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SALVIAMO LE APUANE dal più grande disastro ambientale d’Europa

Grazie alla moderna tecnologia, le circa 300 cave di marmo del comprensorio delle Alpi Apuane stanno infliggendo alle montagne il più grave disastro ambientale d’Europa.
Le cave in cresta e gli scarti di lavorazione inquinano le sorgenti e i fiumi, i camion ammorbano l’aria di polveri sottili, le grandi opere (tunnel, viadotti, già realizzati e in progettazione) acutizzano il dissesto idrogeologico, che aumenta geometricamente di anno in anno mettendo a repentaglio la salute e l’incolumità degli abitanti. Circa 9 milioni di tonnellate di marmo prodotte ogni anno, i 3/4 in scaglie destinate all’edilizia e alla produzione di carbonato di calcio con cui fare i dentifrici, sbiancare la carta, realizzare dei paradossali filtri per gli acquedotti, non certo per fornire blocchi a Michelangelo.

Aut Out: un filmato di Alberto Grossi, quindici minuti agghiaccianti
https://www.youtube.com/watch?v=clYuGVVVLpo

Bisogna chiudere gradualmente tutte le cave, riconvertendo l’economia del territorio in forme sostenibili.

Salviamo le Apuane è un movimento nato nel 2009 da Facebook che punta a fermare l’ecocidio Salviamo le Apuane ha predisposto il Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo delle Apuane (da ora PIPSEA), un’opzione strategica in grado di delineare il futuro economico-sociale sostenibile e la fine della monocoltura del marmo, per l’intero contesto delle Alpi Apuane.

La versione integrale del PIPSEA è leggibile e scaricabile da qui.

Qui di seguito alcune note di filosofia generale alla base del PIPSEA
di Salviamo le Apuane

IMPOSTAZIONE GENERALE
Motivazioni, ambito di intervento
Il documento propone di intervenire sulle due principali cause di alterazione e di emergenza della montagna Apuana, che stanno alla base della necessità di un “salvataggio”, e cioè:
– l’azione di distruzione della montagna da parte di una conduzione impropria delle cave di Marmo;
– l’abbandono progressivo, e giunto quasi al limite estremo, della montagna agropastorale e dei paesi montani da parte della popolazione originaria, col conseguente pericolosissimo abbandono di intere vallate e montagne.

Ex Picco di Falcovaia (un tempo 1283 m.s.l.m.), ora Cava delle Cervaiole (Seravezza)
Secondo l’articolo 142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono AREE TUTELATE PER LEGGE:
– le montagne per la parte eccedente i 1’600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1’200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;
– i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi.

SalviamoLeApuane-cava 6a

Proposta territoriale paesistica, economica e di gestione sociale. Riferimento PIT e PRS
Di fronte a questa situazione la proposta formula precise ipotesi di intervento, che riguardano contemporaneamente il livello territoriale paesistico e quello economico, nonché ovviamente quello sociale partecipativo e delle tradizioni della gestione e del governo della montagna (usi civici). E quindi, in termini di riferimento alle attività della Regione, tanto il PIT (Piano Indirizzo Territoriale), quanto il PRS (Programma Regionale di Sviluppo).

LA RISORSA MARMO
La risorsa marmo e la sua utilizzazione
Il grande bacino marmifero di Carrara in particolare, ma anche altre località Apuane (Orto di donna, Focolaccia, Pizzo d’uccello, Altissimo, Arni e Sella, Forno e Resceto, Vagli, Corchia, …) sono completamente alterati e quasi distrutti, a causa della recente attività di prelievo del carbonato di calcio, un sottoprodotto dell’escavazione del marmo, che è stato ridotto ad una attività secondaria di mascheramento del nuovo prelievo selvaggio. In realtà il marmo è in grave crisi, certamente per la concorrenza internazionale ma anche per lo smantellamento dell’intero comparto da parte degli industriali avidi che hanno esportato l’intero ciclo produttivo (know how compreso), perseguendo sulle Apuane una politica quantitativa e non qualitativa di valorizzazione di un bene unico, come invece avviene in altre località più avvedute.
Oggi il prelievo avviene senza alcuna regola e sta producendo ambienti devastati, molto più simili a miniere a cielo aperto che a cave di marmo, con conseguenze devastanti sulle acque, sul suolo, sulla condizione idrogeologica, per non parlare della rarissima flora, delle grotte e delle acque sotterranee e non ultimo dello stravolgimento paesistico complessivo, un valore trascurato ma invece di grande potenzialità (a questo proposito va fatto notare che recenti studi economici hanno stimato il valore economico dei paesaggi italiani, formulando stime assai più remunerative per i paesaggi rispetto a qualunque altra utilizzazione, e che per le Apuane il confronto sarebbe tra una remunerazione paesistica diffusa e costante negli anni ed un uso distruttivo una tantum).
Si tenga conto inoltre che a valle vi è la città di Carrara che ha già subito alluvioni e anche morti (con i responsabili di fatto impuniti), che è costantemente esposta a pericolo.

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Passo della Focolaccia, 1650 m s.l.m. (Massa-Minucciano). La cava invade anche un SIC

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La questione delle concessioni, i subappalti
A nostro avviso queste devastanti attività sono anche illegittime, in quanto avvengono su proprietà quantomeno comunali se non collettive (Usi Civici) e si dovrebbero svolgere sulla base di concessioni e di convenzioni che dovrebbero regolare modalità di lavoro, di conduzione e di rimessa in pristino o quantomeno di assetto a termine dell’attività di prelievo. La nuova attività di prelievo del carbonato di calcio, che è di fatto di tipo minerario, non è perciò riferibile a concessioni di cava se non con artifici impropri, ma è di fatto del tutto senza regole, operando in maniera selvaggia, distruggendo interi costoni, guglie, e fronti montani, usando l’esplosivo, ma più che altro distruggendo il Bene Pubblico Montagna Apuana senza alcuna norma e rispetto dell’ambiente, sottraendo alle popolazioni un loro bene essenziale, e il loro stesso Ambiente di riferimento e di sopravvivenza, ed inoltre senza nemmeno un minimo compenso monetario dei danni irreversibili che vengono perpetrati. A tutto questo si aggiunga che la piaga del subappalto è ancora ben radicata, così come l’esposizione a rischio per le maestranze impiegate, come dimostrano i numerosi incidenti dentro e fuori la cava-miniera.

Cava a ovest del Monte Corchia

Cava di marmo a ovest del M. Corchia (A. Apuane)Dunque la questione delle concessioni è centrale e andrebbe totalmente riesaminata sia dal punto di vista delle proprietà, sia dal punto di vista giuridico, sia da quello concessorio, e più che altro da quello della stessa configurazione della nuova attività che non è più un’attività di coltivazione di cava marmifera, ma è un’attività di miniera a cielo aperto, sia per le tecniche adottate che per la materia estratta. E ciò non è assolutamente normato in quanto tale, e forse non è neppure ammissibile su queste montagne.

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca), Cave di marmo sopra Levigliani (monte Corchia)

Cava a ovest del Monte Corchia. Foto: M. Verin

Italia, Toscana, Alpi Apuane (Lucca/Massa Carrara), Cave del Passo della Focolaccia

L’istituzione della zona industriale montana di Carrara e i pericoli di una sua estensione
Alla base di questa devastazione della montagna vi è inoltre la sciagurata decisione di eliminare dal Parco delle Apuane il bacino marmifero di Carrara e di lasciarlo fuori dal Parco. Quanto questa decisione sia stata errata lo dimostra lo stato del territorio di questa parte della Toscana, una vera vergogna regionale e nazionale.
L’ipotesi di una estensione della zona industriale ad altre parti della catena, anche sopra i 1300 metri, è una vera follia ambientale e giuridica, una deregulation inammissibile, ed uno svuotamento del senso stesso del Parco, devastante per il Parco stesso.

La necessità di un piano di riconversione economica paesistica per i territori alterati
Di fronte a questo stato di cose e alle mire di ipersfruttamento senza regole in atto, occorre un coraggioso, anche se tardivo, ripensamento totale della situazione.
Ma non vi è alternativa:
– o la distruzione totale di una montagna, di un bene pubblico, con la conseguente messa in crisi di un’intera città, certamente procurando dei lucrosi utili immediati a pochi operatori, ma producendo un danno economico così ampio da essere anche difficilmente quantificabile ma comunque enorme e per certi aspetti irreversibile;
– o bloccare questa dinamica distruttiva ed invertire questa tendenza.

Il bacino estrattivo di Torano, Carrara

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Si tratta allora di fermare le attività improprie ed irregolari e di predisporre immediatamente un piano di transizione e di compensazione economiche per la fase transitoria che si articoli su alcuni punti:
– la bonifica delle zone alterate che consentirebbe comunque un recupero di tanti materiali sprecati, secondo precisi piani di riassetto in primis, di tipo idrogeologico, bonificando la miniera a cielo aperto per tornare ad un uso razionale delle cave e alle loro “coltivazioni”;
– la riattivazione del prelievo del marmo su basi qualitative, rilanciando un mercato della qualità anche su basi innovative, con quantità contingentate e con la riapertura dell’intera filiera del marmo, fino alle opere di qualità per la città e per l’arte;
– un recupero di posti di lavoro, sia per le attività sopra ricordate, sia anche attraverso una diversa utilizzazione di luoghi impropri e ormai “orridi”, anche ai fini di un “turismo
dell’impossibile” (un turismo dei grandi numeri, di “massa”, in un ambiente incredibile ma controllato) che in realtà si potrebbe appoggiare ad un recupero delle movimentazioni su ferro, sia della marmifera che di altri interventi meccanizzati possibili in questi “paesaggi del limite” (v.anche articolo di P.Rumiz, “le statue offese” su Repubblica, 15 agosto 2011);
– lo sviluppo di nuove tecnologie del recupero e attraverso studi progetti e sperimentazioni lo sviluppo di nuovi know how del risanamento territoriale, questi sì davvero applicabili in tante situazioni di recupero a livello mondiale.

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Carrara, “Monte” Bettogli

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Certamente un simile programma necessità di tempi e di investimenti iniziali significativi ma questi potrebbero essere recuperati attraverso il coinvolgimento degli stessi operatori del marmo sia in forma di inserimento nel programma stesso, sia in forma di recupero delle tassazioni finora evitate (o evase).

Alla base di tutto vi deve essere una diversa consapevolezza del valore del Bene Comune Montagna, e delle regole e concessioni che lo devono garantire e renderlo sostenibilmente fruttuoso (anche, se del caso, ricorrendo allo spirito degli antichi statuti civici).

LA MONTAGNA APUANA E IL SUO ABBANDONO – VERSO UN NUOVO MODELLO COMPLESSIVO
Il sistema Apuane, i territori e le città contermini
Ma le Apuane non sono solo marmo. Queste straordinarie montagne sono anche fatte di nodi orografici maestosi e singolari, di pascoli, faggete e grotte, di vallate, di corsi d’acqua singolari perché spesso legati al carsismo, e anche di alpeggi e di bellissimi paesi e paesetti, di castagneti e di orti e di frutteti, di boschi e di terrazzamenti. Anche il pedemonte di questa montagna è singolare sia dalla parte dei due fiumi Serchio e Magra, ma in particolare sul lato del Tirreno, dalle colline versiliesi e massesi-carrarine fino al mare e alle pinete costiere.

L’incisione fluvio-glaciale nel Solco di Equi – censita tra i geositi del Parco Regionale delle Alpi Apuane
e del Geoparco Europeo e Mondiale – come si può ben vedere è colmata
dai detriti derivanti dell’attività estrattiva.

SalviamoLeApuane-marmifera 1D’altra parte questa montagna è situata tra l’Appennino Settentrionale e la Liguria (Golfo di La Spezia e Cinque Terre) nel punto dove inizia la parte peninsulare d’Italia e la penisola italiana si avanza nel Mediterraneo. Questa singolare connotazione geografica è anche quella che è all’origine delle biodiversità naturalistiche, ambientali e antropologiche di questi luoghi.
Completa il quadro il fatto che ai suoi piedi vi sono importanti città e vasti insediamenti umani assai interessanti, da Lucca a Massa, Carrara, e quindi la Versilia, Aulla e la Lunigiana, ed anche Sarzana e Luni e tutte le cittadine Apuane stesse.

La montagna sede di una diversa economia, in una nuova relazione Città/Montagna
Per affrontare la seconda emergenza di questa montagna che come abbiamo visto è l’abbandono, pensiamo che esso possa in parte essere affrontato in sé, con alcune opere di mitigazione, ma che fondamentalmente vada individuata una diversa collocazione della montagna nel suo sistema più ampio, stabilendo un diverso tipo di scambio e di circolazione dei beni della montagna con le altre entità vicine ed anche più lontane.
In altri termini si tratta di stabilire con le Città e con i loro abitanti un rapporto non di subalternità ma di scambio di valori e di prodotti, ma anche di relazioni umane e mentali, nelle città sempre più rari e che invece si potrebbero ritrovare in montagna, purché lì, in montagna, si vada ad esaltare i valori e le diversità della montagna e non si trasferiscano invece modelli urbani (turismo, edilizia, commercio) derivati appunto su stereotipi metropolitani.
Le Apuane, con le loro straordinarie varietà e differenze, e con la loro ricca situazione di contorno potrebbero divenire un cantiere straordinario di questo diverso modello economico paesistico del dopo crisi, di valore italiano e forse europeo.

Le principali voci del nuovo modello. Le potenzialità diffuse. Le indicazioni spontanee emergenti
Abbiamo per ora individuato l’ambito di questo progetto nell’anello ferroviario esistente, ma è chiaro che le sue relazioni coni territori contermini, sia urbani che ambientali sono molteplici, da quelli diretti a quelli “di relazione” che si possono stabilire a diverso livello, sia di governance, che di reazione effettiva (Collegamenti tra Parchi, dalla Liguria a San Rossore, dagli Appennini alla Versiliana, collegamenti, anche virtuali e relazionali, oltre che del trasporto pubblico con le città).
Nuove catene produttive e di beni, dalle filiere corte alimentari o del marmo, ai sistemi di prevenzione e cura della salute, ma più che altro alla messa in evidenza del grande patrimonio antropologico, archeologico, naturalistico e direi di un’ecologia dell’abitare che le Apuane conservano, insieme alle sue risorse più note.
Molte indicazioni in tal senso stanno fiorendo spontaneamente in nuovi rapporti umani città/montagna, anche se spesso molto isolate nel loro ambito tradizionale, ma un loro collegamento è possibile e già maturo.

Pane sì per gli operai… companatico per i concessionari delle cave

SalviamoLeApuane-lDel resto il successo – anche ‘informatico’ – di Salviamo le Apuane indica le straordinarie potenzialità ed interessamento di questo sforzo di innovazione, anche attraverso l’uso delle tecniche di comunicazione più aggiornate.

Tutto questo fa ben sperare che qui si possa trovare le risposte anche alla precarietà ed al lavoro giovanile, attraverso una nuova generazione di attivisti e di “imprenditori” delle relazioni città/bioregione montana, economia ambientale contemporanea/ nuovi paesaggi condivisi.

Un processo progressivo e sperimentale entro un quadro di riferimento esteso; il recupero dell’Istituzione Parco verso una sua dimensione europea
Le indicazioni che abbiamo fornito possono diventare un programma operativo e di indirizzo per le Popolazioni Apuane e per la loro Montagna, se le poniamo alla base di un Processo Programmatico di Governance Economico –Territoriale, su base Paesistica, alle seguenti condizioni:
– che le Amministrazioni Regionali e locali siano disponibili ad aprire una fase di sperimentazione concreta per la messa a punto e per una prima attivazione di un simile
Programma, attraverso atti di una reale Governance economico-paesistica (Patti, Contratti di paesaggio, e simili, come in altre regioni si stanno sperimentando, vedi a esempio Contratto di Fiume – Paesaggio, Regione Emilia Romagna, provincia di Modena, comuni di Vignola, Svignano, Spilamberto, San Cesareo, sul fiume Panaro, e i Contratti Paesaggio-in Provincia di Terni, in corso);
– che le popolazioni, progressivamente coinvolte, condividano e partecipino attivamente, con l’azione diretta e con la loro creatività ad uno sviluppo sempre più dinamico delle proposte stesse, che perciò vanno ampiamente diffuse e dibattute, per avere comunque una propria iniziativa significativa ed autonoma;
– che il processo sperimentale sia “aperto”, tanto nei confronti della fase di transizione dell’economia del marmo che in quella generale dell’economia ecologica, in quanto gli esiti possono maturare anche all’interno del processo stesso;
– che si faccia grande attenzione alle molteplici azioni “spontanee” già in corso e che si favorisca la nascita immediata delle iniziative ecosostenibili in particolare quelle giovanili.

Questo quadro generale può essere completato con il ruolo del Parco
La nostra impostazione, che per questo piano di rilancio della relazione Montagna /Città e di riscoperta dei valori della montagna stessa, si spinge, come abbiamo visto, fino a comprendere tutto il territorio compreso nell’anello ferroviario di base e che pone l’esigenza di numerose relazioni con città e parchi limitrofi, comporta un rilancio anche del Parco delle Apuane, che a nostro avviso ha una valenza non solo regionale, ma nazionale o meglio Europea (un tipo di parco di nuova istituzione, che potrebbe essere lanciato proprio da questa situazione), con conseguente riordino delle sue modalità di gestione interna e di intervento sul territorio, oggi assai consumate.

Cava ad Arnétola

Cava di marmo ad Arnétola (Alpi Apuane)

Altri documenti
Un colpo d’ali… le Apuane, campo di lavoro di un possibile mondo futuro

Emergenza Apuane

Apuane: 279 modi per dire carbonato di calcio

 

 

Colonnata  e le cave di marmo

Colonnata  e le cave di marmo , Alpi Apuane

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L’avanzata dell’eliski

Dopo la valutazione di incidenza positiva per l’eliski per l’Alta Valsesia arriva quella per la valle Anzasca (Macugnaga) e limitrofe e arriverà a breve anche quella per la val Formazza.
di Marco Tosi

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Vi invito, se ne avete la voglia ed il tempo, a leggere il contenuto della Valutazione di incidenza per capire quanta pochezza di cultura civica ed ambientale, quanta arretratezza culturale, quante stridenti contraddizioni, quanto asservimento alla politica c’è nelle nostre istituzioni perchè la Regione Piemonte, il cui dirigente ha determinato giudizio positivo di valutazione d’Incidenza, è un’istituzione.
Nella sostanza dopo un bel discorsetto preliminare sull’importanza della tutela delle ZPS (zone a protezione speciale), dei SIC (siti di interesse comunitario) e della Rete Natura 2000 (cito dall’allegato: “un’area caratterizzata da ambiente alto-alpino con ghiacciai, nevai, morene, praterie di alta quota, pareti rocciose e detriti cristallini; risultano ben rappresentati anche gli ambienti di landa, gli arbusteti di salice d’altitudine e di vegetazione dei ghiaioni silicei. Sotto il profilo faunistico, la ZPS riveste una notevole importanza in quanto sito riproduttivo per numerosi uccelli del bioma alpino, tra le quali specie in Allegato I della Direttiva 09/147/CE, compresi i galliformi alpini di ambiente aperto e forestale”), la Regione Piemonte concede la bellezza di 20 voli giornalieri (A/R) nel periodo 15 dicembre/fine febbraio e “solo” 15 voli giornalieri nel periodo 1 marzo/30 aprile, in 36 (TRENTASEI) località sul territorio del comune di Macugnaga.
Cavoli, non pensavo neanche ci fossero così tante possibilità di discese con gli sci in comune di Macugnaga!
La cosa straordinaria è che tutte queste località interessate, tutte queste rotte di volo, tutte queste piazzole di atterraggio, tutto questo rumore di pale, non andrà in alcun modo, a detta del dirigente regionale, a disturbare le specie protette e a rischio d’estinzione.
Quasi quasi nelle prossime gite mi porterò un fucile così, nella remota eventualità in cui dovessi incontrare un rapace o un tetraoinide, gli sparerò per lenirne l’agonia e la sofferenza! Per finire voglio dirvi che di tutta questa faccenda la cosa che più mi rammarica e stupisce non sono l’arretratezza e la caparbietà di certe amministrazioni comunali che credono di fare, e forse fanno, i loro interessi economici, ma l’indifferenza assoluta, Legambiente a parte, del popolo di frequentatori della montagna e del CAI in primis che, per vocazione, intenti, finalità e statuto dovrebbe ergersi a difensore di tali territori.
Nella sostanza noi, del movimento No Eliski, abbiamo “perso” su tutti i fronti.
Marco Tosi

P.S. Vi giro le righe graffianti, precise e puntuali del comunicato stampa di Amelia Alberti, presidente del Circolo del Sole di Legambiente:

AI SIGG. GIORNALISTI: Senza nessun rispetto per la sacralità delle aree di interesse comunitario di tutela della biodiversità e per le obiezioni del mondo ambientalista e di alcune realtà imprenditoriali locali, la Regione Piemonte ha concesso che nel comprensorio di Macugnaga si organizzino in modo sistematico attività di eliski. Attività che, per loro natura, devono effettuarsi proprio nei periodi di maggior difficoltà delle specie animali incluse nelle liste di rischio di estinzione, in particolare: aquila reale, picchio nero, gallo forcello, coturnice e pernice bianca. La richiesta era stata presentata alla Regione dal Comune di Macugnaga e lo studio di valutazione d’incidenza era stato finanziato dalla società di voli direttamente interessata al buon esito della domanda, in una comunanza d’intenti che lascia perplessi sull’obiettività dei dati scientifici e sulla severità dei successivi controlli. Sappiamo che pesante è stata la pressione dei partiti politici al governo in Regione, e ormai rovinosamente al capolinea, in particolare della Lega Nord, affinché venisse concesso agli operatori turistici di Macugnaga di sfruttare le peculiarità naturalistiche del Rosa a fini meramente venali, senza alcun riguardo per i valori di biodiversità che ci impegnano verso le generazioni future, e per un tipo di turismo di leggero impatto, che guardi ai fruitori, sempre più numerosi, alla ricerca di zone incontaminate. La mancanza di orizzonti culturali condannerà questo territorio ad un’arretratezza che una manciata di euro non basterà a salvare“.
Amelia Alberti, presidente IL CENTRO DEL SOLE.
Circolo di Legambiente Associazione onlus di volontariato Via Vittorio Veneto 135, 28922 Verbania
www.legambienteverbano.com
tel 0323 586528 cell 335 5457273.
AvanzataEliski

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Basta bonifiche in alta montagna?

8 tonnellate di rifiuti tra Broad Peak e Baltoro. Maurizio Gallo: è ora di cambiare!
Notizie tratte da http://www3.montagna.tv/cms/?p=54985 e da http://www.montagna.tv/cms/?p=35230

Con l’ultima spedizione di Keep Karakorum Clean (estate 2013) sono state raccolte e avviate a differenziazione e smaltimento ben 8 tonnellate di spazzatura. Nessuna novità rispetto agli anni scorsi, trekker e alpinisti continuano infatti tranquillamente a insozzare con il loro passaggio sia i ghiacciai che le montagne.

Raccolta rifiuti di Free K2 (1990) sullo Sperone degli Abruzzi al K2Free K2, 1990 , bonifica, corde recuperate in attesa di essere rimosse dal Campo Base del K2

Il responsabile di Keep Karakorum Clean, la guida alpina Maurizio Gallo, nel 2010 aveva condotto Keep Baltoro Clean e Keep K2 Clean, organizzate entrambe dal Comitato EvK2Cnr, con il risultato di eliminare oltre 13 tonnellate di spazzatura.

A questo punto leggiamo con piacere che lo stesso Gallo comincia a chiedersi che senso abbia inseguire con tanta abnegazione e puntiglio l’insensibilità ambientale dei frequentatori. Che senso ha spingersi ai campi alti del Gasherbrum II, del Broad Peak, del K2 stesso per ripulirli?

Occorre precisare che l’usanza di ripulire luoghi così lontani (grandiosi ma ecologicamente deboli) risale a Free K2 (organizzata nel 1990 da Mountain Wilderness): e occorre anche ricordare che la prima spedizione di questo genere a occuparsi pure dei campi tappa e dei villaggi è stata quella del Club Alpino Italiano nel 2004, da me condotta. Nel 2003 erano state installate le prime toilet a Juhla, Paju, Urdukas.

Ci fa dunque piacere leggere che “dal 2005 a oggi qualcosa è cambiato e migliorato, soprattutto da parte degli abitanti del posto che stanno sviluppando una vera (e fondamentale) sensibilità al problema”.

Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

Gallo, nel 2011, aveva pubblicato dopo la sua lunga esperienza una serie di norme comportamentali di indubbio valore (anche se a oggi ancora inefficaci, a suo stesso dire):

Fare un check dei viveri prima della partenza, eliminando imballaggi inutili.
Predisporre la raccolta differenziata durante il trekking. Ciò significa bruciare la carta, raccogliere plastica e lattine e prevedere bidoni per il trasporto dei rifiuti fino alla fine del trekking, anche se significa pagare dei portatori dedicati.
Controllare regolarmente lo staff cucina per verificare la gestione i rifiuti.
Pianificare la salita con precisione, cercando di portare in quota solo il materiale indispensabile. Riportare in basso, di volta in volta, ogni rifiuto e ogni materiale non utilizzato, anche le tende eventualmente rotte. Se non si è in grado di farlo da soli, prevedere dei portatori d’alta quota per il recupero materiale lungo la via di salita a spedizione finita, anche se ciò implica un costo aggiuntivo.
Lasciare il campo base per ultimi, dopo aver verificato che tutti i rifiuti sono stati portati via.
Raccogliere eventuali rifiuti lasciati da altri lungo il cammino e portarli a valle.
Riconoscere che il rispetto dell’ambiente è un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e alla vetta.
Controllare periodicamente la raccolta differenziata dei rifiuti, essere disposti a spendere tempo e soldi per la pulizia delle montagne e soprattutto aver presente che rispettarle è importante tanto quanto scalarle. Questo, in sintesi, il “decalogo” di regole che ogni spedizione alpinistica dovrebbe rispettare, in qualsiasi luogo remoto si rechi.

Ma oggi Gallo, che stima che dal 2005 in poi siano state raccolte almeno 40 tonnellate di immondizia, con rabbia scrive “E’ ora di finirla, né io, né i pakistani che da ormai 8 anni se ne stanno occupando, possiamo continuare a cercare di tamponare una situazione insostenibile”.

Ghiacciaio del Baltoro, nei pressi di Concordia, bonifica

Riduzione volumetrica rifiuti (2004)

Nel mio libro Rifiuti Verticali, dopo la lunga storia della mia personale esperienza, concludevo un po’ pessimisticamente (2012):

“Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

So che il problema della gestione della pulizia nel parco del Karakorum è attualmente seguito dal SEED – Social, Economic and Environmental Development – un progetto promosso dal Comitato EvK2Cnr e dalla Karakorum International University e realizzato nel quadro dell’accordo della conversione del debito per lo sviluppo tra Italia e Pakistan. So che si vagheggia di multe assai salate, come pure so (ma ora sembra lo sappia anche Gallo) che tuttavia sarebbe ingenuo pensare che un sistema di multe possa bastare da solo, senza un corretto processo di maggior attenzione al tema ambientale.

Toilet sul Baltoro. Foto: Keep Karakorum Clean

BastaBonifiche-Toilet-sul-Baltoro-225x300Anche se in questi anni sono state installate altre toilet tra Urdukas e Concordia e i turisti hanno imparato ad usarle (Gallo riferisce che ogni anno vengono portate via dalle due alle tre tonnellate di rifiuti organici), per i rifiuti il comportamento degli alpinisti e trekker è il solito: chi se ne frega dei rifiuti accumulati giorno per giorno nelle cucine lungo il trekking o al campo base, l’importante è scalare o scattare fotografie o video, ai rifiuti ci pensano gli spazzini…

“Sono anni che sento parlare di spedizioni con protocolli ecologici – conclude Gallo – di spedizioni di pulizia sponsorizzate, ma è l’attenzione personale che deve cambiare. Tutto è rimasto come 60 anni fa quando il K2 è stato salito per la prima volta? Magari! Il ghiacciaio è cambiato, il numero di persone che lo frequenta anche, gli studiosi continuano a monitorarlo, ma gli usi e costumi degli alpinisti e trekker sono anche peggiorati. Riportare a casa tutto. La regola è molto semplice! Vogliamo una volta per tutte metterla in atto?”.

A Gallo sembra che, quando si parla di modi nuovi di fare alpinismo, il rispetto dell’ambiente debba essere un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e al raggiungimento della vetta.
L’acclimatazione e l’ansia del successo sono tarli che un alpinista si porta dietro da casa, in viaggio ci pensa continuamente e agisce con questo obiettivo. La pulizia deve essere la stessa cosa.

Questa mi sembra la considerazione che più meriti rispetto: la condivisione di questa idea a livello mondiale forse salverà il Baltoro e la sua gente.

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NO SPIT A CAPO TESTA!

A Santa Teresa Gallura, si trova un Sito di Interesse Comunitario dove le rocce granitiche formano delle forme geomorfologiche paesaggisticamente molto belle, uniche in tutta l’Isola.
Il sito si chiama Capo Testa, ma è da tutti conosciuto come Valle della Luna. Le sue pareti arrivano sino a 120 m di altezza sul mare e sul luogo si arrampica in stile classico (trad) sin dal 1975. Celebrata sia in 100 Nuovi Mattini che in Mezzogiorno di Pietra, nel corso degli anni la Valle della Luna è divenuta una Mecca per questo tipo di arrampicata.

R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

A Cala Spinosa, una delle calette di Capo Testa, si trova una falesia di arrampicata sportiva, creata dalla libera iniziativa di un singolo, che in passato è stata oggetto di vandalismi tesi a eliminare gli spit che rivestivano la parete. In diversi punti spit arrugginiti occhieggiano.

Al Comune è stato consigliato che per dare rilancio al territorio le pareti andrebbero attrezzate e si pensa già alla creazione di 100 vie di arrampicata sportiva. Spinti da un’associazione che in quest’iniziativa avrebbe il suo tornaconto, il consiglio comunale non si accorge neppure che lì si arrampica già da quarant’anni, ed è convinto che in questo modo si creerebbero presenze e posti di lavoro, tralasciando il fatto che l’associazione non conta tra le proprie fila alcuna guida alpina autorizzata ad accompagnare eventuali frequentatori.

A. Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

Alessandro Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

In questi giorni stanno ultimando il Piano di Gestione che poi porterebbe a stanziare i finanziamenti per le opere. Pare che si possano fare osservazioni e rilievi entro e non oltre il 20 di gennaio. Pochissimo tempo!!!!!!
L’arrampicatore di Sassari Marco Marrosu, che per primo si adoperò assieme a Lorenzo castaldi che quella zona fosse dichiarata Area Clean (no bolting zone), cioè un’area di arrampicata priva di strutture fisse per l’assicurazione (spit, soste, catene, ecc.) intende inviare le sue osservazioni al Comune e all’Assessorato all’Ambiente per spiegare come non sia necessario bucare per forza la roccia, come sia dannoso l’impatto e come la comunità alpinistica non gradirebbe.Mountain Wilderness potrebbe contattare anche il nuovo presidente del CAI sardo, Gian Piero Demartis, per convincerlo ad appoggiare questa posizione e darvi più forza. Naturalmente occorre che molti prendano posizione. Ce la possiamo fare.

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Clean climbing, trad climbing e new trad

Le perplessità nate dal titolo scelto per il concorso Clean Climbing (Mountain Wilderness e CAAI)

CleanClimbing-150Ben Kiessel sul tetto della Arrowhead Spire, prima ascensione clean. Valley of the Gods, Utah.

Il concorso a premi Clean Climbing 2013, organizzato da Mountain Wilderness e dal Club Alpino Accademico Italiano, appena concluso e appena nominati i vincitori, ha suscitato perplessità nel mondo degli arrampicatori per via della probabilmente non chiara filosofia alla base del concorso stesso.

Il bando del concorso infatti ammetteva l’uso sporadico di qualche spit, purché sistemati in arrampicata dal basso.

Ora, più d’un arrampicatore ha sollevato giustamente il quesito. Come si può parlare di clean climbing se si usano, e ovviamente si lasciano sul posto, degli spit?

L’accademico Maurizio Oviglia, invitato a partecipare alla giuria, ha preferito a suo tempo declinare, proprio perché non condivideva per nulla il titolo del concorso, più che la sostanza. Per lui “intitolare un riconoscimento al “clean climbing” e poi ammettere le vie con qualche spit è ridicolo” e probabilmente avrebbe esposto gli organizzatori al pubblico ludibrio degli inglesi.

Come si può infatti proporre un’iniziativa sul clean climbing e poi parlare di “prevalenza” di protezioni mobili? Allora vuol dire che è lecito anche usare altro! A Oviglia non era sembrata una buona maniera per partire, e per promuovere questa filosofia: e per questo non aveva ritenuto opportuno partecipare.

In effetti, in sede di definizione del bando, la cosa era stata dibattuta, non tutti erano d’accordo. Poi si è concluso che, quando le cose vengono dichiarate con chiarezza, tutto si può fare, almeno in questo tempo in cui si fa veramente fatica ad affermare l’esistenza di altre forme di arrampicata accanto allo stradominio dello spit e dell’arrampicata sportiva. Si è accettata la presenza dei chiodi, perché altrimenti si sarebbe eliminata tutta la regione dolomitica dal range delle partecipanze. Inolte si è preso atto che su tutto l’arco alpino e prealpino vi è abbondanza di vie a chiodatura tradizionale con la presenza qualche spit. Basta che nessuno si sogni di parlare di trad o di clean climbing per quelle vie, cosa c’è da obiettare?

A questo punto conviene andare a consultare Wikipedia per capire la differenza tra clean climbing e trad climbing. Non credo che Wikipedia abbia alcuna autorità in generale, ma in questo caso, date le definizioni, direi che sono state espresse sicuramente da persone competenti.

Traditional climbing, o trad climbing, è uno stile di arrampicata su roccia nel quale un arrampicatore o un gruppo di arrampicatori sistema il necessario materiale per proteggersi dalle cadute, per poi rimuoverlo dopo il passaggio. La definizione di trad climbing distingue dallo sport climbing (arrampicata sportiva), nel quale tutte le protezioni e gli ancoraggi sono fissati in antecedenza, di solito con calata dall’alto…

Comunque, gli spit usati  sono anch’essi considerati “traditional”, se e solo se piantati in arrampicata dal basso e da capocordata, specialmente nel contesto di placca granitica.

Prima dell’avvento dello sport climbing negli Stati Uniti negli anni ’80, e probabilmente anche prima in Europa, lo stile usuale di arrampicata libera era ciò che noi oggi chiamiamo “traditional”. Con delle differenze: nel trad climbing il capocordata sale la lunghezza di corda piazzando lui stesso i suoi dispositivi di protezione, ma prima degli anni ’70 questi dispositivi si limitavano ai chiodi, quando invece oggi per lo più consistono nell’uso combinato di dadi e di friend, e l’uso del chiodo è molto meno frequente.

CleanClimbing-dscn4946dBen Kiessel su Serendipity, prima ascensione clean. North Tower, Valley of the Gods, Utah.

Clean climbing è l’arrampicata su roccia che teorizza e mette in pratica le tecniche e l’attrezzatura che gli scalatori adottano allo scopo di non danneggiare la roccia. Queste tecniche risalgono almeno in parte agli anni ’20 e ancor prima in Inghilterra, ma il termine fu coniato negli anni ’70 solo quando si diffuse l’uso dei blocchetti da incastro (stopper, exentric) al posto dei chiodi da piantare con il martello, una pratica davvero dannosa per la roccia. La sostituzione, anche se non integrale, in Nordamerica si verificò nel giro di neppure tre anni.

A causa dell’evoluzione successiva di materiali e tecniche, il termine clean climbing si è trovato a occupare un ruolo non più centrale, certamente differente, nelle discussioni a carattere arrampicatorio, specie se lo paragoniamo al periodo di quattro decadi fa.

Dunque ha ragione Oviglia: occorre distinguere tra quella che è l’arrampicata tradizionale, come noi l’abbiamo conosciuta e sempre fatta sulle Alpi, e il clean climbing puro, termine un po’ vecchiotto anche se sempre valido. Si potrà perdonare a Mountain Wilderness la licenza di averlo usato, accettando che questa associazione privilegia i diritti delle rocce a quelle degli arrampicatori? C’è da aggiungere che, mentre la definizione di Wikipedia riporta che lo spit piantato dal basso non è ammesso nel clean climbing ma lo è nel trad, qualcuno ritiene che questo non sia vero: Maurizio Oviglia lo prova riferendo che oggi si comincia a parlare di “new trad”, la nuova etica per la quale lo spit, proprio sui muri e sulle placche più lisce e avare di fessure, non è ammesso. Il “new trad” è davvero inglese, parte da Pete Livesey: solo se si accettasse pienamente questo nuovo termine si potrebbero accostare i significati di “new trad” e clean climbing alla John Bachar.

Dunque il titolo del concorso probabilmente era erroneo, o almeno non chiaro in un alternarsi di filosofie vecchie e nuove. Comunque le vie di Stefano Michelazzi, lo scalatore che ha vinto, non hanno neppure uno spit: almeno nella premiazione quindi MW e CAAI hanno preso una posizione precisa, e lo si può leggere nella motivazione. Se ci sarà una prossima edizione questo equivoco dovrà scomparire. O cambiare il titolo o cambiare il bando.

postato il 5 gennaio 2014

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Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è da anni al centro di una continua e puntigliosa contestazione da parte di alpinisti, visitatori e operatori del settore, al riguardo del divieto di accesso pressoché integrale a cospicui settori del parco stesso, divieto tale da impedire ogni tipo di attività sportiva o culturale.

NumeroChiusoParco- I Monti Sibillini - Mare di nubiM. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Photonica3

Uno dei più convinti oppositori ai divieti è la guida alpina Paolo Caruso, che in questo momento è il referente della parte che si oppone al Parco.

Da qualche settimana qualcosa si sta muovendo, qualcosa che non sia il muro contro muro degli anni scorsi e il feroce scambio di e-mail. Il neo Presidente Oliviero Olivieri, ha contattato alcuni rappresentanti delle varie organizzazioni che operano in montagna (Guide Alpine Marche, Guide Parco, CAI ecc.) per cercare di capire come risolvere i problemi che sono ormai diventati gravi ed evidenti, se non forse insormontabili.

Lo stesso presidente ha avuto anche un incontro con Paolo Caruso, entrambi consapevoli che il dialogo e il compromesso sono le uniche vie di uscita per risolvere i contrasti e gli scontri.

Caruso ha indicato per grandi linee le soluzioni più equilibrate e sensate. Ci sono sicuramente alcuni aspetti “politici” (che riguardano anche le organizzazioni legate alla montagna), ma ci sono altri aspetti, meno politici e più concreti, per i quali è importante trovare soluzioni giuste e senza altri fini.Il vero dialogo probabilmente è il punto d’incontro tra Ministero, Parco ed Esperti della Montagna. Questi ultimi sono persone con importanti competenze, con curricula inequivocabili e di rilievo, persone cui tra l’altro sta a cuore, forse per primi, la salvaguardia del territorio.

In concreto, la soluzione passerà attraverso la fine dei divieti o il loro ammorbidimento con regolamentazioni numeriche. Nella chiacchierata sono stati affrontati temi importantissimi come l’eccessivo affidamento al soccorso: la formazione e la preparazione viene spesso trascurata, tanto c’è il soccorso… E l’impatto inerente gli interventi del soccorso è forte e di fatto ha determinato il divieto alpinistico sul Monte Bove. E’ chiaro dunque che non si andrà verso un futuro migliore se non si porrà più cura alla formazione e all’educazione.

L’incontro si è concluso con l’impegno di un incontro generale a gennaio 2014, preceduto dall’invio al Parco delle nuove proposte di regolamentazione a cura degli esperti della montagna.

NumeroChiusoParco-monti-sibillini-monte-bove-ccc6ee28-8e0d-450e-bff6-d81a6193a6c0M. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Luigi Alesi

Dette proposte sono molto concrete e precise, un elenco accurato del massimo numero di presenze giornaliere nelle diverse zone del Parco, stagione per stagione. Un compromesso di grande sacrificio, soprattutto perché dobbiamo constatare, ancora una volta, quanto siamo lontani da un turismo e una frequentazione della  montagna responsabili.

Le menti più lungimiranti pongono al centro della questione l’esigenza del cittadino di potersi muovere in un ambiente naturale con il minor numero di vincoli possibile. Perché solo un cittadino di questo tipo, libero e responsabile, può davvero apprezzare, e quindi sostenere fino in fondo, i valori ambientali che un Parco è chiamato a difendere, ma anche a promuovere e diffondere. Al contrario, un cittadino non libero di scegliere, pienamente immerso nell’offerta turistico-sicuritaria, non sarà mai in grado di essere un bravo soldato dell’ambiente, preferendone essere l’acquirente, a volte anche distratto.

Questo cozza contro la maleducazione e l’irrispettosità diffuse, motivazioni che per certuni da sole bastano a giustificare la chiusura, anche quella completa legiferata per tre anni.

Chi è contro il numero chiuso crede fermamente nella libertà e la regolamentazione delle presenze sarà per lui una sconfitta cocente, forse più cocente del divieto!

Da una parte c’è la considerazione che meglio pochi che nessuno, dall’altra il numero chiuso si scontra di sicuro con l’integralità delle idee più moderne e libertarie, per ora non seguite da una formazione e una preparazione ambientale degne di questi nomi.

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Ambientalisti contrari allo skibus a pagamento

Riportiamo un articolo di Gilberto Bonani apparso ieri su Trentino Corriere Alpi del 1° dicembre 2013. Ci sembra un’importante presa di posizione, volta a non ingannare i cittadini e alla giusta direzione della qualità di vita.

Ambientalisti contrari allo skibus a pagamento

Mountain Wilderness attacca la decisione degli albergatori e impiantisti: «Meglio far pagare i parcheggi».
di Gilberto Bonani

No allo skibus a pagamento. Mountain Wilderness va contro corrente e disapprova, in un lungo documento, la scelta di Fiemme e Fassa, Primiero e altre realtà trentine. Per molti inverni il trasporto di sciatori e residenti verso gli impianti sciistici erano completamente gratuiti per incentivare l’uso del mezzo pubblico. Quest’anno tutto cambia e, per salire sulle navette, sarà necessario munirsi di biglietto.

AmbientalistiContrari-parcheggio-verenaVerena, Asiago

«Il mondo degli albergatori e degli impiantisti – scrive Luigi Casanova per l’associazione Mountain Wilderness – da sempre incapace di leggere l’interesse collettivo, ha imposto questa strada alle Apt (Aziende di promozione turistica) locali e alle amministrazioni comunali. Gli imprenditori erano infastiditi dal fatto che giornalmente centinaia di residenti utilizzassero questo tipo di mobilità, a loro dire, pagato anche con soldi privati. La proposta doveva essere opposta. Far pagare agli automobilisti il parcheggio presso le stazioni di partenza degli impianti. Buona parte di queste aree sono state realizzate grazie a fondi pubblici (contribuzione pari al 65%) e sono state giustificate come costruzioni di piazze deposito di legname. Una vera e propria truffa ai danni dei cittadini. Allora invece di far pagare le persone e i turisti virtuosi che utilizzano il trasporto pubblico perché non penalizzare chi intasa le strade, chi utilizza spazi pubblici con il mezzo privato, chi impone la propria auto sulle strade statali e provinciali quando i parcheggi sono esauriti, chi ci impone colonne nei rientri ed inquinamento che nei periodi invernali rimane sospeso sulle nostre vallate?».

Presa di posizione che farà certamente discutere visto che da tempo c’è chi porta a esempio località dell’Alto Adige, Austria e Svizzera dove regolarmente viene fatto pagare un ticket per lasciare l’auto nel parcheggio. Anche nelle località marine spesso la sosta è a pagamento. «La lobby del turismo trentino invece segue la strada della monetizzazione del trasporto pubblico dimenticando come la questione della mobilità sia un problema sociale che coinvolge tutta la comunità».

Umberto Anzelini, presidente della Sif Lusia di Moena comprende come sia difficile, dopo quasi quarant’anni, il ritorno al trasporto a pagamento. «Sono momenti duri per il turismo e di conseguenza per tutti coloro che operano in questo settore» spiega al telefono mentre sta verificando le piste nel primo giorno di apertura degli impianti. «Abbiamo discusso tra operatori anche del pagamento del posto auto alla base degli impianti. Direi che è possibile introdurre un giusto tributo per le auto in sosta ma è necessario armonizzare gli interventi per non deprimere una stagione già difficile. Le famiglie non hanno più risorse per la vacanza sulla neve ed è questo il primo problema da affrontare».