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Flavio Ghio: la filosofia del fachiro

Flavio Ghio: la filosofia del fachiro
di Silvana Rovis (da Le Alpi Venete, primavera-estate 2015, per gentile concessione)

Sono a Trieste. Una città di mare che tiene in buon conto i suoi alpinisti. Alcuni di essi, poi, ha voluto ricordarli intitolando loro una strada, un luogo (piccolo belvedere sulla Napoleonica): Emilio Coniici, Napoleone Cozzi, Julius Kugy, Enzo Cozzolino.

Oggi incontro Flavio Ghio, che di Cozzolino fu compagno di cordata nella memorabile e ormai storica salita della via dei Fachiri, in Scotoni. Incontro inconsueto il mio, anzi no, inconsueta è la narrazione dell’alpinismo da parte del mio interlocutore, che mi parla sì di gradi, di difficoltà, ma il cui approccio alpinistico è più dello spirito, dell’anima anziché del gesto atletico, che c’è, eccome!, sia che si tratti di una sua salita in solitaria di VI, sia che si tratti di una via nuova ed una prima invernale, sempre di VI. Sono timorosa di avventurarmi in una intervista per me decisamente “nuova” ma, poco a poco, mi sembra che tutto rientri in una “normalità” che, oltretutto, mi coinvolge più di quanto prevedessi. Non ci sono esaltazioni, tecnicismi, avventure, ma scoperte, conoscenze in una dimensione dove la centralità di tutto ha un solo nome: montagna, cioè il nucleo, mentre l’alpinismo è solo un mezzo (la scorza come dice Flavio) per arrivare a calarsi nel suo intimo, tra le sue pieghe, sentire il pulsare della vita che in essa si cela. Intervista diversa, ma anche interessante e stimolante, per valutare (o rivalutare) da parte di qualche lettore il proprio modo di praticare l’alpinismo. A fare da filo conduttore c’è quasi sempre Cozzolino, la cui presenza aleggia intorno a noi durante tutto l’incontro, quasi una conversazione a tre. Flavio Ghio, alpinista quanto mai ritroso e silente, mi spiega subito cosa significhi per lui parlare di se stesso: “Dal punto di vista alpinistico, guardandomi dentro, quanto trovo non corrisponde tanto ad un autoritratto, ma è un anelito senza confini precisi. Questo sentimento è sempre rimasto tale, cioè selvaggio, oscuro, per nulla trasparente. In teoria vorrei dargli forma chiara e distinta. Ma mi ritrovo continuamente su sentieri interrotti, vuoi perché proseguire è impossibile vuoi perché a volte trovo cose che non m’interessano. Ma sono anche contento di avere dentro quel senso di vertigine da cui è iniziato tutto. Forse disinnescare quell’originaria vertigine non ha senso. Se nel mio racconto viene sempre fuori Enzo Cozzolino, non è riconoscenza. Ho trovato grazie a lui una parte di montagna che non osavo avvicinare. Per questo lo sento vicinissimo e lontanissimo. Il suo destino, poi, mi ha fatto incontrare un’altra vertigine, profonda quanto la prima. Per cui, a volte, le confondo“.

Flavio Ghio sulla prima traversata della via dei Fachiri (archivio Fam. Cozzolino)
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Triestino, classe 1951, tre anni meno di Enzo. Laurea in Filosofia, e lo si arguisce nell’intera nostra conversazione e ancora di più dalle sue risposte quando gli chiedo di raccontarmi delle vie salite, che sono tante (oltre un centinaio), prevalentemente negli anni ’70: ripetizioni di vie classiche, aperture di vie nuove, solitarie. Meno male che a me aveva detto: “Sì, ho fatto qualcosa…”, solo che – avendo qualche sospetto – ho voluto indagare, scoprendo che invece non era proprio così…

Trenta solitarie, tra cui: la Fessura Buhl a Cima Canali; la diretta Simon-Wiessner alla Pala di San Martino e la Castiglioni al Sass Maor, la Costantini-Ghedina al Pilastro della Tofana di Rozes, vie queste che vanno dal V al VI, che superano i 600 metri di sviluppo. Inoltre gli Strapiombi nord al Campanile di Val Montanaia. Prime invernali tra cui: Canalone ovest alla Punta dei Tre Scarperi con Roberto Ive; la via dei Fachiri alla Cima Scotoni, con Enzo Cozzolino. Ed ancora l’apertura di nuove vie che vanno dal V al VI con compagni vari. Da primo: una via sulla Croda dei Róndoi, con Giorgio Ramani e Renzo Zambonelli; una via sullo Spigolo est del Pianoro dei Tocci, con Piero Mozzi; una sul Pilastro ovest della Cima Fanis di Mezzo con Riccarda de Eccher. A comando alternato: due vie sulla Seconda e sulla Quarta Pala di San Lucano, entrambe con bivacco, con Alessandro Gogna e Giovanni Favetti; la via Bruna sul Piz del Ciaval del Sass dla Crusc con Roberto Giberna.

Tutto ha inizio con Enzo Cozzolino, in Napoleonica, quella strada alla periferia di Prosecco, la palestra di roccia degli alpinisti triestini sul ciglione carsico. L’altra, si capisce, è la Val Rosandra; per i Triestini semplicemente la Valle.

 

In Napoleonica hai incontrato Enzo, in Napoleonica è cominciato il tuo alpinismo.
Un incontro di quelli che segnano per la vita. Avevo appena finito la scuola di roccia. Era il 1968. C’ero andato da solo, avendo inteso che, oltre che in Valle, si poteva andare anche lì, micro luogo particolare, con molte traversate, dove si può arrampicare anche se non hai il compagno. Stavo arrampicando e ad un certo punto ho visto arrivare un tipo. Non c’era gente, quel giorno di giugno. L’ho visto prepararsi in modo curioso. Noi ci vestivamo allora con un abbigliamento standard: calzettoni, braghe alla zuava, scarponi. Lui invece ha indossato dei pantaloni da ciclista, corti, e un paio di scarpe da ginnastica Superga. Dopo di che ha fatto una cosa stranissima, attaccando da una parte, salendo uno strapiombo con tecnica bavarese, passaggio che allora era conosciuto come “la bavarese” (oggi, su questo tratto di 15-20 m, ci sono circa 20 vie a spit); è ridisceso per attraversare

In bici sulla camionale SS 202: Enzo Cozzolino (a sin) con il fratello gemello Gino a dx e un compagno di scuola (archivio Fam. Cozzolino)
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verso destra, fin oltre lo spigolo in fondo, per poi tornare indietro, salendo ora qui ora là… I movimenti che faceva mi colpirono molto anche dal lato estetico; capivo di essere di fronte a qualcosa che va al di là del fatto alpinistico, bello: un’esperienza per me apicale. Mi sono avvicinato, gli ho chiesto qualcosa. Lui mi ha risposto dicendomi che dovevo sgrezzarmi e fare così e così. Si è ripreso la sua moto, una Gilera 125 cross, e se n’è andato. Mentre lo guardavo ho avuto anche una strana percezione: “questo è come una divinità del luogo, però se va fuori da qui è in pericolo”; troppo profondo mi sembrava infatti quel suo legame con la pietra di Prosecco. Lui aveva cominciato ad arrampicare nel 1966 e già nel 1967 aveva fatto delle cose incredibili, tra cui la ripetizione del diedro Philipp alla Punta Tissi e a Natale la prima invernale della via Videsott alla Cima della Busazza (1050 m di sviluppo) con Franco Gherbaz, con due bivacchi in parete; salita che Gherbaz avrebbe voluto fare con Gianni Sferco, l’amico precipitato alcuni anni prima sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz della Lastia, sopra Agordo. Enzo aveva un amore per le invernali; non avrebbe mai mancato a un appuntamento con esse.

Da sin: Roberto Priolo, Luciano Corsi, Enzo Cozzolino (archivio Fam. Cozzolino)
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A questo incontro ne sono seguiti degli altri?
Certo. Frequentando gli stessi ambienti, si ha modo di incontrarsi. Un giorno in Val Rosandra ero con altri amici e lui ci ha chiesto di arrampicare. Sono andato io e abbiamo fatto le vie più difficili, veramente dure: è stato il mio battesimo di roccia. Poi, con lui, sono andato in Valle altre volte: non portavamo più la corda. Eravamo una cordata “senza corda”. Ci si trovava anche a casa sua con altri amici, per parlare di montagna mentre andava la musica dei Pink Floyd, di Emerson, Lake & Palmer, dei Jethro Tull. Era un modo di stare assieme, con la montagna e le nostre passioni. Il tempo scorreva veloce perché profumava di futuro.

Fino alla salita della via dei Fachiri sulla parete sud-ovest della Cima Scotoni, con bivacco, un’impresa straordinaria in pieno inverno, nel gennaio 1972, una pietra miliare nell’alpinismo per lo stile e l’etica con cui la via fu aperta.

Il diciassettenne Flavio Ghio in cima alla Punta Frida, dopo la via Comici (corso roccia 1968, foto P.G. Marassi)
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L’idea dei Fachiri nasce in autunno inoltrato. Le vie da fare Enzo le partoriva per suo conto. Un giorno mi disse: “verresti quest’inverno a fare una via nuova sulla Scotoni?”. La Scotoni? per me era un mito, il paradiso terrestre. Se poi mi diceva di fare questa parete in libera, voleva dire che si poteva fare, che potevo farlo anch’io, creando così per me quel ponte che mi mancava. Il suo sogno era aprire una nuova via su di una parete dalla roccia talmente compatta da non consentire nessun tipo di chiodatura, la parete perfetta. Cominciarono così intensi allenamenti in Val Rosandra. Il 13 gennaio partiamo da Trieste. Arriviamo al Passo Falzarego verso sera, carichiamo gli zaini sulla funivia che va al Lagazuoi. Per essere veloci e leggeri ci mettiamo dentro pochi chiodi, qualche cordino, dei cunei di legno, il fornelletto e pochi viveri, e per quest’ultimo fatto decidiamo che avremmo chiamato la via “dei Fachiri”. Il giorno dopo con gli sci ci portiamo alla base della parete. Risaliamo le prime rocce ancora innevate e poi finalmente posso togliermi gli scarponi e calzare le scarpe da ginnastica. Inizio con un tiro. Vorrei mettere un chiodo ma non mi riesce e proseguo. Enzo mi raggiunge e riparte. Arriva in cima a un pulpito, che chiameremo Pulpito del Fachiro. Poi obliquiamo per delle rocce fino a uno strapiombo giallo. A questo punto Enzo decide di attraversare verso il centro della parete. C’è una piccola cengia che diventa cornice. La segue, mi sorride e poi sale verso l’alto. Sono solo in terrazzino, le corde dondolano nel vuoto, Enzo mi chiede di legare lo zaino. Lo lego e poi mi giro dall’altra parte per non vederlo risucchiato nel vuoto. Resta ora a me constatare quanto sia duro questo tratto (circa 40 metri, dove tornare indietro sarebbe stato difficile. Quelli che l’hanno fatto hanno patito le pene dell’inferno. Vedo che adesso attraversano più sotto). Dicevo: obliquiamo due lunghezze di corda sin sotto la parete gialla. Enzo parte, mette alcuni chiodi. La roccia non è buona e fa sicurezza in una nicchia. Lo raggiungo. La nicchia è proteggibile solo con due cunei di legno.

Flavio Ghio anni ’70 (arch. Riccarda de Eccher)
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Enzo riparte in silenzio sulla roccia rossa. Sale alcuni metri e poi mette un chiodo. Attraversa in obliquo fino alla lingua di rocce nere. Le raggiunge e sparisce. Io so che due cunei di legno non possono tenere una caduta. Ad un certo punto, arrivato ad un terrazzino, mi chiama. Parto, il chiodo esce ed io volo: non sarò io quello che farà il VII. Quando arrivo sul terrazzino ormai comincia a fare buio. Velocemente prepariamo un bivacco e anche una bevanda calda. Mi tiro giù il passamontagna, chiudo gli occhi e anche se è il mio primo bivacco mi addormento perché sono molto stanco. Il mattino riprendiamo la salita. Fa freddo. Con due lunghezze di corda giungiamo in cengia e lì sappiamo che l’impresa è ormai compiuta. A quel punto attraversiamo una ventina di metri e raggiungiamo una rampa, la seguiamo e poi imbocchiamo un camino che scende dalla cima. Lo risaliamo e a un certo punto questo diventa canale. Si comincia a vedere la neve e capisco che siamo arrivati. La cima, una sosta, la più meritata per questa salita. Poi scendiamo. Più in alto possono salire solo i pensieri.

La via l’abbiamo aperta con uno stile da pionieri, non da modernisti. Abbiamo piantato 12 chiodi, lasciati lì, meno uno che m’è venuto via. La gioia per questa via è stata grande, aumentata dalla consapevolezza di aver tracciato una linea di salita di massima difficoltà in piena coerenza con quelle che erano le idee di Enzo in fatto di alpinismo, superando in libera passaggi di VI/VI+. Enzo: indifferente all’altezza, sembrava non cercare l’appiglio, sembrava crearlo lui stesso con i suoi movimenti man mano che saliva. Inimitabile.

Hai detto che non facevi altri sport, a differenza di Enzo, però in qualche modo ti allenavi?
Sono un pelandrone: l’allenamento asciutto, diciamo non in situazione, non faceva per me. Qualche corsa, qualche dieta, per poi passare sicuri dove altri hanno il respiro affannato e le mani tremanti.

Flavio Ghio in traversata sulla via Micheluzzi al Piz Ciavazes
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E anche il tuo modo di fare alpinismo esce un po’ (solo un po’?) dagli schemi tradizionali, quelli almeno più praticati, specie oggigiorno…
Per me, più che la difficoltà delle vie conta il modo, che si esprime soprattutto con le solitarie. C’è qualcosa a monte: esiste la montagna e poi l’alpinismo. L’alpinismo è la cosa più vicina alla montagna, la scorza, il guscio, però non è la montagna. Per fortuna che esiste, e così ci permette di conoscere e la montagna e quello che le sta dentro, il nucleo. Fu mio nonno a insegnarmi a “guardare” le montagne, un’esperienza che si perde nell’infanzia: le montagne erano quelle che si vedono da Trieste nelle giornate di bora: il Carso, le Dolomiti. A casa, poi, sbirciavo e leggevo libri per scoprire anche chi c’era andato “dentro”; come la storia di Georg Winkler sulle Torri del Vajolet con quel colore rosa, che mi sembrava la luna, lui che andava da solo… Alle superiori un compagno mi portò in Valle e mentre lui saliva con un altro, legati, dapprima li ho guardati ma poi son salito anch’io, da solo, slegato: una via di III con strapiombo. Eravamo alle Rane.

La solitaria in libera è il modo ideale. Son cose difficili queste e ancor più difficile mi sembrava che ci potessi arrivare anch’io. Ed è a questo punto che c’è l’incontro con Enzo: sono andato dietro a lui su vie difficili, e ho capito essere quello l’alpinismo più vicino anche alla mia indole.

Flavio Ghio in arrampicata, negli anni ’70: riconoscibili le sue “Superga ” (arch. Riccarda de Eccher)
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Precauzioni nelle solitarie?
All’inizio ci si porta la corda perché non si sa mai, ma poi non l’ho adoperata né più portata. Se vado in solitaria devo andare in libera, non devo scimmiottare qualcosa con i rinvii. Si entra in una tale simbiosi con la roccia, con la parete: faccio una salita e arrivo ad un canale (ho fatto anche cose semplici in solitaria) e mi fermo e sono solo; vedo la vasca scavata dall’acqua, un po’ di muschio, che sembra siano là ad aspettarmi; non sono lì per caso e non è un caso che io sia finito qui; è una vita che si scambia reciprocamente, io con i miei pensieri questi con la loro presenza, però mi stanno facendo festa, e io sono contento di questa cosa…

 

Likoff (festa in grotta): con Enzo Cozzolino, Adelchi Casale prepara il Gran Pampel mentre gli astanti cantano “Odino, Odino, no stame mandar piova, manda vino”. In basso a ds, Tiziana Weiss (foto Adelchi Casale)
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La scelta delle vie come avveniva?
Diciamo due cose. Una cosa è una parete vergine, dove si può andare da una parte piuttosto che dall’altra (questo per un paio di vie che ho aperto). Altra cosa è essere su una via già aperta, dove non si ha bisogno di niente, né di relazioni né di altro: vai, perché se chi l’ha aperta è andato per il logico tu trovi il logico. Enzo non leggeva le relazioni, andava. Di solitarie ne ho fatte una trentina (pareti anche notevoli: oltre 500 m di sviluppo). Ero un po’ iconoclasta in quei momenti, nel senso che non volevo conservare memoria di quanto facevo. In questo contatto che si realizza c’è sempre qualcosa di intimo. Quando fai le solitarie entri in un’altra dimensione (per come l’intendo io)… Perché bisogna con la testa essere già in cima prima di affrontare la parete. A quel punto se già ci sei sopra hai una parete amica, ed eviti così di aderire alla procedura per arrivarci. Si ha l’istantaneità, e l’istante non ha tempo, non è né presente né passato né futuro: un’altra dimensione insomma, non analizzabile a pezzi.

Via nuova sulla Croda dei Ròndoi: Flavio Ghio (a sin) con Renzo Zambonelli (foto Giorgio Ramani)
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Mi piacerebbe ampliare il discorso su alcune di queste tue salite (tutte vie nuove), a cominciare dalla Croda dei Ròndoi, nel 1974, con Ramani e Zambonelli.
La via sulla Croda dei Ròndoi è in linea con alcuni pensieri che avevo in mente, e che si rifacevano allo stile della mia ricerca di vie nuove: la cima non era alla moda; la parete non era intasata da vie; la struttura (un diedro) invitava a salire. Mi sembrava arrampicabile in libera (non si faceva uso di nut e friend). Volevo offrire agli amici la soddisfazione di salire per una via nuova. Il clima doveva essere quello di una via classica di cui si è perduta la relazione.

Tra i tuoi compagni di cordata anche Riccarda de Eccher.
Con Riccarda ho fatto una via che credevo nuova in Giulie, quel diedro in Cima Alta di Riobianco che poi è risultata non esserlo (ma prima femminile sì). Infatti Buscaini ci ha fatto poi sapere di uno sloveno che l’aveva già salita; e poi un’altra via nuova, e prima femminile, sulla Cima Fanis di Mezzo, dove non abbiamo piantato alcun chiodo (eravamo legati ma non era il caso di mettere chiodi). Ricordando quest’ultima via mi trovo a pensare: se improvvisamente questo equilibrio si spezza, e l’aria intorno diventa la mia angoscia? Molte salite nascono dalla composizione di due forze: timore e desiderio. A volte, e non per nostra volontà, riusciamo a collocarci nel punto dove si toccano. Lì, soggiornare e guardarci. Mi vedo salire piano, pronto a rifare i medesimi movimenti in senso contrario, in qualsiasi momento. Dice Eraclito, e sembra di sentire Paul Preuss: “La strada all’in su e all’in giù è una sola e la medesima“.

Flavio Ghio in vetta a Cima Scotoni, dopo l’apertura della via dei Fachiri (Archivio Fam. Cozzolino)
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Ed ancora quelle due vie sulla Seconda e Quarta Pala di San Lucano, con Favetti e Gogna, dove avete bivaccato.
Due salite individuate da Gogna. Si apre il libro della Natura e si trovano due grandi pareti ancora libere da vie. Si dorme in un tabià e si guarda stupiti il volo senza rumore di una nottola. La notte successiva si bivacca sotto le stelle. Un alpinismo alla Kugy o alla Dougan, che dalle Giulie attraversa incredulo la Valle di San Lucano.

Flavio Ghio sulla via dei Fachiri, alla seconda cengia (archivio Fam. Cozzolino)
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Kugy sì, sappiamo chi è, ma Dougan…
Vladimir Dougan (1891-1955), un alpinista dimenticato dalla grande quantità di triestini, figuriamoci fuori. Con Antonio Marussi pubblicò nel 1932 una guida sul Gruppo del Montasio. Alpinisticamente nasce sotto l’ala di Julius Kugy, con cui fa delle salite e Kugy nei suoi libri lo incensa apertamente. Quello che si intuisce guardando le sue vie, che per la maggior parte non sono ripetute, è che sono state aperte seguendo la linea del monte. Era riconosciuto che nessuno fosse in grado di individuarne la linea ideale come Dougan: una vera dote. Facendo un parallelismo, anche Enzo supera Comici, di cui è considerato l’erede naturale, dal punto di vista del grado, pur conservandone lo spirito di lettura del monte e usando attrezzi non dissimili da quelli usati da Comici. Troppo facile superarlo grazie a una cassetta degli attrezzi più ricca.

Enzo Cozzolino sul secondo traverso della via dei Fachiri (Archivio Fam. Cozzolino)
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E anche tu hai seguito la filosofia di Cozzolino…
Secondo Cozzolino, infatti, anche se il primo impulso davanti a un tratto di roccia apparentemente insuperabile in arrampicata libera sarebbe quello di chiodare, cadrebbe – cedendo a questo impulso – uno degli elementi essenziali che costituiscono il pilastro, il vero fascino dell’arrampicata: l’enigma del passaggio e la sua eventuale soluzione in base a un ragionamento e a un’intuizione, sfruttando cioè razionalmente gli appigli più o meno marcati che la parete stessa offre per essere salita.

Questo era anche un cozzare contro i compagni di cordata, che pure le marce per arrampicare con lui le avevano. Un chiodo in più – per Cozzolino – significava

Riccarda de Eccher, compagna di cordata di Ghio (anni ‘70, archivio Riccarda de Eccher)
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rovinare tutto. Evidentemente a questi compagni mancava lo spirito di Enzo, quel quid cioè che ha in più colui che fa la storia. Infatti quando Enzo apre la via nuova sulla Busazza con Adelchi Casale, a un certo punto fa una considerazione: “Adesso tenteremo di uscire da questa via senza bivacco così come hanno

Tiziana Weiss in cordata con Enzo Cozzolino sul Crinale di Val Rosandra (archivio Fam. Cozzolino)
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aperto la via più in là Gilberti e Castiglioni” (usando 10 chiodi). Loro ne hanno usati e lasciati 8 più 2 cunei. Enzo vuole uscire in giornata: è il suo modello ideale del VI, con un bivacco se si vuole. Non si può fare una via in 10 ore dove normalmente se ne impiegano 5: evidentemente non si è fatta quella via, ma un’altra

Enzo Cozzolino (a sin) con Luciano Corsi, dopo l’apertura di una nuova via sulla Punta Chiggiato in Antelao (archivio Fam. Cozzolino)
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roba. Egli non solo rifiuta l’uso sistematico del chiodo come metodo di progressione, ma anche come assicurazione. Un’altra cosa da puntualizzare: sulle vie nuove si possono piantare fino a un massimo di 10 chiodi, qualsiasi sia la via; se ne pianto di più non vale, e bisogna anche salirla in giornata. E una ripetizione

Enzo Cozzolino (a ds) con Luciano Corsi in cima alla Torre Fanis, dopo la prima invernale della via Castiglioni (archivio Fam. Cozzolino)
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ha valore se la si fa con i chiodi che già si trovano; di nuovi Enzo non ne metteva. C’è una certa affinità con quanto faceva Messner quando ripeteva le vie di Aste (e fu uno dei primi a ripeterle), e sappiamo pure che Aste schiodava le sue vie, itinerari in cui si trovano dei passaggi incredibili. Scorrendo l’attività di Enzo,

Enzo Cozzolino (a ds) posa con Luciano Corsi presso Capanna Trieste, prima di partire per la sua prima solitaria di VI grado: via Tissi alla Torre Venezia (archivio Fam. Cozzolino)
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si nota che le vie ripetute sono davvero poche; a lui non interessavano, ne apriva invece una vicino. Ad esempio, la “Comici” alla Grande non voleva farla. Non gli interessava che l’avesse aperta Comici, perché non aggiungeva niente al suo alpinismo. Non era da lui seguire i canoni comuni. Se possiamo, diciamo che Enzo è l’etica, mentre Comici è l’estetica: basta guardare lo Spigolo Giallo, non si può non riconoscerglielo.

Enzo Cozzolino in solitaria, ripreso all’attacco della Torre Venezia (archivio Fam. Cozzolino)
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Enzo Cozzolino è scomparso nel 1972. Hai aspettato 40 anni ma alla fine, nel 2012, gli hai dedicato un film: Fachiri, echi verticali.
La storia per il film nasce perché “un’amicizia rimane impegnativa anche quando l’amico scompare”. Tanto per Enzo, come fu per Comici, il filmato non rende. Si intuisce che è agile. Non c’è però il senso della fluidità mentre sale i Falchi di Spiro: l’unico filmato, in bianco e nero, che abbiamo trovato. Per il resto assieme al regista Giorgio Gregorio, che è anche direttore della Scuola “Emilio Comici” della SAG (Società Alpina delle Giulie), siamo andati fin sotto la Scotoni e la Torre di Babele. Gino Cozzolino, suo fratello gemello, ci ha consegnato alcune delle diapositive che Enzo teneva dentro una valigetta metallica. A Enzo infatti interessava documentare quanto aveva fatto.

Seconda Pala di San Lucano: Flavio Ghio a poche lunghezze dalla vetta dopo la 1a ascensione della parete est (8 aprile 1974)
Seconda Pala di San Lucano,Flavio Ghio a poche lunghezze dalla vetta, 1a ascensione parete E

Fatale la Torre di Babele.
Enzo era a Moena, alla Scuola Alpina della Polizia di Stato: in montagna, tra le montagne, avrebbe avuto tante possibilità. In una lettera (diretta forse a un amico, non spedita perché non ne ha avuto il tempo), scriveva: “Qua sono in un Paradiso terrestre, non pensavo ci fosse un posto così bello: arrampico ogni giorno. È troppo bello. Penso che non durerà…“. Non durò, infatti. Voleva aprire una nuova via sulla Torre Trieste, in Civetta. In attesa dell’autorizzazione da parte del Comando Centrale, per allenarsi arrampicava intanto con Mario Zandonella, anche lui alla Scuola Alpina. Durante una salita della via Friederichsen-Giordani alla Torre di Babele in Civetta, in uscita, a soli venti metri dalla cima, dove c’è il passaggio più difficile della via, Enzo cadde. Arrampicavano in solitaria, non legati in cordata, non assicurati, distanti qualche metro uno dall’altro: ognuno arbitro della propria vita. Era il 18 luglio 1972 ed Enzo aveva 23 anni. Mario morirà esattamente tre anni dopo, in Pelmo, anche lui ventitreenne.

Hai continuato ad arrampicare, e con te anche Tiziana Weiss; entrambi avete avuto un legame privilegiato con Enzo.
Ci ho messo molto per pacificarmi per questa perdita. Non mi sono fermato, tutt’altro. Era tanto grande la trasmissione dell’arrampicata che lui ancora mi dava, che quella di fermarmi era l’ultima roba a venirmi in testa. Pensa che con Tiziana cercavamo addirittura di ricordarlo il più possibile, quando arrampicavamo in Valle o anche su una via, come per esempio sulla Torre del Camp, in Moiazza: non volevamo che il dolore ci bloccasse, anche se mi ero imposto che mai avrei dato il nome di Enzo a una via che avessimo aperto. Mai, proprio io che valgo quello che valgo… E prima di scrivere qualcosa su Enzo ci ho messo parecchio, non mi era facile. Con lui in montagna ho fatto quella via, la più emblematica del suo alpinismo. Ma non è solo la montagna, Enzo mi ha permesso di conoscermi. A qualcuno aveva detto: “quando vedo Flavio me par di vederme mi de muleto“. Nelle mie difficoltà vedeva le sue per trovare la strada.

Flavio Ghio sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud, 14-15 aprile 1974
Flavio Ghio su 4a pala di san lucano, parete sud

Prima di lasciarci parlami anche degli altri tuoi compagni, di altre tue vie …
Ricordo Aldo Anghileri, uno dei nomi sacri dell’alpinismo lecchese, padre degli sfortunati Marco e Giorgio. Con lui, Gogna e Pierre Biedermann siamo andati in Corna di Medale, sopra Lecco, una bella parete (7b+). Aldo era un tipo incredibile: facciamo la “Gogna-Cerruti”, torniamo giù, andiamo al Rifugio e lui va a ordinare da bere perché eravamo tutti e quattro assetati. Esce con quattro bicchieroni di vino e aranciata con sopra un grosso gelato alla panna: “trovato solo questo per raffreddare il vino…!“.
Le mie vie? Più che dei passaggi, vorrei dire delle sensazioni che ancora adesso, ad anni di distanza, affiorano. Sulla via nuova al Pianoro dei Tocci ero con Piero Mozzi: “Sul filo dello spigolo. Non so dove potrei passare. Allungando lo sguardo, la parete sembra un grande arabesco che scende dalla volta turchese. Salgo dove gli ornamenti sono più serrati“. Mentre alla Solleder del Sass Maor: “Una voce mi chiama dall’alto. Sono attratto da quel girare per la parete. I colori, poi, hanno il fascino delle antiche pitture rupestri. Un desiderio di slegarsi e salire in libera mi pulsa dentro. Il rispetto del compagno mi trattiene. Ma il cuore sanguina“. E sulla solitaria della Castiglioni: “Dopo una rampa la parete s’impenna. È bello lasciare la rampa per entrare in una verticalità architettonicamente sublime“.
Sull’altra solitaria allo Spigolo del Velo: “In cima, un improvviso dolore porta via la gioia di un’arrampicata solitaria. Enzo non può vivere questa gioia. Un mare di dolore galleggia nell’aria. Decido di scendere. Lo farò per lui, anche se non servirà a nulla. Scendendo scopro che lo Spigolo del Velo è un sentiero che si snoda tra pareti verticali. Riesco ad arrampicare sempre sul suo filo. Non perché lo voglio ma perché viene così“. E alla Punta Frida: “Sono le cinque del pomeriggio. Scarpe da ginnastica, jeans, cordino e due coppie di moschettoni. Mi sto dirigendo verso la “Delvecchio” alla Punta Frida. A Forcella Lavaredo incontro una ragazza di Trieste con i suoi genitori. Li conosco appena. Ci scambiamo solo un cenno, come prima di sparire dietro l’angolo di un marciapiede. La mia utopia? Che l’arrampicare diventi una serena quotidianità“.

Forcella del Lago: Flavio Ghio, oggi
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Quotidianità… Sembra che per Flavio arrampicare sia proprio così: una serena quotidianità. Fatta eccezione per la via dei Fachiri, le sue risposte non hanno mai fatto cenno a dati tecnici, difficoltà delle vie salite. Mi ha risposto con aforismi, una sintesi di sensazioni, pensieri di chi in via più che guardare all’attrezzatura e ai passaggi, dialoga con la parete, la montagna, il “nucleo”. Mi congedo da Flavio e vado sul Molo Audace sostando accanto alla Rosa dei Venti, per vedere il Carso, che si allunga sulla penisola istriana. Le Dolomiti, invece, sono oggi nascoste da una leggera foschia: ma tornerò e ci sarà un po’ di bora che mi permetterà di ammirarle anche da Trieste.

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50 anni e non li dimostra

50 anni e non li dimostra
di Massimo Giuliberti
(questo articolo è uscito sull’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

La Torre d’Alleghe e la Torre di Valgrande (a ds.). Sulla prima, sullo spigolo tra sole e ombra, sale la via Bellenzier
Torre d'Alleghe e Torre di Valgrande, gruppo del Civetta. Dolomiti Orientali

Nel 2014 ha compiuto 50 anni un itinerario delle Dolomiti relativamente poco conosciuto che, sia per la difficoltà tecnica sia ancor di più per il tipo di scalata, il mezzo secolo non lo dimostra davvero: la via Bellenzier al pilastro nord-ovest della Torre di Alleghe.

Nel circoletto, Bellenzier impegnato nel tiro chiave della sua impresa. Foto: Gianfranco Riva
Domenico Bellenzier nel circoletto impegnato nella sua prima ascensione (e in solitaria) dello sua via alla Torre d'Alleghe

La storia
Siamo in Civetta negli anni ’60 quando i migliori alpinisti del momento, per dirla con George Livanos, non paghi di aver salito la cattedrale, si attaccano anche a tutti i suoi pinnacoli minori.

Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani, i lecchesi Giorgio Redaelli e Aldo Anghileri attaccano quello che era al momento considerato uno degli ultimi problemi del Civetta, pur se su una torre tutto sommato minore nella grandiosa Nord-ovest. I lecchesi, con l’uso di molti chiodi, superano la prima lunghezza di VI, ma devono poi ritirarsi sotto un temporale, ripromettendosi di ritornare.

Domenico Bellenzier si allena, anni ’60
Domenico Bellenzier si allena, anni '60

Il giovane Domenico Bellenzier, tramite un amico, ottiene la promessa di potersi unire ai due al prossimo tentativo nell’anno successivo, ma poi le cose vanno diversamente.

Il 16 luglio 1964 infatti Bellenzier, senza attendere Redaelli e Anghileri ma accompagnato fino in cima allo zoccolo dai due amici Claudio Dell’Agnola e Gianfranco Riva (il fotografo di Alleghe, tutt’oggi in piena attività professionale) e da loro assicurato sulla prima lunghezza, attacca da solo la parete e, in due giorni di scalata, dopo un bivacco, il 17 luglio compie la salita della sua vita superando, pur con l’aiuto di 3 chiodi a pressione ed una cinquantina di chiodi e cunei, una parete di roccia grigia e compatta con difficoltà oggi valutate di VII- e A3 (in libera VII+).

Gli amici lasciati senza corda in cima allo zoccolo vengono recuperati da Bellenzier che, anziché scendere dalla facile via normale, si cala in doppie dalla via Rudatis-De Poli (che qualche anno più tardi salirà in prima solitaria) e poi tutti raggiungono il rifugio Coldai dove con altri amici si ritrovano poi a festeggiare.

Un Domenico Bellenzier degli anni ’60
Domenico Bellenzier negli anni '60

La via
La difficoltà e soprattutto “l’ingaggio” della via furono da subito certificati dai primi ripetitori Heini Holzer e Reinhold Messner. Quest’ultimo infatti la descrisse come “una via di primo ordine, fra le più belle nel gruppo della Civetta”.

Ulteriore conferma del livello tecnico venne dalla ripetizione di Manolo, che fu il primo a liberarla valutandola di VII+.

E in effetti la via, dopo un tiro iniziale facile, supera due lunghezze verticali e in parte strapiombanti su roccia gialla, con difficoltà di VI e VI+, per arrivare con un traverso a destra sulla piccola cengia alla base delle placche grigie. Di qui si superano tre lunghezze di roccia grigia, compatta e levigata, con pochissime protezioni possibili, che non stonerebbero affatto sulle vie del Wenden.

La parola al Protagonista
Domenico Bellenzier, classe 1940, vive oggi come allora ad Alleghe, dove abita proprio davanti alla Nord-ovest del Civetta ed ha gentilmente accettato questa piccola intervista:

Quando salisti la Torre di Alleghe avevi solo 24 anni: quale era stato il tuo percorso alpinistico e quali erano state le vie più significative fino a quel momento?
Da ragazzino mi divertivo ad arrampicarmi su un albero e poi a saltare da una pianta all’altra senza mai scendere a terra. Poi ho incominciato ad arrampicare, ma senza chiodi e senza corda (e in questo modo nel 1961 ripete la via dei Tedeschi al Civetta, NdR). Poi ho comprato una corda e ho incominciato a farmi dei chiodi, ma ero proprio un autodidatta, e a quell’epoca non sapevo quasi fare la corda doppia. Ho incominciato a ripetere le vie del Civetta e nel 1962, con mio fratello più giovane (14 anni!) ho fatto la Carlesso alla Torre di Valgrande. Arrampicavo durante le ferie estive e in poche altre occasioni, perché da quando avevo 18 anni lavoravo come carpentiere per la ditta Fochi di Bologna, che faceva impianti e costruzioni in Italia e all’estero, ed ero sempre via da casa.

E come ti allenavi per arrivare preparato al momento delle ferie?
Mi allenavo… lavorando! Tutte le volte che c’era un lavoro difficile, appesi da qualche parte, toccava sempre a me. Una volta in Sicilia costruivamo dei grandi silos, alti 20 o 30 metri e con un foro sul soffitto. Durante la pausa pranzo io andavo a saldare dei piccoli anelli alla parete interna, senza che si vedesse; quando ho terminato sono andato dentro con delle staffe artigianali per allenarmi un po’; i miei compagni mi hanno visto entrare e per farmi uno scherzo mi hanno chiuso dentro; allora ho risalito tutta la parete uscendo dal foro sommitale e poi sono sceso dalla scala esterna e loro ci sono rimasti di stucco.

Veniamo alla tua via sulla Torre di Alleghe: prima di te l’avevano tentata dei romani e dei lecchesi?
I romani erano stati i primi, avevano superato il primo tiro difficile, e avevano lasciato una scaletta sugli strapiombi prima di arrivare alla cengia alla base dei grigi. La scaletta l’ho recuperata e poi gliel’ho restituita. A Redaelli avevo fatto vedere io la via, ma poi nel ’63 lui aveva le ferie ad agosto mentre le mie ferie erano finite a luglio e lui aveva attaccato con Anghileri; avevano anche loro fatto il primo tiro difficile, mettendo molti chiodi. Io andai a toglierli all’inizio dell’estate ’64, per paura che facilitassero il tentativo di qualcun altro, e calandomi poi dallo zoccolo con una sola corda ebbi una brutta avventura rimanendo appeso nel vuoto a cercare di riprendere la parete pendolando. Poi a metà luglio Redaelli avvisò Ceci Pollazzon che sarebbe venuto con degli amici nel fine settimana, ma io non avevo capito se mi voleva con lui o no, e allora decisi di andare per conto mio.

Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 2014
Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, 2014

E anche molto in fretta, vero? Come andarono in realtà le cose?
Il 16 luglio chiesi a due amici, che non erano scalatori, di aiutarmi a portare il materiale fino al rifugio Coldai e poi alla base dello zoccolo. Erano Claudio Dall’Agnola e Gianfranco Riva, il fotografo di Alleghe [autore di belle cartoline illustrate negli anni ’60 e tuttora in piena attività professionale, NdR]. Loro chiesero all’amico G. Sorge, che aveva un’automobile, di accompagnarci, e così alle otto e mezza di sera, un po’ di nascosto, arrivammo a Malga Pioda su una fiat 750 e una lambretta. Io, Gianfranco e Claudio salimmo al Coldai e alle 4 del mattino eravamo in cammino. Arrivati alla base dello zoccolo i due amici mi chiesero di venire almeno fino all’inizio delle difficoltà, e io fui ben contento perché mi aiutavano con il materiale e Gianfranco avrebbe sicuramente fatto delle fotografie. Così salimmo in cima allo zoccolo.

Poi hai attaccato da solo, con chiodi, cunei e anche qualche chiodo a pressione. E ai piedi che cosa avevi? E come ti legavi?
Sì, gli amici mi avevano regalato qualche chiodo pressione e Giosuè Da Pian, il custode del Coldai, mi aveva prestato un perforatore. Quando però feci il primo buco per superare la prima placca nei grigi mi accorsi che il foro era più piccolo del diametro dei chiodi. Così di buchi alla fine ne ho fatti solo 3, cercando di allargarli per fargli entrare qualcosa. Ai piedi avevo i miei vecchi scarponi di sempre, un po’ sporchi di calce perché li usavo anche al lavoro. In vita avevo degli anelli di corda, non usavo l’imbragatura. Mi autoassicuravo con un prusik sulla corda che fissavo a un chiodo, e poi, finito il tiro, dovevo scendere a slegarle e a recuperare il materiale.

Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 1983. Più in basso è una cordata di bulgari, poi ritiratasi
Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, Civetta

La domanda è quasi banale ma … come hai fatto a passare?
Avevo buone mani, che usavo tutti i giorni a lavorare, ma soprattutto avevo un buon senso dell’equilibrio, che mi aiutava sulle placche, e ovviamente… non soffrivo di vertigini! Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. E poi… difficilmente sarei riuscito a tornare indietro!

Insomma, dopo l’immancabile bivacco, il 17 luglio sei uscito, e intanto gli amici?
I miei amici non erano rocciatori ma, si direbbe oggi, dei buoni escursionisti. Gianfranco era mio coetaneo e spesso mi accompagnava in montagna sulle vie normali “difficili” e faceva delle gran belle fotografie, come quella volta. Di corda ne avevamo una sola e ovviamente l’ho presa io. Quindi eravamo d’accordo che sarei tornato a prenderli; solo che noi pensavamo in giornata. Comunque appena sono uscito, al mattino presto, mi sono calato dalla via di Rudatis, li ho raggiunti sullo zoccolo e siamo scesi e poi siamo andati al Coldai.

Così hai scritto una pagina nella storia dell’alpinismo dolomitico! Alfonso Bernardi ti ha dedicato un bel racconto ne La Grande Civetta, Alessandro Gogna un intero capitolo in Sentieri Verticali, che ha intitolato Un giorno da Leoni, e anche Ivo Rabanser ha inserito la tua via tra gli itinerari difficili da consigliare in Dolomiti. E tu negli anni dopo cosa hai fatto? Hai mai ripetuto la via?
No, no, quella via non l’ho mai ripetuta. Però ho continuato a scalare per molti anni, sempre da queste parti e durante le ferie. Le classiche del Civetta le ho fatte quasi tutte, la Solleder due volte, e una terza volta, arrivati al Cristallo, abbiamo proseguito per la via dei Tedeschi alla Piccola Civetta, che trovai ancor più impegnativa della Solleder. Spesso scalavo da solo: nel ’61 avevo ripetuto la Via degli Agordini sulla Nord della Piccola Civetta, senza corda e senza chiodi. Nel ’66 dopo averla attaccata per errore con mio fratello (volevamo ripetere la via De Toni–Pollazzon, ma c’era la nebbia) ho aperto una via nuova sulla parete est della Torre di Valgrande con mio cugino Orazio de Toni. Nel ’74 ho fatto in solitaria la Rudatis–De Poli alla Torre di Alleghe, dove ero sceso nel ’64. Poi ho ripetuto anche il Philipp–Flamm.

Domenico Bellenzier nel 2014

E poi, arrivando a oggi, la passione ti è sempre rimasta?
Certo! Per molti anni ho fatto parte del Soccorso Alpino, e mi ricordo anche degli interventi molto difficili, come una volta sul Philipp dove mi sono calato per duecento metri per recuperare due austriaci e due svizzeri. Nella seconda metà degli anni ’70, per potermi costruire la casa, ho accompagnato qualcuno in montagna, facevo spesso la Tissi al Pan di Zucchero. Poi ho lavorato nella costruzione della funivia della Marmolada, e una volta sono rimasto sotto una slavina. Sul Civetta ci sono salito ancora due anni fa (a 73 anni! NdR). Un’altra passione della mia vita sono le sculture in metallo, che facevo con i residuati bellici recuperati in Marmolada.

 

Ora si è fatto davvero tardi (sono quasi le 9 di sera e Domenico e la moglie devono ancora cenare). Lo ringrazio davvero per la sua disponibilità ed esco augurandogli buon anno, con la speranza che la prossima estate Domenico voglia salire con me ancora una volta sul Civetta.

Bibliografia
Ivo Rabanser, Civetta, Guide dei monti d’Italia, CAI–TCI, 2012
Alfonso Bernardi (a cura di), La Grande Civetta, Zanichelli (BO), 1971
Alessandro Gogna, Sentieri verticali, Zanichelli (BO), 1987
Ivo Rabanser-Orietta Bonaldo, Vie e vicende in Dolomiti, Ed. Versante Sud, 2005

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Una casuale solitaria

Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico di cose inutili. Le stesse di cui avrei dovuto liberarmi anche in seguito, nella vita.

Una casuale solitaria
Quarta solitaria della via Oppio-Colnaghi alla Nord del Pizzo d’Uccello (Alpi Apuane)
(scritto nel febbraio 1966)

Martedì 14 settembre 1965. Sono in viaggio da solo per Equi Terme e sono diretto alla Nord del Pizzo d’Uccello, via Oppio-Colnaghi.

Di solito i progetti alpinistici impegnativi sono covati a lun­go prima di essere attuati, e anzi il periodo d’incubazione del­l’impresa è caratterizzato da pensamenti e ripensamenti, mo­difiche, incertezze, saltuaria sicurezza: per me questi problemi non sono esistiti; ieri sera sono andato a dormire, con tutto il materiale sparso per la stanza, non avendo la più pallida idea di dove sarei andato all’indomani. Poi, la decisione improvvi­sa. Ho fatto il sacco, pesantissimo, ho dato uno sguardo agli orari del treno, e son partito.

Alle 14.30 arrivo a Equi, dove mi fermo per comprare un barattolo di marmellata, unico mio cibo per due giorni, assieme a un grosso pane e a una formaggetta. Questo striminzito regime alimentare non è dovuto al mio desiderio di portare meno peso nel sacco, ma al fatto che ho con me pochi spiccioli più del necessario per il viaggio.

Percorro il paese tra gli sguardi più stupiti ed entro nel Solco d’Equi, le cui pareti a strapiombo fanno rimbombare i miei passi.

La parete nord (700 m) del Pizzo d’Uccello dalla Foce Siggioli
Parete N del Pizzo d'Uccello dalla Foce Siggioli , Alpi Apuane

Fa caldo e sudo abbondantemente. Arrivato alla cava, tra­verso il torrente e mi avvio su per la lizza. Chiedo a un bo­scaiolo se sono sulla giusta via per i «Cantoni di neve vec­chia” e lui, tra un mugolio e l’altro, mi fa capire che non sa neppure cosa siano questi Cantoni. Visto che vuol essere lasciato in pace, lo abbandono al suo lavoro e continuo sulla lizza.

Una delle più grandi soddisfazioni per un alpinista è quella di vedere, la sera prima dell’arrampicata, la parete, o almeno la cima, che domani salirà. E gli piacerebbe vederla arrossata dal sole che tramonta. Per quanto riguarda me, adesso è tanto se non cammino nella nebbia. Il lusso di poter rintracciare, al­meno approssimativamente, la via, evidentemente non mi è concesso, anche perché è la prima volta che vengo nelle Apua­ne e questi monti mi sono completamente sconosciuti.

Già innervosito dal caldo, dal brutto tempo e dal sacco che mi pesa sopra, un piccolo incidente per poco non mi fa im­bestialire. Una mosca, evidentemente attratta dall’odore del mio sudore, mi si posa dappertutto: sulle mani, sulla fronte, sulla faccia. Pur di farla finita col noiosissimo insetto, sarei disposto a spiaccicarla con una manata, ma la furba riesce a evitare le mie sberle; fino a che, proprio mentre stavo per posare il sacco e dare liberamente in ismanie, se ne va: forse si è accorta che, nonostante le apparenze, non sono un mulo.

Accompagnato da queste piccole contrarietà, che rendono la montagna ancora più piacevole e distensiva, arrivo senz’altro alla casetta abbandonata sotto i Cantoni di neve vecchia. L’u­nico vano accessibile è una specie di buco, puzzolente e ba­gnato, in cui decido di passare la notte. Tra un preparativo e l’altro, esco ogni tanto per vedere la parete, ma ogni volta rien­tro, inseguito dalla nebbia.

Così cominciano i primi dubbi sulla possibilità di questa ascensione, viste le condizioni atmosferiche. Ma poi rimando ogni decisione a domattina e m’infilo bruscamente nel sacco­piuma, dopo aver ingoiato un po’ di tè.

La notte, grazie al mio equipaggiamento (che però dovrò poi trasportare in parete), passa bene. Ogni tanto mi sveglio e ho così il dispiacere di vedere che ci sono le stelle e la luna… va a vedere, caro Alessandro, che domani dovrai proprio fare la Oppio! Però, quando mi alzo, alle 6,10, il cielo è nuvoloso. Ma la parete si vede ed è proprio come me l’aspettavo. Dopo aver bevuto un nauseante intruglio (ogni volta ne escogito uno diverso e ogni volta la soluzione è poco brillante), risalgo la parte terminale della valle, fino all’attacco, presso la fessura diagonale di 70 metri. Sistemo bene nel fondo dello zaino le cose che non mi servono, come il sacco-piuma e le scarpe da tennis, che ho portato perché gli scarponi che indosso sono in un tale stato che le suole potrebbero benissimo staccarsi all’improvviso su un qualsiasi appoggio; e in superficie, a portata di mano, le altre così che mi serviranno, tra cui borracce, bor­raccine, borraccette piene d’acqua: su questa parete, infatti, voglio eliminare, se non la fame, almeno la sete. Sull’imbraga­tura sistemo chiodi e moschettoni; i cunei nel sacco, assieme alla maggior parte dei cordini; le staffe e il martello in tasca, il casco in testa, la corda, per ora, a tracolla.

Sono le 7.30. Date le non eccessive difficoltà di questo pri­mo tratto (III e IV grado), dovrei andare spedito. Invece i primi passi sono una pena. Il sacco pesa troppo e se c’è qual­che piccolo strapiombo sono molto impacciato. Bene o male arrivo alla cengia erbosa, su cui invece vado meglio, arrivando così al canale-camino. Sto già pensando seriamente di tornare indietro. Invece nel canale e sulla crestina di destra ingrano la marcia e procedo molto velocemente. La mia arrampicata, non disturbata dalle manovre di corda di una normale cordata da due, è completamente automatica. Appiglio, appoggio, appiglio, appoggio. A ogni comando visivo rispondo con un moto della mano o del piede, sempre diverso e sempre uguale. Alle prime difficoltà, mi lego con la corda e salgo in libera, assicurato ai chiodi che trovo in parete. Due o tre tiri di V, l’ultimo dei quali in un camino il cui diametro è inferiore ai 50 cm: tra le più truci imprecazioni sono così costretto a salire con mosse poco eleganti, allungando e accorciando con rapidi movimenti la cassa toracica, come i serpenti.

Giungo così al punto più difficile: tento di passare, ma mi accorgo che non lo farei in completa sicurezza. Allora tiro fuori le staffe con il fiffi e, usufruendo dei quattro chiodi in pare­te, eccomi fuori. E ora, avanti verso la base del «pilastro».

Un rumore assordante mi fa sussultare: i cavatori di marmo hanno fatto brillare le mine e i trattori hanno cominciato a muoversi. Non posso più dire di salire «nel silenzio delle cro­de». Arrivo alla fessura-diedro, che trovo molto bagnata; e dopo alcune liste erbose sono alla base del camino di 120 metri.

Qui la mia arrampicata, da automatica che era, si fa più concitata. Sento odor di vetta e ormai sono gasato a sufficien­za per superare i passaggi di V senza perder tempo ad assicu­rarmi. Giunto circa a metà, taglio a destra sulla parete del pi­lastro e vado così fuori via. Mi trovo in un punto in cui la roccia è completamente marcia e sono costretto a procedere con cautela. L’esposizione qui è assoluta e certo non consiglio a nessuno questa mia variante. Ogni appiglio che tocco, si muove.

Dopo 40 metri di V continuato, esco in vetta al pilastro sommitale, alla cui sinistra sbuca il camino di 120 metri. Qui c’è il libretto di via e vi pongo sopra la mia firma. Ancora 70 metri di parete, su rocce meno friabili di quanto sia fama, e sono in vetta, tra la nebbia più fitta. Sono le 12.10.

Attorno a me, silenzio. Mi trovo in cima ed è come mi ri­svegliassi. La lunga parete è ormai sotto di me. Una parete troppo poco desiderata, troppo poco voluta. Perciò è stato come un sogno, rapido e passeggero, che esiste prima che noi lo vo­gliamo.

Penso a degli amici che prima di me si sono trovati su que­sta vetta, e alle parole con cui uno di essi ha espresso i suoi sentimenti: “… Mentre il sole sta lentamente calando, sulla vetta del Pizzo d’Uccello quattro persone accomunate dalla stessa fervente passione parlano sommessamente additando cime lontane e vicine, dal profilo amico e sulle quali altre ore su­blimi sono state da essi vissute. Per Sergio e per me le Apuane non son mai state così belle, poiché ora, dopo la lotta, sen­tiamo fluire nei nostri cuori una profonda riconoscenza e un grande amore per questa natura di pietra, che ci dispensa gioie, tra le più grandi della nostra vita alpina…».

Io non sono circondato da montagne familiari: vette di cui conosco soltanto il nome, di cui non ho presenti neppure le forme. Sono ancora solo in vetta al Pizzo d’Uccello, solo, con una parete appena salita.

Rinuncio a bivaccare e a proseguire per la Cresta Garnerone, come avevo in programma. Scendo a Vinca e approfitto di un passggio in auto per la stazione di Equi.

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 2

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 2 (2-2)
da un colloquio con Davide Riva

La letteratura alpinistica ci racconta di molti casi in cui individui allo stremo delle forze e stressati al massimo hanno subìto lunghi dialoghi con presenze esterne, come se un compagno invisibile gli arrampicasse accanto. Il fenomeno è capitato più spesso a un solitario, ma anche cordate ne hanno riferito. Episodi simili sono stati riportati anche in caso di lunghe avventure ai poli, nei deserti, nelle traversate oceaniche. Il dialogo è interiore, ma a tutti gli effetti sembra un dialogo normale, tranne che non ci si capacita di non riuscire a vedere l’interlocutore. Sembra così vero… E’ un’allucinazione? Direi più una visione, molto più reale di un sogno. Il sogno può essere molto forte, mai però come una visione.

Quando sopraggiunge questo genere di visione è perché siamo molto stanchi, o molto impauriti… o quasi sopraffatti dall’ambiente che ci circonda. Non abbiamo più l’energia che ci sorreggeva all’inizio.

Renato e Goretta Casarotto
Casarotto2-600px-Due-Amori.-Storia-di-Renato-Casarotto-locandinaRenato Casarotto racconta nel suo libro Oltre i venti del Nord la sua visionaria esperienza al Denali (McKinley). Era il 9 maggio 1984: da ormai undici giorni aveva lasciato il campo base e da dieci lottava da solo sulla sua Ridge of No Return, in mezzo a un ambiente spaventoso, pieno d’insidie e d’incognite.

Già molte altre volte m’era capitato di ritrovarmi solo, stanco e in situazioni limite, e so bene che in certi casi i sensi rivelano una facoltà nuova, assai diversa da quella addormentata dal noioso trantran della vita quotidiana. Questo fatto l’ho sperimentato nei diciassette giorni trascorsi sulla Nord dell’Huascaran, sul pilastro nord-est del Fitz Roy e anche al Monte Bianco d’inverno, ma stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.
D’ora in poi, e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d’improvviso, m’inserisco, senza che io lo voglia, in un ambito dilatato, popolato di eventi e contenuti insoliti e fors’anche irripetibili.
E per molte ore, in quei giorni, mi muovo sull’esile frontiera di due mondi diversi, in mezzo a grandi difficoltà che non sono più solo quelle offerte dalla salita…”.

Casarotto2-venti_nord1E’ il dialogo tra il proprio io cosciente e quella parte di noi stessi di solito sprofondata ben al di sotto del livello di coscienza, quella parte che riassume tutto ciò che la nostra coscienza, per esistere, ha dovuto relegare nelle profondità, a volte con amore a volte con disprezzo e odio. Chi decide di intraprendere un’avventura è il nostro io, ma chi fornisce l’energia necessaria è l’accordo con il nostro inconscio, un accordo a volte troppo faticoso, al limite della nostra sopportazione. Un accordo che Renato, ormai allo stremo, ha deciso deliberatamente di rompere: “Nel tardo pomeriggio di questo 9 maggio, mi rendo conto che se voglio proseguire devo liberarmi di una zavorra, di qualche parte di me stesso, di una parte per la quale non mi è permesso provare pietà…”.

La rottura di questo accordo gli permette di raggiungere la vetta la sera dell’11 maggio e di scendere, ma è insanabile. Dopo l’avventurosa discesa, ormai sul ghiacciaio, si sente mancare il terreno sotto i piedi, rimane in un’incredibile posizione corporea per non cadere nella voragine del crepaccio e riesce a liberarsi con la forza della disperazione: un pazzesco anticipo di quanto invece purtroppo succederà al ritorno dalla Magic Line due anni dopo.

 

Quasi all’uscita del Canalone dell’Insubordinato, Monte Disgrazia. (1a asc. – 7 settembre 1979)
Monte Disgrazia, parete nord, via dell'Insubordinato, 1a ascGoretta e Renato Casarotto
Casarotto2-showimg2.cgiAl campo base, raggiunto il 13 maggio, Renato è quasi incapace di riconnettersi. Per spingersi così lontano, e per lontano intendo anche la profondità di noi stessi, ci vuole una volontà enorme. L’io cosciente vuole fermamente quel viaggio. E l’accordo più segreto di tutti, quello che noi facciamo con noi stessi, in lui funzionava in modo egregio. L’energia necessaria era assicurata dalle smisurate forze che si agitano all’interno di ciascuno di noi. Perché queste forze in qualche modo erano da lui state incanalate con l’accordo. Un accordo che regge fino a che le due parti si rispettano reciprocamente, e non più quando s’innesta un processo d’inflazione del proprio io che tende al dominio di quest’ultimo sulle forze inconsce. Nella fatica e nella paura si manifestano le crepe dell’accordo, nasce un dialogo pauroso, per la prima volta sentiamo “parlare” ciò che dentro di noi non ha mai parlato. Quella voce che ti avverte che hai superato il limite, che il tuo io deve moderarsi. Quella voce che ti avverte che la spesa è ormai fuori controllo, che il tuo disavanzo non può più essere sorretto dal capitale. Una voce che non può e non deve essere vissuta come nemica. Renato la vive come un qualcosa di cui lui non deve avere pietà. Come fai ad avere pietà per la tua seppellita parte femminile? Qui non è questione di pietà, ma di rispetto e di Amore. Renato sentiva che se non avesse deciso di uccidere la sua voce interiore, questa sarebbe diventata distruttiva, lo avrebbe fatto soccombere. E quel delitto, come tutti i delitti, era irreversibile. E questo passaggio psicologico, questa delittuosa uccisione che Renato fa di se stesso dove avviene? Sulla “cresta del Non Ritorno”. Renato non poteva sapere che la sua “vittoria” sulla voce non poteva, e mai avrebbe potuto essere, definitiva. Le forze inconsce si ripresentano con le stesse domande alla prossima occasione. E ti presentano il conto.

Dopo quell’esperienza, Renato avrebbe dovuto non accontentarsi del semplice ricordo, ma avventurarsi in una rielaborazione interiore: non sono certo qui a dire che non l’ha fatto, non sappiamo se e come lui affrontò questa fondamentale tematica interiore. Ma i risultati di quest’eventuale travaglio purtroppo parlano chiaro: non rielaborò a sufficienza, non riuscì a veder chiaro l’avvertimento che gli era stato dato.

In tenda assieme abbiamo spesso parlato delle motivazioni che ci spingevano alla montagna e all’avventura. Come sempre, anche in queste chiacchierate Renato non si accontentava della superficie. In seguito lo dimostrò: affrontare imprese sempre più “impossibili” per progredire in questa sua ricerca di conoscenza. Era evidentemente convinto che più impegno, difficoltà e isolamento c’erano, più l’esperienza sarebbe stata rivelante. Ma fino a quel momento le sue grandissime imprese non avevano ancora il taglio “eccezionale” che invece avrebbero avuto dopo la nostra estate 1979 al K2. Quel che voglio dire è che la sua salita con Piero Radin al grande diedro dello Spiz di Lagunàz, o altre sue solitarie e invernali fatte fino ad allora erano sì grandissime salite, che entravano prepotenti nella storia: ma ancora non si era visto il Casarotto che invece si vide dopo! Le nostre chiacchierate dunque hanno avuto un limite, quello derivante dal fatto che il futuro nessuno poteva prevederlo. Non andammo oltre un certo livello. Posso dire che non bestemmiava (come invece fa una buona parte di veneti!), non imprecava, il suo linguaggio era sempre corretto. Un “porco boia” non faceva parte della sua cultura. C’erano pochi momenti in cui potevi affacciarti timidamente alla ricerca del Renato interiore. Che lui fosse in ricerca era chiaro, ma non si andava tanto oltre. Anche l’assenza di Goretta (e il non essere mai stato con loro per più che il tempo di una cena) non favorisce la mia esplorazione all’interno di Renato. Non so per esempio dire se la funzione di Goretta fosse più calmante o agitante, se soffiasse sul fuoco o lo moderasse. Di certo Renato l’amava, ma non so andare oltre. Il fatto che Renato non abbia mai avuto distrazioni non è sufficiente a tratteggiare che genere di amore fosse. E dai suoi scritti non si comprende molto di più.

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Dovendo rispondere alla consueta domanda “quale impresa di Renato è stata la più grande” sarei tentato di rispondere “quella che non ha compiuto, quella sul K2”. Ma non lo faccio, solo perché sulla Magic Line lui non era da solo. La squadra dei polacchi (che poi completò l’itinerario e giunse alla cima) era lì presente, e anche se mai si unirono, il loro lavoro non era mai del tutto indipendente.
La Ridge of No Return e la Nord dell’Huascaran si contendono questo primato, anche se ha poco senso paragonare 1000 a 999. Non ci sono unità di misura così precise. Per le Alpi, direi che la sua cavalcata solitaria e invernale al Monte Bianco, senza alcun deposito intermedio, su Ovest della Noire, Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e Pilone del Frêney sia al top. Però anche tante altre… francamente non mi va di fare classifiche!

Quando noi pensiamo a Renato oggi, in realtà siamo ancora ben lontani dal pensare tutto quel che dovremmo. Il quantitativo di vissuto d’esperienza e consegnato a noi non è stato ancora metabolizzato. Il pensiero che dedichiamo a lui è ridotto. Ho l’impressione che ci vorrà ancora un po’ di tempo, però magari non troppo, per sapere chi fosse quell’uomo. Un uomo che ha saputo pescare nel caos della nostra creatività in modo così geniale ed efficace, in anticipo sui tempi.

Io considero Renato Casarotto coma una specie di Michelangelo Buonarroti, un pittore e scultore dalla personalità e genialità così complesse da non poterle misurare solo attraverso le opere d’arte che ci ha lasciato. Le imprese di Casarotto le vediamo ma non del tutto. L’uomo purtroppo non c’è più, il libro che ci ha lasciato è bello, ma non era il suo mestiere dirci di più. Siamo noi che dobbiamo arrivare a lui e non viceversa. Come giustamente asserisce Peruffo, la scrittura primaria (e cioè l’agire in montagna e in ambiente) supera e comprende la scrittura secondaria (quella a tavolino). La scrittura primaria si rivela con lentezza. Un po’ come la creazione che ha impiegato milioni di anni e non ha finito neppure ora…

Non ci rimane che sperare in una replica: magari oggi, domani, qualcuno agisce come Renato. Chissà. Mi vengono dei nomi che lo ricordano, pochi ma ci sono. Certamente c’è qualcuno che non conosciamo. E se davvero questi, conosciuti o sconosciuti, lo ricordano, allora è giusto che siano un po’ sconosciuti… perché anche loro sono in anticipo sui tempi. Un nome? Uno come Denis Urubko ricorda Renato: noi siamo affascinati dalle sue imprese sugli Ottomila, ma non sappiamo nulla o quasi di ciò che ha saputo fare sulle montagne di casa sua, terreni a noi del tutto ignoti e per i quali non abbiamo termine di paragone. I suoi racconti ci parlano di avventure pazzesche… e noi siamo fermi a ciò che conosciamo o che crediamo di conoscere.

Casarotto apre con Gian Carlo Grassi la via sulla parete sud del Pic Tyndall (Cervino), 1983
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Il paragone con il free solo odierno è un confronto impossibile. Renato non avrebbe mai potuto fare le solitarie che ha fatto senza l’uso regolare dei sistemi di auto-assicurazione. La sua “lentezza” era dovuta a questa ragione. Non faceva mai lunghezze di corda superiori a una certa difficoltà (in genere il V grado) senza doverosa auto-assicurazione. Non concedeva nulla in questo campo. Era il suo metodo. Non dimentichiamoci che lui ha sempre arrampicato con gli scarponi più o meno rigidi, le scarpette di arrampicata le ha limitate alla falesia e alle Dolomiti e solo dopo il 1977. Con gli scarponi pesanti è d’obbligo l’auto-assicurazione. Il free-solo richiede una grande fiducia nel proprio equilibrio psico-fisico. Soprattutto nel proprio equilibrio interiore. Se solo c’è qualcosa che si rompe dentro, o si ammala, si fa bene a stare a casa. Dunque il discorso è lo stesso, anche le solitarie di Renato richiedevano questo equilibrio interiore. Anche le mie poche solitarie lo hanno richiesto: che mi auto-assicurassi o meno, ero convinto che non mi sarebbe successo niente! Lo sentivo, ne ero certo. Solo in qualche momento l’equilibrio era turbato, ma presto si ristabiliva. Il problema è che l’equilibrio oggi c’è, domani non si sa… A un certo punto, prima o poi, bisogna smettere. Il dialogo interiore sotto alla vetta del McKinley, il successivo piccolo incidente nel crepaccio, hanno dato il tempo a Renato di tornare e meditare. Tempo che è stato speso forse come era purtroppo destino: ma c’è sempre il momento in cui passa il treno del cambio di destino. O lo si prende o non lo si prende. A oggi sembra che Auer il treno non l’abbia perso, vedremo cosa farà Alex Honnold… e così le centinaia di grandi che in questo momento affollano le cronache alpinistiche. Dobbiamo solo trovare il punto in cui il nostro io possa definirsi appagato e non andare oltre. O meglio, trovare altre strade. Evolversi, dimostrare altro.

Renato Casarotto parte per il suo ultimo tentativo alla Magic Line del K2
Casarotto2-versoSellaNegrotto-1975250_478390405623515_851160942_nOgni occasione di nuovo progetto deve essere valida per rimettere in discussione il nostro equilibrio. Le solitarie in free-solo sono agghiaccianti perché coinvolgono direttamente lo spettatore, che è chiamato, proprio per non soffrire di fronte allo spettacolo, a dare la sua fiducia incondizionata allo scalatore solitario. La nostra fiducia, quella vera, la diamo raramente. La diamo quando c’innamoriamo, qualche volta nel lavoro… ma in genere non siamo così disponibili a “fiduciare” il prossimo. Ecco il perché di tante critiche all’alpinismo solitario. Siamo avari di fiducia e la cosa, a ben vedere, ci danneggia. Ci immiserisce.

Il corpo di Renato non riposò in pace. Riapparve alla luce e nel 2004 fu necessaria una seconda triste funzione
Casarotto2-K2scienza.18Il ritorno dalla Magic Line per Renato era definitivo. Il 15 luglio 1986, ormai al terzo tentativo e raggiunta quota 8300 m, Renato si arrese e decise di scendere. Era un crollo dal quale lui sentiva difficilmente avrebbe potuto rialzarsi. Quella che qualcuno definisce l’“accidentale” caduta del 16 luglio nel crepaccio fatale è la malaugurata e ineluttabile conclusione di un processo iniziato sul McKinley due anni prima. La salita della Magic Line, a mio modo di vedere, per Renato non era più solo una sfida alla Natura e a se stesso. C’era anche il confronto con gli altri. C’erano i polacchi (Wojciech Wróz, Przemyslaw Piasecki e lo slovacco Petr Božik avrebbero raggiunto la cima il 3 agosto), la sua mente era ingombra delle esigenze dello sponsor (anche se difficilmente possiamo dare colpe a quest’ultimo)… poi c’era l’ombra di Reinhold Messner! C’era tutto un complesso di ragioni che potevano solo far peggiorare la malattia di cui ormai Renato soffriva: l’allontanamento dalle profondità di se stesso, il deterioramento di un rapporto così a lungo proficuo. Per questo parlo di crollo quando vedo Renato riconoscere il proprio fallimento sulla Magic Line della sua vita. E’ facile per noi dire che non dovrebbe esserci mai alcun fallimento in grado di far fallire la nostra vita, o in grado di costruire una serie di eventi che portano quasi il soggetto a sentirsi libero solo di fronte alla sua stessa morte.

E’ facile, troppo facile, dimenticare la dimensione-gioco dell’alpinismo. Anche il rugby è un gioco. Magari violento, rude e faticoso. Però è un gioco. L’alpinismo è ancora più violento, ma non possiamo accettare che sia un gioco che ti fa dismettere la vita, soprattutto se lo fa quando si è capito di aver perso la partita.
E soprattutto quando ciò succede dopo undici anni di continui successi. Come si fa a dichiararsi falliti dopo una vita di lotte, qualche sconfitta ma decine e decine di vittorie? Ecco perché fa così male, perché noi non accettiamo che lui possa aver fallito. Lui sì, noi no.

Su Wikipedia, biografia e salite di Renato Casarotto.

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/‎

Marco Anghileri e Goretta Casarotto

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1

 

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 1 (1-2)
Da un colloquio con Davide Riva

Fino a che Renato Casarotto non sfondò il muro del suono con la salita (8-11 giugno 1975) del diedro occidentale dello Spiz di Lagunàz (che solo l’anno precedente avevo individuato io dalla Quarta Pala di San Lucano e che naturalmente era nei miei programmi), il suo nome mi era perfettamente sconosciuto. Non sapevo per esempio che la sua prima grande salita fosse nientemeno che la terza invernale alla via Solleder del Civetta (con Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari, nel dicembre 1972). Così, tanto per cominciare.

Ho conosciuto Renato solo nell’autunno del 1978, non ricordo dove, probabilmente in una qualche occasione pubblica, forse alla preselezione per i corsi Guida. Quattro parole, in cui però apparvero chiari il reciproco rispetto e la stima. Poi, nel dicembre, quando con Reinhold Messner si parlò di una mia partecipazione alla spedizione della Magic Line al K2, già in quel momento considerata ben oltre un progetto, quasi una via mitica, si fece il nome di Renato. Così fui io a contattarlo e lui accettò entusiasta. Mentre parlavamo al telefono emerse che entrambi non volevamo rinunciare ai corsi per Aspirante Guida, almeno a quelli non coincidenti temporalmente con la spedizione.

Goretta e Renato Casarotto al campo base del Gasherbrum II, 1983
Casarotto-campobaseGasherbrumII-1985-RG-480x330Entrambi avevamo il problema di non essere così bravi a sciare, avevamo bisogno di migliorare la tecnica, avvicinarla allo standard della Guida Alpina. Così lo invitai per qualche giorno in una casetta da me affittata nei boschi sopra Champoluc, un posto che si chiama “le Fate Nere”, per fare qualche scialpinistica assieme.

Dopo qualche giornata passata piacevolmente, c’eravamo pienamente resi conto che dovevamo essere aiutati. Non c‘era bisogno che qualcuno ci giudicasse, lo vedevamo da soli che la nostra tecnica era in difetto per un corso Aspiranti Guida, anche se le preselezioni le avevamo passate. Approfittammo dell’invito del comune amico Lorenzino Cosson, che già allora era guida a Courmayeur. Renzino ci diede l’esempio di come si scia in neve fresca, cercò di toglierci i più vistosi difetti: insomma in quelle due meravigliose giornate potemmo cogliere almeno una prima chiave d’ingresso nel meraviglioso mondo della polvere. Lasciato il guscio degli autodidatti, ci prendemmo gusto e andammo ancora assieme e per altri due giorni da un altro mio amico, guida e maestro di sci, in una valle del Cuneese.

Quei giorni passati in compagnia, nonché i viaggi in auto, ci hanno fatto chiacchierare parecchio: così è nata l’amicizia tra noi. Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà. Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. Lo avrebbe dimostrato con quelle grandi imprese solitarie e invernali, isolato e in piena autosufficienza: giorni e giorni di continuo impegno psicofisico. Già da quelle poche giornate assieme avevo capito che lui aveva una volontà molto superiore alla mia.

Non si può essere portatori di così grande volontà se non sei governato da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla. Con quell’onestà interiore Renato si poteva permettere quel genere di volontà, perché quasi ne aveva diritto. Sapeva di poter volere, si dava da solo il permesso di una volontà gigantesca, grazie al fatto che nel trattare con gli altri era permeato della sua rettitudine, del suo fair play.

Ciò implicava che le sue amicizie fossero abbastanza rare, le amicizie tipo quelle odierne di Facebook non facevano certo per lui. Lui dava l’amicizia quando sentiva che era il caso: solo allora si concedeva, si apriva.

Lo spigolo nord dell’Anticima del Broad Peak. Oltre la fine della linea rossa, che mostra la via di Renato Casarotto (e la variante di discesa), è la vetta settentrionale del Broad Peak
Casarotto-Broad-Peak-Nord
L’etica di Renato non coincideva con ciò che possiamo aver filtrato dopo questi decenni di alpinismo. Oggi agire eticamente significa salire una qualche parete seguendo determinate regole e non praticando le scappatoie che queste regole loro malgrado lasciano aperte. Mi viene in mente Matteo Della Bordella che nell’estate 2014 in Groenlandia, dopo undici giorni di avvicinamento in canoa, assieme a compagni ancora più invasati di lui pensa, di fronte a una meravigliosa parete inviolata, all’on-sight. Una volta questo era inconcepibile. La gioia del successo può anche essere lesa dal fatto che ci si sia attaccati a un chiodo, ma queste sono regole moderne. Renato non aveva questi codici, non era ancora stata praticata questa feroce divisione tra libera e non libera, tra l’attaccarsi a un friend o non attaccarsi. L’attaccarsi a uno o più chiodi, per le grandi salite non era un problema. Badava a questo solo in caso di salita su falesia o su parete alpina: e comunque dove Casarotto dava settimo grado stiamo pure tranquilli che stava parlando di arrampicata libera, anzi liberissima! Era sulla Nord dell’Huascaran che di certo non badava a questi dettagli. La vera etica per lui era l’isolamento. In un’epoca in cui non esistevano telefonini e satellitari, l’unica concessione era la rice-trasmittente. Per parlare con la moglie. Un’equipe davvero ridotta all’osso, meno di così non si può. Questa era la sua etica, che pochi potevano condividere in pratica. La sua solitudine di certo era una necessità prima di tutto, non era da solo per una scelta “etica”: era da solo perché l’eventuale compagnia gli avrebbe procurato un disagio dovuto a etiche differenti. Anche lui avrebbe preferito un compagno ideale alla sua solitudine, ma questo compagno ideale non è mai apparso. Renato si è modellato l’etica sul suo stesso carattere. Sappiamo bene che aveva amici con cui faceva in montagna cose anche grandi: ma per le grandissime non li ha mai trovati. Vuoi per le capacità tecniche di costoro vuoi per la loro volontà non sufficiente all’enormità dei progetti di Renato. Questi era divorato dal fuoco creativo, sono tanti ad aver provato questo modo di essere. Ma chi per una volta sola, chi per un anno, chi per due o tre: raramente per una decade o anche più.

L’etica di Renato era legata all’estetica. S’innamorava delle linee che gli balzavano all’attenzione. La Ridge of No Return la “vide” su una fotografia nell’ufficio dei ranger, ormai nel Parco del Denali. Ricordo quando eravamo sullo Sperone degli Abruzzi del K2, lui era lì, angustiato dalla decisione che la spedizione aveva preso, solo lui contrario, di abbandonare la Magic Line. Noi eravamo convinti che in sei mai ce l’avremmo fatta, lui al contrario ne era sicuro. Era con me sullo Sperone, ma la sua mente era altrove. Era disinteressato, e lo dimostrò ammalandosi di bronchite e rinunciando quindi a un progetto che non era il suo. Forse meditava già allora la sua rivincita solitaria. E mentre eravamo lassù, di fronte a noi era l’incredibile spigolo nord del Broad Peak, di una rara dirittura estetica. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse “solo” all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la continuazione alla vetta dell’Ottomila Broad Peak, continuazione che fu poi percorsa molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord). Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello. E negli anni a venire andò e lo salì!

In alto sullo spigolo nord del Broad Peak, Renato fotografa la sua tendina
Casarotto-Broad Peak First Ascent North Summit 1983 - Renato Casarotto Tent At 6850m - iborderline.netIo ero di certo più legato ai concetti vecchi, la cima, l’Ottomila. Ai miei occhi quello spigolo era sì bellissimo, ma forse non degno delle mie attenzioni perché segnato dal “peccato originale” di non arrivare in vetta: la continuazione alla cima era così illogica nella sua enorme lunghezza da “contaminare” la meravigliosa struttura dello spigolo. Pensavo alla difficoltà che avrei avuto nel digerire l’assenza della vera vetta una volta in punta all’Anticima. Lui era avanti! Lo ha sempre dimostrato, anche in quell’occasione. Mentre usciva dalla tenda del campo 2, magari per pisciare, Renato guardava lo spigolo nord del Broad Peak, e sognava quella solitudine che lì al K2 non poteva avere.

Se mettessimo Renato oggi sul Fitz Roy, una montagna oggi certamente più “affollata” di allora, perfino il suo Pilastro Goretta non gli potrebbe garantire completa solitudine. Questa Renato dovrebbe oggi cercarla altrove, su altre montagne. Se oggi, all’Everest, ti sbucci un dito dopo pochi minuti lo sanno tutti gli sherpa, lo sanno anche a Kathmandu. Ma se tu oggi avessi un incidente su altre montagne, rischieresti seriamente che nessuno lo sappia, esattamente come ai tempi di Renato: e magari, anche sapendolo, nessuno riesca ad aiutarti. La solitudine c’è ancora sul nostro pianeta, ce n’è anche tanta. Lui sapeva cercarla molto bene, con obiettivi che trovava con osservazione diretta (Broad Peak) ma anche e soprattutto con ricerca fotografica, vedi Alaska.

La spedizione Messner al K2 era davvero internazionale: quattro membri di madre lingua germanica (Messner, Robert Schauer, Friedl Mutschlechner e Michel Dacher), due italiana (Casarotto e Gogna), dove Dacher e Casarotto parlavano solo la loro lingua, senza l’inglese a unirli agli altri. Questo non era un problema per le grandi decisioni, lo era per le piccole cose di ogni giorno, per gli isolamenti che si creavano nell’isolamento. Occorre aggiungere anche che la presenza di Joachim Hoelzgen, giornalista di Amburgo per lo Spiegel, dell’ufficiale di collegamento Mohammed Tahir e perfino quella del cuoco baltì, Rosalì, contribuivano all’isolamento di Renato. Personaggi intelligenti, decisamente fuori dagli schemi del giornalista, del militare e del cuoco, che se richiesti davano il loro parere, ascoltato. Ma alzavano numericamente la soglia di una “maggioranza” dalla quale Renato per questioni non solo linguistiche si sentiva escluso. Rimanevo solo io il contatto.

Il 12 giugno 1979 un nostro portatore cadde in un crepaccio e morì: faceva parte del gruppo inviato a controllare che l’accesso nord-ovest alla Sella Negrotto (da cui inizia la Magic Line) fosse più comodo di quello a sud-est. La cattiva notizia dell’inopportunità di cercare l’accesso alla Sella Negrotto da nord-ovest si aggiunse alla tragedia. Negli stessi giorni Messner e Mutschlechner fecero una ricognizione sulla parete sud e conclusero che la sua pericolosità non potesse essere ragionevolmente affrontata (era la futura via Kukuzcka). L’osservazione ulteriore con i binocoli aveva convinto, prima di tutto il capo-spedizione Messner, che il nostro progetto sulla Magic Line, con i mezzi che avevamo a disposizione, non aveva alcuna possibilità di successo. Si arrivò a una votazione, dove cinque membri decisero di rinunciare e uno solo (Renato) votò la continuazione del progetto originario. Si percepiva che, pur non votanti, anche Hoelzgen, Tahir e Rosalì stavano dalla parte della maggioranza. Renato fece buon viso a cattiva sorte, accettò la decisione dei compagni. Ma di notte in tenda si confidava con me, e so bene quanto lui in realtà fosse davvero contrario a quella decisione. Anche quella notte al Campo 1, una bufera spaventosa dove non dormimmo un minuto, aggrappati alla paleria della tenda.

Appoggiato al corpo del Fitz Roy è l’elegante Pilastro Goretta. La via di Casarotto continua fino alla vetta. Foto: Gian Luca Maspes
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Io gli dicevo che fare comunque la quarta ascensione della montagna, senza portatori, senza ossigeno, sarebbe stata una bella “consolazione”; gli dicevo che secondo me Messner temeva l’arrivo dei francesi, la grande spedizione nazionale di Bernard Mellet, anch’essa diretta alla Magic Line, il triplo della nostra e con gente di prim’ordine. Se quelli fossero arrivati con noi ancora in pieno assedio, ne avrebbero approfittato e magari sarebbero riusciti ad arrivare in cima (prima di noi e magari senza di noi) grazie al nostro lavoro di un mese di attrezzatura e al nostro sfinimento…

Renato mi rispondeva che avevo ragione… ma che noi eravamo andati lì per la Magic Line! Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi.

A noi due di certo non importava nulla dei francesi. Pensavo: noi attrezziamo, se poi arrivano i francesi e, più freschi, ci soffiano la “prima”, pazienza. La competizione per me non è mai stata una molla così decisiva. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

La bronchite gli durò giorni e giorni. Lui, infermiere, si curava da solo, il nostro medico, una delle fidanzate di Messner, Ursula Grether, non era neppure arrivata al campo base perché il quinto giorno era caduta sul sentiero e si era fratturata una caviglia. Evacuata con elicottero. La spedizione era dunque anche senza medico!

Così finì la spedizione per Renato, la malattia subentrò al chiodo fisso della sua contrarietà all’abbandono della Magic Line. La discussione si era svolta in termini del tutto civili, ma i pareri erano decisamente opposti, e destinati a rimanere tali. La successiva salita di Messner e Dacher alla vetta, il fallimento dei francesi non riuscirono a modificare questa situazione. Al ritorno in patria qualche parola di troppo sfuggì a Renato in qualche intervista, ne nacque un diverbio con Reinhold del quale ho sempre evitato di voler conoscere i particolari, convinto che non si deve litigare per interposta persona (la stampa) ed è sempre meglio farlo faccia a faccia. Insomma, mi dispiacque molto.

Il fantastico diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz
Casarotto-diedro-san-lucanoRenato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bull-dozer. Non so dove prendesse il carburante… ma benzina ce n’era sempre. Qualunque cosa facesse, era fatta bene, con efficienza e regolarità. Come se il compito del mattino dovesse essere archiviato con successo in serata. Non che gli altri non facessero così, ma magari l’atteggiamento era diverso: era più facile introducessero elementi di creatività. E io mi metto tra quelli.

Al nostro ritorno, già poche settimane dopo eravamo di nuovo assieme in stanza per il secondo dei tre corsi di Aspirante Guida, quello su ghiaccio e misto, in Val Masino. Il primo, quello del tanto temuto scialpinismo, si era tenuto a Bormio in aprile, e l’avevamo passato. In settembre dunque arrampicammo su Nuova Dimensione, una placca in Val di Mello che allora era considerata ai massimi per le vie di aderenza sprotetta; salimmo assieme, e con noi erano altri quattro, su una via nuova, il Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. Dovevamo salire in cima per la Corda Molla, nell’imitazione di una normale salita con cliente: di fatto ci stava un po’ stretto quel compito, con una meravigliosa giornata come quella. Così, quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: – Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?

La modalità “rivoluzionaria” con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.

Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. E dirò di più: non è compresa appieno neppure adesso a quasi trent’anni dalla sua morte. Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. Questo silenzio, ovviamente non certo voluto, è la traduzione psicologica di un fatto che ci ha colpiti a livello interiore. L’emozione che si verifica al seguito di una notizia se va in profondità provoca un certo pudore nel parlarne. Al contrario, è regola psicologica che si parli oltremodo di fatti di cui non si è del tutto convinti interiormente: la propaganda è la miglior prova di assenza di emozione e convinzione. Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.

Anche nel caso di Peter Boardman e Joe Tasker, che nel 1976 vinsero la parete nord-ovest del Changabang, ci fu un non adeguato rumore stampa al seguito della loro impresa. E anche in altri casi. Non è colpa dei giornalisti (parlo di quelli del settore), preparati o impreparati. E’ proprio responsabilità della comunità alpinistica del tempo, che è pronta o non è pronta. La “quantità di immaginario” (come la definisce Alberto Peruffo) che ci stava consegnando Renato era tale che a noi risultava impossibile perfino ripeterla a pappagallo. Ci entrava dentro, ci allagava. E noi non dicevamo nulla, proprio per una forma di compensazione psicologica. Per non essere del tutto sopraffatti.

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone. Casarotto la salì in prima solitaria invernale, marzo 1985
CasarottoFoto-1Credo che il destino delle grandi imprese sia legato al momento in cui queste verranno ripetute. Al momento, la stragrande maggioranza degli exploit di Renato non ha visto ripetizioni di sorta. Il muro di silenzio non è totale ma è sufficiente a “velare” la reale importanza delle imprese di Renato: verrà abbattuto solo da quelli che ne seguiranno le tracce. Questi saranno costretti ad affermare ciò che allora non fu detto, e cioè che Casarotto era il più forte del suo tempo. E, vista la credibilità dei signori che lo faranno, non ci sarà altro che supina accettazione, con immediato rinnovo di interesse verso la sua figura. Non posso dirlo io, che sono un suo contemporaneo. Lo deve dire un giovane di oggi.

Nel mio piccolo, la mia via al Naso di Zmutt è stata finalmente ripetuta da italiani. In 45 anni c’erano state sette ripetizioni, tutte di alpinisti svizzeri o francesi. Nel settembre 2014 Marco Majori, François Cazzanelli e Marco Farina hanno fatto in due giorni la nona ascensione. I loro commenti sono stati entusiastici, probabilmente non si aspettavano certi aspetti di quella salita: e sono i loro giudizi a contare oggi, a modificare dunque il percepito di una comunità alpinistica nei confronti di un’impresa compiuta così tanti anni prima. Non intendo per nulla paragonare questa piccola cosa all’imponenza dell’operato di Casarotto, ma il meccanismo è il medesimo: dopo un bel tot di anni certe cose sono “riscoperte”. In Italia è stato necessario che degli italiani ripetessero la Gogna-Cerruti, non era sufficiente che i più forti svizzeri e francesi lo avessero fatto e ne fossero usciti con gli occhi incrociati. Anche qui è una questione di lingua e di comunicazione. Nelle mie serate, nei miei libri non ho mai taciuto di quella salita, eppure non sono mai riuscito a infiammare nessun italiano, prima d’oggi. Dal che consegue un’ipotesi: se Casarotto, invece che italiano, fosse stato a esempio inglese, probabilmente non sarebbe stato così evidente l’involontario ostruzionismo a un giudizio più realistico sul suo operato: il pudore collettivo sarebbe stato più tenue. Il fenomeno che sto tentando di denunciare, quello del silenzio su ciò che più ci colpisce, sarebbe stato comunque avvertito, ma sarebbe stato meno violento. Un caso simile è quello di Charlie Porter, le cui imprese solitarie hanno preceduto e probabilmente ispirato quelle di Casarotto. Anche Porter, pur essendo americano, è stato abbastanza “recintato” in quella zona della comunicazione che tiene “sotto controllo” un evento: nel momento in cui lo si comunica si chiude il cancello invece di spalancarlo. Casarotto non ha avuto il “culo” di nascere anglofono: se lo avesse avuto, gli anni necessari alla sua futura “esplosione mondiale” sarebbero stati meno. E si sarebbe più vicini a quella consacrazione che al momento vedono in pochi.

Nella foto famosa di Bradford Washburn si dipanano i 5 km di Cresta del Non Ritorno

Casarotto-aaj-12198517200-1405527323Anche io ho fatto delle salite da solo. Ma non sono mai stato un solitario. Non che nell’azione senza compagni non mi trovassi bene: se così fosse stato sarei tornato indietro. Al mio tempo, fine anni ’60, c’erano dei problemi da risolvere. In quei due o tre casi di mie salite solitarie di una certa importanza devo riconoscere che se ho saputo cogliere il momento è stato perché c’era la sensazione che i vari Walter Bonatti o René Desmaison avessero per puro caso lasciato in sospeso la risoluzione di quei problemi. Loro avevano indubbiamente le capacità di risolverli. E altri erano lì a ronzare attorno, ho visto io stesso Gary Hemming, solo sul ghiacciaio del Leschaux, tornare da una ricognizione alla Nord delle Grandes Jorasses. Insomma, era nell’aria. Ma erano salite, per così dire, “flash”. Vado, l’ammazzo e torno. Renato faceva prime ascensioni da solo. Magari anche d’inverno. Era veramente su un altro pianeta. Io non riesco neppure a immaginare cosa significhi compiere un’ascensione di quel genere, stando da solo per settimane. Ciò che posso testimoniare è che, quando si è da soli, le capacità che abbiamo di adattamento all’ambiente sono acuite. Sensibilità al pericolo, prontezza di riflessi, tensione generale. In tutte le piccole e grandi azioni della giornata, dall’attenzione che poni nel non far cadere la tua pentola nel vuoto a una protezione che devi mettere, dalla cautela nel tirar su la cerniera della giacca imbottita per non danneggiarla e renderla inservibile al passaggio che devi fare più difficile degli altri. La solitudine ti costringe a sottolineare qualunque azione, con una concentrazione che normalmente non si usa.

Quando Hansjörg Auer ha salito il Pesce in Marmolada da solo lo ha fatto con le sole scarpette e il sacchettino della magnesite, senza imbrago, senza un cordino. In un secondo tempo c’è tornato per fare fotografie, ma la prima volta era del tutto solo e praticamente “nudo”. Vuole dire che lui si sentiva preparato a fare una salita di 900 metri di tale difficoltà, fino al 7a+. Questa è la decisione di chi sa di avere ancora margine. Immagino che la sua concentrazione fosse “esagerata” (non nel senso che fosse troppa, ovviamente). La sua scioltezza e la sua velocità di esecuzione erano sorrette da questa concentrazione. Prendi lo stesso Auer, dagli una corda, un compagno, delle protezioni intermedie: avrai un capocordata rilassato che danza sul Pesce, la sua concentrazione sarà “necessariamente” e senza dubbio alcuno inferiore alla sua stessa concentrazione durante l’impresa in free solo.

E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni. Chi l’ha provato sa che è un grande piacere sentirsi a quel modo, è davvero eccitante: al contrario dell’anfetamina, è un’eccitazione sana perché autoprodotta. Ti sei dimostrato da solo in grado di reggere a quell’eccitazione. E’ una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi. Può essere una droga per la quale si fa e si rifà la grande avventura: ma quando in fondo al tuo cuore sai che in quell’occasione, in quelle condizioni di concentrazione spasmodicamente serena, davvero non hai rischiato più di tanto, beh, allora è il piacere estremo, la gioia insuperabile. Tutti possiamo arrivare al termine di un’impresa. Ma quanto hanno rischiato? Nessuno può dirlo giudicando gli altri, solo i diretti interessati possono farlo, se lo ritengono opportuno. Sono domande che dobbiamo farci da soli e alle quali dobbiamo rispondere con sincerità, con semplicità. Io sostengo che la gioia è di tanto più grande quanto alla domanda si può rispondere serenamente di non aver rischiato. Chi ha rischiato un casino sarà anche contento di esserne uscito, ma di certo non sfiora neppure la gioia suprema di chi può rispondere diversamente. Ecco, la solitaria ingigantisce queste situazioni. I compagni portano amicizia, divisione di responsabilità, scambio d’idee: sono cose belle, che contano. La solitaria esclude tutto ciò, rimane solo la concentrazione a spadroneggiare e a evolversi fino a migliorare anche le capacità di auto-analisi dell’alpinista: alla fine di un’ascensione la domanda deve essere sempre: quanto ho rischiato? E la risposta deve essere ancora più schietta della domanda, perché il tentativo di imbrogliare noi stessi non è mai foriero di buone cose.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

La gigantesca parete nord dell’Huascaran (Ande peruviane)
Casarotto-huascaran_nord

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Il Naso di Zmutt in solitaria

Solitaria alla Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (12-13 luglio 1982)
di André Georges

Michel Vaucher nel suo libro Le 100 più belle salite delle Alpi Pennine la descrive così: «Centesima salita della nostra scelta di difficoltà progressiva, la via del Naso di Zmutt è eccezionale per numerose ragioni. Via d’eccezione il Naso di Zmutt lo è per l’insieme e il cumulo di problemi che pone all’alpinista. Essa comincia per una severa scalata mista, roccia e ghiaccio, che si svolge al riparo da pericoli oggettivi poiché è protetta dalla grande parete verticale o strapiombante del “Naso”. Superare la parete del “Naso” è un’impresa lunga e difficile, a causa dell’esposizione e per il fatto che la roccia non molto solida non si lascia chiodare facilmente. L’uscita infine è senza dubbio meno esposta, ma si svolge in un ambiente da parete nord nei paraggi della Cresta di Zmutt. Il dislivello importante, la configurazione del terreno, l’altitudine, le difficoltà varie e sostenute, l’impegno totale: queste sono le caratteristiche della via Gogna e Cerruti che non può ammettere che alpinisti molto competenti e agguerriti, capaci di far fronte a tutte le situazioni possibili. Un’azione di salvataggio in parete sarebbe in effetti molto aleatoria. Per tutte queste ragioni il Cervino per la Gogna-Cerruti regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna».

André Georges con la compagna Rosula Blanc e il loro cane Anuun
Georges-1710Ci furono numerosi tentativi prima del successo di Alessandro Gogna e Leo Cerruti nel luglio 1969. Fu al prezzo di più giorni di sforzi e con installazione di corde fisse che essi vennero a capo della loro salita. E fu la stessa cosa per la prima invernale. Le prime ascensioni del Naso di Zmutt sono state sempre fatte con delle corde fisse. Bisognerà aspettare un buon numero di anni perché la salita sia compiuta da una cordata tradizionale.

Nota di Alessandro Gogna: l’affermazione di Georges è falsa per ciò che riguarda la mia salita con Leo Cerruti. Nel tentativo con Gianni Calcagno del 1968 arrivammo in cinque ore a superare il terreno misto di 400 m. Nessuno ci aveva mai messo piede. Nell’ottobre successivo la squadra di Minuzzo, Mauro, Albertini e Patrile lavorò sullo stesso terreno ricoprendolo di corde fisse e arrestandosi all’inizio della parete verticale, esattamente dove eravamo arrivati noi in cinque ore. Nel luglio dell’anno dopo, quando effettuammo la prima ascensione, vedemmo bene gli spezzoni delle corde lasciate dai valdostani ma non ce ne servimmo per via del deterioramento subito nell’inverno e nella primavera. Poi, in tutta l’ascensione vera e propria, noi non usammo alcuna corda fissa, non avevamo altro che due corde e un cordino. Tutto ciò è ampiamente documentato nel mio libro Un alpinismo di ricerca, che evidentemente André Georges non ha letto, sicuramente per questioni di lingua. Se poi lui ha trovato altre corde fisse, allora deve attribuirle esclusivamente ai salitori invernali, Edgar Oberson e Thomas Gross.

Il dislivello è di 1050 metri per tre zone ben distinte, 400 metri di terreno misto, 400 metri di parete  verticale o strapiombante e 200 metri sulla parete nord vicino alla Cresta di Zmutt. Difficoltà ED+, salita di ampio respiro che richiede qualità alpinistiche molto complete. La relazione da un decina di passaggi di sesto grado e in più della scalata artificiale a volontà. Leggendo la descrizione dell’itinerario ci si pone delle domande. Per l’orario, Michel Vaucher dice: «La salita deve essere possibile in tre giorni con due bivacchi poiché molto materiale è rimasto in posto dopo la prima invernale».

André Georges ed Erhard Loretan
Georges-3037960Con tutte queste indicazioni si è un po’ scettici. Oso andarci?
Sono sempre stato attirato da questa parete austera e impressionante. E ogni volta che passavo in zona la guardavo col binocolo. Soprattutto dalla capanna Schönbiel, passavo lunghi momenti ad osservare tutti i dettagli della parete. Avevo una visione completa dell’ascensione. Tutte queste osservazioni erano soprattutto una preparazione psicologica. Quando si è sulla via, il percorso si individua difficilmente a causa della verticalità e dell’ampiezza della parete. Col passare delle osservazioni e delle riflessioni, mi familiarizzavo con questa parete. All’inizio, quando pensavo a questo progetto, mi pareva del tutto pazzesco e invece, col passare del tempo, è diventato qualcosa di realizzabile nella mia mente.
Avevo ragione, e l’ho realizzato. Poco a poco, l’idea è maturata e sono partito per il Cervino.

L’ultima funivia mi conduce allo Schwarszee. Salgo alla capanna Hörnli; questa volta vado. Alla capanna sono invaso a momenti da una sentimento d’inquietudine. Dormire è impossibile, non smetto di andare e venire. Il mio sacco è pronto, tutto è sistemato con precisione per il primo mattino, ma salgo e scendo le scale per un nuovo controllo. Il pensiero di questa ascensione ha distrutto il mio equilibrio. Che ora è? Il tempo passa lentamente, poi più veloce. Ne succedono di cose nella mia testa durante la sonnolenza: salgo tre volte la Gogna nella notte. Le idee girano in un totale disordine. Improvvisamente il piccolo rumore del mio orologio-sveglia mi tira via dai miei sogni. Rimbalzo dal letto come una molla. Mi vesto, mi carico il sacco sulle spalle e scivolo fuori nella notte. Dopo appena una mezz’ora di marcia, una grande caduta di pietre davanti al mio naso viene a disturbare la mia tranquillità. Grazie per l’accoglienza! Questi blocchi venivano dalla via normale e sono scivolati giù dal pendio di neve che si utilizza per raggiungere la base della parete nord. Fortuna sfacciata, cinque minuti prima mi sarei trovato sull’asse della caduta. Aspetto un momento, tutto ha ripreso la sua calma, esito, qualche passo incerto e mi lancio più velocemente possibile in queste due lunghezze di ghiaccio ripido che portano sul Matterhorngletscher, sempre pronto a mettermi il grande zaino sulla testa a guisa di protezione. Attraverso il ghiacciaio evitandone i crepacci e raggiungo la terminale alle sei di mattina. Il morale è super, ora andrei in capo al mondo! La terminale è difficile, un muro di ghiaccio verticale dove progredisco grazie all’ancoraggio delle mie piccozze. Un pendio glaciale e le prime rocce si raddrizzano in modo inquietante al di sopra. Qualche passaggio è difficile ma riesco a progredire lentamente senza assicurazione. Il pendio si addolcisce: bei passaggi misti. Da qui il muro del Naso di Zmutt è impressionante; lo strapiombo al termine del muro è in alcuni punti di cento metri, a tal punto che le rare pietre che cadono dalla cima della parete fanno una caduta di 500 metri senza toccare la roccia. Qui almeno non ho più preoccupazioni per la caduta di pietre. Poso lo zaino, fisso la corda e salgo regolarmente tirando il prusik sulla corda per autoassicurarmi. Salire, scendere in doppia e risalire col sacco recuperando il materiale lunghezza dopo lunghezza. Arrivato su una bella piattaforma, mi ci installo, sono già le diciotto. La fatica comincia seriamente a farsi sentire, mi preparo il bivacco, un bel raggio di sole viene a sfiorarmi – il solo della giornata – ed è ben piacevole. Con l’amaca ben tesa, la notte sarà buona. Sono appollaiato come un’aquila con 700 metri di vuoto sotto le chiappe. Mi sento bene in questo mondo da pazzi. Dal mio nido osservo alcune colate che cadono nel vuoto a cinquanta metri dalla parete. Il grande strapiombo è proprio sopra di me. Sveglia alle sei, un panino e partenza! La nozione della verticalità è persa. I passaggi sopra di me mi sembravano semplici ma quando ci arrivo è il contrario, tutto è strapiombante e complicato. Marcia o compatta, con o senza fessure, la roccia non smette di cambiare lunghezza dopo lunghezza. L’uscita del Naso è veramente spettacolare ed esposta. Là il solitario non ha interesse a fare delle errate manovre di corda poiché potrebbe restare appeso nel vuoto e attendere il disgelo. Tre volte la manovra acrobatica per venir fuori da questo grande tetto. Ho avuto ben più filo da torcere del ragno. Ho sì cercato di imitarlo, ma in modo vergognoso…

Georges-9782828911935All’uscita del Naso, il terreno è più facile: lo stesso della parete nord classica. Posso progredire di nuovo senza assicurazione. Alle undici calco la cima del Cervino.

Mi sono impegnato al massimo lungo tutta la salita ma non arrivo a credere di essere riuscito a realizzare la Gogna in solitaria. Una salita di questa importanza è un’altra vita, una storia che non so più se fa parte di me. La concentrazione era talmente grande che io ero in un altro mondo in quei due giorni. Comunque il mio chiodo fisso si era concretizzato.

Per notizie su André Georges vedi http://www.andregeorges.ch/

postato il 14 ottobre 2014

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La montagna e io

La montagna e io
di Giorgio Anghileri
Questo articolo è apparso per la prima volta sulla Rivista del CAI, set-ott 1997, in seguito ancora sulla rivista Uomini e Sport, n. 14, marzo 2014.
Giorgio lo scrisse sei anni prima del suo tragico incidente, quando nel maggio 1997 fu travolto con la sua bicicletta da un TIR nei pressi di Lecco. Aveva 27 anni.
Il 1991 è stata una stagione irripetibile per Giorgio Anghileri. Qui lui ce la racconta, senza citare altre salite come la solitaria della strepitosa via Paolo Fabbri 43 in Val Qualido.

giorgio0002Non so perché ho fatto tutte queste grosse cose in montagna, tutte insieme nell’estate di questo 1991. E neppure so perché adesso mi metto scrivere di me, nei miei rapporti con la montagna e l’alpinismo: forse una e l’altra cosa sono da mettere in relazione al fatto che tra poche settimane, in dicembre, partirò per il servizio militare. Fare il militare di leva oggi come ieri, anche se oggi non è impegnativo e tremendo come dicono che fosse ieri, significa rompere un po’ con il passato, cambiare certe abitudini e modi di pensare.

Tutto questo deve avermi indotto a fare il punto sulla mia situazione di ragazzo tutto preso da una passione incontenibile per la montagna, risalendo alle sue origini per proiettarla in un futuro che è sempre difficile prevedere.

A casa mia la montagna è presente da sempre, divenuta intimamente una componente di vita: alpinista il nonno Adolfo e papà Aldo, corre sulle nostre orme anche Marco, il fratello minore. Già a 13/11 anni arrampicavo da primo di cordata in Grigna e al Resegone, a 16 anni cercavo traguardi più impegnativi in Dolomiti. Fino a 18 anni mi alterno al comando della cordata, ed i miei compagni a volte sono mio padre o qualcuno dei suoi amici, a volte dei miei coetanei. La passione diventa sempre più forte, la voglia irrefrenabile. Non si limita più al fine settimana: ogni momento libero è un pretesto per arrampicare.

Col passare del tempo le vie che affronto sono sempre più impegnative, i programmi più ambiziosi: ma tutto questo lo vivo e condivido con i miei compagni, con i quali mi lego con un’amicizia che dura tuttora.

La montagna per me non è solo luogo di arrampicata, ma è l’ambiente che mi suggestiona e mi si pone come elemento di riflessione. Dalle Grigne alle Dolomiti, misurarsi con la montagna diventa più difficile, perché bisogna prepararsi a problemi di diversa natura che richiedono prestazioni non comuni: però è sempre montagna, e tutto mi piace e mi affascina. Assaporo la tranquillità che si prova nel sentirsi fuori dal traffico, dai rumori assordanti, dalle convenzioni, dal tempo che stringe e che ti stressa e preoccupa: mi trovo bene a contatto con la natura, con il movimento fisico, con l’azione, con sensazioni ed emozioni intense e profonde. Anche la montagna può far soffrire, ma, dopo aver superato le difficoltà, ti senti fiero di quello che hai fatto e che puoi raccontare agli amici, mentre ti prepara ad affrontare prove maggiori. Anche in montagna, come quando inghiottito dal traffico cittadino, sei in coda, ti soffermi a pensare: ma con quale diversa predisposizione d’animo e condizione di spirito! Uno dei limiti di noi uomini è quello di volersi impadronire del tempo: ma solo quando si è immersi nel silenzio delle vette solitarie, dove il tempo è scandito dalla luce del giorno, si capisce il senso della vita e della sua durata.

Giorgio Anghileri durante la 5a ascensione e 1a invernale della via Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunàz (27-31 dicembre 1989)
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I pensieri ti assalgono sia al bivacco all’addiaccio sia per strada alla guida di una autovettura confortevole: ma cambiano gli obiettivi e le sensazioni, ed alla rabbia fa posto l’allegria. Mi piace in montagna esprimermi su ogni terreno di azione, perché ritengo riduttivo arrampicare sempre su vie simili ed in ambienti conosciuti.

La voglia di misurarsi su difficoltà sempre più elevate è giustificata dal desiderio di conoscere il limite personale. Non svolgo preparazioni ginniche specifiche e non uso sistemi scientifici. Solo l’arrampicata mi diverte, mentre ogni schema da assimilare mi appare come una riduzione alla mia voglia di divertirmi. Non sento attrazione particolare per l’arrampicata sportiva di preparazione, perché questa per me rappresenta solo un mezzo per prepararsi ad affrontare le vie sulle grandi pareti della montagna, e quindi non deve essere fine a se stessa. Trovo anche che per me il limite non deve essere rischio senza senso, perché bisogna saper valutare le proprie capacità e percepire fin dove si può arrivare, senza osare oltre. Trovo bello parlare di come ho superato certe difficoltà nell’ambito del mio ambiente, al Gruppo Gamma, e confrontare con i miei amici le valutazioni, le sensazioni, le emozioni. Anche questo è un aspetto che mi piace dell’alpinismo, anche se rimane un fatto marginale e non indispensabile. Una bella via rimane tale se la affronti preparato, altrimenti diventa una sofferenza.

La preparazione psicologica è importante come quella fisica. La ricerca di una via, la preparazione della scalata, la conoscenza delle difficoltà da superare, mi prendono, mi avvincono fino a togliermi il sonno e a darmi la giusta carica. Tutto questo è un repertorio personale che fa parte integrante e non è disgiunto dalla salita. È solo dopo aver fatto una salita rincorsa, a lungo sognata, quando dopo qualche giorno il ricordo si stempera, che quasi ti sembra di non averla effettuata, perché non vivi più lo stato propositivo e ti scarichi. Per me l’alpinismo comunque, pur rappresentando una grande passione, resta solo un aspetto della vita. Non arrivo a concepire l’alpinismo come unica avventura: l’uomo deve realizzarsi in tutti i sensi, non solo con le sue passioni, ma anche nell’impegno del lavoro e della famiglia. Non vedo un futuro senza certezze, e allora voglio avere un lavoro, per potere poi divertirmi in montagna senza altre preoccupazioni. Solo per una spedizione extraeuropea, impresa che mi manca, prenderei in esame l’eventualità di trascurare per poche settimane il lavoro. Quando in montagna mi vedevo respinto dalle difficoltà, ci ho sempre riprovato per convincermi che la parola definitiva non era ancora stata sentenziata. E proprio per avere una risposta di questo tipo, quest’anno ho voluto tentare esperienze ai massimi livelli, su montagne con caratteristiche diverse, come la salita in solitaria dello spigolo nord-ovest della Cima Su Alto in Civetta, la via nuova (via Luca Cereda) sulla Lastìa di Gardes (Quinta Pala di San Lucano), la ripetizione della via del Pesce in Marmolada e della Nord dell’Eiger. Desideravo mettermi alla prova in situazioni diverse, sperimentare impressioni profondamente nuove, ma soprattutto capivo che la montagna avrebbe potuto contribuire alla formazione del mio carattere, a migliorarmi in modo completo, ad infondermi una sicurezza di uomo prima ancora che come alpinista.

Prepararmi ad affrontare la solitaria alla Su Alto è stata una cosa molto impegnativa, anche sotto il profilo psicologico. Affrontare passaggi di libera estrema, rimanere per 10 ore a tu per tu con la parete richiede un notevole dispendio di risorse, e solo la convinzione di aver superato in solitaria test probanti mi davano assoluta persuasione. Sono comunque sensazioni provvisorie, transitorie, che mutano più volte e che non hanno riscontro in altre attività. Sulla Su Alto ho provato sensazioni profonde, che comunque non possono essere paragonate, perché del tutto diverse, a quelle vissute nel superamento della via nuova, sempre di quest’estate, alle Pale di San Lucano. Qui le difficoltà della via erano tutte da scoprire e poi non ero più solo, potendo contare sulla compagnia di Manuele Panzeri. Insieme abbiamo affrontato 16 ore di arrampicata per superare grandi fessure, 500 metri di dislivello, difficoltà di VII/A2/A3. Con Manuele mi trovo bene da sempre: ci conosciamo dagli anni dell’adolescenza, siamo stati ammessi insieme nel Gruppo Gamma, e con altri ragazzi della nostra età, alcuni figli d’arte, trascorriamo gran parte del nostro tempo libero. Arrampicare con Manuele mi diverte e, anche di fronte alle difficoltà, il nostro umore rimane inalterato, sempre rivolto verso l’allegria.

Giorgio sulla via “Anghileri-Gogna-Lanfranchi-Ravà” sulla parete sud della Terza Pala Lucano, prima invernale
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Manuele è in cordata con me anche in Marmolada sulla via del Pesce, che superiamo in 15 ore, e dove affronto i massimi livelli di difficoltà come esperienza personale. La prova è ardua, anche per le condizioni atmosferiche esasperatamente sfavorevoli e perché, su alcune delle difficoltà, il limite si presenta invalicabile, con l’incertezza di poter sia “scoppiare” che vincere. Ecco, su questi livelli diventa determinante avere un compagno, tanto è intensa la prova che sostieni, mentre ogni situazione deve essere superata tenendo sempre sotto controllo numerosi fattori. La certezza di poter contare su un amico che segue i tuoi movimenti, che può aiutarti, che può sostituirti, che può intervenire è un conforto incalcolabile che ti sprona a tirare fuori tutto quello che hai in corpo. Questi frammenti di ricordi e considerazioni non sono semplici nostalgie o sentimentalismi, ma sono forze reali dello spirito, frutto di conquista, che formano l’uomo e lo aiutano a combattere gli ostacoli, a credere in se stesso, a credere nel valore dell’amicizia, a non arrendersi mai. Mi introduco così all’ultima, in ordine di tempo, scalata di rilievo della stagione, quella che ho affrontato in compagnia del “ragno” Lorenzo Mazzoleni. Con lui il 15 settembre ho superato in 15 ore la Nord dell’Eiger, una delle grandi pareti che con il Cervino e la Walker alle Jorasses in particolare, mi hanno sempre affascinato. La mia rincorsa alla ricerca di sensazioni nuove, impressioni suggestive, valutazioni oggettive di diverso tipo non poteva che completarsi nell’arco della stagione con la Nord dell’Eiger, una grande parete per i… miei giorni grandi. Su Alto, Nord dell’Eiger, Lastìa di Gardes, via del Pesce alla Marmolada: ci ripenso, e già questa magica stagione mi sembra un sogno. Forse è giusto che ogni grande passione, quando viene ripensata, prenda l’aspetto di un sogno, perché la realtà è fatta di cose più grandi ed importanti. Sento che ogni esperienza, anche questa immensa esperienza dell’alpinismo, deve servire a rendere più valida la vita. È per questo che montagna ed alpinismo, così importanti per me, non arriveranno mai a possedermi in modo ossessivo: saranno l’espressione concreta e personale del mio modo di affrontare la vita, per viverne con gioia gli aspetti più positivi.

Alla base dello spigolo nord del Pizzo Badile, prima solitaria invernalegiorgio0001

Mario Valsecchi: “Un’immagine che ho sempre del Giorgio è quando è arrivato ai Piani dei Resinelli in una giornata super piovosa, noi con birra e pizza dalla Cornelia, Lui in maglietta, calzoncini e scarpe da  ginnastica. Da dove arrivi?  Non sapevo cosa fare, ho fatto la Gogna in Medale e sono venuto in su!!! Era Troppo Forte...”.

Rocco Ravà: “Quello che mi ha sempre colpito era l’istintività e l’estro nell’arrampicare; estro, fantasia e originalità che erano tratti salienti del carattere  di Giorgio, nel bene e nel male. In montagna aveva tanta maturità ed esperienza (che andavano enormemente al di là della sua età cronologica), quanto poteva essere cazzone quando si stava sull’orizzontale. Non ho conosciuto nessun’altra persona così spontanea e originale, capace di interagire con chiunque.
Abbiamo avuto un rapporto e un legame molto profondo, che gettava le sue radici ai tempi dell’infanzia, con delle similitudini caratteriali che ci hanno sempre unito (sua mamma Marinella diceva che eravamo così amici perché avevamo due caratteracci). Giorgio sotto sotto era una persona molto sensibile, e io ho avuto il privilegio di poter conoscere questi suoi lati un po’ nascosti: credo che questa sia stata la particolarità del nostro rapporto.
L’inesauribile voglia di fare scherzi è l’immagine che ricordo di più insieme alla capacità di sdrammatizzare anche nelle situazioni più difficili. Naif, capace davanti a una pizza di farsi venire in mente e proporti di partire per la Nord delle Droites il giorno dopo, grande e coraggioso trascinatore. Nella mia stanza ho una foto insieme a lui, scattata all’uscita del Pesce, uno dei più bei ricordi che ho con lui in montagna:  era uno dei nostri sogni su roccia, e fin dalla prima volta che ci eravamo ritrovati a scalare dopo l’infanzia diceva: “El pese l femm a less” (il pesce lo facciamo lesso); dopo la discesa abbiamo iniziato a festeggiare… quel giorno la trovata era di farlo secondo la ricetta di Piussi: a pestoni di vino rosso e gazzosa; ubriachi siamo riusciti a raggiungere Cortina sani e salvi pur avendo tagliato per prati tre o quattro tornanti del Falzarego“.

Anghileri, Giorgio attività

postato il 2 agosto 2014

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Il mistero dei ricordi

Le Alpi Marittime sono un’emozione di ricordi che s’affacciano tutte le volte che a mente mi raffiguro quell’angolo di carta geografica, il posto di tanti desideri. Montagne misteriose come i ricordi da troppo tempo sopiti o come cose troppo a lungo vagheggiate. Il compagno che era con me la prima volta non c’è più, perduto nelle nevi lontane del McKinley.

La neve era stata la costante di quella nostra impresa, alla fine un incubo. Era il Natale 1964, con Gianni Calcagno salivo lentamente le nevi sulla strada che dalle Terme di Valdieri conduce al Pian del Valasco. Gli zaini carichi anche dell’inutile ci schiacciavano sugli sci, c’ingobbivano tutte le volte che alzavamo lo sguardo per vedere quanto mancava.

La Cresta Savoia, da ovest
MisterodeiRicordi-13050325Per me allora era tutto mistero, la novità di quei ripidi versanti stracarichi di neve mi faceva sentire così piccolo che era solo per fedeltà al progetto e rispetto per l’amico che non proposi di tornare indietro.

Per fortuna il mistero è ancora di casa sulla montagna, in modo speciale d’inverno. Le tracce di animali, piccole orme nella neve, dise­gnano itinerari misteriosi per chi è solo di pas­saggio e non ha le misure di questo territo­rio. Avevo visto vette tra­montare ed albeggiare attorno a me con forme e colori così belli da essere istantanei, profili di pensieri così attraenti da vi­vere solo un attimo prima di essere sostituiti da al­tra poesia. Lassù però le cime non le vedevo ancora, le indovinavo al di sopra di pendii scintillanti nel biancore luminoso del mezzodì.

Nello scialpinismo praticato come mezzo di avvicinamento ogni conquista è rimandata al giorno dopo: invece lassù, oltre l’infinito Pian del Valasco, ogni metro ripido verso il Rifugio Questa era una piccola conquista. In realtà ogni vittoria sarebbe stata solo di noi stessi: quando la conquista è dell’inutile, si può anche dire che non c’è nulla da conquistare. Ogni metro vinto andava a naufragare nell’oceano del mistero: la sali­ta e la discesa di una montagna sono una traccia nell’atmosfera interlocutoria di un foglio bianco su cui può essere scritta qualunque cosa. Ci domandavamo perché non avessimo neppure ancora aperto il quaderno. E quando si vive e si respira il mi­stero, ecco che crolla nella neve il far­dello dell’inutile, nell’indefinibile so­spen­sione tra terra e cielo, nel zig-zag che si rita­glia a sghimbescio per evitare un pendio troppo ripido.

Gianni Calcagno al Pizzo Badile, dicembre 1967
Gianni Calcagno al Pizzo Badile, fine 1967Se ci si volta, si vede la scia creata dal nostro passaggio. Evane­scente, labile, senza vigore, come una creazione di oggi ci sem­bra senza futuro alcuno; per­ché forse le tracce nella neve dure­ranno lo spazio di un giorno. Ma chi calza gli sci in luoghi selvaggi e si confronta con la solitudine delle proprie creazioni ripercorre l’incessante azione vitale della salita cui segue sempre una discesa.

Il cielo si velava veloce; alle tre del pomeriggio eravamo ancora lontani dal rifugio. Cominciò a nevicare, una neve così umida che gli sci prima sfondavano, poi rimanevano incollati in profondità. Ci dichiarammo vinti e ci pareva impossibile non riuscire a scendere se non con uno sforzo immane. Alle otto di sera ricavammo una truna al Pian del Valasco, sotto al muretto della strada, ed il giorno dopo lo impiegammo tutto per raggiungere il primo centro abitato, S. Anna di Valdieri, ancora alle sette di sera. Direi incredibile, se non lo ricordassi così bene.

Il rifugio Questa
MisterodeiRicordi-20120709000502Dopo quest’inizio avventuroso e senza risultati se non quello di aver riportata a casa la pelle, le cose migliorarono. Le uscite compiute in seguito, rubando posti a sedere nelle auto degli amici e soprattutto tempo che avrebbe dovuto essere dedicato allo studio per gli esami di maturità, ebbero successi misurabili. Dopo lo storico e vincente confronto con gli esaminatori statali mi ritrovai a fine luglio 1965 con Gianni e Lino Calcagno ed un altro amico, Bernardo De Bernardinis, ancora al Rifugio Questa. Nella settimana in programma erano in lista almeno il doppio di salite possibili. Forse eravamo in anticipo sui tempi dei concatenamenti. Una sera litigai ferocemente con Lino per divergenze sulle mete del giorno dopo; invano Nello cercò di mettere diplomazia nello scontro mentre Gianni tendeva a rimanere neutrale. Il mattino dopo ero così arrabbiato che decisi di andare a scalare da solo e con la foga tipica dell’inferocito andai fin sotto alla parete est della Punta Maria della Cresta Savoia. Qui attaccai la via di Giovanni Guderzo, di cui non si aveva alcuna relazione se non i racconti epici di Pippo Abbiati, malcapitato compagno del suo capocordata. Portai alla fine il progetto e, sceso per la via normale, incontrai i tre amici che avevano salito la Est della Punta Jolanda. Ci legammo insieme, in un ritrovato accordo, per scalare la Ovest della Punta Umberto nel pomeriggio.

La Cresta Savoia da est
Il versante orientale della cresta Savoia, Alpi Marittime, gruppo del PrefounsA fine settembre trascorsi un’altra splendida settimana al Rifugio Zanotti, con Giuseppe Grisoni. Rastrellammo tre o quattro delle vie nuove possibili sulle cime più belle della zona, come il Becco Alto d’Ischiator, la Testa del Vallone o il Monte Tenibres. Senza una lira in tasca, quindi con poco mangiare, badando bene a non pagare neppure un pernottamento.

postato il 12 aprile 2014