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Impercettibili suoni di primavera

Impercettibili suoni di primavera
di Chiara Baù
(già pubblicato su http://www.imperialbulldog.com il 28 aprile 2016)

“Driiiiin”, implacabile… il trillo della sveglia che insieme al sorgere del sole ci annuncia una nuova giornata. Poi, assuefatti dal ritmo della quotidianità, smettiamo di ascoltare altri rumori o suoni che in realtà sono la colonna sonora di ogni giornata. Può essere il passaggio di un tram sulla rotaia, il rintocco di un campanile, il violino di un suonatore vagabondo per strada, un’armonica melodia alla reception di un hotel mentre si fa colazione. A seconda dell’ambiente dove viviamo abbiamo l’opportunità di farci rapire da una gamma di incredibili suoni. Certo sta a noi percepirli come rumori o suoni a seconda del nostro umore, della nostra percezione ed emotività. Il risultato è sempre quello, si entra in una sorta di caleidoscopio di suoni.

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Pochi giorni fa mi sono trovata alla Stazione Centrale di Milano dove ultimamente è stato collocato un pianoforte e chiunque lo desideri può liberamente suonarlo. Così in mezzo al frastuono degli annunci dei treni, tra il chiacchierio delle persone e i rumori dei treni, le note di un pianoforte suonate da un perfetto sconosciuto sfuggono al controllo tentando di attirare l’attenzione di qualsiasi passeggero che in quel momento si trova sulla scia di quella melodia… riuscire a percepire tali suoni nel rumore di una stazione non è facile… ma è pur vero che appena si presta attenzione a una nota appena accennata, il seguito è come un concerto. Sembra che l’orecchio si concentri solo su quella musica apparentemente impercettibile ma poi magnificamente udibile… e così la partenza di qualsiasi viaggio in treno inizia con un concerto inaspettato.

Dicono che nei primi tre anni di vita del bambino l’attività cerebrale assorba come una spugna ogni cosa; il cervello subisce l’influenza dell’ambiente esterno a tal punto che si formano le basi fondamentali della fase adulta. La plasticità del cervello funziona anche dal punto di vista uditivo, assorbe inconsciamente anche i primi rumori abituando il bambino a percepire ogni minimo suono.

Avevo due anni, la prima vacanza in tenda in mezzo a un bosco con i miei genitori. La foresta del lago di Braies in Alto Adige, lo scenario.

Le braccia degli abeti e dei larici ci proteggevano dalla pioggia. I raggi del sole asciugavano gli indumenti stesi e le nostre membra intorpidite dopo le notti umide passate a dormire in tenda.

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Il torrente, la fonte di tutto. Niente amuchina o chissà quale altra sostanza disinfettante, l’acqua fredda e pungente del torrente annientava ogni microbo. La pasta si cucinava direttamente sui fornelletti mobili a gas piazzati tra un tronco e l’altro, e nessun problema se qualche ago di pino unito a qualche formica finiva nel condimento. Ogni giorno all’imbrunire, così mi racconta la mamma, ci recavamo in fondo alla vallata oltre il bosco per scrutare i ghiaioni alla ricerca di camosci e caprioli, gli eroi dei miei fumetti da bambina.

Ad ogni avvistamento, tra le poche parole che a due anni potevo sapere, fuoriuscivano due sillabe, “… IOLI… IOLI… IOLI”… così indicavo con la mano ogni animale dotato di corna, sia che si trattasse di veri caprioli, di camosci o di qualsiasi altro animale.

Finché una sera un verso imponente ruppe l’armonia del tramonto, una sorta di muggito ma dalle note piú acute. Risuonava nel bosco in un silenzio surreale. Anche il vento sembrò fermarsi, era un bramito, il brutale verso del cervo maschio durante la stagione degli amori.

Nonostante l’imponenza di quel verso non mi ero spaventata, come se fosse parte del mio Dna acustico: in fondo quel verso, anche se inquietante, non poteva che essere riconosciuto dal mio udito come un semplice suono. Da allora mi piace pensare che quell’episodio abbia condizionato la mia vita sensibilizzandomi verso i suoni naturali che mi circondano. Lo chiamo il ‘SUONO MAESTRO’ una sorta di faro acustico che non mi ha mai abbandonato. Così in qualsiasi situazione io mi trovi la prima cosa che mi colpisce sono i suoni, i rumori, i silenzi.

Facendo un salto nel tempo mi piace ricordare la famosa favola dei suoni, dal Saggiatore di Galileo Galilei. La storia è semplice: un uomo assai curioso attento ai canti degli uccelli scoprì che non solo gli uccelli producevano suoni, ma anche diversi tipi di strumenti e di insetti e di oggetti. Passò così a esaminare lo zufolo di un pastorello e poi un violino e infine osservò che anche i cardini delle porte o il dito sull’orlo di un bicchiere o che persino vespe, zanzare e mosconi emettevano suoni. Ecco un breve estratto della favola.

Nacque molto tempo fa un uomo molto intelligente e curioso che passava il tempo ad allevare uccelli e si meravigliava moltissimo osservando che con la stessa aria che respiravano essi riuscivano a emettere soavi canti. Una notte vicino a casa sua udì un delicato suono e pensò ci fosse un qualche uccelletto; ma uscendo di casa per vederlo si accorse che in realtà c’era un pastorello che con un bastoncino forato dotato di tanti buchi, chiusi o rilasciati dalle sue dita, emetteva suoni simili a quelli degli uccelli, sia pur in modo molto differente. Stupefatto e incuriosito donò al pastore un vitello per avere in cambio quel meraviglioso flauto e capire come funzionasse. Cosi si rese conto che se il pastorello non fosse casualmente passato quel giorno egli non avrebbe mai saputo che esistono altri modi per produrre suoni e decise quindi di uscire da casa per cercare nuove esperienze. Il giorno dopo passando vicino a una casa udì un suono provenire dall’interno e volle entrare per scoprire se si trattasse di un uccello o del suono di un flauto. Il suono era quello di un’arpa che un bambino teneva con la mano sinistra facendo vibrare le corde con la mano destra senza usare il fiato. Quanto fosse stupito lo sa solo chi ha la sua stessa curiosità. Infatti, avendo scoperto due nuovi modi di suonare che non aveva mai immaginato, credette di poterne trovare altri in natura. Chi può sapere quanto fu contento quando, entrando in una chiesa, si accorse che il suono che udiva proveniva ora dagli infissi di un portone? Un’altra volta, spinto da curiosità, entrò in un’osteria, e credendo di trovare un suonatore di arpa, vide uno che strofinando un polpastrello sull’orlo di un bicchiere, produceva un dolcissimo suono… e così via… Per il ricercatore che indaga quale sia la natura del suono e tenta di catalogare l’intera serie, Galileo offre l’idea dell’impossibilità di esaurire e conoscere tutti i suoni e le loro cause.

Così, a mia volta immaginandomi sdraiata su un prato in montagna a fine aprile mi trovo a identificare e percepire molteplici suoni, dai più forti ai più sottili.
È proprio in questo periodo un fischio inconfondibile risuona nella prateria, ne sono padrone le marmotte che iniziano a uscire dalle tane.

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Quando ad avvicinarsi è un predatore la regola è fuggire, e per farlo in fretta le marmotte hanno escogitato un sistema efficace: l’allarme scatta sotto forma di fischio, la sentinella si alza ritta sulle zampe posteriori ed emette un grido simile a un fischio, provocato dall’espulsione di aria attraverso le corde vocali. Tale sistema serve inoltre a mantenere un collegamento fra i componenti del gruppo. Si è potuto rilevare che il fischio è singolo in caso di avvistamento di predatore alato (aquila), multiplo quando il pericolo arriva da terra (ad esempio volpe o cane). Quando l’aquila si getta sulla preda, il silenzio dei prati è rotto da fischi penetranti, lunghi. L’intensità del fischio fornisce indicazioni sulla distanza del probabile predatore. I segnali sono udibili fino a un chilometro in linea d’aria. Essendo un segnale di pericolo, il fischio viene sfruttato anche da animali di altre specie, come camosci, cervi e stambecchi e la marmotta viene anche chiamata sentinella delle Alpi. Poi non è propriamente un fischio ma un grido di origine laringea, emesso a bocca aperta.

Quest’anno a causa del forte innevamento dei mesi di febbraio e marzo, i cuccioli saranno ancora più esposti al ratto delle aquile: questo perché i cuccioli, usciti come d’abitudine in aprile, hanno trovato all’uscita dalla tana ancora tanta neve, cosa che ha reso più evidenti i loro corpi sul manto nevoso.

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Cessato il fischio, la situazione sembra apparentemente rientrare, come quando dopo il passaggio di un’ambulanza ed esserci fatti da parte per lasciarla passare, si ritorna nel traffico normale. Nel capire quali altri suoni completino l’orchestra della natura ecco che nell’apparente silenzio primaverile un leggero scricchiolio sembra essere portato via dalla brezza di monte.

È lo squittio dello scoiattolo (Sciurus vulgaris). Durante la vita quotidiana lo scoiattolo squittisce per ‘sgranarsi’ la gola, per richiamare altri scoiattoli o per riprodursi e in ogni caso, a seconda del momento, lo squittio dello scoiattolo è abbastanza stridulo, ma forte e lo si sente da 15 metri di distanza.

È un animale poco attivo d’inverno, con abitudini differenti dagli altri animali, infatti, immagazzina le eccedenze di cibo un po’ a caso in diversi depositi; poi si costruisce un ‘nido’ sferico, generalmente in una biforcazione dei rami, per trascorrere l’inverno. Quasi ogni giorno esce dal nido per andare a prelevare un po’ di cibo che ha accumulato in precedenza, servendosi dell’odorato per ritrovare i suoi magazzini e alternando periodi di sonno e periodi di attività.

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La coda svolge un’importante funzione equilibratrice nei salti e di segnale visivo durante i corteggiamenti. Il cibo è costituito da ogni tipo di semi tra cui sono particolarmente graditi quelli delle pigne, le faggiole, le noci e le nocciole, oltre alle gemme, ricche di succosa linfa, che in primavera integrano le scorte ormai quasi esaurite accumulate per l’inverno.

Di questi semi viene fatta man bassa durante tutta l’estate e molti vengono accuratamente nascosti in provvisori nascondigli, per costituire delle vere e proprie dispense per la stagione invernale.

L’abitudine di nascondere i semi anche sottoterra in luoghi diversi, tecnica adottata anche da altri animali che non svernano, come la nocciolaia, è risultata assai utile per la diffusione di molte specie di alberi, destinati altrimenti, per il tipo di seme pesante o comunque di non facile diffusione per vie naturali, a vedere disseminata la propria progenie solo nello spazio su cui si espande la loro chioma. Non è raro che lo scoiattolo che si imbatte in un nido temporaneamente incustodito con uova o piccoli implumi, ne faccia razzia; un comportamento crudele ai nostri occhi, ma pur sempre appartenendo agli schemi delle leggi naturali che regolano la vita animale.

L’uomo è in grado di udire suoni la cui frequenza è compresa dai 20 ai 20.000 Hz. Tale gamma di suoni è chiamata campo (o intervallo) di udibilità dello spettro delle frequenze sonore. I suoni la cui frequenza è al di sotto dei 20 Hz sono chiamati infrasuoni, i suoni la cui frequenza supera i 20.000 Hz sono chiamati ultrasuoni. Alcuni animali hanno una gamma udibile maggiore di quella dell’uomo, in particolare per quanto riguarda il limite superiore.

La soglia di udibilità dei cani si estende fino a 45.000 Hz, i gatti arrivano a 70.000 Hz e i pipistrelli oltre 100.000 Hz.

In realtà, pochissimi individui sono in grado di ascoltare in un intervallo così ampio, da 20 a 20.000 Hz. Più spesso la massima frequenza che riusciamo ad ascoltare non supera i 16.000 Hz.

Mi chiedo quanti rumori quasi impercettibili ogni giorno riusciamo a sentire senza accorgerci e senza prestare attenzione; tornando su quel prato costellato di tracce di neve che pian piano stavano svanendo, come in un climax discendente di suoni, mi stavo accorgendo dell’impercettibilità di un nuovo suono. Il fiore dell’erica che pian piano riusciva con la sua forza a bucare la neve. Forse il leggero scricchiolio della neve che si scioglie unito al rumore della pianticella che tenta di farsi spazio nella crosta di neve genera un suono sicuramente impercettibile ma degno comunque di essere ascoltato.

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Tra le tante varietà di erica merita una menzione particolare l’Erica carnea, molto apprezzata per la magnifica fioritura invernale, caratterizzata da fusti sottili, che portano foglie aghiformi di colore verde scuro, bronzeo o arancio, a seconda della collocazione rispetto alla luce.

La particolarità della pianta è data dai fiori rosa o bianchi, che nella stagione invernale spuntano dalla neve, per annunciare l’arrivo imminente della bella stagione. L’Erica carnea cresce facilmente allo stato spontaneo, specie nelle regioni del Nord Italia. Il termine Erica deriva dal greco Eréiko che significa ‘frangere’ perché si credeva fosse utile per spezzare i calcoli renali; altre fonti dicono che sia perché i rami sono molto fragili, e secondo altri ancora per la proprietà di rompere la roccia con le sue radici. Il termine carnea è dovuto al colore rosa dei fiori.

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E’ incredibile come avvenga la miracolosa fioritura dell’Erica quando tutta la natura dorme ancora sotto la neve. Verso la fine dell’estate e in autunno i ramoscelli portano già i fiori dell’anno seguente allo stadio di bottoni verdi, destinati a passar l’inverno sotto la neve. Appena la neve inizia a sciogliersi, le campanule diventano rosse e si dischiudono per attirare gli insetti con il vivace colore delle loro corolle. Nelle regioni alpine però l’Erica non può contare che sulla visita delle farfalle, non disponendo gli altri insetti di una proboscide sufficientemente sviluppata per attingere il nettare dai suoi fiorellini dal calice angusto e sbarrato da numerose antere. Questo potrebbe essere un grande problema quando fiorisce precocemente, in periodi in cui le sue visitatrici sono ancora nei rifugi invernali se non addirittura nel bozzolo, se l’infinita saggezza della natura non avesse previsto il pericolo ed escogitato il rimedio. I fiorellini dell’Erica, infatti, prima di appassire allungano e sporgono dalle corolle i filamenti con le antere per affidare al vento il polline che gli insetti avrebbero dovuto portare ad altri fiori. Corolla e calice sono dello stesso rosso vivacissimo che colora il peduncolo e il lungo pistillo sporgente, mentre foglioline aghiformi, di un verde intenso, fanno contrasto con il bruno oscuro dei rami e delle antere. Queste note di colore rendono l’Erica un miracolo artistico della natura.

La giornata volge al suo termine. Tempo di alzarmi da quel prato fonte di nuovi rumori e suoni continui. È ora il turno delle raganelle che verso sera con il loro gracidio diventano gli attori e i cantanti del concerto serale. Mi ritiro nel rifugio vicino a quel prato dove con qualche amico continuo a descrivere sul mio taccuino dello scoppiettio della legna nella stufa, dello scricchiolio del pavimento e del nostro sorridere.

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Il segreto del bosco perduto… e ritrovato

Il segreto del bosco perduto… e ritrovato
di Chiara Baù
(già pubblicato su www.imperialbulldog.com il 16 marzo 2016)

Finalmente è arrivato l´inverno. Un po’ tardi, a marzo inoltrato, ma ormai si sa …le stagioni non sono più imprigionate nel vecchio schema di una volta.

Il riscaldamento globale, il fenomeno del Niño, il persistere dell´alta pressione o chissà quale altra spiegazione hanno fatto sì che quest´anno il periodo di Natale sia apparso come un´anticipazione della primavera, e che ora la primavera sia sostituita da un ritardo dell´inverno…

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A fine dicembre fantomatiche strisce di neve artificiale imprimevano una luce particolare alle montagne spoglie, in attesa di grandi nevicate. Proprio in tale periodo il lavoro mi vedeva impegnata in montagna e ogni giorno assistevo a quello spettacolo così innaturale.

Alcune foto aeree testimoniavano ancora meglio queste sinuose linee bianche. Cosa mai avranno pensato gli astronauti osservando quelle strane serpentine bianche dalla stazione spaziale in orbita…come identificarle?

Eppure il progresso ha trovato il sistema perché i fiocchi di neve si auto-formassero provenendo, invece che dal cielo, da buffi cannoni meccanici adibiti alla produzione della neve… e la macchina ha funzionato benissimo. Nel periodo natalizio le piste da sci erano stracolme di turisti che sciavano confinati in questi spazi ristretti.

Ma la bellezza della neve naturale di questi giorni ha tutto un altro sapore… Da qualche giorno sembra di essere proiettati in un paese completamente diverso.

Pian piano tutto il Nord Italia è stato sommerso da questo nuovo inaspettato inverno… con il suo silenzio.

In passato trascorrevo alcuni giorni delle vacanze estive e invernali in un maso d´alta montagna, isolato a diversi chilometri dal paese… Nella mia stanza, che ricordava quella di Heidi, tra pareti rivestite di legno, si percepiva un profumo intenso di pino cembro misto a quello che proveniva dalla stalla collocata al piano di sotto – un odore acuto dovuto al letame poi utilizzato per concimare il terreno – in realtà era un mix dato dal profumo di legna bruciata, di latte appena munto, di erba impregnata di rugiada… questi erano gli odori, anzi le fragranze, che pian piano impregnavano i miei vestiti e anche i miei pensieri a seconda delle diverse stagioni in cui mi recavo.

Lontano dalle folle di agosto, dalla moltitudine di sciatori… così sono cresciuta… nessuna discoteca, nessuna spiagge affollata… sia pur con l’imprinting di una città come Milano. La settimana bianca era caratterizzata da una gita che ripetevo ogni volta con i miei genitori, una sorta di rituale. Un percorso con le ciàspole, attraverso boschi che mi apparivano incantati, per arrivare dopo un paio d’ore a una malga situata in mezzo a un’ampia distesa di pascoli e di fronte a un panorama così immenso da togliere il fiato. Poi la discesa a valle con lo slittino, nel puro divertimento, ogni volta una poesia diversa.

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Per quanto lo ripetessimo più volte, la bellezza di quel percorso mi riempiva di gioia e non era mai noioso né monotono… Si respirava ogni volta una sensazione nuova, di scoperta, di esplorazione: il passaggio di uno scoiattolo, le punte dei larici accarezzate dal vento. Non era una passeggiata qualunque… era la “mia” passeggiata, simbolo di un respiro che dal caos di Milano riportava ai ritmi più naturali e veri dell’esistenza.

Gli empiristi come John Locke ritenevano che la conoscenza si potesse acquisire solo per mezzo dell’esperienza principalmente sensoriale per poi essere elaborata dalla nostra mente. La sua teoria pone fermamente l’esperienza e i concetti di percezione e osservazione alla base della comprensione umana. In effetti ho potuto sperimentare tale teoria personalmente, dando sempre molto peso all´esperienza diretta. Un impatto che mi ha lasciato insegnamenti molto più marcati che non le ore passate sui libri…

La settimana scorsa sono tornata con i miei genitori al maso, per me quasi una liaison tra terra e cielo. Anche questa volta la consueta passeggiata alla malga.

Pochi passi sul sentiero, ed eccoci rapiti dal silenzio di una splendida nevicata. I fiocchi di neve sembrano rincorrersi nel loro moto disordinato regolato dal vento, coinvolti in un continuo vortice. Ma in quel caos apparente c´è perfezione…

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Alla base di ogni fiocco di neve si trova la simmetria esagonale della struttura cristallina del ghiaccio derivante poi direttamente dall´acqua. Tale struttura subisce tutta una serie di trasformazioni in base alle condizioni chimico fisiche. Alcuni ricercatori giapponesi hanno identificato fino a 3000 forme diverse.

Nel nostro peregrinare alcuni caprioli avvertono la nostra presenza. Eccoli che a balzi avanzano nel bosco tentando di sfuggire alla coltre di neve che man mano è sempre più spessa.
Anche loro sembrano sorpresi… convinti di assaggiare la prima erbetta primaverile, si sono trovati improvvisamente avvolti dal manto nevoso.

E´ interessante vedere come le specie predate come cervi e caprioli abbiano orecchie mobili che possono anche puntare all´indietro per captare i rumori di eventuali predatori al di fuori del campo visivo… sono una sorta di antenne direttive analoghe a quelle dei gufi e pipistrelli. Ascoltano con maggiore efficienza in una determinata direzione e di conseguenza meno efficacemente in un`altra, a meno che non vi vengano specificatamente orientate. Le antenne direttive dette più comunemente orecchie, funzionano molto meglio di quelle omnidirezionali nel raccogliere i suoni provenienti dalla direzione prescelta. In tale modo l´intensità del suono è maggiore se raccolto prevalentemente in direzione della sorgente.

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Particolarmente sviluppati nel capriolo sono il senso dell´udito e quello dell´olfatto, più che la vista. Forse hanno avvertito il nostro, che è odore di città. L´olfatto è di grande importanza soprattutto nei contatti e nelle relazioni sociali in particolar modo durante il periodo degli accoppiamenti e nella territorialità. L´olfatto è prodotto da neuroni olfattivi, i cosiddetti ORN (olfactory receptor neurons). Mentre l´uomo ne possiede alcuni milioni, animali come gli ungulati (cervi e caprioli) ne possiedono centinaia di milioni. Anche l´udito è eccellente e agisce da sistema di preallarme consentendo ai Cervidi un vantaggio iniziale. La vista è il senso meno sviluppato, la posizione fortemente laterale degli occhi rende impossibile la visione binoculare.

L´incontro con gli animali del bosco è sempre un evento di grande impatto emotivo, e la visione di questi caprioli blocca immediatamente il nostro cammino… e il nostro sguardo. Tentiamo di azzerare ogni minimo rumore, rimandando di qualche secondo lo scarto di una caramella per non disturbare ulteriormente i caprioli.

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Il dimorfismo sessuale è poco accentuato: il maschio è leggermente più grande della femmina. La corporatura slanciata rende il capriolo un ottimo saltatore.
Con la muta autunnale (che avviene tra metà dicembre e fine ottobre) il mantello assume una colorazione più scura, grigio-bruna e così viene evidenziata la macchia di peli bianchi perianali, il cosiddetto “specchio anale”, che nel maschio è reniforme mentre nella femmina è a forma di cuore.
Purtroppo la coltre nevosa è uno dei maggiori fattori che portano alla morte i caprioli in quanto possono rimanere bloccati senza riuscire ad alimentarsi per giorni arrivando di conseguenza a morire di fame. Sebbene caprioli e cervi appartengano alla stessa famiglia dei Cervidi, i cervi sono animali dalla struttura più forte: le femmine arrivano a pesare 80 chili e i maschi fino a 100 chili. Questo favorisce sicuramente la struttura fisica che permette un avanzamento più facile nella neve rispetto ai caprioli il cui peso non supera i 25-30 chili. Oltre a una vitale differenza di stazza, è soprattutto il comportamento sociale a favorire i cervi che, a differenza dei caprioli, si muovono in branco. Il più grande ed esperto davanti, gli altri dietro e in genere l´esperienza aiuta il capo branco a scegliere il posto migliore dove stare. I caprioli, e si parla degli esemplari maschi, hanno invece un comportamento solitario.

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Quasi mi sento colpevole nell´aver disturbato inavvertitamente il loro vagare nel bosco. Li ho messi in fuga e questa corsa può costare loro molto cara.

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Infatti d’inverno il metabolismo basale dei caprioli rallenta per permettere loro di sfruttare meglio il poco cibo disponibile e di bruciare meno energie. In pratica mangiano meno e si muovono meno: questo però se non vengono continuamente disturbati e messi in fuga.
Se ai caprioli una fuga nella buona stagione costa relativamente poco, d’inverno è molto diverso, e può addirittura farli morire di stento per l´enorme fatica che essi devono affrontare camminando nella neve spesso molto alta.

Prosegue il nostro cammino verso la baita, ancora stupiti per la copiosa nevicata, in una colonna sonora data dal silenzioso tocco dei fiocchi di neve che pigramente si appoggiano sul terreno. Poche centinaia di metri in quella sottile e inaspettata aria gelida, teatro del nuovo spettacolo invernale, pochi passi sul sentiero dove la luce si intrufola con timidezza nel bosco e improvvisamente trovo il sentiero ferito da una nuova, banale pista di sci che quasi con violenza interrompe l´armonia della montagna fino ad allora incontaminata…. e ora sventrata e ferita. Non bastavano i 50 km di piste che già costituivano uno dei caroselli di sci più belli della zona. Si doveva per forza incrementare il comprensorio. Perché turbare un equilibrio ambientale così delicato? Perché quegli ulteriori chilometri di pista? Che cosa si sperava di ottenere? Avidità di introiti per impinguare tasche sempre più affamate. Per lo spirito passionale che spesso mi prende, lo sdegno e il disincanto hanno avuto il sopravvento… lo scoiattolo non avrebbe più attraversato quella vuota autostrada di terra… il capriolo che balzava libero tra gli abeti sarebbe fuggito da uno spazio troppo vasto e aperto per consentirgli fughe sicure. Il silenzio del bosco sarebbe svanito, sostituito dallo scarrucolare di nuovi impianti, al posto di svettanti altissimi larici le forme squadrate delle cabinovie. Dopo le prime sensazioni tristi e negative… qualcos’altro è prevalso… Il silenzio del bosco, l´esperienza di percorsi tra distese incontaminate mi avevano sempre arricchito. Perché la stupidità delle persone, l´avidità di nuovi guadagni, la speculazione selvaggia dovevano turbare i miei pensieri? Non lo potevo permettere a niente e a nessuno. Una striscia di bosco era sparita, ma il silenzio non poteva dissolversi e svanire. Meno spazio e più ignoranza. Ma anche in un luogo più piccolo potevo apprezzare e valorizzare maggiormente ciò che rimaneva… ed era il silenzio dentro di me… Così mi ritrovai con una diversa visione e una sensazione nuova…

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Non avrei più potuto percorrere il “mio” sentiero incantato… ma forse un´alternativa c´era. La ritrovai pensando a un altro sentiero che aggirava la montagna, lungo, è vero, sei ore al posto di due, ma altrettanto ricco di poesia e di magia. Il mio silenzio del bosco non poteva perdersi… E una riflessione nasceva sul significato di ciò che intendiamo per progresso. Sono stati distrutti chilometri di boschi per cosa? Mi è stato insegnato di non fare mai il passo più lungo della gamba e allora vorrei suggerire non so a chi, ma a qualcuno sento di doverlo dire: prima di abbattere alberi e distruggere ettari di boschi è importante percorrere un sentiero innumerevoli volte… e ascoltarne il silenzio.

Questo conta per me, e non una presenza maggiore di turisti. Siamo sbarcati sulla luna per scoprire posti nuovi… ma ancora non abbiamo finito di osservarla e mentre l´ammiriamo col naso all’insù potremmo ascoltare le note del Claire de lune di Claude Debussy o la lettura dell’Ode alla luna di Giacomo Leopardi… Potranno sorgere sensazioni nuove tali da sconfiggere ogni idea di distruzione o di conquista, pensando che a volte è bello respirare la poesia di un luogo e val la pena mantenerlo e proteggerlo, lasciando ancora a questo nostro Paese dello spazio inesplorato con l’incanto e la poesia che vi aleggiano intorno.

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Abbiamo così cambiato percorso… nuove sensazioni, nuove tracce, nuovi scorci… nuovi silenzi e quattro ore in più di cammino, ma ben ripagate… la baita era sempre lì pronta ad accoglierci, come se il tempo si fosse fermato. In lontananza quella nuova pista da sci… ma la bellezza di aver seguito un nuovo percorso ha fatto svanire ogni sensazione negativa, e il furtivo passaggio di una lepre di montagna ha dato la nota più bella a quel nuovo itinerario, il silenzio del bosco perduto era stato ritrovato.

Chiara Baù
Chiara Baù è nata e cresciuta a Milano. Ciò che la contraddistingue sono l’interesse e la passione per il mondo della natura, che l’hanno spinta dapprima a conseguire una laurea in Scienze naturali con una tesi di campo della durata di due anni nel Parco Adamello-Brenta alla ricerca dell’orso bruno introdotto in base a un progetto europeo denominato Life Ursus, e in seguito a perseguire e approfondire questo interesse con successive tappe di esplorazione e viaggi in luoghi remoti, selvaggi, come il Canada e l’Alaska dove ha potuto avere numerosi incontri con gli orsi grizzly. Proprio nell’isola di Kodjak ha potuto concretizzare la passione per l’orso con la realizzazione di un interessante documentario trasmesso in seguito su circuito televisivo. E su questo leit motiv notevole interesse hanno pure suscitato le conferenze a sfondo naturalistico da lei tenute in frequentate località turistiche di montagna. Continua a viaggiare sia per diletto che per lavoro esaudendo la sua continua curiosità. La scrittura, la fotografia sono il minimo comune denominatore che tuttora la portano a vivere con estrema semplicità le esperienze più diversificate.

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Pensando come un salmone

Pensando come un salmone
di Chiara Baù
(già pubblicato su Vita sul Pianeta il 24 maggio 2016)

 

Negli infiniti modi di vivere l’acqua, uno dei più primitivi ed economici è quello di camminare nei torrenti, risalendoli dove possibile, così come fanno i salmoni quando di ritorno dall’oceano risalgono le acque natie da cui erano partiti.

Camminare nell’acqua è un po’ come osservare un quadro, la luce cambia da ogni angolatura lo si guardi. Il pittore diventa il sole, e mentre la terra gli orbita intorno, ecco che il pianeta che ci scalda crea continue variazioni di luce nell’acqua con riflessi che mutano a ogni secondo creando quel misterioso luccichio sfuggente. L’ombra della propria figura si fonde con le increspature create dalla corrente e si diventa un tutt’uno con il fiume.

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Ricordo che in Alaska rimanevo per ore immobile, nascosta dietro un tronco in riva ad un torrente, ad aspettare il passaggio di qualche grizzly voglioso di banchettare con la specie di salmone più grande presente in Alaska, il cosiddetto king salmon di ben 40 kg di peso, il sogno di ogni pescatore, anche il più incallito. Ma laggiù, nelle terre più estreme, il pescatore indiscusso è lui, il grizzly, signore di quelle terre e di quei fiumi. Si proponeva un gioco sempre molto armonico tra l’orso, il salmone e la corrente del fiume. Come avrei voluto partecipare a quel gioco, immersa in quel torrente, ma non era il mio turno. Rimanevo spettatrice, accucciata e silenziosa dietro un vecchio tronco, l’unica barriera che mi separava dagli orsi.

Quando si pensa al binomio grizzly-salmone la prima immagine che balza alla mente è quella dell’orso tra i voluminosi spruzzi di una cascata di acque turbinose, intento a inforcare il salmone che con un balzo da manuale tenta di superare l’ostacolo della risalita. Ma non era il mio caso. Mi trovavo in quel tempo nelle vicinanze di un torrente dove l’acqua scorreva lentamente e la sua trasparenza permetteva a me e soprattutto agli orsi di individuare a tempo zero la moltitudine di salmoni che navigavano in quelle acque.

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Neanche l’acquario più bello avrebbe potuto rendere l’idea di tanta magnificenza. Sembrava una sfilata di moda, tanta era l’eleganza di questi salmoni. L’orso non doveva attivarsi più di tanto – un gioco da ragazzi.

La quantità di salmoni era tale che per l’orso era sufficiente immergere una zampa in acqua e la sua preda inevitabilmente veniva subito agguantata dai suoi unghioni aguzzi… fin troppo facile… Talmente numerosi che gli orsi si mostravano addirittura schizzinosi sulle parti di cui cibarsi. Una volta afferrato, il salmone veniva accuratamente sfilettato. La testa era la parte preferita, il resto delle viscere faceva parte del banchetto, ma non sempre… spesso diventata cibo per le aquile dalla testa bianca o per le volpi; niente comunque veniva mai sprecato, non esistono sprechi in natura, bensì un ciclo ben definito per cui tutto viene accuratamente riciclato.

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Nascosta dietro un tronco in riva al fiume, trascorrevo le ore osservando il passaggio di quella moltitudine di pesci lungo l’autostrada del ritorno. Impassibili, seguendo l’istinto più primitivo, ogni salmone tornava dal mare verso il fiume.

Due le alternative più probabili: morire di sfinimento dopo la deposizione delle uova o finire nelle fauci di un grizzly. Se fossi stato un salmone non so cosa avrei scelto. Un mix di regole che appartiene al ciclo vitale della natura, niente di crudele. Come in platea a teatro assistevo ogni giorno, durante i miei tentativi di avvistamento dei grizzly, a questo evento di grande vitalità: la risalita dei salmoni.

Unica nota negativa, ahimè, quella di essere divorata dai mosquito, i più selvaggi e aggressivi che animano lo scenario dei torrenti in Alaska durante il periodo estivo. Avrei potuto indossare una zanzariera, ma questo mi avrebbe impedito di osservare al meglio lo spettacolo e purtroppo ogni cosa ha il suo prezzo.

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Con stupore e meraviglia osservavo i salmoni nella loro faticosa migrazione, soprattutto sapendo che tornavano al fiume natio dopo anni trascorsi nell’oceano. La forza vitale che li spinge a rientrare nel luogo di partenza è sorprendente. Ma ciò che più colpisce è l’incredibile trasformazione subita dal loro corpo nel passaggio continuo dall’acqua dolce all’acqua salata, una vera e propria sfida di ingegneria e fisiologia.

Tra i due e i sei anni, infatti, i piccoli di salmone lasciano l’acqua dei torrenti e qui inizia il processo di smoltificazione che permette loro di vivere in acqua salata. Sia la variazione di temperatura che quella luminosa andranno a stimolare la tiroide, producendo una quantità eccessiva di iodio che si accumula nel sangue. Una volta arrivati al mare, tuttavia, questa sarà compensata dall’assunzione di sodio e verrà così ristabilito l’equilibrio ormonale.

In conseguenza del cambiamento del pigmento giovanile che schiarirà la livrea, il salmone è esposto maggiormente ai raggi solari ed è spinto a cercare acque sempre più scure e profonde.

Il passaggio all’acqua salata rappresenta l’ennesima fatica per il salmone. Infatti essendo nato e cresciuto in acque dolci, il suo corpo lavora, per effetto del processo dell’osmosi a trattenere il quantitativo di sale che occorre al corpo continuando a filtrare acqua e ad espellere grandi quantità di urina molto diluite. Ma appena entrati in mare questa situazione si capovolge, attivando il processo inverso dell’osmosi, pertanto per mantenere il corpo disidratato i salmoni dovranno bere grandi quantitativi di acqua, espellendo urina in piccola quantità, ma molto concentrata di sale. Anche le branchie del salmone contribuiscono a espellere il sale in eccesso.

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Il fallimento di questo processo può addirittura portare il pesce alla morte. La sua è una vita di stenti, di lotta continua per la sopravvivenza. Mi fa sorridere a questo punto pensare a un alpeggio costellato di mucche che pacificamente pascolano tutto il giorno su ampie distese prative, mentre un salmone per sopravvivere deve sfidare le condizioni più difficili, senza un attimo di pace se non quando raggiunge la sorgente del torrente, il luogo natio, dove riesce finalmente a fermarsi per depositare le uova, dando alla fine un senso a tutto il suo elaborato peregrinare anche se nella maggior parte dei casi muore di sfinimento.

Era luglio e nel giorno del mio compleanno ricordo di aver visto ben 25 grizzly attraversare il torrente… e pensando alla mia età mi venne spontanea una domanda. Quale poteva mai essere l’età di un salmone? Scoprii così che l’età massima di un salmone atlantico era di 13 anni. L’età dei salmoni è un dato certo poiché sulle sue scaglie si può leggere la durata della loro vita, alla stregua dei cerchi che determinano l’età degli alberi. Infatti il numero di scaglie sul corpo del salmone rimane invariato nel corso della vita ed esse crescono man mano che il pesce cresce. Le scaglie non crescono in maniera costante ma sul bordo esterno della scaglia stessa si formano degli anelli di nuovo materiale organico di pari passo alla crescita del salmone. La scaglia è composta da linee concentriche, al centro quelle formatesi per prime, mentre quelle esterne sono le ultime. Le linee formatesi in giovane età, cioè quelle più interne, sono molto vicine, mentre procedendo verso l‘esterno della scaglia, le linee si distanziano e indicano la fase di vita oceanica. Poiché il salmone cresce più velocemente durante l’estate, quando il nutrimento più abbondante permette un rapido accrescimento, queste linee saranno più larghe di quelle formatesi durante l’inverno, quando lo sviluppo rallenta. Così per gli studiosi è sufficiente contarle per stabilirne l’età.

Quando si rimane appostati per ore in attesa del passaggio di un grizzly nel torrente, le ore volano… sarà l’adrenalina e un mix di sensazioni oscillanti tra la paura e la tensione dell’attesa. Dopo ore trascorse rimanendo immobile dietro un tronco a scattare innumerevoli foto di orsi intenti al banchetto, era il mio turno… Volevo sentirmi un salmone! Non per finire nelle fauci di un grizzly, ma per risalire il torrente anch’io…

Con il sole allo zenit gli orsi si ritiravano nei boschi per il caldo intenso abbandonando il territorio di pesca e lasciando un po’ di tregua ai salmoni. Era il mio momento! Scrutando sempre attentamente intorno, avevo deciso di intraprendere il cammino dentro il torrente verso la sorgente, seguendo lo stesso itinerario di risalita dei salmoni.

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Addio a google map per raggiungere le destinazioni! Non sapevo esattamente quale fosse la mia meta, sapevo che non dovevo usare un navigatore ma semplicemente seguire i salmoni i cui sistemi di orientamento erano ben più antichi ed efficaci di qualsiasi tom tom.

Fortunatamente indossavo stivali da pescatore che mi permettevano una prolungata permanenza in acqua.

Improvvisamente mi trovavo così nel regno dei salmoni lungo quel percorso storico che periodicamente essi ripetevano. Mi sentivo onorata di condividere le loro acque, testimone di un percorso tortuoso e difficile. I salmoni sono molto sensibili agli infrasuoni, molto al di sotto del nostro limite di udibilità. Essi comunque non vocalizzano, quindi il loro udito infrasuoni non ha a che vedere con la loro comunicazione intraspecifica. Piuttosto li aiuta nella navigazione, rivelando la velocità differenziale di due strati d’acqua che scorrono l’uno sull’altro. Si ipotizza che il percepire le differenze di velocità dei diversi strati d’acqua li aiuti a rintracciare la fonte degli odori e, infatti, il salmone si serve di segnali olfattivi per fare ritorno al corso d’acqua natio.

Oltre ad osservare i loro agili movimenti, rimanevo incantata dalla bellezza dell’acqua del torrente che permetteva loro di compiere l’ultimo viaggio.

Camminare nelle acque di un torrente può anche farti sentire accompagnato dalla voce che ha ispirato scrittori famosi. Basti pensare al passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che descrive Renzo quando si trova in riva all’Adda. In seguito ad una serie di tumulti scoppiati a Milano, infatti, Renzo fugge e attraversa strade solitarie e paesi addormentati. Scartata l’ipotesi di chiedere ospitalità, supera i campi coltivati, si inoltra nella boscaglia e poi in un bosco che risveglia nella sua mente ricordi paurosi di fiabe ascoltate nell’infanzia.

In preda all’angoscia sta per tornare sui suoi passi, quando percepisce il mormorio dell’acqua: è la salvezza! (capitolo XVII).

“Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre”.

Continuavo la mia esplorazione avanzando nel torrente e a ogni passo corrispondeva un movimento dell’acqua. Camminavo lentamente e osservavo intorno a me il formarsi di cerchi concentrici dietro i quali si nascondevano le più complicate formule matematiche della meccanica ondulatoria. Si tratta di onde circolari, quelle il cui fronte d’onda è una circonferenza, come per esempio le onde prodotte da un sasso gettato in uno stagno, onde che si propagano in cerchi concentrici attorno al punto in cui il sasso cade.

Non perdevo mai di vista i salmoni che sfioravano i miei stivali e pian piano notavo che le femmine si fermavano in alcune pozze protette dai sassi, cercando il luogo più appropriato per deporvi le uova e altrettanto facevano i maschi pronti a fecondare le stesse… Poi, finalmente la pace, la maggior parte dei salmoni sarebbe sì morta di stenti, ma nello stesso luogo dove erano nati.

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E scrutando l’acqua e i suoi abitanti, mi veniva in mente il suggestivo dipinto di Giovanni Segantini dal titolo Ritorno al paese natio (realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1895). Già alla fine dell’Ottocento numerosi erano gli abitanti che si allontanavano dal Cantone dei Grigioni in Svizzera in cerca di migliori opportunità, ma talmente forte era il radicamento con la terra natale da non concepire altro che una loro sepoltura nel luogo in cui erano nati. Il dipinto rappresenta infatti la scena di un funerale in un’atmosfera serena in cui prevale il desiderio ultimo di tornare nel luogo natio.

Dopo un lungo cammino nell’acqua sempre dietro i salmoni era ora di fermarmi e sottrarre la mia presenza invadente. I piedi stanchi… quale migliore rimedio se non immergerli nella gelida acqua del torrente!

Due passi a piedi nudi nell’acqua tra i sassi e subito mi sentivo rigenerata. Camminare nelle acque gelide per qualche secondo era magnifico e ristoratore.

Recentemente mi trovavo per lavoro in un hotel a 4 stelle dotato di una attrezzatissima SPA… Tra i numerosi servizi offerti, il percorso in una piscina nella quale per un breve tratto viene immesso un getto di acqua gelida per rigenerare la circolazione delle gambe. Ripenso così al mio vagare nel torrente dei salmoni a piedi nudi. Non c’è fango in piscina, niente sassi spigolosi, nessun fondale irregolare… tutto è all’insegna della comodità e del comfort. Ma lo scenario del torrente in compagnia di frotte di salmoni è senza dubbio più stimolante e più eccitante… anche in presenza dei mosquito.

In lontananza una famiglia di grizzly. Era l’ora della lezione di pesca dove mamma orsa insegnava ai cuccioli a pescare. Era curioso notare come, mentre i cuccioli si gettavano con grande voracità sui salmoni, gli esemplari più vecchi sceglievano accuratamente cosa fosse veramente utile da mangiare per mettere su lo strato necessario di grasso per affrontare l’inverno.

La giornata volgeva alla fine. Aver seguito per un breve tratto quell’ancestrale percorso dei salmoni mi aveva reso partecipe di un mondo semplice nel suo equilibrio perfetto!

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L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente

L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente
di Marica Di Pierri (giornalista, attivista di A Sud e presidente del CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali)
(pubblicato il 9 agosto 2016 su http://www.huffingtonpost.it)

Marica Di Pierri
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Se, nell’accezione estensiva ormai unanimemente accettata, eroe è chi “dà prova di grande valore affrontando pericoli e compiendo azioni straordinarie”, come non includervi i tanti che, in controtendenza rispetto al dilagante individualismo, impegnano ogni energia nella difesa del territorio e dei diritti di chi vi abita? Distratti dalle ricostruzioni al microscopio operate continuamente da media e analisti di vario genere, stretti tra cronaca politica, quotazioni finanziarie e instabilità internazionali, è sempre più facile perdere di vista la realtà macroscopica delle cose: siamo tutti, nessuno escluso, abitanti di un pianeta al collasso, da esso dipendiamo e per tanto avremmo il dovere, o se non altro la necessità, di preservarlo. Per sopravvivere.

Chi vuol essere sfollato o privato dei propri mezzi di sussistenza? Chi vorrebbe vivere esposto ai veleni industriali o abitare accanto a una centrale altamente inquinante? Eppure gli attivisti ambientali che contro queste ingiustizie lottano (mettendo in discussione i meccanismi stessi di sfruttamento e produzione) non s’impongono, come parrebbe naturale, all’ammirazione di tutti: sono piuttosto vittime di tentativi di mistificazione, repressione, criminalizzazione, con gradi di violenza diversi a seconda delle zone del mondo e delle fasi storiche. E il prezzo che pagano per questo impegno è spesso troppo alto.

Ken Saro-Wiwa
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Ken Saro-Wiwa è uno dei simboli della lotta per la giustizia ambientale e per la sovranità dei popoli sul proprio territorio. Poeta e scrittore, figlio di una terra maledetta dall’estrazione petrolifera come la Nigeria, fu il carismatico leader del Mosop, il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, che all’inizio degli anni ’90 capeggiò una grande mobilitazione popolare contro la distruzione del Delta del Niger e per la redistribuzione della ricchezza prodotta dal petrolio.

Saro-Wiwa fu impiccato nel 1995 dal governo nigeriano assieme ad altri otto attivisti; prima di morire disse: “…Tutti noi siamo di fronte alla Storia. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra […] Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la nostra causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino“.

Chico Mendes
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Qualche anno prima, nel 1988, dall’altro lato dell’Atlantico, un altro eroe moderno veniva assassinato: Chico Mendez. Sindacalista e attivista brasiliano, Mendez era stato protagonista dalla metà degli anni ’70 della battaglia dei contadini raccoglitori di caucciù contro il disboscamento della Foresta Amazzonica. Più volte incarcerato e torturato durante le dure repressioni ai danni dei lavoratori rurali, ma mai domo, Chico Mendez fu assassinato dai latifondisti cui aveva contribuito a far espropriare i terreni. La sua figura resta, a quasi trent’anni di distanza, esempio di integrità, passione, impegno, coraggio.

Rischiare la vita per il proprio impegno in difesa del bene collettivo non è però circostanza confinata nei decenni scorsi. L’Ong Global Witness ha diffuso nel 2014 i dati raccolti nei precedenti 10 anni sugli attivisti ambientali uccisi: 908 persone in 35 stati, con un altissimo grado di impunità. La stessa Ong ha da poco diffuso il Report relativo all’anno 2015. I numeri sono impressionanti. Rispetto all’anno precedente, gli omicidi di attivisti ambientali sono aumentati del 60%: 185 le persone assassinate perché si battevano per i diritti della loro terra, tre ogni settimana, senza considerare che le stime sono da considerarsi al ribasso, molti omicidi avvengono in zone remote e dunque risultano difficilmente documentabili. Brasile (207), Honduras (109) Colombia (105) e Filippine (88) i paesi peggiori.

Proprio l’Honduras ci consegna una delle storie più drammatiche degli ultimi anni, la storia di Berta Cáceres, leader del popolo indigeno Lenca, in prima linea da anni nella battaglia per salvare il fiume sacro Gualcarque dalla costruzione di una mega diga ad opera del colosso cinese Sinohydro (in joint venture con l’honduregna Desa). Dopo aver vinto nel 2015 il Goldman Environmental Prize – il nobel alternativo per l’ambiente – e dopo anni di intimidazioni, Berta è stata uccisa durante un agguato nella sua casa nel marzo di quest’anno.

Berta Cáceres
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Le storie di attivisti uccisi, soprattutto in America Latina, sono purtroppo centinaia, ma se è vero che altrove nel mondo gli attivisti per la giustizia ambientale pagano a volte con la vita il proprio impegno, in Italia le forme di stigmatizzazione e criminalizzazioni sono più striscianti, ma non meno frequenti.

La dice lunga a proposito la recente inclusione di tre organizzazioni ambientaliste lucane, Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista (che ha recentemente deciso di sospendere le attività), No Scorie Trisaia e Scanziamo le scorie nella Relazione del Ministero dell’Interno su sicurezza e criminalità, che ne inserisce le attività tra le questioni rilevanti in termini di ordine pubblico anziché considerarle legittime istanze di protezione di diritti costituzionalmente garantiti. Un atteggiamento ancor più inspiegabile in un momento in cui il petrolio lucano è al centro di inchieste che coinvolgono dirigenti d’azienda, faccendieri, esponenti politici e in cui le evidenze sin qui raccolte dalla magistratura darebbero ragione alle denunce presentate dalle stesse associazioni considerate “pericolose”. Pericolose per chi?

L’attenzione che il nostro paese riserva alle emergenze ambientali e il conseguente clima di repressione possono d’altro canto ricostruirsi attraverso alcune recentissime storie personali.

Roberto Mancini
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La prima ha il viso aperto di Roberto Mancini, il poliziotto campano che per primo indagò sulla Terra dei fuochi, morto nel 2014 per il tumore contratto durante lo svolgimento delle indagini. Una vita dedicata a svelare gli intrecci tra imprese, camorra e politica nella gestione delle ecomafie; le sue inchieste furono a lungo ignorate e osteggiate, prima che la vicenda campana assumesse improvvisamente interesse per le cronache nazionali.

La seconda ha la grinta e il sorriso di Silvia Ferrante, attivista del comitato No Elettrodotto Villanova – Gissi, in Abruzzo, educatrice precaria e giovane mamma.
Per lei, e per il suo impegno contro l’infrastruttura energetica e l’enorme traliccio dell’alta tensione previsto a pochi metri dalla sua casa, la Terna ha riservato un trattamento speciale, intentando 24 cause – poi ritirate anche grazie all’intensa campagna di solidarietà e all’unanime denuncia di associazioni e cittadini – con richiesta di risarcimento di ben 16 milioni di euro.

Silvia Ferrante
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Altre storie di ordinaria ingiustizia arrivano direttamente dalla Valle diventata simbolo delle lotte ambientali italiche: la Val di Susa. Diversi attivisti NoTav sono stati e sono tuttora sottoposti ad aspre misure restrittive.
Tra essi Marisa Mayer, settantuno anni, costretta a recarsi quotidianamente in caserma e apporre firma sul registro perché considerata pericolosa: era stata fermata a bordo di un furgone considerato supporto logistico per i manifestanti.

Marisa Mayer, la Nonna No-Tav
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Analoga misura era stata chiesta per Nicoletta Dosio, storica attivista valsusina. Dopo il suo rifiuto l’obbligo di firma è stato tramutato in obbligo di dimora, con il divieto di lasciare casa sua tra le 18 e le 8. La Dosio ha già annunciato che non rispetterà neppure l’ulteriore misura: “Non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa. Non passerò gli ultimi anni della mia vita in ginocchio”.

Nicoletta Dosio
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Infine c’è il caso – eclatante perché apre una nuova, pericolosa breccia nel campo minato dei reati di opinione – di Roberta Chiroli, della Ca’ Foscari di Venezia, la ricercatrice condannata a due mesi di reclusione per concorso morale sulla base della tesi di dottorato da lei scritta proprio sul movimento No Tav, per raccontare i quali aveva incautamente utilizzato il pronome “noi“.

Vessati da inchieste giudiziarie o misure restrittive, stigmatizzati da media e politica e con cucita addosso ogni sorta di ingiusta etichetta, questi eroi senza armatura sono persone che ricordano ogni giorno a se stessi di essere cittadini e non sudditi. Per questo non si piegano. Eroi moderni, uniti dalla consapevolezza di non essere padroni ma parte del pianeta che ci ospita, ai quali c’è invece da essere grati perché di essi c’è disperato bisogno.

Roberta Chiroli
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I cannoni dei 3000

Sci alpino: i casi di Val della Mite e di Col Margherita (Moena) impongono una inversione di tendenza.
L’essenza stessa di ciò che realmente sono le montagne, unita agli effetti dei cambiamenti climatici, richiede alla comunità politica di impedire ogni spreco energetico, ogni velleitaria fuga in avanti e suggerisce sobrietà, intelligenza, rispetto degli ambienti naturali, specie all’interno di un parco nazionale.

Ormai il limite del buon senso è stato invece ampiamente superato, invadendo il territorio del tragicamente ridicolo. Gli impianti d’innevamento artificiale sono sempre più numerosi, più potenti e a quote sempre più elevate.

E’ del 31 agosto 2016 la notizia che la giunta della Provincia di Trento ha accordato (il giorno prima) il via libera ai cannoni sparaneve per innevare la pista della val della Mite, servita dalla nuova funivia Pejo 3000. Sarà senza dubbio l’impianto d’innevamento artificiale più elevato in Trentino: perfino in Marmolada e in Presena i cannoni si fermano attualmente ben al di sotto dei tremila metri.

Il clima sta cambiando? La giunta provinciale alza il tiro.

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Gli impiantisti di Pejo 3000 sono terrorizzati che si ripeta una stagione drammatica come quella dell’inverno scorso, così povera di precipitazioni che la moderna funivia che sale da Tarlenta ai Crozi Taviela (dove c’era una volta il rifugio Mantova 3073 m, da non confondere con il rifugio Mantova al Vioz 3535 m) entrò in funzione solo a febbraio (per un paio di giorni alla settimana) mentre la pista della val della Mite fu aperta agli sciatori solamente il 3 marzo.

Lassù, se la neve manca, o se è poca, i problemi per sciare sono enormi: il terreno è caratterizzato dalla presenza di massi più o meno grandi, per poter scendere con gli sci di neve ce ne vuole davvero molta.

E’ stato facile per i tecnici delle funivie, nella relazione sottoposta alla Provincia, dimostrare che la neve artificiale garantisce risultati migliori rispetto ai fiocchi naturali “che a quelle quote sono spesso leggerissimi, tanto che il vento li spazza da un versante all’altro rendendo inutili i lavori di battitura delle piste”.

Alla fine la Provincia ha dato il via libera al “più alto impianto d’innevamento del Trentino”, nonostante i dubbi avanzati già quattro anni fa, quando i cannoni sparaneve vennero autorizzati “solamente” fino a 2500 metri di quota: «Non sono emersi problemi dal punto di vista tecnico e ambientale, considerati anche i buoni risultati d’inserimento paesaggistico ottenuti con l’impianto realizzato finora» ha detto l’assessore Mauro Gilmozzi. Valutata l’incidenza ambientale, il nulla osta è arrivato anche sentito il parere di un Parco Nazionale dello Stelvio da poco privato di qualunque potere e rigorosamente a gestione ripartita tra Trentino, Alto Adige e Lombardia.

Certo che il freddo – fondamentale per i cannoni – a quelle quote non dovrebbe essere un problema. Ma l’acqua? Sono 170 mila i metri cubi d’acqua che gli impiantisti contano di utilizzare per creare – a inizio stagione – un fondo di circa 40 centimetri di neve artificiale che farà da base per i fiocchi naturali. Nessuna esitazione dunque a rifornirsi dalle sorgenti e dai laghetti, canalizzandoli e prosciugandoli completamente.

In più, al posto del vecchio rifugio diruto, c’è il progetto di realizzare a 3073 m un nuovo rifugio d’altissima quota, proprio alla stazione d’arrivo della funivia. Così lo scavo per le condotte dell’innevamento artificiale servirà anche per ospitare l’acquedotto e la fognatura che collegheranno la nuova struttura con la rete già esistente presso il rifugio Doss dei Cembri.

Il comunicato stampa di Mountain Wilderness
(2 settembre 2016)
Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sensate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile: sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le precipitazioni scarseggiano sempre più.

Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature.

Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere integri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 metri cubi di invaso), si porta l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel parco nazionale dello Stelvio. Una recente concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello.

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Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati quest’opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avvallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.

Riguardo agli impianti fognari e d’innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso all’intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine.

Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui versanti settentrionali dell’arco alpino, a esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni a essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli schemi del passato. Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono.

Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato.

E’ tempo di voltare pagina!

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La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

 

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.

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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2 (2-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Puntata precedente: http://www.alessandrogogna.com/2016/09/12/due-anzi-19-000-parole-con-alessandro-gogna-1/

Il grande alpinismo. Gian Piero Motti. La tragedia dell’Annapurna. Il Sud Italia.
Allora. Non abbiamo ancora parlato di alpinismo! Il tuo alpinismo. Prima di tutto, domanda banalissima: di quali delle tue salite sei particolarmente fiero?
Ovviamente delle cose più importanti. Quella che è riconosciuta come la più importante è sicuramente la Walker da solo. Sicuro, come solitaria. E poi come prima ascensione quella del Naso di Zmutt che è considerata ancora oggi come una salita con i fiocchi. Queste sono le due cose più importanti. Poi tutte le altre… Non è che siano tanto inferiori, ma insomma… Comunque sono tutte cose che ho fatto io, quindi gli voglio bene.

Ma come mai tante solitarie?
No, io ho fatto poche solitarie. Le solitarie le ho fatte quando ero piccolo.

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Come mai?
Te l’ho detto – non avevo compagni! Solo per quello!

Non perché volevi fare la solitaria in sé?
Assolutamente no! Ho fatto tante solitarie nell’anno ‘64, un po’ anche nel ‘65, poi ho fatto la Walker nel ‘68, la via dei Francesi al Monte Rosa nel ‘69, e poi ho smesso. Poi ne ho fatta ancora qualcuna negli anni ‘90. Sono poche, non ero il Renato Casarotto che andava da solo perché voleva. Assolutamente. Le prime solitarie degli anni ‘63, ‘64, ‘65 le ho fatte solo perché non c’erano dei compagni. Infatti andavo a fare salite che erano già state fatte; non è che cercavo la prima. Non era questo il problema. Nel ‘68 e nel ‘69 ho fatto invece due solitarie dove volevo fare la prima solitaria. E poi invece quelle ultime degli anni ‘90, ero un po’ in…

… crisi mistica?
Crisi mistica… Non proprio banali, le ho pubblicate sì e no, nel senso che non gli davo una grossa importanza – fare la prima solitaria della via di Angelo Nerli (1956) sul “pilastro di sinistra” della parete sud del Monte Altissimo nelle Apuane (31 ottobre 1993), non è che era roba da mettere su una rivista. Può darsi che l’abbia detto in giro, come sto facendo adesso, che ne abbia anche scritto, così… Oppure un’altra solitaria (29 agosto 1993), sempre nelle Apuane, la via dei Carrarini sulla parete nord del Monte Sagro… Difficile, perché sulla parete più infida ed erbosa che tu ti possa immaginare…

Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 29 agosto 1993
Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 5.09.1993

Parlando di marcio: lo Scarason, la prima ascensione della parete nord-est nel ‘67?
Sì, è marcissimo! Adesso un po’ meno, perché a furia di passare, la roccia si è un po’ pulita. Siamo più o meno a 20 ripetizioni adesso.

Che importanza aveva per te?
Te lo posso riassumere in questo modo: nel ‘67 non era ancora nato il pensiero della “libera”. La libera intesa come progressione senza aiuto dei chiodi è venuta più tardi, nel ‘72, ’73, il famoso bollino giallo dei francesi alla base delle vie fatte in libera, poi la free ascent dell’Inghilterra, poi il rotpunkt dei tedeschi… Comunque per quello che riguardava le Alpi, il movimento è arrivato nei primi anni ‘70, prima non c’era. Nel ‘67 ero ancora in piena cultura dell’arrampicata mista, con scarponi, attenzione, con scarponi, quindi lo Scarason è stata la massima realizzazione dell’arrampicata mista – libera e artificiale – su calcare. E perché era la massima realizzazione? Perché le cose difficili venivano fatte sul marcio. Cosa che sulle Dolomiti, di così marcio, non era mai stato fatto. O meglio: magari era stato fatto ma usando chiodi a espansione. Che noi non abbiamo usato. Per questo ha segnato una tappa. Dopodiché è cambiato praticamente tutto. Nel ‘68 Messner ha fatto il Pilastro di Mezzo sul Sass dla Crusc, e poi pian pianino è arrivato anche il movimento della libera. Quindi è cambiato il discorso.

Alpi Apuane, Monte Sella e Monte Altissimo (parete sud) dai Prati del Pasquilio. Foto Roberto Pers
Monte Altissimo e Monte Sella dai Prati del Pasquilio , Alpi Apuane

Il Nuovo Mattino e Gian Piero Motti – quando è invece cominciato il tuo rapporto con lui e con il movimento?
Ho conosciuto Gian Piero alla fine del 1966. Siamo diventati molto amici e diciamo che lui mi ha dato molto di quello che sono state le sue teorie, il suo modo di vivere e, tornando un attimo al discorso di Oriente che ti facevo prima, anche lì Gian Piero ha avuto la sua importanza. Quindi c’è stato uno scambio sulla ricerca interiore, che ha fatto anche lui anche se poi è andato per altri binari. Gian Piero, sì, personaggio di riferimento.

E il Nuovo Mattino?
Ma sai, il Nuovo Mattino mi interessava fino a un certo punto, sì, dal ‘76 in poi ho pensato di fare queste salite cui prima non avevo pensato, salite in arrampicata libera, su falesie, su vie brevi. Infatti è da lì che poi è nato il libro 100 Nuovi Mattini, il libro “cult” che adesso stiamo ristampando uguale… Diciamo che dal ‘76 all’80 (il libro è poi uscito nell’81), il massimo delle cose che facevo era proprio questo genere di salite qua che rispecchiano perfettamente il Nuovo Mattino.

Cambiamo ancora completamente discorso. Tornando all’Annapurna del ‘73, per te deve essere stata una tragedia…
Sì, è stato un momento di crisi, sai, torni in Italia, insomma, costa un po’ dirlo, se invece dell’amico fraterno che era Leo Cerruti fosse morto un altro magari non sarebbe stata la stessa cosa; il fatto che è morto Leo, che era anche mio cognato, essendo il marito della sorella di Ornella, questo è stato veramente devastante. È stato devastante, anche per la stupidità della cosa, insomma ‘sta valanga che ha spazzato via il campo. E lì che ho cominciato a pormi delle domande anche se prima c’erano già stati dei morti tra cui Paolo Armando nel ‘70… Io mi guardo indietro e vedo che sono sopravvissuto, veramente.

In marcia verso l’Annapurna, agosto 1973. Da sinistra, Guido Machetto, Leo Cerruti, Miller Rava, Rino Prina, Carmelo Di Pietro, Gianni Calcagno
G. Machetto, L. Cerruti, M. Rava, R. Prina, C. Di Pietro e G. Calcagno verso l'Annapurna

Leo Cerruti al Campo 1 dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, Leo Cerruti al campo 1

Invece, parlando sempre di alpinismo, il tuo rapporto con il Sud dell’Italia sembra essere importante…
Questa è stata proprio una mia idea. Perché quando ho fatto i 100 Nuovi Mattini che era essenzialmente situato in Piemonte, Lombardia e in Liguria (in realtà c’era anche qualche capitolo dedicato al Lazio, alla Toscana e alla Sardegna), l’idea iniziale era di fare poi un secondo volume che comprendesse il resto, l’altra parte della Lombardia, il Trentino, l’Alto Adige, il Veneto, Friuli e magari anche qualcosa di Abruzzo. Ma non l’ho mai fatto. Perché? Perché ho fatto invece il Mezzogiorno. Cioè a un certo punto mi sono detto: “Invece che andare a cercare falesie già utilizzate, già salite, perché non andare invece in posti dove non c’è niente?”. Perché in Sardegna avevo visto che non c’era niente o quasi. Con questa idea per la testa mi è venuto in mente il titolo Mezzogiorno di Pietra. E quindi sono andato… Così, come scelta precisa.

E sei sempre legato al Sud?
Sì, sai, c’è da dire che dove c’è vuoto, c’è pericolo. Sempre. Ma diciamo che sono almeno una quindicina d’anni che io non vado più a fare salite su montagne con la neve, con le piccozze… ho tralasciato, proprio per una questione di età…

O forse dovevi semplicemente, riferendomi agli episodi che ci hai raccontato l’anno scorso, portare le tue figlie e Guya al mare, tra i “luridi bagnanti”, come li chiami tu…
Anche! I luridi bagnanti, brava… Poi dovevo portarle anche a sciare… Quindi mi sono un poco più dedicato al discorso esplorativo e ho continuato in quell’ambito. Per farlo seriamente devi andare al Sud, perché qui non c’è più niente. Qui hanno chiodato tutto. Puoi ancora fare delle prime in montagna; ma se vuoi stare più in basso devi andare in Sardegna o in Calabria o in Sicilia perché altrimenti trovi con difficoltà. Ecco perché per anni ho continuato ad andare al Sud, anche dopo aver fatto il Mezzogiorno di Pietra, infatti poi ho scritto La Pietra dei Sogni, libro sottotitolato viaggio alla scoperta del freeclimbing nel Mezzogiorno d’Italia.

Viaggi, roccia, mare, sogni, idoli. Passare da un gradino all’altro.
Ma viaggi soprattutto in Italia? Non ti mancano i luoghi lontani? Per dirti, io ho fatto un periodo lungo di viaggi in Nepal, Alaska, ecc., ma ormai è da 14 anni che non sono più andata così lontano; da una parte mi chiedo se sono i casi della vita, ma dall’altra, se sono sincera con me stessa, non ho neanche ‘sta gran voglia di andare così lontano… Forse in questo momento mi piace scoprire il piccolo…
Sì, credo che per quello che ti riguarda, tu possa fare riferimento esattamente alla mia esperienza. Per me è uguale. C’è stato il periodo dal ‘71 all’80 in cui ho veramente viaggiato tanto, credo di aver fatto quasi tre anni della mia vita in Asia, se faccio due conti siamo lì…

Io ci avrò passato un anno e mezzo…
Però devo dirti che francamente non è che senta la necessità di andare ancora. L’ultimo viaggio che ho fatto un po’ esplorativo, lontano, extra-europeo è stato nel Niger con Guya nel 2007. Ormai nove anni fa. A parte Wadi-Rum in Giordania con mia figlia Petra, il Niger è stato l’ultimo. È stato bellissimo. Poi sì, ho pensato che volevo andare in Oman, ma non siamo andati. In realtà ho sempre avuto in mente di andare nel Sud dell’India, ma questo non per l’arrampicata, bensì perché lì ritengo che sia ancora veramente il cuore più profondo dell’India. Poi mi piacerebbe andare in Giappone, non a Tokyo ma in giro nella campagna, la montagna del Giappone. Basta. Tutto il resto ti assicuro che non mi interessa. In Patagonia non sono mai stato, so che è bellissima, ma se devo scegliere, non ci vado. Il Nord mi interessa pochetto perché ci fa sempre brutto… L’Alaska sarà sicuramente bellissima ma non ci sono mai andato, mentre sono andato in Canada. In America sono stato ma non mi interessa, è troppo… Non c’è vita, insomma. Se tu vai in questi posti dove non c’è vita, a me non piace.

Guya in Niger, a sud di Tchiriken
Air (Niger), sotto a Tchiriken

Vita intesa come? Ti manca la profondità, la civiltà?
Se tu vai nel Grand Canyon, c’è solo natura. A me interessano la montagna e la natura con la gente. Mi piace così. Il resto mi piace anche, ma siccome non siamo eterni e tra poco bisognerà anche morire, se devo scegliere, saprei cosa scegliere. Sceglierei la parte abitata.

Cioè non ti interessa la natura come bellezza pura in sé?
No, mi interesserebbe se avessi 200 anni di vita…

Due, tre domande brevi per finire. Roccia o alta montagna?
(Riappare Guya che è stata al telefono per un bel po’, scherzano, gli deve pulire la verdura in modo che lui possa cucinare la sera per gli ospiti; lei afferma che lui pulisce male la verdura…)

Allora, roccia o alta montagna?
Attualmente roccia. Prima era abbastanza indifferente. No, avevo anche una grossa passione per le cascate, lo scialpinismo, ho fatto tanto…

Granito o calcare?
Uguale. Ma sai, anche lì, quando pianificavo imprese e salite cercavo di farlo inseguendo certi obiettivi; se l’obiettivo poi fosse qui o fosse là, non era molto importante. Quando ho smesso di fare questo, ho badato di più alle esigenze dei compagni. Ho piantato lì di fare grandi pianificazioni, quindi mi capitava di andare in un posto piuttosto che in un altro… Ma poi rimane comunque sempre una grande predilezione per le Dolomiti, questo sì. Non tanto quelle iper-frequentate quanto quelle meno conosciute.

Mare?
Il mare mi piace da guardare, non mi piace andare in spiaggia…
(Guya gli stampa un bacio sul fronte e lo prende in giro – “poverino… – non ti piace andare in spiaggia!”.)
Ma mi sarebbe piaciuto fare più barca a vela e mare; poi barca a vela, mare e arrampicata è il massimo!
(Guya scoppia a ridere – “infatti, il secondo viaggio di nozze l’hai fatto così, e lei era incinta, poverina!”…)

E invece parlando di idoli – tu, spirito libero, hai mai avuto degli idoli?
Non ho seguito idoli, è un bel po’ che penso che ognuno debba trovare la sua di strada. Può capitare di seguire altri però prima te ne accorgi meglio è. Ho delle figure che possono essere assimilabili a idoli ma fino a un certo punto – ce ne sono tante, sai, la storia di alpinismo è piena di figure di questo genere, ne è veramente zeppa. La gente ne conosce cinque o sei; tolti i famosi Cassin, Heckmair, Buhl, Bonatti, Desmaison e Messner – la gente non va oltre. Però se appena sai un po’ come sono andate le cose, se vai a scavare nelle vite delle persone, trovi delle cose bellissime. È proprio per quello che mi interessa la storia dell’alpinismo, certe figure, certe persone. Potrei fare un elenco lunghissimo, anche qualche italiano, ma gente che ho anche conosciuto, per esempio Joe Brown, Yvon Chouinard: sono personaggi di una grandiosità che non sappiamo.

In Un alpinismo di ricerca parli di voi come “sensation seeker”, alpinisti in cerca di sensazioni forti, ma poi parli tanto della contemplazione, della ricerca interiore. Alla fine cos’è più importante?
Io credo che sia importante partire da un gradino e arrivare a un altro, dove non necessariamente i gradini sono in salita. Possono essere benissimo in piano e quindi devi saltare da uno all’altro. Non necessariamente è una scala dove arrivi sempre più in alto.

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Bonatti invece mi diceva in un’intervista che per lui la vita era come una scala – intendeva tutto come una crescita, alla fine anche lui, interiore…
Io non sono di questa opinione. La fine non c’è in ogni caso – sia che tu vada in orizzontale o in verticale, la fine non c’è – l’obiettivo non lo raggiungi comunque! Perché il giorno che muori, muori senza aver raggiunto la fine… Rimane invece il discorso della salita o del piano – non do importanza alla salita, da un settore a un altro non è che sia facile –, ma ognuno usa l’immagine che vuole. La crescita continua sì, ma la puoi immaginare anche in un altro modo: un sub ti direbbe che per lui la crescita è addirittura in discesa. Io mi immagino una cosa piana, non me la immagino in salita, pur avendo fatto tutta la vita in salita, se vuoi. Anzi, forse per quello. Trovo che sia più facile immaginarsi passare da un gradino all’altro in piano invece di immaginarti la meta sempre lassù.

Fede?
Sono di un cattolicesimo del tutto inesistente. Sono battezzato. Non pratico. Non me ne frega nulla neanche dell’ateismo, perché credo che ci sia qualche entità superiore. Perciò sono agnostico, perché credo che non siamo in grado di capire cosa ci sia oltre a noi. Anzi, trovo che il capire chi siamo esattamente noi sia già un obiettivo enorme. Poi siccome in tutta questa ricerca alla fin fine tu ti rendi conto che il creato è talmente meraviglioso che comunque c’è qualche cosa sicuramente oltre a questo, allora alla fine sì, sono credente. Però in questi termini, non mi rivolgerei mai né ad Allah, né a Dio, né a Vishnu.

Sogni?
India del Sud, Giappone e Oman…

Il destino è nelle nostre mani…
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E nella vita più immediata?
Davvero, sto così bene qui in questo momento che non ho il desiderio di andare chissà dove. Capiterà. Magari qualcuno proporrà, allora si potrà valutare. Ma impegnarci noi due, facciamo questo e questo, non lo facciamo, vero Guya?
(Guya sta lavando le verdure dietro di noi, da un bel po’. Come sempre la sua risposta è dissacrante ovvero: essendoci Pussy, la gatta, non si può mica andare via…)

Invece sogni nel lavoro, in quello che fai?
Lì sì, mi piacerebbero tante cose, mi piacerebbe essere considerato di più come scrittore, questo sicuramente. La parola considerato va bene, non è che devo vendere 200.000 copie, mi interesserebbe essere considerato di più; se questo volesse dire vendere 200.000 copie, va benissimo… Poi quello che sto facendo adesso, certo, ci sto investendo parecchio, nel senso che credo possa diventare uno strumento davvero utile di formazione, di cultura, crescita generale anche mia e quindi sì, ci sto credendo parecchio.

Sogni intesi come ambizione in montagna?
Nessuno, se non di riuscire ancora adesso a fare il 6a, il 6b, magari chissà ancora qualche giorno un 6c…

Ma ci vai regolarmente?
Quando fa bello sì, tutti i sabati e domeniche. In falesia oppure vie più lunghe di 300, 400 metri, quello lo faccio regolarmente, quando vai in valle del Sarca è facile fare 300 metri. E sono sempre 300 metri! Poi il weekend scorso siamo andati in due posti diversi in falesia.

Come un giovincello, insomma!
(Guya, sempre lavando la verdura, interviene: “Ma lui è un giovincello!”)
Prima del discorso della tiroide magari se facevo un giorno di attività mi sentivo anche più stanco; adesso invece mi accorgo che sì, sono stanco, ma molto meno e recupero, due giorni di seguito ce la faccio tranquillamente, il terzo magari sono più stanco…

Lo spero bene! Lo spero bene che ti stanchi, se no mi fai stare male… io che mi stanco eccome anche se non ho neppure 50 anni…
Sai, almeno a 70 anni ci devi arrivare a fare certe cose…
(Guya aggiunge “si spera di arrivare così, ma chi lo sa come uno arriva ai 70”…)
Sì, se mi guardo attorno, ci sono pochi della mia età; qualcuno c’è, qualcuno che fa anche meglio di me, però sono pochi…

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Lo scrivere.
Cominciamo con una cosa semplice. In tedesco c’è una bella parola: Schreibwut (la rabbia di scrivere) – quindi “schreibwütig” sarebbe l’aggettivo per descrivere qualcuno che scrive tanto e volentieri, con tanta passione, quasi ossessione… Ma tu, quanto scrivi! Mi sono completamente persa in tutto quello che scrivi…
Ci sono tre modi per confezionare gli articoli che pubblico. Uno non è rabbia, ma è “copia e incolla”, e questo lo faccio, lo fanno tutti, si tratta di farlo in modo intelligente, citando quando devi citare, ecc. Due è il modo più veloce, quello di fare scrivere gli altri e aggiungere due righe di cappello iniziale: devo leggerlo e rileggerlo, ho le mie ossessioni di ortografia e grammatica, ma non devo scrivere.

Anch’io ho le mie fissazioni…
Ma tu sei perdonata per definizione essendo di madrelingua tedesca… Quindi nella rilettura impiego tempo, anche se la maggior parte dei lettori se ne frega. Ma è utile: andando a guardare i piccoli dettagli scopri anche cose più significative che non vanno. Poi c’è il terzo modo, quello più faticoso, cioè quando crei e scrivi tu. Lì ci sono altri problemi – devo sempre aspettare il momento buono. Per esempio mi hanno dato un piccolo libro di Alberto Paleari, una persona molto cara che soprattutto scrive molto bene. L’ho letto a novembre, passati dicembre, gennaio, l’ho fatto l’altro ieri. Due mesi di gestazione per una paginetta!

Mi sono sempre chiesta: quanto una elabora il testo nel suo inconscio?
Zero per ciò che riguarda il libro di Paleari. Altre volte invece sì. In questo caso è stato un rifiuto per un motivo quasi inconfessabile – la pigrizia… Pensavo “mi tocca scrivere qualcosa che interesserà poche persone, ma io non scrivo cagate, lo voglio scrivere bene” e già questo ti fa girare le palle perché sono fatto così. Io ho bisogno del pubblico o di illudermi di averlo. Perché, in questo caso, chi legge le recensioni? Pochi.
Invece poi ci sono gli scritti dove ci metti tanto tempo perché ci vuoi pensare bene. Ogni tanto mi trovo con dei fogli di carta con tanti appunti; perché magari mi alzo alle sei e mezza e la prima cosa che faccio scrivo appunti, che poi ritrovo. Sono casi diversi. Su alcuni scritti ci metti tanto, per altri sei più avaro.

Quanti libri hai fatto?
Tra libri, saggi e guide monografiche siamo a 56… più 27 contributi, 6 curatele e 4 traduzioni.

Ancora una cosa linguistica. Il titolo Un alpinismo di ricerca non è facile tradurre in tedesco. Ricerca in tedesco viene spesso tradotto con Erkundung, Forschung, ma nel senso di “universitario” il secondo e di “esplorazione” il primo. Invece si potrebbe dire un alpinismo che cerca, in cerca di qualcosa? “Auf der Suche?”
Sì, questo è il senso.

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La pervicace ricerca del destino inteso come autodeterminazione.
E allora arriviamo alla “pervicace ricerca del destino”. Anche lì ho un problema di concetto e di traduzione. In tedesco destino è Schicksal. È quello che arriva da fuori. Ma quello che intendi tu non è di più l’altra direzione, cioè la strada che cerchi tu?
Sì. È l’autodeterminazione. Il significato della parola destino è molto ampio; in questo caso destino è usato nel senso di ciò che succederà sia di fatti sia di emozioni, quindi non visibili, non toccabili, nel futuro di un individuo: che tu cerchi però di capire adesso e quindi nel momento in cui ti sei impegnato in questa ricerca, tu è come se ti autodeterminassi il tuo destino. “La pervicace ricerca del destino” è il far coincidere la tua ricerca con quello che i fatalisti potrebbero definire le cose che non dipendono da te. Invece io sostengo che dipende da te.

Appunto, è quella la mia domanda…
Dipende assolutamente da noi.

Ma c’è un quadro esterno “dato” – il contadino delle risaie del Vietnam, tu che sei nato a Genova, io che vengo da una famiglia a Berna in Svizzera – c’è una cornice primaria del destino che ci viene data da fuori?
Sì, almeno che uno non creda nelle reincarnazioni e in cose del genere. Non lo escludo ma non mi interessa. Francamente trovo che non abbiamo strumenti, almeno io, per andare a indagare un problema che è più grosso di noi. È come dire da dove veniamo, il cosmo, l’universo, chi l’ha creato – calma, sono cose estremamente importanti, però da qui a dire che io me ne debba occupare, questo nessuno l’ha scritto. Perché? Forse perché il mio destino non è quello! Io non vado a indagare sulle origini del mondo. Se lo faccio magari lo faccio sporadicamente partendo dalle cose che mi interessano di più. Non sono così. Se appunto non mi interesso di reincarnazione e ritengo che si nasce e si muore, anche la nostra anima viene prestata a un corpo. Accettando tutte queste cose, allora accetto anche lo spirito che sopravvive alla morte del corpo e che è presente già prima della nascita del corpo. Però non sono in grado di occuparmene. Allora lo accetto e sì, questo è destino. L’accettazione di ciò che vedi. Il passato comunque non lo cambi, non lo puoi cambiare. È vero che il tempo è un concetto nostro e che forse non ha tanta importanza nel cosmo. Comunque, se io nasco bambino che sta morendo di fame in Nigeria, quello è destino, in quell’ambito difficilmente tu puoi fare qualcosa.

In questo senso la pervicace ricerca del destino di cui parli tu è un lusso che ci possiamo permettere noi!
Sì, è un lusso che uno si può permettere solo dal momento in cui tu cominci a cercare qualcosa. Perché un bambino di due mesi non cerca niente, mangia, dorme, non cerca niente, è un animale ancora piccolissimo che vive di istinto e che è ancora dipendente dalla mamma. Lì la ricerca riguarda forse gli altri, quelli che dovrebbero o potrebbero fare qualcosa per questo bambino e che non fanno o fanno troppo poco. È una condizione precisa, non è neanche destino, avrà una fine precisa, la morte. Non c’è spazio per la ricerca.

Noi invece, come giustamente hai detto tu, abbiamo la possibilità, questo lusso che ci possiamo permettere. E quindi dopo una vita in cui ne hai fatte di tutti i colori alla fine, o anche a metà, cominci a interessarti del tuo destino. È come cambiare il significato della parola destino e darle il significato di realizzazione del proprio sé, come diceva Jung. Lui lo chiamava “processo di individuazione”.

Il destino
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Processo di individuazione è proprio tipicamente junghiano; autorealizzazione è più semplice da dire, è abbastanza la stessa cosa, però autorealizzazione è più limitato. Probabilmente si riferisce più che altro al proprio io, alla propria coscienza, al proprio piccolo destino. Perché destino può essere piccolo o grande. Piccolo – sono le cose di tutti i giorni, per esempio può essere che io fra due ore esca e incontri un amico. Di questo mi interessa poco. Mi interessa non avere incidenti e basta. Il grande destino è un’altra cosa. È andare a capire quello per cui tu sei fatto, la tua precisa individuazione. Allora dire autorealizzazione è riduttivo, io mi autorealizzo se per esempio riesco a comprarmi una casa, riesco a scrivere un bel libro.

Invece il destino è altra cosa, è veramente l’individuazione di tutto il nostro essere, del nostro conscio e del nostro inconscio. Situare il nostro inconscio in una realtà che sia in qualche modo accettata invece di essere esclusa come normalmente avviene. Ci sono dei contenuti esclusi, li abbiamo esclusi noi, come già diceva Freud. Siamo stati abituati a escluderli da piccoli, poi abbiamo continuato in questo processo. Di solito, quando c’è qualcosa di brutto e spiacevole, la gente lo esclude, lo emargina dal proprio pensiero. Questi sono i contenuti dell’inconscio personale. Poi ci sono quelli dell’inconscio collettivo, e lì la materia è ancora più complessa, più potente, perché c’è una potenza, un’energia enorme in questo inconscio, perché tanto è più collettivo tanto è più potente. La potenza di quello personale è assai relativa, in confronto. L’autorealizzazione è un piccolo gradino che riguarda solo la nostra coscienza, si potrebbe quasi dire la nostra soddisfazione. Capire per esempio se la moglie con cui stai ti va ancora bene o no.

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Infatti, magari tu capisci, appunto facendo la ricerca interiore, che anche se hai dei problemi con lei devi rimanerle assieme per altri motivi…
Sì, e questo complica ancora di più le cose. Però io cercavo di dividere ciò che ritengo a un certo livello (quello superficiale) e quello che è ad altri livelli più profondi, perché più vai giù, più la materia psicologica è potente.

Ma perché sento questa paura in te, nell’intervista La pervicace ricerca del destino – parte 2? Là ti sei fermato dicendo che era pericoloso andare avanti a parlare, che era un campo minato…
Il campo minato non è qui. Mi sa che hai fatto un salto un po’ grande… Volevo un attimo specificare, tornando al discorso iniziale della “pervicace ricerca del destino”, cosa intendo per destino. Credo di averlo spiegato dicendo che sostanzialmente intendo il processo di individuazione che è fatto di tante cose. Sia da elementi passivi che da elementi attivi. Io devo attivarmi per cercare e saper cercare, devo fare proprio il detective, molto pervicace, che non molla mai. Ma ci deve essere soprattutto la capacità di accogliere quello che ti arriva per conto suo. Lo sbaglio qual è? È quando il detective ha una sua ipotesi, questa ipotesi gli piace e dice “questo episodio me lo prova, quest’altro episodio me lo prova, caspita la teoria è perfetta, queste sono le vere ragioni perché è successo una determinata cosa, perché è colpevole una certa persona”. C’è chi si accontenta e dice “basta, lo accusiamo perché è colpevole”. C’è invece chi non si accontenta. Perché sente dentro una vocina che dice “no, guarda che non è così” – questa è intuizione, intuisce che deve cercare ancora, che c’è ancora un ragionevole dubbio e non si ferma finché questa vocina scompare. Deve essere assolutamente certo aldilà di ogni dubbio razionale ed emozionale. La pervicace ricerca è questa; e il destino è proprio l’unione della tua ricerca con i fatti che avvengono attorno di te, senza accontentarsi mai, anzi quasi sperando che non ci sia mai una fine. Perché io non devo né portare un giudizio su qualcuno, né condannare… Quindi cosa mi importa che questa ricerca abbia una fine, francamente? Ha un’importanza? No, l’importante è la ricerca. È che tu ti metti in questo flusso, perché è un flusso, ti metti in quest’energia e vai. A me aldilà di certe scomode e penose situazioni, questa è la ricerca che interessa, dove mi trovo a mio agio. Perché dico penose? Perché ogni tanto purtroppo ti trovi di fronte a cose che non sono per niente piacevoli.

Concretamente come ti dedichi a questa ricerca?
È molto variabile. Può essere la giornata in cui leggi, altre no, altre che dedichi solo ad ascoltare, ascoltare gli altri, ripeto, credo che ci siano molte maniere. Tutti gli strumenti sono validi. Attivi e passivi. Per me per esempio è importante sabato e domenica andare a scalare, mi piace, questa è una cosa attiva; il pericolo è che tu stesso o qualche tuo amico ti faccia delle lodi e ti metta in qualche condizione che tu lo fai più per il tuo ego che non per altro. Questo è il grosso rischio dell’alpinismo.

E non solo dell’alpinismo!
Chiaro. Devi starci attento. Io mi accorgo quando qualcuno arrampica solo perché vuole essere considerato, lo vedo, per me è lampante.

Ma nei tuoi primi anni di alpinismo, come mi hai detto tu stesso nella prima conversazione, volevi diventare il migliore – tanto ego e presunzione, no?
Ooohh, eccome!

Poi hai capito che l’alpinismo deve essere divertimento, espressione di te stesso in un altro modo…
Divertimento è una parola dalla quale rifuggo abbastanza, non la uso mai. Vedo un sacco di gente che dice di andare in montagna per divertirsi. Ma non è vero, va in montagna e soffre. Allora saresti un masochista… Non dico che non ci debba essere la sofferenza, la sofferenza sappiamo che c’è, però attenzione: dosiamo anche questo, io non voglio assolutamente fare un cammino di sofferenza! La sofferenza la lasciamo a quelli che si frustano la schiena. Io certamente non sento di dover espiare niente se non piccole cose… Altri dicono che si divertono, effettivamente ti diverti, ma dirlo dell’alpinismo è così riduttivo… lo trovo di una povertà totale, un divertimento così inteso mi fa schifo… (Ride).

Il significato odierno di “romanticismo”
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“Divertimento” è una parolaccia! Come “romantico” che, partendo dalla precisa corrente di pensiero storica, oggi è una parola che puoi usare anche per la carezza al gatto… Divertimento ha fatto un po’ la stessa fine. Divertimento se io intendo che la mia giornata, anzi già quando dormo, è normalmente una menata, allora a un certo punto “divertimento”, che bello… Vado a giocare a pallone, a bocce, vado al bar, vado ad arrampicare – questa per me è una visione estremamente riduttiva. Chi la usa è libero di farlo, ma vuol dire che non ci ha mai riflettuto neanche un po’. C’è gente che è così, ma io faccio fatica, ammetto, vorrei muovermi io per loro, ma è sbagliato.

Ecco perché alcune volte il silenzio. Il silenzio di fronte a certe cose. Parlando del campo minato, io mi riferivo a meccanismi di inconscio collettivo potenti difficilmente prevedibili, soprattutto mi riferivo alle tragedie. Allora di fronte alla tragedia il modo migliore per essere inosservati è proprio di stare zitti. Tu stai zitto, la gente pensa che tu sia addolorato, quindi tacciamo tutti e facciamo finta di niente. Ma di fronte alla tragedia occorre reagire; c’è chi piange, che piange per due anni, c’è invece chi azzarda ipotesi o comunque vuol capire, vuole rendersi conto quanto nella ricerca del proprio destino sia anche andare incontro alla morte. In questo tipo di ricerca più preciso, nel senso che metti l’accento su un punto particolare, lì andiamo secondo me nel pericolo di parlare troppo. Perché? Nel momento in cui tu parli con gli altri – presupponendo che tu voglia dire delle verità e di non parlare a vanvera – è certo che tu abbia una discreta convinzione che tu stia dicendo il giusto… ed è lì l’errore (Ride).

Spedizione al Lhotse 1975, Aldo Anghileri a Namche Bazar
Nepal, spedizione Lhotse 1975, Aldo Anghileri

Con Aldo Anghileri, cosa vi siete detti dopo la morte di Marco?
Aldo è una persona molto semplice. Gli sono stato e gli sono vicino. Quella del figlio è stata una morte plateale, una vera “uscita di scena”. Lì ho provato a scrivere quello che sentivo nel post Marco, a che punto è la notte?, che mi deriva da un libro di Fruttero & Lucentini, ancor prima dalla Bibbia (in latino “custos, quid noctis?”, guardiano, a che punto è la notte?). Nel mio post cerco di raccontare l’individuo Marco Anghileri più o meno come è stato ed è stato visto dagli altri, ogni tanto inserendo qualche iniezione tra le righe, tipo il titolo, la visione di lui sulla cengia, la notte. La notte prima di morire. Ad Aldo non ho detto niente, ma neanche a nessun altro. C’è stato qualche accenno in altri articoli, per esempio quelli su Casarotto, L’Insubordinato 1 e L’Insubordinato 2.

È un tema dove uno rischia sempre, se parla, di offendere, di far male, di scioccare. Chi vuole sentirsi dire che la morte in montagna era cercata?
Ma la gente lo dice tranquillamente, dice “è andato a cercarsela”.

Quello sì, ma è sempre rivolto al rischio, uno che ha preso troppi rischi, oppure uno che andava talmente tanto in montagna che ha sfondato il calcolo delle probabilità. Non è quello che dici tu. Per mio fratello scomparso in una valanga certi hanno detto che non aveva valutato abbastanza il vento che c’era stato qualche giorno prima. Ma alla condizione interiore in cui si trovava, chi ci pensava?
L’errore tecnico c’è sempre. Nel caso di tutti coloro che sono morti in montagna e di tanti altri. Andare in montagna è una scelta personale. Chi muore in guerra invece, al di là di qualche caso di volontariato, non lo fa per sua scelta. Prendiamo tutti quelli che sono morti in guerra, dove abbiamo il dovere di sparare, di cercare di uccidere, perché siamo in guerra. Questa è una situazione completamente diversa da quella di un Casarotto che va al K2, siamo d’accordo? Evidentemente, se uno muore in guerra, è purtroppo una situazione in cui la scelta personale è abbastanza ridotta se non esclusa. C’è un inconscio collettivo, anzi più di uno, ciclicamente di varie nazioni, che proprio è in stato di guerra, bellicoso; un inconscio collettivo di quello del tipo nazista, per dire, o quello fascista o quello degli americani che vogliono imporre la democrazia agli arabi (ma lasciamo perdere): queste forze sono basate su quello che è l’inconscio collettivo di una nazione. Che alla fine, se è più o meno calpestato, ridotto al silenzio (ci sono mille modi per fare che l’inconscio collettivo sia sempre più represso), esplode. E scatta una guerra. Ci sono i sogni; tu non hai mai sognato gruppi, tribù che si affrontano? Quando sogni una violenza tra gruppi, pensi “ma io che cazzo c’entro?”, stai lì a guardare e non puoi fare altro. Ti ripugna ma non puoi fare niente.

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Queste sono situazioni di inconscio collettivo represso che determina una guerra che fa delle vittime. Queste vittime avevano poco spazio di decisione – se tu diserti, c’è la prigione, forse addirittura la fucilazione. Tu sei una vittima, basta. Poi, certo, puoi distinguere, anche tra queste vittime c’è chi ha fatto bene, chi male, chi peggio. Ma in genere non c’era scelta, o pochissimo margine.

Invece nel caso di una situazione che si è liberamente scelta, alla quale si va incontro di propria volontà e della quale si sa benissimo che comporta dei rischi anche grossi (ma ci sono anche quelli piccoli), ci può essere per esempio la caduta in un crepaccio, dopo aver salito quasi tutta la Magic Line al K2 da solo, essere risceso e arrivato a dieci minuti dal campo base. La caduta in un crepaccio, quello è un rischio comune, il crepaccio poteva anche ingoiarlo al Monte Bianco, non c’era bisogno di andare fino al K2. Però è successo là. È vero che bisogna sempre stare attenti a non cadere in un crepaccio, questo lo sappiamo, però è anche vero che lui di rischi ne aveva superati una valanga di più; ed è andato a morire su un rischio più piccolo e più remoto.

Ritengo che in questi casi si vada ad affrontare pericoli abbastanza grossi ma anche piccoli che sono ugualmente pericolosi, potenzialmente letali: è un campo dove credo che dobbiamo esercitarci particolarmente. Perché lì abbiamo in mano una situazione più facilmente studiabile. Faccio un esempio: se una persona qualunque qui, il mio vicino di casa, muore in un incidente di strada (per carità, la tragedia è uguale, non è che io do importanza maggiore o minore alla morte in montagna), non ho lo spazio per andare a cercare nella sua vita. O meglio: vorrei cercare nella sua vita che cosa lo ha portato a quella soluzione. Ma è più difficile, perché invece nel caso dell’alpinista c’è la sua libera scelta di andare in quel posto lì e quindi è più facile andare a vedere cosa è successo. Non so se mi sono spiegato. Le motivazioni sono le stesse. Se uno muore in un incidente stradale ed evidentemente ha rinunciato alla vita, c’è stata una rottura, si è spezzato qualcosa ed è successo quello. Ma non è stata una sua scelta conscia. Quindi non posso dire che è un suicida o un tendenzialmente suicida.

Però può essere morto in un incidente stradale causato da lui o da un altro; e sono due cose diverse…
Certamente. Ulteriore sottodivisione. Uno che muore in un incidente stradale perché andava troppo forte o perché era ubriaco è già più vicino a quelli che muoiono in montagna. Mentre uno che muore perché cammina per strada e arriva una macchina da dietro fa parte di un altro discorso.

Ma anche in montagna c’è questa suddivisione!
Sì, ma c’è a monte l’accettazione di andare in un luogo pericoloso. È vero che è tutto pericoloso. Però insomma direi che è meno pericoloso stare in città su un marciapiede che non su un ghiacciaio.

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Parentesi: una delle cose che mi fa ridere di certi alpinisti, anche famosi, è quando ti dicono che l’autostrada è più pericolosa della montagna…
Ma no… Vabbè, è un modo di dire…

… e di tenere a bada le proprie paure, o no?
Che l’autostrada sia pericolosa, è vero, ma chiaro che la montagna non è la stessa cosa. Anche perché c’è un motivo alla base che differenzia le due cose, cioè che in autostrada tu hai a che fare con gli altri; se io prendo l’autostrada e so per certo che da Milano a Torino non c’è nessuno e io da solo in autostrada lancio l’automobile a 200 all’ora e scoppia una gomma, muoio colpito da una probabilità remota. E’ è un po’ la stessa situazione dell’alpinista: tu fai qualcosa al tuo limite, approfittando delle condizioni che te lo permettono, infatti l’alpinista sceglie tendenzialmente il bel tempo. Ma l’autostrada non è così. Più gente c’è che paga, meglio è per quelli delle società autostradali… E quindi tu ti esponi, sei in balia rispetto a quello che è imprudente, sbaglia e tu ci rimani – questo è un poco come la guerra. Nella montagna è raramente così. Sei sempre solo o quasi di fronte a te stesso. Se sei con qualcuno, ti allontani di meno dalla situazione normale. Parliamo della cordata, con un compagno con la sua vita interiore che può essere assimilabile alla tua. Quando partite insieme magari create un cocktail pericolosissimo per entrambi. Se di cinque persone quattro muoiono e uno rimane vivo – perché proprio lui? Tu lo sai? Io no. Però lasciami pensare che probabilmente non era il suo momento; ma non era il suo momento perché non era nella stessa situazione degli altri, lui doveva salvarsi. Questo è il campo in cui si può studiare e io ho studiato.

Torniamo al discorso iniziale; perché tacerne? Perché di una cosa di cui io ho abbastanza certezza, ma non posso dimostrarla, quando la dico è come se cedessi in qualche modo al mio ego. Se io parlo con un interlocutore di cose che non sono scientifiche, non dimostrabili e costui è uno che passa lì per caso, posso valutare se lui è ricettivo o no. Se non è ricettivo, lascio stare. Se è ricettivo, vediamo a che livello è, perché se è a un livello di curiosità e basta, senza emozioni dietro, senza vissuto, ecc., è come se non fosse ammissibile dargli delle spiegazioni che io non posso dimostrare.

Sarebbe anche un’arroganza tua farlo!
Sì, hai detto proprio la parola giusta: arroganza vuol dire che tu dai più importanza a te stesso, al tuo io, al tuo ego inflazionato, ingigantito, ingrandito. Si ingrandisce perché riesce a incuriosire gli altri, i quali ti dedicano la loro curiosità e questo fa piacere. Trovo che questo non vada bene. Sono certo che devi limitare questa cosa. Tanto più se può essere pericoloso. Non è soltanto che sbagli a inflazionare il tuo ego; se tu lo inflazioni in presenza di forze relative, pazienza, non è che succede un gran ché. Ma se tu lo inflazioni in presenza di forze potenti, allora lì andiamo incontro al più grosso pericolo che tu possa correre.

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Diciamo che un pericolo è 100 e non vogliamo che diventi mille. Pericolo 100. Nel momento in cui vado incontro o mi metto in una situazione di fronteggiare questo pericolo, come è stato misurato questo 100? Con una scala oggettiva? Va bene, accettiamo pure la scala che da 1 a 100 misura il pericolo. Ma nel momento in cui fronteggio questo pericolo, se sono sereno, con il mio ego a livello tranquillo, mi metto in posizione che valgo anch’io quasi 100. Valgo 100. Quindi 100 contro 100. Se invece il mio io è inflazionato, gonfiato, si crede di essere chissà cosa, gonfio di arroganza, di presunzione e del fatto che riceve molte lodi, allora da 100 scende. Diminuendosi lui, fa diminuire le tue possibilità di sopravvivenza.

Ma l’io inflazionato, nel campo dell’alpinismo, può essere anche l’io sotto pressione perché devi aver successo per gli sponsor, devi fare “risultati”…
Certo, anzi è il caso massimo. Lì devi star attento ad affermare con certezza determinate cose che francamente tu non sai, come per esempio Kukuczka vivesse esattamente questo problema; io non lo so. Posso valutare me, non gli altri.

Allora che insegnamento trai guardando le tragedie?
Vado a vedere piccoli segni. Se effettivamente c’era una tendenza a questo. Poi ci sono le persone che conosci bene e altre meno bene.

Ma quindi “campo minato” non perché è pericoloso per te nel senso che tu ti potresti perdere?
No, no. Anche. Io sì, posso perdermi. Perché ti prego di tornare all’esempio del 100 – 100. Tu hai un pericolo che è 100. Tu sei di fronte, lo devi affrontare, lo devi superare, scappare, sei in rapporto con questo pericolo. Se io accetto che il pericolo possa essere valutato da 1 a 100, e lo accetto, lo ammetto. Mi può andare bene. Non accetto che l’individuo che è di fronte, non abbia anche una sua valutazione, cioè c’è una gradazione dell’individuo che è più o meno pronto ad affrontare questo pericolo. Il pericolo quindi non è uguale per tutti. Come la legge… (Ride).

Energia cosmica da canalizzare
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Il pericolo non è uguale per tutti. Può suonare élitario, la gente lo può vedere come la differenza tra l’atleta super preparato e l’altro meno, ma io non intendo questo. Quindi non intendo che la preparazione di un individuo sia misurabile con la sua preparazione atletica. Anche atletica, certo. Se uno va a fare la Nord dell’Eiger ed esce da un intervento all’anca, certo che non va bene. Ma c’è soprattutto la preparazione psicologica, neanche psicologica, sarebbe riduttivo, ma la preparazione interiore. La condizione interiore.

Per me condizione interiore buona, valida, piena c’è solo se il mio ego è tenuto a bassi livelli. Bassi. Non è che non deve esserci; se non c’è più l’io, non c’è più vita. L’io è una candela, se questa candela diventa una lampada a 400 watt, non è la stessa cosa. Deve rimanere una candela che mi permette di muovermi, di mangiare, di bere, non di fare cose complesse. L’io non serve per fare cose complesse. L’io deve essere tenuto a livelli giusti. Se invece il fiume cresce e l’io si gonfia, mi mette in condizioni di inferiorità rispetto al pericolo. Ultima cosa: nel momento in cui io parlo, parlo e parlo corro questo rischio, di gonfiarmi.

Tu parli tanto di quest’energia incontrollabile dell’inconscio; mi sembra che tu ne abbia paura?
Sì, sì, certo che la temo.

Perché? E’ un’energia che ti ha portato vicino al suicidio come è successo a Motti?
Motti ha fatto una libera scelta, se vuoi chiamarlo suicidio, chiamalo suicidio. Ma è differente dire che lui non poteva fare altrimenti. La sua condizione finale era quella. Lui la riteneva il modo migliore per concludere. Non per un giorno, questa cosa è durata la bellezza di 8 anni, dal ‘75 all’83, un allevamento della propria Fine.

Parentesi: cosa è successo concretamente in quel ‘75? Cosa ha fatto Motti nella Valle di Lanzo? Ci sono tanti che scompaiono per tre giorni, fanno un po’ di autoriflessione… Ha fatto un trip?
Gian Piero non prendeva droghe. No, stiamo parlando della massima ricerca interiore; è una cosa non misurabile, non raffigurabile. Non lo so. Tu hai bisogno del dato concreto. Per certe cose non ci può essere. Se lo accetti bene, se no, no. Vivi in una condizione in cui – come la maggior parte della gente – ti affidi e ti fidi solo di quello che vedi, niente di male. Ma siccome al contrario mi sembra che tu sia molto, ma molto interessata, allora ti rimane da fare questo salto del fosso. E del dato concreto cosa ti importa? Nel momento in cui sento questa cosa come vera, perché c’è, cosa importa se posso misurarla o meno? Questo è un tuo gradino che nessuno ti chiede di fare. Io non posso fartelo fare. Né voglio.

Un altro approccio: Motti quando è uscito dalla valle cosa ha detto? cosa ha visto di più?
Christine, purtroppo fa parte di quelle cose di cui non posso parlare. Non vorrei creare misteri. Ma posso solo andare per esclusione. Non si è perso involontariamente; è stato tre giorni in stato di trance, senza assumere nessun tipo di droga, quindi l’ha fatto volontariamente, alla ricerca di verità che riguardassero se stesso e il cosmo. Questo te lo posso dire francamente. Oltre, posso dirti che non c’ero. Mi ha raccontato delle cose, ma non tutte. Anche lui con me rispettava delle regole come io adesso faccio con te. Anche lui doveva fronteggiare il pericolo che si gonfiasse, quindi lui ha fatto passare informazioni, ma sono informazioni veramente eteree, non terrestri. Quello che lui ha fatto, rimane un mistero; se qualcuno avesse potuto guardare, così, di sicuro avrebbe visto una persona seduta. E basta. Il mondo è comunque pieno di gente che ha fatto questo percorso.

Se guardiamo all’Oriente e pensiamo alla meditazione…
Esatto, non è il primo, non è l’ultimo.

Tu dici che ti sarebbe anche piaciuta quella strada.
Sì, anche se lui stesso mi ha avvertito del pericolo. È un pericolo; tu dici “ma hai paura?” Sì, ho paura, eccome! Paura di queste forze. Le forze che abbiamo dentro sono talmente potenti che non vorrei che si creasse una guerra dentro di me, capito? Non ho proprio voglia. Io vorrei indagare su queste cose senza scatenare le forze. Se si scatenano è finita, perché tu soccombi. Ne ho avuto la prova. Ho anche cercato di spiegare certe morti. Queste persone hanno scatenato veramente il mondo delle loro potenze.

… dei loro demoni…
Sì, demoni che però possono essere positivi. In genere lo sono perché ti permettono di fare delle cose alla Messner, alla Kukuczka, alla Casarotto, per anni gli hanno consentito di fare queste cose. Ma poi c’è un momento in cui bisogna fermarti. Non è detto che devi fermarti senza fare più niente; puoi anche fermarti e seguire altre cose, anche andando avanti ad andare in montagna, ma senza cedere all’escalation. L’escalation è esattamente la raffigurazione del proprio io che si gonfia. Per forza. Perché l’unica maniera che ha l’io, che crede di avere per stare di fronte a queste potenze, è di crescere anche lui e dire “io sono più forte”. Invece bisogna fare esattamente il contrario. L’io deve diventare una mosca, una pulce.

(continua)

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La soppressione della Forestale

Il professor Alberto Abrami, già ordinario di Diritto Forestale e dell’Ambiente nell’Università di Firenze, si esprime sulla Riforma del Corpo Forestale dello Stato recentemente soppresso da decreto legislativo del Governo.

La soppressione della Forestale
(come lo Stato si è sbarazzato della Polizia Forestale e Ambientale)
di Alberto Abrami
(pubblicato su http://www.pensalibero.it il 23 settembre 2016)

Il Governo può finalmente ascrivere a suo merito un fondamentale risultato che è stato fortemente perseguito dal Presidente del Consiglio e ora finalmente è stato raggiunto con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, in data 12 settembre 2016, del decreto legislativo che sopprime la struttura appositamente deputata alla repressione dei reati forestali e ambientali, ossia il Corpo Forestale dello Stato.

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Una struttura, questa, che era operante fin dall’epoca del Regno Sardo-Piemontese essendo stata istituita da re Carlo Alberto, e che godeva di un altissimo prestigio (in particolare nel mondo ambientalista) dalla gente del popolo, ai magistrati, ai docenti universitari. Tutti hanno fatto presente in mille modi l’irragionevolezza del provvedimento che faceva venir meno una funzione che , semmai, avrebbe dovuta essere potenziata, ma non è servito, né tanto meno, si è tenuto conto del livello di preparazione raggiunto, come della passione, che accompagnava l’esercizio delle competenze amministrative, oltre che di polizia, dei dipendenti del Corpo. Si può senz’altro dire che essi avessero l’orgoglio di servire lo Stato e, quindi la collettività nazionale in un settore di tanto rilievo sociale e, per questo motivo, era una delle pochissime istituzioni che funzionavano nel nostro Paese e, addirittura, funzionava bene.

Ci si domanderà, allora, come sia stato possibile addivenire a questa decisione, dal momento che la funzione veniva esercitata al meglio e le tematiche ambientali stanno acquistando una sempre maggiore rilevanza a livello nazionale e comunitario. La risposta è molto semplice, quanto desolante, e riposa sulla considerazione, più volte manifestata dal Presidente del Consiglio, che quattro Corpi di polizia fossero eccessivi, essendo presenti già la Guardia di Finanza, i Carabinieri e la Polizia di Stato, sicché non aveva senso far gravare sul bilancio dello Stato una spesa ritenuta superflua, per cui meglio, allora, eliminarla.

In realtà è davvero raro sentire il nostro Capo del Governo sottolineare l’importanza dell’ambiente e della sua tutela, sicché si ha proprio l’impressione che siano tematiche, quelle della protezione ambientale, che non rientrino, più di tanto, nel suo patrimonio culturale. Non è altrimenti è possibile spiegare la soppressione di un organismo avente il fine specifico di far rispettare quel complesso di norme che, appena dieci anni prima, hanno costituito addirittura l‘oggetto di un apposito Codice, quello appunto, dell’Ambiente.

Che poi il Corpo Forestale esercitasse, oltre che funzioni di polizia, anche funzioni di natura amministrativa (come sopra si è accennato) decisamente rilevanti a livello dell’interesse nazionale, questo non era neppure stato preso in considerazione dal legislatore delegante. E però una tale situazione ha dovuto essere normata dal legislatore delegato nel momento stesso in cui ha proceduto alla soppressione del Corpo.

Allora ci si è resi conto che, fra le varie competenze amministrative, il Corpo Forestale gestiva tutta la proprietà forestale statale che all’epoca del decollo dell’ordinamento regionale era residuata allo Stato a motivo della sua peculiarità naturalistica, e, in gran parte, ma non nella totalità, ricadente nei territori costituiti in parco e riserva nazionale. Un patrimonio forestale di 130 mila ettari affidato alle cure di una particolare struttura interna al C.F.S.

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Torneremo fra poco su questo tema, perché ora ci preme mettere in evidenza come nella legge di delega si parlasse di “riorganizzazione” del Corpo Forestale ed anche del suo “eventuale assorbimento” in altra forza di polizia, facendo ritenere che la specificità e l’unitarietà delle competenze sarebbe stata salvata, ma alcuna garanzia in questo senso si rinviene nel decreto delegato, anzi si assiste ad uno smembramento del Corpo divenendo destinatarie delle funzioni, oltre all’Arma dei Carabinieri, anche la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato, a tacere dei Vigili del fuoco destinatari anch’essi di funzioni, peraltro, secondo la previsione della legge di delega.

Di certo si può affermare che un patrimonio di esperienze specialistiche di assoluto rilievo per l’interesse pubblico, accumulate nel corso di oltre un secolo e mezzo di attività, ed esercitate, a parere di tutti, in modo encomiabile, viene disperso in cambio di una diminuzione della spesa di bilancio che si può definire irrisoria o pressoché tale. Si potrà osservare che questa somma di esperienze potrà essere recuperata se non immediatamente, col tempo. Intanto ammettere che ci vorrà del tempo, come è inevitabile, per condurre a regime la situazione che si è venuta a creare, significa che questo dovrà essere scontato dall’interesse generale che ne pagherà le conseguenze, oltre agli stessi interessati.

Ma poi come sarà possibile recuperare il cumulo di esperienze che costituiva la tipicità del Corpo Forestale se questo è finito in un gran calderone dove l’identità si è dispersa, oltre che confusa, poiché il fine principale dell’Arma dei Carabinieri è il mantenimento dell’ordine pubblico e il Ministero di riferimento è quello della Difesa per cui viene previsto nel decreto che gli addetti al Corpo Forestale dovranno fare un apposito corso di militarizzazione, loro che per statuto sono un corpo “ad ordinamento civile specializzato nella difesa del patrimonio agroforestale e nella tutela dell’ambiente, del paesaggio e dell’ecosistema?”

C’è ancora, in tale, già palese, disfunzione istituzionale, un fatto che ha, per questo aspetto, del clamoroso. Esso riguarda la gestione del patrimonio forestale dello Stato, al quale sopra abbiamo fatto cenno, e che dall’epoca della sua originaria istituzione, nella seconda metà dell’800, viene gestito dal Corpo forestale. Con la soppressione del Corpo, in mancanza nella legge di delegazione di alcuna indicazione al riguardo, perché le funzioni amministrative del Corpo forestale vengono ignorate dal legislatore delegante, anche questo complesso di beni è stato trasferito all’Arma dei Carabinieri, con il risultato che dei militari si trovano a dover gestire dei beni statali qualificati dalla legislazione di interesse naturalistico e, quindi, riconducibili alla materia “ambiente e tutela dell’ecosistema“. Ma come spiegare, secondo la logica che presiede alla distribuzione delle competenze fra i vari Ministeri questa collocazione? Intendiamo dire come si spiega rispetto ad un ordinato assetto istituzionale, che una tale funzione amministrativa divenga di competenza del Ministero della Difesa quando esiste il Ministero dell’Ambiente al quale quel complesso di beni indubitabilmente afferisce? Ci sarebbe anche da chiedersi come sia stato possibile che nessun Ministro, nel momento della delibera governativa del decreto delegato, abbia rilevato un tale squasso istituzionale; né il Ministero dell’Ambiente abbia rivendicato a sé tale gestione, considerando, fra l’altro, che esso è il “dominus” di riferimento nell’amministrazione dei parchi nazionali e delle riserve secondo la legge istitutiva. Evidentemente il Ministro, ha considerato questo complesso di beni come un fardello insopportabile per il suo Ministero anziché una dote che valorizzava il suo ruolo.

Sequestro in Comune di Plataci (CS): due cacciatori sono stati sorpresi a cacciare beccacce nel Parco Nazionale del Pollino
SoppressioneForestale-ComunePlataci(cs)Parco Pollino-beccacce

Un tale modo di far politica non può però costituire la normalità, anzi bisogna dire che esso lede il disposto dell’art. 97 della Costituzione il quale dispone, nel I comma, che la legge deve assicurare “il buon andamento dell’Amministrazione“. Di certo si può affermare che se si fosse trattato di un atto amministrativo, invece che di un atto del Governo avente la stessa valenza di un atto legislativo, qual è il decreto delegato, questo sarebbe stato giustiziato dai Tribunali amministrativi pe eccesso di potere.

C’è anche un altro aspetto di questa vicenda che merita di essere evidenziato: è l’indifferenza del Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste che, privato del personale afferente alla branca forestale, non ha mostrato alcuna reazione, nonostante che, non solo l’autorevolezza del Ministro ne venga a risentire, ma tutto quanto il settore forestale nel suo complesso. Un settore, quello forestale, che fino ad ieri era stato considerato strategico, sia sotto il profilo produttivistico (il legno rappresenta la terza voce passiva nella bilancia dei pagamenti) sia sotto il profilo dell’interesse ambientale per via delle numerose funzioni di interesse pubblico riconducibili al bene bosco. Evidentemente tutto questo è di poco conto per il Ministro, come per lo stesso Governo: il che spiega come nel progetto di riforma costituzionale del Titolo V, oggetto del referendum sospensivo, sia stata conservata alle Regioni, diversamente che in altre materie che sono tornate allo Stato, la competenza esclusiva in materia di Foreste, già disposta dalla sciagurata riforma del 2001, quando anche gli Stati federali trattengono a sé tale competenza in forza della sua tipicità che in questa sede non possiamo descrivere, ma che è facilmente intuibile. Una competenza che la Corte costituzionale era riuscita in parte a recuperare allo Stato attraverso una felice interpretazione della norma costituzionale.

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Prendersi cura di un rifugio

Prendersi cura di un rifugio
(rifugio Vincenzo Sebastiani 2102 m al Colletto di Pezza, http://www.rifugiovincenzosebastiani.it/)
di Ferdinando Lattanzi

Scendendo dal Rifugio del Lupo, nel catino montano in cui sono incastonati i pascoli dei Piani di Pezza, già mi accorgo che il cielo plumbeo che mi sovrasta interferisce con i bastioni rocciosi che delimitano la piana a sud-ovest avvolgendo la cresta del Colle dell’Orso e il Costone, ma in un’estate anomala come questa (dieci giorni fa, il 15 luglio, qui ha nevicato) non ci si può permettere il lusso di lasciarsi spaventare dalle nuvole, se si vuole approfittare del giorno di festa per sgranchire le gambe.

Quando lascio la macchina al Capo di Pezza qualche goccia di pioggia già lascia presagire l’epilogo ma, proprio prevedendo una giornata così, ho scelto questo percorso lungo il quale a meno di un’ora e mezza di cammino avrò l’opportunità di mettermi al riparo negli accoglienti locali del rifugio Vincenzo Sebastiani al Colletto di Pezza (Catena Velino-Sirente, Appennino Centrale, provincia di L’Aquila).

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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All’uscita della faggeta, la Valle Cerchiata fa già fatica a contenere i nuvoloni neri che le hanno rubato i colori dei fiori e dei prati e non permettono di apprezzarne il paesaggio “dolomitico” e per giunta ha incominciato a piovere, per cui abbandono l’idea di salire al Colle dell’Orso e mi infilo in tutta fretta nella piccola faggeta che mi proteggerà ancora per un tratto sul sentiero 1A che sale direttamente al rifugio dove inevitabilmente giungo bagnato.

In questa fine di un luglio recentemente imbiancato dalla neve, da queste parti può essere gradevole anche il tepore di un luogo chiuso e riscaldato dagli odori della prospiciente cucina che subito le mie papille gustative traducono in sapori noti.

Visto che il rumore della pioggia che picchia sui vetri scoraggia qualsiasi velleità escursionistica, conviene approfittare della rinomata cucina del rifugio e scambiare quattro chiacchiere con Eleonora Saggioro che con la Cooperativa Equo Rifugio lo gestisce.

Eleonora Saggioro
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Il tempo di questa strana estate stimola la conversazione sui problemi posti a chi lavora in montagna: i cambiamenti climatici che sono una realtà e spesso anche l’approccio catastrofista dei vari siti di previsioni meteo che scoraggiano chi avrebbe intenzione di avviarsi su un sentiero.

La pioggia, che non accenna a smettere, mi dà la possibilità di approfondire la conoscenza delle problematiche legate alla gestione di un rifugio posto in un vero ambiente montano.

Mentre faccio onore a un piatto di pecora alla cottora (o alla callara), che costituisce una delle specialità del Rifugio ed il principale piatto di carne della cucina tradizionale della montagna abruzzese, ascolto Eleonora che mi parla della sua avventura come rifugista.

Il mio primo anno di lavoro al rifugio è stato quasi casuale, era il lontano 1992, io avevo 22 anni ed il rifugio 70 (l’inaugurazione risale al 1922, NdR), cercavo un lavoretto estivo ed essendo appassionata di montagna ed iscritta al CAI già da diversi anni, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione.
Il rifugio all’epoca era gestito da Lamberto Felici, che in quegli anni si divideva tra le gestioni del Sebastiani e del Duca degli Abruzzi al Gran Sasso.
Così nel 1992 e nel 1993 sono stata lì per brevi periodi, eravamo lì a presidiare, non esistevano ancora i telefoni cellulari quindi non si sapeva mai bene quante persone sarebbero arrivate, a pranzo, a cena e a dormire. Ma non era strano come potrebbe sembrare ora, quel che c’era da mangiare si divideva tra le persone che arrivavano, tutto qui… e poi c’era sempre la possibilità di cucinare un bel piatto abbondante di penne all’arrabbiata e fare contenti tutti”.

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Allora oltre ai cellulari, immagino che non ci fosse neanche la corrente elettrica che adesso producete con i pannelli solari, niente a che vedere con la situazione attuale e con l’idea di rifugio che abbiamo oggi.
Certo, non c’erano i pannelli solari, quindi cucinavamo con torce e frontali e si cenava a lume di candela.
Mi fa piacere raccontare questa prima avventura al rifugio perché l’aver vissuto quel periodo e quei disagi ha profondamente influenzato il mio modo di gestire oggi il Sebastiani. Naturalmente ora siamo sempre prontissime, primi, secondi, dolci, posti letto prenotati, compleanni, torte, addirittura feste di matrimonio, ma quando arrivano all’improvviso persone non previste e bisogna organizzare una cena al volo, mi ricalo in quei tempi e nel piacere di accogliere e dare riparo. Che poi è stato quello che mi ha fatto decidere di restare…
”.

E che poi è… o dovrebbe essere… lo spirito con cui affrontare la gestione di tutti i rifugi. Poi allora il rifugio doveva essere molto più piccolo, a guardarlo dall’esterno si riconosce bene il corpo originario.
Sì, era costituito soltanto dall’attuale sala da pranzo e dalla camerata nel piano superiore, infatti negli anni dal 1993 al 1997 il rifugio è rimasto chiuso perché necessitava di un ampliamento che comprendesse una cucina, un bagno, un alloggio gestori.
Dal ‘97 al 2000 accogliendo l’invito del CAI di Roma abbiamo ricominciato a presidiare il rifugio nel mese di agosto e, a volte, in inverno. In attesa dei lavori eravamo lì a cucinare e così raccoglievamo fondi per l’ampliamento.
Naturalmente il nostro è stato solo un piccolo contributo, il CAI di Roma intervenne in modo sostanziale, ma il segno più importante l’abbiamo dato stando lì e mantenendo vivo e presidiato il luogo
”.

Interno del rifugio
PrendersiCuraRifugio-05 Rifugio Sebastiani

Probabilmente senza il vostro attaccamento il Sebastiani sarebbe rimasto uno dei tanti rifugetti non gestiti che spesso si incontrano sulle nostre montagne, che generalmente, diciamolo pure, non costituiscono un esempio di decoro.
Non è strano. In Appennino siamo pieni di luoghi del genere, di Sebastiani modello anni 80/90. Poco più di bivacchi, estremamente essenziali, con reti per dormire e bombole per cucinarsi qualcosa all’occorrenza.
L’incontro prima tra Lamberto Felici e il rifugio, poi tra noi dell’Alpinismo Giovanile del CAI di Roma e il rifugio, ha fatto prendere al Sebastiani una strada diversa rispetto ad altre strutture.
Quando mi parlano di strutture ‘difficili da gestire’ o in cui ‘manca tutto’, o quando mi vengono a chiedere consiglio persone che non sanno come cominciare, mi piace ricordare quei tempi, una condizione ben diversa da quella che si può vivere oggi al Sebastiani.
Ci siamo presi a cuore questo luogo, ne abbiamo avuto cura, e lui si è preso cura di noi. Già all’epoca moltissimi escursionisti frequentavano il Colletto di Pezza, molte persone di Rocca di Mezzo salivano raccontando delle loro avventure da ragazzi con amici, di notti passate nei freddi locali del Rifugio; ci rendemmo conto che erano molti a voler bene a quel rifugio e, il loro rapporto con il luogo, si rafforzò con la nostra presenza lì.
Arrivare al rifugio e trovare qualcuno ad accoglierli, con un piatto caldo, un caffè, un luogo che cercavamo di scaldare, un luogo abitato, tutto questo ha aumentato l’interesse ed ha spinto le persone a dare una mano quando potevano.
Molti salivano sempre portando qualcosa nello zaino, chi una pagnotta di pane, chi il giornale, chi una marmellata fatta in casa o pentole che non usavano più. Ripensandoci ora mi rendo conto che serviva semplicemente qualcuno che cominciasse, come spesso accade in molte cose
”.

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E’ vero quello che dici… quando si entra qui si ha l’impressione di essere giunti a casa di amici… non deve essere facile tenere insieme l’interesse economico della gestione con lo spirito dell’accoglienza che un rifugio non dovrebbe mai perdere.
La gestione di oggi della Cooperativa Equo Rifugio (nata nel 2001) rimane profondamente legata allo spirito di allora. Naturalmente oggi tutto è molto diverso, la frequentazione è molto aumentata, spesso vengono persone che non conosciamo, purtroppo il nostro rapporto con le persone, soprattutto nei giorni intorno a Ferragosto è troppo superficiale e da ‘ristoratori’. Cerchiamo sempre di scambiare qualche parola con le persone, la gente rimane sempre molto curiosa di sapere cosa ci facciamo lì, da quanto tempo siamo al rifugio, come facciamo con l’acqua, con l’approvvigionamento, mi hanno addirittura chiesto come fanno i miei figli ad arrivare a scuola per tempo… Con calma cerchiamo di rispondere a tutti, capisco che possa sembrare una vita assurda per molti e tento di non ridere immaginando i miei figli che partono con gli sci da Colletto di Pezza, diretti al liceo di Roma.
Durante l’estate, dal 2003 a oggi, al rifugio organizziamo una serie di eventi culturali, dai concerti alle serate di osservazione delle stelle, presentazioni di libri, laboratori di cucina tradizionale abruzzese. L’idea è quella di creare un interesse diverso intorno al rifugio, dando al luogo stesso il ruolo di punto d’incontro in quota. Anche l’organizzazione degli eventi risente dello stesso spirito di gestione di cui parlavo prima.
Tutto nacque abbastanza per caso con un concerto di amici a Rocca di Mezzo. Chiesi se erano interessati a suonare il giorno successivo al rifugio.
Accettarono e subito partì l’organizzazione del trasporto del contrabbasso. Il nodo principale dell’evento divenne il trasporto del contrabbasso più che il concerto stesso: gente che si alternava nel trasporto, chi dava consigli, chi intratteneva i trasportatori… questo per far capire che si poteva dare una mano e aiutare la vita del rifugio sia portando del pane che portando un contrabbasso
”.

Rifugio Vincenzo Sebastiani
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Sì… mi sembra che tutti noi che frequentiamo il Sebastiani lo sentiamo un po’ nostro… ne è testimonianza anche la partecipazione avuta nella manutenzione dei sentieri.
Con lo stesso spirito abbiamo affrontato anche l’evento di ripristino e manutenzione dei sentieri, tentiamo di coinvolgere persone che normalmente frequentano il rifugio come avventori, contribuiscono nel loro piccolo e ciò li lega al luogo in un modo diverso, più profondo. Ci facciamo carico anche di questo aspetto del territorio perché riteniamo che bastino piccoli accorgimenti per rendere le gite più piacevoli e sicure mettendo gli escursionisti nelle condizioni di evitare spiacevoli avventure. A questo scopo abbiamo scelto di utilizzare come guide per le iniziative del Rifugio (per esempio cene al rifugio con ritorno a valle, week end al rifugio) esclusivamente professionisti, cioè Accompagnatori di Media Montagna e Guide iscritti al Collegio delle Guide Alpine. Notiamo con piacere che intorno al Rifugio si sta generando un circuito virtuoso che contribuisce a creare opportunità di lavoro per molti: per chi ci lavora direttamente, per gli Accompagnatori, per i piccoli produttori locali che hanno trovato un luogo in cui far conoscere e apprezzare i propri prodotti, per chi viene a presentare il proprio libro di montagna… insomma, visto il crescente interesse per l’escursionismo e per le attività di montagna che vanno al di là dello sci e degli impianti, sarebbe opportuno cominciare a moltiplicare situazioni del genere. Consentire alle persone di avere cura di un luogo, creando anche delle occasioni in cui poter fare concretamente, le rende indissolubilmente legate al luogo stesso e quindi al loro territorio”.

Scheda del rifugio Vincenzo Sebastiani

Ferdinando Lattanzi, Accompagnatore di Media Montagna ([email protected])
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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1 (1-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Gli inizi. Montagna, studio, lavoro in cerca della propria strada. Da Genova a Milano.
“Studiandoti”, ho trovato numeri diversi riguardo alle tue prime ascensioni, 150, 250 o 500. Quante erano?
È vero. Diciamo che tutte e tre le cifre sono vere. Quella di 500 è vera se prendiamo in considerazione anche le ascensioni brevi, cioè tutte le vie che vanno dai tre, quattro tiri in su, non solo sulle Alpi, ma in giro per tutto il Sud, Sardegna, Sicilia: allora arriviamo a 500. Se consideri solo le prime ascensioni alpine, allora siamo sull’ordine delle 250. Se prendiamo quelle che hanno anche un “senso” alpinistico, non solo arrampicatorio, siamo a 150. Vedi tu…

Andiamo ai tuoi inizi. Da che famiglia vieni? C’era il “gene” alpinistico?
No, in casa mia non c’era alcun gene della montagna. Mio padre andava a funghi e basta… Però ti posso raccontare che è successo tutto d’improvviso: a sette anni, dopo aver passato un inverno brutto perché avevo fatto due bronco-polmoniti, ero stato parecchio a casa, il medico ha detto questo bambino va portato un po’ in montagna, perché fino ad allora eravamo solo sempre stati a casa di mia nonna in campagna. E quindi mi hanno portato in Valsugana. A 800 metri di altezza, un paese di nome Bieno. E lì dove ho visto il famoso tabellone escursionistico – è stata una rivelazione improvvisa, era il primo o secondo giorno dopo essere arrivati. Per me era tutto fantastico… Era stato fantastico il viaggio, non facevo distinzione tra montagna o i filari di pioppi in pianura; io non avevo mai visto la pianura in vita mia! Venivo dal mare, per me già la pianura era una cosa diversa… Poi Milano, la stazione di Milano… C’era come fondo questa capacità di meravigliarmi, di emozionarmi per le cose che vedevo. E quindi arrivati in questo paesino dove non conoscevo nessuno, accompagnando la mamma e la nonna a fare la spesa, c’era il tabellone dipinto a mano con i sentieri, le gite da fare. La prima cosa che feci, senza dire niente a nessuno, fu di tornare a casa, prendere un foglio bianco, le matite colorate; poi sono tornato di corsa – manco si sono accorti, quasi, che ero sparito – e ho copiato il tabellone, l’ho disegnato. Ce l’ho ancora, se vuoi te lo faccio vedere!

Con mia madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948. Foto: S. Del Boccio
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da lì, i giorni dopo, ho cominciato a chiedere ai miei di fare delle gite – li portavo in giro io, stavo per fare 8 anni… Con la scusa di andare a prendere il burro alla malga dov’era più buono, dove costava meno. Poi facevo la raccolta delle cartoline, sempre in giro per paesi diversi per comprare le cartoline! E mi facevo delle gran camminate, da solo, ben inteso…

E scrivi che in quel momento avevi capito che questa sarebbe stata la tua vita…
Beh, non è che io in quei giorni ho firmato un contratto… Ma era così forte quella cosa: ero sicuro che avrei continuato a farla, solo, avrei anche cominciato a arrampicare. Avevo visto delle foto di gente che arrampicava, e questo mi aveva colpito. Quindi sono due cose legate. All’inizio salivo le frane, le frane di terra, se avessi perso l’equilibrio mi sarei ammazzato!

Dopo ho fatto un percorso non-classico, nel senso che andavo veramente da solo, autodidatta per almeno due anni. Sia da solo, sia con qualche pazzo come me che riuscivo a convincere ad andare…

(Rumori di sottofondo – “scusa, questo è il pane che si sta facendo…”.)

Quindi due anni nei quali andavo per conto mio e di nascosto. Di nascosto, perché i miei non volevano. Mio padre, quando si è accorto che avevo comprato dei chiodi e moschettoni, me li ha fatti riportare al negozio! Quando nel 1962 o ’63 andavo nelle palestrine di roccia vicino a Genova era sempre e solo di pomeriggio (in estate andavamo in Dolomiti, prima in Valsugana, poi nella Val di Fassa, ma lì era un altro discorso), ed era sempre di nascosto!

Avevo anche il materiale, tra cui la corda, arrivavo a casa al buio, magari alle 8 di sera e non potevo arrivare con la corda perché ufficialmente ero andato ad allenarmi a Cornigliano, lo stadio di Genova dove si faceva marcia e atletica.

Con mio padre Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980
A. Gogna e Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980

Allora dovevi imboscare la corda?
Qualche volta la lasciavo al compagno, qualche volta dovevo tenerla io, allora la mettevo in cantina ma lì tutta la notte rimaneva incustodita e io ero terrorizzato! Poi la recuperavo la mattina dopo, quando le cose erano più calme. Ma una volta o due, mi ricordo benissimo, l’ho lasciata al giornalaio, il giornalaio che era lì – “scusi, domattina passo a prendere, va bene se Le lascio questa borsa…?”! Dal giornalaio! Poi, finalmente, nel ‘64, ho fatto ‘sto corso di alpinismo e allora a quel punto le cose sono diventate ufficiali. Così ho avuto finalmente dei compagni, spesso più esperti di me. Perché questo era l’altro problema grosso: o andavo da solo o con compagni che non erano all’altezza… Magari erano come me, ma comunque erano impreparati. Si moriva in due piuttosto che da soli… E poi è anche successo, nel ’63, che il mio compagno Alberto Martinelli è caduto e si è spaccato un piede di brutto – tre mesi di gesso… L’ho raccontato di recente sul mio blog dove trovi sette, otto racconti di quei primi tempi. Ma andrò avanti perché ho un diario completo, ti farò vedere, ho cominciato a scriverlo nel ‘62 e fino al ‘66 sono andato avanti, poi basta. Dopo ho preso solo nota delle salite, ma il diario non l’ho più fatto.

Tuo padre cosa faceva di professione?
Aveva una ditta con i fratelli, era un grossista per macchine da scrivere e calcolatrici. Non c’erano i computer…

Forse da lì che arriva la voglia di scrivere! Comunque, scrivi che dopo il liceo sei andato in crisi…
Ma sai, la crisi era dovuta al fatto dello studio. Non avevo voglia di studiare! C’è stata una grossa delusione per aver seguito i consigli della nonna e aver fatto il liceo scientifico. Lei voleva che diventassi ingegnere. Io ci ho provato, ma francamente, guarda, non era il mio caso… Allora, nel ‘65, non potevi fare materie tipo lettere o filosofia (che era quello che io avrei voluto fare) se avevi fatto il liceo scientifico. Se non dando un esame integrativo di greco – di greco! – che avrei dovuto studiare l’estate, finita la maturità che c’era allora, che era una maturità bestiale in confronto a quella di adesso, non lo dico per dire, era molto, molto pesante… Io ho finito il 23 di luglio, sarei dovuto immediatamente partire con il greco per fare l’esame integrativo, altrimenti non entravo. Questo non lo potevo fare, io volevo andare in montagna, figurati. Così mi sono iscritto a ingegneria senza voglia di fare. Francamente sono andato avanti due anni senza far niente. Ecco la crisi da dove veniva. La crisi c’era perché io non sapevo bene cosa fare. E dopo due anni, insomma, ho capito: ingegneria niente e sono andato a fare legge. Però a quel punto, ormai… L’ho fatto solo per evitare il militare. Perché se tu eri iscritto a qualche facoltà non facevi il militare. Infatti ho fatto altri due anni di giurisprudenza, dopodiché ho detto basta, me ne frego e sono andato a fare il militare…! (Ride di gusto…)

Ornella Antonioli, Champoluc, novembre 1973
1973.11 Champoluc, O. Antonioli

Ma la tua passione per la storia dell’alpinismo, per lo scrivere, è già nata in quello stesso periodo?
Sempre della serie “se vuoi ti faccio vedere”: Ho lì una pila alta così di quaderni dove ho copiato le guide dei posti dove io volevo andare – Brenta, Monte Bianco, ecc. – copiate! Le fotocopie costavano troppo. Allora copiavo. A mano. E questo per dirti che avevo veramente voglia di sapere – più che di fare, di sapere. Cioè sapere per me era importante almeno uguale se non più importante del fare. È sempre stato così. E lo dimostra il fatto che passavo ore e ore a scrivere. Un conto era copiare, un conto era scrivere, cioè il diario, ma comunque scrivevo.

E quando sei riuscito a piazzare un primo tuo scritto?
Aldilà di qualcosa che forse avevo fatto sul bollettino del CAI-Sez. Ligure, la prima roba è stata dopo la Walker. Ho fatto la Walker da solo, ma anche lì la cosa è divertente: avevo deciso di farla da solo a gennaio-febbraio 1968. Dopodiché, immediatamente, ho cominciato a scrivere la storia dello sperone Walker…

Che poi sarebbe stato il tuo primo libro, vero?
Sì, lasciando in bianco il capitolo della solitaria non ancora fatta! E quindi quando poi l’ho fatta a luglio, è stato un attimo finire il libro, che poi mi ha stampato l’editore Tamari.

A Gino Buscaini avevi scritto una lettera per proporgli una collaborazione nella stesura delle guide CAI-TCI?
Era stato contemporaneamente, siamo sempre nell’estate del 68. Io avevo capito che non avrei mai fatto né l’ingegnere né l’avvocato, correvo sempre di più in montagna, e quindi mi stavo guardando intorno e avevo scritto a Buscaini, che allora era il responsabile per la collana e che invidiavo (pensavo, caspita, fa esattamente quello che vorrei fare io), molto timidamente gli avevo scritto una lettera in cui chiedevo se c’era modo di aiutarlo, di collaborare in qualche modo. La risposta è stata negativa, gentile ma negativa…

Ma in quel periodo avevi già intuito che avresti potuto vivere di alpinismo?
Ci stavo provando. Era una mia speranza…

Chi c’era che all’epoca faceva così, forse Bonatti, Mauri…?
Vabbè, Bonatti aveva già finito di fare l’alpinista, era diventato un bravissimo reporter, lavorava per Epoca: quindi Bonatti aveva dato l’esempio. Altri – sì, c’era Mauri, poi basta. Messner stava uscendo con dei libri, ma nel mondo italiano è arrivato un po’ dopo. Era il momento in cui io potevo uscire. Infatti è stato anche quello il motivo per cui alla fine del ‘68 mi sono trasferito qui a Milano, abbandonando Genova e dicendo ai miei “grazie per quello che avete fatto, ma adesso io devo trovare la mia strada, non voglio più pesare sulle vostre spalle, già ho fatto quattro anni in cui mi avete sopportato, ma io non voglio fare queste cose, non voglio diventare avvocato, non voglio diventare ingegnere, voglio andare in montagna e basta, e per fare questo me ne devo andare, vivere per conto mio, fare conferenze e vedere cosa succede”.

Alla fine sei poi rimasto a Milano per sempre…
Sì, da allora sono rimasto a Milano.

Giorgio Napolitano consegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica a Bibiana Bibi Ferrari, 8 marzo 2011
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E poi hai sempre vissuto in un contesto molto urbano…
Molto urbano. Non è che ho bisogno della città… Non ho bisogno del contesto cittadino nella maniera più totale. L’unica cosa per cui sono rimasto a Milano è che in qualche modo non ho mai avuto l’opportunità di trasferirmi in montagna. Non ho mai avuto nessuno che mi regalasse una casa in montagna e le donne – ho fatto tre matrimoni – erano di Milano e quindi non è che si potesse andare chissà dove.

Ma erano legate alla montagna e alla campagna anche loro…
Certo che sì! Ma sai, la prima, Ornella, sapendo il tedesco lavorava alla Braun, la ditta dei rasoi, e quindi per un po’ di tempo è stata lì, poi abbiamo comprato una casa… Non è che puoi cambiare così, ci vogliono anche le opportunità, io queste opportunità non le ho mai avute.

(Telefonata con Guya, sulla spesa, “compra qualcosa di un po’ sfizioso, compra un buon Lagrein che a me piace tanto…” – si scherza sulla pronuncia che lui fa perfetto in tedesco.)

Le tre donne della vita + le due figlie.
Siamo rimasti alle donne…
Ah sì. Alle donne. Io non ho mai avuto questa opportunità di andare via.

Ti sarebbe piaciuto?
Sì. In linea teorica sì. Perché con la prima moglie, a un certo punto lei non lavorava più. Potevamo anche, non avevamo figli, potevamo muoverci. Però… Già la seconda è stato completamente diverso. La seconda… Abbiamo fatto le figlie, lei lavorava a Milano e lavora tutt’ora nello stesso posto. Per fortuna che guadagna molti più soldi di me… È diventata Ufficiale al Merito della Repubblica, “per aver contribuito con Relight Italia, azienda caratterizzata da uno staff di sole donne, alla tutela ambientale attraverso il recupero e il riciclaggio degli apparecchi elettrici ed elettronici”. Meno male che c’è lei, le figlie così possono studiare all’estero – ci vuole un sacco di soldi…

Elena e Petra, Vareina (Svizzera), agosto 1998
1998.08 Vareina, Elena e Petra

Già che siamo alle donne e alla famiglia: le figlie adesso quanti anni hanno?
24 e 22. Petra, la grande, in questo momento è a Berlino e sta facendo il corso B1 di tedesco. Ha già fatto A1 e A2, deve fare B1 e B2. Nel 2015 si è laureata in filosofia qui a Milano con 110 lode, adesso vuole fare un master in Germania o in Austria, o a Colonia o a Vienna, e quindi sta studiando il tedesco. Senza il B2 non ti accettano. Sono contento. L’altra si chiama Elena, sta facendo la tesi a Maastricht in scienze biologiche, fidanzata con Gilles, un ragazzo belga simpaticissimo che io adoro, sono contento anche per lei, molto.

Quindi, con la seconda moglie con il suo lavoro, ecc., non si poteva andare via da Milano… e la terza, anche lei, ha il suo ambulatorio veterinario – fine del discorso. In più, con la prima, per sei o sette anni avevamo affittato una casetta a Champoluc. Una casettina bella che si chiamava “Le fate nere”. Lì ho capito che sarebbe stato un problema vivere su. Perché? Innanzitutto perché non c’erano i mezzi che ci sono adesso, mail, internet, ecc.

Saresti stato comunque lontano da qualsiasi redazione…
Sì, c’era il telefono, però il telefono, insomma, era un po’ poco… Ci ho provato… Siamo anche rimasti un mese su… Ma dovevo muovermi, andare in giro, dovevo fare, ho capito che non si poteva. E’ vero, c’è stato un po’ di sofferenza perché francamente, la vita in via Volta qui a Milano, dove sono stato parecchi anni, poi in Corso Vercelli… peggio ancora, in pieno centro con i tram sotto alle finestre… un casino. Proprio la Milano più odiosa. La città odiosa. Invece dal 2010 siamo qui in Via Morimondo. Qui è un altro discorso. Da qui non mi tiri più via. Da qui andrò via rigido e orizzontale… Non c’è un rumore. È pieno di verde. L’aria, sì, certo, l’aria di Milano non è il massimo, ma restando dentro, tenendo chiuso, poi nei sabati e domenica vado sempre in giro, va bene così. Francamente,  basta con questa storia del dire “ah, se io qui, se io là…”.

Sono i casi della vita; poi una scelta implica delle rinunce e bisogna anche scendere a dei compromessi…
Esatto. Guarda, se me l’avessero regalata una casa in montagna – che ne so… Probabilmente sarei a Courmayeur… Però sarei stato contento? Chi lo sa. Non ci metto la mano sul fuoco.

Guya Spaziani, lago di Carezza, giugno 2011
Lago di Carezza, Guya

 

Tornando a queste tre donne che penso siano state, o meglio che sono, le donne importanti della tua vita, tutte e tre, potresti dare un “nome” ai tre periodi – quello con Ornella, poi con Bibi e oggi con Guya?
Diciamo che se provo adesso a fare un’analisi, cosa che non mi trovo fare tutti i giorni, in effetti, con Ornella è stato il primo periodo, mi sono sposato abbastanza presto, nel ‘71, avevo 25 anni, dopo tre anni che eravamo assieme. Con lei ho vissuto il periodo esaltante delle grandi scoperte; noi abbiamo fatto un viaggio che è durato un anno. Siamo partiti dall’Italia con 50 lire sul conto corrente – 50 lire sul conto corrente! Siamo partiti e siamo tornati dopo un anno, avendo vissuto un’avventura stupenda, con molta fortuna, perché oggi una cosa così con tutti i paesi che ci sono in guerra, così incasinati, non esci neanche. Anche se lo vuoi fare perché disprezzi il pericolo, non puoi comunque! Manca la possibilità di conoscere la gente, sei costretto a difenderti, non è che puoi andare in giro come vuoi. Per esempio l’Afghanistan è da scartare adesso. Ma anche il Pakistan è pericoloso. Ti fanno pena… Siamo impotenti di fronte a quello che il loro uso, il costume, ma loro dentro si stanno ribellando. Però non possono fare niente. Con in più il discorso dei talebani, ecc. Invece nel ‘74-‘75 è stato un periodo magnifico. E Ornella era stata prima di me in Afghanistan, nel ‘72, c’era ancora il re!

Vi invidio…
Sì, è stato bellissimo. Ne scriverò adesso. Ho un po’ di appunti. Sto facendo questo lavoro, non l’ho ancora fatto perché ero preso con i miei libri. Non le ho mai usate queste cose, neanche rilette.
Vabbè. Con la prima moglie è stato il periodo delle grandi scoperte sia dal punto di vista geografico, diciamo l’Oriente in generale, sia da quello di interessi culturali diversi. Perché tutto è partito dal fatto che Ornella conosceva abbastanza bene i tappeti. Amava i tappeti e li conosceva senza essere una fanatica, però si è fatta una piccola cultura di tappeti. Io di tappeti me ne sbattevo proprio nella maniera più totale. Ma arrivati in Iran – c’era lo scià, c’era ancora lo scià! – prima siamo andati un po’ in giro e lì ho capito cosa erano i tappeti. Mi sono appassionato anch’io. Per tutto il viaggio, Iran, Afghanistan – tappeti dappertutto, tant’è che abbiamo anche fatto un po’ di commercio, girato a casa qualche soldo, comprato qualche tappeto, qualcuno l’ho ancora, per fortuna. Quello lì è bellissimo – ma con il gatto preferisco tenerlo arrotolato… Lo tiro fuori solo nelle grandi occasioni – quelle due ore che ci sono gli ospiti e poi lo richiudiamo! Vabbè, lei è abbastanza brava che le unghie se le fa su quel cosettino bianco – che è proprio sul tappeto, tra parentesi…

L’inizio della ricerca interiore. E ancora le donne.
Comunque i tappeti sono stati la chiave d’ingresso a tutto il mondo orientale, che già mi aveva colpito molto nella mia prima spedizione alpinistica all’Annapurna del ‘73. Il mondo del buddhismo, dell’induismo, quello dello zen, mi stavo già un po’ interessando, ma molto così sai, in modo superficiale… invece in quel viaggio, e specialmente dopo, ho cominciato a interessarmi delle religioni orientali, della cultura orientale, un po’ anche dell’arte, e a quel punto c’è stata l’associazione mentale con il discorso analitico. Quindi, prima ho cominciato a leggere tutti i libri di Sigmund Freud, peraltro trovandoli di una noia mortale, ma me li sono letti comunque tutti, perché mi interessava l’argomento dei sogni. Dopodiché sono passato a Carl Gustav Jung e là mi si è aperto un mondo. Proprio un mondo completamente diverso. Sono andato avanti parecchi anni, per tutti gli anni ‘70 ancora e oltre. Ho fatto anche un’analisi con un signore stupendo.

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Ma come mai dall’Oriente all’analisi?
La storia dell’associazione: nel momento mi sono interessato alle religioni ho vagamente percepito che esisteva un inconscio. La parola “inconscio” la conoscevo già, ovviamente; ma la religione orientale, parliamo soprattutto del buddhismo, ti fa capire che c’è una parte di te che tu non conosci. L’inconscio è stato per me motivo di interesse. E che cosa nella cultura occidentale parla di inconscio? La psicanalisi. Non è che ci fossero altre discipline, era l’unica, è l’unica. Ci sono vari tipi di psicanalisi, però la classica è quella di Freud, poi pian pianino ho capito che c’erano delle differenze enormi e quella che più si apriva ai miei interessi era la disciplina di Jung. È la psicologia analitica. Oltre a quella, ovviamente, mi sono interessato anche a quelli che sono stati gli junghiani, ho letto avidamente e quindi ho fatto l’analisi io personalmente – mi si è aperto un mondo, perché improvvisamente ho capito che il mio agire come avevo fatto fino a qualche anno prima, il mio agire conscio e la mia volontà di fare determinate cose era nulla in confronto alla vita che avevo dentro. Ho dato molta attenzione ai sogni. Ho trascritto almeno 2000 sogni.

Insieme al mio analista, Lino Tosca, e provando un grande piacere ho fatto per qualche anno questo lavoro – non è che sono andato per curarmi – non avevo problemi, non mi sembrava di aver problemi di ordine nevrotico, non più degli altri. Era per puro piacere di ricerca personale, insomma. Tanto che negli ultimi tempi il Tosca mi aveva proposto di intraprendere la carriera di analista. Lì per lì pensavo “ma cosa sta dicendo questo”; invece poi mi ha un pochino convinto nel senso che effettivamente ero portato. Solo che anche lì ho trovato l’ostacolo burocratico. La prima volta era stato per lettere e filosofia; invece qui per fare i loro seminari allora c’era la regola che bisognava essere laureati di qualcosa. Cioè uno poteva essere laureato in economia-commercio e poteva farlo… Invece uno che non era laureato in economia-commercio, no, non poteva farlo. Una stronzata tale che io gli ho anche detto “scusi, mi sembra che questa stronzata non sia all’altezza dell’albo degli psicologi analitici, avete fatto una regola che fa schifo”. “Lei ha perfettamente ragione”. Sì, certo che avevo ragione, però non c’era niente da fare.

Come conciliavi questo interesse fortemente intellettuale con l’alpinismo “crudo e violento”?
Da una parte ho avuto un effettivo calo di prestazioni…

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… perché i tuoi anni più forti erano stati prima?
Sì, nel ‘68, ’69… fino al ‘74. Sono stati sette anni, contiamo anche il ‘67, va, perché anche lì ne ho fatte di cotte e di crude. Insomma, gli anni sono stati dal ‘67 al ‘74. Otto anni. Poi non è che ho smesso, però da una parte c’era questa consapevolezza dell’interiorità che ritenevo più importante delle realizzazioni esterne. Questa è stata sicuramente la motivazione numero uno. Poi c’è stata l’Annapurna dove ho perso mio cognato, ho perso due amici, Leo Cerruti e Miller Rava, allora ti chiedi se vale la pena. Insomma, ti chiedi “sei sicuro di quello che vuoi fare?”. La mia pietra di paragone era Messner. Era ovvio. Perché Messner già nel 1970 aveva fatto il versante Rupal del Nanga Parbat; quando l’ha fatto, io ho detto “questa cosa è sovraumana”, così sovraumana che neanche avevo voglia di inserirmi nella competizione per fare io qualche cosa del genere. Cioè ho capito subito che lui era il primo e che era giusto che fosse così – noi altri venivamo dopo. Questo è stato molto importante, devo dire. Il Nanga Parbat di Reinhold – con il quale ero in contatto, sono stato anche al funerale del fratello a Funes, funerale senza salma –, questo per me è stato rivelante. Non ho smesso di andare in quota – nel ‘75 ho fatto la spedizione al Lhotse che non era una passeggiata, nel ‘79 sono stato al K2 – cioè andavo, ma non era più come prima, quando io avevo l’obiettivo di essere il numero uno al mondo.

Presuntuoso!
Sì, sì, presuntuoso, ma modesto nel senso che non ho mai detto ad altri “io voglio”… Ma dentro di me, questo lo ammetto tranquillissimamente, l’obiettivo era quello. Che non ho raggiunto. Non l’ho raggiunto, ma ho trovato altre strade nel frattempo. Il mio obiettivo non era più quello lì. Era cambiato. E il cambiamento è avvenuto soprattutto durante il mio matrimonio con Ornella in cui ne sono successe di tutti i colori… Lasciamo perdere… Non è argomento di un’intervista per la rivista del Club Alpino Tedesco! Però questo è successo…

Ecco qui il significato della prima moglie, grosso innamoramento iniziale, delle grandi esperienze vissute assieme, anche perché lei aveva le stesse passioni che avevo io, vedevamo le cose nella stessa maniera, non facendo grandi cose ma lei era nell’ottica dell’avventura, anche della ricerca interiore. Questo è stato essenziale, devo ringraziarla per questo. E questa cosa è durata fino all’80, ‘82, lì è cambiato qualcosa, insomma io nel frattempo ho cominciato anche a lavorare in maniera più strutturata, abbiamo fondato le Edizioni Melograno assieme, si facevano dei libri, si lavorava. Però il fatto di non aver avuto figli da una parte ci ha tenuti insieme forse di più del necessario con l’ottica del dopo – c’erano altre donne, insomma – e quando nell’87 è arrivata la Bibi lì è cambiato tutto. A proposito di Bibi: con lei tutto diverso, Bibi non aveva questa profondità anche se aveva altre qualità, voglio dire, quella profondità che aveva Ornella. Lei zero, anzi, ben inserita nel mondo, nelle cose dell’apparenza, materiali, molta attenzione a quello che pensava la gente. Poi nel ‘90 è saltata fuori la storia dei figli, io avevo già 44 anni, figurati, chi ci pensava… Lei sì! Insomma non ha fatto fatica a convincermi e quindi nel ‘91 è nata la prima (e lì è cambiato tutto), è stata un’apertura al mondo. Ho pagato la mia discesa nell’interiore che ho fatto negli anni ‘70 e primi anni ‘80 con una discesa nel mondo esteriore, tramite i figli prima di tutto ma anche con un lavoro molto più aperto: avevo bisogno di lavorare, ho fatto due società, ho fondato poi Montana che è l’unica cosa buona che ho fatto – oggi fatturiamo 5 milioni. L’unica cosa buona, perché le altre sono fallite, chiuse, l’agenzia fotografica c’è, ma non faccio niente, c’è solo di nome, di Montana invece sono socio al 20 per cento, sono nel consiglio d’amministrazione. La società ha avuto un po’ di problemi gli ultimi due anni, ma adesso si è tirata fuori – sono contento di aver fatto Montana. Molto contento.

E poi, per tornare alla terza moglie, le cose sono completamente diverse ancora: lì siamo tornati alla semplicità. Un po’ ci voleva. Dopo l’esagerazione (quasi) dell’interiorità nel periodo con Ornella e l’esagerazione dell’esteriorità (quasi) con Bibi, bisognava un po’ trovare una soluzione.

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Una cosa che mi ha fatto molto male: Con Ornella ho fondato le Edizioni Melograno nell’82. Si lavorava, ma non c’è mai stato il decollo. Via Ornella, arrivata Bibi, nel ‘91 è nata la prima figlia, nel ‘94 la seconda. Combinazione: il ‘94 doveva essere l’anno del lancio al successo, perché finalmente sono riuscito a lavorare con un editore molto più grosso di noi per la collana I Grandi Spazi. Doveva essere la realizzazione alla quale io credevo – non aveva niente a che fare con la ricerca del destino, ma era autorealizzazione. L’assoluta volontà con la quale ho perseguito l’obiettivo per almeno due anni (nel ’94 e ’95), e anche dopo, mi ha allontanato dalla famiglia; con la scusa del lavoro mi sono letteralmente allontanato, ero sempre in giro, era come se non ci fossi. Questa era una cosa terribile che poi ha distrutto il matrimonio, sostanzialmente. Questa è la realtà. Non dovevo fare così. Eh sì…

Ma con Ornella come mai era finita? Hai scritto qualcosa della sbandata con la francese…
Scrivo da qualche parte della francese, veramente?

Certo che scrivi della francese! Niente di grave, ma l’hai accennato… Lo avrò sottolineato…  Scherzo. Ah, guarda qua: “Nel 1975 per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose e di declino totale”. Poi con Ornella siete partiti per il viaggio… Come mai quella sbandata? Nel senso che sembra un bel matrimonio di due che fanno mille cose…
No, no, guarda, le ho sempre messe una marea di corna, proprio… Una marea no, ma comunque un numero abbastanza significativo… Però quella lì mi ha fatto sbandare; ero coinvolto, questo era il problema, le altre volte no. Questa qui sì. E lei me l’ha fatta pagare in seguito… (Ride).

A un certo punto ovviamente Ornella se ne è accorta. Il fattaccio si era svolto in una settimana intensa. Ornella non era in Italia, poi quando è tornata è venuto fuori tutto, un casino bestiale. Al che – considera anche l’epoca del dopo ‘68, quando c’era anche questa cosa  del “parliamone”, ecc. – siamo andati tutti e tre al rifugio Ponti…

… Orrore… “a parlare”?
Sì, così, nella natura… guarda, è stata una cosa che… basta, meglio non dare particolari… Comunque questo era ai primi di agosto 1974. Poi non ci si vede per un po’… Lei abitava a Parigi, non è che l’avevo così vicina… Poi c’è stata un’ulteriore frequentazione sulle Alpi Liguri, fino a che siamo arrivati ai primi di settembre, dove dopo un bellissimo weekend passato assieme, ecc., siamo arrivati a guardarci in faccia e dire “non è possibile”. A parte che anche lei era sposata con un bambino… Quindi con la morte nel cuore, ma abbiamo detto basta. Però sempre con la domanda “sto facendo bene?”, “siamo sicuri?”, “sarebbe bello vedersi ogni tanto”… Passa ottobre nel casino più totale. Poi viene fuori questo progetto con Ornella di partire per l’Asia. Quindi io in quattro e quattr’otto compro un furgone Volkswagen e lo attrezzo un po’ spartano, poi verso i primi di dicembre partiamo. Partiamo e stiamo via dieci mesi. Durante ho fatto anche la spedizione al Lhotse, in questo periodo di due mesi e mezzo il furgone è rimasto a Kathmandu in un garage e Ornella è tornata a casa con l’Hercules che ha portato la spedizione.

… E dove c’è la francese, in tutto questo…
Aspetta! Siamo ai primi di giugno 1975, lei è tornata a Kathmandu e pian pianino abbiamo cominciato il nostro ritorno. Ci siamo fermati di qua e di là – in Ladakh per esempio, che era appena stato aperto, era stupendo. Peccato che un giorno dopo essere partiti da Kathmandu la povera Ornella si è beccata un’infezione alimentare dove poteva lasciarci la pelle, ma veramente. Nel momento poi in cui stavamo attraversando la pianura indiana, eravamo a 48 gradi – il massimo… Era dietro, stesa, mi ha detto “tu guida veloce, andiamo in Ladakh, in alto starò meglio”. Siamo stati in Ladakh, si è ripresa, abbiamo preso le pulci, abbiamo girato ancora, tornati al nostro furgone, facciamo altri giri, a un certo punto arriviamo a Peshawar. Peshawar da lì abbiamo preso una corriera, per andare leggeri, a Chitral. Il viaggio a Chitral dura due giorni di bus. E la tappa di notte la fai in un paesino che si chiama Dir. Questo Dir è uno dei posti più dimenticati da Dio, è veramente un posto pazzesco, io non ho mai visto un posto islamico così “rough”, rude; oggi ovviamente una delle capitali dei Talebani. Già allora la donna era vista come diavolo che cammina, gli uomini erano tutti armati… Guarda… Quindi eravamo lì in quel paese che facevamo lo struscio nella via più importante di Dir in mezzo a 3000, 4000, 5000 persone, barbuti… In quel momento alzo l’occhio…

… e c’è la francese che gira per Dir…

(Fa un segno affermativo con la testa e cominciamo a ridere come di matti tutti e due…)

Ornella non voleva crederci… era il suo incubo tutte le notti…! Com’è che diceva la francese? “Les yeux sont mon capital…” Cazzo, non ho mai visto degli sguardi così… Che occhi, che capitale! Anche il sotto, il telaio…

Anch’io non ci volevo credere. Per fortuna era insieme a un francese, in dieci mesi lei aveva fatto conoscenza con il più grande traghettatore di turisti francesi e non in Sahara, il Piero Ravà gallico, si chiamava Pierre Jaunet… E lui ha ceduto a questo “capitale”, si sono messi insieme e poi sempre sono rimasti insieme, a fare viaggi con i clienti. Pensa che oggi lei è mancata…

Che imbarazzo… Trovarci lì… Stiamo faticosamente cercando di tirarci fuori dall’annegamento nel mare, e questo mare ti raggiunge in spiaggia e vieni ributtato in mare… È così.

… e dopo siete annegati?
Questo era solo l’inizio della lunga storia, ci è voluto ancora parecchio… Finché siamo annegati…

L’ambiente e Mountain Wilderness. Libertà e storia come altri temi.
Apriamo un altro capitolo importante, quello dell’ambiente e quindi anche di Mountain Wilderness.
Il discorso dell’ambiente non mi ha interessato prestissimo. Anch’io vedevo gli scempi, vedevo le cose brutte, ma la domanda era: cosa possiamo fare? E quindi non me ne sono occupato, anche perché c’era dentro di me l’altro interesse, quello dell’esplorazione interiore. Sull’inconscio mio, sull’inconscio collettivo di Jung, ero assorbito da quelle cose, mi piaceva proprio. L’idea di difendere l’ambiente lì per lì non l’ho presa in considerazione. Quando però nell’87, novembre, fu fatta l’assemblea a Biella per la fondazione di un’associazione che poi sarebbe stata chiamata Mountain Wilderness, sono stato uno di quelli che da subito hanno aderito, hanno lavorato, l’abbiamo creata noi in quel momento. I fondatori erano di vari paesi, c’era qualcuno dell’Argentina, c’era Hillary, Messner, poi Goedeke dalla Germania, Bonington, vari francesi, era veramente internazionale.

Diciamo che colui che ha avuto l’idea era stato Carlo Alberto Pinelli; essendo un accademico, si è fatto aiutare dal Club Alpino Accademico Italiano. E quindi hanno fatto una specie di commissione e hanno steso una lettera a tutti questi personaggi chiedendo se erano interessati a un movimento di opinioni e di fatti per la salvaguardia dell’ambiente della montagna di tutto il mondo. Io ho ricevuto questa missiva e ho risposto di sì e così mi sono trovato anch’io a Biella. A Biella c’era mezzo mondo, c’erano 2000 persone. E quell’assemblea ha eletto i primi 21 garanti internazionali e io ero uno di questi.

Dopo è stata fondata anche Mountain Wilderness Italia, ne sono diventato segretario, ci ho lavorato, ho preso anche qualche soldino, il lavoro è stato veramente pesante. Dopo che sono andato via io, nessuno ha più fatto quel lavoro, anche perché il tempo dell’associazionismo sarebbe finito proprio in quegli anni ‘93-’94. Figurati che il WWF nel ‘88-‘89 aveva 500.000 soci in Italia, adesso se ne ha 300.000 è tanto! Lo stesso tutte le altre associazioni.

Comunque è un tema di cui ti occupi tanto anche oggi, per esempio nel tuo blog?
Sì. Diciamo che dal punto di vista interiore, il mio interesse rimane sempre quello che ti ho spiegato. La ricerca interiore. Ma di quello se ne può parlare ogni tanto, sai. Non è che ne puoi parlare tanto in giro. Ci sono delle cose – non dico che non si possono dire, però vedo che la gente fa fatica. Se trovi qualcuno che è disposto, è un conto. Ma da così a parlarne spesso non ha tanto senso. L’ho fatto una, due volte, c’è un post che parla di questo, lì ho dovuto lottare con qualche cosa che dentro di me diceva “stai zitto, stai zitto che è meglio”. Il post si intitola La pervicace ricerca del proprio destino. Quello è fondamentale. Sono due puntate. La fondamentale è la seconda. Però anche la prima ha il suo peso, diciamo che è la parte più comprensibile. Quell’argomento per me è sempre il number one. Ma nel blog ne parlo meno, me ne occupo meno rispetto agli altri. Le altre due cose che rimangono sono l’ambiente e la libertà. Che sono due temi enormi. Libertà nel senso dell’essere libero di fare quello che hai scelto di fare, ma che gli altri ti possono impedire o che tu stesso ti impedisci. Quindi libertà in questo senso. È un tema che comprende un sacco di altre tematiche inferiori. Queste sono le due cose che mi interessano di più. Oltre alla storia, sempre, la storia dell’alpinismo, che mi piace molto, curiosità, anche lì ho scritto adesso – anzi te lo regalo, ho scritto questo libro qui su cordate famose di guide e clienti.

(Segue uno scherzoso scambio di lui con il gatto che reclama il suo pasto in anticipo, poi tra noi due sulle guide, figura molto familiare a me…)
Dicevamo, sì, i due temi sono questi, ambiente e libertà, e puoi aggiungere anche la storia.

Il rapporto con il mondo delle guide.
Già che ci siamo, parliamo un attimo della “guida”. Tu sei guida, hai mai praticato il mestiere?
No, io ho praticato assai poco il lavoro classico di guida, nel senso che ho accompagnato ben poche persone – diciamo che due mani mi bastano per dire quante volte sono andato con dei clienti! Ma in realtà il titolo di guida l’ho usato parecchio per altri tipi di lavoro, cioè quelli dei corsi aziendali di formazione. Formazione aziendale che prevedeva dei momenti outdoor – calate, ferrate, ecc. Ne ho fatti parecchi.

(Arriva Guya – porta la spesa e del vento fresco, si mettono a prendersi in giro… Interrompiamo.)

Eravamo alle guide. Hai dovuto fare tutta la formazione come oggi?
Era completamente diverso. È stata una cosa abbastanza travagliata. Sono diventato aspirante guida nell’80. Dopo i tre corsi regolari di roccia, ghiaccio e sci. Dopodiché sono passati tre anni in cui ho esercitato un po’ e poi nel 1983 mi sono iscritto ai corsi per diventare guida. Ho fatto un corso, quello di scialpinismo. Lo scialpinismo però è il mio punto debole nel senso che non scio benissimo, non ci sono portato, uno ce l’ha nel suo DNA certe cose – io questo no, pur essendomi anche applicato, ho raggiunto il livello per diventare aspirante, non è che non so sciare, però ho vari punti deboli. Siccome in quell’anno io ho quasi litigato, o meglio già tre anni prima avevo già quasi litigato, con il direttore del corso (non ero tanto d’accordo con lui), in poche parole non sono riuscito a passare questo corso di scialpinismo per guida, provocando anche il disagio di molti colleghi, di gente che si chiedeva perché. Questo era nel 1983. Passano 12 anni (ride), 12 anni!, arriviamo nel ‘95 e una legge regionale impone alle guide di mettere ordine nel proprio albo. Io ero nell’albo degli aspiranti guide. Quindi essendo nell’albo degli aspiranti guide da troppo tempo – fatto sta che ero insieme ad altre 36, 37 persone in questa condizione “io ero intra color, che stan sospesi” per dirla con Dante. Ci hanno fatto fare un corso che è durato tre giorni e hanno promosso tutti! Tutti! E quindi sono diventato guida senza fare i corsi per diventare guida! Hai capito? Ne ho fatto uno, quello di scialpinismo, e anche male! Roccia e ghiaccio? Mai fatti… Questo era nel ‘95, da allora io sono guida a tutti gli effetti, ho fatto gli aggiornamenti ogni tre anni, quest’anno dovrò andare a farlo ancora. Questa è una storia abbastanza divertente…

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Ma il tuo rapporto con quel mondo com’è?
Il mio rapporto con quel mondo è un rapporto di odio e amore. Tanto io già nel ‘72 ero accademico del CAI. Diventando aspirante guida, praticamente mi hanno buttato fuori dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), perché una guida non poteva essere accademico , cioè non mi hanno buttato fuori ma mi hanno messo su una lista a parte. Potevo andare alle loro riunioni ma senza diritto di voto. E come me c’erano tanti altri. Quindi aver dovuto rinunciare all’accademico – per carità, non è importante, ma dal punto di vista del significato di far parte dell’Accademico, sicuramente io con i miei pensieri, con il mio modo di andare in montagna ero più vicino al mondo degli accademici che non a quello delle guide. Quindi dover rinunciare a quello degli accademici, insomma, mi dispiaceva. Perché l’ho fatto? Perché ritenevo comunque che le guide fossero in una condizione per la quale bisognava collaborare, per aiutarli a migliorare la loro condizione in Italia. In altri paesi la situazione è completamente diversa. Ma qui in Italia la gente vede la guida ancora con la pipa in bocca, se sanno cos’è… se vuoi, non la distinguono dall’Alpino. Sto esagerando, ma non più di tanto. Quindi dentro di me mi dicevo “questi ragazzi che diventano guide (e oltre tutto è proprio difficile diventare guida – perché i corsi dalla fine degli anni ‘70 sono veramente diventati difficili) secondo me meritano di più, ci vuole una maggiore valorizzazione di questa figura”. Comunque la guida alpina ha detto molto nella storia dell’alpinismo e anche oggi dovrebbe continuare a dire molto. Specialmente in un tempo in cui la responsabilità di chi va in montagna è cresciuta così tanto e il rischio di avere poi anche problemi giuridici penali per l’incidente sono cresciuti notevolmente: già negli anni ‘80 era così, adesso non ne parliamo. Io che mi occupo di comunicazione, che penso di saper scrivere meglio degli altri, magari posso dare una mano. Questa era un po’ la mia mission. Cosa che si è scontrata immediatamente con la parte più grezza e gretta delle guide – con quella mentalità di “noi portiamo la gente in montagna, chi è guida senza portare la gente in montagna è un cittadino…” Questo era negli anni ‘80 ma è ancora un po’ così, anche se adesso ci sono molte guide cittadine. Rispetto a prima è diverso, però un po’ si sente.

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Poi, come per tutti gli organismi (se ci sono delle cose che non vanno bene e che andrebbero messe a posto), è difficile, è difficile fare una critica, mi sono scontrato più volte. Adesso faccio parte del consiglio nazionale, sono riuscito a farmi eleggere, qualcuno ci crede (mentre non sono riuscito a entrare nel consiglio del Collegio Guide della Lombardia, ed è meglio così, così almeno faccio meglio l’altro compito). Diciamo che ci sono dei problemi che probabilmente in Germania non ci sono. Soprattutto partendo dal fatto che in Italia ci sono degli istruttori CAI che tolgono molto lavoro alla guida. Non è che possiamo ribellarci, è la legge. Bisognerà trovare pian pianino un compromesso. Oltretutto ci sono anche degli istruttori che lo fanno per conto loro e questo è veramente illegale. Sono pochi, ma ci sono. Questo però ha poco a che fare con la mia critica costruttiva alle guide. Una delle cose che dovrebbero fare le guide è dire “come gruppo rinunciamo all’eliski perché riteniamo sia un’attività non consona alla mission della guida alpina”. Che poi qualche guida possa anche accettare il lavoro di questo genere, per me è una responsabilità del singolo. Non è vietato. Però dal punto di vista del gruppo sarebbe bello che ci fosse una presa di posizione di questo genere. E quindi io adesso sto lavorando sotto sotto, ho creato un forum, vorrei riuscire pian pianino a contarci, a vedere quelli che potrebbero alzare la mano e dire “ma insomma, veramente, prendiamo posizione”. Sarebbe bello, ma non è facile.

Ma guarda che sarà difficile, se penso al Club Alpino Svizzero… nelle sue posizioni secondo me è diventato meno “ambientale” e più “commerciale”…
Ah bene, anche voi ci tradite… no, quello no! Comunque io difficilmente mollo l’osso. Quindi speriamo che possa andare avanti questa storia, perché poi ho anche detto: “Se domani il parlamento italiano o qualche regione decidesse che l’eliski è vietato (cosa che non succede, ma se succedesse…) io sarei il primo a non essere contento. Sarei scontento di questo. Perché ottenere quello che vuoi tramite un divieto è la cosa più negativa che ci possa essere, invece che ottenerla tramite la convinzione. Se la maggioranza si esprimesse e dicesse no, allora mi andrebbe bene. Ma che questo avvenga tramite un divieto, mi metterei dalla parte opposta, ma veramente! Questo è importante da capire, perché se non c’è un processo culturale ma solo un altro no, allora domani ti vietano anche l’alpinismo perché è un’attività pericolosa… Questo è quello che sto cercando di fare con le guide. Cercare di migliorare la loro immagine tramite la loro evoluzione culturale, che devo dire è molto lenta.

Sigmund Freud
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Il rapporto con l’alpinismo moderno e il lavoro oggi. Il “Gogna blog”.
Ti sei scelto un campo di battaglia difficile… Invece l’alpinismo di oggi, lo segui sempre, sei uno dei pochi…
… vecchi…

Vecchi, ok, l’hai detto tu, che sanno cosa vuol dire – cioè non solo segui, ma capisci! E a differenza di un Messner li sostieni anche.
Con Reinhold c’è stata anche una mezza discussione su questo…

(… interruzione per “la solita aspirante modella” che sbaglia porta per il casting e suona, risate…)

Lui aveva detto che l’alpinismo è finito con Bonatti e con lui… A me sembrava veramente una stupidata, lì ho pensato “devo assolutamente dire qualcosa”. Allora ho scritto che l’alpinismo c’è ancora e come, ci sono dei giovani che fanno delle cose meravigliose, lo stesso Messner è dentro il Piolet d’Or e sa bene cosa vuol dire essere nominato al Piolet d’Or e cosa vuol dire fare delle salite fantastiche e completamente fuori dell’immaginazione anche di soli 20 anni fa. Aldilà, oltre, ma oltre, oltre, oltre! Il fatto che l’altro giorno Alex Honnold e Colin Haley abbiano finalmente completato la traversata delle montagne del Cerro Torre, che avevano già fatto l’anno scorso, tra l’altro, arrivando a due tiri (due tiri!) sotto la cima, è straordinario. Ma io mi ritrovo a pensare “ma allora, se l’hanno fatto due volte, è quasi una roba normale, hai capito? Non è una roba che uno dice “cosa hanno fatto?”. No, questi fanno un’impresa che sono in grado di ripetere l’anno dopo tranquillamente in 24 ore! Cioè fino a sei, sette anni fa ci mettevano cinque, sei giorni – lo stesso Haley con Rolando Garibotti. E poi ci sono quelli che magari dicono, questo non è mica un alpinista, scala solo in Yosemite – sì, abbiamo visto – ha fatto la traversata del Fitz Roy con nientedimeno che Caldwell, e quest’anno e l’anno scorso questa traversata di queste quattro guglie, Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Se tu non vedi questo, sei cieco. Ma veramente. Non diciamo che l’alpinismo è finito. Poi era anche un po’ ridicolo perché guarda che Bonatti aveva detto la stessa cosa nel ‘68 – ah beh, si è visto… State zitti, dai… Quando ci vuole, ci vuole. Infatti si sono ben guardati dal mettersi a litigare con me su questa cosa. Indifendibile.

Carl Gustav Jung
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A parte questo, con Messner che rapporti hai?
Ottimi. Ma non vuol dire che adesso non posso dire come la vedo io… Mi sono per esempio anche permesso di criticarlo sul come aveva scritto sul Cerro Torre. Tu puoi benissimo scrivere un libro sul Torre, sulla vicenda di Maestri ecc., per carità. Ma fai una cosa seria! Non che tu cominci a dire due cose nelle prime due righe e poi le ripeti uguale in fondo avendo dimostrato niente. Questo non mi piace, questo è fucilare le persone. Poi, che tu abbia ragione non lo discuto neanche, può darsi benissimo che Maestri non sia arrivato in cima, anch’io dentro di me sospetto che non sia arrivato in cima, ma non puoi affermarlo così, non va bene. Mi ha risposto, gentilmente, rimanendo della sua idea. Amici come prima…

Tu puoi, io non posso… Come giornalista nella sua lista nera non posso…
Comunque, il discorso era nato con l’essere informato sulla cronaca, eh beh, la risposta è sì, io sono al corrente della cronaca. Cerco di esserlo, difficilmente scrivo sul blog qualche cosa di cronaca perché ci sono già altri che lo fanno, e bene, come Planetmountain: non mi va di essere in concorrenza con loro, sono molto più rapidi di me, non voglio competere. Sarebbe assurdo se mi mettessi a scrivere le stesse cose. Poi non ho le capacità di scriverne il giorno dopo, io ho bisogno di un attimo di tempo per approfondimenti, non mi va di fare l’articolo con le notizie dell’ANSA.

Parlando del tuo lavoro di ogg: perché lavori ancora?
Il mio lavoro è non pagato, molto semplicemente!

Ma perché ti piace continuare? Nel senso che alla tua età potresti fare il pensionato!
Pensionato che non ha una pensione… Comunque ci ho pure pensato. Non lo faccio perché se vuoi mi sento più giovane di quanto sono, dentro di me non ho 70 anni, ne ho molti di meno, soprattutto provo delle emozioni, ci sono delle cose che mi spingono a scrivere. I problemi sono soprattutto quelli che ti ho detto prima, cioè la libertà, l’ambiente: se vuoi, mettici pure la gestione di certi enti, tipo il soccorso alpino, tipo le scuole d’alpinismo per esempio. Su questi enti ho fatto degli articoli pesanti di critica e anche di accusa come vengono gestiti in Italia, all’estero non ho idea, i miei limiti sono questi. Il giorno che avrò una redazione con qualcuno che mi traduce istantaneamente in inglese o in tedesco quello che io scrivo in italiano, sarò solo contento. Ma questo non c’è ora, e quindi mi limito ai problemi italiani. E i problemi italiani sono questi qua. Abbiamo il CAI che fa acqua da tutte le parti, per il tipo di gestione molto, molto burocratica. In questo ambiente prendono corpo gestioni condotte al limite del legale e oltre. Non sono molti casi, ma sono significativi. Però devo provarlo, e ci stiamo provando.La lotta è lunga e dura. Speriamo adesso che a maggio prossimo venga eletto Vincenzo Torti come nuovo presidente con il quale ho un buon feeling e con il quale penso si potrebbe fare un bel lavoro. Fa parte del futuro… Il presente è al contrario molto molto scuro. Non ci siamo. La gente mormora… chi è dentro per esempio nel soccorso alpino come volontario sa bene che se si mette a fare una critica verrebbe sbattuto fuori, è già successo, almeno tre persone che conosco io, ma chissà quanti altri. La maggior parte ci tiene un po’ ad avere il distintivo, c’è gente che ti manda delle lettere anonime dicendo avete ragione, continuate così, e io gli rispondo, “caro X, sono molto felice che tu dia una mano morale con la tua lettera, sappi però che dal punto di vista pratico non serve a nulla, tu devi firmarti con nome e cognome, se no non riesco a fare nulla”.

Il Capo tra i vecchi Liguri, Toirano, 26 maggio 2013. Foto: Ezio Marlier
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Comunque tornando a prima, tu pubblichi tutti i giorni?
Sì, io pubblico tutti i giorni.

E cosa ti sta più a cuore – blog, social media, rivista classica?
Nell’ordine io ho sempre preferito il libro. E dopo il libro c’era la rivista. Il libro è morto. Perché in Italia ormai vengono pubblicati solo i libri di Simone Moro, Reinhold Messner ed Hervé Barmasse – l’unica editoria di montagna è questa; libri che parlano di Bonatti, quello va sempre bene, o libri pubblicati da Messner, Moro o Barmasse. Fine. Beati loro, sono contento per loro. Però lasciami dire che non è una bella situazione. Tutto il resto non esiste. Ma perché non esiste? Perché non viene venduto! Tutto ciò che si pubblica al di fuori di questi nomi rimane lì. Lo vedo con i miei libri, si fa fatica, si vendono 1500, 2000 copie – fa ridere. Allora necessariamente uno deve abbandonare l’idea del libro; oppure lo pubblichi tu, ma allora rimane in cantina da te… La rivista? Che riviste di montagna ci sono in Italia in questo momento che valgono la pena? Non ci sono! Per cui anche la rivista la devi mettere da parte. C’era Alp, ma non c’è più.

E allora cosa rimane? Rimane internet, rimane il blog – non c’è un’alternativa. Tu mi hai chiesto cosa preferivo. Ma io ti dico che non c’è alternativa! Non è che io lo preferisca. Allora, due anni fa, mi sono messo a fare questa cosa e devo dire che mi piace molto. Lo faccio molto volentieri, tutti i giorni. È pagato zero. Può esserci qualche ritorno economico, se vuoi, nel momento in cui faccio magari delle serate, convegni, qualcuno che mi chiama ancora c’è. Ma il lavoro non è pagato, anzi – è dentro nel sito di Banff e ci sono altre persone che curano la comunicazione di questo – con queste due persone c’è un accordo: sì alla sponsorizzazione per quello che riguarda Banff (per esempio Salewa), ma adesso sponsorizzare anche il blog, che vorrebbe dire che leggendo il blog ti ritrovi anche lì la pubblicità, finché è possibile cercherò di evitarlo. Nel caso in cui diventassimo qualcosa in più, vedremo, ma al momento voglio che sia così. Per cui proprio zero, zero rimborsi. Ma lo faccio così volentieri che va bene così. Cerco sempre altri che mi aiutino, gente che scriva, possibilmente di un certo livello, ma poi devi sempre lavorare il pezzo, impaginarlo, redigerlo. C’è Luca Calvi che mi dà una mano con le traduzioni, molto bravo, ci sono due, tre avvocati che mi rileggono certi pezzi… (Ride.) Sul serio – mi sono arrivate una querela più due, tre lettere di minacce – puro terrorismo, tanto non avrebbero fatto mai niente, avevano torto marcio.

La parola, in generale, è sempre stata più importante per te della foto?
Ho fatto tanto lavoro con la fotografia, penso di aver fatto dei bei libri, no? Allora, io riconosco una grande importanza all’immagine, sia alla foto che al video.

(Deve tirare fuori il pane dalla macchina per il pane, un attimo di interruzione.)

DueAnzi19.000Parole-1-vignette, Massimo Bucchi, confronto, ven, 24lug15

Anche nei miei post metto sempre delle foto, sono convinto che qualche immagine ci debba essere. Poi dipende anche dall’articolo. Però il testo, la parola secondo me rimane comunque sempre la cosa più importante. Ma perché? Per un motivo solo: la parola, il testo, la lettura sono più importanti dell’immagine e del video perché la lettura permette di esercitare liberamente la fantasia. Cioè la fantasia del lettore è più stimolata dalla lettura che non dall’immagine. Questo lo trovo un dato di fatto. Perché? La lettura sono parole. Quindi ti immagini la scena, il panorama, il quadro generale di cui si scrive. Con la fotografia una buona parte di tutta questa fantasia viene eliminata, e non parliamo del video. Questo non vuol dire che non si possano fare delle bellissime foto e dei bellissimi video, questo è un altro discorso. Però per ciò che riguarda la fantasia, io non ho dubbi sul fatto che la parola sia quella più stimolante. E quindi è quella che ti fa più crescere; leggere e scrivere fa più crescere che non usare l’immagine. Questo vorrei che tu lo scrivessi, perché per me è importante.

… fa anche più sognare…
Certo, fantasia vuol dire sognare, usa pure la parola sogno. A tal punto che il mio blog si distingue anche per un’altra cosa che qualunque markettaro del marketing digitale ti sconsiglia di fare: loro dicono “se vuoi essere incisivo, devi fare la pagina, e non dovresti costringere a “scrollare” giù. Una pagina lì pronta e basta, punto. Io odio – capito, odio – questo genere, quando ero bambino c’era il Reader’s Digest, lo leggevo, dicevo che schifo, una cosa che già non mi piaceva allora, immagina. Questa pappetta preconfezionata, questa paginetta che fanno gli altri organi d’informazione, lo facciano pure loro. T’interessa? Lo leggi. Non ti interessa? Non leggi. Non me ne frega niente. Non ho da vendere niente. Anche lì è il bello. Sto crescendo come numero di lettori, fa piacere, per carità, ma mettersi a lavorare perché questi numeri schizzino in alto, non mi interessa, devono crescere naturalmente, crescere senza che io cambi me stesso. Se a me piace questo tipo di presentazione non superficiale deve rimanere non superficiale. Poi non è vero che internet fa solo gossip – per fortuna esistono i link, e c’è gente che va a cercare articoli di un anno fa, e ogni tanto vengono fuori commenti su un articolo di mesi fa. Se uno fa un commento, questo va comunque a tutti quelli che avevano fatto un commento prima e quindi la cosa continua a girare. Questi sono pregi che internet ha a differenza della carta stampata. E quindi se vuoi fare cultura, questo è un sistema. Se tu dai invece pappetta che sembra liofilizzato, va bene, va benissimo, non sto dicendo che è sbagliato, solo che non fa per me.

(continua)