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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
Cervino5-Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal

Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
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Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
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Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
Cervino5-Thomas Ulrich e Michal Pitelka
Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
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Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
Cervino5-Valerio-Bertoglio

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Naso di Zmutt in solitaria

Solitaria alla Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (12-13 luglio 1982)
di André Georges

Michel Vaucher nel suo libro Le 100 più belle salite delle Alpi Pennine la descrive così: «Centesima salita della nostra scelta di difficoltà progressiva, la via del Naso di Zmutt è eccezionale per numerose ragioni. Via d’eccezione il Naso di Zmutt lo è per l’insieme e il cumulo di problemi che pone all’alpinista. Essa comincia per una severa scalata mista, roccia e ghiaccio, che si svolge al riparo da pericoli oggettivi poiché è protetta dalla grande parete verticale o strapiombante del “Naso”. Superare la parete del “Naso” è un’impresa lunga e difficile, a causa dell’esposizione e per il fatto che la roccia non molto solida non si lascia chiodare facilmente. L’uscita infine è senza dubbio meno esposta, ma si svolge in un ambiente da parete nord nei paraggi della Cresta di Zmutt. Il dislivello importante, la configurazione del terreno, l’altitudine, le difficoltà varie e sostenute, l’impegno totale: queste sono le caratteristiche della via Gogna e Cerruti che non può ammettere che alpinisti molto competenti e agguerriti, capaci di far fronte a tutte le situazioni possibili. Un’azione di salvataggio in parete sarebbe in effetti molto aleatoria. Per tutte queste ragioni il Cervino per la Gogna-Cerruti regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna».

André Georges con la compagna Rosula Blanc e il loro cane Anuun
Georges-1710Ci furono numerosi tentativi prima del successo di Alessandro Gogna e Leo Cerruti nel luglio 1969. Fu al prezzo di più giorni di sforzi e con installazione di corde fisse che essi vennero a capo della loro salita. E fu la stessa cosa per la prima invernale. Le prime ascensioni del Naso di Zmutt sono state sempre fatte con delle corde fisse. Bisognerà aspettare un buon numero di anni perché la salita sia compiuta da una cordata tradizionale.

Nota di Alessandro Gogna: l’affermazione di Georges è falsa per ciò che riguarda la mia salita con Leo Cerruti. Nel tentativo con Gianni Calcagno del 1968 arrivammo in cinque ore a superare il terreno misto di 400 m. Nessuno ci aveva mai messo piede. Nell’ottobre successivo la squadra di Minuzzo, Mauro, Albertini e Patrile lavorò sullo stesso terreno ricoprendolo di corde fisse e arrestandosi all’inizio della parete verticale, esattamente dove eravamo arrivati noi in cinque ore. Nel luglio dell’anno dopo, quando effettuammo la prima ascensione, vedemmo bene gli spezzoni delle corde lasciate dai valdostani ma non ce ne servimmo per via del deterioramento subito nell’inverno e nella primavera. Poi, in tutta l’ascensione vera e propria, noi non usammo alcuna corda fissa, non avevamo altro che due corde e un cordino. Tutto ciò è ampiamente documentato nel mio libro Un alpinismo di ricerca, che evidentemente André Georges non ha letto, sicuramente per questioni di lingua. Se poi lui ha trovato altre corde fisse, allora deve attribuirle esclusivamente ai salitori invernali, Edgar Oberson e Thomas Gross.

Il dislivello è di 1050 metri per tre zone ben distinte, 400 metri di terreno misto, 400 metri di parete  verticale o strapiombante e 200 metri sulla parete nord vicino alla Cresta di Zmutt. Difficoltà ED+, salita di ampio respiro che richiede qualità alpinistiche molto complete. La relazione da un decina di passaggi di sesto grado e in più della scalata artificiale a volontà. Leggendo la descrizione dell’itinerario ci si pone delle domande. Per l’orario, Michel Vaucher dice: «La salita deve essere possibile in tre giorni con due bivacchi poiché molto materiale è rimasto in posto dopo la prima invernale».

André Georges ed Erhard Loretan
Georges-3037960Con tutte queste indicazioni si è un po’ scettici. Oso andarci?
Sono sempre stato attirato da questa parete austera e impressionante. E ogni volta che passavo in zona la guardavo col binocolo. Soprattutto dalla capanna Schönbiel, passavo lunghi momenti ad osservare tutti i dettagli della parete. Avevo una visione completa dell’ascensione. Tutte queste osservazioni erano soprattutto una preparazione psicologica. Quando si è sulla via, il percorso si individua difficilmente a causa della verticalità e dell’ampiezza della parete. Col passare delle osservazioni e delle riflessioni, mi familiarizzavo con questa parete. All’inizio, quando pensavo a questo progetto, mi pareva del tutto pazzesco e invece, col passare del tempo, è diventato qualcosa di realizzabile nella mia mente.
Avevo ragione, e l’ho realizzato. Poco a poco, l’idea è maturata e sono partito per il Cervino.

L’ultima funivia mi conduce allo Schwarszee. Salgo alla capanna Hörnli; questa volta vado. Alla capanna sono invaso a momenti da una sentimento d’inquietudine. Dormire è impossibile, non smetto di andare e venire. Il mio sacco è pronto, tutto è sistemato con precisione per il primo mattino, ma salgo e scendo le scale per un nuovo controllo. Il pensiero di questa ascensione ha distrutto il mio equilibrio. Che ora è? Il tempo passa lentamente, poi più veloce. Ne succedono di cose nella mia testa durante la sonnolenza: salgo tre volte la Gogna nella notte. Le idee girano in un totale disordine. Improvvisamente il piccolo rumore del mio orologio-sveglia mi tira via dai miei sogni. Rimbalzo dal letto come una molla. Mi vesto, mi carico il sacco sulle spalle e scivolo fuori nella notte. Dopo appena una mezz’ora di marcia, una grande caduta di pietre davanti al mio naso viene a disturbare la mia tranquillità. Grazie per l’accoglienza! Questi blocchi venivano dalla via normale e sono scivolati giù dal pendio di neve che si utilizza per raggiungere la base della parete nord. Fortuna sfacciata, cinque minuti prima mi sarei trovato sull’asse della caduta. Aspetto un momento, tutto ha ripreso la sua calma, esito, qualche passo incerto e mi lancio più velocemente possibile in queste due lunghezze di ghiaccio ripido che portano sul Matterhorngletscher, sempre pronto a mettermi il grande zaino sulla testa a guisa di protezione. Attraverso il ghiacciaio evitandone i crepacci e raggiungo la terminale alle sei di mattina. Il morale è super, ora andrei in capo al mondo! La terminale è difficile, un muro di ghiaccio verticale dove progredisco grazie all’ancoraggio delle mie piccozze. Un pendio glaciale e le prime rocce si raddrizzano in modo inquietante al di sopra. Qualche passaggio è difficile ma riesco a progredire lentamente senza assicurazione. Il pendio si addolcisce: bei passaggi misti. Da qui il muro del Naso di Zmutt è impressionante; lo strapiombo al termine del muro è in alcuni punti di cento metri, a tal punto che le rare pietre che cadono dalla cima della parete fanno una caduta di 500 metri senza toccare la roccia. Qui almeno non ho più preoccupazioni per la caduta di pietre. Poso lo zaino, fisso la corda e salgo regolarmente tirando il prusik sulla corda per autoassicurarmi. Salire, scendere in doppia e risalire col sacco recuperando il materiale lunghezza dopo lunghezza. Arrivato su una bella piattaforma, mi ci installo, sono già le diciotto. La fatica comincia seriamente a farsi sentire, mi preparo il bivacco, un bel raggio di sole viene a sfiorarmi – il solo della giornata – ed è ben piacevole. Con l’amaca ben tesa, la notte sarà buona. Sono appollaiato come un’aquila con 700 metri di vuoto sotto le chiappe. Mi sento bene in questo mondo da pazzi. Dal mio nido osservo alcune colate che cadono nel vuoto a cinquanta metri dalla parete. Il grande strapiombo è proprio sopra di me. Sveglia alle sei, un panino e partenza! La nozione della verticalità è persa. I passaggi sopra di me mi sembravano semplici ma quando ci arrivo è il contrario, tutto è strapiombante e complicato. Marcia o compatta, con o senza fessure, la roccia non smette di cambiare lunghezza dopo lunghezza. L’uscita del Naso è veramente spettacolare ed esposta. Là il solitario non ha interesse a fare delle errate manovre di corda poiché potrebbe restare appeso nel vuoto e attendere il disgelo. Tre volte la manovra acrobatica per venir fuori da questo grande tetto. Ho avuto ben più filo da torcere del ragno. Ho sì cercato di imitarlo, ma in modo vergognoso…

Georges-9782828911935All’uscita del Naso, il terreno è più facile: lo stesso della parete nord classica. Posso progredire di nuovo senza assicurazione. Alle undici calco la cima del Cervino.

Mi sono impegnato al massimo lungo tutta la salita ma non arrivo a credere di essere riuscito a realizzare la Gogna in solitaria. Una salita di questa importanza è un’altra vita, una storia che non so più se fa parte di me. La concentrazione era talmente grande che io ero in un altro mondo in quei due giorni. Comunque il mio chiodo fisso si era concretizzato.

Per notizie su André Georges vedi http://www.andregeorges.ch/

postato il 14 ottobre 2014