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Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta

Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta
di Matteo Giglio
(già pubblicato il 29 luglio 2014 sul sito dell’autore)
(Attenzione: qualcuna delle situazioni denunciate potrebbe nel frattempo essere stata sistemata, NdR)

Prendendo spunto da un recente spiacevole episodio accaduto in una piccola falesia della Valgrisenche, vorrei fare alcune considerazioni generali relative all’attrezzatura dei siti di arrampicata.
Illustro brevemente il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post.
Scalando nel settore denominato La Confession, lungo la strada per la Valgrisenche, ho trovato un fix che ruotava in quanto il bullone era allentato. Purtroppo è un inconveniente abbastanza diffuso con il nuovo materiale inox. La parte destra della suddetta falesia infatti è stata interessata recentemente da una richiodatura completa di tutti gli itinerari con fix inox e catene longlife in sosta. Sono quindi salito con un attrezzo per stringere il bullone in questione e, con un po’ di disappunto, ho notato che continuava a ruotare senza stringere: segno evidente che l’espansione del tassello non aveva funzionato. Con un rinvio ho quindi provato a strattonare a mano verso l’esterno il fix… ed è successo quello che nessuno vorrebbe che succedesse: si è sfilato completamente! La stessa cosa si è ripetuta qualche fix più in alto, con un altro tassello!
Ora, non credo che il mio braccio riesca a tirare 22 kN, quindi il fatto che ho appena descritto è l’esempio lampante della scarsissima tenuta di un ancoraggio mal posizionato. Piantando fix succede ogni tanto (soprattutto su rocce scistose) che l’espansione del tassello non prenda a dovere; dovrebbe essere cura dell’attrezzatore rimuoverlo e sostituirlo con uno funzionante. A volte però ciò non avviene, motivo per cui occorre essere sempre estremamente critici nei confronti del materiale cui ci si appende!

Tre immagini di Matteo Giglio, guida alpina
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Uno dei fix fuoriusciti nella falesia della Confession (Valgrisenche)
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Purtroppo quello descritto non è un caso isolato tra le falesie abitualmente frequentate sul territorio della Valle d’Aosta. L’anno scorso, ad esempio, si era verificato un piccolo incidente (fortunatamente senza conseguenze) per la fuoriuscita di un fix nella falesia di Vollein, anch’essa interessata recentemente da richiodatura.

Si tratta di episodi che devono fare riflettere tutti i frequentatori delle falesie. Non sempre materiale nuovo e luccicante è sinonimo di sicurezza. Esistono determinate procedure per piantare un ancoraggio (meccanico o chimico); se non vengono rispettate, gli elevati carichi di rottura dichiarati dai produttori non possono essere rispettati!
Le problematiche relative al corretto posizionamento di un ancoraggio sono infinite. A partire dal punto esatto in cui viene collocato (come e perché), fino alla corretta procedura di messa a dimora. Tutte cose che un attrezzatore dovrebbe ben conoscere… per evitare errori grossolani che, il più delle volte, vanno a discapito della sicurezza di chi ci si appende.

Approfitto per illustrare altri casi di lavori effettuati non proprio a regola d’arte. Sono solo alcuni esempi ma abbastanza rappresentativi anche per altri siti non menzionati.

In molte falesie si trovano moschettoni (grandi) di ferro non certificati posizionati in sosta. Dopo poco tempo non funziona più la chiusura della leva, diminuendo considerevolmente la tenuta fino a valori assolutamente non accettabili!
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Falesia di Excenex: sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Excenex-1WFalesia di Excenex: altra sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta con tasselli longlife mal posizionati e parzialmente danneggiati (riquadro rosso), vecchi tasselli non rimossi (cerchi rossi) e punta di un trapano piegata lasciata in loco (freccia rossa). Decisamente antiestetico!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta utilizzando una porzione di roccia poco solida (almeno per il punto più basso, inserito in corrispondenza di una evidente piccola discontinuità, vedi freccia rossa) e con vecchi tasselli rimossi in maniera grossolana e poco estetica (cerchi rossi).
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Falesia della Confession: riattrezzatura con materiale inox nuovo… e qualche rinvio fisso con materiale di recupero! Un controsenso. Per risolvere il problema, bastava posizionare il fix poco più in basso.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura delle vecchie soste mediante aggiunta di nuovo materiale senza rimuovere il vecchio ancoraggio. Troppo materiale, confusionario, decisamente antiestetico: sarebbe bastato rimuovere tutto e piazzare un nuovo ancoraggio su due punti.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura mediante installazione di fix inox con applicazione di silicone a protezione di tassello e bullone. Decisamente antiestetico, poco pratico in caso di manutenzione e del tutto inutile visto che il tassello è già in materiale resistente agli agenti atmosferici.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): stessa problematica dei tasselli fuoriusciti alla Confession, l’espansione non ha funzionato, andrebbe sostituito.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): in questo caso il tassello è stato sostituito… ma andrebbe collocato un po’ più lontano dalla porzione interessata dal vecchio tassello (e nascosto con della resina).
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): la distanza del nuovo tassello da quello sostituito è corretta… ma il vecchio sarebbe da eliminare e nascondere (antiestetico).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-2Ribadisco che sono solo alcuni esempi documentati; purtroppo ce ne sono molti altri che evidenziano una situazione eterogenea dell’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta. Accanto a validi esempi di attrezzatura impeccabile si trovano casi molto grossolani con evidenti errori potenzialmente pericolosi e/o decisamente antiestetici.

L’obiettivo di questo post non vuole essere una sterile polemica nei confronti di chi ha svolto lavori che non possono definirsi a regola d’arte (errare humanum est…), ma sensibilizzare gli arrampicatori nei confronti di un argomento poco approfondito da un gran numero di fruitori delle falesie. Visto che l’alpinismo e l’arrampicata sono sport che si praticano a proprio rischio e pericolo, è bene essere informati su tutto.
L’unica considerazione che si può fare nei confronti di chi si accolla l’onere di sistemare vecchi itinerari di arrampicata (o aprirne di nuovi) è quella che bisognerebbe smettere di lodare e ringraziare, a priori e senza aver valutato la qualità dell’operato, chi lo fa. Nel momento in cui uno decide di ri-attrezzare itinerari di arrampicata dovrebbe farlo con grande responsabilità nei confronti di tutti i fruitori e con altrettanto grande senso estetico. Lavori mal fatti, oltre a essere brutti da vedere, sono pericolosi: pertanto andrebbero evidenziati e corretti… non idolatrati oppure ignorati! In sostanza, la buona volontà non serve a nulla se non è accompagnata da rigore, precisione e serietà.

Colgo infine l’occasione per condividere un lavoro informativo che è stato fatto recentemente dalla Commissione Tecnica dell’Unione Valdostana Guide Alta Montagna sulla tematica della chiodatura. Si tratta di un piccolo compendio/promemoria destinato alle future guide alpine. Un piccolo passo nella conoscenza della materia, sperando che possa servire in futuro a perfezionare sempre più l’argomento. Il punto di partenza di questa dispensa, occorre specificarlo chiaramente, è stato il lavoro svolto da uno dei più meticolosi ed apprezzati chiodatori del ponente ligure, Marco Pukli: sul suo sito, nella sezione “articoli”, si trovano due bei capitoli intitolati “Robe da chiodatori”. La loro lettura sarà sicuramente di stimolo e ispirazione per le nuove generazioni di chiodatori…
(vedi più comodamente http://www.alessandrogogna.com/2016/04/19/roba-da-chiodatori-1/ e http://www.alessandrogogna.com/2016/04/26/roba-da-chiodatori-2/, NdR).

Scarica la dispensa sulla chiodatura

Un piccolo sogno? Riuscire a sensibilizzare amministrazioni ed enti locali sul tema dell’arrampicata sportiva, in maniera da trovare i fondi necessari per una corretta sistemazione e manutenzione delle falesie… attività che finora è sempre stata svolta (tranne rarissimi casi) in maniera del tutto amatoriale.

L’arrampicata sportiva conta sempre più adepti e dovrebbe essere considerata alla stregua delle altre attività turistiche di montagna su cui la Valle d’Aosta ha investito tanto e continua tuttora ad investire.

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New-trad generation

New-trad generation
di Marco Blatto
(pubblicato sull’Annuario del GISM 2013-2014, per gentile concessione)

Ho iniziato a praticare l’alpinismo e ad arrampicare nel periodo post-Nuovo Mattino, alla fine degli anni Settanta. Sono cresciuto con il mito del free-climbing, cui personalmente ho sempre attribuito il significato di arrampicata senza l’uso dei mezzi artificiali, piazzando le protezioni amovibili e limitando l’utilizzo dei chiodi “tradizionali”. Pur ricevendo da adolescente una formazione “classica” a un corso di alpinismo organizzato dalle guide di Courmayeur, diretto dall’indimenticabile Cosimo Zappelli, ho viaggiato da autodidatta nel mondo dei nut, degli excentric, dei friend e delle scarpette a suola liscia. Fu proprio l’avversione alle scarpette a suola liscia da parte di alcuni alpinisti “per bene” di allora, a mostrarmi l’esistenza di un confine tra l’alpinismo tradizionale e il diffondersi della filosofia del free-climbing.

Marco Blatto
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Ricordo benissimo un episodio nei primi anni Ottanta, quando, giovanissimo aiuto istruttore in un corso di alpinismo del CAI, commisi di fronte a tutti il mio primo atto blasfemo. Durante un’uscita del modulo d’introduzione all’alpinismo (eravamo in palestra), un istruttore assicurato da un’allieva s’impegnò su una breve parete di quinto grado. Dopo aver alquanto faticato nel superare una placca con pochi appoggi (ovviamente indossava gli scarponi) tentò invano di piantare un chiodo in una fessura verticale laddove si sarebbe potuto agevolmente piazzare un proibitissimo friend. Il chiodo, non di misura, schizzò fuori dalla fessura al terzo colpo di martello, lasciando l’istruttore alla mercé del vuoto e delle gambe tremolanti. Seguirono istanti d’apprensione da parte dei presenti che non si accorsero che mi ero defilato per togliermi gli scarponi e indossare le “scarpette”. In pochi secondi salii così la paretina slegato fino a una pianta che sporgeva dalla sommità, e vi buttai giù appena in tempo una corda al malcapitato. Il fortuito salvataggio scatenò le ire dei tradizionalisti, forse non molto interessati al fatto che si era evitato un probabile incidente.

Eppure arrivavo dall’alpinismo, usavo con disinvoltura gli scarponi e sapevo piantare i chiodi benissimo. Semplicemente, accettavo che vi era il momento per gli scarponi e per i chiodi e vi era quello per le scarpette e le protezioni amovibili. Il free-climbing, almeno come lo avevamo inteso noi, non escludeva l’uso dei chiodi “tradizionali” seppur limitati ad alcune circostanze. Non si trattava insomma di un’etica propriamente “clean”. Occorre dire, per dovere storico, che il clean-climbing ovvero l’arrampicata senza l’uso del martello e dei chiodi (hammerless), prerogativa per lo più britannica, si era diffusa negli Stati Uniti come reazione a un periodo esasperato di artificialismo negli anni ’60.

L’uso massiccio di chiodi a pressione e talvolta anche lo scavo di appigli, aveva provocato come reazione numerose schiodature e la progressiva introduzione dell’uso di protezioni amovibili. Scalare in clean climbing non significava, però, deprecare la progressione in artificiale. Ecco perché il fenomeno del free-climbing, “l’arrampicata libera”, è da considerarsi una sorta di passo successivo. In ogni caso, almeno sulle Alpi occidentali, la diffusione del free-climbing verso la metà degli anni ’70, si colorò di elementi che potremmo definire “tradizionali” e tutt’altro che “total clean”.

Materiale per il new-trad
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La vicinanza culturale alla Francia favorì poi, nel giro di pochi anni, la diffusione di un vento “sportivo” e l’introduzione dello spitroc, il nuovo erede del chiodo a pressione. Per quanto riguarda la mia generazione, formatasi soprattutto nei primi anni ’80, testimonio che non vi fu una particolare difficoltà ad accettare il “nuovo” integrandolo nella cosiddetta “tradizione”. La maggior parte degli scalatori “top” torinesi, passava con disinvoltura dalle vie di Michel Piola sul Monte Bianco, al free-climbing nostrano della Valle dell’Orco e alle falesie di grido della bassa Valle di Susa. Certo, ciascuno seguiva le proprie preferenze senza però rispondere a una coscienza etica vera e propria.

Quando l’arrampicata diventò “sportiva” a tutti gli effetti con l’affermazione delle prime competizioni, ci si espresse pro o contro le gare ma, al più, non si colse l’avvento di questa disciplina, anche fine a se stessa, come un pericolo diretto per le sorti dell’alpinismo. Era chiaro fin da subito che il mondo delle competizioni avrebbe seguito una via autonoma tagliando progressivamente le radici culturali con l’attività in ambiente naturale. Fu piuttosto il metodo d’introduzione del nuovo chiodo a pressione a creare delle divergenze di pensiero.

Lo spit decretava non tanto una nuova “morte dell’impossibile” ma poneva in primo piano il superamento del grado (quindi un’idea comunque sportiva della scalata) eliminando la zavorra della componente psicologica. La stampa, anche specializzata, ci mise ovviamente del suo, e non fu difficile creare una certa confusione. Chi praticava l’arrampicata sportiva in falesia, quindi in libera ma totalmente protetta, era definito genericamente un free-climber, dimenticando e stravolgendo ciò che quel termine aveva significato in senso filosofico e tecnico. Altri, ancora più maldestramente, iniziarono a definire sia gli assertori del free-climbing sia dell’arrampicata sportiva, come “sassisti”.

Adam Bailes lotta contro Fat Tony, Valle del Orco
NewTradGeneration-Adam Bailes lotta contro Fat Tony, Valle del Orco

Ricordo un giorno, nel 1984, che recatomi in un noto negozio torinese di articoli per la montagna per acquistare un nuovo imbrago il negoziante mi chiese: per alpinismo o per sassismo? Risposi: «Beh! Per tutto!». Ci fu chi, come il sottoscritto, s’impose delle regole basate sulla propria sensibilità, creando una precisa divisione mentale delle varie attività e confinandole in ambienti ben definiti. Nelle mie “aperture” in falesia utilizzavo senza remore lo spit ravvicinato piazzandolo dall’alto, nell’apertura delle vie di più tiri di medio-fondovalle, piantavo lo spit salendo dal basso e limitandolo alle sole sezioni non proteggibili. In montagna infine, avevo deciso di non utilizzare lo spit. Accettavo appieno la legittimazione dell’arrampicata sportiva in falesia e vedevo nel parsimonioso uso del chiodo a espansione una buona mediazione per l’arrampicata su certi tipi di terreno (quello che sarebbe stato definito poi in modo generico “terreno d’avventura”). Lo bandivo del tutto, invece, dalla mia idea di “avventura” in montagna. Può apparire una distinzione grossolana forse ma in qualche modo tentavo di perseguire un ordine etico. Più severi e privi di sfumature erano i britannici che dopo l’avvento del fenomeno “sportivo” vedevano due discipline ben distinte: sport-climbing e trad-climbing. È superfluo dire che la prima non riscontrasse un gran favore in terra d’Albione, da sempre contraria all’uso del chiodo espansione e appena tollerante nei confronti di quello “tradizionale”.

Il trad-climbing era la tecnica preferita dai britannici, un’arrampicata “tradizionale” in ottica “clean” che aveva raggiunto dei livelli di estrema severità etica in alcune zone delle Gran Bretagna, come in Galles o nel Peak District. Sulle Alpi occidentali dalla fine degli anni ’80 prese a diffondersi il cosiddetto fenomeno dell’arrampicata plaisir che, personalmente, ho sempre considerato una degenerazione dell’arrampicata sportiva. Quest’ultima, infatti, nell’accezione originaria prevedeva il superamento di una difficoltà obbligatoria seppur protetta in modo adeguato. Alcune aperture cosiddette “moderne” degli anni ’90 avevano peraltro seguito un’etica abbastanza severa, pur importando l’uso sistematico dello spit sulle placche compatte: foratura con il trapano salendo dal basso, senza fermata su punti artificiali e grado obbligatorio alto.

Marco Blatto
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Il “plaisir” partiva da una filosofia completamente opposta, che consisteva sostanzialmente in una chiodatura ravvicinata e in un grado obbligatorio molto basso. Inutile dire che in tal modo si garantiva la riuscita della via a qualsiasi ripetitore, né più né meno che la progressione da chiodo a chiodo sulle staffe che tante reazioni aveva scatenato nell’ambiente negli anni Sessanta. È anche facile intuire come questa sorta di “democrazia della salita” abbia trovato rapida espansione anche in ambienti “di montagna”, con grande soddisfazione di guide alpine e rifugisti, talvolta addirittura con il sostegno di enti e aziende di soggiorno che hanno intuito l’affare di un allargamento della potenziale fascia di frequentatori di pareti di fondovalle o situate in prossimità di strutture turistico-ricettive.

Al contempo, la minoranza che ha continuato a sostenere la necessità di preservare uno spazio d’avventura, dove il rischio fosse considerato un elemento del gioco dell’alpinismo e della scalata, è stata spesso indicata come un cenacolo di aspiranti suicidi da sottoporre alla pubblica gogna dell’opinione pubblica, spesso disinformata ed estranea al mondo dell’alpinismo. La libertà di rischiare è divenuta inoltre un disvalore da combattere non soltanto con la legittimazione del massiccio “intervento tecnologico” ma anche con divieti e sanzioni che rischiano di creare una pericolosa giurisprudenza.

Come spesso accade nella storia dell’alpinismo, che se avesse una rappresentazione grafica potrebbe essere paragonata a una curva sinusoidale, a eccessi di tecnologia hanno sempre fatto seguito movimenti di forte opposizione d’opinione, d’entità uguale e contraria. Il periodo delle direttissime a “goccia d’acqua”, per quanto deprecabile, ebbe almeno dalla sua una pratica limitata agli alpinisti di punta e una certa laboriosità nel piazzamento realizzato a mano e salendo dal basso.

La concezione dello “spit plaisir”, invece, prevede nella maggior parte dei casi “cantieri” approntati dall’alto con l’utilizzo del trapano, cui si accompagna un’opera di pulizia e di disgaggio. Seppure con un uso più limitato (ma ugualmente inutile), lo spit ha costituito l’innesco della reazione che è partita nel 2010 nella Valle dell’Orco in provincia di Torino, ultima riserva di un’arrampicata “tradizionale” con ancora salde radici in quel free-climbing degli anni Settanta e Ottanta. Alcune fessure, infatti, erano state addomesticate da solidi spit con l’intento di migliorare la sicurezza delle vie, scatenando in breve una serie di schiodature anonime. A queste azioni, certamente opera di alcuni scalatori “locali”, si è però affiancato il plauso di numerosi scalatori europei frequentatori della valle, che avevano visto nell’anomalia delle fessure protette un fenomeno tutto italiano. Com’era prevedibile, si è determinata in breve una dura contrapposizione tra i sostenitori dello spit e i difensori della “tradizione”, e ha iniziato a circolare il termine trad-climbing per promuovere un’arrampicata “clean” praticata per lo più in fessure proteggibili.

È facile intuire come sia stato difficile far calzare alla Valle dell’Orco questo termine preso in prestito dalla tradizione britannica dove, per “traditional climbing”, s’intende un’arrampicata che ha mal tollerato anche l’utilizzo occasionale di chiodi “tradizionali”. Va rilevato quindi che, inizialmente, il pretesto “trad” è servito soprattutto per porre un freno alle richiodature snaturanti che molte vie stavano subendo in valle. In un secondo tempo però, grazie anche al Trad Climbing Meeting organizzato dal CAAI a Ceresole Reale (TO), si è diffusa una concezione più purista e “inglese” della scalata, con la ricerca di brevi fessure che in tanti anni di esplorazione su quelle rocce non erano neppure state prese in considerazione dai top-climber locali. Questo si deve anche alla partecipazione nelle varie edizioni di fuoriclasse in questo stile, primi fra tutti Toni Randall e Pete Whittaker

Pete Whittaker su Greenspit, Valle dell’Orco. Foto Michele Caminati
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Si è infine proposto, tra gli addetti ai lavori, un termine più consono al nuovo fenomeno: il new-trad, che supera connotazioni storico-locali dell’arrampicata aprendo una fase nuova per una disciplina che a livello tecnico-fisico, ha in sé parte dell’esperienza della “scalata sportiva” e del bouldering. Svolgendosi per lo più in fessura, il new-trad ha come roccia d’elezione il granito e i suoi derivati, e accanto a siti noti come la Valle dell’Orco o Cadarese stanno nascendo nuovi terreni di gioco. Personalmente, poiché legato a un’arrampicata “tradizionale” nel senso più nostrano del termine, non sono particolarmente interessato al new-trad come a un’ennesima diversificazione specialistica del mondo verticale. L’aspetto maggiormente interessante è quello etico e psicologico. Il “vento trad” che ne deriva direttamente, favorisce una sempre maggiore coscienza critica nei confronti dello spit “inutile” e della banalizzazione della scalata. Rifiutando la riuscita ad ogni costo garantita dallo spit, si può concentrare la propria azione sull’incertezza della riuscita e su una maggiore consapevolezza dei propri limiti. Il rischio assunto non più come un elemento estraneo alla scalata ma accettato responsabilmente, diviene al contempo una libertà di scelta individuale. Ho inteso chiudere questa mia breve dissertazione con una sorta di piccolo dizionario, sperando che possa contribuire a fare chiarezza tra chi è meno avvezzo ai fenomeni e alle vicende odierne del mondo verticale, con la certezza, che sia della massima importanza saper intercettare e conoscere quegli aspetti etico-morali che nel prossimo futuro influenzeranno il mondo dell’alpinismo.

Arrampicata tradizionale: nel senso più “nostrano” del termine, si può così genericamente indicare quella scalata che non prevede la foratura della roccia per la posa di protezioni a espansione. Tenendo conto dell’evoluzione storica dei materiali, essa annovera la possibilità di piazzare chiodi tradizionali da fessura, se necessario, e protezioni amovibili come nut e friend.

Trad-climbing: termine anglosassone che designa una scalata sostanzialmente “hammerless” (senza martello e chiodi o protezioni fisse) quindi non identificabile in senso stretto con la nostra “arrampicata tradizionale”.

Free-climbing: di questo termine si è spesso abusato, generando una confusione di ordine tecnico, storico e filosofico. Letteralmente “arrampicata libera”, è stato talvolta identificato con l’arrampicata sportiva, con cui, in realtà, condivide solo il tipo di progressione: senza l’uso di mezzi artificiali. Affermatosi verso la metà degli anni Settanta, quando lo spit era ancora poco diffuso, ebbe connotati filosofici ed etici distanti anni luce dall’odierna arrampicata in falesia. Si può affermare che il free-climbing, in questo senso inteso, si esaurì con l’avvento delle competizioni e dell’arrampicata “sportiva”, a metà degli anni Ottanta.

Clean-climbing: ovvero una scalata “pulita” che non lascia traccia di protezioni fisse. Nei paesi anglosassoni questo termine può identificarsi con il trad-climbing.

New-trad: arrampicata “clean”, generalmente su brevi lunghezze fessurate, con un’etica precisa circa la posa delle protezioni e di eventuali soste fisse.

Terreno d’avventura: s’intende con questo termine una categoria dell’arrampicata abbastanza “allargata” e variegata, che comprende idealmente tutte le voci citate in precedenza, più le vie dove vi sia una presenza anche degli spit, ma parziale o particolarmente distanziata e pericolosa. In questa categoria rientrano ovviamente tutte le vie in roccia di stampo “alpinistico”, in cui l’ambiente, anche di bassa quota, comporti dei pericoli oggettivi.

Arrampicata sportiva: è l’arrampicata sui “monotiri” con chiodatura fissa, sicura e sufficientemente ravvicinata, in settori (falesie) dove non sussiste alcun tipo di pericolo oggettivo.

Arrampicata sportiva agonistica: è la scalata il cui fine è la competizione nelle tre diverse discipline: lead (difficoltà), speed (velocità) e boulder. È praticata esclusivamente su strutture artificiali ed è “figlia” dell’arrampicata sportiva.

Marco Blatto
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Arrampicata plaisir: con questo termine sono generalmente designate quelle vie di più lunghezze con chiodatura fissa e ravvicinata, con grado “obbligatorio” molto basso, il cui scopo è eliminare quasi del tutto l’elemento psicologico e il rischio a favore del puro divertimento.

Green-point: è la salita di una via con attrezzatura fissa in posto, senza però utilizzarla, facendo in alternativa.

Marco Blatto
Marco Blatto, Testimonial e Accademico del Gism, è membro dell’Alpine Climbing Group britannico, del Groupe de Haute Montagne de Chamonix (GHM), Capogruppo dei “Rocciatori Val di Sea” e Istruttore Federale di arrampicata sportiva.

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Roba da chiodatori – 2

Roba da chiodatori – 2 (2-2)
di Marco Pukli, gennaio 2012

Pubblichiamo l’interessantissimo saggio pubblicato a suo tempo dall’autore sul suo sito. Il tema è Sulla corretta tecnica di chiodatura di una via d’arrampicata sportiva su roccia con ancoraggi resinati. A questo link la versione in pdf dell’intero documento. La natura assai tecnica, anche se di assai piacevole lettura, di questo saggio ci ha consigliato di riprenderne qui, a mo’ di presentazione, solo le considerazioni che l’autore pone alla fine del suo studio e la conclusione.

Della necessità dell’errore in fase di chiodatura
Fino a quando la via non è terminata il chiodatore deve avere la possibilità di sbagliare. Gli errori che può fare un chiodatore sono pressoché infiniti, dal mettere un chiodo nel posto sbagliato a non accorgersi di una pietra pericolosa a piazzare la sosta in un posto assurdo.

L’errore è anzi parte integrante del processo di creazione di una via nuova. Volere evitare gli errori ad ogni costo, voler fare delle vie nuove senza prima sbagliarle un po’, significa frenare e forse anche impedire la possibilità di creare delle belle vie. In fase di chiodatura è pertanto necessario creare quelle condizioni dove l’errore sia ancora possibile poiché, essendo l’errore un passaggio indispensabile del processo di chiodatura, senza la possibilità di sbagliare non esiste la possibilità di creare una bella via nuova. Al limite, si riesce a fare qualche “vietta”, nulla di più.

Chiodo installato male; la testa del chiodo non tocca nemmeno la roccia. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
RobaChiodatori-2-2

 

In ogni caso, per quanto si cerchi di fare le cose il meglio possibile, un certo lavoro di rifinitura e verifica della via appena creata è sempre necessario.

Dopo aver terminato i lavori in parete, il chiodatore dovrà scalare la sua opera, controllare che tutto vada bene e correggere gli eventuali difetti riscontrati.

Eh sì, perché è quasi impossibile che tutto vada bene al primo colpo, c’è sempre un qualcosina da aggiustare: una presa ancora da pulire, una pietra che muove, un chiodo messo nel posto sbagliato.

Il lavoro di chiodatura di una via può considerarsi concluso solo dopo che il chiodatore ha scalato la sua via e ha effettuato gli ultimi ritocchi.

Un breve cenno sull’arte di mettere nel posto giusto i chiodi
I chiodi vanno messi con precisi criteri. Non vorrei ora iniziare con le solite tiritere sulla disposizione dei chiodi su una via, poiché ne ho già parlato abbastanza nel saggio “Roba da chiodatori – 1”. Ma certe cose è comunque bene ricordarle, non si sa mai.

Allora:
La chiodatura di un itinerario va effettuata in base al livello degli arrampicatori ai quali l’itinerario stesso è destinato. Se attrezzi un 6b, lo devi chiodare per chi scala sul 6b, non per chi scala sul 9a+. Se poi sei proprio tu quello che scala sul 9a+, e quindi te lo sei chiodato per te stesso, con i chiodi a 7 metri uno dall’altro, allora sei proprio uno sxxxxxx!

Bisogna rispettare l’ambiente delle vie già esistenti. In linea generale, non incrociare altre vie, (tranne i casi in cui delle vie facciano dei lunghi traversi e occupino vasti tratti di parete molto interessanti).

Non chiodare vie nuove troppo vicine ad altri itinerari. Tra una via e l’altra ci deve essere spazio, molto spazio; le vie devono “respirare”. Non c’è cosa più brutta che due vie troppo vicine. E’ sempre meglio avere una via in meno che una via che disturba un’altra.

Non voler chiodare tutte le linee disponibili in un settore. Spesso il posto migliore dove mettere un chiodo è da un’altra parte, su un’altra parete.

Come dicevo, i chiodi vanno messi con una certa accortezza. Per trovare il punto giusto è sempre assolutamente necessario provare tutti i passaggi della via, per molte volte, finché non si è assolutamente sicuri di aver individuato il posto migliore. Per lavorare in questo modo, è necessario preparare la via: bisogna allestire una “pre-chiodatura” provvisoria necessaria per provare i movimenti e per individuare il posto in cui installare i chiodi, nonché per l’installazione vera e propria. Detta attrezzatura provvisoria sarà eliminata una volta chiodata la via, “cancellando” poi ogni traccia (per esempio tappando i buchi dei tasselli provvisori utilizzati).

Ecco alcuni criteri da seguire sempre; ogni ancoraggio deve:
– Impedire la caduta per terra o contro ostacoli;
– Essere immediatamente prima di un passaggio difficile rispetto alla difficoltà complessiva della via;
– Essere dalla parte della mano libera dell’arrampicatore, salvo casi eccezionali e giustificabili;
– Essere alla giusta altezza anche per i più piccoli di statura;
– Ridurre al minimo, per quanto possibile, l’attrito della corda;
– Disturbare il meno possibile il concatenamento dei passaggi;
– Essere posizionato in modo da non ostruire prese e appoggi;
– Essere sufficientemente distante da spigoli e bordi (non inferiore a 25 cm);
– Dare in generale possibilità di movimento al rinvio senza che questo, in fase di caduta dello scalatore, s’incastri o urti in modo anomalo sulla roccia.

Una divagazione estetica molto importante
Una via d’arrampicata sportiva su roccia ha motivo di esistere solo se è bella.

Chiodo ben installato; la testa del chiodo è infissa nel sistema “roccia / resina”. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
RobaChiodatori-2-1

Per chiodare una bella via bisogna senza dubbio conoscer alla perfezione la “tecnica” di chiodatura; ma la tecnica, in sé, non basta, anzi, in sé non serve proprio a nulla.

E’ vero che un chiodatore può iniziare ad avere un proprio stile solamente dal momento in cui è in grado di affrontare tutte le difficoltà tecniche, ma è ancor più vero che la tecnica può condurre il chiodatore solo fino a un certo punto.

La tecnica può condurre il chiodatore nei pressi della strada che porta alla creazione di una bella via, ma la trasformazione da semplice “itinerario” a “bella via”, a opera d’arte se vogliamo, è possibile solo attraverso un grande salto, un balzo verso la bellezza.

Il risultato finale sarà che un bravo chiodatore, attraverso le sue vie, grazie al suo stile, ci saprà mostrare la roccia, la parete scalabile, attraverso le linee più belle e sicure.

Con questo voglio dire che la chiodatura ha un peso molto importante nell’estetica di una via d’arrampicata su roccia.

La bellezza di una via d’arrampicata è data dalla natura nella quale la via si svolge, entro i limiti e i vincoli imposti dalla via d’arrampicata stessa (i chiodi in parete appunto, la chiodatura). La natura, attraverso la via d’arrampicata, si apre alle esperienze dello scalatore. Più i vincoli della via d’arrampicata (che sono appunto rappresentati dalla chiodatura), danno la possibilità di creare condizioni che favoriscono esperienze profonde e intense, più la via è gradevole.

L’esperienza, la storia delle vie finora attrezzate, ci ha insegnato che le vie più belle assai raramente sono state attrezzate da una persona alla quale difetta quel pregio artistico che sarebbe invece sempre auspicabile in un chiodatore. Infatti, quando troviamo una via particolarmente male attrezzata, possiamo stare certi che ciò che manca al chiodatore non è la conoscenza tecnica, bensì il senso estetico.

Purtroppo, anche dominando alla perfezione ogni regola tecnica di questo mondo, un chiodatore con scarso senso estetico, volgare (intendendo per volgare appunto quella mancanza di pregio estetico che invece sarebbe auspicabile), tenderà a utilizzare per le proprie opere comunque tecniche e materiali mediocri. Non è che non sappia “capire” le cose belle: non le sa creare.

I risultati si vedono subito: chiodi piantati qua e là a un po’ casaccio, vie chiodate ovunque indipendentemente dal loro interesse estetico, materiale scadente, itinerari che sono delle “linee rette”, dritte come i binari della ferrovia nel deserto, anziché delle linee naturali, sinuose, a serpentina, che scorrono fluide e leggere nelle pieghe della parete.

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Vediamo infine alcuni semplici e veloci esempi pratici basati su considerazioni estetiche, per far sì che il lavoro del chiodatore possa sempre restare all’interno dei confini del buon gusto.

– Una via d’arrampicata su roccia non dovrebbe essere troppo corta, diciamo non meno di una dozzina di metri. Ovviamente questo in linea generale, poiché nella realtà ogni falesia è un discorso a parte. Per esempio, nei “settori scuola” le vie corte sono molto utili;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere su roccia solida e sicura;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere sempre a una certa distanza da altre vie, in modo da “respirare” per bene e non “disturbare” le linee limitrofe;

– Meno vie si chiodano meglio è. Non chiodare tutto il chiodabile, ma creare solo cose “importanti”, belle e tecnicamente perfette, e il resto lasciarlo stare. Chiodare poche vie nuove dà solo vantaggi;

– Esteticamente, il chiodo “più bello” è quello che non c’è; sarebbe meraviglioso poter scalare senza chiodi in parete. Ma visto che ciò non è possibile, che qualche chiodo qua e là deve esserci per forza, altrimenti ci spiaccichiamo in terra, il chiodo più bello è quello che “quasi” non c’è, quello che “quasi” non ti accorgi di averlo moschettonato, d’averlo visto, di averne sentita la necessità. Un chiodo ben messo, messo nel posto migliore, aiuta lo scalatore a rendersi libero.

Conclusione
Se il lavoro di chiodatura con ancoraggi resinati è ben fatto, viene assicurata un’eccezionale sicurezza e durata nel tempo. Inoltre, è il sistema più discreto, che si vede meno, con il minor impatto ambientale.
Chiodare una via d’arrampicata sportiva su roccia è però diventata un’attività (un’arte?) talmente complessa che, per raggiungere un sufficiente livello tecnico, è ormai necessaria un’adeguata formazione.
In pratica, è necessario che “l’apprendista chiodatore” impari almeno i fondamenti del “mestiere” da un chiodatore esperto.
Ma attenzione: per diventare “veri” chiodatori serve, al di là di ogni possibile didattica, anche una certa
dose di talento naturale.
Resta però il fatto che, senza adeguata formazione, anche chiodatori geniali e potenzialmente molto dotati possono arrivare a fare delle belle e grandi minchiate.

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I soprusi del Peñón de Guatapé

I soprusi del Peñón de Guatapé
di Franco Michieli

 

Forse non molti scalatori in Europa conoscono la meraviglia di granito che sorge isolata in Colombia, a circa 80 km di strada da Medellin: si chiama Peñón de Guatapé, ed è un monolito del tutto simile al più celebre Pan di Zucchero di Rio de Janeiro. A differenza di quest’ultimo, non sorge sul mare, ma culmina a quota 2137 metri in riva al ramificatissimo e spettacolare lago Embalse del Peñól, un’area di crescente interesse turistico e ambientale, ma anche sede di un movimento di arrampicatori che offre importanti occasioni sportive e formative ai giovani della regione.

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Forse non sarebbe così importante parlarne se La Piedra, come viene anche detto il Peñón, non si trovasse da anni al centro di soprusi e ora di una battaglia di civiltà che, per il suo significato, riguarda anche noi.

La notizia di ciò che sta avvenendo rimbalza da un altro luogo magico dove si sta sviluppando l’arrampicata e il turismo ambientale come strumenti di formazione e di avvenire per i giovani delle comunità locali: il villaggio di Peñas, sull’altopiano della Bolivia, dove opera l’amico missionario e  alpinista Antonio Zavatarelli, sempre più apprezzato riferimento per andinisti e trekker che visitano il Lago Titicaca e la Cordillera Real (nel 2014 il suo collaboratore Davide Vitale ha ricevuto il Premio Meroni per il valore del suo impegno di volontariato). Di recente si è recato in Colombia a visitare il Peñón, ha fatto amicizia con lo scalatore Yon Monsalve, coordinatore dei giovani arrampicatori, e ora, di fronte alla situazione paradossale che si è creata, ci trasmette un appello a prendere posizione e a far sentire la nostra voce in aiuto degli scalatori colombiani e dell’ambiente del meraviglioso sito.

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Ecco in sintesi i fatti. Il Peñón de Guatapé, monolito isolato che sorge in un paesaggio di dolci colline con fattorie, sacro alle popolazioni precolombiane e oggi classificato come Patrimonio Cultural Regional de Antioquia (la regione dove si trova Medellin), ha cominciato ad attirare l’attenzione degli alpinisti nel XX secolo, venendo scalato nel luglio 1954.

In seguito però una famiglia di operatori turistici ha pensato di sfruttarne economicamente le attrattive, costruendo una rocambolesca scala di 740 gradini dentro una grossa frattura naturale del granito e, proprio in cima, un esercizio commerciale con belvedere.

Sulla parete nord del torrione sono dipinte due grandi lettere bianche, una “G” e una “U” incompleta. Tra i centri abitati di Guatapé ed El Peñol era una vecchia questione sulla proprietà del monolito, e i residenti di Guatapé avevano deciso di chiudere il discorso dipingendo a lettere enormi le iniziali della loro città “GU”. Ma gli abitanti di El Peñol se ne accorsero e vi furono tafferugli per fermare i lavori.

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Lo sviluppo dell’arrampicata sportiva, che da diversi anni offre un’esperienza preziosa per la gioventù locale, potrebbe tranquillamente convivere con l’utilizzo turistico di massa, se non fosse per l’atteggiamento irresponsabile e prepotente della società di gestione della struttura, nota come Suceción Villegas.

In pratica, da molti anni i rifiuti solidi e liquidi della struttura turistica di vetta, frequentata da migliaia di visitatori, vengono semplicemente smaltiti buttandoli giù per i camini delle pareti, con grave rischio per chi si trovi sotto; fin dall’inizio degli anni 2000 gli arrampicatori con l’aiuto di abitanti del posto hanno organizzato periodici campi di raccolta rifiuti cercando di limitare il deterioramento ambientale, senza però riuscire a far fronte al degrado. Diversi esposti alle autorità locali hanno portato la gestione a costruire una vasca di raccolta dei rifiuti liquidi, però insufficiente, e in un’occasione a bruciare una massa di immondizia dentro una grotta vicina, che fino ad allora era meta di speleologi (soluzioni barbare utilizzate in passato anche presso nostre stazioni funiviarie e rifugi alpini, come ben sa Mountain Wilderness che ha organizzato imponenti ripuliture!).

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La situazione è letteralmente “precipitata” quando l‘11 dicembre 2015, mentre alcuni scalatori stavano affrontando una via nel settore noto come El traverso de los halcones, una gran quantità di detriti è caduta dalla soprastante area commerciale. Per trovare riparo, gli arrampicatori si sono inerpicati a proteggersi sotto un tetto della parete. Poco dopo l’amministratore della Suceción Villegas è arrivato in compagnia di poliziotti comunali di Guatapé intimando agli scalatori di evacuare la zona. I poliziotti prendevano le parti dell’operatore commerciale, ma durante la discussione un masso è caduto vicino a loro, al che hanno preferito andarsene.

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Da allora il sito è stato costantemente occupato dai climber in forma di protesta, coordinati da Yon Monsalve, decisi a non abbandonare il campo fino a che non verranno rispettate le norme di legge sulla gestione ambientale del luogo e non venga riconosciuto il valore sportivo e formativo che assume l’arrampicata per la popolazione presso il Peñón de Guatapé. Tuttavia le autorità locali cui è stata presentata denuncia non paiono riconoscere il problema ambientale causato dall’attività commerciale, ma fingono che il problema sia quello dell’arrampicata.

Un nuovo ostacolo è emerso il 17 febbraio 2016, quando si è presentato un nuovo drappello di autorità e polizia del Distretto di Antioquia a sostegno di altri imprenditori che stanno delimitando un terreno ai piedi della Piedra per altre attività economiche, di nuovo cercando di impedire l’accesso alla parete. Per fortuna, fa sapere Monsalve, è in corso una contrattazione per salvaguardare una striscia di terreno ai piedi della Piedra che permetta il passaggio: «Stiamo preparando un progetto che preveda il mantenimento di un corridoio biologico alla base della parete, dove si ufficializzi la pratica dell’arrampicata come strategia sostenibile, e la comunità possa essere formata alla pratica sportiva. L’idea è di presentare il progetto alla nuova Amministrazione del Municipio di Guatapé, insediata a inizio 2016».

A sostegno della battaglia di Yon e dei suoi amici si è schierata l’organizzazione Comisión de Derechos Humanos “País Plural” dell’Università di Antioquia (riferimenti: Maria Alejandra Martínez, e-mail: [email protected] e Santiago Ramírez Sarabia, e-mail: [email protected]). Ma solo una pressione internazionale può convincere le autorità locali a comprendere la bontà di una gestione equilibrata e sostenibile dell’area, anche per evitare che una pessima immagine del luogo venga diffusa con danni al turismo.

Questo appello dovrebbe essere diffuso con ogni mezzo ciascuno abbia a disposizione, in attesa di intraprendere altre iniziative se si riscontrassero le possibilità, segnalando gli articoli ai responsabili di País Plural sopra indicati, a Yon Monsalve (e-mail: [email protected]) o ad Antonio Zavatarelli (e-mail: [email protected]). Casi come questo mostrano come anche l’arrampicata sia una via per migliorare il mondo.

Scalatori in presidio
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Chiodare… un sogno

Chiodare… un sogno
di Michele Guerrini

1976. Con il bus di linea n.8 dalla stazione di Vicenza arrivo in piazza a Lumignano e dopo una breve camminata, sotto la famosa PARETE (a quel tempo esisteva solo la “classica”), con il compagno Francesco (Pellizzari).

La falesia di Lumignano classica
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Scaliamo la Maruska e poi proviamo il Diedro della Sbrega come ci aveva consigliato Don Gastone durante un pomeriggio di allenamento nella palestra di Gogna.

15 metri senza un chiodo poi finalmente ne trovo uno ad anello, ma subito dopo non riesco a passare… Pianto un chiodo, lo accoppio a un nut e recupero il compagno.

Dopo alcuni tentativi siamo costretti a fare una doppia… (naturalmente recupero il nut e quindi mi calo sul chiodo che ho appena piantato).

A quel tempo si scalava con il casco, fettucce a tracolla, moschettoni sciolti all’imbrago (completo), dadi (i friend non erano ancora arrivati…) chiodi e martello.

1977. Torno a Lumignano e ripeto la Maruska ed il diedro della Sbrega (sperando di trovare il mio chiodo che nel frattempo avevano già tolto…), fessura Rossi, spigolo Conforto e provo lo Spigolo della Sbrega (allora gradato VI e A0), che a fatica riesco a fare (in A0).

1978. Sono due anni che mi alleno frequentando la palestra di roccia di Gogna (VI) e questa volta con Francesco (Marin) vado a Lumignano e ognuno per conto proprio ci scaldiamo salendo (slegati) la Conforto, scendendo dalla Rossi, poi pancia classica e ci leghiamo per provare lo Spigolo della Sbrega che viene così liberato (VI+).
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Nei mesi precedenti Ugo (Simeoni) ha chiodato una placca con chiodi a pressione (unici ancoraggi artificiali utilizzabili su placche compatte) e così proviamo anche quella… Sarà forse il primo VII grado di Lumignano.

Anche Renato (Casarotto) ha chiodato due vie: uno spigolo tra la Conforto e la nuova via Simeoni (con 5 chiodi normali, uno dei quali “rubato” al mercato di Feltre) e una a destra della pancia classica proprio sopra l’Ulivo di Mario che segna l’arrivo del sentiero alla falesia.
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Penso che la via di Renato sia stata la prima a essere chiodata calandosi dal bosco soprastante, provata con la corda dall’alto e poi ripetuta dal basso (un chiodo a pressione accoppiato a un Cassin dal profilo a U dopo i primi 8 metri e subito dopo un bel blocco di sinistro da eseguire in modo deciso in quanto la discesa non sarebbe stata delle più semplici; il secondo accoppiato con un camp in acciaio duro ai piedi del passo chiave e l’ultimo a circa 8 metri dalla sosta formata da un cordone su albero…).

1979. Diego (Campi) chioda a pressione (ma con chiodi artigianali dal profilo quadrato anziché tondo/conico e “testa” saldata), una placca a sinistra della Rossi (primo tiro VII- e il secondo A2), poi traccia una linea a destra del famoso Tetto Rosso (Arco d’oro) realizzando una via di A2 sempre con i suoi chiodi a pressione distinguibili anche dal colore rosso (rosso di sera…); chioda un paio di vie sulla Piramide e anche Macedonia a chiodi normali (il primo piantato solo per metà della sua lunghezza in un piccolo foro nella roccia giallo/marcia dell’attacco… passo chiave…).
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Nel torrido luglio dello stesso anno, dopo aver letto decine di numeri della famosa rivista inglese Mountain e un sacco di bei libri (tra i quali Yosemite climbers di George Meyers e Montagna vissuta di Reinhard Karl), mi lancio dal basso nell’apertura di una via con l’amico Michele (Piccolo, papà di Carlo) con l’aiuto di chiodi normali, cliff, ancorette varie, chiodi a pressione, piedi sulle staffe e braccia gonfie a battere con il martello il perforatore a mano.

Quando però la pancia si fa più verticale esco dalle staffe e con un passo che mi rimarrà nel cuore per tutta la vita scalo la placca successiva fino ad una nicchia dove fortunatamente trovo delle clessidre per formare la sosta… (sosta attuale 2015). Nasce Margherita.

1980. Ripeto dal basso la pancia Casarotto che con i suoi 3 chiodi nei 25 metri di parete è una bella dimostrazione di forza di volontà, poi la Simeoni, la placca di Diego e tutte le vie più dure di Lumignano.

Inizio a chiodare altre vie nuove, ma questa volta utilizzo un perforatore a mano per chiodi a espansione con filettatura da 8 mm (Petzl da speleo): Marylin, Pistacchio, Phisical e molte altre.

Conosco Heinz (Mariacher) di cui ho letto le imprese sulla Marmolada e che ho visto scalare ad Arco con Roberto (Bassi) e a Lumignano con Luggi (Rieser, quello della Mephisto) mentre liberava Durlindana (primo 6c di Lumignano, via chiodata da Michele Piccolo in solitaria dal basso con chiodi normali, di cui uno ora è visibile al terzo spit, e chiodi a pressione oltre le famose ancorette, cliff, ecc…).

1981. Heinz mi fa vedere un tassello autoperforante (molto simile al Petzl) più lungo dei precedenti e con una filettatura da 10 mm… la manna per la sicurezza!!!!

Finalmente si riesce a chiodare in modo decente (comunque sempre a mano), anche le soste (la maggior parte delle quali è su piante…).

1982/83. Vado in Verdon con Propoli (Marco dal Zennaro), Giorgio (Poletto), Silvano, il Brocca e altri simpatici mestrini. Mi si apre un mondo sull’alta difficoltà e sulla chiodatura…

Al ritorno dalla Francia compro un Bosch a 24 Volt e proseguo la chiodatura di Lumignano iniziata anni prima, ma con ritmi notevolmente più veloci (vado a chiodare solo nei fine settimana, ma riesco a realizzare una via al giorno…).
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Mi faccio fare, da una ditta dell’alto vicentino che lavora l’acciaio inox, 2000 piastrine con spessore da 2 mm e una buona parte la dò anche ad Heinz che nel frattempo sta chiodando ad Arco.

1986. Chiodo alcune vie con golfari (maschi) da 10 mm: mi sembra che tutto sommato vadano bene e mi fanno risparmiare un sacco di bulloneria, la trazione del volo è sempre corretta, che siano piantati su placca come in strapiombo. Ho terminato le piastrine e con questo “sistema” risparmio anche quelle. Visivamente però non mi piacciono, sono grossi, si arrugginiscono… così smetto di usarli lasciando alcune vie chiodate con questo sistema.

Chiodo quasi tutte le altre vie di Lumignano con i tasselli precedenti… Atomic Cafe, Passo Falso, El Somaro, MisterX, Ginevra, Papillon, Sharura, Technicolor, Il mago della Propoli, ecc.

1996. Sono rimasto 6 anni senza scalare, un po’ ribelle alla piega “sportiva” che aveva preso l’arrampicata dopo aver assistito alla manifestazione di Bardonecchia (anche se in quella occasione ci siamo divertiti parecchio visti gli eventi ad opera di Wolfgang Güllich, Marco Pedrini, Marco Ballerini…).

Nel frattempo mi sono dato al motocross, enduro e qualche gara internazionale come la Lignano Sabbiadoro.

Il richiamo della roccia però è profondo (anche perché in moto mi sono rotto più ossa, legamenti e articolazioni che in tutta la mia vita alpinistica…) e quindi decido di diventare Guida Alpina, professione che mi piace e presenta notevoli responsabilità reali e morali (anche da chiodatore).
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Torno a Lumignano e trovo molte mie vie richiodate (con tasselli resinati e Upat, segno della tecnologia che sta cambiando…).

Vedo la via di Casarotto (la pancia) richiodata a tasselli e con un numero di protezioni che la rende sicura più di prima (ovvio) ma che “snatura” il valore storico della via e quello di chi la ripeteva con la chiodatura originale.

E’ praticamente diventata uno dei tanti 6b del mondo (Casarotto è morto sul K2 in solitaria aprendo una via nuova e ora la sua via di Lumignano con lui).

Molte mie vie subiscono lo stesso trattamento: dove i passaggi erano obbligatori, è ora presente una protezione in più, così da renderle “scalabili” anche ai più “paurosi” (Goccia d’arsenico, Odore dei sogni, ecc.).

Non è aumentata la sicurezza in quanto anche prima non si “moriva” se si cadeva (ma si facevano voli un po’ lunghetti); per contro si è tolta la possibilità di quel controllo mentale necessario alla salita e soprattutto non si è tenuto conto della storia (idea iniziale del chiodatore e sviluppo per la realizzazione).

Chiodo altre vie e comincio l’opera di richiodatura di alcuni itinerari. I golfari di “éclair d’argent” mi si spaccano non appena provo a svitarli!!!

Ho scoperto infatti che alla fine del perno era presente uno scarico da filetto che diminuiva il diametro in modo da creare una linea di frattura… (no comment).

La richiodatura verrà fatta soprattutto con tasselli di varie ditte presenti sul mercato (Hilti, Upat, Fischer, Raumer, Petzl, ecc…) e piastrine zincate o inox.

Con il tempo userò anche resina bicomponente epossidica, ma la messa in opera risulterà molto più lunga e meticolosa.

2006. La frenesia da chiodatore ormai ha preso il sopravvento e oltre ad aver richiodato la Nuova (sempre a Lumignano) e aver aperto altre vie sulla stessa parete, apro anche i miei “orizzonti” verso altri lidi e pareti, comprese 6 nuove vie sul Monte Pasubio chiodate praticamente da solo o (raramente) in compagnia di pochi amici disposti a “lavorare” a 200 metri da terra (in tutto una quarantina di tiri).

Intanto imperversa la “moda” della resina e quella brutta abitudine da parte di qualcuno di aggiungere delle “leccatine” della stessa qua e là per “creare” appoggi inesistenti in precedenza o di scavicchiare un po’ di più qualche tacca, lista o buco che prima si presentava solo come “intermedio”.
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L’etica anche in falesia sta cambiando a favore del grado che cresce fino al 9a.

2016. Si scala sul 9b+, ma i chiodatori sono sempre gli stessi (solo più vecchi).

Come Guida Alpina ho seguito un aggiornamento sulla chiodatura a novembre 2015 (mese che purtroppo ricorderò per la tragica perdita di mia madre proprio all’ultimo giorno di corso).

Devo dire che i tre giorni passati con i 40 colleghi sono stati interessanti dal punto di vista tecnico e credo che verrà realizzato un manuale sull’argomento della chiodatura d’itinerari su roccia. Ma non potrà mai essere spiegata in un testo tecnico la passione, l’esperienza, la conoscenza, insomma il “Vissuto” (ANIMA) che ogni arrampicatore ha acquisito nella sua vita alpinistica (e artistica).

La realizzazione di nuovi itinerari è come la creazione di un’opera d’arte, visibile a tutti, ma nella quale solo all’artista è data la possibilità di conoscerne intimamente i segreti e il valore.

Alcune vie di roccia sono opere d’arte, passate alla storia per la loro bellezza indipendente dal grado.

Fin dall’inizio della mia storia di chiodatore ho investito tempo e denaro (il lato economico è meno rilevante, ma va ricordato che una via costa circa 40/50 euro e tenendo conto che ho tracciato più di 350 tiri…), ma soprattutto mi sono messo in discussione e come artista ho avuto la fortuna di emozionarmi di fronte ad alcuni capolavori e vissuto dei sogni (vedere una linea, chiodarla e ripeterla) con il piacere di trasmetterli anche ad altri.

Non tutte le frittelle escono col buco e non tutte le vie meritano fama e gloria, ma rimangono comunque nel cuore di chi le ha create.

Ora è giunto il momento di realizzare un progetto che prevede la rivisitazione e la riattrezzatura (mettendo in sicurezza gli itinerari e correggendo alcuni errori del passato) di tutta la falesia di Lumignano.

Molte linee le conosco per averle realizzate, altre sono opera di altri scalatori che conosco o di cui ho sentito parlare e molto diversi da me.

Vorrei che ci fosse coerenza, onestà storica e chiarezza su tutta l’opera che verrà eseguita (parlo di etica e non di sicurezza visto che si è già fatta una scelta tecnica univoca per tutto il materiale da usare…).

Mi piacerebbe che la maggior parte delle vie “scavate” fosse riportata “al naturale”, magari ponendosi dei limiti legati al grado o alla fattibilità con ragionevolezza, senza intransigenza e integralismi, per non stravolgere troppo guide cartacee e frequentatori assidui… (sì ad un 6b scavato che diventa 6c naturale, no a un 6b scavato che diventa 9b naturale per un gap troppo elevato, no ad un 8a scavato se diventa impossibile da naturale per non cancellare vie comunque storiche).

Si è dimostrato in effetti che molte vie (il 90%) sopra la chiesa e sotto l’eremo possono essere scalate senza scavati cambiando al massimo un grado o un grado e mezzo.

Michele Guerrini su Astrofisica, Soglio d’Uderle (Monte Pasubio). Foto: Stefano Maruzzo
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Sarei dell’idea di togliere invece tutte le prese artificiali avvitate (settore Americani e un paio al Brojon).

Lascerei/rivaluterei tutti quegli itinerari storici sopra i quali sono state tracciate nuove linee senza una preventiva informazione sulla data di apertura o sul suo apritore (se quando si chioda si trova un chiodo arrugginito “forse” qualcuno in passato ce lo aveva messo prima di noi…)

Sono state chiodate delle nuove vie sopra dei vecchi itinerari aperti dal basso con chiodi normali e stopper da Carlo Franzina (poi morto in solitaria mentre percorreva lo spigolo Casarotto, a pochi metri dalla sommità della falesia) a destra della Piramide.

Questi e altri criteri derivano da una visione personale e un vissuto legati al momento storico durante il quale è nata e si è successivamente sviluppata questa meravigliosa attività, con valori (regole?) che nessuno al tempo ha scritto (nemmeno Kurt Albert, che fu il primo a bollare le vie liberate con un punto di vernice rossa) ma che erano condivisi da tutti indipendentemente dalla nazionalità o dai gradi raggiunti.

Per citare il pensiero dell’amico Tilo (Umberto Tilomelli), dal punto di vista etico-antropologico l’attrezzatura delle pareti d’arrampicata si sta trasformando come l’arrampicata stessa.

Chi comincia ad arrampicare oggi è assimilabile a chi si iscrive a un corso di pittura, a un corso di cardiofitness o a un corso di cucina… cerca distrazione e divertimento attraverso un’attività ludica e quindi chiede ogni comfort.

Chi ha scelto la montagna quando tutto era da inventare (vie, sicurezza, attrezzatura, etica, difficoltà) ha fatto una scelta di vita, non (solo) scelto un’attività sportiva di svago.

La distanza che separa chi dedica tempo, energie, risorse e fatica per chiodare e pulire una via, mantenere praticabile il sentiero e chi pretende di arrivare e fare il grado che ha come proprio obiettivo, senza faticare, senza rischiare, senza sporcarsi e avendo anche a disposizione le giuste vie di riscaldamento è una distanza incolmabile.

Spero che alcuni di questi pensieri possano suscitare riflessioni personali e interesse come sono sicuro che in altri scateneranno dissenso (ma tutti i chiodatori sanno che c’è sempre qualcuno cui lo spit sarebbe andato meglio più a destra o a sinistra o qualche altro che non vede l’ora che finisci la via e già ti chiede di provarla o ancora chi ti libera i tiri prima ancora che riesci a provarli…).

Chi chioda si mette in discussione e chi non chioda spesso discute e basta…

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Il pastrocchio del Pollino

Il 15 febbraio 2016 il Parco Nazionale del Pollino ha pubblicato sull’Albo Pretorio la Disciplina provvisoria delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco Nazionale del Pollino (PNP).

Diciamo subito che l’ostacolo del burocratese si oppone subito a una facile comprensione di quanto decretato. I più, già dal titolo, si chiedono perché “provvisoria”. Se si legge attentamente la Premessa, impariamo che già nel D.P.R. 15 novembre 1993, istitutivo del Parco Nazionale del Pollino, le allegate misure di salvaguardia sono definite anch’esse “provvisorie” (art 3, comma 1): dopo 23 anni l’unica cosa a non decadere rimane la provvisorietà!

Le misure di salvaguardia di allora sono evocate oggi per via della disposizione per la quale nell’area protetta vige il divieto di cattura, di uccisione, di danneggiamento e di disturbo della fauna selvatica, ad eccezione di quanto eseguito per fini di ricerca e di studio previa autorizzazione dell’Ente Parco.

Nessuno discute la priorità, ribadita in Premessa, che l’Ente Parco Nazionale del Pollino ha tra le sue finalità principali la conservazione, per le generazioni presenti e future, del territorio, dell’ambiente, degli ecosistemi e del paesaggio del territorio del Parco, atteso il loro elevato contenuto in biodiversità, valore ecologico, scientifico, storico e culturale.

Lo stesso Ente riconosce, sempre in Premessa, che le attività di arrampicata e di alpinismo rappresentano, se praticate nella corretta maniera, uno dei modi migliori e privilegiati per la fruizione del Parco.

Siamo altresì d’accordo quando il Parco precisa che le stesse (attività) tuttavia vanno effettuate con le dovute attenzioni per l’ambiente nel quale si svolgono al fine della tutela e della conservazione di ecosistemi, habitat e specie all’interno del territorio del Parco.

Non è dunque nella Premessa che troviamo motivi di profondo disaccordo con questo provvedimento.

In arrampicta nel Parco del Pollino
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Al paragrafo 1 leggiamo le Definizioni. E qui ci scontriamo subito con un’attribuzione di significati alle parole arrampicata e alpinismo che non dà alcuno spazio, grazie all’evidente confusione e conseguente inesattezza, alla veridicità di quanto affermato nelle prime righe della Premessa, cioè che la presente disciplina provvisoria, (sia) scaturita da un procedimento partecipato con tutti i soggetti interessati e portatori di interessi.

Se davvero i soggetti interessati fossero stati presenti, un casino del genere a livello lessicale non sarebbe stato possibile! Forse erano presenti soltanto i portatori di interessi…

Dando per buoni i nuovi significati lì esposti, apprendiamo che sostanzialmente si parla di “arrampicata” quando ci sono protezioni fisse e si parla di “alpinismo” quando queste non siano permanenti.

A sinistra, la Falconara; a destra, la Timpa di San Lorenzo
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Saltiamo il paragrafo 2, quello dei Divieti generali, dove giustamente tra l’altro si sottolinea che è vietato scavare appigli artificialmente, e passiamo al paragrafo 3 (Disciplina generale), diviso in otto punti.

Nel primo sono elencate le aree dove sono vietate sempre e comunque le attività, sia di “alpinismo” che di “arrampicata” (intesi nel nuovo significato di cui si serve l’ordinanza). L’impressione che ne deriva è che ci sia stata molta avarizia di zone concesse. Nel secondo l’impressione si accentua, perché si specifica che nella zona A della zonizzazione del Piano per il Parco adottato dall’Ente e in fase di approvazione alla Regione, le attività di “arrampicata” sono praticabili esclusivamente dal 1 settembre, fino al 31 dicembre.

Il terzo punto stabilisce che non si può fare “alpinismo” alla Timpa Falconara dal 1 gennaio al 31 agosto.

Quarto punto: “Nei siti indicati ai punti precedenti, nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino vige altresì l’ulteriore divieto di attrezzatura permanente delle pareti”.

Qui uno comincia a domandarsi: ma quando si decidono a concedere qualcosa? La risposta, per esclusione, viene data al quinto punto: “Fatte salve le aree indicate ai precedenti punti del presente paragrafo nel resto del territorio del parco le attività di “arrampicata” e di “alpinismo” sono consentite sulle vie esistenti e in particolare quelle indicate nel catasto dei sentieri dell’Ente Parco e sulle vie che saranno identificate nell’ambito del catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP di cui al successivo paragrafo 4”.

Al sesto punto: “Nell’intero territorio del parco, fermo restando i divieti di cui ai precedenti punti del presente paragrafo, l’eventuale apertura di nuove vie e percorsi attrezzati è soggetta all’autorizzazione dell’Ente Parco, con le modalità indicate al successivo Paragrafo 5”.

Al settimo punto si obbliga il frequentatore a comportamenti etici nei confronti della natura. Finalmente, all’ottavo punto si stabilisce che nel PNP ogni attività di bouldering è liberamente praticabile.

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Il paragrafo 4 (Catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP) è un capolavoro d’intralcio burocratico alla libera attività, perché obbliga le Associazioni ed i Soggetti interessati a “indicare le vie ed i percorsi esistenti entro sessanta giorni dall’approvazione della presente disciplina”. Il che equivale a dire che se nessuno si prenderà la briga, a puro titolo di volontariato, di compilare il catasto allora nessuna delle attuali vie presenti sarà percorribile!

E ciò vale pure per i nuovi itinerari: “rientrano nel catasto anche le nuove vie alpinistiche o di arrampicata, autorizzate dall’Ente secondo quanto previsto dal successivo paragrafo 5”.

Per comodità ora riporto per intero il paragrafo 5.

Paragrafo 5 – Autorizzazioni per apertura nuove vie
1.
Nelle aree ove l’attività di arrampicata- alpinismo è consentita è necessario che i soggetti interessati, che intendano predisporre pareti attrezzate e vie di arrampicata/alpinistiche, richiedano l’autorizzazione all’Ente Parco;
2. La richiesta deve contenere:
a) rappresentazione cartografica del tracciato, almeno in scala 1:10:000
b) lunghezza, descrizione del percorso e delle modalità di avvicinamento/accesso
c) modalità di attrezzatura (n° prese etc..)
d) relazione tecnico-descrittiva
3. In ordine alle modalità di attrezzatura di pareti e vie si dovranno tenere in conto le seguenti indicazioni:
i. Per il superamento delle difficoltà tecniche si possono utilizzare delle metodologie di assicurazione finalizzate a prevenire incidenti che compromettano l’incolumità personale, senza modificare l’ambiente.
ii. Oltre al materiale di assicurazione tradizionale possono essere utilizzati chiodi a espansione per l’attrezzatura delle soste. Per evitare danni alla roccia con le continue chiodature e schiodature; il numero di ancoraggi tra le soste deve restare limitato al minimo indispensabile.
iii. L’adattamento delle vie esistenti con le metodologie moderne per il mantenimento delle condizioni di sicurezza non deve comportare un deterioramento ambientale e paesaggistico, deve salvaguardare l’interesse sportivo, senza denaturare o sminuire l’aspetto e l’interesse storico delle vie.
iv. Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi.
4. L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta.
5. Nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino non è in ogni caso consentita l’apertura di nuove vie alpinistiche e di arrampicata.

Il paragrafo 6 (Interdizioni) precisa che è facoltà del parco l’interdizione, temporanea o indeterminata, a qualunque sentiero o via (di arrampicata o di alpinismo); precisa pure che a detta eventuale chiusura può esservi deroga a beneficio di gruppi limitati di turisti (a numero limitato), esclusivamente se accompagnati da Guide Alpine o Accompagnatori di Media Montagna o da Referenti del Club Alpino Italiano o Stranieri o da Guide Ufficiali ed esclusive del Parco Nazionale del Pollino, previa autorizzazione dell’Ente Parco.

In genere, questo escamotage a favore di gruppetti in qualche modo titolati è accompagnato da motivazioni di “sicurezza” che qui mancano. In altre realtà si pensa di ridurre la frequenza turistico-arrampicatoria con la scusa che ciò andrebbe ad aumentare la sicurezza in generale. La mia opinione è che chiunque ha diritto di andare dove vuole: non esiste un titolo di demerito relativo a quanto uno può essere esperto, tutti siamo esperti fino a prova contraria e non può essere un parco a stabilire chi agisce in modo sicuro e chi invece è imprudente. Se invece la motivazione è la pura e semplice riduzione del numero dei frequentatori, senza alcun riferimento alla sicurezza, allora a maggior ragione è totalmente ingiusto e impugnabile che la restrizione non valga per chi va accompagnato da un professionista o per chi è intruppato sotto l’egida di qualunque Club e valga invece solo per i privati cittadini che nella natura hanno predilezione per l’essere “cani sciolti”.

In arrampicata sulla Falconara, via Thor
PastrocchioPollino-Falconara,viaThor

 

Altre considerazioni
Faccio miei alcuni commenti apparsi su facebook.

Emanuele D’Amico si domanda: “Per il punto 2c, ma che significa numero prese??? Penso sia sufficiente la descrizione dell’itinerario no?!
E per il punto 4, i tempi chiaramente sembrano lunghetti, bisognerà pensarci un bel po’ prima di aprire una via… uno se la programma in estate per andare poi in autunno??”.

Marco Rigliaco osserva che rappresentare una via, per esempio di 200 m di sviluppo, necessita di un disegno di almeno 10 cm di altezza, dunque la scala dev’essere di “almeno 1:2.000” e non di “almeno 1:10.000”. Giustamente conclude che “questi amministratori non sanno neanche cosa stanno regolamentando e vietando”.

Giuseppe Popi Miotti ipotizza che chi ha redatto il documento, al comma c) del punto 2, per “prese” intendesse dire ancoraggi. E continua: “Il punto 4 è un po’ fantasioso nel senso che se io dovessi aprire una via dovrei prima scendere al Pollino, vedere dove farla, inoltrare richiesta e poi attendere fino anche a 60 giorni per poi riscendere (potrei anche fermarmi lì ma…) e aprire. Si tratta del solito documento burocratico che a mio avviso dovrebbe essere chiarito per bene perché la burocrazia è o troppo ottusa o troppo acuta, in ogni caso potenzialmente esiziale in quanto incapace di elasticità”.

Franco Formoso giudica che “questo è, né più e né meno, il modo per tagliare le gambe all’arrampicata e all’alpinismo nel parco, perché come si fa a descrivere lunghezza, in modo preciso, numero di prese e cosa mettere se uno prima non l’ha provata… che io sappia si decide nel momento in cui si sale cosa mettere e in base a quello che si trova!! poi bisogna fare la relazione e aspettare 60 gg. per la risposta???”. E continua: “Ma è assurdo!!! e tutto ciò nelle poche aree dove è consentito?? Bah… io vorrei sapere se chi ha redatto questa disciplina conosce il significato di arrampicata e alpinismo e se ha una vaga idea di cosa sia aprire una via alpinistica!”.

Stefano Ardito: “Pastrocchio tipico di enti e leggi italiani. Si inizia con un principio positivo, riconoscendo che l’alpinismo è un modo per godere della natura, e che le vie sono un patrimonio del Parco. Se pensiamo ai Sibillini, alla Majella, al Cònero, alla Riviera di Ulisse (Gaeta) e a decine di altri posti dove alpinismo e altre attività di avventura sono appena tollerati, questo è un passo in avanti importante. Poi prende il sopravvento la burocrazia, e il buon principio lascia il posto a un inverecondo pastrocchio, quasi certamente inapplicabile. Numero prese? Tracciato preventivo? Due mesi per una risposta? Finirà che l’estensore del regolamento andrà a raccogliere applausi in giro, e che le vie continueranno a essere aperte come sempre. Salvo acchiappare e multare un milanese o un tedesco di passaggio…”.

Il Monte Sellaro
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Pino Calandrella: “Esaminando il testo mi sembra chiaro ed evidente che si voglia impostare il discorso sul burocratese, tanto più è difficile e complicato farlo tanto più sarò scoraggiato a farlo. Prendendo atto di quanto già hanno fatto notare gli altri, vorrei offrire una sfumatura leggermente diversa. Scendendo nel dettaglio, due elementi mi sembrano rilevanti: il punto IV del comma 3, “Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi”, e il Comma 4 “L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta”. Quest’ultimi, l’uno sulla scorta dell’altro, puntano il dito sul concetto di rischio, che di fatto, salvo su vie sportive, non è completamente riducibile. Tradotto: le vie sportive potrebbero essere troppo impattanti e l’alpinismo per la sua stessa natura potrebbe non essere mai autorizzato dall’Ente Parco.
Se ci sarà l’opportunità di fare dei ricorsi al Tar propongo una raccolta fonti via internet per coprire le spese, poiché si tratta di un modo di procedere che, se possibile sul piano legale, va arginato sul nascere
.

Un decreto di questo tipo, in Italia, scatena anche lo scetticismo generale (vedi il commento di Stefano Ardito poco sopra): per Francesco BevilacquaE’ una “cagata mostruosa”, come direbbero Fantozzi e il rag. Filini. Andiamo ad arrampicare dove vogliamo. Tanto questa roba è inapplicabile. Oltre che illegittima. Si presta a un bel ricorso al TAR (per il ricorso al TAR è anche Nino Abbracciavento)”; per Giuseppe Popi Miotti, “Fra un paio d’anni nessuno, neanche fra chi deve controllare (vorrei vedere come fa) si ricorda più di ‘sta roba qui. Resta il fatto che esiste e che penderebbe come una spada di Damocle a colpire magari qualche ignaro turista/apritore o qualche sfortunato scalatore di… frodo. So di essere sempre un bastian contrario ma io francamente lascerei scivolare la cosa nell’oblio e spenderei le mie energie per continuare a scalare”.

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ArrampicaRoma

ArrampicaRoma
presentazione alla nuova guida di arrampicata di Riccardo Innocenti

Precisione, cura del dettaglio, documentazione sono qualità che ogni autore di guida deve avere o almeno, se non nasce “imparato”, farsi. Ma, se dietro c’è la completa padronanza dei luoghi, allora la guida sarà efficace senza essere asettica: rimane uno strumento di consultazione, ma diventa anche informazione, quasi lettura serale. In più, Riccardo Innocenti aggiunge le testimonianze degli scopritori e degli apritori, riporta qualche loro profilo e varie curiosità.

E’ questione di mente comprensiva, aperta, filtrante. In definitiva, di stile.

ArrampicaRoma-Intero 26gennaio 1

Con occhio alla sicurezza in generale, nell’introduzione ben undici pagine sono dedicate alla chiodatura. Foto e testo illustrano le molte e differenti tipologie di attrezzatura delle lunghezze di corda e delle soste, rimarcando alla perfezione i possibili pericoli insiti negli ancoraggi che si trovano in loco.

Sicuramente l’autore, dopo aver per certo percorso personalmente tutte le 256 vie multipitch, non avrebbe potuto totalizzare anche tutti i 5558 monotiri descritti nei due volumi e sparsi nelle due ore d’auto che costituiscono l’ideale raggio con centro Roma. Ma l’intelligenza comprensiva, aperta e filtrante di cui dicevo sopra ha provveduto a sostituire un’impossibile arrampicata che neppure un team organizzato di ripetitori avrebbe potuto realizzare se non in tempi inadeguati alla nostra quotidianità.

E i tempi invece sono stati ristretti, quasi tre anni di lavoro: in tempo, come dice Innocenti, per fare uscire una guida già “vecchia” in partenza, esagerando per far capire il concetto che le novità, nelle falesie, si rincorrono a una velocità superiore a quella dell’odierna informazione (che già è in tempo reale!).

La cura del dettaglio è già visibile nell’abbondante presentazione di foto e schizzi. Personalmente ho apprezzato molto la scelta di riportare foto delle falesie in cui non fossero tracciati tutti gli itinerari ma solo quelli di riferimento, in modo da reperire con sufficiente agilità ciò che cerchiamo, tramite il facile confronto con l’elenco delle vie, in genere sempre posto accanto. Un piccolo sforzo richiesto all’arrampicatore, assai utile però per comprendere meglio la geografia del luogo e degli itinerari. Per le vie a più lunghezze è sempre riportata la notizia storica dei primi salitori, con la data; particolare tralasciato per i monotiri chiodati dall’alto. Un piccolo appunto: la datazione delle vie sportive e l’attribuzione ai loro autori sono altrettanto utili, perché anche le vie sportive hanno la loro storia, fatta di epoche, di mode, di momenti creativi particolari. Proteggibilità e impegno globale, sia per le vie classiche che per quelle sportive, sono sempre classificate.

Anche se la competenza non si crea con la quantità, l’aver inserito tutti gli itinerari, anche quelli desueti, dà un valore storico al lavoro, oltre che fornire possibilità ulteriori di recupero e ri-creazione.

Errori possibili? Beh, la perfezione non è di questo mondo. Di certo Innocenti si è trovato di fronte a qualche piccolo mistero nella storia dell’arrampicata romana, anche a episodi forse sepolti per sempre. Non possiamo escludere che un lavoro così non abbia proiettato anche solo un piccolo raggio di luce su questi interrogativi e magari scatenato la curiosità di qualcuno. I cold case sono in attesa di essere risolti ovunque!

Il volume 1 di ArrampicaRoma è appena uscito (ArrampicaRoma Nord). Pubblicazione prevista per il volume Sud: primavera 2016.

Un tipico esempio di doppia pagina
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Il dualismo sport/non-sport nella scalata

In occasione dell’uscita di Blocca! (Edizioni Natura Avventura), la nuova guida delle falesie intorno Roma, di Luca Bucciarelli, Alvise Mario (guide alpine) e Alfredo Smargiassi (chiodatore e apritore di numerose vie e interi settori), siamo venuti a conoscenza della pregevole postfazione a firma di Jolly Lamberti.

Dualismo

 


Il dualismo sport/non-sport nella scalata
di Alessandro Jolly Lamberti
(già pubblicato su Climbook il 4 maggio 2015)

La scalata di falesia, come l’alpinismo, non è uno sport ma è anche uno sport. Per questo non ci sono giudici, non ci sono controllori e neppure sanzioni. Ognuno dovrebbe essere libero di esprimersi come meglio crede. Come in un piccolo mondo perfetto, le regole ci sono, certamente, ma sono regole di buon senso, autogenerate: il mondo della scalata è un microcosmo anarchico che si autoregola.
A chi piacerebbe un codice della strada adattato per la scalata? Divieto di saltare il rinvio. Dare la precedenza a chi sta provando la via per liberarla. Obbligo di usare il casco. Biglietto da pagare per andare in una falesia attrezzata. Giudice di falesia che deve vidimare la prestazione.
Tutto questo appare come un incubo, e la maggior parte di noi smetterebbe di praticare la libera arte della scalata, nella quale ognuno dovrebbe potersi esprimere come vuole.
L’anarchia, nondimeno, presenta vari problemi.
Nel nostro ambito, infatti, la maggior parte dei problemi etici scaturisce dal fatto che la scalata è sia sport che non-sport.
La scalata di falesia è un’arte, e quindi ci si può drogare (quanti, dei migliori artisti dell’ultimo secolo, non si sono drogati?).

E’ uno sport, e quindi può esistere un numero (il grado), che rappresenta il limite da battere.

Non è uno sport e quindi si può compiere una performance senza controllo, senza regole o giudici, con la moglie che fa sicura in una sperduta parete delle Alpi.

E’ uno sport, e dunque questa prestazione può essere riconosciuta e può portare sotto i riflettori dei media o anche solo delle piccole tribù locali.

Non è uno sport, e dunque via alla creatività, alla libertà, alla competizione “solo con noi stessi”.

E’ uno sport, e dunque vorremmo che in questa competizione tutti rispettassero le stesse regole, e non si toccassero quando fanno la parata, non lasciassero il secondo spit già moschettonato, non si facessero tirare un poco nelle sbandierate, non allungassero la catena per poi abbrancarla con la mano, non usassero il vigliaccone (si chiama anche furbo, NdR) per montare vie che non sono alla loro portata. Non usassero eccessive ginocchiere in neoprene.
Quando il fortissimo Alexander Megos fece il primo 9a a vista del mondo, su youtube esistevano vari video che mostravano proprio quella salita. Se la scalata fosse stata uno sport, quella salita non sarebbe stata omologata: l’unica scalata a vista possibile dovrebbe essere (se fosse uno sport) quella con atleti in isolamento e itinerari nuovi spittati per quella occasione.

Jolly Lamberti su La Rose et Le Vampire, Buoux (1988)
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Il problema è che per anni abbiamo preteso le cose buone del non-sport (libertà, creatività) e quelle buone dello sport (riconoscimento e gloria per i campioni, grado come numero quantificabile e misurabile, appagante e portatore di status anche per i dilettanti) senza voler pagare nulla del conto salato che paga chi fa il vero sport: giudici, regole, controlli, freddezza della misurazione, modelli statistici-matematici per determinare il grado, invalidamento delle prestazioni fatte in allenamento, invalidamento delle prestazioni su vie auto-tracciate e scavate, e molto altro ancora.
Un eccesso di “sport” avrebbe raffreddato con tonnellate di acqua gelata tutto il romanticismo della nostra nobile arte.
Parliamoci chiaro: per anni abbiamo voluto e vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca.
Questo dualismo sport/non-sport ha favorito l’insorgere di fissazioni e nevrosi. Sfruttando l’assenza di controlli del “non-sport”, si sono potute avvicinare a questa disciplina molte personalità che, in un altro contesto e con regole predefinite, sarebbero state rifiutate. Il grado, che è posto al di sopra di tutto, può essere raggiunto in qualunque modo e con qualunque mezzo. Il percorso verso la prestazione può essere completamente autogestito: alimentazione, rituali, tracciatura, orari, modalità, luogo, numero di tentativi, compagno. Tutto può essere architettato e adattato in funzione delle nostre insicurezze e debolezze. E questo favorisce un approccio compulsivo, se non malato, alla disciplina. Pensate solo a quanto può essere portatrice di fissazioni quella piccola ma importantissima libertà che ci prendiamo (considerando che non è uno sport) quando siamo noi a decidere quale sia il momento adatto di partire per una prestazione. Il corridore, avrà anche lui un po’ di rituali, ma deve scattare al momento preciso del “bang”. Noi possiamo friggere nell’ansia, addossarci scuse di ogni tipo, aspettare che non faccia troppo caldo né troppo freddo, oppure chiuderci in una falesia conosciuta e rassicurante e aspettare che la prestazione venga lì, da sola, il giorno in cui tutte le condizioni ottimali coincideranno.
Pensate a quante personalità borderline può catalizzare questa forma ibrida di sport/non-sport. Se la scalata restasse nell’ambito della “filosofia” e romanticismo, come lo yoga o la danza ayurvedica, non credo che sarebbe così nevrotizzante o catalizzatrice di nevrotici. E neppure se fosse soltanto uno sport. Il problema è che noi vogliamo che sia anche uno sport.
Fingiamo che sia per noi stessi, ma vogliamo che gli altri sappiano della nostra piccola, insignificante prestazione. Rifiutiamo altezzosi il “bang” di partenza, i controlli antidoping e anti-anoressia, un giudice che ci stressa in falesia, ma pretendiamo anche un qualche tipo di medaglia all’arrivo.
Se la scalata fosse solo uno sport, la maggior parte delle prestazioni su roccia dovrebbe essere invalidata, anche solo per il fatto che sono state, tutte, salite in allenamento e senza controlli né giudici, in condizioni che noi stessi, e non la gara o il giudice, abbiamo scelto.
Se la scalata fosse stata solo uno sport, non sarebbe stata il mio sport.

Jolly Lamberti in bivacco sul Capitan, Yosemite Valley (2010)
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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

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Tre mosse per un grado in più

Migliorare di un grado in tre mosse
di Alessandro Jolly lamberti
(da http://www.climbook.com per gentile concessione)

Chi mi conosce sa bene quanto sia distante da ogni luogo comune, faciloneria, soluzione sciamanica o cialtronica di un problema.
Perché ora me ne esco con un trito slogan da scaffale di psicologia spicciola?
Perché nel mondo della scalata siamo talmente indietro che sono ancora possibili soluzioni semplici.
Possibile che, ancora oggi, nel 2015, dobbiamo scalare con assurde torture medievali ai piedi, privandoci sia del piacere che della sensibilità? Possibile che oggi, nel 2015, dobbiamo “fare un saltino” per ottimizzare la sicura, se la persona è leggera, invece che girare una ghiera numerata su
un apposito dissipatore semi-bloccante e tararla sul peso dello scalatore? Possibile che oggi, nel 2015, i principali freni da usare su vie a più tiri (secchiello, ATC e altri) vadano usati in due modi molto diversi nel caso si voglia fare sicura al primo di cordata oppure al secondo, tanto diversi che se si usa il secchiello per recuperare il secondo, ma lo si infila come se si dovesse assicurare (correttamente!) il primo di cordata, questo porta a un errore potenzialmente mortale!? Che la maniera più intuitiva di accorciare la Daisy chain sia anche la più pericolosa… Che il Gri Gri possa essere facilmente montato al contrario… Eccetera, eccetera.

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Possibile che ci sia ancora così tanta gente che pensa che il bouldering indoor sia un buon allenamento per vie di medio livello in falesia o in montagna?
Per questo c’è ancora un buon margine di miglioramento; perché è più facile far perdere dieci chili a un obeso che a un maratoneta. Perché il livello medio in falesia è peggiorato molto negli ultimi anni (fenomeno documentato e che non ha nulla a che vedere con il fatto che i top abbiano raggiunto un livello stratosferico sia su plastica che su roccia).

Quello che propongo, dunque, è un metodo pratico per migliorare almeno di un grado in soli sei mesi, aumentando il rendimento, oliando gli ingranaggi di una macchina – la vostra – che ora è troppo frenata. Se questo non dovesse avvenire: 1) Non avete eseguito alla lettera le mie indicazioni; 2) Avevate già un super rendimento, e per farvi migliorare occorre una “terapia d’urto” più complessa; 3) Vi renderò i soldi del libro se e quando lo avrò scritto, o del programma di allenamento, oppure, visto che questo articolo è gratis, vi autorizzo a maledirmi per il tempo che avete speso inutilmente.
Se non vi fidate, peggio per voi: da quanto pascolate sullo stesso livello? Anni? Non vi interessa fare un salto di qualità ? Fate parte anche voi di quella schiera di pseudoromantici che fingono di non voler migliorare?
I tre passi per raggiungere una maggiore efficienza.

 

Punto Primo. Il maledetto Peso.
Il Peso. E’ la cosa più importante. Scalando si lotta unicamente contro la gravità, se la gravità non ci fosse non ci sarebbe la scalata e, senza fare i pignoli, si può certamente asserire che, scalando sempre sul pianeta terra, gravità, massa e peso siano la stessa cosa. L’unico modo per diminuire la gravità è diminuire la massa. Non se ne esce, qualunque essere o macchina che prevede un moto prolungato in salita, più è leggero e più sarà efficiente.
Questo è forse l’unico aspetto che rende la nostra nobile attività per certi versi odiosa: il fatto che un fattore così insulso possa avere così tanta importanza. Anni fa vidi scalatrici famose fare degli 8a a vista sbagliando tutti i movimenti, senza grazia né fluidità, soltanto perché pesavano 45 kg.
E’ molto più efficace, e meno traumatico, diminuire la gravità piuttosto che aumentare la forza e cinque chili in meno funzionano di più di cinque mesi di allenamento alla trave.

Alessandro Jolly Lamberti tra Paul Fed e Federica Mingolla
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Purtroppo chi pesa pochissimo, e non ha paura si può addirittura permettere di non essere bravo.
Non vi fate abbindolare dal concetto di “forza relativa”.
Vecchia leggenda scalatoria che ci voleva far credere che pesare 80 kg e tirare su 80 kg fosse la stessa cosa che pesarne 40 e tirarne su 40, perché, si diceva, le due persone avevano lo stesso rapporto (in questo caso 1) di forza relativa. Fandonie. Forse è vero su una maniglia a piena mano e su un’unica ripetizione ma, di certo, la punta della scarpetta che deve sostenere 80 kg su una sporgenza di pochi millimetri, senza sbordare, se ne infischia della forza relativa: a quel piccolo bordo di gomma interessa solo il peso assoluto. Allo stesso modo la pressione per centimetro quadrato sul polpastrello, dal punto di vista fisico, dipende esclusivamente, dal peso assoluto.
E’ il peso assoluto, in primis che conta: la massa: la gravità. Più dell’altezza, più dei muscoli.
Il peso assoluto conta talmente tanto che in competizione vedrei necessarie delle categorie divise per massa.
Come facciamo ancora a fingere stupore per il bambino di trenta chili che sale sull’8c?
Per fortuna c’è un problema. C’è una soglia limite, al di sotto della quale, salute, sanità mentale e prestazioni decadono vertiginosamente. Questa soglia è soggettiva e dipende dal nostro morfotipo. Se si scende al di sotto di questa soglia, la prima sensazione sarà di “acciaiarsi” subito, oppure che le mani si aprano senza neppure dare il tempo agli avambracci di indurirsi: sintomo del fatto che non c’è più glicogeno nei muscoli, perché quel poco carburante che sta nel corpo viene utilizzato (a fatica) per le funzioni vitali.
Quindi se siete già molto magri (diciamo grossolanamente un indice di massa corporea inferiore a 19), e non fate almeno l’8a, mi dispiace per voi, vi siete già giocati la carta più importante; ma potrete sempre tentare con i prossimi punti.

Punto secondo. Abbandonare il bouldering indoor.
E praticare almeno tre mezze giornate a settimana in falesia o in montagna. Però con queste modalità:
a)Sedute outdoor come allenamento e non (solo) cazzeggio: eseguire molte vie (massimo numero in funzione del proprio tempo a disposizione) della massima difficoltà tale che non necessitino di un lavorato medio o lungo. Al massimo uno o due tentativi.
Il troppo facile non crea lo stress necessario allo stimolo allenante, ma neppure il super lavorato va bene, in questa fase preparatoria, per altri motivi.
Neanche bisogna eccedere con l’ “a vista”: a vista si scala legnosi e male, se si scala sempre e solo a vista si metabolizza il tipo di scalata poco fluida tipica di questa disciplina. Al secondo giro si va più dinamici, fluidi e sicuri. Molti, invece, passano a un’altra via senza concedere il secondo o terzo giro.
Dunque, ricapitolando, moltissimo lavorato veloce: una botta a vista alla morte e poi due giri per liberare, questa potrebbe essere l’intensità giusta. Oppure vie più difficili se già ben conosciute, e tante.

Alessandro Jolly Lamberti
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b) Scelta di falesie competitive. Al di là del lato soggettivo ed estetico della questione, ci sono effettivamente delle falesie che favoriscono il miglioramento tecnico-fisico-mentale e altre che lo danneggiano.
Nessun abituale frequentatore di falesie brutte è mai diventato un valido ottavogradista, a parte qualche reuccio local che è riuscito a salire un paio di vie dure supersuperlavorate solo a casa sua. E per falesie “brutte” intendo i classici scogli “caiani” pieni di gradoni e cenge.
Ciò che serve è una falesia con alti muri compatti e monolitici, dove si possa volare tranquillamente, spingersi al limite senza rischio di incappare in terrazze; dove esercitare quella resistenza, quella tecnica, quel ritmo, così difficile da allenare indoor.

c) Variare le falesie e non abituarsi troppo alla confortante routine del superlavorato nel proprio giardinetto.

d) Andare a scalare con persone più brave di noi e di mentalità “sportiva”: con quelli che provano, volano, si calano, riprovano e ri-volano. Quelli per cui l’importante non è arrivare in catena a qualunque costo, con bastoni e azzeramenti, ma chiudere la via “in libera”, come si diceva una volta (e che non vuol dire slegati!). Quelli che usano la procedura Petzl per il Gri-gri anche se scalano da tanti anni e che sanno la differenza tra lasco e dinamica.
Non andare a scalare in gruppo, perlomeno non durante quelle che dovrebbero essere sedute di allenamento.
Perché abbandonare il bouldering indoor, se è bello, divertente, completo dal punto di vista muscolare e socializzante?
Perché questo è un programma per il livello medio, e i passaggi del bouldering indoor li ritroviamo (forse) lontanamente simili solo sulle vie dal grado 8 in su.
Per dare uno scossone a tutto il castello di abitudini e di confortevoli routine che vi siete dati. La palestra di boulder indoor è rassicurante, poco ansiogena, protettiva, senza vento né vuoto sotto al sedere. E’ piena di belle prese colorate e ben visibili che ogni stagione si allontanano sempre di più dal simulare la natura (tanto più gli appigli si discostano dal reale – vedi gli amati orrendi “volumoni” che ormai imperversano ovunque – tanto più sono fichi. Tanto più sono simili alla roccia tanto più sono fuori moda e sfigati). Gli appoggi per i piedi sono quasi sempre sporgenti, pronti per piedi-mano che su roccia non esistono. Ci si abitua a stringere tutte le prese sempre al 100%, perché qui stringere funziona, mentre la qualità principale del falesista bravo è il dosaggio automatico della stretta.
Il problema non è il bouldering indoor in sé, ma la totale e paradossale confusione tra strumenti e obiettivi. Se l’obiettivo è la falesia o la montagna, il bouldering indoor è uno strumento non solo inutile ma talvolta dannoso, perché vizia. Fondamentalmente vizia la propriocezione della stretta, della “spalmata di piedi da falesia” e disabitua alla gestione del vuoto e del volo.
In Germania, uno dei paesi con la maggiore indoorizzazione, un’indagine ha mostrato come l’85% dei praticanti scali al massimo sul 6a. Gli allenatori tedeschi cercano di giustificare questo insuccesso con il “fit climbing”, cioè con il fatto che la maggior parte delle persone scala come facesse spinning o aerobica (ma divertendosi di più). Ebbene non è vero perché, credetemi sulla parola, se chiedete a quelle persone quali siano i loro obiettivi, la maggior parte di loro risponderà che lo fanno per allenarsi alla falesia o alla montagna e non lo fanno “solo per fare ginnastica”.

Per capire bene questa discrepanza tra strumenti e obiettivi guardate questo video del più importante centro di allenamento tedesco, il famoso “Kraft”:

Chi di voi ha fatto il 6b “Super Mario” di Céüse? La falesia sta a quel tipo di allenamenti come il tiro al piattello sta alla pesca sportiva. Il problema non sono gli allenatori del Kraft, che sono super competenti e sanno (loro) che gli obiettivi dei propri atleti sono le circensi evoluzioni del bouldering artificiale.
Il problema è che la maggior parte delle persone pensa che questo abbia qualcosa a che vedere con “Super Mario”, che la maggior parte delle persone che gioca con le palle appese e i trx etc poi in realtà ci terrebbe molto a salire vie come “Super Mario” e ci rimane molto male quando è costretta a ricalarsi da un 6b.
E’ un problema di terminologia: non si può chiamare scalata una cosa (bellissima e divertentissima) che scalata non è. Facile che la gente, poi, si confonda.

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Punto terzo. Esercizi per controllare la paura di volare e stimolare il “non mollare”.
Questo è certamente il terzo fattore più importante su cui lavorare.
Nella maggior parte dei casi, il salto di qualità nello scalatore evoluto (non principiante) avviene quando si concretizza un cambio di mentalità e l’atteggiamento conservativo viene sostituito da una mentalità più sportiva, più prestazionale.
Per capire questo, bisogna tornare sul concetto di “punto di non ritorno”.
C’è un meccanismo atavico di conservazione, talvolta inconscio, tipico dell’alpinista, che impedisce di salire oltre quello che viene percepito come “punto di non ritorno”.
Si cerca di avere il controllo totale su ogni movimento, si sale solo quando si è sicuri che il passaggio andrà a buon fine o che si potrà, in caso contrario, tornare indietro scalando.
Questo, che è un problema emozionale, diventa subito anche un problema tecnico:
Per non superare il punto di non ritorno non si fanno salire i piedi.
Chi ha un eccesso di controllo non fa mai, come dovrebbe, il primo passo centrale, poi altri due passetti, per potersi quindi estendere come una molla.
Non lo fa perché una vocina interna gli dice: e se poi non troverai un appiglio buono? Non potrai più tornare indietro e dovrai cadere.
Il problema del punto di non ritorno è un problema di eccesso di controllo:
Il nostro scalatore accenna un timido movimento con la mano; poi un breve passo con un piede; poi torna giù con la mano. Poi di nuovo su a tastare. Fino a che la scalata diventa così legnosa e isometrica da farlo acciaiare tanto da bloccarlo.
A questo punto il nostro scalatore pensa di avere un problema di resistenza, e va ad allenarsi in palestra.
Il problema, invece, è l’eccesso di controllo.
Io scalatore medio, che tecnicamente e fisicamente è preparato, non libera le vie perché non è in grado di superare il punto di non ritorno. Neppure quando la situazione è sportiva, sicura, senza cenge o strapiombante.
Ironia della sorte, non è neppure vero che questo atteggiamento conservativo preservi maggiormente da eventuali brutte cadute, anzi, è proprio chi ha molta paura che solitamente cade male.

Esercizio:
Non sono le classiche prove di volo a risolvere il problema della paura di volare ma i pedanti esercizi sul superamento del punto di non ritorno: esercitarsi su una via sicura, in alto, quasi sotto la catena, con un passaggio obbligato al di sopra della protezione. Cercare di superare il punto di non ritorno, provare a fare il passaggio, che però è troppo duro, quindi volare. Volare volare volare ma volare perché ci si è spinti fino al limite, e non perché abbiamo deciso noi di lasciarci.
Poiché il problema della paura di volare è dovuto a un eccesso di controllo, le classiche prove di volo volontarie sono spesso inutili dal punto di vista psico, perché in quel caso è lo scalatore stesso che decide se e quando buttarsi, fortificando ancora di più quel bisogno di controllo che, invece, deve cercare di infrangere.

Céüse
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Come corollario a questi 3 punti obbligarsi a:
1) Un richiamo settimanale o anche ogni 10 giorni di forza, massimale, con metodi tradizionali e non pliometrici o eccentrici. Pochissime ripetizioni con grosso carico per stimolare produzione di testosterone e altri stimoli attivanti endogeni. Da eliminare nella fase speciale nella quale scalerete sempre fuori e basta.
Pur essendo anch’esso poco specifico, a differenza del bouldering indoor questo allenamento non induce vizi propriocettivi o emotivi. Alcuni esempi: sospensioni pochi secondi su lista (no arcuato!) con il massimo carico tale che si resista circa 6″. Trazioni su maniglia (senza partire estesi completamente) con carico massimale. Fase iniziale della Planche su lista. E altri esercizi con molto carico e molto recupero: oltre alla botta di “doping” endogeno (quindi benefico) i massimali vanno a stimolare le componenti neurogene della forza e non la ipertrofia (muscolo grande=peso=strizzamento dei vasi che crea ischemia e acciaiamento=male per la falesia, ok per il bouldering)

2) Se si fa un secondo o terzo tentativo su una via o se si prova una via conosciuta, eseguire sempre, una volta a terra, qualche minuto di visualizzazione ideomotoria dell’itinerario. Pensare che questa pratica non serva, sommata con la pigrizia mentale che assale lo scalatore dopo che è stato respinto da una via, porta a trascurare questo esercizio che, invece, è fondamentale…

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3) Concentrarsi sulla esecuzione corretta del movimento. Cercare la sensazione di rilassamento, applicando sulle prese solo la forza necessaria. Concentrarsi sulla respirazione.
Ricordarsi di espirare mentre si fa un passaggio difficile o una chiusura: l’espirazione non è automatica, se ci si ricorda di buttare fuori l’aria, poi la inspirazione avviene in automatico. È per questo motivo che i top climber urlano nei video, per ricordarsi di svuotare i polmoni.
Modificare il ritmo a seconda dell’intensità del tratto di parete, velocizzando dove è più difficile, rallentando per rilassare mani, braccia, collo, schiena nei tratti più facili.
Sentire la tensione che defluisce sulle gambe, ricercare un movimento continuo, rotondo, non spezzato, non a scatti, non far sbattere il piede quando appoggia, allontanare un poco il bacino quando si muovono le gambe, avvicinarlo quando si va su con le mani. Cercare di essere mobili a livello delle anche, sentendo lo spostamento del baricentro sia di lato (su un piano parallelo alla parete) sia fuori/dentro, sia in rotazione.
Cercare dosare la stretta della mano, stringere il meno possibile le prese, evitare le contrazioni eccessive, evitare di assestare troppo la mano sull’appiglio con continue smucinate alla presa.
Non dimenticarsi della mano che sta sotto, quella che in genere si molla troppo presto, e che invece deve continuare a spingere sino all’ultimo istante.
Ricercare la sensazione di “camminare” con i piedi, “spalmando ” il primo passo al centro, con il tallone basso, per poi fare altri due passetti e solo dopo muovere le mani.
Molto grossolanamente sintetizzo: velocizzare restando fluidi. Non impantanarsi, andare, piuttosto cadere ma andare, un poco più veloci di quanto si fa di solito.

4) Tentare il passaggio, e anche non riuscire, piuttosto che fermarsi biascicando qualche scusa inutile ai fini dell’allenamento. Ogni volta che ci si ferma senza tentare, il problema diventa più grande, come una palla di neve pesante che rotola a valle. Non importa se è vero che si sarebbe caduti comunque: l’esercizio, per ora, è il tentare.

5) Non trovare alibi: essere obiettivi con se stessi a tal punto che anche se fosse vero che la presa era umida o c’era troppo freddo o caldo o poca magnesite, non farlo notare, mai. E, soprattutto, non prendersela con il proprio assicuratore, anche se dovesse essere nel torto. Non perché non se lo merita, ma perché questo atteggiamento non è allenante.