoto che ho sotto di me e dalla solitudine. Rimonto il picco terminale dalla parte sud, lungo una fessura tra lastroni, poi esco a destra, quando le rocce cominciano a strapiombare, arrivando a un rilievo della cresta terminale, ormai facile. In cima esulto, perché la guida dice che ho fatto una via di III grado. Sono le 10.20. Scrivo il mio nome sul libro di vetta, a 2723 m, poi scendo per la via normale che mi porta alla selletta di divisione tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana, altrimenti detto Torre Finestra, per il caratteristico foro che traversa tutto il corpo roccioso della torre poco sotto la vetta.

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La Torre Finestra non ha una via normale facile, dunque devo salire stando attento a non superare certi limiti: non ho corda, perciò devo riscendere per dove salgo. Giungo alla base della torre, proprio dove le ghiaie arrivano più in alto, presso un roccione tagliato a picco, alla base di una stretta fessura. La guida parla di II grado, ma io la trovo più difficile che la cresta della Roda del Diavolo che ho appena salito… Poi diventa più facile e la risalgo più o meno per una lunghezza di corda (ah, potessi avere una corda…!) fino a incontrare delle schegge giallastre malferme. Da qui esco a sinistra, per rocce un po’ malferme fino a raggiungere la cresta sommitale, su una forcelletta. Seguo l’aerea crestina verso sud, difesa da alcuni denti rocciosi, e arrivo sulla cima, davvero poco spaziosa. Non mi fermo neppure e faccio dietro-front per ritornare alla forcelletta e incominciare a scendere. Tutto bene fino alla fessura iniziale, poi quando sono a circa 10 metri da terra mi trovo in difficoltà. Scendo fino a metà con mille cautele, poi mi fermo perché, pur sforzandomi in tutti i modi, non riesco a trovare nulla per il piede. Se cado da qui non muoio, ma posso farmi molto male. Mi risolvo a traversare un po’ a sinistra, scendo mezzo metro, riattraverso a destra e finalmente riesco a mettere la mano dove prima il mio piede si agitava alla ricerca di qualcosa.

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Sbuffo di sollievo, ormai sono fuori, così scendo fino al fondo. A grandi passi scendo per il catino ritrovando la via percorsa qualche ora prima. Poco avanti al rifugio Roda di Vael mi fermo su un masso a fare un po’ di esercizio, poi passo come un razzo davanti al rifugio (sono solo le 12.30) e mi butto giù verso la provinciale tra Vigo di Fassa e il Passo di Costalunga, continuo nel bosco verso Malga Palua, un posto che conosco bene per via della ricerca funghi. Infatti trovo ben trentadue porcini piccoli, quelli da mettere sott’olio. Da qui è un attimo scendere a Zester di Soraga. Alle 14.30 entro in casa.

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Solitudine al Mont Blanc du Tacul

Solitudine al Mont Blanc du Tacul
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI giugno 1970 in seguito alla sua prima solitaria del Pilier Gervasutti, 15 luglio 1969)

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra precipitare davanti ai tuoi occhi; ti immergi nella tristezza e ti lasci andare a ogni sorta di melanconia.

Tutto cominciò in autunno, in quel magnifico autunno del 1968: nei primi radiosi giorni di ottobre salimmo, in prima ascensione, il pilastro est della Cresta del Mezzenile. Un’arrampicata veramente superba di cui serbo un grandissimo e indelebile ricordo.

Si dice che in montagna, in genere, ci si fa male nei posti più banali e più stupidi; non a torto. La notte ci sorprese nella discesa, lunga e assai complessa, ma con l’aiuto di un po’ di luna riuscimmo a giungere ben presto sul ghiacciaio nei pressi della seraccata. L’ultimo vero ostacolo, ancora un briciolo di attenzione e poi null’altro che pietraie e un comodo sentiero da seguire in tutta calma e rilassatezza, sotto la luce della luna. Ma la stanchezza, il crollo progressivo della tensione nervosa, vollero giocarmi un brutto tiro.

Ricordo ancora Ilio Pivano sparire giù per un pendio di ghiaccio nerastro, tutto incrostato di ghiaia e di sassolini pungenti.

«Com’è?»

«È molto diritto; ma con un po’ di attenzione si scende tranquilli, vieni pure».

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Però, è diritto sul serio, sarebbe meglio se mi girassi; ma no, continuo a scendere così: un lieve sbilanciamento, forse impercettibile, e mi ritrovo a grattare disperatamente su quella crosta abrasiva nel tentativo, del tutto inutile, di fermarmi. Il pendio assume proporzioni terrificanti, sotto di me scorgo nere voragini rese ancor più grandi dal buio; ma vedo un grosso macigno, mi ci butto sopra e Ilio mi “pesca” al volo. In stato di semincoscienza faccio un rapido bilancio della botta: bolli e contusioni un po’ dappertutto, ma di poco conto; le mani inservibili, fanno pena; un fortissimo dolore al polso destro, forse fratturato.

Radiografie, polso immobilizzato e buona dose di rabbia da ingoiare per la forzata inattività. La diagnosi fu “distacco dei legamenti”, ma niente fratture. Comunque, per più di tre mesi non riuscirò più non solo ad appoggiarmi sulla mano destra, ma nemmeno a stringere convenientemente le dita.

Fu proprio una stagione disgraziata, anche l’operazione delle tonsille doveva capitarmi! Con il risultato di ritrovarmi a febbraio ridotto né più né meno che a uno straccio; dimagrito di sei chili e debole come una foglia prossima a cadere da un ramo stecchito di un albero.

La mia natura, forse troppo sensibile, di tutto ciò soffrì enormemente. Abituato a condurre una vita impostata sull’attività più sfrenata; abituato a mantenere il fisico allenatissimo e in condizioni perfette, non solo ho sempre avuto un po’ il culto del mio corpo, ma ho cercato di praticare, oltre all’alpinismo, gran parte degli altri sport. Il ritrovarmi in condizioni così deplorevoli fu per me un vero e proprio dramma.

Oggi sorrido di tutto ciò, ma allora non riuscivo proprio a vedere un palmo al di là del mio naso. Poi venne anche la primavera e sempre di più mi convinsi che “anche al più duro inverno segue la primavera”. Primavera… solo la parola mi riempiva di vita, quasi mi commuoveva.

Un magnifico pomeriggio di marzo, uno di quei giorni ricchi di vento tiepido e di sole, decisi di andare, da solo, alla palestra di Avigliana, la vecchia cava abbandonata dove conoscevo ogni appiglio, ogni centimetro di roccia.

Riprovai, molto titubante, i primi facili passaggi; ritrovai qualcosa che pensavo di avere perduto e, non mi vergogno a dirlo, mi vennero le lacrime agli occhi. Anche il polso funzionava a meraviglia, a poco a poco ritrovavo la sicurezza e la fiducia in me stesso. Ritrovavo il mio mondo, il sorriso, la gioia di vivere.

Lo so, direte che mi son fatto condizionare dall’alpinismo; forse, ma non fino in fondo. Se sia un male o un bene non lo so e non voglio nemmeno pensarci, ma oggi è così, ci sono scivolato dentro adagio adagio, quasi senza accorgermene.

Sono ormai passati parecchi anni (otto per l’esattezza) dalla prima volta in cui mi sono legato a una corda e con movimenti goffi e incerti, non disgiunti da una certa paura e trepidazione, ho cominciato ad arrampicare su una parete rocciosa. Magnifici, intimi e indimenticabili ricordi di gioie, di ansie e di paure che caratterizzano sempre l’inizio di un primo amore.

D’allora in poi, tante cose sono cambiate; l’alpinismo è diventato per me qualcosa di più di un semplice hobby o di una comune passione, e ho incominciato a conoscere la montagna sempre più a fondo. Mi sono imposto un allenamento intenso, duro e severo, perché sono convinto che in ogni attività umana che si rispetti, se si vuole riuscire, è necessario temprare la propria volontà e capire che la scala da risalire è lunga e faticosa.

Se mi guardo indietro, sono tante ormai le cime, le pareti, le vette che ho salito; eppure anche oggi, se guardo innanzi a me, quante salite, quante montagne, quante pareti ancora mi aspettano! Alcuni anni fa certe salite mi facevano rabbrividire, pensavo che mai avrei potuto arrampicarmi su pareti di quel genere; mi parevano pazzesche. Poi l’allenamento e la maturità mi hanno portato a superare quelle stesse pareti e oggi altre imprese hanno per me un sapore di mito e di leggenda. Non so se le mie capacità e la fortuna mi permetteranno un giorno di cimentarmi con esse; ma voglio dire che se nella vita ci fosse tolta la possibilità di sognare e di ricordare, ci verrebbe tolta la facoltà stessa di vivere.

Così ho girato un po’ tutte le Alpi, dalle Marittime alle Dolomiti, ho visto montagne e valli meravigliose, posti davvero indimenticabili. Eppure ogni volta che risalgo la strada tortuosa della Val Grande di Lanzo, ogni volta che riconosco a uno a uno i massi, le cime, i colli e le borgate della mia valle, mi prende qualcosa dentro che è ben difficile da definire. Mi rivedo bambino scorrazzare felice tra i prati e i boschi di Breno, rivivo a una a una le gite e le passeggiate fra le pinete e i pascoli, con accanto l’entusiasmo infantile di mio padre per tutto ciò che è bello e pulito.

Poi il fanciullo, il bambino rimane incantato la prima volta che sale a un colle e scopre una selva di cime, di vette, di colli, mentre laggiù è l’ombra della sera, la valle con gli amici, gli affetti e la mamma che aspetta per la cena.

Ricordi di innumerevoli gite, di lunghe camminate su e giù per creste e valloni, alla scoperta del mistero, rappresentato da un colle, da una cima, da un ghiacciaio…

«Bastava un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo.

L’incredibile spicco delle cose nell’aria ancor’oggi tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio (Cesare Pavese)».

Poi lo spirito dell’avventura prende il sopravvento, ed eccomi alla ricerca dei massi disseminati sul fondovalle, mentre, fra gli sguardi stupiti dei valligiani, mi arrabatto disperatamente con le scarpette da tennis per superare qualche breve passaggio. A nulla valgono i loro paterni ammonimenti; ma le grandi montagne, la roccia, le scalate sono ancora lontane, appartengono ancora alla fantasia.

Gian Piero Motti a Borgone (Valle di Susa). Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, Borgone, foto: V. Pasquali

Superati tutti i passaggi dei massi del fondovalle, a volte con l’aiuto di una rustica fune per stendere il bucato o per avvolgere il fieno, cominciai a posare gli occhi sulle bastionate che si elevavano imponenti sui fianchi della valle. Ma era ancora troppo presto, non sapevo cosa fosse un chiodo, una corda, cosa fosse la tecnica più semplice di arrampicata. Salivo seguendo l’istinto, a volte commettendo anche imprudenze.

E ancora per parecchio tempo macinai chilometri e chilometri su e giù per sentieri, per ghiaioni e per nevai. Ma imparai a conoscere il vento, la neve, imparai ad amare la natura. E poi… e poi il lento e graduale tirocinio, prima la Scuola Gervasutti, a cui tanto devo, poi le mie prime esperienze da capocordata, le prime vittorie e i primi piccoli drammi.

Ricordo un giorno in cui, armati di una corda nuova fiammante e di alcuni chiodi, io e un carissimo amico, compagno di tante avventure, risalimmo il torrente che scende a destra del Bec di Mea fra Bonzo e Breno. Per noi rappresentava il grande problema; senza attrezzature e rischiando non poco con le nostre scarpette da tennis, eravamo giunti a un punto insuperabile, vincendo una liscia placca bagnata con un lancio di corda, effettuato su una sporgenza della roccia, con la cinghia dei pantaloni. Quel giorno avevamo la corda e i chiodi, ci sentivamo per lo meno dei Walter Bonatti. Passammo attraversando all’uscita una copiosa cascata con relativa doccia, e realizzammo uno dei nostri sogni più belli.

Poi a quindici anni io e a tredici o poco più il mio compagno, la prima vera salita: la cresta dell’Ometto all’Uja di Mondrone. Sulla cima, a cavallo tra le due valli, di fronte a centinaia di cime sconosciute, a tu per tu con quello spazio infinito, ci sentivamo i signori dell’universo. Quasi con commozione riconoscemmo le borgate della nostra valle, che alla mattina alle due avevamo lasciato per portarci con una marcia, che adesso giudico estenuante, alla base dell’Uja.

Oggi sono tornato nella valle, ho aperto con numerosi e fortissimi amici un gran numero di vie sulle bastionate e sui vari torrioni: vie dure, altamente tecniche, degne di ripetizioni. Sono lontani i tempi in cui ero il terrore delle madri dei miei amici, che cercavo di trascinare con me in qualche avventurosa scalata; sono lontani i passaggi sui massi con le scarpette da tennis, con uscite disperate “al limite volo”.

Rimpianti? Forse.

Eppure ancora oggi, in qualche caotico pomeriggio di ferragosto, lascio la confusione del fondovalle e mi inerpico su per il sentiero che fra il fitto bosco di castagni conduce alle baite del Bec di Mea. Ritrovo la fresca fontana, ritrovo il muretto di sassi, nulla è cambiato, ritrovo qualcosa di me stesso che cerco disperatamente di non lasciarmi sfuggire. Salgo sul roccione che domina tutta la valle e per un po’ mi guardo intorno.

Laggiù la grande e imponente testata… il pilastro… a uno a uno i colli, le cime, i gruppi di grange…

«Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora (Cesare Pavese)».

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Ieri ho deciso di salire da solo il pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, proprio io che ho sempre condannato l’alpinismo solitario. Ieri ho portato mia madre quassù, le ho fatto vedere la nera e fitta pineta, le piccole grange al fondo del piano quasi schiacciato dal grande macigno; era un pomeriggio di luglio come pochi ne ho visti: vento leggero, distacco quasi irreale dei contorni, fantasia di colori… Mia madre ama la natura; ha vissuto gran parte della sua vita in campagna, conosce il bosco, il torrente, ama il silenzio e il cielo libero. Per un po’ me ne sono stato lì, senza dir nulla, ma dentro di me era una tempesta di sensazioni e di sentimenti. Così ho deciso: andrò da solo al pilier Gervasutti.

Come, perché, ma… non me lo chiedete, non lo so neanch’io, o forse – meglio – lo so, ma certo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno. Potrei tentare, avvicinarmi, ma finirei per recitare una parte che non è la mia.

Oggi son qui, l’alba è meravigliosa, la giornata si annuncia eccezionale: per chilometri e chilometri non una nuvola in cielo. Sopra di me quasi mille metri di parete, un formidabile pilone rossastro che spicca tra il caos di canali, pilastri, guglie dalle forme terribili e strane. L’ambiente, uno dei più belli delle Alpi, è forse unico nel suo genere; grandioso, a tratti infernale, ma mai tetro e opprimente. Predominano le linee geometriche dure e spezzate, è il trionfo del gotico.

Il primo chiodo mi indica la fessura di inizio. Non sto a esitare, subito mi libero del sacco e attacco la spaccatura leggermente strapiombante; come inizio non c’è male, ma più in alto le cose migliorano, la roccia si fa rossa, fantastica, ricca di appigli netti e taglienti. L’arrampicata è davvero ideale. Supero di slancio una lama staccata con entusiasmante arrampicata alla Dülfer, raggiungo un chiodo a sinistra, mi resta in mano, tanto meglio, guadagno tempo e non mi assicuro. La terza lunghezza di corda, un diedrino verticale assai liscio e maligno, mi impegna notevolmente: si rivelerà come uno dei passaggi più duri della via.

Ho salito tre dure lunghezze di corda, sono calmo e tranquillo. Il batticuore e il nervoso tremito alle gambe dei primi metri sono a poco a poco scomparsi, ora vivo quasi in un’altra dimensione, ragiono ad alta voce, a volte parlo con il sacco. Scatto qualche fotografia, recupero lo zaino e riparto. Questo tratto è piuttosto facile, rapidamente prendo quota con il sacco in spalla.

Ho la sensazione che più in alto ci sia qualcuno sul pilier; all’attacco ho trovato delle tracce, ora ogni tanto scende qualche slavinetta nel canale, qua e là trovo segni di passaggio; per ora non scorgo nessuno, ma sono sicuro che più in alto c’è qualcuno.

Un passaggio delicato mi porta sotto un caratteristico tetto; c’è un chiodo, vi aggancio un moschettone e passo la corda, che è legata doppia alla mia vita. A che cosa serve questa autoassicurazione? Praticamente a niente o quasi, ma moralmente è tutto. È un passaggio breve, ma duro e di forza; uno dei miei passaggi preferiti. All’uscita pianto un chiodo, mi calo di nuovo fin sotto il tetto, sgancio la corda e il moschettone, risalgo a braccia fino al mio chiodo, recupero il sacco, tolgo il chiodo e proseguo. Lavoro da facchini, c’è ben poco divertimento in tutto questo, ma il gusto della salita è un altro.

Raggiungo la punta estrema di un affilato spuntone; davanti a me uno spigolo molto avaro di appigli per circa cinque o sei metri: non è possibile assicurarmi, lascio il sacco nello stretto intaglio, la relazione tecnica dice «sesto grado per sei o sette metri».

Un primo tentativo va a vuoto, un secondo pure, poi al terzo mi concentro al massimo e supero il passaggio, bellissimo, con calma glaciale, quasi sghignazzando, raggiungo all’uscita un ottimo appiglio; pianto uno dei miei chiodi in una sottilissima fessura, attraverso a sinistra, il chiodo resterà a indicare il mio passaggio.

Sopra di me, una torre gialla alta quaranta metri, magnifica, veramente perfetta. Mi sciolgo dall’auto-assicurazione e lego il sacco al fondo della corda, poi parto e di slancio, senza fermarmi, supero in stato di euforia le splendide placche verticali della torre gialla. L’arrampicata a tratti è quasi estrema, ma sempre sicura, lineare ed essenziale, di una bellezza quasi incredibile.

Detesto l’arrampicata artificiale solitaria; nell’arrampicata libera sono io che comando, sono padrone dei miei gesti e delle mie azioni. Nella salita artificiale devo affidare tutta la mia vita a un pezzo di ferro cacciato in una fessura; non mi va proprio.

Il muro è parzialmente schiodato, lascio due dei miei chiodi e procedo sempre assicurandomi contemporaneamente a due chiodi. Il muro mi ha stancato, mi fermo a bere, fa caldo, non c’è un filo d’aria e il sole picchia inesorabilmente sul rosso protogino. Mi sento bene, mi verrebbe quasi voglia di ridere e di canticchiare; ma non so ancora quel che mi attende più in alto. Un lungo camino mi impegna seriamente, è uno dei tratti più duri del pilier; mi servono due chiodi, uno resta lì.

Mi porto a destra del filo e posso finalmente vedere il lunghissimo diagonale a nord; le condizioni sono pessime, il diagonale è ridotto a un ripidissimo pendio di ghiaccio, da cui affiorano alcuni spuntoni dall’aspetto assai instabile. Ecco, avevo ragione: circa cento metri sopra di me scorgo una cordata impegnata nel tratto finale del diagonale; mi ha visto, ci scambiamo cenni di saluto. Un altro muro in arrampicata artificiale, anche questo schiodato. L’uscita è ghiacciata, devo ripulire diversi appigli, poi metto una staffa su uno spuntone e passo abbastanza bene.

Il diagonale mi impegna a lungo, non so esattamente per quanto tempo; è la classica arrampicata mista, fatta di astuzia e di intuito, più che di forza e di potenza. Numerosi spuntoni mi servono egregiamente per l’autoassicurazione, infatti intorno ad essi lascio alcuni spezzoni di cordino. Al termine devo superare una fessura tutta tappezzata di ghiaccio, sembra molto difficile e così mi libero del sacco. È difficile, ma non come credevo; due chiodi in posto mi facilitano alquanto il passaggio e in breve sbuco su un’aerea forcella, al termine del pilone rosso.

La vetta mi appare ancora lontanissima, solo ora mi rendo conto della lunghezza effettiva della via; qui sarò sì e no a metà salita. Comincio a sentire la stanchezza, ma non devo assolutamente cedere; la gola si fa sempre più arsa, bevo un po’ d’acqua mentre osservo la cordata davanti a me impegnata nel diagonale della Torre Rossa. La Torre è in cattive condizioni e procedono molto lentamente.

Il Mont Blanc du Tacul e il suo imponente Pilier Gervasutti. Foto: Ferruccio Joechler
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Una breve corda doppia, molto delicata, mi porta alla base di un bruttissimo camino, percorso all’inizio da una copiosa colata di ghiaccio traslucido. Di attaccare sul fondo non se ne parla nemmeno; così, dopo aver legato il sacco al termine dei miei quaranta metri di corda, attacco sulla parete verticale a sinistra del camino. Un chiodo e una staffa mi permettono di entrare nella profonda spaccatura al di sopra della colata, poi con contorsioni e spinte proseguo fino al termine del lungo camino. Ora si tratta di recuperare il sacco. Dopo pochi metri si incastra e non vuol più saperne di venire su. Non devo assolutamente perdere la calma.

Mi slego, fisso la corda a uno spuntone e scendo a braccia fino al sacco; lo libero dalla strozzatura dove si era incastrato, lo poso su un terrazzino e risalgo a braccia per un tratto del camino; tiro su il sacco, ma questo dopo pochi metri si incastra di nuovo. Ridiscendo, lo libero di nuovo; sono veramente scocciato, risalgo a braccia fino al termine del camino e questa volta il sacco si lascia recuperare senza tante storie.

Davanti a me, il diagonale della Torre Rossa; la cordata che mi precede sta attraversando il canale di uscita per portarsi sulle rocce del pilastro terminale. Ci salutiamo ancora una volta. Mi prende un momento di debolezza, mi sento insicuro, fragile, il tratto che devo salire è in condizioni veramente pessime, un ripido pendio di ghiaccio vivo ricoperto da uno spesso strato di neve fradicia e inconsistente; solo a destra affiora qualche spuntone di roccia che potrebbe essermi utile per l’autoassicurazione. Eppure è l’ultimo tratto; devo farcela a tutti i costi, ma una strana paura e un’insicurezza indefinibile mi bloccano le gambe. Nella mia mente cominciano ad accavallarsi pensieri e considerazioni strane, affiorano dubbi, incertezze. No! Devo reagire, anche se sono stanco, anche se ho finito l’acqua e una disgustosa pappetta mi incrosta il palato; devo ritrovare la forza e l’euforia di questa mattina.

Mi impongo di non pensare più a nulla e inizio a salire; l’arrampicata è insidiosissima, la neve non ha alcuna consistenza. Preferisco tenermi sulle rocce, dove almeno posso assicurarmi; salgo a lungo, poi piazzo una corda doppia e attraversando alla corda guadagno un buon numero di metri. Ripeto la manovra più in alto, ma questa volta la corda non vuol lasciarsi recuperare; non importa: la taglio e ne perdo un buon terzo. Sono quasi giunto al punto in cui devo attraversare il canale per portarmi sulle facili rocce di sinistra; ma prima devo ancora sacrificare una decina di metri di corda: non ho più voglia di ritornare indietro per sganciarla dal punto dove si è incastrata; preferisco tagliarla, anche per guadagnare tempo. Mi restano sì e no quindici metri di corda, un cuneo e cinque o sei chiodi; questa mattina avevo quaranta metri di corda, dodici chiodi e due cunei.

Per attraversare il couloir calzo i ramponi, così mi sarà più facile e molto più sicuro. Il sole è tramontato dietro la vetta del Tacul, subito si alza una brezza freschissima che ha il potere di ridarmi, come per incanto, forza ed euforia. Rapidamente attraverso il canale e raggiungo le facili rocce del pilastro terminale; la vetta non deve essere molto lontana.

Mi siedo, mi tolgo i ramponi, trovo un rivoletto d’acqua dove posso dissetarmi a piacere, mi libero del sacco e per la prima volta in tutto il giorno posso finalmente guardarmi attorno. Mi prende una gioia incontenibile, mi vengono le lacrime agli occhi; non cerco nemmeno di frenare il pianto; sento di avere vinto, ma non è solo la vittoria che mi commuove, sarebbe troppo arido. Sono i mille pensieri che si rincorrono nella mia mente, rivedo il bosco e la pineta di ieri, penso a Marina che non sa nemmeno che sono qui, da solo, a rischiare la pelle per qualcosa che lei cerca di capire, ma che forse le è troppo lontano e non riesce a comprendere. Non le ho detto nulla: sono stato egoista? Ho fatto bene? Non lo so. Ma ora non importa, la vetta è lì, l’aria è fresca e pungente, ormai l’arrampicata rude e atletica del pilone rosso, la battaglia tutta occidentale, a corpo a corpo, della Torre Rossa, non sono che meravigliosi, indelebili ricordi.

L’ultimo tratto, una lama vertiginosa, un’esposizione fantastica e, quasi all’improvviso, mi trovo in vetta. Psichicamente sono distrutto, fisicamente quasi. Passo dopo passo, lentamente, senza fretta, mi abbasso sulle comode e profonde tracce della via normale; sul grande plateau abbandono anche l’ultimo spezzone di corda, ormai inutile. Poi, nella fresca e cristallina atmosfera della sera imminente, attraverso con calma il grande ghiacciaio e faticosamente risalgo al Colle dei Flambeaux.

È sera ormai, le montagne hanno assunto un aspetto tetro, severo, quasi ostile. A lungo guardo verso il Tacul e ripercorro metro dopo metro la lunga salita.

Mi sembra un sogno, proprio io ho vissuto questa giornata, mi chiedo ancora perché; mi chiedo se è vero tutto ciò che ho vissuto o se non fa parte di uno dei mille sogni della mia fantasia, di una delle tante illusioni della mia mente, così poco aderente alla realtà.

Sorrido pensando a tutto ciò che mi è accaduto, al “tiro” che ho giocato a quella grande montagna.

Domani mi chiederanno: come, perché? Molti non capiranno, altri vorranno sapere: come, perché?

Non so, non me lo chiedete, un’avventura, una meravigliosa, indimenticabile avventura alla ricerca di qualcosa che non tutti sanno e vogliono scoprire.

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L’ignoto

L’ignoto
di Federico Gardoni
(già pubblicato su http://spazivuoti.altervista.org/ il 15 marzo 2016)

“Il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto (Howard Phillips Lovecraft)”.

Verso l’ignoto
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Mamma che incubo stanotte! Penso mentre spingo uno sci davanti all’altro. Una vita relegata tra l’interno di un’azienda a girare chiavi inglesi come nel film di Charlie Chaplin, un magazzino a contare scatole, infine dietro ad una scrivania di uno sterile ufficio, aspettando il weekend da trascorrere a fare compere dentro ad un capannone allestito solo diversamente da quello dove trascorro il resto della settimana, pranzando poi seduto comodamente con il telecomando della tv sulla mano destra e la forchetta sulla sinistra. Poi improvvisamente “il troppo tardi” arrivò e mi ritrovo rincoglionito davanti al video, mugugnando contro i vari governi che si succedettero e per una pensione che mai verrà, con la pelle avvizzita e biancastra ricotta dalla languida luce dei neon, mentre fuori non mi accorgevo nemmeno se c’era il sole o pioveva… Che incubo terribile.

Solitudini tardo autunnali nei Lagorai
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Guardo verso l’alto, il cielo, contrariamente a quanto annunciato, si apre in un azzurro bellissimo interrotto da nuvoloni neri come pece. La salita si fa più intensa, il battito cardiaco accelera. Certo che se non ci fosse l’ignoto la mia vita sarebbe veramente banale, forse come quella del sogno stesso, ripetitiva, fatta di attese – cosa stiamo aspettando? Che sia troppo tardi, Madame – nel tran tran della quotidianità.

Invece io voglio giocarmela diversamente, non voglio essere come dei quarantenni che sembra abbiano finito l’essenza della loro vita e trascorrono le ore con il bicchiere in mano fuori dal bar più in della città a parlare di auto, stupidaggini e donne…

No man’s land 7b – Buoux
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Sull’onda di questi pensieri mi accorgo che sto praticamente correndo, manca una ultima erta e sono arrivato. Caspita! il rumore del lastrone che ho sotto ai piedi non mi piace proprio, è meglio se devio un po’ più in là, confido che la neve sia migliore….. ma del resto l’ancestrale paura dell’ignoto è vista da una parte come un freno inibitore e dall’altra attrae, dato che chi si è spinto alle frontiere estreme delle cose note ha fatto fare passi da gigante all’umanità: penso alle grandi scoperte della chimica, della fisica, della medicina, alla scoperta dell’America o della spiegazione dello spazio, le innovazioni dell’elettronica o l’arte ma anche lo sport. E Felix Baumgartner e Patrick de Gaillardon e Manolo…

Scintillio dopo una nevicata nel Vallone del Sasso Rosso – Lagorai
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Acc…! Una lastra di ghiaccio! E non ho nemmeno i rampanti, provo a togliere gli sci, li metto in spalla e salgo per le roccette finali con i ramponi. Bellissimo: sono le 9 del mattino, doveva esserci bufera e invece splende il sole e il paesaggio è fantastico… L’ignoto, per chi fa alpinismo, è la ricerca dei propri confini fisici e mentali, è l’essenza stessa dell’alpinismo in senso stretto, mentre in senso assoluto è inscindibile dal rispetto dell’ambiente e di quelle regole non scritte che dovrebbero accompagnarci sempre… Occhio alla cornice che se metto un piede lì va a finire male, ancora pochi passi e sono in vetta…

Alessio in sosta durante la prima ripetizione di Giallomania in Val Gadena
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Quante volte si polemizza spit si spit no, spit vicino spit lontano scavo si scavo no! Dovremmo imparare dalla nostra storia, rispettare il passato e lasciare spazio a chi viene dopo, senza essere talebani oltranzisti e nemmeno iper-permissivi: se in apertura hanno usato tre spit, si richioda così, se poi uno si caga in braghe semplicemente ripete un’altra via. Se una zona di arrampicata è stata chiodata solo dal basso con cliff e trapano quello è lo standard della zona, se ci sono solo chiodi allora sarà quello lo standard… Ecco ora la cima è calcata, l’orizzonte si apre dinnanzi, grandi nuvoloni neri avanzano, ma ho giusto il tempo di gustare questa meraviglia, sgranocchiare, in compagnia di un solitario gracco, due noccioline seduto su un sasso incrostato di ghiaccio.

Pale di San Martino
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Tolgo le pelli e mi preparo a scendere, ma afferro al volo, nei meandri del mio cervello, un racconto di Roland Mittersteiner… “Volevo aprire una via a destra di Specchio di Sarah, su parete strapiombante. Sono partito e dopo tre metri ho visto che non si poteva mettere niente; non sapevo cosa fare, andare avanti o scendere? Ho visto più su un grande buco e ho pensato ci fosse la possibilità di mettere una protezione. Così ho proseguito e, arrivato al buco, a cinque metri, mi sono accorto che non si poteva chiodare: scendere era difficile… Ho visto un altro buco più su. Di nuovo la stessa roba, quasi tutti i chiodi mi sono scappati giù: din, din… Se avessi avuto uno spit, l’avrei potuto mettere! Dopo un bel po’ sono riuscito a mettere un chiodo in un buco svasato, ci ho passato la corda e sono sceso in arrampicata. Alla base ho tirato la corda e mi è arrivato in mano il chiodo… Aprire una via così è un piccolo problema! Mi sono anche costruito un friend gigante per quel buco, ma non sono più tornato…”. Grazie Roland per aver lasciato spazio ignoto alle generazioni future…

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Inizio ad improntare curve stupende su un pendio disegnato per sciare, i primi fiocchi di neve turbinano attorno, e capisco che è ora di non indugiare oltre. Oggi la mia voglia di ignoto è sopita, anche per questa volta posso tornare nella poltrona dell’ufficio, un po’ più bruciato dal sole, programmo già di iniziare ad allenarmi seriamente su roccia e mi faccio una fragorosa risata ripensando all’incubo di stanotte, prima che un pensiero mi renda vigile: ma se il 90 per cento delle persone che mi circondano vive o spera di vivere come nel mio sogno, non è che sono io che sbaglio qualcosa? Un altro bel pendio, ancora due curve tra quegli alberi laggiù e poi via veloce ad infilare quel vallone ancora vergine…

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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 4

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 4 (4-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta XidiasMauro Florit con Stefano ZaleriRoberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

La notoria modestia di Peter Podgornik non ci deve impedire di sapere qualcosa di più al riguardo dell’evoluzione dell’arrampicata slovena sulle Alpi Giulie. E’ per questo motivo che abbiamo riportato, in seguito alla sua relazione, il capitolo Sloveno scatenato, tratto da Dolomiti e Calcari di Nord-est.

Dalla Slemenova Špica verso lo Jalovec
Dalla Slemenova Špica verso lo Jalovec

Una visione d’oltreconfine
intervento di Peter Podgornik

Qui in zona Trieste l’arrampicata è una cosa diversa che da noi, dove la maggior parte delle persone sono contadini. Mentre da voi l’alpinismo è una tradizione di origini lontane, io provengo da una regione dove non si parlava di alpinismo, si parlava di caccia ed eventualmente di qualcuno che va in montagna.

Dopo tanti anni di alpinismo e arrampicata ho incontrato tanti vecchi alpinisti e ho scalato con tanti italiani, allargando così il numero delle persone conosciute in montagna, sulle vie e nelle spedizioni.

Non credo che questo sia il momento di parlare dell’alpinismo sloveno, dati i limiti di tempo, così vorrei invece parlare di alpinismo nella zona di confine, che conoscete abbastanza bene.

Negli anni dopo Enzo Cozzolino, come ricordato in precedenza, si arrampicava sulle pareti del Rio Bianco, sul Rio Freddo, sul Mangart, poi sul Canin. Alcuni alpinisti del tempo, come Tine Michelic, hanno scritto in quel periodo le guide di quelle zone in lingua slovena, e noi giovani, che iniziavamo in quegli anni, abbiamo potuto capire dove salivano le vie di Cozzolino, Ignazio Piussi, Ferdinand Krobath, Hans Metzger e di tanti altri. Si è cominciato dunque a salire quelle pareti, facendo diversi campeggi, una settimana al rifugio Pellarini non era una esperienza rara, ed aprendo anche vie nuove sempre sul Rio Bianco e sul Rio Freddo. Così in Slovenia abbiamo conosciuto queste montagne dove, come ha detto il Signor Spiro, camminava il grande Julius Kugy insieme ad altri esploratori, ad esempio Damiano Marinelli, che sono stati importanti per la nostra generazione, perché dobbiamo ricordare che l’alpinismo non è iniziato con noi, e neanche finirà con noi.

Conoscere questa storia dell’alpinismo è molto importante perché si capisce l’evoluzione della mentalità.

Il versante settentrionale dello Ŝpik
Piccola casetta, versante settentrionale dello Spik, da fondo valle, Slovenia

Quando ho cominciato ad arrampicare si usavano calzature pesanti, moschettoni in ferro, qualcuno aveva l’imbraco, ma veramente pochi, come pochi avevano il casco… Così con mio fratello gemello Pavel abbiamo cominciato ad arrampicare su pareti relativamente basse, come la Val Rosandra sopra la valle di Rio Bianco, con risalti alti fino a un centinaio di metri, con i nostri chiodi casalinghi, moschettoni e martello, era il mio mestiere fabbricarli, ed usavamo una corda per legare le mucche.

Peter Podgornik
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In queste condizioni abbiamo mosso i primi passi sulla roccia, per lo meno io, forse altri sono stati più fortunati. Ma torniamo di nuovo sulle montagne di confine. Come ho detto gli alpinisti sloveni dopo gli anni Settanta hanno seguito la strada aperta, facendo anche prime ripetizioni delle Vie di Piussi sul Mangart, le vie di Lorenzo Bulfon e Celso Gilberti… poi abbiamo iniziato a ripetere, sopra il Pellarini, le vie di Giordano Bruno Fabjan, Comici, Krobath, cominciando a conoscere tutte queste pareti… e dopo di esse, per la mia generazione, vi era ancora tanto posto per aprire nuovi itinerari.

Nella mia attività alpinistica ho sempre cercato di avere l’occhio dell’esploratore, e grazie a questo ho ripetuto poche vie classiche, perché avevo sempre voglia di andare ad aprire vie nuove, come nella Val Coritenza. Così come la Cima del Lago, parete sud, che è alta 500 metri, quando ho iniziato ad esplorarla c’erano un paio di vie mentre ora ce ne sono almeno venti. E così la storia è stata per altre pareti anche in Carnia. Successivamente le nuove generazioni, con materiale più moderno e una nuova filosofia di arrampicata, hanno dato spazio all’apertura di itinerari sempre più duri. Quando ho iniziato il VI+ era il limite, e la via che abbiamo ripetuto io e mio fratello i primi giorni di settembre del 1980 e cioè la Lomasti-Mazzilis alla Cima Grande della Scala, per noi fu un’avventura grandissima perché sapevamo che dopo 2 o 3 tiri non si sarebbe potuti scendere. Così siamo usciti fuori dalla via tutti sporchi e gialli perché la fessura è tutta sporca di sabbia.

Nel 1982 ho aperto una via nuova sul Mangart con mio fratello e subito dopo proprio mio fratello è morto su quella parete con un’amica. Dopo la sua morte ho deciso di fare sempre un campeggio nella zona alla sua memoria: ormai sono 25 anni e dopo tutti questo tempo le pareti sopra il Lago di Fusine sono percorse da numerosissime vie, attualmente più di 160, dal Ponzer fino al Mangart.

Quando abbiamo iniziato l’esplorazione, la parete grande del Mangart aveva solo la prima via e quella di Gilberti. Il mio amico Filip Bence ha fatto, dopo 60 anni dalla ascensione di Gilberti, 10 vie nuove in solitaria, tutte più o meno dure e con uno sviluppo di 1000 metri.

Non mi dilungo su questa montagna perché abbiamo scritto la guida anche bilingue così da poterla consultare meglio. Ma parlando in merito alle guide di alpinismo, per me è molto importante che i giovani che iniziano ad arrampicare adesso sappiano dove avere indicazioni; non è difficile fare una guida con le vie più belle di una zona mentre è molto difficile fare una guida che riporta tutti gli itinerari di una parete così da permettere un’ampia scelta sull’intero terreno d’arrampicata.

Il versante settentrionale del Triglav
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Così come progredisce lo sviluppo tecnico, sfruttando una ottima bibliografia si possono studiare ulteriori possibilità ed aprire nuovi itinerari.

Le vie di III e IV grado sono storia, sono lì e vi rimangono sempre; quello che ha fatto Julius Kugy non verrà mai rubato, ed è per questo che una guida deve riportare bene tutti gli itinerari per dare una informazione totale della parete.

Roberto Simonetti ha parlato prima di alpinismo invernale in Slovenia: vicino al confine ci sono pareti molto belle ed alte fino a mille metri che permettono questo tipo di alpinismo, come la Parete di Bretto (Loška Stena), che quando Comici apriva la sua via allo Jalovec negli anni ’30 contava solo tre vie, mentre ora ci sono più di 95 itinerari. Tre quarti di questi sono stati fatti in invernale (tra l’altro vie abbastanza dure). Così tanti alpinisti sloveni, dopo le esperienze sulle pareti vicino al confine come la cima del Lago, il Mangart e il Bretto, sono andati avanti aprendo vie su grandi pareti extraeuropee.

Quando io ho iniziato ad arrampicare era normale partire da gradi bassi, andando avanti pian piano, ad esempio partendo dalle dolomiti per arrivare al Monte Bianco e, talvolta, proseguendo fino all’Himalaya. Probabilmente oggi lo stile di vita troppo veloce fa saltare questa successione di passi; questo non è però positivo perché occorrono piccoli passi per raccogliere esperienza e acquisire ciò che serve per le grandi salite. Come già detto, sono stato fortunato perché ho conosciuto tanti alpinisti (tanti sono anche qui), ero amico di Piussi ed ho passato momenti molto belli nella mia vita insieme a loro, a parlare di montagna. Ero amico di Gino Buscaini e di tanti altri. Conoscere queste persone è stato positivo, un’esperienza che considero al pari di quella tecnica.

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Sloveno scatenato
(tratto da Dolomiti e Calcari di Nord-est)

Anche per gli sloveni, il decennio degli anni ’80 fu la transizione dall’alpinismo classico a quello moderno. Subito emerse un arrampicatore instancabile, l’elettricista Franček Knez, quello che sulla Sud del Lhotse nel 1981 salì più in alto di tutti con Vanja Matijevec. La tuta da ginnastica sostituì i pantaloni alla zuava e le scarpette pensionarono gli scarponi di pelle. Knez aveva in Buhl il suo idolo, ma aveva idee ancor più chiare sulla propria attività. In trent’ anni di carriera salì oltre 2.500 vie sulle pareti di tutto il mondo, delle quali più di 700 nuove, tralasciando le vie brevi di allenamento. Solo sul Triglav ha aperto almeno 35 vie oltre il sesto grado e così anche sulle muraglie del Šite e del Travnik: con compagni diversi, per intere stagioni si dedicava a nuovi itinerari, sacrificando lavoro e possibilità di una vita più regolare. Tra le tante, ricordiamo la diretta (via Mec) sullo spigolo nord del Piccolo Màngart (con Lidija Painkiher, 1981), la via Algebra sul Travnik (IX-, A0), aperta con Silvo Karo nel 1985, probabilmente ancora oggi la via più difficile delle Giulie slovene.

Anche qui vi furono interminabili discussioni sull’abbandono delle vecchie etiche. Fu grande merito di Iztok Tomazin l’aver portato dall’America le nuove tecniche e la voglia di «liberare» i vecchi itinerari. Così dal 1978 in poi furono ripercorsi tutti gli itinerari classici, con passaggi fino al VII+. Autori di queste imprese sono Knez, Karo e Tomazin, assieme a Matjaž Ivnik, Rok Kovač, Bogdan Bisčak, Igor Škamperle, Šreco Rehberger, Janez Skok, Janez Jeglič e Pavle Kozjek.

Il versante nord del Piccolo Mangart di Coritenza
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Nello stesso tempo continua l’alpinismo esplorativo coerente con la tradizione. Il gruppo dove maggiormente si rivolsero i giovani fu quello di Martuljek, dove svetta lo Špik ma figurano altre pareti estremamente impegnative. È qui la Široka peč, una parete assai friabile, forse la più marcia di tutte le Giulie. Rado Fabjan è l’unico che può vantarsi di aver salito tutte e venti le vie di Široka peč. È qui che si mette in luce il grande Tomo Česen, nativo di Kranj, salendo da solo nel 1985 la via Skorpion. Oggi, nell’epoca del X e XI grado, le vie più difficili di quell’epoca danno molto da fare a quei pochi che decidono di ripeterle. Era forse più facile allora adeguarsi alle scarpette e alla magnesite che oggi tornare ai chiodi e al martello.

Janez Jeglič
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La cordata Karo-Knez-Jeglič, dopo un rodaggio nel 1984 sulle vie «liberate» fino all’VIII (valga per tutte la via Ključsreče sulla Nord del Triglav), sale in Patagonia la parete est del Cerro Torre nel 1985 (con Pavle Kozjek e Peter Podgornik) e il diedro sud-est del Cerro Egger nel 1986, attualmente tra le più difficili in quella regione. Questo va detto, tanto per far comprendere con chi abbiamo a che fare e di quale livello di difficoltà si tratti, anche nei confronti delle più ben conosciute Dolomiti. Knez, con Frešer, sale la Smer norosti (via della follia) sulla Nord del Vršac, ancora irripetuta.

Nel 1984 i giovani Rado Fabjan, Igor Mezgec e Igor Škamperle, tutti di Postumia, salirono al Votli vrh 2175 m per la via Znamenje ob poti (VII, A2, A3, 750 m): una via che fu ripetuta solo nel 1989, dopo aver respinto molti tentativi. L’etica dei primi salitori fu rispettata e non fu piantato nessuno spit, nonostante la precarietà delle assicurazioni.

Ma la tendenza, soprattutto altrove, andava al contrario. Negli anni ’90 l’arrampicata sportiva migliorerà a tal punto le capacità che le pareti non potranno più offrire terreno valido per i più forti. Sembra una contraddizione, ma in effetti le vie più difficili sono ormai «facili» per un’élite che, oltre a percorrere gli itinerari di X in palestra ben protetta, è in grado di salire l’VIII in montagna. Oltre occorrerebbe spittare, e questa scelta è ancora controversa. I più bravi si sono dedicati alle solitarie. Per merito di Slavko Svetičič, Knez, Jeglič e Česen tutte le grandi classiche fino al VI+ sono state percorse in solitaria, anche invernale, e in libera. Con questa scuola Česen poté nel 1986 fare il concatenamento delle tre grandi Nord delle Alpi, offuscato solo da Profit che lo precedette…

Il 1987 vede la salita della parete sud del Cerro Torre (VII, A3, A4, 75°, 1200 m, Jeglič-Karo); Česen sale da solo e d’inverno la via No Siesta sulle Grandes Jorasses, Knez supera i 1200 m di una via nuova sulla Nameless Tower (Torri di Trango) che un anno più tardi Kurt Albert e Wolfgang Güllich confermarono di VIII+. Nel 1988 Knez apre due vie nuove al Meru (Himalaya del Gahrwal).

L’inverno 1988/89 era mite e senza neve, ma Česen salì da solo quattro vie impressionanti: Črni biser, Zarja, Sveča e Črna zajeda, tutte sulla muraglia settentrionale del Travnik-Šite. Tutte prove generali per la parete nord dello Jannu, nel 1989. Queste note, estranee alla nostra storia, sono qui portate per dimostrare l’altissimo livello dell’alpinismo sloveno in quegli anni, dove uno Svetičič si permetteva di salire in 27 ore la diretta Harlin sul’Eigervand (gennaio 1990). Sempre nel 1989, Edo Kozorog e Jože Serbec aprono Onkraj resnic nosti (VII e A3) sulla Nord-ovest del Vršac.

Filip Bence
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Il seguito della storia diventa cronaca, sempre più confusa per definizione.

In Slovenia nuovi nomi si affacciano, tra gli altri Andrej Stremfelj, Vanja Furlan, Matjaz Jamnik, Matija Jost, Miha Kajzelj, Marko Lukič, Janko Opresnik, Bojan Pockar, Miha Praprotnik. Su tutti spicca Marko Prezelj, che nell’estate 1993 assieme a Matjaz Wiegele ha salito in libera la via Algebra al Travnik. Knez continua la sua infaticabile opera: è del 1992 la via Korenina sulla Nord del Triglav, ancora da ripetere: 36 lunghezze, VIII+, 6 spit, 1 bivacco. Una delle pochissime ascensioni con bivacco di Knez, ulteriore banco di prova per il futuro. La storia certamente non ha ancora messo Knez al suo giusto posto.

Solo per citare le più importanti, l’ulteriore evoluzione sulla Nord del Màngart, ormai percorso da una ragnatela di itinerari, vede le seguenti vie: Cvetlična, 30 luglio 1996, Filip Bence: V, 800 m, 2 ore; Navček, 10 settembre 1997, Filip Bence: VI-, 800 m, 2.30 ore; Gad, 27 settembre 1997, Filip Bence: VI+, 750 m, 3 ore; Črni angel, 13 agosto 1998, Matej Janko e Janko Meglič: VI+, 600 m, 8 ore; Stotica, 15 agosto 1998, Filip Bence: VI, 750 m, 3 ore; Kocka, 24 settembre 1999, Filip Bence: VI-, 800 m, 3 ore.

Per il Piccolo Màngart di Coritenza, invece: Usoda, 21 luglio 1998, Filip Bence e Peter Podgornik: VI+, 560 m, 10 ore; Gilda, 4 agosto 1998, Gildo Zanderigo e Riccardo Del Fabbro: VI+, 650 m; Porednica, 12 agosto 2000, Filip Bence: VI+, 700 m, 5 ore; Come le foglie al vento, 18 agosto 2000, variante di pregio a Gilda, Gildo Zanderigo: VIII, A3, 250 m (con spit); Johanova, 19 agosto 2000, Filip Bence, Peter Podgornik ed Erik Švab: dal III al VII, 30 lunghezze da 60 m, 12 ore.

Per il Véunza: Življenje, 23 luglio 1996, Filip Bence: VI-, 600 m, 2.30 ore; Ključek, 25 giugno 1998, Filip Bence e Klemen Premrl: VI+, 600 m, 7 ore; Spominčica, 5 luglio 1998, Filip Bence: VI, 500 m, 2 ore.

Qui di seguito riporto una tabella, compilata da Peter Podgornik e altri scalatori sloveni, allo scopo di dare un’idea dell’attività nell’ultima ventina d’anni. In essa sono riportate solo le ascensioni effettuate nelle Alpi Giulie slovene senza o con uso limitatissimo di spit.

Come si vede Filip Bence, di Trzic, è l’attuale “uomo delle Giulie”, con le sue circa 200 vie nuove (Filip Bence è scomparso sotto una valanga nel 2009, a 58 anni, NdR).

Valle Cima Via Primi salitori  Difficoltà
Koritnica Votli vrh, parete N Znamenje ob poti Rado Fabjan, Igor Mezgec e Igor Škamperle  VI, A2
Planica Šite, parete NNW Direttissima Franček Knez e Silvo Karo  VII+
Trenta Vršac 2190 m, parete NW Steber Edo Kozorog e Slavko Svetičič  VII-, A3+
Planica Travnik, parete NNW Črna zajeda Franček Knez e Marjan Frešer  VIII-
Planica Travnik, parete NNW Algebra Franček Knez e Silvo Karo IX-
Trenta Vršac, parete NW Smer norosti Franček Knez e Marjan Frešer  VIII
Možnica Jerebica 2126 m, parete S Vaja con dios Peter Podgornik e Vladimir Slamič  VII
Planica Travnik, parete NNW Tuhinjska smer Janez Jeglič e Silvo Karo  VII-, A3
Trenta Planja 2453 m, parete N Katarza Slavko Svetičič, da solo  VII+, A2
Trenta Planja, parete N Leteče kočije Peter Podgornik e Miranda Ortar  VII-
Trenta Glava Planje 2060 m, parete S Bodeča neža Franček e Andreja Knez  VIII
Možnica Prišna glava 2048 m, parete N Vidimo se v peklu Miha Kajzelj e Bojan Počkar  VII
Planica Šite, parete NNW Das ist nich kartako Silvo Karo, da solo  IX-
Trenta Glava Planje, parete S Črni baron Slavko Svetičič, da solo  VIII
Vrata Triglav, parete N Korenina Franček Knez e Dani Tič  VIII+
Možnica Prišna glava, parete N Ledene rože Miha Kajzelj e Miha Vreča  VII+, A2
Koritnica Bavh 2189 m, parete NW Bitka za neznano Miha Kajzelj e Grega Kresal  VIII-
Planica Šite, parete NNW Bela čipka Janko Oprešnik, da solo  VIII, A4
Vrata Triglav, parete N Na drugi strani časa Tomaž Jakofčič e Miha Kajzelj  VIII, A2/A3
Vrata Triglav, parete N Metropolis Tomaž Jakofčič e Matic Jošt  IX-

La Parete del Bretto
JuliusKugy-4-Loska Stena (parete di Bretto)

Nel 1994 Marino Babudri e Ariella Sain aprono un lungo itinerario sulla parete sud della Cima de lis Codis 2380 m. Gianfranco Ferrari e Andrea Gallussi aprono la via Blizzard sulla parete ovest del Prisojnik 2547 m, con difficoltà di VIII.

Nel 1995 Eugenio Cipriani e Mario Tonegutti tracciano un lungo itinerario sulla parete nord-est della Cresta Berdo, in Montasio, piantando anche qualche spit.

Nel 1996 Gildo Zanderigo e Alberto Della Schiava tracciano una difficile via sulla parete nord-ovest del Monte Cimone. Sulle compatte rocce dell’Ozebnik, in Val Trenta, Mauro Florit ed Erik Ŝvab, assieme a vari compagni, aprono (dal basso) due vie moderne protette a spit: Arlecchino servitore di due padroni (11 lunghezze, VIII+) e Fiore di montagna (o Gorska roza, 10 lunghezze, IX-). Nel 1997, proteggendosi a spit dal basso, Marco Sterni e Massimo Sacchi aprono alcune vie estreme, fra cui La bellezza non conosce paura, sulla Ovest del Monte Robon (5 lunghezze, IX-). Il cambio dei tempi si vede anche dal fatto che Gino Buscaini, nella sua guida del 1974, definiva il Robon “senza importanza alpinistica”. Sempre a spit, Aldo Michelini, Alex Di Lenardo e Laura Ortolani aprono Ciclone (7 lunghezze, IX-) sulla Est del Bila Pec, ormai affermatasi come grande falesia in quota. Nel 1998, in agosto, Marko Car e Uros Rupar aprono all’Ozebnik Kopiščarjeva, 440 m, VIII-. Di tipo classico è invece la via tracciata da Marino Babudri e Ariella Sain all’inaccesso Pilastro degli Dei, sullo Jôf Fuart. Nel 1999 sulla parete nord-est del Razor Silvo Karo e Urban Golob tracciano Canto barato, VII.

Nel 2003 Marko Lukič e Andrej Grmovšek liberano una vecchia via artificiale dal nome evocativo: Smer norcev (la via dei folli), di Karo e Jeglič, sulla parete nord della Šite, VI+ e A3 su roccia marcia e chiodi dubbi. E così l’8a (X-) giunge anche nelle Giulie, ovviamente su protezioni tradizionali. Nelle Alpi di Kamnik (Slovenia) Marko Lukič nel 2003 apre e libera Last minute sulla parete della Vezica, adatta all’apertura di vie multipitch con lunghi run out.

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Marco Pedrini

Marco Pedrini

Ci mette un po’ il trenino a partire… ma quando parte, allora va forte davvero!
Marco Pedrini, detto il Pedro, ci stava facendo assaggiare i biscottini che gli faceva la nonna, ma che lui correggeva di nascosto e prima della cottura con foglioline sminuzzate di marjuana secca…

Eravamo a Finale Ligure, e quella notte fu tra le più movimentate che io mi ricordi: di dormire non se ne parlò neppure, ma alla mattina eravamo tutti pronti a scalare nell’ambito del convegno che la Cassin aveva organizzato per la promozione dei propri articoli d’arrampicata. Il treno non solo era partito, non accennava a fermarsi più!

MarcoPedrini

Il ricordo di quella notte brava, con gente come Pedrini, Ballerini e Anghileri, non deve far pensare male. Non è che fosse sempre così, a quei tempi, cioè prima caricarsi per bene di vino “nostralino” e poi salire sui treni “svizzeri” e scorrazzare di notte: c’era molta più serietà di quanto questo mio incipit farebbe pensare. Ma quella notte si esagerò, specialmente quando, dopo aver importunato Augusto Azzoni e Alessandra Gaffuri in una grotta, si scese da Perti alle tre di mattina con la mercedes dell’Aldino Anghileri e sul tetto c’erano sdraiati il Pedro e il Ballera che si tenevano ai mancorrenti. Giunti alla fine della discesa, sulla strada che unisce Calice a Finalborgo, ci si fermò: ma non perché fosse pericoloso, bensì perché si temeva che qualcuno dell’ordine pubblico notasse l’anomalia. Perciò, invece di scendere e di entrare nell’abitacolo, i due andarono a lato della strada nel torrente, si procurarono aiutati da me e dal Red (Roberto Crotta) un discreto fascio di canne (Arundo donax e Phragmites  communis) e risalirono sul tetto dell’auto. Red e io li coprimmo per bene, per giungere poi così mimetizzati in pieno centro a Finale tre le nostre risate più ebeti.

Marco, nato a Lugano nel 1958, aveva incominciato a fare alpinismo nel 1976, a 18 anni: “avevo una forte attrazione per gli sport rischiosi e le altre attrazioni forti”. Nel 1978 entra nel gruppo di arrampicatori Scoiattoli dei Denti della Vecchia del Ticino, sempre in quell’anno ottiene il brevetto di Guida alpina Svizzera. Nel 1980 apre una via nuova allo Stetind, in Norvegia, oltre a ripetere in 14 ore e in libera la via inglese al Trollryggen. Già da subito si vede la sua tendenza all’innovazione, tra una nuova via e una prima in arrampicata libera: farà parlare di sé per vie aperte dall’alto e per spit messi dove nessuno voleva.

Ho provato a fare l’elenco (che qui allego, certamente incompleto) delle sue salite più importanti, divise tra Yosemite, Patagonia, Monte Bianco e i monti di casa sua.

Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

I suoi capolavori sono la seconda ascensione invernale (1981) della parete nord-est del Pizzo Badile, via Cassin, e prima in stile alpino. Suoi compagni sono Danilo Gianinazzi e Michel Piola, in tre giorni di epica scalata raggiungono il bivacco sommitale. Dopo il primo giorno gli svizzeri sono già a metà parete. Poi il tempo cambia trasformando la scalata in una corsa verso la vetta e la salvezza, essendo la ritirata molto più pericolosa e problematica.

L’11 luglio 1982 con Claudio Cameroni realizza la prima rotpunkt del Pilastro Bonatti del Petit Dru. Dal 17 al 19 luglio 1959 gli austriaci H. Jesacher e C. Madreiter avevano aperto una variante per evitare a sinistra il famoso pendolo di Walter Bonatti, salendo in artificiale una sottile fessura di 50 m che in seguito diventò il percorso seguito da tutti i ripetitori (la fissure des Autrichiens). Pedrini per la sua libera del pilastro preferisce un diedro di 7a a destra di questa fessura, confermando la sua grande capacità d’intuizione.

Marco Pedrini fa un volo volontario su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Volo voluto. M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

Dopo le realizzazioni in Valle dell’Orco, nel 1985 Marco va in Val di Mello: è nel periodo più fecondo della sua breve ma smagliante carriera. Sullo strapiombo del Tempio dell’Eden piazza qualche spit e senza aggiungere altro si incastra nella strapiombantissima fessura della Signora del Tampax, un 7c o IX grado che sarà ripetuto solo dopo qualche anno da Tarcisio Fazzini e più avanti verrà valutato anche 8a, quindi uno dei primi in Europa, senz’altro il primo in fessura.
Pedrini e Roberto Bassi salgono poi Bodenshaff al Precipizio in arrampicata libera, con difficoltà di 6c/7a al posto dell’A3 originale su grossi cunei di legno.

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Sulla grandezza di Marco la dice lunga anche l’elenco dei suoi compagni di cordata: Marco Ballerini, Marco Preti, Patrick Bérhault, Jacky Godoffe, Roberto Bassi, Michel Piola, Romolo Nottaris, tutti nomi tra i più grandi degli anni ’80 e non solo.

Ma è il 26 novembre 1985 che Pedrini realizza il suo grande capolavoro: al Cerro Torre, la prima solitaria della via del compressore, documentata in un filmato con riprese mozzafiato intitolato Cumbre, con le riprese e la regia di Fulvio Mariani. I due, per le riprese, salirono ancora due volte il Cerro Torre, proprio fino in vetta. Marco Pedrini è certamente l’unico uomo al mondo ad aver salito il Cerro Torre tre volte in una sola settimana.

Diplomato in ginnastica e sport, divenne anche maestro di sci e pensava di fare la guida alpina. La sua filosofia, per quanto potei capire nelle abbastanza numerose uscite a Finale e all’Antimedale che feci con lui, era di vivere e lasciar vivere, assaporare il presente, senza fare progetti a lungo termine. Me lo ricordo provare la libera, senza neppure imprecare, sul duro strapiombo di Rock Stupid, a Rocca di Perti (terza ascensione, 8 dicembre 1983): perché era ambizioso, ovviamente, e voleva riuscire con determinazione.

L’avevo conosciuto la mattina del 6 dicembre 1983, prima di salire il Sass de Trolgia per la via Casarotto, assieme a Fulvio Mariani e Romolo Nottaris. Anche se quella volta non arrampicò, come invece faceva di solito, con il walkman e i Pink Floyd a manetta a me sembrò comunque una forza della natura.

Il ragazzo era perso dietro ai suoi sogni e alle ragazze bionde, non aveva alcuna opinione politica, si alzava tardi al mattino, tanto da aver attaccato una volta la Bonatti al Grand Capucin alle due del pomeriggio. Quanto amava i tetti e le fessure strapiombanti, meglio se già attrezzate, tanto odiava l’obbligo delle cinture in auto, le lunghe marce d’approccio, l’eccesso di magnesite sugli appigli e far la coda prima di arrampicare.

Una volta mi disse che per lui l’alpinismo moderno era giusto che dovesse essere considerato uno sport come un altro, ben lungi soprattutto dalla mentalità eroica che spingeva a diventare superuomini, “o vincitori o cadaveri”.

Marco Pedrini sulla via Casarotto del Sass de Trolgia (Canton Ticino), 6 dicembre 1983)
Sass de Trolgia (Canton Ticino), via Casarotto (6.12.1983), Marco Pedrini

Il futuro lo vedo senza mezzi artificiali, neanche le scarpette e men che meno il carbonato di magnesio, per non parlare della corda e dei chiodi. Faremo delle solitarie integrali e scalzi… – diceva. Pedrini ha rinunciato a far parte della spedizione ticinese all’Everest perché gli sarebbe costato 12.000 franchi svizzeri.

Gli piaceva la danza jazz ma anche buttarsi giù dai ponti con l’elastico, arrampicarsi sui muri degli edifici (del tutto proibito in Svizzera, dunque allettante). Si allenava con regolarità ma senza fanatismo, preferendo di sicuro i coni gelato alle ferree diete. Indimenticabili sono i film dei quali è protagonista: Cerro Torre Cumbre (1985) di Fulvio Mariani e Orizzonte Avventure: Marco Pedrini un talento in verticale di Gianluigi Quarti.

La notizia della sua morte sul Petit Dru il 16 agosto 1986 (in discesa dalla Diretta Americana, dopo la salita in solitaria) mi colpì come una fucilata, uno sfregio su un corpo già all’eccesso ricoperto di cicatrici ma che ha sempre rifiutato di farci l’abitudine.

Marco Pedrini sulla via Maestri 1970 del Cerro Torre per girare il film Cerro Torre Cumbre. Foto: Fulvio Mariani.
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In ricordo di Marco Pedrini ci sarà una grande serata a Lecco (15 giugno 2016). Sarà emozionante.
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Un’avventura d’altri tempi

1a solitaria sulla via dei Fiorentini al Monte Nona
Nelle Alpi Apuane, proprio accanto al famoso torrione del Procinto, la parete sud-ovest del Monte Nona “è rimasta per anni una sfida aperta, respingendo ogni tentativo di salita, e creandosi il mito di parete impossibile. Anche i fortissimi fratelli Sergio e Vinicio Ceragioli, che dagli anni ‘30 per alcuni decenni hanno dominato la scena apuana, spostando con ogni impresa il limite dell’impossibile, erano capitolati di fronte all’incubo giallo di questa parete, e fu solo molti anni dopo, con l’avvento del chiodo a pressione che si fece luce una possibilità di salita con successo (Stefano Nesti)”.

Proprio alla guida alpina Stefano Nesti rimandiamo per la lettura del suo interessante Poker d’Assi.

La parete sud-ovest del Monte Nona
AvventuraAltriTempi-Fiorentini4

 

Un’avventura d’altri tempi
di Alberto Benassi

I 250 metri del “formidabile appicco giallo-rossastro… (1)” della parete sud-ovest del Monte Nona mi ricordano, anche se in forma ridotta, la ben più famosa parete rossa della Roda di Vaèl che, come questa, è stata teatro dell’assassinio dell’impossibile con le salite a goccia d’acqua realizzate negli anni ‘60 e ‘70 quando vi vennero infissi anche più di 200 chiodi a itinerario, con largo uso del piccolo ma invincibile chiodo a pressione.

Nel 1959 è il lucchese Annibale Simonetti insieme al versiliese Gabriello Barsi, ad aprire le danze. Sale il primo tratto del Canalino Allegri posto all’estrema sinistra della parete, per poi spostarsi a destra lungo una cengia, quindi con chiodi e cunei di legno supera una strapiombante fessura che incide le compatte placche del settore sinistro della parete. E’ solo il primo assaggio, “ma il problema del gran muro strapiombante, che costituisce il più della parete che veniva considerato impossibile, fu risolto soltanto allorché intervenne il salto qualitativo rappresentato dal chiodo a pressione (1)”.

“Qualitativo”… fu veramente un salto di qualità, un passo in avanti? Oppure la lancetta dell’alpinismo, con quelle salite, si è fermata per alcuni anni? Messner nel 1968 nel suo famoso articolo L’assassinio dell’impossibile fu categorico: “

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato (…) La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile (2)”. Insomma si trattava della morte dell’alpinismo.

Emilio Dei in arrampicata sulla via dei Fiorentini, prima ascensione
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Nel 1966, riprendendo un tentativo del fiorentino Giancarlo Dolfi e compagni, i fratelli liguri Eugenio e Gianluigi Vaccari finalmente espugnano la parete superandola al centro aprendo la via SUCAI meglio conosciuta come “la Vaccari”.

Un anno dopo questa via è addirittura ripetuta dal fortissimo alpinista trentino Marino Stenico in cordata con Aldo Gross. Scrive Gross: “In aprile ero stato sulle Alpi Apuane con l’amico Dante Colli (…) In particolare mi aveva colpito dalla cima del Procinto la vista sulla rossiccia, calcarea parete sud-ovest del Monte Nona costituita dallo spavaldo taglio di un unico lastrone strapiombante che sovrasta l’Alpe della Grotta. Proposi a Marino una visita a queste montagne (…) In breve ci trovammo in quell’ambiente inconsueto, con già alle nostre spalle ospitali borghi dispersi in profondi castagneti, a salire tra forre e “voltoline”, per una piacevole mulattiera nel bosco sino al Rifugio Forte dei Marmi (…) A tardo pomeriggio uscimmo dal rifugio diretti alla parete percorsa allora da un unico itinerario aperto dal 21 al 23 maggio 1966 da Eugenio e Gianluigi Vaccari della Sezione Ligure. Il sentiero che porta alle pareti del Monte Procinto passa sotto lo spacco verticale del Nona, sono pochi minuti, ma bastano perché ci raggiunga un sorpreso commento: “Ma dove credono di andare alla loro Età…”. Per la verità in buona parlata toscana ci definirono vecchi (…). Sull’ultimo chiodo, Marino si sporse, tutto all’indietro sull’abisso, e, contro il cielo, strappando un applauso, con un gran gesto della mano, salutò con il rosso berretto l’attonita folla, in beffardo spiritosissimo commento (3)”.

Più a destra, paralleli alla Vaccari, nel 1969 sulla verticale della punta più alta della parete detta “la becca”, salirono Agostino Bresciani e Mario Piotti aprendo la via Licia, che dedicano alla futura moglie di Agostino che allora aiutava la mamma nella gestione del rifugio Forte dei Marmi. Negli anni a seguire la via Licia diventerà la classica della parete. La sua ripetizione sarà motivo di vanto.

Il 3 e 4 luglio 1971, sulla sinistra della via SUCAI, i fiorentini Giovanni Bertini, Emilio Dei, Michele Lopez e Mario Verin terminano di tracciare l’impegnativa via dei Fiorentini. Bertini racconta: “Abbiamo provato con successo un attrezzo che consentiva di chiodare più lontano e con una postura più rilassata. La staffa rigida che con Andrea Bafile costruimmo in quel di Firenze, nell’ambiente dei rocciatori sembrò una esperienza leonardiana. Il Bafile, che ebbe la soddisfazione di vedere dal basso la conclusione di questa salita, regalò a Giustino Crescimbeni un lungo gancio di ferro per la sua eventuale ripetizione. Scherzi a parte, di quella esperienza porto in ricordo tanta fatica ma anche la soddisfazione di alcuni tratti in libera che erano stati preventivati dalle osservazioni preliminari“.

Gli stessi Bertini e Verin, il 24 ottobre 1971, dovendo scendere dalla vetta del Nona, non trovano di meglio che percorrere la via Licia arrampicandola in discesa.

Alcuni anni dopo ancora più a destra della via Licia, oltre i grandi e gocciolanti neri strapiombi, al limite della parete superando un settore giallastro fortemente strapiombante, i versiliesi Agostino Bresciani, Alessandro Angelini, Mario Rosi e Luciano Sigali, aprono la via Corrado che dedicano al figlio di Agostino.

Sempre in quegli anni si parla anche di un tentativo fatto ai grandi strapiombi gocciolanti addirittura dai Ragni di Lecco. Ma sarà realtà o leggenda…?

Con l’apertura della via Corrado si chiude il ciclo delle vie in artificiale sul Nona. Negli anni a seguire, l’artificiale, almeno da noi, passerà di moda e le staffe verranno ‘appese al chiodo’.

4 luglio 1971. In vetta al Monte Nona, dopo la prima ascensione della via dei Fiorentini. Da sin: Michele Lopez, Emilio Dei, Giovanni Bertini e Mario Verin. E’ visibile la staffa rigida di concezione Bafile-Bertini
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La parete per molti anni cadrà nell’oblio, salvo qualche sempre più rara ripetizione di qualche vecchio affezionato, fino all’inizio degli anni ‘90 quando con l’avvento del trapano, sarà riscoperta in chiave diciamo… moderna? Ma questa è un’altra storia…

Attratto dall’indiscutibile fascino della parete e dalla storia scritta sui suoi strapiombi dai più forti alpinisti apuani degli anni ‘60 e ‘70, nel corso degli anni ho ripetuto tutti gli itinerari artificiali, alcuni anche più volte, tra cui anche la prima solitaria alla via Corrado, inaugurando una bella e aerea variante di discesa in doppia. In verità, quella volta ero partito per fare da solo la via dei Fiorentini, ma poi mentre salivo verso l’attacco, evidentemente poco convinto, ecco farsi viva la ‘vocina interiore’… e così, sceso a più tranquilli compromessi, mi diressi alla più breve via Corrado.

La via dei Fiorentini no! È pericolosa” … Mentre sto camminando verso l’attacco mi ritornano in mente le parole della Silvana, che per tanti anni assieme al Gigino e ai loro figli furono gli indimenticati gestori del rifugio Forte dei Marmi per me diventato per tanti anni quasi una seconda casa, dove fui trattato come uno di famiglia.

Quella volta con suo figlio Renato, mentre salivamo verso la parete si parlava della via dei Fiorentini dove poco tempo prima aveva fatto un volaccio il (4).

Forse perché parlavamo un po’ ad alta voce, forse complice il vento che portò le nostre parole fino al rifugio, sta di fatto che la Silvana ci sentì e senza tanti complimenti ci minacciò: ”Se solo ci provate vi prendo tutti e due a granatate! (la granata è un particolare tipo di scopa, NdR)”.

Come potrei dimenticare la Silvana e il Gigino. La prima volta che arrivai all’Alpe della Grotta con altri due amici e vidi il Procinto, se non ricordo male era il 1977, manco sapevo che monte era. Al rifugio, dove comprammo un pane e un bottiglione di vino bianco, interrogai il rifugista, un ometto dall’aspetto un po’ buffo, il Gigino.

“Ma che monte è quello lì?” e lui piuttosto sorpreso della mia ignoranza e con il suo tipico accento stazzemese: Oh bi di duve venite. E’ il Procinto”.

La Silvana, che aveva un occhio di riguardo per tutti gli alpinisti, era una donna generosa ma energica, era la vera padrona del rifugio, e sicuramente sarebbe passata dalle minacce ai fatti. Così senza tanti indugi, quel giorno, con Renato cambiammo idea e andammo a scalare sul Procinto.

Chi l’avrebbe mai detto che, dopo tanti anni, sarei stato qui al buio seduto sullo zaino ad aspettare un po’ di luce per poi tentarne la ripetizione in solitaria?

Che ne penserà la Silvana? Sicuramente scuoterà la testa e agiterà la granata… Questo itinerario, che sale diretto all’anticima della parete sud-ovest del monte Nona con una scalata essenzialmente in artificiale e con alcuni delicati tratti in libera, è sempre stato temuto e quindi meno ripetuto rispetto agli altri.

Certamente non si tratta di un itinerario alla moda, visto lo stile di scalata che fa sì che oggi queste vie siano raramente ripetute. Credo che molti ne ignorino persino l’esistenza, ma a me questo non interessa, anzi, è quasi uno stimolo. Le vie un po’ strane e poco ripetute mi hanno sempre attirato.

Sono qui per vivere la parete attraverso una piccola e personale avventura, è questo ciò che conta!

Sono le cinque del mattino dell’8 settembre 2012. Parcheggio la macchina che è ancora buio pesto, così accendo la frontale e m’incammino lungo l’oramai familiare sentiero che, attraverso il bosco porta all’attacco della via. Quante volte l’avrò percorso in tutti questi anni per andare a scalare sull’amato Procinto? Ho perso il conto.

Camminare nel bosco di notte regala una sensazione particolare. L’udito si acutizza e si concentra su ogni minimo rumore a cui di giorno non faresti minimamente caso. Ho portato con me parecchio materiale e lo zaino pesa ‘a bestia’. Così salgo con calma, la giornata sarà faticosa e non mi voglio certo stancare ancor prima di arrivare all’attacco.

AvventuraAltriTempi-Fiorentini-2012.09.08 solitaria via del AvventuraAltriTempi-Fiorentini M. Nona 017

Alle sei sono alla base della parete, ed è ancora buio! Mi metto ad aspettare che schiarisca un po’. Intanto preparo l’attrezzatura per la scalata. Devo farlo con attenzione, mettendo a portata di mano tutta l’attrezzatura in modo che, durante la salita, non si creino degli intoppi. In particolare devo disporre bene la corda nel sacco in modo che scorra senza che si aggrovigli, dato che non ho un compagno che mi possa aiutare.

Anche questo fa parte delle preoccupazioni di uno scalatore solitario. Il bello delle solitarie è che devi contare solo su di te. Tutto è tuo: decisioni, rischi, fatica ma anche gioia.

Prima di partire faccio una foto allo zaino con sopra la ranocchia che mi ha dato la Sabrina come porta fortuna, poi la metto dentro perché non voglio rischiare di perderla durante il recupero dello zaino.

In solitaria sulla prima lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona
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Il primo tiro è breve e porta in cima a un pilastro. Non seguo la via originale che passa alla destra del pilastro; salgo invece direttamente lungo una fessura strapiombante dove ci sono alcuni chiodi.

Con un breve tratto in libera arrivo sotto la fessura. Il primo chiodo è alto e non ci arrivo, così passo un cordino strozzato intorno a delle fraschette e mi assicuro, ma non c’è da fidarsi troppo. Voglio assicurarmi meglio così cerco di mettere un chiodo ma lo perdo! Cazzo: inizio bene! Non ne ho portati tanti, solamente sei, e se già al primo tiro inizio a perderli…

Ritento e ci riesco. Adesso sono più tranquillo e con una staffa raggiungo il primo chiodo della via. In breve sono in cima al pilastro dove c’è una vecchia sosta.

Non mi fermo. Ho 60 metri di corda che dovrebbero essere più che sufficienti, così decido di proseguire unendo anche il secondo tiro.

Adesso però devo stare più attento. C’è da fare, verso sinistra, un insidioso e non facile tratto in libera su roccia friabile.

Passo un cordino intorno a un piccolo ginepro, mi sposto un po’ a sinistra su roccia gialla friabile, poi riesco a mettere un buon chiodo.

Mi alzo delicatamente sfruttando una lama che suona a vuoto e finalmente arrivo a un chiodo. È un buon chiodo: salvo! Ma visto che è il primo dopo diversi metri non mi fido e così lo doppio con un friend.

In solitaria sulla seconda lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona>>
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Prendo le staffe, mi appendo al chiodo e vado. La corda mi segue scorrendo nel gri-gri che ho in vita e che mi fa da autoassicurazione.

Di chiodo in chiodo mi alzo sempre di più e, dopo un obliquo a destra, sono alla sosta. E’ buona anche perché pochi anni fa durante una ripetizione l’hanno rinforzata mettendoci un fix.

Se questo da un lato mi fa egoisticamente piacere, perché mi facilita e velocizza non poco le cose, dall’altro però toglie un po’ d’impegno alla mia avventura e un po’ mi dispiace.

Una volta arrivato alla sosta mi assicuro con la longe. Smonto il sistema di autoassicurazione e sempre con il gri-gri usato come discensore scendo lungo la corda ritornando all’attacco.

Arrivato giù, lego al capo libero della corda lo zaino che dopo tirerò su, monto le jumar sulla corda e risalgo recuperando chiodi e rinvii che avevo messo lungo il tiro e in breve sono di nuovo alla sosta.

Una volta recuperato lo zaino e dopo averci sistemato con cura dentro la corda, sono pronto a ripartire per il tiro successivo.

Questo è il sistema che ho deciso di adoperare. La via la dovrò fare tre volte, ma così sarò sempre assicurato. Un po’ come faceva il grande Renato Casarotto, anche se lui invece del gri-gri usava i nodi prusik e la differenza non è poca! Ma lui era Casarotto…

E poi non si può mica appendersi a questi vecchi e piccoli chiodi senza essere assicurati. Sarebbe un po’ come giocare alla roulette russa.

L’ho promesso alla Sabri che avrei fatto le cose con prudenza e poi nello zaino c’è la rana che sicuramente le farebbe la spia.

Il tiro successivo è più impegnativo perché più strapiombante, soprattutto a causa degli obliqui che certo non mi faciliteranno quando dovrò risalire con le jumar per recuperare il materiale.

Guardando verso il basso dalla sosta del penultimo tiro
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Intanto sono arrivate due persone all’attacco di Fantastica, altra via sportiva che corre lì a fianco sulla sinistra.

Mi vedono, credo cerchino il mio compagno, ma non lo trovano. Ci credo, sono solo!

Mi salutano. Riconosco il Dondi, mi faccio riconoscere: ”Che stai facendo?”. Rispondo: “La via dei Fiorentini” e loro: “E che roba è? non la conosco. Ma sei da solo?”. “Sì sono solo!”.

Sono un po’ perplessi, oggi non si aspettavano certo di trovare un matto da solo sul Nona.

Mi preparo a ripartire. Non devo distrarmi troppo, voglio fare le cose con calma. Per non fare cazzate è importante rimanere concentrati.

Il tiro è un po’ faticoso. Alcuni chiodi sono lunghi e per prenderli devo salire bene in alto sulle staffe. La storia racconta che i primi salitori avevano usato un attrezzo particolare da loro costruito, che permetteva loro di stare ben dritti e poter chiodare così più lontano. La corda mi segue sempre scorrendo nel gri-gri senza troppi intoppi.

La chiodatura è vecchia, i chiodi sono lì da 40 anni e soprattutto questi piccoli chiodi a pressione di tipo artigianale sono sicuramente infissi per pochi centimetri, quindi è bene non sollecitarli troppo. Visto che sono da solo decido di passare molti rinvii: in caso di uscita di un chiodo non voglio rischiare lunghi voli che potrebbero sbottonare tutto…

Con calma arrivo alla sosta successiva, predispongo l’ancoraggio e scendo ritornando allo zaino per poi risalire di nuovo e ripulire il tiro.

Ogni volta che arrivo alla sosta successiva mi avvicino sempre di più all’uscita però poi devo di nuovo riscendere perdendo il terreno guadagnato. Questa è una strana sensazione, ma va bene, lo sapevo.

Lego lo zaino al capo libero della corda e lo lascio andare. La parete strapiomba e, visto che la sosta successiva è molto a sinistra rispetto a me, lo zaino parte facendo un lungo e impressionate pendolo che dura non poco.

Fissate le jumar parto risalendo la corda, ma la parete strapiombante e il tiro assai obliquo mi creano un po’ di problemi. Il risultato è che ogni volta che tolgo un rinvio, come lo zaino anch’io parto in un pendolo poco simpatico allontanandomi sempre di più dalla roccia e mi trovo a risalire completamente nel vuoto.

Il Dondi lì accanto guarda un po’ perplesso le mie evoluzioni appeso alla corda: – Ma almeno le soste sono buone?

Lo tranquillizzo: – Sì, sono ottime.

La sosta è buona, la corda è buona, le jumar tengono, ma in effetti la cosa è poco simpatica. Inoltre risalire così nel vuoto è assai faticoso, perciò decido di cambiare tattica.

Non risalirò più la corda ma rifarò il tiro in arrampicata usando le jumar solo per sicurezza sulla corda resa fissa.

Dovrò fare in arrampicata due volte la via ma è più semplice e meno faticoso.

La cosa funziona e tutto prosegue per il meglio. Intanto mentre salgo scambio due chiacchiere con i miei vicini sulla via Fantastica.

Sarà quindi una solitaria in compagnia ma del resto non sono mica sulla remota parete sud-ovest del Burel. Fatta la traversata a sinistra, le due vie si toccano e proseguono poi per un tratto in comune, lungo un aperto diedro nel tiro che porta alla cengia dove poi Fantastica va a sinistra e la mia invece prosegue dritta lungo una bella placconata di strapiombante roccia grigia.

La parete sud-ovest del Monte Nona. Da sin a ds, via dei Fiorentini, via SUCAI e via Licia
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Prima di lasciare la sosta il Dondi, forse un po’ preoccupato, dice che se voglio posso legarmi a una delle sue corde e proseguire con loro. Lo ringrazio della sua gentilezza e lo tranquillizzo dicendogli che tutto procede per il meglio. All’uscita mancano ancora tre tiri, mi ci vorrà un po’ ma visto che sto bene e che il tempo c’è, non posso certo rinunciare adesso dopo tutta la fatica che ho fatto per arrivare fin qua.

Al limite se proprio dovrò rinunciare ho nello zaino un’altra corda che ho portato in caso di bisogno per garantirmi una possibilità di discesa.

E’ sabato e al Procinto c’è tanta gente a scalare e a camminare. Ogni tanto mi arrivano le voci delle persone che sono lì a fare la loro tranquilla passeggiata, e io qui a “pericolare”… o chi ti ci ha mandato, il dottore?

Un po’ in artificiale ma soprattutto in libera, superando alcuni delicati passaggi, con una specie di semicerchio prima a destra e poi a sinistra raggiungo la comoda cengia sotto la placconata terminale.

Dopo tutte le scomode soste appese ora posso finalmente sedere e godermi un po’ di relax, bevendo e mangiando. Soprattutto bevendo, visto che mi sono portato un paio di litri e fino a questo momento non ho bevuto neanche un goccio.

Da qui in tutta comodità, posso ammirare il panorama che dal Monte Matanna al Monte Gabberi arriva fino al mare e le numerose persone che lungo la ferrata salgono alla vetta del Procinto e quelle che scalano sulla sua bella parete est.

Che belle le Apuane, montagna e mare.

Rinforzo la sosta con due buoni chiodi e parto per il penultimo tiro. Subito sopra c’è un chiodo piuttosto lontano dal quale pendono un vecchio e sfilacciato cordino e una scolorita fettuccia. Memore di questo particolare dalla ripetizione che avevo fatto diversi anni fa, per arrivare meglio al chiodo senza usare il cordinaccio, a casa mi sono costruito una ‘ladra da fichi’, ovvero un lungo rinvio irrigidito con due stecche di plastica e del nastro isolante. Sarà etico…?

Con l’aiuto di un cliff in un piccolo buco nella roccia, mi alzo e mi avvicino al chiodo quindi con l’aiuto dello speciale rinvio lo aggancio e ci appendo la staffa.

Cercando di farmi leggero salgo lungo la staffa mirando al chiodo successivo anche questo piuttosto lungo.

Sotto, come protezione, ho lasciato il cliff nel buco, ma è troppo basso per essere una buona protezione e se il chiodo sotto il mio peso dovesse saltare, il cliff non mi impedirebbe di sbattere sul terrazzo di sosta. Un po’ con il fiato sospeso arrivo all’altro chiodo. Preso: salvo!

Quanto sono lunghi a volte certi momenti.

La parete sud-ovest del Monte Nona vista dal Monte Procinto
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Adesso proseguo su per un bel muro di roccia grigia compatta in direzione di un evidente speroncino contornato di erba sopra il quale so che c’è la sosta. Arrivato all’inizio dello speroncino c’è da salire lungo l’insidiosa fessura erbosa di destra. Qui mancano un paio di chiodi.

Potrei provare a forzare in libera ma la roccia non è proprio delle migliori e non mi sembra il caso rischiare un volo. Non sono qui per fare dei virtuosismi arrampicatori.

Cerco di mettere un friend in una fessurina ma niente da fare, non ho la misura adatta. Quindi non mi resta che mettere mano al martello e battere un chiodo che entra cantando. Staffa, altro chiodo, staffa e sono alla sosta.

Stessa manovra. Oramai lo so a memoria: e giù ritornando alla cengia e di nuovo su recuperando il materiale, togliendo anche i due chiodi che avevo messo nella fessura erbosa.

Adesso non rimane che l’ultimo tiro e poi sono fuori. Sopra la sosta c’è una fessura dove penzola un rinvio, poi placche strapiombanti quindi l’uscita che ricordo un po’ delicata.

Salgo in libera la prima fessura sopra la sosta, poi in artificiale (un po’ faticoso) supero la zona strapiombante e arrivo alla paretina finale che porta al canalino d’uscita.

Questo tratto finale è da fare in libera. La roccia è delicata e non tanto proteggibile, quindi prima di proseguire mi riposo bene. Sopra l’ultimo chiodo prima del tratto in libera riesco a mettere un friend in un buco.

Non mi dà tanta fiducia perciò lo doppio con un altro e poi vado deciso. Traverso un paio di metri a sinistra, salgo dritto per una larga fessura e poi di nuovo a destra sotto un piccolo strapiombo dove, con non poca sorpresa trovo un fix. Questo proprio non me l’aspettavo, sono quasi tentato di assicurarci la corda, ma non serve, l’orgoglio etico prevale così supero il piccolo strapiombo e per un breve e facile canaletto sono fuori.

La via è fatta ma il lavoro non è ancora finito. Non mi posso ancora rilassare, devo di nuovo scendere per recuperare lo zaino e il materiale con il quale ho attrezzato il tiro.

Così alle prime piante preparo l’ultimo ancoraggio, butto nell’erba quello che non mi serve e poi scendo. Riprendo lo zaino e quindi di nuovo su, per l’ultima volta.

Sono passate circa dieci ore da quando ho iniziato questa salita, insolita per le nostre montagne e per l’alpinismo apuano di oggi. Sono stanco ma felice di avere vissuto questa piccola e personale avventura. Come diceva Gian Carlo Grassi “spesso l’avventura è dietro l’angolo di casa”.

Con calma riordino il materiale, rifaccio lo zaino e rimetto fuori la ranocchia. Prima di andarmene saluto Edo e Paolo, che usciti dalla parete est mi chiamano dalla vetta del Procinto e ci diamo appuntamento al rifugio.

Lo zaino adesso sembra molto più pesante di stamani. Senza fretta risalgo il ripido pendio che dal bordo della parete sale alla cresta di vetta del Monte Nona, poi per il comodo sentiero scendo verso il Callare del Matanna. Arrivato in vista del Callare mi rendo conto di avere dimenticato il materiale che avevo buttato nell’erba prima di riscendere a disattrezzare l’ultimo tiro. Evidentemente un po’ la stanchezza, un po’ l’euforia per la riuscita mi hanno giocato uno scherzo. Ora però di ritornare lassù non me la sento proprio. Tornerò a riprenderla domani con la Sabri prima di andare a Stazzema alla commemorazione del . Adesso voglio solo arrivare prima possibile al rifugio per una meritata birra e una bella chiacchierata con gli amici che mi staranno aspettando.

Citazioni:
(1) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, Guida dei Monti d’Italia.
(2) Reinhold Messner, L’assassinio dell’impossibile, Rivista del CAI, 1968.
(3) Marino Stenico, Una vita di alpinismo”.
(4) il , Agostino Bresciani, vero punto di riferimento per l’alpinismo versiliese.

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Due è una folla

Due è una folla

Racconterò un mio episodio personale che risale al 1964, quando avevo 17 anni. Quell’estate in Dolomiti ho salito 80 vie in solitaria, perché non avevo compagni. Allora capitava spesso, oggi è più facile trovare anche perché c’è più gente che arrampica. L’autunno dopo, quando nella Sezione Ligure del CAI tutti, io compreso, ci facevamo belli delle nostre salite estive, ebbi timore che chi avrebbe magari potuto portarmi in macchina da qualche parte ad arrampicare potesse pensare che ero matto e quindi ero da evitare. Nelle relazioni per il bollettino sezionale ciascuno di noi scriveva le salite che aveva fatto: io non volli rinunciare a citare le mie salite sul IV, V grado, però inventai un compagno che si chiamava S. Odola, di Roma, che anagrammato vuol dire «da solo». Ecco il mio atteggiamento iniziale verso le solitarie: funzionale alle salite stesse.

Hermann Buhl sposa Generl (Eugenie), marzo 1951
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Poi venne il periodo delle grandi letture e proprio tra i primi libri lessi È buio sul ghiacciaio di Hermann Buhl. M’impressionarono particolarmente la sua salita solitaria al Nanga Parbat e la sua solitaria invernale e notturna della via dei Salisburghesi alla parete est del Watzmann. Come può un uomo giungere a tanto? Cosa danno queste imprese all’alpinismo in generale? Per rispondere mi furono necessari anni di esperienze e di conoscenza. Watzmann e Nanga Parbat sono una grande leggenda, protagonista un uomo che avrebbe accondisceso a ben pochi compromessi con il successivo mondo dell’industria sportiva e dell’alpinismo spettacolo: lo dico di certo con la complicità della sua morte inopportuna, ma anche con la certezza di non sopravvalutarlo più di tanto: perché oggi sono altri tempi e lui non si sarebbe trasformato.

Il mito del solitario è legato strettamente al grado di difficoltà. Il terzo grado della scala Welzenbach fu per la prima volta superato nel 1877 dalla guida cadorina Luigi Cesaletti detto Coloto quando salì la Torre dei Sabbioni da solo. Fino ad allora nessuno aveva superato difficoltà di quel genere, né in Dolomiti né altrove, nemmeno nel Kaisergebirge. Il quarto grado è generalmente riconosciuto a Georg Winkler. Questi scrisse che una volta gettò un uncino verso l’alto su una via che si chiama via della Scala, nel 1887, pochi giorni dopo la sua famosa salita alla Torre Winkler: fu costretto a questa manovra perché veramente piccolo di statura. Scrisse anche di aver usato un altro artificio raccapricciante: Michele Bettega, molto forte e ben più alto di lui, aveva salito una via con un passaggio assai difficile. Winkler la volle ripetere da solo e, sotto il passo duro, gettò la corda sopra uno spuntone in modo che cadesse dall’altra parte e tenendosi con una mano a un capo mise il piede in un’asola che aveva fatto sul primo capo. In pratica fece una staffa autotenendosi e riuscì ad afferrare un appiglio sopra. Ma per ciò che riguarda l’impresa che lo rese famoso, la Torre Winkler, me lo immagino annaspare penosamente lungo la fessura, incastrato con la mano, il braccio, le spalle, in completa e assoluta arrampicata libera (free solo).

La parete est del Watzmann (Salzburger Alpen), che Hermann Buhl nel 1953 salì in prima invernale e da solo (per la via dei Salisburghesi)
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Quanto al V grado, meglio precisare se V in parete o V in fessura. Abbiamo l’esempio di Hermann Delago che per primo fece il V grado sulla Torre Delago e l’esempio di Tita Piaz che nel 1900 lo superò nella sua famosa fessura alla Punta Emma: entrambi solitari. Sul V+ si potrebbe discutere molto. Forse Angelo Dibona, forse Hans Dülfer da solo. Dülfer fece il V+ da solo, qualcuno dice anche il VI-. Non è vero, perché sul VI- della via più difficile di Dülfer, cioè sullo spigolo sud del Catinaccio d’Antermoia, sul secondo tiro che è il più difficile, egli fu assicurato con le corde dalla sua ragazza, Anne Franz; lui piantò uno-due chiodi, poi la poverina proprio non ce la fece a salire e Hans la piantò lì sulla cengia per tutto il giorno. Salì in cima e ridiscese in corda doppia a prendere la sua beneamata Anne con la quale scese poi alla base. E siamo al 1914. Dopo la guerra venne l’epoca del VI grado ed effettivamente qui l’alpinismo solitario cominciò ad avere un rallentamento. L’exploit dell’alpinismo solitario diminuì. Una grandissima solitaria fu quella di Emilio Comici sulla Nord della Grande di Lavaredo. Però non fu una prima. Fu la salita solitaria della stessa via che Comici aveva aperto quattro anni prima. Quindi dimostrando di poter avvicinarsi al limite raggiungibile in cordata, senza però superarlo. Arriviamo così alla famosissima solitaria di Cesare Maestri, che fece nel 1953 la parete sud-ovest della Marmolada. La famosa via Soldà, che era di VI+. Ebbene, VI+ ne erano già stati fatti, anche la Soldà era stata fatta quasi 20 anni prima. Maestri dimostrò ovviamente di fare una cosa grandissima, ma dimostrò anche che per un solitario era un po’ difficile fare qualcosa di più di una cordata o di lui stesso se fosse stato legato con qualcun altro. Sempre andando avanti a balzelloni e stando nelle Dolomiti, c’è ancora un esempio di qualcosa fatto da un solitario e superiore, come grado, a ciò che preesisteva. Parlo di Domenico Bellenzier, che fece nel 1964 la prima ascensione alla parete nord ovest della Torre d’Alleghe: siamo alle porte del VII grado.

Hermann Buhl con la figlia Kriemhild
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Nelle Alpi Occidentali, quando Walter Bonatti salì da solo il suo spigolo del Dru nel 1955, un anno prima i francesi avevano salito la via accanto: si può discutere sui passaggi in più o in meno, ma all’incirca le difficoltà erano quelle. Bonatti dimostrò di saper fare in prima ascensione ciò che altri avevano fatto prima in prima ascensione però in cordata. E la stessa cosa si può dire di René Desmaison e molti altri. Quando l’alpinismo era molto romantico, fine ‘800 – primi ‘900, il solitario era spesso il battistrada.

«Non può accadere nulla, se c’è anche Hermann Buhl… (Heinrich Harrer, primo salitore dell’Eiger)». «Non ha avuto il tempo di diventare un maestro e non ne aveva le caratteristiche: era un indipendente nato, spinto alle imprese da un temperamento dall’eccezionale audacia (Marcel Schatz, membro della spedizione francese all’Annapurna)». «Al tirolese Hermann Buhl riuscì il quasi impossibile… circa 1400 metri di dislivello senza ossigeno, dalle due di notte fino alle sette di sera, tratti di difficile arrampicata su roccia, circa quaranta ore nella zona della morte: è stata un’impresa senza paragoni (Reinhold Messner)». Questi giudizi sono del periodo 1957-1979. Da allora l’interesse per la figura di Hermann non si è spento: forse occorre attendere che qualcuno dica cose nuove su di lui o che ne riprenda l’esempio.

L’odierna divisione dell’alpinismo in arrampicata sportiva e alpinismo classico sta modificando i meccanismi di pensiero sia della gente che guarda da lontano (o che non guarda) sia degli addetti ai lavori. Negli anni ’80 si sapeva con massima precisione quante flessioni con un dito solo faceva Patrick Edlinger e si vociferava che Jerry Moffatt si tingesse i capelli. Ma pensando a Buhl, messe da parte le differenze di età, di difficoltà e di luoghi, ritroviamo oggi gli stessi dubbi, le stesse gioie che un tempo abbiamo provato. Perché non c’è nulla che ce lo differenzi, che ce lo spinga lontano. Buhl ci è molto vicino, un mito che ci scalda, non un punto luminoso cui fare soltanto riferimento. Questa sua umanità, che traspare così tenera nel suo ricordo, ci è entrata nel cuore. Difficilmente potremmo dimenticarlo.

Poi, con il progredire della tecnica, l’alpinismo diventò gradualmente sempre più sportivo, e allora il solitario non ce la poté più fare contro una cordata. Dunque, se è vero che il solitario nel primo periodo ha fatto evolvere l’alpinismo, cosa possiamo dire sul secondo? Si potrebbe rilevare il grande stimolo che danno i solitari. Quando un Renato Casarotto o un Thomas Humar fanno quello che hanno fatto da soli, ti dimostrano che è ora che qualcuno faccia di più. In questo consiste l’evoluzione che ancora l’alpinismo può avere dall’alpinismo solitario. Una frustata di energia: si dice, se quello da solo fa quel che fa, allora si può fare anche di più in cordata. Necessariamente. Ed è un messaggio che ogni tanto qualcuno raccoglie per produrre nuove imprese.

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Cercatori di emozioni

Cercatori di emozioni
Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori sulla parete nord del Pizzo delle Saette (Alpi Apuane)
di Alberto Benassi

Il Pizzo delle Saette, conosciuto anche come Pania Ricca, estrema punta nord del gruppo delle Panie, è una cima delle Apuane alla quale sono particolarmente legato dove, sia d’estate che d’inverno, ho salito la gran parte degli itinerari, aprendone anche di nuovi.

Quando dal paese di Capanne di Caréggine, ottimo balcone posto esattamente di fronte al Pizzo, osservi la sua parete nord, non puoi non sentirti attratto dalla sua imponenza, soprattutto quando questa è nella sua bianca veste invernale.

La parete nord del Pizzo delle Saette. La via Zappelli sale un po’ a destra della verticale della vetta
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Almeno queste sono le mie sensazioni quando guardo la parete. Non so bene spiegarne il motivo. Forse la sua selvaggia conformazione, tutta canaloni, speroni, crestine di roccia friabile che si alternano a ripidissimi pendii erbosi, terreno ideale nella stagione fredda per l’amante della scalata su misto apuano, esercita su di me un fascino e una attrazione particolare. Spesso mi sono fermato a osservare la parete per carpirne i segreti, per trovare nelle sue pieghe, una nuova possibilità. Ho tanti ricordi che mi legano al Pizzo delle Saette in particolare alla sua parete nord. Varie ripetizioni. La bella invernale di tanti anni fa allo sperone WNW. L’apertura nell’inverno del 1999 della Diretta del Vetriceto con arrivo in vetta al tramonto con il sole che si tuffava nel mare regalandoci uno spettacolo unico. Questa salita sembrava l’avesse già fatta Gianni Calcagno, poi invece il mistero storico è stato risolto. Gianni era si stato alla Nord ma per risolvere il problema dell’attacco diretto alla via Elisabetta.

Sul pendio che porta all’attacco della parete
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Poi, qualche inverno dopo e dopo alcuni tentativi aprimmo in centro parete la via Jedi. Insomma il rapporto che mi lega con questa montagna e in particolare con la sua parete nord è forte. Poiché a questa storia qualcosa ancora manca, per chiudere il cerchio per rendere ancora più forte questo legame, è da un po’ di tempo che per la testa mi gira l’idea di salire la Nord in solitaria e naturalmente d’inverno.

Così prima che finisca l’inverno ci andrò. Basterà aspettare il momento giusto anche se questo inverno apuano non è proprio dei migliori. Tra una salita e l’altra, l’inverno passa e la forma è buona. Se voglio salire la parete rispettando il classico calendario invernale, altrimenti non vale…, devo farla adesso prima che arrivi il 21 di marzo.

Una cosa che mi dispiace, e che mi mette in crisi, è che la Sabri non c’è. E’ molto lontana. Praticamente dall’altra parte del mondo, in Cile in bicicletta. Non so bene se starmene zitto, così non si preoccupa e dirle poi tutto a cosa fatta quando sarà tornata. Oppure renderla partecipe di questa mia avventura.

Decido di tentare la salita sabato 9 marzo 2013. Così il venerdì durante la pausa pranzo vado a Capanne di Caréggine armato di binocolo per verificare le condizioni della parete. Da qui si possono osservare bene tutti gli itinerari: in particolare appare inconfondibile la linea seguita nell’inverno del 1961 dal viareggino Cosimo Zappelli. Questa un po’ sulla destra della parete sale la parte superiore del canale del Vetriceto. Più al centro ecco la bella e ormai classica linea della via Elisabetta salita nel 1980 dai fiorentini Massimo Boni e Giuliano Pasqui. Ci sono anche altri itinerari ma le due linee più evidenti sono queste.

Nella parte alta del Canale del Ventriceto
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L’attacco, essendo piuttosto basso di quota, come al solito presenta diversi tratti scoperti e quindi sarà di misto. Misto apuano con le caratteristiche zolle ghiacciate di “paleo” o palero come dicono i massesi, la tenace erba apuana, spesso risolutiva. La parte superiore della parete invece è bella bianca, mi sembra di vedere degli accumuli di neve ma il binocolo che ho con me è poco potente quindi non mi aiuta più di tanto. Forse la parete non ha ancora scaricato completamente e questo non è certamente un buon segno.

L’ispezione della parete non ha avuto l’effetto sperato. Non mi ha rassicurato, anzi mi sono venuti ulteriori dubbi. Inoltre, come ho detto, la Sabri non c’è… Insomma non sono molto convinto ma so anche, per esperienza, che avere dei dubbi prima di una salita è normale e spesso questi svaniscono con l’azione. Così ho deciso almeno di provarci. Potrò sempre rinunciare.

Voglio fare le cose per bene, senza rischiare più di tanto. Quindi ho deciso di portarmi il materiale per potermi assicurare almeno sui tratti più ostici o pericolosi. Comunque anche per garantirmi la possibilità di scendere in caso di rinuncia. Alla fine lo zaino è piuttosto pesante. Forse troppo.

Lo so, altri avrebbero da ridire su questa mia scelta perché le vere solitarie si fanno senza la corda… Ma per fare questo ci vogliono altri attributi: una capacità di accettazione del rischio e una consapevolezza delle proprie capacità ben superiori alle mie.

Un vantaggio che ho è che conosco gli itinerari per averli già saliti. La scelta è orientata sulle due classiche della parete: la via Zappelli-Tessandori o la via Elisabetta. Per poi eventualmente uscire direttamente lungo la cuspide. Deciderò una volta all’attacco.

Ore tre, suona la sveglia. In verità non l’ho fatta suonare perché ero già sveglio da tempo. Il pensiero non mi ha fatto dormire molto. Mi alzo, faccio colazione piuttosto velocemente e caricato lo zaino in macchina, via verso nuove avventure. Una volta passato il paesino di Isola Santa dalla strada si può dare uno sguardo alla parete ma adesso è ancora buio e non si vede nulla. Meglio così. Non sono tranquillo come invece dovrei essere.

Arrivato al Pigliònico e parcheggiata l’auto, prendo lo zaino e mi incammino lungo il sentiero verso la parete. Al bivio lascio a sinistra la diramazione che sale al rifugio Enrico Rossi e prendo a destra quello che porta verso la Borra di Canala. Non c’è ancora passato nessuno quindi non c’è la traccia che invece speravo di trovare. La neve è piuttosto alta e si sprofonda assai. Se devo battere tutta la traccia, quando arriverò all’attacco sarò bello cotto. Continuo ancora per un tratto ma poi mi fermo. Già ero pieno di dubbi, poi questa neve. Pensa e ripensa… ”che faccio? Vado o non vado? “… Ho deciso. E assai prima di vedere la parete rinuncio. La vocina interiore, che è sempre bene ascoltare, mi dice che oggi non è il caso. Non è giornata. Meglio rimandare.

Nonostante la rinuncia sono sereno. Di solito le rinunce, le sconfitte, bruciano molto e ci vuole tempo a smaltirle. Ma visto che non sono nemmeno arrivato all’attacco e non ci ho nemmeno provato, è inutile starci a pensare per poi trovare delle scuse. E’ una decisione naturale, non era il momento giusto. Punto e basta!

Le tracce di Benassi nella parte alta della cresta nord-ovest del Pizzo delle Saette
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Finalmente la Sabri rientra dal suo viaggio in bicicletta nella Patagonia cilena e le posso parlare della mia intenzione di fare la solitaria. Ero un po’ titubante perché pensavo che mi avrebbe detto di non andare, di lasciare perdere. Invece, con piacevole sorpresa, non fa problemi. O perlomeno fa finta… In fondo mi preoccuperei anch’io. E’ come togliermi un peso. Adesso sono più sereno. Sono pronto ad andare.

Rifaccio lo zaino rinunciando a un po’ del materiale in modo da avere lo zaino più leggero. Le difficoltà tecniche della via non sono alte e penso di poter salire in gran parte senza assicurarmi. In compenso questa volta mi porto le ciàspole e i bastoncini che lascerò poco prima dell’attacco per poi tornare a riprenderli.

Nello zaino metto una mezza corda da sessanta metri, una decina di cordini, sei moschettoni, sei chiodi da roccia misti, una vita da ghiaccio, un warthog da usare sul paleo ghiacciato, due friends, casco, imbrago, pila frontale, ramponi, due picche, due paia di guanti, un litro di tè, qualche barretta energetica.

Alle tre del 15 marzo 2013 suona la sveglia. Faccio un’abbondante colazione, la giornata sarò lunga e faticosa, meglio fare il pieno di carburante, saluto la Sabri che mi fa le sue raccomandazioni e vado.

A differenza della volta precedente, mi sento tranquillo e non vedo l’ora di iniziare la scalata. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è il rialzo di temperatura che c’è stato.

Arrivato al parcheggio, incontro Enrico Tomasin che, assieme a un suo amico, è diretto anche lui alla Nord. Bene, così se ci sarà da fare la traccia mi daranno una mano e risparmierò non poca fatica.

Raggiunto il bivio per il rifugio Rossi, visto che c’è la traccia, decido di lasciare nascoste dietro a una pianta le ciaspole per poi riprenderle al ritorno. Così sarò più leggero. Grazie alla traccia arriviamo presto sotto la parete. Adesso non rimane che fare la traccia lungo il pendio per arrivare all’attacco.

Loro sono venuti per fare la via Elisabetta ma lasciano a me la possibilità di scegliere. Mi piacerebbe tentare la via Elisabetta per poi magari uscire direttamente lungo la cuspide ma, visto che sono venuto per fare una solitaria, preferisco essere da solo sulla via. Inoltre il muro erboso iniziale che dà accesso al canalone centrale è bello scoperto e decisamente non invitante. Ho deciso, farò la via Zappelli.

La Pania della Croce dalla vetta del Pizzo delle Saette
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Così mi sposto a destra fin sotto il canalino di attacco. Scavata una piazzola mi preparo. Indosso l’imbraco dove appendo un po’ di materiale e metto i ramponi. La corda per adesso la lascio nello zaino. Un’ultima occhiata agli amici, “ci vediamo in vetta” e parto deciso.

Supero il primo risalto che dà accesso al canalino che porta sulla Diretta del Vetriceto. Invece di proseguire dritto, lascio il canale e traverso a destra lungo una specie di cengia con risalti. Da subito mi rendo conto che la neve non è buona come speravo e il ghiaccio, a causa del rialzo termico, è scollato dal terreno. E anche questo non è indurito dal gelo. Dovrò stare molto attento.

Girato uno sperone arrivo all’inizio di un canalino con ghiaccio fradicio. Un tratto più ripido mi fa imprecare. Per salire sono costretto a usare le umide zolle erbose e i lati del canalino che fortunatamente hanno dei netti appoggi che mi permettono di stare bene sui ramponi in modo da non tirare troppo sulle picche. Finito il canalino, c’è da superare un risalto erboso molto ripido con neve crostosa che appena la tocco si stacca. Non mi resta che fare della paleo-traction piantando le picche nelle zolle di paleo. Il tratto è insidioso ma con calma e attenzione ne vengo fuori e raggiungo la forcelletta da dove, traversando a sinistra, si raggiunge lo stretto canale del Vetriceto esattamente sopra l’uscita del camino della Diretta.

Per arrivare al canale devo traversare lungo un ripido pendio di neve instabile. Non mi fido di farlo sciolto. Così tirata fuori la corda la passo doppia intorno ad una pianticella e così assicurato attraverso a sinistra raggiungendo il fondo del canale dove la neve, pigiata dalle slavine, è ottima. Adesso posso rimettere la corda nello zaino.

Risalgo il profondo canale stretto tra compatte pareti rocciose. L’ambiente è suggestivo. Supero senza problemi alcuni risalti di ottimo ghiaccio e in breve raggiungo i ripidi ma facili pendii che portano alla spalla della cresta nord sopra la croce Petronio. Facilmente raggiungo la base della “paretina”, l’ultima difficoltà della cresta nord. Le rocce sono pulite e così, dopo una breve sosta, decido di togliermi i ramponi. Le difficoltà di questo tratto sono di III e IV ma la roccia friabile e una recente piccola frana, che dovrò attraversare, lo rendono insidioso. Inoltre è anche bello esposto.

La “paretina” si supera facendo uno zig-zag destra-sinistra-destra. Tolti i guanti per una migliore presa, senza autoassicurarmi inizio il primo diagonale a destra. Quindi ritorno a sinistra poi di nuovo a destra attraversando il tratto franato. E’ tutto molto delicato e prima di muovermi saggio bene quello che prendo.

Passato il tratto pericoloso, finalmente sono al terrazzino con sosta attrezzata sotto l’ultimo risalto. Sulla destra la parete sprofonda verso il Canale del Serpente. L’ambiente è selvaggio e meravigliosamente impressionante. Questo breve risalto è il passo più difficile e vista l’esposizione e la roccia non proprio sicura decido di farmi una minima autoassicurazione.

Unisco tre cordini che fisso alla vecchia sosta. Poi con un moschettone li aggancio all’imbracatura. Sì, lo so, non è il massimo dell’ortodossia tecnica, ma lo stratagemma mi dà quel minimo di sicurezza che mi serve per superare quest’ultimo ostacolo senza rischiare troppo. Con un passaggio impegnativo prendo le lame che formano il bordo superiore. Queste suonano a vuoto quindi non è il caso di tirarle. Purtroppo non ho calcolato bene la lunghezza del cordino e proprio sul più bello questo va in trazione impedendomi di proseguire. Tra le gambe vedo il gran vuoto del versante ovest. Non posso tornare indietro! Che fare? Non c’è altra scelta. Mi sgancio e liberandomi lascio cadere il cordino che abbandono alla sosta. Prova di coraggio o incoscienza…? Con decisione supero il bordo e con le mani nella neve sono fuori sulla cengia.

Consapevole di avere rischiato mi siedo a riprendere fiato. La cengia non c’è più, è sotto la neve che ricoprendola ha formato un ripido ed esposto pendio. Rimessi i ramponi, con attenzione traverso a destra aggirando un verticale risalto della cresta guadagnando la base di un facile diedro-canale. Lo risalgo e in breve sono sulla coricata cresta terminale. Un ultimo sguardo verso la parte terminale della parete nord a cercare i miei amici che però non vedo. Velocemente supero le ultime facili rocce innevate e sono in vetta.

Il rifugio Enrico Rossi semisommerso dalla neve
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Quante volte sono stato d’inverno sulla vetta del Pizzo delle Saette? Tante! Ma questa volta è speciale. Poso lo zaino, le fidate picche e mi metto a sedere per telefonare alla Sabri che sarà sicuramente preoccupata.

“Pronto Sa. Tutto ok. Sono in vetta”. “Di già? Bravo!” Effettivamente è presto, non sono ancora le 11. Non mi ero reso conto di essere stato così veloce. Adesso posso rilassarmi e godermi questo momento di vana gloria.

Dopo aver scattato quale foto, visto che i miei amici ancora non arrivano, decido di scendere. Li aspetterò al rifugio. Non prima però di un ultimo sguardo alla bellezza di questi monti. Che spettacolo le Apuane! Da una parte la montagna tutta innevata. Dall’altra abbracci il mare.

Mentre salivo la via pensavo a Marco Anghileri che sapevo impegnato nella sua solitaria invernale alla via Jöri Bardill al Pilone Centrale del Monte Bianco. Mi dicevo che forza, che entusiasmo questo ragazzo di 41 anni. Ancora non lo sapevo, purtroppo le cose non sono andate come tutti avevamo sperato e Marco non è riuscito a realizzare questo suo grande sogno e adesso non è più tra noi.

Dedico questa mia piccola avventura a Marco, un gigante dell’alpinismo italiano che inseguiva un sogno, un’emozione. In fondo siamo dei cercatori di emozioni.

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Cosa mi regalo per Natale?

Cosa mi regalo per Natale?
Seconda salita invernale-solitaria alla via Armando-Gogna della parete nord-est dello Scarason
(intervista di Fulvio Scotto a Simone Reforzo)

Simone Reforzo, savonese, classe 1990, il 21 dicembre 2015, favorito da un inizio d’inverno insolitamente mite, ha salito in solitaria la via Armando-Gogna alla parete nord-est dello Scarason nelle Alpi Liguri. Si tratta della prima solitaria invernale realizzata in giornata. La prima invernale, anch’essa realizzata in solitaria, se l’era aggiudicata Marco Bernardi, con un bivacco poche lunghezze sotto l’uscita della via, il 27 e 28 gennaio 1981. La stessa era poi stata salita in solitaria anche da Riki Maero in giornata nel giugno 1994. In inverno la sale anche il grande Patrick Bérhault, che inserisce questa via nella sua traversata alpinistica delle Alpi percorrendola nel gennaio del 2001 con Patrick Gabarrou e Philippe Magnin, dopo alcuni giorni di “attrezzatura” con condizioni meteo e della parete quanto meno “scozzesi”… Un altro notevole exploit lo compie Massimo Rocca che il 28 settembre 2012 percorre la via in solitaria e in libera a vista, autoassicurandosi con una singola da 70 metri, ed arrampicando alla luce della frontale dalla “canna fumaria” all’uscita. Oggi, a quasi cinquant’anni dalla sua apertura, dovremmo essere all’incirca alla venticinquesima ripetizione di questa via che, a dispetto della roccia non eccellente e dell’erba presente in parete, conserva ancora un suo fascino del tutto particolare legato all’avventurosa storia della sua prima ascensione.

Simone Reforzo
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Che cosa ti ha attirato verso questa avventura?
Il livello tecnico della via, il fascino severo della parete o la storia che aleggia attorno ad essa?
Lo Scarason è la Fury Road delle montagne: già alla base della parete nord-est ti senti completamente avvolto dalla sua maestosità che opprime sensibilmente per la verticalità che accompagna dal primo all’ultimo tiro. Essere da solo implica dosarsi e salire con costanza in modo da aver ritmo e non esser troppo distratti dal teschio che inevitabilmente ti fissa e ti appesantisce l’animo. Sicuramente è stata l’esperienza più spinta che abbia mai compiuto: arrampicare, scendere, risalire, roccia marcia o troppo compatta da proteggere, la luce della luna… insomma un ambiente mega e per me super impegnativo. L’incipit di questa storia lo ritrovo in un amico e nel suo libro, Scarason scritto da te e che mi hai regalato tre anni fa. E poi l’aver partecipato alla realizzazione del film di Angelo Siri, Scarason, l’Anima del Marguareis. Ho così scoperto il passato di questa parete che tutt’ora aleggia nella sua roccia, nei chiodi e nei passaggi… un quadro di un paesaggio primordiale caratterizzato da una bellezza atavica.

Pensi quindi che conoscere la storia dell’alpinismo, o quanto meno le vicende e le emozioni di chi ci ha preceduto, abbia un valore o possa essere uno stimolo?
Il “nuovo” prende vita solo se vi è un “passato”, un background culturale che in ogni ambito si deve avere per conoscere l’obiettivo che si vuol raggiungere. L’ambiente Scarason a prima vista non esprime solarità, lo si può apprezzare se si conoscono le motivazioni che hanno spinto vari arrampicatori a mettere le mani su questa parete. Su vie storiche possiamo quindi arrampicare rivivendo le vicende di chi ci ha preceduto, è una forma di lettura del passato.

Conoscevi già la parete, almeno in parte, per precedenti visite?
Durante le vacanze di Pasqua 2010 avevo fotografato lo Scarason dopo aver disceso in sci il canale dei Genovesi. Ero rimasto colpito dalla parete e nei giorni successivi avevo preso informazioni sulle vie che la percorrono, trovando all’epoca ben poco su internet e comunque reputandole troppo difficili da salire. Ho avuto però la fortuna di conoscere amici come te, come Gabriele Canu e Pietro Godani che avendo ripetuto e aperto nuove vie sullo Scarason, o comunque nel Gruppo del Marguareis, mi hanno insegnato ad apprezzare questo ambiente che con la sua particolare ostilità può affascinare per la propria ricerca di avventura. Quest’anno ho maturato l’idea di provare in solitaria la prima via aperta sulla parete da Paolo Armando e Alessandro Gogna nel ’67, studiando attentamente la relazione datami da Pietro e l’intervista apparsa sulla rivista Alpidoc al grande Massimo Rocca: ho fatto un tentativo, ma mi sono ritirato dalla sosta del secondo tiro.

La parete nord-est dello Scarason (Alpi Liguri) dal Gias Sestrera inferiore
Dal Gias Sestrera inf su parete nordest Scarason, Alpi Liguri

Quanto tempo hai impiegato per completare la salita? Marco Bernardi nel gennaio 1981 aveva fatto la prima invernale in solitaria con un bivacco a quattro lunghezze dall’uscita.
All’inizio ero sicuro di bivaccare in parete, ma le condizioni di questo inverno mite hanno fatto sì che potessi procedere senza intoppi e in circa quattordici ore e mezza sono arrivato in cima.

Quindi hai arrampicato anche al buio per alcune ore?
Già alla base della “canna fumaria” ho acceso la frontale nonostante vi fosse ancora il chiarore del tramonto. Il terrazzino sopra il diedro oltre la “canna fumaria” è sicuramente un buon posto da bivacco per animi più coraggiosi del mio, non sono abituato ad ambienti così tetri e solitari e ho deciso di proseguire alla luce della lampada frontale e soprattutto grazie alla luce incredibile della luna. Non voglio esser romantico o retorico, difficilmente la luna illumina così intensamente in assenza di neve, era fantastica. Avevo per di più poca acqua e quindi sarei stato impossibilitato nel poter cucinare o preparare una bevanda calda.

Uscita in vetta allo Scarason con luna piena
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Come ti sei organizzato tecnicamente, e
che attrezzatura avevi con te?
La preparazione strategica è stata agevolata dalla marea di informazioni fornitemi dagli amici che avevano già affrontato la parete. Ho la fortuna di allenarmi frequentemente grazie alla palestra di arrampicata Urban Climb a Savona che gestisco assieme ai miei soci. Mi sono assicurato su ogni tiro, utilizzando una corda singola, il grigri 1 modificato, dissipatore in sosta e t-bloc sul cosciale dell’imbraco. Un metodo che avevo utilizzato già su altre vie multipitch sportive al Mongioie e a Finale ma mai su una via alpinistica. Sul primo tiro ho recuperato il saccone con una corda sottile; dopo, ho preferito risalire con lo zaino in spalla: la parete strapiomba ma vi è il rischio di incastri nei diedri. Oltre la normale dotazione di friend, nut, chiodi fondamentali per affrontare una via del genere ho portato un sacco a pelo leggero che non ho utilizzato, fornelletto, ramponi, un chiodo warthog, piccozze tecniche con lama dry artigianale, utilissime per arpionare le zolle di terra gelata. Addirittura su una sono riuscito a posizionare una scaletta in modo da ribaltarmi sul piano terroso e spiovente sotto la “canna fumaria”. Ho cercato in ogni modo di esser il più leggero possibile così da non sprecare energie e aver margine per arrampicare e gestire eventuali problemi che fortunatamente non si sono presentati.

Su che livello arrampichi attualmente in falesia o in montagna?
Arrampico prevalentemente in falesia a Finale, adoro lo stile crudo di questo sport che mi è caro e familiare. Nell’ultimo periodo mi sono allenato molto godendo anche nel lavorare i tiri. In termini di gradi, che in falesie storiche come Finale rimangono solo un riferimento indicativo ma non sempre reale, sono arrivato a chiudere a vista vie fino al 7a e sul lavorato fino al 7c. Nutro comunque ancora difficoltà su tiri di riferimento di 6b/6c. Finale non perdona!!!

Come hai trovato la parete e la via, in quanto a condizioni, qualità della roccia e materiale in posto?
Non sono abituato ad arrampicare sul marcio, anche se miei amici hanno definito la roccia della Armando-Gogna quasi discreta. Nel complesso io la valuto, a parte pochi tratti in cui era solidissima, poco buona e insidiosa a causa dell’abbondanza di terra ed erba in alcune fessure e sui ribaltamenti nelle nicchie. Durante la mia salita ho incontrato pochissima neve e poco ghiaccio differentemente da Bernardi e Bérhault, quest’ultimo aveva arrampicato in condizioni pessime sotto fitte nevicate per più giorni come ben descritto nel suo libro. Posso solo immaginare cosa abbiano affrontato i primi salitori, nel libro Un alpinismo di ricerca si parla di una “lotta disumana” non di arrampicata. Oggi chi ripete la via trova chiodi, informazioni e foto sui siti web e una roccia per lo meno “bonificata”.

Simone Reforzo in vetta allo Scarason
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Qualche momento particolare di questa ascensione che ti è rimasto con maggiore intensità o che puoi considerare significativo?
Di sicuro la lunghezza sopra il pilastrino: seguendo alla lettera la descrizione di Rocca pubblicata su Alpidoc ho iniziato il tiro dalla grotta dove avevano bivaccato Armando e Gogna e ho fatto il diedro erboso con ramponi e picche arrivando abbastanza veloce al pilastrino. Lì mi sono appeso per riposare e calzare di nuovo le scarpette. Ho provato a posizionare un hook ma la mia totale ignoranza nel campo dell’arrampicata artificiale ha preso il sopravvento. Ho arrampicato in libera stringendo le tacche per circa cinque metri fino alla banchetta buona descrittami da Pietro e mi sono ribaltato sopra… cadere era solo un’opzione non pensabile. Pochi metri folgoranti. Ingannarsi può esser rassicurante… ho fatto finta di aver Denise, la mia fidanzata, in sosta a tenermi, una finzione che forse mi ha alleggerito un poco.

Qualche aneddoto?
Sicuramente ho degli aneddoti divertenti da ricordare. Ad esempio, la sera prima di partire, con i miei genitori ho organizzato un brindisi di Natale tra amici a cui avete partecipato pure tu e tua moglie. La festa è stata ricca di dolciumi, ottimo vino e risate, un ambiente rilassato in cui ci si può facilmente deconcentrare dai propri obiettivi alpinistici… la dieta quindi è stata fin troppo energetica ma, come disse Gogna nel film, gli alpinisti talvolta sono “più etilici che atletici”. Poi, finita la festa e dopo aver riposato un paio d’ore, alle tre di notte sono partito da Savona per Pian delle Gorre. In parete la situazione è cambiata. Arrivato al famoso terrazzino la borraccia era quasi vuota, avevo sete, non vi era abbastanza neve o ghiaccio da fondere… ho ingerito avidamente un gell energetico… non sapevo per quante ore avrei potuto arrampicare né se potevo trovare materia prima da sciogliere più avanti e in un punto comodo per utilizzare il fornello. Allora ho allungato la poca acqua in “maniera naturale” e per berla mi sono fatto poche domande, tirandola giù come uno shot: PUNKY STYLE!

Sensazioni prima, durante e dopo?
L’intensa giornata mi ha svuotato, ho perso quattro chili e considerando che di chili ne peso solitamente sessanta… direi che ho bruciato abbastanza… Ero e sono totalmente appagato. Ho ripreso subito ad arrampicare in falesia e su ghiaccio anche se con la mente sono ancora là… stanco e soddisfatto dopo aver esaurito le batterie su ogni tiro.

Progetti futuri?
Progetti simili non ne ho e mi godo ancora il momento… Ho delle mire in falesia, vorrei chiudere un tiro per me molto duro a Finale, il suo nome è Relax. Per ora lo sto lavorando assicurato da Denise, la quale mi ha sempre protetto sui tiri più duri… anche per finta.

Simone con Denise
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