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L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente

L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente
di Marica Di Pierri (giornalista, attivista di A Sud e presidente del CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali)
(pubblicato il 9 agosto 2016 su http://www.huffingtonpost.it)

Marica Di Pierri
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Se, nell’accezione estensiva ormai unanimemente accettata, eroe è chi “dà prova di grande valore affrontando pericoli e compiendo azioni straordinarie”, come non includervi i tanti che, in controtendenza rispetto al dilagante individualismo, impegnano ogni energia nella difesa del territorio e dei diritti di chi vi abita? Distratti dalle ricostruzioni al microscopio operate continuamente da media e analisti di vario genere, stretti tra cronaca politica, quotazioni finanziarie e instabilità internazionali, è sempre più facile perdere di vista la realtà macroscopica delle cose: siamo tutti, nessuno escluso, abitanti di un pianeta al collasso, da esso dipendiamo e per tanto avremmo il dovere, o se non altro la necessità, di preservarlo. Per sopravvivere.

Chi vuol essere sfollato o privato dei propri mezzi di sussistenza? Chi vorrebbe vivere esposto ai veleni industriali o abitare accanto a una centrale altamente inquinante? Eppure gli attivisti ambientali che contro queste ingiustizie lottano (mettendo in discussione i meccanismi stessi di sfruttamento e produzione) non s’impongono, come parrebbe naturale, all’ammirazione di tutti: sono piuttosto vittime di tentativi di mistificazione, repressione, criminalizzazione, con gradi di violenza diversi a seconda delle zone del mondo e delle fasi storiche. E il prezzo che pagano per questo impegno è spesso troppo alto.

Ken Saro-Wiwa
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Ken Saro-Wiwa è uno dei simboli della lotta per la giustizia ambientale e per la sovranità dei popoli sul proprio territorio. Poeta e scrittore, figlio di una terra maledetta dall’estrazione petrolifera come la Nigeria, fu il carismatico leader del Mosop, il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, che all’inizio degli anni ’90 capeggiò una grande mobilitazione popolare contro la distruzione del Delta del Niger e per la redistribuzione della ricchezza prodotta dal petrolio.

Saro-Wiwa fu impiccato nel 1995 dal governo nigeriano assieme ad altri otto attivisti; prima di morire disse: “…Tutti noi siamo di fronte alla Storia. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra […] Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la nostra causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino“.

Chico Mendes
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Qualche anno prima, nel 1988, dall’altro lato dell’Atlantico, un altro eroe moderno veniva assassinato: Chico Mendez. Sindacalista e attivista brasiliano, Mendez era stato protagonista dalla metà degli anni ’70 della battaglia dei contadini raccoglitori di caucciù contro il disboscamento della Foresta Amazzonica. Più volte incarcerato e torturato durante le dure repressioni ai danni dei lavoratori rurali, ma mai domo, Chico Mendez fu assassinato dai latifondisti cui aveva contribuito a far espropriare i terreni. La sua figura resta, a quasi trent’anni di distanza, esempio di integrità, passione, impegno, coraggio.

Rischiare la vita per il proprio impegno in difesa del bene collettivo non è però circostanza confinata nei decenni scorsi. L’Ong Global Witness ha diffuso nel 2014 i dati raccolti nei precedenti 10 anni sugli attivisti ambientali uccisi: 908 persone in 35 stati, con un altissimo grado di impunità. La stessa Ong ha da poco diffuso il Report relativo all’anno 2015. I numeri sono impressionanti. Rispetto all’anno precedente, gli omicidi di attivisti ambientali sono aumentati del 60%: 185 le persone assassinate perché si battevano per i diritti della loro terra, tre ogni settimana, senza considerare che le stime sono da considerarsi al ribasso, molti omicidi avvengono in zone remote e dunque risultano difficilmente documentabili. Brasile (207), Honduras (109) Colombia (105) e Filippine (88) i paesi peggiori.

Proprio l’Honduras ci consegna una delle storie più drammatiche degli ultimi anni, la storia di Berta Cáceres, leader del popolo indigeno Lenca, in prima linea da anni nella battaglia per salvare il fiume sacro Gualcarque dalla costruzione di una mega diga ad opera del colosso cinese Sinohydro (in joint venture con l’honduregna Desa). Dopo aver vinto nel 2015 il Goldman Environmental Prize – il nobel alternativo per l’ambiente – e dopo anni di intimidazioni, Berta è stata uccisa durante un agguato nella sua casa nel marzo di quest’anno.

Berta Cáceres
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Le storie di attivisti uccisi, soprattutto in America Latina, sono purtroppo centinaia, ma se è vero che altrove nel mondo gli attivisti per la giustizia ambientale pagano a volte con la vita il proprio impegno, in Italia le forme di stigmatizzazione e criminalizzazioni sono più striscianti, ma non meno frequenti.

La dice lunga a proposito la recente inclusione di tre organizzazioni ambientaliste lucane, Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista (che ha recentemente deciso di sospendere le attività), No Scorie Trisaia e Scanziamo le scorie nella Relazione del Ministero dell’Interno su sicurezza e criminalità, che ne inserisce le attività tra le questioni rilevanti in termini di ordine pubblico anziché considerarle legittime istanze di protezione di diritti costituzionalmente garantiti. Un atteggiamento ancor più inspiegabile in un momento in cui il petrolio lucano è al centro di inchieste che coinvolgono dirigenti d’azienda, faccendieri, esponenti politici e in cui le evidenze sin qui raccolte dalla magistratura darebbero ragione alle denunce presentate dalle stesse associazioni considerate “pericolose”. Pericolose per chi?

L’attenzione che il nostro paese riserva alle emergenze ambientali e il conseguente clima di repressione possono d’altro canto ricostruirsi attraverso alcune recentissime storie personali.

Roberto Mancini
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La prima ha il viso aperto di Roberto Mancini, il poliziotto campano che per primo indagò sulla Terra dei fuochi, morto nel 2014 per il tumore contratto durante lo svolgimento delle indagini. Una vita dedicata a svelare gli intrecci tra imprese, camorra e politica nella gestione delle ecomafie; le sue inchieste furono a lungo ignorate e osteggiate, prima che la vicenda campana assumesse improvvisamente interesse per le cronache nazionali.

La seconda ha la grinta e il sorriso di Silvia Ferrante, attivista del comitato No Elettrodotto Villanova – Gissi, in Abruzzo, educatrice precaria e giovane mamma.
Per lei, e per il suo impegno contro l’infrastruttura energetica e l’enorme traliccio dell’alta tensione previsto a pochi metri dalla sua casa, la Terna ha riservato un trattamento speciale, intentando 24 cause – poi ritirate anche grazie all’intensa campagna di solidarietà e all’unanime denuncia di associazioni e cittadini – con richiesta di risarcimento di ben 16 milioni di euro.

Silvia Ferrante
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Altre storie di ordinaria ingiustizia arrivano direttamente dalla Valle diventata simbolo delle lotte ambientali italiche: la Val di Susa. Diversi attivisti NoTav sono stati e sono tuttora sottoposti ad aspre misure restrittive.
Tra essi Marisa Mayer, settantuno anni, costretta a recarsi quotidianamente in caserma e apporre firma sul registro perché considerata pericolosa: era stata fermata a bordo di un furgone considerato supporto logistico per i manifestanti.

Marisa Mayer, la Nonna No-Tav
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Analoga misura era stata chiesta per Nicoletta Dosio, storica attivista valsusina. Dopo il suo rifiuto l’obbligo di firma è stato tramutato in obbligo di dimora, con il divieto di lasciare casa sua tra le 18 e le 8. La Dosio ha già annunciato che non rispetterà neppure l’ulteriore misura: “Non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa. Non passerò gli ultimi anni della mia vita in ginocchio”.

Nicoletta Dosio
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Infine c’è il caso – eclatante perché apre una nuova, pericolosa breccia nel campo minato dei reati di opinione – di Roberta Chiroli, della Ca’ Foscari di Venezia, la ricercatrice condannata a due mesi di reclusione per concorso morale sulla base della tesi di dottorato da lei scritta proprio sul movimento No Tav, per raccontare i quali aveva incautamente utilizzato il pronome “noi“.

Vessati da inchieste giudiziarie o misure restrittive, stigmatizzati da media e politica e con cucita addosso ogni sorta di ingiusta etichetta, questi eroi senza armatura sono persone che ricordano ogni giorno a se stessi di essere cittadini e non sudditi. Per questo non si piegano. Eroi moderni, uniti dalla consapevolezza di non essere padroni ma parte del pianeta che ci ospita, ai quali c’è invece da essere grati perché di essi c’è disperato bisogno.

Roberta Chiroli
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I trent’anni di Mountain Wilderness

Trenta anni fa, nell’agosto del 1986, e precisamente l’8 agosto, in occasione del duecentenario della conquista del Monte Bianco, trentatré tra gli alpinisti più famo­si d’Europa firmarono il manife­sto Alpinisti per il Monte Bianco che chiedeva, per la salvaguardia di questa grande montagna-simbolo, il primo parco inter­nazionale europeo. Era la prima volta, dopo tanti anni di colpevole silenzio, che gli alpinisti prendevano coscienza di un ambiente sempre più minacciato.

Ci volle un anno, poi, per maturare l’idea e per concretizzare  la nascita di Mountain Wilderness, un movimento di al­pinisti che, in autonomia da qualunque confine, univano le idee e le forze per la conservazione mondiale della montagna.

L’associazione Mountain Wilderness nacque a conclusione dell’omonimo convegno tenutosi a Biella il 31 ottobre – 1 novembre 1987. La sua vocazione era quella di un “movimento organizzato nel segno della libertà”, con una struttura gerarchica non piramidale e un assetto burocratico ridotto al minimo necessario.

A distanza di trenta anni proviamo ad accostare il documento di allora con un’odierna analisi della situazione. Pertanto riportiamo qui di seguito il documento ufficiale dell’8 agosto 1986 Alpinisti per il Monte Bianco (sventuratamente profetico) a confronto con l’articolo di Francesca Colesanti In wilderness we mountain. Con rispetto.

Carlo Alberto Pinelli e Lodovico Sella. Foto: Roberto Serafin / Mountcity
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Alpinisti per il Monte Bianco
8 agosto 1986

Premessa
Se è vero che il sentimento della bellezza non nasce esclusivamente da valutazioni estetiche formali, ma presuppone sempre un coinvolgimento emotivo personale, frutto di esperienze particolarmente significative, di ricordi, di fantasie, di miti, allora certamente il massiccio del Monte Bianco deve essere considerato, da chi ha praticato o pratica l’alpinismo, come la montagna più bella del mondo. Infatti, anche se molte altre montagne in Europa, Asia, America, potrebbero pretendere di rivaleggiare con il Monte Bianco per l’eleganza dei dettagli e la incomparabile potenza dell’insieme, nessuna lo eguaglia per il fascino profondo che emana dalla sua storia. È la storia che fa del Monte Bianco un monumento naturale unico sul Pianeta.

Il Monte Bianco e la storia dell’alpinismo
Grandioso frammento delle glaciazioni quaternarie, rimasto intatto al centro di un continente sempre più irrimediabilmente corroso dall’assalto della civiltà delle macchine, il Monte Bianco ha rappresentato in questi ultimi due secoli la patria d’elezione per generazioni d’alpinisti. Un terreno di gioco e di libertà su cui anche noi, in misura diversa ma con identica passione, abbiamo scritto le pagine di una storia nella quale continuiamo a riconoscerci e di cui non vogliamo venga perduto il senso e il messaggio.

L’occasione del Bicentenario
Se oggi, al culmine dei festeggiamenti organizzati sui due versanti del massiccio per celebrare la prima salita alla Vetta principale, abbiamo reputato necessario sottoscrivere questa dichiarazione comune, è perché temiamo che gli spazi concessi all’avventura dell’alpinismo si stiano restringendo sempre più sulle Alpi, e dunque anche sul Monte Bianco. Le manifestazioni per il Bicentenario sarebbero non solo inutili, ma addirittura dannose, se contribuissero a divulgare un’immagine del Monte Bianco deculturata, banalizzata, ridotta al ruolo di fondale «pittoresco» per uno spettacolo di suoni-e-luci che non esalta ma semmai ridicolizza duecento anni di lotte, di conquiste, di drammi, di sogni.

Il Monte Bianco
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Appello per il diritto agli spazi dell’avventura
Bisogna invece far sì che l’occasione odierna — spogliata dagli effimeri trionfalismi imposti da interessi estranei al mondo della montagna — contribuisca a creare le premesse culturali e politiche per una effettiva salvaguardia del «valore» del Monte Bianco. Noi, alpinisti di diversa età, nazionalità, formazione, uniti dal comune amore per questo impareggiabile massiccio montuoso sul quale abbiamo vissuto alcuni dei momenti più significativi delle nostre esistenze, lanciamo un appello affinché il Monte Bianco venga riconosciuto come un ambiente unico ed eccezionale, aperto e riservato a tutti coloro che sentono il bisogno di sperimentare l’incontro diretto con una natura primordiale e incontaminata. Chiediamo ai Club Alpini, alle Amministrazioni locali, ai Governi, che venga scoraggiata con ogni mezzo la colonizzazione turistica dell’alta montagna; che si ponga un limite drastico alla crescita numerica e volumetrica di rifugi e bivacchi fissi; che sia riesaminata globalmente — alla luce dei livelli raggiunti dall’alpinismo moderno e del significato stesso dell’esperienza in montagna — l’effettiva necessità delle opere alpine esistenti; che si arresti la proliferazione degli impianti di risalita, proliferazione che appare particolarmente allarmante sul versante francese; che venga messa allo studio la possibilità di smantellare la «Funivia dei Ghiacciai» della Vallée Blanche, vero insulto all’alpinismo e al paesaggio; che si vieti su tutti i versanti l’atterraggio di elicotteri per turismo; che i Governi dei tre Paesi interessati mettano a punto i piani necessari per fare del massiccio del Monte Bianco il primo Parco Internazionale d’Alta Quota d’Europa; che i valori di cui è portatore l’alpinismo, inteso come libero vagabondaggio tra i monti, vengano divulgati anche attraverso precisi interventi educativi e propositivi.

La degradazione del fondovalle
Noi siamo però anche convinti che la difesa del significato culturale e emblematico di una montagna come il Monte Bianco non possa assolutamente prescindere dalla tutela delle vallate che la circondano e sulle quali essa incombe. Pur non volendo in alcun modo negare la necessità di quei cambiamenti che la giusta aspirazione delle popolazioni locali ai moderni livelli di benessere rende inevitabili, crediamo opportuno manifestare pubblicamente la nostra preoccupazione per la ingiustificata spregiudicatezza con cui continua a venire manomesso l’ambiente delle valli che delimitano il Monte Bianco, soprattutto sul versante italiano. Non è possibile non rimanere interdetti nel constatare che le autorità della Valle d’Aosta, proprio mentre celebrano l’anniversario della prima salita del Monte Bianco, stanno dando il via alla nuova autostrada Aosta-Courmayeur, che trasfomerà la Valdigne in una pista di scorrimento veloce su piloni di cemento-armato e vedrà il ghiacciaio della Brenva deturpato per sempre da un faraonico parcheggio coperto per autocarri pesanti.

Conclusione
Certi della necessità e dell’urgenza del nostro appello e fiduciosi che il suo messaggio venga raccolto, chiediamo a tutti coloro che sentono la degradazione progressiva della montagna come una ferita inferta alla loro dignità di esseri umani, di unirsi a noi per ottenere che, a duecento anni dalla sua prima conquista, il Monte Bianco venga riconosciuto quale simbolo esemplare della cultura alpinistica mondiale e come tale non soltanto sia adeguatamente protetto da ogni ulteriore aggressione, ma veda anche ripristinato — ovunque ciò si riveli fattibile — il suo caratteristico valore di ambiente selvaggio; un ambiente dove sopravviva, per la nostra e per le future generazioni, la possibilità di sperimentare l’avventura.

Iniziativa promossa dal Club Alpino Accademico Italiano, e dalla Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano del CAI.

Firmatari:
Yves BALLU, Marco BERNARDI, Chris BONINGTON, Gino BUSCAINI, Gianni CALCAGNO, Yvon CHOUINARD, Stefano DE BENEDETTI, Agostino DA POLENZA, Gian Piero DI FEDERICO, Marco GIORDANI, Alessandro GOGNA, Giancarlo GRASSI, Ivan GUERINI, Verena JAGGIN, Lorenzo LORENZI, Luigi MARIO, Andrea MELLANO, Reinhold MESSNER, Silvia METZELTIN, Giuseppe MIOTTI, Renato MORO, Hamish McINNES, Carlo NEGRI, Roberto OSIO, Alberto PALEARI, Carlo Alberto PINELLI, Marco PRETI, Corradino RABBI, Carlo SICOLA, Doug SCOTT, Vasco TALDO, Mario VERIN, Tullio VIDONI

Manifestazione di MW a Forca Rossa (BL)
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In wilderness we mountain. Con rispetto
di Francesca Colesanti
(già pubblicato su In movimento, supplemento de Il manifesto, 12 luglio 2016)

Un interminabile serpente che si snoda faticosamente lungo il fianco innevato dell’Everest, l’obiettivo si avvicina e scopre una catena umana d’alta quota, un ingorgo agghiacciante di aspiranti alpinisti che hanno pagato migliaia di dollari per dire di essere stati sul tetto del mondo. Così comincia Sherpa, un film documentario che racconta con onestà l’assalto agli Ottomila, la logica delle spedizioni commerciali, i rapporti con gli sherpa. Ma non ci sono solo i campi base sovraffollati dell’Himalaya a scuotere le coscienze e a porre degli interrogativi: è sufficiente guardare in casa nostra per trovare rifugi alpini trasformati in alberghi, con doccia in camera e zona wellness, appuntamenti in quota per story-telling seguiti da degustazioni di vini e prodotti locali, funivie avveniristiche che coprono enormi dislivelli a velocità mozzafiato, pareti dolomitiche addomesticate da spit e ripulite da rocce marce, crinali montuosi incoronati da pale eoliche immobili. L’elenco potrebbe proseguire a lungo e diventare via via più doloroso, poiché la montagna è un gioiello tanto prezioso quanto vulnerabile, stretto oggi a tenaglia su due fronti, quello della frequentazione ad uso e consumo di una platea sempre più numerosa ed esigente e quello, non meno incombente, dei cambiamenti climatici.

Quando, nel 1987, nasce Mountain Wilderness, il primo aspetto è quello prevalente. L’idea originaria, espressa nelle Tesi di Biella – il manifesto programmatico dell’associazione – è quella di creare un gruppo di alpinisti che, forti della propria fama e autorevolezza, si faccia portavoce dell’assoluta necessità della difesa dell’alta montagna dai tanti rischi che la minacciano e da uno sfruttamento improprio, per propugnare un’etica dell’andare in montagna rispettosa non solo del valore ambientale ed ecologico, ma anche di quello culturale e sociologico.

«Quell’idea, di alpinisti interessati non solo a salire le montagne ma anche a tutelarle, è nata qui a Roma nel corso di una cena tra Stefano Ardito, Reinhold Messner e me – ricostruisce Carlo Alberto Pinelli – Messner voleva formare una sorta di Senato di grandi alpinisti che potesse dire la sua, con autorevolezza, sullo sviluppo dell’alpinismo, soprattutto himalayano; poi le cose presero una strada diversa». A Biella, nel 1987, il Club Alpino Accademico Italiano, alleatosi con la Fondazione Sella, convoca alpinisti da tutto il mondo, dalla Cina alla Patagonia, per discutere una bozza che poi, con il contributo di tanti, in particolare di Bernard Amy, «senza dubbio il più originale e creativo», si trasforma nelle Tesi di Biella. Le Tesi prevedono anche la fondazione di una associazione chiamata Mountain Wilderness.

«Dopo, è in realtà Alessandro Gogna a mettere le gambe a questa associazione, assieme a me e a Roberto Osio, allora presidente del CAAI».

Poi nel corso degli anni Mountain Wilderness «è scesa di quota» e ha perso il suo prevalente orientamento extraeuropeo. Ha incluso le valli, tanto quelle nepalesi e pachistane quanto quelle alpine e si è incontrata, e spesso scontrata, con gli abitanti: se infatti in alta quota ci sono solo i frequentatori di passaggio, fruitori a vario titolo delle montagne, sherpa o alpinisti che siano, scendendo a valle si trovano i veri abitanti, con i loro stili di vita, le loro esigenze, le loro aspettative.

«Soprattutto all’inizio noi abbiamo fatto degli errori con i valligiani e con i montanari – riconosce Pinelli – pur involontariamente; abbiamo dato l’idea dei cittadini che arrivano da lontano e vogliono paracadutare dall’alto le regole di vita e di sviluppo». Mountain Wilderness si definisce un’associazione neo umanistica, paladina di un ambientalismo cui interessa l’attualità del rapporto fra l’uomo e la wilderness: quindi non un movimento volto a difendere le montagne circondandole di filo spinato, ma comunque deciso a opporsi a chi tenta di svilirne le autentiche vocazioni ecologiche ed etiche. I rapporti con le popolazioni che vivono in montagna diventano ora aspetti cruciali: «Soprattutto in Italia il ventaglio degli interessi dell’associazione si è ampliato cercando di avvicinarsi ai problemi degli abitanti, con un atteggiamento meno presuntuoso ma – sottolinea Pinelli – non incline al compromesso».

Insomma, lo scontro ci può essere – e nella quasi trentennale storia di MW non sono stati pochi quelli con le realtà locali, a cominciare dalla regione Val d’Aosta dove, ironizza Pinelli «abbiamo un solo socio» – ma senza un sovrappiù di incomprensioni da una parte e dall’altra .

«Una volta che ci siamo capiti, possiamo benissimo restare di idee diverse, quindi confrontarci, senza sfumature di arroganza ma senza scendere a compromessi».

È la ricerca di un difficile equilibrio, poiché sradicare tra i montanari, così come tra gli abitanti della pianura, gli pseudo miti del consumismo è un’impresa molto complessa. «C’è una frase di Hannah Arendt che cito con piacere – continua Pinelli – “quando si sceglie il male minore troppo spesso e troppo rapidamente ci si dimentica che è sempre un male”. Noi abbiamo un dovere di testimonianza e vogliamo indicare una strada, una alternativa possibile; tocca poi alla politica trovare le soluzioni».

Manifestazione di MW a Punta Rocca (Marmolada), dicembre 1996
Manifestazione dicembre 1996 contro eliski. Marmolada di Rocca

Le esperienze maturate nel corso di questi trent’anni dalle sezioni nazionali di MW hanno fatto emergere il bisogno di fare un “tagliando” alle Tesi di Biella (che sarà discusso in un’assemblea straordinaria nel 2017 a Bardonecchia), includendo in particolare la questione dei cambiamenti climatici e del riscaldamento del pianeta che, in alta montagna prima e più che altrove, ha già determinato conseguenze devastanti e subito evidenti con il ritiro, se non addirittura la scomparsa, di alcuni ghiacciai.

Su questo argomento la discussione è aperta in seno a MW. Da un lato c’è chi sostiene che gli alpinisti dovrebbero comportarsi in modo tale da pesare il meno possibile sull’ambiente, per riuscire, così facendo, a rallentare il riscaldamento del Pianeta; dall’altro c’è la consapevolezza che la ristretta comunità degli appassionati di montagna, anche se si comportasse in modo da rendere sempre più leggera la propria “impronta ecologica”, non avrebbe la minima possibilità di rallentare un fenomeno di quella portata.

«È naif – sostiene Pinelli – pensare di poter invertire con i nostri comportamenti il processo del riscaldamento globale. Noi dobbiamo comportarci in modo ecologicamente corretto per un bisogno morale e una volontà di testimonianza, non perché pensiamo che questo abbia una conseguenza pratica».

I soci svizzeri di Mountain Wilderness sostengono ad esempio che non debbano essere usate le auto private per andare in montagna – proposito condivisibile laddove esista un capillare sistema di trasporto pubblico – ma anche che non si debba prendere l’aereo per andare in Himalaya. «Noi (italiani) non siamo d’accordo, perché l’esperienza della wilderness nelle grandi montagne asiatiche va vissuta, è più importante dell’inquinamento di un aereo che comunque volerebbe lo stesso».

Anche nel 1990, quando MW organizzò la spedizione Free K2 per liberare il K2 dalle corde fìsse e dai rifiuti delle spedizioni, c’era chi diceva che non bisognava prendere l’aereo per andare nel Karakorum. Ma se quell’iniziativa, che segnò una svolta fondamentale nell’approccio alle spedizioni himalayane, non fosse stata portata avanti, i campi base sarebbero ancora delle discariche. «Riteniamo che ciascuno di noi debba valutare autonomamente le modalità per diminuire l’impatto della propria presenza in montagna e, più in generale, sul pianeta. Ma la scelta del percorso non può essere incanalata in un obbligo statutario. L’importante è prendere le distanze dalla deriva consumistica».

Chiosa Pinelli: «Come diceva Voltaire a Rousseau, “sarebbe troppo bello se bastasse salire di quota per diventare migliori”, invece in alta quota ognuno di noi si porta il fardello di tutti i difetti coltivati in pianura, il proprio quadro culturale e comportamentale deriva da come vivi in basso».

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Mountain Wilderness www.mountainwilderness.it/
Mountain Wilderness – alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna – è un’organizzazione internazionale nata nel 1987 per individuare e definire le strategie da opporre alla progressiva degradazione delle montagne del mondo. È presente in Italia, Francia, Catalogna, Castiglia, Svizzera, Slovenia, Germania, Belgio, Pakistan. Tra i 25 ambasciatori di Mountain Wilderness nel mondo vi sono Bernard Amy, Chris Bonington, Kurt Diemberger, Alessandro Gogna, Fausto De Stefani. Carlo Alberto Pinelli è cofondatore e attuale presidente di Mountain Wildemess Italia. Nelle Tesi di Biella, il manifesto programmatico dell’associazione, si definisce il concetto di “wilderness montana”: quegli ambienti incontaminati di quota dove sia possibile «sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e dimensioni, le leggi naturali, i pericoli, e che possa stimolare una reazione vitale contro un sistema che tende ad appiattire sempre di più gli esseri umani, a circoscriverne le responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, limitando l’autonomia decisionale ed emotiva».

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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Un futuro diverso per le Guide Alpine

Abbiamo rimandato la pubblicazione di questo articolo per il fatto che l’autore era candidato al Consiglio del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane. Purtroppo Stefano Michelazzi non ha ricevuto il necessario numero di consensi: ciò non significa che il suo scritto, di notevole valore, debba essere trascurato, anzi. Per l’insita chiarezza di idee sui molti punti che costituiscono le attuali problematiche delle guide alpine, sia come categoria professionale che come immagine rivolta al pubblico e agli appassionati in generale, vale la pena per tutti leggere attentamente questo post.

Nella speranza che il nuovo Consiglio lo prenda in considerazione, almeno parzialmente.

Appunti per la revisione della figura professionale della Guida Alpina
di Stefano Michelazzi

Viviamo in una società, che ampiamente, si sta dimostrando sempre più in corsa verso un consumo globale e frenetico delle nostre energie vitali e dove la routine giornaliera sta diventando stressante e tossica da rendere necessarie “valvole di sfogo” .

Da una parte la ricerca del contatto con l’ambiente naturale ricercando la simbiosi con l’ambiente stesso, dall’altra la virtualità, con l’evidente sua conseguenza di distacco dalla naturale fatica del vivere, che ci sta lentamente allontanando dal bisogno di essere parte integrante dei ritmi biologici.

La conseguenza più evidente, di questa fase tecnologica della moderna società, è indubbiamente il tentativo di trasferire in ambienti non routinari, ciò che erroneamente viene scambiato per riposo dallo stress imperante ovvero il “divertimento”, l’allontanamento momentaneo dalla realtà ed il godimento di una situazione straordinaria, lo spasso (passatempo piacevole) che caratterizzano questo termine, sono intesi molto spesso, oggi, come “sballo” e non più come esperienza diversa ma allo stesso tempo formante, che poteva essere canone di definizione nel caso della frequentazione montana.

La montagna, la quale rappresenta da sempre l’ambiente selvaggio per eccellenza, quindi non ne è indenne. La ricerca di sballo attraverso droghe naturali quali l’adrenalina sta diventando una realtà di massa e la montagna per sua conformazione e caratteristiche, sempre più viene scambiata per una giostra piuttosto che per una località di fuga intellettuale e di rinvigorimento fisico.

Vi è il rischio sempre più evidente che in una ricerca spasmodica di sfoghi, condita dall’incapacità della massa, di affrontare i normali ostacoli e limiti imposti dall’ambiente naturale, vi sia il tentativo di addomesticarlo, riducendolo ad una brutta copia dell’ambiente urbano.

E’ evidente a chiunque che un andamento di questo tipo, trasformerà in breve tempo, ove già non vi siano i segni, la montagna in una sorta di parco divertimenti senza più alcuna identità.

A corollare questo stravolgimento, la società richiede a gran voce una maggiore sicurezza, intesa, appunto, come addomesticamento, piuttosto che, come formazione ed informazione.

Il via libera a leggi e regolamenti sempre più restrittivi, spesso assurdi e senza senso, divieti e normative di vario genere, è ovviamente conseguente.

Adattarsi alla legge del più forte ovvero citando la massima popolare: “ se non riesci a combatterli, alleati a loro!” (adattarsi all’andamento del mercato in questo caso): non credo sia nel DNA della Guida Alpina.

Non è nella figura mitica e unica che, se non tutti ma molti di noi, elessero a loro simbolo, quando pensammo di entrare a farne parte come coronamento della nostra passione alpinistica.

La Guida Alpina è sempre stata (e deve continuare a essere) il punto di riferimento della montagna in generale, visto che nessuna figura professionale o similare può vantare la conoscenza e l’esperienza di questo ambiente meglio di noi e deve saper imporre la propria visione al mercato, non farsene imporre una diversa.

Nessun’altra figura è in grado di gestire una moltitudine di attività legate alla montagna, come noi. E questi sono dati di fatto!

Stefano Michelazzi 
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Professione intellettuale…?
Se è vero, com’è vero, che la vecchia romantica figura della Guida con cappellaccio e pipa è ormai superata dall’innalzamento dei livelli e dalla frequentazione massiccia dell’ambiente montano, è anche vero che la banalizzazione dei limiti operata da mass-media, aziende di settore e molti, purtroppo, colleghi, senza mettere nel conto altre realtà che hanno deviato dalla loro struttura originaria, siamo in questo momento davanti ad una figura della Guida Alpina che in molti casi disorienta la massa e quindi i possibili futuri clienti, i quali non riescono a vedere più davanti a loro la Guida per eccellenza, ma un accompagnatore regolato dalle leggi del mercato, spesso un promotore di sconti da supermercato, che oltre a svendere la propria professione e mettere in cattiva luce i colleghi che tentano di metterci un limite, dimostrano a quanti ragionino col cervello e non col portafoglio, che la vita umana propria e del proprio cliente vale meno di zero… uno sconto!

L’elevazione della figura da mestierante a professionista intellettuale a quale pro venne fatta?

Capirei un meccanico (artigiano quindi mestierante) che abbatte i prezzi per “sbaragliare” la concorrenza ma un medico che mi chiedesse meno degli altri suoi colleghi mi lascerebbe diversi dubbi (per evidentissimi motivi) sul come esercita la propria professione, ed un medico è un altro professionista intellettuale!
La definizione di Professione intellettuale (art. 2229 cc), evidenzia piuttosto bene le differenze tra Mestierante, Imprenditore e Professionista ma spesso purtroppo capita che vi siano colleghi che non conoscono queste differenze ed agiscono con modi e criteri non certamente riconducibili al titolo che il Diploma di Stato ci conferisce.

E’ capitato e capita più volte di leggere sulle cronache di incidenti avvenuti per una forzatura, rispetto al buon senso di rinunciare all’obiettivo pattuito col cliente. Esempi come questo oltre a denunciare una scarsa cultura delle Guide stesse nei confronti della Libera Professione (non vi è vincolo che obblighi al raggiungimento del risultato ma vi è l’obbligo di espletamento nei modi più idonei con ricaduta del rischio di fallimento dell’obiettivo nei confronti del cliente e non del professionista!), discreditano la figura che rivestiamo. Stima e prestigio ne perdono in valore determinando aggressioni, più o meno mirate e/o intenzionali, nei confronti di tutta la categoria.

Allo stesso modo, seppure in ambito evidentemente diverso, il prestigio e la stima vanno a perdere di valore a causa di quella concorrenza selvaggia (e non libera come invece dovrebbe essere) data dal tentativo di accaparrarsi clientela col metodo dell’abbattimento di tariffe preesistenti e quindi adottate dalla maggioranza dei professionisti Guide Alpine (sconti da supermercato!).

Ciò, oltre a determinare un crollo rispetto agli equilibri di mercato, dipinge la nostra figura più come un’attività selvaggia di “morti di fame” tendenti al solo scopo di lucro, che come una professione che si caratterizza con il fornire servizi unici ed originali.

E’ vero, indubbiamente, che il cosiddetto Decreto Bersani impone l’abolizione dei tariffari ufficiali ma è anche vero che successive leggi e decreti inseriscono la necessità di parametri di valutazione e quindi sarebbe opportuno, soprattutto per una tutela nei confronti del cliente, il quale avrebbe un riferimento certo, adottare anche in campo nazionale ciò che già alcuni collegi sia italiani che di altra nazionalità europea, propongono ufficialmente ovvero una tabella di riferimento dove sia le Guide, sia i clienti, possano accedere per contrattare poi la tariffa del professionista.

Probabilmente, o anche sicuramente, i Corsi formativi, sia quelli dedicati alla formazione ed aggiornamento degli Istruttori, sia quelli dedicati agli Aspiranti ed alla Guida Alpina, tendono ad essere caratterizzati da un tecnicismo quasi estremizzato, mentre in contropartita dedicano poco o nulla alla formazione culturale sia sull’accompagnamento sia sulle caratteristiche che rappresentano la Libera Professione, denunciando una condizione dei formatori che troppo spesso ormai è diventata una condizione lavorativa fine a sé stessa e non auto-formante, invece di un’esperienza di condivisione riferita alla conoscenza personale ed all’acculturamento dei formatori e degli allievi.

Una guida sul Finsteraarhorn
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Ambiti e valutazioni
L’evoluzione della frequenza di ambienti montani o di media altezza, ha messo in luce attività che fino a pochi anni fa non erano certamente ambito delle Guide Alpine. Mi riferisco senza dubbio al Canyoning, attività ludica e di allenamento a suo tempo, per gli speleologi che l’hanno inventata e che si è fatto in modo, in Italia, di riferire unicamente alle Guide.

A quali traguardi ha portato principalmente, il blindare quest’attività che nel resto d’Europa viene svolta con criteri completamente differenti?

Sicuramente una proporzione di attività per un buon numero di colleghi, ed è buona cosa, ma anche sviluppo esponenziale dell’abusivismo.

Oltre alle svariate denunce che ogni anno vengono sporte in merito, riguardanti spesso i “soliti” furbi che già conosciamo bene, un atteggiamento come questo ha fatto sì che, se prima l’attività veniva regolamentata da un patentino rilasciato dopo corsi ed esami, e quindi potesse essere soggetta a controllo, oggi in molte parti del Paese, dove le Guide non sono presenti, per lanciare turisticamente fette di territorio altrimenti in declino, si sia costretti ad operare con persone non autorizzate (abusivi).

Una scelta di campo perciò, quella dell’esclusività, malgrado sia indiscutibile, come detto, che molti colleghi operano in modo assiduo in questo campo, che non coinvolgendo un’attività caratteristica delle Guide anche se presenta caratteristiche di gestione similari ad altre nostre attività (tecniche alpinistiche), rappresenta una percentuale di esercizio piuttosto ridotta rispetto ad altre.

La mia intenzione è quella di far risultare, come per un ambito comunque limitato e posto quasi a stento all’interno delle caratteristiche della nostra attività professionale, si sia voluto creare uno spazio esclusivo, mentre per contrasto vi sia la volontà di stravolgere ambiti classicamente ed a pieno titolo rappresentanti della nostra figura.

Parlo, ovviamente credo, dell’attuale proposta di variazione sulla legge 6/89 riguardo l’istruttore di arrampicata.

In questo caso un ambito per tradizione e caratteristica, esclusivo della Guida Alpina e soprattutto del Maestro di Alpinismo, sarebbe “liberato” dai vincoli, che reputo più che giustificati, per ripartirlo su altre figure, con conseguente perdita di un settore di mercato già di per se stesso debole, a causa anche delle anomalie giuridiche che vedono inserite in una legge sul professionismo ambiti invece volontaristici.

Corsi d’arrampicata ed alpinismo in genere sono una delle basi fondamentali del nostro lavoro e staccarsene sarebbe dare una mazzata alla nostra figura professionale già ampiamente aggredita a vario titolo nell’ultimo decennio.

Se si vuole creare confusione in ambito culturale e dare una volta di più l’opportunità di non comprendere quale ruolo ricopra la Guida Alpina – Maestro di alpinismo, allora continuare su questa strada sarà sicuramente redditizio.

Intanto la Sardegna e soprattutto i sardi ancora aspettano che si valuti l’inserimento di una figura specifica per il loro assolutamente particolare territorio, la quale permetta di creare nuovi sbocchi professionali per i residenti.

Già figure alternative create a livello regionale (GAE) da altre amministrazioni, operano sul territorio senza alcun controllo e spaziando spesso nell’abusivismo con proposte di arrampicata e canyoning.

Dal mio punto di vista sarebbe piuttosto semplice organizzare una figura, che alla stregua degli AMM sia formata dal Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) e atta allo scopo di rendere legittimo lo svolgimento di tali attività, mantenendo essa stessa un controllo del territorio e denunciando gli abusivismi.

Altra nota dolente, fortemente disprezzata da moltissimi colleghi, è la condivisione dell’accompagnamento in fuoripista con i Maestri di sci.

Anche questa situazione vede la perdita di una fetta di mercato, la quale oltretutto è costata anni di propaganda e formazione di una cultura popolare non abituata a vedere nella Guida Alpina un accompagnatore e formatore sciistico.

La già scarsa richiesta in tal senso, che a fatica molti di noi operano per rendere più corposa ma che allo stato attuale non da certezze di risultato che si avvicinino anche di poco alla mole di lavoro estivo (salvo casi individuali particolari), è stata in questo modo smembrata e rischia di rimettere in ombra la figura della Guida Alpina per quanto riguarda le attività sciistiche, salvo quei rari casi dove le tecniche alpinistiche siano obbligatorie, ma che non riescono a divenire condizione lavorativa stabile.

Continuando su questo binario, il risultato che appare logico è quello di uno smembramento della figura della Guida Alpina come professionista a tutto campo per lasciare spazio a una serie di specializzazioni o ancor peggio, a una serie di figure parallele, oltre a inserire nel mercato una concorrenza, senza rientro nei nostri confronti, che a lungo o forse anche breve termine diverrà insostenibile.

L’esercizio della professione a tempo pieno è già oggi reso difficilissimo da un serie di fattori, come ad esempio, la creazione di pacchetti turistici e la propaganda a livello mediatico, che spesso ci trovano impreparati e in difficoltà. Ipotizzare che figure parallele, come appunto l’istruttore di arrampicata, non abbiano grandi spazi di manovra (vista anche la specificità) per accedere a un ritmo full-time e di conseguenza impongano una concorrenza basata su un fattore economico, piuttosto che sulle basi di una diversa qualità professionale, è abbastanza ovvio.

La conseguenza, appare evidente, sarà lo smembramento della figura della Guida Alpina e una conseguente perdita di interesse nei suoi confronti, sia da parte del pubblico, sia da parte di chi volesse in futuro intraprenderne la carriera.

Già altre Nazioni hanno optato negli anni per queste diversificazioni specifiche e i risultati non sono certo positivi. Basti pensare agli USA dove la giungla di brevetti e brevettini non lascia certo spazio alla fantasia e i componenti iscritti alla IFMGA della AMGA sono miseri 103 in un territorio vastissimo…!

Vedremo nuovamente apparire la figura della Guida Sciatore?

Ivo Rabanser, Stefan Comploi e Stefano Michelazzi festeggiano l’apertura di Fontana dell’oblio (24 giugno 2007, 300 m, VII e A0 o VII+) sulla parete ovest della Pala della Ghiaccia 2423 m, Catinaccio. Arch. Ivo Rabanser
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Guide e tecnologia
Indubbiamente la tecnologia sta dando una grossa mano a ciò che riguarda la frequentazione dell’ambiente montano nelle sue diverse caratteristiche. Non vi è dubbio alcuno che dalla nascita dei rilevatori elettronici per travolti da valanga la sicurezza in questo tipo di attività ne abbia avuto giovamento. Ma sono apparecchiature e come tali vanno conosciute a fondo e se ne deve imparare l’utilizzo, mentre molto spesso l’utilizzatore che non sia un professionista non sa nemmeno come si accende il “famigerato” ARTVA…
Proporre corsi formativi in tal senso è comune tra molti colleghi, ma per esperienza personale e indiretta, è estremamente difficile se non a volte impossibile trovare persone interessate a questo tipo di formazione.

Il chiedersi perché sorge spontaneo, così come chiedersi quali lacune siano nella nostra proposta di formazione. Evitiamo di dare risposte al primo quesito che esula dalle nostre competenze e proviamo a dare risposta invece al secondo che ci interessa da vicino.

Probabilmente proponendoci in ambito formativo scolastico (Regioni, Province, Stato) con un programma che possa venir assorbito dagli enti stessi e che dia la possibilità di ottenere sovvenzioni tali da sostenere, almeno in parte, le spese, considerando anche il clamore mediatico dovuto ai diversi incidenti occorsi in stagione invernale, e sfruttando l’onda mediatica per sostenere questo programma propagandandolo, si potrebbero ottenere risultati, senza dubbio migliori, di ciò a cui si arriverà con l’emanazione di normative restrittive e sanzionatorie come l’ultima della Regione Lombardia sull’obbligatorietà dell’utilizzo dell’ARTVA.

In casi come questo la tecnologia lo sappiamo benissimo ci da una mano e ci permette di risolvere molti problemi legati alla frequentazione in ambiente a rischio, ma non tutto il tecnologico viene per aiutare…

Che dire dei vari GPS, telefonini localizzatori e così via?

Direi che come Guide dovremmo apparire meno tecnologici e più pratici, che mentre per i rilevatori da travolti in valanga, non vi sono “rimedi” alternativi, in questi casi invece sponsorizzare la capacità di sapersi gestire in ambiente con metodi tradizionali, meno comodi ma efficaci in ogni situazione, se usati nel modo corretto, debba essere la nostra bandiera.

Mi vien male a pensare a cosa accade, nel momento in cui disperso nella nebbia, un qualsiasi alpinista o escursionista provi ad utilizzare il GPS che ha deciso di non funzionare correttamente o di non funzionare affatto… senza cartina, bussola ed altimetro, tornare a casa sarà un delirio, alla fine del quale, se tutto sarà andato bene, potrà considerarsi fortunato. Ma sappiamo bene che, seppure la fortuna conti in montagna, non è su quella che si deve basare il messaggio di sicurezza che noi dobbiamo trasmettere come professionisti.

Dev’essere la figura della Guida con cartina e bussola in mano a controllare il tracciato, che ci deve rappresentare e non quella dello “Yuppie da montagna” col GPS!

Guide e ambientalismo
Non serve certo essere o definirsi ambientalista, per rendersi conto che continuando in un urbanizzazione selvaggia dell’ambiente montano (senza toccare altri ambienti che comunque spesso rientrano nei nostri ambiti operativi), stiamo lentamente scivolando verso una fase di non ritorno o di ritorno futuro, verso un ambiente integro, estremamente difficile.

Impianti e piste da sci, per parlare di settori che ci toccano da vicino, evitando di inoltrarci in ambiti non di competenza, sono ormai arrivati a saturazione. Lo comprovano gli abbandoni dell’ultimo decennio nei confronti di impianti più che altro a traffico locale (turismo residenziale), per i quali malgrado un abbassamento fisiologico della frequenza, si è ben pensato di costruire nuove piste ed in alcuni casi nuove linee le quali hanno portato ad un nulla di fatto, se non nel brevissimo periodo che riguardava la novità.

L’Eliski, pratica proibita in Trentino ed Alto Adige, grazie a leggi provinciali, continua, anzi, ultimamente è, punto di discussione (in alcuni casi feroce), che ci vede coinvolti in prima persona date le caratteristiche, e sul quale siamo sempre più spesso chiamati a dare risposte in merito proprio alla conservazione dell’ambiente.

Personalmente non sono un demonizzatore dell’attività elisciistica, che individuo come la punta di un iceberg, ma è innegabile che ultimamente, da più parti, si tenti con sotterfugi e strategie più o meno lecite e/o a filo di norma di imporre questa pratica nel nostro Paese.

I francesi l’hanno proibita (in alcuni casi piuttosto maldestramente…) individuando questa pratica come fonte di futuri sviluppi negativi a livello di impatto sul territorio.

Considerando due tipi di opportunità, nel nostro caso quello di difesa del nostro ambiente del quale rimarranno poche tracce in futuro se non si prendono provvedimenti immediati e quello lavorativo che coinvolge un numero estremamente esiguo di colleghi e per un periodo limitato, direi che, sia per la salvaguardia del territorio che per il beneficio che ne trarrebbe la nostra immagine, sarebbe utile che le Guide manifestassero una posizione negativa a riguardo, caldeggiando un divieto nazionale, alla stregua delle Province Autonome e della Francia su tutto l’arco alpino meridionale. Questo porterebbe sicuramente un enorme prestigio nei confronti della nostra figura che andrebbe ad inserirsi, come credo spetti, in un ottica di custode delle montagne e non di sfruttatore selvaggio!

L’ultima via aperta da Stefano Michelazzi, Vento di passioni, Colodri, Arco
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Formazione
Già toccata precedentemente, direi che i canoni attuali di formazione a tutti i livelli non è condivisa da moltissimi colleghi, principalmente a causa di un distacco di molti istruttori dalla realtà quotidiana del fare la Guida per essersi specializzati più che altro come appunto formatori.

Ma se gli insegnanti universitari abbisognano di anni sabbatici per riprendere il contatto colla realtà della materia che insegnano, possiamo essere noi come Guide esenti da un aggiornamento pratico sul campo?

Non credo e come me la vede la maggior parte dei colleghi.

Il manuale è certamente cosa utile ma non può essere la sola cosa utile…

Il sistema del Collegio altoatesino a mio avviso è molto più consono a una formazione con persone preparate attraverso l’esperienza personale e quindi, applicando alcuni correttivi, sarebbe opportuno adottarlo anche in campo nazionale.

Rapporti con altre istituzioni e loro figure
Il principale soggetto col quale ci rapportiamo continuamente come “professionisti del vuoto” è senza dubbio il Club Alpino Italiano.

Personalmente credo che, malgrado l’articolo 20 della L. 6/89 sia importante per definire gli ambiti operativi tra professionista e volontario, sia in ogni caso una condizione piuttosto anomala quella che vede il CAI, figura senza scopo di lucro, all’interno di una legge sull’esercizio di una professione.

Anomalia giuridica, si può serenamente affermare.

Aldilà di questa stranezza legislativa, sta di fatto che la sudditanza del CONAGAI rispetto al CAI è piuttosto evidente, stante il fatto che interviene alle nostre assemblee del Consiglio direttivo come membro e non come uditore e che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI, sezione del CAI) propone e dispone ciò che in altri ambienti professionali avviene attraverso la formazione di Associazioni di categoria (i Maestri di sci ad esempio) che supportano il proprio ordine o collegio, nelle attività che istituzionalmente non gli competono.

L’ormai storico antagonismo poi, sui corsi formativi, assume forme di “concorrenza sleale” se si considera che tra le due realtà vi sta una differenza in termini, più che palese, essendo una professionale e quindi con scopo di lucro, mentre l’altra dovrebbe essere assolutamente volontaria e quindi senza alcun fine economico.

E richiamerei al confronto i 1100 e oltre, ormai, colleghi per definire con testimonianza diretta se sia questo un dato di fatto oppure soltanto una fantasia…

Peggio ancora è la situazione che ci vede succubi di leggi e regolamenti regionali e/o provinciali che hanno istituito figure alternative a quelle previste dalla legge di Stato (la quale costituzionalmente dovrebbe essere sovrana), inserendo nel mercato pseudo-professionisti, contestati anche a livello europeo, ma che non siamo in grado di contestare noi direttamente, reclamando la predetta sovranità,.

Parlo ovviamente di GAE, Guide naturalistiche, Accompagnatori di territorio, e da ultimo gli albergatori trentini.

Oltre a tutto questo un associazionismo spesso arrogante e beffardo, rispetto alle leggi continua a produrre soggetti alternativi, senza che da parte del CONAGAI, ente di tutela della professione, venga portato avanti alcun progetto che contrasti questa dilagante situazione.

Un Osservatorio Nazionale sull’Abusivismo nei confronti delle Professioni di Montagna, potrebbe almeno in parte evidenziare questo stato di cose, considerando anche che professionisti a noi molto vicini, come gli Accompagnatori di media montagna, decisamente screditati nel loro ruolo da queste situazioni ed i Maestri di sci che lamentano una forma di abusivismo molto forte, potrebbero essere coinvolti assieme a figure istituzionali che si interessano di Turismo e quindi vi sono coinvolte anch’esse appieno.

Fare cultura non porta immediati benefici ma dà frutti più tardivi, i quali di solito però rimangono impressi per lungo tempo!

Conclusioni
Le problematiche presentate, che ho avuto modo di apprendere nei rapporti interpersonali con diversi colleghi, sono piuttosto sentite, non sono sicuramente le uniche, ma probabilmente allo stato dei fatti le più urgenti da risolvere.

Di possibili soluzioni probabilmente ve ne sono diverse, ma personalmente vedo un riscontro positivo in tempi non troppo lunghi in una revisione della nostra immagine, sfruttando e non facendoci sfruttare dalle moderne tecnologie.

Un ritorno al futuro è auspicabile per non soccombere in tempi che non prevedo molto lunghi.

Per ritorno al futuro, intendo una figura nuova che sappia essere presente a livello ambientale, acculturata maggiormente visto che i tempi lo richiedono, che non disprezzi o dimentichi il suo passato, ma che al contempo sappia integrarlo e non sostituirlo con il nuovo.

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Il grido interiore di Alessandra Serripierro

Che cosa vuole questa donna che è capace di scrivere un urlo così interiore? Che cosa la spinge a chiedere senza chiedere? Così tanta forza le può dare la montagna ai cui piedi vive e lavora?
In una società sbandata, che non sa neanche più cosa è una vera protesta, finalmente un esempio di salda fermezza. Non so perché, ma leggere queste righe mi ha fatto venire il nodo alla gola. E mi fa pensare che questo è il nostro agire quando siamo sicuri di ciò che siamo, prima che di ciò che vogliamo.

Questa lettera è stata scritta dalla proprietaria di un camping situato alla base della funivia del Gran Sasso, a Fonte Cerreto. Alessandra Serripierro è il suo nome. E la lettera è indirizzata al primo cittadino de L’Aquila, in risposta ad alcune affermazioni da lui rilasciate nei giorni scorsi. Che non ho neppure avuto voglia di cercare, tanto sicuramente prevedibili.

La funivia del Gran Sasso, in partenza da Fonte Cerreto
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Da Fonte Cerreto, una lettera aperta al sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente
di Alessandra Serripierro (già postato da Antonio Giampaoli, il 12 gennaio 2015, sul sito dell’Associazione Culturale Assergi racconta)

Caro Sindaco, caro Massimo,
leggo un po’ di giorni fa alcune tue dichiarazioni a proposito della stazione sciistica del Gran Sasso e del suo comprensorio. Leggo di Fonte Cerreto, delle tue idee per l’innevamento e di altro ancora.

Vivo su questa montagna da moltissimi anni. Ci vivo proprio, alla base della Funivia del Gran Sasso, residente numero 1 di Fonte Cerreto, in una piccola casa di legno su un terreno dove è posizionato sin dal 1974 un campeggio. Voluto, pensato, creato e gestito da mio padre da quella data ha resistito ancora fino ad oggi, nelle mie mani. Da una ventina di anni lo voglio, lo penso e lo gestisco io. Da sola.

LetteraAperta-L'Aquila_FonteCerreto

Certamente negli anni Settanta e Ottanta era possibile fare operazioni di gestione politico-amministrativa che oggi non sarebbero più possibili.

Riconosco che alcuni aspetti, impostati dall’allora giunta per l’affidamento del terreno, non siano ancora perfettamente chiari, ma di questo, caro Sindaco, ho avuto modo di farmi carico negli anni, continuamente in cerca di soluzioni che mi dessero la possibilità di andare avanti e di ricentrarmi nel giusto.

Ho subito gli attacchi (inutili) degli usi civici, delle persone che rivendicavano proprietà, di molti portatori di interesse economico cui l’area di cui ti parlo e su cui esercito la mia attività, lasciava intravedere grandi potenzialità di sviluppo economico e probabilmente di grande quantità di denaro.

Eppure io sono andata avanti, assistendo senza protestare a erogazione di fondi pubblici ad altri operatori che – a qualche metro da me e dalla mia attività, sempre su terreno non esattamente di proprietà – hanno potuto vincere bandi europei, ampliarsi, fare migliorie, fino a diventare personaggi “à la page” di questa piccola comunità. A me no, non è stato mai concesso.

Ho dovuto subire per anni i veleni delle fogne a cielo aperto che si riversavano dentro la “mia area” provenienti dagli alberghi di notissimi e rispettabili imprenditori aquilani.

Ho dovuto subire gli assalti scomposti a questa montagna, da parte di chiunque un giorno si sveglia e decide di “portare il progresso”. Eppure sono andata avanti.

Nel mio campeggio sono transitate e transitano decine di migliaia di persone, che quando partono mi lasciano tutti, inevitabilmente, un pezzo della loro storia, contenti di come li ho accolti, della pulizia con cui li accolgo, dell’integrità con la quale consegno loro la nostra montagna.

Questo campeggio, che tu hai definito fatiscente in più occasioni pubbliche, e che ti ostini ad ignorare, ha contribuito a far transitare olandesi, tedeschi francesi, israeliani, palestinesi, americani, giapponesi, nel nostro territorio.

Ha lasciato un ricordo indelebile nelle persone che lo hanno vissuto, come testimoniano le migliaia di attestazioni di stima e di affetto che ricevo dai miei clienti, ogni anno. Mi muovo fra gli squali, come molti piccoli artigiani. Non faccio politica, non sgomito, non m’intrufolo in niente. E probabilmente la mia idea di ambientalismo è un tantinello rigida. Ma sono attenta e ascolto, non faccio della coerenza a tutti i costi un baluardo. Alzo la testa, e a ridosso della partenza della Funivia c’è chi fa come gli pare, nonostante il Parco, nonostante tutto.

Non ti chiedo nulla, in realtà, figuriamoci. Le nostre idee di sviluppo di questa che a ragione definisco “la mia montagna” sono talmente differenti… e poi tu sei il Sindaco.

Ti ho voluto solo informare della mia esistenza, e se ne avessi l’opportunità, ti parlerei di cosa vuole veramente questa montagna che conosco e amo come pochi, visto che la calpesto in lungo e in largo e la respiro ogni giorno.

Così, tanto per fare due chiacchiere.

Alessandra Serripierro

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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
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icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
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Un alpinista sui Tavoloni

Le Alpi Apuane: un patrimonio unico e di tutti
Firenze, 8 novembre 2014

Si è svolto come da programma al Teatro L’Affratellamento, in via G.P. Orsini 73, Firenze, un importante convegno organizzato dalla Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio www.territorialmente.it. I vari relatori si sono succeduti nei tempi previsti, con interventi di grande spessore, ottimamente moderati da Claudio Greppi. Ada Macchiarini ha sostituito Riccarda Bezzi, all’ultimo momento impossibilitata a partecipare.

Il convegno si proponeva di delineare un possibile futuro delle Alpi Apuane in cui l’attività di escavazione sia ricondotta nei limiti di un’utilizzazione non distruttiva e si integri con la valorizzazione di risorse non usate o abbandonate. Due gli obiettivi immediati. Il primo è sostenere le osservazioni presentate dalla Rete e da altre associazioni ambientaliste al Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano paesaggistico adottato il 2 luglio 2014. Il secondo è delineare, con la partecipazione di diversi attori – locali e non – le condizioni e le opportunità di un’economia integrativa rispetto alla monocoltura marmifera. Si tratta di un primo passo affinché, ufficialmente o meno, le Alpi Apuane siano riconosciute come patrimonio che appartiene al mondo e non come proprietà di un gruppo ristretto di imprese, che sfruttano la Montagna in modo non sostenibile e con modestissime ricadute sull’economia locale.

Al mio intervento era stato in precedenza dato il titolo Le Apuane viste da un alpinista, e questo stesso io ho conservato qui, nel riproporre la ma relazione integrale: ma aggiungendo un punto interrogativo.

La Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane)Tavoloni-Veduta esterna-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoLe Apuane viste da un alpinista?
È vero, sono stato e sono un alpinista: e potrei intrattenervi per ore sulla bellezza delle Alpi Apuane, proprio nei confronti con le altre Alpi, alle quali non hanno nulla da invidiare.
Potrei raccontare ore, giorni, settimane passate in quelle valli, su quelle pareti e sulle cime. In contemplazione oppure nell’azione di una salita difficile.

Potrei dire anch’io come mi sono incantato di fronte a fiori che ci sono solo lì e non altrove, oppure di fronte a un’orografia che, già sconvolta di suo, in più punti è diventata dantesca per mano dell’uomo.

Ma io so che molti di voi sono qui perché come me amano le Apuane, dunque la mia testimonianza va a fecondare campi già fertili. Preferisco dare per scontate quelle emozioni che sicuramente la maggior parte di voi ha vissuto esattamente come me.

Vi voglio solamente raccontare una piccola avventura, le emozioni vissute nella quale di sicuro non spartisco con nessuno…

Tavoloni-09FooFLa parete sud del Monte Altissimo, con il mio percorso (31 ottobre 1993) di salita per la via Nerli, discesa al Passo di Vaso Tondo, discesa alla Cava di Tacca Bianca, Sentiero dei Tavoloni (in rosso) fino alla Cava dei Colonnoni

Circa una ventina di anni fa mi trovai a salire da solo la parete sud del Monte Altissimo, per una via difficile di Angelo Nerli e compagni. C’erano alcuni passaggi dove la prudenza voleva che salissi autoassicurato, così avevo con me la corda, l’imbragatura e i moschettoni. Risolsi abbastanza velocemente la via, in cima il panorama era grandioso ma un po’ cupo per via del cielo nuvoloso. Decisi di non scendere verso il Passo degli Uncini perché mi ero incuriosito a leggere di uno strano percorso che già la guida di Angelo Nerli sconsigliava già nel 1979 per via delle cattive condizioni in cui versava: il percorso dei “Tavoloni”.

Dalla Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane) si diparte l’ex “sentiero” dei TavoloniTavoloni Cava Tacca BiancaScesi così al Passo di Vaso Tondo, poi per un sentierino veramente esposto, per lo più intagliato nella roccia viva, scesi alla grandiosa Cava della Tacca Bianca, completamente abbandonata, caratterizzata da un antro artificiale gigantesco. Questa cava è a picco su una parete verticale che precipita al di sotto per almeno 2-300 metri, un luogo che, per la sua solitudine e per le reminiscenze michelangiolesche, mi mise i brividi.

L’esposto sentiero della Tacca Bianca

Tavoloni-sentTaccaBiancaperVasoTondo-a_436Sulla destra ci sono ancora dei macchinari che servivano per calare a valle il marmo tagliato, una toilette anche questa intagliata nella parete così come un piccolo altarino.

Andai in esplorazione a vedere come era il percorso dei Tavoloni, quello che avrebbe dovuto portarmi alla Cava dei Colonnoni: vidi una serie di putrelle di ferro infilzate nel marmo che in origine supportavano delle tavole in legno e che ne permettevano la percorrenza da parte dei cavatori. Qua e là qualche brandello di tavola marcita era ancora lì a testimonianza. Nessun segno di ringhiera esterna.

I pali erano lunghi tipo 130 cm, ed erano distanziati tra loro fino a due metri. Decisamente impercorribile.

Il Sentiero dei Tavoloni nel 1998

Tavoloni-IMGP4151Ma l’idea di tornare al Vaso Tondo e poi ancora in vetta all’Altissimo non mi andava a genio, così decisi di percorrere i Tavoloni autoassicurandomi a due anelli di corda che avevo con me. Assicurato al primo mi sporgevo nel vuoto per afferrare la putrella successiva, passarvi attorno il secondo cordone, quindi tornare indietro per recuperare il primo. Una fatica bestiale, perché il percorso è lungo sui 300 metri, quindi dovetti ripetere la stessa manovra per 150 volte circa, in qualche caso con grosse difficoltà, costantemente esposto a un vuoto come raramente avevo provato. E in più c’era l’incubo della possibilità che una putrella mancasse, quindi fossi costretto a tornare indietro!

Alla fine arrivai, sfinito.

Tavoloni-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoL’attuale condizione del Sentiero dei Tavoloni

Mentre tornavo alla mia automobile, mi ripromettevo che avrei fatto di tutto perché quell’espostissimo camminamento un giorno venisse recuperato, per fare del versante sud del Monte Altissimo un parco di archeologia marmifera.
Ora, con ricordi di questo genere, è chiaro che condivido e propugno ogni discorso a carattere ambientalista. Ma vorrei mi permetteste di andare un poco oltre, vista l’eccezionalità di questo caso, un gruppo di montagne in via di estinzione.

Qualunque fenomeno naturale stravolga una geografia ci disturba. Al di là dei danni economici per le catastrofi, una frana, un terremoto sono eventi che ci scuotono nell’intimo.

Se poi il fenomeno non è naturale (e quindi a esempio una serie di cave più o meno selvagge), ci disturba ancora di più. L’intensità di questo disturbo è tanto più forte quanto più ci ostiniamo a dare un significato di eternità a ciò che eterno non è mai stato.

La nostra epoca immersa nel virtuale (che è espressione del massimo della volubilità e quindi deperibilità) tende stranamente a negare il valore di ciò che è caduco, illudendoci (in un limbo di preteso e immutabile ottimismo) che la nostra esistenza matematico-informatica e le nostre sicurezze di vita sana e felice siano in costante crescita, quasi tendenti all’infinito.

Qualunque fenomeno contrario ci sbatte con evidenza in faccia la realtà, ci disturba, ma forse è anche un’occasione per crescere. E direi che nel caso delle Apuane l’occasione per crescere è davvero enorme e non possiamo lasciarcela sfuggire.

La grandezza della montagna (e quindi dell’universo) non è nella sua pretesa eternità, è nell’accettazione della sua “vita” e quindi prima o poi della sua morte. Già Roderick Nash, professore di storia e studi ambientali all’università di Santa Barbara (California), nel 1975 aveva sostenuto, in uno splendido articolo, per certi versi illuminato, i “diritti delle rocce”: in esso dimostrava come l’evoluzione dell’Etica, partendo dall’unità individuale si allargasse alla famiglia e alla tribù. In seguito il rispetto etico si estese alla nazione, alla razza, all’umanità (Cristo, Buddha), per arrivare poi in tempi più moderni ai mammiferi, quindi agli altri animali, poi alle piante. Il prossimo passo etico è l’ammissione dell’inorganico, cioè la terra e le rocce, l’acqua e l’ambiente in generale.

Come è distante a questo punto il concetto di “montagna eterna”. In ambito etico la “montagna eterna” è solo un concetto, dunque non dovremmo più soffrire per le mutilazioni e gli stravolgimenti. La montagna viva è l’unica esperienza possibile.

Ma il non soffrire più per le vicende dell’ambiente e il sapere che non c’è nulla di eterno non giustificano il nostro essere inattivi di fronte alle aggressioni; al contrario la nostra azione a salvaguardia deve continuare con più forza di prima, perché la caducità è l’unico mezzo che abbiamo per aspirare a qualcosa di davvero eterno.

Carlo Alberto Pinelli una volta scrisse: «Nessun reale sforzo per cambiare rotta verrà mai tentato se, a fianco degli spettri agitati con fin troppo buon senso dalla scienza ecologica, non verrà innalzato il vessillo dell’amicizia disinteressata e inutile con la Natura. Noi combatteremmo contro la rapina delle risorse naturali anche se, per ipotesi, le risorse del pianeta fossero infinite; combatteremmo contro la distruzione delle foreste anche se la loro scomparsa non provocasse una degradazione irreversibile degli ecosistemi terrestri; combatteremmo contro gli inquinamenti delle acque, dell’aria, del suolo anche se dagli inquinamenti non fosse minacciata la nostra salute fisica e il nostro benessere materiale. E combatteremmo semplicemente perché boschi, ambienti naturali, animali selvatici, acque limpide e così via, hanno dato e danno alla nostra vita un senso al quale non siamo disposti a rinunciare».

La consapevolezza della non eternità, la nostra finitezza ci danno la forza per continuare la nostra lotta. Il mio intervento non si propone di individuare le alternative sociali, ambientali e turistiche all’escavazione. Altri lo fanno e faranno molto meglio di me.

Ma perché gli abitanti delle Dolomiti, che nell’Ottocento vivevano in condizioni assai misere ed erano costretti a emigrare, oggi hanno trovato un decoroso modello di vita tramite il turismo? Perché non si può fare anche qui la stessa cosa? Il mondo sarebbe disposto a vedere distrutti dalle cave la Marmolada, il Sassolungo o le Tre Cime di Lavaredo?

Dobbiamo semplicemente “crederci”, crederci sempre di più, usare per altri scopi più nobili quella potente energia che ci ha fatto conoscere, scalare, colonizzare e sfruttare.

Proprio nei momenti difficili l’uomo si risveglia, di fronte a un disastro si fanno investimenti e piani Marshall in altri tempi difficilmente concepibili. L’italiano deve incominciare ad amare il proprio territorio, solo dopo questo passaggio culturale le risorse economiche salteranno fuori. È questo il momento delle Apuane.

Nota di Massimo Ghilarducci (20 novembre 2014):
Il sentiero della Tacca Bianca è accessibile dalla sottostante Cava Fitta, la cui recente riapertura però ne limita la percorrenza nei giorni feriali… speriamo che non ne chiudano il percorso… la scaletta di accesso alla Cava della Tacca Bianca è stata sostituita e da qui si può proseguire per l’emozionante sentiero fino al Passo di Vaso Tondo. Nel frattempo il CAI Pisa ha riattato il sentiero che dal Passo degli Uncini porta alla Cava Tela e poi alla Cava Colonnoni, con cavi e staffe nei punti molto esposti, tipo il sentiero della Tacca Bianca, come tipologia.

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Accordo Parco dei Sibillini-Guide alpine

La pluriennale querelle con il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, di cui abbiamo già dato notizia in http://www.alessandrogogna.com/2014/03/15/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/ e in http://www.alessandrogogna.com/2013/12/31/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/ sembrava avviata alla felice conclusione con l’accordo tra il Parco e le Guide Alpine.

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Non si comprende però perché il Parco ha scelto di fare un accordo unilaterale con le Guide Alpine tralasciando così altri interlocutori diretti come a esempio il Club Alpino Italiano. Che non ha tardato a intervenire sull’accordo fatto, tramite una lettera della presidente del CAI di Ascoli Piceno, Paola Romanucci, che qui riportiamo integralmente e che condividiamo.

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PARCO DEI SIBILLINI – COLLEGIO DELLE GUIDE ALPINE: UNA CONVENZIONE SBAGLIATA

di Paola Romanucci, presidente della Sezione CAI di Ascoli Piceno

Il Parco nazionale dei Sibillini informa di aver stipulato un accordo con il Collegio regionale delle Guide Alpine per la pratica sostenibile delle attività alpinistiche, a tutela del ripopolamento del camoscio appenninico e con particolare riferimento ad aree sensibili come il Monte Bove. Questo, malgrado una richiesta ufficiale del CAI Marche e Umbria di istituire un tavolo consultivo già previsto da un protocollo di collaborazione siglato ben 14 anni fa dal CAI e dal Parco.

L’accordo impegna il Parco “a riconoscere il Collegio quale referente tecnico ufficiale in materia di attività alpinistiche” (art.3), con la precisazione che esse includonole attività di alpinismo, di arrampicata, di bouldering, escursionistiche, sci-escursionistiche, sci-alpinistiche, ciclo escursionistiche (mountain bike), speleologiche, torrentistiche e dei parchi acrobatici, comprese le attivita a queste collegate, svolte in modo autonomo o in accompagnamento, a livello professionale e non, in qualsiasi stagione e su qualsiasi terreno, ivi compresi terreni innevati e non, roccia, ghiaccio e media montagna” (art.2).

Sibillini-accordo-2120622623_10936f58bfE’ evidente che, secondo la Direzione del Parco, esiste un unico soggetto competente e possibile referente in materia di attività in ambiente montano. Esiste un unico soggetto titolato a collaborare con il Parco al fine di garantire la compatibilità delle sopraddette attività alpinistiche con la tutela dell’ecosistema montano, la formazione di una coscienza ambientale e la promozione di un alpinismo di tipo tradizionale e sostenibile.

Non siamo d’accordo. Invitiamo il Parco dei Sibillini a prendere atto che il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863 ed eretto a ente pubblico con legge dello Stato n.91 del 1963, “ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale” (art.1 Statuto CAI), trae sua forza rappresentativa da oltre 315.000 soci e quasi 500 sezioni (di cui circa 3740 soci e 14 sezioni nelle Marche) e fonda la sua attività volontaristica sui principi di tutela e promozione dell’ambiente montano, nonchè della sua frequentazione su basi di responsabilità, consapevolezza e autoformazione.

Ci appare grave che la Direzione del Parco abbia ignorato il nostro ruolo istituzionale e disatteso il nostro patrimonio ultracentenario di competenze, di esperienza e di tradizione. Un patrimonio collettivo e capillarmente diffuso nel corpo sociale, basato sul puro volontariato, sulla passione e sulla conoscenza della montagna. Un patrimonio che in più occasioni abbiamo messo a disposizione del Parco, con la nostra opera di segnatura e mappatura dei sentieri, con interventi pubblici a supporto della tutela degli ecosistemi interni al Parco.

Ricordiamo che il Parco dei Sibillini deve per larga parte la sua stessa istituzione alle battaglie ambientaliste della Sezione CAI di Ascoli Piceno (suggeriamo al Direttore la lettura di “Sibillini, storia di un Parco”, a cura di Marcello Nardoni, edito dalla Sezione del CAI di AP).

Ricordiamo che la scoperta alpinistica e la divulgazione del territorio dei Sibillini è in consistente misura dovuto a soci del CAI che, sin dagli anni Trenta dello scorso secolo, dal precursore Angelo Maurizi fino agli alpinisti del CAI dell’Aquila, Macerata, Ascoli, Perugia, Roma, vi hanno aperto vie alpinistiche. Ricordiamo che i Sibillini ed il Parco debbono la loro notorietà anche alle numerose pubblicazioni del CAI (prima guida dei Sibillini del 1983) e della Società Editrice Ricerche, fondata e gestita da soci di Ascoli Piceno che hanno esplorato, censito e divulgato itinerari escursionistici e salite alpinistiche.

Ricordiamo che da sempre il CAI coniuga nelle proprie attività la tutela dell’ambiente montano e la formazione alla sua frequentazione consapevole e autonoma. Con una costante e capillare opera sul territorio, attraverso corsi di base e avanzati, programmi sezionali di attività in ambiente e iniziative culturali, titolati CAI e soci esperti contribuiscono ad un costante processo formativo dei cittadini di ogni età, incrementando e condividendo un bagaglio pluridecennale di conoscenze tecniche e culturali. In tal modo, la frequentazione consapevole e rispettosa diventa essa stessa il più efficace presidio di tutela e valorizzazione del territorio montano.

A fronte delle gravi dimenticanze ad opera della Direzione del Parco, il “contentino” dell’art.5 della convenzione (“Sono fatti salvi gli accordi stipulati dal Parco – o che verranno stipulati – con altri soggetti in materia di attività in montagna, con particolare riferimento al CAI e alle Guide del Parco; in questi casi, il Collegio si impegna a stabilire un rapporto collaborativo anche con tali soggetti fermo restando il suo ruolo di indirizzo tecnico generale in tema di attività in montagna”) suona vuoto, se non ironico, laddove si preoccupa – più che di individuare un vero ambito di competenze del Sodalizio – di riconfermare l’investitura “fiduciaria” esclusiva al Collegio delle Guide.

Sibillini-accordo-parco-nazionale-dei-monti-sibilliniUn pessimo esempio di amministrazione, che nega in un sol colpo i principi cardine dell’ordinamento e dello stesso Statuto del Parco, che incentivano la leale cooperazione tra amministrazioni e corpi sociali e la partecipazione attiva ai processi decisionali.

Spiace constatare come il Parco abbia perso l’occasione preziosa di inaugurare un nuovo metodo partecipato, coerente con detti principi, che consentirebbe di elaborare le più efficaci modalità di frequentazione del territorio, non escluse le restrizioni di attività antropiche funzionali al rispetto degli ecosistemi e delle loro vulnerabilità. Un vero peccato, perchè mettere in rapporto gerarchico – e non paritario e collaborativo – i soggetti coinvolti a vario titolo nella fruizione e nella tutela del territorio montano, genera soltanto inefficienza e conflittualità. E la Direzione di un Parco nazionale, tutto questo, dovrebbe saperlo.

postato l’8 ottobre 2014

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Nuovo regolamento per l’arrampicata sui Bérici

Arrampicata, nuovo regolamento per praticarla sui Berici

Riportiamo per intero l’articolo apparso su Vicenza report il 10 luglio 2014. In fondo le mie considerazioni.

Intesa raggiunta tra Provincia di Vicenza e amanti dell’arrampicata sportiva. Dopo alcuni incontri, e qualche animato confronto, si è giunti all’elaborazione di un regolamento che disciplina le attività sportive sui Colli Bérici, in particolare appunto l’arrampicata ma anche il parapendio e il motocross.

Regolamento condiviso nei mesi scorsi con i Comuni interessati e con le associazioni sportive del territorio, per poi essere approvato dal Commissario Straordinario Attilio Schneck e diventare quindi esecutivo.

La falesia di Lumignano
Berici-Lumignano-22987“Il regolamento – spiega il Capo di Gabinetto della Provincia Dino Secco – si era reso necessario a seguito degli interventi di valorizzazione dei Brici eseguiti con il progetto comunitario Life Colli Bérici. Un milione e mezzo di euro grazie ai quali sono stati recuperati ecosistemi e ambienti naturali per lo sviluppo e la salvaguardia di flora e fauna tipici dell’area. Interventi complessi e corposi, durati ben tre anni, che ora vanno tutelati non certo con divieti assoluti, ma con una fruizione consapevole e responsabile, che protegga l’ambiente ma che permetta anche alle persone di goderne, visto che si tratta di un vero e proprio patrimonio naturalistico, tanto da essere stato classificato SIC, Sito di Importanza Comunitaria.”

La parola d’ordine del regolamento è quindi “comportamenti responsabili”, quelli cioè che permettono di praticare sport sui Bérici limitando l’impatto ambientale, rispettando la vegetazione spontanea e la fauna selvatica e domestica. E poi omogeneità, cioè regole certe, chiare e uniformi per tutta l’area dei Bérici, finora interessata da pochi e sporadici regolamenti comunali o affidata al buon senso dei suoi frequentatori.

Ad ogni sport corrisponde, nell’accordo, un capitolo dove sono indicati tempi, luoghi e modi della sua pratica. Il più interessante, e anche il più discusso, è di certo l’arrampicata. Le pareti più note e frequentate, quelle di Lumignano-Longare, sono state divise in quattro aree, recependo quasi interamente quanto stabilito dal regolamento del Comune di Longare:

– area verde (arrampicata consentita tutto l’anno): itinerari compresi tra “Lumignano Classica” e ”Vomere” e itinerari noti come “Brojon Classico” e “Brojon Strapiombi settore Pilastro”.

– area arancione (arrampicata consentita dall’1 luglio al 31 dicembre): itinerari noti come “Lumignano Nuova” e “Brojon Strapiombi settore Piardi”.

– area azzurra (arrampicata consentita dall’1 aprile al 30 settembre): itinerari compresi tra “Il commercialista” e “Sotto l’Eremo”;

– area rossa (arrampicata non consentita): tutti gli altri itinerari noti.

Gli strapiombi del Brojon
Berici-Brojon-IMG_1842Due sono le aree per Castegnero-Nanto: area verde per gli itinerari del “Covolo” e area rossa per tutti gli altri. A Barbarano si arrampica invece tutto l’anno al Monte della Cengia. Divieto di arrampicata infine nella parete di San Donato a Villaga, nella parete di Toara di Villaga e in zona grotta di San Bernardino a Mossano. E divieto assoluto, in tutti i Bérici, di apertura di nuove vie di arrampicata senza autorizzazione preventiva e Valutazione di Incidenza Ambientale.

“La logica – spiegano i tecnici – è stata quella di non polverizzare l’attività di arrampicata, regolamentando questo sport nel rispetto dei ritmi della natura. Ci sono piante da salvaguardare per la loro bellezza e la loro rarità, come l’atamanta dai fiori bianchi, il camedrio giallo, la salcenella, il muscari azzurro. E poi uccelli protetti quali falco pellegrino, gheppio, corvo imperiale, rondine montana, codirosso spazzacamino, passero solitario. Se disturbati durante il periodo riproduttivo possono abbandonare il nido o addirittura non nidificare. In questi particolari periodi va quindi evitata ogni forma di disturbo”.

Il CAI e il gruppo degli arrampicatori esprimono a conclusione dell’accordo una moderata soddisfazione.
“Si pensi – ha commentato Emma Dal Prà, Presidente CAI sezione Vicenza – che nella fase iniziale del progetto i naturalisti avevano prospettato la chiusura di numerosi settori di Lumignano e di tutti i siti minori. Si ritiene che i risultati raggiunti, pur nel rispetto di una buona parte delle richieste dei naturalisti, possano garantire un’ampia frequentazione delle falesie, con alcune limitazioni peraltro già presenti nel Regolamento approvato nel 2004 dal Comune di Longare”.

“Da parte degli abituali frequentatori delle falesie – aggiunge Maurizio Dalla Libera, direttore della scuola di alpinismo – rimane il rammarico di non essere stati maggiormente coinvolti nelle fasi di elaborazione del progetto. Una diversa collaborazione avrebbe potuto limitare le tensioni fra arrampicatori e naturalisti: la chiusura totale del sito di San Donato e quella parziale di Castegnero sono infatti destinate a suscitare polemiche e malumori, molto probabilmente evitabili con una progettazione maggiormente condivisa, che avrebbe conciliato le esigenze di arrampicata con la protezione dell’habitat.”

Provincia e CAI stanno organizzando una serie d’incontri che si terranno in settembre in date e luoghi da definire e che saranno aperti agli appassionati delle arrampicate. L’obiettivo è approfondire il contenuto del Regolamento, per condividerne le finalità di tutela degli habitat e di conservazione ambientale.

Due parole in conclusione sugli altri sport oggetto dell’accordo. Per quanto riguarda il parapendio, sono tre le aree di decollo esistenti: Pineta di Brendola, Monte Molinetto di Orgiano e Monte della Croce di San Germano dei Bérici. Quest’ultima è quella su cui maggiormente si è discusso. I naturalisti del Progetto Life ne avevano chiesto la chiusura, viste le gravi condizioni ambientali in cui versa. Si è invece deciso di mantenerla attiva con l’impegno, dell’associazione Volo Bérico, di effettuare interventi di rinaturalizzazione e salvaguardia della flora presente. In conclusione: rimangono attive tre piste di decollo su tre.

Nessuna sorpresa, infine, per il motocross, regolamentato secondo quanto dispone il Codice della Strada: circolazione permessa sui tracciati della viabilità principale e divieto sui tracciati della viabilità minore, che comprende le strade interpoderali, i sentieri, le strade silvo-pastorali, le piste forestali, gli itinerari ciclabili, le ippovie.

In arrampicata sugli strapiombi del Bojon
Berici-Brojon5Considerazioni
Di certo le chiusure totali (San Donato, Toara e grotta di San Bernardino), nonché quella parziale di Castegnero e le altre limitazioni, non vanno giù a tanti appassionati: sarà difficile far digerire queste imposizioni   anche se occorre riconoscere che, dopo la paventata chiusura di tutto il territorio, qualcosa di ben concreto gli arrampicatori hanno ottenuto. Gli scontenti d’altra parte ci sono anche in campo naturalista. Gianni Sertori per esempio parla di soluzione all’italiana, lamentando la sorte assai precaria della saxifraga berica, denunciando l’abbandono della rondine rossiccia e recitando il de profundis per le spettacolari stalattiti che ornavano il Brojon (danno peraltro già fatto da tempo, assai deprecabile).

Ancora una volta si è persa l’occasione per sperimentare maturità e responsabilità di una comunità, quella degli arrampicatori sportivi, che probabilmente preferirebbero aderire più a un un invito che obbedire a un divieto.

La scarsa disponibilità ad accettare le regole ci deriva non solo dalla nostra italica e congenita anarchia: c’è la strisciante quando non manifesta sfiducia nelle istituzioni che, anche di fronte a un caso come questo, dove un intero territorio è stato promosso a SIC da un progetto europeo (Life Colli Bérici), e di fronte alla certamente apparente serietà mostrata in tre anni dai gestori e dai partner (vedi http://www.lifecolliberici.eu/it), ci lascia perplessi sui finanziamenti, sulle voci di costo non pubblicate, e in definitiva sulla spartizione del milione e mezzo di euro.

postato il 2 settembre 2014

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Trekking in difesa della Croda Rossa di Sesto

Monte Elmo-Croda Rossa: collegamento “svelato”
Per i prossimi 2 e 3 agosto 2014 Mountain Wilderness organizza un trekking aperto a tutti per la salvaguardia della Croda Rossa di Sesto, la magnifica montagna che si pone a cavallo fra le Dolomiti di Sesto ed il Comelico, interessata da proposte di collegamento sciistico che ne deturperebbero il fascino e la sua storia.

La manifestazione, in un luogo ancora integro e capace di offrirci emozioni altrove perdute, vuole essere un richiamo alla Fondazione Dolomiti UNESCO affinché intervenga, con urgenza, a fermare una macchina politica impazzita che sta distruggendo definitivamente quanto rimane di integro nel territorio delle Dolomiti. Sarà l’occasione per chiedere a Dolomiti UNESCO, pensiamo proprio per l’ultima volta, coerenza e trasparenza nelle progettazioni e nelle scelte. Da mesi Mountain Wilderness non ha risposta nel merito della possibilità di seguire i piani di gestione, nessuno ne conosce contenuti e analisi. La Fondazione Dolomiti UNESCO è ormai una fortezza inespugnabile in mano a politici che la stanno gestendo con superficialità e nei ritagli di tempo, portando la Fondazione ad essere solo una dispensatrice, anche in modo contraddittorio, di marchi e di iniziative “immagine” prive di qualunque ricaduta e condivisione con i territori.

Quanto accade attorno alla Croda Rossa, ma anche al Latemar, a Campiglio, nella gestione delle acque del territorio dolomitico, lo sta a dimostrare. Paesaggi ed emozioni che vengono giorno dopo giorno sviliti, cancellati per sempre.

Croda Rossa - 2

Il progetto
Nei confronti di un progetto precedente, sul quale pende tuttora un ricorso ambientalista al TAR di cui si attende ormai solo la pubblicità della sentenza, un secondo progetto è stato elaborato. Va detto che questa seconda versione accoglie significative revisioni e modifiche, in virtù delle veementi proteste ambientaliste che hanno incontrato, in parte, anche la condivisione voluta o forzata della società impiantistica. Le novità del nuovo progetto sono state sottolineate dal sindaco di San Candido, azionista per il suo comune nella società impiantistica presieduta da Franz Senfter.

Ma questo passo di “buona volontà” non è certo sufficiente. Il nuovo progetto continua a prevedere due nuovi impianti di risalita, con rispettive piste di discesa, che collegheranno le due montagne attraverso la località in quota dell’Orto del Toro partendo dal versante Kristler dell’Elmo per giungere alla stazione a valle della pista Signaue. Lo faranno con un tracciato sostanzialmente nuovo che, abbassandosi sensibilmente, salvaguarderà l’ambiente storico rurale della località Negersdorf ed eviterà l’attraversamento del rio Villgrater. L’abbassamento della quota della stazione a valle sul versante dell’Elmo consentirà anche di salvaguardare i due preziosi biotopi, il Langbödenle Moos e lo Seikofl, interessati invece dal progetto abbandonato.

La manifestazione chiederà apertamente un passo indietro, per salvaguardare la totale integrità di quel territorio.

Croda Rossa - 1

La situazione UNESCO
Cinque anni fa, il 26 giugno 2009, UNESCO offriva alle Dolomiti il patrocinio di Monumento naturale dell’Umanità. Si concludeva una lunga e complicata azione sociale e politica che Mountain Wilderness aveva avviato a Cortina d’Ampezzo, affiancata da SOS Dolomites e Legambiente, con la raccolta di 12.000 firme poi depositate presso il Ministero dei Beni culturali.

Il mondo politico delle Dolomiti e la stessa Fondazione tendono a cancellare la storia reale di questa grande vittoria ambientalista, mentre si deve dare atto alle istituzioni di aver lavorato con intensità e una visione propositiva al progetto, ma questo è avvenuto solo dopo il 2005 e solo dopo che Mountain Wilderness, da sola, aveva reso fertile il terreno presso i ministeri.

Sono trascorsi cinque anni e a nostro avviso la situazione progettuale e del consenso su Dolomiti UNESCO è ferma all’anno zero. Nessuno conosce i contenuti, neppure parziali, dei documenti di gestione dell’area (paesaggio, geologia, aree protette, mobilità, turismo sostenibile, formazione, marketing). Ogni forma di partecipazione diretta è preclusa.

Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)
Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)

Mentre questo avviene nelle aree che circondano Dolomiti UNESCO, in luoghi incantevoli, i politici delle cinque province offrono nuovi spazi di erosione alle ruspe, nuove aree sciabili sono aperte e sostenute, quasi ovunque, con denaro pubblico. Attorno a Croda Rossa verso il Comelico; le aree di Serodoli a Madonna di Campiglio; a Moena si avvia un impianto che straccerà i boschi del Latemàr. Ovunque quanto è ancora intatto nei piccoli torrenti viene umiliato dall’imposizione di nuove centrali e centraline idroelettriche. Le moto e le auto continuano a inquinare, anche con assordanti rumori, i passi delle Dolomiti. E in Veneto si vuole attraversare il Cadore con una nuova autostrada.

Questi saranno i temi che Mountain Wilderness inserirà nel libro nero che sarà presentato nell’estate 2015 all’UNESCO a Parigi.

Clicca qui per il programma della manifestazione alla Croda Rossa di Sesto (2-3 agosto 2014).

 

Moena e il Latemàr
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Il lago di Serodoli (Dolomiti di Brenta)
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