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Tentativo al Crestone Giulia

Tentativo al Crestone Giulia
(dal mio diario, maggio 1963)

28 aprile 1963. E’ una settimana che cerco di combinare con qualcuno per fare qualcosa: in particolare m’interessa il Crestone Giulia al Bric Camulà 818 m (un satellite del Monte Rama 1148 m, Appennino Ligure). Poi mi stufo e decido che oggi, giorno delle Elezioni politiche di Stato, va proprio bene. La sera prima avevo telefonato ad Alberto Martinelli per mettermi d’accordo: ore 5.55 alla Stazione Brignole. Tutta una finta, perché mia madre non pensi che sto andando da solo.

Alle 6.02 acciuffo il treno per miracolo. Ho con me il solito materiale e la corda di Marco Ghiglione. Alla Stazione Principe scendo per comprare il biglietto, in tempo per riacciuffare il treno che stava ripartendo. Alle 7.09 sono ad Arenzano. La giornata promette bene, anche se non sarà molto limpida.

Il versante orientale del Monte Rama: a sinistra è il Bric Camulà con i suoi crestoni nord-orientali
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In treno mi ero riletti gli appunti copiati dalla guida di Euro Montagna: dei tre crestoni che dalla vetta del Bric Camulà scendono verso nord-est, il Crestone Giulia è quello di destra, subito a sinistra della grande pietraia del canalone che divide il Bric Camulà dal Monte Rama. Si tratta sostanzialmente di una serie di tre risalti di serpentino, divisi da tratti di cresta affilata: le difficoltà arrivano al IV grado, anche IV+, per un totale di circa 280 metri di dislivello.

Ecco quello che so. Tutto bene nella camminata fino al paesino di Lerca, poi ancora per il sentiero che entra nella valle del rio di Lerca. C’è parecchia vegetazione, il terreno è molto accidentato. E per questo non riesco bene a capire quale sia il Bric Camulà. Vado avanti e dopo due ore e mezza di cammino ininterrotto da Arenzano sono quasi in cima al Monte Rama! Praticamente ho scambiato il Rama per il Camulà, mi do dello stupido per essermi basato sui tempi. Se la guida dice, come dice, che per arrivare alla base del crestone ci vogliono due ore e mezza… per me è legge!

Ma la guida dice anche che alla base c’è un ancoraggio di teleferica… e l’unica teleferica che ho visto è quella che sto vedendo adesso, dove sono ora.

Qualcosa è cambiato… e io sono semplicemente furioso. Vedo il Bric Camulà più basso di me e se penso che devo ancora raggiungerne la base, scoppio di rabbia. Indietro non ci torno, poco fa ho visto un rettile e non mi è piaciuto per nulla. Perciò attraverso il versante est del Monte Rama per un sentiero a picco, con dei ponticiattoli sospesi nel vuoto. E’ tutto in lenta distruzione, i ponti cigolano in modo impressionante sotto il mio peso, la solitudine che mi circonda è ossessiva. Caldo, sete, rabbia.

Il versante nord-orientale del Bric Camulà 818 m. Vi è tracciata la via diretta sul Crestone Giulia, un percorso attrezzato molti anni dopo ciò che sto raccontando
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Finalmente arrivo sul colle tra il Monte Rama e il Bric Camulà, ma il tormento continua. Ora devo scendere nel canale, su una pietraia di massi semoventi, coperta di rovi e spine. Più il caldo aumenta, più mi sento furibondo. Come non bastasse non riesco bene a individuare il Crestone Giulia! Questo è un inferno. Scivolo, perdo l’equilibrio, mi rialzo, cerco di districarmi tra i rovi.

Finalmente vedo un risalto di roccia che potrebbe somigliare a quello del mio itinerario. Preparo il materiale. Perdo venti minuti per districare la corda, tra le peggiori imprecazioni. Poi salgo, ma la scarsa convinzione mi costringe a fermarmi per uno spuntino. Poi tento di salire, ma non riesco. Provo a destra, rischiando di cadere quando mi rimane in mano un appiglio. Poi provo a sinistra: niente da fare. Alle 12.20, disgustato, comincio a scendere, ma per raggiungere il sentiero di sotto è una gran pena e poi sono ossessionato dall’idea delle vipere. Raggiunto il sentiero lo prendo e mi fermo a mangiare solo quando arrivo ai prati.

A casa arrivo alle 16.30: non c’è nessuno, quindi posso nascondere il materiale in tutta comodità.

Il Bric Camulà per un po’ non mi vedrà di sicuro: e con lui le sue pietraie, i rovi, le sue rocce infide e le sue temperature infernali.

Sotto questo torrione si è infranto il mio tentativo solitario…
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Pier Luigi Bini e il Vecchiaccio

«… Pierluigi saliva e scendeva dappertutto: prime solitarie, prime ripetizioni a tempo record, concatenamenti (fino a dodici vie in giornata al Gran Sasso…), qualche prima invernale e soprattutto nuove vie aperte con criteri completamente differenti da quelli di tutti gli altri. Non aveva tabù… (Massimo Marcheggiani)»

Pierluigi Bini
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Pierluigi Bini e il Vecchiaccio
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato il 17 dicembre 2010 su climbing pills)

Mi viene ancora da ridere solo a pensarci.
Io arrivavo all’attacco della Micheluzzi al Piz Ciavazes e c’erano dei Ragni di Lecco, molto giovani, dovevano essere diventati “ragni” da poco, tant’è che era la prima volta che scalavano nelle Dolomiti.
Non dovevo sembrare uno scalatore vero, sembravo più un “passeggiatore”, con una magliettaccia, le scarpe da ginnastica; loro invece erano pronti, là, col maglione, la salopettina, l’imbragatura già messa. “Arrampichi solo?” mi chiesero gentilmente. “No, sto aspettando il mio collega”, ho risposto, pensando “capirai, adesso che vedono il Vecchiaccio…”. Vito arrivava sempre mezz’ora dopo, con comodo, perché gli mancava mezzo polmone. Loro intanto hanno attaccato la via. Poi è arrivato Vito, con le buste di plastica, dentro le quali aveva messo un po’ di attrezzatura, la marsala, qualcosa da mangiare. Butta tutto a terra e apparecchia una specie di picnic. Li guarda e dice: “Mi sembra di conoscerlo questo maglione, col ragno”. Sembrava una presa in giro e intanto consumava il suo banchetto. Poi ci mettiamo all’opera.

La parete sud del Piz Ciavazes
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Io ero allenatissimo in quel periodo, andavo su a tutta birra, Vito come sempre era un fulmine; li abbiamo ripresi subito, poi sorpassati e loro erano tra il divertito e lo stupefatto. Più in alto abbiamo raggiunto una cordata di tedeschi che hanno guardato Vito chiedendo: “Carlesso (un famoso alpinista dolomitico degli anni ’30)?”. “Ja, ja”, abbiamo risposto. Figurati Vito, si è messo a fare tutta la scena, si è fatto fotografare. Arrivati al traverso della Micheluzzi, guardo in basso e vedo uno che arriva, con la maglia gialla, i pantaloni verdi, un cappelletto con la piuma e le EB. Slegato (è Heinz Mariacher, fortissimo arrampicatore austriaco che ha scorrazzato per le Dolomiti in quegli anni con spirito dissacratorio, desiderio di ricerca e grandi qualità tecniche e mentali, rivoluzionando – assieme ad altri – il modo di salire le montagne). Ci ha sorpassato facendo delle piccole varianti sulla traversata. Incredibile, scalava come un ballerino. I ragni di Lecco, poveracci, quando li abbiamo incrociati quella sera a Passo Sella, ci hanno confessato che quella era la loro prima volta nel massiccio, e sarebbe stata anche l’ultima: “Qui in Dolomiti succedono cose strane! (Pierluigi Bini)”.

Orsaroles. Da sinistra a destra: il Vecchiaccio, Pierluigi Bini, Luisa Jovane e Heinz Mariacher
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Pierluigi Bini, ragazzo di borgata romana, piuttosto che a giocare a pallone, si diverte a fare l’alpinista.
Negli anni ’70, quando l’alpinismo ufficiale, secondo i modelli consacrati, si faceva nell’Himalaya oppure nelle Alpi, e gli unici alpinisti ampiamente conosciuti erano Bonatti, Compagnoni e Lacedelli, pratica un suo fantasioso “alpinismo” prendendo ispirazione da foto dei vecchi gloriosi apritori di vie pubblicate su libri e dizionari. Insieme all’amico Raffaele Bernardi, si cimenta da prima in ustionanti calate usando corde da cantiere per poi lanciarsi in una serie di “prove” dove ogni contesto si dimostra valido per arrampicare, tutto quello che la borgata romana di Torre Maura può offrire: ponteggi, alberi, tubi del gas appoggiati alle case, scarpate di tufo o muri di cemento costruiti a ridosso dell’autostrada…

Eravamo scavezzacolli di borgata, salivamo sugli alberi, e poi abbiamo visto sull’enciclopedia le foto degli “scalatori”, queste corse rosse, un uomo in spaccata col ghiacciaio sotto, e allora c’è balenata l’idea di provare: “Perché non facciamo gli scalatori anche noi?”. Mio padre, che era preoccupato perché il figlio si era fissato con le corde, arrampicava sotto i ponti e non andava più a scuola, chiese consiglio ad un amico che lo indirizzò al CAI: “Così gli insegnano qualcosa, altrimenti s’ammazza, e poi vedrai che gli passa”!
E così sono finito in via di Ripetta, dove c’era la sede del CAI di Roma. Ci portarono per prima cosa a sciare, a Campo Staffi, ma io volevo scalare. Poi a fare le gite sociali, con tutti i vecchietti, che si lamentavano di questi ragazzini che scappavano sulle rocce; a un certo punto ci siamo rotti le scatole, facevamo finta di partecipare alle gite domenicali in pullman e invece scappavamo alla stazione Termini e prendere il treno, che partiva dal binario 8 alle 7.22 per Pescara, discesa alla stazione Marcellina, tutta la strada a piedi fino al monte Morra, con un cordino da 7 mm perché non avevamo altro
(Pierluigi Bini)”.

Quel rischioso “gioco” dei ragazzi, contestato da preoccupati genitori, trova una prima cittadinanza concreta con l’iscrizione ai corsi del CAI di Roma. Dietro lo scudo dell’escursionismo scolastico, Pierluigi e i suoi amici possono raggiungere il Gran Sasso con l’intimo desiderio di esplorarlo “in cordata”.
L’istruttore preferito dei corsi di roccia diventa per Pierluigi il giovane polacco Rys’ Zaremba, l’unico che non usava i rigidi scarponi di cuoio preferendo invece leggere scarpe da tennis muovendosi in aderenza con tranquillità su passaggi dove gli altri trovavano difficoltà.

Dopo ho fatto il corso CAI, con la giornata conclusiva al Gran Sasso, la salita di notte alle Fiamme di Pietra, con la luna piena e ancora la neve. In quella occasione ho salito la via Valeria, al campanile Livia e lì ho conosciuto Rys’ Zaremba. Lui notò che arrampicavo bene e l’anno successivo mi propose di andare in Dolomiti con lui. A me sembrò di toccare il cielo con un dito, Rys’ era un mito per me, era diverso dagli altri, fuori dalle righe, faceva le vie slegato. Quindi il 1975 fu il mio battesimo in Dolomiti, avevo un maglione con la striscia rossa e blu (Pierluigi Bini)”.

Bini con Rys’ Zaremba al bivacco Dal Bianco in Marmolada
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Bini non ha una lira in tasca, come tutti i ragazzi di allora, ma la sua passione lo spinge, tra mirabolanti peripezie, alla conquista delle vette e delle pareti più impegnative con imprese degne di nota. Egli dimostra che le teorie di Messner sull’arrampicata libera possono essere messe in pratica anche da un ragazzo che vive lontano dalle Alpi e che aggredisce la roccia in Superga (per poter avere il piede più adattabile).
E’ una svolta per l’approccio alla montagna, non solo dal punto di vista filosofico (un alpinismo che si fa divertente, ludico, scanzonato), ma anche da quello tecnico (con l’idea di salire leggeri e comodi per agevolare movimenti del corpo e gestualità tecnica). Tipico dello “stile Bini” era anche il concatenare molte solitarie in una giornata, alternando salite e discese.

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Per anni Pierluigi concatena sulle Dolomiti, come sul Gran Sasso, vie di straordinaria estetica e tecnica, suscitando la simpatia e l’ammirazione degli alpinisti più forti della sua generazione. Fra il 1976 e il 1980 (16-20 anni) Pierluigi compie un’eccezionale serie di prime solitarie su tutto l’arco delle Dolomiti, fra cui la via dei Fachiri, la Detassis al Croz dell’Altissimo e la Gogna alla Sud della Marmolada.
E’ una passione cocente, totalizzante che lo porta ad abbandonare la scuola e a fare dell’alpinismo la sua unica occupazione per interi anni.

Bini è, a suo modo, un rivoluzionario e dunque, come tutti i rivoluzionari, è un radicale. Lo è però con una straordinaria modestia e con una grande semplicità che lo portano ad alternare le arrampicate con grandi campioni dell’alpinismo a uscite con neofiti sconosciuti o vecchi amici dilettanti della montagna.

Emblematica in questo senso è la sua amicizia con Vito Plumari, un anziano bidello di scuola, siciliano, reduce dalla campagna di Russia (da cui si porta in dote congelamenti e tubercolosi), felliniano outsider dalle mille stramberie:

Ho iniziato a scalare nel ’74, con un gruppetto di ragazzini e poi ho continuato con Vito, all’inizio solo perché lui aveva la macchina e noi eravamo appiedati, poi è nato l’affetto che ci ha unito su così tante salite (Pierluigi Bini)”.

Nella figura di questo “Vecchiaccio” come viene affettuosamente soprannominato da Bini, si concentra la provocazione all’immagine ovvia del prototipo di climber. Nascerà una ventennale amicizia tra queste due persone così diverse che hanno in comune il desiderio di vivere la propria vita come un’avventura e, in questa loro ricerca, la montagna offre un terreno inesauribile.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
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Il Vecchiaccio a Yosemite
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Heinz Mariacher definì il Vecchiaccio: “l’unico vero alpinista, quello che arrampica per se stesso solamente, uno sciamano alla stregua del Don Juan dei libri di Castaneda.” Altri che l’hanno conosciuto lo accostano ai personaggi di Pian della Tortilla di John Steinbeck. Le sue vicende sono quelle che ogni adolescente vorrebbe vivere dal momento in cui comincia ad assaporare l’avventura dopo aver letto ne L’isola del Tesoro di Jim e del pirata Long John Silver: sono le storie corsare di chi, guidato dalla voglia di vivere e di libertà, riesce a spremere il meglio della vita senza mai tradire se stesso.
Al Vecchiaccio è dedicata una delle vie più famose di Pierluigi, la Via del Vecchiaccio appunto, sulla Seconda Spalla del Corno Piccolo, al Gran Sasso; al momento dell’apertura (1977) il tiro chiave della via era il più difficile aperto al Gran Sasso, un traverso di VI grado in placca senza protezioni intermedie.

Pierluigi Bini in apertura sulla Via del Vecchiaccio al Gran Sasso
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Per una serie di vicende particolari, come d’altronde tutta la sua vita, Plumari, deceduto nel 1996, è stato inumato solamente nel 2006 durante una commemorazione in cui l’emozione si è ben presto trasformata in una festa del ricordo, della persona, e della sua eredità umana. Il cortometraggio Lo Sciamano della Montagna è un ricordo di questo personaggio che l’autore del libro Rotti e stracciati ha deciso di pubblicare sul web.

Questa giornata di commemorazione per il Vecchiaccio è stata organizzata da Pierluigi a Collelongo, paesino della Marsica divenuto patria adottiva di Vito, a testimonianza del suo affetto per questo vecchietto strampalato e affetto dal Parkinson, che a 60/70 anni “giocava” sulle pareti dolomitiche, vestito da capo indiano, oppure in sella alla sua “bestiola” a due ruote.
Ricordare Vito è un invito per tutti, giovani e anziani, a prendere la vita così come viene, e a coglierne l’aspetto positivo anche quando la si è vissuta in modo difficile, molto difficile, com’è stato per il Vecchiaccio.
Durante la giornata, organizzata in stile giocoso e scanzonato, in perfetta sintonia con l’indole del festeggiato, si è svolta anche la scalata al campanile della chiesa, lungo la via Celestina, attrezzata per la bisogna dall’instancabile Pierluigi (3 tiri di corda su roccia da ottima a friabile, che comportavano percentuali di stanchezza dal 20 al 40 %), in cui si sono cimentati alcuni dei convenuti.

La via “Celestina” e Pierluigi Bini in “apertura”
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E poi? Il libro Rotti e stracciati finisce d’improvviso, con una cesura netta che lascia un punto interrogativo.

Mi sono fermato perché ci sono anche altre cose: le macchine sono diventate la mia grande passione, andavo a correre. E poi le donne, ho cominciato a vestirmi meglio, a civilizzarmi. E infine mio padre, con questa storia del lavoro. Da un certo punto di vista sono contento, perché sono tornato alla normalità, altrimenti cosa avrei fatto, se avessi solo arrampicato.
Io non ho mai smesso del tutto, però non l’ho più fatto a quei livelli perché ero diventato un maniaco, forse ero anche nauseato, non potevo continuare a quei ritmi: sempre più vie, sempre più solitarie, sempre più veloce. Come sarebbe andata a finire…? Su cose estreme. Quando ho visto le foto di Tone Valeruz (sciatore estremo) gliel’ho chiesto: “Ma che stai cercando, la morte?”. E’ brutto fermarsi, certamente, ma io ho deciso di uscire da questo mondo, il lavoro mi appassionava di più
(Pierluigi Bini)”.

A molti può apparire incredibile come una persona animata da un talento e una passione così forti possa avere smesso, ma… la storia non finisce qui.

Dopo essersi ufficialmente “ritirato” dall’alpinismo di punta, Pierluigi ha continuato a ripetere molti grandi itinerari delle Dolomiti e del Gran Sasso, e a tracciare itinerari di alta difficoltà su pareti sconosciute dell’Appennino ma anche sulle Tre Cime di Lavaredo.
E infatti, solo per fare un esempio, chi lo conosce ha detto, poco dopo la festa di commemorazione per Vito: “quando madre Natura ti dà classe e talento, non disgiunti da grande passione e modestia, queste qualità te le porti tutte dietro, e per sempre. Il libro, in quanto tale, finisce “di brutto” perché Piero Bini ha scritto quelle pagine irripetibili di storia dell’alpinismo in un arco di pochi anni (come quasi tutti i Grandi), a fine ’70, ma Pierluigi in questo momento è dalle parti del Civetta a fare quel che più gli piace, facendolo – come sempre ha fatto – con grande umiltà e discrezione, solo per se stesso e per le persone a lui più vicine“.

Uno dei più forti arrampicatori romani della generazione successiva, Stefano Finocchi ne parla così:“Dunque era Pierluigi Bini il mio mito, detto Piero, dal ’75 all’80 fece tutto, ma veramente tutto. Nuova concezione dell’arrampicata, velocità, allenamento, forza erano queste le sue doti, fino ad allora niente di simile o avvicinabile c’era stato. Lui si allenava come si potrebbe intendere adesso, traversi sui muri con sovraccarichi, trazioni, boulder a Ciampino (scoperta da Piero), vie slegato al Morra in salita e discesa, si diceva che facesse 2000 metri di scalata in un giorno… allucinante se ci pensate.
Era a un altro livello.
All’epoca (anni ’80), nella saletta della SUCAI, dei giovani ragazzi già maggiorenni avevano capito che per diventare forti bisognava fare come Piero, ed infatti loro lo facevano.
Erano Paolo Abbate, Maurizio Tacchi, Marco Forcatura e Luca Grazzini, il Picone, Camplani, Marco Re; ma loro erano già grandi e io ero piccolo (15/16 anni) quindi mi ritrovai con il Medio Verme e Gaston ad arrampicare insieme.
Lì conobbi Nicola D’agostino che fu per circa due anni il mio compagno d’avventura.
Apro una piccola parentesi dicendo che ci fu una pausa di qualche mese che mi fermò nell’arrampicata, la mia caduta al Morra giù per la Marco (IV grado), frattura della tibia, tre mesi fermo.
Penso che nella storia dell’arrampicata sportiva romana si debba dedicare un piccolo capitolo a Piero, perché la sua mentalità all’epoca era avanti anni luce rispetto al resto del mondo dell’arrampicata.
Non c’erano muri artificiali, non c’erano vie spittate, non c’erano i materiali di ora, ma nonostante ciò lui con le Superga ai piedi (non esistevano scarpette) saliva in apertura vie di 6a sulle lisce placche del Gran Sasso o nelle Dolomiti, quindi una nuova mentalità.
Io quindi mi ispiravo a Piero pur non conoscendolo, anzi… penso che già aveva rallentato parecchio quando io iniziai. Si andava a Ciampino a fare boulder e arrampicare slegati, al Morra in 5/6 uno dietro l’altro slegati a fare metri (io al max feci 1500 mt in un giorno) sempre con i Vermi, Nicola e i grandi (Tacchi, Abbate etc…) e li ci si incontrava un po’ tutti il gruppo dei pazzi (il Dibba, Ciato er Vitale, Pennisi), tutti con la tutina rossa.
Mi ricordo che io e Nicola andavamo spesso a fare bouldering al Teatro Marcello… sì sì proprio lì, sul travertino bianco antico, bello, bei blocchi e belle fughe con il vigile urbano che ci inseguiva.
Okkei ora vi ho spiegato un pochettino la situazione romana nei primi anni ‘80. Piero l’oracolo, ragazzi arrampicatori già forti e con alle spalle – se pur appena maggiorenni – quantità di vie fra il Gran Sasso e le Dolomiti, degne di un accademico (Tacchi, Abbate, Grazzini, Forcatura, Camplani, Re, Picone, Monti).
Noi piccoli (Gaston penso fosse il più grande, 17 anni) in pieno delirio ormonale con il vero fuoco che ci bruciava dentro e la voglia di scalare a manetta
(Stefano Finocchi)”.

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Fonti principali:
L’Appennino Meridionale – 2006, anno III fascicolo II,  recensione di Pia Hullmann  al libro Rotti e stracciati;
ALP Grandi MontagneGruppo di Sella, intervista a Pierluigi Bini a cura di Fabrizio Antonioli e Francesca Colesanti;
http://koalaciarliero.blogspot.com/2008/08/rotti-e-stracciati-ma-straordinari.html;
Stefano Finocchi su Fuorivia e Bruno Moretti su Planetmountain;
Sciampliciotti, Alberto, Rotti e Stracciati, Centro Documentazione Alpina, Collana Le Tracce.

Alcuni commenti (al post originale):
Fabrizio Rodolfi (5 maggio 2011): “Mi vengono in mente due aneddoti: il Vecchiaccio seduto fuori dalla “mitica” baita del Gigi e della Berta al Ciavazes , seduto con loro due e con Sandro Pertini ( allora Presidente della Repubblica) che discutevano tutti e quattro animatamente , ma molto animatamente , non mi ricordo più di cosa e noi che ridevamo vedendo loro quattro , trecento anni in totale , che si infervoravano come dei ragazzini e poi improvvisamente la pace davanti ad una tazza di caffè. Il secondo io ero sullo spigolo Abram con la Monica e il Nane ed al traverso tutto preso ed incasinato sulle staffe arriva Piero che con “non chalance” mi passa sotto senza toccare un chiodo seguito a ruota da Vito che invece si attacca ai chiodi a cui ero attaccato io facendo un casino tremendo e a mò di scusante guardandomi mi dice : “Scufa , scufa ma fai fe non ci aiutiamo tra noi handicappati (a me manca un braccio)” ti lascio solo immaginare la mia risposta”.
Marco Re (13 settembre 2011): “Insonne, girando su internet per cercare altri ricordi del carissimo amico fraterno Marco Forcatura mi sono imbattuto in questo interessante scritto… ed in un attimo mi sono tornate in mente le giornate alla baita con i cari Gigi Grigato e Berta… ed alle enormi quantità di burro che con Giampaolo eravamo in grado di consumare… e poi Vito di cui l’odore inconfondibile mi è subito tornato al naso… le spese proletarie nei supermarket e l’autostop da Roma… la lunghissima Maestri alla Roda di Vael… giornate piene di luce… non so quanti hanno avuto la fortuna di vedere tanta luce…”.

 

Articolo degli anni ’80 che parla di Pierluigi Bini e dei “ragazzacci” della generazione appena successiva
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Un’avventura d’altri tempi

1a solitaria sulla via dei Fiorentini al Monte Nona
Nelle Alpi Apuane, proprio accanto al famoso torrione del Procinto, la parete sud-ovest del Monte Nona “è rimasta per anni una sfida aperta, respingendo ogni tentativo di salita, e creandosi il mito di parete impossibile. Anche i fortissimi fratelli Sergio e Vinicio Ceragioli, che dagli anni ‘30 per alcuni decenni hanno dominato la scena apuana, spostando con ogni impresa il limite dell’impossibile, erano capitolati di fronte all’incubo giallo di questa parete, e fu solo molti anni dopo, con l’avvento del chiodo a pressione che si fece luce una possibilità di salita con successo (Stefano Nesti)”.

Proprio alla guida alpina Stefano Nesti rimandiamo per la lettura del suo interessante Poker d’Assi.

La parete sud-ovest del Monte Nona
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Un’avventura d’altri tempi
di Alberto Benassi

I 250 metri del “formidabile appicco giallo-rossastro… (1)” della parete sud-ovest del Monte Nona mi ricordano, anche se in forma ridotta, la ben più famosa parete rossa della Roda di Vaèl che, come questa, è stata teatro dell’assassinio dell’impossibile con le salite a goccia d’acqua realizzate negli anni ‘60 e ‘70 quando vi vennero infissi anche più di 200 chiodi a itinerario, con largo uso del piccolo ma invincibile chiodo a pressione.

Nel 1959 è il lucchese Annibale Simonetti insieme al versiliese Gabriello Barsi, ad aprire le danze. Sale il primo tratto del Canalino Allegri posto all’estrema sinistra della parete, per poi spostarsi a destra lungo una cengia, quindi con chiodi e cunei di legno supera una strapiombante fessura che incide le compatte placche del settore sinistro della parete. E’ solo il primo assaggio, “ma il problema del gran muro strapiombante, che costituisce il più della parete che veniva considerato impossibile, fu risolto soltanto allorché intervenne il salto qualitativo rappresentato dal chiodo a pressione (1)”.

“Qualitativo”… fu veramente un salto di qualità, un passo in avanti? Oppure la lancetta dell’alpinismo, con quelle salite, si è fermata per alcuni anni? Messner nel 1968 nel suo famoso articolo L’assassinio dell’impossibile fu categorico: “

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato (…) La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile (2)”. Insomma si trattava della morte dell’alpinismo.

Emilio Dei in arrampicata sulla via dei Fiorentini, prima ascensione
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Nel 1966, riprendendo un tentativo del fiorentino Giancarlo Dolfi e compagni, i fratelli liguri Eugenio e Gianluigi Vaccari finalmente espugnano la parete superandola al centro aprendo la via SUCAI meglio conosciuta come “la Vaccari”.

Un anno dopo questa via è addirittura ripetuta dal fortissimo alpinista trentino Marino Stenico in cordata con Aldo Gross. Scrive Gross: “In aprile ero stato sulle Alpi Apuane con l’amico Dante Colli (…) In particolare mi aveva colpito dalla cima del Procinto la vista sulla rossiccia, calcarea parete sud-ovest del Monte Nona costituita dallo spavaldo taglio di un unico lastrone strapiombante che sovrasta l’Alpe della Grotta. Proposi a Marino una visita a queste montagne (…) In breve ci trovammo in quell’ambiente inconsueto, con già alle nostre spalle ospitali borghi dispersi in profondi castagneti, a salire tra forre e “voltoline”, per una piacevole mulattiera nel bosco sino al Rifugio Forte dei Marmi (…) A tardo pomeriggio uscimmo dal rifugio diretti alla parete percorsa allora da un unico itinerario aperto dal 21 al 23 maggio 1966 da Eugenio e Gianluigi Vaccari della Sezione Ligure. Il sentiero che porta alle pareti del Monte Procinto passa sotto lo spacco verticale del Nona, sono pochi minuti, ma bastano perché ci raggiunga un sorpreso commento: “Ma dove credono di andare alla loro Età…”. Per la verità in buona parlata toscana ci definirono vecchi (…). Sull’ultimo chiodo, Marino si sporse, tutto all’indietro sull’abisso, e, contro il cielo, strappando un applauso, con un gran gesto della mano, salutò con il rosso berretto l’attonita folla, in beffardo spiritosissimo commento (3)”.

Più a destra, paralleli alla Vaccari, nel 1969 sulla verticale della punta più alta della parete detta “la becca”, salirono Agostino Bresciani e Mario Piotti aprendo la via Licia, che dedicano alla futura moglie di Agostino che allora aiutava la mamma nella gestione del rifugio Forte dei Marmi. Negli anni a seguire la via Licia diventerà la classica della parete. La sua ripetizione sarà motivo di vanto.

Il 3 e 4 luglio 1971, sulla sinistra della via SUCAI, i fiorentini Giovanni Bertini, Emilio Dei, Michele Lopez e Mario Verin terminano di tracciare l’impegnativa via dei Fiorentini. Bertini racconta: “Abbiamo provato con successo un attrezzo che consentiva di chiodare più lontano e con una postura più rilassata. La staffa rigida che con Andrea Bafile costruimmo in quel di Firenze, nell’ambiente dei rocciatori sembrò una esperienza leonardiana. Il Bafile, che ebbe la soddisfazione di vedere dal basso la conclusione di questa salita, regalò a Giustino Crescimbeni un lungo gancio di ferro per la sua eventuale ripetizione. Scherzi a parte, di quella esperienza porto in ricordo tanta fatica ma anche la soddisfazione di alcuni tratti in libera che erano stati preventivati dalle osservazioni preliminari“.

Gli stessi Bertini e Verin, il 24 ottobre 1971, dovendo scendere dalla vetta del Nona, non trovano di meglio che percorrere la via Licia arrampicandola in discesa.

Alcuni anni dopo ancora più a destra della via Licia, oltre i grandi e gocciolanti neri strapiombi, al limite della parete superando un settore giallastro fortemente strapiombante, i versiliesi Agostino Bresciani, Alessandro Angelini, Mario Rosi e Luciano Sigali, aprono la via Corrado che dedicano al figlio di Agostino.

Sempre in quegli anni si parla anche di un tentativo fatto ai grandi strapiombi gocciolanti addirittura dai Ragni di Lecco. Ma sarà realtà o leggenda…?

Con l’apertura della via Corrado si chiude il ciclo delle vie in artificiale sul Nona. Negli anni a seguire, l’artificiale, almeno da noi, passerà di moda e le staffe verranno ‘appese al chiodo’.

4 luglio 1971. In vetta al Monte Nona, dopo la prima ascensione della via dei Fiorentini. Da sin: Michele Lopez, Emilio Dei, Giovanni Bertini e Mario Verin. E’ visibile la staffa rigida di concezione Bafile-Bertini
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La parete per molti anni cadrà nell’oblio, salvo qualche sempre più rara ripetizione di qualche vecchio affezionato, fino all’inizio degli anni ‘90 quando con l’avvento del trapano, sarà riscoperta in chiave diciamo… moderna? Ma questa è un’altra storia…

Attratto dall’indiscutibile fascino della parete e dalla storia scritta sui suoi strapiombi dai più forti alpinisti apuani degli anni ‘60 e ‘70, nel corso degli anni ho ripetuto tutti gli itinerari artificiali, alcuni anche più volte, tra cui anche la prima solitaria alla via Corrado, inaugurando una bella e aerea variante di discesa in doppia. In verità, quella volta ero partito per fare da solo la via dei Fiorentini, ma poi mentre salivo verso l’attacco, evidentemente poco convinto, ecco farsi viva la ‘vocina interiore’… e così, sceso a più tranquilli compromessi, mi diressi alla più breve via Corrado.

La via dei Fiorentini no! È pericolosa” … Mentre sto camminando verso l’attacco mi ritornano in mente le parole della Silvana, che per tanti anni assieme al Gigino e ai loro figli furono gli indimenticati gestori del rifugio Forte dei Marmi per me diventato per tanti anni quasi una seconda casa, dove fui trattato come uno di famiglia.

Quella volta con suo figlio Renato, mentre salivamo verso la parete si parlava della via dei Fiorentini dove poco tempo prima aveva fatto un volaccio il (4).

Forse perché parlavamo un po’ ad alta voce, forse complice il vento che portò le nostre parole fino al rifugio, sta di fatto che la Silvana ci sentì e senza tanti complimenti ci minacciò: ”Se solo ci provate vi prendo tutti e due a granatate! (la granata è un particolare tipo di scopa, NdR)”.

Come potrei dimenticare la Silvana e il Gigino. La prima volta che arrivai all’Alpe della Grotta con altri due amici e vidi il Procinto, se non ricordo male era il 1977, manco sapevo che monte era. Al rifugio, dove comprammo un pane e un bottiglione di vino bianco, interrogai il rifugista, un ometto dall’aspetto un po’ buffo, il Gigino.

“Ma che monte è quello lì?” e lui piuttosto sorpreso della mia ignoranza e con il suo tipico accento stazzemese: Oh bi di duve venite. E’ il Procinto”.

La Silvana, che aveva un occhio di riguardo per tutti gli alpinisti, era una donna generosa ma energica, era la vera padrona del rifugio, e sicuramente sarebbe passata dalle minacce ai fatti. Così senza tanti indugi, quel giorno, con Renato cambiammo idea e andammo a scalare sul Procinto.

Chi l’avrebbe mai detto che, dopo tanti anni, sarei stato qui al buio seduto sullo zaino ad aspettare un po’ di luce per poi tentarne la ripetizione in solitaria?

Che ne penserà la Silvana? Sicuramente scuoterà la testa e agiterà la granata… Questo itinerario, che sale diretto all’anticima della parete sud-ovest del monte Nona con una scalata essenzialmente in artificiale e con alcuni delicati tratti in libera, è sempre stato temuto e quindi meno ripetuto rispetto agli altri.

Certamente non si tratta di un itinerario alla moda, visto lo stile di scalata che fa sì che oggi queste vie siano raramente ripetute. Credo che molti ne ignorino persino l’esistenza, ma a me questo non interessa, anzi, è quasi uno stimolo. Le vie un po’ strane e poco ripetute mi hanno sempre attirato.

Sono qui per vivere la parete attraverso una piccola e personale avventura, è questo ciò che conta!

Sono le cinque del mattino dell’8 settembre 2012. Parcheggio la macchina che è ancora buio pesto, così accendo la frontale e m’incammino lungo l’oramai familiare sentiero che, attraverso il bosco porta all’attacco della via. Quante volte l’avrò percorso in tutti questi anni per andare a scalare sull’amato Procinto? Ho perso il conto.

Camminare nel bosco di notte regala una sensazione particolare. L’udito si acutizza e si concentra su ogni minimo rumore a cui di giorno non faresti minimamente caso. Ho portato con me parecchio materiale e lo zaino pesa ‘a bestia’. Così salgo con calma, la giornata sarà faticosa e non mi voglio certo stancare ancor prima di arrivare all’attacco.

AvventuraAltriTempi-Fiorentini-2012.09.08 solitaria via del AvventuraAltriTempi-Fiorentini M. Nona 017

Alle sei sono alla base della parete, ed è ancora buio! Mi metto ad aspettare che schiarisca un po’. Intanto preparo l’attrezzatura per la scalata. Devo farlo con attenzione, mettendo a portata di mano tutta l’attrezzatura in modo che, durante la salita, non si creino degli intoppi. In particolare devo disporre bene la corda nel sacco in modo che scorra senza che si aggrovigli, dato che non ho un compagno che mi possa aiutare.

Anche questo fa parte delle preoccupazioni di uno scalatore solitario. Il bello delle solitarie è che devi contare solo su di te. Tutto è tuo: decisioni, rischi, fatica ma anche gioia.

Prima di partire faccio una foto allo zaino con sopra la ranocchia che mi ha dato la Sabrina come porta fortuna, poi la metto dentro perché non voglio rischiare di perderla durante il recupero dello zaino.

In solitaria sulla prima lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona
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Il primo tiro è breve e porta in cima a un pilastro. Non seguo la via originale che passa alla destra del pilastro; salgo invece direttamente lungo una fessura strapiombante dove ci sono alcuni chiodi.

Con un breve tratto in libera arrivo sotto la fessura. Il primo chiodo è alto e non ci arrivo, così passo un cordino strozzato intorno a delle fraschette e mi assicuro, ma non c’è da fidarsi troppo. Voglio assicurarmi meglio così cerco di mettere un chiodo ma lo perdo! Cazzo: inizio bene! Non ne ho portati tanti, solamente sei, e se già al primo tiro inizio a perderli…

Ritento e ci riesco. Adesso sono più tranquillo e con una staffa raggiungo il primo chiodo della via. In breve sono in cima al pilastro dove c’è una vecchia sosta.

Non mi fermo. Ho 60 metri di corda che dovrebbero essere più che sufficienti, così decido di proseguire unendo anche il secondo tiro.

Adesso però devo stare più attento. C’è da fare, verso sinistra, un insidioso e non facile tratto in libera su roccia friabile.

Passo un cordino intorno a un piccolo ginepro, mi sposto un po’ a sinistra su roccia gialla friabile, poi riesco a mettere un buon chiodo.

Mi alzo delicatamente sfruttando una lama che suona a vuoto e finalmente arrivo a un chiodo. È un buon chiodo: salvo! Ma visto che è il primo dopo diversi metri non mi fido e così lo doppio con un friend.

In solitaria sulla seconda lunghezza della via dei Fiorentini al Monte Nona>>
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Prendo le staffe, mi appendo al chiodo e vado. La corda mi segue scorrendo nel gri-gri che ho in vita e che mi fa da autoassicurazione.

Di chiodo in chiodo mi alzo sempre di più e, dopo un obliquo a destra, sono alla sosta. E’ buona anche perché pochi anni fa durante una ripetizione l’hanno rinforzata mettendoci un fix.

Se questo da un lato mi fa egoisticamente piacere, perché mi facilita e velocizza non poco le cose, dall’altro però toglie un po’ d’impegno alla mia avventura e un po’ mi dispiace.

Una volta arrivato alla sosta mi assicuro con la longe. Smonto il sistema di autoassicurazione e sempre con il gri-gri usato come discensore scendo lungo la corda ritornando all’attacco.

Arrivato giù, lego al capo libero della corda lo zaino che dopo tirerò su, monto le jumar sulla corda e risalgo recuperando chiodi e rinvii che avevo messo lungo il tiro e in breve sono di nuovo alla sosta.

Una volta recuperato lo zaino e dopo averci sistemato con cura dentro la corda, sono pronto a ripartire per il tiro successivo.

Questo è il sistema che ho deciso di adoperare. La via la dovrò fare tre volte, ma così sarò sempre assicurato. Un po’ come faceva il grande Renato Casarotto, anche se lui invece del gri-gri usava i nodi prusik e la differenza non è poca! Ma lui era Casarotto…

E poi non si può mica appendersi a questi vecchi e piccoli chiodi senza essere assicurati. Sarebbe un po’ come giocare alla roulette russa.

L’ho promesso alla Sabri che avrei fatto le cose con prudenza e poi nello zaino c’è la rana che sicuramente le farebbe la spia.

Il tiro successivo è più impegnativo perché più strapiombante, soprattutto a causa degli obliqui che certo non mi faciliteranno quando dovrò risalire con le jumar per recuperare il materiale.

Guardando verso il basso dalla sosta del penultimo tiro
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Intanto sono arrivate due persone all’attacco di Fantastica, altra via sportiva che corre lì a fianco sulla sinistra.

Mi vedono, credo cerchino il mio compagno, ma non lo trovano. Ci credo, sono solo!

Mi salutano. Riconosco il Dondi, mi faccio riconoscere: ”Che stai facendo?”. Rispondo: “La via dei Fiorentini” e loro: “E che roba è? non la conosco. Ma sei da solo?”. “Sì sono solo!”.

Sono un po’ perplessi, oggi non si aspettavano certo di trovare un matto da solo sul Nona.

Mi preparo a ripartire. Non devo distrarmi troppo, voglio fare le cose con calma. Per non fare cazzate è importante rimanere concentrati.

Il tiro è un po’ faticoso. Alcuni chiodi sono lunghi e per prenderli devo salire bene in alto sulle staffe. La storia racconta che i primi salitori avevano usato un attrezzo particolare da loro costruito, che permetteva loro di stare ben dritti e poter chiodare così più lontano. La corda mi segue sempre scorrendo nel gri-gri senza troppi intoppi.

La chiodatura è vecchia, i chiodi sono lì da 40 anni e soprattutto questi piccoli chiodi a pressione di tipo artigianale sono sicuramente infissi per pochi centimetri, quindi è bene non sollecitarli troppo. Visto che sono da solo decido di passare molti rinvii: in caso di uscita di un chiodo non voglio rischiare lunghi voli che potrebbero sbottonare tutto…

Con calma arrivo alla sosta successiva, predispongo l’ancoraggio e scendo ritornando allo zaino per poi risalire di nuovo e ripulire il tiro.

Ogni volta che arrivo alla sosta successiva mi avvicino sempre di più all’uscita però poi devo di nuovo riscendere perdendo il terreno guadagnato. Questa è una strana sensazione, ma va bene, lo sapevo.

Lego lo zaino al capo libero della corda e lo lascio andare. La parete strapiomba e, visto che la sosta successiva è molto a sinistra rispetto a me, lo zaino parte facendo un lungo e impressionate pendolo che dura non poco.

Fissate le jumar parto risalendo la corda, ma la parete strapiombante e il tiro assai obliquo mi creano un po’ di problemi. Il risultato è che ogni volta che tolgo un rinvio, come lo zaino anch’io parto in un pendolo poco simpatico allontanandomi sempre di più dalla roccia e mi trovo a risalire completamente nel vuoto.

Il Dondi lì accanto guarda un po’ perplesso le mie evoluzioni appeso alla corda: – Ma almeno le soste sono buone?

Lo tranquillizzo: – Sì, sono ottime.

La sosta è buona, la corda è buona, le jumar tengono, ma in effetti la cosa è poco simpatica. Inoltre risalire così nel vuoto è assai faticoso, perciò decido di cambiare tattica.

Non risalirò più la corda ma rifarò il tiro in arrampicata usando le jumar solo per sicurezza sulla corda resa fissa.

Dovrò fare in arrampicata due volte la via ma è più semplice e meno faticoso.

La cosa funziona e tutto prosegue per il meglio. Intanto mentre salgo scambio due chiacchiere con i miei vicini sulla via Fantastica.

Sarà quindi una solitaria in compagnia ma del resto non sono mica sulla remota parete sud-ovest del Burel. Fatta la traversata a sinistra, le due vie si toccano e proseguono poi per un tratto in comune, lungo un aperto diedro nel tiro che porta alla cengia dove poi Fantastica va a sinistra e la mia invece prosegue dritta lungo una bella placconata di strapiombante roccia grigia.

La parete sud-ovest del Monte Nona. Da sin a ds, via dei Fiorentini, via SUCAI e via Licia
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Prima di lasciare la sosta il Dondi, forse un po’ preoccupato, dice che se voglio posso legarmi a una delle sue corde e proseguire con loro. Lo ringrazio della sua gentilezza e lo tranquillizzo dicendogli che tutto procede per il meglio. All’uscita mancano ancora tre tiri, mi ci vorrà un po’ ma visto che sto bene e che il tempo c’è, non posso certo rinunciare adesso dopo tutta la fatica che ho fatto per arrivare fin qua.

Al limite se proprio dovrò rinunciare ho nello zaino un’altra corda che ho portato in caso di bisogno per garantirmi una possibilità di discesa.

E’ sabato e al Procinto c’è tanta gente a scalare e a camminare. Ogni tanto mi arrivano le voci delle persone che sono lì a fare la loro tranquilla passeggiata, e io qui a “pericolare”… o chi ti ci ha mandato, il dottore?

Un po’ in artificiale ma soprattutto in libera, superando alcuni delicati passaggi, con una specie di semicerchio prima a destra e poi a sinistra raggiungo la comoda cengia sotto la placconata terminale.

Dopo tutte le scomode soste appese ora posso finalmente sedere e godermi un po’ di relax, bevendo e mangiando. Soprattutto bevendo, visto che mi sono portato un paio di litri e fino a questo momento non ho bevuto neanche un goccio.

Da qui in tutta comodità, posso ammirare il panorama che dal Monte Matanna al Monte Gabberi arriva fino al mare e le numerose persone che lungo la ferrata salgono alla vetta del Procinto e quelle che scalano sulla sua bella parete est.

Che belle le Apuane, montagna e mare.

Rinforzo la sosta con due buoni chiodi e parto per il penultimo tiro. Subito sopra c’è un chiodo piuttosto lontano dal quale pendono un vecchio e sfilacciato cordino e una scolorita fettuccia. Memore di questo particolare dalla ripetizione che avevo fatto diversi anni fa, per arrivare meglio al chiodo senza usare il cordinaccio, a casa mi sono costruito una ‘ladra da fichi’, ovvero un lungo rinvio irrigidito con due stecche di plastica e del nastro isolante. Sarà etico…?

Con l’aiuto di un cliff in un piccolo buco nella roccia, mi alzo e mi avvicino al chiodo quindi con l’aiuto dello speciale rinvio lo aggancio e ci appendo la staffa.

Cercando di farmi leggero salgo lungo la staffa mirando al chiodo successivo anche questo piuttosto lungo.

Sotto, come protezione, ho lasciato il cliff nel buco, ma è troppo basso per essere una buona protezione e se il chiodo sotto il mio peso dovesse saltare, il cliff non mi impedirebbe di sbattere sul terrazzo di sosta. Un po’ con il fiato sospeso arrivo all’altro chiodo. Preso: salvo!

Quanto sono lunghi a volte certi momenti.

La parete sud-ovest del Monte Nona vista dal Monte Procinto
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Adesso proseguo su per un bel muro di roccia grigia compatta in direzione di un evidente speroncino contornato di erba sopra il quale so che c’è la sosta. Arrivato all’inizio dello speroncino c’è da salire lungo l’insidiosa fessura erbosa di destra. Qui mancano un paio di chiodi.

Potrei provare a forzare in libera ma la roccia non è proprio delle migliori e non mi sembra il caso rischiare un volo. Non sono qui per fare dei virtuosismi arrampicatori.

Cerco di mettere un friend in una fessurina ma niente da fare, non ho la misura adatta. Quindi non mi resta che mettere mano al martello e battere un chiodo che entra cantando. Staffa, altro chiodo, staffa e sono alla sosta.

Stessa manovra. Oramai lo so a memoria: e giù ritornando alla cengia e di nuovo su recuperando il materiale, togliendo anche i due chiodi che avevo messo nella fessura erbosa.

Adesso non rimane che l’ultimo tiro e poi sono fuori. Sopra la sosta c’è una fessura dove penzola un rinvio, poi placche strapiombanti quindi l’uscita che ricordo un po’ delicata.

Salgo in libera la prima fessura sopra la sosta, poi in artificiale (un po’ faticoso) supero la zona strapiombante e arrivo alla paretina finale che porta al canalino d’uscita.

Questo tratto finale è da fare in libera. La roccia è delicata e non tanto proteggibile, quindi prima di proseguire mi riposo bene. Sopra l’ultimo chiodo prima del tratto in libera riesco a mettere un friend in un buco.

Non mi dà tanta fiducia perciò lo doppio con un altro e poi vado deciso. Traverso un paio di metri a sinistra, salgo dritto per una larga fessura e poi di nuovo a destra sotto un piccolo strapiombo dove, con non poca sorpresa trovo un fix. Questo proprio non me l’aspettavo, sono quasi tentato di assicurarci la corda, ma non serve, l’orgoglio etico prevale così supero il piccolo strapiombo e per un breve e facile canaletto sono fuori.

La via è fatta ma il lavoro non è ancora finito. Non mi posso ancora rilassare, devo di nuovo scendere per recuperare lo zaino e il materiale con il quale ho attrezzato il tiro.

Così alle prime piante preparo l’ultimo ancoraggio, butto nell’erba quello che non mi serve e poi scendo. Riprendo lo zaino e quindi di nuovo su, per l’ultima volta.

Sono passate circa dieci ore da quando ho iniziato questa salita, insolita per le nostre montagne e per l’alpinismo apuano di oggi. Sono stanco ma felice di avere vissuto questa piccola e personale avventura. Come diceva Gian Carlo Grassi “spesso l’avventura è dietro l’angolo di casa”.

Con calma riordino il materiale, rifaccio lo zaino e rimetto fuori la ranocchia. Prima di andarmene saluto Edo e Paolo, che usciti dalla parete est mi chiamano dalla vetta del Procinto e ci diamo appuntamento al rifugio.

Lo zaino adesso sembra molto più pesante di stamani. Senza fretta risalgo il ripido pendio che dal bordo della parete sale alla cresta di vetta del Monte Nona, poi per il comodo sentiero scendo verso il Callare del Matanna. Arrivato in vista del Callare mi rendo conto di avere dimenticato il materiale che avevo buttato nell’erba prima di riscendere a disattrezzare l’ultimo tiro. Evidentemente un po’ la stanchezza, un po’ l’euforia per la riuscita mi hanno giocato uno scherzo. Ora però di ritornare lassù non me la sento proprio. Tornerò a riprenderla domani con la Sabri prima di andare a Stazzema alla commemorazione del . Adesso voglio solo arrivare prima possibile al rifugio per una meritata birra e una bella chiacchierata con gli amici che mi staranno aspettando.

Citazioni:
(1) Euro Montagna, Angelo Nerli, Attilio Sabbadini, Alpi Apuane, Guida dei Monti d’Italia.
(2) Reinhold Messner, L’assassinio dell’impossibile, Rivista del CAI, 1968.
(3) Marino Stenico, Una vita di alpinismo”.
(4) il , Agostino Bresciani, vero punto di riferimento per l’alpinismo versiliese.

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Il rischio, sentinella invisibile – 2

Il rischio, sentinella invisibile – 2
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

 

Il rischio dell’incognita intatta
Confrontando però la tipologia d’effettuazione di quelle salite con la solitaria del Diedro Conforto in Marmolada compiuta da Heinz Mariacher nell’estate del 1979 senza averlo percorso in precedenza, ci si accorge di come in quest’ultima sussistano due difficoltà in più, l’incognita e l’imprevedibilità che impediscono di poter “addomesticare” le esperienze verticali e si tratta di impedimenti sostanziali mancanti nelle realizzazioni sopracitate.

Il fatto di rischiare non dipende dall’essere poco assicurati in cordata, autoassicurati o slegati da soli, forniti o del tutto privi di mezzi tecnici che in casi estremi si potrebbero utilizzare, ma soprattutto dall’incognita intatta che s’incontra affrontando una salita senza immaginare ciò che ci aspetta, di cui fanno ovviamente parte lo stato di compattezza e d’instabilità della roccia con le possibilità d’assicurazione a loro annesse e che riflettono inevitabilmente le capacità effettive degli arrampicatori.

Un tempo questo veniva espresso con considerazioni di questo tipo: Mi sono messo nei pasticci… Sono finito in un punto dal quale non riesco né a procedere né a retrocedere…

Oggi sappiamo che arrampicando a un certo punto si può udire una voce inevitabile come quella di una hostess di volo che ti indica d’essere entrato in un territorio dove sono incerti l’esito e la direzione da perseguire. Si tratta di situazioni che possono ricordare il racconto di Reinhold Messner in Ritorno ai Monti, davanti al passaggio chiave del Pilastro di Mezzo, enigma d’un punto cruciale che durante la prima ascensione di quell’itinerario suo malgrado si è trovato ad affrontare. Riflettendo sulle impressioni dell’autore di quella salita mi vien da pensare che quel passaggio, più che banco di prova d’un “rischio sfidato”, fu la pietra miliare d’un “limite di caduta” incontrato, attraversato e superato che, nella cinematografia di montagna, è ben rappresentato in Break on Through di Robert Carmichael. Dunque, nell’incognita intatta possiamo riconoscere un settimo elemento configurativo del rischio.

Dan Osman
RischioSentinellaInvisibile-2-DanOsman

 

Sogno, Morte e Trasfigurazione
In un’intervista ad Hansjörg Auer, realizzata durante il Film festival di Trento, a proposito della sua solitaria integrale al Pesce in Marmolada compiuta in meno di tre ore (Hansjörg aveva già salito così anche Tempi Moderni), ci si accorge che raccontando egli nomina ripetutamente la parola “sogno”. Il fatto che i sogni per lui corrispondano a ciò che per molti sono veri e propri incubi o nella migliore delle ipotesi cimenti impegnativi all’estremo, invita a riflettere su ciò che i sogni rappresentano per gli arrampicatori in rapporto alle salite.

I sogni non sono un prodotto della volontà, ma sorgono inaspettati a liberare la mente dalle gioie e timori derivati dalle esperienze più forti, che ci hanno segnato proprio perché non immaginavamo di viverle. Dunque al sogno corrisponde soprattutto l’ignoto che unisce ciò che non ci si aspetta con ciò che di noi ancora non conosciamo.

Il fatto che Hansjörg Auer avesse salito il Pesce da solo dopo averlo percorso in precedenza in cordata e un giorno prima lo avesse addirittura disceso in doppia per studiarne i passaggi più impegnativi, e quindi si muovesse nell’ambito di una incognita ridimensionata, più che un sogno pare quasi la realizzazione d’uno stato ipnotico paragonabile al vuoto mentale della pratica meditativa Zen, la quale porta la psiche in condizioni di disancorarsi dagli stati emotivi.

Da taluni i sogni a “occhi aperti” sono ritenuti assai pericolosi perché anelano a realizzare nella realtà qualcosa che è a cavallo delle “esigenze fantastiche” di una “concretezza rischiosa”. Non a caso per la mitologia greca Hypnos (il Sogno) era fratello di Thanatos (la Morte) in quanto manifestazioni speculari, entrambe immateriali rispetto alla vita.

Mutuando il titolo inquietante della famosa opera di Richard Strauss Morte e Trasfigurazione, si potrebbe riconoscere anche nel rischio, in quanto “sentinella”, una potenzialità di trasfigurazione del decorso esistenziale, con le sue ripercussioni sulle esperienze di vita.

Quale fisionomia possiamo immaginare per la Morte, che trasforma in un istante gli individui nel ricordo che gli altri si portano dentro? lo scheletro alato nel film di Terry Gilliam Il Barone di Munchausen? il dialogo di Gassman con la “mietitrice della vita” ne L’armata Brancaleone di Mario Monicelli? la partita a scacchi di Max Von Sydow con la “signora del tempo” ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman?

In realtà i morti sono coloro che sono rimasti sconosciuti a chi non sa chi sono, e che tornano in vita nella psiche di chi si ricorda di loro: ciò che sarete voi noi siamo adesso… chi si scorda di noi, scorda se stesso…

 

Non parlare di Patrick Berhault (1957-2004) in un’analisi sul rischio sarebbe un errore imperdonabile, se si pensa che a motivarlo a intraprendere la “strada dell’alpinismo” fu proprio una strepitosa scivolata di 800 metri da una goulotte del Pelvoux, in Delfinato, dalla quale uscì per miracolo con la sola frattura del bacino. La seconda scivolata di 600 metri sulla parete del Taschhorn, causata dal crollo d’una cornice, gli fu invece fatale. Curioso è proprio il fatto che, dopo quella prima consistente esperienza di caduta, che a molti avrebbe fatto passare ogni voglia di recarsi in montagna, è seguita un’attività inarrestabile e sconfinata di ascensioni compiute in tutte le stagioni, la cui prerogativa sostanziale era l’incalcolabile e multiforme varietà di rischi e pericoli incontrati.

Durante la traversata delle Alpi (2000), gli capitò di trovare condizioni disagevoli su roccia più in autunno che in inverno, di affrontare difficoltà di misto che non aveva mai trovato, di uscire quasi in giornata da alte pareti invernali sulle quali preventivava di bivaccare e di considerare quasi come sentiero proprio il caso che inaspettatamente buttò all’aria tutta la sua pianificazione.

Di Patrick, l’infaticabile ragazzo dal fisico e dal carattere mediterraneo, si potrebbe dire che era il simbolo dell’’ammaestratore di rischi”, che conosceva e coi quali a un dato momento era certamente arrivato a dialogare ma, come accade a chi ha avuto tanto a che fare con l’istinto imprevedibile degli animali “feroci” e a un dato momento soccombe, anche a Berhault accadde qualcosa che proprio non immaginava d’incontrare.

Sono molti i casi di alpinisti solitari caduti più o meno prematuramente, ma a ben guardare pochi hanno commesso errori tecnici evidenti.

Derek Hersey (1957-1993) inglese trasferito in America dove viveva da “hippy” in una capanna piazzata su un albero, era assai stimato dagli arrampicatori statunitensi per l’etica delle sue solitarie integrali in Eldorado Canyon che affrontava da solo a vista sulle difficoltà massime che era in grado di salire in cordata (5.10 e 5.11) “exploit di grande volontà e auto-controllo che pochi hanno tentato di ripetere”. Fedele alle sue scelte etiche è deceduto precipitando in solitaria dalla Salathé-Steck al Sentinel Rock in Yosemite, pare a causa della pioggia che lo aveva sorpreso in parete – non si può dire che il suo modo d’arrampicare fosse pervaso da misticismo scriteriato.

Più appariscente ma meno limpido è stato Dan Osman (1963-1998), scalatore Navajo famoso per la spericolatezza delle sue solitarie integrali [5.11 e 5.12] e per le sue realizzazioni veloci a base di agilità e disinvoltura. Era anche specialista degli impressionanti salti nel vuoto noti come controlled free falling, che realizzava unendo più corde e dei quali deteneva il record (305 metri dalla Leaning Tower, Yosemite, lo stesso salto che gli sarebbe infine costata la vita per la rottura della corda per cause rimaste ignote). Dan fu duramente criticato sul web, forse per il fatto che i filmati delle sue salite ostentavano un atteggiamento spavaldo ed edonista, contaminato dalle moderne necessità mediatiche, che urtava la suscettibilità dei puristi, di coloro che trovano quelle difficoltà fin troppo impegnative già in cordata.

Anche del britannico Ben Heason, oltre alle difficilissime ripetizioni di vie in stile Hard Grit, colpisce la stridente continuità dello scalare in solitaria, slegato e senza conoscere i percorsi. Audace fin da bambino e abituato a controllare la paura che si prova spingendosi oltre i limiti fisici su itinerari al di sopra delle proprie potenziali capacità, in un’intervista afferma: “Quando caddi cercando di scalare un E6 a vista nel 1998, mi ruppi tutte e due le caviglie e assieme a loro la convinzione di essere invulnerabile“. Quell’esperienza lo portò a maturare l’idea di quanto fosse importante allenarsi per affrontare difficoltà anche più elevate “arrivando a rimanere calmo e spegnere le mie emozioni anche in situazioni audaci, per non lasciarsi condizionare dai pensieri di una possibile caduta“.

Mentre sto per concludere questa riflessione sul rischio, un amico mi informa della morte di John Bachar (1957-2009) formidabile arrampicatore della generazione successiva a Jim Bridwell, caduto da solo sulla falesia di Dike (Mammouth Lake). Negli anni Ottanta era considerato il più forte arrampicatore del mondo per i suoi concatenamenti in giornata (Capitan e Half Dôme in 14 ore con Peter Croft), e per i suoi leggendari runout. Bachar si schierò dichiaratamente contro lo spit, e in modo provocatorio, nel 1981, lanciò pubblicamente una sfida promettendo 10.000$ a chi fosse riuscito a seguirlo, da solo, per un giorno.

Come si possono interpretare le sue continue solitarie integrali? Forse a Bachar, considerato narcisista per le sua ostentazioni di bravura, non bastava più comunicare ad altri l’esempio delle sue realizzazioni eticamente ineccepibili ma avrebbe voluto sentirsi stimato anche dagli attuali arrampicatori che temono il carattere individualista dei solitari e il rischio che questi affrontano.

Dan Osman in free solo
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Considerando la sequenza storica delle sue imprese, vien quasi da pensare che sia stata proprio la provocatoria “sfida di Bachar”, alla quale tutti si erano probabilmente sottratti per non essere umiliati, a rivoltarsi contro di lui parandosi davanti all’improvviso, sotto la forma della fragilità esteriore di un appiglio spezzato o di quella interiore di uno mancato, una fragilità che lo ha fatto precipitare.

Le motivazioni di questi fuoriclasse sono complesse e variegate. Ma cosa li ha spinti a fare dell’esposizione al rischio una stabile ragione di vita?

Fatalismo e Fanatismo, trabocchetti della necessità d’approvazione
Per comprendere ancora meglio cosa induce ad attribuire al rischio la responsabilità degli incidenti, è necessario retrocedere a ciò che il rischio ha rappresentato alle origini della storia umana.

Ripercorrendo le fasi di questo processo vediamo che inizialmente rischi e pericoli sono visti come punizioni divine, che potremmo identificare in una cognizione sacrificale paleo-cristiana, seguite da quelle scaturite dalla pericolosità delle componenti naturali sconosciute del 700, trasformatesi nell’idea di conquista dell’800 e nella necessità di distinguersi del 900, approdando all’agonismo e antagonismo dei nostri giorni. Questi diversi aspetti nell’approccio con il rischio sono tuttora presenti e mescolati, e la cognizione sacrificale è ancora ben radicata. Possiamo intravederne le reminiscenze tanto nell’intento dell’alpinista di punta che cerca di mantenere lo standard del prestigio raggiunto quanto in un arrampicatore che s’arrabatta nel tentativo di crearsi una fama.

A metà anni ’70 tramite Gian Piero Motti si fece strada sulle pagine dell’Enciclopedia della Montagna l’interpretazione freudiana secondo la quale l’arrampicatore “purista”, inibito da traumi infantili, si costringe ad avere rapporti teneri e affettuosi (in arrampicata libera) con la Grande Madre che l’integrità della montagna rappresenta, mentre l’arrampicatore “trasgressivo”, violando (in arrampicata artificiale) questa imposizione, lotterebbe per ottenere la libertà.

Esibizionismo di John Bachar
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Nel 1983, quando Motti scrisse su Scandere la monografia sulla Rocca di Caprie, la purezza che la libera rappresentava non aveva più valore di “prigionia edipica”, bensì di cammino di riavvicinamento alla indipendenza, visualizzata dalla figura paterna. Questa si affiancava, e non contrapponeva, all’artificiale estrema, confermata dalle notizie delle prime salite in Yosemite dove sembrava si fosse andati oltre l’A5 con rischi elevatissimi di caduta invalidante o mortale (come dire che a taluni nemmeno la “bolla protettiva” citata da Valerio Folco è servita da paracadute). Per cui l’artificialista non può più essere considerato trasgressivo, poiché in condizione di “rischio indiretto”, cioè delegato alla tenuta dei piazzamenti, pari o addirittura superiore a quella del liberista puro. Rileggendo a distanza d’anni quelle analisi, mi accorsi che quel “ribaltamento di valori” si rivelava una “giustificazione dei limiti”, che poneva la valenza del rischio ancora al centro del problema interpretativo.

Le sviste progressive che hanno caratterizzato questa rotazione di valori ci rivelano come nella spinta stessa a salire sia insita una marcata necessità d’essere approvati, dalla Grande Madre Orientale o dal Padre Occidentale poco importa. Dunque “fedeli” e “laici” sono entrambi giostrati, consciamente o meno, dal simbolismo di quelle figure referenziali, che invitano ad accettare (ormai ero lì e allora sono andato avanti lo stesso) o spingono a negare (non mi sembrava così difficile) i propri limiti.

Ma l’alpinismo è davvero “nobile come un’arte, bello come una fede” come sosteneva Guido Rey? Nel periodo in cui veniva promossa su Alp l’operazione “granito sicuro” (che negando le Tavole di Courmayeur sosteneva la riattrezzatura a spit degli itinerari del Bianco) Camanni considerava che “appendersi allo spit include un atto di fede” (scrisse fede, non fiducia). Mi chiesi che tipo di fede lo spit rappresenti visto che si tratta di un riferimento saldissimo esattamente contrario al comune intento delle religioni, per le quali il “contatto col divino” può avvenire solo percorrendo una strada d’incertezza – e il fatto di “affidarsi passivamente” a un infisso concorre ad “inibire” e non certo ad “attivare” la consapevolezza degli individui, che non sta nel rischio “fine a se stesso” ma nella scelta responsabile d’affrontare l’incertezza.

Dal Dogma al Culto dell’Obbligo
Oggi la tipica “mentalità prevenuta” dell’uomo della strada, che vede da sempre alpinisti e rocciatori come individui dalla “mentalità spavalda”, s’è trasferita nella maggioranza degli arrampicatori. Senza andare tanto lontano la possiamo riscontrare nel marasma dei pareri che alcuni accademici hanno espresso sull’Annuario del CAAI 2007-2008; volendo visualizzarne in sintesi gli estremi potremmo definire: retro-etici quelli allineati a Manrico Dall’Agnola, che mette in conto con pacatezza cavalleresca, velatamente romantica, il “diritto al rischio” e pseudo-etici quelli che si allineano a Fabio Palma, che sostanzialmente ritiene, con “solo quattro spit in Wenden”, che il rischio sia adattabile alle capacità geo-tecniche di salita.

Ho l’impressione che l’ideologia degli infissi “a distanza obbligata”, per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali”, sia la testimonianza di un’antietica paradossale, per il fatto che non è possibile realizzare una “difficoltà obbligata” se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale. Si può solo inventare una Difficoltà Alterata che, disancorata dal confronto con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.

L’arrampicata geotecnica a “infissi distanziati”, cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge a obbedire ciecamente alle conseguenze. Ecco perché la dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica, che assolve dalla responsabilità di rischiare, diventa un ottavo elemento configurativo del rischio.

John Bachar nella sua storica free solo di Butterballs (5.11c), Yosemite
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L’attribuzione del rischio al “capro espiatorio” della compattezza
II fatto di non aver approfondito a sufficienza la valenza del rischio nel corso del tempo, ha fatto sì che le componenti naturali di instabilità e compattezza della roccia venissero considerate come veri e propri capri espiatori, tracimati dal “pensiero religioso” a quello laico.

Se è vero che la roccia instabile è evitata poiché ritenuta esteticamente “brutta” per l’aspetto che mostrano le pareti con quel tipo di consistenza, l’attrattiva che quella compatta esercita è difficilmente evitabile per il fatto di essere garanzia di “saldezza degli appigli” e di “bellezza dei passaggi”.

Input di questo tipo hanno creato un malinteso portando a pensare che fosse possibile sradicare sempre più e meglio una situazione di rischio da un contesto come quello della natura verticale.

Questa concezione contraddittoria è occorsa a trasferire la “responsabilità” di rischiare dell’uomo alla “compattezza” della roccia, un vero e proprio alibi necessario a giustificare l’incapacità umana quando agisce in modo pericolosamente desensibilizzato – per certi versi simile a quello della categoria di escursionisti, arrampicatori e alpinisti che “agiscono” senza comprendere a fondo i luoghi nei quali si recano, poiché ci vanno solo per raccontare che hanno fatto o per dire d’esserci stati, piantando la bandierina delle realizzazioni sulla sommità delle proprie ambizioni (alla stregua di inquieti e insoddisfatti vacanzieri ai quali arrampicatori e alpinisti si sentono da sempre superiori). Pensare che sia possibile sradicare il rischio attrezzando il più possibile la natura verticale tramite stabilissimi infissi, rappresenta la realizzazione d’una idea di controllo insensata proprio perché non si può eliminare con la tecnica ciò che non è una “componente fisica” ma è un “elemento esistenziale” che si modifica costantemente nel corso delle esperienze e proprio per questo inestirpabile dalla natura verticale.

Patrick Berhault
Patrick BERHAULT La Grande Traversée des Alpes en 2001
L’idea che ha spinto ad attrezzare prima a spit e poi a infissi geotecnici i settori delle pareti con la scusa di renderle sicure e fruibili a una maggioranza di utenti, ha portato ad aumentare una certa possibilità di incidente, almeno quando queste siano soggette al pericolo ricorrente di caduta di massi. Ci si deve rendere conto che tante pareti non sono propriamente strisce di roccia circoscritte da spaziose radure, ma pareti che non potranno mai diventare sicure per via delle caratteristiche territoriali che le sormontano, come settori parzialmente instabili o boschi cedui soggetti a cedimenti e dislocazioni di pietre dopo giorni di piogge intense o di forte vento.

La frequentazione contribuisce a “pulire” una parete, ma personalmente, gli unici sassi che ho schivato anni addietro furono al seguito di cordate che salivano lungo gli itinerari classici “perfettamente attrezzati” sulle pareti del Sarca o sulle falesie “super equipaggiate” di Giazzima, Lariosauro, Pala del Cammello, Scudi di Val Grande e sopratutto dello Zucco dell’Angelone e dell’Antimedale.

Patrick Berhault
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Il fatto di assicurarsi a un’inamovibile fila di infissi, mette in condizioni di “non essere consapevoli” della possibilità di colpire o essere colpiti e illusoriamente “pone al riparo” dalla necessità di saper affrontare situazioni di emergenza.

Tuttavia, i rischi riguardanti i tracciati attrezzati non sono soltanto quelli dovuti a circostanze esterne che ci si auspica di evitare: ricordo una volta, alla sosta d’uno di questi, al momento in cui decidemmo di calarci ci accorgemmo che nessuno era assicurato. Alle soste di un itinerario poco ripetuto, dov’è necessario rafforzare i punti di fermata o lungo una parete mai percorsa dove questi vanno interamente realizzati, non sarebbe mai accaduto un fatto del genere, perché la costante d’una simile salita sarebbe stata un’attenzione completa, anche e soprattutto a questi aspetti. Ecco perché la “messa in sicurezza” della roccia non coincide affatto con l’eliminazione del rischio.

Prima o poi si dovrà considerare che il fatto di indurre a recarsi in montagna con quel tipo d’approccio rischia di essere l’abbaglio d’una pericolosa chimera: l’utopia di sentirsi protetti e alleggeriti dalle responsabilità grazie alla tecnologia. Si dovrà tener conto delle conseguenze talvolta gravi che questo comporta, per il fatto che incentivare per promuovere, nell’ambito di attività come l’arrampicata e l’alpinismo, significa spingere una maggioranza inconsapevole di incapaci all’orlo emulativo d’una minoranza di esperti spesso a loro volta poco consapevoli dei molteplici elementi che costituiscono il rischio.

Si può dunque riscontrare nella superficialità con cui si affrontano tracciati attrezzati, caratterizzati da rischio residuo non completamente eliminabile, un nono elemento configurativo del rischio, e nell’attenzione affievolita dall’abitudine di manovre scontate, un decimo elemento configurativo del rischio. Concludo questa mia analisi dicendo che la messa a fuoco dei vari possibili fattori che configurano il rischio non è un punto d’arrivo che ne ha imbrigliato definitivamente la valenza, ma solo l’identificazione momentanea di ciò che più ha dato un senso a questa serrata riflessione, il fatto d’aver scoperto un mosaico di elementi significativi dietro allo spauracchio indecifrabile che inizialmente ne schermava la fisionomia indefinita.

Volendo esser sinceri, crea un certo sgomento accorgersi che il rischio non è propriamente come una tormenta di neve che cancella le tracce del nostro passaggio, bensì una sentinella invisibile che ci accompagna nel percorso d’attraversamento dell’incognita per avvertirci quando la “geografia delle certezze” sta diventando “planimetria dell’imprevisto” di volta in volta mai uguale a se stesso.

 

 

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura vertica

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Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
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Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
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Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
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Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
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La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
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Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
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Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.