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Fontecchio: ripartiamo dai Parchi?

“Ripartiamo dai parchi” è l’imperativo di chi vuole mettere la natura al centro del Progetto Italia. A Fontecchio (AQ) c’è stato un approfondito confronto sulle aree protette nel nostro Paese e sono stati enunciati sei impegni concreti per rilanciarle.

I parchi nazionali rientrano nella categoria dei Beni Comuni – ha detto Carlo Alberto Pinelli – e come tali la loro gestione non deve sottostare a logiche mercantilistiche. Tra il cittadino e la fruizione-virtuosa delle aree protette è illegale pensare di frapporre il filtro sterilizzante del denaro“.

Parco regionale Velino-Sirente: il Lago della Duchessa
Fontecchio-5773170372_8db73f8605_bMentre il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti dice che “la conservazione della biodiversità sarà uno dei temi dell’agenda del semestre italiano alla Presidenza dell’Unione Europea”, viene dal piccolo centro di Fontecchio (AQ), immerso nel Parco regionale Sirente-Velino, un forte appello al rilancio delle politiche per le aree protette. Il 20 e 21 giugno 2014 le maggiori Associazioni ambientaliste italiane ed i principali attori istituzionali e sociali, insieme a nomi di primo piano dell’ambientalismo, della ricerca e della cultura italiana, si sono confrontati sul presente e sul futuro dei parchi e delle altre aree naturali protette italiane.

Personalmente mi rallegro dell’iniziativa, ma rimango dell’opinione, per quello che può contare, che l’impegno per l’ambiente deve essere globale. Ritengo che dividere artificiosamente il territorio in due parti, una protetta e una sprotetta, abbia alimentato nelle decadi scorse  nella prima la speculazione giustificata da un aumento immediato di valore, nella seconda una speculazione diversa, quasi di diritto, perché per l’italiano un territorio sprotetto è ancora far west.

Ma, al di là di queste considerazioni, ecco il comunicato stampa, a convegno concluso:
Dal dibattito, che ha affrontato numerosi temi tra cui la conservazione della biodiversità, il rapporto con il paesaggio, territorio e beni culturali, la gestione dei conflitti, la dimensione di beni comuni, l’educazione ambientale e la comunicazione, è giunta la conferma che le difficoltà vissute dalle aree protette sono principalmente il frutto di una marginalizzazione culturale e persino di un fraintendimento strumentale, delle loro funzioni essenziali, per non dire delle pressioni indebite che spesso giungono dalla cattiva politica.

Al contrario, quello dei Parchi deve essere un ruolo sempre più centrale, non solo per la conservazione degli ecosistemi e del prezioso capitale naturale da cui dipende il nostro benessere presente e futuro, ma persino per il rilancio più generale del progetto Italia, considerati gli straordinari valori custoditi e rappresentati dalle aree protette e le loro potenzialità in termini di biodiversità, buon uso delle risorse, modelli di sostenibilità, attrattività turistica responsabile, buona economia.

Si tratta del resto di obiettivi pienamente in linea con i grandi temi del dibattito internazionale che non a caso saranno al centro del V° Congresso Mondiale dei Parchi della IUCN (Unione Internazionale della Conservazione della Natura) programmato a Sydney dal 14 al 19 novembre 2014, dal titolo Parks, people, planet: inspiring solutions.

Lago Scanno. Foto: Ivan Gallese
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Da Fontecchio – affermano le associazioni Mountain Wilderness, CTS, FAI, Italia Nostra, Lipu-BirdLife Italia, Federazione ProNatura, Touring Club Italiano e WWF Italia che hanno organizzato la due giorni – emergono per Governo e Parlamento richieste per sei preliminari azioni prioritarie:

1. riavviare un confronto realmente approfondito e partecipato sulla proposta di riforma della legge quadro sulle aree protette attualmente in discussione al Senato; riforma che è molto lontana da ciò di cui la nazione ha oggi bisogno e che non aiuta il raggiungimento dei fini costitutivi delle aree naturali protette;

2. assicurare nella prossima Legge di Stabilità le risorse finanziarie e professionali necessarie per una efficace gestione delle nostre aree protette, in particolare quelle marine aumentate di numero con un’ulteriore riduzione di fondi per la gestione ordinaria;

3. vincolare i finanziamenti per le aree protette alle azioni da svolgere per la conservazione della biodiversità e la tutela rigorosa del paesaggio, ed ottenere un’implementazione di tali azioni e un loro attento monitoraggio;

4. convocare la terza Conferenza nazionale sulle aree protette, da troppo tempo attesa;

5. sanare la situazione ormai insostenibile che vede ben 20 parchi nazionali sui 23 esistenti senza consiglio direttivo (alcuni parchi si trovano in questa situazione da oltre 7 anni);

6. adottare, attraverso un processo partecipato aperto a tutti i soggetti interessati alla tutela della biodiversità e del paesaggio, una Carta delle Aree naturali protette che rilanci la missione dei Parchi quale snodo “alto”di un globale progetto di gestione delle risorse naturali e culturali.

Sono richieste che toccano aspetti essenziali per il futuro dei parchi, quali quelli politici, finanziari, programmatici, organizzativi, culturali. Aspetti, che non possono essere più elusi, pena un danno grave al sistema delle aree protette e un inquinamento ulteriore del dibattito intorno ad esse.

Fontecchio-Parco Regionale Sirente Velino


Gli operatori e responsabili degli Enti di gestione dei Parchi hanno evidenziato come le manovre di stabilità della spesa pubblica hanno introdotto procedure che stanno impedendo la loro azione, non consentendo operativamente di fare molte attività istituzionali a cui sono preposti. Gli Enti parco sono Enti pubblici atipici, con caratteristiche e funzioni non paragonabili ad altri, e necessitano quindi interventi che devono essere commisurati e proporzionati alle loro specifiche funzioni.

Le Associazioni sollecitano gli Enti gestori dei parchi e Riserve naturali ad assumere pienamente un ruolo centrale in questo dibattito, riscoprendo il loro compito fondamentale di tutela e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del Paese. La Natura italiana ha bisogno di competenza, inventiva, capacità decisionale e coraggio. Gli Enti gestori di Parchi e Riserve più di ogni altro soggetto istituzionale devono mettere in campo tali qualità aprendosi al confronto con il mondo esterno, forti dell’interesse costituzionale alla tutela dell’ambiente e della salute loro riconosciuto.

La due giorni di Fontecchio, sostenuta dalla preziosa collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Fontecchio, ha visto la partecipazione di docenti e ricercatori di varie Università italiane, Presidenti, Direttori e personale tecnico degli Enti Parco, rappresentanti nazionali delle maggiori Associazioni ambientaliste e di vari rilevanti portatori di interesse, per concludersi con una sessione speciale dedicata ai parchi dell’Abruzzo.

La situazione nella “Regione dei Parchi” è estremamente problematica a causa di tutta una serie di progettati interventi infrastrutturali (dal Piano di sviluppo sciistico sul Gran Sasso al cosiddetto Protocollo Letta) che minaccerebbero specie ed habitat tutelati, eroderebbero il valore di paesaggi di grande fascino e avvilirebbero il significato stesso dei Parchi. Per la Regione Abruzzo è arrivato il momento di riaffermare con forza la propria vocazione di tutela ambientale come strumento per una corretta valorizzazione del territorio. In tale prospettiva la proposta di candidare l’insieme dei Parchi naturali abruzzesi come monumento del mondo (World Heritage) dell’UNESCO, deve essere tenacemente perseguita.

Le otto associazioni che hanno contribuito all’organizzazione del convegno hanno preso l’impegno di elaborare un documento di sintesi al quale verrà dato il nome di Charta di Fontecchio.

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postato il 29 giugno 2014

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Piano regionale per il paesaggio toscano

Chi si batte per la tutela delle Apuane esclama “Distruggono il marmo per farne dentifricio”.
Riprendiamo in toto il post apparso giovedì 26 giugno 2014 su Nove da Firenze, sempre assai informato sulla guerra delle cave.

Il piano non tratta dunque dei soli paesaggi eccellenti e della loro conservazione, ma anche i paesaggi delle periferie, delle lottizzazioni, delle zone industriali anche degradate, dei bacini fluviali, delle aree interne in abbandono, delle colline coltivate e delle piane urbanizzate, con la finalità di definire le regole utili alla loro riqualificazione e a migliorarne la qualità anche paesaggistica.

Il Piano, portato a termine con la collaborazione sia degli enti locali che del sistema delle università toscane (rappresentate dal CIST-Centro interuniversitario di scienze del territorio), ha ricevuto a fine dicembre l’attestazione di conformità da parte del Ministero competente (MiBACT), traguardo raggiunto a oggi soltanto da due regioni italiane (la Puglia e la Toscana) fra le molte che stanno lavorando a concludere i rispettivi piani.

Ad animare il dibattito in commissione, alla presenza dell’assessore regionale all’urbanistica Anna Marson, è stata, in particolare, la disciplina delle attività estrattive nell’area di protezione esterna del Parco delle Alpi Apuane, dove non è ammessa l’apertura di nuove cave, mentre la riattivazione di quelle dismesse da non oltre venti anni e l’ampliamento di quelle esistenti sono consentite a precise condizioni: non devono determinare un incremento dei piazzali in quota, se non per opere strettamente funzionali all’apertura di nuovi ingressi in galleria, non non devono aver bisogno di opere infrastrutturali, che causino modifiche irreversibili ai luoghi, e non devono interessare fronti di escavazione a quote superiori a quelle autorizzate, salvo specifiche individuazioni nei piani attuativi. Sono comunque fatti salvi gli interventi imposti da provvedimenti delle autorità competenti per ragioni di sicurezza.

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I Comuni, nell’ambito del procedimento di autorizzazione, accertano che le attività estrattive non interessino aree integre, né rinaturalizzate e non tocchino sentieri, percorsi e punti panoramici individuati nella pianificazione territoriale. Le varianti di carattere sostanziale a fini paesaggistici sono quelle inerenti l’apertura di nuovi distinti fronti di cava o nuovi ingressi per l’escavazione in sotterraneo, esterni al perimetro di cava autorizzato.

L’attività estrattiva è finalizzata all’estrazione di materiali lapidei ornamentali e può riguardare materiali per uso industriale solo se derivanti dalla produzione di materiali ornamentali. L’integrazione al Piano passa ora all’esame dell’Aula per l’adozione nella prossima seduta del Consiglio regionale.

“Il meraviglioso paesaggio delle Alpi Apuane continuerà a essere devastato dalle cave di marmo. L’intensa attività di lobbying da parte dell’industria del marmo ha ottenuto che dal Piano paesaggistico, approvato oggi in Commissione urbanistica del Consiglio regionale, fossero cancellate le norme che erano state proposte per limitare l’estrazione selvaggia di marmo e carbonato di calcio che sta distruggendo il Parco UNESCO delle Alpi Apuane” così il responsabile di Avaaz in Italia, Luca Nicotra, che ha commentato: “La decisione odierna di consentire che continuino a distruggere le Alpi Apuane per farne dentifricio è molto grave. Invece di chiudere le cave nel parco il testo attuale prevede addirittura la riapertura di quelle dismesse. Nonostante parti della regolmentazione vadano nella giusta direzione, si tratta di provvedimenti insufficienti a fermare questa catastrofe ambientale e ora è il Presidente Rossi che ha la responsabilità di fare in modo che le sue promesse di salvaguardia delle Apuane siano mantenute

La giunta toscana aveva proposto la chiusura graduale delle cave di marmo nel Parco UNESCO dopo la mobilitazione degli ambientalisti, preoccupati dalla sua distruzione. La Commissione urbanistica ha votato contro tale chiusura.

La Commissione Ambiente nella seduta odierna ha licenziato il Piano Paesaggistico della Toscana apportando modifiche sostanziali alla bozza della Giunta grazie all’approvazione di numerosi emendamenti a firma dei Consiglieri non solo di opposizione ma anche di maggioranza.

Apuane-094233581-e5d2d38b-3f8e-40e1-9ae2-17dc094cf745«Dopo un andamento forzato che ha visto il susseguirsi di testi tra loro diversi e una calendarizzazione dei lavori del tutto inadeguata imposta dalla Giunta il Consiglio regionale si è riappropriato delle proprie competenze di indirizzo modificando pesantemente la versione originaria del Piano. Il nuovo Piano, seppure con ancora delle ombre, di fatto, insieme all’esigenze della tutela ambientale, garantisce anche le altrettanto necessarie e legittime istanze di crescita e sviluppo economico ripristinando un equilibrio che non emergeva nella bozza Marson», commentano i consiglieri regionali di Forza Italia Stefania Fuscagni (componente della Commissione Ambiente e Portavoce dell’Opposizione) e Nicola Nascosti (componente vicepresidente commissione Sviluppo economico) assieme al capogruppo Giovanni Santini.

«Gli emendamenti di FI, accolti dalla Commissione, puntavano a due obiettivi prioritari: scongiurare un atteggiamento punitivo nei confronti del settore estrattivo e sostenere in ogni punto di indirizzo il valore economico e di sviluppo del territorio toscano nell’evidente rispetto delle politiche di tutela e salvaguardia ambientale. Con questa nuova stesura – incalzano i tre consiglieri regionali azzurri – la Toscana è stata preservata da un atteggiamento “blocca tutto” che avrebbe compromesso la crescita economica dei territori. L’Assessore Marson ha compreso la necessità di aprire nella sostanza un dialogo con tutto il centrodestra, anche tenuto conto dei tanti mal di pancia – pure espliciti e manifesti- del PD che si è visto approvare alcuni emendamenti grazie al sostegno del centrodestra, registrando una chiusura da parte della sinistra radicale che è parte della maggioranza. Il pericolo di una Toscana “cartolina”, astratta e centralista è sostanzialmente superato, restano aperte altre questioni che verranno dibattute in Aula», concludono Santini, Fuscagni e Nascosti.

Ancora Luca Nicotra: “La decisione è stata presa nonostante la petizione firmata da 80mila cittadini e consegnata alla commissione in cui si chiede la chiusura delle cave più inquinanti e paesaggisticamente devastanti. La proposta di messa al bando dell’attività di estrazione nel parco sarà ora nuovamente messa ai voti durante il voto finale del consiglio regionale che finalizzerà la decisione martedì 1° luglio”.
Redazione Nove Firenze

Per approfondimenti, vedi Cave di Carrara: i beni estimati non sono privati o anche http://www.territorialmente.it/2014/06/la-questione-apuane/

postato il 29 giugno 2014

Questa foto è stata inviata in seguito da Alberto Benassi “tanto per fare capire come la pensa la gente apuana”.Apuane-20140422_092934

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No CAV, Sui Sentieri della Distruzione

No CAV, sui sentieri della distruzione
Su Facebook, il 19 giugno 2013, Rosalba Lepore scriveva: “Penso che Sui sentieri della distruzione debba diventare un evento cadenzato, ripetuto, una catena umana itinerante sui luoghi della devastazione presenti nelle Apuane. Ci sono vari siti emblematici e martiri che possono ospitare il nostro grido di dolore e di lotta: Tacca Bianca-Monte Altissimo, Monte Sagro, Monte Serrone, Monte Corchia, Pizzo d’Uccello, etc. La mia idea è quella di creare eventi unificanti, in nome della salvezza delle Apuane, dove le associazioni del territorio collaborano per raggiungere uno scopo concreto e vitale. Una singola manifestazione, pur partecipata, non può incidere durevolmente e, soprattutto, non può far pressione su coloro che hanno il mandato di governo del territorio
Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una delle manifestazioni previste, quella del 23 giugno.

Il Monte Carchio
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Il gruppo dei manifestanti
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Già dall’inizio dunque le manifestazioni avevano queste caratteristiche:
– partenza da vari punti diversi;
– percorso di vari sentieri di avvicinamento, molte volte intatti altre volte preludio al vero e proprio scempio (come le marmifere);
– ripetuta informazione ai partecipanti su ciò che sta avvenendo sulle Apuane: una storia decennale di violazioni della legge, di rapina e saccheggio dei beni della collettività: montagna, biodiversità, acqua;
– infine, come rivoli di un grande fiume, affluenza al luogo del ritrovo e, assieme a coloro che magari sono arrivati con i mezzi motorizzati, visita della cava o, come a Campocecina, osservazione dall’alto l’infernale bacino estrattivo di Torano.

Il 2 marzo 2014 a Campocecina erano previste più di trecento persone, la nevicata e le previsioni meteo negative hanno allontanato un centinaio di persone. Erano circa duecento manifestanti sotto la neve e ciò ha suscitato l’interesse dei media perché non accade tutti i giorni di partire dalla valle, affrontare un notevole dislivello e manifestare con fumogeni elevando scritte Salviamo le Apuane sotto un’abbondante nevicata.

L’ultima manifestazione (la quarta) dell’evento itinerante Sui Sentieri della Distruzione si è svolta il 18 maggio 2014, e questa volta erano più di un centinaio. L’hanno firmata Associazione Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No al Traforo della Tambura, Amici della Terra della Versilia, Salviamo le Apuane, Indipiendientes Apuanos, WWF Lucca, La Pietra Vivente, CAI Viareggio – TAM, ARCI Versilia, CAI Lucca –TAM, tutti gruppi ambientalisti della provincia di Massa-Carrara e di Lucca per dire “no alle escavazioni” e “sì al rispetto dell’ambiente”.

SuiSentieriDistruzione 2Il gruppo è salito dal versante montignosino fino in vetta al Monte Carchio, o quel che di un monte resta, una vetta panoramica, devastata dall’attività estrattiva, sita sul crinale che divide la provincia di Massa-Carrara da quella di Lucca. Il sito ora è dismesso, le cave sono state abbandonate per lasciare il posto a uno scenario desolante e pure orribilmente sfregiato da alcuni ripetitori. Il Monte Carchio 1082 m non ha più la caratteristica cuspide sommitale ed è il simbolo e la storia di quel che resta di un sito quando cessa l’attività estrattiva: mancato ripristino ambientale, assenza di rivisitazioni culturali e sociali, periferia ad alta quota senza senso. Il panorama è molto bello sulla marina e sul Monte Altissimo, dove sono visibili altri impattanti segni dell’uomo.

Che cosa c’è quindi sul Monte Carchio? La gita acquista vita all’interno di un ambiente caratterizzato da una vegetazione che va dalla macchia mediterranea, ai castagneti, agli uliveti e ai boschi di conifere. Poi c’è un passaggio obbligato sul Monte Pepe che conserva anche resti archeologici. Il sentiero proseguirà poi per Cerreto e giunge alla chiesina del Pasquilio. Da qui l’itinerario prosegue fino a Termo del Pasquilio. L’ultimo atto è la salita alla cima, senza vita, solo detriti, vetta dilaniata e schernita dal grappolo di ripetitori. Sarebbe veramente interessante fare un confronto con l’aspetto che aveva nell’Ottocento il vecchio monte, detto anche Penna del Carchio.
Con un breve ma commosso discorso ufficiale gli ambientalisti hanno per l’ennesima volta chiesto l’approvazione del piano paesaggistico regionale e quindi la chiusura delle cave nel Parco delle Apuane.

Dunque, No CAV!

Una delle organizzatrici, Rosalba Lepore, ha commentato: «Non è possibile pensare a stralci o a valutazioni complessive positive che escludono le salvaguardie per le aree del Parco regionale delle Alpi Apuane. In questa chiave io leggo l’approvazione del Consiglio superiore dei beni culturali e più il Piano viene esaminato più si fa stringente e improcrastinabile l’anomalia di un’area tutelata sulla carta, devastata nella realtà».

Per una maggiore informazione leggere questo documento di Rosalba Lepore.

Chi volesse visionare un breve filmato sulla manifestazione:
http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/05/18/news/salviamo-le-apuane-i-no-cav-occupano-il-monte-carchio-1.9252452

Sopra Campocecina, 2 marzo 2014
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La “vetta” del Monte Carchio
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postato il 10 giugno 2014

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Passo Sella, un monumento all’analfabetismo paesaggistico

Il rifugio Passo Sella, sul valico dolomitico fra Trentino e Alto Adige, fu costruito nel 1904 dalla Sezione di Bozen del DuÖAV (Deutscher und Österreichischer Alpenverain) che, con grande lungimiranza, acquistò anche circa 200 ettari di terreno circostante per mantenere incontaminato l’ambiente impedendo la proliferazione di altre costruzioni.
Più volte ampliato, nel 1924 passò in proprietà alla Sezione CAI di Bolzano, che, con la collaborazione dei gestori “storici” (famiglie Valentini e Cappadozzi) lo ha ristrutturato più volte e adeguato alle esigenze delle varie epoche trascorse. Nel 1942 (all’epoca dell’uscita della guida di Arturo Tanesini, Catinaccio, Sassolungo e Latemar) era stato ribattezzato “rifugio Marescalchi. “Sorge sul versante N (Gardena) a qualche centinaio di metri dal valico geografico e stradale, sulla carrozzabile al centro di una magnifica conca erbosa; è un’ampia e bella costruzione in muratura, composta di due corpi principali, con vasta veranda sul fianco meridionale; conta un vasto bazar, una capace autorimessa e una graziosa chiesetta; ha 40 stanze riscaldate a termosifone con 70 letti” scriveva il Tanesini.

Una vecchia cartolina (anni ’30) ritrae il rifugio del Passo Sella. Foto: GhedinaSellaResort-TIC0-0211In estate per il traffico ormai a livelli esplosivi (migliaia di auto al giorno, più autobus e moto), d’inverno per lo sci, il passo Sella era diventato una Gardaland impossibile da gestire. Rimaneva la vecchia costruzione che, con la sua nobiltà, stemperava una realtà consumistica degna della riviera adriatica.
Ma nell’autunno 2013 il rifugio passo Sella, che nel frattempo era arrivato a 86 posti, è stato abbattuto, su consenso del CAI di Bolzano (proprietario) e la ricostruzione è stata affidata in gestione a una impresa che sta costruendo un enorme resort a 4 stelle.
Gli ambientalisti erano convinti che il progetto venisse rigettato in quanto la provincia di Bolzano aveva posto prescrizioni molto importanti e positive.
Invece la Commissione Edilizia del Comune di Selva di Val Gardena ha dato il via libera al progetto, senza alcuna variante sul progetto presentato, dai più definito “osceno”.

«I lavori sono quasi ultimati, ai primi di luglio si apre». La soddisfazione è palpabile nella voce di Alan Stuffer, capocordata della società che sta realizzando il nuovo rifugio Passo Sella, il Dolomiti Mountain Resort. L’iter burocratico iniziato cinque anni fa ha portato lo scorso autunno all’abbattimento del vecchio rifugio di proprietà della sezione di Bolzano del CAI, che ha chiuso un accordo economico con la società di Stuffer. L’imprenditore gardenese ha ottenuto dal CAI un diritto di superficie quarantennale per l’utilizzo e la gestione dell’hotel in cambio di un consistente canone annuale.

In cambio il CAI, scaduti i quarant’anni di concessione, si ritroverà fra le mani un vero e proprio gioiello di edilizia d’alta quota. Perché quello che sta sorgendo a quota 2213 m si tratta dell’unica struttura alberghiera di lusso delle Dolomiti costruita a questa altitudine, ai piedi del gruppo del Sassolungo, e sarà in tutto e per tutto rispettoso del contesto naturale che lo circonda” scrive la giornalista Silvia Fabbi.

Il rifugio Passo Sella nel 2012SellaResort-IMG_2703«Abbiamo acquistato legname proveniente da vecchi fienili per il rivestimento esterno della struttura, in modo da non creare un edificio troppo impattante e rispettare lo stile dell’edificio preesistente» spiega Stuffer.

Della costruzione si sta occupando la Immobiliare Passo Sella snc, di cui fanno parte oltre a Stuffer anche Alan Perathoner (ex olimpionico di sci e socio di Stuffer nella società di gestione) e Paolo Cappadozzi, membro della famiglia che negli ultimi 85 anni ha gestito il vecchio rifugio Passo Sella.

La notizia è grave e non può essere passata sotto silenzio. Bisogna organizzare qualcosa e mettere apertamente sotto accusa non solo la sezione di Bolzano ma anche il CAI centrale e la sua letargica commissione TAM. Il progetto mi sembra vada nella direzione opposta alla proposta di inclusione del Sassolungo/Sella nelle Dolomiti Monumento del Mondo dell’UNESCO” commenta subito Carlo Alberto Pinelli di Mountain Wilderness.

Riccardo Cristofoletti, presidente del CAI Bolzano, aveva presentato in assemblea sezionale l’operazione, ormai in divenire, con parole che trasudano l’ottimismo dell’imprenditore: «All’inizio di luglio 2014 invece verrà inaugurato il nuovo albergo-rifugio passo Sella di nostra proprietà… è stata un’operazione lunga e complessa, però siamo contenti di averla condotta in porto. Noi non ci saremmo mai potuti permettere di investire 6-7 milioni di euro nella demolizione e ricostruzione del vecchio rifugio. Così abbiamo trovato un accordo con una società che si è accollata tutte le spese: lo gestiranno e per 40 anni ci pagheranno un diritto di superficie, quindi l’immobile tornerà al CAI. Il nuovo complesso è in parte adibito ad albergo e in parte a rifugio, visto che quella è una zona particolarmente frequentata dagli amanti dell’arrampicata».

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering invernaleSellaResort-WinterTutti erano a conoscenza della volontà del CAI (nazionale) di abbandonare i rifugi accostati alla grande viabilità. Una scelta anche condivisibile in alcuni casi.
A Passo Sella, il CAI di Bolzano si è sempre vantato di non aver permesso alla speculazione sciistica di invadere grandi spazi perché buona parte dei terreni sono di proprietà del CAI stesso come del resto il rifugio. Va detto che se non vi fosse stato questo freno le oscenità della gestione del Passo Sella sarebbero state ben più devastanti del presente, nonostante la già pesante situazione paesaggistica e antropica. Nell’autunno la Provincia Autonoma di Bolzano aveva dato al CAI e ai gestori del progetto di rifacimento (abbattimento e ricostruzione) delle prescrizioni alquanto severe in tema di manutenzione delle caratteristiche della struttura originaria, anche per un parziale aumento volumetrico.

I gestori hanno concordato con il CAI il progetto, a firma dell’architetto altoatesino Marika Schrott, che poi è stato approvato, quando al contrario il CAI, quale proprietario dell’area e quindi firmatario del progetto, poteva rifiutare. Invece ha depositato la licenza edilizia presso il comune di riferimento, Selva di Valgardena (il peggior comune, in tema urbanistico, dell’Alto Adige, contrario all’inserimento del Sassolungo in Dolomiti UNESCO, l’unico ostacolo ancora presente). La commissione edilizia, trascurando le osservazioni dell’ufficio urbanistico della provincia di BZ, ha approvato il progetto come dai rendering qui allegati, con aumenti volumetrici e sconvolgimento della struttura originaria. Pare che in commissione edilizia comunale il dibattito sia stato acceso e abbia portato a spaccature non superficiali, ma alla fine ha vinto il progetto “di lusso”. Inizialmente contrario al progetto è stato il sindaco di Selva, Peter Mussner, che però alla fine, dopo la contestazione, ha dato disco verde al progetto.

«Certo, le perplessità le avevamo anche noi e alla fine il progetto è senza dubbio discutibile, almeno per quanto riguarda l’architettura. Però il rifugio non si poteva certo lasciare com’era e alla fine ne è uscita una struttura degna dell’immagine che la Val Gardena vuole dare di sé» dice Mussner.
«Avevamo consigliato a Stuffer e colleghi di affidarsi alla consulenza, peraltro gratuita, del Comitato provinciale per la cultura edilizia e il paesaggio, che aveva formulato alcuni criteri per rendere il progetto più armonico con il paesaggio. Questi criteri (che l’amministrazione comunale condivideva), non essendo vincolanti, non sono stati rispettati… ma alla fine la commissione edilizia, che prima si era spaccata a metà, ha votato a favore» spiega ancora il sindaco Mussner.
«L’idea era che dovesse sorgere un edificio in linea con i vecchi rifugi di una volta, quindi con molta roccia e poco legno. I promotori del progetto hanno deciso di fare altrimenti, e di non ascoltare le prescrizioni del Comitato perché non volevano perdere troppo tempo. Ma in fin dei conti siamo tutti d’accordo che questo intervento dovesse essere fatto. Possiamo non concordare con i modi e con lo stile architettonico, ma nel merito questo progetto è un bene per tutta la zona» conclude il primo cittadino di Selva.

In linea con Peter Mussner, parzialmente critico ma in fondo favorevole al progetto, è l’approccio del presidente del CAI Alto Adige, Giuseppe Broggi. Ricordiamo qui che Il CAI Alto Adige racchiude in sé le 15 sezioni del CAI sparse sul territorio provinciale.
«I rilievi degli ambientalisti mi troverebbero d’accordo se stessimo parlando di una situazione in cui i passi dolomitici sono chiusi al traffico. Va invece tenuto presente che il rifugio Passo Sella si trova di fatto su una strada ad alta se non altissima percorrenza. In considerazione di questo fatto non avrebbe avuto più alcun senso realizzare un rifugio vecchio stile, come se stessimo parlando di un rifugio d’alta quota… in ogni caso se non l’avessimo fatto noi l’avrebbe fatto qualcun altro, e in ogni caso il CAI ha tutto il vantaggio ad aver dato disco verde all’operazione. Innanzitutto per il fatto che fra quarant’anni l’edificio tornerà in nostro possesso, ma anche perché il canone mensile che il CAI di Bolzano incasserà dai gestori del nuovo rifugio è un’entrata preziosa per garantire la copertura di tutte le spese preventivate in tempi di generalizzate ristrettezze economiche» ci spiega Broggi.

«L’edificio preesistente aveva oltre 100 anni e non era mai stato fatto oggetto di restauri, al punto che ormai ci pioveva dentro ed era davvero difficile garantire il servizio agli ospiti. In molti ci hanno detto che avrebbero preferito il restauro del vecchio edificio, ma ormai le strutture erano così compromesse che non era più possibile intervenire sull’esistente e abbiamo dovuto procedere ad abbattere tutto» comunica Stuffer.

L’edificio dunque avrà 60 posti letto: oltre a una sola (ovviamente più economica) camerata (conservata nel progetto su richiesta del CAI di Bolzano), il resto gli ospiti potrà contare su camere singole o doppie, come in un vero e proprio hotel. La riorganizzazione degli spazi interni ha richiesto un sensibile aumento di cubatura. Come in ogni resort di rispetto, ci saranno la sauna finlandese e il bagno turco, come pure il bagno Kneipp e la piscina coperta a 30° C, con zona controcorrente e panchine idromassaggio.

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering estivoSellaResort-estateIl portavoce di Mountain Wilderness Luigi Casanova, nelle sue dichiarazioni ai giornali, ha espresso tutta la delusione per una vicenda: «Abbiamo seguito tutto l’iter che ha portato alla demolizione della vecchia struttura e al varo della nuova, osteggiando il progetto, che ci appare come il frutto di una resa al dio denaro, e alla speculazione pura… Il vecchio rifugio era costruito su una struttura tradizionale, mancavano servizi considerati oggi essenziali ed era carente sotto il profilo della sicurezza. Pertanto anche una demolizione poteva starci, ma nell’ambito di un progetto che rispettasse gli stessi criteri volumetrici e di tipologia storica dell’edificio… Il Comune doveva dare delle prescrizioni più stringenti e più efficaci a garantire la tutela del paesaggio, ma ci ha meravigliato, più della Provincia e del Comune, l’atteggiamento del CAI di Bolzano, perché ha scelto di abiurare al significato più autentico di un rifugio di montagna, cancellando la propria storia e omologandosi alla cultura di urbanizzazione delle grandi pianure… queste sono speculazioni fatte a spese del paesaggio, in nome di una nuova servitù della gleba che di fronte al turismo non pone alcun vincolo e finisce per distruggere anche un patrimonio dell’umanità come le montagne delle nostre province. E i principali responsabili di questa situazione siamo proprio noi gente di montagna».

All’amarezza di Casanova si contrappone Alan Stuffer a difendere il proprio operato, rincarando la dose su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato per senso della misura: «La Provincia di Bolzano aveva nominato un collegio di tre esperti svizzeri, secondo i quali avremmo potuto costruire un edificio di sei piani, dalla volumetria doppia di quella che stiamo realizzando, e con 100 camere, tutto in cemento armato, non dipinto e senza legno. Se avessimo seguito questo consiglio avremmo realizzato un’opera di fortissimo impatto sull’ambiente naturale. Invece abbiamo scelto una struttura su tre soli piani, più bassa e più larga, meglio inserita nell’ambiente di passo Sella, e che tende a sparire dalla vista. La volumetria è poco più estesa di quella del vecchio rifugio. Con i permessi che avevamo in mano avremmo potuto costruire cinque o seimila metri cubi in più di quanto abbiamo invece costruito. Accetto le critiche, anzi ben vengano se ci aiutano a migliorare. Ma in questo caso ritengo siano fuori bersaglio».

Il Dolomiti Mountain Resort, renderingSellaResort-Ansicht-(7)«Il resort al passo Sella? Un monumento all’analfabetismo paesaggistico», questa volta è il presidente di Italia nostra di Bolzano, l’urbanista e architetto Beppo Toffolon, che boccia senza appello il progetto di costruzione del rifugio a cinque stelle in quota. Nella sua intervista, apparsa sul Corriere della Sera Trentino il 24 aprile 2014, definisce sconcertante che, per favorire il turismo, si accetti qualsiasi cosa, finendo per rovinare il territorio.
«Il turismo produce ricchezza e benessere, ma esiste un limite oltre il quale i vantaggi possono ritorcersi su se stessi diventando il loro contrario».
Secondo Toffolon è assai discutibile che le strutture vecchie si debbano demolire perché non stanno in piedi: “È un alibi banale e inammissibile, perché con le tecniche moderne è possibile consolidare qualsiasi cosa, e non è detto che il recupero costi più di demolire e ricostruire”.

Video rendering del Dolomiti Mountain Resort

Aggiungo che l’idea che per diminuire l’impatto basti usare un po’ di tavole di legno vecchio prese da qualche fienile, andando a tappezzare il cemento di struttura, è da respingere senza appello.
Possiamo anche decidere di passare dalle camerate alle singole con bagno, aggiungere saune e piscine, ciò che non si può accettare è lo stravolgimento della tipologia architettonica solo perché si vuole la spa a tutti i costi. Occorre rispettare i precedenti caratteri di originalità, anche per non omogeneizzare i rifugi di montagna con le strutture di valle, visto che le funzioni dovrebbero essere diverse. Su questo, il CAI proprietario, avrebbe dovuto riflettere ben di più.

postato il 12 maggio 2014

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Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata

Separare i terreni del dry tooling e dell’arrampicata
Per la gran parte delle persone di questo mondo alpinismo e arrampicata sono attività innaturali: noi che ci siamo dentro pensiamo al contrario a quanto è naturale la scalata di qualunque terreno.
Ben avevano visto gli umoristi della Settimana Enigmistica quando disegnavano l’alpinista non attaccato alla roccia con le mani, bensì tramite la piccozza.

7810_Scalata_S350Con il dry tooling abbiamo non solo realizzato il sogno degli umoristi, l’abbiamo anche raddoppiato, visto che gli attrezzi sono due, più i ramponi, puntuti davanti, sotto e perfino dietro al tacco.

 

 

 

 

 

 

Drytooling in Valle Spluga, Fabio Salini sul Candelino della Condotta forzata, via di sinistra (M7)
Drytooling in Valle Spluga, Candelino della Condotta forzata, 12.2.2013,  via di sinistra, M7,Guardando arrampicare con questa tecnica, che evidentemente risolve una gran parte di terreno fino a qualche anno fa trascurato o impossibile, si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo di raffinata bravura, di eleganza, direi anche di grande novità.

La tecnica del dry tooling, nata sugli strapiombi ghiacciati di falesie prima solo repulsive, trasportata poi sulle grandi montagne alpine ed extraeuropee, ha portato a uno sviluppo incredibile delle capacità umane di fare performance veloci, efficaci, risolutive di problemi neppure immaginabili nel secolo scorso.

Eppure… provate a pensare alla punta affilata della piccozza che più o meno delicatamente viene inserita alla radice di una tacca rocciosa, in un fessurino, in un buchetto. Davvero si pensa che il ripetuto passaggio non provochi un significativo allargamento della sede? E’ evidente che le micro-rotture sono da mettere in conto.

Nello Yosemite alla fine degli anni ’60 il ripetuto inserimento dei chiodi da roccia nelle fessure provocava dopo anni il vistoso allargamento delle stesse. La fessura dello Shield, inizialmente da attrezzare con rurp, alla fine, del tutto deturpata,  accettava chiodi di ben maggiori dimensioni. Quando infine ci si accorse dei danni ci fu la rivoluzione dei nut, stopper ed excentric, accompagnata dalla filosofia dell’hammerless.

Yosemite: fessura visibilmente deturpata dall’inserimento ripeturo di chiodi
drytooling_pinscars

Dato che il dry-tooling, come abbiamo visto, presenta gli stessi problemi, quale potrà essere la soluzione?

 

 

 

 

Sulla via dello Shield al Capitan (Yosemite Valley)
drytooling-107481120_medium_148914Non c’è solo il problema ambientale della mutazione della superficie rocciosa, c’è anche quello dell’alterazione delle difficoltà, e quindi delle graduazioni. Se una tacca, sotto le ripetute e taglienti pressioni, si rompe e scompare è probabile che la difficoltà del tiro aumenti; se invece un buchetto viene letteralmente allargato o approfondito quando aggredito dalle punte, è probabile che la difficoltà diminuisca.

La prima misura, direi urgente, per andare incontro a un’etica oggi trascurata dai più (ma per fortuna presente al fondo della coscienza collettiva se non di quella individuale), è la decisione, la presa di posizione riguardante i settori dedicati al dry tooling. Credo che sia evidente a tutti che una stessa via non possa servire all’arrampicata libera e sportiva e nel contempo al dry tooling, come giustamente denuncia Paolo Caruso.

E’ solo un primo passo, ma è necessario. Come si sta facendo strada la divisione tra i settori trad e i settori sportivi in arrampicata, allo stesso modo dobbiamo dividere i settori adatti alla libera da quelli adatti agli attrezzi.

postato il 1 maggio 2014

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Un’altra frontiera da immaginare

Intervista ad Alessandro Gogna
Touring Giovani – Dove sei nato e quando hai iniziato ad arrampicare?
A Genova nel ’46, e a 16 anni, a dispetto dei genitori, mi graffiavo le mani sulle paretine calcaree di Sestri Ponente (oggi distrutte dalle cave). Mi sono iscritto ad ingegneria per accondiscendere a mia nonna, ma io preferivo filosofia o lettere: dopo il liceo scientifico, in quegli anni per accedere a facoltà umanistiche si doveva sostenere un esame di greco proprio nell’agosto della maturità. Ovviamente rinunciai e partii per le vacanze. Fui iscritto all’università per qualche anno, poi abbandonai perché sentivo che non era la mia strada. Ricordo che in quegli anni ogni mio pensiero era orientato a trovare nuove pareti e tracciarvi delle vie sempre più difficili.

La copertina di La Parete
UnaltraFrontiera-la-pareteE così arrivò la fama…
Era la fine del 1967, con l’invernale al Badile la stampa mi scoprì. Va detto che in quegli anni c’era bisogno di eroi e di coraggio e l’opinione pubblica era molto attenta a questo genere di imprese. Oggi, invece, c’è una sorta di idolatria “usa e getta”. Il consumismo è arrivato anche qui. Guarda come tanti personaggi vengono portati sugli altari e poi da tutti dimenticati o peggio gettati nel fango. Eppure anche oggi ci sono gli “eroi”, è solo che sono più nascosti, più confusi tra la gente.

Tra “eroismi” e riconoscimenti: come vivevi il ’68?
In montagna. Allora, nel movimento, o eri operaio o universitario, io non fingevo più di appartenere ai secondi e non ero mai stato tra i primi. A 22 anni ho lasciato la mia famiglia per trasferirmi a Milano, senza un soldo. Vivevo di serate di diapositive e qualche rappresentanza, ma appena possibile andavo a scalare. Nel movimento del ’68 io non c’ero.

E il Nuovo Mattino?
Il Nuovo Mattino è stato un nuovo modo di andare in montagna che potrebbe, un po’ forzando la mano, essere identificato come il ’68 nell’alpinismo. Eravamo un po’ stanchi di quell’aria eroica ed amplificata che caratterizzava il nostro ambiente. Dalla California arrivò il free climbing, che proclamava più rispetto per le pareti e meno infissioni nella roccia. Cercavamo più semplicità e leggerezza nell’andare in montagna: non più pesanti scarponi ma pedule per aderire alla roccia, si andava in Valle dell’Orco e qualcuno, come l’amico Patrick Cordier, si ritirò a fare il pastore in cerca di se stesso. C’era però, ci tengo a dirlo, poco ideologismo, e molta praticità. Il Nuovo Mattino si viveva arrampicando tutto il giorno per poi rimpinzarsi di mirtilli alla base delle pareti. Ma non c’erano “miti indiani” o simili. Per carità, in India ho girato un anno intero nel ’74 con mia moglie, ma non da “hippy”. Il Nuovo Mattino si viveva soprattutto con le mani attaccate al granito. Io andai in California, primo italiano, a fare la Salathe sul Capitan ed il confronto tra la nostra mentalità europea e quella americana fu molto importante.

Patrick Cordier
UnaltraFrontiera-PatrickCordier-1min46,320Mi ha molto colpito leggendo La Parete il conflitto interno molto umano e coraggioso ed un relativo passaggio dalla “prima linea” ad una posizione più defilata cambiando anche i compagni di cordata. Per intenderci, in quel periodo hai quasi smesso di andare in montagna…
In mezzo ci sono un po’ di spedizioni tra cui il K2. Ho rallentato la mia attività perché sentivo di non avere più gli stimoli per stare là davanti, non mi riconoscevo più in un certo ambiente, cercavo nuove frontiere.

La copertina di 100 Nuovi Mattini
UnaltraFrontiera-100NMC’è un libro di Andrea Gobetti Una frontiera da immaginare
Più o meno. Continuavo ad arrampicare, ma stavo riscoprendo anche le montagne meno famose. Iniziavo, cioè, a trovare l’avventura anche nel raggiungere la base di una parete in Sardegna, inventandomi il sentiero e poi la via sulla roccia. È di questo periodo Cento Nuovi Mattini, in cui descrivo cento vie di roccia che ho salito con amici.

Ed oggi? Cosa fai?
Pur essendo guida non esercito, oggi scrivo libri, articoli, tengo conferenze, mi hanno anche chiamato per seguire dei progetti di rispetto dell’ambiente. Ci sono tante sfide aperte. Nelle mie conferenze parlo di Montagna usata o vissuta? proprio per evidenziare come si debba riposizionare il nostro rapporto con l’ambiente. Il 90% delle Alpi è considerato di serie B, zona superflue. Nel ’96 sono partito da Ivrea a piedi per raggiungere il Monte Rosa. È giusto che i giovani siano più attratti dalle pareti vertiginose o dai couloir ghiacciati, ma l’avventura e la bellezza sono anche in tanti altri posti. Dobbiamo ridare dignità all’accessorio, riscoprire con creatività la natura sotto casa. Quando parlo di “Alpinismo del terzo tipo” intendo proprio la riscoperta di una “natura più bassa” ma soprattutto, al di là dell’altitudine, intendo un approccio alla montagna radicalmente diverso da quello odierno e molto più teso alla fusione con la wilderness. Oggi ci sono scalatori che infiggono spit nella roccia in quantità impressionante, anche dove non serve perché in vicinanza di fessure. Spit che resteranno per sempre o che dovranno essere rimossi con grande lavoro e dubbio risultato. Scalatori che chiodano dovunque, magari aprono vie a pochi metri l’una dall’altra. Vogliono solo gesti atletici, mentre la paura di cadere è parte integrante dell’alpinismo. Ci sono valli che si potrebbero chiudere alle macchine gestendo un sistema di trasporto pubblico molto meno inquinante. Ci vorrebbero piani regolatori, studi di fattibilità, formazione degli esercenti ad un turismo pulito. Per non parlare dell’eliturismo e dell’eliski che costringono gli animali a continue fughe oltre a disturbare chi cerca nelle camminate pace e tranquillità.
A dispetto delle proposte dei pieghevoli promozionali o di molte tra le guide alpinistiche, in una mia conferenza ana­lizzo i limiti ed i pericoli dell’“uso” che si fa della montagna e presento una concreta alternativa a tanti luoghi comuni che impe­discono di vivere l’ambiente alpino con rispetto sia della natura che di se stessi. È un’occasione per “entrare” in un alpinismo autentico e può diventare un momento di riflessione su come uno sport, l’alpinismo, possa appassionare e coinvolgere fino a diventare il proprio mestiere.

Nel ’88 con Mountain Wilderness vi siete calati dalla funivia del Monte Bianco per protesta. Lo rifaresti?
Non oggi. Allora era necessario lanciare un messaggio forte e chiaro, ma oggi servono soprattutto gesti quotidiani, esperienze individuali, concrete.

Un augurio?
Che i ragazzi escano da certi schemi con le loro forze e spingano al massimo la creatività positiva che hanno. La vita all’aria aperta aiuta molto a conoscersi, ricordo delle notti appeso in parete con un senso di essere vivo raramente provato altrove. Vorrei sentissero dentro che per vivere la natura bisogna prima di tutto conoscerla ed amarla senza compromessi.

postato il 28 aprile 2014

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Lettera aperta ai Consiglieri della Regione Lombardia

No alle moto sui sentieri
Le osservazioni di Mountain Wilderness sul Progetto di Legge n.124 della Regione Lombardia
a cura di Mountain Wilderness Lombardia

Ai Consiglieri della Regione Lombardia
Le modifiche alla L.R. 31/2008 contenute nel PDL n.124 la cui votazione in Aula regionale è stata calendarizzata per l’8 aprile 2014, e in particolare gli emendamenti accolti riguardo all’art. 59 comma 4bis, andrebbero ad istituire la possibilità per i Comuni alpini di rilasciare permessi temporanei per il passaggio motorizzato; di conseguenza anche le competizioni motorizzate sui sentieri, sulle strade agro-silvo-pastorali nonché nei pascoli di montagna e di media montagna potrebbero essere autorizzate nella discrezionalità decisionale comunale.
In primo luogo è doveroso interrogarsi circa la ragione sottesa all’introduzione della deroga. La norma definisce e circoscrive il transito autorizzato ai punti 3 e 4 dell’art. 59, con l’intento di agevolare attraverso l’utilizzo di mezzi di servizio l’attività di contadini e pastori delle aree alpine, che attraverso la loro opera e il radicamento al territorio contribuiscono al mantenimento e alla salvaguardia del bene collettivo AMBIENTE.

Motobikers alle pendici del Cervino
LetteraApertaConsiglieri-bikers-Cervino-26.jpg_650Il generico enunciato introdotto al punto 4 bis “possono autorizzare il transito temporaneo di mezzi a motore” non contiene se pur minimamente un’indicazione tale da potersi ravvisare la finalità, lo scopo, l’eventuale beneficio derivanti dalla deroga. Le stesse definizioni di mezzi a motore e “temporaneità” lasciano spazio a vuoti interpretativi, in mancanza di un parametro funzionale allo scopo. Svuotata in origine la norma attraverso l’introduzione di una generica deroga, i regolamenti con i quali si fisseranno criteri, modalità e procedure da adottare da parte degli Enti in sede di autorizzazione assumeranno necessariamente un carattere “aperto” alle più disparate finalità e suscettibile di differenti e, non fosse altro, contrastanti applicazioni.
Non da ultimo, i vincoli economici imposti ai Comuni dalla spending review e la mancanza di personale preposto al controllo sul territorio non agevolano, da parte degli Enti locali interessati, interventi di manutenzione o ripristino di aree “compromesse”.
Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n. 124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico.
Ci rivolgiamo ai gentili Consiglieri Regionali della Lombardia, e soprattutto ai rappresentanti politici della Lega Nord ricordando che nelle agende del Vostro ultimo programma politico avete inserito come priorità la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale montano, la ripresa dell’economia agricola alpina come sbocco occupazionale di fronte alla drammaticità reale della fine corsa all’industrializzazione urbana.
La rete dei sentieri e delle mulattiere sono un Bene Comune in quanto possono essere comunali, sovracomunali e demaniali; su un sentiero demaniale oppure sovracomunale il Comune, nella fattispecie, non potrà autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati, potrebbe nel caso autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati nel perimetro del territorio comunale e nel rispetto della normativa in materia di Rete Natura 2000. Per le aree considerate Sic è prevista la procedura della valutazione di incidenza oltre agli aspetti legati alla sicurezza in quanto imporrebbe agli enti gestori di attivarsi per posizionare la segnaletica e garantire idonee condizioni di sicurezza, con il rischio di responsabilità per danni laddove tali interventi manchino ed abbiano luogo sinistri.

Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n.124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico. Per promozione turistica noi intendiamo la frequentazione escursionistica della montagna nelle sue varie declinazioni (alpinismo, scialpinismo, trekking, ciclismo), che è divenuta sempre più consistente al punto da essere un tassello fondamentale nell’offerta turistica ed importante volano dello sviluppo economico delle vallate alpine.
Il turismo legato all’escursionismo, al cosiddetto turismo dolce e di cultura, ha potenzialità di gran lunga maggiori perché si rivolge alle persone di ogni età e di ogni estrazione sociale, un bacino di utenza estremamente più vasto rispetto ai centauri crossisti e trialisti, portatori di una cultura effimera e virtuale che non ha affinità e compatibilità con l’habitat alpino. Le regioni che hanno fatto del turismo in montagna la loro principale risorsa, dall’alto della loro esperienza ci insegnano questo.
Alcune virtuose vallate alpine lombarde stanno attuando una politica di rinascita economica, iniziando a valorizzare la sentieristica in simbiosi con le attività agro-pastorali: un esempio è la Valle Camonica i cui alpeggiatori hanno collegato le malghe, con un percorso di sentieri lungo 70 km, dando la possibilità agli escursionisti di acquistare e degustare prodotti locali. Autorizzare la circolazione dei motori per scopi ludici in questi contesti, oltre che recare un grave danno all’ambiente comporterebbe un decadimento del nuovo sistema economico locale.
In altre vallate alpine lombarde si sta valorizzando la sentieristica nel ricordo della nostra storia: i sentieri legati alla Resistenza, ai contrabbandieri, i sentieri costruiti nella Prima guerra mondiale, nonché la sacralità dei sentieri alpini, con annesse Santelle, percorsi dai Religiosi durante l’envangelizzazione.
I sentieri e le mulattiere di montagna nella loro bellezza architettonica e nel loro silenzio rappresentano il distillato del patrimonio ambientale e culturale che i nostri nonni ci hanno consegnato in eredità ricordando a noi, metaforicamente, che la montagna è un ambiente severo, per cui il passo deve essere lento in armonia con l’ambiente, cadenzato, come una preghiera cosmica nel silenzio della spiritualità dell’alpe.

LetteraApertaConsiglieri-bikers-mondiale-trial-2010-a-san-marino2
Questo ci hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni, il rumore in montagna disturba tutto l’eco-sistema esistente, la montagna va rispettata in quanto oggetto di repentini cambi climatici per cui è fragile nella sua biodiversità e delicata morfologicamente. A tale riguardo siamo tutti a conoscenza che il rischio idrogeologico nelle vallate alpine della Lombardia è molto elevato, provate ad immaginare solo per un attimo 200 centauri con moto da cross che assaltano e devastano un sentiero storico di montagna conservato dai volontari della parrocchia oppure dai soci del Club Alpino Italiano… chi paga? Il cittadino?
Invitiamo i Consiglieri della Regione Lombardia a votare “NO” alle modifiche del PDL n.124 che sarà discusso l’8 aprile 2014 e ad avvicinarsi maggiormente allo studio delle politiche della montagna, abbandonando l’idea di traghettare il circuito di Monza nelle terre alte.
Auspicando che le riflessioni e le considerazioni sopra esposte vengano accolte unanimemente, cordialmente salutiamo.

per Mountain Wilderness Lombardia – Adriano Licini
per Associazione Monte di Brianza –
Franco Orsenigo
per Tavola della Pace della Valle Brembana – Franco De Pasquale
per Arcinvalle Valle Brembana – Maurizio Colleoni
per Unione Operaia Escursionisti Italiani sez. di Bergamo – Gabriele Vecchi

Il testo integrale del Progetto di Legge si può leggere qui
LetteraApertaConsiglieri-PDL-124-frontesizio PDL 124 con relazione

postato il 5 aprile 2014

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Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri

Bikers e fuoristrada: i motori minacciano l’Italia dei sentieri
La Lombardia vuole aprire a corse e raduni le sue strade “verdi” – insorgono il CAI e gli ambientalisti: sarà uno scempio, fermatevi
di Carlo Brambilla (la Repubblica, 2 aprile 2014)

La legge arriva in aula con i voti della maggioranza (Forza Italia e Lega nord). Contrari Pd e 5Stelle.
Dalle associazioni 10 mila firme in tre giorni “È un favore alla lobby delle due ruote”.

La proposta
La Lombardia discuterà l’8 aprile una legge per permettere ai sindaci di aprire ai mezzi a motore sentieri, mulattiere, strade interpoderali, pascoli e boschi.

L’allarme
Protesta contro la legge (sostenuta da Forza Italia e Lega, avversata da Pd e 5 stelle) anche il Club alpino italiano. In ballo c’è il futuro del 25 per cento del territorio locale.

Il precedente
Una legge simile a quella presentata in Lombardia è stata approvata di recente in Emilia Romagna: anche lì proteste da parte del CAI e degli ambientalisti.

BikerseFuoristrada-biker-PdLMILANO. Enduro, trial, quad, motocross, SUV, fuoristrada vari a due o a quattro ruo­te. Saranno questi i mezzi che da martedì 8 aprile potranno percorrere, e devastare, i poetici ultimi sentieri e le mulattiere ancora intatte sulle Alpi lombarde? A rischio potrebbe essere l’intera «viabilità agro-silvo-pastorale», come viene definita tecnica­mente. Cioè tutti i sentieri – strade interpo­derali comprese, anche in pianura- tra bo­schi, pascoli e campi agricoli, fino a oggi vietati al traffico motorizzato. Un quarto circa dell’intero territorio lombardo. È quello che temono, purtroppo molto seriamente, le associazioni ambientaliste. Prima fra tutte il CAI, lo storico Club Alpino Italiano, che ha lanciato l’allarme. E ha già raccolto più di 10 mila firme in tre giorni, facendo impennare la mobilitazione tra gli amanti della montagna, con una petizione al Consiglio regionale della Lombardia perché si fermi lo scempio. Al suo fianco l’associazione Mountain Wilderness Italia, WWF e Lega Ambiente.

Vanno invece avanti come trattori, sicuri della loro maggioranza in Regione, i promotori del progetto di Legge 124 (Forza Italia e Lega Nord) in discussione il prossimo 8 aprile, primo firmatario il consigliere berlusconiano Alessandro Fermi. Contrarie le opposizioni: il Pd – tranne un consigliere – e il Movimento Cinque Stelle. Il progetto intende introdurre una deroga che consentirebbe ai Comuni di autorizzare, dove oggi è vietato, il transito «temporaneo» dei mezzi motorizzati.

«Nessun allarme – tranquillizza il primo firmatario della proposta, Fermi – non vogliamo liberalizzare il passaggio dei fuoristrada. Semplicemente vogliamo permettere ai sindaci di organizzare singole manifestazioni motociclistiche. Un’opportunità per recuperare sentieri abbandonati e favorire il turismo».

«Balle! È un cavallo di Troia per portare enduro e fuoristrada in zone dall’alto valore ambientale, soprattutto in montagna», replica Alessandro Gogna, uno dei protagonisti dell’alpinismo italiano. «Non ci fidiamo. Non crediamo al termine “temporaneo” – aggiunge – Gli interessi delle lobby motociclistiche sono fortissimi. Sappiamo benissimo come vanno a finire queste cose in Italia. Mentre il lavoro da fare sarebbe esattamente l’opposto: tutelare l’ambiente, favorire le nuove iniziative dei giovani, aiutare un turismo dolce, culturale, educativo».

Un progetto analogo a quello lombardo era stato approvato l’anno scorso dalla Regione Emilia-Romagna. Ma la protesta era stata, allora, piuttosto debole. Questa volta la minaccia alle Alpi e la maggiore organizzazione ambientalista sembrano capaci di generare una protesta decisamente più agguerrita. «La montagna è un ecosistema delicatissimo – spiega Renata Viviani, presidente del CAI lombardo – Noi abbiamo per legge il compito di conservare i sentieri. Quando passano duecento moto fuoristrada, una dopo l’altra, vengono scavate buche profonde, che poi vengono invase dall’acqua piovana. Ed è la fine, perché i solchi rimangono per sempre. È molto difficile ripristinare la condizione precedente. Ma anche la pianura è in pericolo, penso a tutte le zone agricole… Per questo abbiamo scritto un appello a tutti i singoli consiglieri regionali, di destra o di sinistra non importa. Fermatevi! Non distruggete quello che resta dell’ambiente, per i nostri figli, per i giovani che con la crisi stanno riscoprendo i lavori della montagna, per il paesaggio, che è di tutti i cittadini».

C’è una zona boschiva, l’Area Vasta della Val Grigna, in provincia di Brescia, tra la Valle Camonica e la Val Trompia, in cui i volontari del CAI sono particolarmente impegnati a collegare tra loro con sentieri le vecchie malghe, che stanno rinascendo, grazie al lavoro di molti giovani che tentano di combattere la crisi con start-up ambientali. Sono zone dove i malgari si muovono ancora a cavallo. «Zone come queste possono diventare il fiore all’occhiello di un nuovo escursionismo intelligente – si appassiona Renata Viviani – alla riscoperta di una civiltà che ritorna. A cosa servirebbero, altrimenti, lezioni come quelle che si tengono all’Università della montagna di Edolo, promossa dall’Università degli Studi di Milano, dove ha sede il corso di laurea in Valorizzazione e tutela dell’ambiente e del territorio montano?».

Postato il 3 aprile 2014

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Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della natura?

Lettera aperta sui Monti Sibillini: chi è nemico della natura?
di Paolo Caruso (http://www.metodocaruso.com/)

Il fatto:
il 28 gennaio 2009, a seguito della reintroduzione del camoscio appenninico e di un intervento con elicottero del soccorso alpino, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini introduce un divieto di accesso integrale alle famose pareti nord del M. Bove Nord, ove corre la famosa e storica via Alletto-Consiglio. Il divieto inizialmente indetto per 3 mesi, viene poi prorogato per altri 6 mesi e infine protratto a tempo indeterminato. Si distinguono 2 zone di divieto (A e B): entrambe coinvolgono soprattutto le pareti rocciose, percorse oggi da poche cordate di alpinisti, e soltanto in minima parte i pendii sommitali della vetta, particolarmente frequentati invece dagli escursionisti nei mesi estivi. Le zone A e B sono vietate alternativamente per 6 mesi all’anno. Di fatto, le grandi aree rocciose della parete nord del M. Bove e di Punta Anna sono interdette dal 1 maggio al 31 ottobre, cioè per tutto il periodo estivo in cui si compiono le salite alpinistiche. La motivazione: l’incontro con gli alpinisti disturberebbe i camosci. Per gli escursionisti (molto più numerosi degli alpinisti…) è invece sufficiente mantenersi vicini al limite del divieto, poco al di sotto della cima, per non creare alcun impatto. Nel frattempo, i camosci hanno cominciato a spostarsi frequentemente al di fuori delle aree interdette, dove si continua ad accedere senza limiti e regolamentazioni e senza, evidentemente, che i camosci ne risentano. Possibile che i camosci “soffrano” soltanto gli sguardi dei pochi alpinisti nelle aree del divieto, ma non quelli delle molte persone che li incontrano al di fuori delle suddette aree? Saranno forse le corde o i moschettoni a dar loro fastidio?

Monti Sibillini

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini
Dopo anni di trattative e tentativi di dialogo, in particolare tra il sottoscritto e il parco, sono state molte le promesse ma tutto alla fine si è risolto con un nulla di fatto e con il mantenimento del divieto integrale di accesso. Lo scontro negli ultimi anni è diventato particolarmente acceso finché, alla fine del 2013, il neo Presidente del Parco Oliviero Olivieri, insieme al Direttore Franco Perco, si è impegnato a risolvere il grave contrasto. Attendiamo fiduciosi nuovi sviluppi, sperando che questa volta siano imminenti…

Il caso dei Sibillini mi offre lo spunto per alcune riflessioni che ritengo d’interesse più ampio e che condivido volentieri con quanti frequentano la montagna, i parchi e la natura in generale:

1. La prima riguarda il dibattito attualmente in corso sulla libertà di accesso alla montagna e di pratica di sport considerati “estremi” e pericolosi, quali l’alpinismo. Senza voler cadere nello stesso errore in cui incorrono i detrattori di tali discipline, che si spingono a separare le attività “buone” da quelle “cattive”, praticate (secondo loro) da manipoli di esaltati e cultori del rischio a tutti i costi, non posso che constatare come l’atteggiamento di chi è deputato alla gestione del territorio, tra cui gli enti parco, come nel caso specifico dei Sibillini, sia spesso e volentieri a favore dei primi e contrario ai secondi. Non voglio qui entrare nel merito se sia giusto o no impedire alle persone di accettare il rischio (consapevole, controllato, ecc.) come elemento della ricerca di un rapporto diretto e non mediato con la natura che è possibile vivere solo nei grandi spazi di avventura, come sono le montagne. Logicamente per me non è giusto, ma quello che mi interessa è ragionare sul fatto se tali attività siano effettivamente più dannose per la natura di quanto non lo siano altre, raramente messe “sotto accusa”. La sensazione è che i criteri con cui vengono fatte certe valutazioni vadano al di là di considerazioni oggettive e siano invece spesso frutto di considerazioni di natura “politica” o d’immagine. Attaccare poche decine di alpinisti o sacrificarne la libertà in funzione di una supposta necessità di conservazione della natura fa vedere che il Parco “c’è” ed è ben più facile che prendersela con fiumane di escursionisti o sciatori della domenica… ma siamo sicuri che l’impatto provocato dai primi sia realmente devastante, mentre la presenza (spesso maleducata) dei secondi sia trascurabile, al punto da non essere di interesse per chi tutela il territorio?

Monti Sibillini. Foto: Sandra Bartocha

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini_01
Di contro, apparentemente, alcuni alpinisti appartengono a una specie più dannosa di altre. Infatti negli anni immediatamente precedenti l’introduzione del divieto, le cordate che salivano in estate le pareti nord del Bove, erano circa tra 20 e 40 (in media, meno di 10 al mese!). Nel gruppo del Gran Sasso, il principale degli Appennini e sicuramente il più frequentato dagli alpinisti (almeno 200 volte più numerosi che sui Sibillini) i camosci reintrodotti in anni precedenti si sono riprodotti abbondantemente senza alcun bisogno di imporre divieti alpinistici. Come mai i molti alpinisti del Gran Sasso non creano disturbo ai camosci, mentre nei Sibillini la presenza di poche cordate rappresenta un pericolo per la specie, perfino quando i camosci sono al di fuori delle aree vietate, a portata di occhi (e urla) di centinaia di escursionisti?

Lo ripeto, non è mia intenzione fornire la mia personale idea su eventuali suddivisioni tra attività buone e cattive, o tra Parchi buoni e Parchi cattivi, mi limito a osservare i fatti.

La maggior parte delle idee preconcette e delle decisioni che si prendono in merito all’alpinismo sono dettate da luoghi comuni e da una scarsa conoscenza della materia da parte di coloro che inseriscono di forza lo stesso alpinismo nella “lista nera”.  Per questo è molto più diffuso sentire affermare che se uno scialpinista finisce sotto una valanga sotto sotto è colpevole perché se l’è andata a cercare, mentre se un’escursionista finisce in un burrone si è trattato di una tragica fatalità…

D’altra parte, occorre anche constatare che il modo di andare in montagna è profondamente cambiato e induce a comportamenti spesso degenerati: si sente l’esigenza di riaffermare e diffondere una nuova (antica) cultura basata sul rispetto della natura, dell’uomo e sulla valorizzazione dell’esperienza piuttosto che della prestazione. La diffusione di simili messaggi potrebbe e dovrebbe essere uno dei compiti più nobili di un’area protetta e uno dei suoi obiettivi principali per raggiungere una conservazione a lungo termine.

2. La natura deve essere salvaguardata nel migliore dei modi e fin qui credo che tutte le persone di buon senso siano perfettamente d’accordo. Per farlo occorrerebbe promuovere un dialogo tra le differenti competenze in modo da trovare le migliori modalità di azione. Se tali modalità escludono la presenza umana in alcune aree fondamentali per l’alpinismo come quella del M. Bove, certamente si potrebbe pensare che i parchi abbiano fallito la loro missione. Se l’unica soluzione contemplata è l’apposizione di un divieto, si può affermare che non serve certo istituire un parco per imporlo, considerando anche che i parchi spesso non hanno neanche la possibilità di effettuare i controlli del caso. Così il tutto si risolve nel solito paradosso all’italiana, dove chi non rispetta la legge fa quello che vuole (da un paio d’anni le cordate, esasperate dal divieto, hanno ripreso a salire la nord del M. Bove…), e chi vuole operare onestamente deve invece rinunciare a uno dei pochi spazi di libertà rimasti.

3. Già la libertà…elemento cruciale di tutto questo ragionamento. Chi impone i divieti sostiene che gli alpinisti e gli arrampicatori dovrebbero essere capaci di sacrificarsi con una “responsabile rinuncia” finalizzata a perseguire un bene più alto, quello della tutela della natura. E chi di noi non sarebbe disposto a praticarla senza obiezioni se fosse evidente che quella è l’unica soluzione? Ma prima non sarebbe più giusto e più umano cercare alternative per raggiungere un’integrazione tra l’uomo e l’ambiente, soprattutto all’interno di un parco? Sembra quasi che questa alternativa faccia paura, nonostante sia sbandierata sempre più spesso in nome di un generico ”sviluppo sostenibile”. Per voler veramente proteggere la natura occorre amarla fino in fondo, non volerla domare, tutti concetti che gli alpinisti (almeno quelli di un certo tipo) hanno ben chiari. Quella che si propone, invece, è una natura sempre più “a portata di mano”, una natura sempre più recintata, controllata, come l’uomo che la frequenta.

4. Se fosse ritenuta perseguibile una via d’uscita basata sulla ricerca dell’integrazione, piuttosto che sulla separazione e sul contrasto tra uomo e natura, a chi spetterebbe l’onere e l’onore di promuovere l’incontro tra le parti? Al cittadino o all’ente parco che esiste e ha un budget per occuparsi proprio del territorio e delle attività che si praticano in esso? Ricordo che i parchi hanno anche il compito di promuovere le attività compatibili e lo sviluppo sostenibile (del turismo). Dovrebbero favorire l’informazione e l’educazione degli utenti, ma soprattutto il dialogo e il confronto anche con gli esperti delle attività che si praticano nel territorio, non solo con gli ambientalisti (ritenuti, chissà perché, gli unici interlocutori validi), altrimenti diventa impossibile superare le contrapposizioni e individuare le modalità giuste di azione. E gli ambientalisti, che spesso non hanno alcuna competenza in materia di alpinismo, dovrebbero cercare aiuto e confronto, piuttosto che arroccarsi in posizioni intransigenti ed estremiste giungendo, talvolta, perfino a considerare dei nemici le persone che svolgono attività in montagna. Nel corso di una riunione, il Direttore del parco dei Sibillini consegnò ai presenti uno scritto nel quale sosteneva, in sintesi, che le attività “compatibili” sono dannose e dovrebbero essere eliminate perché, fraintendendo l’etimologia del termine, farebbero “patire” la natura. Se così fosse, quali attività dovrebbero essere praticate in un parco di montagna?

5. Di fatto il divieto sul M. Bove è stato introdotto subito dopo un plateale intervento di soccorso con elicottero, il primo in assoluto su questa montagna. Dopo un paio d’anni ce n’è stato un altro, in novembre, periodo consentito ma certamente non ideale per le salite alpinistiche. Se la presenza umana è dannosa per i camosci, gli interventi di soccorso con l’elicottero lo sono sicuramente molto di più ed è legittimo il sospetto che il parco abbia potuto ritenere opportuno introdurre il divieto per evitare tali interventi in un momento molto delicato della reintroduzione del camoscio. Ma ciò non elimina certo il problema, considerando che scalare queste pareti nel periodo consentito, cioè tra novembre e aprile, è sicuramente più complesso. In effetti, entrambi i soccorsi menzionati si sono verificati al di fuori del divieto del periodo estivo. Altro paradosso della strategia di conservazione del parco dei Sibillini! Ma più che su questo, vorrei porre l’accento proprio sul tema del soccorso. Certamente, portare aiuto a chi ne ha bisogno è una nobile azione e anche un dovere civico, ma allo stesso tempo bisognerebbe dare molta importanza alla prevenzione. Come Guida e professionista della montagna devo purtroppo constatare che in questa era dell’apparire e del consumismo spinto, anche delle attività alpinistiche, la causa degli incidenti è sempre più spesso legata alla scarsa preparazione, all’approssimazione, alla sprovvedutezza, al bisogno di fare (e riuscire) ad ogni costo. In pratica, la degenerazione di cui ho accennato sopra si riflette negativamente anche sulla consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, sulla sicurezza. Bisognerebbe quindi agire sulla formazione delle persone per ridurre innanzitutto gli incidenti, ma anche gli sprechi, i costi sociali e gli eventuali impatti ambientali. Per questo occorre valorizzare al massimo il ruolo degli esperti, proprio ai fini dell’educazione e di una corretta formazione dei frequentatori della montagna. Questa, lo ribadisco, è la direzione in cui ci piacerebbe veder muoversi i parchi, valorizzando il ruolo degli esperti della montagna più preparati, favorendo le modalità di frequentazione più corrette, promuovendo la cultura a 360 gradi e facendo formazione. In questo senso i parchi troverebbero molti alleati preziosi, non più nemici intransigenti, e potrebbero realizzare il vero obiettivo che dà senso alla loro esistenza.

Paolo Caruso

MontiSibilliniLetteraAperta-caruso a Salerno

Paolo Caruso (Roma, 1960) ha praticato attività in natura, dal mare alla montagna, fin dai primissimi anni di vita. Ha sempre considerato importante conciliare lo sport con la cultura, così come la conoscenza di molte discipline sportive con la specializzazione. La dimensione verticale per lui è un mezzo che gli ha permesso di raggiungere nuove conoscenze, certamente nella sfera motoria e nel rapporto con la natura selvaggia ma anche nel mondo interiore e spirituale. Così nel 1982 è nata la via Cavalcare la tigre sul Corno Piccolo del Gran Sasso e successivamente, nello stesso massiccio montuoso, altri itinerari d’eccezione come Golem, Baphomet o il Nagual e la Farfalla, sul Paretone del Corno Grande. Allo stesso tempo ricercava altri orizzonti nell’alpinismo invernale, cosa che lo ha portato a realizzare importanti prime salite invernali come il quarto Pilastro e l’Anticima sempre sul Paretone del Corno Grande o la prima salita assoluta invernale del famosissimo Cerro Torre in Patagonia.
Accanto a salite su montagne inviolate nelle Alpi di Stauning in Groenlandia o nel Wadi Rum in Giordania, ha sempre ritenuto importante salire anche le vie più belle aperte da altri arrampicatori e alpinisti d’eccezione, così ha ripetuto i grandi itinerari classici nel M. Bianco e nelle Dolomiti, ma anche itinerari moderni come Voyage selon Gulliver sul Grand Capucin o la via del Pesce in Marmolada. Non gli è mai piaciuto collezionare vie e ricercare le “prime” a tutti i costi, mentre valuta importante l’esperienza umana e il rispetto della natura che si ottiene quando si realizzano itinerari logici. In Yosemite, ad esempio, dopo la via Salathè salì la via Astroman e solo qualche anno dopo scoprì di aver realizzato la prima salita italiana.
Ha pubblicato il libro L’Arte di arrampicare, ed. Mediterranee 1992, il filmato L’Arte di arrampicare, SD Cinematografica 1998, e il manuale Progressione su roccia per il Collegio delle Guide Alpine, Vivalda editori 1998. Nel 2007 ha scritto le parti sulla tecnica del movimento per il Manuale di roccia del CAI, pubblicato nel 2008.

MontiSibilliniLetteraApertaIl Metodo Caruso®, è un sistema tecnico-didattico per l’insegnamento e l’apprendimento che permette di sviluppare al meglio le capacità motorie nella scalata e in tutte le attività di montagna. Da qualche anno, oltre alla roccia e al ghiaccio, l’applicazione del Metodo si è estesa anche alla tecnica dello sci – fuoripista e scialpinismo in particolare – colmando un vuoto nella conoscenza dei principi inerenti la relazione tra movimento del corpo e conduzione degli sci sui differenti tipi di neve: sono state ideate delle tecniche specifiche che permettono di migliorare la capacità generale e in particolare di adattarsi alle diverse condizioni della neve. Questo è stato possibile grazie all’identificazione di alcune caratteristiche generali del movimento che collegano le due discipline. Tutte le tecniche del Metodo – che siano applicate all’arrampicata su roccia, ghiaccio o allo sci – sono nate dallo studio dei principi che regolano l’equilibrio e il movimento del corpo attraverso lo spostamento del peso e degli arti, oltre che dall’esperienza personale dell’autore a 360 gradi, dalla sua passione per l’insegnamento e per lo studio di alcune discipline orientali come il Qi Gong, lo Shiatsu e il Tai Ji Quan. L’aver identificato i principi che sono alla base di tutte le differenti soluzioni motorie ha permesso di individuare nuovi aspetti per un movimento consapevole e allo stesso tempo di delineare una via più precisa ed efficace per il miglioramento, favorendo una capacità che altrimenti è molto difficile da ottenere se non, forse, dopo anni o decenni di esperienza sul campo.

postato il 15 marzo 2014