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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2 (2-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Gli infissi geotecnici e la difficoltà alterata (metà anni Ottanta)
Nel 1985, mi recai per qualche tempo e un po’ prevenuto a ripetere qualche tracciato a spit, giusto per farmi un’idea del tipo di salita. Se è vero che il progresso tecnico rende la vita indiscutibilmente più comoda, questo proprio non si può dirlo dell’arrampicata a spit che, a livello di capacità soggettiva, è oltremodo impegnativa. Si tratta di una tipologia di salita che, per numero di infissi, consente una progressione esaltante come un giro sull’ottovolante, soddisfacente come il sorriso serrato di una felicità costretta, emozionante, rispetto alla libera, quanto può esserlo l’effetto speciale d’un film rispetto a un fatto vero.

Il futuro dell’arrampicata e dell’alpinismo prospettato e realizzato dai tecnocrati
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Dato che i tracciati a spit, al pari dei nuovi itinerari che stavo percorrendo sulle falesie delle Prealpi Lombarde, si svolgevano su roccia, mi venne spontaneo confrontarli: mi domandai cosi «che tipo di difficoltà fosse quella che in mancanza d’infissi non sarebbe magari mai stata salita».

Paragonando le tre forme d’arrampicata praticate negli anni precedenti alla libera esplorativa, avevo considerato che la presenza e la quantità dei mezzi tecnici certamente “indebolivano” la difficoltà, tuttavia nei tracciati a infissi accadeva qualcosa d’ancora più marcato che andava al di là della difficoltà modificata.

La reale differenza non riguardava una presunta slealtà dello spit rispetto alla lealtà del chiodo, proprio perché l’opposta tecnologia di quei mezzi non li rendeva paragonabili. Essa era dovuta all’incidenza che sulla roccia lo spit ha rispetto al chiodo e consisteva nel fatto che chiodi, nut e friend sono mezzi tecnici che si possono inserire soltanto nelle cavità naturali, mentre lo spit è un infisso geotecnico che s’inserisce ovunque.

Questo mi diede la conferma che gli infissi, in rapporto alla roccia, non avevano tanto la funzione di assicurare gli arrampicatori da eventualità incidentali come il rischio di caduta, ma d’eliminare proprio ciò che impedirebbe loro di salire.

Da quella presa di coscienza, scaturì un interrogativo sostanziale: cosa toglieva lo spit alla roccia? Paragonando la diversa incidenza operata dagli itinerari e dai tracciati sulla “compattezza parziale” delle falesie verificai che gli infissi geotecnici trasformavano la difficoltà inalterata in una difficoltà alterata.


Stato di compattezza e natura del difficile (fine anni Ottanta)
Così, dopo due decenni di pareti esplorate, durante i quali gli anni, i mesi, i giorni e le ore erano diventati momenti di pietra percorsi, arriviamo a fine anni Ottanta, punto cruciale e svolta del discorso trattato in queste pagine.

A ben ricordare tutto cominciò nel 1972 quando, ancora adolescente, mi recai a visitare i Calanchi nell’Appennino Tosco-Emiliano assieme a Davide, mio compagno di scuola. Salendo per i loro fianchi cedevoli notai come quel fango compresso fosse costituito in superficie da scaglie cedue essiccate dal calore del sole. Frantumandosi sotto il mio peso, esse accompagnavano ritmicamente i movimenti del corpo impegnato nella salita, come il suono d’un metronomo scandisce quelli d’un danzatore.

Le fragili incrostazioni che si staccavano dalla superficie di quel fango compresso mi fecero notare che la compattezza e la fragilità di quella materia, al pari della sicurezza e dell’insicurezza da esse riflesse nella psiche di chi sale, erano componenti sostanziali di un’unità geologica indivisa come quei gemelli siamesi che non si possono separare. Due anni più tardi, arrampicandomi sulle pareti calcaree inesplorate, alle radici basali delle Grigne, sullo gneiss della Val Pogallo e sul granito a placche particolari dell’ancora misconosciuta Val di Mello, notai che l’inchiodabilità, più che un inconveniente rischioso che limitava la possibilità di progredire, era espressione d’uno stato naturale: la compattezza.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) dell’Avorio
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Dopo aver percorso un certo numero di pareti sconosciute caratterizzate da settori compatti, scoprii che la difficoltà non era determinata soltanto dalla grandezza o meno delle prese, dalla fatica e dalla delicatezza del sostenersi, come non era soltanto un livello nella graduatoria della scala dell’impegno, ma era formata da “componenti costitutive” che davano forma alla natura della difficoltà.

Fu un’importante presa di coscienza, che di lì a poco mi portò a considerare le proprietà speciali di quel determinato stato della roccia che, amplificando l’attenzione, attivano una sensibilità d’azione più consapevole, con la quale è necessario interagire per circoscrivere l’attitudine a rischiare.

Cosicché la compattezza divenne per me un “volto materico” dalla “voce retroattiva” che, contraendo le mie emozioni, plasmava la disinvoltura in fluidità della sequenza di posizioni fino ad attivare una sorta d’ingegno intuitivo necessario a procedere quando le possibilità d’assicurazione diventavano sporadiche. Aver compreso tutto questo fu per me più importante di qualsiasi difficoltà che avessi potuto superare.

Da qui la scelta di praticare la libera esplorativa senza mezzi che incidono sulla difficoltà inalterata della roccia: esplorare per approfondire l’interazione tra le tipologie di salita e la natura verticale.

La manipolazione della difficoltà inalterata
A metà del decennio Novanta, dopo aver salito in falesia un numero elevato d’itinerari con protezioni in sedi naturali, e altrettanti tracciati a spit, presi atto che i mezzi geotecnici in generale, come i fittoni (1400), gli infissi a espansione (fine 1930), a pressione (1960), lo spit (1982) e i fix (1990) incidevano sulla natura della difficoltà originata dalla compattezza della roccia e quindi non erano tanto “mezzi protettivi” ma piuttosto veri e propri “strumenti ottenitivi”, impiegati per manipolare la natura della difficoltà inalterata riducendola così ad una difficoltà alterata, a misura dei limiti e delle capacità di ognuno.

A questo punto è opportuno riassumere le trasformazioni operate dai mezzi tecnici e geotecnici d’assicurazione nelle differenti tipologie di salita, rispetto allo stato della roccia che origina la difficoltà:
1 – con percorsi in libera integrale (1900) senza mezzi tecnici si sale una difficoltà intatta;
2 – con itinerari in libera attrezzata (1920) da mezzi tecnici si sale una difficoltà modificata;
3 – con itinerari in libera esplorativa (1970) con mezzi in sedi naturali si sale una difficoltà inalterata;
4 – con tracciati di tecno climb (1982) a infissi geotecnici si sale una difficoltà alterata;
5 – con tracciati d’arrampicata sintetica (1985) si sale una difficoltà artefatta.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) di Giazzìma
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Affrontare o confrontarsi con una difficoltà sminuita
Chissà se gli arrampicatori e gli alpinisti si recano davvero in roccia per superare la difficoltà e per conoscere i propri limiti, o piuttosto, e qualche volta ne ho davvero il dubbio, abbiano scelto di adattarli con qualsiasi mezzo alla propria incapacità di superarli.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di vedere un interessante documentario, in cui un episodio riguardante una studiosa francese di rettili evidenziava bene la differenza tra “affrontare direttamente” o “confrontarsi indirettamente” con la natura.

Mentre camminava lungo una strada in terra battuta d’una regione indiana, si trovò all’improvviso di fronte a un grosso cobra reale, che si sollevò di fronte a lei come un evento inevitabile da affrontare. La ragazza, rimasta tranquilla davanti al minaccioso serpente, prese a dondolare un foulard fino a placarlo, afferrandolo poi al collo con un gesto fulmineo. Questo esempio mi serve ad affermare che la maggioranza degli arrampicatori, quando scala su vie protette a spit è convinta di confrontarsi con un grado di difficoltà “reale”, proprio come quel cobra. Se si esamina però con attenzione la situazione, è evidente che quando gli spit sono “vicini” il confronto è “indiretto”, come se quel cobra fosse al di là d’uno spesso vetro, mentre quando gli spit sono “lontani” il confronto è “diretto” ma “alterato”, perché a quel cobra abbiamo prima tolto il veleno.

Quando si sale un tracciato a spit vicini “preposizionando” i rinvii, oppure a spit lontani “penzolando” da un resinato all’altro per provare i passaggi o proseguendo in continuità fino alla caduta, e infine riuscendo dopo numerosi tentativi, si è praticamente da secondi anche se si scala da primi – si sta salendo in “arrampicata interrotta” o con “resting aereo”. Si è così smantellata progressivamente l’incognita psicofisica, e anche la “difficoltà obbligata” risulta un “limite ristrutturato” a misura dei forti, sopra la difficoltà realmente obbligata della roccia, quella dove magari ci si può assicurare sul VII ma non sul IX.

I casi che ho citato, fanno riflettere sulla differenza che sussiste tra chi in falesia sale facilmente un difficile tracciato a spit che conosce a menadito e chi, magari sempre in falesia, sale itinerari che non conosce con difficoltà molto minori e con punti di protezione che non sa dove, come e quando potrà inserire.

Ancora Monica Mazzucchi in esplorazione sulle falesie
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Per questo, sarebbe corretto definire la “difficoltà lavorata” come “difficoltà sminuita” e chiedersi come sia possibile realizzare una “scala comparata” delle difficoltà (dove il 6b, inteso come grado “sportivo”, dovrebbe corrispondere al VII inteso come grado “alpinistico”, di esplorazione) se – in rapporto allo stato della compattezza che origina la difficoltà – il primo è una “replicazione alterata” del secondo. Da ciò si deduce che né la Scala UIAA né quella francese hanno mai tenuto in considerazione l’importanza sostanziale che ha lo stato naturale della difficoltà.

Ma è pure interessante osservare come la “difficoltà serrata” dei tracciati a infissi ha portato inevitabilmente a considerare “discontinua” la “difficoltà variabile” degli itinerari e quasi dei “sentieri” la “difficoltà sporadica” dei percorsi. Inducendo i praticanti a stimare la natura verticale col “culto della continuità”.

Oggi si afferma che lo spit ha reso tutto più onesto ed evidente rispetto al tempo in cui gli arrampicatori facevano quello che volevano potendo anche barare.

lo non ne sarei così sicuro. Ho invece la sensazione che il fatto d’aver codificato un “confronto mediato” con una “difficoltà sminuita” sia occorso a conferire agli arrampicatori un’illusione di riuscita che rimuove la necessità di affrontare la propria ambiguità: il terrore d’esser smascherati induce poi gli individui a barare per sottrarsi al giudizio storico.

La via del de-grado
Perché voler considerare chi s’arrampica così drasticamente diviso dalla natura della roccia, se su di lei egli si reca proprio per superare i propri limiti? Probabilmente, il “limite di difficoltà” ancora oggi insuperato non si trova sulla roccia ma riguarda i “limiti dei punti di vista”.

I “limiti dei punti di vista” che i tecno climber hanno della roccia, mi hanno sempre lasciato amareggiato per il loro modo di considerarla, sconcertato per la confusione d’idee piene di contraddizioni, e avvilito per le conseguenze che ne derivano.

Ricordo che nel recente passato c’era chi si è domandato perché «si sono accettate senza problemi le corde in nylon, ma la stessa cosa non accade con gli spit?» Ma cosa c’entra il miglioramento del materiale tecnico con l’intervento del materiale su roccia? Sono due cose diverse, perché la prima riguarda effettivamente il progresso tecnico, la seconda “considera tecnicamente” la natura verticale.

Ricordo molti altri che, per descrivere pareti, hanno spesso impiegato la parola “roccia cattiva” per indicarne le caratteristiche d’instabilità. In realtà essi rivelano solo come un punto di vista “esteticamente deformato” da un’idea di fondo di “bello e pulito” inevitabilmente porti a dare un giudizio spregiativo della natura verticale.

Il giorno delle prime ascensioni del Sass Négher (1977)
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Ricordo altri ancora che hanno ritenuto l’attrezzatura di pareti come Sassella, Sirta e Sasso Remenno un modo di salvaguardarle. Eppure quando si attrezza interamente una parete con infissi permanenti e applicazioni di resina non si tutela ma si determina semmai la “certezza di percorrenza”, rivelando come questo modo di “bonificare” sia in realtà una “idea d’epurazione” dalle componenti naturali contrastanti gli obbiettivi di sistemazione.

Come ho già avuto modo di riportare nell’articolo Rispettare gli habitat verticali pubblicato su Lo Scarpone n. 9 (settembre 2006) e nel sito Internet d’arrampicata Lario Climb, il lavoro di disgaggio del Sass Négher è stato ritenuto nientemeno che didattico, con valenze culturali, addirittura di tutela pubblica e ambientale, un elenco di valori esattamente opposto a com’è stata trattata la natura verticale di quella parete. Per via dei rari ancoraggi lasciati come testimonianze storiche di passaggio lungo gli itinerari, si poteva pensare che gli autori di quell’operazione (che hanno comunque lasciato sul campo stick, chiazze di resina e tentativi di foratura) non fossero informati dell’esistenza di quelle vie.

Recentemente però, sulla Scogliera di Plasmateria, che cade a picco sulle acque del lago di Lecco accanto alla Punta di Morcate (dov’era già stata resinata e ri-nominata la difficile Casalingofrenìa) sono stati attrezzati a infissi tutti gli itinerari saliti assieme a M. Garavaglia nel luglio 1987 (ne cito cinque: il Diedro No-Gara, Tegulaitìs, Estasi Scultorea, Tarcisio Fazzini, Clessidrathlon), nonostante la presenza evidente di qualche chiodo e di diversi anelli di corda sulle clessidre. In questo caso proprio non si può affermare che gli itinerari non erano visibili.

Tutto ciò dimostra l’incapacità, da parte degli attrezzatori, di considerare la “valenza culturale” degli itinerari storici pre-esistenti e soprattutto quella riguardante la natura verticale delle falesie.

Inevitabilmente penso alle considerazioni di Gian Piero Motti nella sua ultima monografia su Caprie, nel periodo precedente al suo suicidio, che mi parvero naufragare nella disperazione, in balìa dell’impossibilità d’approdare dai “flutti della storia” alla “terra ferma del mondo naturale”. Punto di partenza e arrivo dell’attività, delle vicende e della vita stessa.

Valorizzare evitando di degradare
Perché mai gli infissi geotecnici dovrebbero essere considerati strumenti così negativi? Ho l’impressione che molti arrampicatori non si rendano ancora conto di ciò che ha comportato la loro applicazione dilagante.

Basta analizzare per sommi capi la storia dell’arrampicata per accorgersi che il passaggio intercorso da alpinismo tradizionale (1900) e arrampicata libera (1920) ad alpinismo attrezzato (1982) e arrampicata sportiva (1985) ha condotto a quella tipologia di salita, praticata di rado a partire dai primi anni Novanta, che si serve di tacche scavate, asperità resinate, sassi (e più raramente prese sintetiche) applicati sulla roccia e che per questo può essere considerata arrampicata de-gradata.

Prospettive per il futuro delle pareti di fondovalle e media montagna?
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Ai fautori dello spit questo mezzo è apparso una possibilità efficace per realizzare una “sicurezza assoluta” che avrebbe definitivamente sconfitto la “possibilità di rischiare” in modo da permettere all’arrampicata di compiere uno “scatto evolutivo” rispetto al “progresso sulle difficoltà”.

Tuttavia non si è tenuto conto che l’impiego codificato e poi sempre più diffuso dello spit avrebbe attivato un processo incidentale caratterizzato da ripercussioni relazionali e conseguenze ambientali tali da causare una regressione culturale in rapporto alla natura verticale.

A partire dall’utilizzo dello spit, molti si sono sentiti coinvolti, provocati o in dovere di dire la loro, ognuno con le proprie convinzioni, col proprio livello di chiarezza, giustificandone in genere l’impiego indiscriminato. Come ho già detto, questo ha portato a sostituire nella mentalità della maggioranza degli arrampicatori l’idea di “scoprire per valorizzare” con l’idea di “attrezzare per affermarsi”.

Il fatto di utilizzare la medesima tipologia di attrezzatura su rocce differenti ha poi un effetto omologante sulle caratteristiche della geodiversità che di conseguenza elimina, nella percezione degli arrampicatori, la funzione specifica che i litotipi hanno in rapporto al salire, inducendoli ad agire pensando il meno possibile e trasportando il degrado culturale in quello ambientale.

Indipendentemente da quanto possano essere informati coloro che attrezzano falesie con l’impiego di mezzi che incidono sulle componenti naturali della roccia, essi hanno comunque sviluppato una mentalità che li porta a non considerare saliti o salibili determinati settori. Ecco perché, pur trovando tracce di passaggio, in tanti casi hanno dimostrato di non avere un approccio corretto con i percorsi e gli itinerari realizzati in precedenza.

Ci si deve rendere conto che una grande parete alpina non vale di più di 10, 100, 1000 piccole falesie, poiché queste ultime sono caratterizzate da un ecosistema più delicato, dove sussistono caratteristiche geomorfologiche più deteriorabili, oltre al fatto che vi stazionano specie animali e vegetali che in ambienti glaciali non ci sono.

Se è vero che gli addetti ai lavori considerano la roccia e gli itinerari pre-esistenti uno strumento del loro mestiere, non dovrebbero comunque intervenire con una tipologia di sistemazione a impatto sui micro habitat verticali, poiché questi non appartengono al loro modo di ragionare ma a tutti.

Certe falesie vanno frequentate sporadicamente e in punta di piedi, nel rispetto della specificità delle loro caratteristiche e componenti, ricordando sempre che il mondo è grande e non va chiuso in una visione ristretta, in quanto ogni sua parte è collegata alle altre e, per essere preservata, richiede lungimiranza da parte di ciascuno di noi.

Il fatto che in montagna ognuno abbia la libertà di prodursi come meglio crede è legittimo, questo però non presuppone il diritto di “fare quello che ci pare”.

Se è vero però che ripristinare ciò che di un luogo va perduto, come vecchi sentieri o alpeggi in rovina, in giusta misura e non dovunque, può far parte di un discorso di salvaguardia del patrimonio storico e ambientale, riflettendo sul significato autentico della “valorizzazione” ci si accorge che non si può farlo smantellando, estirpando, diserbando e resinando senza ritegno le componenti costitutive della natura verticale. Proprio per questo è necessario fornire esempi di relazione formativa per valorizzare evitando di degradare.

La via del de-grado pienamente realizzata sul Muro della Perla e su quaranta dei numerosi itinerari precedentemente saliti lungo i settori della Falesia di Fiumelatte
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Un’attività esplorativa come testimonianza propositiva
Perché mai, per quasi quarant’anni, ho mantenuto il riserbo sulla gran parte di zone che ho esplorato? Se ne fossi stato geloso, a fine anni Settanta non avrei mai evidenziato la particolarità della Val di Mello, né mai avrei rivelato vent’anni dopo l’esplorazione avvenuta sugli speroni della Val Pogallo e le pareti montuose dell’alta Val Grande.

Scorcio sulla Falesia dell’Avorio, dove negli anni ’80 furono saliti in libera esplorativa (con mezzi tecnici d’assicurazione in sedi naturali) numerosi itinerari (113 fondamentali) da 30 a 350 m dal V al IX
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Dopo il decennio Ottanta pubblicai alcune monografie esplorative (Dalla parte delle pareti, Sasso di Dascio, Cima delle Dune) sulle pagine della Rivista della Montagna, rivolte principalmente alla conoscenza e alla frequentazione consapevole della natura verticale, probabilmente le prime a essere concepite in quel senso, dato che il parere degli ambientalisti mi pareva più concentrato sulla tutela dell’avifauna che in loro nidifica che alle componenti specifiche della roccia. La ragione per cui non scrissi più nulla in seguito è dovuta al fatto che nel periodo in cui terminavo d’esplorare quelle zone, stava decollando la tecno climb a infissi che comportava un evidente impatto tecnologico sulla roccia. Come esploratore dell’ingente quantità di strutture esistenti mi sentivo responsabile della loro divulgazione perché l’affollamento invasivo le avrebbe certamente alterate fino a trasformarle da ecosistemi verticali a “parco giochi”.

Per il fatto che il Gioco Arrampicata della Val di Mello era stato interpretato come un modo per “Prendersi Gioco della Roccia”, considerai che i tempi non erano maturi e ritenni che fosse più importante continuare ad esplorare, anziché opporre alla “ideologia del trapano” contenuti che sarebbero stati certamente considerati polemici e prettamente introspettivi.

Sulla sommità del Pilastro d’Argento pensai…
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Le Zone No spit
Nel 1999, in occasione della pubblicazione del libro sulla Val Grande e Val Pogallo, ho proposto per quelle zone il logo Zone No Spit, un concetto di salvaguardia della consapevolezza per l’identità geostorica dell’ecosistema verticale, affinché questo non sia più vissuto col punto di vista tipico di un “ottica museale” ma percepito per le qualità delle sue componenti costitutive.

Pertanto, se in questi anni sono stati attrezzati sulle falesie di Lombardia un’ingente quantità di tracciati di tecno climb a infissi geotecnici dalle difficoltà alterate, allora è necessario preservare anche la testimonianza storica delle centinaia tra falesie, rupi e speroni da me esplorati nelle Prealpi e nelle Alpi Lombarde, in compagnia d’amici dal 1977 al 1997, con itinerari compiuti in libera esplorativa (con mezzi tecnici di protezione in sedi naturali) senza aver inciso sullo stato di compattezza delle difficoltà inalterate dal IV al IX.

Ricordo ancora ciò che pensai il giorno in cui raggiunsi la sommità del Pilastro d’Argento, una gigantesca stele che svetta come una lapide opaca in uno dei luoghi più remoti delle Alpi Retiche, parete di montagna che aveva le medesime caratteristiche delle fiancate di fondovalle: un conto è servirsi della roccia per ottenere risultati, cosa ben diversa è servirsi dell’arrampicata per conoscere la natura verticale e se stessi tramite lei.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1

NaturaVerticale-1-Grande 1999Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento permise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che provochi un sommovimento di coscienza al riguardo della Natura verticale.

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1 (1-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Allo stato di compattezza, origine geologica del difficile

Allacciate le cinture!
L’intento di questa mia analisi è di trattare il rapporto tra le tipologie di salita e la natura della roccia che origina la difficoltà, considerando anche l’impatto dovuto ai differenti mezzi tecnici impiegati per assicurarsi. Si tratta di argomenti che mi stanno molto a cuore, poiché la messa a fuoco del loro significato mi ha permesso di diventare più consapevole nel mio agire sulle pareti e ritengo sia giunto il momento di esporli nella loro essenza e interezza.

Pur arrampicando come tanti nei luoghi più conosciuti e avendo salito itinerari significativi nelle Alpi, in me prevalse fin da subito la curiosità d’esplorare le pareti sconosciute. Pertanto praticai soprattutto la libera esplorativa con assicurazioni in sedi naturali, un’attività conoscitiva unificante ed extra ordinaria, dal momento che permetteva di muoversi in montagna, in falesia e sui massi nella maniera più essenziale possibile. E soprattutto a contatto diretto con la vera essenza della natura verticale.

I quasi quarant’anni trascorsi a contatto con la roccia mi hanno permesso di scoprire che essa non è soltanto quella superficie immobile o cedevole, facile o difficile, piacevole o repulsiva che tutti conosciamo, ma è materia formata da componenti che possono suscitare emozioni che intervengono sulle azioni.

Monica Mazzucchi
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Il fatto di non aver vissuto le pareti salite come “specchi delle mie brame” che riflettessero soprattutto le mie capacità, mi ha portato a considerare che le motivazioni rette da fini agonistici e antagonistici, ai quali troppo facilmente ci si adegua, non risultano essere le uniche o le più adatte per affrontare le montagne consapevolmente se davvero s’intende intraprendere un modo rinnovato di rapportarsi alla roccia e al modo di percorrerla. Rivolgo questa mia analisi soprattutto a coloro che non considerano importante ciò che contraddistingue i percorsi (da interpretare per mancanza di riferimenti tecnici), dagli itinerari (da identificare per sporadicità degli stessi) o piuttosto tracciati (da eseguire in relazione ad infissi costanti), che ritengono la difficoltà un valore indipendente dalla presenza dell’attrezzatura, o che addirittura reputano le rocce delle falesie e delle pareti dei semplici mezzi in funzione all’arrampicata e all’alpinismo di prestigio. A mio avviso proprio il fatto d’averle considerate “mezzi” è stato un limite cruciale che ha allontanato dalla possibilità di praticare un cammino conoscitivo in rapporto alla roccia, tramite le tipologie di salita.

Se avrete la pazienza di leggere queste pagine, noterete che il tono perentorio di talune affermazioni non è una presa di posizione in difesa d’una propria etica, ma serve a rimarcare le sfumature che temevo potessero non esser considerate a sufficienza. I protagonisti inerenti ai fatti sono stati citati di rado perché avrebbero distolto l’attenzione dal senso delle vicissitudini che mi premeva evidenziare. Non vi nascondo che la fatica a procedere “percorrendo” questo scritto, dove gli avvenimenti analizzati derivano sempre dalle attività praticate, mi ha richiesto una concentrazione pari a quella d’affrontare una difficile parete impercorsa, salita da solo e senza materiale. Infatti, se dovessi dire quali sono stati i passaggi “più difficili” incontrati, non esiterei a identificarli con la messa a fuoco dei differenti punti di vista della natura verticale, certamente più impegnativa di certe lunghezze di corda che mi è capitato di salire.

Nel periodo in cui ho assemblato questi argomenti si sono succedute giornate invernali di bel tempo, durante le quali l’arrampicata non mi è però mancata, per il fatto che il “desiderio di salire” si è spostato sulla necessità avvincente di “provare a spiegare” considerazioni che in prima battuta difficilmente risultavano lineari.

Questo lavoro poteva risultarmi gravoso per il fatto che non mi riesce facile scrivere… A dissolvere questo ostacolo ci pensarono i due gatti che vivono con noi, sonnecchiando al silenzioso passare delle ore, sognando al trasformarsi dei concetti, miagolando alle riflessioni centrate, sussultando alle difficoltà di comprensione, per poi stirarsi soddisfatti al dissolversi dei dubbi. Scrutato dagli occhi fissi di quelle due enigmatiche civette quasi come un’alchimista d’oggi assorto davanti alla “sfera di cristallo” del computer, mi ritrovai a tritare nel crogiolo del pensiero la sostanza dei fatti filtrandoli in concetti per trasformarli in parole, fino ad affacciarmi sul senso compiuto della natura verticale che da ragazzo avevo intravisto, ma che non avevo la capacità di spiegare.

La libera integrale e la difficoltà intatta (primi del Novecento)
Per comprendere le vicissitudini della storia dell’arrampicata è necessario considerare brevemente le motivazioni che l’hanno caratterizzata.

Da sempre si dibatte sul torto o la ragione di questa o quell’etica, sulla “purezza della libera rispetto all’impurità dell’artificiale”, su quali siano i mezzi tecnici “leciti” e quali invece quelli “illeciti”, sul valore di una “difficoltà mai definita”, in funzione di un’auspicabile “onestà d’esecuzione” delle salite. Disquisizioni che, nel loro ripetersi senza mai soluzione, hanno concorso a schierare il fronte della conservazione dei “valori tradizionali” contro quello della loro “moderna trasgressione”, determinando un contrasto ideologico che ha decentrato l’attenzione dei praticanti dall’essenza del teatro di cui stavano parlando, fino ad allontanarli del tutto dalla possibilità di considerare la reale entità della natura verticale.

1975 – Mario Villa sale in libera integrale, nello stile “primi del ‘900”, lo spigolo sud della Torre Portorella (150m, VII-)
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Il meccanismo storico dei dissidi e dei contrasti è lo stesso che possiamo riscontrare nella storia dell’arte, dove vi sono movimenti nascenti che ritenendosi “innovativi” tendono a soverchiare culturalmente quelli precedenti a loro.

Va però sottolineato come nell’arte moderna sia evidente la distinzione tra i contenuti figurativi delle «opere artistiche», quotate cifre esorbitanti per il loro inestimabile valore, e le varie «performance concettuali» che dal punto di vista dei “contenuti figurativi” non sono facilmente comprensibili, proprio perché le performance, più che “opere”, sono vere e proprie “operazioni” di mercato.

Una definizione di valori in tal senso dovrebbe valere anche per l’alpinismo, dove però non furono mai fatte distinzioni sostanziali che rammentassero come l’arrampicata su roccia sia soprattutto un’attività in stretta relazione con una natura verticale. In conseguenza di ciò, l’invenzione dei mezzi geotecnici (o protezioni fisse a pressione o espansione), ha contribuito sempre più a far considerare come opere ciò che invece sono performance.

Dallo stratagemma protettivo dei mezzi tecnici, all’espediente ottenitivo degli infissi geotecnici
Chi ha provato a salire in cordata, senza mezzi tecnici d’assicurazione un percorso non conosciuto lungo un’alta parete verticale, come succedeva agli albori dell’arrampicata, sa bene che la “corda libera” in caso di caduta difficilmente funge da punto d’assicurazione. Tuttavia, ciò che d’importante rivela la libera integrale è che senza chiodi sulla roccia la difficoltà che si supera resta intatta.

Quando la “necessità di superare” le difficoltà delle pareti spinse ad affrontarne di maggiori, si escogitò lo stratagemma che permise di continuare comunque a procedere: furono inventati i primi mezzi tecnici definiti chiodi. Così ai “percorsi” senza impiego di mezzi tecnici in libera integrale praticati fino a quel momento, s’aggiunsero gli “itinerari” in libera attrezzata con mezzi tecnici che si utilizzavano come punti d’assicurazione e, non escluso, d’aiuto.

Se è vero che in un primo momento il loro impiego serviva a proteggere l’incapacità dei salitori dalle difficoltà opposte dalla natura verticale vissuta come “nemica”, in seguito vi fu chi considerò come “vero nemico” la “difficoltà d’assicurarsi”. Fu quest’idea che, dallo stratagemma dei mezzi tecnici come i chiodi, portò a escogitare l’espediente degli infissi geotecnici a espansione, derivanti dagli antichi fittoni.

Vi chiederete perché ho definito “stratagemmi” i mezzi tecnici ed “espedienti” gli infissi geotecnici. Per spiegarmi meglio, un conto è migliorare la funzione dei mezzi d’assicurazione per non rischiare, altra cosa è ritenere rischiosi i passaggi della roccia che ostacolano l’incapacità di salita, arrestando la possibilità di realizzare.

Distillare le idee e le motivazioni delle differenti tipologie di salita mi ha permesso di comprendere più a fondo la situazione attuale. Se l’idea della libera integrale era di «salire solo dov’era naturalmente possibile» e quella della libera attrezzata e dell’artificiale di «salire o progredire anche dov’era possibile solo tecnicamente», con l’arrampicata a spit l’obiettivo diviene «salire dove non era naturalmente possibile».

Ciò significa che gli effettivi requisiti di salita furono per la libera integrale = «lo ho bisogno della difficoltà intatta della roccia», per la libera attrezzata = «lo ho bisogno di mezzi tecnici per modificarla», per l’artificiale = «lo ho bisogno solo di mezzi tecnici» e per l’arrampicata a spit = «lo ho bisogno di difficoltà alterate».

Da ciò si deduce che l’arrampicatore non ha mai avuto realmente interesse per la roccia e la difficoltà da essa originata, ma si è soprattutto concentrato a realizzare tipologie di salita che gli permettessero di confrontarsi con difficoltà manipolate, da adattare al livello delle proprie incapacità. Pertanto la roccia non è mai stata considerata per quello che davvero è, ma più che altro come un “campo di battaglia” per punti vista contrastanti.

La libera attrezzata e la difficoltà modificata (fine anni Sessanta)
Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni Sessanta, si era soliti parlare di roccia ed avere scambi d’opinioni fra arrampicatori, discutendo dei “gradi di difficoltà” o degli “itinerari più impegnativi” del momento. Si trattava d’una tendenza che non riguardava necessariamente i capaci o gli esperti ma gli alpinisti in genere, che si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i “liberisti” e gli “artificialisti”, poiché in genere si discuteva del numero di chiodi utilizzati per assicurarsi o per progredire.

Il fatto che dalla corrente degli artificialisti si sia staccata quella dei tracciatori di direttissime a espansione, realizzate per trasgredire all’etica ferrea dei liberisti, fece sì che, per reazione, tra gli arrampicatori liberi più forti di allora ci fosse la tendenza a non utilizzare, o talvolta addirittura a eliminare, i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie sulle salite più impegnative.

Reinhold Messner, nella sua attività giovanile sulle pareti delle Dolomiti, utilizzava un numero ridottissimo di chiodi, per tutelare gli itinerari estremi del passato e quelli nuovi da lui saliti. Le sue coerenti motivazioni, che si presume partissero da considerazioni derivanti dalla pratica e non da contorte elucubrazioni, furono espresse in un suo articolo, diventato una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, intitolato L’assassinio dell’impossibile. Quel suo punto di vista inflessibile, scatenò il disappunto dei maître à penser di casa nostra i quali presero le difese di un alpinismo più attrezzato che consentisse di salire anche a coloro che non ne erano all’altezza e, dal pulpito elevato della loro supponenza, tacciarono il forte tirolese nientemeno che di “superomismo”!

Successivamente al fermento di quel periodo, come tanti giovani d’allora, anch’io fui incuriosito dalla possibilità d’affrontare difficoltà su roccia sempre maggiori. Per farlo abbandonai la libera e l’artificiale convenzionali praticando una libera a “protezioni ridotte” lungo gli itinerari ben chiodati, e una libera attrezzata senza tirare i chiodi che venivano utilizzati di solito per progredire in artificiale. Tuttavia, il fatto che la difficoltà superata con quelle due tipologie di salita fosse in ogni caso attrezzata, mi fece capire che si trattava di difficoltà modificata.

1980 – Sulla via Direttissima ai Denti della Vecchia: libera a protezioni ridotte
Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini su via Direttissima

La libera esplorativa e la difficoltà inalterata (primi anni Settanta)
Nella prima metà degli anni Settanta, la necessità di salire pareti impercorse, m’indusse a praticare la libera esplorativa con “protezioni in sedi naturali” e pertanto passò in secondo piano la ripetizione costante d’itinerari.

Certamente, il fatto d’averla praticata come attività principale anche lungo pareti non particolarmente difficili, in un periodo in cui contavano soprattutto le ripetizioni degli itinerari più prestigiosi o impegnativi, poteva far pensare che fossi un individuo in rotta con l’idea di confrontarsi con le salite storiche più impegnative.

1984 – Libera attrezzata: M. Mazzucchi e C. Curatolo sulla Paolo VI al Sasso d’Introbio
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In realtà, le ragioni che mi spinsero a praticare la libera esplorativa, sia in falesia sia in montagna, non si rifacevano né all’idea “purista” della libera integrale praticata da Paul Preuss o Angelo Dibona nei primi del Novecento, né tantomeno all’idea di limitare rischiosamente i punti d’assicurazione quale ostentazione d’una capacità acquisita. Esse dipendevano invece da un impulso conoscitivo verso la natura verticale più che dal confronto con la difficoltà in se e per sé.

1983 – Beppe Villa mi osserva sulla via Bonatti ai Magnaghi
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Praticandola mi accorsi che si trattava di un tipo di salita assai più impegnativo perché all’impegno fisico s’aggiungeva la fatica di doversi assicurare e a quello psichico il timore di cadere che deteriorava la resistenza nervosa. Ma soprattutto s’interagiva col mondo sconosciuto che inizia una volta valicata la frontiera dei riferimenti prevedibili.

Il fatto di piazzare mezzi tecnici d’assicurazione sulla roccia impercorsa, amplificava di molto la fatica della difficoltà da superare. Ciò mi fece considerare che esisteva una difficoltà più impegnativa di quella che abbiamo visto modificata dall’attrezzatura e pertanto mi domandai come avrei potuto definirla.

Considerando quei settori di roccia dove non ci si poteva assicurare ma dopo qualche tentennamento si riusciva a salire in libera lo stesso, constatai che la difficoltà superata, pur non intatta come quella della libera integrale d’inizio secolo era di fatto una difficoltà inalterata e si sapeva di che livello era solo dopo averla salita.

La libera esplorativa metteva in luce che si poteva salire la difficoltà inalterata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi era contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” a tutti i costi di essere all’altezza. Viceversa ci si poteva trovare coinvolti nella sfida tra i “propri limiti” e la “possibilità d’affermarsi” sull’orlo spiovente della “necessità di rischiare”.

Sulla roccia s’incontra il rischio che s’incontra in ogni momento della vita: per rischiare un po’ meno è necessario non rinunciare a prestare costante attenzione, lo rammenta persino il cibo che può andare di traverso a tavola quando si è sovrappensiero.

Dallo spit all’onda d’urto della tecno (primi anni Ottanta)
Nei primi anni Ottanta, sulla scena storica dell’alpinismo e dell’arrampicata comparve lo spit, già utilizzato nel campo della speleologia. Questo altro non era che un antico fittone perfezionato, introdotto quando prese corpo la convinzione che, per continuare a progredire sulle difficoltà della roccia, era necessario inventare un mezzo che consentisse di proteggersi “da meglio a sempre”.

Si trattava d’un marchingegno che consentiva di praticare una tipologia di salita definitivamente disancorata dall’idea d’esplorazione che, da quel momento, fu considerata un’attività più rischiosa che difficile.

L’arrampicata a spit, che imponeva tassativamente di non attaccarsi agli infissi, fu chiamata “free climbing”, e ciò erroneamente, visto che quel concetto di provenienza nord americana in realtà era inteso soprattutto come “libera arrampicata” e non come attività di salita che risultava in pratica vincolata alla presenza costante di protezioni, per lo più fisse, o soltanto fisse, come è poi diventata da noi.

Libera esplorativa sulle pareti alpine delle Alpi Retiche: Torre Meridionale del Cameraccio, parete ovest (700 m, Vl+)
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In seguito, per codificarne la funzione alla luce delle prime competizioni ufficiali, fu chiamata “arrampicata sportiva” e di lì a qualche tempo si trasferì sul “sintetico”, una ricostruzione artefatta della struttura del conglomerato, terreno più adatto a gareggiare a tutti i livelli e a mettere con le spalle al muro i limiti fisici effettivi d’ognuno, stressando sempre più i requisiti singoli di forza e resistenza.

Quando si affermò l’abitudine di realizzare tracciati a infissi permanenti, al concetto di “itinerario esplorato” si affiancò quello di “tracciato costruito”. Da quel momento la falesia non è più considerata una bancata di roccia quale realmente è, ma piuttosto una mera “superficie attrezzata”, al punto che oggi la maggioranza degli arrampicatori distingue una “falesia” da una “parete alpina” solo per il modo in cui esse sono attrezzate, molto sicure a spit, o più precarie a chiodi. Vorrei infatti precisare che la distinzione tra le falesie e le pareti montuose non sta solo nella distanza da valle (dato che nelle Alpi ve ne sono alcune che richiedono avvicinamenti di qualche ora), non è dovuta alla loro grandezza (basti pensare alle bastionate del Resegone, del Daìn e del Croz dell’Altissimo che collocate in territori decisamente miti, potrebbero essere considerate medie, grandi e immani falesie), e nemmeno dipende dalla tipologia d’attrezzatura utilizzata, come dimostrano le salite delle tre bastionate sopracitate, percorse praticamente in libera dai tre valenti arrampicatori Walter Bonatti, Bruno Detassis e Matteo Armani, a partire dal 1930, e che hanno anticipato di qualche decennio la concezione dell’arrampicata in luoghi miti, mitizzata negli anni Settanta sul modello yosemitico, identificato in Europa con le fiancate del Verdon e del Vercors.

La reale distinzione tra le falesie e le pareti montuose è dovuta alle loro caratteristiche naturali: l’orogenesi che le ha formate, lo stato della materia che le costituisce, il territorio più o meno glaciale in cui sono situate. Il fatto che la salita dei tracciati a spit fosse “reale” soprattutto per via dei mezzi impiegati, ma “irreale” se priva di questi rispetto alla natura verticale, di primo acchito mi fece paragonare la tecnologia di questo tipo di salita alla realtà virtuale.

Di lì a poco però, considerai che quel giudizio valeva solo per quell’istante storico, poiché l’avvento della biotecnologia rendeva il raffronto con la realtà virtuale inesatto a definire il valore dell’arrampicata a spit, che era soprattutto una tipologia di salita geotecnologica derivata dalla fusione tra l’etica della libera attrezzata e i mezzi di progressione dell’artificiale a espansione.

Perché mai l’arrampicata a spit ha attecchito così tanto nella mentalità degli arrampicatori? Credo perché ai giovani inesperti è proposta come l’approccio più diffuso, o unico, per iniziare, per gli adulti esperti è un mezzo per rimettersi in forma o per migliorarla e, volendo ironizzare un po’, per gli anziani, che in pensione da tempo arrampicano ancor più dei professionisti, è un modo per mantenersi allenati e passare del tempo con giovani meno in forma di loro!

Libera esplorativa sulle pareti alpine dell’arcata Orobica: Variante delle risonanze occulte al pilastro sud del Pinnacolo di Maslana (VII)
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Dal tempo della prima utilizzazione dello spit si definirono nei praticanti quattro diversi modi di pensare; i tecno-etici che non utilizzano spit sulle vie del passato, ma solo sulle pareti che a detta loro rappresentano il futuro; i tecno-selettivi che mettono gli spit dal basso e a distanza sempre maggiore; i tecno-conformisti che non attrezzano, ma si servono dei tracciati a spit per allenarsi; e i tecno-indifferenti che considerano itinerari e tracciati solo due modi di salire compatibili. Per poter inserire questa nuova tipologia di salita nel contesto delle precedenti, fu confezionata rapidamente un’etica con le opinioni dei praticanti, che aveva come comune denominatore dei vari punti di vista una considerazione della “roccia come mezzo” in funzione all’arrampicata, contribuendo a potenziare quel vuoto culturale che oggi, consapevolmente o meno, avvertono in tanti sotto forma di mancanza di contenuti.

Va detto che all’inizio gli attrezzatori a spit incontrarono soltanto la disapprovazione, reattiva ma debole, di coloro che fecero qualche febbrile tentativo di marchiare eticamente i territori d’azione che sentivano propri, senza però indicare direzioni alternative. Questo fece sì che non si attivasse alcun processo di bilanciamento culturale.

Fu così che, dalle ceneri dei primi infissi rudimentali decollò la tecno climb, tipologia di salita per la quale era giustificato l’impiego massiccio dello spit, che ha portato a sostituire il concetto di “scoprire per valorizzare” con quello di “attrezzare per affermarsi” e di conseguenza ad agire considerando sempre meno la natura verticale.

1987 – M. Garavaglia su uno strapiombo a spit
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I limiti di una pianificazione costrittiva
Ciò che mi sconcertò maggiormente in quel periodo fu che, in rapporto alla natura verticale, il “percorso da trovare” venne prima trasformato dall’impiego dei mezzi tecnici in “itinerario da ubicare”, e con lo spit fu definitivamente modificato in “tracciato da eseguire”. Questa evoluzione (in realtà involutiva) rivelava la necessità di avere costantemente dei riferimenti guida, scanditi e progressivi… ma per andare dove?

Il fatto di realizzare una “difficoltà obbligata” (dalla distanza degli infissi) sopra la “difficoltà naturale” (opposta dalla roccia) è tipico di un punto di vista che ha frainteso il concetto di “costruire” con quello di “creare”, come fosse giostrato da un’idea d’onnipotenza ri-costruttiva della natura. Più che un punto di vista “illuminante” e innovativo, mi pareva un’idea dai contenuti simili a fievoli “lumini” nella camera mortuaria del pensiero “illuminista”.

Il fatto che in un tracciato a spit la difficoltà sia confezionata dal ragionamento selettivo di taluni, è la dimostrazione che si tratta di un’arrampicata vincolante, più che intransigente, per il fatto che il “volere” è costantemente trasformato in “dovere” e pertanto si rivela all’opposto d’ogni “realizzazione espressiva”.

Quell’idea che ammaliava con l’allettante prospettiva di un’arrampicata e un alpinismo da adattare a tutti, e quindi “attrezzati” ma non certo “sicuri”, non mi pareva innovativa per il fatto che era molto simile alla proposta d’un vecchio motto d’inizio secolo (primi del Novecento) riveduto e corretto: le “Alpi al Popolo”, che al tempo occorse per incentivare gli iscritti delle sezioni a recarsi, oggi diremmo “riversarsi in massa”, sulle nostre montagne. Sostenere che sulla natura verticale una “attrezzatura stabile” corrisponda a una “sicurezza effettiva” sembra il sogno di un’ideologia che prospetta un futuro di possibilità “a senso unico” e “uguali per tutti”, e che confonde una pretestuosa “libertà d’azione” con un “andar per monti” apparentemente non-costrittivo.

Era un modo di trattare le montagne e le pareti che non condividevo poiché, più che tener conto della storia in relazione alla natura, considerava la natura verticale in funzione a una omologante pianificazione della geodiversità, e cioè un qualcosa da rendere sempre più accessibile secondo dettami prettamente teorici, e in definitiva da snaturare.

(continua)

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Studio psicofisico sulla graduazione delle difficoltà in arrampicata

Studio psicofisico sulla graduazione delle difficoltà in arrampicata
di Didier Delignière, Jean-Pierre Famose, Chantalle Thépaut-Mathie e Philippe Fleurance
(da International Journal of Sport Psychology, 24, 404-416)
Traduzione di Luca Calvi. Un grazie particolare a Lucio Cereatti.

In seguito all’evoluzione competitiva dell’arrampicata la Scala di Valutazione delle Difficoltà (SVD) ha assunto un ruolo centrale nell’organizzazione di quella attività. Tuttavia, questa scala si basa su meccanismi di valutazione e ben poco si sa della sua validità e delle proprietà metriche. Considerato che la SVD, storicamente, è stata elaborata partendo dall’accumulazione di giudizi di esperti, possiamo proporre l’assunto che le proprietà della SVD possano essere riferite ai processi di giudizio individuali. Allo scopo di verificare tale ipotesi è stato condotto un esperimento, al quale hanno partecipato 15 scalatori di alto livello. A questi è stato chiesto di effettuare 27 passaggi su una parete artificiale da arrampicata. Dopo ogni passaggio è stato chiesto loro di valutarne la difficoltà sulla base della SVD. Ai soggetti, inoltre, è stato chiesto di valutare, usando il metodo della stima delle grandezze, difficoltà, sforzo e precisione richiesta. Sono stati raccolti i dati elettromiografici a livello dell’arto superiore destro allo scopo di dare una valutazione oggettiva dello sforzo richiesto.

I risultati hanno mostrato che la valutazione diventa più precisa con l’aumentare della difficoltà. La SVD si presentava come una funzione logaritmica della difficoltà oggettiva e la difficoltà percepita come una funzione esponenziale della SVD. Questi risultati vengono discussi in relazione ai modelli psicologici di giudizio.

Qui il testo dello studio.

StudioValutazione

 

 

 

 

 

 

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Climbing Chaps 03

Yuji Hirayama
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Don Whillans
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Don Whillans. Foto: John Cleare
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Olivo Tico su Polimagò, val di Mello, fine anni ’70. Foto: Jacopo Merizzi
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Manolo. Foto: Saverio Bombelli
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Manolo e Mauro Corona
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Mauro Corona ed Erri De Luca (Oggi arrampichiamo!)
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Edward Alexander (Alaister) Crowley
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Doug Scott in vetta all’Everest, 1a ascensione della parete sud-ovest, 1975. Foto: Dougal Haston
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Giuseppe Popi Miotti, anni ’80
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Ivan Guerini, anni ’70. Foto: Giuseppe Popi Miotti
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Gianni Battimelli, Luca Calvi e Ramezio Ramello
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Joe Brown
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Sea, specchio delle mie brame

Sea, specchio delle mie brame
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su planetmountain.com il 30 luglio 2015, con il titolo Vallone di Sea e l’arrampicata allo Specchio di Iside. Vi si trovano anche alcune schede di vie d’arrampicata)

Il vallone di Sea inizia a Forno Alpi Graie 1219 m e possiamo dire che idealmente termini al colle Tonini 3244 m. Esso incide la testata della Val grande di Lanzo incuneandosi per circa dieci chilometri in un ambiente montano di selvaggia bellezza tale che anche solo andarci a passeggiare può lasciare degli autentici souvenir emotivi. I colori e le luci, nell’arco della giornata giocando con le pieghe della roccia, davvero svelano ad un occhio attento le forme che Gian Piero Motti aveva saputo leggere sulle pareti di questo angolo dimenticato delle Alpi. Ecco che quindi come d’incanto appaiono il Mago Gandalf, Il Volto della Signora e decine altre strutture dai nomi singolari e talvolta esoterici.

Vallone di Sea, Specchio di Iside e Trono di Osiride
Vallone di Sea, Parete del Trono di Osiride

Le pareti si susseguono in un crescendo “Rossiniano” e partendo dalle piccole strutture rocciose poste in prossimità dell’abitato si incontrano le ampie strutture denominate lo Specchio di Iside, il Trono di Osiride e la Parete dei Titani. Proseguendo nel cammino dopo il pianoro di Balma Massiet si incontrano solo per citarne alcune, l’Albaron di Savoia, la punta Francesetti e la Ciamarella che con i suoi 3676 m è la regina delle Valli di Lanzo.

Il già nominato Gian Piero Motti fu il primo a intuire le potenzialità di questa valle relativamente a un arrampicata/alpinismo di ricerca ma in realtà se non sul masso di Nosferatu lui non vi arrampicò mai. Fu Isidoro Meneghin con Sergio Sibille, sul finire degli anni Settanta, a tracciare le Docce Scozzesi, il primo vero itinerario di scalata sulla grande parete del Trono di Osiride. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine, fra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, gli arrampicatori torinesi (e non) si mossero un po’ tutti, così Ugo Manera, Franco Ribetti, Claudio Sant’Unione, Enzo Appiano, Roberto Mochino, Daniele Caneparo, Maurizio Oviglia, Marco Casalegno, Marco Blatto, Sandro Zuccon, ecc. (non se la prendano quelli non citati) lasciarono le loro firme alcuni con realizzazioni sempre più di alto livello ed alcune di valore assoluto. Muta testimone di questo cammino di ricerca della difficoltà sia in libera che in artificiale è la perfetta linea dell’itinerario Così parlò Zarathustra che a tutt’oggi conta pochissime ripetizioni.

Qualcuno si stupirà del fatto che io non abbia ancora nominato Gian Carlo Grassi, ma lui con i suoi oltre cento itinerari giocava in una categoria a parte, quando non da solo, era accompagnato da clienti, da colleghi o da amici e spesso trascorreva a Sea gran parte dell’estate, rincorrendo quell’esoterico mondo palesatogli anni prima da Motti.
Le Alpi Occidentali e non solo, negli anni Novanta hanno visto il passaggio di una cometa di una lucentezza incredibile, Manlio Motto: questi, forte di un ottimo livello in arrampicata libera e testimone di un nuovo stile di apertura dal basso, iniziò a chiodare in maniera quasi sistematica nuovi itinerari uno più bello dell’altro. L’ho incontrato in un paio di occasioni ma non ho mai avuto modo di chiedergli perché a Sea non fosse mai venuto. Sarà forse stata l’esposizione delle pareti, forse il fatto che c’erano già troppe vie presenti, forse quel po di lichene che talvolta può risultare fastidioso, forse qualche fessura intoppata d’erba, forse la somma di tutto ciò o addirittura perché non riusciva ad essere contemporaneamente dappertutto… di fatto Sea ha avuto altri più o meno discussi o discutibili protagonisti del “moderno”.

Vallone di Sea, Lo Specchio di Iside
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Oggi mi scappa talvolta da ridere nel leggere alcune relazioni di itinerari, ma ancora più i commenti, accuratamente celati da nickname di comodo, sui vari Forum, che criticano la chiodatura in posto, la lunghezza della via, lo stile di apertura o qualsiasi altra cosa che possa essere in qualche modo attaccata. Questo nello specifico non riguarda Sea, ma sono addirittura riuscito a leggere su un commento: via “troppo corta”. Ma ci rendiamo conto? Sono certo che se l’apritore lo avesse saputo prima avrebbe sicuramente fatto allungare la parete dal padreterno così invece di fare due vie parallele per riempire una giornata in montagna ne avrebbe fatta una sola magari di tre chilometri scontentando però quelli che la volevano solo di due. Ho anche letto in merito a una richiodatura che questa non era stata ancora completata e che l’interessato doveva muoversi a farla con un “insomma” abbastanza spazientito. Tutto ciò mi sembra incredibile, eppure dato che accade vuol dire che in 35 anni di scalate in giro per il mondo, o non ho capito niente (cosa molto probabile) o che tutti ci raccontiamo un fracco di balle.

Sull’onda del ritorno alle origini oggi è meglio sparare a qualcuno piuttosto che mettere uno spit, adesso se non sei trad non sei nessuno, non sei “IN” ed allora mi chiedo perché, se a Sea, dove quasi tutte le vie sono “old Trad” (anzi, forse le più belle sono proprio così) non c’è mai nessuno? I pochi che ci vanno salvo rare eccezioni ripetono gli itinerari più sicuri salvo poi denigrarli nei forum scrivendo “vorrei vedere le fessure pulite senza spit”, ma cazzarola la via di fianco è senza chiodi… perché non sei andato a fare quella lì, mondo cane?

Isidoro Meneghin sistema il materiale dopo l’apertura di Così parlò Zarathustra. Foto: Daniele Caneparo
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In tutto questo tempo ho però imparato che a Sea raramente ci vengono quelli che si tengono davvero, quelli vanno in Wenden o in Marmolada e se vengono a Sea (qualcuno ci viene), difficilmente le loro impressioni le affidano in modo anonimo ad un forum, o le tengono per se stessi o le danno direttamente agli interessati. Purtroppo qui le fessure “respirano” ed i chiodi normali vengono sputati fuori, espulsi dalla roccia anche se sembravano solidissimi, le fessure da friend sono spesso intoppate da una vegetazione che con la tropicalizzazione del clima sta diventando sempre più rigogliosa e sui muri a tacche, o sei Manolo, o è inutile fare l’eroe, è meglio mettere qualcosa per non rompersi con un eufemismo l’osso sacro. Allora mi metto nei panni di un arrampicatore e anche non solo della domenica, chiedendomi: ha senso sulla Est delle Jorasses portarsi coraggio da vendere, chiodi, martello, friend, nut, ramponi, piccozza e avere difficoltà di ogni genere dalla ricerca dell’itinerario alla salita alla discesa? Certamente sì, così dev’essere e così sia. Ma in un posto come Sea è vero che si fa la stessa attività ma questa credo sia indiscutibile che debba essere declinata in un modo differente. Come? A mio modesto parere oggi, parlando di itinerari non di ambiente, una via di placca compatta con 10 metri di fessura al quarto tiro è più corretto che sia integralmente chiodata a fix piuttosto che far portare due friend appesi al sedere sino a lassù solo perché oggi si usa. Una via agevolmente proteggibile con protezioni veloci dove l’uso dei fix possa essere ridotto al minimo dev’essere lasciata salvo le soste, il più naturale possibile. Viceversa su una via proteggibile a chiodi normali questa dev’essere a discrezione dell’apritore o lasciata integralmente pulita in modo che i ripetitori possano trovare lo stesso terreno degli apritori o in luogo di un chiodo normale (che se lasciato è una protezione fissa) venga messo un tassello che garantisce una sicurezza superiore e per più tempo a quella di un chiodo.

Vallone di Sea, Parete del Naufrago, sulla via Tra parentesi (di Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e 26 luglio 2015)
Sea-Tra Parentesi, Parete del Naufrago, Luca Brunati, Luca Enrico, Matteo Enrico, 18 e il 26.07.2015

Ma al di là di questo, che è quello che io penso e del quale mi assumo le responsabilità, dico “Go climb a Rock”, antico yosemitico adagio, e per questo vi illustro alcuni itinerari che si trovano sul settore destro dello Specchio di Iside. Aggiungo inoltre un nuovo itinerario chiamato Tra Parentesi, dove è assolutamente necessario sapersi proteggere, fresco fresco di apertura realizzato sulla solare ma dimenticata parete di Marmorand posta sul lato destro della valle (salendo) che gode oltretutto di un breve avvicinamento. In ordine di apparizione il primo è, a mio parere, (secondo quanto scritto sopra) il riuscito rimaneggiamento di una vecchia via chiamata No Controles che ora è denominata Supercontroles. Il secondo è la logicissima combinazione di tre itinerari che si incrociano ma che danno luogo ad una linea perfettamente diretta abbastanza trad…detto Combinazione ed il terzo è una via La valle dei Narcisi che iniziai con alcuni amici negli anni Novanta e che in seguito a un furto di materiale chiesi ad un amico di terminare. Scopersi poi solo dopo che il nome della via era stato mutato in La valle del Narciso, un singolare da un plurale non cambia la sostanza ma io non mi riferivo a qualcuno in particolare perché siamo tutti un po narcisi nell’attività che facciamo e gli alpinisti poi ho avuto modo di constatare che lo sono in misura ancor maggiore!… Dopo quel furto stetti degli anni senza più tornare a Sea, ma questa valle ti strega, si insinua nello spirito e ti obbliga a fare e dire cose che forse… non avresti voluto. Chissà che quanto ho scritto non sia ancora una volta colpa sua.

SCHEDA: Supercontroles, Vallone de Sea

SCHEDA: Combinazione Temporale + Arco + Fantabosco, Vallone de Sea

SCHEDA: La valle dei Narcisi, Vallone de Sea

SCHEDA: Tra Parentesi, Vallone de Sea

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Dalla parte delle pareti

Sul blog ilgiardinetto47.it il 30 ottobre 2014, a firma di Roberto Robi Colombo, esce un post assai interessante che riporta in formato pdf un articolo di Ivan Guerini apparso nel novembre 1990 sulla Rivista della Montagna. L’autore del post commenta:

Nel lontano – oramai – novembre 1990 un tale Ivan Guerini scriveva sulla Rivista della Montagna (la prima rivista laica – cioè non CAI –  di alpinismo e dintorni) un articolo dal titolo Dalla parte delle pareti.
Ivan Guerini è in realtà molto più famoso per altre cose che non per questo scritto: la scoperta della Val di Mello, l’VIII fatto con le Superga risuolate in Aerlite, l’attività esplorativa nel Lecchese, nell’alto Lario e in Val Grande. Un grande personaggio fuori dagli schemi, involontario protagonista del logo Mello’s che ha sempre vissuto l’alpinismo e l’arrampicata in modo mistico e non sportivo.
Per questo rilancia nel 1990, nel pieno boom dell’arrampicata sportiva, un approccio più “naturale” e più “leggero”. Leggetevi il suo articolo e capirete.
Ma la cosa più interessante per i curiosi frequentatori del Giardinetto sono gli schizzi allegati all’articolo: ci riportano una zona del Lecchese pre-spit, con vie e nomi scomparsi o caduti in disuso.
Ecco quindi un bel quiz: come si chiamano ora le strutture citate? E che fine hanno fatto le vie salite da Ivan & C.?“.

Ci siamo ricordati anche noi di quel bell’articolo apparso ormai 25 anni fa. Abbiamo creduto opportuno riportare, qui, le riproduzioni dei disegni originali di Ivan Guerini che corredavano l’articolo. Auguro a chi vorrà rintracciare i suoi itinerari “buona caccia”!

Disegno 1
Disegno 2
Disegno 3
Disegno 4
Disegno 5

Ivan Guerini
DallaPartedellePareti-1

Dalla parte delle pareti
(Pradello, Giazzima, l’Avorio)
di Ivan Guerini
(da Rivista della Montagna, novembre 1990)

Inconsueto per i tempi. È la prima impressione che un articolo di questo genere può suscitare. Quella di uno scritto tipico di una mentalità ormai superata, lontana cioè dal modo di pensare e di agire che ora va per la maggiore. Ma bisogna che ci capiamo: essere fuori dalla mentalità attuale non vuol dire aver perso il contatto con la realtà, può invece significare guardare l’attualità dal di fuori. La maggioranza di chi arrampica ora non si accorge di quanto succede al di là del suo modo di fare, perché è in costante adorazione verso ciò che fa. Pensa di essere al centro del mondo, ma è semplicemente al centro dell’attenzione (che non è la stessa cosa…). Qualche esempio? Se ne potrebbero fare molti, ma preferisco parlare di un gruppo di pareti che mi stanno particolarmente a cuore; anche perché stavolta ho scelto di sbilanciarmi in prima persona, altrimenti l’argomento di questo articolo sarebbe un discorso soprattutto teorico.

 

Le pareti di cui parlo sorgono presso il Lago di Lecco, qualche chilometro dopo la città. Si tratta di un piccolo universo roccioso dove una certa mentalità, sbragata nel modo di fare, si è completamente disinteressata di tutto ciò che su quelle pareti è avvenuto e avviene, magari con meno frequenza di un tempo. Ebbene, questo modo di intendere le cose non si è fermato ad una semplice prevaricazione del passato: ha pure tolto di mezzo parte della natura che su quelle rocce viveva prima che arrivassero le vie a spit. E ha sovvertito un equilibrio che invece era stato rispettato dalle vie precedenti. Forse qualcuno si chiederà perché mi sono deciso a parlarne solo ora. C’è un motivo preciso.

Oggi, se tu non racconti ciò che fai, pubblicandolo immediatamente, pare che tu non faccia niente. E se poi decidi di startene in silenzio per qualche anno, sembra che tu non arrampichi più! Ma se uno non pubblica, magari una ragione c’è. Oggi viviamo in un’epoca in cui il valore degli avvenimenti viene letteralmente masticato dalla necessità di dover pubblicare velocemente. Eppure c’è un momento per pubblicare e ce n’è un altro in cui è necessario avere il coraggio di non pubblicare. Perché arriverebbe assai poco a destinazione.

La pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna
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Cancellare le testimonianze
Con la scusa di praticare dell’arrampicata sportiva, e non dell’arrampicata tradizionale, qualcuno pensa di poter fare sulla roccia tutto quello che gli pare. Ad esempio, togliere i pochi chiodi normali e sostituirli con gli spit. Il motivo? Perché non sono sicuri, perché non si sa chi li ha messi, come mai sono lì… Se invece i chiodi vengono lasciati in posto, allora si sale, si attraversa, si tagliano con molte vie “nuove” i pochi metri di parete, isolando il valore di quei pochi chiodi normali. Al punto che i vecchi “ferri” paiono ormai solo dei pedoni circondati da un traffico caotico e luccicante. In questo modo, prima si confondono i tracciati, poi vengono dimenticate le vie originali della parete. Infine, sopra quelli che già esistevano, vengono aperti altri itinerari!

Il risultato? Si elimina dello spazio (che naturalmente non sarebbe scalabile), per riempirlo con la paura di rimanere indietro. Più o meno come se si andasse sulla Cima Grande di Lavaredo a togliere i chiodi di Comici, senza nemmeno chiedersi perché sono lì e si richiodasse la sua via chiamandola, che so, Pesche all’olio di oliva. Magari salendo a un metro di distanza dal percorso originale e intersecandolo quando conviene. Oppure come se si spittasse la Cassin al Badile con la scusa che i chiodi sono vecchi e vanno sostituiti, e si ribattezzasse la via originale Gli idioti del 2000. Che bravura! Cancellando le testimonianze del passato (tanto il passato remoto quanto gli avvenimenti più recenti, di ieri), si potranno finalmente cambiare anche i nomi delle vie che già erano state “battezzate”. E per “finalmente” intendo: “chi se ne frega se qualcuno le ha già fatte, adesso ci siamo qui noi”. Il fatto che spesso si sia arrivati a spittare sopra e lungo vie già esistenti, non dimostra soltanto che la mentalità generale di chi arrampica secondo questi canoni non riesce a distinguere niente al di là di ciò che fa. Piuttosto, rende evidente come la specializzazione limiti il giro d’orizzonte. E non mi riferisco tanto alla capacità di “tirarsi su” sulla roccia, quanto piuttosto alla capacità di comprendere il valore complessivo della parete che si sta salendo.

In conflitto con il passato più recente
Ma non è tutto qui. Chi arriva a spittare dove qualcuno è già salito utilizzando i chiodi normali, in fondo non ammette che nel passato più recente certe difficoltà siano state salite in arrampicata libera naturale. Sicuramente, sotto sotto è convinto che questo debba ancora avvenire… Vorrebbe che all’arrampicata libera naturale sulle alte difficoltà ci si arrivasse con l’arrampicata a spit, e che il merito di questa evoluzione appartenesse solo allo spit. Invece, tale evoluzione è già avvenuta negli anni passati, e non è stato certo grazie allo spit. Effettivamente, per chi ha una mentalità competitiva, sarà dura accettare il fatto che l’avanzamento delle difficoltà sulle pareti calcaree del Lago di Lecco non è avvenuto con quel tipo di arrampicata libera che si serve di mezzi di protezione innaturali. Qui, infatti, l’evoluzione ha avuto luogo semplicemente grazie all’esplorazione di pareti sconosciute per mezzo di un’arrampicata libera naturale, nel completo rispetto della natura rocciosa. In altre parole, la roccia inchiodabile è rimasta tale. In effetti, sulle pareti di Pradello, su quelle di Giazzima e soprattutto sulla lunga e scomoda Cornice dell’Avorio sono state aperte numerose vie con passaggi dal VII+ al X-. Il tutto a partire dal 1979, ben prima che lo “spit climbing” piombasse su quelle stesse pareti per andare a caccia di difficoltà. Da quel momento le pareti di cui parliamo sono state salite e frequentate, e per molto tempo nessuno ha cercato di “sistemarle” a misura d’uomo. Da parte mia, da quando ho cominciato ad arrampicare, ho cercato di non intervenire mai sulla natura delle difficoltà esistenti in parete. Né nei centri di fondovalle né in montagna. Ho chiodato solo dove i chiodi entravano naturalmente, e sono salito solo dove ero in grado di farlo con i miei mezzi. Senza la presunzione di separare il grado della difficoltà dalla natura che lo forma. Perché sentivo che un mio intervento in questo senso avrebbe alterato l’ordine naturale della parete. In altre parole, avrebbe inquinato il difficile. E già che ci siamo, vorrei precisare che questa lunga premessa non costituisce una requisitoria contro gli spit. Mi interessa invece mettere in risalto come una certa mentalità diventa “a spit” anche nel modo di fare: maniacale, territoriale e aggressiva. Questo, almeno, a giudicare da quanto è successo alle pareti in questione. E in definitiva il vero problema non è dato dal fatto che lo “spit climbing” limiti i suoi praticanti ad un’arrampicata incompleta rispetto ad una libera autentica. Il problema, ben più grave, è che lo spit separa l’uomo dalla natura della difficoltà. Nel senso che lascia la difficoltà, ma elimina le sue componenti naturali…

Sotto le pareti dell’Avorio
E che dire di quel sentierino che corre sotto le pareti dell’Avorio, costruito abbattendo piante, rimuovendo sassi e spuntoni per trasformarli in comodi gradini? Tanto più che per 12 anni la gente ci è sempre andata lo stesso, anche senza sentiero, ma soprattutto lasciando le cose com’erano. Si tratta di un sentierino che, in un posto molto più piccolo di una “grande foresta”, ha in proporzione gli stessi effetti devastanti di una grande arteria di traffico. Un sentierino fatto solo per arrivare comodi agli spit senza strapparsi i vestiti, quando il bello di quel posto era tornare a casa, la sera, con i segni di “forti” esperienze sulle mani; e quegli strappi sui vestiti erano i ricordi di giornate complete, vissute appieno…

Alle pareti di Pradello
E la sommità della Torre del Garofano? Era costituita da un fiore calcareo, con schegge di petali e foglie di spuntoni… Oggi non è più com’era, in gran parte è stata distrutta. Petali e foglie sono stati buttati giù a viva forza da chi sa stare in mezzo alla natura solo piegandola alla sua ristrettezza di idee. Lassù ormai sono rimasti solo massi sconnessi e gettati nel vuoto da chi è assetato di posti nuovi. Non per conoscerne il valore, ma piuttosto per renderli luoghi da divulgare in modo da sentirsi qualcuno!

Paolo Orsenigo si stacca da terra con tenacia da lottatore per andare a conoscere le Promesse del Sole al Sipario delle Statue
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La morte dello Spalto del Messia Verde a Giazzima
Mi son sentito preso a calci nei sentimenti. Era come se le testimonianze della mia passione di un tempo fossero state violentate davanti a me… Gelosia dei posti? Balle! Pare che un certo modo di fare si diverta a umiliare la natura solo per l’invidia di essere stato preceduto.

Hanno fatto a pezzi la natura che da sempre viveva su quelle pareti. Le avevo salite anni prima, quelle rocce, lasciandole esattamente com’erano. Mi sarebbe piaciuto che fossero rimaste tali. È stata una violenza tremenda, quella di rovinarle, come se ti avessero sgozzato il gatto o avvelenato il cane per farti un dispetto. Ci sono certi luoghi, nel mondo, dove qualcuno sa trovare la propria felicità. Al contrario di tanti altri che masticano continuamente posti, macinano decine di vie senza sosta perché, per loro, in definitiva un posto vale l’altro. E così si rovina, si spacca, si distrugge. Cosa si dovrebbe dire a chi ha segato un albero decennale per sostituirlo con una catena di calata a soli 10 metri da terra? Quello era l’unico albero nato e cresciuto al centro di una parete che portava il suo nome: lo Spalto del Messia Verde. Un albero che in primavera sprigionava una chioma verdissima e faceva indiscutibilmente parte dell’ambiente. Oltretutto era inutile tagliarlo, perché permetteva anche per sostare. E di lì si scendeva pure in doppia, accarezzati dalle sue frasche quando c’era la brezza pomeridiana…

Una descrizione romantica? Niente affatto, sono parole vere, reali quanto la sua distruzione.

A qualcuno, discorsi di questo genere potranno sembrare disquisizioni idealiste che non stanno con i piedi per terra. Per me, invece, è idealista e fuori dalla realtà chi tratta le pareti senza rispetto. Senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, di come le rovina, nel tentativo limitato e infantile di trasformare la roccia a sua misura. Intanto la parete cambierà nome, si chiamerà Spalto del Messia decapitato, e la via Le Catene dell’uomo alla natura.

Mi immagino già la risposta: «Ma dai, in fondo una pianta è solo una pianta!». È vero, com’è altrettanto vero che, in casi come questi, la faccia di uno spit climber è qualcosa di talmente inutile da non servire nemmeno come concime per riportare in vita quella pianta, ridotta a un oggetto rinsecchito. E adesso si dovrebbe usare quel ceppo avvizzito come legna da ardere? Oppure comportarsi con quel ceppo sporco e umido come con una prostituta che viene tolta di mezzo e buttata in un fosso perché intralciava gli interessi di…? Già, in fondo quella era solo una pianta, ma quante piante in tanti posti hanno fatto la stessa fine? Avete mai provato a pensarci? Spezzare un ramo perché sei costretto a passare di lì è comprensibile, può anche capitare. Ma perché mai dovrebbero avere ragione quelli che segano le piante per sostituirle con una più comoda catena di calata? Perché dovrebbero avere più ragione quelli che strappano edere e arbusti e non si accorgono dei nidi momentaneamente abbandonati e radono al suolo ogni forma di vita che ostacola e intralcia le loro realizzazioni?

Avete mai osservato da vicino gli autori di così grandi gesta? Sono figure tristi e meschine, dalle facce piatte e dallo sguardo inespressivo che si accende solo quando arriva qualcuno in grado di salire senza sbagliare un gesto. Figure che hanno bisogno di vestirsi in modo molto colorato proprio per nascondere lo sterminato grigiore del loro modo di vivere…

Che ne sanno loro cosa significhi arrampicare realmente in libera, se continuano a ridurre così ogni falesia su cui puntano lo sguardo? Trasformano l’arrampicata libera in mezzo alla natura in una libera prigioniera delle loro realizzazioni. Al punto che si potrebbe quasi dire: finta libera per una finta libertà. Un merito, però, questo modo di fare ce l’ha senz’altro. Quello di essere riuscito a trasportare in montagna tutto ciò che in città invade il loro modo di pensare. Ha trasformato momenti unici, vissuti in mezzo alla natura, in una domenica di sole vista attraverso i vetri di casa. In breve, la quiete che è sempre esistita su certe pareti ha preso le sembianze di un bar, con gente che fa il tifo e spegne le cicche nei buchi della roccia, che rumoreggia e sghignazza, anziché gridare di gioia. Gente che ha La Gazzetta dello Sport e le cronache della “libera” al posto del cervello. Ed è un peccato, perché si potrebbe lo stesso arrampicare sul difficile, anche sul X grado, senza imboccare necessariamente quella strada. La storia e l’esperienza, oltretutto, lo dimostrano. Su queste pareti, per anni, si è andati avanti lo stesso.

Monica Mazzucchi si allunga sulle onde tenui di un calcare con prese obbligatorie, distanti e sfavorevoli da raggiungere
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Dalla parte della roccia
Non vi nascondo che a un certo punto avrei voluto muovermi, contrattaccare. Ma dentro di me qualcosa di indefinibile mi ha fermato. Una forza molto grande che, vista dal di fuori, ti fa sembrare un perdente solo perché non reagisci nei tempi dettati dalle stupidaggini degli altri. In fondo, reagire agli altri significa uscire da te stesso per avere un contatto con quei signori; se lo fai, però, vuol dire che in un certo senso assomigli a chi ti sta intorno, che hai qualcosa in comune con loro.

lo non mi sentivo uguale a chi agiva in quel modo. Così ho continuato a fare esattamente quello che stavo facendo, senza deviare minimamente dalla mia strada.

Ora che i fuochi di provocazione di una guerra dalle mani pulite, inventata da altri, dentro di me si sono placati; adesso che nel mio orizzonte interiore il dispiacere è diventato chiarezza, posso provare un’esperienza per me del tutto nuova. Quella di dar vita – se sarà il caso – ad un’intelligenza cieca, ben più convinta e testarda di qualsiasi ostacolo perché non ha nulla da perdere. Ma questo non significa togliere gli spit per ripicca. Implica il fatto di possedere una ragione per toglierli assai più valida di chi li pianta. Adesso che ho esaurito i miei desideri esplorando una vasta zona di pareti mai scalate (e ciò anni prima che quelle rocce potessero essere scovate e spittate), ho finalmente il tempo di provare anch’io ad essere un bulldozer. Una macchina che, invece di eliminare la natura delle pareti, distrugge ciò che permette la loro rovina; che al posto di trapanare schioda; che non ragiona e stacca spit; che non si pone tanti problemi e toglie catene; che se ne frega e cancella scritte, rimette a posto i detriti, appoggia dov’erano in precedenza le edere ormai morte, rimette in piedi i cespugli strappati, riporta dov’erano gli alberi ormai segati… Una macchina programmata per ragionare al contrario di quella mentalità “semplice” che ha riempito le pareti di roba complicata: viti, bulloni, piattine e catene. Bello, vero, vivere quello che prova una parete quando è trapanata; vedere distrutto un lungo lavoro di trapano in poco tempo…?

Cosa si prova quando ci si sente maltrattati allo stesso modo in cui viene ridotta la natura di tante pareti, debole e umiliata?

Io tengo di più alle montagne che all’alpinismo, più alla roccia che agli arrampicatori. Sto dalla parte delle pareti, e non con quanti rovinano la loro natura con la scusa di valorizzarle, solo per vedere il proprio nome in uno squallido trafiletto sulle pagine di una rivista. Da sempre alpinismo e arrampicata hanno fatto di tutto pur di porsi davanti alla roccia e di mettere i piedi in testa alle montagne, per apparire più importanti e sempre un po’ più alti. Anche se siamo in piena era della presunzione egocentrica, non va mai dimenticato che senza montagne noi non potremmo andare su nessuna vetta. Dunque, non ha nessun senso sentirsi più importanti della pietra. E, se è vero che noi abbiamo un bramoso desiderio della roccia, è altrettanto vero che la roccia non ha mai avuto bisogno che l’uomo ansimi e si agiti su di essa. Converrebbe abbassare la cresta, ma non per sembrare dei falsi modesti che nascondono l’arrivismo. Per diventare realmente più umili. In caso contrario si perde sempre più la possibilità di avere un rapporto con ciò che è realmente la roccia.

E se è vero che in tanti posti gli spit sono sicuramente in eccesso, è altrettanto vero che in moltissimi altri luoghi i chiodi a pressione non dovranno mai comparire. Ne va di mezzo l’integrità naturale delle pareti.

E poi chi ha detto che si possono piantare quei tondini di ferro dovunque? E con che diritto? Perché mai dovrebbero avere più ragione mille fautori dello spit piuttosto che un arrampicatore solo, convinto che i chiodi a pressione non debbano essere usati in certi luoghi? Luoghi, oltretutto, sui quali chi scrive può senz’altro dire la sua opinione, visto che in tredici anni di arrampicata vi ha aperto un numero vie più che considerevole: 110 sulla Cornice dell’Avorio e 30 sulle pareti di Giazzima e Pradello. E questi numeri non li sottolineo per vanagloria, ma solo come riferimento per chi capisce unicamente il linguaggio delle cifre. Né vorrei che i contenuti di questo scritto venissero interpretati come le farneticazioni di un dittatore, cosa che da sempre succede non appena qualcuno dichiara pubblicamente di pensarla in modo diverso dalla mentalità corrente.

È probabile che quello che sto scrivendo giunga a destinazione in ritardo, quando un certo modo di fare ha ormai dilagato a dismisura. Ma, l’ho già detto, per me è sempre stato più importante agire per andare verso la comprensione delle montagne, che non reagire sulle pareti al modo di fare degli altri. Proverò a spiegarmi meglio. È abbastanza evidente che, se tu arrampichi per allevare il tuo amor proprio o, ancor peggio, per potenziare il tuo risentimento, anche se stai arrampicando non vivi più nessun rapporto con la roccia. La verità è che hai sostituito la roccia con i tuoi nemici. Sinceramente non ho scritto questo articolo per avere “alleati” che la pensino come me. Altrimenti avrei arrampicato per dare di me una nuova immagine, ancora da sfruttare, quella dell”‘arrampicatore ecologico”. Che è una forma di arrampicatore sociale dipinto di verde. Detto più semplicemente, un climber che usa la difesa delle pareti per edulcorare e arricchire la propria immagine.

Monica Mazzucchi
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No, io l’ho sempre pensata in questo modo. E se 15 anni fa non usavo i chiodi a pressione per progredire in artificiale, così ora non uso gli spit per arrampicare in libera (ma la cosa è ben diversa dal non usarli per partito preso, come fa chi vuole distinguersi a tutti i costi…). Quest’ultima distinzione potrà sembrare polemica; in realtà è necessaria per evidenziare delle differenze fondamentali che sembrano non esserci. Però in giro c’è un sacco di gente che critica l’uso dello spit in montagna e però lo utilizza in falesia per allenarsi a non usarli sulle grandi pareti. Invece, tutte le vie aperte in questi anni a Pradello, a Giazzima e all’Avorio sono state portate a termine senza un allenamento parallelo su vie spittate. Questo per dire che, nella mia storia personale, su certe vie, le alte difficoltà sono state superate naturalmente, senza che fossero prima sperimentate in modo innaturale da una parte e poi tirate fuori per forza dall’altra. In fondo sono sempre stato convinto che la cosa più importante sia la singola forza della coscienza di ognuno. Se veramente si vuole che il rapporto con la montagna migliori (e non solo dal punto di vista della qualità delle fotografie e dei metodi di allenamento), e che proceda insieme alla natura, ognuno, anche il più inutile e dimenticato degli individui deve tirar fuori tutta la poca luce che è convinto di avere.

Ero, sono, sarò
Adesso che l’articolo sta per terminare, mi vedo di fronte il sorrisetto di compatimento di chi si sente forte perché è convinto di avere in mano il presente pensando al futuro. Qualcuno potrà anche pensare che di gente che la pensa come me, per fortuna, ormai ce n’è poca. Può darsi. Ma il fatto che da molti anni, da prima ancora che comparisse lo spit, io abbia sempre agito così, e continui pensarla in questo modo, soprattutto ora, dovrebbe far riflettere.

Tuttavia, potrebbe verificarsi che, invece di scomparire, questo modo diverso di essere riesca a vivere ancora quel tanto che basta per arrampicare sulla tomba dello spit, intesa come lapide di un certo modo di trattare la roccia.

Monica Mazzucchi su Il Nube, il Verde, l’Insetto alla Parete della Fiaba di Primavera
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Ivan Guerini
Ben noto a quanti, alpinisti e arrampicatori, fecero attività negli anni del Nuovo Mattino e fino alla fine del XX secolo, Ivan Guerini è certamente conosciuto solo in parte dalle ultime generazioni: taluni in senso mitico, altri come fonte inesauribile di idee da seguire o da utilizzare malamente forse per la stima che nutrono, più o meno sinceramente, nei confronti della sua inossidabile e per certi versi inimitabile coerenza. Tuttavia assai poco si sa della ragion d’essere di tale saldezza etica.

Da sempre ha privilegiato l’arrampicata libera esplorativa con protezioni in sedi naturali che, per stile, continuità e contenuti è assai diversa da quella praticata dai più, forti compresi.

Questo gli ha consentito di interagire sempre più con la Natura Verticale, tant’è che è stato il primo a pensare di definire la roccia in tal modo.

Il fatto che da quasi 50 anni (!) non abbia mai smesso di praticarla, gli ha permesso di arrivare a curiose considerazioni mai riscontrate negli scritti passati e presenti che abbiamo avuto modo di leggere.

Nel 1999 ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico editing Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento pernise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Nessuno aveva mai concepito di destinare tutta la sua attività esplorativa alla preservazione della Natura Verticale, e Guerini lo ha fatto arrampicando esclusivamente con lo stile sopra citato e con la creazione di questo logo.

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Ha deciso di utilizzarlo per tutte le numerosissime pareti alpine e prealpine che ha esplorato a partire dal 1977, comprese le Falesie di Giazzìma, Pradello, Avorio e Fiumelatte, con i loro itinerari ancora oggi in gran parte irripetuti, che sono da considerare a quanto  risulta come le prime grandi falesie No-Spit nella storia dell’arrampicata europea.

L’iniziativa fu apprezzata nel 2003 da Alberto Peruffo di Intraisass che gli chiese di poter applicare quel logo al gruppo dolomitico del Colbricòn; e nel 2004 anche i Valmadreresi più eclettici lo fecero su Vertice per quanto concerne le zone dei Corni di Canzo che prima definivano, con la loro proverbiale frugalità, semplicisticamente “riserve”. Altri ancora, in tacito accordo con l’ideatore, lo utilizzarono in ulteriori zone alpine. Chiaramente riportandone  la fonte.

Essendo ben consci di quanti convegni, dibattiti, esternazioni e prese di posizioni individuali per la tutela della roccia in questi ultimi decenni si siano succeduti, più o meno tutti caduti purtroppo nel nulla, ci sembra giusto certificare questo suo articolo con tale logo.

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Falesie certificate?

Nel marzo scorso usciva su Planetmountain.com una molto interessante intervista ad Angelo Seneci che qui riprendiamo integralmente.

Ci permettiamo di obiettare che, a nostro avviso, i motivi per cui, secondo lo stesso Seneci, “non c’è spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione (tipo CEN)” sono gli stessi per cui siamo contrari all’adozione di label (tipo checked crag) che rendano riconoscibili le falesie sulle quali sono stati operati interventi di particolare e accurata rilevanza.

L’effetto dei label “di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza” è altamente nocivo perché, sempre a nostro avviso, si abbasserebbe in maniera assai pericolosa il livello di guardia e di responsabilità dei singoli.

La frase di Seneci “Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti” farebbe supporre che anche a lui la suesposta nostra considerazione non sia estranea.

Angelo Seneci
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Arrampicata in falesia, è il momento della scelta. Intervista ad Angelo Seneci
(postata su Planetmountain il 19 marzo 2015)

Prima di affrontare l’argomento su chi, come, in quale misura e perché dovrebbe interessarsi della “sicurezza” delle falesie attrezzate per l’arrampicata sportiva, mi piacerebbe fare un salto indietro a quando tutto è nato, cioè agli inizi o quasi dell’arrampicata sportiva. A metà degli anni ’80 eri una giovane Guida alpina ma anche un arrampicatore che aveva scelto Arco, anzi il campeggio di Arco, come la sua casa. Qual era l’approccio all’arrampicata in falesia in quel periodo?
Mi fai fare un salto temporale, stiamo parlando di anni luce fa, e non solo perché sono passati trent’anni ma perché l’arrampicata è cambiata completamente da allora. Ma forse è giusto che ricordiamo un percorso, anche personale, attraverso cui l’arrampicata si è evoluta in quello che è adesso, non faccio valutazioni se si tratti di una evoluzione o involuzione, registro un dato e non mi addentro in valutazioni sull’etica, queste le riservo ad aspetti un po’ più fondamentali della vita.
Fino alla metà degli anni ’80 mi ero dedicato, anche come guida alpina, soprattutto all’alpinismo, con le sue regole e dinamiche, che tuttora apprezzo anche se non pratico più, e tuttavia è chiaro sono cosa completamente diversa dallo sport arrampicata, non solo per il terreno d’azione. Poi sono arrivato ad Arco ed ho scoperto un territorio che da subito ho immaginato potesse trasformarsi non solo in una grande palestra a cielo aperto ma in un grande parco giochi dell’arrampicata. Uso appositamente il termine parco giochi perché troppe volte viene usato in termini negativi, quasi che uno spazio attrezzato per giocare possa essere qualcosa di disdicevole.
L’arrampicata in falesia allora muoveva i suoi primi passi in modo autonomo dall’alpinismo, questa battaglia per l’autonomia ci portava spesso a sentirci diversi, a farne una ragione di vita, spesso una filosofia totalizzante, e questo portava ad isolarci dal mondo “normale “, incapaci di interagire con le istituzioni politiche, sportive, economiche… insomma ci si isolava in una torre di avorio che ha contribuito a fare per lungo tempo del climbing una attività di nicchia, decisamente élitaria. Il problema è che ancora in molti, e soprattutto tra gli opinion leader, la vivono in questo modo. Pur a parole rifuggendo la guerra con l’alpe, la sfida al pericolo e parlando di valorizzazione del gesto, in realtà avevamo trasferito a bassa quota, le stesse dinamiche: si arrivava così a ridicole guerre per bande tra chi chiodava più o meno lungo, i terribili run-out facevano a volte la difficoltà della via, come anche il primo chiodo altissimo. Insomma, eravamo in un altro mondo dall’arrampicata sportiva come è concepita adesso dalla maggioranza dei climber.

Quale era il concetto di “rischio” e “sicurezza” e quindi di attrezzatura della falesia in quegli inizi? E quando si è cominciato ad usare il termine arrampicata sportiva per diversificarlo dalle attività alpinistiche?
Come dicevo l’arrampicata allora cercava una sua strada autonoma, ma non era ancora veramente “sportiva”, spesso la distanza tra le protezioni faceva lo stile della via, faceva parte della difficoltà. Richiodare modificando il posizionamento delle protezioni sembrava un attentato ad un’opera d’arte. Rivendico di non aver mai fatto parte di questo partito, mi è sembrato sempre un po’ stupido rischiare la pelle su una parete di poche decine di metri, solo per non compromettere l’autostima di qualcuno, avere attrezzato una parete non può arrogarti il diritto di proprietà, ammesso tu non l’abbia acquistata. Ripeto qui stiamo parlando di uno sport, non entro nel merito dell’arrampicata sulle grandi pareti o l’alpinismo dove sfida all’ignoto ed alla natura possono avere un senso.
Sportiva l’arrampicata lo diventa solo con la nascita delle competizioni, dove la quota rischio viene eliminata del tutto. Su quelle prime falesie attrezzate per le competizioni ci si confronta la prima volta con le problematiche della sicurezza e responsabilità. Dietro la competizione c’erano organizzatori privati ed enti pubblici, per la prima volta si potevano individuare soggetti responsabili in caso di incidente, soggetti che ovviamente potevano venire perseguiti ed a cui si sarebbero potuti richiedere i danni.

In arrampicata su Cato/Zulu (6b+) a Nago
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Le prime gare di arrampicata (Bardonecchia e subito dopo il Rock Master di Arco) hanno modificato qualcosa?
Evidentemente le gare hanno iniziato a modificare il metro di giudizio, la sola performance atletica diventava la misura della capacità… ma questa è storia assodata. Fu solo una conseguenza di uno sport che nasceva e cercava un nuovo metro di confronto. Tuttavia questa è solo la prima trasformazione del climbing e forse nemmeno la più determinante.

Come direttore sportivo del Rock Master hai ideato e realizzato se non la prima, una delle primissime pareti artificiali per l’arrampicata, quella che ha fatto nascere il Climbing Stadium di Arco ed ha fatto la storia delle competizioni di arrampicata. Era il primo seme di quelle che sarebbero diventate le palestre di arrampicata indoor?
La parete artificiale che realizzammo nel 1988 per il 2° RockMaster fu una delle prime strutture artificiali per arrampicata e sicuramente la più complessa ed imponente struttura dell’epoca. Le strutture artificiali erano allora e lo rimarranno ancora per il decennio successivo mosche bianche nel panorama dell’impiantistica sportiva. Ma sarà proprio la loro diffusione il secondo elemento a completare la rivoluzione dello sport climbing.

Appunto, cosa ha comportato il boom dell’arrampicata nelle palestre indoor negli anni 2000? Indoor e falesia sono due mondi separati?

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 e soprattutto con il nuovo millennio le strutture artificiali sono diventate in molte aree d’Europa elementi comuni nelle palestre scolastiche, palazzetti dello sport, e poi nelle grandi sale dedicate. L’urbanizzazione dell’arrampicata ne ha determinato la mutazione genetica, dando il via ad una nuova cultura di questo sport. Il primo e macroscopico effetto è stato portare a contatto con questa disciplina milioni di persone che non lo avrebbero mai provato, per i quali sarebbe rimasto solo uno sport estremo per quei “pazzi” a mani nude, quello che i vari spot televisivi mostravano dell’arrampicata e in tanti nel mondo del climbing si premunivano di continuare a tramandare, ed in parte cercano tuttora. I nuovi arrivati sono persone che vivono l’arrampicata solo come una sana e appassionante attività sportivo ricreativa da praticare a scuola, dopo lavoro, nel week end. Ovvio che questo mondo non esprime più una filosofia di vita comune, anche se alcuni tratti rimangono come trama di fondo. Le sale di arrampicata sono ormai diventate il nuovo polo di aggregazione, ma anche gli incubatori di una nuova cultura dello sport climbing.

Prima di continuare puoi darci dei “numeri” di questo fenomeno indoor, ma anche di quello dell’arrampicata sportiva in falesia? Quanti sono i climber nel mondo, quanti in Europa, in Italia? Se batti questa frase su internet ne leggi di tutti i colori, ovviamente tutto sta dove metti il limite. Chi è il climber?
Per prima cosa mi pongo una domanda: chi è lo sciatore? consideriamo sciatori quelli che vanno una settimana all’anno in settimana bianca? cinque week end all’anno? Ovviamente sì, comperano attrezzatura, abbonamenti agli impianti, scendono per le piste. Lo stesso parametro va applicato all’arrampicata, eppure alcuni potrebbero inorridire se chiami climber qualcuno che scala venti 5b all’anno. E’ per questo che stimo a 3/4 milioni, e penso di essere conservativo, il numero dei climber in Europa, se poi andiamo a cercare di valutare quanti hanno provato l’arrampicata almeno una volta i numeri sono di ordine ben superiore. L’arrampicata non è più uno sport estremo di élite ma una attività sportivo-ricreativa aperta a tutti.

La falesia di Massone
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Come sei arrivato a questi dati?
Da alcuni anni sono consulente per enti pubblici e privati per piani di sviluppo turistico centrati sull’arrampicata e l’outdoor, valutare il mercato in termini di domanda e offerta è quindi un elemento fondamentale. Tuttavia i dati non erano disponibili e in effetti non è facile reperirli, proprio perché per arrampicare non si paga un biglietto, ovvero non si pagava… e qui ci vengono ancora in aiuto le strutture artificiali, soprattutto le sale dedicate. Incrociando i dati della frequentazione, del tasso di utilizzo da parte del singolo, il numero di impianti, i dati sul mercato delle attrezzature dedicate, in numeri degli associati dei vari club, ed ovviamente confrontatomi con altri esperti – siamo arrivati a questi numeri, con la Germania a fare da leader dove il climber sono stimati attorno ai 700.000 (c’è chi si spinge ad oltre il milione), in Italia possiamo pensare a 250/300.000. Ti faccio solo un esempio nell’area di Monaco di Baviera le cinque maggiori sale indoor mettono assieme circa 70/80.000 singoli utilizzatori (non entrate).

Veniamo al punto. Alcuni recenti incidenti in falesia, anche gravi, hanno stimolato un acceso dibattito sul tema della “sicurezza” in falesia. Per farla breve: il mondo dell’arrampicata sportiva sembra dividersi tra la “libertà” (ricerca delle falesie, delle linee e conseguente chiodatura) che ha sempre caratterizzato l’arrampicata outdoor e la necessità di adottare sistemi controllati di gestione delle falesie, soprattutto per quanto riguarda la loro “sicurezza” e manutenzione nel tempo. Voi ad Arco – con il Comune di Arco – già alla fine degli anni ’80 avete attuato un grande piano per la gestione di alcune falesie, cosa vi ha ispirato e perché l’avete fatto?
Il merito di questo progetto, di cui sono stato promotore con mia moglie – Michela Giovanazzi – nei primi anni ’90 è stato quello di vedere avanti di oltre 15 anni: capire che l’arrampicata sportiva avrebbe potuto trasformarsi compiutamente in una attività sportivo-ricreativa ed una risorsa economica per il territorio solo se fossimo riusciti a proporre terreni di gioco accettabilmente sicuri, organizzati. Mi piace ricordare un modo di dire che avevo in quel periodo per convincere gli amministratori pubblici: inventare il Beach Climbing. Beach Climbing non tanto per la location, ma come modus vivendi. Per il Garda Trentino erano quelli gli anni del boom del wind surf volevo fare ripercorrere all’arrampicata quella strada, dai primi surfer che scendevano dal Nord Europa con il loro scassati Westfalia, ai giovani e famiglie che dieci anni dopo affollavano le spiagge con le tavole e le notti di Torbole e Riva del Garda. Solo così potevamo fare dell’arrampicata una risorsa turistica, e devo dire che è stata una scommessa vinta, basta fare un giro a Nago Bassa, Muro dell’Asino, Massone, Baone o ai Massi di Prabi e del Gaggiolo. Vinta soprattutto perché le amministrazioni pubbliche ci hanno creduto ed investito. Fin dall’inizio è stata chiara la scelta ci sarebbero state le falesie “pubbliche” – veri e propri impianti sportivi naturali – e le falesie “wild” attrezzate dagli appassionati e non soggette a nessun controllo pubblico.

In arrampicata sulle falesie di Arco. Foto: Leo Himsl
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Puoi esporci le linee guida essenziali e l’evoluzione nel tempo del modello “Arco e Garda Trentino” applicato alle falesie di arrampicata? Qual è il suo futuro?
Ovvio che arrivare a tutto questo non è stato immediato, ci sono voluti anni e soprattutto amministrazioni pubbliche capaci di una visione a lungo termine, oltre al Comune di Arco devo ricordare il Servizio Ripristino e Valorizzazione Ambientale della Provincia di Trento, trent’anni fa non era facile immaginare la strada che avrebbe preso questo sport. Dai primi climbing park degli anni ’90, che ricordo con piacere hanno fatto parlare di Arco tutte le riviste internazionali, al piano generale delle falesie del 2000, fino al 2009 con la nascita del progetto OutdoorPark Garda Trentino. Questo progetto vede Ingarda – Azienda di Promozione Turistica dell’ambito – farsi promotrice e regista di un tavolo di lavoro permanente per lo sviluppo del turismo outdoor a cui siedono le sei amministrazioni della sponda trentina del Garda, la Provincia di Trento oltre alle associazioni di riferimento. In questo ambito oltre a stabilire piani e modalità di attrezzatura e ri-attrezzatura della nuove falesie è stato definito anche un protocollo comune di controllo delle stesse. Le 13 falesie già attrezzate dalle amministrazioni pubbliche e quelle che in futuro si aggiungeranno ed entreranno a fare parte dell’OutdoorPark sono identificate dal logo del progetto, a garanzia per gli utenti di incontrare un definito standard di attrezzatura. A questo si affianca un accordo con la Provincia di Trento – Servizio per il Sostegno Occupazionale e Valorizzazione Ambientale – e la Comunità di Valle che mettono a disposizione tutto l’anno una squadra di operatori, per gli interventi di pulizia e sistemazione di accessi ed aree al piede delle pareti. Solo queste falesie sono oggetto di promozione da parte dell’ente pubblico. Incarico a professionisti per l’attrezzatura, controllo e manutenzione regolare, corretta informazione e promozione, sono questi elementi che garantiscono non solo gli utenti ma anche gli enti che hanno finanziato gli interventi.

Quali sono le caratteristiche che devono avere le falesie per rientrare nel piano? Inoltre, pensate che sia un modello da estendere a tutte le falesie del vostro territorio?
Come dicevo prima le falesie inserite nel piano sono tredici, contro le oltre 40 esistenti nell’ambito del Garda Trentino (non conto qui l’area della Gola, Valle di Gresta e Cavedine che fanno parte di altri ambiti turistici). Proprio perché debbono avere precisi standard non tutte le falesie possono rientrare nel progetto. Requisito essenziale è che insistano su terreno pubblico o il proprietario sottoscriva un accordo di libero accesso su un lungo periodo: diversamente non sarebbe possibile un investimento pubblico. Viene poi verificata la presenza di pericoli esterni non eliminabili o non controllabili nel tempo – esempio classico una falesia sottostante barre rocciose con importanti rischi di caduta sassi, ecco la risposta a chi si chiede perché mai si sia investito sulla richiodatura di aree come San Paolo o Swing Area. Dal 2011 le nuove falesie attrezzate sono soggette anche ad una verifica geologica per evidenziare macro instabilità – da sanare o che possano limitare l’uso della parete. Infine ci sono valutazioni di carattere economico, che mi rendo conto ad alcuni possano risultare incomprensibili o sgradite, ma il mondo risponde a requisiti di redditività che peraltro trovo giusti: stiamo investendo soldi pubblici e questo investimento deve portare un ritorno all’intera comunità non ad una ristrettissima cerchia. Ecco perché la scelta negli ultimi 5/6 anni è stata di orientare gli investimenti sulle falesie “facili”. Ed ancora valutazioni di tipo logistico (pressione eccessiva su una area, possibilità di parcheggio e mobilità), ecco perché a volte si trascurano aree evidenti ma dove un aumento di traffico comporterebbe problematiche e magari si sceglie una nuova parete per spostare i flussi.

I risultati di questa gestione, quali i successi e quali le criticità?
Il successo è reso evidente dall’elevata frequentazione, per la stragrande maggioranza concentrata sulle falesie dell’Outdoor Park Garda Trentino: ritengo che si possano stimare in almeno 150. 000 gli arrampicatori che ogni anno frequentano le nostre pareti. Tuttavia non tutti gli obbiettivi che ci eravamo dati sono stati raggiunti, ovviamente ci sono a volte problemi in termini di risorse economiche, altri di carattere burocratico: pur importantissima risorsa l’arrampicata non è sola al mondo e deve confrontarsi con esigenze e sensibilità diverse. Le principali difficoltà permangono nella gestione dei flussi e dei parcheggi – su cui stiamo lavorando con l’ipotesi di parcheggi di testata localizzati vicino ai principali assi viari e accesso alle falesie con shuttle o a piedi, o ancora la difficile gestione dei servizi igienici, per cui stiamo provando nuovi sistemi dry o bio, ma che al momento non è ancora risolta. Nei confronti dell’attrezzatura il piano prevede di continuare nell’opera di ribilanciamento dell’offerta – con l’obiettivo nei prossimi anni a raddoppiare il numero degli itinerari fino al 6a che entrano nell’Outdoor Park Garda Trentino.

Veduta sulla Valle del Sarca dal Castello di Arco
Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

 

E’ esportabile questo modello Garda Trentino e quali sono le realtà territoriali che secondo te possono o dovrebbero prenderlo in considerazione?
Ovviamente nessun modello è esportabile tout court, deve essere adattato alla realtà locale. Il modello Garda Trentino può essere un riferimento per destinazioni turistiche che vogliano fare dello sport outdoor e dell’arrampicata una risorsa economica. Voglio sottolineare ma qui il discorso diventa lungo che un simile progetto per essere sostenibile deve essere inserito in un piano di sviluppo integrato del turismo outdoor sostenuto da una azione coordinata di pubblico e privato, ben difficilmente avremo ritorni interessanti limitandoci a finanziare l’attrezzatura delle falesie. In Italia vedo grandi possibilità di sviluppo, sono moltissime le aree di arrampicata di grande pregio, espresso o potenziale, soprattutto sulle basse e media difficoltà. Spesso ritengo non siano riuscite a decollare proprio per l’assenza di questa visione, con i climber locali che puntano ad ottenere finanziamenti per il proprio giardinetto e/o non sono capaci o non vogliono giocare sul tavolo della politica ed amministrazione, che ovviamente hanno i loro tempi e modalità. Ma sono possibili anche altre approcci: penso ad una associazione, una società sportiva che addotti una falesia, ottenga un contributo pubblico o privato per la attrezzatura e ne garantisca nel tempo controllo e manutenzione, come peraltro è già avvenuto in alcune situazioni. E’ innegabile come lo sport arrampicata abbia un forte appeal sulle giovani generazioni, non richieda enormi investimenti per la attrezzatura delle pareti naturali, e possa diventare quindi una opzione interessante di investimento sul lato sociale dello sport per gli enti pubblici. Anche qui però dobbiamo parlare di progetti sostenibili e interessanti per una larga base e quindi strutture medio- facili. Certamente una amministrazione sarà scarsamente interessata ad investire per venti atleti che scalano oltre il 7b, mentre lo potrebbe essere per una falesia dove esistono spazi dove avvicinare i giovani. Chiaro che anche in questo caso è necessario uscire dall’approccio naif che spesso caratterizza le richieste di contributo e presentare progetti circostanziati. D’altronde sarebbe pericoloso per una amministrazione elargire contributi alla cieca – ad un’associazione o gruppo di appassionati per chiodare una falesia – fuori da qualsiasi pianificazione sia in termini progettuali che di garanzia di manutenzione nel tempo. Su chi ricadrebbe la responsabilità in caso di incidente dovuto a materiale non idoneo o deteriorato?

Ma allora chi si occupa degli itinerari di alto livello?
Forse prima sono stato un po’ drastico, perché c’è necessità di ribilanciare l’offerta. Tieni in conto che dai dati che abbiamo dalle grandi sale europee l’80% degli utenti arrampica sotto il grado 6, mentre nella maggior parte delle aree di arrampicata la disponibilità di itinerari di questo livello non supera il 40%. Voglio ricordare che anche ad Arco abbiamo riattrezzato alcune aree di alto livello – Massone / Abissi. Si tratta ovviamente di bilanciare gli investimenti, per creare uno spazio che sia in sintonia con la domanda. Ma poi si possono ricercare sponsorizzazioni da parte di aziende, che peraltro alcuni già percorrono, ovvio che anche qui occorre presentare un progetto interessante e giustificabile.

Così non rischiamo, come dicono gli oppositori alla “omologazione delle falesie”, di compromettere lo sviluppo di nuove falesie, dove mancano i finanziamenti o dove non è possibile intervenire per problemi legati alla proprietà, alla limitata sicurezza della parete, all’assenza di una associazione di riferimento o ente che voglia assumersi la responsabilità. Cioè non rischiamo di compromettere lo sviluppo dell’arrampicata?
Certamente se siamo troppo radicali in questa direzione lo scenario che hai ipotizzato potrebbe essere concreto. Dobbiamo trovare una strada che ci permetta di fare convivere le due realtà: falesie “certificate” e falesie ” non certificate”. Se ci pensi anche vent’anni fa era chiaro a tutti che arrampicare sul alcuni tiri voleva dire rischiare l’osso del collo, mentre su altri potevi permetterti di volare senza paura. Tutta la community lo sapeva, il tam tam spargeva la voce rapidamente, eravamo quattro gatti, ma soprattutto eravamo più o meno in grado tutti di valutare l’attendibilità di un ancoraggio o lo stato di usura di un punto di calata. L’enorme allargamento del numero di utenti e soprattutto l’arrivo degli urban climber, che sono stati introdotti all’arrampicata e la praticano per la maggior parte del tempo nelle sale indoor ha cambiato la situazione. Sulle strutture artificiali si delega la sicurezza, non sto a valutare se è un bene o un male, è un dato di fatto, peraltro esteso anche ad altri contesti della vita: alle norme CE, al costruttore dell’impianto, al proprietario, ovvio che ci si rapporti allo stesso modo in contesti naturali simili – le falesie attrezzate. Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti. Alla base di tutto ritengo sia fondamentale una corretta informazione. E’ evidente che ci sono falesie che possono garantire un alto livello di sicurezza e falesie il cui livello deve essere apprezzato dai climber, che debbono averne la capacità. Falesie quindi dove la sicurezza è affidata a terzi e falesie dove dovrò farmi carico di verificarla personalmente o comunque arrampicare sapendo che mi espongo a un più alto livello di rischio.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
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Quindi come facciamo a distinguere questi due tipi di falesie?
Un’opzione potrebbe essere quella di un “label” “checked crag” che renda riconoscibili le prime, da riportare nelle bacheche, nelle guide, sulle relazioni. Questo avrebbe l’effetto non solo di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza, ed anche stimolare, a fronte di una nuova possibilità – il label – promozionale. Non trascurerei nemmeno l’effetto positivo per chi realizza e pubblica guide e relazioni che avrebbe una potente e riconosciuta modalità disclaimer. D’altronde è quello che abbiamo fatto ad Arco e nel Garda Trentino.

Stai guardando un po’ troppo avanti?
Chiaro che non ci arriveremo domattina, ma se non affrontiamo il problema rischiamo che il ripetersi di incidenti risvegli l’interesse di qualche magistrato che normi, nei fatti, con qualche sentenza, magari con sensibilità diverse e conoscenze limitate, con conseguenze deleterie. Il primo problema che si pone è la definizione degli standard di sicurezza minimi per una “checked crags”, ma ancora prima chi li definisce. E’ ora che le istituzioni del climbing facciano la loro parte e creino un’autoregolamentazione prima che qualcun altro si dia da fare causando danni irreparabili allo sport arrampicata. Non ritengo ci sia spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione – tipo CEN. Le strutture naturali presentano così tante variabili da risultare quasi impossibili da normare nei termini classici, inoltre una normazione di questo tipo richiederebbe tempi talmente lunghi da non essere in grado di rispondere al problema in tempi accettabili ed in ogni caso questo non esclude un processo nazionale autonomo.

Quindi chi dovrebbe prendersi il carico “normativo”?
Ritengo che nessuna delle istituzioni coinvolte nell’arrampicata – FASI, CAI, UISP, GUIDE ALPINE, sia in grado attualmente di affrontare da sola questo problema, alcune hanno competenze, altre importanza istituzionale e diffusione capillare, ma tutte scontano una visione limitata al proprio ambito. Bene sarebbe si costituisse a breve un tavolo di lavoro, con la partecipazione paritetica di tutti, in grado di dare vita a un organismo che possa prima definire questi standard, poi gestirne la diffusione e la promozione e possa poi esserne il garante.

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Nella mente del principiante

   Nella mente del principiante
L’americana Ashima Shiraishi (13 anni) scala un 9a/9a+
da Climb n. 122 (www.climbmagazine.com)

L’enorme grotta calcarea di Santa Linya a Lleida (Spagna) è senza dubbio uno dei luoghi più “caldi” per l’arrampicata sportiva. Sede di più di un centinaio di vie da torcicollo, in maggioranza conta vie di grado 8. Accanto a queste è più di una dozzina di gradi 9. Per questo il grottone è stato frequentato a lungo da gente come Dani Andrada, Chris Sharma e Adam Ondra, allo scopo di spingere oltre il limite.

La grotta di Santa Linya, Lleida, Spagna
Ashima-SantaLinya-cliffIl 17 marzo 2015 a questi nomi leggendari si aggiunto quello assai più minuscolo di una ragazzina americana di 13 anni, Ashima Shiraishi. Dopo aver cominciato ad arrampicare sui blocchi (Brooklyn Boulders) del famoso Central Park di New York, sua città natale, già da quando aveva cinque anni, Ashima non ci ha messo molto a eccellere.

All’inizio concentrata solo sul boulder, a otto anni ha salito dei 7c+/V10. E solo due anni dopo è diventata una delle poche donne a riuscire su 8b/V13. Diventata adolescente, ha cominciato a salire in cordata e da prima assai seriamente: con il risultato di riuscire a salire quello che è un vero e proprio test, Southern Smoke (5,14c o 8c+), a Red River Gorge.

Ashima Shiraishi
Ashima-5a2e629d-d8b7-4c96-a259-d5eabc221c7a-400x600Ashima è andata a Santa Linya l’anno scorso approfittando di una vacanza scolastica, riuscendo a collezionare una bella messe di gradi 8 ottenuti in tempi brevissimi, incluso La Fabela (8c+) e Rollito Sharma Extension (8c) nello stesso giorno!

 

Nella primavera di quest’anno Ashima è tornata, nei giorni di un’altra vacanza, nello stesso luogo. E questa volta si è dedicata senza indugi a Open your mind Direct, una linea lunghissima al centro della grotta, che comincia con un difficile passo boulder e prosegue verso il bordo finale con movimenti continui e faticosissimi. Aperta nel 2008 dall’asso spagnolo Ramón Julián Puigblanque, il suo grado iniziale di 9a+ è stato in seguito ridimensionato a 9a dopo le ripetizioni di Magnus Midtbø e di Adam Ondra. Poi successe che un appiglio si ruppe e nessuno era più riuscito a ripetere la via. Fino all’arrivo e al successo di Ashima Shiraishi!

C’è il sospetto che, con l’appiglino rotto, Open your mind Direct possa essere ritornata al 9a+, ma anche se questo non fosse vero, la salita di Ashima si pone accanto a quella di Josune Bereziartu, che scalò nel 2005 Bimbaluna (9a/9a+): le due imprese top dell’arrampicata sportiva femminile.

Al di là degli aridi numeri, è impressionante notare che questo successo è stato ottenuto da Ashima sfruttando solo le vacanze, tra l’altro riuscendo ad affrontare con profitto gli impegnativi programmi scolastici. Alla faccia di chi dice che per lui gli appigli a volte sono troppo lontani, va detto che Ashima è alta 1,37 m.

Ashima Shiraishi su Open your mind Direct, Santa Linya
Ashima-10843667_1563926180537634_1487739442_nIl nostro titolo si rifa al motto di Daisetsu Teitarō Suzuki per il quale “nella mente del principiante ci sono molte possibilità, in quella dell’esperto poche”. Per sottolineare il fatto che a 13 anni Ashima è davvero solo all’inizio di quella che sembra essere una carriera sfolgorante: la sua mente è in quello stato tipico dei giovanissimi, scevro dal peso dell’esperienza, nel quale semplicemente i limiti sembrano non esistere (almeno nel modo in cui questi si presentano negli stadi ulteriori della vita).

Se si considera che Adam Ondra, il miglior arrampicatore sportivo del mondo, raggiunse il 9a/9a+ (solo!!) a 15 anni, allora non ci rimane che pensare che nel caso di Ashima tutto potrebbe rivelarsi possibile.

E lei ce lo ha confermato poco dopo, salendo (sempre a Santa Linya) un altro 9a/9a+, Ciudad de Dios.

Ashima Shiraishi a 11 anni

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Una riflessione di Elio Bonfanti

 

L’ambiente, l’arrampicata, l’alpinismo e il futuro
di Elio Bonfanti (già pubblicato da planetmountain.it il 19 dicembre 2013)
Riflessioni, sull’ambiente e sull’utilizzo dello stesso legato alla pratica dell’arrampicata e dell’alpinismo, fatte da un chiodatore quasi pentito che in trent’anni di attività ha aperto forse troppe vie nuove.

Il brusio di fondo aumenta sempre di più, si vocifera, si discute, I blog si riempiono di polemiche viva gli spit, abbasso il trad, viva l’ artificiale abbasso le solitarie estreme, sembra di parlare di politica dove tutti sono scontenti ma alla fine nessuno, se non pochi, si danno davvero da fare per far cambiare le cose. Ho avuto modo di rileggere a 31 anni di distanza un illuminate articolo di Giampiero Motti che era in qualche modo visionario. Ve ne allego uno stralcio tanto per capire di cosa sto parlando.

Elio Bonfanti in apertura di I migliori anni della nostra vita, Trono di Osiride, Vallone di Sea
Bonfanti-ImiglioriAnnidellaNostraVita-Sea-TronoOsiride

Scandere 1983: … “ragionamento da vecchio, che odia i giovani perché non è più in grado di fare quello che fanno loro». oppure ancora le solite analogie con la vecchia favola della Volpe e dell’Uva. Qualcosa del genere ogni tanto mi è già giunto all’orecchio. Lascerò naturalmente cadere le provocazioni, come ho sempre fatto d’altronde in questi anni, ma mi permetto soltanto di citare un motto (non certo di Motti…!) latino «Obsequium amicos, veritas odium perito (Teramo – Andria, atto I), l’adulazione procaccia amici, la verità s’attira l’odio. E nemmeno voglio passare per un amante del rischio, nemico di coloro, che rendono sicuri i punti di fermata in palestra. Trovo idiota e senza senso rischiare su dei chiodi a pressione mal piantati: se serve un chiodo a pressione od uno spit, lo si pianti a dovere in modo che dia tutte le garanzie di sicurezza. In questo senso onore al merito al lavoro che è stato fatto a Foresto. Ma il mio discorso è più sottile e chi lo ha voluto capire lo ha capito: è l’estensione di questa mentalità che mi preoccupa, perché porta l’arrampicatore ad una sorta di illusione, ponendolo poi in situazioni fortemente critiche quando si verrà a trovare di fronte a vie schiodate (non sempre i nuts possono sostituire un chiodo), all’eventualità di attrezzare un punto di fermata difficile o peggio una calata in corda doppia, al cui ancoraggio affidiamo tutta la nostra esistenza, ottavogradisti o terzogradisti che si sia. A volte cercare troppo la sicurezza può portare proprio al contrario nel risultato: l’intento è in buona fede, ma alla fin fine produce l’effetto negativo di illudere disabituando al pericolo, che in montagna, non dimentichiamolo, esiste sempre. Accanto a palestre attrezzate come l’Orrido di Foresto, magnifica scuola di arrampicata atletica e spettacolare di cui nessuno si sognerebbe di negare il valore vi dovrebbero essere altre palestre tenute poco chiodate o del tutto schiodate, dove l’arrampicatore possa prendere coscienza della difficoltà emotiva e della reale presenza del pericolo. Questo almeno è il mio punto di vista: Foresto dovrebbe restare un caso particolare, non certo da proporre come modello universale. Mi pare di essere stato chiaro.” … Torino – Dicembre 1982 – ‘Absit iniuria verbo’.”

Alla luce di questo scritto alcune riflessioni non possono che sorgere spontanee. La prima da dove veniamo, la seconda dove siamo, la terza dove stiamo andando. Il da dove veniamo si è macerato a lungo in retoriche pastoie legate all’accettazione del fatto che arrampicando si poteva fare anche un qualcosa di diverso dall’Alpinismo. Cioè che si poteva, senza per forza indossare i pantaloni alla zuava, arrampicare su terreni più o meno addomesticati rinunciando talvolta anche alla vetta e perseguendo il solo obbiettivo della prestazione. Restando in Italia, personaggi del calibro (cito i primi che mi vengono in mente non me ne vogliano gli altri) di Bernardi, Bini, Manolo, Mariacher, Pederiva, hanno in qualche modo preceduto ed accompagnato questo progressivo cambiamento che è avvenuto procedendo dall’alto verso il basso, nel senso che questi uomini, prima che alpinisti in un’osmosi continua hanno, per un certo numero di anni, trasportato la mentalità della montagna in falesia ed in montagna quello che sperimentavano in falesia creando talvolta dei veri capolavori. Oggi succede il contrario si nasce e si cresce in falesia e solo qualcuno allarga poi i propri orizzonti sviluppando la propria attività in montagna.

Questa attuale cultura ci ha proiettati in un esponenziale aumento delle difficoltà accompagnato in questi ultimi anni dal proliferare di nuove falesie e di una sistematica chiodatura a spit della quale forse oggi stiamo perdendo la misura. Oggi con tutto sommato pochi soldi ed un trapano chiunque è in grado, trovato uno sperone qualsiasi, di attrezzare una nuova via di arrampicata, talvolta senza avere il minimo criterio di come chiodare, di dove chiodare ma soprattutto se chiodare. Il primo esempio che mi viene in mente è San Vito lo Capo recente e meravigliosa meta arrampicatoria in Sicilia, dove c’è la falesia di Salinella che è lunga almeno tre chilometri quasi tutti scalabili. Bene, vi sono tre siti del paleolitico posti in tre grotte che su tre chilometri rappresentano forse duecento metri di sviluppo lineare, ecco siamo riusciti a chiodare pure lì dentro. Perché!? Perché forse non c’è una legge. Perché forse manca del buonsenso. O forse perché noi arrampicatori siamo ancora lontani dal pensare davvero all’ambiente.

La falesia di Salinella, San Vito lo Capo
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Proteggiamo i rapaci, l’orso bruno, l’Upupa striata e il pinguino delle Galapagos ma dell’ambiente dove questi vivono ce ne freghiamo altamente. In Sicilia è così, In Sardegna altrettanto, l’Italia è purtroppo una terra di conquista senza regole, anche in questo ambito. In queste zone frotte di chiodatori stranieri arrivano e si chiodano le loro belle falesie senza chiedere niente a nessuno. Mi piacerebbe vedere se uno qualsiasi di noi andasse nel Kaisergebrige (un posto a caso) a chiodare qualcosa con quale misura di pallettoni lo prenderebbero a fucilate. Qui da noi nessuno dice nulla sia nel merito che tantomeno sul metodo ma se è vero che da secoli siamo abituati alle scorribande di chiunque è altrettanto certo che è arrivato il momento di fare il punto della situazione.

Tornando dalle mie parti, nelle Alpi occidentali oggi ci sono fix veramente dappertutto ed ogni metro quadro di roccia benanche sprofondata nel fitto della boscaglia ha il suo bel tiro di corda. La maggior parte delle falesie sono iper sature di itinerari, in certe località i tiri sono a pochi metri l’uno dall’altro e una volta chiodati nella maggior parte dei casi nessuno si occupa della loro manutenzione. Fatto salvo qualche caso dove il “local” di turno, esercitando un discutibile “Ius soli”, decide che le vecchie vie erano tutte brutte le schioda e ci ri-traccia sopra le sue, “nuove”, cambiandone magari i nomi, senza nemmeno pensare che erano già state censite su delle guide…

Questo in nome di cosa, della bella arrampicata, del fatto che nessuno frequentava più la tal falesia o piuttosto perché il nostro ego ci porta a voler lasciare ai posteri la nostra firma. Chi ha detto che un posto debba essere per forza frequentato e che perché lo sia, si debba tempestare di tasselli dappertutto. Siamo all’anarchia più totale e se qualcuno richiama questi personaggi al tenere in considerazione la storia del luogo e a ricordarsi di chi su quelle rocce si era spellato le dita prima di loro, viene tacciato di essere un retorico povero pirla.

Purtroppo nessuno, o pochi, tengono in considerazione il fatto che un fix inox è per sempre! La maggior parte dei tasselli sino ad ora piantati sopravviveranno a chissà quante generazioni di arrampicatori e, se ognuno di questi dovesse sovrapporre la propria traccia a quella esistente, immaginate che selva di buchi e quanta ferraglia ci sarebbe sparpagliata per il globo. Con questa filosofia quale vecchia via non meriterebbe una raddrizzata ed una sistemata in ottica moderna per migliorare “il gesto”.

In alcune parti del mondo sono nate delle “no bolting Zones” da noi non ancora, ma qui la scommessa ora sta nel “manutenzionare” ciò che già c’è, piuttosto che andare a cercare il nuovo ad ogni costo, ed in questo sarebbe bene che le varie amministrazioni comunali prendessero coscienza del loro territorio e si interessassero in modo fattivo alla conservazione dell’integrità dello stesso. E, badate bene, non si tratta di finanziare opere e di assumersi rischi civili e penali, a questi ci pensano già inconsapevolmente i chiodatori (e già solo questo basterebbe ad aprire una parentesi enorme).

Purtroppo, quantomeno dalle mie parti, questa cultura “Falesistica” si sta pian piano spostando e sta contagiando anche la montagna dove, ricollegandomi allo scritto di Motti, sono persuaso del fatto che chiodare anche solo le soste di una via, alteri la percezione della reale difficoltà dell’itinerario. “Osa, osa sempre e sarai simile ad un dio” recitava Giusto Gervasutti ma chi osa davvero su una sostaccia a chiodi, chi osa veramente su dei tiri poco protetti o meglio poco proteggibili? Pochissimi i soliti pochissimi, quelli bravi davvero (ed il sottoscritto non è parte di questo novero). Ma anche tra questi, quanti sono realmente capaci a piantare un chiodo, uno solo e a calarcisi sopra? In tanti anni di militanza nelle scuole di alpinismo non l’ ho mai potuto insegnare a nessuno. Per questione di tempo, di metodo, di tempi! Era ed è diventato inutile far comperare il martello agli allievi in quanto i chiodi dove li avrebbero poi piantati se le vie sono tutte a spit. Al punto che anche molti professionisti della montagna il martello ormai lo usano solo per mettere i quadri in casa.

Domani è adesso, ed oggi è necessario che i veri big e le istituzioni, CAI, CAAI e guide alpine inizino a fare cultura sull’ambiente per consegnare alle prossime generazioni un campo di gioco non troppo deteriorato. Oggi, la via al Torre si fa in libera, senza più usare i chiodi a pressione di Maestri, per carità non voglio assolutamente avvallare la schiodatura di questo monumento dell’alpinismo, ma di fatto, sia pur di rottura credo che questo possa essere considerato un vero salto in avanti. Le solitarie di Marco Anghileri, di Hansjörg Auer, di Rossano Libèra e di Ueli Steck non sono certamente imprese da emulare ma certamente stanno a testimoniare il livello raggiunto oggi attraverso quel percorso abbozzato trent’anni fa. Proprio da questo si dovrebbe partire a pensare che probabilmente non è necessario, in nome della sicurezza, attrezzare le soste o peggio ancora vie dappertutto. Forse non è ancora tutto perduto, ed il buonsenso non è ancora stato travalicato, vie dove le soste si possono allestire in modo “ sicuro” con mezzi tradizionali ce ne sono ancora, conserviamole ma facciamolo adesso e magari, noi normali, al posto di osare su una via super protetta, come dice un mio caro e “retorico” amico abbassiamo il grado.

Gian Carlo Grassi alla base di Teschi scoperti (Caprie), 1a ascensione, 15 dicembre 1982
Rocca di Caprie, val di Susa, Gian Carlo Grassi alla base di Teschi Scoperti, 15.12.1982

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Stefano Carnati


Intervista a Stefano Carnati

di Giacomo Rovida

E’ giunto il momento, dopo tanti alpinisti, di parlare anche di arrampicata sportiva. Spesso alpinismo e arrampicata sportiva vengono separati completamente quasi si trattassero di due cose differenti: invece io noto come, sempre di più, stiano formando una miscela unica dove spesso l’arrampicare “forte” in falesia è fondamentale per le grandi prestazioni in montagna.

Sinceramente ero un po’ indeciso se intervistare Stefano o meno; mi chiedevo cosa potesse avere da raccontare, nonostante gli incredibili risultati, un ragazzo di 16 anni.

Stefano Carnati su Nona Misura Naturale, Melloblocco 2013. Foto: Claudio Piscina
Carnati-melloblocco2013-NonaMisuraNaturale-PhClaudioPiscina

Eppure con le sue risposte dimostra di essere molto maturo e deciso, dimostra soprattutto di avere cognizione di causa, di sapere dunque di cosa sta parlando e dove vuole arrivare.

L’arrampicata/l’alpinismo è uno sport molto auto celebrativo, chi di noi non si sente un po’ importante dopo aver fatto qualcosa in montagna? E la più classica reazione è sparare a zero contro quello che meno ci viene.

Io mi ricordo che per anni ho odiato le falesie e le vie sportive semplicemente perché non riuscivo ad andare più in là, perché sulle vie che Stefano fa per scaldarsi io nemmeno parto.

Oggi invece con occhio più maturo mi rendo conto di quanto difficile sia arrivare a certi livelli; di quanto impegno fisico e mentale costi, di quanta determinazione e forza di volontà richieda.

Stefano Carnati ripete Spirit Walker, 8c. Foto: A. CarnatiCarnati-Spirit walker 8c Stefano Carnati foto A.CarnatiStefano è un ragazzo che sta dedicando una buona fetta della sua vita all’arrampicata e lo sta facendo nel modo più vero, provando tiri storici e riscoprendo passo per passo con le vie la storia dell’arrampicata sportiva. Lo vedremo mai in parete? Sì o no?

Di risposte non ne ho, ma sono sicuro che se lo farà con il livello e la determinazione che ha sarà sicuramente qualcosa di spettacolare e, a differenza di tanti anni fa, ora sono fiero di sapere che esiste qualche ragazzo così che sogna appena si sveglia e che si scalda la dove io non arriverò mai.

Stefano Carnati a San Primo. Foto: A.Carnati
Carnati-S. Carnati nuova falesia San Primo foto A.Carnati

1) Ciao Stefano, iniziamo con le classiche presentazioni: chi sei? Dove vivi? Cosa fai quando non arrampichi?
Ho 16 anni, vivo a Erba, una piccola città tra Como e Lecco, dove frequento il terzo anno di liceo scientifico. Le mie giornate sono scandite tra impegni scolastici e sportivi. E’ poco il tempo libero che mi resta e cerco di dedicarlo alla famiglia, agli amici e al riposo, ascoltando musica o leggendo.

2) Hai iniziato a scalare che eri veramente piccolo, da dove è nata questa passione? Tuo papà credo sia stato una figura chiave nella tua crescita come arrampicatore, hai mai sentito pressioni o è stato solo una spalla/punto di riferimento?
Beh, sì forse… Avevo 11 anni e avevo già frequentato corsi di ginnastica artistica e partecipato a diverse competizioni per questa disciplina. La passione certamente deriva da aver frequentato da sempre luoghi dove si pratica, si parla e, oserei dire, si vive di montagna, alpinismo e arrampicata. Infatti, mio padre è un alpinista, fa parte del gruppo “Ragni di Lecco”. Così, in famiglia, mi sono trovato a condividere spesso esperienze di questi ambienti. Devo però sottolineare che nessuno mi ha spinto a praticare l’arrampicata, tanto meno mio padre che, pur fiero di questa mia scelta, avrebbe preferito (dice) vedermi impegnato in sport di squadra e più comuni. Avere un padre che arrampica mi ha permesso, però, di conoscere e frequentare molte falesie; con lui posso discutere dei tiri da provare e posso soprattutto scegliere e decidere cosa fare, senza avere il patema di trovare un socio o un assicuratore! Di questo gli devo essere riconoscente.

Stefano Carnati, Coppa Italia, Campitello di Fassa
Carnati-Campitello di fassa coppa italia

3) Hai ripetuto tiri storici come Spirit Walker in Val di Mello (primo 8c italiano) e Hyena (8b+) a Finale Ligure. Ti piace confrontarti con il passato? Con tiri che “i più” snobbano preferendo tiri nuovi, più fisici e forse più soft?
Trovo molto motivante provare vie “famose” e storiche. Pensare che già venti\trenta anni fa qualcuno abbia osato tanto e abbia avuto l’idea di chiodare linee veramente dure ancora oggi, mi stimola a dedicarci del tempo e dei tentativi. Molte volte i tiri storici sono particolarmente ostici; questo è noto, così come è noto che alcuni tiri sono più difficili di altri e del grado dichiarato. Poi, però, tutti possiamo scegliere liberamente, senza costrizione alcuna.

4) L’arrampicata sportiva esige molta dedizione e molto allenamento. Tu quanto ti alleni? E in che modo?
Fino a due anni fa allenarsi per me significava scalare il più possibile, soprattutto su roccia. Ora cerco di essere più metodico, anche se tutto dipende da altri impegni, come la scuola. Nella preparazione atletica, come squadra dei Ragni, siamo seguiti da poco più di un anno da Tito Pozzoli. Di norma, mi alleno circa tre/quattro volte la settimana e la domenica cerco di arrampicare su roccia. A mio parere, per sopportare tanti impegni è necessario mantenere una forte concentrazione sugli obiettivi da raggiungere, quali ad esempio migliorare la propria tecnica, la resistenza e la forza. Ma quello che più mi aiuta ad andare avanti è che, per ora, e spero anche in seguito, vedo l’allenamento come scalata, ovvero “gioco e piacere” per il gesto tecnico. A questo va aggiunta la soddisfazione derivante da qualche bella performance.

Stefano Carnati, Cresciano. Foto: A.Carnati
Carnati-0004 S.Carnati Cresciano Carnati-foto A.Carnati

5) Un altro tuo punto di forza sono le gare. Perché hai cominciato a farle e che stimoli ti danno?
Ho iniziato a prender parte alle gare nel 2011, quando arrampicavo veramente da poco tempo, per la neo-nata squadra “ASD Ragni di Lecco”. Nelle competizioni, anche internazionali, mi piace confrontarmi e socializzare con miei coetanei perché hanno i miei stessi obiettivi e aspirazioni. Ritengo che le gare siano fondamentali se si vuole vivere, in prima persona, l’evoluzione continua del nostro sport.

6) Non ti è ancora venuta voglia di metterti in gioco sulle grandi pareti? Anche David Lama è passato dalle competizioni all’alpinismo. Ti piacerebbe seguire questa strada o ti senti più arrampicatore sportivo?
Fin da bambino, quando ancora la mia preoccupazione principale era solo relativa a quale menù fosse servito al rifugio, mi è capitato di seguire mio padre in montagna e di osservare, con il binocolo, il suo progredire sulle diverse pareti, come la Marmolada, il Rätikon, il Wenden. Conosco, dunque, cosa significa stare in quegli ambienti e ho compreso, frequentando anche i suoi amici e compagni di scalata, che lo stile con cui si sale è la cosa più importante. Ho constatato che alcune vie d’arrampicata, su belle e imponenti pareti, sono riservate ad arrampicatori di altissimo livello (vedi Adam Ondra sulle pareti svizzere). Di conseguenza, per ora, sono più concentrato nel cercare dei miglioramenti e nel conoscere i miei limiti come arrampicatore sportivo! Sì, l’idea di tentare qualche multipich mi è balenata per la testa alcune volte. Il tempo per arrampicare, però, è veramente poco e non è mai quanto servirebbe per progetti magari anche lontani da casa, progetti che andrebbero ad aggiungersi alla programmazione/preparazione delle gare e agli impegni di studente.

7) Immagino che tra gare e progetti hai girato molto nelle falesie, qual è stato il posto più bello dove hai scalato? Dove ti sei trovato in sintonia con la roccia da subito? E un posto dove vorresti andare?
I posti che più mi hanno colpito e che più mi piacciono sono il Frankenjura e la Spagna. Le mete che vorrei visitare sono ancora tante. Mi piacerebbe andare a Fontainbleau, Rocklands, Red River Gorge e in tanti altri luoghi simbolo dell’arrampicata. Magari un giorno… Per ora mi accontento di vederli nei video e nelle foto.

Stefano Carnati ripete Hyena, 8b, Finale Ligure. Foto: A.Carnati
Carnati-0002 S.Carnati Riti tribali Carnati-8c+ foto A.Carnati

8) A livello emotivo, chiudere un tiro dopo averlo provato tantissime volte non ti lascia un senso di vuoto? Quando tocchi terra, dopo aver passato la corda nella catena come ti senti? Hai già la testa verso nuovi progetti?
Per me, salire un tiro difficile in pochi tentativi è motivo di grande soddisfazione. Pertanto, fino a ora, non ho mai provato molte volte una via. Quando sono veramente al limite e il tiro scelto è troppo al di sopra del mio livello, normalmente lo abbandono temporaneamente, contando di tornarci in seguito. Nel momento in cui chiudo una via difficile mi sento ripagato delle fatiche e degli sforzi fatti. E’ una vera emozione! Non provo un senso di vuoto, anzi mi vedo già proiettato verso altre idee e progetti. Infatti, di progetti in testa ne ho costantemente molti: devo solo scegliere il prossimo, in base alla possibilità di viaggiare, alla meteo, agli impegni scolastici, ecc…

9) Pratichi boulder? Pensi sia un buon allenamento per la falesia?
Praticare boulder è determinante e fondamentale per riuscire anche sui tiri di alto livello. Ma, al di là di questo, è una disciplina che mi piace molto sia su roccia che in gara. Mi ritengo molto fortunato perché, vicino a casa, si trovano luoghi di riferimento mondiale quali il Ticino e la Val Màsino che posso frequentare facilmente.

Stefano Carnati su Riti tribali, 8c+. Foto: A.Carnati
Carnati-0002 S.Carnati Riti tribali Carnati-8c+ foto A.Carnati

10) In Italia si sta riscoprendo l’arrampicata trad, in fessura, in falesie come Cadarese. Tu hai provato questo tipo di arrampicata? Ti ispira ?
Ho scalato pochissime volte su fessura. Prima o poi sceglierò di dedicare del tempo anche a questo stile di arrampicata… ho solo 16 anni, del resto.

11) Chi sono i tuoi punti di riferimento? C’è qualche arrampicatore in particolare che ammiri?
Tutti i climber di alto livello sono punti di riferimento, poiché tutti hanno realizzato qualcosa di eccezionale. Da ognuno di loro posso trovare ispirazione, stimoli e idee per continuare in questo sport. Oltre agli stranieri più famosi, mi piace seguire l’attività dei nostri climber quali, ad esempio, Gabriele Moroni, Stefano Ghisolfi, Silvio Reffo, ecc.: tutti con un’attività importante e delle prestazioni di eccellente livello.

12) Un’altra domanda leggermente riflessiva. Ti concentri di più sul grado o sulla bellezza del tiro? Mi spiego meglio: scegli un tiro soprattutto in base al grado con il quale vuoi confrontarti o è una scelta puramente estetica?
Un tiro estremo brutto resta, comunque, brutto. E’ ovvio che, se è vicino a casa, si può anche fare! Per i luoghi che richiedono un viaggio più lungo, la scelta ricade su tiri più belli e caratteristici, dove allora è importante il gesto atletico, la qualità della roccia e l’ambiente circostante.

13) Come ultima domanda ti chiedo i progetti per il futuro, manca il 9a giusto? Immagino che ti stai concentrando su quello o hai in mente altro?
Certo che mi sto concentrando anche su quello: è il sogno di tutti gli arrampicatori! Ho delle buone sensazioni sui gradi attorno all’8c e ho l’impressione che qualche miglioramento sia ancora possibile. Lo spero. Vedremo!

Stefano Carnati su Riti tribali, 8c+. Foto: A.CarnatiCarnati-0001 S. Carnati Riti tribali 8c+ foto A.Carnati