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Climbing girls 24

Shauna Coxsey
ClimbingGirls-24-Shauna Coxsey

Petra Růžičková. Foto: Lacušák Šaolin 
ClimbingGirls-24-Petra Růžičková, fotoLacušák Šaolin

Maja Vidmar
ClimbingGirls-24-MajaVidmar

Ignota a Majorca. Foto: Rachele Sighinolfi 
ClimbingGirls-24-Maiorca - ph.Rachele Sighinolfi

Lynn Hill sulla L2 (25, 5.12b) di The Free Route, The Totem Pole, Cape Hauy, Tasmania, Australia. Foto: Simon Carter
Lynn Hill leading pitch two (25, 5.12b) of The Free Route on The Totem Pole - a 65-metre dolerite column at Cape Hauy, Tasmania, Australia.

Leah Crane su Celia (8a-5.13b), Wildside Sector, Sella, Costa Blanca, Spagna
ClimbingGirls-24-Leah Crane on Celia (8a-5.13b

Lauren Lee, Cheakamus Canyon, Squamish, British Columbia
ClimbingGirls-24-lauren lee. checkamus canyon

Lauren Lee, Little Si Mountain, Washington
ClimbingGirls-24-Lauren Lee sending in Little Si, Washington

 

Kinga Ociepka-Grzegulska su Ekspozytura szatana (8b+), Pochylec, Polonia
ClimbingGirls-24-Kinga Ociepka-Grzegulska

 

Kinga Ociepka-Grzegulska su Ekspozytura szatana (8b+), Pochylec, Polonia
ClimbingGirls-24-Kinga Ociepka-Grzegulska on Ekspozytura szatana-8b+, Pochylec, Poland

Katie Brown
ClimbingGirls-24-KatieBrown

Katelyn Dolan, Panther Beach, California. Foto: Dustin Glasner
ClimbingGirls-24-Katelyn Dolan working a problem in the arch at Panther Beach, CA-FotoDustin Glasner

Jessa Younker
ClimbingGirls-24-Jessa Younker

Jessa Younker sulla L1 di Superstein (5.13a), Redstone, Colorado
ClimbingGirls-24-Jessa Younker on the first pitch of the five-five pitch Superstein (5.13a), Redstone, Colorado

Jenn Flemming
ClimbingGirls-24-Jenn Flemming

Jen Vennon
ClimbingGirls-24-Jen Vennon

Jamie Hartley, Red River Gorge, Kentucky
ClimbingGirls-24-jamiehartley-Red River

Jamie Hartley
ClimbingGirls-24-JamieHartley

Isabel Suppé
ClimbingGirls-24-Isabel_Suppé-fonte-wwwcaibassanograppacom

Heather Weidner su United States Equalizer (7c+), Mount Charleston. Foto: Patrick Olson
ClimbingGirls-24-Heather Weidner United States Equalizer 7c+, Mt. charleston PhotoPatrick Olson

Elena Hight
ClimbingGirls-24-ElenaHight

Dominika Dupalová su The Rhino (7b+), Rocklands, Afrika. Foto: Martin Spilka
ClimbingGirls-24-DominikaDupalová-The rhino, 7B+ Rocklands - Afrika. FotoMartin Spilka
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Barbara Gilić su Posljednji Bibinjac (7b), Lovrinac, Croazia. Foto: Luka Kivela
ClimbingGirls-24-Barbara Gilić Croatia Posljednji Bibinjac 7B, Lovrinac Photo Luka Kivela

Andrea Cartas, Zillertal. Foto: Carlos Padilla
ClimbingGirls-24-AndreaCartas,Zillertal. FotoCarlosPadilla

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ClimbingGirls-24-19da042e530734a7bd14fc183df8c3ac

 

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I falliti

I falliti
di Gian Piero Motti
(pubblicato originariamente su Rivista mensile del CAI, settembre 1972)

 

«… i giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio… È proprio di una mente sicura di sé e quieta l’andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possono né rivoltarsi né guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo…».

La lettura di questo sereno pensiero di Seneca, in un momento per me particolarmente positivo e felice, mi ha condotto a trarre alcune considerazioni che a tutta prima sembreranno interessare solo il mio modo di vivere, ma che invece investono quello di molti che come me praticano assiduamente l’alpinismo.

Dieci anni, e non sono pochi, dieci anni durante i quali ho avuto modo di vivere sensazioni diverse per qualità e intensità, giornate e attimi incancellabili, altri più cupi e ombrosi che vorrei dimenticare. Dieci anni durante i quali ho potuto avvicinare un gran numero di alpinisti di diversa estrazione sociale e di differente sensibilità. Oggi da questi contatti umani esco un po’ deluso.

Gian Piero Motti, copertina de I Falliti, Vivalda

 

Ebbene sì, ho conosciuto molti alpinisti anche forti, grossi nomi internazionali, altri meno forti, altri ancora allievi delle scuole d’alpinismo: vi era chi alla montagna era giunto attraverso l’amore per la natura e proprio per questo pensava all’alpinismo come a un’avventura più intensa e completa, venuta a poco a poco in una logica successione di sensazioni e di entusiasmi. Vi era chi vedeva nell’alpinismo un’affermazione reale e concreta della propria personalità, affermazione cercata forse proprio in seguito a una frustrazione o a un fallimento nella vita di ogni giorno.

Sovente ho sentito dire frasi come queste: «Per me la montagna è tutto», «Ho dato tutto me stesso all’alpinismo», «Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito».

Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch’io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito. In seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall’antico detto «Eritis sicut dii».

Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.

L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”.

Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, che non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.

E così sono giunto a scrivere quelle Riflessioni che sono la testimonianza diretta di un uomo che sta naufragando sempre più, di un uomo che sta sospeso in bilico su un abisso immane, ma che prima di precipitare ha ancora la forza di ritirarsi un attimo e di pensare in quale stato si sia ridotto. Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore.

Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa.

Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nei movimenti, ma soprattutto non “vedo” più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato.

E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.

Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infelicità con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.

Ti sei ridotto veramente male; eppure un giorno non eri così, eri molto diverso. Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche, e soffrivi da morire quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Così cercavi con la fotografia di rendere anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stesse gioie e le stesse sensazioni. E se tu eri il solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente; ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.

Ma soprattutto eri sereno, sereno nei tuoi pensieri e nei tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei; ma ognuno ha difetti più o meno grandi.

Ora invece sei solo da morire, barricato nella tua torre d’avorio; con il tuo sterile solipsismo hai distrutto le cose più belle che avevi. Però non hai chiuso. L’estate sarà triste, la più triste della tua vita. Ma un mattino, a seguito di lunghe giornate appiattite e monotone, giornate in cui anche una densa foschia di calore avvolge le creste dei monti rendendole ovattate e lontane, estranee e distanti, un mattino ti sveglierai sotto un cielo scuro e gravido di nubi, e un vento freddo e tagliente andrà a dividere i tuoi capelli mentre cammini da solo per quella strada che ben conosci.

Ma fra le nubi, a un tratto scoprirai un angolo piccolo piccolo di azzurro, che il vento nella sua gran corsa avrà liberato a poco a poco, e da quella densa nuvolaglia filtrerà un raggio di sole che come una spada scenderà diritto a illuminare una cresta tormentata, che solo ieri non avresti neppure notato. E così oggi i contorni sono chiari e definiti, oggi le creste si stagliano scarne e scheletrite sotto il cielo d’inchiostro, oggi il verde è più verde, oggi il bosco ha una vita e un profumo, oggi vedi le cascate e la luce del torrente, oggi…

Alberto Re nel 2014
Falliti-AlbertoRe-IMG_7983

 

… Da quattro ore Alberto Re e io siamo seduti su un minuscolo terrazzino, immersi ciascuno nei propri pensieri, silenziosi e forse un po’ gravi. Siamo sulla Nord delle Grandes Jorasses: è una salita che tutti e due abbiamo sognato e inseguito a lungo, e ora la montagna ci prova duramente. E pensare che siamo andati all’attacco ridendo e scherzando, pensare che al rifugio ho dormito tutta la notte, un sonno tranquillo e profondo: ho persino sognato.

Il primo giorno un sasso ha colpito Alberto; le pessime condizioni hanno rallentato molto la nostra andatura e abbiamo dovuto bivaccare sopra le placche nere. E poi la notte è stata un inferno, cinquanta centimetri di grandine, concerto di tuoni e fulmini.

Oggi nella Cheminée rouge ho vissuto i momenti più duri e difficili della mia vita; siamo stati fulminati, abbiamo dovuto uscire alla disperata da questo orrendo camino che ci vomitava addosso cascate scroscianti di grandine e sassi, assordati dal frastuono dei tuoni e della folgore.

Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. È la fine di luglio, e immagino un bel pomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nei prati della Stura, e seduti sul solito pietrone avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l’amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d’erba, o a osservare la luce dei suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell’azzurro del cielo con l’intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole, cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell’erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno.

E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi par di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molte e diverse.

Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano; ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché quando ritorno mi aspetta la vita.

Per uno strano caso la commozione ci colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un cielo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano; restano, segnano per sempre un’amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici; trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l’obiettivo della mia macchina fotografica; mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant’è vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo.

Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso; se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure, non mi sembra di essere più in forma di allora.

Non si può andare avanti così.

In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Morin, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l’alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall’azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l’alpinismo e che cerca di convincere l’amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso alla causa.

Così, il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l’alpinismo diviene una triste droga, quasi un’espiazione da subire in silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un’età in cui il bilancio di se stessi è ancora più duro. Ormai l’uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell’amico sulla parete nord dei Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo. Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato; comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue.

Gian Piero Motti (a sinistra) gioca con Mario Pelizzaro sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980

Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980, G.P.Motti e Mario Pelizzaro

La lettura del romanzo mi ha fatto oltremodo riflettere e ho cominciato a percepire che qualcosa andava incrinandosi. Ma non accettavo ancora la realtà; anzi, mi ribellavo prepotentemente. Poi, quasi per caso, mi capitò di leggere le stupende parole scritte da Dino Buzzati molti anni or sono per la morte di Ettore Zapparoli, forse la cosa più bella e più vera apparsa sulle pagine della nostra rivista.

No, io non dovevo finire così, mi sentivo ancora (Dio mio, 25 anni!) vivo, pieno di interessi, avevo ancora troppe cose da dire, da vedere, da conoscere. Buzzati fu duro, ma giusto. In fin dei conti Zapparoli era un fallito.

Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nei miei giorni peggiori, vuoi per una certa voluptas dolendi che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell’uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri, mi atteggiai a ribelle nei confronti della società; cercai di entrare nella parte dell’anarchico che disprezza i comuni mortali, che

odia la normalità, dell’uomo finito a vent’anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nel vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati.

Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno e un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna, in tutti i sensi, anche su quella facile, e non feci che aggravare le cose.

… Oggi, oggi invece, seppur da un piccolo spiraglio, comincio a rivedere le cose. Ho capito l’errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte, e lì, da solo, nel buio, mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi una finestra si è leggermente dischiusa e un filo di luce vi è penetrato.

Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con un animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito; anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava.

Guido Rossa con la figlia
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Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò a uno a uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima.

E siamo finalmente nella realtà di questa primavera 1972. Ho trovato un lavoro che mi soddisfa e mi lascia molta libertà, libertà non solo di andare in montagna, ma anche di dedicarmi alle mille cose che ogni giorno mi attirano. Quest’inverno sono andato pochissimo ad arrampicare, ma sono ugualmente felice e soddisfatto, anzi sicuramente l’anno prossimo dedicherò tutta la stagione invernale allo sci e cercherò finalmente di praticare con sicurezza questo magnifico sport. Quest’estate ho in mente sì di effettuare qualche bella salita; ma voglio anche dedicarmi ai viaggi che da tempo ho abbandonato e che, invece, sempre sono stati per me fonte di esperienze e sensazioni meravigliose. Un amico di ritorno dalla Grecia mi ha detto: «Vai di sera verso il tramonto, quando non vi è quasi più nessuno, di fronte al Partenone ad Atene. Fra quelle pietre calcinate, in quella sassaia arida e deserta, assordato dal frinire delle cicale, vedrai tremare nel calore del pomeriggio quelle enormi colonne e ti sembrerà veramente che il tempo non sia trascorso».

E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita.

Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.

Non sempre, per fortuna, è così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati; ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.

Chi invece la pensa diversamente, chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po’ grandi cose, ma poi giungerà alla triste conclusione di chi, a trent’anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.

Ogni volta che incontro Francesco Cichin Ravelli, penso a quest’uomo più che ottantenne che ancora oggi percorre i sentieri della montagna e che quando giunge la primavera mi parla con gli occhi che brillano degli alberi verdi e dei fiori.

Francesco Ravelli
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A un amico, Paolo Armando

A un amico, Paolo Armando
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI, settembre 1971)

 

Io non ho mai visto la parete nord del Mont Gruetta: la immagino una parete tetra, forse un po’ opprimente, indubbiamente bella. Simile forse alla Nord delle Grandes Jorasses: ecco sì, mi hanno detto che ricorda molto la parete nord delle Grandes Jorasses.

So che molti hanno tentato di salire questa parete, nomi famosi, uomini di grande valore. Ma tutti hanno fallito: forse la cattiva qualità della roccia, forse le cadute di pietre, chissà, un bel giorno vedrò anch’io quella parete.

Ora so soltanto che quella parete ha ucciso Paolo Armando. Lo ha ucciso, perché penso che Paolo non sarebbe mai volato in arrampicata, difficilmente avrebbe commesso un errore: era bravo, molto bravo, sicuro e soprattutto molto intelligente.

Una parete lo ha ucciso, come ha ucciso Gervasutti, Comici, Couzy e tanti altri, bravi, fortissimi, che mai sarebbero volati.

Perché sai che un giorno questo gioco così bello potrebbe anche finire.

Premiazione a Paolo Armando, Terrazza Martini, Genova, 18 gennaio 1968

Premiazione a P. Armando. 18.01.1968, Terrazza Martini, Genova.

 

 

Me ne parlò un giorno, mi disse che sicuramente era un grosso problema; ci soffrì parecchio quando seppe che Gogna e Cerruti avevano attaccato la parete, la scorsa estate: quella è gente che non scherza, il “suo” problema sicuramente era in pericolo. Ma non fu così.

È strano come dopo la salita invernale della Nord-est del Badile, Paolo avesse raggiunto una forma di alpinismo più matura, più pacata, più serena. Sempre ad altissimo livello, ma senza quell’accanimento, senza quella sorta di rabbia che caratterizza un buon numero di alpinisti, tesi disperatamente a far collezione di salite.

Aveva fatto molte salite, il più delle volte in compagnia di Silvana Bellini, brillante compagna di cordata, all’altezza di ogni situazione. Arrampicava per divertirsi, per godere la montagna. «I motivi che mi spingono verso l’alpinismo sono l’amicizia, l’avventura e la contemplazione»: con questa frase soleva concludere una conferenza che aveva preparato negli ultimi mesi della sua vita.

E chi si aspettava da Paolo una conferenza ricca di polemiche, di sarcasmi, chi attendeva una serie di diapositive allucinanti scattate su per gli strapiombi e placche immani, si era sbagliato. Vedemmo sì gli strapiombi, i passaggi estremi, ma soprattutto vedemmo l’anima vera di Armando, scoprimmo finalmente tutta la sua sensibilità: i paesaggi invernali, i fiori, i volti degli amici, gli alberi, il limpido sorriso di Silvana e quel suo viso un po’ incomprensibile, quel suo aspetto da intellettuale un po’ in bolletta.

Strana, brutta estate è stata quella. Estrema variabilità del tempo: bello in genere al mattino, temporali violenti e intensi verso sera. Ogni giorno così. Si aspettano uno, due, tre giorni, poi si pensa che sicuramente il tempo migliorerà: sperare è umano. Una notte bellissima, una meravigliosa stellata, ecco finalmente il tempo è bello.

Veloci salgono la parete, la parte più difficile, più rischiosa, è vinta. Ma improvvisamente mutano le condizioni del tempo, sono su un grande pendio di neve e devono bivaccare, lui e Andrea Cenerini, ancora una volta insieme, come in tante altre salite.

Nella notte il maltempo si scatena, ormai per domani non vi è nulla da fare, bisogna scendere, ritornare con tante corde doppie, bagnati, fradici. Ma non è la prima volta che succede, certo ora al disgusto si unisce anche la delusione.

Paolo è sceso e aspetta Andrea su un piccolo terrazzo. Scende Andrea. Cosa sia successo non lo sapremo mai, sicuramente cede l’ancoraggio della doppia: è un attimo. Andrea precipita, forse Paolo tenta di trattenerlo e viene travolto, forse era autoassicurato alla doppia, forse lo stesso Andrea lo ha travolto… forse… Li hanno trovati alla terminale, quattrocento metri più in basso. Una tragedia rivissuta in un attimo.

Lunga e bella è la valle che scende dal Badile fino alle case di Bagni di Màsino: non l’avevo mai vista e ora mi entusiasma, alterna paesaggi severi e grandiosi ad angoli di intima e delicata bellezza. Forse saranno le luci del crepuscolo, anche il tempo è bellissimo, ma tutto mi sembra più bello: oggi è stata una giornata felice, abbiamo salito la Nord-est del Badile, Vincenzo Pasquali e io, rincorrendoci a ogni lunghezza di corda; eravamo in forma, siamo giunti in vetta quasi senza accorgercene. Bellissima è stata l’arrampicata, mai estrema, sempre molto elegante: sovente il nostro pensiero è tornato ai giorni dell’invernale, abbiamo capito quale doveva essere il loro procedere, le difficoltà enormi incontrate, abbiamo avuto una prova del valore degli amici.

Bagni di Màsino, una sera come tante, poca gente, pace, silenzio. Un albergo con molte persone eleganti che ci guardano un po’ di traverso: siamo sporchi, stanchi, forse puzziamo di sudore.

Un foglio di giornale, una fotografia, una notizia su tre colonne. Questo basta a dire che un uomo ha concluso la sua vita, questo è bastato a farci capire che l’architetto Paolo Armando era morto sul ghiacciaio del Triolet, dopo un volo di quattrocento metri.

Innumerevoli volte ci trovammo in montagna insieme e insieme compimmo anche alcune salite. Come sempre succede, la macchina dei ricordi si mette in movimento solo quando una persona non c’è più ed è difficile fermarla: i ricordi vengono isolati, ingigantiti, poche frasi divengono un aneddoto, un romanzo, di una vita si fa un mito. Ma io non voglio questo, non voglio deformare la personalità di Paolo, dicendo di lui tutto il bene possibile ed esaltando tutte le sue doti. Io voglio ricordare Paolo così come era, come siamo noi, con dei difetti e delle qualità.

… Ti ricordi quella sera d’inverno davanti alla “piola” di Pinerolo? C’eravamo proprio tutti quella sera, avevamo trascorso una bella giornata insieme alla Sbarua, ad arrampicare. Cantavamo, ci sfottevamo a vicenda, eravamo un po’ su di giri, forse anche per qualche bicchiere di troppo. Poi tu prendesti il maglione a mo’ di muleta e cominciasti a fare il matador con le macchine che scendevano dalla statale del Sestrière…

… E quella sera alla sede del CAI in via Barbaroux? Eravamo i soliti, le solite discussioni sul chiodo, sulla staffa, sul grado in più o in meno; il solito Carlaccio che balzava da un lato all’altro della sala, afferrando chiunque con mosse da lottatore e scaricando una valanga di insulti e di improperi. Poi all’improvviso entraste tu e Silvana, sembravate piuttosto felici e, certo, lo eravate: vi eravate sposati da una settimana.

I vostri abiti erano un po’ anticonformisti: un paio di logori e sdrusciti pantaloni di tela, dei sandali aperti, una camicia che ben si accordava ai pantaloni… Non c’era da stupirsi, d’altronde ti ho sempre visto con la stessa giacca per tanti anni, detestavi gli atteggiamenti cosiddetti “borghesi” e anche le tue idee politiche erano tese al marxismo, con una punta di anarchismo.

Regnava l’allegria quella sera. Poi tutti assieme scendemmo in piazza Castello, come sempre, e, fra una battuta e l’altra, cominciammo ad arrampicarci su per i pilastri dei portici, fra gli sguardi attoniti dei passanti. Su, Gian Carlo Grassi, tu, io, Mike Kosterlitz, al primo, al secondo piano, finché temendo un intervento delle forze dell’ordine, preferimmo… fare la bandiera sulle paline dei segnali stradali…

… Ti ricordi quella volta che stavi tentando di aprire una via nuova sulle placche gialle alla Sbarua? Da più di un’ora stavi cercando di chiodare un’enorme lama staccata strapiombante, ma da un po’ eri fermo e non riuscivi a salire. Ammettilo, via, stavi “trovando un po’ lungo”. E noi tutti radunati a guardare il “papa” prossimo al momento della sconfitta.

La parete nord del Mont Gruetta. A destra, la parete nord dell’Aiguille de Leschaux
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E allora, certo ti ricorderai, Silvio ti gridò: «In Dülfer, Paolo, attaccati in Dülfer!». La tua risposta non la posso trascrivere…

… Un giorno decidesti di andare a ripetere la via di Appiano allo Sperone Rivero in Sbarua e ti fidasti della relazione tecnica riportata sulla mia guida. Non sapevi però che l’ultima lunghezza di corda ti avrebbe riservato delle sorprese: quando la guida fu pubblicata la via non era ancora stata terminata, ma spiaceva lasciare una lacuna. Allora Appiano mi promise di concludere al più presto la via e giudicò così, “ad estimo”, il tratto mancante: A1 e IV.

Si sa che non tutte le promesse vengono mantenute… arrivasti all’ultimo chiodo a pressione e poi, diamine!, la relazione diceva A1 e IV! Mi disse poi Fredino Marengo che fu una delle poche volte che ti vide bandare senza remissione, solo tu sai come riuscisti a uscire da quella fessura orizzontale.

Ma la tua vendetta fu terribile, a lungo ci tormentasti con polemiche e insinuazioni maligne…

Memorabile fu la polemica della “Fissure Brown”. Scusa, ma ne devo proprio parlare. Un giorno tu e Gianluigi Lanfranchi, il Puméla, andaste per ripetere la via Brown sulla parete ovest dell’Aiguille de la Blaitière: avevi già superato la celebre “Fissure Brown”, pare utilizzando i numerosi cunei infissi, e poi, non si sa bene perché, ritornasti indietro. Destino volle che alcuni giorni dopo tre amici torinesi andassero per ripetere la stessa via alla Blaitière: gente forte, allenata, eppure, prova e riprova, nessuno di loro riuscì a superare la fessura. In tutta la spaccatura non si vedeva un solo cuneo, eppure avevano detto che c’erano! I tre tornarono piuttosto avviliti al campeggio e tu, qui, desti inizio al tuo show, insinuando con arti assai sottili che i tre non erano passati perché, è chiaro… non erano in grado di passare!

Dio mio, come si trascinò e come degenerò la cosa! Un po’ di colpa va anche attribuita a tutto l’ambiente torinese che sobillava assai le due fazioni, riuscendo così a divertirsi alle spalle degli interessati. Furono persino scritte poesie, furono composte canzoncine, sempre sul tema della “Fissure Brown”! Qualcuno insinuò persino che i cunei li avevi tolti tu, scendendo, e forse non si poteva dargli torto, data la tua fama di inesorabile schiodatore in palestra e in montagna…

Potrei continuare a lungo, ma non farei che rivivere fatti e sensazioni che forse solo per me hanno un significato. Devo però parlare di Paolo Armando come alpinista, poiché la sua attività merita un discorso a parte.

Ho sempre ammirato in lui il perfetto arrampicatore in salita artificiale: ultimamente, però, Paolo mi disse che si era stancato dell’artificiale, che questo tipo di progressione portava a un controsenso, a un annullamento dei veri valori etici dell’alpinismo, a un ammorbidimento del coraggio e della grinta dell’alpinista. Condividevo in pieno le sue idee: solo nell’arrampicata libera resta l’avventura, quindi cerchiamo di spingere ai massimi livelli il modo più normale di arrampicare.

Fedele ai suoi criteri, Paolo cercò di perfezionarsi al massimo nell’arrampicata libera: progrediva con estrema sicurezza, chiodava pochissimo e mai dava l’impressione di essere impegnato. D’altronde i tempi eccezionali in cui ha salito alcune fra le vie più difficili delle Alpi (non per niente lo si identificava con il “Gruppo Sorpassa e Travolgi”), dimostrano le sue capacità veramente fuori del comune.

L’elenco delle salite compiute da Armando è impressionante: si può dire che annoveri tutte le vie più belle e difficili delle Dolomiti, un gran numero di salite di estrema difficoltà nel gruppo del Bianco, prime ascensioni, prime invernali. Basterà citare la Nord-est del Badile in prima salita invernale, la Nord del Cervino, la parete ovest dell’Aiguille Noire, la Nord delle Grandes Jorasses, il diedro Philipp alla Civetta… Un’attività alpinistica completa e imponente, che lo aveva fatto membro prima del Gruppo Alta Montagna di Torino e poi socio del Club Alpino Accademico Italiano. Scherzosamente, come sempre, diceva di essere membro del Gruppo Basse Colline e… dell’Epidemico Italiano…

Gian Piero Motti sullo Strapiombo Rosso di Traversella. Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, sullo Strapiombo Rosso di Traversella, foto: V. Pasquali

 

I suoi compagni di cordata?

Alessandro Gogna, con cui aveva formato una delle cordate più forti d’Europa, Ettore Pagani, Fredino Marengo, Silvio Sandri, Ilio Pivano, Silvana Bellini e Andrea Cenerini.

La parete nord delle Grandes Jorasses lo aveva profondamente deluso: si attendeva da essa un’avventura intensa, completa, un impegno totale. Perché per tutti la Nord delle Jorasses ha un fascino particolare, a tutti ha qualcosa da dire.

Invece vide sulla parete cordate e cordate di gente assolutamente impreparata, non all’altezza delle difficoltà della salita. Così lo sperone ne risultava violentato, superchiodato, imbrigliato da corde e cordini. No, non era quella la Walker che aveva sognato.

Hai lasciato un vuoto, lo stesso vuoto che scopro il giovedì sera aprendo la porta del CAI, lo stesso vuoto che ho letto sul volto di Ilio, di Fredino, di tutti. Perché, anche se ogni tanto ci “beccavi”, anche se ogni tanto ti divertivi a creare la polemica, ebbene, eri una spinta, uno stimolo, una presenza.

Dicono che noi alpinisti siamo strani di carattere, che sovente cambiamo di umore con la facilità con cui il vento muta di direzione durante la giornata.

È proprio così.

Tutti si divertono, regna l’allegria e la spensieratezza e tu, all’improvviso non ridi più, non appartieni più a quell’ambiente.

«Che cos’hai?» ti chiedono. «Nulla» rispondi, d’altronde non si potrebbe spiegare.

Ma certo, è la consapevolezza della bellezza e dell’inutilità di questo gioco, certo è il chiedersi se veramente ne valga la pena, dove porterà questo gioco, che sempre di più ti prende la mano.

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Alpinismo e mistificazione

Alpinismo e mistificazione
(scritto nel 1998)

Nelle lunghe camminate in fondo alle valli più smisurate (e qui nel Massif des Écrins l’unità di misura è almeno il chilometro di dislivello), nel caldo atroce del pomeriggio estivo quando lo zaino affonda gli spallacci su spalle sprotette perché nude e il sudore imperla la fronte china sul sentiero, i pensieri più balzani possono affollarti la mente senza che tu te ne accorga neppure. Lasciata la macchina, in silenzio ci si avvia nel vallone all’inizio assai monotono. Si cerca di non pensare alla fatica che tra poco si farà sentire e di solito ci si riesce. A volte basta un indizio, un particolare, un ricordo anche un po’ annebbiato per scatenare un’inchiesta interiore che chiama a raccolta tutto ciò che si è letto o ascoltato in proposito ad un certo problema. Il pensiero è così veloce che si fa fatica a ricordare e a tenere in ordine le informazioni che si sono riversate in quest’analisi mentale. E quella volta mi venne in mente un articolo che avevo letto in francese e che mi aveva assai colpito tanti anni prima.

In un geniale articolo di quasi vent’anni fa Sylvain Jouty provocava volontariamente il mondo alpinistico sostenendo che probabilmente l’uso della menzogna era l’unico modo per rigenerare quella luce di fantasia e di creatività che le imprese alpinistiche di quel tempo secondo lui avevano perduto. Una mistificazione della realtà, dunque, che poteva essere voluta e premeditata oppure semplicemente indotta, quasi in buona fede, da una serie di continui autoconvincimenti psicologici.

Mi è tornata alla memoria quella curiosa provocazione leggendo il numero di dicembre 1996 della rivista francese Montagnes Magazine. Già in copertina spicca il titolo scandalistico 46 ans après, Annapurna, l’autre vérité: mentre nelle Actualités, la redazione si chiede se Carsolio a-t-il menti?

La parete nord dello Jannucon la contestata impresa solitaria di Tomo Česen
AlpinismoMistificazione-20040526jannuroutes

 

Dunque, ci risiamo, mi sono detto. Ancora qualcuno sfiorato dall’ombra del dubbio va ad allungare la già estesa fila di nomi. Severino Casara per il Campanile di Val Montanaia, Cesare Maestri per il Cerro Torre, Tomo Česen per la Sud del Lhotse e le altre sue imprese solitarie sono stati messi sotto accusa più volte e per iscritto (e qui cito solo alcuni tra i casi più famosi); tanti altri, come Reinhold Messner per il Sass dla Crusc, o Dante Porta per la Nord-est del Badile d’inverno o il francese Roland Trivellini per il Linceul, non hanno avuto per loro fortuna una pubblica gogna a mezzo stampa ma sono stati soltanto “chiacchierati”, qualcuno anche del tutto squalificato ma senza clamore. Cadere in una disgrazia di questo genere non dipende dalla credibilità personale: un personaggio pubblico come Messner, piaccia o non piaccia, non ha mai concesso neppure un’unghia del mignolo alle dicerie e alle invidie, e ha sempre fornito prove oggettive dei suoi risultati. A maggior ragione dovrebbe essere poco credibile un’illazione su una sua menzogna in occasione della famosa apertura della via sul Sass dla Crusc. Eppure questo è successo. Dunque cadere in disgrazia dipende da qualcos’altro, e la possibile effettiva inesistenza della vantata impresa è solo una delle varie cause.

Carlos Carsolio
AlpinismoMistificazione-Carsolio

 

Al di là dell’accusa bisbigliata e vigliacca, c’è la presa di posizione di una rivista che non si spinge ad affermare ma si limita a “riportare” fedelmente il sussurro senza interpellare il diretto interessato. È questo il caso del messicano Carlos Carsolio, accusato da un tal Goran Kropp di non aver salito tutti e 14 gli Ottomila (quarto uomo al mondo), in quanto sul K2 si è fermato 60 metri sotto alla vetta. Kropp riferisce che anche lo scozzese David Sherman “può confermare” e conclude domandandosi se Carsolio ha mentito per la pressione degli sponsor… Io credo che servizi di questo tipo siano veramente odiosi e sciocchi, una rivista non dovrebbe macchiarsi di tale infamia: l’onore di un uomo ne esce comunque compromesso, e non v’è al momento alcuna prova della veridicità delle insinuazioni di Kropp.

Ben diverso, sulla stessa rivista, è il servizio di Christophe Raylat sull’Annapurna: più raffinatamente circostanziato, subdolo come l’acqua che s’insinua ovunque e non risparmia nulla. A parte l’ossessivo chiamare più volte “Kunz” quello che è Marcel Kurz (il che, per uno che scrive di storia della musica, è come chiamare “Vendi” Giuseppe Verdi), per il resto Raylat è ben documentato sulla conquista del primo Ottomila, l’Annapurna appunto, del 1950. In breve si può dire che la spedizione, diretta da Maurice Herzog e composta dai migliori alpinisti francesi del tempo come Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Jean Couzy e Louis Lachenal, era il tipico esempio di grande spedizione nazionale, dove tutta una nazione metteva in gioco il proprio prestigio. Non doveva fallire. La vetta fu raggiunta da Lachenal e dallo stesso Herzog, a prezzo di gravi congelamenti ai piedi ed alle mani e di un’odissea di ritorno veramente epica. In patria furono accolti come eroi nazionali, ma presto, anche per il motivo che i membri si erano impegnati a non pubblicare memorie personali, l’unico eroe da tutti riconosciuto rimase il capo spedizione Herzog. L’articolo di Montagnes Magazine investiga su Lucien Devies (1910-1980), il direttore della FFM (Féderation Française de la Montagne) che designò con pugno di ferro il capo e selezionò i componenti: lo paragona perfino a Charles de Gaulle e lo accusa, in maniera invero assai convincente, di vera e propria censura delle testimonianze di Lachenal durante la stesura del documento ufficiale della spedizione, Annapurna premier 8.000, firmato da Maurice Herzog.

Maurice Herzog (1919-2012)
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Questo libro è un vero e proprio romanzo reale che pretende l’uniformità di vedute di tutti i membri, nessuno escluso, protesi ai grandi ideali di conquista e di fraternità. Ma secondo Rébuffat tutto ciò era solo ipocrisia, dice Raylat basandosi sulla biografia che Yves Ballu ha recentemente portato alle stampe. Secondo altre note di Lachenal, Herzog passa per un pazzo invasato che voleva la vetta a tutti i costi, in spregio a qualunque sentimento di fratellanza. In seguito, l’articolo esamina i pro e contro delle prove sull’effettivo raggiungimento della vera vetta e la sensazione che in definitiva se ne ricava è la messa in dubbio anche di quello che finora era stata per tutti verità. Quindi, non contento, esamina i motivi per cui, alla fine, ci fu un solo eroe, Herzog. L’analisi qui è assai fine, perché ci viene detto che questi era in definitiva l’unico che rispondeva, come personaggio, a quello che il pubblico allora voleva. Ed alla fine non manca un’intervista a Maurice Herzog, cui sono fatte domande relative ad ogni dubbio precedentemente esposto: e le risposte sembrano essere quelle serene di un gran signore al di sopra delle parti ma anche quelle ambigue di chi, da 46 anni, difende la stessa versione.

In conclusione, un approccio accettabilmente critico alla verità ufficiale: solo un po’ sbilanciato in una direzione allo scopo di giustificare il titolo “l’autre vérité”.

 

 

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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
AlpinismoSport-Misurina-Ski-Raid-2012

Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
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Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Go aid a pitch 04

Go aid a pitch 04 (4-4)
di Gabriele Canu

Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
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Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
… ed eccoci qui, su una via magnifica, considerata come una delle vie più belle della svizzera… Caminando! … che poi, non capiamo come possa avere questa reputazione… di 17 tiri, di stupendi ce ne saranno solo 11 o 12, di belli solo 5 o 6… boh, non so, sti svizzeri so’ strani, eh! Comunque, le disquisizioni sulla bellezza della via al team Gap importano ben poco: non siamo certo qui per divertirci!!! Infatti lore mette le cose in chiaro già subito al primo tiro: dritto da sosta a sosta, e quando ga lo raggiunge di corsa, il tono è perentorio “… dove minchia hai lasciato lo zainetto?!? … giù a prenderlo!”. E così, ga alla fine del primo tiro si è già fatto 100 metri. Bello caldo, riparte per il secondo tiro: e senza avere neanche le scuse delle dita congelate, già trova eterno senza neanche aver avuto tempo di dire “bah”. Si comincia con la riga di pattoni, ma lore, in ottimo stato mentale, li scansa tutti e riesce ad arrivare in sosta al 6c+ senza dover fare amicizia con le fettucce dei rinvii. Il due tiri successivi toccano a ga, per un ovvio criterio di suddivisione delle rogne in questa lunga giornata! Il primo liquidato in nonchalance (… ah, sì… ), il secondo risolto a furia di lanci, controlanci, acrobazie varie, il tutto due metri sopra al chiodo sotto, e 7 cm sotto quello successivo. Fortuna che la relazione in nostro possesso diceva “runout fino in sosta di 7 metri sul VI+”. Ga, d’altra parte, mica ha il senso della misura: dopo aver trovato chilometrico ed aver detto di tutto al “relatore”, osserva il tipo in sosta, un simpatico spagnolo (pardon… catalano, non spagnolo!!), e quello gli indica – con il sorriso sotto i baffi e impaziente di vedere i numeri da circo sui successivi 5 metri per arrivare da lui in sosta – uno spit, due metri sotto e un po’ a sinistra… ahhhh, ecco, sul VI+ ero d’accordo, ma mi sembrava fossero un pelino più di 7 metri…!!! Sul 6b+ successivo, chiodato allegro tanto da non far perdere la concentrazione, lore regala sprazzi di bel gioco; giusta premessa agli scapaccioni che toccano a ga sul tiro chiave, che – vista l’ariosa chiodatura che lascia spazio alle riflessioni sui grandi perché della vita – per l’occasione si trasforma in un ring. Dopo aver rischiato più volte il ko tecnico e aver ricorso più volte alle cure dei sanitari, l’ultima smanacciata è quella buona… e le ossa per oggi le riportiamo tutte a casa, yeah! (…) Il successivo 6a rende l’idea di cosa si intenda per “arrampicata libera” e cerca di intralciarla il meno possibile, mentre sull’altro tiro duro la scusa degli attriti non è niente male per giustificare dei potenti resting. Due o tre tiri dove si respira, e poi si ricomincia a pompare, il diedrone che si vede da basso non è poi così appoggiato… ma in fondo ormai siamo a cinque tiri dalla fine, e quando ga è a tu per tu con l’ultimo strapiombino – belin, ma anche a un metro dalla cima dovevano metterci un passo duro?! – per pura e semplice questione morale (ma soprattutto per non concedere quelle piccole soddisfazioni al socio… si accaparra la sosta senza fermarsi a riflettere! Ed eccoci qui, con gli strani ma simpatici spagnoli, ad abbracciarci e a stringerci la mano, e a correre giù insieme in mezzo alla nebbia per simpatiche e un ciccinin aeree (…) doppie che in men che non si dica (…) ci riportano alla base… sta calando la luce, ma ormai siamo sul sentiero! … ma come… ?! ancora caminando, stiamo?!? PS: via meravigliosa, posto incantevole, roccia galattica, … vado avanti?!
Data: 11 agosto 2012

Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
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Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
“dai ga, tranquillo, decidi tu… andiamo a fare un giro dove ti pare, dimmi solo l’ora e dove!” – mannaggia, povero Davide, ancora non sa in che grana si sta cacciando con questa affermazione… Metà settembre, il meteo del weekend pare garantire meteo super e di nuovo un po’ più caldo, beh… l’ultima occasione per un giro al meraviglioso valsoera! E così, l’inedita coppia ga-davide, decide di “conoscersi” su questa famosa via del buon manlio motto, che tutti dicono così bella… e per essere che ci si conosce da due ore, l’inizio non è male: ga, il “local” (!?!) della valle, non perde occasione – fosse che fosse UNA volta che la azzecca! – per sbagliare strada. Ma porc… !! Vabbè. Una notte con il saccoapelo buttato sul prato sotto una stellata magnifica, è il benvenuto della valle per davide alla sua “prima volta” in zona… che in questa stagione diventa davvero magica, pochissima gente in giro, fresco al mattino… e una giornata stellare davanti a noi! Neanche il tempo di scaldarsi le dita, e via senza pensieri per un bel 7a+ su tacchette, che a settembre, a ovest, a 2800 metri diventa qualcosa che ha ben poco a che vedere con l’arrampicata… vabbè, primi metri primi scapaccioni… ma ci mancava solo il contrario! Al secondo tiro è il turno del Lungo – così noto non so perché, di sicuro non per l’altezza come si potrebbe immaginare, è solo 1,90! – che si sbarazza senza neanche accorgersene di un onesto 6b+. E’ il turno di ga, ”dritti per il muro rosso a tacche distanti“, diceva la guida dimenticandosi che anche gli spit non sono esattamente quel che si definisce ”a portata di mano“. Così, tra continui e inutili tentativi di scaldare le dita ibernate, e equilibrismi vari per non soccombere alla forza di gravità che incessantemente richiamava verso il basso anche in momenti poco opportuni, il losco individuo giunge in sosta strappando la libera in extremis, e ovviamente, appena in sosta, il sole arriva sulla parete. Malimortacci!!! Almeno il lungo si gode il successivo tiro… interessante pur nella sua brevità, e ga ancora si ritrova in mezzo a un tiraccio, di cui si libera con alcuni movimenti a metà tra l’arrampicata e il calcio saponato. Nel tiro successivo, il lungo sperimenta l’inscalabilità (totale!) di un paio di spit del tiro successivo (?!? Fantascienza… anni e anni di scalata, e non capirci una beneamata… ), ma si passeggia (…) il resto del tiro. Anche ga prova a passeggiare sui primi metri del tiro successivo, da molti evitato sulla destra… ma ga, si sa, non sa mai dire di no a due scapaccioni garantiti e a tasso zero! Di qui la scalata si fa più facile, in compenso l’ora comincia a farsi tarda… ci involiamo (…) sulla sommità del torrione, e neanche il tempo di dirlo – sono le sette! – e giù di corsa dopo esserci goduti qualche minuto la maestosità del posto e la giornata meravigliosa che ci ha accompagnato! Le doppie vanno via in fretta senza complicazioni, un po’ meno il rientro al rifugio al buio, ma insomma… è andata, grande giornata… e niente male, come prima via insieme…!

(palloso ma doveroso appunto tecnico) premetto: a) adoro le vie di motto b) normalmente le sue vie per me sono capolavori c) è stata comunque una bellissima giornata e mi sono divertito. Premesso ciò devo però dire che, rispetto allo ”standard motto“, qui ho trovato una chiodatura stranamente ”generosa“ (spit anche a fianco a fessure proteggibili), ma più di questo… due anni fa ho ripetuto Sturm und Drang, oggi questa via e… confermo la mia opinione in merito a quanto già avevo visto. Mi pare una via parecchio forzata, in molti punti si passa a pochi metri, in alcuni proprio a fianco… non so, nessuno dice niente in merito in giro, tutti a tessere grandi lodi… però a me personalmente, pur trovandola una bella via – leggi bella arrampicata, bella roccia, bella linea – mi ha lasciato un po’ perplesso per questi aspetti… e mi pare strano che nessuno ne dica niente… lo avesse fatto Grill lo avrebbero mangiato vivo… (fine appunto tecnico!).
Data: 15 settembre 2012

Diretta Ribaldone alla Torre Castello
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Diretta Ribaldone alla Torre Castello
“Allora… ok che ci conosciamo da poco, ok che già non mi sopporti più, ok tutto quanto. Però la settimana prossima compio 30 anni. Ora… a me farebbe pure piacere passare il compleanno con te, però… beh… sta un po’ a sentire, facciamo così: già che è il mio compleanno, lasci decidere me dove andare!” – “… ” – “Ok, allora so dove voglio andare!”.
Certo che ga, terrorizzato da una possibile frase “… voglio andare all’outlet di serravalle!” non sapeva proprio che dire. E francamente, l’alternativa “… voglio salire sulla Torre Castello, e passando dalla Ovest…” lo lasciava impietrito e incapace di intendere e di volere. Così, buttato di peso dentro alla macchina e trascinato ancora incredulo l’improbabile essere vivente nei pressi del parcheggio – alla buon’ora delle 11 e mezza, come veri finaleros doc! – ele comincia a scrutare il cielo. “Interessante… ma oggi non davano meteo ultrastabilemancounanuvoletta?!” – “… massì, lo davano un po’ tutti!” – “… ma tutte ste nuvolaglie, allora?!” – “… e vabbè, due nuvolette di passaggio!!!”. Infatti. Tiro numero 3, piovischia. Tiro numero 6, il casco comincia a emettere strani suoni… “Ele, ma la smetti di far sto casino?! Proprio ora ti devi mettere a scrivere a macchina?! … non puoi fare sicura a modo?!” – “Ehm… scusami hai ragione. Pensa che a prima vista avrei detto che stava grandinando, ma visto che i meteo che guardi tu sono infallibili è impossibile… dai, smetto di scrivere e ti faccio sicura a modo!”. Sarà come sarà, l’ultimo tiro sembrava quasi bagnato… mah, impossibile, chissà!
Arrivati in cima ga tira fuori dallo zaino una mini-sacher e la candelina… – oh, ma è un compleanno o no?!? – ed ele, giunta pure lei, dopo una ventina di minuti si accorge della mini torta… e spenta la candelina… ora si può festeggiare!
… buon compleanno, Ele!

Io l’ho vista così… (Ele)

Data: 18 giugno 2013

Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
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Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
Alpi Giulie, atto primo (e unico dell’anno). Dopo aver clamorosamente, al mattino presto, sbagliato non solo attacco della via ma più precisamente la parete – complimenti!!! – nei pressi delle sorgenti del Piave, altro viaggio della speranza per i nostri due intrepidi (…) eroi (…) che, raggiunto un quantitativo di chilometri ragguardevole, decidono di fermare la macchina e far due passi a piedi, direzione: rifugio pellarini. Destinazione: ignota, ma con in (una) mano la guida dei monti d’italia delle giulie occidentali (affarone: 35 euro per un libricino aggiornato al 1974… e nell’altra i polmoni di ele, in evidente quanto avanzato stato di decomposizione dopo l’avvicinamento al rifugio. Nel quale, onestamente, non veniamo trattati esattamente come dei signori – ma forse nemmeno lo siamo, e nemmeno lo pretendevamo -; e con ciò senza neanche averla iniziata, polemica terminata… ma di sicuro, per quanto mi riguarda, va in quell’elenco di rifugi che ognuno di noi ha, dove magari, se si può evitare di tornare… E peccato, tra l’altro, perché il posto è veramente fantastico, l’ambiente è magico, queste tre paretone lì davanti, imponenti e maestose, sono davvero da copertina!
Un po’ meno da copertina, è l’avvicinamento a questo bellissimo spigolo; nessuna traccia, e dritti per ghiaini ed erbetta. Piacevole, direte voi. Spiacevole, dirà ga mezzora dopo quando tornerà giù e poi di nuovo su all’attacco, con speranze misere di ritrovare la dispersa macchina fotografica: le possibilità di ripassare sullo stesso percorso seguito all’andata su un terreno simile, sono talmente misere da sembrare le possibilità che un pregiudicato finisca in carcere o ai servizi sociali entro una dozzina d’anni dalla sua condanna definitiva in terzo grado. Sempre che quei dieci milioni di sassi che ci sono lungo l’avvicinamento, non siano anche loro paragonabili ai dieci milioni di elettori del pregiudicato in questione; in tal caso, a detta di alcuni pare che sia ampiamente giustificabile un eventuale ritrovamento della mia macchina digitale!
Insomma che, in ritardo di un’oretta e con ele ibernata ad attendere il mio infruttuoso ritorno, siamo pronti a partire. Dopo aver rischiato di venire inghiottiti dal nevaio, e il momento di prendersi le bollite per allenarsi all’inverno: una a testa, palla al centro. Raggiungiamo in breve i due tipi partiti davanti a noi, e ga comincia a spazientirsi, non tanto per il fatto che i tipi facciano OGNI sosta che trovano (10,20,30,40metri di corda fuori che siano!), quando perché la signora è altamente scortese e non apprezza la compagnia di ga in sosta. Capisce poi solo più tardi, quando il tipo dice “you are a speed climber! If you want, probably it’s better if you go ahead, so you can find the way quickly and we follow you!”. Pensiero carino… ma… all’impazienza della tipa, e al suo continuo muoversi in sosta, e farfugliare cose, ga finora non aveva collegato nulla. Salvo quando, poco dopo, la signora gentilmente si sfila l’imbrago, e al grido di “I’ve got to go to the toilet!!!!!” si infila correndo nel camino, ed espleta, diciamo così, le sue ‘funzioni vitali’. Ga avrebbe ben altro modo di definirle, ma il risultato finale è uno stordimento tale da rendere ga totalmente inerme. La faccia di ele ormai a pochi metri dalla sosta, nel frattempo, è da manuale… Ripreso dallo choc, ga comincia a macinare metri al motto di “siamo in ritardo!”, e in breve (…), i nostri due sopraggiungono – vivi! – alla Cengia degli Dei. Cosa non esattamente scontata, senza contare che poi, giungeranno vivi – ele compresa, e ciò è notizia curiosa! – anche dalla discesa per la banalissima gola nord-est…
Data: 22 agosto 2013

 

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
Prima del racconto inseriamo le presentazioni dei due compagni di Gabriele:

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Micky (Michele Fanni)
Validissimo rappresentante della stirpe Fanni – e chi conosce Paolo Fanni, sa bene a cosa ci riferiamo. Calmo e silenzioso, se lontano dalla sua chitarra elettrica (che strimpella in maniera dignitosa con un manipolo di soggetti borderline, da lui stesso più comodamente definiti “gruppo”), ovunque si trovi: sulle placche più levigate come sugli strapiombi più accentuati. Tanto silenzioso che a volte facendogli sicurezza ci si dimentica di averlo attaccato al reverso. E, come il fratello, nello stesso tempo lui tende a dimenticarsi che, destino vuole, in questo continente il sole ha la brutta abitudine di tramontare, verso sera. Il suo atteggiamento ieratico può a volte esser scambiato per menefreghismo, ma non fatevi ingannare! Una volta su una via, pochi metri sopra ad un amico (di quelli con le camme!) abbarbicato ad un´unica presa ormai da minuti con avambracci gonfi e faccia implorante, Michele si volta e fa “Dai eh!” e riprende per la sua via… Alla sua scarsa dimestichezza con nut e friend sopperisce con una dose impareggiabile di sangue freddo. Memorabile il suo commento dopo essere uscito da il camino di 20 metri di VI improteggibile sulla Sinfonia dei Mulini a vento all’Aguglia di Goloritzé: “Ma Lo! A cosa servono tutte queste cianfrusaglie che mi hai appeso sull´imbrago? Mi danno solo fastidio!” . Probabilmente soltanto la pigrizia gli impedirà di diventare un grande alpinista. Una delle sue massime preferite, “Ma perché devo riassettare il letto se già stasera ci torno a dormire?”, viene captata da ga nell’ultima uscita GAP su roccia del 2010, e per questo viene scaraventato giù dal letto a orari improbi, e trascinato su una via di roccia dalla fama non certo di una via “facile”, patendo le pene dell’inferno. Non più tardi di un anno dopo, terrorizzato all’idea di trovare nuovamente così lungo, arriva all’appuntamento, ormai tradizionale, con l’ultima scalata su roccia dell’anno dopo un’intensa preparazione atletica, e sfodera prestazioni lasciando ga allibito. Definito dalla critica più severa “Soffice, pungente, sobrio. Criptico.”

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Fulvio Scotto
Una delle leggende (viventi!) dell’alpinismo piemontese. Parlare del suo immenso curriculum con ricky, sarebbe come tentare di parlare di politica con flavia vento. Uno spreco. Un’enciclopedia universale dell’alpinismo. Quando gli chiedi informazioni su una via, lui l’ha già fatta, e sempre (ma come sarà mai possibile?) “25 anni fa”. Nel mezzo non se ne sa nulla. Di sicuro tantissimo alpinismo esplorativo nelle valli del cuneese, duemilaseicentotredici nuove vie sul Monte Matto, oramai la sua seconda casa. Tra le grandi classiche che hanno fatto la storia, gli manca la walker alle jorasses (toh, manca anche a me… ), sempre rimandata perché “… c’è così tante belle cose da fare, che tutto non si riesce!”. Se lo incontrate, alla vostra domanda “quanto ci vorrà ad arrivare all’attacco?”, usate la seguente tabella di conversione: “un’oretta” -> “1h30′ (senza zaino) su faticosissimo pendio di sfasciumi” – “due ore” -> “2h fino al bivio da cui parte il sentiero vero e proprio” – “due ore buone” -> “3 ore e trenta – 4 ore”, e via dicendo. Unico oggetto assolutamente indispensabile in sua presenza: la frontale. Le speranze di ritornare con il chiaro è inutile portarsele nello zaino. E’ l’unica persona che io abbia mai avuto modo di conoscere in grado di salire appendendosi al fiffi ogni spit sul 6a a boragni, e ripetere pilone centrale, pilier d’angle, pilastro rosso (giusto per far tre nomi…), aprire una via nuova in solitaria sulla nord del corno e la diretta allo scarason, fare la prima solitaria al bric camoscere, la prima invernale di Ge.La.Mo. al Corno Stella…

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
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… come cambia, a volte, la percezione del tempo e dello spazio. Secondo tiro di questa improbabile linea nuova, ga comincia ad essere sopra l’ultima protezione (vabbè, un microfriend malmesso, d’altronde, rientra in quella categoria comunque!) un paio di metri, tre, quattro, cinque… ci prova in tutti i modi a piazzare qualcosa, ci son piccolissime fessure ovunque, si riuscirà a mettere la prima protezione decente di sto tiro… macché, cieche. Tutte, cieche! Il chiodino, la lametta, entra bene 1 cm, e poi “sdlen, sdlen, sdlen”… niente! E poi ci si lamenta della roccia marcia… avercene! … che poi sulla roccia compattissima, come qui, non ci son nemmeno spaccature, fessure, blocchi da tenere… c’è solo un placcone liscio, bellissimo, certo… con gli spit. Senza, ancora più bello. Però, per raccontarlo, manca ancora un misero metro! … incredibile quanto ci possa volere a prendere il coraggio e fare un misero metro quando la protezione è ‘laggiù’ e per giunta pessima, e quanto invece ci vorrebbe se qui ci fosse uno spit. Ma non c’è, e non ci deve essere… o almeno, questo è il nostro ‘gioco’, queste sono le mie, le nostre, regole. L’avventura è anche questo, in fondo. Non siamo mica qui perché ce l’ha ordinato il medico, d’altra parte. E neanche per consegnare ai (quanto mai ipotetici) ripetitori una via che oggi si ama definire “plaisir”! Questa è la nostra linea, e questo è il nostro compromesso… si passa con ciò che la natura offre, se non si passa… si torna a casa e magari un giorno qualcuno più forte, più motivato, più coraggioso sarà in grado di passarci… oggi ci siamo noi, e ci proveremo fino alla fine! Comunque alla fine l’istinto di sopravvivenza ha la meglio, e la pellaccia, anche oggi, forse la portiamo a casa… Infatti, un metro più in su e a sinistra, ga vede una fessura… si sposta, riesce ad abbrancarla, e pur con un liscione al posto dei comuni appoggi per i piedi, c’è una certezza: dovranno passare sul suo cadavere, per togliergli dalle dita quell’unica presa buona!!! … nonché l’unico posto, dopo venti metri, per mettere una protezione degna di questo nome. E infatti, ga non si lascia certo sfuggire l’occasione e si trasforma nel kebabbaro della situazione, e comincia a farcire la fessura con tutto quel che ha sull’imbrago: sei friends, nove nuts, cinque chiodi, tre tricam, due cunei. Ecco, ora si può continuare… Svuotato di un po’ di peso inutile, e aiutato dalle difficoltà un pochino più consone, riesce a fare anche i successivi quindici metri e a mettere una seria ipoteca sul risultato finale. “Da qui dovrebbe essere tutto più semplice!”, diceva infatti. E i due tiri successivi, con due tratti di VII-, non fungevano altro che da certificazione che l’ottimismo di ga era – come sempre – malriposto. Ma poi per la legge dei grandi numeri la parete comincia ad essere un po’ meno ostile, e con altri due tiri un po’ più gestibili, la cresta è raggiunta! Per tutto il tempo, tiro dopo tiro, ci siamo chiesti: “ma riusciremo a passare?!”… e solo qui, sulla cresta, ci rendiamo conto che alla fine, abbiamo sconfitto il nostro piccolo drago! Avventura bellissima, e stile come piace a noi… indimenticabile!
Data: 4 settembre 2013

Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
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Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
“dottore, non sto bene, mi sento di aver voglia di scappare un po’, di fuggire lontano, di prendere aria… cos’ho secondo lei?”. Lo controllò ovunque, pressione, battiti, saturazione, test dei riflessi, tutto… finché la sentenza fu “direi che non ci sono dubbi, il quadro clinico è completo e non lascia adito a ripensamenti, signor ga: astinenza da Pale!”. Ma in fondo ga lo sapeva bene, e così, alla proposta di ector di andare a ricordarsi cosa voleva dire cacciarsi nelle grane, fu ga a proporre: “… ma questa forse ancora irripetuta via del de biasio, se ne sa qualcosa?!”. Non se ne sapeva niente, ovviamente, perché andarsi a cacciare su di là non è certo per gente con la testa sulle spalle. E infatti, verso settembre quando la malinconia incomincia un po’ a prendere il sopravvento e si sente l’autunno che ti entra piano piano nelle ossa, i due decidono di andare a vedere questa stranissima linea che a furia di infiniti ed esposti traversi vince la grandiosa e all’apparenza inespugnabile fortezza della terza pala… vista “diqquà”, dove non batte il sole, dove il per nulla ospitale boral spedisce alitate di vento gelido e umido. Dove il traverso erboso per andare a prendere il boral ti lascia il segno. Dove nel giro di 10 minuti incominci a capire cos’è il IV de biasio, scuola massarotto. E ne hai la certezza quando ricominci, poco sopra, a traversare, a traversare, a traversare infinitamente trovando l’unica linea di debolezza… con grande coraggio e astuzia, e poi il difficile camino, e poi ancora, ancora, ancora… e una bella cengia da bivacco, di quelle con ogni comfort, di quelle da signori, di quelle che pensi che se non fossero così lontane, qui ci verresti a dormire più spesso. Un meraviglioso palcoscenico sulla valle, e la tranquillità che da qui, almeno, le grandi difficoltà sono finite. In salita. Rimane poi un giorno intero per l’ultima parte di via, la risalita in cima alla Terza, e poi l’espostissima Cresta di Milarepa, meravigliosa e aerea traversata che porta in un paio d’ore allo spiz… e da lì, ancora l’infinita e lunghissima discesa, con due bivacchi alle spalle e sulle spalle due zainoni, due giorni intensi e senza un attimo di respiro, solito viaggio eterno, avvicinamento faticosissimo e mai stupido, scalata delicata, tecnica e psicologica in un ambiente che, diciamocela tutta, non fa di tutto per metterti a tuo agio. Qui dentro, sulla nord della terza, sembra veramente di essere in un altro mondo, tutto verticale, tutto strapiombante, il boral, i prati verticali, la roccia così così, i traversi, l’esposizione, la discesa infinita e ben lungi dall’essere un comodo sentiero, l’essere e il sentirsi – e un po’ anche vivere – veramente in un mondo a parte. E’ probabilmente il posto delle Pale dove abbiamo vissuto forse con più ‘paura’, schiacciati dall’ambiente e dall’ingaggio. Ma non era paura, era quel misto tra paura e felicità… felicità di essere proprio qui, ‘selvaggi’ e senza mai fermarci nel farci la solita e impossibile domanda… “ma perché?!”. La cosa bella di questa domanda è la risposta, che non vi diamo… è tutta in un abbraccio, alle dieci di sera del terzo giorno, quando il telecomando della macchina fa il suo dovere dopo tre giorni a riposare in fondo al sacco. C’è poco da aggiungere… le pale lasciano sempre un sapore tutto particolare, che solo chi ha provato può capire… insieme forse a chi non ha provato, ma ama davvero l’avventura e il vivere a fondo le giornate. Come ci ha detto il buon De Biasio quando gli abbiamo voluto raccontare che abbiamo provato a seguire le sue tracce, “Bravissimi, ragazzi! … ma proprio lì dovevate andarvi a cacciare…?”… Eh già, dopo aver vissuto quest’avventura come dargli torto… ma la terza ci mancava… ora manca solo la seconda, prima di dedicarsi “all’altro lato”! … arrivederci cencenighe… al prossimo attacco di astinenza da pale!
Data: 23 settembre 2013

Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
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Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
Ehi liviell… domani hai voglia di fare un giro in montagna insieme?!” – “… dai ga, grazie… e perché no?! … hai qualche idea?!” (ndr: domanda stupida) “mah, sì, in effetti un’idea ce l’avrei… una roba tranquilla, avvicinamento brevissimo, 6b massimo… ” – “figo! Cos’è?!” – “… il diedro del terrore!” – “… ”
E fu sera, e fu mattina. Dopo il massacrante avvicinamento di sette minuti scarsi, l’orrida parete è presto raggiunta. Ele prova subito a trasformare il “diedro del terrore” in “diedro del panico”; i risultati ve li lascio immaginare. Certo è che partire con un tiro di V+ in traverso non è il massimo, ma sui quattro rumeghi successivi di III+ ele non manca di far notare a ga che la sua via ideale è una via di una dozzina di tiri simili… che a voler vedere, è un po’ come dire che la parte bella del pesce è quella dalla cengia in su…
Da qui in poi la parete si verticalizza, e dopo un primo curioso boulder in cui la tacca buona per il piede risulta unta (…?!?) e uscita su terra buona per piantarci il basilico, ga comincia la rissa con un’osticissima fessura ad incastro: inutile dire chi avrà la meglio. Viene poi il tiro chiave, su cui si è letto e scritto di tutto: a ognuno la propria visione della vita e della scalata, però rifletterei sulla frase di elena “… ma questa non è roccia marcia!!!”… che è tutto dire… Le protezioni sul tiro comunque sono più “di quantità” che “di qualità”, ga decide di non testarle così come decide saggiamente di non perdersi come avevano fatto gli amici filippo e saverio, e allora via facile sul bel traversone che porta fuori dal diedro, e che con un ultimo simpatico tratto siamo al bosco e alla terraferma… e contenti di aver salito questo bel vione storico, che prima o poi… andava fatto!
Data: 7 giugno 2014

Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
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Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
“… eccola, ele! Dev’essere la distesa di campo imperatore! Che figo sto posto!” – “Stupendo! Ma è enorme!”. E tutto ciò per scoprire che quello che vedevamo era solamente l’inizio, di quella distesa… e il cartello “campo imperatore 20 km” non faceva che confermare l’immensità di questo posto unico. Girovagando con gli occhi un po’ stralunati, finiamo per non renderci conto che alla fin fine, dopo due ore di macchina… non siamo che, in linea d’aria, a un paio di km da dove siamo partiti… Eppure il mondo qui sembra diverso, non c’è una funivia che sale in mezzo ai monti, e dall’Osservatorio in su si respira un’atmosfera diversa. E’ mattina presto, saliamo in mezzo alla nebbia e alle nuvole basse senza ancora vedere dove andremo, e non par vero – vista la distanza così minima in linea d’aria! – di essere sulla stessa montagna dei giorni scorsi. Ce ne rendiamo facilmente conto solo perché anche qui non piove, mentre dal nord giungono catastrofici messaggi da mittenti sconosciuti, “dolomiti allagate!”. E noi siamo qui, in mezzo alla nebbia ora, ma da una settimana qui e senza aver ancora preso una goccia d’acqua…
Appena giunti alla spalla sotto la parete, le nuvole si diradano, la nebbia è quasi interamente sotto di noi, e questo è un posto meraviglioso perché non c’è nessuno, siamo soli e qui, forse, c’è il vero fascino del gran sasso. Tra l’altro, chissà perché ga (come peraltro diversi altri sciamannati) definisce “affascinanti” tutti i posti dove la roccia lascia a desiderare. Come se fosse affascinante vedere la parete che crolla a pezzi. Boh! In mezzo a tutte queste romantiche riflessioni e visioni della vita, ga ed ele si dimenticano che siamo qui per scalare. Glielo ricorda bruscamente il nostro fratello (yo’, yo’, brò!) Matteo, giovane falesista del nord cacciato sulle rogne dal suo fido socio Jack, che in sosta osserva divertito finché non tocca a lui infilarsi nella famosa fessura che caratterizza la via. Quando è il turno di ga, ovviamente il sole va via, lasciando la nebbia a inumidire le ossa e a rinfrescare gli animi; meno male, così ga evita di venire alle mani con l’ostica fessura, e in carenza di materiale opportuno, si regala un simpatico runout, come se non ne avesse già abbastanza di corse affannose per giungere intero in sosta senza dover ricorrere alla dentiera per il resto della sua vita. Ele segue cantando. Si, cantando: ed è tutto dire!! Al terzo tiro sembrano esserci frigoriferi classe A in offerta e Bro’ decide di portarne uno a casa, il meno ingombrante per ovvie ragioni, ma nel goffo tentativo di metterlo nello zainetto lo fa cadere rovinosamente a terra, e di lì al ghiaione basale il tragitto è breve; e poco dopo ga, sul quintomeno, rischia di piantarci una randa tale da riuscire probabilmente ad arrivare e recuperare almeno il cestello, e cominciare il primo lavaggio con i suoi boxer. Ancora un tiro al supermercato in mezzo alle grandi offerte sugli elettrodomestici e protezioni rarefatte come l’ossigeno in quota, e poi via via più facile sino alla cima del corno grande… che vista da quassù! … nebbia. Ovunque ci si giri… nebbia! Per puro sbaglio riusciamo a vedere dei ragazzi in cima senza scontrarci, e poi è il momento di quattro chiacchiere e della lunga discesa. Oggi beh, non possiamo certo dire di aver visto la roccia delle Spalle e non abbiamo sicuramente goduto delle comodità dei Prati di Tivo; ma forse, abbiamo visto una piccola ma sicuramente affascinante parte della vera anima del Gran Sasso!
Data: 17 agosto 2014

 

Nel luglio 2016 Gabriele si è fatto male alle isole Faroe. Questo è quello che ha scritto in via di guarigione:
“Qualcuno in questi giorni mi ha detto che son stato sfortunato… ma forse era solo per cercare di consolarmi del fatto di ritrovarmi così accartocciato e con una dozzina di arti sparsi per il corpo alla ricerca di un’identità.

Per qualche momento, forse, ammetto di averlo pensato anche io. Mentre mi caricavano sull’elicottero, devo averlo pensato. Devo averlo pensato anche quando poco dopo in ospedale hanno cominciato a imbottirmi di morfina come il tacchino di cibo le settimane prima del Giorno del Ringraziamento.

Si, forse l’ho pensato per davvero di aver avuto sfiga. Ci ho creduto. Mi è sembrata un’ottima scusa a poco prezzo.

Secondo questa teoria oggi, ancora con i miei bei problemi a dieci giorni dall’incidente, non dovrei poter essere qui a scrivere…invece, con una mano sola al momento, ma sto scrivendo. Riesco a formulare frasi di senso compiuto… o meglio, riesco a formulare frasi come prima di dieci giorni fa…sul senso compiuto meglio non esprimere giudizi. Riesco a sorridere e a fare smorfie di dolore, riesco a lamentarmi, riesco a ricordarmi che ho ancora dei sogni, riesco a rispondere più o meno a tono alle menate di belino dei miei amici, riesco anche se ancora con un pò di fatica a stare in piedi e a camminare, riesco a rivedere un pò del bel materiale video realizzato in quel poco tempo, in quel posto che mi è rimasto nel cuore… in fondo ero lì anche per quello. Quasi riesco già a vestirmi da solo, con l’aiuto di una corda legata all’armadio pur con qualche sforzo riesco anche ad alzarmi da solo dal letto, insomma: questa è sfortuna?

Visto quello che è successo e a come poteva andare, io la chiamo invece FORTUNA. E infatti, sono fortunato ad essere qua!

Le cose succedono, la vita va avanti. Passerà ancora un pò di tempo prima di poter tornare “come nuovo”, ma… succederà. Non è straordinario? Poteva succedere qui, è successo là… cosa cambia? I soldi spesi per l’assistenza sanitaria? Il fatto di dover interagire in inglese piuttosto che in italiano? Che la terapia intensiva là si chiami intensive care come qualche deodorante che vendono al supermercato? Non cambia niente: sono VIVO!

Grazie – ma veramente! – a tutti quelli che in questi giorni si sono fatti vivi, che mi hanno chiamato, che mi hanno scritto, che son passati a tenermi compagnia, e a quelli che han promesso che passeranno a darmi un abbraccio perchè hanno veramente piacere di farlo: grazie di cuore, non me lo aspettavo!

In primo piano, Gabriele alle Faroe
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L’ultima avventura

L’ultima avventura
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Lo scarpone, maggio 1972)

Mi succede ogni tanto di essere un po’ stanco. In inverno quando torno a ripercorrere itinerari di palestra, dove la successione dei movimenti è ben impressa nella mia mente, in primavera quando riscopro valloni e montagne che ho visto decine di volte. Ma non è che mi vengano meno le sensazioni, anzi, tutt’altro: è che forse cerco ancora un briciolo d’avventura in un ambiente dove non sempre riesco a trovarla.

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Mi sembra di risalire il lungo e selvaggio Vallone di Piantonetto, mi pare d’averlo davanti agli occhi, solitario, cupo e un po’ tetro nella luce della sera. Rivedo il grande pianoro di pascoli con il piccolo gruppo di grange addossate le une alle altre, sotto i salti di roccia. Quasi si confondono con le pietraie, sono grigie, grigi i loro muri, grigie le lose che ricoprono il tetto.

La sera di un sabato di settembre sono pochi quelli che sono saliti fin quassù e sono tutti amici. Non c’è rifugio, forse ancora pochi conoscono il Piantonetto, qualcuno sa che sulla parete del Becco di Valsoera c’è una certa via aperta da Lionello Leonessa e Giuseppe Tron che dovrebbe essere davvero una bella arrampicata. Si parla anche ogni tanto, e con grande rispetto, della via che Andrea Mellano, Romano Perego ed Enrico Cavalieri hanno aperto sul grande spigolo. Una via difficile, nessuno l’ha ancora ripetuta.

Durante la notte pioveva e le lose del tetto lasciavano passare gocce abbondanti. La sera si ritornava al grande pianoro chiuso tra monti altissimi e si restava stupiti da quel grande silenzio, smarriti in quell’atmosfera intima e incantata che ti lascia qualcosa dentro.

Perché avevi vissuto un’avventura. Forse avevi ripetuto la via Malvassora; certo non è una via estrema, ma avevi percepito appieno una dimensione diversa. O forse ti eri avvicinato pieno di timore e di riverente rispetto al grande spigolo per cercare di passare dove i primi, nomi grandi e famosi, e altri molto tempo dopo, anch’essi fortissimi, molto più forti di te, avevano detto: è difficile.

E ricordi molto bene quel giorno, su nel diedro enorme e senza sole, freddo e geometrico, ricordi la sensazione di vivere qualcosa di grande e il desiderio accarezzato a lungo che a poco a poco diventava realtà. E poi ancora la sera, soli, in silenzio, a ripercorrere quel grande pianoro camminando lentamente sui morbidi ciuffi d’erba accompagnati dal chiacchierio del torrente.

En Vau (Calanques, Francia). Da sinistra: Piero Ravà, Gian Piero Motti, Fulvio Berrino. 31 marzo 1972
En Vau (Calanques, Francia). Piero Ravà, Giampiero Motti, Fulvio Berrino. 31.03.1972

Sovente ritorno al Piantonetto. Oggi c’è un grande e comodo rifugio che ogni sabato sera è pieno zeppo di gente che viene anche da lontano: Milano, Genova, Bergamo… Nessuno ormai va a dormire nelle piccole e scomode grange e può darsi che nessuno, camminando, le noti più. Prima che giunga l’alba, decine e decine di piccole lampade risalgono il grande pianoro e poi, adagio, i ripidi canaloni che portano sotto le pareti. A volte se vuoi ripetere la Perego ti tocca fare la coda, ormai è una via classica, non fa più paura a nessuno, anche perché i passaggi più duri li hanno addomesticati con tanti chiodi.

Eppure io ritorno ancora al Piantonetto perché ci sono affezionato; ma a volte, quando di sera ripercorro il grande pianoro, mi pare d’essere un po’ stanco. Vedo intorno a me un sacco di gente che va e viene, la sera nel rifugio è un gran vociare. Ricordo molto bene come davanti alle grange fossimo pochi, e stessimo lì seduti sulle pietre a parlare di tante cose e forse anche a cantarne una.

E ora qualcuno dirà: ma vuoi la montagna tutta per te? Proprio tu, che scrivendo la monografia del Piantonetto hai invitato la gente a venirci? No, o forse sì. Io solamente vorrei un alpinismo più umano.

Non vorrei che ci fossero alpinisti che arrampicano unicamente per il desiderio d’affermare se stessi, non vorrei che alcuni dimenticassero l’estetica, tesi unicamente a conseguire il risultato. Molte volte ho visto amici e compagni soffrire terribilmente per una rinuncia, per una giornata di tempo brutto, e patire ancora di più quando hanno saputo che Tizio nella stessa giornata aveva invece compiuto la salita. Sovente ho sentito discorsi tendenziosi, a volte vere e proprie calunnie dirette a demolire chi ha il torto d’essere più forte di noi. Ancora ho visto amici e compagni affannarsi e dimenticare anche le norme di sicurezza durante una salita, solo perché era importante “fare il tempo”. Ho visto alcuni voler realizzare a tutti i costi una certa salita, solo perché in quel momento era un’impresa che dava grande prestigio.

Un giorno vorrei partire con due o tre veri amici e risalire un lungo vallone che non ho mai visto, camminare adagio, fermandomi ogni tanto su qualche grande sasso, oppure bere a qualche fontana per sentire l’acqua che scorre sul viso. Vorrei scoprire a un tratto una parete immensa e solare, oppure risalire con gli occhi una cresta elegante e perfetta, e vorrei poter vedere tutte queste cose come quando mi avvicinai alla montagna la prima volta.

Vorrei allora salire questa parete e, quando il sole cala nel pomeriggio, fermarmi su un terrazzo quadrato e non pensare che forse si dovrà bivaccare, che bisogna forzare, uscire a tutti i costi.

Vorrei allora che l’amico avesse con sé una chitarra e cominciasse a suonare, e noi cercassimo di seguirlo ricomponendo e ritrovando i chiari versi di Bob Dylan, oppure le fantastiche e surreali visioni di lan Andersen. E mi piacerebbe attendere la sera così, parlando di noi, parlando di tutte quelle cose che sentiamo a volte accumularsi dentro, ma che raramente riusciamo a esprimere perché si ha sempre paura di essere veramente se stessi.

Ricordo ancora una sera di primavera, nella meravigliosa Calanque di En Vau. Finito il grande via vai degli alpinisti di ogni nazionalità, finito il vociare, i richiami, le urla, i tintinnii delle staffe e i colpi di martello. Il sole a poco a poco sta discendendo nel mare ed è subentrato un silenzio che veramente dona quiete. Arrampichiamo adagio sulla cresta, sono gli ultimi metri di questa via che ha un nome bellissimo: la Sirena. Ma ecco che giù in fondo, sulla piccola spiaggia, alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco, si sono seduti intorno e al suono di una chitarra hanno cominciato a cantare. È una canzone che conosco bene anch’io, e mi giunge chiara e limpida una voce di ragazza, una voce che per i suoi toni acuti e cristallini ricorda molto quella di Joan Baez. Noi abbiamo finito, gli altri ci chiamano, dobbiamo rientrare a Marsiglia, è già tardi e le ragazze si sono un po’ scocciate di aspettarci tutto il giorno mentre noi arrampicavamo. Eppure il mio desiderio sarebbe quello di mandare tutti quanti al diavolo, ragazza compresa, e di scendere giù a mescolarmi con gli altri, non importa se non ci capiremo molto, sono inglesi, tedeschi, francesi, ma i nostri contatti umani sarebbero ispirati alla semplicità, perché sicuramente saremmo noi stessi.

Vorrei compiere salite che ho sognato a lungo e che ancora continuo a desiderare. Vorrei finalmente salire lo spigolo Bonatti al Dru per poter provare una parte delle sensazioni che quell’uomo deve aver vissuto in quei sette giorni, solo, libero di salire ovunque, libero di scegliersi un cammino in un dedalo di rocce, libero di parlare con se stesso, di riflettere ogni sera seduto su un terrazzino, di pensare alla sua vita e al perché di un’azione così diversa.

Ho invidiato sempre quest’uomo, non tanto per le sue realizzazioni, quanto per ciò che ha saputo e potuto vivere nei giorni grandi della sua vita. Per ciò che ha saputo dare agli altri. No? È vero, qualcuno dice che un uomo così non ha prodotto niente, che la sua azione è sempre stata sterile ed egoistica. Ma chi parla così non ha capito nulla dell’uomo e non sa in quanti e quali modi si possa donare agli altri.

Il versante ovest del Becco di Valsoera. Foto: Marco Milani
Becco di Valsoera western face, Gran Paradiso National Park -- Becco di Valsoera, versante ovest Parco Nazionale del Gran Paradiso

 

Sovente ho cercato di immaginare il ritorno di Bonatti dopo i giorni del Dru o quelli del Cervino in inverno, ho cercato di immaginare il suo amore per la natura e per tutto ciò che è bello. Così una mattina anch’io sono partito da solo, ho realizzato qualcosa di più modesto, anche se è la quantità che varia ma non la qualità. Anch’io ho vissuto il mio giorno grande e anch’io, quando sono tornato, ho creduto di impazzire correndo in un prato, sdraiandomi nell’erba a guardare il cielo, gli alberi e i fiori. Perché tutto era diverso, nuovo, tutto era da riscoprire. E anche gli altri, tutti, mi parevano più buoni, più aperti, un sorriso per tutti, ma sincero.

Ricordo che un giorno Messner disse a proposito di una sua grande “solitaria”: «Io non potevo piangere, perché il mio cuore e la mia mente erano divenuti come il ghiaccio e la pietra. Ma quando poi discesi tra l’erba del sentiero, qualcosa si sciolse in me e allora piansi».

Forse andrò al Dru, ma troverò decine di persone che si rincorrono affannosamente su per il canale, forse dovrò attendere il mio turno per salire, forse dovrò infilarmi tra intricati giochi di corde, forse un metro sopra il mio capo i miei occhi non cercheranno la via, ma le suole degli scarponi di chi mi precede. Ma ditemi, dov’è l’avventura?

Su un muro della mia camera ho appeso un grande foglio bianco su cui c’è scritto “Conosci te stesso”. Ogni mattina quando mi sveglio mi sforzo di leggerlo. Forse una mattina mi sveglierò e mi verrà il desiderio di vivere ancora una grande avventura. Allora troverò un compagno che mi seguirà sulle grandi placche chiare della via Hemming al Dru o nel silenzio opprimente della parete nord del Cervino. Ma forse anche qui non saremo soli. Allora partirò io, senza compagni, per dove non so. A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo.

Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i monti e i boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura.

È vero, a volte sono un po’ stanco. Ma ho degli amici veri che mi comprendono e che sanno dare. Con loro forse un giorno saprò rivedere con gli occhi incantati di allora una valle e un monte candido e scintillante, che appare altissimo sopra i tetti di un villaggio tibetano fermato nel tempo.

Non è poi così difficile, anche se talvolta tutto appare intricato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i grigi tetti delle case di una qualunque città.

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La Roda del Diavolo

La Roda del Diavolo
(dal mio diario)

Oggi mi attendono compiti difficili: ho in programma cose da temerari.

Partito da Soraga di Fassa con la corriera della 7.51 scendo al Passo di Costalunga e salgo a piedi al rifugio Roda di Vael, dove arrivo alle 9.15. Da lì salgo per ghiaioni e pendii d’erba cercando di trovare la via comune, quella che sale al catino tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana. Non avendo con me la guida del CAI, non trovo alcun punto debole nella bastionata che difende il catino (oggi lì passa la via ferrata del Masaré, NdR). Così mi rivolgo all’it. 319b della guida, un percorso che il Tanesini definisce una “variante”. Lascio gli ultimi contrafforti della cresta sud del Croz (che da qui sembra un enorme verme roccioso) e giungo a una grande nicchia giallastra. Giro a sinistra un camino strapiombante che scende da una piccola forcella e striscio esposto su una specie di cengia (II grado): sguscio tra un blocco roccioso e il corpo della montagna per raggiungere la forcella con facile arrampicata. Poi attraverso tutto il catino e m’imbuco in un canalone tra la Roda del Diavolo e la Cresta del Masaré. Voglio infatti raggiungere la cresta. Risalgo tutto il canalone, senza molte difficoltà ma sbagliando una volta la direzione e impegolandomi perciò sulla destra. Comunque riesco a raggiungere la cresta, in corrispondenza di un intaglio. Vedo tutta la Val d’Ega, il rifugio Paolina e un po’ di escursionisti attorno.

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L’odierna via ferrata del Masaré passa nello stesso luogo
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Ora viene il difficile, perché voglio salire l’it. 319h, cioè lo spigolo sud della Roda del Diavolo. Con bella ed esposta arrampicata su roccia buona e ben gradinata, salgo un camino con blocchi incastrati. Devio un po’ a sinistra per raggiungere una cengia che mi porta a destra a una specie di nicchia.

La cresta sud della Roda del Diavolo è quella di destra delle due visibili
RodadelDiavolo-06_panorama_verso_masare

Sono agitato e indescrivibilmente intimorito dal vuoto che ho sotto di me e dalla solitudine. Rimonto il picco terminale dalla parte sud, lungo una fessura tra lastroni, poi esco a destra, quando le rocce cominciano a strapiombare, arrivando a un rilievo della cresta terminale, ormai facile. In cima esulto, perché la guida dice che ho fatto una via di III grado. Sono le 10.20. Scrivo il mio nome sul libro di vetta, a 2723 m, poi scendo per la via normale che mi porta alla selletta di divisione tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana, altrimenti detto Torre Finestra, per il caratteristico foro che traversa tutto il corpo roccioso della torre poco sotto la vetta.

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La Torre Finestra non ha una via normale facile, dunque devo salire stando attento a non superare certi limiti: non ho corda, perciò devo riscendere per dove salgo. Giungo alla base della torre, proprio dove le ghiaie arrivano più in alto, presso un roccione tagliato a picco, alla base di una stretta fessura. La guida parla di II grado, ma io la trovo più difficile che la cresta della Roda del Diavolo che ho appena salito… Poi diventa più facile e la risalgo più o meno per una lunghezza di corda (ah, potessi avere una corda…!) fino a incontrare delle schegge giallastre malferme. Da qui esco a sinistra, per rocce un po’ malferme fino a raggiungere la cresta sommitale, su una forcelletta. Seguo l’aerea crestina verso sud, difesa da alcuni denti rocciosi, e arrivo sulla cima, davvero poco spaziosa. Non mi fermo neppure e faccio dietro-front per ritornare alla forcelletta e incominciare a scendere. Tutto bene fino alla fessura iniziale, poi quando sono a circa 10 metri da terra mi trovo in difficoltà. Scendo fino a metà con mille cautele, poi mi fermo perché, pur sforzandomi in tutti i modi, non riesco a trovare nulla per il piede. Se cado da qui non muoio, ma posso farmi molto male. Mi risolvo a traversare un po’ a sinistra, scendo mezzo metro, riattraverso a destra e finalmente riesco a mettere la mano dove prima il mio piede si agitava alla ricerca di qualcosa.

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Sbuffo di sollievo, ormai sono fuori, così scendo fino al fondo. A grandi passi scendo per il catino ritrovando la via percorsa qualche ora prima. Poco avanti al rifugio Roda di Vael mi fermo su un masso a fare un po’ di esercizio, poi passo come un razzo davanti al rifugio (sono solo le 12.30) e mi butto giù verso la provinciale tra Vigo di Fassa e il Passo di Costalunga, continuo nel bosco verso Malga Palua, un posto che conosco bene per via della ricerca funghi. Infatti trovo ben trentadue porcini piccoli, quelli da mettere sott’olio. Da qui è un attimo scendere a Zester di Soraga. Alle 14.30 entro in casa.

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Il Canalone dei Genovesi al Marguareis

Il Canalone dei Genovesi al Marguareis
(dal mio diario)

21 luglio 1963. Vado a Sampierdarena col tram, poi scendo e mi dirigo alla stazione ferroviaria. Sono le 5.25. Il treno deve passare alle 5.58 e Piero Gualinetti non si vede ancora. poi lo vedo che aspetta su un altro marciapiede. Sul suo zaino fa spicco una bella piccozza. Arriviamo a Savona alle 6.46. Alle 7.15, con tre minuti di ritardo, parte il convoglio per Cuneo. Il treno funziona a nafta e non ci fermiamo in nessuna stazione, solo a Mondovì, la nostra fermata, alle 8.44.

Poco dopo siamo in viaggio in corriera assieme a due altri rover di Torino, non in divisa scout. Arrivati circa alle 9.30 a Chiusa Pesio, scopriamo che la corriera per Certosa di Pesio partirà solo alle 11.20, pertanto tutti e quattro decidiamo di farcela a piedi. Quando, dopo 7 km di strada, arriviamo a San Bartolomeo, Piero ed io andiamo a casa del custode del rifugio Garelli. Lui non c’è, ma c’è una donna che, dopo aver visto i nostri documenti dl CAI, ci dice che le chiavi del rifugio ce l’hanno dei gitanti che in questo momento sono al rifugio ma che, essendo domenica, è previsto rientrino oggi stesso. Appare chiaro che per avere queste benedette chiavi dovremo incrociarli.

CanaloneGenovesi-Marguareis0001

 

Proseguiamo il cammino per la lunga valle, il caldo si fa sentire e anche la fame. Dopo altri tre km arriviamo alla Certosa di Pesio 859 m. Qui salutiamo i nostri amici e c’incamminiamo per Pian delle Gurre 992 m, ma per fortuna dopo circa un chilometro e mezzo una macchina ci fa salire. Sono i genitori di un ragazzo che ora è al campo scout. E così, dopo pochi minuti, arriviamo anche là. I ragazzi ci fanno festa, soprattutto i rover che ci accompagneranno domani. E’ l’ora di pranzo e si mangia. Dopo, il tempo passa con i giochi, il fuoco di bivacco e con gli spettacoli che i ragazzi fanno per i genitori.

Alle 16 decidiamo di partire, il tempo non è dei migliori. Chiediamo a Mauro Cuccadu se viene o no; lo stesso facciamo con Sergio Bione, Sergio Parodi, Giorgio ed Ennio, quel famoso Ennio che era stato con me e Marco Ghiglione alla Pietragrande. Sono tutti indecisi, poi Mauro ed Ennio ci dicono che tenteranno il 23. Piero ed io partiamo, dopo che qualcuno presta una piccozza a me e un paio di ramponi a Piero. Io i ramponi li avevo già. Informato del nostro disegno il capogruppo Edilio Boccaleri, partiamo alle 16.30.

Su per il Vallone del Salto andiamo veloci per una strada carrozzabile. La vegetazione attorno a noi è cambiata radicalmente, pini e abeti hanno sostituito i faggi. Incontriamo gli escursionisti che ci danno la sospirata chiave. Finalmente siamo tranquilli, senza più il rischio di rimanere fuori dal rifugio.

Al termine della carrozzabile seguiamo una mulattiera tra gli abeti del lato destro della Val di Sestrera. Traversato il ruscello, arriviamo al Gias sottano di Sestrera 1331 m. Ci fermiamo a prendere acqua. Non siamo stanchi, ma sudiamo come bestie. Per il caldo eccessivo, più o meno a quota 1640 m, in una radura ci fermiamo per una sosta. Ripartiamo dopo una breve merenda e incontriamo altri che scendono dal rifugio: ci dicono che ora il rifugio è lindo e pulito come uno specchio e ci raccomandano quindi di tenerlo bene. S’immaginano che dietro a noi ci sia tutta la squadra di scout, perciò li tranquillizziamo dicendo che siamo solo in due.

CanaloneGenovesi-Marguareis0004

Crediamo di riconoscere il rifugio, invece è il Gias soprano di Sestrera 1842 m poi scorgiamo il Garelli, più in alto, di lucido alluminio. Ci arriviamo alle 18.15. La costruzione è abbastanza bassa e vicino c’è la legnaia. Entriamo con la chiave, posiamo gli zaini. C’è la stufa, il liquigas, 35 lettini, coperte, tavoli, armadi, sedie, stoviglie e cassetta di pronto soccorso. Siamo entusiasti.

Fatta qualche foto ai dintorni, salgo su un sassone, tolgo un chiodo che vedo. Poi ci laviamo i piedi.

Quando entriamo definitivamente ci chiudiamo dentro, mangiamo come lupi, poi a dormire: ma è solo dopo una lunga chiacchierata che chiudiamo gli occhi.

Il suono della sveglia ci desta alle 5. Dopo una breve colazione, partiamo alle 5.35. Il tempo è brutto, nebbia fitta. Scendiamo nel Vallone del Marguareis e in un quarto d’ora siamo al laghetto 1928 m. Da qui cominciamo a salire tra i massi accatastati fino al ghiaione vero e proprio, di pietre assai mobili. Così mobili da farci preferire di camminare sulle placche di neve residua.

Finalmente siamo all’imbocco del Canalone dei Genovesi. Sono emozionato quando calziamo i ramponi. Questo canalone è fortemente incassato tra la cima del Marguareis e la Punta Tino Prato. In certi punti raggiunge l’inclinazione di 50°, ma in genere è sui 40°-45°. Sappiamo del pericolo di scariche di sassi in questa stagione. Ora però è ancora presto, questo pericolo ancora non c’è: è vero però che la neve indurita è cosparsa di pietruzze d’ogni genere.

Dopo un po’ la neve termina, siamo sotto un salto verticale di due metri oltre al quale s’indovina la fine del canalone. Ci leviamo i ramponi, riponiamo nello zaino le picche e io vado su per primo. Sono un po’ ostacolato dallo zaino, ma poi riesco a passare. E così pure Piero. Sul Colle dei Genovesi tocchiamo il confine con la Francia. E’ la prima volta che metto piede all’estero!

Poi saliamo in vetta alla Tino Prato 2595 m, torniamo al colle e da qui puntiamo alla vetta del Marguareis 2651 m, che raggiungiamo in dieci minuti. Siamo immersi nella nebbia e non vediamo altro che la croce. Dopo aver bevuto dei succhi di frutta, ci decidiamo a scendere verso il Colletto dei Torinesi e quindi imbocchiamo l’omonimo canalone, che scendiamo con precauzione scalinando. Quando la neve termina, per ghiaie e selve di rododendro raggiungiamo il Laghetto del Marguareis dove eravamo già passati al mattino. Dopo un quarto d’ora di salita raggiungiamo il rifugio Garelli ma non vi entriamo, proseguendo perciò per il Pian delle Gurre.

CanaloneGenovesi-Marguareis0002

I rover ci accolgono e noi rispondiamo con dovizia di particolari alle loro domande. Dopo mangiato c’incamminiamo per la Certosa di Pesio, dove arriviamo alle 14.30. Abbiamo parecchio tempo prima della partenza della corriera, così decidiamo di visitare la bellissima e antica Certosa. Dopo una serie di puntuali coincidenze, per un vero miracolo riusciamo a prendere un treno, arrivando a Savona alle 19.15. Poco dopo le 21 arrivo a casa. Peccato che Piero tra pochi giorni partirà per militare: per un po’ non potremo più vederci.

 

Il Canalone dei Genovesi incassato tra la vetta del Marguareis (a sin.) e la Punta Tino Prato
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La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

 

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.