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Le nevi dell’altopiano

Le nevi dell’altopiano

Su tutta la catena alpina, e specialmente sul versante italiano, non sono molti i luoghi dove si possa pas­seggiare con gli sci da fondo senza necessariamente percorrere lunghe valli pianeggianti con scarso sole e pochi panorami: proprio perché non sono molti i terre­ni ad “altopiano”, dove la scarsità dei dislivelli sia compen­sata da dolci e frequenti saliscendi in mezzo a vedute sempre spaziose. Una di queste regioni è il Regglberg, uno splendido altopiano compreso tra la Val d’Adige e il Passo di Lavazé, tra la Val d’Ega e il Passo di San Lugano: siamo a poche decine di chilometri da Bolzano, sotto alle grandi vette del Latemàr e del Corno Bianco.

D’estate questo è il regno del grande verde, dello scampanio degli alpeggi, delle foreste silenziose: d’inverno tutto pare, se possibile, ancora più stempe­rato in una curiosa e totale assenza di suoni: al tra­monto, quando ormai le distese di neve e le chiome scure degli abeti attendono che il buio le avvolga, cancellan­done la visibilità ma acuendone il senso di presenza viva, solo un attore emerge dai fondali e di­venta prota­gonista sulla scena: il Latemàr. Creste a­guzze e torri bizzarre contrastano nuvole ostinate che gli si avventano contro per ridisegnarle, mentre la luce rossa del tramonto sembra tramutare quella lotta tra roccia e vapore acqueo in un cruento sacrificio.

Santuario di Madonna di Pietralba (Weissenstein), Alto Adige. Foto: Marco Milani
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E’ il momento del languore, quando neppure il freddo che scorre con i primi brividi riesce a farci abbando­nare volentieri queste lande ormai oscure.

Eppure non si tratta di una zona sperduta in mezzo a montagne difficilmente raggiungibili. Numerose sono le discese tracciate per lo sci di pista: altrettanto ri­spon­denti alla domanda turistica sono gli impianti, le scuole, i servizi. Assieme all’alta Val d’Ega, il Reg­glberg costitui­sce uno dei comprensori sciistici più fortunati della provincia di Bolzano. Da qualche anno, alcuni dei più logici ed evidenti anelli percorribili con gli sci da fondo sono regolarmente battuti dai gatti delle nevi o dalle motoslitte, così da poter es­sere frequentati da chiunque intenda lo spostamento con gli sci una questione di velocità. E allora, come è possibile respirare ancora un’atmosfera così diver­sa, lontana dall’effetto super­mercato e multipro­prietà, lontana dal chiasso, dalle luci artificiali e dal cemento a vista? Nova Ponente e Nova Levante, i due paesi più noti, sono ricchi di cose belle da vede­re e i dintorni trasudano anche in pieno inverno la loro storia e il loro essere soggetti di una cultura ben definita, che si è adattata al moderno senza soc­combergli. Qui la montagna non è abbandonata: spostan­doci con gli sci da fondo a passi senza fretta, mille piccoli particolari ci ricordano la vita dell’estate, la presenza dei contadini e degli animali è quasi pal­pabile. Sappiamo che poco più sotto l’attività lavora­tiva nei masi non si interrompe mai, le vacche muggi­scono nel chiuso delle stalle, ma qui tutto è immobile come nell’incantesimo e spontaneamente questo silenzio in attesa ci fa scoprire con l’immaginazione tutto ciò che d’estate è facile guardare ma difficile vedere ve­ramente.

E perché lo sci di fondo escursionistico? E non a pie­di, per esempio, oppure con l’attrezzatura da scialpi­nismo? Giusto alla fine della seconda guerra mondiale lo svizzero R. P. Bille era stato tra i primi a de­nunciare (sulla Tribune de Genève) i pericoli dello sci: “Ancora qualche anno e questo nobile sport non sarà altro che un pretesto per intense competizioni fisiche, nient’altro che un pazzo salire seguito da un vertiginoso discende­re, senza sentire o vedere nulla al di fuori di noi stessi”. Applicare ai piedi lo sci da fondo con la soletta a lisca di pesce è probabil­mente negare tutta quell’evoluzione che Bille aveva previsto. L’attrezzo torna semplicemen­te ad essere un mezzo per muoversi nella neve fresca e profonda. Le non eccessive salite e i dolci saliscendi favoriscono dunque la contemplazione, un esprimerci di tipo sta­gionale, effimero come la neve che solchiamo ma veri­tiero per le sensazioni che lo originano.

Attorno a noi non c’è nulla di così selvaggio che possa giusti­ficare sensazioni forti, eppure anche allontanandoci di poco da una ben battuta pista di fondo emergono queste lucidità, momenti che di solito riescono a ri­conciliarci con noi stessi e con il mondo e che sono l’essenza di una vacanza: possono essere brevi anche solo un attimo e capitano sempre all’improvviso.

Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell’Adige e quella dell’Isarco, divise a nord dall’Altopiano del Renon, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige. Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige.

La gioia e il piacere di vagabondare senza meta in mezzo ai boschi e ai prati coperti di neve è una serie di piccoli incontri: in queste passeggiate siamo di­sponibili alla conoscenza del minore, del piccolo. Un recinto, un segno dei boscaioli su un tronco, un cro­cefisso che si attorciglia verso il cielo. Ma in cam­mino troviamo anche dei masi abitati tutto l’anno, malghe estive che possono offrirci pure d’inverno un modesto ristoro. E poi le chiese e le cappelle: Sant’Elena, Sant’Agata, San Floriano, San Martino: luoghi di meditazione e di ammirazione che con la neve accentuano la loro solitudi­ne. E infine il monumentale agglomerato seicentesco di Madonna di Pietralba, che ci mostra come un luogo di culto, cattolico di forme, spirito e tradizione quindi assai mediterraneo, possa inserirsi con la giusta energia in un paesaggio inver­nale da Grande Nord senza tempo. Poco lontano, protesa su una rupe che emerge appena dai boschi, la cappella di San Leonardo ci permette di osservare come in realtà l’altopiano sia falso: appaiono fianchi ripidi e burroni, foreste in ordine sparso, stradine ripide e impennate che i contadini con in mano il bastone sali­vano assieme ai pellegrini con il rosario tra le dita.

È difficile dividere la zona di Nova Ponente da quel­la di Nova Levante, paesi che in tedesco si chiamano Deutschnofen e Welschnofen (cioè Nova tedesca e non tedesca): la storia ha avvicinato e fatto coesistere, con le buone e con le cattive, i ladini e gli invasori barbari ed ha creato un’identità culturale unica che progressivamente si va però germanizzando. È impossi­bile parlare di Regglberg e non spaziare sulla Foresta del Latemàr fino a Carezza e oltre, fino ai boschi e ai pascoli del Rosengarten. Sarebbe come parlare di Alpe di Siusi senza la Val Gardena. Mentre il Lago di Carezza è conosciuto in tutto il mondo, nomi come Pas­so di Lavazé o Passo degli Oclini sono più sconosciu­ti: in genere qui i turisti sono prevalentemente tede­schi e austriaci, amanti di queste forme riposanti e del sole a piena giornata.

Un italiano si sente a pro­prio agio per la gentilezza che ovunque caratterizza la gente locale, a patto che non pretenda di usare (o peggio di far usare) i toponimi nella forma di tradu­zione italiana. Meglio una pronuncia storpiata in pes­simo tedesco che una scolasti­ca traduzione dei nomi di luogo. Valga per tutti l’esempio per cui Weissenstein, cioè Sasso Bianco, è diventato Pietralba per colpa di qualche dotto traduttore che sapeva che alba in latino significa “bianca”.

Non che Pietralba sia brutto in sé: è che nessuno lo capirebbe.

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La bellezza diversa

La bellezza diversa

È un momento, dal fondo della Val Pusteria e dalla bellissima cittadina di Brunico, imboccare la Valle di Tures e quindi o la Valle Aurina o la Valle di Riva e ritrovarsi in mezzo a ghiacciate e alte montagne di carattere occidentale, così diverse dalle vicine Dolomiti. Questa è la valle che conduce dritta dritta alla famosa Vetta d’Italia (Glockenkarkopf), il punto più a nord del territorio italiano, come s’impara sui testi di geografia. Divide le Alpi Aurine, a nord-ovest, dalle Alpi Pusteresi, a est. Ma è solo una delle suddivisioni alpine possibili, visto che le Aurine sono la parte italiana delle Zillertaler Alpen e le Pusteresi sono costituite dalla parte italiana delle Deferegger Alpen e dal lembo occidentale della grande catena degli Alti Tauri. Questo ci conduce nel pieno del problema linguistico: i nomi italiani delle località sudtirolesi sono assolutamente accademici, a volte tradotti, a volte di fantasia. Nessuno li usa e pertanto credo siano inutili. Cominciamo a usare la parola Ahrntal al posto di Valle Aurina e proseguiamo con i bei paesi di Sand in Taufers (Campo Tures), Rain in Taufers (Riva di Tures) o Weissenbach (Riobianco). Scopriremo la diversa bellezza di questi posti più facilmente: anche lo sforzo che un italiano deve fare nel pronunciare quello che gli sembra uno scioglilingua faciliterà una piena comprensione di cosa sono queste valli e di come si pongono nella nostra storia.

Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz, Valle Aurina
Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz. Valle Aurina.

Sapevamo di una valle integra ma tutt’altro che sperduta, di montagne selvagge con il minimo di impianti di risalita e di escursioni primaverili di gran classe. Non si può partire senza consultare attentamente il bollettino della neve e delle valanghe, non ci sono gite per principianti, a meno che non siano accompagnati da una guida alpina del luogo.

Una bella mattina di sole (9 aprile 1999) calziamo gli sci alla fine del villaggio di Weissenbach. La neve si sta già rammollendo mentre intorno, nelle fattorie, il lavoro riprende: qua e là una sega, un martello che colpisce il metallo, un muggito. Veloci saliamo una stradina a stretti tornanti che ci porta attraverso un fitto bosco alla bella e bianca radura della Pichler Alm 1761 m: la malga è chiusa e il fruscio del nostro procedere nella neve sottolinea il silenzio di questi luoghi addormentati. Saliamo ora in un valloncello via via sempre più ripido, fino alla fine della vegetazione, per uscire su un ampio colle, il Gornerjoch 2277 m, che ci apre la vista a dismisura, in alto come siamo sulla Mühlwaldertal (Valle Selva dei Molini). La gita potrebbe finire qui, ma noi vogliamo coronarla con la facile salita alla vetta del Gornerberg, dalla quale l’orizzonte si allarga ancora. La discesa è per lo stesso itinerario, in alto su neve buona, in basso più sfatta. Abbiamo anche l’avvertenza di compiere una deviazione per vedere la bella Innerhofer Alm 1743 m, anch’essa nel letargo invernale.

Verso la vetta dello Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Markus Neumayr e A. Gogna verso lo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Dopo questa bella escursione vogliamo impegnarci più in alto, tra i ghiacciai del Rieserferner Gruppe. Il Rifugio Roma (Kasseler Hütte) è la base per una serie di tre o quattro splendide e classiche escursioni con gli sci. Lo raggiungiamo a fine pomeriggio dalla frazione di Epach, assai vicino a Rain in Taufers, con una ripida scarpinata nel bosco, per buon tratto con gli sci sullo zaino. Al rifugio, l’ospitalità del custode Arnold Seeber ci mette subito a nostro agio: anche se ci sono altre comitive, lui ha una parola e una battuta per tutti. Il mattino dopo è azzurro e frizzante, e la salita lungo il ghiacciaio Rieserferner non è mai noiosa, con belle vedute sul gigante del luogo, l’Hochgall e la sua parete nord. In cima al Magerstein siamo in molti a dividere l’esiguo spazio a disposizione, tutti raccolti attorno all’enorme croce dalla quale si vedono le Dolomiti intere, in un arco di visuale così ampio da dover girare pian piano la testa. Sorrisi, piccole gentilezze, qualche parola precedono un’entusiasmante discesa in una neve di qualità favolosa. Facciamo a gara con un gruppo di gente del posto per scegliere le linee più belle nel farci fotografare da Marco, e la più brava è Renate Seeber.

Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige
Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Una pesante nevicata ci rimanda, ancora inappagati, dall’Ahrntal a casa. E passa un anno prima di poter tornare, ma questa volta vogliamo salire subito sullo Schwarzenstein, una delle cime più alte della valle. Questa è una gita che impone il maggiore sforzo non nella giornata della vetta ma in quella dell’avvicinamento. In compagnia di una guida locale, Markus Neumair, il 21 marzo 2000 saliamo gli stretti tornanti della stradina che da St. Martin 1002 m porta al maso di Stalliler. Qui siamo ormai nella stretta e lunga valle del Rotbach: si comincia dolcemente nel bosco, poi però si sale sempre più ripidamente. L’allenamento quest’anno è abbastanza scarso, io sono stato operato di menisco al ginocchio destro due settimane fa. Occorre inserire una specie di pilota automatico e nello stesso tempo controllare sempre le condizioni dei pendii. Markus ci dice che sono meno pericolosi degli altri perché invasi dai cespugli di ontani nani e noi vogliamo credergli. In più, nella parte alta, l’esposizione della valle favorisce un surriscaldamento che, in unione al carico pesante che ci ritroviamo sulla schiena, ci fa arrivare abbastanza «cotti» allo Schwarzensteinhütte. Il colpo di grazia ci è dato dal custode Günther Knapp, che praticamente tiene aperto solo per noi: ci propina grandi limonate e bicchierini di grappa di sua produzione, poi ci fa mangiare un piatto caldo, poi ci costringe ancora a bere. Quasi ebbri, nell’euforia lo aiutiamo alla folle costruzione di un enorme igloo davanti al rifugio, che non sappiamo a cosa servirà mai. In serata, smaltita un po’ la sbornia, a fatica saliamo al vicino Tripbachsattel 3030 m, per inerpicarci al tramonto su una panoramica cresta in vista del Grosser Löffler (Monte Lovello) 3376 m. Il mattino dopo è trionfale, perché dopo essere risaliti allo Tripbachsattel, ci volgiamo allo Schwarzenstein (Sasso Nero), una facile salita interrotta soltanto da un breve pendio da risalire senza sci: e quando arriviamo in vetta, ancora una volta c’immergiamo in quella magia che ti riservano le Alpi quando le guardi essendoci dentro e subiamo volentieri quel dolce languore che ti danno le montagne che non conoscevi ancora.

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Il tempo della lentezza

Il tempo della lentezza
(novembre 1995)

Dopo Merano, oltre il poderoso edificio della birre­ria, una stretta gola dell’Àdige ci apre la Val Ve­nosta: è giugno, la natura si celebra con un tripudio di colori. Al colmo di que­sta larga valle verde, oltre alle cime brune su cui occhieggia ancora qualche chiazza di neve, un cielo azzurro movimentato da veloci macchie bianche sigilla la pace di questo mondo. Si allargano anche i nostri cuori, che non speravano tanto. Eppure la valle è antropizzata, sia accanto al fiume che sui conoidi delle confluenti laterali: mele ed erba la fanno da padroni. Ovunque si vedono impianti di irrigazione ar­tificiale con spruzzi a scatto che ruotano a 360°. Se­gnalano la presenza di grande abbondanza di acqua e non cancellano l’uomo, che s’indovina sempre presente e attento. Una volta i raccolti di fieno erano due, oggi sono tre: e l’erba cresce più alta. Non ci si può sottrarre alle leggi di mercato neppure se abiti in Sud Tirolo, dove le pressioni perché la vita contadina subisca nuovi impulsi sono enormi. Incontriamo trattori per tagliare, seccare e raccogliere l’erba, macchinari per aspirare il fieno e riempire i fienili senza lavorare di forco­ne: e poi le inquietanti mungitrici meccaniche. Al maso in cui alloggerò con tutta la mia tribù familiare, il primo che ci viene incontro è il piccolo Simon Mair: sottobraccio ha il forcone, che tiene con due mani, e in bocca, ben stretto, ha il bi­beron. I prati intorno sono ripidi, ma con il trattore si riesce a fare l’80% del lavoro. Il resto a mano, come una volta. L’orario è dilatato alla luce di giu­gno, quando il giorno è più lungo. Ogni tanto si fer­mano, ma per poco.

I pastori che mi hanno detto che “di là da quel monte c’è l’Italia…”
Pastori, salendo alla Prader Alm, Parco Nazionale dello Stelvio

Già all’inizio ci si accorge che il tempo qui, lungi dall’essere statico, segue i ritmi della luce e quindi degli animali. Girovagando per le Alpi e per il mondo avevo già visto angoli dove il tempo sembrava non scorrere affatto: ma erano mondi in decadenza, se non proprio di degrado culturale ed economico. Qui in Val Venosta le esigenze del mercato hanno costretto il la­voro a un’accelerazione. Quando a 1300 metri l’erba non è ancora alta a sufficienza per essere tagliata, il contadino scende a Prato, perché a 700 metri invece è il momento di «segare». Può farlo sulle sue pro­prietà o sui campi di qualche parente, che poi resti­tuirà il favore. La giornata è quindi tempisticamente programmata in funzione dei metri quadri da fare, dell’accudire agli animali, del mettere in fienile o in magazzino i vari prodotti: e poi c’è la manutenzio­ne delle macchine, la preparazione dei pasti, la sor­veglianza ai bambini piccoli, la pulizia della casa e le mille altre piccole e grandi incombenze che deter­minano e scandiscono il tempo di Herr e Frau Mair.

In salita alla Prader Alm per portare le mucche all’alpeggio estivo
Stelvio (Stilf), mucca, pastori, S. Martino

Non v’è alcun lento scorrere nelle attività lavorative perché non si dedica un minuto di più di quanto neces­sario a un’attività, in quanto subito dopo si passa all’altra. E così da prima dell’alba fino a notte. Ep­pure è un lavoro decisamente a misura d’uomo, perché non è spersonalizzato: il contadino sa sempre perché sta facendo una cosa in quella maniera e non diversa­mente. Ciò che colpisce noi cittadini, abituati per di più ai frenetici ritmi del lavoro nella comunicazione, è la mancanza di fretta, nella consapevolezza che agli animali e alle piante non si può comandare di far più presto: la mungitura meccanica per esempio richiede per il singolo animale lo stesso tempo di quella ma­nuale.

Prader Alm e Ortles
Ortles, parco nazionale Stelvio, da Prater Alm

Il proprietario del maso qui si vanta di non usare mangimi particolari per i suoi animali, siano essi maiali, vacche o galline. Però l’irrigazione artifi­ciale ha sconvolto la tempistica del fieno e c’è di sicuro qualche differenza tra il foraggio di oggi e quello di ieri. Mungere 10 vacche con le macchine è meno faticoso che farlo a mano, ma co­stringe ad un’estrema pulizia della stalla e di tutto il macchinario. Alla fine anche qui vince la tecnica, perché pulizia ed efficienza fanno parte del nostro mondo futuro più che sporcizia e lentezza.

Lavorazione del formaggio alla malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta
Lavorazione formaggio alla Malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta

Però non stravince. Certi standard igienici al di sotto del mi­nimo in alcune malghe di altre zone delle Alpi non fi­gurano più in Val Venosta. E allora il buon sapore an­tico? Come abbiamo già fatto nella spesa al supermercato, tra ortaggi cresciuti in serra e fragole di bosco grosse come prugne, rinunceremo al pane del forno casalingo? Qui esigenze e diritti degli animali sono ancora alla base della convivenza con l’uomo, contrariamente a quanto avviene nei lager degli allevamenti di pianura.

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini (1995)
Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini

Un uomo lavora una mattina ed un pomeriggio per pulire la stalla e le mungitrici in una malga di 80 vacche; un altro lavora uguale per fare due volte il formag­gio; e un altro ancora va al pascolo con gli animali per non doverli poi cercare per tutta la notte. L’i­giene scrupolosa richiede un’enorme quantità di tempo, riguadagnato con la maggiore facilità di trasporto dei prodotti. Anche gli animali accedono alla malga in au­tocarro. Ma c’è ancora chi, proprietario di non molti animali, preferisce salire all’alpeggio come una vol­ta. Ho seguito a piedi animali e pastori da Stélvio alla Prader Alm: partenza alle ore 5 dal ponte sotto al paesino di Stélvio. Ho chiacchierato abbastanza con i due pastori, due fratelli delle vicinanze. Il mag­giore si chiama Alfons Ortler ed è proprietario di un maso sopra a Prato. I discorsi con loro erano abba­stanza semplici, anche a causa delle difficoltà lin­guistiche, ma sono sicuro che non hanno visto in me l’italiano estraneo: pur domandandosi come facevo a sapere tante cose che li riguardavano, mi mostrarono l’Ortles e mi dissero che «di là c’è l’Italia»! Il si­gnificato non era la «tua» Italia, bensì l’Italia in genere. Pensai, mentre mi offrivano sorridendo genero­se fette di speck tagliato con coltello tascabile, che ormai ero «uno dei loro». In seguito feci visita al maso di Alfons, e lì ebbi modo di capire che l’accele­razione del Sud Tirolo non è stata uguale dappertutto. Lì, eccetto la mungitura, si fa ancora tutto a mano, dai prati al pane. Frau Ortler si è rifiutata qualche anno fa di ingobbirsi ulteriormente e ha preteso l’ac­quisto della mungitrice. I figli, Hubert e Kurt, lavo­rano con i genitori nella conduzione di questa piccola e remota azienda familiare. Kurt è anche guida, del consorzio di Solda: quel giorno aveva salito in poche ore e da solo una difficile via sull’Ortles, era sceso e adesso era lì che falciava il prato. Perché voleva allenarsi, forse presto avrebbe fatto parte di una spedizione in Himalaya. Famiglia e profonda fede reli­giosa sono gli elementi che resistono alle tentazioni del modernismo a tutti i costi nella nuova società sudtirolese; ma anche il senso della comunità è ancora forte, perfino a Solda, forse il villaggio dove più di tutti il turismo ha cambiato abitudini e tempi. Chi non ci crede può andare a vedere la spontaneità e l’entusiasmo della Festa dei Fuochi del Sacro Cuore, quando tutte le cime della valle ardono di strisce di fuoco nella notte, oppure la funzione religiosa e poi la festa con danza delle donne che hanno terminato la raccolta delle mele. Oppure provare la loro ospita­lità: al momento dei saluti finali, potrà succedergli di sentirsi dire da Frau Silvia, conosciuta solo pochi giorni prima, «mi raccomando, quando arrivate a Mila­no, per favore datemi una telefonata. Così so che tut­to è andato bene».

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, bambino