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Tentativo al Crestone Giulia

Tentativo al Crestone Giulia
(dal mio diario, maggio 1963)

28 aprile 1963. E’ una settimana che cerco di combinare con qualcuno per fare qualcosa: in particolare m’interessa il Crestone Giulia al Bric Camulà 818 m (un satellite del Monte Rama 1148 m, Appennino Ligure). Poi mi stufo e decido che oggi, giorno delle Elezioni politiche di Stato, va proprio bene. La sera prima avevo telefonato ad Alberto Martinelli per mettermi d’accordo: ore 5.55 alla Stazione Brignole. Tutta una finta, perché mia madre non pensi che sto andando da solo.

Alle 6.02 acciuffo il treno per miracolo. Ho con me il solito materiale e la corda di Marco Ghiglione. Alla Stazione Principe scendo per comprare il biglietto, in tempo per riacciuffare il treno che stava ripartendo. Alle 7.09 sono ad Arenzano. La giornata promette bene, anche se non sarà molto limpida.

Il versante orientale del Monte Rama: a sinistra è il Bric Camulà con i suoi crestoni nord-orientali
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In treno mi ero riletti gli appunti copiati dalla guida di Euro Montagna: dei tre crestoni che dalla vetta del Bric Camulà scendono verso nord-est, il Crestone Giulia è quello di destra, subito a sinistra della grande pietraia del canalone che divide il Bric Camulà dal Monte Rama. Si tratta sostanzialmente di una serie di tre risalti di serpentino, divisi da tratti di cresta affilata: le difficoltà arrivano al IV grado, anche IV+, per un totale di circa 280 metri di dislivello.

Ecco quello che so. Tutto bene nella camminata fino al paesino di Lerca, poi ancora per il sentiero che entra nella valle del rio di Lerca. C’è parecchia vegetazione, il terreno è molto accidentato. E per questo non riesco bene a capire quale sia il Bric Camulà. Vado avanti e dopo due ore e mezza di cammino ininterrotto da Arenzano sono quasi in cima al Monte Rama! Praticamente ho scambiato il Rama per il Camulà, mi do dello stupido per essermi basato sui tempi. Se la guida dice, come dice, che per arrivare alla base del crestone ci vogliono due ore e mezza… per me è legge!

Ma la guida dice anche che alla base c’è un ancoraggio di teleferica… e l’unica teleferica che ho visto è quella che sto vedendo adesso, dove sono ora.

Qualcosa è cambiato… e io sono semplicemente furioso. Vedo il Bric Camulà più basso di me e se penso che devo ancora raggiungerne la base, scoppio di rabbia. Indietro non ci torno, poco fa ho visto un rettile e non mi è piaciuto per nulla. Perciò attraverso il versante est del Monte Rama per un sentiero a picco, con dei ponticiattoli sospesi nel vuoto. E’ tutto in lenta distruzione, i ponti cigolano in modo impressionante sotto il mio peso, la solitudine che mi circonda è ossessiva. Caldo, sete, rabbia.

Il versante nord-orientale del Bric Camulà 818 m. Vi è tracciata la via diretta sul Crestone Giulia, un percorso attrezzato molti anni dopo ciò che sto raccontando
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Finalmente arrivo sul colle tra il Monte Rama e il Bric Camulà, ma il tormento continua. Ora devo scendere nel canale, su una pietraia di massi semoventi, coperta di rovi e spine. Più il caldo aumenta, più mi sento furibondo. Come non bastasse non riesco bene a individuare il Crestone Giulia! Questo è un inferno. Scivolo, perdo l’equilibrio, mi rialzo, cerco di districarmi tra i rovi.

Finalmente vedo un risalto di roccia che potrebbe somigliare a quello del mio itinerario. Preparo il materiale. Perdo venti minuti per districare la corda, tra le peggiori imprecazioni. Poi salgo, ma la scarsa convinzione mi costringe a fermarmi per uno spuntino. Poi tento di salire, ma non riesco. Provo a destra, rischiando di cadere quando mi rimane in mano un appiglio. Poi provo a sinistra: niente da fare. Alle 12.20, disgustato, comincio a scendere, ma per raggiungere il sentiero di sotto è una gran pena e poi sono ossessionato dall’idea delle vipere. Raggiunto il sentiero lo prendo e mi fermo a mangiare solo quando arrivo ai prati.

A casa arrivo alle 16.30: non c’è nessuno, quindi posso nascondere il materiale in tutta comodità.

Il Bric Camulà per un po’ non mi vedrà di sicuro: e con lui le sue pietraie, i rovi, le sue rocce infide e le sue temperature infernali.

Sotto questo torrione si è infranto il mio tentativo solitario…
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Il Birillo del Monte Gropporosso – 1

Il Birillo del Monte Gropporosso – 1 (1-2)
(dal mio diario)

2 dicembre 1962. Ho obbedito all’ordine di mio padre di riportare al negozio il materiale alpinistico da me acquistato con il sudore dei miei risparmi. Di conseguenza sono aumentate le bugie che devo raccontare. In casa si è creata una perenne atmosfera di sospetto, e quando Alberto Martinelli il 30 novembre mi telefona per propormi una gita, devo superare molti dinieghi. Questa volta però si dovrebbe andare con l’auto dei suoi genitori. Dopo telefonata tra le due madri, riesco a strappare il tanto desiderato consenso. Andremo a Santo Stefano d’Aveto, e da lì (ufficialmente) in cima al Monte Gropporosso, facile ed erboso.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso (Appennino Genovese): sulla sinistra, il Birillo. Foto: Giacomo A. Turco
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In realtà Alberto ed io abbiamo in programma di andare sì verso il Gropporosso, ma più in dettaglio sul Birillo, dove c’è roccia in abbondanza.

Il Monte Gropporosso è a 2 km di distanza dal Monte Maggiorasca, la vetta più alta dell’Appennino Genovese: assieme costituiscono il grande anfiteatro di Santo Stefano d’Aveto. La roccia è ofiolitica, le cosiddette “rocce verdi”, diabase e serpentino.

Alle 8.50 passano a prendermi. Il viaggio in auto per me è disgraziato, li devo fermare cinque volte per vomitare. Il sig. Martinelli guida con attenzione per la strada a tratti ghiacciata.

Oltrepassato Santo Stefano, andiamo alla frazione Roncolungo. Fine del viaggio. I genitori di Alberto credono che io sia fuori combattimento, ma si sbagliano. Prendo lo zaino e seguo Alberto. Appuntamento alle 16.

Seguiamo il segnavia fino ai Piani Gatera 1269 m, sulla stradina completamente ghiacciata e innevata. Il tempo è bello, con a tratti qualche folata forte di vento.

Veniamo a scoprire che abbiamo la corda, ma siamo senza chiodi. Così l’itinerario 19a che avevamo intenzione di fare non è possibile. Propongo di andare in cima al Monte Gropporosso, in modo da evitare la roccia. Lui invece non vuole rinunciare, e la vince lui.

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Partiamo legati: la nostra meta è una piazzuola sulla cresta sud-sud-est, posta sulla via che avremmo voluto fare, a occhio al di sopra delle maggiori difficoltà (che la guida dà di IV). Saliamo facilmente sulla neve a destra della cresta, ma troviamo poi un punto scabroso. Lo supero io da primo, col pericolo di scivolare sul vetrato. Poi proseguiamo e arriviamo alla piazzuola, a circa 1350 m. Seguiamo il filo, con due camini poco inclinati, assai divertente, un po’ sbattuti dal vento. Arriviamo ad un punto assai esposto: Alberto non si sente di affrontarlo, per via del baratro che abbiamo sotto. Io neppure, causa il gran zaino che ho sulla schiena. Lo lascio lì e passo con meno difficoltà del previsto. Poco sopra gli butto il cordino di Marco Ghiglione (ormai proprietà mia!), così lui gli può attaccare i due zaini. Dopo la manovra, un po’ impacciata perché i sacchi tendono a incastrarsi, gli faccio sicura. Qui le difficoltà sono finite. Mangiamo qualcosa, poi proseguiamo facilmente sulle ultime roccette fino alla vetta. Sulla cima del Birillo 1498 m soffia vento ancora più forte, vediamo molto bene la bastionata della Rocca del Prete e il Monte Maggiorasca.

Sono già le 14.40, perciò ci affrettiamo verso la Forcella del Birillo. Per arrivarvi, dobbiamo superare due o tre lastronate rocciose poco inclinate ma viscide. Ora dobbiamo scendere per un pendio coperto di neve. Parte Alberto0 e raggiunge un alberello. Poi io lo raggiungo e lo sorpasso. Abbiamo un bastone al posto della piccozza, così lo assicuro dopo averlo infilato nella neve in profondità. Lui scende, mi sorpassa e, quando più sotto si ferma gli invio il bastone appeso alla corda sollevata. In queste manovre, non si sa bene come, ci troviamo a ruzzolare entrambi, ma ormai siamo bassi e su terreno non pericoloso.

Ormai slegati, a grandi balzi guadagniamo i Piani Gatera, dove ci fermiamo per un altro spuntino. Tra l’altro qui Alberto tira fuori i ramponi che ha appena comprato e li prova (ma non poteva provarli prima quando c’era bisogno?).

Siamo giusto in tempo per arrivare a Roncolungo alle 16, puntuali. Al ritorno, in auto non ho alcun problema.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso e i suoi itinerari invernali
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Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)

Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)
(dal mio diario)

Il 2 maggio 1961 mi trovavo a casa del mio compagno di classe Luigi Sciabà per programmare una gita al Monte Becco. Scaturì l’idea di fare un bel gitone di due giorni da qualche parte. In seguito conobbi Marco Ghiglione, ne parlai anche con lui, ben lieto di essere coinvolto.

Il 10 maggio 1961 Marco venne a casa mia con un mazzo di carte militari, avevamo già una mezza idea del cammino da fare.

Abbiamo tracciato l’itinerario, cosa che ha richiesto molto tempo, fino a sera. Ci andavano il 2 e il 3 giugno, giorni consecutivi di festa: ma poi non abbiamo potuto. Passò l’estate, eravamo tutti distanti.

Siamo al 14 gennaio 1962: vado a casa di Marco con l’intenzione di progettare ancora più precisamente la gita, con le località e l’ora di passaggio, le varie altezze, le distanze in km e, infine, le ore di passaggio secondo altre forze. Ma qui devo spiegare cosa erano per noi le “forze”.

Marciando si può camminare più o meno velocemente, perciò con forza 1 si fa 1 km in 20’, con forza 2 si fa 1 km in 18’… con forza 4 siamo a 16’, con forza 6 a 14’, con forza 8 a 12’, con forza 10 a 10’… fino al massimo concepibile, forza 21, con la quale si fa 1 km in 5’45”.

Riporto qui il percorso ufficiale della gita (parte 1)
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(parte 2)
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Come si vede, la gita è programmata con un tempo di due giorni e mezzo, su proposta di Marco. Siccome l’itinerario definito passava non solo sulle creste ma anche in costa e dato l’elevato numero di vette, per non cadere nella tentazione di evitarne qualcuna, abbiamo assunto questo motto in latino: hostinato rigore.

Tutto era pronto, mancava solo la data. Per vari impegni si era pensato a dopo la fine della scuola, ma poi ci vennero in soccorso quattro giorni di sciopero dei professori, dal 22 al 25 maggio 1962.

Dato che non era confermato lo sciopero, la mattina del 22 andammo ugualmente a scuola per vedere come si mettevano le cose, anche perché la partenza da piazza della Vittoria della nostra corriera era alle 16.30.

Confermato lo sciopero, siamo andati a casa per prepararci. Il mio zaino (nuovo) alla fine pesava 22 kg. Fatte le prove di come portarlo, e constatato che era cosa da bestie, mi son messo a leggere Ombre di cera, un giallo di Ursula Curtiss.

Al luogo dell’appuntamento giunge anche Marco, carico come un somaro perché in più aveva la tenda. Mentre aspettiamo la partenza, lo strillone del Corriere Mercantile ci urla che è uscita la prima edizione. Con quella, assorbiti nel Giro d’Italia, perdiamo tutta la prima parte del viaggio. A Prato acquistiamo interesse per il paesaggio, con i molti tornanti arriviamo a Bargagli, “u Bargaggi zeneise”. Dopo il passo della Scoffera e Laccio arriviamo a Torriglia. Ci raccomandiamo al bigliettaio che fermi il pullman a Costamaglio e ci faccia scendere.

Costamaglio non è più di due-tre case. Una volta a terra, prendiamo in mano subito la carta militare Rovegno: in fondo a questa valle, abbastanza cupa, scorre il Trebbia, verso il Po.

Profilo altimetrico
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Ecco l’inventario di tutto ciò che ho. Addosso a me, maglietta a mezze maniche, camicia, pool-over senza maniche, orologio (mezzo scassato), mutande, pantaloni lunghi di tela color marrone chiaro, calze, calzettoni di lana, scarpe a suola vibram; nello zaino, coperta che funge da saccopiuma, coperta di rinforzo, scatola di plastica contenente un pollo arrosto intero e del prosciutto, otto panetti, sette arance, una borraccia da litro senza acqua, barattolo di vetro con sei pezzi di cioccolata e zollette di zucchero, il fornello a spirito di Marco, una torcia elettrica, una lanterna elettrica a più luci, macchina fotografica, scatola di formaggini Milkana, due barattoli di pesche sciroppate, un succo di albicocca, cinque birre, una bottiglietta di alcol, bussola, asciugamani, giacca a vento, maglione, impermeabile, thermos con mezzo litro di latte, cassetta dei medicinali, cordicelle varie, orario ferroviario, busta delle posate, coltellino con accessori, lente, metro a nastro, forbici, notes, matita, portafogli, pettine, saponetta, distintivo del CAI e relativa tessera, fazzoletto da naso, batteria di ricambio, guanti di lana, berretto di lana, due bustine di tè.

Marco ha, in particolare, la tenda, le carte militari, il siero anti-vipera e un coltello da far paura.

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Alla partenza, alle 18.30, Marco fa scattare il cronometro. Scendiamo verso il torrente-fiume Trebbia, proprio dove questo fa un notevole gomito. In pratica siamo sulla cresta del dosso che costringe il fiume a questa ansa.

Il posto, assai bello, lo sarebbe molto di più se non fosse immerso nella nebbia, con una visibilità ridotta a circa 50 metri.

Attraversiamo il Trebbia su un ponte di legno e prendiamo una strada che ci si para davanti. Chiachieriamo del tempo o cose simili e non ci accorgiamo che la strada sale tanto da abbandonare il fondovalle, mentre noi, per raggiungere le Case Seretti, che sono prima delle Case Berbotti, avremmo dovuto stare al fondo. A una curva, controllando sulla carta, vediamo che la strada ci porterebbe a Santa Brilla… non possiamo far altro che tornare indietro. Ma ben presto ci accorgiamo che i guai sono appena incominciati. La nebbia si sta facendo più fitta, la sera si avvicina. A un certo punto la strada attraversa inaspettatamente il rio di Bocco, che stiamo costeggiando. Non era previsto. Di ciò ci allarmiamo assai. Torniamo sui nostri passi ma non vediamo alcun sentiero alternativo. Solo una specie di traccia, che seguiamo con scarsa convinzione, che poi si perde. Torniamo ancora indietro, passando per una frana, volendo fare lo spiritoso, cado rovinosamente per terra insozzando la carta militare che ho in mano. Finalmente di nuovo al rio di Bocco e prendiamo il sentiero che passa sull’altra sponda, lo seguiamo un po’ fino a vedere una specie di laghetto. Come facciamo ad attraversare? Fossimo senza sacchi sarebbe facile, ma con carichi simili… Buttiamo in acqua dei sassoni per poterci passare sopra. Passato per primo io, prendo gli zaini che mi porge Marco con infiniti stenti, poi è la sua volta. Ripreso il sentiero, arriviamo a un bivio non presente sulla carta. Capiamo di essere ancora fuori strada, ma non ne veniamo a capo. Probabilmente siamo un po’ dopo la confluenza con il rio di Giassina. Propongo di salire su a sinistra in modo da arrivare comunque alle Case Seretti o alla Case Bortotti. Dopo aver esplorato i dintorni per snidare un qualunque sentiero, prendiamo su per un versante ripido e cosparso di erba e cespugli spinosi. Penoso. Arrivati quasi in cresta, su erba, scorgiamo un casolare. Controllo sulla carta e gioisco: il casolare c’è, ed è un po’ più a ovest e poco più basso delle Case Berbotti. Avanziamo in costa e finalmente siamo sulla dorsale. Non si vede nulla per la nebbia, ma c’è una stradina che va in su. La prendiamo e dopo qualche minuto vediamo delle case. Le raggiungiamo e chiediamo a un essere vivente dove diavolo siamo. Ci viene risposto Pian della Chiesa!

Grande sconforto ci prende, perché siamo completamente fuori percorso, perfino su un’altra dorsale. Quello che credevamo essere il principio della valle del rio di Giassina era invece l’accesso alla valle del rio di Bocco. E, per colmo, anche sotto e a ovest del Pian della Chiesa c’è un casolare!

Il contadino, vedendoci in difficoltà, ci indica la strada da prendere. Orrendo a dirsi! Nel nostro vocabolario non c’è la possibilità di chiedere a qualcuno la strada! E ci dice anche di fare attenzione a non sbagliare e andare verso le Case Posasso.

– Il bivio – ci dice – è a duecento metri da qui.

Partiamo ringraziandolo, ma giunti al bivio prendiamo a sinistra, cioè sbagliamo di nuovo. La spiegazione la devo a un mio errore e solo mio. Guardando la carta, credevo che la cresta della dorsale a destra idrografica del rio di Bocco e a sinistra delle Case Scorticata: in base a questo il percorso per Barbagelata (nostra meta) avrebbe dovuto essere in fondovalle e le Case Posasso sull’altro versante. Invece la strada per Barbagelata è sulla cresta, le case Posasso sono a destra (idrografica) di questa e le Case Scorticata a sinistra. Per questo errore non vedo attenuanti.

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Dunque scegliamo quel percorso pensando erroneamente che a un certo punto ci saremmo trovati in fondovalle. Invece il tracciato ci porta a sinistra, e questo ci pone molti dubbi. Frattanto la nebbia s’infittisce ancora, e la stanchezza, con il morale a terra e con il peso degli zaini, si fa sentire. Il luogo è boscoso, per di più. Grandi alberi di castagno ci sovrastano, contribuendo ad accelerare l’oscurità. Sono le 20.20. Finalmente il bosco finisce e ci troviamo davanti a un casolare. Sulla carta, accanto alle Case Scorticata, non figura alcun casolare. Questo è piuttosto lungo e stretto, in rovina nella parte posteriore. Avanziamo un po’ in salita e ci fermiamo, orribile a dirsi, per consultare la bussola, perché ora non solo non sappiamo dov’è il sentiero, ma non sappiamo neppure dove è il nord, sempre per quel mio errore. Seguiamo una specie di crestina erbosa dove appare un sentiero. Ora ci sembra di udire delle voci e un abbaiar di cani. Sempre credendo di essere vicini alle Case Scorticata, ci buttiamo verso l’alto in direzione dei rumori. Scorgiamo le case solo quando siamo a 15 metri. Salutiamo una donna e le chiediamo dell’acqua, che ci servirà per fare da mangiare. Quando quella torna con l’acqua, le chiedo se quelle sono le Case Scorticata, ma risponde che siamo alle Case Posasso e che per andare a Barbagelata bisogna prima salire per il sentiero lì vicino e poi seguire la cresta.

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Ringraziamo e iniziamo a camminare. Alle ultime luci ci fermiamo per controllare sulla cartina, accorgendoci così finalmente dell’errore commesso. Ritroviamo così la strada giusta, quella che avevamo lasciato per sbaglio subito dopo Pian della Chiesa. Dopo una mezzora ci ritroviamo su una specie di colle, che vediamo sulla carta essere vicina sia a Barbagelata che a Costafinale.

Ormai però non vediamo più nulla, è notte. Perciò scendiamo di poco a una radura per piantare la tenda. Sono le 21.30. Mentre uno fa luce, l’altro erige la tenda, con il copritenda, perché il tempo non promette nulla di buono. Poi ci buttiamo sulle cibarie con una fame da lupi. Finiamo con una camomilla, poi tiriamo su le cartacce i gusci d’uovo sodo con i quali abbiamo insozzato davanti a noi. Quindi ci ritiriamo in tenda, io con la mia coperta lui con il sacco sintetico, e facciamo il punto sulla situazione. Decidiamo la sveglia per le 5.00, per andare a Barbagelata. E da lì faremo forzosamente il Monte Larnaia e il Monte Bocco, quelli che avremmo dovuto fare oggi. Poi torneremo a Barbagelata e tutto proseguirà come da programma.

Spegniamo le luci, lui sicuro di dormire perché abituato, io sicuro di stare sveglio. Dopo un po’ di rimescolii dalla sua parte, alla fine tutto tace. Io faccio tutto meno che dormire: mangio, guardo fuori della tenda (accorgendomi tra l’altro che la nebbia si è dissolta). Riesco a dormire sì e no due ora, poi alle quattro non dormo più. Il mio compagno sembra un sasso. Decido di vestirmi e di uscire. Il tempo è bello, il sole sta sorgendo, vedo anche un paese, che riconosco per Costafinale. Passeggio un po’, aspettando che il dormiglione si svegli.

Fatta colazione e sbrigate le ultime faccende, leviamo la tenda e partiamo. dalla colletta di ieri sera vediamo Barbagelata, il M. Larnaia e il M. Bocco che nel frattempo abbiamo deciso di non fare perché perderemmo troppo tempo, tra andata e ritorno. Siamo mezz’ora in anticipo e filiamo verso Barbagelata dove, a una fontana, ci laviamo. Ben sgrassati e ripuliti, ripartiamo alla volta di Costafinale. Dopo la Cappella incontriamo un contadino con un mulo. Ci salutiamo e ci chiede se eravamo noi quelli con la tenda rosso-arancione. Gli rispondiamo di sì e, dato che lui va al paese e noi invece al Monte Pietrabianca, ci separiamo. Il Monte Pietrabianca 1198 m è un monticiattolo erboso che facciamo con poca fatica. Da qui riconosciamo il Monte Posasso in lontananza e ci mettiamo subito in cammino. L’anticipo è sempre di 29-30 minuti, ma fatichiamo a conservarlo. Giunti alla base del cespuglioso Posasso, lasciamo la mulattiera e scarpiniamo verso la vetta tra macchie di noccioli. Poi per prati alla vetta, a 1236 m. mentre Marco si scarica la pancia del sovrappiù, io mangio un’arancia. Riconosciuto il Monte Collere, ripartiamo. Alla Cappella della Cardenosa facciamo una breve sosta per mangiare un po’ di zucchero. Ripartiamo. Alla base del Collere, un sentierino lascia il principale. Noi lo seguiamo e dopo un po’ siamo in vetta, a 1288 m. Il panorama è vasto, ma un po’ offuscato. Sotto di noi c’è il Passo della Rocca e lo oltrepassiamo con soli 15’ di anticipo. A noi sembra di filare come dannati, ma si vede che abbiamo sbagliato qualcosa. Procediamo in discesa, verso il Lago della Nave, invaso da un’infinità di girini; poi ripartiamo per il Monte Laghicciolo 1259 m, che oltrepassiamo soffrendo la calura. Scendiamo alla Cappella Fregarolo 1203 m, dove succhiamo altri zuccherini. Sempre più fiacchi per il ritmo, ripartiamo per il Monte Garba 1326 m che raggiungiamo alle 10.45, con soli cinque minuti d’anticipo. Scendendo al Passo del Gifarco 1264 m perdiamo la strada. Dopo aver vagato qua e là, c’incamminiamo tra sterpi e rovi con il pensiero fisso alle vipere. Al passo non ci fermiamo e proseguiamo per l’omonimo Monte Gifarco. A questo punto Marco e io discutiamo perché lui non ci vuole andare.

– Ricordati dell’hostinato rigore – gli dico. Mi dà ragione. In seguito ci accorgeremo che il Monte Gifarco non l’avevamo neppure messo in programma!

Comunque alle 11.30, dopo una scalata di roccia mista a terra che ha rappresentato una delle cose più belle della giornata, ci ritroviamo in vetta al Gifarco. Da qui possiamo vedere Fontanigorda.

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Avevamo stabilito di pranzare alle 12.30, ma anticipiamo per la fame da lupi che ci ritroviamo addosso. Scendiamo per il versante nord, per una ripida scarpata, e ci ritroviamo di fronte al Monte Roccabruna 1418 m che saliamo senza difficoltà. Ripartiamo, ma dopo neppure duecento metri ci fermiamo a controllare la carta. Non sto a farla lunga, ma bisogna dire che abbiamo perso di vista il Passo d’Esola, abbiamo traversato coste e canaloni nella boscaglia, a lume di naso. A un certo punto siamo costretti a riconoscere d’esserci un po’ persi. Abbiamo creduto di riconoscere i due passi, d’Esola e di Ertola, ma non era così. Poi Marco, passando sotto un monte roccioso, crede di riconoscere il Monte Gifarco. Questo vorrebbe dire che stiamo tornando indietro! Ma procediamo fiduciosi e, dopo un bel po’ di cammino, ci ritroviamo davanti a una cappelletta… Guardiamo affannosamente sulla carta che non riporta, nel punto in cui crediamo d’essere, alcuna cappelletta. Scorgo un paesino in basso a sinistra, ma sulla carta non c’è. Si accentua il sospetto di essere tornati sui nostri passi alla Cappella Fregarolo. Io mi rifiuto di crederci, ma Marco me lo dimostra: 1) nei pressi della cappelletta, c’è una cartina di zucchero, quello che avevamo mangiato alla mattina; 2) sulla carta, rispetto alla cappelletta, è segnato il paese che si vede; 3) ci sono le nostre impronte!

A questo punto ci diamo alla disperazione più nera, non sapendo neppure spiegarci l’accaduto. Anche in seguito proveremo a capire, senza successo.

Intanto ora decidiamo il da farsi. Non si può tornare ancora una volta al Roccabruna, così decidiamo di scendere a Fontanigorda. Da lì a Rovegno, poi a Gorreto, fino a pernottare alle pendici del Monte Alfeo, come avremmo fatto nel programma iniziale passando da Ottone. facendo così avremmo recuperato il tempo, perché saremmo passati per la carrozzabile invece di salire i monti Montarlone, Oramara, Dego, Spinarola e Veri. Stiamo letteralmente smaniando arrabbiatissimi per la soluzione di ripiego. Scendiamo a Casoni e poi arriviamo di fronte a Fontanigorda, separati dal paese da una valletta. Decidiamo di prendere un sentiero per tagliarla. Mai l’avessimo fatto! Il prezzo che paghiamo è l’affrontare una lunga distesa di sterpi e rovi. Ma giunti alla SS 45 finalmente possiamo andare veloci. Dopo un sacco di km arriviamo a Gorreto alle 18.50. La gente ci guarda come bestie rare mentre facciamo qualche acquisto alimentare. Alla fine, alle 19.10, ripartiamo per un largo e ripido sentiero nella macchia. E’ il colpo di grazia. Arriviamo a Bertone con gli occhi che si stanno chiudendo. Ore 20.30. Prendiamo acqua da una fontana e saliamo ancora qualche decina di metri per cercare una radura. Mentre Marco pensa all’alloggio, io penso al vitto, cucinando cibo per maiali: apro le uova credendo siano sode. Impiego un mucchio di tempo, imprecando, a togliere la scorza. Le butto nel tegame, assieme al tonno. Mangiamo insieme nello stesso tegamino. poi ingurgitiamo anche altra roba, che ora non ricordo.

Poi crolliamo in tenda.

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Sveglia ancora alle 5.00. Mi alzo per primo e vado per latte nel paesino di Bertone. Giro un po’ per le casupole ma non vedo nessuno. Poi però vedo una donna che sta mungendo in una stalla. Mi dice di tornare tra un po’, che per allora avrà finito di mungere e filtrare il latte. Torno alla tenda, mangiamo qualcosa guardando la carta. Poi torno dalla donna con la borraccia. Un litro di latte cento lire. Mezzo a testa, con il cacao, una bontà.

La strada ora è larga, ripida e piena di ciottoli che ti fanno scivolare. Siamo un po’ lenti e ci alterniamo davanti. Continuiamo nei castagneti (adesso per lo meno siamo all’ombra) e la mulattiera si fa sempre più brutta e meno battuta. Infine usciamo su prati in cui stanno pascolando delle pecore, ma di pastori non v’è traccia. Di strade neppure, ma a noi basta seguire il costone erboso per arrivare con molta fatica sul Monte Alfeo 1651 m, dove sorge una grande statua alla Madonna. Il panorama è delizioso, sul Lésima, sul Cavalmurone e anche sul Carmo e l’Àntola, che sono in programma per oggi. Dopo alcune foto e una birra, scendiamo. Il terreno è uguale a quello in salita, ma rivolto a sud-ovest. Oltrepassiamo il Monte Cappello 1378 m, poi però si deve salire più decisamente, in pieno sole. A una selletta sostiamo abbastanza stanchi, poi riprendiamo verso il Monte Pecoraia 1384 m che raggiungiamo non prima di esserci buttati per una creduta scorciatoia rivelatasi invece un ginepraio di rovi e sterpi. Prendiamo la mulattiera per le Capanne Carrega, ma poi deviamo per pendii ripidi ed erbosi verso il Monte Carmo. Strasciniamo i passi, procediamo colubridamente. Cercando la via più diretta le gambe non ci reggono più, ci abbandoniamo alla sosta, lo stomaco reclama cibo ma glielo neghiamo fino a che non saremo arrivati alle Capanne di Carrega. Arriviamo sulla cresta, molliamo qui gli zaini perché ripasseremo da qui. Saliamo con la sola forza di volontà. I piedi dolgono, polpacci e ginocchia non reggono, il morale è basso. Stiamo per fermarci di nuovo, ma ci ritroviamo inaspettatamente in vetta al Monte Carmo 1640 m, un pianoro di circa venti mq.

Per gravità, ritroviamo gli zaini e proseguiamo per le Capanne di Carrega. Qui c’è un rifugio del CAI abbandonato e un’osteria. Entriamo.

Nessuna traccia del padre di Marco che dovrebbe essere lì ad aspettarci. Compriamo delle birre e delle gazose e ci ritiriamo nella pace dei campi a mangiare. Ma un cane e una mucca fanno la posta al nostro cibo!

– Pussa via, bestiaccia! – e giù un sasso. Niente, sono sempre qui. Così traslochiamo ad altro posto, più ombroso. Siamo in una radura di castagne al fresco più delizioso, quand’ecco di novo il simpatico cane e l’ossessiva vacca. Emigriamo ancora, salendo su un poggio. E chi vediamo? Il padre di Marco e tre amici suoi! Dopo i saluti entusiasti ci offrono della cioccolata. Noto i binocoli di Elio Ghiglione, meravigliosi. Con quelli vediamo la cima dell’Alfeo salita questa mattina: sembra lì. Scherzando e ridendo raccontiamo quello che ci è successo. Vengo a sapere che uno dei tre, Gian, è appassionatissimo di montagna ed è stato sul Monte Bianco il 9 agosto 1952: e quest’anno vorrebbe rifarlo per il decennale. E’ un camminatore formidabile e pochi gli stanno dietro. Gli altri due invece sono escursionisti più tranquilli: uno è piuttosto anziano e l’altro mi è antipatico. Dopo altre risate per l’acquisto all’osteria di un vino particolarmente schifoso, ripartiamo. Seguiamo per un pezzo la strada, poi ci stufiamo e seguiamo la cresta: io, Marco e Gian per primi, gli altri dietro. Oltrepassiamo la vetta del Monte Pio di Brugneto 1475 m. Frattanto Marco, che ha il sacco un po’ più pesante del mio, resta indietro e io invece seguo tenacemente Gian, il quale sale imperterrito le due anticime del Monte delle Tre Croci e si trova poi in cima (a 1565 m) seguito a 50 metri da me. Al successivo Passo delle Tre Croci ritroviamo Marco che ha scartato questa cima per la stanchezza e ha seguito il sentiero. Gian inizia una marcia, per me disperata, verso il Monte Àntola. Vuole dare la polvere a tutti, ma io non mollo e gli tengo dietro come posso. Camminiamo a questo ritmo per circa 30 minuti, quando ci ritroviamo sul costone finale dell’Àntola. Mi precede in cima, a 1597 m, con due minuti di vantaggio. Ah, se fossi appena partito, se non fossi sfinito da questi due giorni… gliela farei vedere io!

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Dopo 10’ arriva Marco, poi arriva l’altra metà della truppa. Scendiamo al rifugio Musante. Ci sediamo e ordiniamo salame, formaggio, cioccolata e tutto quello che ci è avanzato negli zaini. Dopo il caffè, iniziamo a scendere per Torriglia. Io non ho ancora intenzione di smettere la mietitura di vette, così chiedo a Gian (perché Marco non ne ha più voglia) di accompagnarmi sul Monte Cremado 1512 m. Lui mi risponde: – Guarda, per me va bene. Solo che io seguo solo la cresta. In cima non ne ho voglia, perché ci sono già salito.

Gian ed io ci separiamo dal gruppo, poi io mi stacco da Gian e filo vero la cima, che raggiungo con sforzo. Mi butto giù a raggiungere Gian che a quest’ora chissà dov’è. Riesco a raggiungerlo. Ci ricongiungiamo al gruppo, ma poi lo abbandoniamo di nuovo, lui per costeggiare e io per salire il Monte Duso 1450 m che raggiungo da solo allo stremo delle forze.

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Appena calpestato il punto più alto mi precipito in discesa per cercare di raggiungere quel delinquente (si fa per dire) di Gian che è già molto lontano. Lo raggiungo, ma non smettiamo di correre perché pensiamo che il gruppo da lì sia già passato. Cosa non vera, dopo il Colletto ci raggiungono loro!

Vi è ancora il Monte Preda da salire, ma non trovo la volontà di farlo e perciò procedo assieme agli altri fino al Passo dei Colletti. Da lì, volata finale fino a Donetta, frazione di Torriglia. Gian è davanti a me di trecento metri. Lo seguo ostinato. Dietro di me, a 500 metri, il gruppo. E questo è l’ordine di arrivo a Dunetta.

In auto, salgo assieme a Gian. In discesa sui tornanti dal Pian della Scoffera lo prego di fermarsi: devo vomitare!
A Genova, Gian mi lascia in via Monte Zovetto. Via Rodi dove abito io non è distante, ma il tragitto è penoso. Sono così stanco che non faccio neppure cena.

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Punto altimetrico più alto: Monte Alfeo 1651 m.
Cammino a piedi: km 80,200.
Tempo impiegato camminando: ore 23.
Notti in tenda: 2 (la prima nel punto 32TNQ18962648 e la seconda nel punto 32TNQ21414132.

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