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Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese

Prima che fosse inventata l’Alta Via dei Monti Liguri: l’idea di traversare con due sole grandi gite le montagne che circondano Genova.
La presunzione di chiamare quest’impresa “Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese”, facendola cominciare in provincia di La Spezia ma facendola terminare ben prima del Colle di Cadibona.
Lo stupore di fronte al cibo che ingurgitavamo… ma forse allora tutti mangiavano di più.
E infine: la scarsità del risultato…

 

Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese
(dal mio diario, giugno 1963)

La traversata in lunghezza dell’intero Appennino Genovese! Io e Marco Ghiglione siamo come impazziti. Progetti su progetti, decisioni su decisioni e alla fine il programma è pronto. Abbiamo compilato l’itinerario con i dettagli, nonché l’orario per la prima parte. Durata della traversata: otto giorni. I primi quattro dal Monte Gottero al Passo della Scoffera; poi gli altri quattro, dopo un riposo di tre-quattro giorni, dalla Scoffera al Giovo del Sassello.

Il Monte Gottero, la prima montagna significativa in programma
CavalcataAppenninoLigure-MonteGotteroFotoRobertoCavanna

Abbiamo compilato un elenco del materiale:
16 carte geografiche 1:25.000 UTM, 2 zaini, 1 bussola RECTA, 1 termometro, 2 macchine fotografiche e accessori, cassetta medicinali, coltello e simili, guida FIE, cordini, forbici, attrezzi, ago/filo, saccopiuma, coperte, tenda e accessori, pile, lanterne e accessori, fiammiferi, fornello a gas, fornello a meta, gavette, pentola, tegamino, posate, apriscatole, matita, bloc notes, programma, denaro, 2 orologi, sveglia, 4 borracce, telo impermeabile, documenti personali, lente, campanello, specchietto, nastro adesivo, metro da sarto, pettine, fazzoletto scout.

L’attuale vetta del Monte Beigua, ultima vetta significativa del nostro programma
CavalcataAppenninoLigure-beigua

Abbiamo compilato un elenco dell’abbigliamento:
scarponi, calze pesanti, pantaloni lunghi, pantaloni corti, maglieria intima, cinturini, maglie leggere o camicie, maglioni lana, giacche a vento, copricapo, fazzoletti, occhiali da sole.

Ed ecco la distribuzione organica dei viveri. Ci si riferisce solo ai primi quattro giorni e tutti gli alimenti devono essere divisi equamente tra i due partecipanti:
Primo giorno.
Colazione a San Pietro Vara: focaccia 2 etti; primo spuntino: 4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; secondo spuntino:  4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; pranzo: 1 pollo, 2 fette arrosto, 4 banane, 4 pesche, 1 lattina di birra; merenda: 6 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 pollo, 1 tonno varietà, 2 uova, 1 bustina tè.
Secondo giorno.
Colazione: 1 barattolo latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo marmellata castagne; primo spuntino: 6 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr. pasta, 1 tonno varietà grosso, 1 lattina di birra, 1 barattolo pesche sciroppate; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 4 patate, 1 tonno, 2 uova, 1 bustina di tè.
Terzo giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di castagne; primo spuntino: 1 jambonnet Montana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; pranzo: 1 lattina di ravioli, 1 scatola fagioli stufati, 1 scatola ananas sciroppato, 2 succhi di frutta; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 dado da brodo, 100 gr di pastina da brodo, 4 patate, 2 uova, 1 bustina di tè.
Quarto giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; primo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr pasta, 1 scatola fagioli Bevilacqua, 2 succhi di frutta, 1 barattolo pere sciroppate; merenda: 5 gallette, liquore.

Al programma sono da aggiungere cioccolato, acqua e zucchero a volontà.

Il programma
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Lunedì  17 giugno 1963 fervono i preparativi, si comprano i viveri, si dispone il tutto negli zaini. Subito pare che non ci stia tutto, poi invece riusciamo a comprimere ogni cosa.
Il 18 giugno sveglia alle 4.00. Esco e vado a casa di Marco dove c’è ancora qualche faccenda da sbrigare, il mio zaino è a casa sua. Dopo le ultime verifiche e spunte usciamo di casa alle 5.20, barcollanti sotto il peso del bagaglio. La temperatura è di 19°. Ci dirigiamo alla Stazione Brignole, compriamo i biglietti e pesiamo gli zaini, 25 kg quello di Marco, 22 kg il mio. Partiamo alle 6.06. e arriviamo a Sestri Levante alle 6.55. Ci concediamo una prima colazione al bar. Il tempo promette bene e partiamo con la corriera alle 7.25, come previsto. Arriviamo a San Pietro Vara alle 8.38.

Sorgono subito le prime difficoltà nel reperimento strada, ma alle 8.43 partiamo, attraversando il fiume Vara e arrivando a un bivio. Chiediamo a due donne la strada per Costola e ce ne viene indicata una. Per nostra disgrazia non abbiamo la carta militare Sesta Godano, quella che descrive dove siamo noi adesso. Così sbagliamo, e ci troviamo su una dorsale, tra il Vara e il torrente Stora. Mentre il caldo si fa già sentire, siamo demoralizzati e fuori strada. Decidiamo di scendere a sud e dopo un bel po’ di cammino siamo di nuovo nella valle del Vara, sulla strada per Costola, che sale ripida. Con il carico che abbiamo, già non ne possiamo più. Marco resta indietro (ha tre kg più di me), ci fermiamo spesso ansimando e colando sudore a secchi. Finalmente alle 10 arriviamo a Costola, una piccola frazione senza quasi abitanti, e lì facciamo lo spuntino previsto. Il sole ora picchia più forte, siamo a 509 m. Poi saliamo per la Costa Lavagello, ci sentiamo più rinfrancati. Ma dura poco: arrivati alle Case Foce 731 m crolliamo come stracci e facciamo il secondo spuntino sotto gli alberi. Da lì ripartiamo alle 11.55, ma secondo l’orario dovevamo ripartire da lì alle 10.08. Abbiamo quindi 107’ di ritardo. E siamo solo all’inizio, perché la strada che segue è schifosa. Rami di ogni tipo, caduti o tagliati, ingombrano il sentiero, insieme a rovi e tronchi abbattuti, una marcia faticosa e lentissima. E non sappiamo dov’è la Colla del Lago, non riusciamo a individuarla. Siamo stanchissimi e nervosi. Finalmente arriviamo alla Colla del Lago 973 m, alle 12.27, con 119’ di ritardo. Nel caldo infernale, ci fermiamo a mangiare. Dopo mangiato, faccio un giretto e mi convinco che quella su cui siamo sia veramente la Colla del Lago.Marco ha uno stiramento muscolare sopra al ginocchio sinistro. Si mette su una crema a dir suo speciale, poi ripartiamo, con 142’ di ritardo. Scendiamo un poco, poi risaliamo verso il Passo Pian di Lago 937 m, mentre la vegetazione gradualmente scompare. Il passo è largo e aperto, molto panoramico. Ripartiamo alle 13.25 con 170’ di ritardo. La salita per la Costa dei Netti è bestiale e indescrivibile. Riposiamo ogni minuto, mentre lo stiramento di Marco peggiora: giunge al punto che, quando tende il muscolo, deve aspettare due-tre secondi che questo si rilasci. In questo modo non riusciamo a percorrere molta strada e il ritardo aumenta spaventosamente.

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Arriviamo sul Monte Pizzofreddo 1518 m in uno stato pietoso alle 16.50, con la bellezza di 315’ di ritardo. Come lupi ci buttiamo sulla merenda, facciamo qualche foto. Incontriamo un pastore che ci dice che la sella tra M. Gottero e M. Pizzofreddo si chiama Sella del Pizzofreddo e che quella tra il Gottero e il M. Chiappa si chiama Sella del Rascià. Dopo i saluti, ripartiamo alle 17.35. Per fortuna la temperatura è scesa a 13°, si profilano da lontano molte nuvole. Scendiamo alla Sella del Pizzofreddo e da lì, mentre le nuvole ormai ci hanno raggiunti, saliamo al Monte Gottero 1639 m, ultima vetta dell’Appennino spezzino.

Arriviamo in cima spazzati da un vento fortissimo. Sono le 18.31 e abbiamo 386’ di ritardo, quasi sei ore e mezza. Ci conforta sapere che per un po’ non dobbiamo più salire. Il cielo è ormai tutto coperto. Il muscolo di Marco comincia a migliorare. Ripartiamo e scendiamo la cresta per il Monte Passo del Lupo. La temperatura è calata parecchio, comincia a nevischiare.

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Ci uniamo a un contadino diretto a Montegroppo. Si fa buio, ma ci si vede ancora. Lasciamo il nostro accompagnatore per salire il Monte Bertola 1196 m, ancora nevischio e vento forte. Arriviamo in cima alle 19.32 con 298’ di ritardo. Scendiamo a rotta di collo verso una cappelletta, dove incontriamo ancora il contadino. Ma ripartiamo quasi subito, saliamo sul Monte Lago Secco 1117 m. Nella nebbia, dopo essere scesi, saliamo a casaccio sul costone per il Monte Scassella 1228 m. E arriviamo in cima, con dieci metri di visibilità, dopo una salita estenuante. Sono le 20.25, ritardo 305’. Ora scendiamo al buio e nella nebbia verso la carreggiabile per il Passo Cento Croci. La raggiungiamo e la seguiamo fino alle 21.15, con la speranza di vedere il passo. Speranza negata.

Bagnati e infreddoliti piantiamo la tenda, con tutti i picchetti a disposizione per via del vento. La cena si svolge convulsa, prima di cadere inerti nel sonno.

Alle 5 del 19 giugno mi alzo, esco e trovo lo stesso tempo della sera precedente. Accendo il fornello a gas e dopo un po’ mi aiuta anche Marco. Prepariamo un latte disgustoso, ci mangiamo fette biscottate e marmellata.

Alle 6 partiamo e, a passo turistico arriviamo finalmente all’albergo del Passo Cento Croci. Lì, posati gli zaini, chiediamo del caffèlatte, cerchiamo di telefonare a Genova, senza riuscirci. Raggiunto il Passo Cento Croci (ore 8.30, sedici ore e venti minuti di ritardo), lo oltrepassiamo e scendiamo a un altro albergo. Qui riusciamo a telefonare, dicendo che se il tempo accenna a diventare bello continuiamo, se no torniamo a casa.

Passa la mattinata nell’attesa e non ci sono miglioramenti. Ordiniamo il pranzo e poi usciamo. Un po’ di sole c’è, ma non soddisfa Marco. Io vorrei continuare, mentre lui vuole tornare indietro. La corriera passa alle 16.05 e noi ci stravacchiamo su un prato a dormire. Mi sveglio alle 15.45 ma mi guardo bene dallo svegliare il mio compagno: così magari perdiamo la corriera e saremo costretti a continuare… ma purtroppo si sveglia anche lui. La corriera è puntuale e inizia il triste viaggio di ritorno. Ma il progetto resta e dev’essere attuato.

 

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Punta Martin e Laghi del Gorzente

Punta Martin e Laghi del Gorzente
(dal mio diario, maggio 1962)

La salita della Marmolada aveva fatto crescere non solo il mio record di altezza ma anche la fiducia nelle mie possibilità.

Nel settembre 1961, dal 18 al 20, da Borgomaro mi spingo con le corriere fino a Viozene, per trovare Gian Paolo Ghersi, mio compagno di classe. Da Ponte di Nava salgo a piedi fino a Viozene, come del resto avevo già fatto tanti anni fa con papà e mamma. Sono ricevuto con molto entusiasmo da sua mamma e sua nonna, passiamo la sera a chiacchierare. Il mattino dopo andiamo a Pian Rosso, una bellissima radura sotto al Mongioie; al pomeriggio andiamo alle Vene del Tanaro, cioè alle sue sorgenti. Poi proseguiamo fino alla Sella di Carnino 1625 m e al Monte Castellazzo 1656 m. Torniamo a casa che è già notte.

Le Vene del Tanaro
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Il 5 ottobre ricominciano le scuole, per me la seconda liceo scientifico. La mia classe era stata sparpagliata, ma Ghiglione e Ghersi rimasero con me. Sciabà a settembre era stato bocciato. Non ho tanto tempo, ma quel poco lo spendo a fare gitarelle nei dintorni di Genova, con compagni racimolati, Franco Bernacchioni, Gian Filippo Dughera, Luigi Sciabà, Renzo Frache: oppure da solo. Frattanto si avvicinava Natale e io avevo sempre più voglia di praticare marcia. Mi allenai più volte in corso Italia in vista della gara studentesca del 13 gennaio 1962, rimandata poi al 20 per pioggia. La gara si svolgeva a Genova-San Martino, al campo della Shell. La pista era di 398 metri, dunque per fare i 2 km della gara occorreva fare cinque giri e un pezzetto. Ero nella prima batteria, che vinsi con uno sprint finale. Ma i giudici dichiararono che avevo “rotto” negli ultimi metri e mi squalificarono. Il 27 gennaio ero ancora là, a intrufolarmi in un’altra gara. Su sedici arrivai ottavo e mi beccai (a malapena) una medaglia dallo stesso Abdom Pamich, il campione mondiale di marcia. Mentre continuavo ad allenarmi con Arrigo Giorello (ostacolista) e incassato un altro no dei miei genitori all’iscrizione al corso di roccia del CAI, il 14 febbraio 1962 andai ai Campi del Ligorna (Genova-Prato) per i Campionati d’Istituto (G. D. Cassini) di Corsa Campestre. Si fecero due gare: la prima per le classi 1946-47; la seconda per il 1943-44-45. Il percorso era di 1250 m. Primo della mia categoria fu Arrigo Giorello, secondo Marco Ghiglione a pochi secondi, terzo un tizio che non conoscevo, quarto Cesare Melloni, altro mio compagno di classe, e quinto io, a una ventina di secondi da Giorello.

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L’amico Severino Tagliasacchi fece in modo che m’iscrivessi alla società di ginnastica Rubattino, che mi fece più agile e più muscoloso. Ero reduce da un’avvilente esperienza, quella dell’iscrizione a tennis. Già conoscevo il campo sportivo di Albaro, ci andavo da piccolo a pattinare a rotelle. La mamma e la nonna ebbero l’infelice idea di iscrivermi a tennis, che io odiavo. Stavo per essere iscritto, quando chiesi alla segretaria se potevo già incominciare quel giorno. Quella rispose che sì, se avevo la “divisa”, potevo. Quale “divisa”? Maglia o maglioncino bianco, calze bianche, pantaloni bianchi e, soprattutto, scarpe da tennis bianche. Mi vidi per un momento così conciato e a quel punto cominciai a opporre resistenza. Dissi che mai mi sarei vestito così, dunque, mamma, lasciamo perdere e torniamo a casa. L’ebbi vinta. Tennis? Bello sport, ma il suo mondo non fa per me.

Alla Rubattino, invece, andavo tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. Ogni giorno imparavo nuovi esercizi o li miglioravo. Giunsi a poter andare a fare delle gare come riserva, ma poi rinunciai. Alla fine della scuola l’esperienza ebbe fine.

Voglio raccontare anche di quando, a Pasqua, ero andato a Reggio Emilia in treno dall’amico Gianni Jori. Il 21 aprile, al pomeriggio, sono con Gianni e suo padre in automobile per fare delle consegne, perché il padre fa il pasticciere. Il giorno dopo, bel giro di 81 km in bicicletta: Cadelbosco, Guastalla con il suo ponte di barche sul Po, Viadana, Brescello (il paese di don Camillo e l’onorevole Peppone), poi Poviglio e Reggio. Al pomeriggio sono costretto a sorbirmi allo stadio la partita di calcio Reggiana-Verona, poi bella cena emiliana all’Osteria del Noce. Gianni venne tempo dopo a Genova, per la partita Genoa-Reggiana.

Marco Ghiglione e io dobbiamo programmare una gita per il 1° di maggio. Propongo di andare al Monte Beigua, ma a lui quei posti non sono troppo simpatici, così decidiamo per la Punta Martin.

La Punta Martin (Appennino Genovese)
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Ormai si sono verificati cambiamenti in noi: lui ha preso qualcosa da me, come l’abitudine alla minuziosità e la passione dei record. Io invece ho imparato da lui come ci si organizza. Ne è nata una specie di società democratica, scientificamente organizzata. Ogni gita è pianificata fino al minimo particolare, e lo scopo primo è fare dei monti, quanti più possibile, in belle località. I monti non mancano e non perdiamo tempo a vagliare e scegliere. Non si parla di alpinismo, ma di escursionismo “estremo”. Passiamo interi pomeriggi dietro a questi programmi, facendo finta di studiare, e qualche volta la notte devo mettere la sveglia alle 2 per studiare davvero.

1 maggio 1962, sveglia alle 3.45, treno da Ge-Brignole alle 4.45. Sulla linea ferroviaria per Ovada, scendiamo ad Acquasanta. Scendiamo in paese per comprare una bella dose di prugne secche. Camminiamo un po’ per una carrozzabile, sotto al ponte ferroviario, poi a un mulino deviamo a destra per la valle del rio Bajardetta. Ben presto perdiamo il sentiero e saliamo per frane e rovi. Dopo aver ucciso una vipera, incontriamo un uomo che c’indica la strada giusta. Saliamo sulla Cima Legea e sulla rocciosa Rocca Calù. La val Bajardetta è orrida e desolata. Neppure un casolare! E pensare che dietro alla Pietralunga c’è Genova! Entrambi i versanti della valle sono nudi e spogli, e cadono giù cosparsi di pietrame. Incontriamo tre del CAI che vanno come noi alla Punta Martin e li sorpassiamo, fino a che raggiungiamo la cima, a 1001 m. C’è un cippo, eretto a memoria dell’alpinista genovese Francesco Savignone, caduto il 10 dicembre 1922 sul versante occidentale di questa montagna.

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Ripartiamo quando arrivano i tre da noi sorpassati. Uno di loro ansima da far quasi pena. Saliamo sul Monte Piazza, sul Monte Penello e sul Monte Foscallo 983 m. Scendiamo alla Colla del Canile e alla Colla della Majana. Dopo questa peregrinazione siamo ai Piani di Praglia. Incontriamo degli scout rover di Ge-Rivarolo, diretti lì a vedere se la fontanella, da loro costruita l’anno prima, funzioni ancora bene.

All’osteria Praglia compriamo delle birre e mangiamo. Dopo un po’ di lancio di coltelli, ci dirigiamo ai Laghi del Gorzente, per prati e senza sentiero. Arriviamo a un punto panoramico dal quale dominiamo il Lago Lungo in tutta la sua ampiezza, con il caratteristico promontorio. Scendiamo, lo aggiriamo e arriviamo alla diga. C’è scritto che non si può passare, noi tentiamo lo stesso ma a metà siamo richiamati a gran voce dal guardiano. Ci tocca un giro lungo e faticoso nel bosco a picco sul Lago Bruno per poi finalmente arrivare a un ponte e passare al di là del lago.

Il Lago Lungo del Gorzente
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Tiriamo diritto fino al Passo Prato Leone e da lì giù a Isoverde, dove arriviamo alle 16. A piedi fino a Ge-Pontedecimo. In più, dato che oggi è la festa del Lavoro, non ci sono autobus, dunque acchiappiamo per miracolo una corriera sostitutiva per il centro di Genova.

Il 31 maggio, con un caldo infernale, c’è la gara scout di cucina. Ci sono, oltre alla nostra dei Castori, le squadriglie delle Aquile e dei Daini, con il capo-reparto Ernesto Parodi. Siamo in un bosco sopra Ge-Rivarolo, esattamente oltre al Pian del Toro, sotto al forte del Diamante. Ciascuna squadriglia deve preparare un pranzo, e chi lo prepara meglio vince. Noi abbiamo da preparare la pastasciutta, lo spezzatino e il budino. Nei Castori siamo in quattro: Marco Ghiglione, il vice Papparella, Luigi e io. Ci accampiamo vicino a un ruscello e lì inizia la gara. Immaginate cosa ne viene fuori!

Io ero addetto al budino, con la ricetta che mia nonna diceva essere facile. Lei lo chiamava “budino alla norvegese”, anche se non ho mai capito che c’entrasse la Norvegia. Inizio la complessa preparazione verso le 10, poi metto il contenitore nell’acqua del ruscello per il raffreddamento. Alle 14 ci siamo già mangiati i vari “piatti”, ovviamente assaggiando tutte le “specialità” degli altri. Siamo pieni come uova, rimbambiti dal caldo e dalla digestione. Finalmente alle 15 mi risolvo a dare il via alla “degustazione” del mio budino, ancora un po’ molle, ma decisamente buono. Vincemmo la gara, ma ex-equo con le Aquile…