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Là dove è riuscita solo una Lei

Là dove è riuscita solo una Lei
di James Lucas
(già pubblicato su Climbing n. 347, www.climbingmagazine.com)

Viene sempre il momento nella vita di tutti gli scalatori in cui si trova una via che li “prende”. E non è detto che sia solo una, possono essere anche di più. Per tutti c’è almeno una via che li cattura, per varie ragioni (storia, estetica, movimenti o, semplicemente, perché non si sa se la si può salire”. Questo lo dice Beth Rodden.

Nel giorno di san Valentino del 2008 Beth ha “chiuso” Meltdown, una fessura da dita di circa 25 m di 5.14c vicino a Upper Cascade Creek (Yosemite Valley). Le sono stati necessari 40 giorni di lavoro, ma ne è uscito il monotiro più duro della valle a quel tempo. Infatti solo sette anni dopo la Dawn Wall si è presa quel titolo con il suo tiro di 5.14d. Da notare che, nella sua salita redpoint, Beth si è piazzata tutte le protezioni.

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A dispetto di numerosi tentativi degli scalatori più forti, compreso Ron Kauk che chiodò la sosta di arrivo e la provò, questa via estrema trad è rimasta irripetuta. Ci hanno provato, tra gli altri, anche Carlo Traversi, Enzo Oddo e Tommy Caldwell.

Nei mesi precedenti al mio tentativo finale volevo ripetere alcuni dei monotiri più difficili di Yosemite, anche per cercare di rilassarmi (fisico e psiche) dall’impegno delle salite a El Cap”. In effetti Beth aveva dedicato una decina d’anni a scalare su El Capitan, facendo salite in libera di Lurking Fear (VI, 5.13c), di El Corazon (VI, 5.13b) e del Nose (VI, 5.14a): perciò era pronta per andare a curiosare dove avrebbe potuto spingersi sulle salite brevi.

Beth Rodden su Meltdown. Foto: Corey Rich
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Meltdown era difficile mentalmente e psichicamente, con piccole asperità per i piedi, movimenti super-tecnici. Per proteggersi, roba piccolissima (il pezzo più grosso di tutti era il TCU Metolius “3/4”, adatto a fessure larghe da 21,5 a 30,2 mm). Aggiungiamo le bufere di neve attorno alla cascata, che l’hanno costretta ad aprirsi la pista per andare all’attacco.

Dopo un mesetto di lavoro si è presa una pausa per fare boulder con degli amici, anche comunque per acquistare ulteriore forza e potenza in generale. Quando è tornata alla via, i ripetuti tentativi nel passo chiave a circa 10 metri di altezza le hanno danneggiato i legamenti delle mani, ma lei è andata avanti lo stesso.

Nel tardo autunno, l’Upper Cascade Creek diventa fascinosamente bianco e silenzioso… ma non appena aumenta l’acqua si capisce con chiarezza che il conto alla rovescia sta incominciando: spruzzi e roccia bagnata non permettono di scalare. Sono riuscita a farla solo pochissimo prima che la cascata diventasse troppo grossa”.

Otto anni dopo, Beth Rodden e suo marito Randy Puro, passano il tempo tra Bay Area e Yosemite, con il figlio di due anni Theo. Dei suoi attuali obiettivi dice: “Voglio passare il più tempo possibile con Theo: e lo voglio fare nel posto che più amo al mondo, Yosemite”.

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Beth Rodden
Nata il 5 maggio 1980 a San Francisco, California, è stata la più giovane donna a scalare un 5.14a (8b+), ed è una delle pochissime al mondo ad aver fatto in libera un 5.14c (8c+) in arrampicata trad.

Incontra Tommy Caldwell a una gara di arrampicata junior nel 1995: con lui si sposa nel 2003. Divorziano nel 2010. Nel 2014 ha un figlio (Theo) con il suo secondo marito, Randy Puro.

Incomincia ad arrampicare nel 1995 al Rocknasium, una sala di arrampicata a Davis, California. Vince lo Junior National JCCA Championships nel 1996, 1997, e 1998; si piazza tra le prime nelle ASCF adult national series nel 1997 e 1998 e si classifica al terzo posto negli ASCF Fall Nationals nel 1998.

Nel 1998 fa in libera la via sportiva To bolt or not to be, lo storico primo 5.14 d’America e diventa la più giovane ad aver salito un 5.14a. Nel 1999 Lynn Hill la nota e la invita alla prima salita interamente femminile del Tsaranoro Massif in Madagascar. Quest’esperienza la lancia definitivamente verso il trad. Nel 2000 fa la prima in libera di Lurking Fear con Tommy Caldwell. Con quest’impresa e con la successiva (2005) salita in libera del Nose, diventa la prima donna ad aver scalato in libera due vie al Capitan.

Nell’ottobre 2005 libera The Optimist, prima americana a liberare un 5.14b. Nel febbraio 2008 fa la prima libera di Meltdown (5.14c).

Nell’agosto del 2000, durante un viaggio nella Kara Su Valley del Kyrgyzstan con l’allora ancora fidanzato Tommy Caldwell e i due amici Jason Singer Smith e il fotografo John Dickey sono presi in ostaggio per sei giorni dai ribelli dell’Islamic Movement of Uzbekistan. A mezzanotte del 18 agosto il capo dei ribelli, per andare alla ricerca di batterie per la radio e di altri viveri, li lascia in custodia di un solo guardiano, Usuph. Caldwell a un certo punto riesce a spingere il ribelle sull’orlo di un precipizio e lo spinge giù. Riescono così a scappare verso un campo dell’esercito kirghiso. Solo dopo apprendono che il guardiano era sopravvissuto. Ma quell’incidente colpisce la pubblica opinione americana, come se i quattro debbano in qualche modo discolparsi del “tentato omicidio”. Beth Rodden patisce molto questa vicenda e la sua arrampicata ne risente: per un anno non fa altri viaggi intenzionalmente.
Nel maggio 2002 ritorna al top con la salita onsight di Phoenix (fessura di 5.13a in Yosemite).

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Salite notevoli:
primavera 1997: Country Boy (5.13d, 2a salita) a Lumpy Ridge, Estes Park Valley, Colorado.
1998: To Bolt or Not to Be (5.14a, 8b+) nello Smith Rock State Park, Oregon.
1999: Bravo les Filles (VI 5.13d A0, 13 lunghezze, con Lynn Hill, Nancy Feagin, and Kath Pyke) nello Tsaranoro Massif, Madagascar.
1999/2000: Disco Machine Gun (5.13, FA/FFA) Indian Creek Canyon, Moab, Utah.
2000: Lurking Fear (5.10 A3, FFA con Tommy Caldwell), El Capitan, Yosemite Valley. In origine classificata 5.10 A3, le prime sette lunghezze in libera sono 5.12c, 5.13c, 5.12d, 5.12d, 5.12a, 5.12c, e 5.13c.
2002: The Phoenix (5.13a, prima onsight femminile) Upper Cascade Falls, Yosemite Valley, California.
2002: Grand Illusion (5.13c, onsight, FFA) a Sugarloaf, California.
2003: Sarchasm (5.14a, 8b+, 2a ascensione) Longs Peak, Rocky Mountain National Park, Colorado.
2003: West Buttress (5.13c, FFA con Tommy Caldwell) su El Capitan, Yosemite Valley. Tutte le lunghezze in libera in differenti occasioni: una salita continua in libera non è ancora stata fatta.
2005: Anaconda (5.13b/c, FFFA) a Lumpy Ridge, Rocky Mountain National Park, Colorado.
2005: Grand Wall (5.13b, FA) multi-pitch a Squamish, B.C. Canada.
2005: The Optimist (5.14b, FA/FFA) in Smith Rock State Park, Oregon.
2005: The Nose (VI 5.14a, 3a e 4a Free Ascent con Tommy Caldwell) su El Capitan, Yosemite Valley, California. Nell’ottobre 2005 Caldwell e Rodden scalarono ciascuno metà delle 31 lunghezze della via, liberandole tutte.
2008: Meltdown (grado proposto 5.14c, FA), Upper Cascade Falls, Yosemite Valley, California.

 

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“Pinne gialle” trad

Pinne gialle trad
(a dispetto dei fantomatici appigli “scomparsi”)
di Maurizio Manolo Zanolla


Pinne gialle
è una via che ho attrezzato a spit e dall’alto nell’estate del 2014 in Tognazza (Passo Rolle, Dolomiti). Corre a lato del grande diedro centrale, superato dalla via Dell’Antonio-Marcon, un itinerario aperto il 28 agosto 1962 e da me in seguito liberato.

Anche a causa delle pessime condizioni meteo di quell’estate, Pinne gialle mi ha rubato nove giorni per il lavoro di chiodatura e pulizia e sono riuscito a liberarla il 23 settembre del 2014 accompagnato da Eric Girardini. Matteo Mocellin ha documentato la prima salita con una completa sessione fotografica e dopo la salita, come ormai d’abitudine, non avevo espresso nessuna graduazione alla via, lasciando ad altri più bravi l’eventuale compito. Per il racconto vedi: http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-nuova-via-per-manolo-in-tognazza.html

Tre immagini della prima ascensione di Manolo su Pinne gialle, 23 settembre 2014. Foto: Matteo Mocellin/Storyteller-Labs
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Quella serie di fessure, come ho già raccontato due anni fa dopo la prima salita della via, era da molto un mio personale sogno “trad” ma probabilmente, il lungo periodo di stop per infortunio mi aveva condizionato talmente tanto che non ne avevo avuto il coraggio, e la paura di schiantarmi in quel diedro minacciosamente vicino mi aveva convinto a mettere gli spit.

Il tempo però l’ha diluita in fretta e già mentre Andrea De Giacometti (che mi aveva accompagnato negli ultimi giorni di pulizia e nel primo tentativo di salita), stava provando a ripeterla gli avevo suggerito di sbrigarsi perché mi era ritornata la voglia di tentarla trad.

Nel frattempo ad agosto del 2015 Riccardo Scarian e Alessandro Zeni la provano con la corda dall’alto.

Dopo quindici giorni gli stessi ritornano con la corda dal basso, trovandola completamente trasformata e tremendamente più difficile, non riuscendo nemmeno ad arrivare in sosta e alle tre di notte mi arriva un messaggio che riporto testualmente: “Oh Mago, ma sai che un coglione (!!!) ti ha smartellato gli appigli su Pinne gialle? Dev’essere stato un talebano di merda! Sarebbe da fargli il culo a gente del genere… Buona notte!”.

Con la corda dall’alto sul tiro chiave di Pinne gialle. La foto è stata pubblicata l’8 settembre 2015 da Alessandro Zeni sul suo profilo facebook, con il seguente commento:Festeggiano i cani sul cadavere dei leoni pensando di aver vinto.. ma i cani rimarranno cani e i leoni rimarranno leoni!! Non toccate mai i vostri idoli, la sottile doratura che li ricopre si attacca facilmente alle vostre dita…“.
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Naturalmente mi preoccupo: ma cosa sarà mai successo su quella via? Così chiedo ad Andrea che la stava provando per favore di salire a controllare. Niente, dopo la perlustrazione mi dice che lassù non manca proprio niente, per lui tutto è assolutamente come prima, a parte la presenza di un isolato moschettone a metà.

Per tutta risposta (il 4 settembre sempre del 2015) gli arriva questo messaggio (che riporto altrettanto testualmente): “Ciao Andrea direttamente dalla regia mi dicono che non è assolutamente cambiato niente su Pinne gialle… Beh che dire! Ti consideravo una persona onesta e con una certa etica. Ma evidentemente mi sbagliavo… sei abbagliato e probabilmente d’accordo con il tizio che si è fottuto il cervello ormai da un bel po’ di tempo! Vorreste farci passare da coglioni a me e Zeni? Sarà difficile!! Una via che fai con un resting a vista con la corda dall’alto! E due settimane dopo, in forma, fai un resting a ogni spit non credo sia a stessa via! Comunque complimenti, siamo come al solito nel patetico! Ma sinceramente a me non me ne frega un cazzo! Ce ne sono di vie da scalare a ‘sto mondo. Bravi ancora una volta, siete proprio i migliori!!! Diglielo pure al tuo amico… Che ora stiamo scalando al Bilico… e preventivamente abbiamo le foto di ogni appiglio e appoggio! Così da non passare proprio da coglioni ogni volta! Buone arrampicate… Ciao Sky.”

Aldilà del linguaggio, tutto questo mi sembra tremendamente strano e il 7 settembre 2015 con Andrea ritorno lassù, mi calo lungo la via ma non vedo nessun cambiamento, tutto è assolutamente come prima. Quel pomeriggio Andrea fa anche un paio di tentativi per chiuderla, ma non ci riesce.

Sono indolenzito e infreddolito il sole è sparito da un bel po’, sono appeso su quella sosta scomoda da due ore ma sono troppo curioso. Mi carico tutto il materiale nello zaino e parto, arrivando in sosta scalando pulito e riconfermando tutto quello che mi era sembrato la prima volta… questa via con la corda dall’alto è puro divertimento. Sono contento, non manca assolutamente un millimetro di pietra e come sempre, non mi fermo nemmeno a rispondere, semplicemente vado avanti per la mia strada.

Andrea De Giacometti
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Andrea De Giacometti durante la prima ripetizione di Pinne gialle, 12 agosto 2016. Foto: Laura Gonzalez Calavia
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Finalmente quest’estate, esattamente il 12 agosto 2016, Andrea riesce nella prima ripetizione. Andrea scrive: “Il nome Pinne gialle deriva da una storia tutt’altro che simpatica, fatta di arrampicatori “snaturati” e di maldicenze su appigli rotti e smussati. Una saga senza fine incominciata tempo fa, purtroppo con l’unico scopo di tralasciare il vero valore dell’arrampicata e della mera bellezza delle vie. Tiri semplicemente unici, dove si riesce a passare oppure, con un grande sforzo di umiltà, è dovere togliersi il cappello e portare a casa un insegnamento di valore ancora più prezioso. A me questa via ha insegnato molto, la reputo la più complessa che abbia salito fin ora e sicuramente la più bella della parete. Una via con carattere, con “un’anima” propria da ricercare e comprendere, sintonia da scoprire con la parete, gioco di emozioni… per riuscire a salirla ci vuol ben altro che un buon allenamento e le dita che stringono”.
Per il racconto, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-prima-ripetizione-in-tognazza-per-andrea-de-giacometti.html.

Ora, posso togliere definitivamente gli spit.
Il primo giorno non riesco a toglierli tutti, quella parete storta mi spacca la schiena rimescolando una verticalità contorta. Ritorno per finire il lavoro e provo anche a posizionare qualche stopper, non ho nessuna esperienza con questo genere di protezioni veloci e in quella strana fessura a tratti appena superficiale mi rendo conto che i friend non entrano un gran che e il materiale che possiedo è troppo grande. Non ne ho mai usati di più piccoli e non so nemmeno quanto tengano (ammesso che riesca a posizionarli), ma se voglio continuare devo comprarli.
Cavolo se costano questi dannati stopper e mi rendo anche conto che non mi bastano. Devo acquistarne altri assieme a qualche micro-friend.
Questa volta li faccio bastare e non ho nessuna intenzione di comprarne ancora.

Manolo e un micronut. Foto: Davide Carrari
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L’idea è anche di fare qualche test per comprendere se tengono davvero e se l’eventuale fuoriuscita di uno di questi nel tratto chiave possa essere devastante, ma poi mi convinco che è meglio non saperne nulla, non voglio essere influenzato, devo alleggerirmi da tutto, dalle chiacchere, dalla paura, dall’immaginazione… nessun timore deve infiltrarsi e mi convinco che sono più che sufficienti.

Bene, adesso devo solo provare la via, quest’estate non ho quasi mai scalato, non sono in condizioni e non voglio rischiare troppo. La via non esige grande forza e nemmeno una grande resistenza ma molta sensibilità. Però affidarsi solo a una buona condizione mentale con quelle protezioni è piuttosto pericoloso.

Giovedì 29 settembre Eric ha mezza giornata di tempo, avrei preferito il pomeriggio visto la calura di questi giorni ma oggi può solo al mattino. Mi cala lungo quelle fessure che ora senza i chiodi mi sembrano ancora più belle, ma impiego molto tempo a posizionare alcuni di quei micro dadi. La gravità mi sputa sempre implacabile verso il diedro continuando a toglierli e arrivo in fondo più storto che mai.

Anche Eric ne ha piene le scatole di rimanere appeso in sosta ma si offre gentilmente di scendere ad assicurami per un tentativo.

Manolo impegnato nella prima trad di Pinne gialle (con protezioni pre-piazzate), tiro chiave. Foto: Davide Carrari
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Preferisco scalare subito dal basso, non abbiamo molto tempo e nessuna ambizione di riuscire, voglio solo capire se riuscirò a rinviare e mettere i friend dove prima dovrò mettere le dita e intanto ripasserò con calma i movimenti della via ma soprattutto… incomincerò ad abituarmi mentalmente a quella scalata. Metto il casco, Eric ride perché non l’ho mai messo; gli chiedo di essere serio, voglio concentrarmi, sono molto preoccupato anche solo per provare a resting.

Ho da subito una buona percezione e mi abbandono con fiducia sui primi spalmi trovandoli molto più facili del previsto riuscendo sempre a rilassarmi e a riposare quasi ovunque, e rapidamente mi avvicino al tratto più pericoloso e difficile.

Eric mi incoraggia ma io non ricordo le sequenze: però traverso deciso e leggero verso il passo più impegnativo ma quando provo a proteggermi mi rendo conto che le protezioni sono posizionate troppo in alto. Non posso fermarmi e nemmeno cadere, se voglio raggiungerle devo proseguire ancora.

Quel diedro è pericolosamente vicino e se solo mi scivolasse un piede mi schianterei contro ma stranamente non m’irrigidisco e m’infilo in una strana dimensione che annulla totalmente tutto quello che mi circonda e avanzo fino a proteggermi su quei piccoli dadi e proseguo fino al riposo, dove non mi fermo nemmeno. Non sono stanco e voglio lasciarmi dietro più parete possibile.

Tognazza, via Pinne gialle
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Superato il tratto più critico avverto improvvisamente il caldo torrido del mezzogiorno che mi secca la gola, ma ho ancora qualche movimento molto strano e insidioso per riuscire. Spreco energie, non mi ricordo il metodo e devo riscendere al riposo. Respiro più profondamente, è l’ultimo ostacolo che mi separa dal mio piccolo sogno e riparto ascoltando solo l’istintività del mio corpo e poco dopo sono in cima a quei 47 metri fantastici!

Ho la gola arsa, ma non sono minimamente acciaiato e tutto mi è sembrato facile… oggi ho arrampicato bene, come ormai mi succede raramente forse perché sono riuscito ad alleggerirmi da tutto e solo adesso mi rendo conto di non aver mai pensato a cadere.

Non ho fatto niente di speciale, ho solo realizzato una parte di un mio piccolo sogno e mi piace averlo fatto a quasi sessant’anni. Ma nuovamente la felicità si smorza… sono salito facilmente, ma allora forse potrei salire mettendomi tutte le protezioni dal basso? Anche quelle più precarie?

Credo di sì, ho imparato molte altre cose ma per ora non sono ancora pronto e lascio il piacere a qualcuno più bravo ed esperto di me. Potrebbe essere un prossimo progetto… ora ho scoperto gli stopper e intanto mi impegnerò a liberare anche gli altri tiri, poi vedremo.

Riflettendo: dal momento che lassù non manca un millimetro di pietra… o sono un extraterrestre e riesco a salire con facilità, senza allenarmi, dove rinomati atleti giovani e preparati ed esperti non riescono, oppure qualcuno ha speso un capitale di colla e ha rincollato tutti gli appigli scomparsi in un modo impeccabile senza lasciare traccia… oppure ancora qualcuno si è inventato una velenosa favola di appigli scomparsi che spero contagi solo gli “arrampicatori da tastiera”.

Alessandro Zeni e Riccardo Sky Scarian
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New-trad generation

New-trad generation
di Marco Blatto
(pubblicato sull’Annuario del GISM 2013-2014, per gentile concessione)

Ho iniziato a praticare l’alpinismo e ad arrampicare nel periodo post-Nuovo Mattino, alla fine degli anni Settanta. Sono cresciuto con il mito del free-climbing, cui personalmente ho sempre attribuito il significato di arrampicata senza l’uso dei mezzi artificiali, piazzando le protezioni amovibili e limitando l’utilizzo dei chiodi “tradizionali”. Pur ricevendo da adolescente una formazione “classica” a un corso di alpinismo organizzato dalle guide di Courmayeur, diretto dall’indimenticabile Cosimo Zappelli, ho viaggiato da autodidatta nel mondo dei nut, degli excentric, dei friend e delle scarpette a suola liscia. Fu proprio l’avversione alle scarpette a suola liscia da parte di alcuni alpinisti “per bene” di allora, a mostrarmi l’esistenza di un confine tra l’alpinismo tradizionale e il diffondersi della filosofia del free-climbing.

Marco Blatto
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Ricordo benissimo un episodio nei primi anni Ottanta, quando, giovanissimo aiuto istruttore in un corso di alpinismo del CAI, commisi di fronte a tutti il mio primo atto blasfemo. Durante un’uscita del modulo d’introduzione all’alpinismo (eravamo in palestra), un istruttore assicurato da un’allieva s’impegnò su una breve parete di quinto grado. Dopo aver alquanto faticato nel superare una placca con pochi appoggi (ovviamente indossava gli scarponi) tentò invano di piantare un chiodo in una fessura verticale laddove si sarebbe potuto agevolmente piazzare un proibitissimo friend. Il chiodo, non di misura, schizzò fuori dalla fessura al terzo colpo di martello, lasciando l’istruttore alla mercé del vuoto e delle gambe tremolanti. Seguirono istanti d’apprensione da parte dei presenti che non si accorsero che mi ero defilato per togliermi gli scarponi e indossare le “scarpette”. In pochi secondi salii così la paretina slegato fino a una pianta che sporgeva dalla sommità, e vi buttai giù appena in tempo una corda al malcapitato. Il fortuito salvataggio scatenò le ire dei tradizionalisti, forse non molto interessati al fatto che si era evitato un probabile incidente.

Eppure arrivavo dall’alpinismo, usavo con disinvoltura gli scarponi e sapevo piantare i chiodi benissimo. Semplicemente, accettavo che vi era il momento per gli scarponi e per i chiodi e vi era quello per le scarpette e le protezioni amovibili. Il free-climbing, almeno come lo avevamo inteso noi, non escludeva l’uso dei chiodi “tradizionali” seppur limitati ad alcune circostanze. Non si trattava insomma di un’etica propriamente “clean”. Occorre dire, per dovere storico, che il clean-climbing ovvero l’arrampicata senza l’uso del martello e dei chiodi (hammerless), prerogativa per lo più britannica, si era diffusa negli Stati Uniti come reazione a un periodo esasperato di artificialismo negli anni ’60.

L’uso massiccio di chiodi a pressione e talvolta anche lo scavo di appigli, aveva provocato come reazione numerose schiodature e la progressiva introduzione dell’uso di protezioni amovibili. Scalare in clean climbing non significava, però, deprecare la progressione in artificiale. Ecco perché il fenomeno del free-climbing, “l’arrampicata libera”, è da considerarsi una sorta di passo successivo. In ogni caso, almeno sulle Alpi occidentali, la diffusione del free-climbing verso la metà degli anni ’70, si colorò di elementi che potremmo definire “tradizionali” e tutt’altro che “total clean”.

Materiale per il new-trad
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La vicinanza culturale alla Francia favorì poi, nel giro di pochi anni, la diffusione di un vento “sportivo” e l’introduzione dello spitroc, il nuovo erede del chiodo a pressione. Per quanto riguarda la mia generazione, formatasi soprattutto nei primi anni ’80, testimonio che non vi fu una particolare difficoltà ad accettare il “nuovo” integrandolo nella cosiddetta “tradizione”. La maggior parte degli scalatori “top” torinesi, passava con disinvoltura dalle vie di Michel Piola sul Monte Bianco, al free-climbing nostrano della Valle dell’Orco e alle falesie di grido della bassa Valle di Susa. Certo, ciascuno seguiva le proprie preferenze senza però rispondere a una coscienza etica vera e propria.

Quando l’arrampicata diventò “sportiva” a tutti gli effetti con l’affermazione delle prime competizioni, ci si espresse pro o contro le gare ma, al più, non si colse l’avvento di questa disciplina, anche fine a se stessa, come un pericolo diretto per le sorti dell’alpinismo. Era chiaro fin da subito che il mondo delle competizioni avrebbe seguito una via autonoma tagliando progressivamente le radici culturali con l’attività in ambiente naturale. Fu piuttosto il metodo d’introduzione del nuovo chiodo a pressione a creare delle divergenze di pensiero.

Lo spit decretava non tanto una nuova “morte dell’impossibile” ma poneva in primo piano il superamento del grado (quindi un’idea comunque sportiva della scalata) eliminando la zavorra della componente psicologica. La stampa, anche specializzata, ci mise ovviamente del suo, e non fu difficile creare una certa confusione. Chi praticava l’arrampicata sportiva in falesia, quindi in libera ma totalmente protetta, era definito genericamente un free-climber, dimenticando e stravolgendo ciò che quel termine aveva significato in senso filosofico e tecnico. Altri, ancora più maldestramente, iniziarono a definire sia gli assertori del free-climbing sia dell’arrampicata sportiva, come “sassisti”.

Adam Bailes lotta contro Fat Tony, Valle del Orco
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Ricordo un giorno, nel 1984, che recatomi in un noto negozio torinese di articoli per la montagna per acquistare un nuovo imbrago il negoziante mi chiese: per alpinismo o per sassismo? Risposi: «Beh! Per tutto!». Ci fu chi, come il sottoscritto, s’impose delle regole basate sulla propria sensibilità, creando una precisa divisione mentale delle varie attività e confinandole in ambienti ben definiti. Nelle mie “aperture” in falesia utilizzavo senza remore lo spit ravvicinato piazzandolo dall’alto, nell’apertura delle vie di più tiri di medio-fondovalle, piantavo lo spit salendo dal basso e limitandolo alle sole sezioni non proteggibili. In montagna infine, avevo deciso di non utilizzare lo spit. Accettavo appieno la legittimazione dell’arrampicata sportiva in falesia e vedevo nel parsimonioso uso del chiodo a espansione una buona mediazione per l’arrampicata su certi tipi di terreno (quello che sarebbe stato definito poi in modo generico “terreno d’avventura”). Lo bandivo del tutto, invece, dalla mia idea di “avventura” in montagna. Può apparire una distinzione grossolana forse ma in qualche modo tentavo di perseguire un ordine etico. Più severi e privi di sfumature erano i britannici che dopo l’avvento del fenomeno “sportivo” vedevano due discipline ben distinte: sport-climbing e trad-climbing. È superfluo dire che la prima non riscontrasse un gran favore in terra d’Albione, da sempre contraria all’uso del chiodo espansione e appena tollerante nei confronti di quello “tradizionale”.

Il trad-climbing era la tecnica preferita dai britannici, un’arrampicata “tradizionale” in ottica “clean” che aveva raggiunto dei livelli di estrema severità etica in alcune zone delle Gran Bretagna, come in Galles o nel Peak District. Sulle Alpi occidentali dalla fine degli anni ’80 prese a diffondersi il cosiddetto fenomeno dell’arrampicata plaisir che, personalmente, ho sempre considerato una degenerazione dell’arrampicata sportiva. Quest’ultima, infatti, nell’accezione originaria prevedeva il superamento di una difficoltà obbligatoria seppur protetta in modo adeguato. Alcune aperture cosiddette “moderne” degli anni ’90 avevano peraltro seguito un’etica abbastanza severa, pur importando l’uso sistematico dello spit sulle placche compatte: foratura con il trapano salendo dal basso, senza fermata su punti artificiali e grado obbligatorio alto.

Marco Blatto
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Il “plaisir” partiva da una filosofia completamente opposta, che consisteva sostanzialmente in una chiodatura ravvicinata e in un grado obbligatorio molto basso. Inutile dire che in tal modo si garantiva la riuscita della via a qualsiasi ripetitore, né più né meno che la progressione da chiodo a chiodo sulle staffe che tante reazioni aveva scatenato nell’ambiente negli anni Sessanta. È anche facile intuire come questa sorta di “democrazia della salita” abbia trovato rapida espansione anche in ambienti “di montagna”, con grande soddisfazione di guide alpine e rifugisti, talvolta addirittura con il sostegno di enti e aziende di soggiorno che hanno intuito l’affare di un allargamento della potenziale fascia di frequentatori di pareti di fondovalle o situate in prossimità di strutture turistico-ricettive.

Al contempo, la minoranza che ha continuato a sostenere la necessità di preservare uno spazio d’avventura, dove il rischio fosse considerato un elemento del gioco dell’alpinismo e della scalata, è stata spesso indicata come un cenacolo di aspiranti suicidi da sottoporre alla pubblica gogna dell’opinione pubblica, spesso disinformata ed estranea al mondo dell’alpinismo. La libertà di rischiare è divenuta inoltre un disvalore da combattere non soltanto con la legittimazione del massiccio “intervento tecnologico” ma anche con divieti e sanzioni che rischiano di creare una pericolosa giurisprudenza.

Come spesso accade nella storia dell’alpinismo, che se avesse una rappresentazione grafica potrebbe essere paragonata a una curva sinusoidale, a eccessi di tecnologia hanno sempre fatto seguito movimenti di forte opposizione d’opinione, d’entità uguale e contraria. Il periodo delle direttissime a “goccia d’acqua”, per quanto deprecabile, ebbe almeno dalla sua una pratica limitata agli alpinisti di punta e una certa laboriosità nel piazzamento realizzato a mano e salendo dal basso.

La concezione dello “spit plaisir”, invece, prevede nella maggior parte dei casi “cantieri” approntati dall’alto con l’utilizzo del trapano, cui si accompagna un’opera di pulizia e di disgaggio. Seppure con un uso più limitato (ma ugualmente inutile), lo spit ha costituito l’innesco della reazione che è partita nel 2010 nella Valle dell’Orco in provincia di Torino, ultima riserva di un’arrampicata “tradizionale” con ancora salde radici in quel free-climbing degli anni Settanta e Ottanta. Alcune fessure, infatti, erano state addomesticate da solidi spit con l’intento di migliorare la sicurezza delle vie, scatenando in breve una serie di schiodature anonime. A queste azioni, certamente opera di alcuni scalatori “locali”, si è però affiancato il plauso di numerosi scalatori europei frequentatori della valle, che avevano visto nell’anomalia delle fessure protette un fenomeno tutto italiano. Com’era prevedibile, si è determinata in breve una dura contrapposizione tra i sostenitori dello spit e i difensori della “tradizione”, e ha iniziato a circolare il termine trad-climbing per promuovere un’arrampicata “clean” praticata per lo più in fessure proteggibili.

È facile intuire come sia stato difficile far calzare alla Valle dell’Orco questo termine preso in prestito dalla tradizione britannica dove, per “traditional climbing”, s’intende un’arrampicata che ha mal tollerato anche l’utilizzo occasionale di chiodi “tradizionali”. Va rilevato quindi che, inizialmente, il pretesto “trad” è servito soprattutto per porre un freno alle richiodature snaturanti che molte vie stavano subendo in valle. In un secondo tempo però, grazie anche al Trad Climbing Meeting organizzato dal CAAI a Ceresole Reale (TO), si è diffusa una concezione più purista e “inglese” della scalata, con la ricerca di brevi fessure che in tanti anni di esplorazione su quelle rocce non erano neppure state prese in considerazione dai top-climber locali. Questo si deve anche alla partecipazione nelle varie edizioni di fuoriclasse in questo stile, primi fra tutti Toni Randall e Pete Whittaker

Pete Whittaker su Greenspit, Valle dell’Orco. Foto Michele Caminati
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Si è infine proposto, tra gli addetti ai lavori, un termine più consono al nuovo fenomeno: il new-trad, che supera connotazioni storico-locali dell’arrampicata aprendo una fase nuova per una disciplina che a livello tecnico-fisico, ha in sé parte dell’esperienza della “scalata sportiva” e del bouldering. Svolgendosi per lo più in fessura, il new-trad ha come roccia d’elezione il granito e i suoi derivati, e accanto a siti noti come la Valle dell’Orco o Cadarese stanno nascendo nuovi terreni di gioco. Personalmente, poiché legato a un’arrampicata “tradizionale” nel senso più nostrano del termine, non sono particolarmente interessato al new-trad come a un’ennesima diversificazione specialistica del mondo verticale. L’aspetto maggiormente interessante è quello etico e psicologico. Il “vento trad” che ne deriva direttamente, favorisce una sempre maggiore coscienza critica nei confronti dello spit “inutile” e della banalizzazione della scalata. Rifiutando la riuscita ad ogni costo garantita dallo spit, si può concentrare la propria azione sull’incertezza della riuscita e su una maggiore consapevolezza dei propri limiti. Il rischio assunto non più come un elemento estraneo alla scalata ma accettato responsabilmente, diviene al contempo una libertà di scelta individuale. Ho inteso chiudere questa mia breve dissertazione con una sorta di piccolo dizionario, sperando che possa contribuire a fare chiarezza tra chi è meno avvezzo ai fenomeni e alle vicende odierne del mondo verticale, con la certezza, che sia della massima importanza saper intercettare e conoscere quegli aspetti etico-morali che nel prossimo futuro influenzeranno il mondo dell’alpinismo.

Arrampicata tradizionale: nel senso più “nostrano” del termine, si può così genericamente indicare quella scalata che non prevede la foratura della roccia per la posa di protezioni a espansione. Tenendo conto dell’evoluzione storica dei materiali, essa annovera la possibilità di piazzare chiodi tradizionali da fessura, se necessario, e protezioni amovibili come nut e friend.

Trad-climbing: termine anglosassone che designa una scalata sostanzialmente “hammerless” (senza martello e chiodi o protezioni fisse) quindi non identificabile in senso stretto con la nostra “arrampicata tradizionale”.

Free-climbing: di questo termine si è spesso abusato, generando una confusione di ordine tecnico, storico e filosofico. Letteralmente “arrampicata libera”, è stato talvolta identificato con l’arrampicata sportiva, con cui, in realtà, condivide solo il tipo di progressione: senza l’uso di mezzi artificiali. Affermatosi verso la metà degli anni Settanta, quando lo spit era ancora poco diffuso, ebbe connotati filosofici ed etici distanti anni luce dall’odierna arrampicata in falesia. Si può affermare che il free-climbing, in questo senso inteso, si esaurì con l’avvento delle competizioni e dell’arrampicata “sportiva”, a metà degli anni Ottanta.

Clean-climbing: ovvero una scalata “pulita” che non lascia traccia di protezioni fisse. Nei paesi anglosassoni questo termine può identificarsi con il trad-climbing.

New-trad: arrampicata “clean”, generalmente su brevi lunghezze fessurate, con un’etica precisa circa la posa delle protezioni e di eventuali soste fisse.

Terreno d’avventura: s’intende con questo termine una categoria dell’arrampicata abbastanza “allargata” e variegata, che comprende idealmente tutte le voci citate in precedenza, più le vie dove vi sia una presenza anche degli spit, ma parziale o particolarmente distanziata e pericolosa. In questa categoria rientrano ovviamente tutte le vie in roccia di stampo “alpinistico”, in cui l’ambiente, anche di bassa quota, comporti dei pericoli oggettivi.

Arrampicata sportiva: è l’arrampicata sui “monotiri” con chiodatura fissa, sicura e sufficientemente ravvicinata, in settori (falesie) dove non sussiste alcun tipo di pericolo oggettivo.

Arrampicata sportiva agonistica: è la scalata il cui fine è la competizione nelle tre diverse discipline: lead (difficoltà), speed (velocità) e boulder. È praticata esclusivamente su strutture artificiali ed è “figlia” dell’arrampicata sportiva.

Marco Blatto
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Arrampicata plaisir: con questo termine sono generalmente designate quelle vie di più lunghezze con chiodatura fissa e ravvicinata, con grado “obbligatorio” molto basso, il cui scopo è eliminare quasi del tutto l’elemento psicologico e il rischio a favore del puro divertimento.

Green-point: è la salita di una via con attrezzatura fissa in posto, senza però utilizzarla, facendo in alternativa.

Marco Blatto
Marco Blatto, Testimonial e Accademico del Gism, è membro dell’Alpine Climbing Group britannico, del Groupe de Haute Montagne de Chamonix (GHM), Capogruppo dei “Rocciatori Val di Sea” e Istruttore Federale di arrampicata sportiva.

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Cosa è il trad?

Cosa è il trad?
di Steve McClure
(traduzione di Luca Calvi, per gentile concessione da Climb 127, www.climbmagazine.com)

“Ehi, ma dove hai intenzione di andare?” – mi chiese Chris che mi stava spiando mentre ero intento a riempire di dadi e friends uno zaino di dimensioni mostruose.
“A Pembroke, a fare arrampicata trad”.
“E cosa vai a provare?”

Steve McClure
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Il significato di quel “provare” era evidente: “provare” nel senso di “andare a provare e riprovare qualcosa di davvero difficile, di veramente troppo duro da salire a vista e da fare da primo magari solo dopo”. La domanda partiva dall’assunto che ciò che stavo andando a fare era proprio quello, ovvero headpointing su qualcosa di grado E seguito da un numero alto, invece che andare a salire a vista qualche classica di grado E5.

Beh, c’è da dire che aveva assolutamente ragione: del resto, con gli occhi incollati su Choronzon, un E10 ancora non ripetuto di Neil Mawson, non mi stavo certo preparando per andare a fare una salita a vista. Quindi, cosa stavo andando a fare, arrampicata tradizionale a Pembroke o qualcos’altro?

Ma cosa vuol dire esattamente arrampicata trad? Beh, se per l’arrampicata sportiva possiamo dare la precisa definizione di “salire vie protette da spit precedentemente piazzati”, l’arrampicata tradizionale può essere definita come “salire vie protette da attrezzatura posizionata nelle strutture naturali offerte dalla roccia”. L’arrampicata sportiva, peraltro, può essere divisa in vari stili: redpoint (lavorata), on sight (a vista) e flash (a vista ma con informazioni precedenti), tutti e tre stili chiaramente definiti e altrettanto validi. Per quanto riguarda l’arrampicata tradizionale, invece, le cose non sono definite in modo così preciso.

Per cominciare, le protezioni vengono piazzate nelle strutture offerte in natura dalla roccia stessa, quindi, per esempio, i friend nelle spaccature, i dadi nelle fessurine, i tricam nei buchi scavati… (Ehm, buchi scavati presenti in natura? Va bene, dai, passiamo oltre). Poi, ovviamente, fettucce e cordini attorno a spuntoni o sassi incastrati. E se per caso fosse troppo difficile piazzare quella fettuccia, o troppo scomoda per uno che sale da primo? Si può anche posizionare del materiale e lasciarlo in loco, come gli spit.

Neil Mawson: Foto: Jack Geldard
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Va bene, diamo per buoni quelli e anche i chiodi che vengono inseriti nelle fessure esistenti in natura, anche se raramente vengono piazzati a colpi di martello da chi sale da primo; vengono piantati scendendo in doppia lasciando così una protezione fissa, anche in questo caso similmente a quanto avviene con gli spit.

Tuttavia, siccome i nut e i chiodi vengono posizionati in alloggi naturali e dato che questi possono anche uscirne, arrugginirsi o spaccarsi, è giusto considerarli alla stregua di attrezzatura tradizionale, rientrano nella descrizione fatta e in fin dei conti siamo britannici e siamo noi a creare le regole.

Un attimo, però. Non sono del tutto sicuro che la definizione di arrampicata tradizionale sia corretta. Probabilmente “tradizionale” sta ad indicare il vero stile tradizionale, quello che usavamo un tempo quando andavamo a scalare e che comprende l’arrivare fin sotto alla falesia o alla parete con la maggior quantità possibile di informazioni che è stato possibile ottenere dalla lettura della guida fatta all’interno della tenda la notte precedente, il tutto assieme ai consigli di andare a dedicarvi a una qualche via classica che arrivano da parte del socio, ormai stufo di tenere il peso di chi si lancia verso nuovi gradi. Lo stile è quello dell’arrampicata a vista, che tende magari a una sorta di “flash” a causa di un po’ di informazioni sulla via, il tutto dipende dalle preferenze di ognuno, ma, soprattutto, partiamo come se stessimo andando incontro all’ignoto, ad assaporarci l’avventura. Gli ostacoli vengono affrontati man mano che si incontrano, decidendo quali protezioni usare, calcolando la misura necessaria, andando a piazzarle male e poi dovendo lottare per riprenderle visto che le stesse si sono incomprensibilmente andate a incastrare a lato. Dobbiamo tirarle? Ne abbiamo portate a sufficienza? E cosa succede se nelle fessure entrano solo i friend del 2 e li abbiamo già usati tutti? E dov’è il passaggio chiave? La fessura orizzontale là sopra è asciutta? E quella scaglia lì, dall’aspetto così precario, terrà? Così tante domande e tutte che ricevono risposta man mano che ci si muove. Ecco, questa è per me l’arrampicata tradizionale nel suo senso più puro: tutta la sfida offerta dalla via e tutte le sue difficoltà vengono affrontate nello spazio di tempo tra il momento in cui si abbandona il terreno alla base e quello in cui si arriva in cima.

Certo, possiamo dare un’occhiata dalla base prima di partire, e possiamo anche decidere che i friend più grandi possono rimanere nel sacco perché la fessura è strettissima, oppure possiamo decidere di non aver bisogno di trenta rinvii visto che la via è lunga quindici metri in tutto, come d’altra parte che quel cordino (su clessidra o sasso incastrato) così evidente o quel chiodo così a prova di bomba saranno più che sufficienti per proteggerci nel passaggio chiave. E’ davvero un gioco leale, così, e nella testa della maggior parte delle persone nemmeno la descrizione presente nella guida che vi indica la necessità fondamentale di un friend del 2 a metà via potrà andare a inficiare manco lontanamente la vostra salita a vista.

Si potrebbe giungere all’affermazione che l’arrampicata tradizionale sta tutta nel far sì che rimanga dura. A parte un’idea generale sulla difficoltà e una descrizione della guida (e c’è chi obietta che già questo basti a far saltare una vera salita a vista), rifuggiamo in modo deciso ogni aiuto, voltando le spalle mentre qualcun altro sta salendo la via, cominciando a cantare a squarciagola se qualcuno si mette a descrivere la relazione della via e gettando via i DVD che mostrino i nostri obiettivi futuri. Noi bramiamo l’avventura, ecco qual è la vera arrampicata tradizionale.

Bene, cosa dovevo andare a fare a Pembroke? Avevo già una vaghissima idea della via di Neil, sapevo che c’era un grappolo di protezioni piazzate su tutto il lungo tratto chiave, e sapevo anche che se per caso cadevi prima di quel grappolo a quindici metri d’altezza probabilmente ci avresti lasciato la pelle. Sapevo anche che Neil aveva passato anni a provare quella via e sapevo anche che Neil è uno che scala piuttosto bene.

Per tutte queste ragioni non avevo alcuna intenzione di andare a scalare la via di Neil in stile tradizionale. L’ultima cosa che volevo fare (a parte lasciarci la pelle per un volo) era arrivare in qualche modo fino al grappolo di protezione per poi scoprire di essermi portato dietro il materiale sbagliato e trovarmi così costretto a pensare alla svelta a un piano di fuga. Fu così che decisi di passare a un altro stile di arrampicata “trad”, quella che non consiste nel cercare le difficoltà, bensì nell’andare a cercare il modo più semplice possibile.

Spetta agli scalatori fissare le loro regole, ma il vero problema è, pur rimanendo all’interno delle stesse, riuscire a dare una risposta alla maggior parte delle domande che vengono poste sulla via ben prima di lasciare il terreno per iniziare la scalata. Dove va l’attrezzatura, come piazzarla, dov’è il tratto chiave, gli appigli sono asciutti?

Molte domande ottengono così una risposta. Ognuno può scegliersi la tonalità di grigio che preferisce: per esempio trovarsi un socio che la salga con la corda dall’alto, si faccia un’idea dei movimenti e dell’attrezzatura necessaria e poi farsi dare una relazione passo per passo, in modo che poi uno se la possa bere per benino dall’inizio alla fine, oppure si può anche scendere in doppia lungo la via, senza dover assolutamente fare in fretta, perché non ci sono penalità in caso di ispezioni “veloci”; è anche possibile salire tranquillamente la via con la corda dall’alto, garantendosi in questo modo di poter scalare quanto si vuole senza il pericolo di cadere: non resterà quindi altro da fare che ripetere la via, legandosi stavolta all’altro capo della corda.

In questa immagine e seguenti: Steve McClure durante la seconda salita di Choronzon (The Cauldron, Pembroke). Foto: Ben Pritchard
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E per il materiale? Difficile da posizionare? C’è solo da stabilire tutto prima: DMM dragon, numero 3, infilato a 45 gradi, da posizionarsi stando su un buco per due dita sulla destra. Provare e riprovare. Prepararlo sull’anello porta-materiali frontale sinistro. La stessa cosa va poi fatta per tutto il resto dell’attrezzatura, non ci saranno casini e non ci saranno domande per le quali aspettarsi una risposta. Non avrete portato materiale inutilmente, non ci sarà bisogno di altre fettucce porta-materiali. Peraltro, perché mai non lasciare tutto già moschettonato? Se già c’è un nut pre-posizionato, può starci anche un moschettone? Ho sentito di gente che sale vie con tutte le protezioni già moschettonate e le salgono staccando il moschettone e poi riposizionandolo per poter poi dire di aver “piazzato tutte le protezioni da primo”; alcuni addirittura se li attaccano all’imbrago, li appendono, poi li tolgono e li riposizionano. Ho anche sentito di gente che sale portandosi attaccato all’imbrago il doppione del materiale, così, caso mai a qualcuno venisse in mente di obiettare che non erano saliti con il peso del materiale dalla base!

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Sembra davvero un po’ arbitrario, ma ci scegliamo una serie di regole così, piuttosto a casaccio, e poi le osserviamo scrupolosamente, cercando il più facile possibile all’interno delle nostre regole. La serie di regole “migliore” per questo stile pare essere comunque quella che prevede il posizionamento di tutto il materiale salendo da primi, ad eccezione dei chiodi e dei cordini su clessidra o sasso incastrato, e magari anche di un moschettoncino attaccato a un cordino, soprattutto se viene buono per ripulire la via dopo l’ennesimo tentativo andato male.

Che si salga con la corda dall’alto (provandola quindi prima) o in stile flash, a molte delle domande viene data una risposta. A così tante domande, a dir la verità, che secondo me siamo andati ben al di fuori dei limiti dell’arrampicata tradizionale. Se non altro, comunque, se ancora non si è stati di persona sulla via e ci siamo solo fatti raccontare della stessa da qualcun altro resta almeno ancora un elemento di incertezza: sono fisicamente all’altezza? Nella maggioranza dei casi, però, esiste la necessità di sapere in anticipo se si è fisicamente all’altezza o no, soprattutto se abbiamo già stabilito, sulla base di ricerche fatte da noi o da parte di qualcun altro, che le conseguenze di una eventuale caduta sarebbero catastrofiche. Così tutto si concentra sulle prove la cui quantità dipenderà da quanto le stesse siano fondamentali per il successo dell’impresa. Per esempio, se uno ha in mente una via da cinquanta metri in solitaria, vorrà prima provare a ripeterla qualche volta senza cadere, tanto per essere sicuro.

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A Pembroke qualcuno mi pose una domanda: “Ma come fai ad abbassarti a quello stile di arrampicata? Non sarà mica che stai abbassando il grado della via solo per adeguarla alle tue capacità?”.

La risposta fu che sì, stavo abbassando il grado della via, che non ero in grado di salire un E10 a vista e che scalavo in quello stile per il semplice motivo che mi piace.

Quello continuò: “A Pembroke ci siamo sempre dedicati alle salite a vista, e le vie nuove dovrebbero essere tutte salite dal basso, a vista, e in quel modo saremmo tutti sulla stessa barca e allo stesso livello”. Un punto a suo favore. Avremmo però anche uno stallo nel progresso: nei gradi veramente alti è proprio impossibile riuscire a salire una via nuova a vista, si dovrebbe partire con una scorta completa di materiale senza avere un’idea delle possibilità di dove e come andare a posizionarlo, salendo su terreno al limite, sapendo con certezza che in caso di caduta ci potremmo lasciare le penne e il tutto senza avere nemmeno una pallida idea se quella scalata sia possibile o no. Non si tratta di vie di E3 o E4 dove c’è tempo per fare qualche valutazione. No, su vie di E7 o più i movimenti sono spesso schiaffi dinamici a prendere bordi nascosti e distanti, movimenti senza possibilità di tornare indietro ben distanti da protezioni che comunque durante una salita a vista non si trovano mai, spesso dentro a fessure riempite di fango che possono essere pulite solo calandosi preventivamente in doppia. Credo che il sistema di gradazione non vada bene se applicato a vie nuove salite a vista.

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Provare, lavorare le salite ha permesso di scalare vie nuove dando risposta alla domanda più importante di tutte per gli scalatori del domani, ovvero se la via è scalabile o meno. Una volta che sappiamo questo e abbiamo un’idea più o meno del grado possiamo decidere anche lo stile da seguire, arrampicata tradizionale o altro.

Alla base di Choronzon il secondo giorno provai a convincere me stesso che mi trovavo lì a fare arrampicata sportiva. Ecco, la soluzione migliore era proprio quella, arrampicata sportiva con attrezzatura tradizionale. Su una via sportiva non avrei avuto esitazioni a provare, nessuna paura di cadere. Eh, l’avrei provata addirittura il primo giorno.

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Il primo giorno però era stato quello precedente e io ero arrivato con un piano: non stavo andando a fare arrampicata tradizionale e volevo sapere tutto di tutto. Valutata E10, era nota per essere una delle vie con protezioni tradizionali più difficili di tutta l’Inghilterra e del Galles. Conoscevo l’equivalente della scala francese di quel grado (8b+) che eguagliava il mio record personale di salita a vista di vie sportive, quindi mi sembrava da pazzi andare a provare una salita a vista su un simile livello senza avere praticamente la più pallida idea delle protezioni.

Attrezzai quindi una salita con la corda dall’alto, andai a controllare parte delle attrezzature, osservai le prese e stabilii quali dovessero essere i movimenti: mi sembrò fattibile. Se fosse stata una via sportiva sarei partito direttamente lì per lì per una redpoint. Quella, però, non è una via sportiva. Le protezioni erano state piazzate in punti scomodi e nessuna sembrava davvero buona, c’era ancora molto che dovevo studiare, così partii per un tentativo con la corda dall’alto e riuscii a collegare tutti i movimenti.

Fu una manna per la mia testa perché mi ero reso conto che ce la potevo fare, dovevo solo andare e salire la via.

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Ero tornato di nuovo al punto di prima : fosse stata una via sportiva sarei salito diretto per farmi la redpoint, ma quella non era una via sportiva. Mi mandai a quel paese per non aver controllato bene le protezioni, a quel punto dovevo tornare a farmi un altro giro su anelli e fittoni d’ottone per trovare la giusta rete di sicurezza.

Si era però fatto tardi, ero stanco, e le previsioni che davano pioggia in arrivo si rivelarono esatte quando iniziò a cadere sopra di noi una leggera pioggerellina. Provare o non provare?

Il giorno dopo ci portammo sotto la parete tardi, dopo aver passato parecchie ore ad attendere che la pioggia persistente cessasse. Il vento freddo del giorno prima era sparito e l’aria fresca aveva lasciato il posto a un’umidità appiccicosa e pesante. Ieri la risposta sarebbe dovuta essere “provare”, visto che la parete aveva cambiato completamente colore da bianca a marrone scuro e gocciolava condensa. Demoralizzati andammo a scalare qualche altra via, anche se il mio terzo occhio continuava a guardarsi attorno in cerca di novità. Rab Carrington si rese conto della situazione e mi diede questo saggio consiglio: “Senti, piazza una corda dall’alto e sali a vedere cosa ne vien fuori, così lo vedremo tutti e potremo a quel punto dedicarci a quello oppure andare da qualche altra parte”.

Andare a provare quella via faceva paura a me quanto a lui che doveva farmi sicura, un fattore spesso trascurato dai primi di cordata che si gasano mentre vanno a oltrepassare il confine del pericolo. Basta un anello di corda che si aggroviglia e cala il sipario. E di chi è poi la colpa?

Con un sacchetto di magnesite, parecchie spazzole e uno straccio iniziai a calarmi su corde inzuppate. Le cose non sembravano mettersi al meglio, una capillare procedura di asciugatura di ciascun singolo appiglio e appoggio aiutava, facendo rialzare l’ottimismo, che comunque tornava subito a smorzarsi non appena li si ritrovava nuovamente inzuppati. Consumai sia lo straccio, che la magnesite.

Neil Mawson nel suo primo tentativo da primo di cordata su Choronzon. Foto: James McHaffie
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Toccò quindi alle protezioni, che furono ottimizzate: un fittone precario, un piccolo anello d’ottone, un friend un po’ ballerino, ecco cosa vi può salvare dall’obitorio se per caso non riuscite a tenervi sul passo di 7b+. Tutti insieme probabilmente tengono, ma sono a notevole distanza sotto i piedi. Poi però è saltato fuori un altro dado da piazzare a metà del tratto chiave. Neil lo sapeva, ma aveva deciso che era troppo difficoltoso da posizionare. Per me, invece, fu ciò che diede una svolta alla partita. Dovevo piazzarlo anche se questo poi mi sarebbe costato una sana pompata di braccia per venirne fuori. Decisione presa, nessun pensiero relativo alla via se non per i livelli di energia richiesti. Funziona così: ognuno gioca con i suoi livelli di rischio.

Bene, nuovamente alla base di Choronzon stavo cercando di convincermi che ero lì a fare arrampicata sportiva. Il modo migliore era proprio quello, arrampicata sportiva con attrezzature tradizionali. Se fosse stata una via sportiva non avrei avuto alcuna esitazione a provarla, nessuna paura di cadere. Ironia della sorte, la mia salita con la corda dall’alto del giorno prima poteva essermi di ben poco aiuto, in quanto non avevo la minima idea se sarei stato in grado di salirla in quelle condizioni. La ripassai con lo sguardo, stabilii il materiale da portarmi dietro, le possibilità di una caduta e diedi tutte le risposte che dovevano essere date prima di alzarmi da terra. Non rimaneva altro che dedicarsi alla scalata.

Entrai quindi in modalità arrampicata sportiva e mi lanciai di potenza, arrivando alla fine del tratto duro che ero al limite. Dopo aver tirato un grosso sospiro di sollievo rilassai un po’ i muscoli prima dell’ultima sezione più semplice, quella che in realtà non avevo controllato per bene. Inzuppata dalla pioggia della notte precedente, mi trovai a improvvisare e poi a cercare disperatamente qualcosa per proteggermi, del tutto dimentico del fatto che all’imbrago non mi era rimasto ormai più nulla a parte la piastrina per la doppia! Mi trovai a salire in libera totale, scalando davvero disperatamente a vista, tuffandomi e annaspando per la mancanza di riposo per le braccia su passi di 4a in scala britannica! Il vero passo-chiave mi sembrò proprio quello. Il punto in cui arrivai quasi ad essere sul punto di cadere fu proprio sulla parte più semplice della via che, ironia della sorte, mi sembrò essere quella più bella.

L’E10 era in saccoccia e io non avevo ancora fatto in tempo a trovare un punto in cui ci fosse campo che sul forum di UKC c’erano già 40 risposte ad un thread dedicato alla salita. Com’era logico aspettarsi la maggior parte dei commenti era dedicata al grado. Ma è davvero un E10? Ma è davvero così dura come la gradano? Ma il grado è quello solo per la salita a vista? Continuo a meravigliarmi del fatto che queste domande vengano ancora ripetute in continuazione. Vabbe’, tanto per semplificare le cose, prendiamo London Wall e Edge Lane, tutte e due a Millstone e tutte e due valutate con un incontestabile E5. Se vi va potete andare a salirvele a vista, oppure prima con la corda dall’alto e il grado non cambierà, anche se per voi invece farà differenza eccome. Una è molto sicura, l’altra molto pericolosa. London Wall è più o meno un 7a+ francese, Edge Lane un 6b+. Prendete il tutto e andate a estrapolare verso l’alto, tutto qua, fine della discussione.

Se vi può essere di consolazione, è vero che è possibile restarci secchi se si cade da Choronzon, ma è anche vero che è altrettanto probabile farsi un bel po’ di male semplicemente cadendo da una sedia.

Sono tornato col pensiero ai miei differenti stili di scalata degli ultimi giorni. Ho salito un E10 nel giro di pochissimi giorni e un E9 dopo una rapida ricognizione su uno shunt, parecchi E5 a vista in varie condizioni, più parecchie altre vie estreme da secondo. Tutte belle e tutte differenti! Non sono del tutto sicuro che per tutte si possa parlare di “arrampicata tradizionale”, ma in fin dei conti è solo un gioco, e di quelli belli!

Steve McClure su Hubble, F8c+, Raven Tor. Foto: Tim Glasby
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Bene, qual è il mio stile preferito per le scalate? Arrampicata tradizionale, arrampicata sportiva su attrezzature, headpointing? Solo pochi giorni dopo mi sono trovato a salire da primo un E8 a Huntsman’s Leap, perso su quella parete senza segni di magnesite e senza la minima idea di dove stessi andando. I movimenti che avevo fatto erano davvero troppo duri per pensare a una ritirata e senza nemmeno avere una quantità sufficiente di materiale ero andato avanti zigzagando da una microcengetta all’altra fino ad arrivare esattamente lì dove non mi sarei mai voluto trovare. Le uniche informazioni che avevo sulla via erano quelle di Charlie Woodburn, che aveva già scalato quella via in headpointing qualche tempo prima. Alla base della falesia mi aveva guardato con aria un po’ stralunata: “Ma vuoi davvero salirla a vista? Wow… Beh, è all’incirca un F7c+ e credo sia meglio tu ti prenda questo alien blu per proteggerti”. A dirla tutta, l’alien blu posizionato in un punto buono ma basso assieme a un RP2 dava l’aria di essere assolutamente inadeguata come protezione, visto che si trovava ad almeno 6 metri al di sotto dei miei piedi ed era l’unico materiale che mi avrebbe dovuto salvare dal volo verso la base della parete, invero piuttosto lontana. A distanza faceva capolino un chiodo, che fungeva anche da segnavia, ma rimaneva la domanda su quanto sicuro potesse essere e se fosse sulla via giusta. Impegnato allo stremo su passaggi di 6c UK riuscii ad arrivare al chiodo e a piazzare un moschettone su quella specie di vecchio cordino da bucato legato attorno a quell’ammasso di ruggine. Senza appigli dovevo comunque muovermi, per cui mi spinsi verso l’alto, mirando a uno spuntoncino che arrivai ad afferrare, ma le dita, ormai sudatissime e stanche, non riuscivano ad afferrarlo a dovere. Passai velocemente al setaccio la zona al di sopra, niente magnesite che potesse indicare la via e mi trovai di fronte all’inevitabile: stavo per volare. Cosa sarebbe successo? Avrebbe tenuto quel chiodo?

Mi trovai quindi seduto sull’imbrago, appeso alla corda, col chiodo che teneva davvero bene. Meglio comunque non fare movimenti bruschi… Guardando da un nuovo punto d’osservazione, sopra allo spuntoncino notai due maniglie, raggiungere le quali significava essere alla fine della parte dura. Ero andato dalla parte sbagliata! Ero così vicino… Sarebbero bastate un paio d’informazioni e ce l’avrei fatta! Un piccolo sopralluogo scendendo in doppia e ce l’avrei fatta! Ma avrei vissuto la stessa esperienza? Non ce l’avevo fatta, ma avevo potuto provare tutta l’esperienza completa! E che avventura!

Neil aveva preso il nome Choronzon da quel demone mitologico che vive negli abissi della mente di una persona e che continua a tornare a galla per tormentare chi lo ospita (il tutto nasce dagli scritti degli occultisti del XVI secolo Edward Kelley e John Dee sul sistema occulto della magia enochiana). E’ un nome adeguato per la battaglia pluriennale di Neil che ha dovuto vedersela con le condizioni, le maree, il tempo a disposizione, la mancanza di soci, per non parlare delle seicento miglia tra andata e ritorno ogni volta che andava a provare il suo progetto. Anch’io sono andato molto vicino ad essere aggredito dal Choronzon: se avessi sprecato quel tentativo, visto che quella giornata era ormai andata, seguita da una serie di giornate di pioggia e di chiusura continuativa dell’area per le manovre militari, beh, a quel punto mi sarei portato dentro quel tormento ancora oggi e probabilmente per sempre!

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King of the Bongo

King of the Bongo
di http://l.facebook.com/l/bAQG7WSc2AQEqcku2VNlZX4HTfH48YcNnDpJqWYNTcRX9ig/ragnilecco.com
(da http://ragnilecco.com/king-bongo/, per gentile concessione e cui si rimanda per altre belle fotografie di Riky Felderer)

Tutto è cominciato con i Sassisti e i loro arditi viaggi, prima lungo le fessure selvose di Via Paolo Fabbri 43 poi sulle scontrose crepe del Paradiso.

Dalla fine degli anni ’70 la gigantesca parete del Qualido, le cui vertiginose lavagne incombono sopra la Val di Mello, è diventata il banco di prova dei giovani leoni della scalata lombarda: una big wall quasi chilometrica dove mettere a frutto le tecniche e l’allenamento appresi sulle pareti di fondo valle.

Qui, dopo Antonio Boscacci, Paolo Masa, Jacopo Merizzi e soci, hanno lasciato le loro firme tanti giovani di talento come Tarcisio Fazzini, Paolo Vitali e Simone Pedeferri. Ciascuno di loro ha trovato sul Qualido lo spazio per aprire itinerari che non sono soltanto espressione del livello di difficoltà raggiunto, ma rappresentano la realizzazione concreta del loro modo di intendere la scalata.

Forse qualcuno cominciava a pensare che la miniera di linee del Qualido fosse ormai esaurita, ma, non molto tempo fa, Paolo Marazzi, Matteo de Zaiacomo e Luca Schiera, tre fra i più talentuosi esponenti della nuova generazione dei Ragni di Lecco, sono riusciti nella rotpunkt di una nuova via, che pare avere tutte le caratteristiche per entrare nel novero delle “classiche” qualidiane.

Da sn, Paolo Marazzi, Matteo de Zaiacomo e Luca Schiera alla base del Qualido. Foto Riky Felderer
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King of the Bongo è una linea decisamente impressionante, che sale alcune decine di metri a sinistra della grande macchia lasciata dalla frana staccatasi qualche anno fa dalla parete.

Il tracciato di King of the Bongo al Qualido. Foto Riky Felderer
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I primi due tiri riprendono gli spit di una vecchia via in placca di Paolo Vitali (Passi di Bimbo), ma per tutto il resto dell’itinerario le regole del gioco sono quelle dell’arrampicata in stile tradizionale, con lunghezze (e soste) quasi interamente da attrezzare con tutti gli ammennicoli dell’armamentario del trad-climber, sky hook compresi, non per sfangarsela in artificiale, ma per proteggere un tiro particolarmente peloso…

Le difficoltà al giorno d’oggi non fanno particolarmente impressione, ma il 7c+ un conto è leggerlo sulla topo dei tiri e un altro è ciucciarselo a metà Qualido, con chiodini e “ganci del cielo” a sorreggerti il morale…

Paolo Marazzi in azione. Foto Riky Felderer
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Per capire bene quale sia il carattere di King of the Bongo la cosa migliore è lasciarsi affascinare dalle belle foto scattate da Riky Felderer e leggere con attenzione la dettagliata relazione fornita da Luca Schiera:

Materiale: nuts, microfriends, doppia serie di friends fino 1, triplo 2, un 3, doppio 4 e 5; utili un martello, un friend 6, due cliff hangers per L9
Avvicinamento: dall’Osteria del Gatto Rosso entrare in Val di Mello fino al sentiero per la val Qualido (5’), risalirlo per circa 40’ fino al tornante sul torrente. Dal tornante attraversare il torrente e salire verso le placche sotto la verticale di un breve spigolo strapiombante
Partenza: sulla via Passi di Bimbo (Vitali-Brambati ’97, attrezzata a fix), Placche basse della Val Qualido.
Discesa: dalla cima scendere per prati verso valle fino alla cima del Precipizio degli Asteroidi (15’), poi in doppia su Anche per oggi non si vola. Discesa sulla via molto problematica.
Altre info: La via è stata aperta in più riprese da Matteo De Zaiacomo, Paolo Marazzi, Luca Schiera nell’autunno 2014. Salita in libera il 25-26/7/2015. Nessun buon posto da bivacco fra S3 e S10, possibile montare una portaledge fuori via sotto il grande tetto di L7, scomodo da raggiungere ma riparato dalla pioggia. Qualche cengia comoda nella parte alta.

Una sosta originale della via Paolo Fabbri 43. Foto Riky Felderer
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Matteo de Zaiacomo in azione. Foto Riky Felderer
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In bivacco. Da sn, Matteo de Zaiacomo, Luca Schiera, Paolo Marazzi. Foto Riky Felderer
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Sulla portaledge. Foto Riky Felderer
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Luca Schiera in azione. Foto Riky Felderer
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L1: 6c, 40m, 5 fix. Placca e spigolo, via Passi di Bimbo. Sosta su un fix.
L2: 6b+, 50m, 4 fix. Placca, via Passi di Bimbo. Sosta su pianta.
L3: 7b+/c, 40m, 2 chiodi. Tetto in partenza poi placca. Sosta su pianta.
L4: Cengia erbosa, 50m. Cengia erbosa fino ad una pianta in mezzo ad una placca. Sosta su pianta.
L5: 6a+, 50m. Placca, erba e muretto. Sosta su bong+friend 2.
L6: 7b+, 40m, un chiodo e un nut. Diedro con difficoltà in crescendo. Sosta su due chiodi e un nut.
L7: 7c, 50m, 9 chiodi. Seguire la fragile lama fino a tre chiodi da collegare. Proseguire in alto verso sinistra fino ad entrare in un vago diedro, scendere per esso fino all’altezza della cengia erbosa (tutta la sequenza è improteggibile, i chiodi non sono affidabili). Raggiungere a sinistra una sottile fessura ben protetta a chiodi e salirla fino alla cengia di sosta. Fondamentale usare due corde. Sosta da attrezzare su friends 2 e 3.
L8: 7b, 40m. Diedro poi ristabilimento obbligato su tetto. Sosta su 3 chiodi.L9: 7c+, 15m, un chiodo. Traverso sotto il tetto. Sosta da attrezzare su friends 0.5 e 0.75.
L10: 6c+, 30m, 7 chiodi. Strapiombo (sosta intermedia da saltare) e camino in uscita. Sosta su chiodo da integrare.
L11: 5, 40m. Seguire la cengia poi tagliare a sinistra sotto un tetto. Sosta da attrezzare.
L12: 5, 40m. Verso destra poi salire su una grossa cengia erbosa. Sosta da attrezzare.
L13: 6c, 50m. Salire direttamente la placca (possibile pre-proteggersi nel diedro a sinistra) fino ad una zona più semplice (passo chiave sprotetto molto pericoloso). Sosta su pianta.
L14: Erba, 50m. Seguire la cengia verso destra fino alla base di una lunga fessura-lama. Sosta su pianta.
L15: 6a+, 50m. Grande lama fino alla base del tetto. Sosta da attrezzare con friends medi.
L16: 6c, 20m. Tetto, fessura larga e diedro. Sosta da attrezzare con friends 4 e 5.
L17: 6b, 50m. Traverso verso destra, poi placche e fessure fino ad un grosso larice. Sosta su pianta.
L18: facile, 15m. Uscita nei ginepri.

Schizzo, prima parte
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Schizzo, seconda parte
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Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE

Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE
a cura di Mountain Wilderness

Se si guarda all’attuale degrado del Parco nazionale dello Stélvio non si può pensare a un recupero di idee ormai morte e sepolte. Occorre guardare al futuro, pensare a un parco che consolidi la conservazione e promuova lavoro compatibile con le priorità della tutela.
Per un rilancio strategico esiste il progetto PEACE, la grande area protetta nel cuore delle Alpi Centrali. In memoria di Alex Langer.

IL PARCO NAZIONALE DELLO STÉLVIO
Il Parco nazionale dello Stélvio è stato istituito il 24 aprile 1935 con il sostegno attivo del CAI e del Touring Club Italiano. E’ il parco alpino più vasto d’Europa, 130.700 ettari, il più ricco di biodiversità nelle Alpi. Un patrimonio mondiale di cultura, risorse, paesaggio. Quest’anno compie 80 anni, ma non li può dimostrare, né in azioni, né in promozione, né sul piano scientifico perché per molti anni è stato un parco gestito più come istituzione che come ente reale. Dal dopoguerra in poi ha subito il costante boicottaggio dalla SVP (partito autonomista di maggioranza, altoatesino) che ha visto nel parco una imposizione di stampo fascista da cancellare con ogni mezzo.

Orso in Valle di Rabbi
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In realtà il parco nacque sull’onda di un feroce nazionalismo post bellico. L’arroganza dei vincitori di allora spiega perché oggi il parco venga ancora considerato un’imposizione del governo di Roma, un governo che giunse a cambiare i nomi di tutti i paesi del Südtirol. E’ dal 1951 che la SVP discute su come ridurre i confini del parco nel territorio altoatesino per offrire vita alle aree ad alta intensità agricola: si sono provate petizioni e mozioni, tese anche a demolire il Parco Nazionale.

Il 28 settembre 1968 è l’intera comunità della valle Venosta a chiedere l’abolizione del parco. Si è provata anche la via giudiziaria con il protagonismo dei pretori di Tirano (SO) e Silandro (BZ) che sostennero l’illegittimità della legge istitutiva del 24 aprile 1935: la Corte Costituzionale ne rigettò le istanze. E’ anche vero che nella vicina Engadina i proprietari terrieri e i contadini ricevono un indennizzo per il mancato godimento della proprietà: da noi invece non è permessa alcuna flessibilità o indennizzo. Nel 1977, finalmente in controtendenza alle tesi che proponevano la demolizione dell’ente, arrivò invece un ampliamento del parco di 38.000 ettari. Si inserirono l’alta valle dello Spöll e dell’Adda; e per collegare il parco all’Engadina i gruppi del Gàvia, Sobretta e Serottini.

Nel 2010 la SVP ha alzato il tiro con una serie di imbarazzanti e disinvolti accordi politici nazionali, prima con il centrodestra ed oggi con il PD, sempre con l’obiettivo di spaccare il parco. Ora si è arrivati a infliggere al parco il colpo definitivo. Certamente la SVP, complice un sempre assente Ministero dell’Ambiente, fino ad oggi ne ha impedito o intralciato il funzionamento fino agli accordi di Lucca (1993). La nascita del Consorzio nel 1995, strutturato dal Ministero dell’Ambiente e dalle tre realtà amministrative, Regione Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano, non ha prodotto, come risultato, un migliore funzionamento del Parco. Le amministrazioni locali hanno impedito di fatto che il Ministero dell’Ambiente, uscendo dal suo abituale letargo, approvasse il piano di gestione (depositato al ministero da ormai dieci lunghi anni). Risultato? L’Ente parco oggi è privo di un qualsiasi comitato di gestione, anche nei tre profili regionali o provinciali.

Il Lago Pian Palù in Valle di Pejo. Foto: Tiziano Mochen/Archivio PNS
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Un parco bloccato
In questi lunghi anni di immobilismo il parco non ha potuto esprimere le sue potenzialità, né sul piano dell’offerta promozionale, né sulla proposta culturale, tantomeno conservazionistica. Un parco privato di questi valori non può nemmeno offrire risposte in termini di lavoro e ricerca alle popolazioni locali: evitando un suo radicamento nel territorio si è voluto depotenziare l’ente di ogni credibilità legandolo solo a una sommatoria di vincoli e laccioli burocratici che incidono negativamente sulle quotidiane necessità degli abitanti locali, senza riuscire invece a bloccare i grandi progetti devastanti.

Era dovere del nostro Stato fare rispettare le norme UICN (Unione internazionale per la conservazione della natura) e il dettato della Convenzione delle Alpi che prevede il potenziamento delle aree protette e la loro interconnettività, anche transnazionale.

Era dovere dello Stato italiano fare approvare in tempi utili il piano parco, che ricordiamo, era stato approvato all’unanimità dal Consiglio centrale dell’Ente. Doveri disattesi.

Dal 2010 a oggi si sono lasciati scadere dagli incarichi i tre comitati di gestione regionali, perfino il Consiglio centrale, senza che si sia mossa foglia per offrire all’ente degli organismi gestionali, perlomeno provvisori. A oggi sono in carica solo i revisori dei conti, il direttore e il discusso e debole Presidente Ferruccio Tomasi al quale è stato prorogato l’incarico fino a nuova definizione dell’ente.

La proposta politica degli accordi di Lucca del 1993, attuata nel 1995, che istituì il Consorzio del parco pur incrinando il dettato della legge 394/1991, avrebbe potuto funzionare se gli enti locali avessero investito energie e soprattutto volontà politica. A oggi, se il Consorzio è fallito, non possono funzionare nemmeno altri enti, quali la Fondazione ad esempio. In qualunque situazione ci si troverebbe sempre in presenza dell’azione ostativa del Südtirol e probabilmente si toglierebbe voce agli enti locali subordinati, i comuni, e alla partecipazione nelle scelte della società civile. Per lo Stélvio è necessario investire in qualcosa di nuovo, che abbatta confini amministrativi e culturali, diffidenze storiche: in presenza della debolezza dello Stato, solo l’Europa oggi può essere garante di un simile percorso.

L’Ortles
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L’azione dell’ambientalismo per evitare lo smembramento
Le norme di attuazione discusse in questi primi mesi del 2015 prevedono di fatto lo smembramento del parco in tre unità praticamente autonome alle quali è concesso il diritto di modificare i confini dell’area protetta. Ognuna di queste unità costruirà il suo piano di gestione anche amministrativa e organizzerà la sorveglianza. Il finanziamento ricadrà unicamente sulle spalle delle due province, Trento e Bolzano; si tratta di oltre 5 milioni di euro l’anno. La Regione Lombardia, ormai assente da ogni attenzione verso le politiche conservazionistiche delle aree montane, si ritroverà così a subire l’assistenzialismo delle due province autonome e verrà di fatto privata di ogni responsabilità di governo nella gestione di un territorio strategico.

Le associazioni ambientalistiche nazionali e locali (CIPRA, CAI, Italia Nostra, Mountain Wilderness, WWF, Legambiente, LIPU, Touring Club Italiano, Pro Natura, FAI, SAT, ENPA, EPPAA) hanno provato in più occasioni a rilanciare i valori di un’area protetta chiedendo: a) l’inserimento nel Coordinamento nazionale dell’Ente dei rappresentanti qualificati dell’ambientalismo e del mondo scientifico, b) il varo di un unico piano del parco, c) la sorveglianza affidata ad un unico corpo, d) il rilancio del ruolo del Ministero dell’ambiente quale garante della unitarietà del parco, e) il superamento del poco incisivo Comitato di coordinamento per investire in organismi di gestione certi e responsabili, dotati di Presidenza, di un direttore, di una segreteria operativa. La fermezza della SVP e l’assenza ideale di tutti gli altri schieramenti politici hanno impedito anche questi passaggi di mediazione.

Cosa c’è dietro alle rivendicazioni nazionalistiche?
Nel consolidare lo spezzatino operativo del parco si sono nascoste le vere ragioni che hanno portato alla totale disattenzione della Regione Lombardia verso queste sue montagne e all’insistenza sullo smembramento della parte sudtirolese. Ragioni prettamente speculative. Non è un caso che le norme di attuazione prevedano esplicitamente la possibile modifica dei confini.

L’Alto Adige/Südtirol chiede la modifica dei confini per alzarli di quota, non solo per liberare alcuni abitati da vincoli urbanistici oggi forse superati, ma specialmente per permettere la caccia al cervo fino al limite dei ghiacciai; si vogliono sviluppare le colture dei piccoli frutti e ampliare aree sciabili in val Martello. Da anni ai piedi del Passo dello Stélvio diverse imprese chiedono lo sfruttamento dell’alveo fluviale per ricavarne preziose sabbie da inviare nei cementifici locali e per drenare un ricco ambito fluviale che la natura sta faticosamente riprendendosi e portando a straordinaria naturalità (Prato allo Stélvio). In Lombardia invece ci si vede liberati di un peso: la presenza di un parco nazionale e la riduzione dello Stélvio in Valtellina e nella valle Camonica in un miniparco regionale lo porterebbe ad essere territorio dimenticato dalla Regione, come avvenuto per l’insieme delle aree protette lombarde.

Il rifugio Nino Corsi in Val Martello
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Rischio smembramento per altri parchi nazionali
Va evidenziata un’altra emergenza, strettamente legata a quanto accade al Parco nazionale dello Stélvio. Se il disegno SVP – PD dovesse avere successo, cosa ormai praticamente certa, un simile esempio negativo verrebbe immediatamente esportato nel Parco del Gran Paradiso che vive analoghi conflitti istituzionali e di gestione. Si corre il rischio che il più antico parco italiano, 1922, finisca spezzato in due fra Val d’Aosta e Piemonte. E a questo punto sarebbe quasi inevitabile che il deleterio suggerimento venga accolto dal parco d’Abruzzo-Lazio-Molise e dal Parco dei Sibillini. Mentre in Europa si attuano politiche di unione e connessione fra aree protette, in Italia, unico paese al mondo, si smembra quanto intelligenze scientifiche e politiche avevano unito nel passato, si rinnovano e consolidano assurdi confini, si evitano politiche conservazionistiche e si rinuncia a fornire a un territorio fragile risposte basate sulla qualità, attente alla creazione di nuovi lavori innovativi nelle vallate alpine.

La lunga mano della speculazione
Negli anni ’50 il parco è stato devastato dalla costruzione di dighe per produrre energia elettrica, fino a quote molto alte. Tra gli anni ’60 e ’70 località come Bormio e Solda sono state stravolte dal proliferare delle seconde case. Il passo dello Stélvio è stato ridotto a una ragnatela di fili e cavi che ingloba e avvilisce l’intero paesaggio montano; lo stesso è accaduto a Solda.

Nel frattempo in aree particolarmente sensibili del parco sono stati realizzati – senza trovare opposizioni valide – progetti di distruzione ambientale inauditi, insostenibili anche dal punto di vista economico. Ecco due esempi:
– la grande pista della discesa libera dei mondiali di Bormio 2005 (oggi i paesi della Valtellina sono ancora costretti a pagare debiti contratti per l’appuntamento dell’ordine di decine di milioni di euro);
– sul versante del Trentino si è rifatta la funivia che raggiunge Val della Mite e oggi si pensa, in piena area valanghiva, di dotare l’impianto di una nuova pista di discesa.

Cascata in Valle di Rabbi
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Le peculiarità
Il Parco nazionale dello Stélvio non casualmente è composto da un’unica vasta area SIC. Questo territorio, grazie al valore di (ancora) imponenti ghiacciai, è infatti uno dei più importanti serbatoi di acqua delle Alpi intere. Ma non vi è solo ghiaccio, non vi sono solo cascate indimenticabili, corsi d’acqua che di ora in ora durante le estati modificano considerevolmente la loro portata. Vi sono torbiere fino in alta quota, foreste uniche come i cimbreti centenari di Solda, come i larici della scalinata del Saent, come la foresta del Sebel e ancora la cembreta di val Martello, gli ontani in val di Rabbi (alnetum incanae), pascoli estesi che offrono paesaggi d’incanto.

Fra la fauna è utile ricordare come, dopo innumerevoli rilasci, proprio in questi mesi sia avvenuta la prima nascita in libertà di un piccolo Gipeto. Da pochissimi anni nel parco sono arrivati predatori che erano scomparsi: il lupo e la lince. Non possiamo dimenticare la facilità con la quale si incontrano, grazie al divieto di caccia, caprioli, cervi, camosci, marmotte e lepri, aquile, varie specie di falchi e tutte le varietà di picchi delle Alpi.

Ma a noi sono rimaste impresse le emozioni che ci ha trasmesso il grande giornalista trentino Aldo Gorfer, il cantore delle montagne e delle sue genti, nel libro del 1971 Gli eredi della solitudine. A proposito della Val Martello scriveva:
“I luoghi ed i nomi imposti ai luoghi danno la misura della discreta antropizzazione che non si arresta nelle alte radure dei massi, ma coinvolge la montagna del deserto nivale. Si tratta di una storia umile perché i suoi protagonisti non sono le date e le guerre, né i potenti, né le città: ma povera gente, disperata, la cui economia era appesa alla bontà o meno del corso del tempo, ieri come oggi. E’ sempre stato così. E’ per questo che la storia della colonizzazione delle montagne ha il fascino misterioso del cosmo… Vi si ritrovano la secolare vicenda dei masi, l’accanimento epico della lotta per la sopravvivenza e l’avvicendarsi delle generazioni, ognuna delle quali ha ricevuto e trasmesso qualcosa di suo…”.

Il rifugio Casati e il Gran Zebrù
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IL PROGETTO PEACE
Già nel 1971 Italia Nostra e il CAI proponevano di ampliare i confini del Parco dello Stélvio per trasformare l’area protetta in un parco transfrontaliero dell’Europa. Negli anni ’90 Mountain Wilderness, sostenuta dalla intelligenza e dalla visione di Alex Langer, rilanciò la proposta inventando l’acronimo PEACE (parco delle Alpi dell’Europa Centrale, il parco della pace) allo scopo di consolidare, attraverso la difesa della natura e della biodiversità, nuovi contenuti nei rapporti fra stati, una innovativa strategia per superare i confini amministrativi, un nuovo modo per ritrovare sentieri di pacificazione transfrontaliera.

Il Parco PEACE
Le realtà a parco attuali e che prevediamo possano da subito avviare una gestione condivisa delle azioni tese alla conservazione della biodiversità dei territori e dello sviluppo sostenibile sono:

  • Il Parco nazionale dello Stélvio;
  • Il Parco regionale Adamello lombardo istituito nel 1983, vasto 51.000 ettari che coinvolge la selvaggia Val Camònica e fa da ponte fra lo Stélvio e l’Adamello–Brenta trentino;
  • Il Parco provinciale trentino Adamello–Brenta, istituito nel 1967 ma funzionante dal 1985, vasto 62.051 ettari, coinvolge 48 laghi e uno dei ghiacciai più vasti d’Europa: oggi è anche geoparco;
  • Il Parco regionale delle Orobie bergamasche, istituito nel 1989, vasto 70.000 ettari, caratterizzato da foreste di particolare fascino e importanza biologica;
  • Il Parco regionale delle Orobie valtellinesi istituito nel 1989, esteso 44.095 ettari che coinvolge le province di Lecco, Bergamo e Sondrio, ancora oggi privo di una sua efficacia gestionale;
  • Il Parco regionale dell’Alto Garda Bresciano, istituito nel 1989 e vasto 38.000 ettari. E’ un sistema alpino unico perché poggia su forti contrasti ambientali, climatici, altimetrici visto che i suoi confini partono dai 65 metri sul livello del mare e superano quota 2000;
  • Il Parco nazionale svizzero dell’Engadina, unico parco della Confederazione, istituito nel 1914 ed esteso 17.200 ettari. Qui la natura è lasciata libera a se stessa, appartiene all’esclusivo gruppo dei parchi di prima categoria, è riserva della biosfera UNESCO e si discute di ampliarlo;
  • La recentissima riserva della biosfera UNESCO delle Alpi Ledrensi, 46.000 ettari. Si tratta di una strategica oasi, quasi priva di attività antropiche, che unisce il Parco provinciale dell’Adamello-Brenta al parco dell’Alto Garda Bresciano.

Si tratterebbe del più grande insieme di aree protette dell’intera Europa: 414.900 ettari. A questi potrebbero aggiungersi, senza difficoltà amministrative, la gestione delle aree SIC e ZPS presenti nella vicina Austria.

Questa proposta di disegno di conservazione ambientale e paesaggistica delle Alpi poggia sulle indicazioni presenti nel protocollo Protezione della natura e tutela del paesaggio della Convenzione delle Alpi. In un primo passaggio, anche sperimentale, per la sua realizzazione riteniamo non siano necessari l’istituzione di ulteriori enti istituzionali. E’ un percorso che può strutturarsi e concretizzarsi attraverso accordi di programma che trovino la condivisione degli Stati (Italia, Svizzera, Austria), delle Regioni e province autonome interessate, dell’Unione Europea. La Fondazione Dolomiti UNESCO e nel suo ambito più ristretto la Rete delle Riserve attuata dalla Provincia Autonoma di Trento possono rappresentare un esempio su come sia possibile mettere in atto, e gestire con efficacia e condivisione, reti funzionali che abbiano lo scopo di perseguire gli obiettivi della conservazione dei beni naturali, della biodiversità, della sostenibilità dello sviluppo delle popolazioni che abitano le aree protette.

Un simile progetto permetterebbe alla comunità europea non solo di offrire risposte in materia di tutela ambientale, ma di sommare nuovo senso culturale, valoriale e ideale all’Europa stessa. Nel contempo, grazie alla istituzione del Parco d’Europa, si supererebbe lo sterile e anacronistico nazionalismo che oggi nel Südtirol mette in discussione la presenza del Parco nazionale dello Stélvio e incide negativamente su una equilibrata convivenza delle popolazioni locali.

LE INIZIATIVE DI MOUNTAIN WILDERNESS
Il Trekking
(20–25 luglio 2015)
Proprio vent’anni fa ci ha lasciati l’amico Alex Langer: con questo trekking, a lui dedicato, lo vogliamo ricordare, per quanto ci ha offerto, per la sua coerenza, la sua gentile caparbietà e intelligenza.

Mountain Wilderness Italia promuove per l’estate 2015 un trekking internazionale che si pone tre obiettivi:
– bloccare lo smembramento del parco nazionale dello Stélvio in tre spezzoni che lo dequalificano a un insieme di parchi regionali;
– rilanciare, con urgenza, le funzioni primarie del Parco: conservazione della biodiversità e del paesaggio, promozione del lavoro compatibile e innovazione sul territorio alpino;
– promuovere l’istituzione del più grande parco d’Europa, nel cuore delle Alpi Centrali, con il progetto PEACE (Parco Europeo Alpi Centrali).

Verranno percorse le valli più incontaminate e affascinanti del Parco dello Stélvio. Ramponi e piccozza non sono necessari. Le singole tappe non supereranno mai le cinque ore di marcia; si seguiranno solo sentieri. Per ragioni logistiche è stato fissato a trenta il numero massimo di partecipanti. Le iscrizioni si sono chiuse il 15 giugno con pieno successo. Oggi non ci sono più posti disponibili. Un secondo gruppo di escursionisti raggiungerà il primo, lungo il percorso, provenendo dall’Alto Adige. Si arriverà a Bormio, guidati da Fausto De Stefani, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, in coincidenza con la conclusione del Festival della Montagna La Magnifica Terra. Il festival dedicherà all’evento la serata conclusiva. Rientro alla base di partenza organizzato da Mountain Wilderness. Durante la settimana del trekking alcuni dirigenti di Mountain Wilderness si staccheranno dal gruppo per andare a incontrare i rappresentanti delle istituzioni e le popolazioni locali.

La partenza è fissata alle ore 8.30 del 20 luglio 2015 dal Fontanino in Val di Rabbi. Si salirà al rifugio Dorigoni 2436 m. Il giorno dopo si traverserà il passo di Saent 2948 m de si scenderà in Val Martello (Alto Adige) fino al rifugio Corsi 2265 m. Il 22 luglio si sale al passo del Madriccio 3123 m per poi scendere in valle di Solda fino al rifugio Milano 2581 m e poi risalire al rifugio Coston (Hintergrathutte) 2661 m. Dopo il pernottamento, salita al rifugio K2 2330 m e al rifugio Tabaretta 2566 m. Si sale ancora alla forcella dell’Orso 2887 m, si prosegue poi scendendo gradualmente fino a giungere al rifugio Borletti 2188 m e al rifugio (hotel) Franzenshohe 2100 m. E’ questa la giornata più impegnativa (ore 6-7). Si sale il mattino dopo (24 luglio) verso il passo dello Stélvio e Cima Garibaldi 2843 m. Si scende poi nella Val Muranza (Svizzera) fino a S. Maria 1375 m. Da qui, il mattino dopo, con pulmini dell’organizzazione di nuovo a passo dello Stélvio 2757 m da dove si proseguirà il cammino seguendo alcuni tratti di strada statale fino ad imboccare il sentiero n° 12 nei pressi della Bocca del Braulio 2200 m che porterà verso la località Campo dei Fiori 2131 m, per poi scendere alla casa cantoniera sulla SS (a 1700 m). Da qui si potrà scendere fino a Bormio concludendo il trekking, costeggiando la strada statale oppure usufruendo dei pulmini dell’organizzazione.

Il rifugio Segantini in Val Nambrone
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Il Meeting di arrampicata TRAD sui graniti della Presanella (18-19 luglio 2015)
Con la collaborazione del Club Alpino Accademico Italiano e delle guide alpine locali (Gruppo dei Rampagaroi di Val Rendena), Mountain Wilderness organizza al rifugio Segantini in val Nambrone (Presanella) un incontro di alpinisti giovani e meno giovani sulle pareti granitiche dei dintorni.

Il Meeting di arrampicata TRAD vuole riscoprire il fascino di scalate compiute utilizzando solo (o principalmente) protezioni mobili. Discussione serale sul significato emblematico di tali pratiche. Il giorno successivo alcuni personaggi famosi dell’alpinismo europeo introdurranno numerosi ragazzi delle scuole medie ai segreti delle tecniche base di progressione su roccia in “stile Mountain Wilderness”.

Questa è un’occasione unica per comprendere il vero significato della parola “trad”.
Perché il termine “trad”, cioè tradizionale, non deve essere associato a un semplicistico «ritorno al passato». La pratica del trad infatti è del tutto moderna. L’accettazione del chiodo, in unione all’utilizzo delle protezioni mobili, si contrappone alla pratica sportiva dell’assicurazione totale dello spit. Il valore del trad è tale perché nasce dal rifiuto all’omogeneizzazione. Il trad è il nostro futuro perché è l’unico antidoto all’assuefazione da spit.

Il trad non è ritorno al passato, perché nel passato gli spit non esistevano. La questione psicologica del rifiuto dello spit ha a che fare con il riconoscimento dei nostri limiti e dunque con l’intera questione della libertà. Se ci sono limiti allora sono libero di scegliere, quindi sono libero davvero. Libertà non è fare ciò che si vuole, bensì fare ciò che si è scelto, nell’ambito dei propri limiti.

Ultim’ora: la Provincia di Bolzano riapre alla caccia il Parco Nazionale dello Stelvio!
La Provincia Autonoma di Bolzano, appena appropriatasi della porzione altoatesina del parco dello Stelvio, ha deciso di riaprirla alla caccia. Una vergognosa regressione alla barbarie giuridica e naturalistica alla quale seguirà a ruota l’innalzamento dei confini del Parco da quota 500 metri sul livello del mare a quota 1200.
E’ dal 1964 che la Provincia Autonoma prova a riaprire la caccia: con una delibera di quell’anno si poterono cacciare cervi, camosci, caprioli e anche marmotte, galli cedroni e galli forcelli. Nell’81 fu aperta la caccia anche alla lepre, alla lepre bianca, al tasso, alla martora, al tordo, al merlo e ad altre specie. Soltanto nell’83 il Consiglio di Stato decise l’abolizione della caccia nel Parco Nazionale dello Stelvio. Divieto sancito definitivamente dalla legge-quadro n. 394 del ’91 sulle aree protette.
Chiediamo – insieme a tutte le Associazioni ambientaliste – al presidente Sergio Mattarella di adottare la stessa linea di condotta del suo predecessore che si rifiutò di firmare un analogo decreto di spezzettamento del Parco escogitato dal governo Berlusconi. Ma chiediamo di più, chiediamo una rinnovata attenzione politica per tutte le aree protette, un aggiornamento scientificamente e socialmente responsabile della legge 394/1991 in base al Codice per il Paesaggio, la cancellazione dei “correttivi” peggiorativi che si vogliono introdurre attraverso abborracciati ed equivoci disegni di legge. Chiediamo che i Parchi e le aree protette ritornino ad essere un giusto vanto nazionale e non una vergogna per l’Italia.

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Trad, corso di aggiornamento guide

Trad, corso di aggiornamento guide
di Andrea Sarchi

Già pubblicato a luglio scorso sul sito ufficiale delle guide alpine italiane www.guidealpine.it.E’ il report di Andrea Sarchi, Presidente della CTN (commissione Tecnica Nazionale), sul corso di aggiornamento guide alpine lombarde che si è svolto a Cadarese (VB).

Cadarese_0281Sono appena tornato a casa dall’aggiornamento delle Guide Alpine lombarde con un sentimento di entusiasmo, eccitazione e stanchezza tipico delle grandi occasioni. Queste due giornate me le ricorderò sicuramente, due giornate di quelle che non capitano poi così tanto spesso. Questa incombenza dell’aggiornamento, si sa, è sempre un momento critico sia per chi lo deve immaginare e realizzare ma anche per chi lo deve accettare e subire. Bisogna trovare gli argomenti giusti, le date più appropriate, il posto che si presti, i docenti simpatici e sul pezzo e addirittura le giuste sinergie tra i partecipanti.

Questa volta ci ho dedicato tanti pensieri con grande anticipo, me lo sono immaginato poco alla volta inserendo di volta in volta qualche dettaglio in più. Ne ho parlato con Davide davanti ad un piatto di pasta fumante in un locale tipico della Old Morbegno. Gli ho detto che avrebbe dovuto essere lui il regista. L’avevo visto all’opera nell’ultimo corso di formazione per Guida Alpina, in cui lui era allievo, ed assieme ai suoi compagni di corso ci aveva presentato una sessione didattica sull’arrampicata “Trad”. Avevo molto apprezzato la freschezza e la spontaneità di quelle due giornate.
Abbiamo subito deciso di spostare il teatro delle operazioni dalla Val di Mello alla Val Formazza, Cadarese, Esigo. In queste zone sia la natura che gli insediamenti umani sembrano essersi fermati a tempi remoti. Cadarese è in valle Antigorio, ci sono la centrale idroelettrica, le terme e le bellissime pareti, immerse nei boschi di faggio, che si raggiungono su antichi sentieri scavati nella pietra. Esigo è in Valle Devero, si cammina un’oretta, se si hanno le chiavi della stanga della strada forestale, e quando arrivi ti sembra di essere sbarcato in Yosemite.
Un posto di classe.

Andrea Sarchi
Cadarese-sarchiL’arrampicata Trad, che sta al posto di tradizionale, non è altro che l’ arrampicata in fessura senza protezioni fisse ma utilizzando tutta la gamma di attrezzature esistenti sul mercato per proteggersi. Obbiettivo raggiungere la sosta nella maniera meno dispendiosa utilizzando la migliore tecnica che per progredire nelle fessure è sicuramente molto particolare e specifica. E poco conosciuta. Il tutto condito con un po’ di sana adrenalina aggiuntiva in quanto, eventualmente dovesse andare male qualcosa, non si precipita sugli spit, ma ben si su di un friend che hai piazzato tu e… chi può dire. Il “Trad” è diventato un fenomeno che sta conquistando un buon numero di appassionati, quasi una moda, anche se in realtà si fa esattamente quello che si è sempre fatto. Ma si sa anche che nella vita le novità vere non esistono più di tanto, si tratta solamente di rimettere al centro dell’attenzione cose già viste che con il tempo sono state dimenticate e si sono sbiadite.
Allora questo stile di arrampicata è stato rispolverato e rivestito con colori nuovi. Si arrampica in braghe lunghe e larghe e spesso in camicia a scacchi. E’ stata inventata la crack machine che mette in riga tutte le diverse tipologie di incastri, dai più piccoli di mignolo ai più grandi, componendo varie parti del corpo abbinate assieme, con strisce di colore che indicano le misure dei friend da inserire a colpo d’occhio. Si hanno a disposizione un gran numero di attrezzi di protezione con ogni genere di meccanismi e funzionamento, di misure e di colori variegati. Da quelli grandi come un bottone dei polsini a quelli che potresti aprire come un piccolo ombrello per ripararsi dal sole. Anche le scarpette non sono le stesse ma sono specialistiche “TC pro” più alte, riparate, con la punta ribassata e rigide come uno stivaletto malese. E che dire delle mani che vanno avvolte con dei guantini in gomma che lasciano libere le dita e che avvolgono il dorso e le parti coinvolte nei dolorosissimi incastri, a meno che non si decida di perdere un buon venti minuti per avvolgerle, con tecnica speciale, con il cerotto degli infermieri con l’odore di ospedale che fa più figo e professionale.

Cadarese_GuideLombardia_1

Davide e Kurt, giovani guide freschi di nomina e già proiettati verso il futuro, hanno esposto la faccenda con quella determinazione e quella baldanza, caratteristica di chi sa il fatto suo, senza naturalmente dimenticare la sequenza didattica più appropriata, che ha avuto il potere di catturare l’attenzione e l’immaginazione dei presenti.
Cege e Adriano, “istruttori anziani”, capelli brizzolati, presa di acciaio e tecnica sopraffina che a guardarli ci si domanda come sia possibile che l’azione del tempo abbia avuto così poco effetto su di loro. Sono stati la dimostrazione di come la passione e l’ardore siano alla base delle azioni degne di considerazione e ammirazione.
Le guide da aggiornare sono arrivate da tutti gli angoli della Lombardia affrontando un viaggio non indifferente. Qualcuno, di sicuro, si è anche domandato che bisogno c’era di fare tanta strada. C’era l’alta val Camonica con Renzino, c’erano esponenti di spicco della Bresciana con Guido e Robertino, c’erano un paio di bergamaschi, Ugo e Mattia, la Val Sabbia con Ettore, lo zoccolo d’acciaio della Val Malenco con Michele e Paolo, il Mellico Jacopo, Eugenio la matricola di Lecco, Marco, piemontese della lombardia e ultimo ma in testa il Presidente milanese del Collegio Luca. Un gruppo molto ben assortito. Tutti si sono cimentati strisciando e qualche volta imprecando in silenzio dentro le fessure più o meno profonde, più o meno larghe, più o meno dritte. Jam crack, ring lock, chicken wings, bomber fingers, offwidth tutti nomi misteriosi di origine lontana ed ignota che indicano alcuni metodi con cui ci si struscia e si procede centimetro per centimetro dentro queste fessure che madre natura ha tracciato sulle grigie e levigate lavagne di granito della val Formazza. Tuttavia, qualcuno, duro, non ne ha voluto sapere e ha affrontato, quasi volesse allargarle, tutte le fessure con la tecnica dei nostri padri, la famosissima Duelfer.

Io ho passato due giornate piacevoli in compagnia di amici e colleghi in un clima di serenità e di coinvolgimento in cui ho avuto la conferma che in questo evento di aggiornamento gli ingredienti erano azzeccati e che si sono combinati in maniera molto positiva.
Ringrazio le guide e gli istruttori che hanno partecipato e si sono impegnati per la buona riuscita di questa sessione e a tutti auguro una bella estate in montagna.

Andrea Sarchi
Cadarese_sarchi1Nato a Milano il 4 giugno 1959, Andrea Sarchi è guida alpina, istruttore e Maestro di Sci.
È presidente della Commissione Tecnica Regionale della Lombardia e dal 2009 della Commissione Tecnica Nazionale.
Nelle Alpi ha salito più di 500 vie ed ha inoltre al suo attivo 15 spedizioni in tutto il mondo con particolare attenzione alla Patagonia dove sicuramente spicca ancora la prima salita in invernale al Cerro Torre per la via Maestri.

postato il 18 settembre 2014

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Storia dell’arrampicata libera 3

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (3-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Nascita dell’arrampicata sportiva
Primi passi in Italia
Le prime protezioni fisse in Italia arrivarono, sull’esempio francese, alla fine degli anni Settanta.

Nel 1980 Patrick Berhault impressionò il pubblico cercando di salire a vista la Via dei Nani Verdi a Foresto.

Marco Bernardi, un giovane torinese che era tra il pubblico, rimase impressionato dall’esibizione e ritornò per liberare i Nani Verdi completamente (7a), impresa che gli riuscì nel 1981.

Patrick BerhaultStoria dell'Arrampicata Libera44

Prime falesie ad Arco
Dei primi anni ’80 sono anche le vie della Spiaggia delle Lucertole ad Arco, dove Manolo, Roberto Bassi e Heinz Mariacher spinsero le difficoltà sino ai limiti dell’8a.

Si trattava di vie protette a spit dall’alto che coniugavano il fattore rischio con la necessità di avere un chiodo affidabile che trattenesse la caduta in caso di errore.

L’arrampicata libera si stava trasformando in arrampicata sportiva.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
Storia dell'Arrampicata Libera45

Bardonecchia 1985
Nella località piemontese venne organizzata la prima gara di arrampicata su parete naturale.

Di fatto si crearono due discipline distinte e spesso con protagonisti diversi.

Alcuni fra i più forti scalatori presero posizione netta contro le gare che però continuarono spostandosi su pareti artificiali.

Lynn Hill a Bardonecchia
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La riscossa europea degli anni ‘80
I grandi exploit di Manolo
Manolo per tutti gli anni ‘80 realizzò incredibili salite e nuove vie in montagna spesso in libera molto sprotetta.

Contemporaneamente cominciò a trasferire questo livello anche su monotiri in falesie di bassa quota.

Nel 1981, in una remota falesia in Trentino, salì il Mattino dei Maghi, 7c+, su scarse protezioni.

Manolo ad Arco
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La rincorsa europea degli anni ‘80
I grandi francesi
Patrick Berhault e Patrick Edlinger, due grandi talenti francesi, arrivarono fino al 7c+.

Patrick Edlinger
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Patrick Berhault
Storia dell'Arrampicata Libera49

Wolfgang Güllich
Forte scalatore tedesco che cominciò a viaggiare in tutti i più importanti siti di arrampicata in Europa e USA.

Fu il primo a applicarsi a metodi di allenamento specifici e “a secco”.

Nel 1982 salì il primo 8a europeo in USA (Grand Illusion) e ciò costituì il “passaggio del testimone” fra USA e Europa.

Nel 1984 Edlinger salì il primo 8a ufficiale in Europa e nello stesso anno ne furono saliti altri da Manolo e Jerry Moffat.

Nel 1984 Güllich salì il primo 8b nel Jura.

Wolfgang Güllich
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Superamento del muro dell’8c
Action Directe
Nel 1990 di ritorno da grandi realizzazioni in montagna Güllich chiodò una linea su parete strapiombante a 45°.

La progressione richiede lunghi movimenti dinamici e per liberarla inventò una nuova tecnica di allenamento a secco su pannello inclinato detto appunto Pangüllich.

Questa via fu chiamata Action Directe e fu il primo 9a che costituì da allora un punto di riferimento per questa difficoltà.

Wolfgang Güllich su Action Directe
Storia dell'Arrampicata Libera51 Storia dell'Arrampicata Libera52

L’avvento del 9a
Alexander Huber
Negli anni successivi vennero salite altre vie di questa difficoltà fra cui Om e Open Air da parte del nuovo talento Alexander Huber che fu attivo anche in montagna negli anni successivi.

Alexander Huber
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Il ritorno sulle grandi pareti
Aperture in libera di vie alpinistiche
I grandi progressi dell’arrampicata libera dovuti a tutti questi sviluppi rendevano possibile concepire salite dal basso in montagna in completa arrampicata libera.

Uno dei più grandi successi di questo approccio fu l’apertura nel 1982 da parte di Heinz Mariacher e Luisa Iovane della via Tempi Moderni sulla ciclopica parete sud della Marmolada.

Luisa Jovane su Tempi Moderni in MarmoladaStoria dell'Arrampicata Libera54

Nel 1989 l’arrampicata libera arriva alle altissime quote himalayane con l’apertura della via Eternal Flame sulla Nameless Tower (Torri di Trango).

Kurt Albert e Wolfgang Güllich, anche se non riescono ad aprire tutta la via in libera, arrampicano comunque fino al 7b in apertura a 6000 m.

La Nameless Tower
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Recentemente Eternal Flame è stata liberata dai fratelli Huber.

Alexander Huber su Eternal Flame

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Aperture a spit dal basso
Negli anni ‘90 si cominciò ad affermare un nuovo stile di salita in alpinismo che tramite l’etica dell’arrampicata libera riabilitava lo spit in alpinismo.

Questo stile consiste nella salita dal basso di nuove vie su grandi pareti, proteggendosi con l’uso di spit piantati appendendosi su ganci, ma era caratterizzato dalla progressione esclusivamente in libera da uno spit all’altro.

Tale tecnica fu sviluppata dagli svizzeri Michel Piola e Martin Scheel, ma negli anni successivi furono altri i suoi maggiori interpreti.

Beat Kammerlander con la salita di Silbergeier in Ratikon in Svizzera (6L: L1 8b, L2 7c+, L3 8a+, L4 7a+, L5 8b/+, L6 7c+, 7c obbligatorio) e Wogu (che però non riuscì a liberare).

Beat Kammerlander

Rolando Larcher con la salita di Hotel Supramonte (11L: 7b+, 7c+, 8b, 8a+, 8b, 7c, 7a+, 7b+, 7b, 7b, 6b+, 7c obbligatorio).

Su Hotel Supramonte
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L’intramontabile Manolo con la via Solo per vecchi guerrieri (4L: 7c, 7c, 8b, 8c,8a obbligatorio)

Manolo su Solo per vecchi guerrieri
Storia dell'Arrampicata Libera61a

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/15/storia-dellarrampicata-libera-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/16/storia-dellarrampicata-libera-2/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/18/storia-dellarrampicata-libera-4/

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Slab climbing

Come padroneggiare i runout su placche lisce e l’aderenza senza appigli
di Hazel Findlay e Julie Ellison

Il presente post è la traduzione di un articolo apparso sulla rivista americana Climbing (n. 325) www.climbing.com.

Slabtastic! di Julie Ellison
A volte, le placche di aderenza sono come le fessure larghe: odiatele quanto volete, ma non potete scalare sulle vie classiche senza prima o poi averci a che fare. E’ normale trovare sezioni a placca prima o dopo fessure perfette, per esempio in posti come Yosemite o Lumpy Ridge (Colorado). Sono caratterizzate da una modesta inclinazione (all’incirca tra i 65° e gli 80°) e scarsità di prese, magari solo micro-svasi, bitorzoli, micro-liste, scaglie, cristalli). Non c’è nulla su cui tirare, così occorre adottare un insieme di tecniche adeguate.

Giuseppe Miotti sul Giardino delle Bambine Leucemiche, Val di Mello. 5 giugno 1982Giuseppe Miotti sul Giardino delle Bambine Leucemiche, Val di Mello.

Respira profondo. Muoviti con decisione e continuità.

Sta in fuori. Questo fa porre il peso sui piedi, aumentando perciò la loro pressione sulla roccia (e quindi l’attrito). Questo ti fa sentire più sicuro.

Fidati dei piedi. Credici e mettici più peso. Questo rende usabile anche l’appoggio invisibile.

Non tirare nulla verso il basso. Tieni le braccia morbide, gomiti leggermente piegati, dita rivolte ai lati e pollici all’insu, i polpastrelli a premere sulla roccia.

Non fate gesti di scatto. Non allungatevi a gradini, non fate ristabilimenti e niente che ti distragga dal tenere il peso sui piedi.

Spalma. A tacco basso e punte piegate in alto, appiccica più suola possibile alla superficie. Non cercare l’appoggio di bordo laterale, perché diminuisce appunto la superficie d’appoggio della gomma, quindi si ha meno aderenza.

I pericoli più grossi e come evitarli di Julie Ellison
Caviglie affaticate. Le gambe sono l’unico motore che ti spinge in alto, quindi si stancano prima delle braccia. Abbassa ancora di più il tacco per riposare. Questo allunga il muscolo sovraffaticato e aumenta la superficie di contatto. Se un singolo appoggio è buono, alterna su di esso un piede dopo l’altro.

Protezioni limitate. Benvenuto al paese del runout: senza fessure vuole dire non proteggersi e a volte gli spit sono ben lontani. Preparati mentalmente e metti giù qualcosa appena possibile. Se c’è un traverso, metti una protezione per cambiare la direzione alla tua caduta.

Voli odiosi. E’ da qui che arriva il termine “grattugia”. Se cadi, mantieni la tua posizione, scivola giù cercando di frenare con i piedi. Se ci riesci dà un colpetto alla roccia con le mani per restare dritto, ma non tenere le mani a contatto con la roccia.

Perdere l’attimo. Il segreto è di muoversi sempre. Questo ti aiuta a non assumere posizioni dalle quali poi non sei più capace di muoverti, e ti tiene calmo e concentrato.

Hazel Findlay sale Rainbow of Recalcitrance (E6)
. Non aderenza pura.

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Fa pratica mentale sulle placche
di Hazel Findlay
Dialogo positivo con noi stessi. Prima d’iniziare a scalare mi dico che sono brava sulle placche e che in genere non mi piace cadere. Poi mi dico che sono molto esperta nella caduta sulle placche, quindi dovesse succedermi non sarebbe grave. Dopo aver iniziato mi dico che le mie scarpette sono molto buone e che quindi non scivolerò. Me lo ripeto alla nausea: starò su… starò su.

Non pensare, sali soltanto. Provo con molta convinzione a non rimuginare su quello che sto facendo. Una delle cose belle dell’arrampicata d’aderenza è la fluidità del movimento; si ha normalmente successo se si sta rilassati invece di analizzare ogni movimento che si fa. Se ti blocchi in una particolare posizione, prima o poi devi uscirne. Accettalo, decidi cosa fare e muoviti fiducioso verso la nuova posizione. Non avere dubbi su te stesso o retropensieri.

Le scarpette fanno la differenza. Due cose importanti sono la posizione del corpo (si pone il peso sul piede nel giusto modo) e la confidenza (sul piede è posto abbastanza peso). Se hai fiducia che il piede “ci stia”, per lo più lo farà. E anche l’opposto è vero. Probabilmente la cosa più importante dell’arrampicare su placca sono le scarpette da roccia che indossi e come queste siano efficaci. Sono da preferire quelle piatte, flessibili e comode.

Acquistare confidenza con l’esperienza. Se non sei un esperto di arrampicata su placca e la via è pericolosa, non cercare neppure di tentarla. Fatti esperienza su un terreno più sicuro; potrebbe essere comunque un po’ pauroso, ma alla fine rischi di meno. La confidenza è parte integrale dell’arrampicata d’aderenza e se non ce l’hai allora è un grosso problema. Acquista confidenza con l’esperienza, vedrai che ti piaceranno anche le placche più lisce.

http://hazelfindlayclimbing.com/

Hazel Findlay sale Rainbow of Recalcitrance (E6)

Hazel Findlay
ArrampicataPlacca-Hazel-Findlay-fs8

postato il 2 luglio 2014