Pubblicato il Lascia un commento

La vendita dell’aria fresca

Chi si trovasse a spasso per le Dolomiti di Ampezzo, al rifugio Averau troverebbe in vendita a 5 euro l’una delle graziose bottigliette etichettate “Aria delle Dolomiti”.

Uno scherzo? Forse, ma non proprio. Intanto c’è un prezzo. Fosse anche solo un euro, o solo qualche centesimo, un prezzo impone che non ci si approfitti della credulità della gente. Se c’è scritto che è “aria delle Dolomiti” indubbiamente lo è, se è imbottigliata sul posto (con la luna giusta, però…). E quanto alle percentuali descritte sull’etichetta? Sono corrette? Come hanno fatto tecnicamente a miscelare così tante arie di diversa provenienza? Per fortuna c’è quel 2% finale di aria “di follia purissima” che salva la situazione e ti strizza l’occhio.

I souvenir del rifugio Averau. Foto: Alberto De Giuli
VenditaAriaFresca-

Senza ombra di dubbio, se di scherzo si tratta, chiunque vada alla cassa a comprarne una dovrebbe vedersela consegnare con un sorriso e con la frase “per Lei, Signore, questo è un omaggio, souvenir del nostro rifugio…” e con il condimento di un’altra strizzata d’occhio.

Comunque, attenzione. Perché l’idea non è nuova. Si favoleggia di una mitica “aria del Maloja” o anche di altra “aria delle Dolomiti” in vendita negli autogrill. Mentre siamo del tutto certi della vendita in Cina di aria canadese e di aria delle Blue Mountains australiane.

Il rifugio Averau
VenditaAriaFresca-_C6K6371 © D G Bandion

In Cina comprano aria in bottiglia dal Canada
Se vi capitasse di abitare a Pechino, magari ricerchereste anche voi una boccata d’aria pulita e fresca. Ve ne fareste scorta! Tra i prodotti più ricercati in Cina, insieme a Gucci e Ferrari, c’è l’aria delle Montagne Rocciose: un affare milionario per chi respira smog concentrato.

E’ del 18 dicembre 2015 la notizia che la società canadese Vitality Air era in difficoltà perché non riusciva a soddisfare la richiesta cinese di aria pulita imbottigliata. Moses Lam, fondatore di Vitality Air, ha iniziato questa attività “per scherzo” (rivela) dopo aver letto che il miliardario cinese Chen Guangbiao vendeva aria pulita in lattina a 1 dollaro al barattolo. Lam mise in vendita su eBay, allo stesso prezzo, sacchetti d’aria delle Montagne Rocciose: la risposta fu entusiastica. Il decollo di quest’idea ha fatto diventare i sacchetti vere e proprie bombole da 7,7 litri, 150 respiri garantiti, 59 dollari.

Troppo caro? Da un’indagine risulta che la più forte domanda viene dalle famiglie benestanti che vogliono far respirare aria buona ai figli chiusi in casa, come pure da case di riposo e night club.

Lake Louise, Alberta, Canada. Quest’aria è esportata in bombolette
VenditaAriaFresca-LakeLouse,Alberta-esportbombolette

In Cina è «allarme rosso» per emergenza inquinamento
VenditaAriaFresca-a1f644e52faa416e28eb7a22bce76860-kqKI-U108084118867XEG-1024x576@LaStampa.it

E anche quella delle Blue Mountains australiane
Del 3 maggio 2016 (www.lastampa.it) è la notizia che due imprenditori australiani, John Dickinson e Theo Ruygrok, attraverso un macchinario apposito, catturano l’atmosfera pulita delle Blue Mountains e la rivendono in bottiglia alla Cina.

A detta dei fondatori di Green&Clean, l’aria imbottigliata assume una fragranza diversa a seconda dell’ambiente da cui viene estratta: eucalipto per quella montana (Blue Mountains) o sentore di salsedine per quella della costa (Bondi Beach e vento di Tasmania).

Ogni bottiglia è dotata d’inalatore e costa 18 dollari e 80 centesimi, circa 12 euro al cambio attuale. Ogni confezione contiene l’equivalente di 130 respiri a pieni polmoni: quindi, facendo un rapido calcolo, si tratta di quasi 15 centesimi a respiro.

Secondo uno studio dell’Università della California ogni anno un milione e seicentomila persone muoiono in Cina per malattie e complicazioni respiratorie e cardiovascolari, indotte dall’esposizione ad alti tassi di particelle inquinanti. I guai dell’inquinamento per la Cina derivano da una domanda energetica soddisfatta per lo più da centrali a carbone e da un’intensa politica industriale che, se da un lato contribuisce all’espansione della classe media, dall’altro fa sì che un vigile urbano di Pechino viva in media 43 anni (Marina Freri)”.

Aria in bottiglia, in diversi package e fragranze. Foto: Vitalityair
VenditaAriaFresca-immagine.570

L’aria delle Dolomiti è incontaminata, lo dice la scienza
Del resto anche la cosiddetta “scienza” non scherza. E’ del 10 marzo 2015 la notizia che la qualità dell’aria delle Dolomiti sia come quella del Polo Nord o della Groenlandia: purissima e incontaminata. Questo giudizio viene dagli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università Ca’ Foscari. Gli esperti hanno esaminato la composizione chimica dell’atmosfera a cominciare dall’estate del 2011, basandosi sui dati raccolti dalla stazione di rilevamento sul Col Margherita (Passo San Pellegrino). Qui è stato installato un sito fisso della rete GMOS (Global Mercury Observation System, http://www.gmos.eu), prima rete mondiale di monitoraggio del mercurio, che si avvale di decine di siti di campionamento per quantificare in tempo reale la presenza di questo contaminante in atmosfera.

Il progetto coinvolge 23 istituti di ricerca internazionali, e il ruolo della stazione del Col Margherita in questa rete mondiale di monitoraggio è quello di studiare i livelli di base di questo elemento in un sito alpino d’alta quota. I dati sperimentali, registrati dagli scienziati di CNR e Ca’ Foscari ad una risoluzione temporale di 5 minuti per 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, sono inviati in tempo reale ai centri di ricerca. Qui vengono elaborati e resi immediatamente disponibili al pubblico attraverso varie piattaforme web”.

Senza mettere in dubbio la serietà di queste affermazioni (ma francamente appare poco credibile che l’aria attorno al Passo San Pellegrino, con il turismo pluristagionale che vi si concentra, sia simile a quella di una deserta e glaciale Groenlandia), ci preme riportare però la frase di chiusura del comunicato stampa, quella che recita “Oltre al pubblico, anche la politica può beneficiare di queste rilevazioni, che diventano strumenti operativi per indirizzare le future politiche ambientali riguardanti le misure di contenimento e mitigazione delle emissioni inquinanti”. Come dire: chi parla di inquinamento nelle Dolomiti stia zitto, perché le rilevazioni scientifiche danno ragione alle politiche di certe amministrazioni, a questo punto non “dissennate” bensì “oculate e lungimiranti”.

Stazione di rilevamento sul Col Margherita (Catena di Cima Bocche, Passo San Pellegrino)
VenditaAriaFresca-Qualità-dell’aria-sulle-Dolomiti-è-come-al-Polo-Nord

Pubblicato il Lascia un commento

L’agonia dei Parchi non fa notizia, gli omicidi sì

L’agonia dei Parchi non fa notizia, gli omicidi sì
di Vittorio Emiliani (giornalista, scrittore, Presidente del Comitato per la Bellezza)
(da http://www.huffingtonpost.it, 9 agosto 2016 ore 15.09)

Viene ucciso un uomo in un luogo remoto e subito i nostri Tg corrono a diffondere la notizia e i suoi dettagli spesso raccapriccianti. Siamo il Paese degli omicidi? No, come documenterò più sotto con il link. Siamo al di sotto di Paesi come Grecia, Finlandia, Belgio, Ungheria, Irlanda, Portogallo, Svezia e pure (di poco) di Francia e Gran Bretagna. Nonostante le varie organizzazioni criminali.

AgoniaDeiParchi-grand

I Tg francesi o britannici danno con altrettanta ossessività notizie di omicidi volontari? Non mi pare proprio. Provate invece a far passare da noi una notizia importante di “bianca”: l’esito sarà sconfortante, non un cenno nei Tg, neppure quelli più periferici, neppure 5 righe in un quotidiano importante. È capitato pochi giorni fa: 50 grandi esperti di parchi, di aree protette, di botanica, di paesaggio, di diritto ambientale, di urbanistica (Settis, Rodotà, Piccioni, Giuseppe Rossi, Graziani, Bodei, Montanari, De Lucia, ecc.) mobilitati da un noto documentarista e alpinista, Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness Italia hanno scritto al presidente Mattarella e a Matteo Renzi chiedendo la sostituzione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ritenuto palesemente inadeguato.

Galletti, infatti, in un pubblico discorso ha sostenuto che la legge 394 del 1991 (Cederna-Ceruti) è una “legge di conservazione” e va modificata e mutata in una “legge di valorizzazione e sviluppo“: per far soldi, molti soldi, anche coi Parchi di ogni tipo. Quale esempio di “governance” ha portato in palmo di mano il Parco Nazionale dello Stelvio spezzato or ora in tre parti (dopo 80 anni!), una alla Lombardia ed una per una alle Province di Bolzano e Trento “per avvicinare il Parco alle comunità locali”. È una sorta di “localizzazione” degli stessi Parchi Nazionali a capo dei quali spesso vengono già messi ex sindaci trombati e simili. I quali sono ovviamente portati a privilegiare gli interessi locali, spesso corposi: cave di marmo, nuove piste di sci e sciovie, parziale riapertura della caccia, estrazione di metano e petrolio (vedi Parco Nazionale della Val d’Agri), più strade asfaltate per futuri lottizzatori.

Parco Nazionale dello Stelvio
AgoniaDeiParchi-parco-stelvio-11

Difatti, il ministro Galletti ha sottolineato che con la sua nuova legge gli Enti Parco potranno far soldi con le “royalties” che saranno in grado di riscuotere da cavatori, petrolieri, cacciatori, promotori di piste e di ski-lift… Di qui la forte e motivata protesta contro il totale stravolgimento dei fini e della “mission” del Parchi che sono i nostri “polmoni” contro i vari inquinamenti, sono pilastri della biodiversità, animale e vegetale, ricchissima in Italia, del paesaggio montano, collinare e marino, di un turismo naturalistico che già conta 30 milioni di visitatori l’anno, ecc.

Non è forse una notizia? No, per giornali e Tg non è una notizia, neppure una notiziola. Oltretutto “disturba”. Si dia invece fiato alle trombe per l’ultimo omicidio. Anche se (ma quasi nessuno lo dice) gli omicidi volontari sono scesi ancora nell’ultimo anno: da 505 a 435 (-13,56%) anche perché le varie mafie si sono date fruttuosamente agli affari e sparano molto meno ovviamente. Ma i luoghi comuni sono difficili, sempre, da estirpare e le oneste denunce non “fanno notizia”. Pertanto il rivolo di sangue continua inesorabile a colare dal televisore. E le denunce, le proteste, le sacrosante rivendicazioni a essere bellamente ignorate.

Vittorio Emiliani
AgoniaDeiParchi-vittorioemiliani

Pubblicato il Lascia un commento

Un’intervista del 1990

Sono passati quasi ventisei anni da questa intervista e qualcosa è cambiato sul fronte dell’ambientalismo montano. C’è meno fiducia nelle associazioni (almeno in quelle nazionali) e c’è qualche risultato in più per ciò che riguarda i rifiuti. Almeno questo risultato l’abbiamo ottenuto: cambiare le coscienze nella gestione di ciò che rifiutiamo. Con il rischio di avere un mondo asettico.

Sono cambiato pure io, perché ora ritengo che a un certo punto della nostra vita, dobbiamo tutti domandarci: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale.


Un’intervista del 1990
di Gianni Sartori

Per la serie “un altro alpinismo era possibile?” ho ripescato questa antica intervista ad Alessandro Gogna risalente a un incontro pubblico con Mountain Wilderness a Predazzo. Alessandro parlava per conto dell’associazione, ed era il luglio 1990.

Naturalmente lo conoscevo di fama e per aver letto il suo Un Alpinismo di Ricerca, ma fu una piacevole scoperta confrontarsi con la sua coscienza ambientalista (e, da quanto mi disse in seguito, non solo in Montagna: andava regolarmente a lavorare, nella sua casa editrice milanese, la Edizioni Melograno, in bicicletta). Non so se nel frattempo abbia cambiato qualche idea, se sia arrivato a qualche compromesso con il sistema di sfruttamento delle montagne che le sta trasformando da un lato in parco-giochi dall’altra in discarica (anche, o soprattutto, esistenziale…). In ogni caso il valore di questa testimonianza rimane, a mio avviso, esemplare per coerenza e radicalità. Alessandro Gogna ha recentemente organizzato (ricordo che siamo nel 1990, NdA) Free K2, la prima spedizione internazionale, voluta e organizzata da Mountain Wilderness, per liberare il K2 dalle tonnellate di rifiuti e dai chilometri di corde fisse che ne umiliano il fascino. Nonostante i molteplici impegni, il grande alpinista si rivela disponibile, gentile. Data l’ora piuttosto tarda, premette soltanto che avrebbe intenzione di cercar di dormire almeno un paio d’ore. Lo aspetta infatti una levataccia. Domani alle quattro (del mattino) parte per le Tre Cime di Lavaredo dove Mountain Wilderness ha in programma l’ennesima azione dimostrativa contro la strada a pedaggio. E precisa: “Contro la strada in quanto tale, indipendentemente dal pedaggio”. Che fare contro questo degrado galoppante? In che modo i sinceri amanti della Montagna si possono opporre alla distruzione dell’ambiente alpino? Alessandro Gogna insiste su un concetto che poi riprenderà varie volte nel corso della chiacchierata: occorre innanzitutto “dare una svolta, invertire l’attuale tendenza sperando di arrivare a toccare la mente e il cuore di quanti dicono di amare la Montagna e la Natura”. Mountain Wilderness è un’associazione internazionale che riunisce alcune migliaia di alpinisti ed escursionisti di Grecia, Francia, Italia, Catalunya… in difesa delle Alpi, dell’Olimpo, dei Pirenei. Alessandro racconta di aver trovato un alto grado di coscienza ambientalista tra i catalani. Del resto ve ne sono molti anche tra i militanti di Greenpeace (di cui Mountain Wilderness sembrerebbe essere un po’ l’omologo montano), proprio tra quelli impegnati negli arrembaggi dimostrativi contro i navigli intenti a scaricare in mare rifiuti tossici o contro le baleniere attrezzate per massacrare inermi cetacei in via di estinzione.

Suscita preoccupazione in particolare la rapidità con cui stiamo distruggendo e violentando le Alpi, dove è quanto mai urgente “difendere tutto quello che c’è ancora da difendere”. Le minacce per l’ambiente alpino sono molteplici. Vanno dal degrado ambientale genericamente inteso alle piste da sci; dalle nuove strade al dilagare del cemento; dall’uso indiscriminato di mezzi meccanici (auto, elicotteri, moto…) alle tonnellate di rifiuti abbandonati dagli escursionisti, fino alle vere e proprie discariche in prossimità di rifugi, bivacchi, stazioni delle seggiovie. Gli chiedo in che cosa consista l’iniziativa programmata per il giorno successivo, alle Drei Zinnen. “Quella prevista per domani – mi spiega – è per noi una scadenza molto importante. Assieme all’organizzazione degli ambientalisti ladini, S.O.S. Dolomites, abbiamo indetto una manifestazione contro la strada che dal Lago di Misurina va al soi-disant “Rifugio” Auronzo. Attualmente si calcola che in soli due mesi, quelli di maggior afflusso, venga percorsa da 80.000 (ottantamila!) auto. Cercheremo di occupare la sede stradale dalle sette in poi e cercheremo, discutendo e volantinando, di spiegare alla gente le ragioni della nostra iniziativa”. Per la cronaca: il giorno dopo Alessandro e compagni sono stati presi in contropiede dalle autorità che, astutamente, hanno provveduto a chiudere (solo temporaneamente, chiaro) la strada. Domando quali siano state le iniziative precedenti di questa dimostrazione contro “l’autostrada di Lavaredo”. “Tra quelle che hanno suscitato maggior scalpore vanno ricordate senz’altro l’iniziativa per ripulire la Marmolada e la spettacolare azione diretta sul Monte Bianco contro la Funivia dei Ghiacciai”. Inoltre, sempre in collaborazione con S.O.S. Dolomites, Mountain Wilderness ha caldamente contestato il cosiddetto 200° anniversario della “scoperta” delle Dolomiti. Per Gogna il 200° anniversario è stato un significativo esempio di come la provincia di Trento consideri iniziative culturali quelle che in realtà contribuiscono a ridurre l’ambiente dolomitico alla stregua di un Luna-Park, a un immenso e grottesco “divertimentificio”. I finanziamenti potevano venir usati molto più intelligentemente per arginare il degrado, per recuperare testimonianza delle autentiche tradizioni culturali dell’area dolomitica. Della stessa opinione sono i Ladini, l’antico popolo di queste montagne. Ecco quanto scrivevano in un manifesto firmato Ambientalis Ladinus de la Dolomites: “A 200 anni dalla scoperta di Dolomieu, le amministrazioni provinciali e locali di Trento, Bolzano e Belluno festeggiano le Dolomiti a parole mentre, anno dopo anno, le distruggono coi fatti. Le Province Autonome di Trento e Bolzano permettono e spesso finanziano la continua costruzione di nuovi impianti di risalita, di piste da sci e strade con forte impatto ambientale, di ampi parcheggi in quota, ecc. La regione Veneto addirittura li realizza in proprio mediante la Canal Grande S.p.A. “Anche da parte degli alpinisti – precisa Gogna – esistono comunque delle colpe specifiche. In sostanza la comunità degli alpinisti dovrebbe considerarsi responsabile di quanto sta avvenendo tra le nostre montagne. Dovrebbe riconoscere i problemi che magari involontariamente ha provocato all’ambiente alpino, pubblicizzando e spettacolarizzando, con l’obiettivo di partenza del solo far conoscere la montagna”.

Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso (1988)
Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso
E continua: “E’ anche “merito” degli alpinisti se interi gruppi montuosi hanno perso la loro aureola di fascino, di mistero…”. Ma almeno, si spera e si presume, alpinisti ed escursionisti si arrampicano, camminano, sudano insomma. E il sudore, come è noto, diversamente dal gasolio e dalla benzina, non inquina. Per quelli di Mountain Wilderness bisognerebbe imparare a saper distinguere tra una esperienza vera e una esperienza falsa, mercificata, che si può comprare preconfezionata. Sempre sul Monte Bianco, Gogna ricorda il via vai continuo e ossessivo degli elicotteri impegnati a girare spot pubblicitari riprendendo questo superbo archetipo di freschezza, candore, vacanze invernali, ecc. Immagini di sicuro rendimento dal momento che si prestano a pubblicizzare le mentine come i pannolini, l’acqua minerale come gli assorbenti, i detersivi come la D.C. (l’intervista risale al 1990, ricordo, e c’era ancora l’odiosa Democrazia Cristiana, NdA).

La Marmolada, vetta più alta dell’area dolomitica, venne chiamata “La Regina”. Al ghiacciaio del versante settentrionale fa da contraltare la vertiginosa parete calcarea del lato meridionale; un bastione roccioso lungo alcuni chilometri e alto fino a 900 metri. Oltre che di fondamentali imprese alpinistiche fu teatro di aspre battaglie nel 1915-1918. Oggi è diventato lo scenario di un indecente degrado ambientale che sembra non volersi più arrestare. Lungo i percorsi si potrebbero raccogliere barattoli a quintali ma questo in fondo è un male minore se pensiamo a cosa scorre nelle viscere del non più incontaminato ghiacciaio. Chi ha fatto la sconsigliabile esperienza di cadere in un crepaccio nel periodo estivo (quando può passare parecchio tempo senza che una provvidenziale nevicata intervenga a imbiancare) può confermarlo. Magari ne sarà uscito indenne grazie alla prontezza di spirito dei compagni di cordata, ma sicuramente “onto” da far schifo; ricoperto da smog, catrame e robaccia del genere. Se l’emozione del momento gli avrà consentito di dare un’occhiata disincantata sul fondo avrà avuto modo di scorgervi inequivocabili chiazze di idrocarburi. Provare per credere! L’operazione “Marmolada Pulita” (tra luglio e settembre 1988) non era senza precedenti. Già negli anni Settanta un gruppo di volontari si era “fatto carico” (in tutti i sensi) di riportare a valle decine e decine di sacchi di spazzatura. Tutta roba raccolta nei pressi del Bivacco Dal Bianco. A tale proposito ci sarebbe da segnalare un fatto che la dice lunga sul livello di coscienza dell’alpinista medio. Gogna racconta che dietro la porta del bivacco c’era un avviso che invitava i “signori alpinisti” a gettare i rifiuti nel canalone ovest (dove erano meno visibili) invece che in quello est, come avveniva regolarmente. Intervento personale: osservo che l’indicazione “RIFIUTI” con relativa freccia per indicare il crepaccio, l’inghiottitoio o la dolina dove lasciare impunemente i propri rifiuti è ancora assai diffusa; dai Bivacchi delle Pale di San Martino al Becco di Filadonna, dai rifugi del Sella alle pendici dei colli di Lumignano. Esempio macroscopico, quest’ultimo, di quali conseguenze deleterie può comportare per un ambiente naturale particolare la sua “valorizzazione” alpinistica.

Torniamo alla Marmolada. Quella dell’88 venne definita “una faticaccia, ma per fortuna siamo stati assistiti dal tempo”. Ci sono voluti alcuni voli con l’elicottero (“con il senno di poi – commenta Gogna – si sarebbero potuti utilizzare i muli”) per portare a valle l’ingente quantità di “scoasse” raccolta dai volontari. Oltre a quello del trasporto resta aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti. “Sarebbe una buona cosa poter adottare in futuro la raccolta differenziata” afferma l’eco-alpinista. Infatti i militanti di Mountain Wilderness sono consapevoli che questo è solo un aspetto del problema ben più vasto e complesso; che non basta certo ripulire qualche canalone per dire di aver risolto la questione dell’inquinamento. “D’altra parte bisogna pur cominciare, in un modo o nell’altro. Noi cominciamo da ciò che ci è più congeniale, da quello a cui ci sentiamo più legati, dalle montagne. Cominciamo dall’alto…”.

Marmolada, vallone d’Antermoia, 1988 (i rifiuti sono stati rimossi solo nel 2000)
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

Sulla Marmolada Gogna e compagni verificarono come dagli scarichi della terza stazione della funivia fuoriuscissero mediamente 300 (trecento) litri giornalieri di una broda liquida costituita da acqua, scarichi di fogna, oli esausti, materiali petroliferi vari… pensate a cosa devono aver prodotto e scaricato vent’anni di ininterrotta attività della funivia. C’è, ben visibile, una striscia marrone larga 15 metri che solca tutta la parete sotto la terza stazione. In fondo poi si trova la discarica vera e propria. Qui lo schifo del consumismo si mostra in tutto il suo splendore. L’anno prima la discarica era già stata in parte ripulita da un gruppo di veneziani che si erano portati via qualcosa come 150 carichi. La quantità dei rifiuti comunque restava ancora enorme. Per una ulteriore indagine gli “aspiranti spazzini” hanno utilizzato la via dell’Ideale che risale lungo la parete e viene attraversata varie volte dal colatoio di liquame. Per “scrostare” dalla parete i rifiuti incastrati è intervenuta anche la Guardia di Finanza, le “Fiamme Gialle”. Naturalmente restano ancora appiccicati il petrolio, gli oli esausti minerali, ecc. “Devo dire che in questa circostanza, in questa battaglia ci siamo sentiti particolarmente soli. Abbiamo volantinato, cercato di coinvolgere la gente, gli utenti della funivia… ma quasi tutti se ne fregavano. Forse è proprio vero che in fondo amano di più la montagna quelli che non ci vanno”. Naturalmente non bisogna dimenticare che anche il lago artificiale (il Fedaia) e la relativa strada carrozzabile hanno alterato il microclima della Marmolada. Ma questo è ancora niente: un po’ dovunque il terreno roccioso è stato spianato per aprire piste da sci. Se il fondo della pista è piatto la neve dura di più e quindi le ruspe sono entrate in azione per eliminare le cunette e le asperità tipiche di un terreno calcareo carsico. Quello che ora si può “ammirare” è una specie di omogeneo deserto. Invece del caratteristico carsismo di superficie abbiamo delle vere e proprie ferite, strazianti da vedere e impossibili da rimarginare. Oltre alle ferite inferte all’estetica bisognerà considerare anche quelle di natura strettamente geologica. Su questo problema stanno indagando alcuni geologi di “Aquila Verde” legati a Mountain Wilderness. Come se non bastasse, per garantire ai turisti la pratica dello sci estivo, si sprecano risorse preziose. E’ incalcolabile la quantità d’acqua che viene sprecata con lo scioglimento della neve provocato dall’uso indiscriminato di sostanze sparse sulla superficie per renderla più “sciabile”. Anche questo, insieme all’azione dei gatti delle nevi, contribuisce a degradare ulteriormente il ghiacciaio.

Naturalmente Gogna e gli altri ambientalisti non hanno trascurato di occuparsi del famoso polistirolo espanso immesso nei crepacci. Come è stato accertato, fino a qualche anno fa c’era l’abitudine di riempire qualche crepaccio terminale con enormi quantità di polistirolo e poi far saltare con una piccola carica di esplosivo i bordi, così da coprire tutto e “far spessore”. Adesso il polistirolo percorre gli oscuri meandri sotterranei del ghiacciaio. Prima o poi tutto verrà risputato fuori, ma intanto, si rammarica quel sentimentale di Alessandro Gogna “niente è più come prima, l’incantesimo è rotto”.

Un’altra spiacevole sorpresa li attendeva nel Vallone d’Antermoia. Anche questo era stato trasformato in discarica abusiva. Dalla stazione della funivia Serauta scende un lungo tubo nero che riversa la solita brodaglia immonda. Nel canalone sottostante la prima stazione l’Amministrazione della funivia aveva evidentemente ritenuto di poter gettare di tutto, impunemente. Il canalone per tutta la sua lunghezza di circa duecento metri era completamente intasato da materiali eterogenei. Per una profondità che varia dai due ai tre metri. Questa discarica vera e propria si estende per circa 250 metri. Uno spettacolo apocalittico, circondato da pareti di roccia. Per altri 2-300 metri si continua a rinvenire materiale sparso; fino al limitare del bosco, dove è stato fermato dagli abeti; almeno per ora. “Qui finalmente abbiamo rinvenuto ingenti quantità del famigerato polistirolo. Evidentemente, dopo che la notizia del suo impiego come “riempitivo” ha cominciato a circolare, hanno ritenuto opportuno sbarazzarsene per la via più spiccia”. Gogna ha personalmente esplorato il canalone intasato di immondizie e rottami insieme a Reinhold Messner: “Abbiamo risalito e fotografato per un lungo tratto, finché non ci siamo resi conto del precario equilibrio del materiale incastrato e sospeso. Se cominciava a franare sarebbe venuto giù tutto; e noi con lui”. A questo punto comunque cominciavano a convincersi che quello di cui c’era maggiormente bisogno “non era un’azione di pulizia, ma piuttosto un’azione di polizia”: In effetti, grazie alle iniziative di Mountain Wilderness, c’è stata un’indagine della Pretura di Agordo in merito alle discariche della Marmolada e sulla faccenda del polistirolo. “Ma – commenta amaramente Gogna – è stata un’indagine pilotata”. Alessandro & C. si sono quindi premuniti. Lo schifo è ben documentato da centinaia di fotografie. Ironizza pure: “Tra l’altro ho scoperto che fotografare discariche è una cosa difficilissima, ma sto facendo pratica”. Ci tiene comunque a precisare che in fondo i rifiuti non sono nemmeno la cosa più grave. Si possono raccogliere, eliminare, riciclare… anche se poi tutto ritorna come prima. Prima di tutto bisogna opporsi all’idea che la Montagna sia qualcosa che si può comprare come al supermercato; opporsi anche all’idea di chi “la divide in due, per cui la parte bassa sarebbe meno interessante, da tagliare con la funivia così da arrivare subito e senza sforzo in alto. E’ un inganno di chi vende una immagine fasulla della montagna. Senza la parte bassa non ci sarebbe nemmeno quella alta”. Non si giudichi frettolosamente quest’ultima affermazione come banale o scontata. Fatta da uno come Gogna che la “parte alta” può dire di conoscerla come pochi è senz’altro degna di considerazione. Meditate. Del resto basta stare a osservare il comportamento di chi è arrivato sulla cima con le proprie gambe rispetto a quelli saliti in funivia (o in auto, quando c’è la strada). Con ogni probabilità troverete tra questi ultimi gli esuberanti raccoglitori di fiori e arbusti, i lanciatori di richiami e i portatori di apparecchi radio. Se l’eccesso di energie lo avessero impiegato per salire forse sarebbero più discreti e contemplativi. E più consapevoli.

Rifiuti al Pian dei Fiacconi, Marmolada, agosto 1988. Oggi da tempo rimossi.
10.09.1988, Operazione Marmolada pulita, Mountain Wilderness al Pian dei Fiacconi e Pian dei Fiacchi. Rifiuti

Gogna non perde l’occasione per un ulteriore richiamo alla responsabilità e all’impegno personale: “A volte, almeno in teoria, esiste già una precisa legislazione in merito. Vedi la legge Galasso sulle discariche. Che poi venga regolarmente applicata è un altro paio di maniche. Molte cose si potrebbero già impedire ma resta il problema della mancanza di una diffusa cultura ambientalista. La gente vede ma non si scompone. Non c’è quindi da meravigliarsi se poi l’autorità non interviene. In fondo abbiamo l’Amministrazione che ci meritiamo”. E insiste: “E’ importante che cambino le coscienze”. Come esempio piccolo ma significativo di un indispensabile cambio di mentalità cita la scritta (ben diversa da quella del bivacco Dal Bianco) che si può leggere presso un rifugio degno di questo nome nelle Apuane, il rifugio Rossi, sopra a Castelnuovo di Garfagnana: “Questo rifugio non ha cestino della spazzatura”: Edificante, direi. Si dichiara senza equivoci che “i rifiuti ognuno se li porta a valle, da dove sono venuti”. “Dobbiamo smetterla di considerare i rifugi come servizi”. Infatti la natura dei servizi è tale per cui tendono costantemente a svilupparsi, a migliorare in efficienza, volume, comodità… (“a parte quelli pubblici urbani – osserva Gogna polemicamente e acutamente – che sembrano invece peggiorare…”). Le richieste di un certo tipo “da parte di chi non sa rinunciare alle sue comodità e abitudini nemmeno per qualche giorno, quasi costringono chi gestisce i rifugi a migliorare la qualità delle prestazioni”. E’ il caso dell’attuale tendenza generale al raddoppio che, automaticamente, comporta il raddoppio dell’impatto ambientale. Con l’aumento della capacità di ricezione, delle “comodità”, i rifugi stanno diventando alberghi, ristoranti. Stanno snaturando la loro funzione e stravolgono, violentano ulteriormente l’ambienta alpino. Può capitare che perfino da un onesto bivacco si decida, dalla mattina alla sera, di ricavare un albergo d’alta quota. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa anche sulle Pale di San Martino. Con la stessa logica, la mulattiera diventa strada asfaltata, la baita casa per le vacanze e il “punto panoramico” dove si giungeva stanchi, sudati, magari sfatti oggi è a portata di mano con la seggiovia. Una logica perversa che, mentre apparentemente va incontro alle esigenze della gente, non fa altro che snaturare il rapporto con la montagna. E permette agli operatori del settore di realizzare congrui profitti. Incalcolabili sono invece i costi, sia ambientali che culturali. Il profeta della “wilderness” incalza: “Ecco perché sostenevo che in fondo quello dei rifiuti è solo l’aspetto esteriore della questione. Magari si potrebbe anche risolvere utilizzando appositi furgoncini per le immondizie. Ma anche lo smaltimento non risolverebbe il vero problema, quello di una sempre maggiore antropizzazione, di una vera e propria urbanizzazione sistematica dell’ambiente montano. In particolare di quello dolomitico. Pensiamo all’incremento costante dell’indotto che gira intorno ai rifugi. Vedi il caso del Vajolet, se di rifugio si può ancora parlare…”. “Il problema è ancora quello di riuscire a cambiare la mentalità di chi va in montagna. Per questo sostengo che quando riusciremo a chiudere una sola funivia quello sarà un segno di cambiamento radicale, di inversione di tendenza. Perché sarà cambiata la coscienza della gente”. A questo punto, inevitabilmente, pongo una questione: “Ma come potranno allora andare in montagna le persone con una qualche disabilità?”. Per Alessandro Gogna si tratterebbe di un “alibi ipocrita”, posto in genere da chi difende altri interessi e degli handicappati sostanzialmente se ne frega e pensa ai suoi profitti, di chi si ricorda di loro soltanto quando fanno comodo: “In città non li mettono nemmeno in condizione di poter prendere la metropolitana, di poter entrare in un negozio… l’ambiente urbano è saturo di barriere architettoniche, discriminanti e nessuno, o quasi, si preoccupa di abolirle”. La chiusura di una funivia alla fine danneggerà soltanto chi sfrutta la montagna. In compenso sarà una testimonianza tangibile dell’auspicabile “rivoluzione culturale”. “La gente avrà compreso che oggi come oggi in montagna si vende qualcosa che non esiste. Un prodotto ben confezionato, un’idea di montagna completamente fasulla, un’invenzione pubblicitaria falsa e artificiosa che allontana sia dall’esperienza alpinistica autentica che da quella, non meno vera e profonda, contemplativa”. Un concetto quello espresso da Gogna immediatamente comprensibile da tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di un contatto vero (come dire: organico, strutturale…?) con la Natura e con la Montagna.

Reinhold Messner calato dal Grand Flambeaux verso il “pilone aereo”, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Manifestazione della Vallée Blanche,  R. Messner calato alle 4.30 di mattina dalla vetta del Grand Flambeaux da spostare prob.te in g59

Altra recente impresa di Mountain Wilderness, quella sul Monte Bianco contro la “funivia dei ghiacciai”. L’azione si svolse sul cosiddetto “pilone aereo”, famoso per essere sostenuto non dal solito pilone, ma lateralmente, da funi d’acciaio ancorate a due cime. Gogna, Messner e Giampiero di Federico erano saliti nottetempo su una di queste (il Grand Flambeaux) e da qui Reinhold era stato calato lungo le funi. Raggiunto il pilone aereo calò le corde su cui Alessandro e Roland Losso risalirono, con la stessa tecnica che si usa in speleologia. Quindi cominciarono a tirar su lo striscione di Mountain Wilderness (“pesantissimo”). Venne poi issato in modo tale che non impedisse il transito dei vagoncini e che gli addetti alla funivia (che al pilone arrivano con i vagoncini) non potessero rimuoverlo facilmente. Ma venne comunque tolto nella giornata stessa. Gogna ci tiene a precisare che tutta l’operazione si era svolta nella più assoluta legalità. “Nemmeno per un attimo è stato interrotto il funzionamento; non c’è mai stata interruzione di pubblico servizio…”. Non vuole correre il rischi che l’attività di Mountain Wilderness venga fraintesa, che la gente si ritragga. Soprattutto non vogliono inimicarsi le popolazioni locali, i valligiani. Non intendono scontrarsi con chi in montagna ci vive. Per questo il valore dell’azione sul pilone aereo è stato esclusivamente simbolico. Nessun blocco, nessun sabotaggio, nessuna violenza. “Non abbiamo attentato in alcun modo all’economia montanara. Tra l’altro, oltre che completamente inutile, la funivia in questione è anche in passivo”. Con il loro gesto volevano agire sulle coscienze, dare un messaggio “forte”, di svolta all’immaginario, al gusto e allo stile di chi va in montagna. Riabilitare “l’esperienza autentica, il valore del sudore…”. Chiunque vada in montagna da qualche decina di anni (e può quindi fare confronti) ha potuto rendersi conto di come ai nostri giorni l’immaginario alpinistico e montano sia per lo più colonizzato da ideologie e concezioni del mondo che con l’alpinismo storico non hanno molto a che fare (anche se vi attingono a piene mani e si alimentano della sua storia, del suo prestigio…), ma forse questa è ormai “un’altra storia”… Per la cronaca: l’anno dopo Mountain Wilderness è tornata sul Bianco per un’altra azione dimostrativa, stavolta meno “elitaria”. Circa duecentocinquanta alpinisti hanno composto in mezzo al ghiacciaio una grandiosa scritta umana: POUR LE PARC. “Per quanto riguarda la funivia – conclude Gogna – sembra proprio che l’unica soluzione praticabile consista nel comprarla. Per poi disattivarla, naturalmente. Come Mountain Wilderness ci stiamo muovendo in questa direzione…”.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Parlandogli, osservandolo si ha la sensazione che anche Alessandro Gogna (come altri andati “alla Montagna”, magari per caso ma comunque predisposti se non proprio predestinati) sia “inciampato” in quelle che tra culture meno materialiste (e meno consumiste), in altri tempi, luoghi e situazioni, sarebbe stata identificata come “esperienza del Sacro”. Del resto “lo Spirito soffia dove vuole”, ma predilige, notoriamente, le vette, gli anfratti, i dirupi, le creste affilate delle Montagne. Sembrano confermare questa impressione le sue ultime considerazioni e ricordi personali con cui si conclude la lunga ciacolada): “E’ incredibile come, pur non avendo più necessità di cacciare, di raccogliere cibo per sopravvivere, noi continuiamo a saccheggiare la natura. Basta vedere come si riduce il sottobosco dopo il passaggio delle orde dei raccoglitori di funghi. Ricordo che quando avevo otto anni mi sono ribellato a mio padre che mi costringeva a raccogliere funghi. Sia chiaro: anche a me piacciono e quello che rifiutavo era l’idea che si andasse in montagna solo per raccogliere funghi; avevo già intuito che c’era dell’altro. Figurati che un giorno avevo trovato un porcino enorme e ho preferito lasciarlo dov’era. Forse sarà stato poi trovato da qualcun altro, ma comunque gli ho regalato qualche ora di vita”. Fin troppo facile fare dell’ironia su questa mancanza di spirito utilitaristico. A chi scrive fa venire in mente una concezione dell’alpinismo (e magari della vita) similare a quella espressa da Lionel Terray: “Conquistatori dell’Inutile”. Per il futuro non si fa troppe illusioni: “Per noi si tratta di seminare delle idee, sperando di incontrare terreni, coscienze fertili, disponibili… Allora forse vedremo dei risultati, magari tra anni. Certo che comunque così non si può continuare. Sarebbe il degrado definitivo degli ultimi spazi naturali rimasti tali”.

intervista1990-0002

Confermo pienamente. Nei Paisos Catalans ho incontrato un livello di coscienza ambientale diffusa che, nella penisola iberica, è secondo soltanto a quello dei baschi (pensiamo, in Euskal Herria, alle battaglie contro la centrale nucleare di Lemoiz e contro la diga di Itoiz…). Non per niente nei PP. CC. anche uno dei movimenti indipendentisti di sinistra più radicali si chiamava Moviment de Defensa de la Terra (suo lo slogan “Defensar la Terra non és cap delicte”: difendere la Terra non è reato). Inevitabile per chi scrive pensare ad alcuni scempi ambientali e paesaggistici che, da allora, sono stati realizzati in zone che ben conosco: Costa d’Agra (nei pressi di Folgaria), sul Monte Fior (Altopiano di Asiago) o sul Civetta lungo le cui devastanti piste da sci sorgono ora, al posto delle migliaia di abeti abbattuti, squallidi lampioni per le discese in notturna degli “amanti della montagna di plastica” (oltretutto dei privilegiati in questi tempi di crisi). D’altra parte… l’avete voluto il capitalismo? Ovviamente bisogna pensare che si inquina anche raggiungendo i luoghi della montagna. Personalmente, da anni uso sia la bicicletta (se possibile) che i mezzi pubblici (per quanto scarsi e malridotti, in Veneto). Un aspetto positivo è quello di non dover necessariamente ripercorrere al ritorno lo stesso itinerario dell’andata. Per esempio, se da Velo d’Astico salgo al Pria Forà posso poi scendere ad Arsiero per prendere la corriera. In ogni caso portatevi il telo di sopravvivenza, dopo una certa ora non fanno più servizio. E’ l’avventura.

Pubblicato il Lascia un commento

Il Sasso Prois

Se oggi Courmayeur è quello che è lo deve alle guide alpine e agli alpinisti che videro in quella località l’essenza stessa del salire le montagne, dopo secoli e secoli di disinteresse totale dell’umanità: perché lì è il Monte Bianco, quello più alto di tutti.

Guide e alpinisti, con la loro passione e le loro imprese, hanno creato una nuova sensibilità, quella che ancora oggi, in qualche modo distorto, attira sciatori e turisti e fa esclamare “oohh!” di fronte a certi panorami che, in epoca prealpinistica, suggerivano solo orrore.

Il Sasso Preuss visto da Walter Bonatti. Foto: Walter Bonatti.
SassoProis-fotoBonatti

Gli alpinisti conoscevano un masso erratico, circondato dai prati. Io stesso lo ricordo bene, eravamo negli anni ’60. Un masso che un tempo era un pezzo di storia e che oggi l’odierna insensibilità e l’assoluta ignoranza hanno circondato di totale disinteresse.

Gianluca Strata: “Già qualche anno orsono avevo segnalato, anche con foto, lo stato indecente del luogo; dopo poco si prospettò, in quella zona, l’attuale iniziativa di edilizia “prima casa residenti”. Con un paio di amici ci ripromettemmo di fare qualcosa per la salvaguardia e il recupero di quella importante memoria storica (tipo la fessura Kosterlitz di Ceresole). Ne venne fuori un piccolo “topo” con una decina di passaggi (oggi li chiamano di boulder). Ci fu assicurato che anche i proponenti condividevano l’obiettivo: addirittura la società si chiamava Prois! Certo la fonetica aveva giocato un brutto scherzo. Ora, quello che lascia interdetti è che in un’epoca in cui si abusa del termine “tradizione”, anche questa memoria storica sia cancellata”.

Luglio 2016
SassoProis-13723934_784081138399593_1835297621859484019_o

 Agosto 2016
SassoProis-IMG_20160808_151547

Agosto 2016
SassoProis-IMG_20160808_151638

Il Sasso Prois
di Enrico Camanni
Era meglio se ne facevano ghiaia. Molto meglio. Se non frega niente dell’alpinismo, se la memoria va colata nel cemento come un testimone scomodo, allora, vi prego, risparmiateci la speculazione verniciata con la pennellata di storia. Il sasso Preuss, a metà strada tra Courmayeur e Entrèves, è stato un luogo di culto per gli scalatori di mezzo secolo. Si trovavano in mezzo al prato nelle giornate dal tempo incerto e provavano i passaggi come facciamo tutti quando le montagne sono imbronciate. Il grande Paul Preuss aveva salito il muro impossibile, Gabriele Boccalatte volteggiava sulle sue tracce, pare che Giusto Gervasutti non si esibisse ma magari ci veniva la sera, di nascosto, a provare il boulder anche lui. Adesso il Sasso Preuss è diventato www.prois.it e resterà lì nel cemento, in un angolo triste del nuovo complesso residenziale, come quei libri soli sullo scaffale vuoto della libreria. Meglio ghiaia, credetemi.

Agosto 2016: le Maisons Prois in costruzione
SassoProis-IMG_20160808_151717

Filip Babics in arrampicata sul Sasso Preuss, maggio 2014: già si intravvede, a destra, il cantiere
SassoProis-FotoFilipBabics-DSC06788_crabc-mini

Commenti:
Roberto Rey
: “Complimenti ancora, Courmayeur!”.
Matteo Cresti: “Il sito indicato non accenna minimamente al Sasso, segno che l’impresa lo vive come un semplice vincolo paesaggistico da non valorizzare”.
Francesco Sisko: “Ci sono almeno 4/5 hotel totalmente abbandonati e vi lamentate di un sasso? Tra l’altro lo stanno pure preservando…”.
Marcello Mussillon: “Se ci tenevano tanto potevano fare una mega colletta, comprare i terreni e preservare tutto ciò che volevano. Parlare a posteriori tutti bravi…”.
Daniele Bonini: “Che tristezza!”.

Il Sasso Kosterlitz
Nel 1972 l’alpinista scozzese Mike Kosterlitz saliva da solo e slegato la fessura di 8 metri cui fu dato il suo nome su un masso in Valle dell’Orco, sotto al Sergent, vicino a Ceresole Reale. Nel 1978 Roberto Bonelli riuscì a ripetere l’impresa. Alla fine degli anni ’90 il masso, pur risparmiato dalle ruspe e dall’esplosivo, fece la fine poco dignitosa d’essere circondato dal cemento, nell’ambito della “ristrutturazione” stradale della provinciale della valle.

Valle dell’Orco (TO), Masso Kosterlitz, fessura Kosterlitz: 2a ascensione, Roberto Bonelli, 30 maggio 1978
Valle dell'Orco (TO), Masso Kosterlitz, fessura Kosterlitz, 2a ascensione (Roberto Bonelli, 30.5.1978)

Altro climber sulla Fessura Kosterlitz
SassoProis-Kosterlitz-r

Il Masso Kosterlitz e la Fessura Kosterlitz oggi
SassoProis-91523

La Società Prois Group Srl (da www.prois.it)
Prois Group Srl propone in vendita il nuovo complesso immobiliare Maison Prois, localizzato in Comune di Courmayeur, Strada per Entrèves, composto da alloggi di varie metrature ad oggi ancora personalizzabili. Maisons Prois è un complesso residenziale destinato alla residenzialità PRIMA CASA. Gli alloggi possono essere acquistati da RESIDENTI e da SOCIETÀ o OPERATORI COMMERCIALI che prestino servizio sul territorio comunale. Maisons Prois è composto da tre corpi edilizi di quattro piani fuoriterra, ampi spazi verdi ed aree di parcheggio e servizio interrate. Tutti gli alloggi sono dotati di giardino o ampi terrazzi, cantina, posto auto coperto e scoperto. Prois Group Srl propone 60 NUOVI ALLOGGI IN CLASSE A, con garanzia postuma decennale a partire da €/mq 3.500. Nel Comune di Courmayeur Maisons Prois rappresenta una opportunità unica di investimento a prezzi accessibili, in relazione soprattutto alla qualità del costruito, all’ottimizzazione dei consumi energetici ed ai minimi costi di gestione condominiale previsti. Per aiutare all’acquisto, la Banca di Credito Cooperativo Valdostana, partner finanziario dell’operazione, propone finanziamenti specifici e dedicati agli operatori economici, a tassi agevolati.

Rendering del complesso Maisons Prois. Si vede, in basso a sinistra e stilizzato, il Sasso Preuss. Da osservare che, al contrario di come il disegno ci vuole far credere, l’intero complesso è immerso in una vera e propria selva di altri condomini

SassoProis-1-investimento

Pubblicato il

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso
di Chiara Baù
già pubblicato in Vita sul Pianeta, 27 febbraio 2016

Spesso la bellezza di certi luoghi può trasmettere sensazioni così intense da rapire la mente, ma non immaginavo che l’incredibile estensione di foreste del Canada potesse incidere così profondamente sui miei pensieri. Attratta dalle distese infinite di boschi e montagne, ho sempre tentato di seguire questo istinto, in parte innato, in parte proveniente da una sorta di imprinting datomi dai miei genitori che fin da piccola mi avevano abituato a scorrazzare nei boschi. Sempre con rispetto e un po’ di timore ho dato ascolto a questa voce e ho potuto vivere preziose esperienze, tra le quali la più emozionante è stata indubbiamente quella dell’incontro con l’orso bruno durante un monitoraggio effettuato nel Parco Adamello-Brenta nel periodo di stesura della tesi in Scienze Naturali. Si trattava di Daniza, l’orso reso famoso dai media, ucciso circa un anno fa in seguito a telenarcosi somministrata per la cattura.

MioRichiamo-moby02_MGZOOM

Avevo incontrato Daniza in una piccola radura quindici anni fa proprio durante la tesi di campo, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano previsto dal progetto consisteva nel rilevare tramite una tecnica di radiotracking la posizione di ogni esemplare nelle ore più improbabili per noi, ma più probabili per gli orsi. Quella mattina erano circa le 5.30 ed ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte; la luce tenue dell’alba si confondeva nella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era forte, ma vedere un orso è quasi impossibile: l’orso per sua natura non ama farsi vedere. Un anno di continui rilevamenti erano trascorsi senza successo. Nel silenzio di quelle ore mattutine il segnale sempre più forte disturbava la pace del bosco, finché improvvisamente Daniza è spuntata dagli alberi nella piccola radura, a circa cinque metri di distanza; lì si è fermata incuriosita, ci ha osservato roteando il muso, come per chiederci: «Ma a quest’ora del mattino non avete altro da fare che seguire me?». Impietrita, emozionata, avevo davanti a me Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è stato di breve durata, pochi secondi scanditi dai veloci battiti del cuore, poi con quel tipico andamento dondolante Daniza si è eclissata lentamente nel bosco. Indescrivibile la mia felicità di quegli istanti, indescrivibile la mia amarezza alla notizia della sua eliminazione.

Il richiamo per l’orso bruno ha così iniziato ad appassionarmi, influenzando in parte la mia vita. Durante varie conferenze tenute negli anni successivi sui miei “Incontri con gli orsi” mi veniva chiesto frequentemente: “Perché proprio l’orso?” Non avevo mai una spiegazione razionale ed esaustiva a questa domanda… Forse risponderei come il grande scrittore James Oliver Curwood, autore del libro da cui è stato tratto il film L’orso: “Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo”.

Nei rari momenti di incontro con animali selvaggi in libertà avverto ogni volta la sensazione di un fascino primordiale che ci appartiene e che ci fa sentire parte di una natura perfetta e in totale armonia.

Dopo il primo incontro in Trentino il richiamo per un nuovo incontro con l’orso diventava sempre più forte; per anni avevo coltivato il sogno delle foreste selvagge del Canada e ora quel richiamo si stava concretizzando in un trekking a cavallo nella British Columbia per esplorare le foreste di quel grande paese con la possibilità di unire al richiamo dei boschi la passione per il cavallo. Il linguaggio segreto di questo magnifico animale mi aveva sempre affascinato, incuriosita soprattutto dall’alone di mistero che circonda il magico “sussurro dei cavalli”.

MioRichiamo-foto-2

Risalendo il tempo verso ovest, assisto durante il viaggio aereo a un tramonto perenne, godendo di scenari unici, sospesa sopra un mare di nubi da cui occhieggiano di tanto in tanto lunghi tratti di terra, come le solitarie distese della Groenlandia. Atterro la sera, un po’ frastornata, a Vancouver dove dormo la prima notte. L’indomani conosco Frank, il driver del ranch che viene a prendermi a Vancouver e Cauleen, la guida canadese della spedizione; con loro su un piccolo van inizia il viaggio di trasferimento al ranch.

Il primo tratto di autostrada si snoda attraverso verdi ed estese pianure per poi immettersi in immense vallate scavate dal fiume Frazer, navigabile ai tempi della corsa all’oro del 1858. La conversazione con i miei nuovi compagni di viaggio cade subito sull’argomento orsi e non appena racconto dei miei studi sulla reintroduzione di orsi bruni nelle Alpi, capisco non solo di aver catturato la loro attenzione e curiosità, ma di aver creato un affiatamento e una sintonia immediati.

Solitamente nel Parco Adamello-Brenta in Trentino Alto Adige il letargo degli orsi inizia a fine novembre in coincidenza con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve. Ma nelle foreste della British Columbia ci si può aspettare la neve anche ai primi di ottobre… cosa che purtroppo nel mio caso avrebbe ridotto le probabilità di incontro con l’orso.

Mentre per le marmotte si parla di un vero e proprio letargo, per l’orso si tratta di ibernazione che può essere considerata come un evento fuori dal comune. Il letargo infatti non è assoluto; a volte, se il tempo è mite, l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata.

Può quindi capitare nel bel mezzo dell’inverno di osservare le sue impronte nella neve. Da notare che nelle latitudini a nord il letargo è più profondo rispetto alle latitudini a sud.

Ricordo sempre in proposito quello che mi capitò a Madonna di Campiglio durante un inverno particolarmente mite con temperature al di sopra della norma: mentre sciavo lungo una pista fui sorpresa improvvisamente dal passaggio di mamma orsa che con tutta calma attraversava la pista di sci con i suoi cuccioli.

Ma in Canada in quell’ottobre le temperature sembravano seguire il ciclo normale dell’inverno.

Anche se disturbato l’orso può abbandonare il ricovero, costretto tuttavia a reperirne uno d’emergenza. Durante l’ibernazione la temperatura del corpo scende di alcuni gradi, non molti in realtà, proprio per consentire una rapida ripresa del metabolismo. Il ritmo cardiaco rallenta con 8 battiti al minuto rispetto ai consueti 40. Ne risentono anche il consumo di ossigeno che viene dimezzato e la sensazione di fame che si riduce sensibilmente.

Non sono ancora chiari i fattori che causano l’ibernazione dell’orso. Probabilmente essa è dovuta alla riduzione del fotoperiodo, all’abbassamento delle temperature e alla scarsità di cibo disponibile. Si pensa che esista anche un fattore chimico in grado di stimolare il sonno invernale; il cosiddetto HIT, hibernation induction trigger, ma si tratta di un’ipotesi ancora da dimostrare.

La combinazione di tutti questi fattori agirebbe direttamente sul sistema nervoso dell’orso, inducendo due risposte: una fisiologica (entrata in ibernazione) e una comportamentale (inattività e scelta di un sito di svernamento).

Il letargo dura solitamente fino ai primi di aprile, mentre lo stato di immobilità viene raggiunto gradualmente dopo 2-3 settimane dall’entrata in tana e durante tutti questi mesi si ha un adattamento metabolico, cui appartiene il riciclaggio degli aminoacidi in proteine. Infatti durante il letargo l’orso bruno non urina e non vengono espulse le feci.

L’organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. L’azoto ivi contenuto viene integrato negli aminoacidi, i quali forniscono le molecole per nuove proteine, la cui decomposizione produce glucosio (sostanza energetica). Nel periodo del letargo le funzioni corporee sono invece ridotte in misura minore rispetto a quelle di altre specie di animali, quali le marmotte.

Dopo circa sei ore di viaggio imbocchiamo una strada sterrata che affianca l’immensa distesa di acqua blu del Carpenter lake solcata da tronchi galleggianti, quindi la Gun Creek road che conduce al ranch, base di partenza del trekking a cavallo.

Conosciuto lo staff del ranch, scelgo col loro aiuto la sella più adatta e la lunghezza esatta delle staffe: è fondamentale verificare ogni particolare con attenzione, perché una volta partiti nessun cambiamento sarà possibile.

Scopro, nel frattempo, di essere l’unico componente della spedizione, perché a quanto dice la guida, nel mese di ottobre nessuno intende avventurarsi con i cavalli tra le montagne, sia per il problema del freddo, sia per possibili rischi legati al maltempo della stagione; il periodo più propizio è l’estate, quando maggiore è la frequenza di turisti. Tutto questo però acquista per me un carattere di incredibile unicità, consentendomi di essere protagonista di un’avventura!

MioRichiamo-foto-3

Il giorno successivo, appena alzata, incredula per ciò che sto vivendo, sistemo le briglie al cavallo, do una mano negli ultimi preparativi e monto in sella. Siamo in tre: oltre a me, Cauleen, la guida, e Cinthya, la ragazza del ranch. La guida è armata di fucile e mi mette in guardia sul comportamento da assumere nell’eventualità di incontrare l’orso: reagire con molta calma, evitare movimenti bruschi e improvvisi, tentare di arretrare senza voltare le spalle all’animale e soprattutto non fissarlo negli occhi: uno sguardo troppo diretto può essere interpretato come segno di aggressione… Ascolto con attenzione le istruzioni di Cauleen e mentre procedo sul sentiero miriadi di sensazioni le più diverse mi prendono, dal timore all’eccitazione per la natura estremamente selvaggia di questo paese con la sua magia e il suo mistero.

Il percorso a cavallo ha inizio in un bosco di latifoglie ingiallite dall’autunno ormai inoltrato. Un’ora dopo siamo a costeggiare un torrente, dai riflessi a tratti d’argento, grazie al sole che si specchia nella corrente turbinosa. Fa molto freddo e durante una sosta accendiamo un piccolo fuoco… il calore della legna che brucia ci scalda e con rinnovata energia riprendiamo il sentiero. Pian piano ci alziamo di quota, portandoci al limite della foresta; davanti ai nostri occhi svettano le cime delle Chilcoutin Mountains, la catena di montagne meta del nostro trekking. Il nome Chilcoutin, di origine indiana, significa “Popolo dalle acque azzurre” e infatti i ghiacciai, che un tempo ricoprivano la zona, hanno lasciato tracce della loro esistenza in una miriade di laghi dai colori smeraldo e turchese.

Mentre cavalchiamo mi arrovella di continuo il pensiero di incontrare l’orso da un momento all’altro, e scrutando piccole caverne formate da massi e muschio mi chiedo: “Che sia già in letargo e nascosto in quell’anfratto?”.

Le tane più adatte al letargo sono le cavità naturali della roccia, le piccole caverne parzialmente scavate e adattate oppure, raramente, cavità situate alla base di ceppaie o di grossi tronchi.

All’interno delle tane spesso si trovano giacigli formati da cumuli di foglie, erba e ramoscelli secchi, licheni, muschi e tutto quello che in autunno si può racimolare all’intorno per rendere il suolo il più asciutto e morbido possibile. Le tane solitamente non vengono occupate per più di un anno; se la presenza antropica disturba in maniera eccessiva, l’orso esce alla ricerca di un ricovero più tranquillo.

Raggiunto il termine della grande vallata, si spalanca dinanzi a noi un altopiano coperto da una fitta boscaglia: sul tronco di un pino, un cartello con l’immagine stilizzata di un orso avvisa: “CAUTION” il che mi dà ulteriore conferma di quanto vicina possa essere questa presenza.

Lentamente ci addentriamo nel bosco, territorio di grizzly e orsi neri, e con un certo timore mi guardo cautamente intorno, mentre i cavalli avanzano tra i pini in una quiete assoluta… ho l’impressione di sentirmi spiata dallo sguardo dell’orso.

Lungo l’altopiano boscoso ecco che intravedo le sponde dello Spruce Lake (“Spruce” è l’abete rosso, spiega Cauleen), un magnifico lago incantato… un’atmosfera di grande armonia che penetra ogni angolo della mia immaginazione… rimango ferma un attimo, attonita ad ammirare il paesaggio che mi circonda.

Una piccola baita in legno dall’aspetto fiabesco si nasconde tra alcuni pini in riva al lago: Cabin, come la chiamano i canadesi, sarà il campo base dove pernotteremo tutta la settimana.

MioRichiamo-foto-4

Appena scesa da cavallo, Cauleen mi prega di scaricare il cibo avanzato dai saddle-bag, le sacche laterali appese alla sella, una precauzione indispensabile perché l’orso non si avvicini ai cavalli fiutando l’odore di cibo… sono semplici accorgimenti per evitare un contatto diretto con l’animale… Le finestre sono chiodate, ennesimo stratagemma per impedire incursioni notturne… Sembra che l’orso abbia la forza di 12 uomini.

D’altronde l’olfatto è il senso più sviluppato in un orso che, in condizioni di sopravento, è in grado di fiutare odori a una distanza di 12 km.

Senza contare che proprio davanti alle finestre prospicienti il lago sono stati conficcati nel terreno numerosi chiodi, le cui punte acuminate fungono da deterrente per scoraggiare gli orsi che più volte hanno tentato di sfondare la baita alla ricerca di cibo.

Nonostante la porta sia sbarrata da un asse di legno, ennesimo stratagemma per impedire l’ingresso a orsi affamati, con forza riusciamo a schiodare l’asse e a entrare.

Ormai il sole è tramontato e un’aria gelida accarezza le distese di pini che circondano Spruce Lake. Accendiamo la legna nella stufa, cuciniamo una zuppa calda e finalmente ci concediamo un meritato riposo. Nel sottotetto della baita ci addormentiamo rinchiuse nei sacchi a pelo, mentre la legna finisce di ardere…

Penso all’orso fuori nel bosco…

Allo Tayax Camp e ritorno a Spruce Lake
L’indomani al mio risveglio la legna già scoppietta nella stufa… Cauleen si è alzata per prima ad accendere il fuoco e mi avverte subito di aver notato impronte di orso in riva al lago… subito mi precipito sulla riva per scrutarne le tracce.

Le impronte sono inconfondibili dato che essendo un plantigrado, l’orso poggia completamente la pianta della zampa a terra. L’orma dell’orso è simile per forma a un piede umano, però più larga e con le dita tutte uguali. Sono sempre visibili i cuscinetti delle cinque dita, tutti sulla stessa linea e i robusti artigli. Come in tutti i plantigradi, il cuscinetto del tarso, il nostro calcagno, è sempre visibile nell’orma della zampa posteriore.

Probabilmente si tratta di un esemplare maschio ancora intento a cercare il ricovero invernale.

Le femmine saranno le prime a entrare in letargo, soprattutto quelle gravide

La gestazione dura dai 6 ai 9 mesi ed è differita. La blastocisti smette di dividersi e rimane libera nell’utero per un tempo abbastanza lungo (probabilmente regolato dal fotoperiodo) prima di iniziare il vero e proprio sviluppo embrionale. La gestazione effettiva dura solamente 8 settimane. Questo spiega le dimensioni ridotte dei cuccioli che quando nascono pesano intorno ai 300/400 grammi, circa 1/1500 rispetto al peso della madre. I cuccioli nascono generalmente tra metà gennaio e metà febbraio e sono ciechi.

MioRichiamo-foto-5

Per avere un po’ di energia le madri si nutrono della placenta e iniziano a produrre il latte, denso e viscoso, molto concentrato per evitare la dispersione delle risorse idriche, e contenente un’elevata quantità di grassi. Nonostante le dimensioni ridotte delle mammelle, i cuccioli riescono a succhiare i litri di latte necessari a una rapida crescita (2 litri circa al mese).

Nascendo di così piccole dimensioni, i cuccioli hanno comunque minori esigenze nutrizionali, proporzionate alla disponibilità della madre, che arriva a perdere il 30% del suo peso tra gravidanza, allattamento e letargo (in confronto al 20% delle femmine non gravide).

Tayax Camp è la destinazione della giornata, a circa 7-8 ore di cavallo… con la tazza di tè bollente in mano esco per godermi le prime sensazioni del mattino in riva allo Spruce Lake…

Le cime delle montagne sono già spruzzate di neve. L’aria è frizzante e pungente, nessun rumore attorno, solo un’immensa pace… sono consapevole di essere lontano dal mondo di tutti i giorni, ma mi sembra di aver custodito da sempre quelle sensazioni di libertà e armonia.

Selliamo i cavalli, “GET ON!“ è il comando per montare a cavallo e nel silenzio più totale ci addentriamo nel bosco. Sarà suggestione, ma ho ancora l’impressione che l’orso ci stia spiando, è comunque una sensazione che mi dà rinnovata energia…

E’ raro l’incontro con altri animali nella foresta. Di tanto in tanto scambiamo qualche parola, mentre a cadenza regolare lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla traccia di sentiero rompe il silenzio del bosco. Nella salita a Tayax camp prima costeggiamo e poi attraversiamo il torrente, seguendo la traccia che si snoda tra gli abeti offrendoci ad ogni passo panorami nuovi.

I graffi incisi dalle unghie di un grizzly sul tronco di un abete ci calano di nuovo nella realtà, ricordandoci la sua misteriosa presenza. Spesso gli orsi nei loro tragitti preferiscono seguire i sentieri piuttosto che vagare in mezzo al bosco… è quindi facile osservare le loro tracce lungo il percorso.

Non sono segni di marcatura del territorio ma vengono utilizzati dagli orsi come ausilio per il riconoscimento di altri esemplari. I graffi vengono lasciati ad altezze superiori a un metro, obliquamente rispetto all’asse del tronco. Non sono visibili tutte e cinque le impronte delle unghie, ma solo tre o quattro.

Avanziamo in un’ampia radura dove l’erba è ormai gialla e secca, e finalmente arriviamo a Tayax camp, tappa per i trekking dei mesi estivi… le tende sopraelevate sono ancora montate. Accanto sorge una piccola capanna che ha ospitato cacciatori di big horn, le capre selvatiche tipiche di queste montagne. Sostiamo in mezzo a un prato vicino al campo e ci godiamo il pranzo al sacco non prima di aver lasciato liberi i cavalli al pascolo.

MioRichiamo-foto6

Approfittiamo quindi di una radura aperta priva di alberi per una breve galoppata, godendo appieno l’ebbrezza della velocità per poi riprendere l’andatura normale, al passo, in silenzio, come sempre… Il percorso di ritorno è il medesimo dell’andata, ma la luce ha toni più caldi, il sole si appresta a tramontare e i colori assumono sfumature più pacate; di tanto in tanto il terreno è costellato di piccoli stagni che riflettono immobili le montagne circostanti.

Siamo molto stanche, le ore a cavallo sono state numerose, ma con la stanchezza c’è anche tanta soddisfazione e gioia… pian piano ci avviciniamo alla baita e i cavalli accelerano improvvisamente l’andatura, intuendo l’approssimarsi della sosta. Non occorre più che Cauleen mi ricordi di scaricare gli avanzi di cibo dalle sacche laterali della sella; è diventato un gesto istintivo che mi fa intuire di essere entrata a pieno titolo nello spirito della spedizione: i miei compiti si svolgono ormai con naturalezza assoluta. Tolgo la sella dal cavallo, trasporto nella baita alcuni ceppi di legna, aiuto a preparare la cena. Due righe sul mio taccuino in pelle per non dimenticare neanche un particolare della giornata e subito mi addormento con gli ultimi scoppiettii della legna che arde, mentre lo sconfinato cielo stellato dell’ovest canadese fa da cornice alla notte e al riposo.

Da Spruce Lake al Rundy Pass

Un saluto a Spruce Lake dal piccolo molo davanti alla capanna diventa una sorta di rituale quotidiano: un profondo respiro, stregata dal fascino del lago al mattino, sfiorato dai raggi del sole che ancora non hanno raggiunto il campo e poi via di nuovo in sella.

Improvvisamente la quiete del bosco è interrotta dal curioso ticchettio del wood-pecker, il picchio che battendo ritmicamente il becco sul tronco dell’albero dà luogo a un bizzarro martellio che riecheggia tra i pini.

MioRichiamo-foto7

Salendo di quota lo scenario appare sempre più ovattato dalla neve in una strana atmosfera in cui ogni piccolo ramoscello sembra essere pietrificato. Ci avviciniamo alla cima della montagna, rapite da un ambiente saturo di gelo e magia. Le tracce del passaggio di un grizzly, visibili nella neve, ci svelano i suoi movimenti in direzione del bosco. Probabilmente la prima caduta della neve lo ha spinto a cercare luoghi riparati, ma pur con qualche timore non perdo la speranza di incontrarlo. Un’aquila, vigile custode di queste montagne, sembra sorvegliarci dall’alto volteggiando con eleganza.

Intanto il cielo si è fatto denso di nubi sempre più scure che fanno presagire l’avvicinarsi della bufera.

Una breve sosta per colazione e ci avviamo sulla via del ritorno. Nonostante l’attività fisica moderatamente impegnativa, l’appetito rimane una costante… Confrontandomi con l’orso che incamera 7-10.000 calorie al giorno con un apporto minimo di 4-5000 calorie nelle due settimane successive all’ibernazione, non posso che sentirmi a mio agio, accettando pezzi di pancetta affumicata che Cauleen mi propina di continuo per combattere l’intensità del freddo.

MioRichiamo-foto8

La tempesta è sempre più vicina e poco prima di rientrare nel bosco inizia a nevicare… il verde degli alberi lascia spazio a un candido mantello bianco, che fa scomparire gli aghi dei pini e degli abeti. L’ambiente assume una veste natalizia e il lento cadere di innumerevoli fiocchi di neve sempre più fitti attutisce ogni benché minimo rumore. La bufera sopraggiunge con violenza, ma gli alberi della foresta ci proteggono e in poco tempo i cavalli tracciano una nuova pista sul sentiero ormai completamente imbiancato. E’ la prima forte nevicata della stagione, un annuncio dell’inverno imminente e ci sentiamo fortunate di partecipare al solenne esordio del misterioso mondo invernale. Lungo l’intero percorso è necessario cavalcare tenendo i piedi all’esterno delle staffe data l’abbondante quantità di neve che va accumulandosi sul sentiero e il rischio di scivolare e cadere. Costeggiando la riva sinistra del lago ci imbattiamo in una piccola baita di legno che arricchisce la bellezza del paesaggio… ogni tanto occorre scuotere dalla mantella il pesante strato di neve che si carica man mano. Mentre osservo le tracce lasciate da pochi animali non ancora in letargo, mi chiedo dove si sia nascosto l’orso di cui avevo scoperto la pista il giorno precedente, forse si è allontanato verso il basso alla ricerca di una comoda tana invernale per il letargo.

Sotto la fitta nevicata raggiungiamo finalmente, stanche e infreddolite, la baita per asciugare i nostri abiti e riscaldarci al tepore della stufa.

MioRichiamo-foto9

La stufa è ora il nostro punto di riferimento e le vecchie pentole appese si alternano con le nostre giacche fradice. Il freddo acuto ci costringe a consumare una gran quantità di legna per cui più volte devo attingere dalla legnaia ceppi di legno da tagliare con l’accetta, orgogliosa comunque del mio improvvisato ruolo di boscaiola.

Il giorno successivo, calata la tormenta, occorre condurre i cavalli nel tardo pomeriggio in un alto pascolo perché possano foraggiarsi con un’erba di qualità migliore sia pur frugando col muso nella neve. Nei giorni precedenti questo era compito esclusivo di Cauleen che faceva il percorso cavalcando a pelo, senza sella per poi lasciare i cavalli nel pascolo e tornare a piedi col buio attraverso la foresta. Non ho mai osato chiedere a Cauleen di condividere quel momento che lei riteneva il migliore della giornata. Se me lo avesse proposto, avrei acconsentito, altrimenti avrei capito che sarebbe stato giusto così… Fortunatamente Cauleen quel pomeriggio mi invita a cavalcare a pelo assieme a lei. Le sono grata della prova di fiducia ed emozionata di sperimentare questa cavalcata veloce, non esito un attimo ad accettare.

MioRichiamo-foto10

Tolte le selle, le redini, le staffe… due regole al volo per evitare di cadere e tenere la posizione corretta… ecco che sono in sella e via di volata verso l’alto pascolo. E’ una sensazione primordiale quella di cavalcare a pelo perché consente di percepire ogni movimento del cavallo, in perfetta aderenza col corpo dell’animale, e di nuovo sotto la bufera di neve… una specie di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso nel tempo, l’antica e più autentica usanza di andare a cavallo come una volta gli indiani, un crescendo di sensazioni forti mentre sfioro in velocità i tronchi degli abeti… ora capisco perché Cauleen considerava quello il momento più bello e più vero della giornata! Arrivati al pascolo, lasciamo liberi i cavalli nei prati, mentre la neve continua a coprire il loro manto; solo il suono della campana al collo ci permetterà di ritrovarli più facilmente il mattino seguente, anche se difficilmente capita che si allontanino dal luogo in cui vengono lasciati.

Rimaniamo a osservarli per qualche tempo mentre tranquillamento brucano tra la neve per cercare l’erba più gustosa: il tempo sembra essersi fermato, quasi a blindare per sempre un momento particolare.

Ci mettiamo in cammino per tornare alla baita sprofondando nella neve, in silenzio, felici… mi sono abituata all’idea di incontrare l’orso e devo riconoscere che gran parte della paura è svanita, non solo, ma sempre più acuto è diventato il desiderio dell’incontro con questo animale venerato dagli indiani del luogo… La neve sembra portarci in un’altra dimensione, il lago con la baita di legno assume un aspetto sempre più affascinante… mi sento a casa, da giorni ho una sensazione di totale benessere; la realtà di questa esperienza, fatta di aspetti estremamente semplici, mi dà una grande serenità.

MioRichiamo-foto11

Rientrata alla baita mi accingo a preparare lo zaino da caricare sui cavalli per il ritorno al ranch. Lascio la firma e un pensiero scritto sul libro di casa, proprio come si usa fare nei rifugi alpini, quasi per immortalare la presenza sul posto. Aiuto negli ultimi preparativi e a inchiodare l’asse di legno sulla porta per impedire all’orso di entrare a caccia di cibo. Selliamo i cavalli e nel pomeriggio iniziamo la via del ritorno: la temperatura si è alzata e la neve lascia il posto a una fitta pioggia che abbevera il bosco. La strada in discesa è lunga, ma il ticchettio della pioggia ci tiene compagnia. E’ tardi e pian piano cala il buio sulla foresta: mi ritrovo così a cavalcare tra scure sagome di abeti proprio quando pensavo di aver vissuto già tante emozioni. Fortunatamente il cavallo che mi precede ha il manto bianco, così riesco a intravvederlo nell’oscurità, prestando attenzione a non graffiarmi con i rami che mi sfiorano il viso. Il silenzio tra noi è ancora più profondo. Un attimo di paura nel percorrere un tratto ripido e scosceso lungo il torrente: Cauleen mi avvisa di lasciare una distanza di circa quindici metri dal suo cavallo per evitare che il passaggio di due animali troppo vicini provochi una frana del terreno, ma senza paura superiamo sani e salvi il tratto pericoloso.

Ormai è buio fitto e per fortuna la vista dei cavalli è migliore della nostra. Per qualche istante provo a chiudere gli occhi per sentirmi avvolta dalla magia di quel luogo, priva del corpo, liberi i pensieri, uno spirito della foresta. Il profumo nell’aria di legna bruciata ci annuncia la vicinanza delle case, finché iniziamo a scorgere le prime luci, come per incanto in mezzo agli abeti; sono le finestre illuminate del ranch. I proprietari ci vengono incontro, in ansia per il buio e la pioggia che abbiamo affrontato e soprattutto preoccupati nei miei confronti, ma li tranquillizzo subito con una gran risata, cui si uniscono le mie compagne, come me ubriache di stanchezza.

MioRichiamo-foto12

L’indomani dopo colazione mi aspetta un’ultima galoppata nel bosco e mi preparo a tornare a Vancouver. Cauleen mi aspetta vicino al pulmino per regalarmi una banda intrecciata con crini di cavallo, da avvolgere sul cappello. Salgo sul pulmino e ripercorro la strada sterrata che mi aveva portato al ranch… mi guardo ancora intorno… Mai distrarsi nei territori dell’orso… pochi chilometri di strada che si snoda parallela a un torrente impetuoso, ed improvvisamente eccolo!!! Proprio lungo la riva! Cercato per giorni nelle sperdute foreste della British Columbia, arrivo a incontrarlo a due passi dal ranch, vicino alla strada sterrata… Non mi sembra vero… Stava attraversando il torrente per eclissarsi di nuovo nel bosco, avanzando con quella tipica andatura goffa e dondolante che lo caratterizza, è il cosiddetto ambio, come si definisce il suo incedere dovuto al movimento contemporaneo della parte anteriore e posteriore destra del corpo seguito dalla parte sinistra.

Forse si tratta di un esemplare maschio che ancora non ha trovato il luogo più adatto per il letargo invernale. Probabilmente la nevicata dei giorni precedenti lo ha spinto a un’altitudine inferiore… oppure è lo stesso esemplare di cui avevamo osservato le impronte sulla riva dello Spruce Lake.

Forse è semplicemente venuto per un saluto dopo averci spiato a lungo… chi può saperlo… so solo che il richiamo dell’orso dopo l’esplorazione delle foreste del Canada ha continuato ad appassionarmi, spingendomi a scoprire altre, uniche destinazioni, alla ricerca di nuovi incontri con orsi e grizzly in luoghi solitari e, tanto per proseguire, una prossima volta nelle terre dell’Alaska.

MioRichiamo-foto13

Pubblicato il Lascia un commento

Escursione che fai, volo che osservi

Parlare di rocce, o meglio di geologia, in relazione all’avifauna può apparire strano dal momento che siamo abituati ad associare gli uccelli all’elemento “aria”. In realtà la presenza di una specie piuttosto che di un’altra in un determinato ambiente è dovuta alia morfologia del terreno. Proprio come accade per tutte le forme di vita che popolano il nostro pianeta.

Birdwatching in Alta Savoia
EscursioneCheFai-Alta-Savoia-FCBV-2006_35

Escursione che fai, volo che osservi
di Luca Giraudo
(già pubblicato su Alpidoc n. 92)

La geologia, per chi va in montagna, dovrebbe essere “pane quotidiano” e non quella branca della scienza sovente ritenuta ostica da chi non è specialista: qualsiasi sentiero, via di roccia, panorama sono intrinsecamente legati alla geologia, che proprio nelle montagne si manifesta in tutta la sua evidenza; il sentiero percorre una valle, attraversa un pendio, ha un fondo roccioso e o pietroso… tutto questo dipende dalla geologia, ovvero dalla natura delle rocce e da come queste si trasformano sotto l’effetto degli agenti atmosferici. Anche la nostra vita quotidiana dipende in buona misura dalla geologia, poiché sono le rocce, i sedimenti, le forme del paesaggio che hanno influenzato la nostra esistenza, da quando i nostri antenati vivevano in grotta a quando hanno iniziato a costruire i primi villaggi, sulle alture o a fianco dei fiumi, nelle pianure o su pareti strapiombanti. Ancora oggi, nel momento in cui progettiamo una casa, una strada, un ponte, dobbiamo fare i conti con la geologia.

Adulto di aquila reale. Foto: Michelangelo Giordano
EscursioneCheFai-B14U0133--aquila-reale-a-14-09-15

Fringuello alpino. Foto: Michelangelo Giordano
EscursioneCheFai-G82E0017

Balestruccio (rucarol). Foto: Michelangelo Giordano
EscursioneCheFai-G82E4079-2,5--balestruccio

Ed è così anche per le altre forme di vita vegetali e animali, che non hanno la nostra capacità di modificare il territorio: per loro la geologia è alla base di tutto. Le piante si sono adattate al tipo di suolo, alcune addirittura sono tipiche delle rocce sedimentarie, altre di quelle cristalline. Talune crescono solo su suoli molto profondi, altre solo su pietraie instabili, sulle quali non hanno concorrenza.

Parlare di uccelli e di geologia, tuttavia, potrebbe apparire strano: associamo i primi all’elemento “aria”, non tanto alla roccia. Pensiamo al loro volo come all’estrema capacità di staccarsi dal suolo, di superare le montagne, sorvolare pianure e colline. In realtà proprio in ambiente montano gli uccelli sono influenzati dalla morfologia del terreno, dal fatto che alcuni pendii rocciosi bene esposti creano, con il calore del sole, delle correnti ascensionali. Se consideriamo inoltre che anche loro, prima o poi, devono posarsi, devono costruire un nido, devono nutrirsi, scopriamo che anch’essi sono legati al territorio in modo molto stretto. E da qui in poi l’argomento si fa interessante. Pensiamo all’aquila reale, un grande rapace che ogni escursionista ha già visto almeno una volta durante le gite in montagna. Tutti sanno che l’aquila reale è una specie montana, vive per tutto l’anno e per tutta la sua vita in montagna, nidifica su cenge affacciate su pareti strapiombanti, caccia marmotte e piccoli di camoscio nelle praterie alpine, sorvola senza sforzo qualsiasi rilievo montuoso. O, almeno, questa è la nostra esperienza alpina. Perché se andiamo, per esempio, in Scandinavia, scopriamo che la stessa specie abita le foreste planiziali e la tundra, e nidifica su grandi conifere. Non possiamo dire, quindi, che l’aquila reale sia una specie di montagna, ma possiamo dire che, a seconda degli ambienti in cui vive, può adattarsi anche alle alte quote, alle rocce e all’habitat montano in ogni stagione. Anche perché, qui nell’Europa Meridionale, gli unici ambienti che hanno ancora una sufficiente disponibilità di prede e luoghi dove nidificare sono quelli alpini.

Culbianco. Foto: Michelangelo Giordano
EscursioneCheFai-G82E1321

Gracchio alpino. Foto di Francesco Panuello.
EscursioneCheFai0003

Pispola. Foto di Francesco Panuello.
EscursioneCheFai0001

Biancone. Foto: Michelangelo Giordano
EscursioneCheFai0002

E che dire del picchio muraiolo, la “farfalla delle rocce”? Questa sì che è una specie legata alle falesie, estate e inverno. Nidifica in fessure ad altitudini comprese fra i 1000 e i 3000 metri, si ciba di insetti e ragni che vivono in questi ambienti apparentemente inospitali, scende di quota in autunno per passare i mesi invernali alla ricerca delle sue prede, nascoste negli anfratti delle falesie di bassa valle oppure nelle crepe delle vecchie case di montagna. È una specie specializzata, che ha eletto la geologia verticale quale suo habitat ideale.

È interessante notare che ci sono altre specie che un tempo erano legate strettamente alle falesie. Il balestruccio – chiamato rucarol in dialetto locale – prima dell’avvento dell’uomo moderno nidificava esclusivamente in falesia, mentre oggi nidifica essenzialmente sotto i cornicioni e i balconi delle nostre case. Ha saputo, in sostanza, sfruttare al massimo l’opportunità di trovare molte prede, mosche e altri insetti, che sono più abbondanti negli ecosistemi umani, e ha fatto di necessità virtù: da secoli nidifica là dove trova il cibo e non deve quindi spostarsi dalle falesie ai centri abitati. E così fa il rondone. Entrambi, al termine dell’estate, migrano verso l’Africa, loro terra d’origine, per poi tornare da noi in primavera.

Il Frisson, primo baluardo orientale del Massiccio cristallino dell’Argentera. Foto: Luca Giraudo
EscursioneCheFai0004

Il Pian del Valasco. Foto: Luca Giraudo.
EscursioneCheFai0005
I Laghi di Fremamorta, dove la componente minerale è dominante. Foto: Luca Giraudo
EscursioneCheFai0006

A dir la verità, il rondone sovente utilizza per la nidificazione le falesie, soprattutto quelle a picco sul mare, ma è anche un ospite “rumoroso” e gradito dei nostri cieli estivi e dei nostri sottotetti. Come abbiamo visto, invece, il balestruccio ha quasi del tutto abbandonato il suo habitat di nidificazione primigenio, e solo in qualche vallata costruisce il suo nido di fango e saliva sulle rocce di una parete. Mentre, ad esempio, la rondine montana ha mantenuto fede al nome che le abbiamo dato, perché nidifica soprattutto sulle falesie alpine e occasionalmente nei villaggi di montagna.

Quando pensiamo alle montagne non possiamo non pensare alla pernice bianca. Un esempio estremo di adattamento al connubio montagna-clima, tanto che, sulle Alpi, la possiamo considerare un relitto glaciale, ovvero una specie che ha raggiunto le nostre latitudini meridionali durante i periodi glaciali ed è rimasta sui rilievi più alti e più freddi una volta che i ghiacciai si sono ritirati. Oggi è una delle specie maggiormente a rischio di estinzione sulle Alpi, a causa della sua estrema specializzazione all’inospitale clima invernale delle Alpi, il quale, però, con l’innalzamento delle temperature, sta cambiando. E siccome la pernice bianca vive già sulle sommità delle montagne, con l’aumento delle temperature non troverà più l’habitat per vivere, perché i salici nani e le ericacee d’alta quota non potranno colonizzare alcun pendio oltre le cime dei monti. In questo caso tanta specializzazione sta diventando un limite alla sua sopravvivenza.

Morfologie glaciali nella Valle delle Meraviglie. Foto: Luca Giraudo
EscursioneCheFai-DSCN6866
Il Vallone del Lauzanier, scavato su rocce sedimentarie. Foto: Luca Giraudo.
EscursioneCheFai-Lauzanier-(2)

Molte sono le specie di uccelli e molti i loro stili di vita. Può essere interessante perciò soffermarci sulla preferenza che alcune specie dimostrano per certi tipi di rocce e per gli ambienti che si creano su di esse. Tutti conosciamo le vallate delle Alpi Marittime, il severo Massiccio dell’Argentera, con i suoi pendii ripidi, rocciosi, quasi privi di vegetazione. Così come conosciamo le verdi praterie degli altipiani sedimentari delle valli Stura, Grana e Maira, con i loro morbidi rilievi solcati da alte e scabrose falesie. Ebbene, i due tipi di rocce, di origine cristallina o sedimentaria in senso lato, comportano anche l’evoluzione di diversi tipi di suolo e, quindi, di vegetazione. Ben lo sanno i pastori, che da secoli solcano le alpi estive pascolando pecore e vacche, negli ambienti più severi e poveri le prime, nei pascoli pingui le seconde.

Le rocce sedimentarie, tendenzialmente più friabili, evolvono in suoli più profondi e quindi più ospitali per le piante e, di conseguenza, per gli insetti. E per i loro predatori, gli uccelli in particolare. Ci sono specie come il culbianco, il fringuello alpino e il gracchio corallino che abitano le Alpi con massime densità sui rilievi di origine sedimentaria, mentre sono quasi assenti nelle vallate scavate negli gneiss e nel granito, proprio perché le loro prede sono ben più abbondanti sul calcare, dove i suoli sono più ricchi di invertebrati. Il gracchio corallino, poi, è un’altra specie ben adattata alla montagna, dove nidifica in colonie composte da diverse coppie utilizzando cavità nella roccia. Ed è anche legato alle attività di alpeggio: là dove i bovini arricchiscono il terreno con le loro deiezioni e il suolo è più morbido, il gracchio infila il suo lungo becco scarlatto alla ricerca di lombrichi, larve di insetti, ragni. Abbiamo iniziato parlando dell’aquila reale, fino a qualche decennio fa il più grande rapace alpino sopravvissuto alle persecuzioni umane. Oggi possiamo parlare anche di due altri grandi veleggiatori, due avvoltoi legati alla geologia in senso più o meno stretto: il gipeto e il grifone. Osservarli oggi in montagna non è più così raro: anzi, in alcune zone è un evento che si ripete ogni giorno.

Maschio di pernice bianca in piumaggio estivo mimetico. Foto di Francesco Panuello.
EscursioneCheFai-pernice-bianca-estate-01

Femmina di pernice bianca in abito invernale. Foto di Francesco Panuello.
EscursioneCheFai-pernice-bianca-lagopus-muta-inverno-alpi-marittime

Picchio muraiolo. Foto: Michelangelo Giordano.
EscursioneCheFai0007

Montagne e gipeto rappresentano un binomio indissolubile. Pirenei, Alpi, Himalaya, Corsica, catene montuose dove questo avvoltoio vive da millenni e sulle quali ha saputo evolversi arrivando a sfruttare in modo magistrale ogni bava di vento e le più inaccessibili risorse alimentari. Vola con l’agilità di un falconiforme sfiorando i pendii alla ricerca di carcasse di ungulati selvatici, delle quali è l’unico che sa utilizzare le ossa, ricche di proteine, e che senza di lui rimarrebbero per anni a calcinare al sole. Tuttavia, nemmeno per lui le montagne sono tutte uguali. Si è infatti visto, attraverso alcuni studi, che preferisce i massicci montuosi sedimentari, ricchi di ampie cenge, sulle quali può costruire il suo grande nido. E nidifica con preferenza in quei settori dove sverna il più grande ungulato alpino, lo stambecco, una risorsa alimentare non trascurabile durante i lunghi inverni alpini.

Ma se il gipeto, reintrodotto negli ultimi trent’anni, ha saputo ricolonizzare le Alpi utilizzando le risorse disponibili in natura, diversamente è andata per il grifone, enorme avvoltoio che segue le greggi al pascolo e che, reintrodotto anch’esso, oggi fa il pendolare dalla primavera alla tarda estate fra i Pirenei, la Bassa Provenza e le Alpi Francesi, al seguito delle decine di migliaia di pecore che salgono in montagna durante la bella stagione. Parliamo di circa 1500 grifoni che ogni estate, fra giugno e ottobre, frequentano le vallate e approfittano della mortalità naturale di migliaia di ovini. In realtà la specie non è legata alle Alpi in senso stretto, sebbene nidifichi in falesia, perché la sua lunga stagione riproduttiva non combacia con la breve estate alpina. Infatti i grifoni della Provenza iniziano a deporre le loro uova in dicembre e allevano i loro giovani fino a fine luglio, facendo la spola fra le Alpi e i loro nidi. Ad agosto gli adulti sono seguiti in alpeggio dai nuovi nati e la popolazione alpina aumenta di dimensione. Il rapporto che questo avvoltoio ha con la geologia è però mediato dall’attività umana, perché seppur numerosi, gli ungulati selvatici non potrebbero sostituire in quantità gli ungulati domestici. Ed entrambi, uomo e animale, ne traggono vantaggio: il primo elimina le spese legate allo smaltimento delle carcasse, il secondo provvede a eliminare in tempi brevissimi potenziali fonti di malattie e zoonosi.

Falco pecchiaiolo in migrazione. Foto: Michelangelo Giordano.
EscursioneCheFai0008

Falco pellegrino in allarme. Foto: Michelangelo Giordano.
EscursioneCheFai-G82E0026-2,5-falco-pellegrino-30-06-14

Gipeto adulto. Foto: Michelangelo Giordano.
EscursioneCheFai0009

 

Le Alpi, le montagne in genere, sono per molti aspetti legate al volo degli uccelli, sia perché, come abbiamo visto, lungo i loro pendii si creano le condizioni termiche per lo sviluppo di correnti ascensionali, che i rapaci, ma anche le rondini montane e i rondoni, sanno sfruttare egregiamente, sia perché costituiscono di volta in volta una barriera alle migrazioni o un ambiente ricco dove sostare. Le Alpi Occidentali, per esempio, sono sorvolate ogni anno da circa dieci-quindicimila rapaci migratori che in tarda estate si dirigono verso lo Stretto di Gibilterra, provenienti dall’Est Europeo.

Il falco pecchiaiolo, simile alla poiana, transita sulle Alpi Marittime e Cozie a fine agosto, con picchi migratori di tremila individui in un giorno solo. Questo rapace insettivoro è diretto verso l’Africa, dove troverà anche nei mesi invernali le prede di cui si nutre. La rotta che attraversa l’Italia Settentrionale, evidenziata grazie agli studi degli ultimi venticinque anni, passa attraverso le vallate e porta gli uccelli a scollinare sui passi alpini ai confini con la Francia, da dove proseguiranno verso ovest. Se le condizioni meteorologiche sono particolarmente favorevoli, i pecchiaioli transitano a 4000 metri e oltre, scomparendo alla vista; se invece le correnti ascensionali sono più localizzate, allora i rapaci si radunano in grandi stormi e volano a poche centinaia di metri dalla creste, costituendo per molti appassionati uno spettacolo emozionante. Transitati i rapaci, in ottobre possiamo invece osservare gli stormi di migliaia di tordi, tordele e cesene, fringuelli, frosoni, lucherini che arrivano dalle regioni del Nord. Si fermeranno durante l’inverno cibandosi sui sorbi montani, sulle betulle o gli ontani verdi. In questo caso il loro legame con la geologia è in realtà indiretto, perché è più legato al fatto che sulle Alpi sopravvivono ambienti boscati che una volta erano presenti anche a bassa quota e che oggi sono stati soppiantati dai nostri insediamenti o dall’agricoltura intensiva.

Grifone in volo. Foto di Francesco Panuello.
EscursioneCheFai-grifone-vautours-fauves

Le rocce, apparentemente inerti, sono in realtà il supporto a tutte le forme di vita che oggi conosciamo. E gli uccelli, sebbene siano animali legati all’aria, non possono fare a meno di esserne influenzati. Conoscerne le abitudini, saperli individuare e distinguere, permette di comprendere un po’ meglio la complessa rete di legami che unisce tutti gli esseri viventi con il territorio in cui vivono, un territorio influenzato dalle rocce, a loro volta fonte di storie antichissime che hanno coinvolto minerali, piante e organismi marini nelle trasformazione del paesaggio stesso.

Gli uccelli, fortunatamente, sono gli animali che più facilmente possiamo osservare, in tutti gli ambienti. E più facilmente ci possono raccontare storie interessanti.

Birdwatching invernale in Valle Maira. Foto di Luca Giraudo.
EscursioneCheFai-DSCN8863

Luca Giraudo ha iniziato a interessarsi di ornitologia nel 1986. Da allora ha partecipato a numerosi progetti di monitoraggio sugli uccelli, collaborando ad atlanti regionali e nazionali e a programmi internazionali.
Lavora da più di dieci anni al progetto di reintroduzione del gipeto, coordinato a livello piemontese dal Parco Naturale Alpi Marittime, del quale è dipendente dal 1993.
Ha ottenuto il brevetto da Accompagnatore Naturalistico nel 1992 e dal 2015 ha il brevetto da Accompagnateur Moyenne Montagne francese e l’Agrément Merveilles per accompagnare nella zona regolamentata delle incisioni rupestri.
Occasionalmente propone escursioni e viaggi a tema ornitologico e naturalistico.
Nei prossimi mesi organizzerà alcune escursioni alla scoperta degli uccelli alpini e dell’ambiente in cui essi vivono durante la bella stagione; inoltre ha in programma alcuni corsi di avvicinamento al birdwatching e all’osservazione della natura.
Per partecipare sono sufficienti una buona dose di curiosità, un binocolo e il desiderio di imparare insieme a lui.
Ulteriori informazioni disponibili sul sito www.lookingaround.it.

Luca Giraudo rilascia un gipeto
EscursioneCheFai-LucaGiraudorilasciaungipeto

Pubblicato il Lascia un commento

I trent’anni di Mountain Wilderness

Trenta anni fa, nell’agosto del 1986, e precisamente l’8 agosto, in occasione del duecentenario della conquista del Monte Bianco, trentatré tra gli alpinisti più famo­si d’Europa firmarono il manife­sto Alpinisti per il Monte Bianco che chiedeva, per la salvaguardia di questa grande montagna-simbolo, il primo parco inter­nazionale europeo. Era la prima volta, dopo tanti anni di colpevole silenzio, che gli alpinisti prendevano coscienza di un ambiente sempre più minacciato.

Ci volle un anno, poi, per maturare l’idea e per concretizzare  la nascita di Mountain Wilderness, un movimento di al­pinisti che, in autonomia da qualunque confine, univano le idee e le forze per la conservazione mondiale della montagna.

L’associazione Mountain Wilderness nacque a conclusione dell’omonimo convegno tenutosi a Biella il 31 ottobre – 1 novembre 1987. La sua vocazione era quella di un “movimento organizzato nel segno della libertà”, con una struttura gerarchica non piramidale e un assetto burocratico ridotto al minimo necessario.

A distanza di trenta anni proviamo ad accostare il documento di allora con un’odierna analisi della situazione. Pertanto riportiamo qui di seguito il documento ufficiale dell’8 agosto 1986 Alpinisti per il Monte Bianco (sventuratamente profetico) a confronto con l’articolo di Francesca Colesanti In wilderness we mountain. Con rispetto.

Carlo Alberto Pinelli e Lodovico Sella. Foto: Roberto Serafin / Mountcity
30AnniMW-Pinelli-e-Sella-copia-2


Alpinisti per il Monte Bianco
8 agosto 1986

Premessa
Se è vero che il sentimento della bellezza non nasce esclusivamente da valutazioni estetiche formali, ma presuppone sempre un coinvolgimento emotivo personale, frutto di esperienze particolarmente significative, di ricordi, di fantasie, di miti, allora certamente il massiccio del Monte Bianco deve essere considerato, da chi ha praticato o pratica l’alpinismo, come la montagna più bella del mondo. Infatti, anche se molte altre montagne in Europa, Asia, America, potrebbero pretendere di rivaleggiare con il Monte Bianco per l’eleganza dei dettagli e la incomparabile potenza dell’insieme, nessuna lo eguaglia per il fascino profondo che emana dalla sua storia. È la storia che fa del Monte Bianco un monumento naturale unico sul Pianeta.

Il Monte Bianco e la storia dell’alpinismo
Grandioso frammento delle glaciazioni quaternarie, rimasto intatto al centro di un continente sempre più irrimediabilmente corroso dall’assalto della civiltà delle macchine, il Monte Bianco ha rappresentato in questi ultimi due secoli la patria d’elezione per generazioni d’alpinisti. Un terreno di gioco e di libertà su cui anche noi, in misura diversa ma con identica passione, abbiamo scritto le pagine di una storia nella quale continuiamo a riconoscerci e di cui non vogliamo venga perduto il senso e il messaggio.

L’occasione del Bicentenario
Se oggi, al culmine dei festeggiamenti organizzati sui due versanti del massiccio per celebrare la prima salita alla Vetta principale, abbiamo reputato necessario sottoscrivere questa dichiarazione comune, è perché temiamo che gli spazi concessi all’avventura dell’alpinismo si stiano restringendo sempre più sulle Alpi, e dunque anche sul Monte Bianco. Le manifestazioni per il Bicentenario sarebbero non solo inutili, ma addirittura dannose, se contribuissero a divulgare un’immagine del Monte Bianco deculturata, banalizzata, ridotta al ruolo di fondale «pittoresco» per uno spettacolo di suoni-e-luci che non esalta ma semmai ridicolizza duecento anni di lotte, di conquiste, di drammi, di sogni.

Il Monte Bianco
30AnniMW-France-Alps-Mont-Blanc-white-mountains-lake-reflections-mirror_1920x1080

Appello per il diritto agli spazi dell’avventura
Bisogna invece far sì che l’occasione odierna — spogliata dagli effimeri trionfalismi imposti da interessi estranei al mondo della montagna — contribuisca a creare le premesse culturali e politiche per una effettiva salvaguardia del «valore» del Monte Bianco. Noi, alpinisti di diversa età, nazionalità, formazione, uniti dal comune amore per questo impareggiabile massiccio montuoso sul quale abbiamo vissuto alcuni dei momenti più significativi delle nostre esistenze, lanciamo un appello affinché il Monte Bianco venga riconosciuto come un ambiente unico ed eccezionale, aperto e riservato a tutti coloro che sentono il bisogno di sperimentare l’incontro diretto con una natura primordiale e incontaminata. Chiediamo ai Club Alpini, alle Amministrazioni locali, ai Governi, che venga scoraggiata con ogni mezzo la colonizzazione turistica dell’alta montagna; che si ponga un limite drastico alla crescita numerica e volumetrica di rifugi e bivacchi fissi; che sia riesaminata globalmente — alla luce dei livelli raggiunti dall’alpinismo moderno e del significato stesso dell’esperienza in montagna — l’effettiva necessità delle opere alpine esistenti; che si arresti la proliferazione degli impianti di risalita, proliferazione che appare particolarmente allarmante sul versante francese; che venga messa allo studio la possibilità di smantellare la «Funivia dei Ghiacciai» della Vallée Blanche, vero insulto all’alpinismo e al paesaggio; che si vieti su tutti i versanti l’atterraggio di elicotteri per turismo; che i Governi dei tre Paesi interessati mettano a punto i piani necessari per fare del massiccio del Monte Bianco il primo Parco Internazionale d’Alta Quota d’Europa; che i valori di cui è portatore l’alpinismo, inteso come libero vagabondaggio tra i monti, vengano divulgati anche attraverso precisi interventi educativi e propositivi.

La degradazione del fondovalle
Noi siamo però anche convinti che la difesa del significato culturale e emblematico di una montagna come il Monte Bianco non possa assolutamente prescindere dalla tutela delle vallate che la circondano e sulle quali essa incombe. Pur non volendo in alcun modo negare la necessità di quei cambiamenti che la giusta aspirazione delle popolazioni locali ai moderni livelli di benessere rende inevitabili, crediamo opportuno manifestare pubblicamente la nostra preoccupazione per la ingiustificata spregiudicatezza con cui continua a venire manomesso l’ambiente delle valli che delimitano il Monte Bianco, soprattutto sul versante italiano. Non è possibile non rimanere interdetti nel constatare che le autorità della Valle d’Aosta, proprio mentre celebrano l’anniversario della prima salita del Monte Bianco, stanno dando il via alla nuova autostrada Aosta-Courmayeur, che trasfomerà la Valdigne in una pista di scorrimento veloce su piloni di cemento-armato e vedrà il ghiacciaio della Brenva deturpato per sempre da un faraonico parcheggio coperto per autocarri pesanti.

Conclusione
Certi della necessità e dell’urgenza del nostro appello e fiduciosi che il suo messaggio venga raccolto, chiediamo a tutti coloro che sentono la degradazione progressiva della montagna come una ferita inferta alla loro dignità di esseri umani, di unirsi a noi per ottenere che, a duecento anni dalla sua prima conquista, il Monte Bianco venga riconosciuto quale simbolo esemplare della cultura alpinistica mondiale e come tale non soltanto sia adeguatamente protetto da ogni ulteriore aggressione, ma veda anche ripristinato — ovunque ciò si riveli fattibile — il suo caratteristico valore di ambiente selvaggio; un ambiente dove sopravviva, per la nostra e per le future generazioni, la possibilità di sperimentare l’avventura.

Iniziativa promossa dal Club Alpino Accademico Italiano, e dalla Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano del CAI.

Firmatari:
Yves BALLU, Marco BERNARDI, Chris BONINGTON, Gino BUSCAINI, Gianni CALCAGNO, Yvon CHOUINARD, Stefano DE BENEDETTI, Agostino DA POLENZA, Gian Piero DI FEDERICO, Marco GIORDANI, Alessandro GOGNA, Giancarlo GRASSI, Ivan GUERINI, Verena JAGGIN, Lorenzo LORENZI, Luigi MARIO, Andrea MELLANO, Reinhold MESSNER, Silvia METZELTIN, Giuseppe MIOTTI, Renato MORO, Hamish McINNES, Carlo NEGRI, Roberto OSIO, Alberto PALEARI, Carlo Alberto PINELLI, Marco PRETI, Corradino RABBI, Carlo SICOLA, Doug SCOTT, Vasco TALDO, Mario VERIN, Tullio VIDONI

Manifestazione di MW a Forca Rossa (BL)
30AnniMW-forcarossa

 

In wilderness we mountain. Con rispetto
di Francesca Colesanti
(già pubblicato su In movimento, supplemento de Il manifesto, 12 luglio 2016)

Un interminabile serpente che si snoda faticosamente lungo il fianco innevato dell’Everest, l’obiettivo si avvicina e scopre una catena umana d’alta quota, un ingorgo agghiacciante di aspiranti alpinisti che hanno pagato migliaia di dollari per dire di essere stati sul tetto del mondo. Così comincia Sherpa, un film documentario che racconta con onestà l’assalto agli Ottomila, la logica delle spedizioni commerciali, i rapporti con gli sherpa. Ma non ci sono solo i campi base sovraffollati dell’Himalaya a scuotere le coscienze e a porre degli interrogativi: è sufficiente guardare in casa nostra per trovare rifugi alpini trasformati in alberghi, con doccia in camera e zona wellness, appuntamenti in quota per story-telling seguiti da degustazioni di vini e prodotti locali, funivie avveniristiche che coprono enormi dislivelli a velocità mozzafiato, pareti dolomitiche addomesticate da spit e ripulite da rocce marce, crinali montuosi incoronati da pale eoliche immobili. L’elenco potrebbe proseguire a lungo e diventare via via più doloroso, poiché la montagna è un gioiello tanto prezioso quanto vulnerabile, stretto oggi a tenaglia su due fronti, quello della frequentazione ad uso e consumo di una platea sempre più numerosa ed esigente e quello, non meno incombente, dei cambiamenti climatici.

Quando, nel 1987, nasce Mountain Wilderness, il primo aspetto è quello prevalente. L’idea originaria, espressa nelle Tesi di Biella – il manifesto programmatico dell’associazione – è quella di creare un gruppo di alpinisti che, forti della propria fama e autorevolezza, si faccia portavoce dell’assoluta necessità della difesa dell’alta montagna dai tanti rischi che la minacciano e da uno sfruttamento improprio, per propugnare un’etica dell’andare in montagna rispettosa non solo del valore ambientale ed ecologico, ma anche di quello culturale e sociologico.

«Quell’idea, di alpinisti interessati non solo a salire le montagne ma anche a tutelarle, è nata qui a Roma nel corso di una cena tra Stefano Ardito, Reinhold Messner e me – ricostruisce Carlo Alberto Pinelli – Messner voleva formare una sorta di Senato di grandi alpinisti che potesse dire la sua, con autorevolezza, sullo sviluppo dell’alpinismo, soprattutto himalayano; poi le cose presero una strada diversa». A Biella, nel 1987, il Club Alpino Accademico Italiano, alleatosi con la Fondazione Sella, convoca alpinisti da tutto il mondo, dalla Cina alla Patagonia, per discutere una bozza che poi, con il contributo di tanti, in particolare di Bernard Amy, «senza dubbio il più originale e creativo», si trasforma nelle Tesi di Biella. Le Tesi prevedono anche la fondazione di una associazione chiamata Mountain Wilderness.

«Dopo, è in realtà Alessandro Gogna a mettere le gambe a questa associazione, assieme a me e a Roberto Osio, allora presidente del CAAI».

Poi nel corso degli anni Mountain Wilderness «è scesa di quota» e ha perso il suo prevalente orientamento extraeuropeo. Ha incluso le valli, tanto quelle nepalesi e pachistane quanto quelle alpine e si è incontrata, e spesso scontrata, con gli abitanti: se infatti in alta quota ci sono solo i frequentatori di passaggio, fruitori a vario titolo delle montagne, sherpa o alpinisti che siano, scendendo a valle si trovano i veri abitanti, con i loro stili di vita, le loro esigenze, le loro aspettative.

«Soprattutto all’inizio noi abbiamo fatto degli errori con i valligiani e con i montanari – riconosce Pinelli – pur involontariamente; abbiamo dato l’idea dei cittadini che arrivano da lontano e vogliono paracadutare dall’alto le regole di vita e di sviluppo». Mountain Wilderness si definisce un’associazione neo umanistica, paladina di un ambientalismo cui interessa l’attualità del rapporto fra l’uomo e la wilderness: quindi non un movimento volto a difendere le montagne circondandole di filo spinato, ma comunque deciso a opporsi a chi tenta di svilirne le autentiche vocazioni ecologiche ed etiche. I rapporti con le popolazioni che vivono in montagna diventano ora aspetti cruciali: «Soprattutto in Italia il ventaglio degli interessi dell’associazione si è ampliato cercando di avvicinarsi ai problemi degli abitanti, con un atteggiamento meno presuntuoso ma – sottolinea Pinelli – non incline al compromesso».

Insomma, lo scontro ci può essere – e nella quasi trentennale storia di MW non sono stati pochi quelli con le realtà locali, a cominciare dalla regione Val d’Aosta dove, ironizza Pinelli «abbiamo un solo socio» – ma senza un sovrappiù di incomprensioni da una parte e dall’altra .

«Una volta che ci siamo capiti, possiamo benissimo restare di idee diverse, quindi confrontarci, senza sfumature di arroganza ma senza scendere a compromessi».

È la ricerca di un difficile equilibrio, poiché sradicare tra i montanari, così come tra gli abitanti della pianura, gli pseudo miti del consumismo è un’impresa molto complessa. «C’è una frase di Hannah Arendt che cito con piacere – continua Pinelli – “quando si sceglie il male minore troppo spesso e troppo rapidamente ci si dimentica che è sempre un male”. Noi abbiamo un dovere di testimonianza e vogliamo indicare una strada, una alternativa possibile; tocca poi alla politica trovare le soluzioni».

Manifestazione di MW a Punta Rocca (Marmolada), dicembre 1996
Manifestazione dicembre 1996 contro eliski. Marmolada di Rocca

Le esperienze maturate nel corso di questi trent’anni dalle sezioni nazionali di MW hanno fatto emergere il bisogno di fare un “tagliando” alle Tesi di Biella (che sarà discusso in un’assemblea straordinaria nel 2017 a Bardonecchia), includendo in particolare la questione dei cambiamenti climatici e del riscaldamento del pianeta che, in alta montagna prima e più che altrove, ha già determinato conseguenze devastanti e subito evidenti con il ritiro, se non addirittura la scomparsa, di alcuni ghiacciai.

Su questo argomento la discussione è aperta in seno a MW. Da un lato c’è chi sostiene che gli alpinisti dovrebbero comportarsi in modo tale da pesare il meno possibile sull’ambiente, per riuscire, così facendo, a rallentare il riscaldamento del Pianeta; dall’altro c’è la consapevolezza che la ristretta comunità degli appassionati di montagna, anche se si comportasse in modo da rendere sempre più leggera la propria “impronta ecologica”, non avrebbe la minima possibilità di rallentare un fenomeno di quella portata.

«È naif – sostiene Pinelli – pensare di poter invertire con i nostri comportamenti il processo del riscaldamento globale. Noi dobbiamo comportarci in modo ecologicamente corretto per un bisogno morale e una volontà di testimonianza, non perché pensiamo che questo abbia una conseguenza pratica».

I soci svizzeri di Mountain Wilderness sostengono ad esempio che non debbano essere usate le auto private per andare in montagna – proposito condivisibile laddove esista un capillare sistema di trasporto pubblico – ma anche che non si debba prendere l’aereo per andare in Himalaya. «Noi (italiani) non siamo d’accordo, perché l’esperienza della wilderness nelle grandi montagne asiatiche va vissuta, è più importante dell’inquinamento di un aereo che comunque volerebbe lo stesso».

Anche nel 1990, quando MW organizzò la spedizione Free K2 per liberare il K2 dalle corde fìsse e dai rifiuti delle spedizioni, c’era chi diceva che non bisognava prendere l’aereo per andare nel Karakorum. Ma se quell’iniziativa, che segnò una svolta fondamentale nell’approccio alle spedizioni himalayane, non fosse stata portata avanti, i campi base sarebbero ancora delle discariche. «Riteniamo che ciascuno di noi debba valutare autonomamente le modalità per diminuire l’impatto della propria presenza in montagna e, più in generale, sul pianeta. Ma la scelta del percorso non può essere incanalata in un obbligo statutario. L’importante è prendere le distanze dalla deriva consumistica».

Chiosa Pinelli: «Come diceva Voltaire a Rousseau, “sarebbe troppo bello se bastasse salire di quota per diventare migliori”, invece in alta quota ognuno di noi si porta il fardello di tutti i difetti coltivati in pianura, il proprio quadro culturale e comportamentale deriva da come vivi in basso».

30AnniMW-wilderness

Mountain Wilderness www.mountainwilderness.it/
Mountain Wilderness – alpinisti di tutto il mondo in difesa della montagna – è un’organizzazione internazionale nata nel 1987 per individuare e definire le strategie da opporre alla progressiva degradazione delle montagne del mondo. È presente in Italia, Francia, Catalogna, Castiglia, Svizzera, Slovenia, Germania, Belgio, Pakistan. Tra i 25 ambasciatori di Mountain Wilderness nel mondo vi sono Bernard Amy, Chris Bonington, Kurt Diemberger, Alessandro Gogna, Fausto De Stefani. Carlo Alberto Pinelli è cofondatore e attuale presidente di Mountain Wildemess Italia. Nelle Tesi di Biella, il manifesto programmatico dell’associazione, si definisce il concetto di “wilderness montana”: quegli ambienti incontaminati di quota dove sia possibile «sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e dimensioni, le leggi naturali, i pericoli, e che possa stimolare una reazione vitale contro un sistema che tende ad appiattire sempre di più gli esseri umani, a circoscriverne le responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, limitando l’autonomia decisionale ed emotiva».

Pubblicato il Lascia un commento

Manifesto del Comitato per la Bellezza

Pubblichiamo l’edizione “completa” del Manifesto e dei 10 Punti interrogativi sulla Bellezza a suo tempo uscita in occasione delle imminenti elezioni politiche del 2013. Si rimanda al sito http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=102578 per le numerose e argomentate risposte ricevute da alcuni candidati (Pier Luigi Bersani, Nicola Zingaretti, Anna Finocchiaro, Ilaria Borletti Buitoni, Matteo Orfini, Vannino Chiti, Roberto Natale, Ermete Realacci, Angelo Bonelli). Altri candidati hanno semplicemente dichiarato di condividere in toto i 10 Punti per la Bellezza. Sono: Luigi Manconi, Stefano Fassina, Luigi Zanda, Sergio Zavoli, Emilia De Biasi, Walter Tocci, Marco Causi, Ivana Della Portella, Adriano Labbucci, Carmine Fotia, Fabio Bellini, Pietro Calabrese, Giuseppe Marchetti Tricamo, Celestina Costantino e Michele Curto.

Riteniamo questo documento di estrema importanza e attualità.

ManifestoBellezza-12108304_696377090462874_3027858582404002589_n

Manifesto del Comitato per la Bellezza
(pubblicato il 21 febbraio 2013 su http://www.patrimoniosos.it)

Caro Candidato, Caro Leader, Signor Partito
ecco 10 domande “brutte” sulla Bellezza.

Noi del Comitato per la Bellezza, nato nel 1998 sul nome e sul lavoro di Antonio Cederna, vi chiediamo:

1) Può la Bellezza essere uno dei temi centrali, unitamente alla cultura e, in particolare, alla cultura della tutela, della vostra campagna elettorale, uno dei punti-cardine del vostro impegno politico?

2) La Bellezza è anche per voi un bene sociale, un diritto di tutti, uno dei pilastri di una nuova politica per la società italiana, partendo dal patrimonio storico-artistico, dal paesaggio, dai siti archeologici, dai centri storici?

3) La Bellezza è stata sfregiata, mortificata e profondamente intaccata, dalle coste alla montagna, dalla campagna alla città, nel patrimonio storico-artistico-archeologico e in quello di biblioteche, archivi e fondi musicali, a causa della latitanza di una politica per la cultura, a causa dell’imperversare di condoni, di abusi e di inquinamenti d’ogni genere. Siete d’accordo?

4) Concordate sul fatto che il lassismo di Comuni e Regioni verso una edilizia di mercato utilizzata come fonte di entrata corrente per Enti locali vicini al collasso si è trasferita sul paesaggio imbruttendolo, mentre mezza Italia crolla o smotta, e che c’è un restauro colossale del territorio e del patrimonio edilizio vecchio e antico da promuovere, anche a fini sociali?

5) Ha senso una diffusione sfrenata di pale eoliche (che richiedono strade e sbancamenti di terreni collinari e montani già fragili) anche laddove non c’è vento sufficiente, persino in zone di alto pregio paesaggistico e archeologico, di pannelli solari senza limiti di sorta, spesso su terreni coltivati, oppure la creazione di maxi-impianti fotovoltaici?

6) E per la pianificazione urbanistica e paesaggistica, oggi negletta, siete pronti a riportarla in onore attuando anzitutto il Codice per i Beni culturali e per il Paesaggio, la co-pianificazione Ministero-Regioni, contro un consumo di suolo e un dissesto spaventosi che esigono un piano pluriennale per “rifare l’Italia”, mettendola in sicurezza? Vi impegnate a votare, al più presto, una legge che riduca nel modo più drastico il consumo di suolo?

7) Siete disposti ad appoggiare una autentica “ricostruzione” del Ministero come quello dell’Ambiente e ancor più di quello per i Beni e le Attività Culturali, indebolito, snervato, semidistrutto dalle ultime gestioni, da Bondi a Ornaghi?

8) L’Italia era riuscita negli anni Ottanta e Novanta a recuperare sull’Europa “verde” più avanzata creando una ventina di Parchi Nazionali (da quattro che erano, da decenni) e coprendo con la tutela il 10 per cento del territorio nazionale. Ma da anni ormai i Parchi di ogni livello mancano di fondi persino per la sopravvivenza. Vi impegnate affinché la politica dei parchi venga ripresa e potenziata ad ogni livello?

9) Musica lirica, sinfonica, popolare, dal vivo, tutte le forme di teatro, di spettacolo, di cinema sono forse state degnate in Italia della giusta attenzione dagli ultimi governi? O non vi sono sembrate al contrario condannate alla più stentata e mortificata sopravvivenza, e magari ad una fine prematura? Vi impegnate a finanziarle in modo selettivo ma adeguato premiando le produzioni di qualità, i talenti meritevoli, le compagnie di giovani, le iniziative di ricerca e di riscoperta?

10) Arte, cultura, musica, paesaggio continuano ad essere trattati in due modi sbagliati: a) come materie da privilegiare soltanto a chiacchiere continuando in realtà a speculare sulle aree, sui centri storici, sulle coste e sulle montagne,ecc. b) come “il nostro petrolio”, come “una macchina da soldi”, cioè come una serie di giacimenti da “sfruttare” cavandone profitti laddove essi sono possibili, abbandonando il resto a se stesso. Non credete invece, con noi, che sia giunto il momento di considerarle un tutt’uno inscindibile, un valore strategico “in sé e per sé” (e non per i profitti che può dare), il “motore” reale di tante attività indotte, come il turismo culturale e naturalistico?

Voi candidati, voi leader dei partiti, siete pertanto disposti a condividere questa battaglia politica e culturale di civiltà per la Bellezza come bene di tutti e come diritto sociale nei termini che abbiamo qui esposto? E a verificare con noi periodicamente il vostro reale impegno su questi temi cruciali una volta eletti?

ManifestoBellezza-uccelli_natura

Il Comitato per la Bellezza era allora costituito da Desideria Pasolini dall’Onda, Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Pier Luigi Cervellati, Gaia Pallottino, Bernardo Rossi Doria, Irene Berlingò, Rita Paris, Nino Criscenti, Arturo e Bernardino Osio, Fernando Ferrigno, Annarita Bartolomei, Gianfranco Amendola, Pino Coscetta, Andrea Costa, Massimo Fregnani.

Hanno aderito anche il presidente di Mountain’s Wilderness, Carlo Alberto Pinelli, Giovanni Pieraccini presidente onorario RomaEuropa, Alberto Asor Rosa e la Rete dei Comitati Toscani, i consiglieri nazionali di Italia Nostra Nicola Caracciolo, Maria Pia Guermandi e Ebe Giacometti, il presidente della sezione romana Carlo Ripa di Meana, gli urbanisti Vittoria Calzolari e Francesco Ghio, Sauro Turroni, Giulia Rodano, l’economista Marcello De Cecco, gli storici dell’arte Antonio Pinelli, Andrea Emiliani e Tomaso Montanari, gli archeologi Mario Torelli e Carlo Pavolini, l’ex direttore generale Beni Culturali di Puglia, Ruggero Martines, gli storiografi Massimo Teodori, Enrico Menduni, Franco Monteleone, Giuseppe Tamburrano presidente della Fondazione Nenni, i giornalisti Elena Doni, Chiara Valentini, Rossella Sleiter, Corrado Giustiniani, la portavoce di “Salviamo il Paesaggio” Cristiana Mancinelli Scotti, Silvia Denicolò, portavoce Movimento 5 Stelle Lazio, Mauro Puliani, Ufficio Turismo, Provincia di Roma, Anna Coen, don Roberto Sardelli animatore del Comitato pro-Centro storico di Pico Farnese (Fr), Salvatore Bonadonna, presidente dell’Associazione culturale di Studi Socio-Economici e Territoriali, Elena Mortola della Associazione Culturale Progettazione Sostenibile Partecipata, Carlo Troilo, Rosalba Rizzuto, Thaya Passarelli, Flavia De Luca, Fiamma Dinelli, numerosi Comitati romani e loro esponenti come Marcello Paolozza.

ManifestoBellezza-la-forza-della-natura8

Pubblicato il Lascia un commento

Perché ancora con il CAI?

Gianfranco Valagussa è socio CAI della Sezione di Domegge di Cadore, alpinista e Guida naturalistica ambientale regionale.

Perché ancora con il CAI?
di Gianfranco Valagussa
[già pubblicato sulla rivista Le Dolomiti Bellunesi (estate 2016) e su altitudini.it  (11 luglio 2016)]

“La via del ritorno è difficile, molto difficile, ma anche straordinaria. Lungo di essa si prende coscienza di tutte le paure rimosse, di tutti i fantasmi e i mostri del passato che si sono buttati nel cestino. In sostanza si ripercorre all’indietro il cammino del tempo: e un fantastico viaggio nella notte per arrivare alla luce, dove si impara ad essere umili e coraggiosi, a osare quando è il tempo di osare e a non cedere alla tentazione di osare quando non è il tempo di osare, anche se vi sarebbe la possibilità di farlo (Gian Piero Motti, Arrampicare a Caprie)”.

Siamo nati diversi
Non sono in delirio di onnipotenza, non ho iniziato a darmi del “voi” non pretendendolo nemmeno dagli sconosciuti. Nel 1972 ho aderito al “cai”.

Il minuscolo è voluto per affetto verso un ragazzone incontrato un paio d’anni fa su un sentiero. Il passaggio era praticamente distrutto da una frana e alla nostra (non ero solo) domanda perché il CAI non avesse sistemato il percorso, alzò i palmi delle mani sorridendo e rispose “qui servono i cai, non il CAI”. Il CAI del fare per la montagna, non quello delle élite.

Gianfranco Valagussa, il Nonno
PerchéAncoraCAI-CAICombattivo

Perché iscriversi in quel 1972? Ho aderito leggendo I falliti di Gian Piero Motti (Rivista Mensile del CAI, settembre 1972). Prima di allora mi era sufficiente leggere sulla tessera la frase di Guido Rey per scartare ogni ipotesi di adesione. Erano anni particolari. Poi ho capito che un sodalizio (1) è tale perché vige una regola semplice da accettare, ma difficile da praticare: la solidarietà.

Il sodalizio oggi risente degli effetti negativi prodotti dalla disgregazione di idee di cui sono vittime tutte le associazioni: partiti, sindacati, chiesa, istituzioni. Quello che manca è un’idea (2) capace di dare respiro all’associazione, favorire la comunicazione.

Semplicemente dovremmo star insieme per realizzare un progetto comune che riguarda, nel caso del CAI, la montagna. Quale progetto? Come si può trovarsi d’accordo su un progetto e decidere di realizzare un fine comune? Qui occorre rifarsi alla storia generica, a questo scopo si organizzano i congressi, i concilia (3). Sapete come avvengono i congressi? Chiedete a chi ci è stato, se non vi fidate di chi scrive.

I congressi, non solo quelli del CAI ovviamente, vengono preparati contattando i possibili partecipanti con cui potrà essere diviso il frutto dell’azione comune, che potrà essere economico, di fama, di potere o altro secondo il fine dell’organizzazione, dell’associazione, del partito, dell’idea quindi. Contano i voti ai congressi.

Punto il dito contro qualcuno? Assolutamente no, si tratta di una idea ipotetica.

Raccolti i voti, costruiti gli organismi, decisi gli incarichi, ci si avvia alla determinazione del futuro gruppo dirigente eletto, di conseguenza, non dai partecipanti ma “con il consenso dei partecipanti”. Il problema è come si ottiene il consenso, come si convogliano gli elettori. In alcune associazioni varrà l’interesse economico, per altre quello ideologico, per altre ancora la condivisione di scopi etici o l’affermazione individuale.

Il collante per egemonizzare i voti è l’etica
Altra parola chiave: etica. Occorre sottolineare che non intendo accomunare una organizzazione specifica a un interesse specifico, le ragioni della adesione sono trasversali. Il raggiungimento del fine non è subordinato alla capacità degli eletti, ma agli eventi naturali o forzati che si succedono nel corso di un mandato. Cosa dico? Rispondo con una domanda. Avete mai chiesto a chi avete eletto cosa ha realizzato del suo programma? Non mi piace vincere facile, quindi non mi riferisco ai partiti nazionali ma al vostro comune o alla associazione alla quale aderite o al sindacato (Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Confcommercio, Associazione Artigiani, ecc.) che rappresenta la vostra categoria economica. Bene, il collante per egemonizzare i voti è l’etica (4).

Cadore, il Regno delle Ciaspe
PerchéAncoraCAI-CAICombattivo-Regno-delle-ciaspole-cadore-dolomiti-hotel

La distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è utile o indesiderabile, diventa il nuovo motivo del dopo elezione. È il ribaltamento per cui le nuove esigenze determinano l’abbandono di un’etica per un’altra. Ripeto, per essere chiaro: si dice cosa è bene e su quello si chiede il voto, si fissano le regole per raggiungere lo scopo e prendere il voto, si fanno i conti con ciò che interessa per costruire una maggioranza; ed è a questo punto che saltano gli scopi dichiarati inizialmente per raggiungere i voti necessari. Ovvero un compromesso (5). Le organizzazioni “supermarket” ne sono la testimonianza, sono quelle che rappresentano tutto e il contrario di tutto, aggiungerei, per avere l’appoggio di tutti o di una maggioranza utile alla elezione. Esempi? Siamo tutti d’accordo sulla preservazione dell’ambiente alpino, quindi scriviamo che non vogliamo l’eliski, l’elitour o altri motori in aree naturali, non vogliamo nuove ferrate, non vogliamo nuovi bivacchi, siamo per limitare l’uso del territorio alpino per sport e competizioni invasive. Non serve citare documenti, non siamo burocrati. Poi ci sono le eccezioni, e mi fermo al Cadore.

Eliski: parte dalle Guide Alpine di Cortina la richiesta di praticare l’attività in due zone della conca, l’anno successivo si aggiungono altre Guide di Calalzo e Auronzo (6). La scusa è la regolamentazione, ma oggi sappiamo che non esiste nessun controllo reale e che gli elicotteri svolazzano ovunque, trasportando persone per i più svariati motivi, eliski, elitour, elicaccia, elipranzo. Non serve, come è successo, che qualche rappresentante istituzionale chieda di “denunciare” gli illeciti, bisogna prima dire come le istituzioni effettuano i controlli e chi li effettua.

Moto e ciclocross: basta seguire qualche sentiero facile e vicino agli abitati per diventare testimoni di ciò che avviene. E non tocchiamo il tasto quad. Ma il CAI cosa c’entra? Alla guida di questi comuni ci sono ex dirigenti del CAI e iscritti storici, che magari sono stati conosciuti dagli elettori proprio per il ruolo avuto nell’associazione e per quello votati.

Nuova ferrata in memoria del Vajont, voluta da CAI e Istituzioni locali, ideata da alcuni dirigenti del Soccorso Alpino (per la propria affermazione?) e realizzata da Guide Alpine per consolidare le loro entrate economiche. Avete guardato quali associazioni si trovano tra i patrocinatori delle varie competizioni in quota per il rilancio del turismo cadorino? Fatelo.

Nuovo bivacco a Forcella Marmarole voluto dal CAI centrale e locale, sicuramente con un approccio tecnico di competenza, visto che l’attuale presidente della locale sezione del CAI è un professionista del settore.

Il regno delle ciaspe (o dello sci alpinismo?). Alcune semplici note: le ciaspe (ciaspole nel mondo del turismo invernale) servono per camminare nella neve non battuta, perché batterla? La verità è sulla copertina del primo depliant del Regno delle ciaspe ripreso in un recente articolo anche dal Corriere delle Alpi. Lo scialpinismo è un’esperienza fondata sulla conoscenza delle complesse problematiche della montagna invernale, dove lo scialpinista impara a gestire autonomamente l’ascensione: lo sforzo fisico (la fatica) diventa una componente indispensabile nel raggiungimento dell’obbiettivo e rappresenta un’irrinunciabile completamento dell’esperienza (Roberto Valenti, Ecologia ed Etica, Manuale CAI 1999. Ribadiamo evidenziando che tale concetto è valido anche per le ciaspe.

L’operazione “Regno” è servita anche alle Guide Alpine, in accordo con le istituzioni locali (CAI compreso), a promuovere i corsi per Accompagnatore di Media Montagna, ben sapendo che si tratta di una sovrapposizione con le Guide Naturalistiche, ciò approfittando del tema sicurezza, quando non esistono casi di incidenti in montagna in inverno che abbiano coinvolto queste figure professionali. Lo so che c’è una legge nazionale, non perdete tempo a ricordarmelo.

PerchéAncoraCAI-CAICombattivo639

È servito ai rifugi il “Regno”? Certamente, e questo è il lato positivo che dovrebbe essere supportato anche da un riferimento culturale contro l’uso dei motori e per mantenere/aiutare queste strutture, che sono soprattutto presidi culturali e di aiuto in un ambiente naturale difficile e delicato. Scrive Vincenzo Torti: “Direi in ultima analisi che promuovere una legge, la quale vieti il volo in ambiente montano al di fuori degli scopi individuati di pubblica utilità (lavori in quota di vario genere e soccorso, rifornimento), sia ormai quasi una necessità anche per evitare, come dice Luca (Maspes), che ci aggiungiamo inaugurazioni di lapidi, croci, trasmissioni televisive con i dirigenti “in alto”, ecc.”.

Ma la mia proposta dov’è?
Si chiederanno i più attenti. Bene, i TAM (organi CAI per la Tutela Ambiente Montano) sono sicuramente, dal punto di vista tecnico ed etico, gli organismi più coerenti con le indicazioni del nostro sodalizio. Diamogli lo spazio che meritano, essendo più tecnici che politici. Al momento dell’iscrizione ci sia la possibilità di destinare una quota percentuale del costo della tessera direttamente a loro, visto che la parola libertà (7) ha senso proprio solo al momento della sua applicazione diretta; senza risorse economiche non esiste autonomia (8) d’azione.

Forse così il nuovo CAI potrà iniziare a crescere, libero. Anzi, intanto che ci sono, aumento la posta in gioco. Oltre a indicare una quota per gli organismi tecnici, si potrebbe destinare una quota consistente alla sezione territoriale di appartenenza (a proposito di libertà e autonomia) sulla quale gravano i compiti più specifici di rapporto con gli iscritti, quelli che restano visti i cali numerici. Penso in modo specifico al cambio delle percentuali: la percentuale di quota oggi destinata alla sezione vada al centro, mentre la corrispondente percentuale resti di libera scelta, con percentuali suddivise tra gli organismi. Oggi la proporzione nella mia sezione di appartenenza è di € 12,50 alla Sezione e di € 29,50 al Centro. Anzi, propongo un elenco di destinazioni a cui sottoscrivere una quota: il rifugio, manutenzione di un sentiero, TAM, Soccorso Alpino, Alpinismo Giovanile, Onc, oppure un generico “alla Sezione”.

Ma comunque sto con il CAI, per poter leggere in un futuro non lontano un articolo dal titolo I nostri fallimenti, dove qualcuno ammetta che l’idea è un’altra e che, permanendo le distanze tra una e l’altra etica, quella dichiarata e quella praticata, si trovi il coraggio di fondare, non rifondare, il nuovo CAI, il nuovo Collegio delle Guide Alpine ed un nuovo Soccorso Alpino (sono Sezioni Nazionali del CAI), perché non è vero che in queste società si decide all’unanimità, in modo bulgaro si diceva tempo fa. Anche lì c’è chi la pensa diversamente.

Solo una volontà comune può effettivamente migliorare l’organizzazione
È evidente che ciò di cui mi voglio occupare è, molto semplicemente, promuovere un dibattito, un confronto di idee che riesca a modificare lo stato attuale dell’organizzazione partendo “dal basso”, nella consapevolezza che solo una volontà comune può effettivamente migliorare l’organizzazione. In una parola: condivisione.

Cadore Motor Games 2014
PerchéAncoraCAI-CAICombattivo-cadore-motor-games-2014-1024x440

Qualcuno sorriderà, altri stringeranno le spalle scuotendo la testa, qualcuno deciderà di scrivermi, per dimostrare il contrario di ciò che ho affermato. Bene, allora lo scopo è raggiunto. Qui sta la ragione per cui non scrivo a un gruppo dirigente, o al singolo blasonato, senza accettare la richiesta riportata da Lo Scarpone (si veda “Il Club Alpino Italiano è un luogo aperto anche alle critica”), perché solo la protesta organizzata può portare a modifiche sostanziali. Ai singoli da soli non viene dato peso (si veda sul Gogna Blog La non risposta del CAI).

Ma prima un’ultima considerazione. In molti ritengono che il CAI deve considerare le ragioni economiche, prima di opporsi e contestare le varie iniziative prese da istituzioni e privati. Ecco alcuni esempi con affermazioni di noti alpinisti e dirigenti che non nomino perché qui non conta chi lo dice: molti si riconosceranno, poiché rappresentano un modo di pensare. “Voi che siete contro, sapete quanto costa un elicottero e quanto lavoro deve fare per mantenersi?” oppure: “Lo sport è il veicolo per lo sviluppo turistico delle zone alpine che non hanno risorse produttive”, ed ancora “Quella funivia ci permetterà di collegarci con le migliori aree turistiche”, o anche “Quella ferrata è un’ottima iniziativa, vista la grande frequentazione” e “Il nuovo bivacco è una grande opportunità per quei luoghi che sono poco visitati”.

Bene, ma lo sviluppo economico prevede una pianificazione, una analisi dei costi e dei successivi guadagni, una analisi del mercato. In quante delle azioni svolte è stato fatto? Per le ferrate? Per gli impianti? Per le attività sportive? O ci si è accontentati di un finanziamento dalle istituzioni locali o nazionali o europee in cambio di visibilità.

Un CAI futuro deve almeno schierarsi contro e non favorire tali operazioni.

Se dovete pubblicizzare la montagna utilizzate un pendio verde o bianco e cime solitarie o una immagine di sciovie e elicotteri, motoslitte e quad? Pensate davvero che una via ferrata abbia a che fare con l’alpinismo?

Un CAI combattivo, più coerente, meno supermarket
Quello a cui penso è un CAI dove le Commissioni di Tutela dell’Ambiente Montano contino più degli organismi politici, dove il volontario che sistema sentieri o aiuta nelle riparazioni del rifugio o bivacco sia considerato meglio di un dirigente.

Un CAI meno attento ai rapporti istituzionali e politici. Un CAI combattivo, più coerente, meno supermarket che accontenta tutti. Un CAI, insomma, che responsabilizzi sulle tematiche dell’ambiente alpino con una organizzazione meno burocratica e soprattutto dove l’autonomia delle sezioni non venga confusa con anarchia di comportamenti.

Durante una comunicazione in aula sul tema delle trasformazioni della vita nelle Dolomiti alla Scuola Media di Domegge ho iniziato chiedendo agli scolari che cos’è il CAI, e la risposta di un singolo scolaro è stata: sono quelli che organizzano le gite.

Sto nel CAI perché ritengo che il futuro della montagna, delle Dolomiti, è nelle mani del nostro sodalizio. Qualcuno sorriderà di nuovo scuotendo la testa, lo ricordo quel sorriso, è la stessa reazione che anni fa avevano alcuni quando si parlava di ghiacciai che sparivano, di raccolta differenziata, di inverni senza neve, di estati senza pioggia, di energie alternative, eccetera.

Note
1) Un sodalizio è, citando la Treccani (mica balle), l’unione di persone che si riuniscono per cooperare a un fine comune, comunanza di vita tra amici e compagni, ovvero amicizia, intesa, legame, rapporto.

2) Idea = rappresentazione mentale di una entità reale o astratta, ovvero concetto, immagine; attività della mente rivolta a prefigurarsi una possibile realtà, ovvero eventualità, possibilità, prospettiva.

3) Concilium/Concilia, per il popolo romano era una assemblea o riunione di popoli stranieri, di confederazioni, della plebe, di tutto il popolo. Semplificando il concetto si tratta di un congresso, dal latino congressus, incontro.

4) Etica: “il ramo della filosofia che si occupa della sfera delle azioni buone e cattive e non di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle più adeguate”.

5) Compromesso = soluzione media adottata per superare un contrasto o una difficoltà.

6) Nella delibera del Comune di Auronzo si legge, tra l’altro, che sui versanti nord delle zone interessate dall’eliski non si trovano animali selvatici nel periodo invernale…

7) Libertà. 1- possibilità di comportarsi in conformità alla propria coscienza, ai propri valori, come realizzazione del proprio io, insomma in relazione a se stessi; 2- possibilità di un agire in rapporto ad altri, siano essi cittadini, autorità, poteri. Le due concezioni possono trovare un fondamento comune nel concetto di responsabilità.

8) Autonomia. In senso ampio, capacità e facoltà di reggersi da sé… Con riferimento a enti e organi dotati di indipendenza, il diritto di autodeterminarsi liberamente nel quadro di un organismo più vasto. L’autonomia normativa consiste nel diritto di emanare norme proprie; l’autonomia finanziaria è la facoltà di stabilire da sé le entrate e le spese; l’autonomia di gestione è la facoltà di dirigere da sé la propria attività.

Pubblicato il Lascia un commento

La crisi della natura protetta in Italia

La crisi della natura protetta in Italia
Lettera aperta di Mountain Wilderness in difesa della Legge Quadro sui Parchi

8 luglio 2016. Il Corriere del Trentino pubblica quello che immediatamente è definito uno scandaloso delirio antiParchi (e boschi e lupi) di Gian Luca Galletti, attuale Ministro per l’Ambiente.

Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness, racconta che già il 28 giugno a Bormio si era tenuto l’incontro insediativo del Comitato di coordinamento del Parco dello Stelvio. Alle ore 9.00 Galletti e il governatore lombardo Roberto Maroni avevano tenuto una conferenza stampa sullo stampo di quanto poi è stato ribadito in Trentino. Alle 10.30 si riuniva il nuovo comitato. Galletti, sempre a fianco del Maroni, apre e saluta il comitato neo-insediato, poi si allontana, sempre assieme a Marroni lasciando soli gli altri membri, sconcertati e confusi. Così è partita la nuova governance del parco nazionale dello Stelvio.

In sostanza Galletti, anche sulle TV trentine, ha promesso il superamento della “vecchia 394/1991” e un’articolazione dei parchi moderna, aziendalista.

Carlo Alberto Graziani
CrisiNaturaProtetta-carlo-alberto-graziani

Il 12 luglio 2016, ore 17.28, Carlo Alberto Graziani (ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena) scrive in pubblico al decano dell’ambientalismo italiano Franco Pedrotti:
Dopo le esternazioni del Ministro dell’Ambiente riportate dal Corriere del Trentino dell’8 luglio scorso io non ho più alcun dubbio: la prima cosa che dobbiamo fare è chiedere le dimissioni dell’on. Gian Luca Galletti per manifesta incapacità di svolgere il ruolo ministeriale che gli è stato affidato. E’ una incapacità dovuta non solo alla sua incompetenza dimostrata nel corso di oltre due anni di gestione ministeriale, ma anche alla sua, forse inconsapevole, lontananza dai problemi reali…
La seconda cosa da fare è quella di organizzare per il mese di settembre (o al massimo ottobre) un convegno sul Corpo Forestale dello Stato (CFS), in cui fare emergere la grande importanza storica che esso ha avuto, le gravi responsabilità di chi, sia sul piano politico che su quello istituzionale, avrebbe avuto il dovere di difenderlo e invece ha taciuto, la manifesta illegittimità costituzionale della trasformazione del personale da civile a militare, le assurde conseguenze che sul piano concreto l’assorbimento nell’Arma dei Carabinieri produrrebbe.
La terza cosa riguarda le aree protette e le modifiche alla legge quadro (394/1991) che si stanno votando in Commissione ambiente del Senato e che verranno votate anche in Aula. In vista del successivo passaggio alla Camera dobbiamo essere noi – in mancanza di altri che dovrebbero farlo – ad aprire un dibattito, il più ampio e trasparente possibile, sia intorno alle tematiche generali sulle quali si stanno creando gravi equivoci, come dimostra la dichiarazione del Ministro, quali la missione dei parchi e delle aree protette, il rapporto tra territorio protetto e resto del territorio, il rapporto con la Rete Natura 2000, la classificazione, sia sui temi più specifici: dagli organi alle
piante organiche, dai finanziamenti ai servizi ecosistemici, dalla gestione della fauna al ruolo di Federparchi, dal Parco dello Stelvio all’istituzione di nuovi parchi nazionali, dai problemi che affliggono le aree marine protette al rapporto tra parchi regionali e aree marine limitrofe, ecc.
La situazione è grave ed è giunta l’ora della chiarezza, ma anche della durezza. Non siamo né vogliamo essere un’associazione ambientalista. La nostra forza è data dalla passione per la natura e da quel po’ di competenza che ciascuno è in grado di esprimere. Di qui però anche la nostra grande responsabilità: quella responsabilità che altri dimostrano di non volere assumere e che è quella di indicare, anche in controtendenza, gli obiettivi che oggi occorre perseguire con
urgenza per conservare, e salvare, la natura
”.

Franco Pedrotti
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il 12 luglio 2016, ore 19.15, Alessandro Spinelli scrive: “La richiesta delle dimissioni del Min. Galletti deve essere immediata e possibilmente le associazioni ambientaliste dovrebbero far sapere la loro posizione in merito. Per la vicenda della Forestale mi sembra che tutto sommato, visto anche il rinvio di sei mesi, potremmo anche farcela ma la battaglia più dura sarà quella contro la legge quadro sulle aree protette. Dobbiamo riuscire a mobilitare il mondo universitario, associazioni scientifiche, ambientaliste, gruppi d’interesse, singoli studiosi, cittadini e indire convegni, riunioni ovunque sia possibile martellare la stampa nazionale e locale e non disdegnare (in maniera trasversale) rapporti con quelle forze politiche che da un punto di vista ambientale danno alcune garanzie”.

Michele Serra, giornalista, nella sua rubrica L’amaca (La Repubblica, 13 luglio 2016) scrive:
E’ in vista una nuova legge sui Parchi nazionali. Sintetizzando una polemica che si preannuncia molto accesa (per molti versi analoga a quella sui beni culturali): il ministro dell’Ambiente Galletti mette l’accento sui parchi come risorsa economica da sviluppa­re; le associazioni ambientaliste temono che questo signi­fichi meno tutela della natura, via libera alla speculazio­ne.
Detto che la questione è complicata, la domanda cruciale è: possibile che il valore di tutto ciò che esiste (beni pubbli­ci, beni artistici, cultura, paesaggi) sia misurabile solo in termini di sfruttamento economico, insomma che non esista valore al di fuori di quello che si misura in quattri­ni? La domanda è tutt’altro che “romantica”: perché se l’u­nico valore riconosciuto e riconoscibile è il rendimento economico, una buona quantità delle cose che abbiamo e dei rapporti che coltiviamo non hanno alcuna speranza di meritare la nostra cura. Vada all’inferno tutto ciò che non porta quattrini. Eppure quando diciamo che “ci sono cose che non hanno prezzo” diciamo che nella vita esiste una dimensione non speculativa così preziosa che senza di es­sa ci sentiremmo dei gusci vuoti. Il ministro Galletti è un commercialista. Si capisce che sappia leggere un bilan­cio. Si spera sappia che tra le voci di un bilancio, anche il più puntiglioso, non figura il valore (inestimabile) di infi­nite cose. Tra di esse la bellezza, il rispetto, il tempo
”.

Il 13 luglio 2016, ore 8.35, Marco Pezzotta, funzionario del Corpo Forestale dello Stato, condivide i tre punti di Graziani:
Il primo sarebbe un segnale forte e concreto, anche se dubito che al suo posto venga poi una nomina alternativa, degna del ruolo da ricoprire. L’ambiente, prima ricchezza del Paese, non può non essere gestito da un addomesticato rappresentante di consorterie affaristiche… Sul secondo non mi posso esprimere. Sullo smantellamento della 394, chiedo di andare in direzione opposta a quella di “valorizzazione delle rappresentanze locali”! E’, viceversa, necessario più Stato! I parchi sono paralizzati dai rappresentanti di istanze locali interessate solo allo sfruttamento dei beni oggetto di tutela e conservazione. I parchi non riescono ad avere un regolamento degno di questo nome perché i sindaci non vogliono ingerenze nella gestione delle questioni locali e ne bloccano l’approvazione attraverso Consigli direttivi ormai costituiti quasi ovunque da personaggi privi di qualunque competenza in campo ambientale e scientifico! I membri in quota ministeriale sono dai ministri nominati in barba ai necessari requisiti di essere rappresentanti dello Stato, esperti agro-forestali o ambientali. Un esempio: in un parco, il membro del Consiglio direttivo in quota MIPAAF è il vice-sindaco di uno dei comuni del parco stesso. Competenze in campo ambientale e agro-forestale: nessuna, a leggere il suo cv…”.

Il 13 luglio 2016, ore 9.29, Stefano Chelli, assegnista di ricerca dell’Università di Camerino, dissente parzialmente: “Se l’obiettivo fosse quello di evitare stravolgimenti della 394 o comunque avere voce nel processo di scrittura di una ipotetica nuova legge, chiedere le dimissioni del Ministro dell’Ambiente sarebbe una mossa sbagliata. Che piaccia o meno, lui è uno dei principali interlocutori in campo, e se vogliamo avere un ruolo in questa fase che si sta aprendo non è possibile “scegliere” con chi avere a che fare. Il rischio, chiaramente, è quello di ridurre il mondo della conservazione a essere completamente marginale, mentre invece, dalla mia esperienza, posso garantire che è molto più forte e consapevole rispetto ad anni fa”.

Luigi Casanova
CrisiNaturaProtetta-luigi_casanova_vicepresidente_di_cipra_italia_la_commissione_internazionale_pe_imagefull

Il 13 luglio 2016 ore 9.48 Marco Cervellini, botanico, è d’accordo con Chelli “ma al di là dell’opinione è importante definire obiettivo e relativo scenario di conseguenze prima di agire… In ottica di sistema il nostro gruppo d’interesse non deve considerarsi ‘ormai’ marginale, nell’opinione pubblica il valore delle aree protette è estremamente importante in termini di qualità della vita.
Ragione in più quindi per definire attentamente, fra noi e prima di agire, obiettivo, strategia, tattica (strumenti) e scenari di possibili conseguenze.
Poi, una volta scelti, si porta avanti l’azione, ma non sottostimiamo l’influenza di questo gruppo eterogeneo e di riferimento
”.

Il 13 luglio 2016, Kevin Cianfaglione, botanico, scrive: “Sono d’accordo sul fatto che la devoluzione in campo ambientale ha portato solo sciagure. I parchi funzionano già male di loro, per vari motivi. Ma quelli locali sovente funzionano peggio, sono quelli dove i dirigenti possono essere spesso assolutamente non qualificati, sono quelli più in balia di regioni, provincie o comuni che li gestiscono. I fondi spesso sono stornati con ricatti vari verso le associazioni che tirano avanti le baracche, ecc. Lo dico per esperienza personale”.

Nella stessa data, ore 10.36, Fabio Vallarola, architetto: “La richiesta di dimissioni del Ministro fa parte della logica con cui si amministra in Italia. Se una notizia non raggiunge le pagine dei giornali è come se non ci fosse. Se le associazioni e i firmatari degli appelli in difesa della 394 chiedessero le dimissioni del Ministro si porterebbe finalmente all’attenzione della collettività il lavoro di smantellamento delle aree protette nazionali e regionali in corso da almeno quindici anni.
Il cercare ancora di ragionare con i Ministeri in maniera costruttiva è cosa tentata per almeno dieci anni.
I Parchi nel frattempo stanno lentamente morendo. Serve una scossa. Gli italiani devono sapere cosa sta succedendo prima che la legge venga definitivamente distrutta.
Io sono per un atto eclatante come la richiesta di dimissioni con tutte le firme importanti del mondo ambientalista e scientifico italiano.
Poi il Ministro resti anche al suo posto ma sia chiaro che i Parchi non possono essere demoliti senza che nessuno lo sappia
”.

La crisi della natura protetta in Italia
(a cura dei componenti del Comitato Etico – Scientifico dell’associazione Mountain Wilderness Italia)
Lettera aperta

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Capigruppo di Camera e Senato
Ai Parlamentari delle Commissioni ambiente di Camera e Senato
Ai Presidenti delle Associazioni nazionali di protezione ambientale

Noi sottoscritti, componenti del Comitato Etico – Scientifico dell’associazione Mountain Wilderness Italia, a vario titolo impegnati nell’azione a difesa dei parchi nazionali e della natura, fortemente preoccupati per la situazione in cui versano le aree protette sottoscriviamo il seguente documento:

1. I parchi e le altre aree naturali protette di terra e di mare, in qualsiasi parte del pianeta siano situati, rivestono un’importanza straordinaria: la loro gestione costituisce un indicatore fondamentale del livello di civiltà di un paese.

In Italia la vicenda quasi secolare delle aree protette e in particolare dei parchi nazionali ha costituito la parte più significativa della storia della conservazione della natura e nello stesso tempo ha impresso una spinta decisiva nella formazione e nella crescita della coscienza ambientale dei cittadini e in particolare dei giovani. E’ una vicenda che, per le sue peculiarità, si inserisce a pieno titolo in quel paesaggio e in quel patrimonio storico e artistico tutelati dall’art. 9 della nostra Costituzione e che ha trovato nei principi della legge quadro n. 394 del 1991 una sua adeguata sistemazione. Bastano a

dimostrarlo risultati raggiunti: la rapida estensione della superficie protetta, il progressivo aumento dei visitatori, la nascita di nuove importanti professionalità, il progresso della ricerca scientifica specifica anche interdisciplinare.

Questo patrimonio oggi è a rischio: dilagano equivoche interpretazioni del ruolo delle aree protette e si assiste ad una loro progressiva, strisciante marginalizzazione. Con la giustificazione della criticità della situazione economica generale si cerca di imporre ai Parchi Nazionali un modello aziendalistico, come se le aree protette dovessero autofinanziarsi per giustificare la loro esistenza e non invece operare, con competenze effettive e mezzi adeguati, perché siano le comunità locali a produrre ricchezza ( anche culturale) per il proprio territorio sulla base di una nuova economia compatibile con la conservazione della natura e la dignità delle persone. Cavalcando il miraggio del made in Italy si tende a propagandare un’immagine delle aree protette in chiave prevalentemente mercantilistica con sfumature degne al massimo di una pro-loco. E’ un atteggiamento che trascura le loro peculiarità e priorità, tradendo nei fatti quel rapporto natura-persona che di esse è la vera anima. Con il pretesto della partecipazione (di per se stessa più che auspicabile, seppure nelle forme adeguate) si espelle la componente scientifica dagli organi gestori e al suo posto si inseriscono gli interessi corporativi, come quello degli agricoltori e, in forme più o meno palesi, si rende sempre più localistica la gestione. Non è estranea a questa pericolosa deriva l’assenza quasi totale del ruolo propulsore che la legge assegna al Ministero competente. Tutto ciò risulta in aperta contraddizione non solo con uno dei principi fondamentali della legge quadro, ma anche con la convinzione che, di fronte agli attuali problemi sempre più complessi, la democrazia si dovrebbe realizzare ricercando la linea di composizione tra scienza e politica e tra istituzioni statali e istituzioni locali nel segno degli interessi generali e non di quelli di parte. La democrazia partecipata non esclude, anzi presuppone, un forte ruolo di indirizzo e di controllo centralizzati.

Di queste interpretazioni banalizzanti e “al ribasso” il recente intervento del Ministro dell’Ambiente a Trento – uno dei pochissimi, se non l’unico, da lui effettuati sui parchi – è lo specchio fedele. Secondo il Ministro è giusto che i parchi tutelino il territorio, ma oggi devono fare qualcosa di più e di diverso: devono diventare motore di sviluppo dell’economia locale poiché la biodiversità in essi contenuta costituisce un patrimonio economico ricchissimo che occorre sfruttare; il Parlamento, sostiene il Ministro, sta modificando la legge quadro, che è una legge di conservazione, ormai invecchiata e inadeguata al presente, proprio per permettere alle imprese che operano nel settore green di svilupparsi sfruttando il grande patrimonio naturale; ad esempio quello boschivo che non ci si può limitare a custodire come nel passato, ma che occorre appunto mettere economicamente a frutto. Quanto allo smembramento del Parco nazionale dello Stelvio, esso può, sempre secondo il Ministro, diventare un modello di questa nuova visione, proprio perché con la divisione in tre parti (Lombardia, Province di Trento e di Bolzano) gli enti locali acquistano maggiori responsabilità e maggiori spazi decisionali. Dimenticando però che nessun altro paese del mondo, fino ad ora, ha frazionato in questo modo i propri parchi nazionali.

Le esternazioni del Ministro sono purtroppo un segno ulteriore della sua evidente inadeguatezza a coprire il ruolo istituzionale assegnatogli; ma sono anche la dimostrazione dell’approssimazione con cui una parte della politica, al di là del caso specifico, gestisce la cosa pubblica, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le sfide ambientali.

Occorre prenderne atto e trarne le conseguenze: è una richiesta che il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia fa all’intero mondo della scienza e della cultura, alla società civile e a quella parte della politica che ha ancora a cuore le sorti di ciò che rimane del Bel Paese. In una parola a tutte le persone di buon senso.

Carlo Alberto Pinelli
CrisiNaturaProtetta-hqdefault

2. La situazione, dunque, è molto grave: è necessario e urgente dare nuove prospettive – e una nuova centralità – alla politica per le aree protette. La Carta di Fontecchio – alla cui elaborazione e approvazione Mountain Wilderness ha contribuito in maniera determinante, in una con molte delle più importanti associazioni ambientaliste italiane – offre indicazioni fondamentali sul ruolo che esse devono svolgere partendo dalla considerazione che la natura non ha confini e che quindi può essere salvata solo se si cura il territorio nella sua unitarietà e nella sua complessità. In questo quadro i parchi, che sono le aree protette più complesse e importanti, debbono conservare, potenziandola, la loro funzione tradizionale di baluardo fondamentale di conservazione in quanto eccezionali serbatoi di biodiversità, ricchi di paesaggi, di testimonianze storiche e artistiche, di bellezza; e nello stesso tempo, debbono porsi come veri e propri modelli di uno sviluppo effettivamente sostenibile: modelli ricchi di sfaccettature, articolati, non interpretabili in senso esclusivamente economico perché basati su un intreccio virtuoso tra partecipazione democratica, conoscenza scientifica dei problemi, rapporto profondo tra le persone e la natura. Nell’interesse autentico dell’intera comunità nazionale e di quella internazionale.

Ma vi è un altro ruolo che oggi assume particolare rilevanza e che viene indicato nella Carta di Fontecchio: la natura, proprio perché non conosce barriere fisiche, è in grado di abbattere le barriere esistenziali, sociali, geopolitiche che dividono l’umanità; le aree protette, se viste come uno dei perni di una nuova visione dello sviluppo, sono in grado di dimostrare come sia possibile salvaguardare, con i fondamentali valori della natura, sia i diritti delle persone, a partire dalla inclusione dei più deboli, sia i diritti dei popoli e perciò la pace tra le nazioni e la collaborazione tra gli stati.

Profondamente convinti di tutto questo, nell’immediato chiediamo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio dei Ministri di prendere in seria considerazione l’opportunità di restituire rilevanza centrale al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, nominando un nuovo Ministro, in grado, per cultura, formazione e convinzioni profonde, di porsi come valido punto di riferimento nei confronti di quella parte della società civile in cui non si è ancora spenta la speranza di una auspicabile pace tra le attività umane e la natura. Una pace sottolineata con forza anche dal Sommo Pontefice Francesco, nell’Enciclica Laudato Sii.

Chiediamo al Parlamento di sospendere l’attuale pericolosa e angusta corsa alle modifiche della legge quadro e di avviare un processo riformatore coraggioso e trasparente, di ampio respiro, che miri alla conservazione della natura in tutte le sue possibili articolazioni. Un processo che non tema di confrontarsi con percorsi apparentemente utopici. Perché, come insegna la Carta di Fontecchio, utopico è solo ciò che non si ha il coraggio di affrontare.

Gian Luca Galletti
CrisiNaturaProtetta-GIAN-LUCA-GALLETTI

Firmano come componenti del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia:
Prof. Luisella Battaglia, ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, Università di Genova.
Prof. Pietro Bellasi, già docente di Sociologia dell’Arte, Unversità di Bologna.
Dr. Salvatore Bragantini, economista e editorialista del Corriere della Sera. Alpinista.
Prof. Remo Bodei, ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Los Angeles e di Storia della Filosofia e Estetica, Normale di Pisa.
Prof. Luisa Bonesio, già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia.
Prof. Duccio Canestrini, docente di Sociologia e Antropologia del Turismo, Università di Pisa e Lucca. Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile.
Dr. Alberto Cuppini, esperto in energie rinnovabili.
Dr. Federica Corrado, presidente di CIPRA Italia. Ricercatrice in tecniche e pianificazione urbanistica, Politecnico di Torino.
Enrico (Erri) De Luca, romanziere, poeta, traduttore, saggista. Alpinista.
Fausto De Stefani, Alpinista, garante di Mountain Wilderness International. Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia.
Kurt Diemberger, alpinista, scrittore, film maker. Presidente onorario e garante di Mountain Wilderness International.
Vittorio Emiliani, giornalista, saggista, presidente del Comitato italiano per la bellezza, medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte.
Dr. Massimo Frezzotti, dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’ unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano. Alpinista.
Prof. Carlo A. Graziani, ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Naz. dei Sibillini.
Alessandro Gogna, alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International.
Prof. Cesare Lasen, già presidente del Parco Naz. delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista.
Prof. Sandro Lovari, ordinario di Scienze Ambientali e Fauna, Università di Siena.
Prof. Paolo Maddalena, prof di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale. Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale.
Dr. Mario Maffucci, già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione.
Prof. Ugo Mattei, ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano.
Franco Michieli, scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International.
Prof. Carlo Alberto Pinelli, alpinista, regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli. Garante di Mountain Wilderness International.
Prof. Stefano Rodotà, prof. Emerito di Diritto Civile, Università La Sapienza, Roma. Già garante per la privacy. Già membro del Parlamento. Strenuo difensore dei diritti comuni.
Prof. Italo Sciuto, docente di Filosofia Morale, Università di Verona.
Arch. Francesco Scoppola. Direttore Generale Beni Culturali, Ministero dei Beni Culturali e del Turismo. Alpinista.
Dr. Lodovico Sella, Presidente Fondazione Sella, Garante di Mountain Wilderness International.
Michele Serra. Giornalista, opinionista, scrittore.
Prof. Salvatore Settis, ordinario di Archeologia Classica, Normale di Pisa.
Dr. Stefano Sylos Labini, dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche.
Prof. Francesco Tomatis, alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International.
Dr. Stefano Unterthiner , firma del National Geographic. Zoologo e fotografo.

SI ASSOCIANO: