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Lo scalatore come visionario

Lo scalatore come visionario
di Doug Robinson

Nel 1969 esce, sul numero 3 della prestigiosa rivista americana Ascent, un articolo che costituisce una pietra miliare della letteratura alpinistica, fonte di ispirazione per una generazione (e non solo) di scalatori: The climber as visionary, di Doug Robinson.
L’articolo venne tradotto in italiano da Luciano Serra e pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, n. 7 del 1973. In seguito fu anche ripreso il 6 settembre 2011 da http://unfinishade.typepad.com/climbing/2011/06/the-climber-as-visionary-1.html
Qui per l’occasione fu stilata una seconda traduzione, a cura di Marco Lanzavecchia
Giudirel con il contributo di Davide Psycho e il cesello di Marina Ansia Kammerlander. Questo team – trade mark Fuorivia – ha fatto davvero un gran bel lavoro! E’ con questa traduzione che oggi riproponiamo l’articolo.

Doug Robinson
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Nel 1914 George Mallory, destinato in futuro a diventare celebre per una lapidaria definizione del perché dell’arrampicata (“perché le montagne sono là” – NdR) pubblicò sul Climber’s Club Journal un articolo intitolato L’alpinista come artista. Nel tentativo di spiegare il senso di superiorità che in quanto arrampicatore nutriva nei confronti degli altri sportivi, affermò che l’arrampicatore è un artista. Scriveva che “una giornata ben spesa nelle Alpi è come una grande sinfonia” e giustificava l’assenza di un risultato tangibile – dagli artisti ci si attende la produzione di opere d’arte visibili dagli altri – spiegando che “gli artisti in questo senso, non si distinguono per la potenza con la quale esprimono emozioni, ma per la potenza con la quale percepiscono le esperienze emotive di cui l’Arte stessa è fatta… gli alpinisti sono tutti artistici… perché coltivano l’esperienza emozionale senza altri fini”.

L’asserzione di Mallory giustifica in pieno l’alta considerazione che nutriamo per l’arrampicata come attività, ma non concede spazio alla distinzione fra chi apre una via e chi si limita ad ammirarla.

L’alpinismo può produrre risultati artistici tangibili che sono poi sotto l’occhio di tutti. Una via è un’espressione artistica sul fianco di una montagna, accessibile allo sguardo e quindi all’ammirazione o alla critica da parte degli altri scalatori. Proprio come la linea di una via determina il suo valore estetico, la maniera nella quale è stata salita costituisce il suo stile. Una scalata ha il valore di un pezzo artistico e il suo creatore è responsabile per il suo stile e il suo significato proprio come un artista. Riconosciamo gli arrampicatori particolarmente dotati nel creare linee estetiche e potenti, e li rispettiamo per questo loro talento.

Mallory non si spinse abbastanza lontano nell’attribuire funzioni artistiche all’atto di realizzare nuove salite eccezionali; io penso anche che egli usi la parola artista in modo troppo esteso, quando intende includervi la percezione estetica insieme alla creazione estetica.
Per quello che riguarda la percezione, che è essenzialmente passiva e ricettiva, piuttosto che intraprendente e creativa, io userei il termine “visionario”. Non visionario nel senso comune di sogno ozioso e irrealizzabile, e di costruzione di castelli in aria, ma piuttosto nel senso della capacità di percepire con grande intensità gli oggetti e le azioni dell’esperienza ordinaria, di andare oltre, di coglierne le meraviglie e i misteri, le forme, gli umori e i meccanismi. Essere un visionario in questo senso non comporta nulla di soprannaturale o ultraterreno; consiste nell’avere una visione nuova delle cose familiari del mondo.

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Uso molto semplicemente la parola visionario, che prende origine da visione che significa vedere (ma anche capire, NdR), sempre con la massima intensità ma mai oltre il limite del presente reale e fisico. Per utilizzare un esempio familiare è difficile ammirare la Notte stellata di Vincent Van Gogh senza percepire la qualità visionaria che l’artista esercita nel guardare il mondo. Non ha dipinto nulla che non fosse nella scena originale, tuttavia altri potrebbero avere problemi a riconoscere quello che ha dipinto, e la differenza sta nell’intensità della sua percezione, ovvero nell’esperienza visionaria. Van Gogh dipinge trovandosi in uno stadio più elevato della coscienza.

Il Grand Capucin. Questa è l’unica illustrazione dell’articolo originale. Foto: Steve Miller
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Anche gli scalatori hanno le loro Notti stellate. Prendiamo questo passaggio del racconto di Allen Steck sulla salita al Monte Logan per la Cresta del Colibrì: “Mi voltai un attimo e fui completamente sopraffatto dalla contemplazione della bellissima sensuale semplicità della neve soffiata dal vento”.
La bellezza di quel momento, la forma e i movimenti della neve soffiata gli avevano trasmesso un’emozione talmente potente, così meravigliosamente completa, che l’arrampicatore si era perduto in essa. Si dice sia durato un solo istante, eppure lui fu assorbito al punto di smarrirsi, cosicché l’esperienza fu attraversata dai venti dell’eternità.
Un secondo esempio proviene dal racconto del settimo giorno della prima ascensione della Muir Wall su El Capitan, durata otto giorni ed effettuata in condizioni difficili. Scrive Yvon Chouinard sull’American Alpine Journal del 1966: “Arrivammo a cogliere tutto ciò che ci circondava, con sensi resi più acuti. Ogni singolo cristallo spiccava sul granito, in grande rilievo. Le forme mutevoli delle nuvole non cessavano mai di attirare la nostra attenzione. Per la prima volta ci accorgemmo di minuscoli insetti che erano dappertutto sulla parete, ed erano talmente piccoli da essere a stento visibili. In sosta ne osservai uno per quindici minuti, lo guardavo muoversi e ne ammiravo il colore rosso brillante.
Come ci si potrebbe mai annoiare con così tante belle cose da vedere e sentire? Questa fusione con l’ambiente, questa percezione ultrapenetrante, ci diedero una sensazione di appagamento quale non avevamo sperimentato da anni”.

In questi brani appaiono evidenti le caratteristiche che costituiscono l’esperienza visionaria dell’arrampicatore: la travolgente bellezza di molti oggetti ordinari – nuvole, granito, neve – nell’esperienza dell’arrampicatore, una sensazione di rallentamento e quasi di scomparsa del tempo, una sensazione di appagamento, una sensazione oceanica di suprema bastevolezza del presente. Sebbene tenui nella sostanza, queste sensazioni sono abbastanza forti da intromettersi potentemente nel mezzo di situazioni pericolose e da rimanere là, rimpiazzando temporaneamente persino l’apprensione e la spinta a ottenere il risultato.

Le parole di Chouinard cominciano a darci un’idea dell’origine e del carattere di queste esperienze. Inizia facendo riferimento ai “sensi più ricettivi”. Che cosa ha reso più ricettivi i loro sensi? Il tutto sembra direttamente collegato a quello che stavano facendo, per loro era la settima giornata consecutiva di assoluta concentrazione. Arrampicare tende a indurre esperienze visionarie. Dovremmo indagare quali siano le caratteristiche dell’arrampicata che predispongono a queste esperienze.

L’arrampicata richiede profonda concentrazione. Non conosco nessuna altra attività in cui un intero pomeriggio possa facilmente essere cancellato, senza nessuna traccia. O un rimpianto. Mi sono piombate in testa bufere, e pareva che fossi addormentato, anche se so che per tutto il tempo sono stato in preda a una profonda concentrazione, attento a pochi metri quadrati di roccia e poi a quelli successivi. Sono uscito a fare boulder e sono tornato trovando che lo stufato era bruciato. A volte in pianura quando è difficile lavorare sono invidioso della facilità di concentrazione che si ha arrampicando. Questa concentrazione può essere intensa, ma non ha la stessa intensità dei momenti visionari, è solo un prerequisito.

Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Questa è la prima delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Foto: Ilio Pivano
Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Foto: Ilio Pivano

La concentrazione non è continua, è spesso intermittente e sporadica, a volte ciclica e ritmica. Dopo aver fronteggiato per un po’ i pochi metri quadri di roccia che ci stanno davanti, la corda finisce ed è tempo di fare sosta. Il tempo in sosta è un intermezzo nella concentrazione, un’interruzione, una piccola possibilità di rilassarsi. Lo scalatore passa da una postura aggressiva e produttiva a un’altra passiva e percettiva, da agente a osservatore, e di fatto da artista a visionario. La giornata di arrampicata si svolge attraverso un ciclo di arrampicata-sosta-arrampicata-sosta con una serie regolare di concentrazioni e rilassamenti. Ed è di uno di questi momenti di rilassamento che Chouinard sta parlando. Quando gli arti si appoggiano alla roccia e i muscoli si contraggono, anche la volontà si concentra, mentre in sosta, legati a un arbusto di quercia, i muscoli si rilassano e anche la volontà, che era rimasta concentrata sui movimenti, si espande e torna a vedere il mondo, che appare nuovo e luminoso, creato di fresco, perché prima aveva davvero cessato di esistere. Per contrasto, lo svantaggio delle abituali attività a basso impegno è che non riescono a mettere il mondo fuori dalla porta, il mondo non cessa quindi di essere familiare e finisce per essere di conseguenza ignorato. Arrampicare concentratissimi significa escludere tutto il mondo: e quando riappare sarà un’esperienza strana e meravigliosa nella sua novità.

Il rilassamento in sosta non è totale: l’arrampicata non è finita, ci sono ancora tiri davanti, persino il più difficile, potrebbero volerci ancora giorni. Ci accorgiamo che se il ciclo di intensa contrazione prosegue, e quando questo ciclo diventa routine quotidiana, il rilassamento in sosta produce esperienze visionarie più frequenti e intense. Non è un caso che l’esperienza riferita da Chouinard sia accaduta alla fine dell’arrampicata: stava ponendo i suoi presupposti da sei giorni. La cima, troncando il ciclo e regalando la liberazione finale dalle tensioni, dovrebbe offrire all’arrampicatore alcuni dei momenti più intensi e uno sguardo alla letteratura dimostra che è proprio così. La vetta è anche una liberazione dal deserto sensoriale dell’arrampicata: dalla nuda concentrazione sulla configurazione della roccia passiamo alle ricchezza estetica della cima. Ma c’è ancora la discesa di cui preoccuparsi, un’altra contrazione della concentrazione a cui seguirà un rilassamento alla base della parete.
Seduti su un tronco ci togliamo le scarpe da arrampicata e infiliamo gli scarponi. Guardiamo la valle e siamo pervasi da un’oceanica sensazione di lucidità, distacco, unione e fusione. E’ ciò che resta tra una scalata e la successiva, da un giorno sulle bollenti chiare pareti a quello successivo, tuttavia segnato da sere scure come la pece a Camp 4.

Gian Piero Motti in artificiale all’Orrido di Chianocco (Valle di Susa). Questa è la seconda delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti in artificiale all'Orrido di Chianocco (Valle di Susa)

Quando un percorso è stato tracciato diviene più familiare ed è più facile seguirlo una seconda volta, e lo diventa ancor di più in viaggi successivi. La soglia è stata abbassata. La pratica giova sia alla facoltà visionaria dell’arrampicatore che alla sua tecnica in fessura. E si applica anche al di fuori delle scalate. Secondo John Harlin, anche se lui sta parlando di desideri e non di visioni, l’esperienza può essere “presa in prestito e proiettata”. Si applicherà alla vita dell’arrampicatore in generale, alle sue ore banali in pianura, ma sarà stata l’arrampicata a insegnargli a essere visionario. Se non vogliamo darci troppa importanza, nel prepararci consapevolmente a un’esperienza visionaria, sarà bene ricordare che la bellezza incredibile delle montagne è sempre a portata di mano, sempre pronta a sospingerci nella consapevolezza.

L’ampiezza di questi cicli è molto variabile. Anche se il ciclo della lucidità si chiude tra un tiro e l’altro, altre volte ci vogliono giorni per chiudere un intero ciclo, altre volte ancora la cosa può essere quasi istantanea, come quando tirando un appiglio dopo un istante di incertezza e dubbio, senti all’improvviso il calore del sole attraverso la maglietta e senza esitare ti allunghi alla presa successiva.

Non è detto che l’alterazione della percezione sia intensa. Un piccolo cambiamento può essere egualmente profondo. Il divario tra guardare senza vedere e guardare avendo una vera visione è a volte talmente piccolo che possiamo passare da uno stato all’altro molte volte, nella vita di tutti i giorni.
Ulteriori innalzamenti della facoltà visionaria sono rappresentati da percezioni più profonde di ciò che è già sotto i nostri occhi. La visione è vedere intensamente. La visione è vedere quello che è profondamente compenetrato, e seguire questo processo porta a una maggiore consapevolezza dell’ambiente, intuitiva piuttosto che scientifica. Un’ecologia alla John Muir, che parte non dal concetto generale di alberi, rocce, aria, ma piuttosto proprio da quel dato albero con quel nodo sul tronco, dalle rocce come le vide Chouinard, supremamente distaccate e distanti, riflettenti la loro luce perfetta, e da quell’aria che soffia pulita e rovente dal deserto orientale e che quando si riversa sul bordo della valle per proseguire verso il Pacifico porta la fragranza dei campi di neve del Dana Plateau e delle interminabili cime degli alberi di Toulomne.

Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re. Questa è la terza delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re

Le alterazioni visionarie nella mente degli arrampicatori hanno una base fisiologica. L’alternanza di speranza e paura di cui si parla nei loro racconti descrive stati emotivi che hanno una base biochimica. Questi meccanismi psicologici sono stati utilizzati per millenni da profeti e mistici, e solo per pochi secoli dagli scalatori. Due meccanismi complementari operano indipendentemente: il livello di anidride carbonica e quello della decomposizione dell’adrenalina: il primo derivante dallo sforzo fisico ed il secondo dall’apprensione. Durante la fase attiva dell’arrampicata l’organismo è sottoposto a un duro lavoro: aumenta la concentrazione di CO2 (debito di ossigeno) e si rilascia adrenalina in previsione di difficoltà o movimenti pericolosi, in modo che quando l’arrampicatore approda alla sosta alla fine del tiro si ritrova in debito di ossigeno e con una scorta di adrenalina non necessaria. Il debito di ossigeno si manifesta nei muscoli sotto forma di acido lattico, un vero veleno cellulare, che potrebbe anche essere quello che provoca visioni mentali. L’attività visionaria può essere indotta sperimentalmente somministrando CO2, e questo fenomeno potrebbe spiegare il ruolo del canto in ipoventilazione nelle chiese medioevali così come del controllo della respirazione nelle religioni orientali. L’adrenalina, trasportata dalla circolazione sanguigna in tutto il corpo, è un prodotto instabile se non utilizzato, e presto comincia a decomporsi formando altre sostanze chimiche, la cui struttura ricorda da vicino alcune droghe psichedeliche, che potrebbero aiutare a mettere in luce il meccanismo di azione di questi agenti di espansione mentale. Vediamo che l’attività fisica di arrampicare accoppiata con l’ansia, produce dei cambiamenti chimici nel corpo che sono prodepeutici all’esperienza visionaria. C’è un altro fattore con azione a lungo termine che potrebbe cominciare a rivelarsi nel racconto di Chouinard: l’alimentazione. Sia il semplice digiuno sia la carenza di vitamine tendono a preparare il corpo, apparentemente indebolendolo, all’esperienza visionaria. Questa insufficienza vitaminica provoca un basso livello di acido nicotinico, una delle vitamine del complesso B e noto agente antipsicotico: quindi anche questo fattore alimenterebbe l’esperienza visionaria. Chouinard accenna più volte nel suo racconto alle razioni alimentari ridotte. Per un ulteriore disamina dei meccanismi fisiologici che conducono allo stato visionario, ci sono due saggi di Aldous Huxley: Le porte della percezione e Paradiso e inferno.

Esiste un’interessante relazione tra lo stato visionario dell’arrampicatore e la sua controparte nella subcultura limitrofa dei consumatori di droghe. Queste droghe sono sempre più comuni e molti giovani per la prima volta nella storia arrivano all’arrampicata da un punto di vista già avvantaggiato sull’esperienza visionaria. A queste droghe sono stati attribuiti una serie di nomi erronei sulla base di falsi modelli di azione: psicotomimetici, per la supposta capacità di simulare psicosi, e allucinogeni, visto che le allucinazioni erano ritenute la realtà centrale dell’esperienza da loro indotta. Il loro nome attuale significa invece semplicemente manifestazione della mente, concetto finalmente naturale. Queste droghe forniscono alla gente una finestra aperta sull’esperienza visionaria. Essi ritornano dall’esperienza sapendo che esiste un luogo dove gli oggetti delle sensazioni ordinarie ricordano loro molte esperienze spontanee o di picco e in questo modo confermano o danno luogo a nuove serie di osservazioni. Ma finisce tutto qui. Non c’è ritorno alla realtà intensificata, alla suprema sufficienza del momento presente. La finestra si è richiusa e non può essere nemmeno più ritrovata senza ricorrere alla droga.

Doug Robinson fotografa Galen Rowell per un articolo per il National Geographic Magazine sulla prima salita hammerless della Regular all’Half Dome, 1974. Foto: Dennis Hennek.
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Non sono affatto disposto a dire che i consumatori di droghe comincino ad arrampicare per cercare quella finestra. Non potrebbe venir loro in mente. Chiunque non sia avvezzo a un’attività fisica disciplinata potrebbe avere dei problemi a immaginare che essa produca qualcosa di più che semplice sudore. Ma quando due culture si sovrappongono, e un giovane arrampicatore comincia ad accorgersi della similitudine tra i risultati visionari risultanti dalla sua disciplina arrampicatoria e la sua precedente vita visionaria indotta dalle droghe, allora è sulla soglia del controllo. Ora c’è un chiaro percorso di disciplina, che conduce alla finestra. Consiste in deserto sensoriale, nello sforzo intenso e concentrato, in cicli alternati di concentrazione e rilassamento. Questo percorso non è esclusivo dell’arrampicata, naturalmente, ma qui noi stiamo riflettendo sulle peculiarità che gli elementi del percorso assumono in essa. Io lo chiamo la lenta strada benedetta, perché anche se abbisogna di tempo e di sofferenza, è una via allo stato visionario che non gode di facilitazioni, e nel seguirla l’arrampicatore si ritroverà meglio preparato ad apprezzare la visione in sé, e nel ritornare gradualmente e con gli occhi ben aperti allo stato ordinario di veglia conserverà il ricordo di dov’è la finestra, come aprirla, e porterà con sé alcune delle esperienze vissute.

La lenta strada benedetta garantisce che l’anima dell’arrampicatore, temprata dalla grande esperienza che ne ha fatto un visionario, sia stata affinata in modo da poter gestire la sua attività visionaria rimanendo equilibrato ed attivo (l’emarginazione, che è sostanzialmente uno stato improduttivo, è il risultato di un’esagerata attività visionaria priva di una corrispondente crescita della personalità). L’arrampicata che lo ha preparato a essere un visionario lo ha anche preparato a gestire le sue visioni. Questo non è tuttavia un cambiamento così drammatico. All’inizio è simile al vedere invece che semplicemente guardare. Per sperimentare un cambiamento permanente nella percezione possono essere necessari anni di disciplina.

Doug Robinson. Foto: Shawn Reeder
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Un potenziale trabocchetto è percepire la disciplina de la lenta strada benedetta secondo la ferrea tradizione dell’etica protestante: non può funzionare. L’arrampicata fornisce tutto il necessario rigore della disciplina senza che sia necessario aggiungerne. E quando la facoltà visionaria emerge, quello che è necessario non è un ulteriore sforzo di disciplina ma uno sforzo di rilassamento, una sottomissione al mondo così meraviglioso, consolatorio e pervasivo.

Ho cominciato a prendere in considerazione queste idee nel 1965 in Yosemite con Chris Fredrick. Avvertendo una similitudine di esperienze, o perlomeno un approccio simile alle esperienze, siamo stati seduti a discorrere molte notti insieme, al limitare del campo degli scalatori, e abbiamo trascorso alcuni giorni sperimentando le nostre parole nella gioia del movimento al sole. Chris ha cominciato a interessarsi al Buddismo Zen, e quando mi ha detto della sua religione orientale sono rimasto stupito di non aver mai sentito parlare in precedenza di un sistema che calzava così perfettamente alla realtà circostante senza che fosse necessario nessun aggiustamento o stiracchiamento. Se ben ricordo non abbiamo mai menzionato l’esperienza visionaria in quanto tale, anche se nella sostanza non è stata mai lontana dalle nostre riflessioni. Siamo penetrati in uno di quegli stati mentali paralleli al punto che ora per me è difficile riferire che cosa tirammo fuori. Abbiamo cominciato a considerare certi aspetti dell’arrampicare come il corrispettivo occidentale di pratiche orientali: i precisi e ripetitivi movimenti dell’assicuratore nel dare corda, l’avvicendarsi cadenzato dei piedi nella marcia nei boschi, persino il ritmico movimento dell’arrampicata su terreno facile e regolare, si avvicinavano alle pratiche di meditazione e controllo del respiro. Sia la parte laboriosa che quella visionaria dell’arrampicata sembravano ben adatte a liberare l’individuo dal concetto di se stesso, la prima ridimensionando le sue ambizioni e la seconda mostrandogli di essere solo una parte di un universo genialmente integrato. Abbiamo visto emergere, l’uno nel volto dell’altro, la visione con la sua mescolanza di gioia e serenità, e rientrando dalle scalate ci siamo sentiti spesso come bambini nel giardino dell’Eden: indicavamo, facevamo cenni e ridevamo. Abbiamo esplorato momenti senza tempo e ci siamo stupiti quando la consapevolezza ordinaria era sospesa, mentre la facoltà visionaria era in essere. Ci è accaduto di non rammentare questi momenti di vera felicità e pace: tutto quello che restava – dopo – era la consapevolezza che c’erano stati ed erano stati belli: gli abituali dettagli della memoria erano svaniti. Successe anche a gran parte delle nostre conversazioni: ricordo solo che parlammo e comprendemmo delle cose. Credo che fu nel corso di queste conversazioni che fu piantato il primo seme del concetto dell’alpinista come visionario.

William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”. Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale. La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta. Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre. E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso. Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta.

Doug Robinson, autore di The alchemy of action, ha aperto un considerevole numero di vie nuove sia su roccia che su ghiaccio. E’ considerato il “padre del clean climbing”. Per saperne di più su Doug Robinson consulta http://movingoverstone.com/ (in inglese).

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Climbing Chaps 03

Yuji Hirayama
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Don Whillans
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Don Whillans. Foto: John Cleare
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Olivo Tico su Polimagò, val di Mello, fine anni ’70. Foto: Jacopo Merizzi
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Manolo. Foto: Saverio Bombelli
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Manolo e Mauro Corona
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Mauro Corona ed Erri De Luca (Oggi arrampichiamo!)
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Edward Alexander (Alaister) Crowley
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Doug Scott in vetta all’Everest, 1a ascensione della parete sud-ovest, 1975. Foto: Dougal Haston
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Giuseppe Popi Miotti, anni ’80
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Ivan Guerini, anni ’70. Foto: Giuseppe Popi Miotti
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Gianni Battimelli, Luca Calvi e Ramezio Ramello
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Joe Brown
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Matteo Piccardi

Intervista a Matteo Piccardi
di Giacomo Rovida

Percorrere un tiro in libera, “farlo pulito” è qualcosa di magico. Riuscire a inanellare una serie di movimenti al tuo limite fisico è bellissimo soprattutto se lo stai facendo su una grande parete.

Oggi nel 2014 l’arrampicata è cambiata, totalmente. Non è importante arrivare in cima a una montagna, è importante il modo attraverso il quale ci arrivi, è importante riuscire a risolvere tutta la parete solo con il tuo corpo, utilizzando le protezioni (fisse o mobili non fa differenza) solo come assicurazione e non per progressione.

Purtroppo per capirlo ci ho messo un po’; sono nato con i libri di Bonatti, con “Capocordata” di Cassin, sono nato con i libri di chi ha scritto la storia tanti anni fa.

Così mi son trovato da una parte i libri di questi miei “eroi” e dall’altra parte Rockspot (palestra Indoor di Milano), la ricerca del grado, della difficoltà, della scalata in sicurezza.

Per anni sono andato avanti a cercare un qualcosa che potesse riassumere questi due mondi che tanto sembravano separati, ho cercato un modo di mischiare l’alpinismo con l’arrampicata sportiva e i miglioramenti tecnici che ha portato: ma senza risultato.

Un giorno poi sono andato ad Annot (famoso posto per l’arrampicata trad in Francia) e ho conosciuto Matteo Piccardi. Abbiamo passato insieme una settimana e ho iniziato a conoscerlo.

Piccardi-dsc0255Dopo il ritorno da quel viaggio io e Matteo siamo sempre rimasti in contatto e così son venuto a conoscenza di tutte le sue avventure ed è come se fossero state il tassello mancante, l’anello di congiunzione.

I grandi itinerari alpinistici spesso aperti con l’uso dell’arrampicata artificiale potevano essere risolti in arrampicata libera, sfruttando il livello fisico e del materiale raggiunto negli anni.

Questa era la novità, il passaggio avanti, il salto successivo.

Riuscire a scalare in libera e con l’attrezzatura tradizionale le vie classiche era il conseguimento logico dell’alpinismo d’epoca, è alpinismo di serie A.

Matteo per me è questo, Alpinismo di serie A.Piccardi-Ragni-for-Adidas-Eyewearok-1024x682

Le Grigne sono diventate il suo terreno di avventura e, nei ritagli di tempo, con costanza e dedizione ha liberato alcune fantastiche vie aperte da forti alpinisti in artificiale.

Questo dovrebbe essere tutto; questo è quello che ha fatto Matteo, la sua attività alpinistica, ma lasciatemi aggiungere altro…

Matteo è diverso da me, per tantissimi motivi e un sacco di volte mi sono trovato lontanissimo dal capirlo però mi ha insegnato a sognare e questa per me è la cosa più grande, più importante.

Arrampicare bene, essere forti, essere ottimi alpinisti non è abbastanza, bisogna essere capaci di sognare, di immaginare avventure, di continuare con i giorni a volere sempre qualcosa di più per noi, per migliorare il nostro mondo, per avere sempre nuove avventure e nuovi stimoli.

Matteo Piccardi durante i tentativi di libera sulla via del Det al Sasso Cavallo, 8a+. Foto Richard FeldererPiccardi-v0-320-009-2Sì, Matteo è forte, fortissimo, di gente che scala sull’8b a chiodi (spesso lontani) non c’è n’è tanta ma non è per me questa la cosa più importante.

Per me la cosa più importante di questa intervista è che leggendola possiate sognare, possiate trovare nuovi stimoli e che vi spinga a guardare le montagne intorno a voi con occhi diversi, con occhi pieni, che brillano per nuove avventure.

Perché la verità è che non contano i gradi, le realizzazioni, le prime pagine dei giornali, ma contano soprattutto le persone e quello che sanno trasmettere.

A me (anche se forse lui non lo sa) Matteo ha trasmesso tanto e spero che, con questa intervista, riesca a trasmettere qualcosa anche a ognuno di voi.

E ricordatevi che l’avventura è dentro di noi e la si può trovare ovunque anche nel posto dove meno c’è l’aspettiamo.

Intervista a Matteo Piccardi
1) Raccontaci un po’ di te… chi sei, quando hai iniziato a scalare?

Mi chiamo Matteo Piccardi, “Pota” per i pochi amici e quella santa donna di mia moglie Alessandra! Sono nato a Castione della Presolana e tiro a campare professando il mestiere di guida alpina, non amo gli elicotteri, le funivie, i trenini, il gps e tutte quelle robe lì.
Quando ho iniziato a scalare certe cose nemmeno riuscivo a sognarle… ora fatico a immaginarle ma mi piace provare a realizzarle. Ho iniziato a scalare per gioco nel 1993 e non ho nessuna intenzione di smettere di giocare…

Matteo Piccardi sul 2° tiro della via Castagna Alta ai Torrioni Magnaghi, IX-°. Foto: Richard FeldererPiccardi-v0-320-0022) Qual è il motivo per cui dopo tanti anni continui a scalare, a cercare rocce e avventure?

Scalare è un viaggio, un gioco, un momento di libertà assoluta, un momento tutto mio! Perché le pareti sono lì, fatte apposta per essere scalate, per farci sognare, farci sentir vivi, parte integrante di una natura magnifica e selvaggia.

Scalare mi ha insegnato ad amare il profumo delle rocce, perché scalare è qualcosa di primordiale di cui sento il bisogno, ogni giorno. Quando forzatamente non posso scalare, soffro.

Ho cominciato a scalare sognando le grandi avventure dei “maestri” Rébuffat, Bonatti, Desmaison, Livanos, Grassi, Casarotto, con il tempo ho preso coscienza di cosa volevo vivere attraverso la scalata; non una indistinta collezione di numeri e nomi, ma momenti unici e irreperibili, vissuti con amici che stimo profondamente.

Matteo Piccardi su Hatù per tu, storico tiro dell’Antimedale. VIII°. Foto Richard FeldererPiccardi-v0-320-013-63) Che ricordi hai dei primi anni? Le prime avventure? Le prime trasferte in Dolomiti?

Bellissimi! A posteriori so di aver vissuto la mia età dell’oro! Partivo in pullman da Castione della Presolana fino a Bergamo, poi treno fino a Vicenza cambiando a Brescia, a Vicenza avevo un gruppo di amici più grandi e auto-muniti che mi davano la possibilità di scalare con loro in Dolomiti… Ogni fine settimana un’avventura. Che ravanate indimenticabili, anche sulle montagne di casa! La Presolana in primis… la prima volta che ho fatto la Bramani-Ratti sulla Sud, io e mio cugino avevamo 14 anni io e lui 16, tre friend Ande, una corda da 45 m, una da 50 m. 12 ore di pura avventura. Immersi in una nebbia talmente fitta che non ci si vedeva nemmeno in sosta a momenti. Che roba!

4) Quando hai capito che potevi migliorare e cosa ti ha spinto a impegnarti fino in fondo?

Non l’ho ancora capito… Si può sempre migliorare, contano gli stimoli e i progetti! Vivo l’arrampicata in modo molto naif, anche se può sembrare l’opposto agli occhi di chi non mi conosce.

Fondamentalmente la ricerca della bellezza del movimento, il gesto perfettibile, mi spinge a migliorarmi a impegnarmi, ma senza un programma e in base alle voglie del momento. Ciò che conta non è quello che fai ma come lo fai. Non so dire come sia la mia scalata, quello che so è che sono alla costante ricerca dell’eleganza, della bellezza, nel movimento, nella via da salire, nella montagna da scalare. È questo il mio “mantra”, ricalcando ciò che è stato di Mc Intirye “la cima era l’ambizione, lo stile divenne l’ossessione”.

Matteo Piccardi si prepara per una giornata sulle pareti delle Grigne. Foto Richard FeldererPiccardi-v0-320-011-45) Sei membro dei Ragni di Lecco, che importanza ha questo nella tua vita e nelle tue avventure (non le chiamo imprese perché mi diresti che non lo sono)?

Il gruppo Ragni è un po’ come una grande famiglia, ci sono entrato a 19 anni, ed è stato uno dei momenti più belli ed emozionanti della vita, ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere grandi alpinisti, ma soprattutto grandi uomini, che mi hanno indicato una strada; penso al Marna, al secolo Claudio Corti, al Canela, Pierlorenzo Aquistapace per citare due Ragni a cui sono particolarmente affezionato.

Scalare è anche un modo per sentirmi parte di questa storia seppur in piccola parte e con le poche cose che posso fare.

6) Sei impegnato nel progetto Academy che coinvolge i giovani alpinisti, ci puoi raccontare di cosa si tratta?

L’Academy, è prima di tutto un idea meravigliosa, un modo per avvicinare i ragazzi giovani e desiderosi di avventura, ad un certo modo di andare per monti. Grazie a questo progetto ho la fortuna di scalare con alcuni ragazzi veramente talentuosi, peccato solo che viviamo in Italia, un posto dove diventare uno scalatore professionista è impossibile.

Matteo Piccardi sui tiri alti della via dei Ragni al Torrione Magnaghi, IX°. Foto: Richard FeldererPiccardi-v0-320-0037) Sei anche e soprattutto Guida Alpina, perché hai scelto questo lavoro? Cosa ti ha spinto così giovane a intraprendere questo cammino?

Sono un montanaro, diventare guida è stato la diretta conseguenza della mia condizione. Non avrei potuto far altro. Ho pure provato a fare un lavoro “normale” ma senza successo, stava stretto, mi sono sentito prigioniero di me stesso.

Scalare è la mia vita, la montagna il mio mondo. La Guida il mestiere più bello che potesse capitarmi di fare.

8) Un filo conduttore della tua attività alpinistica è la “libera”, che sia in parete, in falesia. Cos’ha di magico percorrere un tiro in modo “pulito”?

In falesia non conta molto, è un gioco, un allenamento per poter affrontare preparati i sogni. Scalare in libera una via su di una grande parete è un esperienza totalizzante, devi essere al 100% di testa e di corpo.

Inanellare tiro dopo tiro una via in libera è una magia assoluta, è qualcosa che mi regala emozioni incredibili! Paura, tensione, determinazione, gioia, grande complicità e affiatamento con il compagno, tutto si svolge in brevi istanti… magici.

Matteo Piccardi sui tiri bassi della Via Oppio al Sasso Cavallo. Liberata con passaggi fino al 7b. Foto: Richard FeldererPiccardi-v0-320-0059) Nella storia dell’arrampicata, il concetto di Libera, si è evoluto di pari passo con l’evoluzione dello spit. Come vedi tu l’utilizzo dello spit su grandi pareti? La libera giustifica la spittatura?

Dipende dal contesto storico/ambientale e dal tuo stile, anche dalla tua cultura. Accettare la sconfitta è la prerogativa di un alpinismo cristallino, di un alpinismo che lascia aperte le porte sul futuro, di un alpinismo leale.

Certo lo spit permette di salire laddove non ci si può proteggere adeguatamente con mezzi tradizionali…ci sono capolavori a spit, mi vengono in mente le ineguagliabili vie dei maestri Beat Kammerlander, Rolando Larcher, Pietro Dal Pra, La premiata ditta dei due Nicola, Tondini e Sartori… Dipende dalla cultura di chi apre, dalla conoscenza storica, dalla sensibilità e dal rispetto per la roccia per chi è passato prima di noi ma anche per chi verrà dopo di noi.

Non sono contrario allo spit, ma penso che l’uso non consapevole uccida l’avventura, annichilisca il senso profondo dello scalare.

Vie come il Pesce, o più recentemente Colonne d’Ercole sono dei riferimenti assoluti per quanto riguarda l’arrampicata su pareti alpine, dei capolavori che hanno fatto sognare e faranno sognare!

10) Hai ripercorso grandi classiche in libera, mi viene in mente la Camillotto Pellissier sulla Cima Grande di Lavaredo. Da dove è nata quest’idea? Mi ricordo che nell’articolo su Stile Alpino parlavi di sogni, che valore hanno i sogni nell’alpinismo?

La Camillotto è nata casulamente, avevo letto sulla guida di Svab che tra le “difficili” è la via più facile in libera delle tre cime.

Considerando che non ho un livello da supereroe ho pensato che potesse essere alla mia portata. E poi mi ricordo di averla sognata sin da subito quando vidi le foto di quell’eclettico di Bubu che stringeva gli appigli.

Sognare è la più grande fonte di avventura che uno scalatore ha a disposizione! Le montagne con i loro spigoli, le loro pareti, i loro vuoti assoluti sono fonti inesauribili di sogni spaventosi! Quante salite, quante montagne non scalerò mai! Innumerevoli ma mi faranno sognare e questo e ciò che più conta.

Matteo Piccardi sul tiro più duro della via Camillotto Pelissier sulla Cima Grande di Lavaredo, 8a+. Foto Richard FeldererPiccardi-v0-320-008-111) Oggi il tuo terreno di avventura preferito sono le Grigne. Hai percorso in arrampicata libera un lunghissimo elenco di vie (Via del Det al Sasso Cavallo, Via Oppio al Sasso Cavallo, Via Bonatti alla Torre Costanza, Via dei Ragni al Torrione Magnaghi, Via Castagna Alta al Torrione Magnaghi) c’è ancora spazio per nuove avventure sulle Grigne? Per mettersi in gioco?

Mah lungo elenco… ce ne sono ancora una quantità infinita di linee da scalare in libera, basta saper guardare con occhi che sanno vedere. Lo spazio è infinito, le avventure le abbiamo dietro casa, non serve andare in Patagonia.

12) Per ripetere in libera queste vie hai utilizzato l’attrezzatura presente in parete? Sono tutte vie di stampo classico aperte con il solo utilizzo di chiodi: aggiungere spit ai tiri è giustificabile in ottica di liberare la via?

Sì, ho mantenuto la chiodatura originale, salvo sostituire qualche chiodo normale. Non ho aggiunto spit lungo i tiri di nessuna via, solo sulla via dei Ragni ai Magnaghi ho messo 4 fix alle soste (i fix presenti sul primo tiro di questa via appartengono a un precedente tentativo di libera di altri, mai portato a termine). Potevo farne a meno? Forse, ma non ho avuto le palle per rischiare e far rischiare chi era con me. Sui tiri non trovo ragione di aggiungere spit o fix. Soprattutto su questo genere di vie. O riesco a proteggermi tradizionalmente o vuol dire che non ho il livello per fare quello che sto facendo, quindi preferisco lasciar perdere.

12) Hai voglia di consigliare qualche via nelle Grigne a chi volesse conoscere meglio questo posto?

Sicuramente! Una delle salite che amo di più è lo spigolo di Vallepiana alla Piramide Casati, una via classica sul IV grado aperta dalla grande guida Giovanni Gandin in compagnia del conte Ugo di Vallepiana; salendo un po’ di livello, la Bonatti al Torrione Costanza… Andate a ripeterla avrete modo di apprezzarne il vuoto, l’eleganza e la selvaggia bellezza. Tra le più estetiche e difficili sicuramente le quattro lunghezze della via dei Ragni ai Magnaghi…attendono ancora una seconda salita in libera per confermare le difficoltà. La bellezza della linea è indiscussa!

13) Ormai è tanti anni che sei “dentro” il mondo dell’alpinismo, in che direzione si sta muovendo???

Boh, che ne so! Sicuramente è vivo, molto vivo, soprattutto se guardiamo oltre i nostri ristretti confini. Ma anche a casa nostra di ragazzi che spingono c’è ne sono e non pochi, penso ai ragazzi della Valtrompia che ho conosciuto a novembre in Adamello (che se non era per loro ero ancora sulla morena a girovagare), ad alcuni giovani dell’Est che spingono di brutto e parlano gran poco. Ad alcuni giovinastri con cui ho la fortuna di legarmi ogni tanto (quando presi da pietà mi portano con loro) tipo Dimitri Anghileri e Maurizio Tasca, gente che ha entusiasmo e capacità da vendere!

14) Che consigli daresti a un giovane che vuole arrivare ad alto livello nel mondo dell’alpinismo???

Impara l’inglese, compra un furgone per l’estate, a ottobre vendilo e affitta un appartamento a Chamonix, gira a più non posso! Scala senza sosta, ma soprattutto impara a nutrirti dei sogni!

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La grande caccia allo squalo

La grande caccia allo squalo
di Matteo della Bordella (tratto da http://ragnilecco.com/groenlandia-grande-caccia-squalo/)

Matteo Della Bordella, Silvan Schüpbach e Christian Ledergerber hanno aperto The Great Shark Hunt, una nuova via sulla parete nord-est dello Shark’s Tooth in Groenlandia.

La via nuova segue un sistema di fessure al centro della parete, con qualche traverso che congiunge le varie fessure. La roccia non sempre è della migliore qualità: le lunghezze chiave hanno costretto a dei run-out su lame instabili e protezioni al di sotto non buone. Comunque sono riusciti, pur adottando lo stile più puro, free climbing a vista e senza corde fisse, a usare solo due spit: il primo in uno dei bivacchi, per fissare la portaledge, e il secondo per una breve doppia pendolare. Saliti i 900 metri di parete in tre giorni, il quarto sono scesi dalla via dei russi, per cresta e spigolo nord-ovest (vedi nostro post del 25 settembre 2014), così in sostanza la parete è rimasta pulita come prima del loro passaggio.

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, le risposte a questi interrogativi oziosi ci arrivano dalla realtà, ci arrivano dalla cronaca onesta, misurata e volitiva di tutti coloro che vanno e fanno, là dove pochi decenni fa nessuno osava neppure pensare di andare e di salire in modo così pulito, non dispendioso, logico, essenziale.

Per l’importanza di questa impresa, non unica nel panorama mondiale, riportiamo per intero il racconto di Matteo Della Bordella.

Ittoqqotoormiit
DellaBordella-ittoqqortoormiitLa spedizione perfetta? Quella che da quando ho iniziato ad andare in montagna avevo sognato, ma mai pensato seriamente si potesse realizzare? Probabilmente sì. Certo, dopo questa avventura, fare qualcosa di meglio o di più interessante sarà per me molto difficile: abbiamo messo anima e corpo in un progetto e tutto è andato nel migliore dei modi. Non potevamo chiedere di meglio.

Silvan Schüpbach, Christian Ledergerber e io arriviamo il 5 agosto a Ittoqqotoormiit, 469 abitanti, ultimo paese sulla selvaggia e decisamente poco popolata costa orientale della Groenlandia (Terra di Jameson, a 70°29′07″N e 21°58′00″W). I nostri kayak e il resto del materiale sono già lì che ci aspettano, inviati via nave circa un mese prima. Non perdiamo un minuto di tempo: solo una mezza giornata giocando a tetris per infilare tutto il materiale nei gavoni dei nostri kayak, e il 6 agosto alle 16 partiamo. Da qui in avanti siamo soli: noi tre e la Groenlandia, con le sue bellezze e la sua natura selvaggia ed incontaminata.

L’avvicinamento con il Kayak
DellaBordella-icebergMi bastano pochi minuti per capire che pagaiare nel mare Artico, con tanto di vento, di onde, e un kayak pesante 170 kg, è molto diverso che pagaiare sul lago di Lugano. Beh, non è che ci volesse una scienza per arrivarci, ma solo quando sei lì ti rendi conto davvero di cosa vuol dire. Adesso siamo in ballo, bisogna ballare. Il kayak mi sembra totalmente ingovernabile, è affondato come un sottomarino e non reagisce ai miei comandi, lo scafo viene continuamente girato e sballottato tra vento e onde. Più che pagaiare, qui si tratta di lottare per restare a galla!Dopo circa 2 ore e mezza ci accampiamo per passare la notte. È vero siamo partiti, e questa era la cosa più importante, ma abbiamo fatto solo 10 km (con sforzi spropositati) e ne abbiamo davanti ancora 200… Le facce sono piuttosto preoccupate e anche Silvan, notoriamente sempre ottimista, fatica a stemperare la tensione. Con la sua classica risata, ci confida: “Prima di questo viaggio ero molto preoccupato e avevo parecchi punti interrogativi nella mia testa, ma ero convinto che, una volta partiti con i kayak, i dubbi si sarebbero risolti e mi sarei sentito più tranquillo e rilassato… beh, questa volta è decisamente l’opposto: dopo questo primo assaggio in acqua, i miei dubbi e le mie paure sono molto più grandi!”.
“Andiamo bene…” penso io. Meglio dormirci su, domani è un altro giorno.

 In marcia verso il campo base
DellaBordella-DSC_4522Il 6 agosto è effettivamente un altro giorno, e la musica un po’ cambia, anche se non del tutto. Per lo meno, vento e onde si calmano notevolmente. Perfezioniamo le regolazioni personali nei kayak, ma nonostante questo sono tremendamente lenti! Non posso credere di fare uno sforzo così grande e di andare così piano.
Pagaiando il tempo scorre molto lentamente, è uno sport ripetitivo, e la mente è libera di vagare nei suoi pensieri. A differenza del lago di Lugano, dove il paesaggio varia in continuazione, qui in Groenlandia le distanze sono enormi e ti sembra di essere sempre fermo: sembra che la fine di una baia o di una spiaggia non arrivi mai. È uno sport dove occorre trovare il proprio ritmo, avanzare senza stancarsi troppo trovando il compromesso tra velocità e sforzo. Un compromesso che, personalmente, ho cercato a lungo e invano per giorni, e che ho poi trovato a poco a poco a forza di fare. Dopo un impatto traumatico infatti, mente e corpo si abituano, e pian piano pagaiare risulta più facile, anzi, più normale.
Entriamo in una sorta di routine, le nostre giornate sono tutte uguali: sveglia verso le 8, alle 9.30 salpiamo con i kayak… Poi 7-8 ore a pagaiare, fino a sera, con qualche stop intermedio per mangiare e tirare il fiato. Verso le 18 si prepara il campo, alle 19 si cena e alle 20 crolliamo distrutti nei sacchi a pelo, pronti per 12 rigeneranti ore di sonno. Ho avuto la sensazione di entrare in un circolo, dove dopo un po’ diventa tutto normale, ordinario, anche se per pochi giorni; un circolo per fortuna virtuoso, che ti fa sentire sempre più in sintonia con mare, kayak, pagaia e muta stagna e che in sette giorni ci ha portato a destinazione, alla fine del fiordo di Skjllebukt, sulla penisola di Renland.

Sotto alla parete nord-est dello Shark’s Tooth
DellaBordella-SharksTooth-parete nord-estPhoto S. SchüpbachNon è tempo però di rilassarsi, sappiamo che l’alta pressione estiva in Groenlandia, dopo la metà di agosto, ha i giorni contati. Dobbiamo iniziare la nostra marcia verso il punto dove allestiremo il campo base.Nonostante spalle e schiena siano piuttosto provate dai 210 km in mare, le gambe sono invece belle fresche e riposate, pronte a dare il loro contributo al raggiungimento del nostro obiettivo. Circa 20-25 km a piedi ci separano dal nostro futuro campo base. Laddy sfodera la sua proverbiale capacità di carico, data dal suo possente fisico di un metro e 90, io e Silvan non ci tiriamo indietro. I sacchi sono pesanti, ma in due giorni di fatiche siamo a destinazione, e con noi, anche tutto il materiale per scalare e sopravvivere per venti giorni, portaledge compresa.
È il 15 di agosto. Ferragosto. La mia mente va agli amici, specialmente ai non climber e a tutti quelli che stanno ridendo e scherzando davanti ad una griglia rovente, a tanta carne e a tante bottiglie di birra e di vino. Ne parlo con i miei soci. In Svizzera questa festa forse è meno “sentita”, lì per la maggior parte della gente significa solo “fine delle vacanze, da domani si torna al lavoro”. Beh, anche per noi oggi, in un certo senso, è vacanza (dopo nove giorni no stop) e anche per noi, da domani, si torna a faticare…Dopo l’avvicinamento più lungo e avventuroso della nostra vita, siamo ansiosi di scoprire il vero motivo che ci ha condotto fino a qui e non vediamo l’ora di fare finalmente quello che sappiamo fare, ovvero: salire in verticale e non procedere in orizzontale. Anche i nostri avambracci e le nostre dita vogliono dare il loro contributo!

In arrampicata su The great shark hunt
DellaBordella-DSC_4790-216 agosto, vediamo per la prima volta la parete da vicino. Non penso di essere il tipo che si sbilancia troppo o utilizza aggettivi e superlativi a sproposito, ma quando ci vuole ci vuole: resto letteralmente a bocca aperta. Davvero, non pensavo che nel 2014 potessero ancora esistere pareti del genere mai scalate. Sotto la Nord-est dello Shark’s Tooth provo la stessa sensazione di piccolezza e impotenza che avevo provato alla base del Capitan. È una parete incredibile, 900 metri di granito che dopo una prima parte appoggiata si fanno perfettamente verticali o strapiombanti fino in cima.

Dobbiamo e vogliamo scalare questa parete, non vediamo l’ora di essere tra i primi a incastrare le mani nelle sue fessure e a tirare i suoi appigli. Individuiamo una linea nel centro. Ci sono dei punti di domanda legati alle zone dove finisce una fessura e, a lato, ne inizia un altra. Una cosa è però chiara e condivisa da tutti, fin da subito: vogliamo assolutamente scalare questo muro in libera. Aprire una via in artificiale su questa parete significherebbe per noi avere fallito.
Laddy apre le danze, i primi tiri sono facili e sporchi. Dobbiamo recuperare un saccone con 35 litri di acqua, portaledge e viveri per 3 giorni, ma siamo inaspettatamente veloci. Silvan mi dice: “Visto? Laddy quando recupera la corda la tira forte per davvero!”.
In breve siamo sotto la parte ripida, dove ci aspetta un tetto. La roccia non è certo quella dei nostri sogni (o per lo meno dei miei): ci sono scaglie ovunque, alcune attaccate al tetto che pendono come spade di Damocle sopra di noi. Non so se il prossimo tiro preferirei scalarlo da primo o stare a far sicura sotto quei blocchi. Comunque, parte Silvan. Tensione al massimo: è difficile stare calmo per me in sosta, figuriamoci per lui che scala.
Mi aspetto diverse volte il “take!”, o la sua caduta, o qualche sasso che viene giù sulla mia testa, ma non succede niente di tutto ciò e Silvan scompare sopra il tetto.

Matteo Della Bordella nella prima traversata
DellaBordella-DSC_4934-2Secondo giorno in parete, arriva anche il mio turno. Mi trovo di fronte alla prima incognita: venti metri di placca che dividono due sistemi di fessura. Sono teso e scalo lentamente, a ogni appiglio prendo magnesite. Fa freddo, non so bene dove andare e se mai riuscirò a salire in libera. Seguo tutta la fessura in salita, ma quando sono in cima ho l’illuminazione: “provare ad attraversare 10 metri più in basso!”. Così ridiscendo lungo la fessura. Un passo molto delicato e di equilibrio mi attende in partenza, poi vedo delle tacche. A metà del traverso realizzo che ormai la mia protezione in cima alla fessura servirà sempre di meno e che il pendolo in caso di caduta sarà sempre più lungo e fuori asse. Mantenere la calma, qui non è difficile, ma è delicato. In qualche modo arrivo all’altro sistema di fessura-diedro.
Anche qui la roccia non è quella dei miei sogni, ma prendo coraggio e riesco a scalare più velocemente. Un altro tiro, e un altro ancora, sempre sostenuti nelle difficoltà, ma ben proteggibili. Poi un’ultima lunghezza, dove alcuni metri di fessura cieca mi costringono a spingere al massimo sull’acceleratore e a mettermi ancora in gioco, rischiando più volte di cadere.
Provato psicologicamente e fisicamente, cedo il comando a Silvan. È quindi lui che si trova a dover togliere le castagne dal fuoco: ancora un tiro nel grande diedro con roccia assai discutibile, poi la fessura finisce e un’altra parte 20 metri più a destra. In mezzo, chissà. Siamo un po’ stanchi e iniziamo a valutare diverse possibilità di bivacco… Tutte appese nel vuoto. Sarebbe meglio andare un po’ più in alto, pensiamo tutti. Il traverso per prendere l’altra fessura è un mezzo rebus tipo il precedente, Silvan lo risolve in modo simile: disarrampica dalla sosta e, con passi delicati in placca, attraversa fino al successivo sistema di fessure.
Sento un suo urlo euforico: proseguendo a destra per altri 20 metri intravede una grande nicchia nella parete, una sorta di grotta. In tarda serata, con qualche peripezia nel traverso, raggiungiamo questo bivacco provvidenziale. E anche se la grotta non è poi così piatta e profonda come speravamo, possiamo avvalerci della portaledge, sulla quale possono sistemarsi due di noi, mentre il terzo si sdraia sulla cengia.

Il bivacco in portaledge
DellaBordella-DSC_4738-2Terzo giorno: finalmente ci svegliamo con il sole! Anche se, data l’esposizione nord-est, ce lo godiamo solo per un paio di ore. Riparto io, il morale è alto. La roccia qui è solida e la scalata superba. Scalo bene e salgo velocemente. Arrivo all’ennesimo traverso, questa volta vado verso sinistra per prendere l’altra fessura. È molto più facile dei precedenti e in un attimo siamo alla base del grande diedro fessurato che conduce praticamente fino alla vetta! Questa sì che è la roccia dei nostri sogni. Il famoso granito della Groenlandia, quello che avevo visto nel 2009 nel Foxjaw e di cui avevo tanto sentito parlare… Con fessure che sparano dritte verso il cielo. È Laddy a godersi questa parte da capocordata. Scala veloce e sicuro. E lui, al contrario di molti, quando si trova in difficoltà scala ancora più veloce del solito! Il vuoto sotto di noi si fa sempre più grande e il ghiacciaio in basso sempre più piccolo.

A fine pomeriggio raggiungiamo la vetta dello Shark’s Tooth. The great shark hunt, la grande caccia allo squalo, è terminata. Anzi no, lo squalo lo abbiamo catturato, ora bisogna riportalo a casa!

Il tracciato di The great shark hunt allo Shark’s Tooth
DellaBordella-DSC_4620-24Difficile per noi pensare che sarebbe potuta andare meglio di così. Abbiamo scalato la linea che sognavamo, tutta in libera, tutta a vista. Non abbiamo mai usato spit per scalare, ne sono rimasti solo due: il primo a 600 metri da terra per calarci e recuperare i sacconi nel traverso, il secondo poco più avanti, per appendere la portaledge.
Difficoltà? Al nostro limite, duro per noi. Più volte abbiamo pensato di cadere o non eravamo sicuri di raggiungere il prossimo appiglio o la prossima fessura. Il grado noi lo stimiamo, ma questa volta potete chiederlo ai ripetitori o a 8a.nu.

Il quarto giorno scendiamo dalla via dei russi, che passa sullo spigolo. Ritroviamo quasi tutte le calate e lasciamo pochissimo materiale nostro. Il pensiero che siamo saliti su quella parete riducendo al minimo le nostre tracce mi riempie di orgoglio e di felicità. Mi piace pensare che tra 2, 20 o 200 anni qualcun altro potrà arrivare sotto lo Shark’s Tooth e quasi rivivere la nostra avventura, confrontandosi con questa parete così come la natura l’ha creata.

In arrampicata su Oasi
DellaBordella-DSC_4705-2Photo S. SchüpbachCampo Base, la situazione è a dir poco strana. Abbiamo viveri e cibo a sufficienza per stare qui altre due settimane, ma la testa è già al ritorno. Il nostro corpo è qui, in questa valle incredibile dove ci sono ancora tantissime montagne da salire e tantissimi muri di roccia da scalare. Ma la nostra mente è sui kayak e pensa già al lungo ritorno alla civiltà. Momenti di contraddizione. L’obiettivo della spedizione è pienamente raggiunto, abbiamo dato tutto e sappiamo che meglio di così non potevamo fare, ora dobbiamo solo pensare a rientrare. Nonostante questo, però, siamo alpinisti, amiamo la montagna e i luoghi selvaggi; quando vediamo pareti e cime inviolate intorno a noi, ci brillano gli occhi e ci prudono le mani.
E così portiamo a casa altre due salite. La prima è una via di roccia sul pilastro The Gurkin, aperta da me e Silvan, che battezziamo Oasi, in onore alle temperature molto più miti e all’esposizione soliva della parete. La seconda, invece, è una salita di stampo alpinistico su terreno misto e ghiaccio, per circa 1800 metri di dislivello, portata a termine da me e da Laddy su una delle montagne più alte e senza dubbio più estetiche della zona, fino a quel momento probabilmente inviolata. In tal caso suggeriamo il nome di Daderbrum.

Daderbrum
DellaBordella-DSC_4973-2Passano i giorni e arriva il momento di rientrare. Siamo tutti ansiosi e curiosi di provare di nuovo l’ebrezza di infilarsi nei kayak e nelle umide mute stagne, nostre abituali compagne di viaggio in mare.
È il 30 agosto quando iniziamo la lunga via del ritorno. Gli 85 kg che avevamo sui kayak all’andata (oltre al nostro peso) ora sono almeno dimezzati e la differenza in acqua si sente. Ritrovo ora il mio laser 5,50 come lo conoscevo e ritrovo in mare gli equilibri che mi mancavano nel viaggio di andata. Il primo giorno avanziamo alla grande, pagaiando in mezzo agli iceberg di diverse dimensioni, copriamo una distanza di circa 50 km. “Se continua così, il rientro è una passeggiata!”, penso durante le ultime pagaiate prima di accamparci.
Purtroppo, però, non continua così. Anzi, la situazione cambia radicalmente: prima la pioggia, poi il vento forte; impensabile andare avanti, siamo costretti a due giorni di attesa. Il terzo giorno piove ancora e la temperatura è scesa, ma niente vento. Decidiamo quindi di provare a partire. L’umidità derivata dal sudore che fatica a traspirare nella muta stagna amplifica la sensazione di freddo e la pioggia cade incessantemente tutto il giorno. Dopo sette ore quasi no stop, stabiliamo che è il caso di accamparsi. Nella nostra tenda è tutto umido e bagnato, acqua dentro, acqua fuori, difficile mantenere qualcosa di asciutto. I giorni successivi alternano vento contrario a condizioni favorevoli per pagaiare quindi, dopo aver valutato che controvento servono sforzi enormi per progressi minimi, decidiamo di farci furbi e di essere pronti a saltare nei kayak non appena il vento cala, e a uscirne non appena il vento si rinforza.

I tre amici al ritorno
DCIM106GOPROAltri tre giorni di pagaiata ci conducono quasi alla nostra meta. Troviamo riparo in una vecchia casa diroccata. Domani sarà il nostro ultimo giorno: 20-25 km, quattro ore di kayak, ci separano da Ittoqqotoormiit! Ci godiamo l’ultima cena e l’ultima notte di questa spedizione in un riparo asciutto. Sono già tre notti che sogno di essere a casa: sogno Arianna, sogno gli amici, sogno il mio letto. È un sentimento condiviso, anche gli altri non vedono l’ora di rientrare nella civiltà e ritrovare le persone a loro care. Ma non è finita, finché non è finita!

La visita di Berta
DellaBordella-IMG_5064Photo S. SchüpbachAlle cinque di mattina sono svegliato di soprassalto dalle grida. In una frazione di secondo passo dalla serenità del sonno all’essere iper-sveglio, nel panico più totale!
Un orso polare è entrato nella nostra casa, e si trova a due metri da me e a meno di un metro da Laddy. Non ci resta che urlare come dei forsennati e fare casino. D’istinto, inizio a sbattere il tavolo e tutti gli oggetti che trovo sul pavimento, per fare più rumore possibile. Il disperato tentativo pare funzionare… l’orso non si sente ben accetto in casa nostra e con qualche grugnito esce dalla porta. Adrenalina pura: tiriamo fuori lo spray al pepe e i razzi che abbiamo con noi e cerchiamo di analizzare coscientemente la situazione. L’orso resta nei paraggi, ma il pericolo pare scampato. D’altronde, se davvero avesse voluto attaccarci l’avrebbe già fatto, e ci sarebbe anche riuscito. Povero orso! Anzi, povera orsa (ci piace pensare che fosse femmina, la chiamiamo Berta). La povera Berta stava probabilmente morendo dalla fame quando ha fiutato uno strano odore (probabilmente dovuto al fatto che non ci lavavamo da molto, molto tempo…) e, curiosa, si è avvicinata per vedere di cosa si trattasse. E pensare che prima di entrare in casa ha pure bussato… non si meritava di certo un’accoglienza simile!

Ultimi km prima di Ittoqqotoormiit
DellaBordella-DSC_5290Colazione: un caffè, poi un tè, poi una tisana. Seconda colazione: un altro caffè, un altro tè… e tre ore che volano, pensando e ripensando a Berta. Il tempo, almeno quello, sembra finalmente migliorato e saltiamo per l’ultima volta nei kayak. Il mare artico però non ci fa nessuno sconto, anche gli ultimi 20 km che ci dividono da Ittoqqotoormiit li dobbiamo sudare, lottando duramente contro il vento e le onde. Nonostante questo riusciamo a rientrare senza altri imprevisti. Sabato 6 settembre alle 15 ritorniamo alla civiltà, 32 giorni dopo esserne usciti. Peccato! Adesso la nostra spedizione è finita sul serio.

Matteo Della Bordella a Varenna, conferenza stampa del 19 settembre 2014
DellaBordella_DSC1678

postato il 16 ottobre 2014

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Storia dell’arrampicata libera 4

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (4-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Il ritorno sulle grandi pareti
Aperture a spit dal basso
Naturalmente con questo stile la via non può essere considerata salita in libera in apertura a causa dei resting per piantare i chiodi.

Normalmente perciò l’apritore o i ripetitori ripercorrono la via successivamente cercando di salirla in libera senza utilizzare i riposi.

Con le vie aperte in questo stile nasce il concetto di “grado obbligatorio”, di grande importanza, ma di difficile valutazione.

Si tratta della difficoltà massima in libera fra una protezione e l’altra non eliminabile con passi di artificiale.

Dovrebbe essere valutato con la scala boulder, ma ciò non è semplice su una via di più tiri.

Arrampicata libera su vecchie vie artificiali
Una nuova tendenza fu quella di “liberare” vie aperte con l’uso dell’arrampicata artificiale.

Mauro “Bubu” Bole sulla via Couzy alla Cima Ovest di Lavaredo
Storia dell'Arrampicata Libera63

 Storia dell'Arrampicata Libera62

Lynn Hill sul Nose al Capitan
Storia dell'Arrampicata Libera64

Storia dell'Arrampicata Libera65

Solitarie slegati su vie alpinistiche (free solo)
Si tratta di uno stile molto antico (vedi Paul Preuss), ma ultimamente balzato alla ribalta con svariate grandissime salite.

Hansjörg Auer sulla Via Attraverso il Pesce, Marmolada
Storia dell'Arrampicata Libera66

Alexander Huber sulla Hasse-Brandler sulla Cima Grande di Lavaredo
Storia dell'Arrampicata Libera67

 

 

 

 

 

 

 

Storia dell'Arrampicata Libera68

Il ritorno del Boulder
Negli ultimi 10-15 anni la disciplina del boulder (già spinta in avanti dal francese Jacky Godoff negli anni ’80, NdR) l’arrampicata su massi ha avuto uno sviluppo impetuoso e molti forti scalatori si sono dedicati ad essa raggiungendo difficoltà molto elevate in singoli passaggi.

Fred Nicole
Storia dell'Arrampicata Libera69

Chris Sharma
Storia dell'Arrampicata Libera70

Gli ultimi sviluppi degli anni Duemila
La rincorsa al 9b
Negli ultimi anni è stato diverse volte dichiarato, ma spesso su tiri di lunghezza elevata e quindi aumentando la difficoltà con aumento della continuità.
Solo ultimamente sono stati dichiarati 9b su tiri di lunghezza.

Chris Sharma
Storia dell'Arrampicata Libera71

L’arrampicata su monotiri su protezioni rimovibili (trad climbing)
In Inghilterra è una disciplina che esiste da sempre e che negli ultimi anni si è ulteriormente sviluppata e diffusa (trad climbing).

In questo tipo di arrampicata non viene valutato solo il grado tecnico, ma anche la pericolosità.

Sui gradi più elevati non è tuttavia importante la prestazione a vista.
Storia dell'Arrampicata Libera72

In Italia si è cominciato a discutere e a rivalutare l’arrampicata su protezioni naturali, soprattutto in zone vocate a questo tipo di specialità (per tipo di roccia e conformazione).

A settembre del 2010 si è tenuto un primo raduno organizzato dal CAAI in Valle dell’Orco dove stanno nascendo nuovi monotiri in questo stile e dove si stanno rivalutando le vecchie vie aperte senza spit.

Storia dell'Arrampicata Libera73

Arrampicata slegati su acque profonde
Questo stile, denominato Deep Water Solo unisce la semplicità del Free Solo con la relativa sicurezza dovuta alla possibilità di cadere.

Storia dell'Arrampicata Libera75Storia dell'Arrampicata Libera74

Ultimamente anche Chris Sharma ha realizzato importanti salite in questo stile.

Storia dell'Arrampicata Libera76Storia dell'Arrampicata Libera77

Il futuro è appena cominciato

Adam Ondra
Storia dell'Arrampicata Libera78
Storia dell'Arrampicata Libera79

Le prospettive future
Tanti tipi di arrampicata libera
Quale sia il futuro della scalata, non è ancora possibile dirlo, quello che è certo è che oggi esistono diversi tipi di arrampicata libera in cui anche se il gesto atletico è lo stesso, altrettanto non si può dire della filosofia e dei suoi interpreti principali.

Ci sono stati innumerevoli scontri e polemiche fra i fautori di uno stile o dell’altro, ma forse oggi tutti questi universi non sono più così distanti e l’incomunicabilità non appare più insormontabile come un tempo.

Non è più solo il chiodo ad espansione a fare da discriminante ma la forza, le idee, la fantasia ed il cuore degli arrampicatori stessi.

L’evoluzione riparte da qui…

 

Bibliografia
1. Storia del Free Climbing, Fabio Palma su Uomini e Pareti, Versante Sud;
2. L’assassinio dell’impossibile, Reinhold Messner in La Rivista mensile del CAI, 1968;
3. Settimo Grado, Reinhold Messner, 1973 Istituto Geografico de Agostini, Novara, e 1982 Görlich Editore, Milano;
4. La breve stagione del Free Climbing, Maurizio Oviglia, presentazione al Corso IAL CMI 2007;
5. Nuovi Mattini, il singolare 68 degli alpinisti, Enrico Camanni, 1998, I Licheni, Vivalda Editore;
6. Rock Paradise, Maurizio Oviglia, 2000 Versante Sud.

FINE

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Storia dell’arrampicata libera 3

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (3-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Nascita dell’arrampicata sportiva
Primi passi in Italia
Le prime protezioni fisse in Italia arrivarono, sull’esempio francese, alla fine degli anni Settanta.

Nel 1980 Patrick Berhault impressionò il pubblico cercando di salire a vista la Via dei Nani Verdi a Foresto.

Marco Bernardi, un giovane torinese che era tra il pubblico, rimase impressionato dall’esibizione e ritornò per liberare i Nani Verdi completamente (7a), impresa che gli riuscì nel 1981.

Patrick BerhaultStoria dell'Arrampicata Libera44

Prime falesie ad Arco
Dei primi anni ’80 sono anche le vie della Spiaggia delle Lucertole ad Arco, dove Manolo, Roberto Bassi e Heinz Mariacher spinsero le difficoltà sino ai limiti dell’8a.

Si trattava di vie protette a spit dall’alto che coniugavano il fattore rischio con la necessità di avere un chiodo affidabile che trattenesse la caduta in caso di errore.

L’arrampicata libera si stava trasformando in arrampicata sportiva.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
Storia dell'Arrampicata Libera45

Bardonecchia 1985
Nella località piemontese venne organizzata la prima gara di arrampicata su parete naturale.

Di fatto si crearono due discipline distinte e spesso con protagonisti diversi.

Alcuni fra i più forti scalatori presero posizione netta contro le gare che però continuarono spostandosi su pareti artificiali.

Lynn Hill a Bardonecchia
Storia dell'Arrampicata Libera46

La riscossa europea degli anni ‘80
I grandi exploit di Manolo
Manolo per tutti gli anni ‘80 realizzò incredibili salite e nuove vie in montagna spesso in libera molto sprotetta.

Contemporaneamente cominciò a trasferire questo livello anche su monotiri in falesie di bassa quota.

Nel 1981, in una remota falesia in Trentino, salì il Mattino dei Maghi, 7c+, su scarse protezioni.

Manolo ad Arco
Storia dell'Arrampicata Libera47

La rincorsa europea degli anni ‘80
I grandi francesi
Patrick Berhault e Patrick Edlinger, due grandi talenti francesi, arrivarono fino al 7c+.

Patrick Edlinger
Storia dell'Arrampicata Libera48

Patrick Berhault
Storia dell'Arrampicata Libera49

Wolfgang Güllich
Forte scalatore tedesco che cominciò a viaggiare in tutti i più importanti siti di arrampicata in Europa e USA.

Fu il primo a applicarsi a metodi di allenamento specifici e “a secco”.

Nel 1982 salì il primo 8a europeo in USA (Grand Illusion) e ciò costituì il “passaggio del testimone” fra USA e Europa.

Nel 1984 Edlinger salì il primo 8a ufficiale in Europa e nello stesso anno ne furono saliti altri da Manolo e Jerry Moffat.

Nel 1984 Güllich salì il primo 8b nel Jura.

Wolfgang Güllich
Storia dell'Arrampicata Libera50

Superamento del muro dell’8c
Action Directe
Nel 1990 di ritorno da grandi realizzazioni in montagna Güllich chiodò una linea su parete strapiombante a 45°.

La progressione richiede lunghi movimenti dinamici e per liberarla inventò una nuova tecnica di allenamento a secco su pannello inclinato detto appunto Pangüllich.

Questa via fu chiamata Action Directe e fu il primo 9a che costituì da allora un punto di riferimento per questa difficoltà.

Wolfgang Güllich su Action Directe
Storia dell'Arrampicata Libera51 Storia dell'Arrampicata Libera52

L’avvento del 9a
Alexander Huber
Negli anni successivi vennero salite altre vie di questa difficoltà fra cui Om e Open Air da parte del nuovo talento Alexander Huber che fu attivo anche in montagna negli anni successivi.

Alexander Huber
Storia dell'Arrampicata Libera53

Il ritorno sulle grandi pareti
Aperture in libera di vie alpinistiche
I grandi progressi dell’arrampicata libera dovuti a tutti questi sviluppi rendevano possibile concepire salite dal basso in montagna in completa arrampicata libera.

Uno dei più grandi successi di questo approccio fu l’apertura nel 1982 da parte di Heinz Mariacher e Luisa Iovane della via Tempi Moderni sulla ciclopica parete sud della Marmolada.

Luisa Jovane su Tempi Moderni in MarmoladaStoria dell'Arrampicata Libera54

Nel 1989 l’arrampicata libera arriva alle altissime quote himalayane con l’apertura della via Eternal Flame sulla Nameless Tower (Torri di Trango).

Kurt Albert e Wolfgang Güllich, anche se non riescono ad aprire tutta la via in libera, arrampicano comunque fino al 7b in apertura a 6000 m.

La Nameless Tower
Storia dell'Arrampicata Libera55

Recentemente Eternal Flame è stata liberata dai fratelli Huber.

Alexander Huber su Eternal Flame

Storia dell'Arrampicata Libera57

Storia dell'Arrampicata Libera58

Aperture a spit dal basso
Negli anni ‘90 si cominciò ad affermare un nuovo stile di salita in alpinismo che tramite l’etica dell’arrampicata libera riabilitava lo spit in alpinismo.

Questo stile consiste nella salita dal basso di nuove vie su grandi pareti, proteggendosi con l’uso di spit piantati appendendosi su ganci, ma era caratterizzato dalla progressione esclusivamente in libera da uno spit all’altro.

Tale tecnica fu sviluppata dagli svizzeri Michel Piola e Martin Scheel, ma negli anni successivi furono altri i suoi maggiori interpreti.

Beat Kammerlander con la salita di Silbergeier in Ratikon in Svizzera (6L: L1 8b, L2 7c+, L3 8a+, L4 7a+, L5 8b/+, L6 7c+, 7c obbligatorio) e Wogu (che però non riuscì a liberare).

Beat Kammerlander

Rolando Larcher con la salita di Hotel Supramonte (11L: 7b+, 7c+, 8b, 8a+, 8b, 7c, 7a+, 7b+, 7b, 7b, 6b+, 7c obbligatorio).

Su Hotel Supramonte
Storia dell'Arrampicata Libera60

L’intramontabile Manolo con la via Solo per vecchi guerrieri (4L: 7c, 7c, 8b, 8c,8a obbligatorio)

Manolo su Solo per vecchi guerrieri
Storia dell'Arrampicata Libera61a

CONTINUA

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Storia dell’arrampicata libera 2

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (2-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Sviluppo dell’arrampicata libera
Il movimento del “Nuovo Mattino” in Italia
In seguito alle riflessioni di Messner e per reagire allo stile di alpinismo che si era imposto nei precedenti anni, in Italia si sviluppò una nuova corrente detta Nuovo Mattino che fu ispirata dagli scritti di Gian Piero Motti.

Caporal (Valle dell’Orco, lo Yosemite italiano)
Storia dell'Arrampicata Libera22Questo movimento si sviluppò dapprima in Piemonte rifacendosi alle esperienze americane e al contatto con le nuove tecniche di scalata anglosassoni e grazie anche alla presenza di uno straordinario scalatore scozzese, Mike Kosterlitz.

Gli scalatori del Nuovo Mattino per sviluppare le proprie idee scelsero un nuovo terreno di gioco, lontano dalle grandi cime, in bassa quota e che consentiva uno stile di scalata simile a quello dello Yosemite.

Sergent (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera23In realtà le idee del Nuovo Mattino non investivano solamente l’arrampicata libera, ma consistevano anche in una critica dello spirito dell’alpinismo di quell’epoca.

Veniva proposta la “Pace con l’Alpe” e la permanenza serena in parete come fonte di esperienza contrapposta all’alpinismo di conquista.

Le pareti salite, come quelle in Yosemite, non avevano nemmeno una “vetta” vera e propria: l’importante era la via e il modo in cui si saliva.

Una componente importante di questo nuovo spirito fu senz’altro il tentativo di guardare le pareti con l’intento di trovare linee salibili in libera spesso accettando l’assenza o la scarsità di protezioni.

Tutto ciò anche se ancora si trovavano tratti di raccordo saliti in artificiale e anche se il concetto di continuità dell’arrampicata ancora non era stato compreso.

I concetti del Nuovo Mattino piemontese si ritrovano parallelamente anche in altre zone d’Italia, spesso nascendo in maniera autonoma le une rispetto alle altre.

Sulle Alpi Centrali va ricordato Ivan Guerini, che nel 1973 aveva lasciato la pianura lombarda per la Val di Mello. La sua prima via risale al 1975.

Ivan Guerini
Storia dell'Arrampicata Libera24Nel 1976 in Val di Mello nascono “i Sassisti”, un gruppo di forti arrampicatori scanzonati che farà della libera il suo naturale modo di esprimersi.

Olivo Tico e Paolo Masa su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
Storia dell'Arrampicata Libera25

Olivo Tico su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
Storia dell'Arrampicata Libera26

Nel 1977 si parla per la prima volta di VII grado con la placca di Nuova Dimensione dei Sassisti Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci, ma il primo riconosciuto dall’UIAA sarà la via di Ivan Guerini e Mario Villa, Oceano Irrazionale.

Nuova Dimensione
Storia dell'Arrampicata Libera27Oceano Irrazionale
Storia dell'Arrampicata Libera28

I capolavori del Nuovo Mattino
Il free-climbing era ormai sbocciato anche in Italia ed il nuovo impulso darà vita a vie che sono autentici gioielli di bellezza e armonia

Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
Storia dell'Arrampicata Libera29

Rattle Snake (Valle dell’Orco). Foto: Guglielmo Magri
Storia dell'Arrampicata Libera30

Il Risveglio di Kundalini (Val di Mello). Foto: Guglielmo MagriStoria dell'Arrampicata Libera31

Orecchio del Pachiderma (Valle dell’Orco). Foto: Maurizio Oviglia
Storia dell'Arrampicata Libera32Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
Storia dell'Arrampicata Libera33

Fessura Kosterlitz (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera34

Fessura della Disperazione (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera35

Oceano Irrazionale (Val di Mello)
Storia dell'Arrampicata Libera36

Oceano Irrazionale (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
Storia dell'Arrampicata Libera37

Diedro Nanchez (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera38

Spiderman (Gaeta)
Storia dell'Arrampicata Libera39

Maurizio Zanolla “Manolo” o “Il Mago”
Negli stessi anni c’era uno scalatore che sembrava totalmente slegato dal contesto italiano eppure all’avanguardia.

Maurizio Zanolla, di Feltre, detto Manolo o il Mago, che sarà uno dei più grandi fuoriclasse dell’arrampicata mondiale.

Grazie al suo talento, già nel 1978 superò in libera la Carlesso alla Torre Trieste (7a+) e aprì la Via dei Piazaroi sulla Cima della Madonna (7b).

Manolo
Storia dell'Arrampicata Libera40

Alessandro Gogna e i Cento Nuovi Mattini
In seguito a questo fermento nei primi anni ottanta il celebre alpinista Alessandro Gogna, prese contatto con i più forti free-climber dell’epoca, Manolo, Ivan Guerini, Roberto Bassi, Gabriele Beuchod e partì per un viaggio esplorativo delle zone d’Italia dove si stavano diffondendo le nuove idee.

Da quelle esperienze nacquero i libri “100 nuovi mattini” e il successivo “Mezzogiorno di Pietra” una raccolta di vie che è stato un riferimento per una generazione intera di arrampicatori.

Allo stesso tempo, questi libri rappresentano un po’ il canto del cigno del free-climbing, scritti nel momento di massimo splendore dell’arrampicata esplorativa e sulla spinta delle idee del Nuovo Mattino.

Ivan Guerini su L’Albero delle Pere (Val di Mello), 1a ripetizione, 7 luglio 1977
Storia dell'Arrampicata Libera41

Regole dell’arrampicata libera
L’Europa per tutti gli anni ‘70 era rimasta indietro nel livello di difficoltà.

In Francia tuttavia si era cominciato a definire le regole e gli stili validi nell’arrampicata libera.

Jean-Claude Droyer comprese e formalizzò la necessità di eliminare eventuali riposi per poter dichiarare la libera di un tiro.

A lui si deve l’adozione del termine rotpunkt, dato che era solito segnare con un punto rosso alla base ogni tiro da lui liberato.

Jean-Claude Droyer
Storia dell'Arrampicata Libera42

Nascita dell’arrampicata sportiva
Metodi di chiodatura
Fino a questo periodo lo sviluppo dell’arrampicata libera era avvenuto su vie in falesia che però continuavano a essere chiodate dal basso.

Si cominciò in quegli anni in Francia ad attrezzare monotiri in falesia chiodandoli dall’alto.

In questa maniera si eliminava il rischio per non avere impedimenti nel raggiungimento della massima difficoltà.

Storia dell'Arrampicata Libera43

CONTINUA

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Storia dell’arrampicata libera 1

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (1-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Definizione
Arrampicata su pareti di roccia senza l’utilizzo di mezzi artificiali per la progressione e per riposarsi.

Falesia di Cingoli (MC)

StoriaArrampicataLibera0

Stili e definizioni
Onsight
(a vista, in italiano): eseguire una via, senza voli e senza resting, al primo tentativo senza nessun tipo di informazioni (sia visive che verbali);
Flash: eseguire una via pulita al primo tentativo avendo comunque delle informazioni (visive e/o verbali);
Rotpunkt: eseguire una via pulita dopo n tentativi, ogni tentativo deve essere eseguito da terra, sfilando la corda;
Rotkreis (in inglese yo-yo): Rotkreis, cerchio rosso o yo yo consiste nel lasciare la corda inserita nell’ultimo moschettone dove ci si è fermati (volo o resting), calarsi fino a terra e poi ripartire da lì;
Greenpoint: via in flash ma con la corda dall’alto;
Runout: tratto di particolare lunghezza fra una protezione e la successiva che risulta quindi obbligatorio e può causare lunghi voli.

Scale di difficoltà

StoriaArrampicataLibera1

StoriaArrampicataLibera2

La scala UIAA è l’evoluzione della scala Welzenbach che è rimasta chiusa al VI grado fino agli anni ’70;

nella scala francese è valutata la difficoltà del tiro nel suo complesso (non è corretto dire “passaggio di 6b”, esiste il “tiro di 6b”); non valuta le difficoltà a vista, ma quelle sulla sequenza più facile per eseguire il tiro (quindi RP);

la scala boulder ha simbologia uguale alla scala francese/falesia, ma la difficoltà è maggiore perché è concentrata in un singolo passaggio o sequenze molto brevi.

Protezioni
Chiodi da fessura

StoriaArrampicataLibera3

Chiodo a espansione
StoriaArrampicataLibera4
DadiStoriaArrampicataLibera5Friend (o Cams)
StoriaArrampicataLibera6
Le origini(Paul Preuss, il precursore)StoriaArrampicataLibera7L’arrampicata su roccia è da sempre una delle componenti dell’Alpinismo.Molti alpinisti si sono distinti fin dai primi anni di questa disciplina in questa specialità.Paul Preuss, alpinista austriaco, nella sua attività negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale sostenne l’idea di arrampicata libera (addirittura senza corda) e formalizzò questi principi nel Convegno di Monaco nel 1912.
Origine dell’arrampicata libera (I fortissimi degli anni ’30)
Negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale si affermarono molti forti scalatori su roccia in montagna.
Ancora però non era ben chiaro cosa fosse l’arrampicata libera, quali fossero i suoi confini, tanto che spesso la si abbinava all’artificiale.
Emilio ComiciGiovan Battista Vinatzer
StoriaArrampicataLibera8StoriaArrampicataLibera9Bruno Detassis ed Ettore Castiglioni
StoriaArrampicataLibera10
StoriaArrampicataLibera11Si salivano dei lunghi tratti in libera, solitamente quelli improteggibili, cioè dove non era possibile fare altrimenti, e limitata a passaggi brevi fino al successivo punto di riposo con possibilità di chiodare.Consacrazione dell’arrampicata libera
John Gill
“La mosca umana”

Negli anni ‘60 in USA l’ambiente era maturo per una serie di grandi innovazioni che rivoluzioneranno l’Alpinismo e l’Arrampicata.StoriaArrampicataLibera12John Gill fu il primo a spostare il campo di azione dalla montagna alle pareti e ai massi di bassa quota e a sviluppare tecniche specifiche come i lanci.StoriaArrampicataLibera13-Gill

Yosemite e i “Giorni Grandi”
In quegli stessi anni sulle grandi pareti californiane, senza l’incognita del meteo, e grazie alla saldezza e perfezione della roccia si cominciò ad affrontare la scalata in libera soprattutto con tecniche in fessura.

StoriaArrampicataLibera15StoriaArrampicataLibera14El Capitan

StoriaArrampicataLibera17StoriaArrampicataLibera16

Negli anni ‘60 furono salite per la prima volta le immense “Big Wall” della Yosemite Valley.

StoriaArrampicataLibera18Sviluppo dell’arrampicata libera
Ron Kauk
Negli anni ‘70 gli scalatori americani spinsero ancora più avanti le difficoltà arrivando fino al 7c+.
In quegli anni tuttavia spiccano due grandi vie salite in libera di Ron Kauk che divennero un simbolo in tutto il mondo: Astroman e Separate Reality

StoriaArrampicataLibera19StoriaArrampicataLibera20
La crisi in Europa
Negli anni ‘60 l’alpinismo europeo era entrato in una fase di involuzione e di fatto l’arrampicata libera era stata quasi completamente abbandonata.
In quegli anni si era imposta la ricerca delle vie “dirette” ottenute con largo uso di mezzi artificiali e di chiodi a pressione (successivamente a espansione).
Queste tecniche rendevano possibile la salita di qualsiasi parete, ma stavano tramutando l’alpinismo in un lavoro di “carpenteria in parete”.

L’attacco di Messner
In questo contesto l’articolo di Reinhold Messner L’assassinio dell’impossibile, pubblicato nell’ottobre del 1968, fu un sasso nello stagno.
Ancora di più lo fu il successivo libro Settimo grado, uscito nel 1973.
In questi due scritti, Messner attaccava la tecnica delle artificiali a goccia d’acqua e indicava nell’arrampicata libera la strada per superare questa crisi dell’Alpinismo.
Per far ciò occorreva però superare la barriera del VI grado “limite delle possibilità umane” e aprire la scala verso l’alto, oltre che accettare l’ingaggio dovuto alla limitazione delle protezioni.

StoriaArrampicataLibera21

L’apertura della scala di difficoltà
In seguito a tutto questo dibattito nel 1977 viene dichiarato il primo VII grado da parte dei due alpinisti tedeschi, Reinhard Karl e Helmut Kiene per la Pumprisse, una nuova via sul Fleischbank.
Dopo molte discussioni questa valutazione venne accettata dall’UIAA che aprì la scala Welzenbach.
Nel frattempo però si erano sviluppate nuove scale di difficoltà proprio per valutare le nuove difficoltà che in quegli anni si erano superate.

CONTINUA

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Climbing Bears

Beh, qui ogni commento è superfluo!

Stephanie Latimer, che si firma “entusiasta della Natura”, ha avuto la fortuna di assistere a questa scena il 21 marzo 2014 mentre scendeva con il kayak il Santa Elena Canyon (Texas): una mamma orsa che arrampica su una parete rocciosa con il piccolo che la segue.

In questa esibizione di elegantissimo free solo è da notare che la mamma orsa non si preoccupa minimamente del pericolo caduta del piccolo, anzi lo precede e scompare alla vista. Se prendessimo un po’ esempio dagli orsi neri messicani nell’educazione dei nostri, di piccoli..

 

Il Santa Elena Canyon è un parco nazionale del TexasClimbing Bear-SEC-ent

Climbing bear-Black_bear_with_salmon
postato il 5 giugno 2014