Posted on Lascia un commento

Un’avventura d’altri tempi

1a solitaria sulla via dei Fiorentini al Monte Nona
Nelle Alpi Apuane, proprio accanto al famoso torrione del Procinto, la parete sud-ovest del Monte Nona “è rimasta per anni una sfida aperta, respingendo ogni tentativo di salita, e creandosi il mito di parete impossibile. Anche i fortissimi fratelli Sergio e Vinicio Ceragioli, che dagli anni ‘30 per alcuni decenni hanno dominato la scena apuana, spostando con ogni impresa il limite dell’impossibile, erano capitolati di fronte all’incubo giallo di questa parete, e fu solo molti anni dopo, con l’avvento del chiodo a pressione che si fece luce una possibilità di salita con successo (Stefano Nesti)”.

Proprio alla guida alpina Stefano Nesti rimandiamo per la lettura del suo interessante Poker d’Assi.

La parete sud-ovest del Monte Nona
AvventuraAltriTempi-Fiorentini4

 

Un’avventura d’altri tempi
di Alberto Benassi

I 250 metri del “formidabile appicco giallo-rossastro… (1)” della parete sud-ovest del Monte Nona mi ricordano, anche se in forma ridotta, la ben più famosa parete rossa della Roda di Vaèl che, come questa, è stata teatro dell’assassinio dell’impossibile con le salite a goccia d’acqua realizzate negli anni ‘60 e ‘70 quando vi vennero infissi anche più di 200 chiodi a itinerario, con largo uso del piccolo ma invincibile chiodo a pressione.

Nel 1959 è il lucchese Annibale Simonetti insieme al versiliese Gabriello Barsi, ad aprire le danze. Sale il primo tratto del Canalino Allegri posto all’estrema sinistra della parete, per poi spostarsi a destra lungo una cengia, quindi con chiodi e cunei di legno supera una strapiombante fessura che incide le compatte placche del settore sinistro della parete. E’ solo il primo assaggio, “ma il problema del gran muro strapiombante, che costituisce il più della parete che veniva considerato impossibile, fu risolto soltanto allorché intervenne il salto qualitativo rappresentato dal chiodo a pressione (1)”.

“Qualitativo”… fu veramente un salto di qualità, un passo in avanti? Oppure la lancetta dell’alpinismo, con quelle salite, si è fermata per alcuni anni? Messner nel 1968 nel suo famoso articolo L’assassinio dell’impossibile fu categorico: “

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato (…) La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile (2)”. Insomma si trattava della morte dell’alpinismo.

Emilio Dei in arrampicata sulla via dei Fiorentini, prima ascensione
AvventuraAltriTempi-NonaFiorentini1

Nel 1966, riprendendo un tentativo del fiorentino Giancarlo Dolfi e compagni, i fratelli liguri Eugenio e Gianluigi Vaccari finalmente espugnano la parete superandola al centro aprendo la via SUCAI meglio conosciuta come “la Vaccari”.

Un anno dopo questa via è addirittura ripetuta dal fortissimo alpinista trentino Marino Stenico in cordata con Aldo Gross. Scrive Gross: “In aprile ero stato sulle Alpi Apuane con l’amico Dante Colli (…) In particolare mi aveva colpito dalla cima del Procinto la vista sulla rossiccia, calcarea parete sud-ovest del Monte Nona costituita dallo spavaldo taglio di un unico lastrone strapiombante che sovrasta l’Alpe della Grotta. Proposi a Marino una visita a queste montagne (…) In breve ci trovammo in quell’ambiente inconsueto, con già alle nostre spalle ospitali borghi dispersi in profondi castagneti, a salire tra forre e “voltoline”, per una piacevole mulattiera nel bosco sino al Rifugio Forte dei Marmi (…) A tardo pomeriggio uscimmo dal rifugio diretti alla parete percorsa allora da un unico itinerario aperto dal 21 al 23 maggio 1966 da Eugenio e Gianluigi Vaccari della Sezione Ligure. Il sentiero che porta alle pareti del Monte Procinto passa sotto lo spacco verticale del Nona, sono pochi minuti, ma bastano perché ci raggiunga un sorpreso commento: “Ma dove credono di andare alla loro Età…”. Per la verità in buona parlata toscana ci definirono vecchi (…). Sull’ultimo chiodo, Marino si sporse, tutto all’indietro sull’abisso, e, contro il cielo, strappando un applauso, con un gran gesto della mano, salutò con il rosso berretto l’attonita folla, in beffardo spiritosissimo commento (3)”.

Più a destra, paralleli alla Vaccari, nel 1969 sulla verticale della punta più alta della parete detta “la becca”, salirono Agostino Bresciani e Mario Piotti aprendo la via Licia, che dedicano alla futura moglie di Agostino che allora aiutava la mamma nella gestione del rifugio Forte dei Marmi. Negli anni a seguire la via Licia diventerà la classica della parete. La sua ripetizione sarà motivo di vanto.

Il 3 e 4 luglio 1971, sulla sinistra della via SUCAI, i fiorentini Giovanni Bertini, Emilio Dei, Michele Lopez e Mario Verin terminano di tracciare l’impegnativa via dei Fiorentini. Bertini racconta: “Abbiamo provato con successo un attrezzo che consentiva di chiodare più lontano e con una postura più rilassata. La staffa rigida che con Andrea Bafile costruimmo in quel di Firenze, nell’ambiente dei rocciatori sembrò una esperienza leonardiana. Il Bafile, che ebbe la soddisfazione di vedere dal basso la conclusione di questa salita, regalò a Giustino Crescimbeni un lungo gancio di ferro per la sua eventuale ripetizione. Scherzi a parte, di quella esperienza porto in ricordo tanta fatica ma anche la soddisfazione di alcuni tratti in libera che erano stati preventivati dalle osservazioni preliminari“.

Gli stessi Bertini e Verin, il 24 ottobre 1971, dovendo scendere dalla vetta del Nona, non trovano di meglio che percorrere la via Licia arrampicandola in discesa.

Alcuni anni dopo ancora più a destra della via Licia, oltre i grandi e gocciolanti neri strapiombi, al limite della parete superando un settore giallastro fortemente strapiombante, i versiliesi Agostino Bresciani, Alessandro Angelini, Mario Rosi e Luciano Sigali, aprono la via Corrado che dedicano al figlio di Agostino.

Sempre in quegli anni si parla anche di un tentativo fatto ai grandi strapiombi gocciolanti addirittura dai Ragni di Lecco. Ma sarà realtà o leggenda…?

Con l’apertura della via Corrado si chiude il ciclo delle vie in artificiale sul Nona. Negli anni a seguire, l’artificiale, almeno da noi, passerà di moda e le staffe verranno ‘appese al chiodo’.

4 luglio 1971. In vetta al Monte Nona, dopo la prima ascensione della via dei Fiorentini. Da sin: Michele Lopez, Emilio Dei, Giovanni Bertini e Mario Verin. E’ visibile la staffa rigida di concezione Bafile-Bertini
AvventuraAltriTempi-NonaFiorentini9

 

La parete per molti anni cadrà nell’oblio, salvo qualche sempre più rara ripetizione di qualche vecchio affezionato, fino all’inizio degli anni ‘90 quando con l’avvento del trapano, sarà riscoperta in chiave diciamo… moderna? Ma questa è un’altra storia…

Attratto dall’indiscutibile fascino della parete e dalla storia scritta sui suoi strapiombi dai più forti alpinisti apuani degli anni ‘60 e ‘70, nel corso degli anni ho ripetuto tutti gli itinerari artificiali, alcuni anche più volte, tra cui anche la prima solitaria alla via Corrado, inaugurando una bella e aerea variante di discesa in doppia. In verità, quella volta ero partito per fare da solo la via dei Fiorentini, ma poi mentre salivo verso l’attacco, evidentemente poco convinto, ecco farsi viva la ‘vocina interiore’… e così, sceso a più tranquilli compromessi, mi diressi alla più breve via Corrado.

La via dei Fiorentini no! È pericolosa” … Mentre sto camminando verso l’attacco mi ritornano in mente le parole della Silvana, che per tanti anni assieme al Gigino e ai loro figli furono gli indimenticati gestori del rifugio Forte dei Marmi per me diventato per tanti anni quasi una seconda casa, dove fui trattato come uno di famiglia.

Quella volta con suo figlio Renato, mentre salivamo verso la parete si parlava della via dei Fiorentini dove poco tempo prima aveva fatto un volaccio il (4).

Forse perché parlavamo un po’ ad alta voce, forse complice il vento che portò le nostre parole fino al rifugio, sta di fatto che la Silvana ci sentì e senza tanti complimenti ci minacciò: ”Se solo ci provate vi prendo tutti e due a granatate! (la granata è un particolare tipo di scopa, NdR)”.

Come potrei dimenticare la Silvana e il Gigino. La prima volta che arrivai all’Alpe della Grotta con altri due amici e vidi il Procinto, se non ricordo male era il 1977, manco sapevo che monte era. Al rifugio, dove comprammo un pane e un bottiglione di vino bianco, interrogai il rifugista, un ometto dall’aspetto un po’ buffo, il Gigino.

“Ma che monte è quello lì?” e lui piuttosto sorpreso della mia ignoranza e con il suo tipico accento stazzemese: Oh bi di duve venite. E’ il Procinto”.

La Silvana, che aveva un occhio di riguardo per tutti gli alpinisti, era una donna generosa ma energica, era la vera padrona del rifugio, e sicuramente sarebbe passata dalle minacce ai fatti. Così senza tanti indugi, quel giorno, con Renato cambiammo idea e andammo a scalare sul Procinto.

Chi l’avrebbe mai detto che, dopo tanti anni, sarei stato qui al buio seduto sullo zaino ad aspettare un po’ di luce per poi tentarne la ripetizione in solitaria?

Che ne penserà la Silvana? Sicuramente scuoterà la testa e agiterà la granata… Questo itinerario, che sale diretto all’anticima della parete sud-ovest del monte Nona con una scalata essenzialmente in artificiale e con alcuni delicati tratti in libera, è sempre stato temuto e quindi meno ripetuto rispetto agli altri.

Certamente non si tratta di un itinerario alla moda, visto lo stile di scalata che fa sì che oggi queste vie siano raramente ripetute. Credo che molti ne ignorino persino l’esistenza, ma a me questo non interessa, anzi, è quasi uno stimolo. Le vie un po’ strane e poco ripetute mi hanno sempre attirato.

Sono qui per vivere la parete attraverso una piccola e personale avventura, è questo ciò che conta!

Sono le cinque del mattino dell’8 settembre 2012. Parcheggio la macchina che è ancora buio pesto, così accendo la frontale e m’incammino lungo l’oramai familiare sentiero che, attraverso il bosco porta all’attacco della via. Quante volte l’avrò percorso in tutti questi anni per andare a scalare sull’amato Procinto? Ho perso il conto.

Camminare nel bosco di notte regala una sensazione particolare. L’udito si acutizza e si concentra su ogni minimo rumore a cui di giorno non faresti minimamente caso. Ho portato con me parecchio materiale e lo zaino pesa ‘a bestia’. Così salgo con calma, la giornata sarà faticosa e non mi voglio certo stancare ancor prima di arrivare all’attacco.

AvventuraAltriTempi-Fiorentini-2012.09.08 solitaria via del AvventuraAltriTempi-Fiorentini M. Nona 017

Alle sei sono alla base della parete, ed è ancora buio! Mi metto ad aspettare che schiarisca un po’. Intanto preparo l’attrezzatura per la scalata. Devo farlo con attenzione, mettendo a portata di mano tutta l’attrezzatura in modo che, durante la salita, non si creino degli intoppi. In particolare devo disporre bene la corda nel sacco in modo che scorra senza che si aggrovigli, dato che non ho un compagno che mi possa aiutare.

Anche questo fa parte delle preoccupazioni di uno scalatore solitario. Il bello delle solitarie è che devi contare solo su di te. Tutto è tuo: decisioni, rischi, fatica ma anche gioia.

Prima di partire faccio una foto allo zaino con sopra la ranocchia che mi ha dato la Sabrina come porta fortuna, poi la metto dentro perché non voglio rischiare di perderla durante il recupero dello zaino.

In solitaria sulla prima lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona
AvventuraAltriTempi-Fiorentini1

Il primo tiro è breve e porta in cima a un pilastro. Non seguo la via originale che passa alla destra del pilastro; salgo invece direttamente lungo una fessura strapiombante dove ci sono alcuni chiodi.

Con un breve tratto in libera arrivo sotto la fessura. Il primo chiodo è alto e non ci arrivo, così passo un cordino strozzato intorno a delle fraschette e mi assicuro, ma non c’è da fidarsi troppo. Voglio assicurarmi meglio così cerco di mettere un chiodo ma lo perdo! Cazzo: inizio bene! Non ne ho portati tanti, solamente sei, e se già al primo tiro inizio a perderli…

Ritento e ci riesco. Adesso sono più tranquillo e con una staffa raggiungo il primo chiodo della via. In breve sono in cima al pilastro dove c’è una vecchia sosta.

Non mi fermo. Ho 60 metri di corda che dovrebbero essere più che sufficienti, così decido di proseguire unendo anche il secondo tiro.

Adesso però devo stare più attento. C’è da fare, verso sinistra, un insidioso e non facile tratto in libera su roccia friabile.

Passo un cordino intorno a un piccolo ginepro, mi sposto un po’ a sinistra su roccia gialla friabile, poi riesco a mettere un buon chiodo.

Mi alzo delicatamente sfruttando una lama che suona a vuoto e finalmente arrivo a un chiodo. È un buon chiodo: salvo! Ma visto che è il primo dopo diversi metri non mi fido e così lo doppio con un friend.

In solitaria sulla seconda lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona>>
AvventuraAltriTempi-Fiorentini2

Prendo le staffe, mi appendo al chiodo e vado. La corda mi segue scorrendo nel gri-gri che ho in vita e che mi fa da autoassicurazione.

Di chiodo in chiodo mi alzo sempre di più e, dopo un obliquo a destra, sono alla sosta. E’ buona anche perché pochi anni fa durante una ripetizione l’hanno rinforzata mettendoci un fix.

Se questo da un lato mi fa egoisticamente piacere, perché mi facilita e velocizza non poco le cose, dall’altro però toglie un po’ d’impegno alla mia avventura e un po’ mi dispiace.

Una volta arrivato alla sosta mi assicuro con la longe. Smonto il sistema di autoassicurazione e sempre con il gri-gri usato come discensore scendo lungo la corda ritornando all’attacco.

Arrivato giù, lego al capo libero della corda lo zaino che dopo tirerò su, monto le jumar sulla corda e risalgo recuperando chiodi e rinvii che avevo messo lungo il tiro e in breve sono di nuovo alla sosta.

Una volta recuperato lo zaino e dopo averci sistemato con cura dentro la corda, sono pronto a ripartire per il tiro successivo.

Questo è il sistema che ho deciso di adoperare. La via la dovrò fare tre volte, ma così sarò sempre assicurato. Un po’ come faceva il grande Renato Casarotto, anche se lui invece del gri-gri usava i nodi prusik e la differenza non è poca! Ma lui era Casarotto…

E poi non si può mica appendersi a questi vecchi e piccoli chiodi senza essere assicurati. Sarebbe un po’ come giocare alla roulette russa.

L’ho promesso alla Sabri che avrei fatto le cose con prudenza e poi nello zaino c’è la rana che sicuramente le farebbe la spia.

Il tiro successivo è più impegnativo perché più strapiombante, soprattutto a causa degli obliqui che certo non mi faciliteranno quando dovrò risalire con le jumar per recuperare il materiale.

Guardando verso il basso dalla sosta del penultimo tiro
AvventuraAltriTempi-Fiorentini3

Intanto sono arrivate due persone all’attacco di Fantastica, altra via sportiva che corre lì a fianco sulla sinistra.

Mi vedono, credo cerchino il mio compagno, ma non lo trovano. Ci credo, sono solo!

Mi salutano. Riconosco il Dondi, mi faccio riconoscere: ”Che stai facendo?”. Rispondo: “La via dei Fiorentini” e loro: “E che roba è? non la conosco. Ma sei da solo?”. “Sì sono solo!”.

Sono un po’ perplessi, oggi non si aspettavano certo di trovare un matto da solo sul Nona.

Mi preparo a ripartire. Non devo distrarmi troppo, voglio fare le cose con calma. Per non fare cazzate è importante rimanere concentrati.

Il tiro è un po’ faticoso. Alcuni chiodi sono lunghi e per prenderli devo salire bene in alto sulle staffe. La storia racconta che i primi salitori avevano usato un attrezzo particolare da loro costruito, che permetteva loro di stare ben dritti e poter chiodare così più lontano. La corda mi segue sempre scorrendo nel gri-gri senza troppi intoppi.

La chiodatura è vecchia, i chiodi sono lì da 40 anni e soprattutto questi piccoli chiodi a pressione di tipo artigianale sono sicuramente infissi per pochi centimetri, quindi è bene non sollecitarli troppo. Visto che sono da solo decido di passare molti rinvii: in caso di uscita di un chiodo non voglio rischiare lunghi voli che potrebbero sbottonare tutto…

Con calma arrivo alla sosta successiva, predispongo l’ancoraggio e scendo ritornando allo zaino per poi risalire di nuovo e ripulire il tiro.

Ogni volta che arrivo alla sosta successiva mi avvicino sempre di più all’uscita però poi devo di nuovo riscendere perdendo il terreno guadagnato. Questa è una strana sensazione, ma va bene, lo sapevo.

Lego lo zaino al capo libero della corda e lo lascio andare. La parete strapiomba e, visto che la sosta successiva è molto a sinistra rispetto a me, lo zaino parte facendo un lungo e impressionate pendolo che dura non poco.

Fissate le jumar parto risalendo la corda, ma la parete strapiombante e il tiro assai obliquo mi creano un po’ di problemi. Il risultato è che ogni volta che tolgo un rinvio, come lo zaino anch’io parto in un pendolo poco simpatico allontanandomi sempre di più dalla roccia e mi trovo a risalire completamente nel vuoto.

Il Dondi lì accanto guarda un po’ perplesso le mie evoluzioni appeso alla corda: – Ma almeno le soste sono buone?

Lo tranquillizzo: – Sì, sono ottime.

La sosta è buona, la corda è buona, le jumar tengono, ma in effetti la cosa è poco simpatica. Inoltre risalire così nel vuoto è assai faticoso, perciò decido di cambiare tattica.

Non risalirò più la corda ma rifarò il tiro in arrampicata usando le jumar solo per sicurezza sulla corda resa fissa.

Dovrò fare in arrampicata due volte la via ma è più semplice e meno faticoso.

La cosa funziona e tutto prosegue per il meglio. Intanto mentre salgo scambio due chiacchiere con i miei vicini sulla via Fantastica.

Sarà quindi una solitaria in compagnia ma del resto non sono mica sulla remota parete sud-ovest del Burel. Fatta la traversata a sinistra, le due vie si toccano e proseguono poi per un tratto in comune, lungo un aperto diedro nel tiro che porta alla cengia dove poi Fantastica va a sinistra e la mia invece prosegue dritta lungo una bella placconata di strapiombante roccia grigia.

La parete sud-ovest del Monte Nona. Da sin a ds, via dei Fiorentini, via SUCAI e via Licia
AvventuraAltriTempi-NonaFiorentini10

 

Prima di lasciare la sosta il Dondi, forse un po’ preoccupato, dice che se voglio posso legarmi a una delle sue corde e proseguire con loro. Lo ringrazio della sua gentilezza e lo tranquillizzo dicendogli che tutto procede per il meglio. All’uscita mancano ancora tre tiri, mi ci vorrà un po’ ma visto che sto bene e che il tempo c’è, non posso certo rinunciare adesso dopo tutta la fatica che ho fatto per arrivare fin qua.

Al limite se proprio dovrò rinunciare ho nello zaino un’altra corda che ho portato in caso di bisogno per garantirmi una possibilità di discesa.

E’ sabato e al Procinto c’è tanta gente a scalare e a camminare. Ogni tanto mi arrivano le voci delle persone che sono lì a fare la loro tranquilla passeggiata, e io qui a “pericolare”… o chi ti ci ha mandato, il dottore?

Un po’ in artificiale ma soprattutto in libera, superando alcuni delicati passaggi, con una specie di semicerchio prima a destra e poi a sinistra raggiungo la comoda cengia sotto la placconata terminale.

Dopo tutte le scomode soste appese ora posso finalmente sedere e godermi un po’ di relax, bevendo e mangiando. Soprattutto bevendo, visto che mi sono portato un paio di litri e fino a questo momento non ho bevuto neanche un goccio.

Da qui in tutta comodità, posso ammirare il panorama che dal Monte Matanna al Monte Gabberi arriva fino al mare e le numerose persone che lungo la ferrata salgono alla vetta del Procinto e quelle che scalano sulla sua bella parete est.

Che belle le Apuane, montagna e mare.

Rinforzo la sosta con due buoni chiodi e parto per il penultimo tiro. Subito sopra c’è un chiodo piuttosto lontano dal quale pendono un vecchio e sfilacciato cordino e una scolorita fettuccia. Memore di questo particolare dalla ripetizione che avevo fatto diversi anni fa, per arrivare meglio al chiodo senza usare il cordinaccio, a casa mi sono costruito una ‘ladra da fichi’, ovvero un lungo rinvio irrigidito con due stecche di plastica e del nastro isolante. Sarà etico…?

Con l’aiuto di un cliff in un piccolo buco nella roccia, mi alzo e mi avvicino al chiodo quindi con l’aiuto dello speciale rinvio lo aggancio e ci appendo la staffa.

Cercando di farmi leggero salgo lungo la staffa mirando al chiodo successivo anche questo piuttosto lungo.

Sotto, come protezione, ho lasciato il cliff nel buco, ma è troppo basso per essere una buona protezione e se il chiodo sotto il mio peso dovesse saltare, il cliff non mi impedirebbe di sbattere sul terrazzo di sosta. Un po’ con il fiato sospeso arrivo all’altro chiodo. Preso: salvo!

Quanto sono lunghi a volte certi momenti.

La parete sud-ovest del Monte Nona vista dal Monte Procinto
AvventuraAltriTempi-Fiorentini-1716466

Adesso proseguo su per un bel muro di roccia grigia compatta in direzione di un evidente speroncino contornato di erba sopra il quale so che c’è la sosta. Arrivato all’inizio dello speroncino c’è da salire lungo l’insidiosa fessura erbosa di destra. Qui mancano un paio di chiodi.

Potrei provare a forzare in libera ma la roccia non è proprio delle migliori e non mi sembra il caso rischiare un volo. Non sono qui per fare dei virtuosismi arrampicatori.

Cerco di mettere un friend in una fessurina ma niente da fare, non ho la misura adatta. Quindi non mi resta che mettere mano al martello e battere un chiodo che entra cantando. Staffa, altro chiodo, staffa e sono alla sosta.

Stessa manovra. Oramai lo so a memoria: e giù ritornando alla cengia e di nuovo su recuperando il materiale, togliendo anche i due chiodi che avevo messo nella fessura erbosa.

Adesso non rimane che l’ultimo tiro e poi sono fuori. Sopra la sosta c’è una fessura dove penzola un rinvio, poi placche strapiombanti quindi l’uscita che ricordo un po’ delicata.

Salgo in libera la prima fessura sopra la sosta, poi in artificiale (un po’ faticoso) supero la zona strapiombante e arrivo alla paretina finale che porta al canalino d’uscita.

Questo tratto finale è da fare in libera. La roccia è delicata e non tanto proteggibile, quindi prima di proseguire mi riposo bene. Sopra l’ultimo chiodo prima del tratto in libera riesco a mettere un friend in un buco.

Non mi dà tanta fiducia perciò lo doppio con un altro e poi vado deciso. Traverso un paio di metri a sinistra, salgo dritto per una larga fessura e poi di nuovo a destra sotto un piccolo strapiombo dove, con non poca sorpresa trovo un fix. Questo proprio non me l’aspettavo, sono quasi tentato di assicurarci la corda, ma non serve, l’orgoglio etico prevale così supero il piccolo strapiombo e per un breve e facile canaletto sono fuori.

La via è fatta ma il lavoro non è ancora finito. Non mi posso ancora rilassare, devo di nuovo scendere per recuperare lo zaino e il materiale con il quale ho attrezzato il tiro.

Così alle prime piante preparo l’ultimo ancoraggio, butto nell’erba quello che non mi serve e poi scendo. Riprendo lo zaino e quindi di nuovo su, per l’ultima volta.

Sono passate circa dieci ore da quando ho iniziato questa salita, insolita per le nostre montagne e per l’alpinismo apuano di oggi. Sono stanco ma felice di avere vissuto questa piccola e personale avventura. Come diceva Gian Carlo Grassi “spesso l’avventura è dietro l’angolo di casa”.

Con calma riordino il materiale, rifaccio lo zaino e rimetto fuori la ranocchia. Prima di andarmene saluto Edo e Paolo, che usciti dalla parete est mi chiamano dalla vetta del Procinto e ci diamo appuntamento al rifugio.

Lo zaino adesso sembra molto più pesante di stamani. Senza fretta risalgo il ripido pendio che dal bordo della parete sale alla cresta di vetta del Monte Nona, poi per il comodo sentiero scendo verso il Callare del Matanna. Arrivato in vista del Callare mi rendo conto di avere dimenticato il materiale che avevo buttato nell’erba prima di riscendere a disattrezzare l’ultimo tiro. Evidentemente un po’ la stanchezza, un po’ l’euforia per la riuscita mi hanno giocato uno scherzo. Ora però di ritornare lassù non me la sento proprio. Tornerò a riprenderla domani con la Sabri prima di andare a Stazzema alla commemorazione del . Adesso voglio solo arrivare prima possibile al rifugio per una meritata birra e una bella chiacchierata con gli amici che mi staranno aspettando.

Citazioni:
(1) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, Guida dei Monti d’Italia.
(2) Reinhold Messner, L’assassinio dell’impossibile, Rivista del CAI, 1968.
(3) Marino Stenico, Una vita di alpinismo”.
(4) il , Agostino Bresciani, vero punto di riferimento per l’alpinismo versiliese.

Posted on Lascia un commento

Oltre la Verticale

Oltre la Verticale

Vi presentiamo l’introduzione, a firma d’uno dei massimi esperti dell’argomento, alla guida Oltre la Verticale, di Diego Filippi e Giuliano Bressan. La guida, freschissima di stampa ed edita da Vividolomiti Edizioni, propone 105 itinerari di arrampicata artificiale e mista dalle Alpi agli Appennini.

Arrampicata artificiale in Dolomiti: quale il suo destino?
di Marco Furlani

Prima del secondo conflitto mondiale le Dolomiti furono palcoscenico di quel teatro dove la tecnica di scalata su roccia aveva raggiunto livelli impressionanti, l’epoca d’oro del sesto grado.

Oltre--la-Verticale-COVER artificiale4giuE’ anche vero però che fino a quel momento non era ben chiara la differenza fra l’arrampicata libera e quella artificiale e così fu sempre fino alla fine degli anni ’60. Un esempio? Sulle vie di Emilio Comici fin dove il “maestro” sia passato in libera, oppure in artificiale è difficile capire.

Con arrampicata libera s’intende arrampicare usando appigli e appoggi per mani e piedi e tutto il materiale alpinistico si usa solo per assicurarsi in caso di caduta: qui non stiamo a fare la cronologia dei grandi maestri liberisti di quegli anni, non è il tema di questo scritto.

Con arrampicata artificiale invece s’intende che tutta l’attrezzatura esistente si usa per progredire e superare sezioni di parete o pareti intere particolarmente liscie e strapiombanti. Si è arrivati addirittura a forare la roccia per usare particolari chiodi detti a pressione o espansione, là ove non c’era altra possibilità con tutti i problemi etici, puristici e filosofici, che ne derivarono.

I sàssoni Dietrich Hasse, Lothar Brandler, Jörg Lehne e Sigi Löw scalarono la Cima Grande di Lavaredo per l’impressionante via direttissima “Zeller” nel 1958 usando dodici chiodi a pressione, ma qui non siamo nell’artificiale totale, anzi siamo nella fase dove l’arrampicata libera è predominante e dove le due tecniche si alternano in perfetto equilibrio; nel 1959 il formidabile friulano Ignazio Piussi, con Giorgio Redaelli, supera la direttissima alla Sud della Torre Trieste, altro capolavoro di equilibrio. Non ci si lasci ingannare dai 90 chiodi a pressione e i 400 chiodi normali su quasi 900 metri di parete: la via è veramente un capolavoro e a torto è stata classificata come la più grande scalata artificiale delle Alpi. Avendone fatta la quinta ripetizione posso assicurarvi che i tratti in libera erano veramente estremi per il periodo; altro capolavoro di perfezione è quello di Armando Aste che con il fido Franco Solina supera la placconata della Marmolada lungo la via dell’Ideale: è qualcosa che lascia perplessi ancora oggi, in netto anticipo sui tempi, dove l’artificiale si riduce veramente a pochissime sezioni; cito un altro grande capolavoro di misto, la via Stenico-Navasa al Campanile Basso, via audace ed estrema, sempre il tutto valutato nel periodo di apertura, cioè gli anni ‘60.

Assieme ai capolavori succitati negli anni ’60, alcuni alpinisti fanno del chiodo a pressione il talismano per vincere l’impossibile: Bepi Defrancesch, Cesare Maestri e Mirko Minuzzo solo per citarne alcuni. Inutile dire che l’uso massiccio di mezzi artificiali ha portano allo svilimento la nobile arte dell’artificiale e ha ridotto le salite a un vero e proprio lavoro artigianale da muratori, quello che fu chiamato da Reinhold Messner l’assassinio dell’impossibile.

In quel periodo sono i francesi che capiscono che le due tecniche hanno bisogno di una classificazione separata, la libera valutata con i gradi dal primo al sesto superiore, l’artificiale dall’A1 all’A4: più gli ancoraggi per la progressione saranno precari, più difficile sarà il grado.

Versi gli anni ‘70/’80 le regole del gioco cambiano. Dalla California arrivano i primi segni di un cambiamento radicale, il nuovo verbo da seguire, le due discipline prendono vie separate e ben distinte.

Ecco che la scalata artificiale, che in Dolomiti verso la fine degli anni ‘70 sarà ripudiata, svilita e quasi abbandonata, in Yosemite continua con una sua identità ben precisa: limitare al massimo i buchi nella roccia. Si assiste allora alla nascita di nuova attrezzatura come stopper, excentic, cliff, rurp, creata apposta proprio per limitare l’uso dei chiodi a pressione, in base alle nuove regole assolute del non forare la roccia.

Fra le tante citiamo una salita emblematica e simbolo di Yosemite su El Capitan, la via Pacific ocean Wall di Jim Bridwell e compagni, per anni ritenuta la via di roccia più dura del mondo.

Jim Bridwel “the bird” scalerà anche con l’italiano e carissimo amico Giovanni Groaz, uno dei pochissimi specialisti nazionali di questo tipo di salite, aprendo vie nuove anche su El Capitan.

Alla scala delle difficoltà con queste salite saranno aggiunti l’A5 e l’A6 che si scomodano solo in caso di caduta mortale: cose da brivido, dove la concentrazione psicofisica e il rischio di morire in caso di cedimento dei precari ancoraggi è portato al limite estremo.

Il risvolto di copertina
Oltre--la-Verticale-risvolto

E le Dolomiti? Dopo lo svilimento, direi il decadimento, degli anni ‘60/’70 ci furono alpinisti meno noti di altri ma altrettanto capaci che continuarono una grande tradizione di perfetto equilibrio fra libera e artificiale, tracciando vie di ampio respiro e grande difficoltà, ad esempio Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Bruno Allemand e Alberto Dorigatti sulla Sud della Marmolada, oppure Sergio Martini, Paolo Leoni e Mario Tranquillini in Marmolada con l’impressionanti vie a Punta Rocca, ancora irripetuta, alla Punta Tissi in Civetta, alla Rocchetta del Bosconero; per non parlare della supercordata di Graziano Feo Maffei e il fido Mariano Frizzera con le vie in Vallaccia: fra le tante cito il pilastro Zeni, e in Marmolada fra le tante cito il pilastro Lindo e il pilastro dei Quarantenni, ma anche in Civetta, autentici capolavori poco conosciuti, in netta controtendenza nel periodo dell’apertura ma valorizzati molto dopo dagli alpinisti amanti delle cose vere non di quelle alla moda.

E dopo cosa è successo? Nella Yosemite italiana, la valle del Sarca o meglio la Valle della Luce, negli anni ‘90 viene superata la parete più strapiombante d’Europa e forse del mondo, quella del monte Brento, con 8 giorni consecutivi in parete ma con uso massiccio di mezzi artificiali. Nasce la via Vertigine, di Andrea Andreotti, Marco Furlani e Diego Filippi, tuttora l’unica via aperta sugli strapiombi in prosecuzione, senza mai scendere.

Umberto Marampon, eclettico scalatore veneto nella Valle della Luce e in Dolomiti verso gli anni ’80 aprì diverse vie (alcune in solitaria) che tuttora lasciano perplessi per lo sforzo fisico occorso nell’apertura. Si pensi che bucava tutto a mano! Nasce così la via DDT al Colodri in concorrenza alla vicina Zanzara e Labbradoro, prima via aperta calandosi dall’alto e poi liberata; poi un’altra sul Dain picol e un’altra a Rupe secca.

Altra via da brivido è il Grande Incubo, sempre sul Brento, di Andrea Zanetti e Diego Filippi; in valle, ad opera soprattutto di Diego Filippi, sono nati molti itinerari artificiali con l’uso del trapano, per esempio sulla parete del Limarò vicino alla via di Maestri e Baldessari del ’57, a conferma che nel tempo flussi e riflussi continuano, e sui Colodri con il bellissimo tetto Zambaldi.

Concludendo ritengo l’arrampicata artificiale una nobile tecnica che può dare soddisfazioni grandissime e non alla portata di pochi: bisogna però essere dotati di moltissima forza fisica, resistenza alla fatica e arte nell’usare l’attrezzatura, essere buoni organizzatori e accettare di calarsi in una dimensione di progressione lenta in ambiente veramente grandioso e severo.

Se poi si pratica ad alti livelli, bisogna essere psichicamente fortissimi, sulle grandi e strapiombanti pareti: si potrà inoltrarsi all’interno del proprio ego viaggiando nel tempo e nello spazio, dove corpo e mente a volte si fondono nel confronto in una dimensione assolutamente dilatata e diversa.

Posted on Lascia un commento

Evoluzione delle scarpette e dell’arrampicata

Tra la fine dell’’800 e fino a quasi tutti gli anni ’30 sulle Prealpi Calcaree del Nord, in Dolomiti e in Grignetta si arrampicava calzando ai piedi scarpette morbide. Le suole erano di stoffa, canapa, feltro (a volte rinforzato con pece greca).

Evoluzionescarpette-espadrillas-originali
Suola di canapa

La tecnica di arrampicata che ne risultava è ben descritta dalle innumerevoli fotografie di azione scattate in quegli anni: valgano per tutte quelle di Severino Casara a Emilio Comici. Corpo elegantemente distaccato dalla roccia, in modo da accentuare la pressione globale degli arti inferiori sulla roccia.

Poi d’improvviso irrompe sulla scena la suola Vibram con relativo scarpone rigido: le nuove calzature spazzano il campo, vengono usate dai migliori, si veda Riccardo Cassin sulla parete nord delle Grandes Jorasses.

Sulle Alpi, dobbiamo arrivare a metà degli anni 70′ per ritrovare le scarpette morbide, in gomma a suola liscia, sostanzialmente non dissimili da quelle di fine 800′, ma di certo assai più evolute.

L’evoluzione c’era stata, ma non in Italia, dove Vibram spadroneggiò per tutti gli anni ’50 e ’60.

A partire dagli anni ‘30 il francese Pierre Allain inventa e perfeziona le prime scarpette da arrampicata a suola liscia, denominate “PA” dalle sue iniziali, e le inizia a produrre dal 1947. Dal 1950 lo sviluppo delle scarpette continua da parte di Edouard Bourdonneau, che fonderà l’azienda EB.

Evoluzionescarpette-220300000000
Suola di feltro

Le scarpette EB erano assai usate anche dai britannici e naturalmente dagli americani. E’ rimasto giustamente famoso il commento di Renato Casarotto allorché, nella seconda metà degli anni ’70, fu invitato assieme ad altri alpinisti italiani in Gran Bretagna: “i xe’ superiori”. Tutti noi a quel tempo eravamo infatti dotati di rigidissimi modelli di scarponi, tipo “Desmaison” o “Supercalcaire” della Galibier. Scarponi fatti apposta per ottemperare al famoso motto di Cesare Maestri: “lo scarpone dev’essere la naturale prosecuzione dell’appoggio”.

Evoluzionescarpette-vibram
Suola Vibram

In Italia (subito dopo diffusa in tutta Europa, paesi tedescofoni compresi), la prima scarpetta a suola liscia di gomma fu il modello “Canyon” (1976) della Asolo Sport, studiato da Yvon Chouinard e Alessandro Gogna.
Tutti i modelli utilizzati al giorno d’oggi sono evoluzioni di queste prime calzature, sia nella tomaia (sempre più fasciante) che nella suola, sempre più capace di aderenza.

Gli anni ’40, ’50 e ’60 sono stati dunque dominati dalla Vibram, ma escludendo Gran Bretagna, palestre francesi e arrampicata americana. Qui l’evoluzione trovava il suo corso, ripreso da noi solo nel 1976.

La Vibram (che comunque dopo il 1976 studiò e produsse sempre nuovi modelli di suola) è dunque la responsabile dell’evoluzione dell’arrampicata artificiale. Ancora oggi, i virtuosi dell’A5 e dell’A5+ preferiscono calzare scarponcini semirigidi per le lunghe ore di arrampicata artificiale.

Non si può parlare di “arresto dell’evoluzione”, si deve guardare con un’ottica europea a ciò che è successo.

Chi ipotizza che l’articolo “L’assassinio dell’Impossibile”, o il libro “Settimo Grado” o anche le temerarie imprese di Enzo Cozzolino, in caso di assenza di artificiale e direttissime a goccia d’acqua, avrebbero potuto essere scritti o fatte molti anni prima, non tiene in considerazione la necessità del meccanismo di evoluzione: grandi picchi in positivo seguono solo a grandi picchi in negativo.