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La coraggiosa Amministrazione di Ponte nelle Alpi

La coraggiosa Amministrazione di Ponte nelle Alpi

Il 19 novembre 2015, in segno di protesta contro l’impianto sotto il ponte sul Piave, il sindaco di Ponte nelle Alpi (BL) Paolo Vendramini e l’assessore all’Ambiente Ezio Orzes hanno accolto in municipio Genio civile, Arpav e progettisti, ma hanno abbandonato la sala poco dopo. «Rigettiamo questo progetto, un’aggressione al nostro territorio», ha commentato Vendramini sul Corriere del Veneto. «Non assisteremo alla presentazione – ha incalzato Orzes – è mancato rispetto da parte dei proponenti, hanno avuto il coraggio di presentare un progetto con tale impatto ambientale».
Il progetto della centralina prevede uno sbarramento gonfiabile che verrebbe installato a valle del ponte che creerebbe un salto di 4 metri e 72 centimetri. A monte della centralina, il livello del Piave si innalzerebbe per 1,7 chilometri e, in caso di piene, la paratia verrebbe aperta liberando l’acqua in un’ora. Ci sono poi i problemi legati ai possibili effetti sulla vicina frana. «Presenteremo un ricorso per ogni passaggio dell’iter – ha spiegato il sindaco – Sarà una battaglia lunga».
A noi sembra che tutti i comuni delle Alpi dovrebbero seguire questo esempio, e smetterla di associarsi allo sciacallaggio del territorio.

Ponte nelle Alpi, il ponte di Rione Santa CaterinaCoraggiosaAmministrazione-ponte-nelle-alpi-845x522

Angelo Soccal, in un commento su facebook, scrive: “Bravo al sindaco di Ponte nelle Alpi e al sig. Orzes, così deve essere un assessore all’ambiente che si batte per la difesa del proprio territorio contro ogni tipo di speculazione, avete il mio appoggio. Per i commentatori che ritengono questa posizione una opposizione a prescindere tipo no-tav, no-tutto, li invito ad approfondire il caso specifico dello sfruttamento del bacino del Piave e del tema della speculazione delle nuove microcentrali grazie al bellissimo ed esauriente articolo di Eco-magazine: http://www.eco-magazine.info/news/5575/quando-lidroelettrico-si-beve-tutta-lacqua-nel-bellunese-la-rapina-e-verde-cementoarricchito.html“.

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Stop alle speculazioni sul Piave
di Alessia Forzin (dal Corriere delle Alpi, 20 novembre 2015)

Nessun dialogo con chi non rispetta il territorio. Ieri mattina gli ingegneri dello studio Zollet hanno descritto il progetto della centralina idroelettrica sul Piave solo ai tecnici e alla stampa. Non c’erano gli amministratori di Ponte nelle Alpi, che hanno fatto una scelta decisa: quella di non ascoltare neanche una parola. «Non staremo qui a sentire la vostra presentazione, perché è mancato il rispetto da parte dei proponenti che hanno presentato un progetto tanto impattante sul nostro territorio», ha spiegato l’assessore Ezio Orzes. Il quale ha invitato pubblicamente i progettisti a ritirare il progetto: «Altrimenti usciremo e voi parlerete a un’aula vuota». Richiesta rigettata: la procedura prevede tra le sue fasi la presentazione pubblica del progetto e il sopralluogo, come ha spiegato il dirigente del Genio Civile Alvise Lucchetta, e i progettisti non erano autorizzati a fare altro se non presentare le tavole progettuali. Così la presentazione è proseguita senza l’amministrazione.

Gli ingegneri hanno descritto il progetto e risposto alle domande di chiarimento poste dai tecnici dell’Arpav e della Regione (sezione Parchi e biodiversità), poi insieme ai dirigenti del Genio Civile sono scesi sulle rive del Piave, a vedere da vicino dove dovrebbero essere posizionati lo sbarramento artificiale e la centralina.

Ad accompagnare il sopralluogo, in questa occasione, non c’erano gli attivisti di Acqua Bene Comune. Ciò nonostante Ponte nelle Alpi era blindata: è stato attivato il dispositivo messo a punto dalla Prefettura nel vertice pre-sopralluogo di Belluno (poi rinviato), da Padova sono arrivati una ventina di poliziotti del reparto Mobile e dai comandi cittadini di Polizia e Carabinieri un’altra quindicina di uomini. Aggiungendo il personale della Digos, il numero di forze dell’ordine impegnate ieri a Ponte ha sfiorato le quaranta unità. A loro si è rivolta l’amministrazione accogliendo i partecipanti alla procedura di presentazione in aula consiliare: «Li ringraziamo per essere qui presenti, ma avremmo bisogno piuttosto che ci difendessero dall’aggressione in corso nel nostro territorio», ha puntualizzato Orzes. «La Piave (Sull’uso al femminile di questo fiume vedi qui, NdR) è il fiume più artificializzato d’Europa, è ridicolo che si pensi di presentare ancora progetti che insistono su questo corso d’acqua. E perché lo si fa? Non certo per la produzione di energia elettrica, ma perché è in atto una speculazione. Questi progetti sono incentivati con soldi pubblici e non siamo più disposti ad accettare questa speculazione».

Il filmato della storica seduta nel municipio di Ponte nelle Alpi

Nella sua accorata arringa, Orzes ha ricordato che il progetto della Reggelbergbau insisterà in un’area di pregio qual è quella nei pressi del ponte di Rione Santa Caterina: «Un ponte che è il simbolo del nostro Comune, come si evince dal nostro stemma comunale. Pensate forse di aggiungere il vostro sbarramento, nello stemma?». Suona come una «provocazione» a Orzes, quella dei progettisti: «Non avete nemmeno interloquito con l’amministrazione, prima di presentare il progetto. Noi vogliamo che le acque scorrano libere nel nostro territorio e vogliamo poter decidere su interventi che riguardano il territorio che governiamo».

Il sindaco Vendramini ha ribadito la posizione dell’amministrazione: «Rigettiamo in toto questo progetto, che è un’aggressione nei confronti del nostro territorio, fatta con procedure anomale». Al termine del sopralluogo ha ricordato che il Comune seguirà la via dei ricorsi qualora la procedura dovesse andare avanti: «Abbiamo inaugurato l’anno scorso la spiaggia di Lanà, vicina al ponte. Abbiamo fatto un investimento importante ed è molto frequentata. Il progetto sarebbe devastante per l’intera area, penso che oggi anche i proponenti si siano resi conto della scarsa percorribilità del progetto».

Mario Ciotti
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In questo link il progettista Mario Ciotti, che definisce l’impianto “compatibile con la sicurezza”, ne illustra le caratteristiche.

E per chi di voi avesse più tempo ecco una chicca imperdibile, Vajont di Marco Paolini
https://youtu.be/wimrOOQN2rI


 

 

 

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La vicenda Broggi

La vicenda Broggi

La notizia è di quelle bomba e appare sul quotidiano Alto Adige il 29 marzo 2015, a firma di Antonella Mattioli. Dovrebbe essere un terremoto, ma in Italia siamo adusi a ben altro e non ci scomponiamo più di tanto. Al massimo ci meravigliamo che per una volta lo scandalo riguardi una provincia che normalmente non è tra le più discusse.

Riccardo Cristofoletti
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E’ Riccardo Cristofoletti, presidente della sezione del CAI Bolzano (2.000 soci), ad ammettere pubblicamente ciò che era già noto, cioè che «da una serie di verifiche erano emerse gravi irregolarità amministrative compiute nel corso del mandato iniziato nel 2008». Il mandato in questione è quello di Giuseppe Broggi, presidente del CAI provinciale (15 sezioni, 7.000 soci, la più importante associazione di lingua italiana dell’Alto Adige). A una burrascosa riunione del direttivo di qualche giorno prima, davanti a una serie di contestazioni, tutte documentate, Broggi si era dimesso da presidente provinciale del sodalizio oltre che da socio della sezione bolzanina, con l’interdizione per tre anni a iscriversi ad alcuna sezione CAI.

Cristofoletti è costernato: «Un brutto colpo per l’immagine del sodalizio impegnato a diffondere soprattutto tra i giovani i valori della montagna».

Broggi, in sette anni di mandato, era stato protagonista della battaglia per il ripristino delle denominazioni bilingui sui sentieri di montagna, oltre che tessitore di nuovi rapporti di collaborazione con l’Alpenverein (AVS), la potente associazione di alpinisti di lingua tedesca. Assieme a Claudio Sartori, attuale vicepresidente e responsabile della commissione rifugi, aveva poi curato la complessa partita rifugi. Era di poco precedente la notizia che CAI e AVS erano pronti a gestire insieme i 25 rifugi trasferiti alla proprietà della Provincia. Le trattative per la società di gestione che vedrebbe i due sodalizi soci al cinquanta per cento sono infatti a un livello ormai molto avanzato.

Un eventuale accordo di gestione non sarebbe di poco conto: attorno alla proprietà di questi rifugi si è giocata in passato una vera e propria guerra fredda alpinistica. Costruiti dalle società austriache e germaniche, ricostruiti in larga misura durante il fascismo e consegnati dal ministero della Difesa italiano al CAI, i rifugi erano diventati di proprietà provinciale alla fine degli anni Novanta.

E’ evidente che siamo solo all’inizio della vicenda. Il pubblico ne vuole ovviamente sapere di più.

Giuseppe Broggi
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Il giorno dopo lo stesso giornale titola CAI: scoperto ammanco di 20 mila euro.
E’ ancora Cristofoletti a parlare: «Dalle verifiche effettuate dai revisori dei conti è emerso un ammanco, riferito al 2014, di circa 20 mila euro. L’ex presidente provinciale del CAI Giuseppe Broggi si è impegnato a restituire la somma entro il 3 aprile, altrimenti scatterà la denuncia. Sono comunque in corso una serie di accertamenti sui conti degli anni precedenti: si va indietro fino al 2008, anno in cui è stato nominato presidente. Purtroppo quello che è successo per la nostra associazione è un danno d’immagine enorme».

Per Cristofoletti il timore è che si faccia di tutte le erbe un fascio e si distrugga quello che con fatica si è costruito nel corso di tanti anni di attività fatta a livello di volontariato. «Da quando – spiega – la notizia è diventata di dominio pubblico, c’è chi mi ferma per strada e mi dice “allora siete anche voi come tutti gli altri”. E questo non posso accettarlo».

La stessa preoccupazione tormenta anche Claudio Sartori, presidente della commissione rifugi, vicepresidente provinciale del Club alpino assieme ad Ezio Calliari, che in questi anni ha lavorato fianco a fianco con Broggi: «Mi sento tradito, pugnalato alle spalle: adesso però l’importante è distinguere l’operato di una persona, dal resto del sodalizio».

Subito i vertici si danno tempi strettissimi: il 7 aprile è in programma il comitato direttivo; una settimana dopo, ovvero il 15, è convocata l’assemblea dei delegati che dovrebbe eleggere il successore di Broggi. I delegati sono 30 in rappresentanza delle 15 sezioni: di questi 10 sono della sezione di Bolzano. E’ evidente che dopo la bufera c’è voglia di chiudere (non di nascondere) al più presto questa brutta vicenda.

Cristofoletti approfitta dell’intervista per comunicare che «noi assieme alle più importanti sezioni dell’Alto Adige siamo per sostenere la candidatura di Sartori che dovrà essere affiancato da uno staff nuovo. Bisogna voltare pagina».

Claudio Sartori
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Claudio Sartori, ingegnere bolzanino – iscritto da suo padre al CAI prima ancora di iscriverlo all’Anagrafe – è colui che dall’inizio sta seguendo la delicata partita che dovrebbe portare in tempi brevi alla costituzione di una società al 50% tra CAI e AVS per la gestione dei rifugi oggi di proprietà della Provincia. In base allo statuto del CAI altoatesino però Sartori non potrebbe ricoprire contemporaneamente la carica di presidente provinciale e componente del consiglio direttivo di una sezione, nello specifico quella di Bolzano. C’è chi dice che modificare lo statuto non è poi così difficile. Ma perché proprio Sartori? Alcune sezioni (in particolare quelle di Appiano e Merano) preferirebbero il commissariamento.

Ma Cristofoletti si oppone a questa soluzione: «Io dico di no, perché vorrebbe dire che siamo proprio messi male. Significherebbe congelare la situazione per mesi, rimettendosi nelle mani di un commissario che, arrivando da fuori, impiegherebbe un sacco di tempo per capire la nostra realtà. Dobbiamo invece nominare prima possibile un nuovo vertice e ricominciare».

Il 31 marzo 2015, sempre a firma della Mattioli, entra in scena su Alto Adige la ribellione dei soci con Broggi va denunciato.
«Quello che ha fatto è gravissimo: Broggi va denunciato. Perché coprendo l’ammanco lo si deve perdonare? A mio parere, il “gesto” di disonestà e sputtanamento verso il sodalizio CAI da parte di questo pseudo-presidente va esaminato, perché non è possibile che per un’azione così meschina e di bassa lega, valga la regola, che prevede solamente la sospensione da socio CAI per soli tre anni». Così Roberto Marton, vicepresidente della sezione CAI di Merano solleva un problema reale e pone una domanda che in questo momento più d’uno, dentro e fuori il Club Alpino, si sta facendo: ovvero perché dopo aver scoperto un ammanco di circa 20 mila euro nel bilancio del CAI provinciale del 2014, non ci si è rivolti subito alla Procura della Repubblica, ma il direttivo si è fatto firmare un documento in cui l’ormai ex presidente Giuseppe Broggi s’impegna a restituire la somma entro il 3 aprile e in caso contrario si adirà alle vie legali?

Nel frattempo i revisori dei conti sono impegnati in accertamenti anche sugli anni passati, si sta andando indietro fino al 2008, quando Broggi venne eletto presidente provinciale, al posto di Franco Capraro, che avendo fatto il secondo mandato non si poteva ricandidare. Il budget del CAI provinciale ammonta a circa 50 mila euro l’anno. Le verifiche sono partite dal mancato pagamento di alcune fatture, scoprendo poi che il presidente aveva tradito la fiducia di tutti con mandati di pagamento e note spese contraffatte. Tutte per importi di 100-300-500 euro alla volta che alla fine però hanno portato alla cifra di quasi 21.000 euro per l’anno 2014.

Alla domanda su come è stato possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, Capraro risponde: «Noi come revisori dei conti facciamo un controllo a campione tre volte all’anno. Ma in prima battuta i controlli spettano al tesoriere. Qualcuno purtroppo non ha vigilato. Ci si è basati sulla fiducia e questi oggi sono i risultati».

E in risposta al perché si sia scelto di non denunciare Broggi, Cristofoletti spiega: «Il compito di muoversi in questo senso spetta ai vicepresidenti, ma al di là di questo, la verità è che stiamo cercando di recuperare la somma. Il rischio di passare subito alle vie legali è che alla fine si spendano un sacco di soldi in avvocati e non si porti a casa nulla. Comunque, il tempo per far scattare la denuncia c’è: se entro il 3 aprile Broggi non restituirà i 20 mila euro la denuncia sarà inevitabile».

Titolo su Alto Adige del 1 aprile 2015 è CAI, si muove la procura. Restituiti i 20mila euro, questa volta a firma di Massimiliano Bona. Viene data notizia della restituzione con tre giorni di anticipo, ma dovrà giustificarsi dall’accusa di aver inviato o presentato e-mail fasulle legate alla richiesta di contributi. Nel frattempo la Procura, a seguito della segnalazione, ha deciso di effettuare i primi accertamenti preliminari per capire se ci sono o meno le condizioni per procedere d’ufficio.

Il cda della Cassa di Risparmio, dopo aver preso posizione e incaricato il direttore generale Calabrò di fare tutte le verifiche del caso, ha emesso un comunicato a tutela dell’immagine dell’istituto di credito in cui si legge: «La Cassa di Risparmio di Bolzano dichiara che la e-mail presentata dal dimissionario presidente del CAI Broggi, che indicherebbe l’esistenza di richieste di contributi a favore del CAI per il 2014 e che apparirebbe come inviata da un indirizzo elettronico della Cassa di Risparmio, non risulta essere stata processata dai sistemi informatici della Cassa stessa né tanto meno mai prodotta. Il CAI negli ultimi 5 anni non ha presentato richiesta di contributi».

La vicenda è ormai nel pieno del furore. Alto Adige il 2 aprile 2015 titola Bufera CAI: resa dei conti nel direttivo. Nell’articolo si anticipa che la riunione del 7 aprile sarà burrascosa, in molti chiederanno conto ai vicepresidenti Claudio Sartori, candidato alla presidenza, ed Ezio Calliari, e prima ancora al tesoriere Luigi Lunelli.

«Prevedo la domanda – dice Sartori – ma la disponibilità della cassa ce l’hanno il presidente e il tesoriere. Io come vice mi occupo di rifugi e l’altro vice Calliari di attività giovanile. Se avessimo avuto anche solo un sentore di quello che stava succedendo, saremmo intervenuti: cosa che ho fatto quando ho capito che qualcosa non andava. Del resto il tesoriere ci ha assicurato non ha mai ravvisato alcuna mancanza nell’operato del presidente. Per quanto riguarda la denuncia, mi sono consultato con quattro avvocati e un magistrato e mi hanno detto che non siamo tenuti a farlo. A noi ciò che importava era recuperare i soldi».

Il 1° aprile sulla vicenda aveva preso posizione anche il presidente generale del CAI Umberto Martini: «Tutte le componenti territoriali del CAI Alto Adige, ciascuna per la rispettiva funzione, hanno mostrato tempestività d’intervento, trasparenza ed efficacia d’azione: in tre settimane si è passati dalla scoperta di irregolarità al ripianamento di quanto mancante, nell’entità emersa e richiesta… Chi ha sbagliato, con le immediate dimissioni dalla carica e dal CAI stesso, con la disponibilità e le ammissioni intervenute e, infine, con l’immediato ripianamento del dovuto, ha dato prova di ravvedimento».

Umberto Martini
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Ha spezzato una lancia a favore di Broggi anche il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli: «Voglio andare controcorrente… non mi piace la caccia al colpevole a tutti i costi. Broggi ha sbagliato e giustamente si è fatto da parte. Ma voglio anche dire che nella sua veste di presidente del CAI è stato uno straordinario difensore dei rifugi gestiti per tanti anni dal CAI, quando la Provincia voleva fare terra bruciata rispetto a quella esperienza. Adesso per fortuna è stato deciso un percorso virtuoso, che salvaguarderà il volontariato di CAI e AVS nella gestione dei rifugi… Broggi ha sbagliato, deve risponderne e la magistratura farà i dovuti passi. Da quanto risulta comunque ha già risarcito il CAI e con questo voglio dire che esce da questa situazione come uomo d’onore, non come lazzarone. Poi capiremo effettivamente cosa è accaduto, perché al momento risultano dei buchi di bilancio».

Queste prese di posizione, piuttosto indulgenti nei confronti di Broggi, suscitano come è ovvio una grossa polemica. Sempre procedendo per titoli dell’Alto Adige, ecco quello del 3 aprile 2015 (sempre a firma di Antonella Mattioli): Il CAI al sindaco: perché difendi Broggi?

Vi si dà notizia che il nuovo presidente del CAI sezione di Bolzano, Cesare Cucinato, prende le distanze dalle dichiarazioni del sindaco Luigi Spagnolli che ha definito l’ex presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi un “uomo d’onore”: «Noi siamo puliti, chi ha sbagliato è stato subito isolato… È chiaro che da questa vicenda è derivato un pesante danno d’immagine ad un’associazione nella quale s’impegnano quotidianamente centinaia di volontari».

Il direttivo della sezione del CAI Bolzano, in una riunione già programmata per il rinnovo delle cariche, ha nominato presidente Cucinato, 61 anni, molto attivo nel settore dell’escursionismo, affiancato nel ruolo di vice da Riccardo Cristofoletti, il presidente uscente che in base allo statuto, avendo fatto due mandati consecutivi, non poteva ricandidarsi.

Il 3 aprile la Ripartizione Cultura della Provincia presenta denuncia (vedi Alto Adige 4 aprile 2015). A dirlo è Christian Tommasini, vicepresidente della Provincia: «Ci siamo trovati in mano una e-mail o una lettera contraffatta, con la firma del direttore dell’ufficio cultura Claudio Andolfo, nella quale era contenuta una promessa di contributi, in realtà mai erogati, per alcuni progetti del Club alpino. La carta intestata è esattamente la stessa della Provincia, ma viene indicato un numero di protocollo in realtà inesistente. Della segnalazione in Procura si è occupato direttamente il nostro dirigente Antonio Lampis».

Una riunione del CAI Sezione di Bolzano
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Nel frattempo è emerso che la e-mail fasulla della Cassa di Risparmio, per la quale la banca si è detta intenzionata a tutelarsi nelle sedi opportune, sarebbe datata 8 marzo, proprio quando il presidente del CAI Alto Adige Giuseppe Broggi, poi dimessosi, era stato messo alle strette dal suo direttivo che gli aveva chiesto di giustificare un ammanco nel bilancio del 2014 di 20 mila euro.

Apprendiamo poi (Alto Adige, 9 aprile 2015) che, nella vicenda Broggi, entra nel mirino anche il tesoriere del CAI, Luigi Lunelli. Il vice presidente Claudio Sartori pesa bene le parole, ma sa bene che la riunione del 7 aprile del consiglio direttivo del CAI Alto Adige è stata infuocata. I 15 presidenti delle varie sezioni provinciali hanno chiesto lumi sul «caso Broggi», che ha turbato non poco gli equilibri interni all’associazione. Ci sono ancora timori che il bilancio possa avere altre falle. L’approvazione dei conti sarà il 15 aprile e poi la parola d’ordine sarà «chiudere con il passato e andare avanti».

Nella riunione, diversi presidenti delle sezioni del CAI Alto Adige hanno puntato il dito contro il tesoriere, Luigi Lunelli, che a giudizio di molti «non poteva non sapere». Al Lunelli è stato chiesto a gran voce di esibire tutte le pezze d’appoggio e i mandati di pagamento, senza dei quali la seduta del 15 aprile non potrà mai arrivare all’approvazione del bilancio.

Altro argomento è il conflitto di cariche cui il candidato favorito alla presidenza del CAI Alto Adige, Claudio Sartori, potrebbe essere soggetto. L’interessato sostiene che non si dimetterà dalla vicepresidenza del CAI Bolzano, bensì la sua carica sarà congelata in attesa della modifica allo Statuto, e resterà, in ogni caso, a capo della commissione rifugi.

E giunge finalmente il 15, giorno dell’elezione (Alto Adige, 16 aprile 2015). Claudio Sartori è eletto nuovo presidente tra le polemiche (solo 17 voti favorevoli su 27). Prima dell’elezione di Sartori, è stato trattato il bilancio consuntivo del 2014. Entrate: 63 mila euro e rotti. Uscite: 93 mila euro e rotti. Insomma, un disavanzo pesante per un’associazione tutt’altro che a scopo di lucro e basata sul volontariato: trentamila euro di buco. Il bilancio è passato lo stesso, ma per il rotto della cuffia: 9 voti favorevoli, 7 contrari e ben 11 astenuti. Nella loro relazione i revisori dei conti hanno evidenziato come l’ex presidente Giuseppe Broggi avesse effettuato prelievi in contanti, la cui relativa documentazione giustificativa era stata presentata in ritardo o in maniera incompleta. Insomma, citando testualmente, “un numero anomalo di prelievi anomali”. I revisori hanno anche tirato le orecchie al tesoriere, il quale, a loro dire, avrebbe dovuto informare tempestivamente la giunta esecutiva per le ripetute condotte anomale dell’ex presidente.

Alto Adige del 17 aprile 2015 riporta, a cura della Mattioli, un’intervista al neo-presidente Sartori. La giornalista osserva acutamente che «Nessun attacco, nessuna proposta di candidatura alternativa, neppure una richiesta di chiarimenti – durante l’assemblea dei delegati – sul fatto di essere stato il vice dell’ex presidente del CAI provinciale e di non essersi accorto di quello che stava succedendo, ma il mal di pancia, causato dalla vicenda Broggi, è uscito al momento del voto: i 27 delegati hanno eletto Sartori con 17 sì e 10 schede bianche».

Cinquantotto anni, figlio di una famiglia mistilingue, Sartori era l’unico candidato alla guida del CAI Alto Adige. Nell’intervista ribadisce il concetto di trasparenza, condizione indispensabile per cancellare il danno d’immagine. Trasparenza che in concreto significa andare ad esaminare la documentazione contabile del CAI provinciale fino al 2008, quando Broggi è stato eletto. Per essere certi che, oltre all’ammanco di 20 mila euro relativo al 2014 poi restituito, non vi siano altre irregolarità

Ma, a proposito di trasparenza, la Mattioli punzecchia Sartori a proposito della vicenda del nuovo resort di Passo Sella: «Lei era responsabile della commissione rifugi provinciale e contemporaneamente come ingegnere ha seguito la parte strutturale del nuovo rifugio per la società che ha curato la ristrutturazione: non c’era il rischio di conflitto d’interessi?». La risposta è scontata: «Tutto è avvenuto alla luce del sole. La mia sezione (Bolzano) era informata e quell’incarico mi ha consentito di seguire passo passo i lavori: erano tutti d’accordo».

Poi l’intervista prosegue: «A che punto è la trattativa sui 21 rifugi passati dall’ex demanio militare alla Provincia: la gestione sarà affidata ad una società CAI-AVS?». Risposta: «La trattativa è a buon punto, entro l’autunno, se non prima, il presidente Kompatscher vuole chiudere. Non si farà però una società, la Provincia vuol mantenere la gestione diretta dei rifugi, utilizzando la nostra esperienza in questo settore».

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Di chi sono le Alpi?

Di chi sono le Alpi?
si chiede Giandomenico Zanderigo Rosolo (storico, Belluno) in un curioso saggio curato da Mauro Varotto e Benedetta Castiglioni, pubblicato da Padova University Press per RETE MONTAGNA, Associazione internazionale di Centri di Studio sulla Montagna

L’incipit del saggio è: “Alla domanda: “Di chi è la montagna italiana?” risponderei che ormai non appartiene più ai montanari, che sono in via di estinzione. Non appartiene agli alpinisti, che da un centinaio d’anni percorrono i sentieri in quota ed impongono i loro nomi alle vette. Non la possiedono ancora del tutto le imprese turistiche intente a trasformarla in un grande parco giochi per la gente che, frustrata tra lunedì e venerdì dal lavoro, il sabato e la domenica gode la libertà incolonnandosi in strade e in piste da sci ed eleva il proprio spirito degustando i piatti “tipici” e le pagliacciate folkloristiche. Potrei dire che, banalmente ed emblematicamente, in questo nostro periodo di transizione la montagna appartiene ai fungaioli ed alle influenti logge micologiche“.

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Un testo provocatorio e ben documentato, una serie di osservazioni e informazioni che conducono alla conclusione: “... La situazione montana assomiglia piuttosto a quella dei cassonetti dei rifiuti: persone anche distinte si aggirano appresso con aria furtiva, sistematicamente o casualmente, e recuperano oggetti che sono stati di altri. Chi in tal modo s’impossessa non fa un torto a nessuno ed ha la legge dalla sua parte; ma è l’oggetto che gli rimane sempre un po’ estraneo, perché non l’ha guadagnato col suo lavoro e perché, abbandonato, l’oggetto ha concluso una lunga storia e ne incomincia un’altra necessariamente breve e scialba e forse riserverà al nuovo proprietario qualche sgradevole sorpresa“.

Qui riporto la traduzione in italiano dell’Abstract in inglese che precede il testo. Ma è molto raccomandabile la lettura del testo integrale.

Montagna “res derelicta”? La montagna italiana può, per molte ragioni, essere definita come una “res derelicta” (Il vocabolario Treccani così definisce res derelicta: locuzione latina (propr. «cosa abbandonata»), usata in italiano come sostantivo femminile. Espressione del diritto romano, ma rimasta in uso nel linguaggio giuridico moderno, per indicare cosa che sia stata abbandonata dal legittimo proprietario con l’intenzione di rinunciare alla sua proprietà, e possa quindi divenire oggetto di occupazione da parte di terzi).

Negli anni ’50, con poche eccezioni, la montagna fu abbandonata dai suoi abitanti, scesi a valle oppure trasferitisi alle pianure (o anche all’estero) per abitarvi definitivamente. Lasciarono dietro di loro coltivazioni, allevamenti e quasi tutte le attività tradizionali. Ciò produsse ben più che un deterioramento dell’ambiente, si arrivò all’impoverimento e al declino del tessuto sociale.
Sulla negletta proprietà, individuale e collettiva, rocce incluse, un tempo oggetto di minuziose trascrizioni legali basate su tradizioni millenarie, cominciarono a definirsi differenti rapporti in nuove destinazioni d’uso (per lo più turistico-ricreative), in linea con i nuovi costumi sociali che, alla responsabilità collegata al diritto di proprietà, hanno sostituito l’immediatezza della fruizione dei beni.

Le montagne sono “derelitte” anche perché la legge forestale del 1923, quella speciale del 1952, le loro faticosissime conferme di rito del 1971 e del 1994, perfino l’attuale progetto di legge in discussione al Parlamento, sono stati espressioni scialbe di non avvaloramento. A volte le regole e il reperimento di fondi pubblici, invece d’essere processi virtuosi, sono stati il mezzo per furberie ripetute e processo di espropriazione di beni e autonomie. Un esempio di questo andazzo è l’istituzione negli anni ’90 del Parco Naturale delle Dolomiti di Ampezzo che, grazie ai finanziamenti regionali, è gestito sempre dalla vecchia Comunità in accordo con i nuovi bisogni.

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Come oggetti inutili e ingombranti, molte montagne sono “selvagge” e marginalizzate. Chiunque può appropriarsene, perché il proprietario è un po’ che non se ne cura, in quanto a livello locale e nazionale vi è una totale assenza di governo, nessuno prende le decisioni necessarie per evitare responsabilmente ritardi e danni e per impedire usi impropri.
In queste condizioni, l’assenza d’un segretario può paralizzare l’attività di un piccolo Comune. E non ci si sorprende che, a vent’anni dalla Convenzione delle Alpi, il denaro pubblico è ancora usato per sostenere progetti sui quali le autorità competenti non hanno fatto alcuna seria valutazione di sostenibilità.

Anche le montagne, esattamente come la pianura e le città, hanno bisogno di gestione: non in regime di “specialità”, bensì di attenta normalità.

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Dolomiti Unesco Foundation

L’Unesco, il 26 giugno 2009 a Siviglia, ha decretato gran parte del territorio dolomitico Patrimonio Naturale dell’Umanità, apprezzando e sostenendo quindi l’irripetibilità delle bellezze naturali di questa regione: e questo a dispetto dei danni che in passato le necessità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno provocato in molte zone di questo territorio.

Lastoni di Formin – Dolomiti – Passo Giau. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Lastoni di Formin / Dolomiti - Passo Giau

A parlarne per primi, in un convegno a Cortina (6-8 agosto 1993), furono le associazioni Mountain Wilderness, Legambiente e SOS Dolomites: in quell’occasione Heinz Mariacher e Luisa Jovane scesero a corda doppia da una mongolfiera in piazza, si parlò di Monumento del Mondo, si raccolsero dodicimila firme e l’appello fu firmato da nomi importanti quali Mario Rigoni Stern, Margherita Hack, Norberto Bobbio, Ardito Desio, Rita Levi Montalcini, Fosco Maraini, Reinhold Messner e tanti altri.

Oggi, a proclamazione avvenuta e registrata la mancanza di alcun progresso nell’ottica di una migliore gestione del territorio (gli esempi negativi sono sempre in aumento), prima di sperare in un reale cambio di rotta dell’intera gestione del territorio, s’impongono alcune considerazioni.

Intanto si constata che gli speculatori e quelli tra i politici da sempre contrari hanno alla fine accettato il risultato in previsione di un’ulteriore e più massiccia presenza turistica: lo si è visto da molte dichiarazioni che ponevano in evidenza quanto il nuovo marchio influirà nelle politiche di marketing delle Dolomiti.

Si continua poi osservando che la gestione pratica è nelle mani di enti assai diversi. Due delle cinque province, Trento e Bolzano, sono autonome; altre due (Pordenone e Udine) sono inserite in una regione a statuto speciale, mentre Belluno è a statuto ordinario, quindi è priva di sostegno legislativo e fondi autonomi. Per aggirare queste differenze, con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, economico e gestionale che ne sarebbero derivate, si è pensato a una Dolomiti Unesco Foundation, “soggetto unitario di coordinamento interistituzionale per la gestione delle politiche di conservazione e di valorizzazione del Patrimonio Universale”.
Le cifre del Patrimonio Naturale non possono indurre a un facile ottimismo. I 2.310 kmq e le 220 vette sono solo territori in quota, praticamente disabitati e di già protetti da parchi e altre direttive di Natura 2000. Perciò, in quanto monumento vero e proprio, sono solo le rocce a essere tutelate (a parte un minimo di “zona tampone”).
Nonostante i geografi concordino che l’areale dolomitico propriamente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, la valli del Piave, del Cismon e del Brenta, e a dispetto del progetto iniziale che prevedeva una ben più vasta area dal Sarca al Tagliamento, ci sono state esclusioni di gruppi importantissimi come il Sella, il Cristallo, le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, oltre a tutti i gruppi prealpini. Questo è scandaloso e inaccettabile.
Sono molti dunque i punti dolenti, e in più l’Unesco non dà garanzie di protezione perché non può porre vincoli reali. Al massimo, dopo l’approvazione di progetti devastanti, può giungere alla revoca del riconoscimento e quindi provocare una “figuraccia” dell’amministrazione.
L’impressione che se ne ricava quindi è che sia necessario un ritorno al progetto iniziale, lavorando perché tutto il territorio, comprensivo di abitati, manufatti, impianti e zone industriali, sia un patrimonio naturale e culturale, con l’Unesco o senza.
Per vigilare sui programmi e criticare con creatività, le istituzioni pubbliche non devono perciò essere le sole a occuparsi della Fondazione: devono essere coinvolte anche le associazioni ambientaliste, volontariamente a suo tempo uscite dall’iter di proclamazione per non creare dissidi inopportuni. E abbiamo ben presente come il pericolo di burocrazia e insabbiamenti sia sempre presente.

Monte Pelmo – Dolomiti, Val Bòite. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Monte Pelmo - Dolomiti - Val Bòite
L’artificiosa separazione tra mondo naturale e mondo umano non è il metodo giusto per recuperare il modo di vivere in montagna. Non dobbiamo copiare il format dei parchi nazionali americani, perché, a parità di bellezza, il disabitato Yellowstone non è l’Alpe di Siusi. Occorre sperimentare nuove strade e nuove alleanze, contadini che investono nel biologico, piccola e creativa imprenditoria turistica, gestione innovativa dei pascoli e dei boschi, nuovi lavori per la sicurezza idrogeologica, nuove idee magari figlie di vecchi saperi montanari. E ancora, far lavorare i giovani cervelli nelle università cittadine, per un maggiore risparmio energetico e per la ridefinizione del valore aggiunto che può avere un prodotto locale.
L’ambizione deve essere quella di realizzare in concreto le Dolomiti quale patrimonio culturale dell’umanità, dove non ci sia divisione tra natura e abitante, quel luogo dove si è raccolta la sfida per una solidarietà tra progetti e, in definitiva, tra uomo e uomo.
Nella convinzione che un monumento, per essere tale, non soltanto deve avere sistemazione al centro di una bella piazza famosa ma anche essere intrinsecamente una bella scultura e da tutti riconosciuta come tale: quindi anche patrimonio culturale.

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Il futuro delle Alpi

Nel 1992 il mondo ambientalista visse una bella primavera con la conferenza mondiale di Rio de Janeiro, quando le multinazionali e i governi s’impegnarono per un continuo progresso economico e sociale che tenesse però attentamente conto dell’equilibrio ambientale e s’impegnarono per lo Sviluppo Sostenibile. La salvaguardia dell’ambiente era ormai un dovere per tutti: si doveva continuare a ricercare uno sviluppo economico, senza compromettere le risorse naturali indispensabili per le generazioni future. Questo era lo Sviluppo Sostenibile, la grande sfida.

In Europa tutti i Paesi sono in via di Turismo Sostenibile, e questa era un’opportunità storica. La sfida era contribuire, con il lavoro, la conoscenza, la passione, a rendere coerenti lo sviluppo turistico inarrestabile e la salvaguardia dell’ambiente, in uno spirito condiviso da tutta una comunità.

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Le Alpi sono una grande opportunità geografica perché giacimento di immense ricchezze paesaggistiche cui attingere e gigantesco serbatoio di grandi mercati in evoluzione, sempre più interessati al reinvestimento degli utili.

Accanto alle inevitabili tecniche di marketing occorre programmare maggiormente ricerca e cooperazione. La ricerca deve avere un respiro europeo, come pure ci deve essere cooperazione tra governi, sviluppo turistico e società civile per sovrastare gli interessi di pochi. Inoltre i turisti devono esportare rispetto nelle valli che frequentano. Il contributo dei cittadini è fondamentale per un corretto processo di sviluppo nei paesi valligiani. Perché la cooperazione sia valida e duratura occorre che siano rispettate le componenti politiche, socioculturali, religiose, economiche e tecnologiche dei luoghi.

Per una possibile applicazione pratica delle strategie concordate a Rio, come divulgatori ci dovevamo rivolgere al grande pubblico delle Alpi, definendo l’utilizzo migliore delle risorse turistiche e limitando prodotti e servizi verso cui le nuove tecnologie continuavano a spingere. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica comportava una presentazione ed una promozione del nostro lavoro che sempre più dovevano virare, da strumenti di pura vendita, a elementi di maggiore partecipazione informativa per il singolo.

Le necessità elencate, con riguardo alla scala europea ma anche un po’ mondiale su cui si voleva operare, e in considerazione della estrema varietà di pubblico, imponevano l’adozione di un progetto unico e condiviso. La sintesi dei temi di comunicazione, rappresentativi del movimento di coscienze che si era prospettato negli anni ‘90 e dei valori difesi dai più illuminati come Alex Langer, non ci fu e non c’è. Avrebbe potuto e potrebbe testimoniare dinamicità, voglia di cambiamento, visione dell’avvenire in un mondo in movimento.

Perché un progetto possa essere solido e sedurre per la sua capacità d’essere avanti nel tempo, dovrebbe attenersi alla conoscenza dei luoghi; i riferimenti cui dovrebbe rifarsi per una collocazione storica e geografica avrebbero dovuto essere la conoscenza delle culture più antiche e la ricerca dei segreti del tempo.

La prima delle grandi scoperte è stata quella del Tempo, quadro di tutta l’esperienza vissuta. Scoprire il Tempo vuol dire scoprire il Sapere.

Ma il Sapere è fatto soprattutto di smisurati archivi. Le intelligenze artificiali cercano di riprodurre e interpretare gli smisurati archivi con i quali ogni manifestazione naturale memorizza il proprio passato e programma il proprio futuro. Decodificare la Natura è possibile se si identificano le varie chiavi di accesso agli archivi. Gli anni ‘90 e la prima decade del Duemila hanno visto il mondo proseguire una marcia già molto lunga in direzione di tempi nuovi e sconosciuti, dove più che mai i valori di tradizione e di innovazione segnalavano la via giusta all’umanità.

L’Europa è giusto al centro di questo cammino: all’inizio del XXI secolo continua a produrre innovazione, pur rimanendo legata a tanti aspetti del passato. Ha raccolto le sfide comuni e proprio per questo le sue grandi tendenze sono un valore faro, nel bene e nel male, dell’umanità.

I nuovi ricercatori, allorché saliranno le Alpi, raggiungeranno un luogo unico al mondo, dove culmina la ricerca del XXI secolo: essi appassioneranno un’opinione pubblica già attenta e i risultati delle ricerche saranno i risultati di un impegno ambientale comune a tutti.

Terre di grandi spazi, di grandi civiltà e di grandi altezze, le Alpi sono gli archivi del tempo e uno dei bacini della conquista del futuro. Esportandovi rispetto, il cittadino porta anche l’innovazione di pensiero di cui v’è enorme bisogno. Le Alpi sono un insieme di popoli il cui motore è ancora la cultura ancestrale, popoli seducibili dai valori solidi o meno di altre civiltà.

Agire, studiare, documentare nelle Alpi significa collaborare con i custodi nel tempo di quei tesori, quindi in definitiva contribuire al Turismo Sostenibile.

Ricercare nelle Alpi è operare alle radici della Sapienza. I ghiacciai e le catene montuose che si trasformano nel tempo sono l’energia della Terra; i valori culturali e la storia dei rilievi alpini sono la testimonianza del confronto difficile che gli europei si sono imposti. Questa è la vera sfida culturale, ambientale e mediatica. Una sfida d’equipe per la cui riuscita le risorse impiegate producono solide informazioni oggettive e soggettive. Un impegno autentico, in una reale e millenaria cultura alpina. In questa accelerazione del Tempo cui tutti siamo oggi sottoposti, un’avventura apparentemente solo pedestre deve diventare avventura spirituale.

postato il 26 giugno 2014

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L’esperienza di Arco e del Garda Trentino

Un’amministrazione che ha creduto nell’arrampicata: l’esperienza di Arco e del Garda Trentino
di Renato Veronesi (Assessore allo Sport, Turismo, Scuola, Formazione e Comunicazione del comune di Arco-Tn)
Il presente post è tratto dalla relazione che Renato Veronesi fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Ovviamente non tutto è mutuabile dalla nostra esperienza perché ogni realtà ha il suo contesto, però siamo anche consapevoli che dare delle informazioni e cercare di fare rete, mettere insieme dati ed esperienze può servire per i territori e siamo ben felici se da quello che diciamo può venire qualcosa che potrà servire a una realtà molto bella come la vostra a Lecco. Ci sono tratti di paesaggio qui da voi che assomigliano molto alla nostra terra.

Il Garda Trentino è quella parte di territorio che si trova a nord del Lago di Garda e che appartiene alla Provincia Autonoma di Trento. Si tratta principalmente di tre comuni: Arco, Nago-Torbole, Riva del Garda che messi insieme tutti gli abitanti non si arriva nemmeno al numero della città di Lecco che mi pare sia di 50.000 unità. Là il numero è intorno ai 40.000 (NdR: vi sono anche altri due comuni, quello di Calavino e quello di Dro con le sue frazioni di Ceniga e Pietramurata, nel territorio dei quali figurano le più belle pareti della Valle del Sarca).

Windsurf a Riva del Garda. Foto: Leo Himsl/K3

surfen, gardasee, bardolino, italien, august 2006 , Lago di Garda, Torbole, windsurfCercherò ora di darvi dei dati sulla situazione turistica, sulla capacità di accoglienza che il nostro territorio, ”il Garda Trentino”, può esprimere.

Le strutture alberghiere sono 161 per un totale posti letto di 11.346.
Provate a fare il paragone con la vostra realtà che io non conosco. Il numero delle strutture alberghiere ad Arco (che ha 17.400 abitanti) è di soli venti alberghi con 1.291 posti letto alberghieri. Le strutture extra alberghiere dell’Alto Garda, escludendo le seconde case, sono 780 con 13.365 posti letto.
Il numero delle strutture extra alberghiere solamente ad Arco è di 198 per un totale di 5.250 posti letto e questo è un numero che deve far riflettere.
Quello che si è fatto ad Arco è diverso da quello che si è fatto a Riva del Garda, eppure sono territori che stanno a quattro chilometri di distanza. Riva del Garda ha una sua vocazione turistica ed una sua storia, mentre Arco ha fatto scelte un po’ diverse nel passato. Il numero delle presenze turistiche nell’intero Garda Trentino nel 2012 è stato superiore ai tre milioni e di questi tre milioni più di settecentomila sono le presenze turistiche ad Arco.

Cosa è accaduto nella mia città? Semplicemente questo: alla fine del milleottocento quel territorio era Impero Austro-Ungarico (siamo prima della Prima Guerra Mondiale) ed il paese era prevalentemente agricolo. C’era il lago, ma non era una realtà così fiorente dal punto di vista turistico. Erano comunque territori piacevoli, che costituivano la parte meridionale dell’Impero Austro-Ungarico. Con il lago vicino, svolgeva il ruolo di un “primo mare”, la prima acqua balneabile che si poteva utilizzare per passeggiare, prendere il sole e riposare. Arco, in quegli anni, era quindi meta per il soggiorno invernale di una parte della corte di Vienna, tanto che quella città che era prevalentemente agricola si trovò improvvisamente ad essere oggetto di frequentazione da parte della nobiltà viennese. È di quegli anni lo sviluppo di una parte della città con la realizzazione di parchi: il parco arciducale ed i giardini centrali. I cittadini hanno investito molto nella piantumazione: si facevano portare piante da tutto il mondo perché la fortuna di quei luoghi era legata a due aspetti di carattere ambientale: 1) la presenza dell’acqua; 2) il clima mite.

Queste due particolarità sono delle costanti. Oggi si parla di “outdoor” e l’outdoor è comunque utilizzo dell’acqua, dell’aria, dei percorsi, delle falesie, delle montagne. Ma la fortuna di quei luoghi di vacanze di quel periodo era il cosiddetto “soggiorno invernale” legato al fatto che il clima permetteva attività all’aria aperta per moltissimi mesi all’anno. Anche oggi lo sport, la vacanza attiva nell’Alto Garda, si sviluppa durante l’intero arco dell’anno salvo un breve periodo di un mese, un mese e mezzo. Sulle nostre falesie si vede gente arrampicare per la maggior parte dell’anno e questo grazie alla mitezza del clima che è servita a quel territorio per il suo sviluppo.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneDopo le guerre, ovviamente, Arco perde quel bacino d’utenza rappresentato dalla nobiltà austriaca di fine Ottocento e diventa a tutti gli effetti parte dello Stato Italiano ed è evidente che anche da un punto di vista economico la città e anche l’intero territorio ne hanno risentito.
Comunque, sempre grazie al clima, nel periodo dopo la Seconda Guerra Mondiale Arco conosce uno sviluppo per quanto riguarda la cura della tubercolosi.

Molte delle ville austriache di notai, architetti, avvocati vengono trasformate in ospedali e poi in veri e propri sanatori. Ad Arco, fino agli anni settanta, si contavano più di ventuno sanatori. La cura della TBC allora si svolgeva soprattutto con le cosiddette esposizioni elioterapiche. I sanatori diedero lavoro in quegli anni, ma quando negli anni settanta chiusero i battenti lasciarono un’eredità pesante.

Arco era diventata una città che sapeva ospitare, ma sapeva ospitare soprattutto malati. Si veniva da un turismo sanitario che indubbiamente aveva dato da vivere a intere generazioni per il notevole indotto generato dagli ospedali, ma il nome che “girava” era un nome condizionato… Allora gli amministratori, chiusa la parentesi dell’ospitalità sanitaria, hanno dovuto inventarsi qualcosa.

Nel frattempo è nata anche l’industria (della carta e della meccanica di precisione) però la prospettiva su un territorio così, che è di una bellezza unica, non poteva essere quella di un’industria che interveniva in modo pesante sul territorio stesso.

Per cui, al di là delle fabbriche che sono nate, e che per fortuna ci sono ancora, gli amministratori hanno pensato di far crescere la città ed il territorio intorno al tema dell’ospitalità turistica. Arco diventa zona di cure e di soggiorno, all’inizio un po’ timidamente e poi, verso gli anni Ottanta, mentre Torbole e Riva del Garda vedono esplodere il fenomeno windsurf, Arco deve ripensare la propria offerta turistica senza poter fare conto sulla risorsa lago, ma guardando all’entroterra.

Negli stessi anni i climber cominciano a prendere d’assalto le poche pareti attrezzate. Questi climber giravano in ciabatte, fascetta nei capelli, moschettoni e corda a tracolla, venivano soprattutto dal nord Europa su furgoni Westfalia e mangiavano su fornellini da campeggio. Era difficile immaginare che sarebbero stati lo sviluppo del turismo. Ma allora alcuni amministratori comunali illuminati, invece che domandarsi: “Ma insomma, cosa vengono a fare questi qui!” e assecondare il pensiero della gente su questa specie di invasione, hanno pensato che quella poteva anche diventare un’opportunità. Si sono resi conto che per riportare il territorio ai fasti di fine Ottocento-inizi Novecento, doveva essere accolto anche questo tipo di turismo legato all’arrampicata.

Questo fenomeno, da sfida degli anni Ottanta è diventato “asse portante del turismo” con la presenza di tutta una serie di eventi e di manifestazioni, dal primo Sport-Roccia fino ad arrivare al “Rock Master Festival” e ai mondiali tenuti nel 2011.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneCon questi passaggi oggi il tema dello sport outdoor, della vacanza attiva, dell’arrampicata è diventato un vero e proprio fatto culturale, ma non solo: anche un fatto importante dal punto di vista economico.
Il “Rock Master” come manifestazione è affiancato anche dal “Bike Festival” perché una cosa non esclude l’altra per le potenzialità del territorio.
È con i grandi eventi sportivi che il nome del territorio continua a girare.

Cito solo brevemente i dati di natura economica. Abbiamo detto che nel 2012 abbiamo avuto più di tre milioni di presenze (+ 3.7% sul 2011), dato confermato anche per il 2013, pur a fronte di una primavera di maltempo. Per restare solo ad Arco, abbiamo circa 700.000 presenze (2012) di cui il 60% è legato alla cosiddetta “vacanza della motivazione”: vado in quel luogo non solo perché è bello e me ne hanno parlato, ma soprattutto perché lì si può fare una determinata cosa.
Chi desidera fare vacanza attiva (la vela, la canoa, l’arrampicata, equitazione, trekking, escursioni…) sceglie il nostro territorio.

Se il 60% di chi viene ad Arco è un turista sportivo, immaginando una capacità di spesa che va dagli 80 ai 100 euro al giorno, ci siamo resi conto che la ricaduta sul territorio è nell’ordine dei trenta, trentacinque milioni di euro. Non sono piccole cifre per una realtà di 17.000 abitanti.

Se proiettiamo questo su tutta la realtà del Garda Trentino con tre milioni di presenze e il 50% fa vacanza attiva, fanno 120 milioni di euro. Questo è quanto generato dal turismo legato alla vacanza attiva, ma non tutti quelli che vengono da noi arrampicano o vanno in bicicletta. C’è anche un turismo tranquillo: famiglie, passeggiate, centri storici… Quanto si sia andati lontano dai primi ragazzi in ciabatte e fascetta lo dice anche il dato che ad Arco con 17.000 abitanti ci sono 17 negozi specializzati nella vendita di articoli sportivi legati all’arrampicata.

La più grande concentrazione credo al mondo, perché sono più i negozi dove trovare le scarpette e i moschettoni che nemmeno i supermercati. Il numero dei supermercati ad Arco è inferiore ai negozi specializzati. Questo ha generato un’altra cosa interessante, cioè il turismo commerciale: Non vado lì con la mia attrezzatura per arrampicare, ma vado lì per comprare l’attrezzatura.

Castel Toblino e pescatori, Lago di Toblino

Castel Toblino, Lago di Toblino, Valle del SarcaQuesta è la situazione nel suo complesso.
Perché è stato possibile questo al di là del clima, delle bellezze naturali, delle palestre di arrampicata che ci sono ad Arco come in altre zone? C’è stato un gruppo di amministratori che in queste cose ha creduto. Il Pubblico ha indubbiamente investito: la Provincia autonoma sensibilizzata dagli amministratori locali ha creduto e investito (ad Arco abbiamo anche creato il Climbing Stadium che qualcuno di voi avrà visto, costato 1,5 milioni di euro). Abbiamo ritenuto che quello fosse il cammino e molte energie le abbiamo concentrate lì.

Anch’io faccio con fatica il bilancio del mio Comune, ma non posso impoverire il settore strategico su cui abbiamo puntato, per cui eventualmente le risorse si tolgono da altre parti. Non si può tagliare su ciò che riguarda lo sport e il turismo che sono il futuro del nostro territorio. È impossibile anche pensare di inserire nei piani urbanistici nuove aree industriali anche se quello che abbiamo ce lo teniamo e speriamo che possa andare avanti.

La prospettiva è quella di avere un ulteriore sviluppo nella direzione del turismo legato all’outdoor. Negli ultimi anni si sono moltiplicati molti agriturismi, B&B, case vacanze e tutto il corollario per accogliere questi turisti, ma l’abbiamo fatto all’interno di un progetto.
Gli sport d’acqua, d’aria e di terra possono essere svolti in tutti i paesi della nostra zona, però le amministrazioni si sono guardate negli occhi e si sono dette: ” È inutile che ci scimmiottiamo vicendevolmente”.

È giusto che se un territorio ha una vocazione “più sua” possa svilupparla, ma la cosa importante è che gli Amministratori e i Sindaci si sono messi intorno a un tavolo, hanno chiamato intorno a quel tavolo “Ingarda”, la nostra agenzia di sviluppo turistico, e lo hanno esteso ai rappresentanti della Provincia, delle Guide Alpine, della SAT, cioè a tutti i soggetti interessati al tema dell’outdoor per realizzare un progetto che raccogliesse tutte le aspettative di questo territorio.

Quindi non c’è un comune che fa una cosa e un altro comune che ne fa un’altra. Per scelta di tutti, a capo dell’intervento c’è l’Azienda di Promozione Turistica che stende manualmente il progetto, poi ci sono le amministrazioni comunali che richiedono azioni sul proprio territorio, quindi si decide tutti quanti insieme perché la prospettiva è questa. Il settore pubblico fa da pungolo e da stimolo, poi vengono i privati e allora tutto si muove in maniera omogenea. Gli obiettivi vengono raggiunti perché ci si crede.

Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e sui ColodriDal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

postato il 24 maggio 2014