Posted on Lascia un commento

Oltre la quota, oltre il limite

Dall’ottobre 1989 al giugno 1995 Reinhold Messner si dedica alle grandi traversate orizzontali e glaciali, come del resto aveva anticipato con la Via degli Sherpa e con altre imprese nei deserti e sugli altopiani.

Forse il sottoporsi alle fatiche e alle privazioni di spedi­zioni come queste, nell’era dei trasporti aerei e dell’alta velo­cità, sembra un inutile esercizio senza senso, un’impresa d’altri tempi. Ma l’impresa sportiva di collegare un punto ad un altro non è l’unico scopo. Ogni progetto ha più significati, sta a noi esserne coscienti.

Reinhold Messner e Arved Fuchs al Polo Sud OltreilLimite-messner1Nessuno aveva mai traversato i poli, o anche la Groenlandia “per il lungo”, senza ca­ni: la sfida era contro il tempo e contro la logistica, perché occorre limitare la quantità di chili per sopravvivere. Esiste però un limite che non si può superare e che bisogna aver impa­rato a definire con estrema accortezza in sede progettuale. Oc­corre conoscere molto bene se stessi, le proprie forze e le pro­prie capacità di resistenza per osare le traversate con viveri sufficienti.

Freddo, caldo, vento troppo forte, assoluta solitudine, nessun contatto con il mondo civile, nessun approvvigionamento interme­dio. Queste sono le regole perché un’impresa oggi possa essere veramente tale.

Messner si è aiutato, in presenza di vento favorevole, con le vele. L’utilizzo della vela si basa sullo sfruttamento di una delle più antiche, “ecologiche” e naturali sorgenti di energia delle quali l’uomo dispone. Ma chi conosce anche in modo appros­simativo le problematiche ambientali e del vento ai poli sa be­nissimo che il suo sfruttamento può avvenire solo in particolari condizioni, che si realizzano in tratti molto parziali rispetto all’itinerario previsto.

Inoltre, se da un lato questa tecnica permette di velocizzare la percorrenza di alcuni tratti, d’altro lato essa allarga il “ran­ge” di rischio: ai crepacci, agli sbalzi del terreno improvvisi, all’eccessiva velocità (e quindi alla possibilità di cadute) si aggiungono le difficoltà di prevedere con correttezza le scorte di viveri. Al di là dello splendido effetto scenico che fanno, le vele sono quindi un aiuto da sfruttare con moderazione, anche a causa dei dolori muscolari alle braccia che provocano.

Tutto ciò ha una valenza sportiva enorme, forse però con quel mo­do di intendere e vivere lo sport del quale molti hanno perso le radici e che sempre meno trova spazio tra le pagine dei giornali.

Anche se queste imprese, come tutte le altre, hanno in loro la possibi­lità d’essere classificate record, comunque chi le compie deve superare un ristretto modo d’intendere che vuole tutte le cose ben incasellate al loro posto.

Chi ha fatto centinaia di prime ascensioni alpinistiche in tutto il mondo, chi ha salito 18 montagne di ottomila metri, quale bisogno può avere di ulteriori re­cord?

Cercare di stabilire un record e di compiere un’esperienza estre­ma unica nei suoi aspetti non è la stessa cosa: la ricerca del record è costruzione meticolosa di un’impresa che deve portare al superamento di un limite oggettivo; avventure estreme come quelle polari sono esperienze nelle quali la singolarità dell’impresa gioca un ruolo che, tutto sommato, è molto parziale rispetto al confronto ch’essa implica con se stessi, prima ancora che con l’incognita delle ostilità naturali. Un record, poi, è fatto perché qualcuno possa tentare di confron­tarsi con esso nel tentativo di batterlo. Un’avventura unica nel suo genere, se ripetuta, perde appunto l’essenza stessa del suo essere: l’unicità.

Obiettivo di queste spedizioni è anche quello di dare un volto e una cronaca allo spostamento dell’interesse dalla “meta pratica” (trovare una via per i commerci tra l’Europa e l’Asia, o colonizzare l’Antartide a fini scientifici o minerari), alla “me­ta idealistica” (conquistare la “fine del mondo”), fino alla ri­cerca dei propri limiti personali attraverso i ghiacci più scon­volti della Terra.

Ciò che Messner ha fatto, dunque, non è né ricerca del record, né con­quista: solo cercando di capirlo nelle pieghe dei suoi racconti si può tentare di intuire il significato profondo di ciò che ha fatto.

Traversata dell’Antartide
Il progetto iniziale di Reinhold Messner e Arved Fuchs era di partire dal margine del tavolato di Ronne, raggiungere il Polo Sud a piedi e proseguire fino al Mare di Ross. Le cattive condizioni atmosferiche impediscono il volo di approccio, la partenza viene rinviata a tal punto da rendere necessario un ridimensionamento del progetto. Alla fine, il 13 novembre 1989 iniziano la traversata sulla costa occidentale antartica, cioè circa 500 km più all’interno del tavolato di Ronne, più o meno nel punto in cui lo strato di ghiaccio non appoggia più sull’oceano bensì sulla terraferma del continente, un compromesso necessario. Sono previsti due punti di rifornimento, il primo tra i monti di Thiel, il secondo al Polo Sud, presso la base americana. Questa viene raggiunta il 31 dicembre. Il 13 febbraio 1990 arrivano alla base di Scott, dopo aver percorso 2800 km in 92 giorni.

Ognuno di loro era dotato di due vele, di diversa dimensione, del tipo di quelle da parapendio. Queste si potevano governare con una barra di materiale speciale, che a sua volta era assicurata all’imbragatura, sul davanti. Le slitte era­no trainate tramite una specie di barra a manubrio collocata all’altezza delle anche. Avevano alimenti per poco più di 4000 chiloca­lorie al giorno (il doppio di quante ne consuma un individuo se­dentario). I cibi erano suddivisi in sacchetti giornalieri che contenevano, ben riconoscibili, le diverse confezioni per la co­lazione, per la merenda e per la cena. Contenuto il più possibile il peso degli imbal­laggi (non sono stati lasciati rifiuti lungo il percorso), alcuni cibi erano confezionati in appositi involucri co­stituiti da una gelatina proteica edibile, quindi fonte essa stessa di calorie.

In mancanza a quel tempo del telefono satellitare, solo l’apparecchio Argos riferiva la loro posizione serale, giorno per giorno.

Un particolare assai importante è raccontato da Messner nel suo libro Oltre il limite (DeAgostini, 1997). Raggiunto Gateway, il punto in cui termina il continente sul Mare di Ross, Fuchs voleva a tutti i costi interrompere. In fin dei conti il continente era stato traversato… Messner invece voleva raggiungere il mare, 700 km più a nord. A parte i costi supplementari di un recupero aereo non previsto, Messner sentiva che la loro impresa non avrebbe avuto corpo se non concludendola al mare, in una base abitata. Non c’è miglior modo per spiegare l’espressione “oltre il limite”.

La sfida di traversare l’Antartide senza supporto né meccanico né logistico, da costa a costa via Polo Sud, fu raccolta nel 1995 da Børge Ousland che però, dopo essersi rifornito alla base statunitense, dovette comunque abbandonare per congelamenti. Nella stagione seguente 1996-97, completò la traversata da solo senza ricevere alcun rifornimento. Cominciò il 15 novembre da Berkner Island nel Mare di Weddel e raggiunse la base McMurdo sul Mare di Ross il 17 gennaio. Aveva impiegato 64 giorni e coperto un distanza di 2845 km, con temperature fino a –56° e con una slitta dal peso iniziale di 178 kg.

Børge Ousland

OltreilLimite-Ousland-Borge-inGroenlandia, un record non voluto
Nella primavera 1993 è la volta di un’altra “idea impossibile”: la traversata della Groenlandia da sud a nord, come si dice, “per il lungo”, senza cani e senza supporti esterni. Un progetto al limite delle possibilità umane per la ristrettezza dei tempi di realizzazione, l’isolamento e le estreme condizioni ambientali. Protagonista ancora una volta Messner, assieme al fratello Hubert.

Se le traversate della Groenlandia erano state parecchie in senso orizzontale (memorabili quella del­la spedizione di Nansen del 1888 e quella ben più lunga di Peroni e compagni del 1983), solo due sono state effettuate in senso longitudinale: nel 1978 il solitario Naomi Uemura compiva un ex­ploit indimenticabile di 93 giorni parallelamente allo sviluppo della costa orientale, mentre dieci anni dopo la spedizione di Will Steger faceva la stessa cosa sul versante opposto. Entrambe le spedizioni però usarono non solo i cani, ma anche i depositi la­sciati dall’aereo sul loro cammino.

Traversare quindi “by fair means” l’intera isola o quasi non era stato mai neppure tentato da nessuno. Nessun ausilio tecnico o supporto aereo, senza radio e, ad eccezione di un piccolissimo tratto iniziale, senza cani.

La scelta della stagione primaverile va incontro a svantaggi evidenti, quali una temperatura media ben più rigida, tempo assai più instabile e bu­fere violente e frequenti; ma l’assenza quasi assoluta di crepacci dovuta al manto di neve invernale e la minor probabi­lità di incontrare, verso la fine del percorso, i temutissimi torrenti d’acqua di scioglimento superficiale del ghiacciaio (o­stacoli a volte insormontabili che costringono ad estenuanti ri­cerche del giusto passaggio) sono le motivazioni che hanno convinto Messner a non tentare d’estate.

I due Messner partono da Isertok (costa sudoccidentale) il 23 aprile 1993, ore 14.30 locali, in una splendida giornata di sole a 65° e 30′ di latitudine N. Li accompagnano due groenlandesi inuit, che gui­dano due mute di cani e due slitte cariche di tutto il ma­teriale. Due operatori di una troupe televisiva, tra i quali il sottoscritto, e il presidente dell’Equipe Enervit Paolo Sorbini, sponsor tecnico dell’impresa, completano la lista degli accompagnatori. Dopo una faticosa salita dal li­vello del mare ghiacciato fino all’orlo del grande altopiano di ghiaccio, i sette uomini preparano il primo campo durante una violentissima bufera scatenatasi all’improvviso. Il giorno dopo, 24 aprile, marcia a bussola in una fitta nevicata per circa 30 km in direzione nord fino al secondo campo, messo in un punto qualunque di un altopiano ormai senza confini e senza riferimen­ti. Alle 11.30 del terzo giorno, dopo un’altra marcia a bussola di circa 10 km, i due gruppi si separano: i Messner si allontana­no mentre nevica, trainando le loro due slitte e dopo pochi minu­ti non sono che due segmenti tremolanti che stanno rapidamente decomponendo la loro immagine su uno schermo assolutamente bian­co.

La loro marcia si dipana tra soste forzate e corse al vento fino a 120 – 130 km al giorno. Il 7 maggio approfittano di un venticello favorevole che in un balzo solo ha sospinto le loro vele per 170 km. Con questa giornata positiva i Messner si riportano in pari con la ta­bella di marcia, riguadagnando il terreno perduto. L’8 maggio, altro giorno favorevole: 56 km avanti verso nord. Nella notte, il messaggio in codice dell’apparecchio Argos se­gnala che “viene abbandonata la prima possibilità di fuga”, quel­la verso Sondre Stromfjord, la base aerea sulla costa occidentale dell’isola. Ciò significa che da ora ai due conviene proseguire verso la meta finale, Thule, eventualmente considerando in segui­to la possibilità di fuga su Jakobshavn, la cittadina sulla Baia di Disko.

Il 9 maggio il vento favorevole continua: Reinhold e Hubert Mes­sner superano altri 125 km dell’enorme altopiano ghiacciato, sem­pre sui 2200 metri di quota, e arrivano a segnalare la loro posi­zione a 69° 45′ 14″ N e 45° 35′ 38″ W, quindi già oltre la lati­tudine di Jakobshavn e a un quarto del percorso totale.

Il codice segnala “dolori fisici”, dolori muscolari per l’eccessiva andatura a vela: in tre gior­ni sono stati fatti 351 km e, alla lunga, lo sforzo sulla barra per governare la vela si fa sentire.

La sera del 10 maggio i Messner sono a 70° 54′ 4″ di latitudine N e a 45° 48′ 40″ di longitudine W, dopo aver fatto nella giorna­ta uno splendido balzo di quasi 128 km. Contemporaneamente alla localizzazione, il satellite trasmette il messaggio in co­dice che significa “abbandono della seconda possibilità di fuga”, quella di Jakobshavn.

Reinhold e Hubert Messner alla conclusione della traversata della Groenlandia

Thule, Groenlandia 1993, traversata Isertok-Thule dei fratelli Messner, foto di Renato MoroLa sera del 14 maggio la loro marcia risulta drastica­mente rallentata: solo 10 km in un giorno! Però ar­riva contemporaneamente il confortante messaggio in codice di “abbandono della terza possibilità di fuga”, quella su Umanak, villaggio sulla costa occidentale, a nord della Baia di Disko. Ciò significa che hanno la netta intenzione di proseguire verso la meta finale, Qanaq (la nostra Thule).

Il 17 maggio il messaggio in codice comunica che i due hanno superato il punto di “non ritorno”: ciò vuol dire che i Mes­sner hanno rinunciato anche alla quarta e ultima possibilità di fu­ga, quella che li avrebbe portati al villaggio di Kraulshavn. Reinhold e Hubert Messner marciano ormai da più giorni senza più alcuna oscurità però preferiscono spostar­si nelle ore di luce più viva, per godere di una temperatura più confortevole.

La sera del 26 maggio i Messner sono a 77° 51′ 10″ di latitudine N e a 68° 28′ 30″ di longitudine W, quindi a circa 60 km dall’ar­rivo, sull’orlo dello sconfinato altopiano di ghiaccio che costi­tuisce il 95% della superficie della Groenlandia: li attende una discesa fino al mare ghiacciato e una traversata di 35 km fi­no al villaggio di Thule. Qui sono arrivati, nelle ore di luce notturna, tra il 27 e il 28 maggio, assai provati e con alcuni seri congelamenti alle mani.

Un record non voluto! – è stato il commento a caldo di Reinhold sulla loro impresa – È una delle spedizioni più belle della mia vita. Abbiamo potuto fare la traversata solo grazie ad un vento molto forte di sud ovest che ci ha costretti ad andature folli. Era l’unico modo per poter andare avanti, così camminavamo quat­tro ore di notte e poi stavamo a vela anche dieci ore, in bufere pazzesche e con temperature che ci hanno provocati dei congela­menti seri, anche se non gravi.

Polo Nord unsupported
Da Constantine Phipps che, nel 1773 e con due navi, raggiunse gli 80°48′ N a nord delle isole Spitzberg, fino all’oggi più tecnologico, le spedizioni al Polo Nord costituiscono una delle storie umane più affascinanti, dove dramma, coraggio, perseveranza e perfino menzogna coesistono inestricabilmente.

Negli anni ’90, due gruppi (per primi i due norvegesi Børge Ousland ed Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e infine un so­litario, lo stesso Ousland dalla Siberia nel 1994, hanno raggiun­to il Polo senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Quindi, fino al 1994, nessuno era mai riuscito ad attraversare il Polo Nord senza supporto tecnologico (skidoo-aereo-nave), e la grande avventura ancora da dimostrare era attraversarlo senza supporti, cioè andata e ritorno by fair means, senza l’ausilio di cani, motoslitte e senza rifornimenti in­termedi.

Nel progetto di Messner, la traversata, lunga circa 2000 km, doveva iniziare dalle Shmidta I­slands, in Siberia, e concludersi a Cape Columbia (Terra di El­lesmere, Canada) dopo circa 90 giorni. Secondo lui nessuno aveva mai raggiunto il Polo Nord via terra tornandone con i propri mezzi, neppure Peary nel 1909 con i cani.

Le difficoltà sembravano praticamente insormontabili. Anche se il ghiaccio della calotta si sposta da est a ovest (Drift Ice), così favorendo una traversata da Siberia a Canada, l’Ice Pack si sposta, si muove e si spacca, formando dossi e crepacci difficilmente superabili. Ci sono salti, ci sono fessure gigantesche attraversate da acqua e sovente si possono trovare vere e proprie cascate di blocchi di ghiaccio alte decine di metri, perché il pack ha uno spessore variabile da 2 centimetri a 5 metri. Per questo è probabilmente il terreno più difficile del nostro pia­neta.

Nel periodo finale, in maggio, quando la temperatu­ra aumenta, sull’itinerario di marcia si creano canali di mare aperto. Quindi il periodo della partenza non può che essere in marzo, durante la notte polare (temperature anche sotto i -50°): dunque, tempo limitatissimo.

La slitta da tirare all’inizio pesa 150 kg a persona: questo rappresenta il massimo trainabile su terreno difficile. Diminuire il peso della slitta significa di­minuire le scorte alimentari già calcolate al minimo.

Partiti dalla base di Sredny (Siberia) il 7 marzo 1995, Reinhold e Hu­bert Messner si avvalgono del trasporto di un elicottero mili­tare per coprire i circa 200 km che li separano dalla fine del­la terra ferma e l’inizio dell’Oceano Artico.

Nel pomeriggio del 7 marzo i due lasciano Cap Artichevsky e ini­ziano la marcia lungo un fiordo ghiacciato, puntando a nord.

L’apparecchio satellitare Argos in loro dotazione segnala l’8 marzo un poco significa­tivo progresso di qualche km, unitamente ad un messaggio in codice relativo all’attacco di orsi bianchi.

Durante la seconda notte il forte vento del nord determina il movimento del pack verso riva: sono ore d’inferno in cui i due fratelli, sorpresi nella notte dall’improvvisa serie di fratture nel ghiaccio, cercano di spostare la tenda e il materiale in luo­go più sicuro. La temperatura di –42°, il buio, il vento vedono i Messner uscire dalla tenda con le sole scarpe da notte e trascinarla nell’unica direzione dove sembrava che le onde di ghiaccio scon­volto non andassero.

Nel tentativo di mettere in salvo gli sci, Hubert cade in acqua e riesce dopo pochi ma eterni secondi a uscirne. Diventa immediata­mente una corazza di ghiaccio ed è costretto a rifugiarsi nel sacco piuma in tenda, mentre Reinhold, saltando da un blocco all’altro, cerca di salvare anche la seconda slitta, in tempo per vederla stritolata sotto il crollo di una torre di ghiaccio.

Non c’è pace neppure in seguito: devono ancora spostare la tenda nella not­te, mentre Hubert lotta con il congelamento delle mani. È solo dopo un bel po’ di ore che, anche constatate le perdite di mate­riale, Messner ha il tempo di azionare la levetta dell’apparec­chio Argos per chiedere il proprio recupero.

I due sono prelevati alle 20 (ora locale) del 9 marzo 1995 e ri­portati alla base di Sredny.

In seguito, ben pochi sono stati i tentativi coraggiosi di dare realtà al progetto di Messner: fino al 2001, quando Børge Ousland riesce da solo nella traversata dalla Siberia al Canada in 82 giorni.

Il rispetto dell’ambiente e di se stessi
Ogni conquista ha in sé valenze di appropriazione, di violazione, valenze assolutamente antitetiche ed incompatibili con quel ri­spetto, quel “credo” profondo nella Natura e nelle sue forze (uo­mo compreso) che animano gente come Messner.

Le terre polari sono le più vaste regioni selvagge ed ancora in­contaminate della Terra. Per comprendere a fondo un ambiente in­tegro come quello, in tutta la sua completezza, pronti a subirne le relative conseguenze e in modo diretto non falsato da mediazioni estranee, bisogna confrontarsi, porsi sullo stesso piano.

Slitte a motore, cabine riscaldate, aerei e mezzi meccanici de­gradano l’ambiente ma con esso anche la nostra esperienza. La sensazione di dominare l’ambiente è solo illusoria. L’assenza dei cani è il decisivo taglio del cordone ombelicale, la civiltà è lontana anni luce e, quando anche il calore e il movimento anima­li sono distanti, a scaldare l’anima restano solo gli affetti più profondi.

La comprensione dell’ambiente esige una grande comprensione di se stessi. È questa una ricerca che solo pochi hanno osato spingere ai mondi più lontani e alle zone più inesplorate del proprio es­sere: così lontano che nessuno riesce a comprendere davvero quei pochi, ma solo intravvedere i bagliori che questi con fatica riescono a trasmettere.

Posted on Lascia un commento

Ulvetanna: tra le fauci del lupo

Ulvetanna: tra le fauci del lupo
di Andy Kirkpatrick

Postato originariamente il 28 febbraio 2014 su Alpinist.com.

Tra il 20 gennaio e il 3 febbraio 2014, cinque norvegesi e l’alpinista britannico Andy Kirkpatrick hanno salito in capsule style per 27 lunghezze la cresta sud dell’Ulvetanna, già tentata tre volte, nella remota Queen Maud Land (Antartide). Qui Kirkpatrick ci racconta con stile brillante il loro successo.

Ero in crisi alpinistica. Un viaggio alle Torri del Paine in Patagonia cancellato… e nessun segno all’orizzonte di possibilità di altre avventure. Finalmente una email sul mio telefono: “Andy, penso di avere un bel progetto per te. Queen Maud Land. Partenza il 15 dicembre, ci servi, ti pago i costi, serie-tv, 2 mesi. Avventure multisport, cioè alpinismo con prime ascensioni e BASE jumping. T’interessa“?

La mail arrivava dal leggendario alpinista norvegese Aleks Gamme (uno che si butta col paracadute, traversa con gli sci da solo l’Antartide, sale sull’Everest, ecc.). Ci avevo salito assieme una via sulla Troll Wall nel gennaio 2013. Era una mail di quelle che ti sogni, ma quando ti capitano ti chiedi se hai le balle per andare davvero… Spostai lo sguardo dal computer sui miei bambini.
– Ella, Ewen, mi hanno chiesto di andare in Antartide per due mesi… se vado non posso fare il Natale con voi.
Mi accolsero con un “nooooo” molto prolungato.
– Sarebbe con Aleks Gamme.
– Davvero? – domandarono, avendo visto Aleks nel film Crossing the Ice al Kendal Mountain Festival l’anno prima – beh, allora devi andare, se te lo ha chiesto lui!
E così ho fatto.

L’Holstinnd e l’Ulvetanna, Fenriskjeften Mountains, Antartide. Ingeborg Jakobsen, Andy Kirkpatrick and Jonas Langseth hanno salito una via nuova, Zardoz (5.9, A4, ca. 600 m), sul pilastro di destra dell’Hollstinnd, quello contro cielo che si diparte dall’intaglio con il versante meridionale dell’Ulvetanna. Foto: Ingeborg Jakobsen
UlvetannaKirk01Zardoz
Andai in Norvegia a metà dicembre per incontrare il resto della squadra. I BASE jumper Kjersti Eide ed Espen Fadnes, la camerawoman Ingeborg Jackobsen, Jonas Langseth, uomo da 8a+ su roccia e ice climber, e Aleks naturalmente. Non avevo ancora capito bene quale fosse il programma, ma di certo comprendeva BASE jumping, speed riding, climbing e traino di slitte per esplorare il massiccio.  Mi sentivo un po’ in colpa per non aver contribuito per nulla alla preparazione del viaggio. E’ vero che abito in Gran Bretagna, però… Vabbè, restituirò il favore una volta là.

Fummo lasciati dall’aereo proprio nel mezzo delle famose torri, disposte a bocca di lupo. Le Fenriskjeften Mountains sono un sogno per qualunque scalatore. Quando l’aereo decollò per il ritorno, e soprattutto quando fummo in solitudine, noi lì, con il nostro mucchio di materiale, sopportavamo a malapena un silenzio così mostruoso. Roba da desiderare d’essere in mezzo al traffico…

Campo a portaledge sulla parete ovest dell’Holstinnd. Foto: Andy Kirkpatrick
UlvetannaKirk03Erigemmo il campo base cercando di adeguarci, di concentrarci sui nostri obiettivi. Dopo un viaggio di cinque giorni per salire quella che pensavamo essere la cima più alta del gruppo (solo per scoprire che ce n’era un’altra più alta!), cominciammo a salire sul nostro primo progetto, la parete ovest dell’Holstinnd. Salimmo 10 lunghezze di corda in altrettanti giorni, rallentati da pesanti nevicate. Il terreno stava tra un A4 pericoloso e uno Scottish 7 di arrampicata mista, sulla peggior roccia che io abbaia mai incontrato (una via di mezzo tra il pane raffermo e il formaggio invecchiato): ogni tanto qualche camino orribile. Feci così tanti incastri di gomito da rovinare totalmente le maniche della mia giacca, e inoltre scoprii che anche il friend più grosso che si possa portare lascia ancora spazio tra un camino proteggibile e un camino in cui incastrarsi!

Ingeborg Jakobsen si fa strada sulle rocce innevate dell’ottavo tiro di Zardoz. La via è di dieci lunghezze su roccia pericolosa e innevata, e ha richiesto dieci giorni. Foto: Andy Kirkpatrick
UlvetannaKirk02Jonas e io scalammo la via e la chiamammo Zardoz dal film (1974) con Sean Connery, perché il popolo in quel film di fantascienza adorava una grande testa di pietra. La salimmo in capsule style da un singolo campo a portaledge. Uno spit da 10 mm segna ciascuna sosta. Non mettemmo altri spit, ma fummo costretti a scavare una dozzina di “inviti” per alloggiare i cliff (non c’era verso di trovarne uno che non si rompesse). Mi toccò anche fare un volo di 10 metri dal passo cruciale, dopo che un Tomahawk venne via dopo che c’ero stato sopra una decina di minuti. Fortunatamente più sotto mi tennero due spuntoni appaiati da cordini.

Tre tentativi, tre fallimenti
Ci furono giorni davvero freddi (-30° e anche più), cominciavamo a capire che qui in Antartide ogni cosa è più lunga, più alta, più difficile, più fredda e anche “più” estrema di quanto sembri alla prima. Con questo in mente, ci preparavamo per il nostro obiettivo principale: l’inviolata cresta sud dell’Ulvetanna.

Ulvetanna da sud. Il gruppo ha scalato questa parete in 27 lunghezze in due settimane, e ha graduato la via 5.10, E2 e “AA1+.” La doppia sigla AA, spiega Kirkpatrick, sta per “Artificiale Antartide”, una nuova graduatoria che lui consiglia di considerare di fronte alla roccia marcia dell’Antartide. Foto: Ingeborg Jakobsen
Ulvetannakirk08La cresta sud era stata tentata almeno tre volte (da una spedizione spagnola, da una francese militare e da un team norvegese diretto da Robert Caspersen). La via si presenta con 300 metri di muro, seguito da una lunga cresta rocciosa, assai tecnica, di roccia o marcia o friabile! I nostri predecessori avevano attrezzato la prima parte e poi tentato di raggiungere la cima in un solo balzo.

Robert Caspersen era quello che era giunto più in alto, ad appena tre lunghezze dalla vetta. Caspersen era l’uomo che aveva già due prime su questa montagna, la conosceva bene. Ci chiese di non provare quella via, a meno che non scegliessimo il modo più etico per salirla: niente spit, e in un colpo solo dalla base. Io condividevo queste idee, ma sapevo anche che linee simili (la via dei Norvegesi dello stesso Caspersen , 5.10, A4, 960 m, Eiszeit dei fratelli Huber (A4, 5.10d, 24 lunghezze) sulla cresta nord-ovest e naturalmente anche l’ultima, la cresta nord-est (5.12, A2, 1750 m, del team di Leo Houlding) erano state salite in capsule style, e questo voleva dire corde fisse e qualche spit. In più, sapevo che il grosso di questo compito era sulle mie spalle e che, se volevamo arrivare tutti in cima, occorreva impiegare le stesse tattiche.

Così pianificai di salire in più fasi, bisognava anche sgrezzare Kjersti ed Espen. Il culmine della fase uno fu il completamento del trasporto di qualche centinaio di kg (cibo, carburante e roba da bivacco sufficienti per 6 persone per 14 giorni) ad almeno 300 m dalla base. Dopo aver lavorato 24 ore consecutive, alla sera eravamo tutti sfiniti e letteralmente ci trascinammo nei sacchi piuma.

Il giorno dopo Aleks e Jonas arrivarono, portando su le corde fisse da usare nella parte superiore e togliendole da quella inferiore in modo da rendere impossibile una ritirata, a meno che non la si intendesse definitiva. Jonas dovette però scendere, intossicato da cibo su cui i cani avevano orinato al campo base.

Il giorno 13 ero in testa, arrampicando su una prua di roccia che non ero sicuro di poter salire in libera. Tutti gli appigli che saggiavo si sgretolavano. Più o meno a metà trovai un incavo, grosso giusto come me. Nel corso della spedizione calai il mio peso del 15%, perciò ero contento di averlo trovato alla fine della spedizione, non all’inizio. Una volta dentro, salii a una rampa di neve e arrivai a una piccola terrazza orizzontale, circa 30 metri di rocce facili sotto alla vetta. Fissai una corda e tornai al campo sotto, volevo che arrivassimo in cima tutti assieme. L’attesa in tenda fu un po’ penosa, bevendo tè. La cresta comportava del terreno misto, mi domandavo se ancora una volta ogni cosa potesse andare bene, cioè raggiungere tutti la vetta su quelle corde fisse.

Tentato di saltare
Quindi alle sette di mattina del 2 febbraio, Aleks entra con la testa dentro la tenda: – Ragazzi, c’è una fregatura. Ho appena parlato con Oleg, a Novo. C’è una tempesta in arrivo. Gli ho detto che siamo su alti e lui mi ha raccomandato di scendere subito!

Le nuvole si erano formate attorno alle montagne, anche se le previsioni davano ancora un giorno di bello. Feci l’esame della situazione. Dopo tutti quei giorni, ero a pezzi di fisico. Le dita avevano perso sensibilità, avevo dei principi di congelamento al naso e alle guance, dopo essere stato così tanto tempo in camini e fessure senza sole. Sentir dire al russo di Novo, notoriamente un duro, di tornare subito era davvero preoccupante. Non era la prima volta che mi trovavo intrappolato dal brutto tempo su qualche parete. Ogni volta sopravvivere è stato anche fortuna. Qui, con questo team, in una tempesta antartica, qualcuno, o magari anche tutti, poteva non farcela. Almeno preservando interi dita e nasi.

– Penso che dovremmo darci una mossa – dissi – per salire la vetta, ripulire la parte superiore delle corde da usare in basso prima che la tempesta arrivi, dovremmo lavorare tutta la notte e tutto domani.
– E io penso anche che voi non possiate saltare – disse Aleksa ai BASE jumper. Nessuno parlò per un attimo, poi Espen chiese perché, e gli fu spiegato. Avrebbe voluto dire dividere in due il team e la dotazione di telefoni satellitari, per non dire che avrebbero dovuto atterrare sull’altro lato della montagna senza squadra d’appoggio. Certo per Elten fu un brutto colpo, ora che si sentiva così vicino a realizzare il suo sogno.

– Cosa pensa Andy? – e tutti gli occhi erano su di me. Non volevo fare quel genere di scelta, ma se doveva arrivare una tempesta li volevo con me. In più, ero convinto potessero consolarsi: ormai non erano più solo BASE jumper, erano amici di cui ero responsabile. Ero terrorizato che questa bella e pazza esperienza potesse voltare a tragedia.
– Vorrei che scendeste con noi – dissi. Ed Espen: – Ok. E perfino, quando partirono, lasciarono lì l’equipaggiamento, per non essere tentati all’ultimo momento.

Così, fatta colazione, a uno a uno partimmo sulle corde fisse. Salendo in alto, il tempo tendeva a schiarirsi. Io mi dissi, cazzo, questi potevano saltare! Dopo un po’ di ore arrivai all’ultima lunghezza, gli altri dietro di me in fila. Affrontai gli ultimi metri, facili rocce e neve fino al blocco sommitale. Fu dura fino all’ultimo, sarà stato anche facile, ma provocare cadute di sassi era un attimo. E non potevo proteggermi.

E finalmente ci fui. Una cima fatta di un pinnacolo di rocce rotte, la circondai con la mia corda per assicurare me stesso e gli altri. Stemmo un po’ lassù, alla cima di quella via nuova  su quella montagna che era stata definita la più difficile del mondo (soprattutto per la sua location). Ci sentivamo tutti allo stesso modo, malinconici e senza energie. Se avessero avuto il loro equipaggiamento, i ragazzi avrebbero potuto saltare. Le condizioni erano perfette, eravamo in un altro mondo. Ma non sentivo il successo, come sempre mi succede volevo solo andarmene via da lì…

Trentasei ore dopo la sveglia, riuscimmo ad arrivare, sfiniti, al campo base. La discesa con gli sci era stata penosa, eravamo concentrati a non cadere, sentivo rumori di automobili, torrenti, gente che parlava. Ma nello stesso tempo ero ben lieto e sicuro di una cosa: tutti eravamo saliti in cima, ed eravamo tornati con le dita a posto!

Aleksander Gamme nella parte superiore dell’Ulvetanna. Kirkpatrick e Gamme, con Tormod Granheim, avevano salito Suser gjennom Harryland (VI 5.10b A3, 650 m) sulla Troll Wall (in Norvegia) a gennaio 2013. (Vedi su Alpinist 44 il racconto di Kirkpatrick) Foto: Ingeborg Jakobsen
Ulvetannakirk07I BASE jumper Espen Fadnes e Kjersti Eide salgono a jumar sulla cresta sud dell’Ulvetanna. Per loro è stata la prima esperienza big-wall e per la Eide la prima scalata in assoluto! Foto: Ingeborg Jakobsen
UlvetannaKirk04

Kirkpatrick ha voglia di staccare il tutto e mollarlo giù (dopo 300 m di faticoso scarrucolamento). Foto: Ingeborg JakobsenUlvetannaKirk05

Kjersti Eide è ben contenta di prendersi la sua dose di roccia cattiva sull’Ulvetanna. Foto: Andy Kirkpatrick
Ulvetannakirk06

Per saperne di più su Andy Kirkpatrick (in inglese) o sul suo libro Psyco vertical, tradotto in italiano.

postato il 1 aprile 2014


Posted on Lascia un commento

Antartide. The Last Great Climb

Intervista a Leo Houlding: una giovinezza ad alto rischio, in via di moderazione

In cima all’Ulvetanna io e Stanley avevamo programmato di lanciarci in tuta alare dalla vetta. La temperatura era di -35° e la bufera aveva trasformato le condizioni della montagna. Sarebbe stato esaltante filmare il nostro lancio, ma non ce la siamo sentita di abbandonare il resto del team durante una discesa che si sarebbe rivelata rischiosa”. Chi conosce Leo Houlding, famoso per le sue ascensioni in giovanissima età e per i suoi lanci in base-jumping, sa quanto possa essere stata sofferta questa decisione. Un aneddoto che fa riflettere su come l’esigenza di realizzare (e quindi documentare) grandi imprese alpinistiche non vada mai anteposta all’importanza di mantenere un ragionevole grado di sicurezza. Una necessità, quella di documentare, di cui Leo ha dichiarato “conciliare due esigenze opposte come quella di scalare una nuova linea di salita e raccontare l’esperienza con un film di massima qualità, è molto difficile”. “Abbiamo dovuto scalare metà della via due volte, prima per le riprese da sotto e poi per quelle da sopra”. “Ad ogni modo” prosegue “sono molto soddisfatto del risultato”.

Ulvetanna (Antartide), creste nord-est e nord-ovest (via Huber)
White Desert: Flug über den Ulvetanna Peak in den Drygaslki-Bergen

In arrampicata sulla cresta nord-est dell’Ulvetanna
TheLastGreatClimb-houlding2

L’alpinista britannico Leo Houlding ha condotto al successo un gruppo internazionale, nella prima ascensione di un’importante via nuova sul rimarchevole picco antartico dell’Ulvetanna 2930 m, secondo Houlding “la montagna più impegnativa nel continente più duro”.
La forma e la bellezza eccezionali di questa montagna sono punte di diamante in un mondo solitario, selvaggio ed estremamente remoto come quello antartico. La cresta nord-est è stata definita The Last Great Climb (l’ultima grande scalata), anche se tutti sanno che altri alpinisti (o forse addirittura gli stessi) presto ne scoveranno un’altra…

La spedizione aveva raggiunto l’Antartide a fine dicembre 2012, ma la vetta fu salita soltanto a fine gennaio 2013. Suoi compagni erano Sean Leary (USA), Jason Pickles (UK), David Reeves (Sud Africa), Chris Rabone (UK) oltre ad Alastair Lee (UK), regista e cine-operatore. L’Ulvetanna, così battezzato dagli alpinisti norvegesi che lo scoprirono e scalarono per primi nel 1994, significa “Zanna di Lupo” in norvegese: è il gioiello del favoloso gruppo del FenrisKjefeten nel Queen Maud Land (Antartide Orientale).
La collaborazione con Alastair Lee aveva funzionato bene già sulla via nuova al Mount Asgard (Isola di Baffin), qualche anno fa: il team portò a casa lo splendido film The Asgard project.

L’entusiasmo di Leo Houlding, che arrampica da quando aveva 10 anni, è contagioso. Anche adesso che ne ha 33 pensa ancora a numerosi altri progetti, uno più audace dell’altro per mettere a prova capacità e resistenza.

Leo, perché l’Ulvetanna?
E’ in un gruppo di montagne come non ce ne sono altre sulla Terra e racchiude alcune delle sfide più significative per il futuro. Queste torri sono così esteticamente perfette… erano anni che desideravo andarci! Ma ci sono voluti quindici anni per ottenere le capacità, l’esperienza e la professionalità per organizzare una spedizione del genere ed avere la fortuna di aver successo”.

Come si è svolta la spedizione?
C’è voluto più di un mese, spesso con vento fortissimo e temperature fino a -35°. Dopo aver raggiunto la vetta, altri due giorni per scendere e recuperare il materiale: una volta alla base ci sono ancora i 5 km per raggiungere il campo base e vi arrivammo appena in tempo per l’appuntamento con l’aereo.
Non l’avrei mai ammesso con nessuno, ma io non ci credevo davvero che ce l’avremmo fatta. Sapevo dalla documentazione quanto gigantesca fosse la dimensione dell’Ulvetanna, ma quando vedi che l’aereo ti molla a cinque km dalla roccia… allora pensi che non ce la farai mai”!

E invece ce l’avete fatta…
Sì, e con un tempo davvero brutto. Siamo andati molto vicino al limite in cui devi dire “adesso basta, bisogna tornare indietro”. L’esperienza e la conoscenza ti dicono quando è il caso di arrendersi, la paura è un grande indicatore del rischio che stai correndo, e non ci dev’essere alcuna vergogna nel fallimento”.

Qual è il progetto che più ti preme?
In effetti ho un’altra spedizione in cantiere. Voglio tornare in Antartide, ma dall’altra parte del continente. Per questa spedizione devo essere ancora più ambizioso… L’idea è quella di salire The Spectre, che è davvero lontano, nell’Antartide più remote. Anche l’Ulvetanna lo è, a circa 300 km dal primo posto abitato, ma The Spectre è a 1500 km… Questo vuole dire arrivarci con gli sci, non in aereo… e poi devo trovare i soldi, non so se riesco quest’anno”.

Leo Houlding in arrampicata sulla cresta nord-est dell’Ulvetanna
TheLastGreatClimb-houlding1
Qual è stata l’evoluzione del tuo modo di scalare? Dalla tua indimenticabile ripetizione della via El Niño su El Capitan a soli 18 anni ad oggi, cosa è cambiato?
Nel 2002, quando avevo 21 anni, ho avuto un brutto incidente sul Cerro Torre durante un tentativo in libera della montagna. Questa era in cattive condizioni, con molto ghiaccio e ho voluto insistere nel proseguire in arrampicata libera. Ho preso una decisione stupida e sarei potuto morire. Avrei dovuto accettare un compromesso, tenere in considerazione che in quella situazione in caso di incidente non esisteva possibilità di aiuto. Invece avevo continuato a spingere, ero a livello mondiale e volevo dimostrarlo anche lì, pensando erroneamente di essere indistruttibile. E l’ho pagata cara. Anche soltanto a chiedermi se mai avrei potuto arrampicare come prima.
Tra l’essere
badass (cazzuti) e dumbass (coglioni) la differenza è minima, quel sottile orlo tra coraggio e stupidità. Ma in ogni caso non si arriva in cima all’Ulvetanna senza una buona dose di coraggiosa sfida”.

Leo Houlding e l’Ulvetanna
TheLastGreatClimb-houldingRecentemente è nata tua figlia: ora che sei padre cosa cambierà?
Nonostante pratichi un’attività ad alto rischio, oggi prendo ogni precauzione e non credo di rischiare più del necessario. Non penso che modificherò totalmente il mio stile di vita, certo sarà più doloroso partire per le spedizioni ora che ho Freya Juliet”.

Il film The Last Great Climb è uno dei film che il Banff Mountain Film Festival sta proiettando nelle serate in programma e in giro per l’Italia.

Guarda qui il trailer di The Last Great Climb

 

Per notizie dettagliate sull’attività di Leo Houlding, vedi
http://en.wikipedia.org/wiki/Leo_Houlding (in inglese)

Leo Houlding in arrampicata sulla cresta nord-est dell’Ulvetanna
TheLastGreatClimb-houlding,Leo--

postato il 22 marzo 2014