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“Pinne gialle” trad

Pinne gialle trad
(a dispetto dei fantomatici appigli “scomparsi”)
di Maurizio Manolo Zanolla


Pinne gialle
è una via che ho attrezzato a spit e dall’alto nell’estate del 2014 in Tognazza (Passo Rolle, Dolomiti). Corre a lato del grande diedro centrale, superato dalla via Dell’Antonio-Marcon, un itinerario aperto il 28 agosto 1962 e da me in seguito liberato.

Anche a causa delle pessime condizioni meteo di quell’estate, Pinne gialle mi ha rubato nove giorni per il lavoro di chiodatura e pulizia e sono riuscito a liberarla il 23 settembre del 2014 accompagnato da Eric Girardini. Matteo Mocellin ha documentato la prima salita con una completa sessione fotografica e dopo la salita, come ormai d’abitudine, non avevo espresso nessuna graduazione alla via, lasciando ad altri più bravi l’eventuale compito. Per il racconto vedi: http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-nuova-via-per-manolo-in-tognazza.html

Tre immagini della prima ascensione di Manolo su Pinne gialle, 23 settembre 2014. Foto: Matteo Mocellin/Storyteller-Labs
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Quella serie di fessure, come ho già raccontato due anni fa dopo la prima salita della via, era da molto un mio personale sogno “trad” ma probabilmente, il lungo periodo di stop per infortunio mi aveva condizionato talmente tanto che non ne avevo avuto il coraggio, e la paura di schiantarmi in quel diedro minacciosamente vicino mi aveva convinto a mettere gli spit.

Il tempo però l’ha diluita in fretta e già mentre Andrea De Giacometti (che mi aveva accompagnato negli ultimi giorni di pulizia e nel primo tentativo di salita), stava provando a ripeterla gli avevo suggerito di sbrigarsi perché mi era ritornata la voglia di tentarla trad.

Nel frattempo ad agosto del 2015 Riccardo Scarian e Alessandro Zeni la provano con la corda dall’alto.

Dopo quindici giorni gli stessi ritornano con la corda dal basso, trovandola completamente trasformata e tremendamente più difficile, non riuscendo nemmeno ad arrivare in sosta e alle tre di notte mi arriva un messaggio che riporto testualmente: “Oh Mago, ma sai che un coglione (!!!) ti ha smartellato gli appigli su Pinne gialle? Dev’essere stato un talebano di merda! Sarebbe da fargli il culo a gente del genere… Buona notte!”.

Con la corda dall’alto sul tiro chiave di Pinne gialle. La foto è stata pubblicata l’8 settembre 2015 da Alessandro Zeni sul suo profilo facebook, con il seguente commento:Festeggiano i cani sul cadavere dei leoni pensando di aver vinto.. ma i cani rimarranno cani e i leoni rimarranno leoni!! Non toccate mai i vostri idoli, la sottile doratura che li ricopre si attacca facilmente alle vostre dita…“.
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Naturalmente mi preoccupo: ma cosa sarà mai successo su quella via? Così chiedo ad Andrea che la stava provando per favore di salire a controllare. Niente, dopo la perlustrazione mi dice che lassù non manca proprio niente, per lui tutto è assolutamente come prima, a parte la presenza di un isolato moschettone a metà.

Per tutta risposta (il 4 settembre sempre del 2015) gli arriva questo messaggio (che riporto altrettanto testualmente): “Ciao Andrea direttamente dalla regia mi dicono che non è assolutamente cambiato niente su Pinne gialle… Beh che dire! Ti consideravo una persona onesta e con una certa etica. Ma evidentemente mi sbagliavo… sei abbagliato e probabilmente d’accordo con il tizio che si è fottuto il cervello ormai da un bel po’ di tempo! Vorreste farci passare da coglioni a me e Zeni? Sarà difficile!! Una via che fai con un resting a vista con la corda dall’alto! E due settimane dopo, in forma, fai un resting a ogni spit non credo sia a stessa via! Comunque complimenti, siamo come al solito nel patetico! Ma sinceramente a me non me ne frega un cazzo! Ce ne sono di vie da scalare a ‘sto mondo. Bravi ancora una volta, siete proprio i migliori!!! Diglielo pure al tuo amico… Che ora stiamo scalando al Bilico… e preventivamente abbiamo le foto di ogni appiglio e appoggio! Così da non passare proprio da coglioni ogni volta! Buone arrampicate… Ciao Sky.”

Aldilà del linguaggio, tutto questo mi sembra tremendamente strano e il 7 settembre 2015 con Andrea ritorno lassù, mi calo lungo la via ma non vedo nessun cambiamento, tutto è assolutamente come prima. Quel pomeriggio Andrea fa anche un paio di tentativi per chiuderla, ma non ci riesce.

Sono indolenzito e infreddolito il sole è sparito da un bel po’, sono appeso su quella sosta scomoda da due ore ma sono troppo curioso. Mi carico tutto il materiale nello zaino e parto, arrivando in sosta scalando pulito e riconfermando tutto quello che mi era sembrato la prima volta… questa via con la corda dall’alto è puro divertimento. Sono contento, non manca assolutamente un millimetro di pietra e come sempre, non mi fermo nemmeno a rispondere, semplicemente vado avanti per la mia strada.

Andrea De Giacometti
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Andrea De Giacometti durante la prima ripetizione di Pinne gialle, 12 agosto 2016. Foto: Laura Gonzalez Calavia
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Finalmente quest’estate, esattamente il 12 agosto 2016, Andrea riesce nella prima ripetizione. Andrea scrive: “Il nome Pinne gialle deriva da una storia tutt’altro che simpatica, fatta di arrampicatori “snaturati” e di maldicenze su appigli rotti e smussati. Una saga senza fine incominciata tempo fa, purtroppo con l’unico scopo di tralasciare il vero valore dell’arrampicata e della mera bellezza delle vie. Tiri semplicemente unici, dove si riesce a passare oppure, con un grande sforzo di umiltà, è dovere togliersi il cappello e portare a casa un insegnamento di valore ancora più prezioso. A me questa via ha insegnato molto, la reputo la più complessa che abbia salito fin ora e sicuramente la più bella della parete. Una via con carattere, con “un’anima” propria da ricercare e comprendere, sintonia da scoprire con la parete, gioco di emozioni… per riuscire a salirla ci vuol ben altro che un buon allenamento e le dita che stringono”.
Per il racconto, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-prima-ripetizione-in-tognazza-per-andrea-de-giacometti.html.

Ora, posso togliere definitivamente gli spit.
Il primo giorno non riesco a toglierli tutti, quella parete storta mi spacca la schiena rimescolando una verticalità contorta. Ritorno per finire il lavoro e provo anche a posizionare qualche stopper, non ho nessuna esperienza con questo genere di protezioni veloci e in quella strana fessura a tratti appena superficiale mi rendo conto che i friend non entrano un gran che e il materiale che possiedo è troppo grande. Non ne ho mai usati di più piccoli e non so nemmeno quanto tengano (ammesso che riesca a posizionarli), ma se voglio continuare devo comprarli.
Cavolo se costano questi dannati stopper e mi rendo anche conto che non mi bastano. Devo acquistarne altri assieme a qualche micro-friend.
Questa volta li faccio bastare e non ho nessuna intenzione di comprarne ancora.

Manolo e un micronut. Foto: Davide Carrari
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L’idea è anche di fare qualche test per comprendere se tengono davvero e se l’eventuale fuoriuscita di uno di questi nel tratto chiave possa essere devastante, ma poi mi convinco che è meglio non saperne nulla, non voglio essere influenzato, devo alleggerirmi da tutto, dalle chiacchere, dalla paura, dall’immaginazione… nessun timore deve infiltrarsi e mi convinco che sono più che sufficienti.

Bene, adesso devo solo provare la via, quest’estate non ho quasi mai scalato, non sono in condizioni e non voglio rischiare troppo. La via non esige grande forza e nemmeno una grande resistenza ma molta sensibilità. Però affidarsi solo a una buona condizione mentale con quelle protezioni è piuttosto pericoloso.

Giovedì 29 settembre Eric ha mezza giornata di tempo, avrei preferito il pomeriggio visto la calura di questi giorni ma oggi può solo al mattino. Mi cala lungo quelle fessure che ora senza i chiodi mi sembrano ancora più belle, ma impiego molto tempo a posizionare alcuni di quei micro dadi. La gravità mi sputa sempre implacabile verso il diedro continuando a toglierli e arrivo in fondo più storto che mai.

Anche Eric ne ha piene le scatole di rimanere appeso in sosta ma si offre gentilmente di scendere ad assicurami per un tentativo.

Manolo impegnato nella prima trad di Pinne gialle (con protezioni pre-piazzate), tiro chiave. Foto: Davide Carrari
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Preferisco scalare subito dal basso, non abbiamo molto tempo e nessuna ambizione di riuscire, voglio solo capire se riuscirò a rinviare e mettere i friend dove prima dovrò mettere le dita e intanto ripasserò con calma i movimenti della via ma soprattutto… incomincerò ad abituarmi mentalmente a quella scalata. Metto il casco, Eric ride perché non l’ho mai messo; gli chiedo di essere serio, voglio concentrarmi, sono molto preoccupato anche solo per provare a resting.

Ho da subito una buona percezione e mi abbandono con fiducia sui primi spalmi trovandoli molto più facili del previsto riuscendo sempre a rilassarmi e a riposare quasi ovunque, e rapidamente mi avvicino al tratto più pericoloso e difficile.

Eric mi incoraggia ma io non ricordo le sequenze: però traverso deciso e leggero verso il passo più impegnativo ma quando provo a proteggermi mi rendo conto che le protezioni sono posizionate troppo in alto. Non posso fermarmi e nemmeno cadere, se voglio raggiungerle devo proseguire ancora.

Quel diedro è pericolosamente vicino e se solo mi scivolasse un piede mi schianterei contro ma stranamente non m’irrigidisco e m’infilo in una strana dimensione che annulla totalmente tutto quello che mi circonda e avanzo fino a proteggermi su quei piccoli dadi e proseguo fino al riposo, dove non mi fermo nemmeno. Non sono stanco e voglio lasciarmi dietro più parete possibile.

Tognazza, via Pinne gialle
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Superato il tratto più critico avverto improvvisamente il caldo torrido del mezzogiorno che mi secca la gola, ma ho ancora qualche movimento molto strano e insidioso per riuscire. Spreco energie, non mi ricordo il metodo e devo riscendere al riposo. Respiro più profondamente, è l’ultimo ostacolo che mi separa dal mio piccolo sogno e riparto ascoltando solo l’istintività del mio corpo e poco dopo sono in cima a quei 47 metri fantastici!

Ho la gola arsa, ma non sono minimamente acciaiato e tutto mi è sembrato facile… oggi ho arrampicato bene, come ormai mi succede raramente forse perché sono riuscito ad alleggerirmi da tutto e solo adesso mi rendo conto di non aver mai pensato a cadere.

Non ho fatto niente di speciale, ho solo realizzato una parte di un mio piccolo sogno e mi piace averlo fatto a quasi sessant’anni. Ma nuovamente la felicità si smorza… sono salito facilmente, ma allora forse potrei salire mettendomi tutte le protezioni dal basso? Anche quelle più precarie?

Credo di sì, ho imparato molte altre cose ma per ora non sono ancora pronto e lascio il piacere a qualcuno più bravo ed esperto di me. Potrebbe essere un prossimo progetto… ora ho scoperto gli stopper e intanto mi impegnerò a liberare anche gli altri tiri, poi vedremo.

Riflettendo: dal momento che lassù non manca un millimetro di pietra… o sono un extraterrestre e riesco a salire con facilità, senza allenarmi, dove rinomati atleti giovani e preparati ed esperti non riescono, oppure qualcuno ha speso un capitale di colla e ha rincollato tutti gli appigli scomparsi in un modo impeccabile senza lasciare traccia… oppure ancora qualcuno si è inventato una velenosa favola di appigli scomparsi che spero contagi solo gli “arrampicatori da tastiera”.

Alessandro Zeni e Riccardo Sky Scarian
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Go aid a pitch 02

Go aid a pitch 02 (2-4)
di Gabriele Canu

Patabang, Val di Mello
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Patabang, Val di Mello
… ricordi un po’ confusi e deliranti, ricordi di questo weekend un po’… insolito, via! Val di mello, ore 22. “C’è la luna sui tetti, c’è la notte per strada, le ragazze ritornano in tram”, diceva Francesco. Tranne una, ragazza nota per la sua finezza e proverbiale dolcezza nei confronti delle persone con cui ha a che fare. Giusto per far capire meglio il personaggio, una che del formaggio mangia solo la crosta e butta via tutto il resto (… visto fare con i miei occhi!!). Poi una festa, e poi un enorme masso a fare da riparo alla lunga (…) notte che ci attende. Cantare tutti insieme “we all live in a yellow submarine” prima di addormentarsi certo non aiuta. Lo sguardo di Lui non è certo incoraggiante, ma l’idea è di Lei, uno degli altri due (il più sano) cerca di ricordarsi pure le strofe, l’altro le inventa totalmente. Al mattino si va a scalare… dove si va?… di qua, di là, di su, di giù, insomma, in duecento metri di dislivello riusciamo a salire 12 (!) tiri. Su dritti lungo una placca, poi pare la via sia finita, e si ricomincia prendendo un diedro, una fessura, e poi via, di nuovo placca, attraversando tutto il “giardino” e unendo una sosta e l’altra con una o due protezioni… le uniche che si possono mettere, chiaramente! Poi una doppia, e un mini trekking verso un gran diedro ad arco, che si raggiunge con… placche! A metà del diedro, sosta con anello di calata: beh, in effetti il tiro dopo proprio bello bello non è… chissà mai che si calino tutti da qui!… e non vogliamo a tutti i costi essere diversi, la giornata non è ancora finita e c’è tempo per lanciarsi su un bel canalone rumegoso (san lucano style, ma con più roccia, per di più buona: figurarsi!), e finire sotto la mitica Patabang. Eh, il weekend ha da essere delirante, per cui questa è immancabile! Primo tiro, 80 metri su roccia splendida e prese ergonomiche, fino a pochi metri sotto la sosta, dove, chiaramente, diventa più delicata; ma i secondi, con la corda tirata, non hanno modo di apprezzare a pieno la differenza. E’ il momento del secondo tiro, altri 80 metri, 30 di traverso orizzontale su una vena, polimagò-style, solo che su quella finito il traverso c’è una fessura. Qui c’è un bel muretto nero di una decina di metri, non così stupido, prima di arrivare a mettere una protezione, la prima (e l’ultima) chiaramente. Lo sguardo di lui guardando la sosta da metà muretto, e le parole urlate dall’altro, risuonano potenti “… guarda che l’hai voluta tu la via ingaggiosa!!”. La normale conclusione di una cosa così sarebbe giù a valle, cena, e nanna a riposare i neuroni. E invece uno dei tre, inorridito dalla scelta dell’itinerario della giornata, si allontana, e noi si fa a cambio con due squilibrati fuori come poggioli, i cui discorsi sembrano davvero quelli di ale&franz sulla panchina, solo in versione decisamente alcolica. Uno di questi giunge anche a mangiare una mosca pur di non sembrare un cagasotto. E poi arriva il terzo, che si capisce subito come mai si conoscano e, soprattutto, tendano a frequentarsi. E si comincia a bere seriamente (nessuno escluso, e qui i soliti facinorosi potrebbero dire “sprite?!”), e la serata prende una piega già pronosticata dai più. Pochi ricordi, un po’ (…) annebbiati, ma un lui emiliano rimarrà a lungo nei nostri cuori. Per vari momenti, attimi, frasi. Un benefattore, cosa dire altrimenti di uno che incitava follemente a un lui svaccato in terra in condizioni disastrose “dai, forsa, meglio fuori che dentro, fidati di me!” e poi, come niente, a porre due dita in gola al malcapitato, ovviamente sconosciuto… ah, che seratina! Il ritorno alla macchina sarà un’epopea, dopo 100 metri di strada è come non essere neanche partiti, e così due vanno a prendere la macchina, e i duecento metri in retromarcia per uscire dal parcheggio saranno drammatici. Alle cinque e poco più uno o due ometti vengono lanciati dentro la tenda a smaltire un po’ di sprite, gli altri, due lui e una lei, avendo invece preferito fanta e lemon-soda, hanno solo mal di testa e si concedono una lussuosa notte in macchina. Al risveglio, uno ha ancora il coraggio di andare a scalare una vietta (… e qui i soliti facinorosi… !!), gli altri si dedicano a chiudere un boulder giusto per poter dire di aver chiuso un blocco… al melloblocco, e alla sera la cena fuori è l’ultimo delirio prima del rientro a casa… un’oretta e mezza per tutti, tranne uno…
Data: 7-8 maggio 2011

L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
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L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
Sabato, direzione Presolana di Castione. Con tutti gli avvicinamenti possibili, scegliamo il più disagevole che ci viene in mente: dalla Valle dei Mulini. Diversi bergamaschi, alla comunicazione del punto di partenza, rimangono allibiti. Inutili a tal scopo i vani tentativi di giustificarsi spiegando che siamo liguri e che stampare una relazione decente voleva dire toner, carta e usura delle parti meccaniche della stampante. Pure noi comunque rimaniamo allibiti quando ci ritroviamo a ravanare per felci e lamponi, fino a giungere su un’ampia carrozzabile, che ovviamente arrivava lì con piacevole e sinuoso andamento. La lotta con l’alpe è tornata in auge… per non parlare del ghiaione sotto la parete. Esticazzi. Preso frontalmente, da sotto, può essere considerata una variante d’attacco della via. Terminata la suddetta variante di quattrocento metri, al secondo tiro della via ufficiale, ga si ritrova sotto la simpatica placchetta di quinto (…) per uscire in sosta sotto una discreta grandinata. Riparte lore su per il terzo tiro, ancora sotto la grandine, perché le previsioni meteo erano buone… sarà una cosa così, passeggera. Eh sì, passeggera, ma di un treno di trenitalia. E infatti decidiamo di scendere, non appena i fulmini non così distanti smentiscono a gran voce le previsioni meteo. Non contenti della lezione, non disdegniamo un salto a vedere la mitica cornalba (“tanto è di strada”…). Legnate su legnate per ga, e conseguimento del brevetto di volo su un 6a, dove peraltro racimola tutte le ore di volo necessarie. Contento dell’obiettivo raggiunto e festeggiato con lore il risultato, il team gap decide per la fine delle ostilità della giornata. Al mattino si riparte, destinazione maslana. Obiettivo Pegaso, ma visto il meteo del giorno prima (e visto che per oggi davano peggio, che è tutto dire), accorciamo ancora di un tiro per finirne almeno una in due giorni, e la scelta va sull’ultimo shampoo… cioè quando il destino sceglie il nome per te. Riusciamo a finirla, e a trovarla bellissima! Dalla placca del primo tiro, al magico diedrone del terzo, al mitico caminone dell’ultimo tiro, dove lore vorrebbe tirare qualche protezione in ricordo dei vecchi tempi ma, complice la libera di ga sul tiro precedente, è stretto nell’angolo dall’orgoglio personale (e dall’abbondante chiodatura) che lo costringe suo malgrado a finire in sosta in libera. Il tempo nel frattempo sta cambiando, ma due doppie e possiamo scappare. Però appena qui a fianco c’è un conto in sospeso oramai da tre anni… il camino di vent’anni di sfiga è a pochi metri, e dopo la conigliata di anni fa, è il momento di chiudere i conti con il passato. Armato di tutto punto (peraltro inutilmente), è lore che deve procedere all’espiazione dei propri peccati. Tutto suo, all’epoca, il tiro del camino, evitato con una variante a spit che lo attraversava. Operazione, questa, che non era passata inosservata agli amici bergamaschi, e che aveva per questo motivo provocato grossi malumori, de ura e de uta. E allora via, verso nuovi orizzonti!… che incontra dopo una decina di metri, quando qualche nuvola grigio-scura comincia a coprire il sole, e qualche piccola goccia comincia a raccontarci la sua storia. Lore non sembra interessato, anzi sembra quasi infastidito; ga tutto sommato, tranquillo in sosta all’asciutto e con le mutande ancora linde, sembra quasi assistere indifferente agli eventi. Fortuna che non si mette a piovere seriamente, se non quando sale ga, ma con la corda dall’alto è un altro sport. Tre doppie, e poi vien giù dal cielo l’infinito mondo: acqua, acqua, acqua. Quanta, quanta, quanta! Il diluvio universale si abbatte su maslana e sui due poveri quasi trentenni (uno più dell’altro). Ma d’altronde, dopo uno shampoo così, cosa ci si poteva aspettare?!
Data: 22 maggio 2011

Tempi Moderni alla Marmolada
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Tempi Moderni alla Marmolada
“Allora lo, si torna a fare una salita insieme?”… “dai ga, ben volentieri! Immagino che qualche idea l’avrai in testa, e ho come la vaga impressione che non sarà una vietta plaisir… !!! Dai, spara, cosa vuoi andare a fare?… è il caso che mi sieda?!”… “beh, già che si torna a scalare insieme, bisognerà fare qualcosa di… beh, sì va, siediti!!!”. Alla proposta, giunta dopo vari giri, arzigogolati percorsi tra un dettaglio e un altro senza aver il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome, fa seguito un lungo silenzio. Interrotto da un esclamazione contenente il nome della via A STAMPATELLO e una serie di punti esclamativi/interrogativi senza soluzione di continuità, seguita a ruota da una lunga serie di epiteti che non è questa la sede opportuna per elencare. E, attenzione, non è che si parlasse di tempi moderni, eh!… e nemmeno di marmolada, sarebbe scontato! Invece… e chi lo sa, di che si parlava, insomma “… beh, dai, ammesso che si vada davvero a fare sta follia, e ammesso che io non presenti il certificato della mutua il giorno prima della salita, ma bisognerà allenarsi prima, no?!” – “Ok, dai, il prossimo we, visto che è l’ultimo a disposizione prima della folle idea, ci si allena… occhio che però… si picchia duro, eh! Sennò che allenamento è?!”. Così, ecco che lore si presenta all’allenamento, improvvisato all’ultimo giorno, un last-minute deciso e prenotato alla mattina del venerdì: “tempi moderni” in marmolada. La logica sequenza degli ultimi quattro mesi di attività: spigolo demetz al gran cir, l’ultimo shampoo a maslana, steger al catinaccio… tempi moderni in marmolada. Abbastanza lineare!… come allenarsi alla quota salendo, nemmeno in rapida sequenza, Monte Mao e Bric Mindino, e poi salire sul bianco dal pilone centrale. Tant’è, la follia è un dono di pochi, e alle 7 e mezza di “un sabato qualunque, un sabato italiano”, siamo in moto verso il Falier, obiettivo: cengia mediana. Sacchi a pelo, e ci mancherebbe altro… mica siam quelli che Modern Zeiten la fanno in giornata… ma neanche a pensarci:… inarrivabile!… però siamo stati avvertiti dal nostro caro amico: “Oh, grandi scèc! Carichissimi, eh!… però mi raccomando… SE SI FA, SI FA TUTTA!!”. Non ce l’avrebbe passata, solo la parte bassa, non ci avrebbe passato nemmeno l’uscita sulla gogna o sulla messner evitando l’orrido muro terminale… e un monito così, da un così caro amico e socio di fiducia, non potevamo ignorarlo. Ma il terrore di essere colti da un attacco di stanchezza, o di coniglite che dir si voglia, era troppo. Ma quel ca..o di vecchio biplano a motore, maledetto amaro montenegro o no, si sarebbe rimesso a funzionare un giorno!
… tempi moderni è davvero una via grandiosa; tracciato logico in basso, in alto un po’ forzato, sul primo e sugli ultimi cinque tiri; ma voleva il muro terminale, voleva la via indipendente, voleva una via dura, ma interamente in libera… e l’ha trovata, dove sembrava non potesse esserci. La via è davvero “moderna”, per concezione e stile… un sacco di tiri, fossero in falesia, sarebbero unti come la focaccia alle cipolle. E chi si fa solo la parte bassa… si perde la vera via. Di sicuro non ha fatto tempi moderni! In alto difficile, meno chiodata, ma nel complesso a nostro parere più bella della parte bassa (… rigola a parte: Mariacher lo ha definito come il suo più bel tiro, e chi siamo noi per contraddirlo…), un po’ più… “avventurosa”. Incredibile la sequenza per uscire dall’ultimo muro, due obliqui in placca con una sequenza di buchi che sembrano messi lì apposta per rendere il tiro scalabile e proteggibile. Virgolettato, và, che di certo, tra questi ventotto tiri gli amanti dell’R4 qui troveranno gioia!… giunti in cima a Punta Rocca, la gioia è davvero grande. La felicità c’è e si vede, lo sguardo di ga lo dimostra, quello di lo pure, l’abbraccio è di quelli dei “vecchi tempi“… poi però in un attimo quello di lo cambia, diventa smorfia di dolore, prima di trasformarsi in un sorrisino ironico e beffardo: “… maledizione a me e a quando parlo troppo!!!!”. Eh già, perché all’inizio del dialogo, c’era stata una frase degna di nota “… dai, se facciamo tempi moderni, integrale eh!, ti accompagno sulla tua idea folle… ”. Un errore imperdonabile!… ma intanto, si torna a sorridere, c’è tempo di rilassarsi e godersi i ricordi di questa bellissima avventura tra le pieghe della Regina delle Dolomiti: Modern Zeiten è alle nostre spalle… è andata!… belin!
Data: 9-10 luglio 2011

Cinque Muri alla Piramide Armani
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Cinque Muri alla Piramide Armani
… e si comincia a far sul serio! Vallaccia, che posto… non c’ero mai stato, ed è stato un colpo di fulmine. Come pare per chiunque passi da queste parti per la prima volta! Ci si ritrova con lore, a un mese esatto dall’avventura su tempi moderni… e il suo allenamento, vive di ricordi… di quei, ricordi! Salvo, 10 giorni prima, proprio questa via. Con uno forte… ma davvero forte. Troppo, tanto da far dire a lore “Ok, troppo bella, ma voglio tornarci con te, e stavolta la facciamo alternata, che è una via stupenda, ma l’altra volta i tre tiri più duri li ha fatti lui… e voglio provarci!”. Come dire di no a una via stupenda in un posto stupendo, tra l’altro già nel libricino dei progetti?! “… eh, ma bisognerà partire presto, che la via sarà 500 metri!”, “… tranquillo, non c’è fretta: in 6-7 ore, se usciamo, siamo fuori, non è che ci sia tutto sto granché da integrare”. E il che è tutto dire, viste le protezioni in loco. Alla specifica domanda “… ma secondo te sui due tiri duri io sarei passato?!”, la risposta “sull’ultimo tiro sì, sul quarto… ” lasciava dubbi sulla fiducia di lore nel socio. Quindi, per questione di principio, il tiro andava fatto, e sgradato per giunta! “Lo, allora, dove ci becchiamo?” – “ah, ga, non te l’ho detto? sono senza macchina! vengo in treno+bus, alle 7.36 sono a cavalese!” – “malimortaccitua!”. Alle 6.50, sms: “ehm, trenitalia ha soppresso dei treni… non so a che ora arrivo!”. Ga, sorpreso nel dormiveglia mattutino nel suo lettino (leggi “i sedili posteriori”), non ha nessuna intenzione di finire a scalare alle torri del sella e si catapulta giù dal letto e testa i cavalli del suo trabiccolo fino a Ora; alle 7.42, i due oltrepassano cavalese, già di ritorno… direzione vallaccia, direzione cinque muri. La giornata è stupenda, ma fa “freschino”, per così dire; così, giunti all’attacco, è l’ora per ga di vedere i sorci verdi sul primo tiro, un VI+ stile cornei, solo che a cornei, in sta stagione, le temperature son ben altre. E anche la chiodatura, diciamo così! Riparte lore, e ridendo e scherzando mette in saccoccia il VII- del secondo tiro. Tocca a ga il terzo, per riscaldarsi per il quarto; alla faccia dei runout! E’ il momento del tiro su cui lore ha avuto dei dubbi sul socio; il quale piazza in sequenza cordino su clessidra, cliff, chiodo, cliff, cliff, cordino su clessidra, tricam, tricam, friend, chiodo, e poi via in libera verso la sosta, un tratto duro ma scalabile e poi il suo bel runout di 15 metri sul VI. Ma in fondo, come diceva il buon De Beers, “Un runout è per sempre”… E si riparte, per tre tiri tranquilli, fin sotto il galattico muro finale. E qui è il turno di lore. Lo voleva, questo tiro, ci teneva, lo temeva, ma… che tiro, scèc, che tiro!!! Magistrale, grandioso, spettacolare!… e sto ragazzo, che grinta, che ha tirato fuori!… e finalmente ha tirato fuori sto sorriso a 34 denti, per il suo capolavoro, VII+, roccia super, una sola protezione in posto prima dell’inizio del muro: grande lore, questo è scalare!! Un ultimo tiro, con un simpatico passo duro ben (…) protetto (?!?) da un’ottima (????) clessidrina, e la cima della piramide è raggiunta, sotto un bellissimo sole. Incredibile questa via, stupenda davvero!
Data: 11 agosto 2011

Supermatita al Sass Maor
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Supermatita al Sass Maor
… Bonatti diceva in un suo libro: “L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dal profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.”. Abbiamo trovato tutto, caro Walter. Abbiamo avuto il dubbio della sconfitta, persi in un mare di perplessità e di roccia, senza riferimenti se non l’esperienza e l’intuito. Abbiamo vissuto l’entusiasmo della riuscita, solo a posteriori a dire il vero, usciti sfibrati da un’avventura senza parole, e due giorni di concentrazione massima, non avevamo nemmeno tanta forza di sorridere. In fondo, solo dopo abbiamo capito cosa avevamo combinato. Abbiamo vissuto la sorpresa, la sorpresa di avere sempre una soluzione anche dove la relazione era carta straccia di fronte a quel che ci si presentava davanti. Di avere l’esperienza, per poter gestire le incognite di una salita come questa. Abbiamo avuto la fantasia, la fantasia di inventare una salita che ha stupito molti, la fantasia di quando, ai primi di luglio, ho visto una foto del sass maor con le linee tracciate, ho puntato quella linea, così maestosa, lineare, dritta; troppo bella per rimanere solo un tratteggio su una foto, e mi son detto “qualunque cosa sia, se non è impossibile… voglio provarla!”. E gli occhi hanno letto “supermatita”, Maurizio Zanolla e Piero Valmassoi, agosto 1980. L’avevo già sentita, la conoscevo un po’ di fama, ma in effetti non sapevo niente delle difficoltà. Niente della sua storia. Niente del suo mistero. Vista, letta, acquisita: ho subito pensato che, per quanto assurdo, non potesse che diventare un sogno da realizzare. Un sogno di quelli che sanno farti sentire vivo. Ancora una sorpresa; l’essere qui, ancora con lorenzo. Le cose cambiano, il tempo passa, ma a quanto pare le persone importanti restano. Ed è un bene, ed è bello saperlo, rendersene conto. Ci sono persone che contano davvero qualcosa. Fa bene saperlo. E infine, Bonatti citava ancora il gioco. Abbiamo trovato anche quello. Il gioco dell’avventura, della scoperta. Quello delle vie dove il grado tecnico conta, ma meno di tante altre cose, della determinazione, del coraggio, della voglia di mettersi, davvero, in gioco. Dove il mazzo non è stato ancora (e speriamo non lo sarà mai) truccato. Ed è stato un gioco viverla “così”, come una grande avventura, con un po’ di “paura”, ma anche con la determinazione e la voglia, e con il nostro stile di sempre. Patrick Berhault diceva: “Incredibile non è la difficoltà in sé, quanto la fortuna di avere avuto una voglia così intensa di affrontarla”. Me lo aveva scritto lore tanto tempo fa, e più che mai, in questo nostro “piccolo capolavoro”, abbiamo dimostrato che è proprio così. Non si può raccontare altro di supermatita, è una via mitica, e misteriosa. Ed è bello che rimanga così. Non servirebbe neanche aggiungere niente… forse, se avete pensato anche solo una volta nella vita di andarla a provare, forse avete l’unica cosa che serve. Insieme a tanta, tanta voglia di vivere un’avventura vera. C’è ancora spazio per l’avventura. Lasciamolo. E poi ci sono le foto, che dicono (quasi) tutto. I sogni si raccontano, ma non si spiegano… i gradi non dicono niente (a manolo, a quanto pare, ancora meno… la relazione “così, tanto per…”. Qui bisogna lasciare a casa tutto, portarsi solo un po’ di umiltà, di voglia, e tanta, tanta voglia di sognare. Tutto il resto è qui: l’estetica della linea, la maestosità del Sass Maor, il viaggio in parete, l’esperienza alpinistica ma, prima di tutto, umana. Indimenticabile…
Data: 13-14 agosto 2011

Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
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Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
C’è sempre un motivo per tutto, nella vita. Figuriamoci per il nome di una via… spesso ci sono dietro strani ricordi, a volte un amore o un caro amico, e altre invece ci sono le emozioni del momento, le sensazioni provate. Ora, secondo voi, cosa può significare il nome di questa via?! Il team GAP, incuriosito dalla descrizione della bibbia del Gaddi – “Poco ripetuta; del resto, il nome della via la dice lunga… “, decide di andare a vedere di persona! Ammesso e non concesso che arrivare in valle alle 2, svegliarsi alle 5 e mezza e partire per due ore e mezza di avvicinamento, a inizio stagione, con lo zero termico a 1700 metri in lento rialzo in giornata fino ai 2400 non fosse l’idea migliore (ma i gappers sono abituati alle idee malsane!), fatto sta che giunti sotto al pilastro, l’aria si mantiene “frizzantina”. Ma oramai, dopo un mazzo così, andiamo a verificare che il sommo tomo non dica stupidaggini! Lore verifica sul primo tiro che i mini-boulder strapiombanti non sono l’ideale per cominciare la giornata, così tocca a ga mettersi sulle placconate del secondo. E l’ampia chiodatura (…) rende difficoltoso il reperimento della retta via. Neanche il misero chiodo di sosta nascosto sotto non dico un ciuffo, quanto piuttosto una cuffa d’erba, e il vicino spit di colore non proprio incoraggiante, danno l’idea della frequentazione dell’itinerario! Eppure, sempre il tomo diceva “un must dell’arrampicata logica e mentale del gruppo”. Strano! Ma la cengia mediana aiuta anche gli stolti a ritrovarsi nel percorso. Eppure lore decide che farla proprio tutta così come i primi salitori sarebbe una palla, così inventa varianti se possibile più dure dell’originale. Poi libera un tratto di A0, così che il tiro, da VI+ e A0, diventa… VI+. Boh, sarà stato morfologico! Ma nei precedenti 50 metri ga tenta di rancare (genovese per “strappare”, NdR) via un’intera fessura di 40 metri, poi si rende conto che è troppo bella e che in effetti non sarebbe un gesto carino, così la lascia lì e anche lore la può scalare. L’uscita in sosta, intanto, comincia a dare dignità all’ipotesi sul nome. Che ga ha occasione di verificare poco sopra, perdendosi più volte in soli 15 metri, poi si ritrova e trova pure uno spit. Esticazzi! Poi prosegue in traverso per facili roccette di VII+ e fino a quando non riesce a piazzare un buon friend, qualche metro più in là, non sa neanche più di essere sul pilastro di cima scingino. Se ne ricorda poco dopo, quando vede al suo fianco l’ultima protezione e poi, “là”, la sosta. “dai, è uno scherzo!”, dice tra sé e sé. E allora poi, non vedendo luccicare null’altro e non intravedendo grandi e yosemitiche fessure, né tantomeno ronchie clamorose, comincia a capire il nome della via… e si adegua di conseguenza. Ma anche lore vuole vederci chiaro in questa faccenda, e così parte con fare arrogante per il successivo tiro, “alla ricerca della protezione perduta”. Secondo voi l’ha trovata?! E così, su un bel passo in traverso a 30 cm dalla sosta e 7 metri dall’ultimo friendino accoppiato a un chiodo di qualche bravo giovanotto che voleva scalare ancora per un bel po’ di anni dopo lo scingino, prende atto che è meglio non fermarsi e giungere alla panoramica sosta, incolume per giunta! C’è un ultimo tiro, con un simpatico passo a uscire dalla sosta, poi un passo di A0 che ga passa in libera perché del chiodo non si fida (?!?), per poi trovare chilometrico dove il buon Tarci (Tarcisio Fazzini, NdR) regala V+ su “fessura erbosa”. Alla faccia dell’erba… sembra una prateria verticale! Le ultime emozioni e siamo in cima al pilastro, non è tardissimo ma fa freddino ed è ora di scendere… riusciamo a ritrovare il sentiero ancora con l’ultima luce, e poi… è storia andata!… bella avventura in un posto magico!
Data: 17 maggio 2012

Vedova Nera, Val di Mello
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Vedova Nera, Val di Mello
Il festival dei chiodi chilometrici a cui abbiamo partecipato in questi giorni sta per terminare, ma prima del termine c’è tempo per la proiezione del cortometraggio “I grandi laschi”. Protagonisti il team gap ed ettore, maggio 2012, dalla trama tutto sommato scontata: i tre vanno a fare sta via, “il capolavoro di Paolo Vitali nella Valle”, trovano eterno, rischiano l’infarto, prendono pioggerellina giusto a metà dell’ultimo tiro, poi il tempo gli concede ancora due minuti per disquisire sulla bontà della sosta, e poi… ma andiamo con ordine! E’ mattina. Alla base delle placche del giardino decidiamo di fare una vietta lì, giusto per scaldare i motori. Passano un ragazzo e una ragazza, simpatici e modesti, e ci chiedono se quelle sono le placche del giardino, e pensiamo “scaleranno qui!”… e invece ce li ritroveremo proprio… sulla vedova! Vabbè, ma tanto non abbiamo mica fretta… ci facciamo condurre dal buon ettore fino alla sommità delle placche del giardino, e mentre aspettiamo i ragazzi sul primo tiro, cerchiamo di dimenticare quanto ci sarà da trovare lungo su questa via. Mentre il bergamasco si lancia sulla fessura, ga osserva il giovin fanciullo là in alto che parte sul famigerato tiro chiave, sale un po’ di metri e poi… bum, ci tira una flamba da far impallidire! Ga e lore si guardano in faccia, e cominciano a pensare di essere nel posto sbagliato al momento giusto… o comunque il contrario! Il giovine riparte, stavolta passa, sembra scalare bene e tranquillo, fino al tratto duro. Ga lo osserva fiondare un bel po’ di volte, e ogni volta è un colpo al cuore. Allora si rivolge a lore e chiede: “allora, che si fa?” – “… e cosa vuoi fare?! si prova!”. Cazzarola. E’ sempre indeciso, è sempre più per la conigliata, belin, una volta che sarebbe sensato, figurati se non si convince del contrario!!!
“… torre di controllo a ga… torre di controllo a ga… vi preghiamo di fornirci la vostra posizione, prego!” – “ga a torre di controllo… la nostra posizione è vicina ai 90 gradi, per la precisione a 4 metri dal friend e a 7 dal primo spit… may day may day!” – “Non siete autorizzato a decollare, ripeto NON siete autorizzato a decollare!” – “Ricevuto!”. Negata l’autorizzazione al decollo, ormai imminente, ga è costretto a stringere i denti onde evitare sanzioni e raggiungere con il cuore ormai in gola “lo spit chiamato desiderio”. Lo sguardo è smarrito. “Vivo!” – esclama – “cazzarola, sono vivo!!!”. Peccato che ora venga il duro del tiro… Uno sguardo, una frecciata verso il prossimo spit – miseria se è lontano! – uno sguardo verso i soci… ed è il momento di andare. Cinque o sei tentativi per capire come alzarsi sopra lo spit, poi parte per la sequenza… e sono due minuti di apnea! E’ due metri sopra il chiodo, e il terrore di sanzioni per il decollo non autorizzato, specie in questo momento di crisi, lo fa desistere dalla voglia matta di smetterla di strizzare cristalli delle dimensioni di un granello di sale grosso, e con un ultimo passo inventato alla ricerca dell’equilibrio su un solo arto (!) raggiunge lo spit. Un viaggio che rimarrà nel cuore ma che è difficile raccontare! Ancora un tiro, con chiodatura allucinante (Vitali è stato veramente straordinario su questa via…) e un ultimo ribaltamento su un enorme fungo che regala deliri, e poi comincia la mitica vena obliqua di 100 metri, passa avanti lore mentre comincia a piovischiare… che si fa?! Le persone normali scenderebbero… ma questo è il team gap!!!… e poi dopo sti 3 tiri, come si fa a pensare di dover tornare?!… e allora lo specialista lore scalda i motori, e via, con 60 metri da brividi (più facile che sotto, ma per niente banale… e 2 (DUE!) spit, senza possibilità di integrare). Nel frattempo non piovischia più… pioviggina! Gli altri due lo raggiungono in fretta… e neanche il tempo di buttare la prima doppia, viene giù il finimondo, acqua, acqua, acqua… quant’acqua scéc!… ma intanto… la mitica (e stupenda!) vedova nera l’abbiamo portata a casuccia!!!
Data: 19 maggio 2012

Via Desmaison al Pic de Bure
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Pilier Desmaison al Pic de Bure
Ore 8.22, ga arriva in sosta al sesto tiro. Lo raggiunge micky, imbacuccato dalla testa ai piedi, scalando con i guanti e visibilmente tremante… ga pone la domanda, già certo della risposta “… dai, micky, si muore dal freddo, sto vento agli ottocento all’ora non ha ancora mollato 3 secondi e fa veramente troppo freddo per scalare… se non te la senti non preoccuparti, tre doppie e ce ne andiamo in luoghi più consoni… vai tranquillo… ”. Sta già per buttare le corde verso una mesta ritirata – summo cum gaudio ma salvando l’onore lasciando al socio il compito di prendere una decisione ormai inevitabile – quando micky fanni – porcaccia miseria la famiglia non mente! – cala il jolly: “no, ga, sì è vero fa un freddo indicibile, ma se tu te la senti per me andiamo… a me sta bene!!”. Lo sguardo di ga non può che essere allibito… ma guarda te sto qui, rigira la frittata!!!… ma con che gente vado in giro?!… l’orgoglio personale ha la meglio, ga non ha più scuse, mo’ bisogna salire! E sarà ancora lotta per altri cinque o sei tiri, fortuna che si va via veloci e le dita non hanno tempo di congelarsi, ma belin che freddo, che freddo, che freddo!!!! Al decimo tiro, arriva un pallidissimo sole, che unito a una sosta appena dietro lo spigolo al riparo dal vento fortissimo, regala un attimo di sollievo ai due malcapitati… che per fortuna, essendo al decimo tiro… sono “già” a metà via!… la giornata intanto diventa splendida, il vento è un pochino calato, le temperature sono comunque rigide, ma ormai il ritmo lo abbiamo preso e scappiamo via veloci… la cima si avvicina! La raggiungiamo intorno alle tre, ed è bellissimo giungere su questo incredibile altopiano nella luce del primo pomeriggio… sembra quasi di sbarcare sulla luna!… e… cavoli, che bella via, peccato non essersela goduta (nota: al quarto tiro, prima di recuperare la corda 3 minuti di pausa… una bollita così alle mani, giuro che non l’avevo mai presa manco su una cascata!!) a fondo, ma linea grandiosa, gran parete, roccia “dolomitica standard”, posto bellissimo, firma di classe… insomma, una gran bella avventura, che valeva il lungo viaggio in terra francese! Grazie micky!
Data: 15 luglio 2012

(continua)

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I Sass Balòss

I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos”. Questa è la presentazione nel “chi siamo” del sito www.sassbaloss.com. Segue maggiore dettaglio: abbiamo Bertoldo-Will, al secolo Matteo Bertolotti, un pazzo che sogna di fare il regista; Gölem-Gug, Guglielmo Losio, un pazzo bresciano che prova un’infinita simpatia per i bergamaschi; Omar-Brumi, Omar Brumana, un pazzo che non rinuncerebbe mai alla montagna per una donna (oops, bugia!); e infine Lukino-Nuvolarossa, Luca Galbiati, un pazzo che non vuole essere pazzo.
Questi quattro buontemponi, si vede poi dal sito (nella pagina Le nostre uscite), hanno un’attività alpinistica di tutto rispetto e l’hanno relazionata a dovere e in modo tale che tutti possano consultarla per andare a ripetere un numero enorme di vie, o anche di sentieri. C’è differenza tra i siti che propongono relazioni fornite da autori tra i più disparati e anonimi, senza alcun controllo o quasi, e questo che invece dà un servizio omogeneo e soprattutto firmato.

Quanta serietà è profusa nelle relazioni, tanta allegria e “ridiamoci sopra” è presente in altre pagine, come quella dei Racconti e aneddoti, ma anche in questa, Il C.AZZ.O.
SassBaloss-02
oppure questa, Le leggi della Montagna.
SassBaloss-01

 Buon compleanno, Sass Balòss!
di Matteo Will Bertolotti

Tredici anni sono tanti, anche se passano in un momento. Te li senti nelle gambe e nelle braccia quando arrampichi su un tiro “duro”, te li senti quando ti svegli la mattina per un’uscita lunga e faticosa e ricordi come “prima” ti bastavano poche ore di sonno per essere sveglio, te li senti quando arrivi a sera dopo una via impegnativa e sai già che rifiuterai l’invito degli amici ad uscire, te li senti quando vai allo stesso posto di lavoro giorno dopo giorno. Ma tredici anni possono anche dare molte soddisfazioni, tredici anni sono anche l’inizio della maturità: nell’antica Roma e per secoli a venire, l’ingresso nell’età adulta era marcato dalla pubertà, che si verificava pressappoco intorno a quegli anni.

Gölem-Gug
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Omar-Brumi
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Lukino-Nuvolarossa e Bertoldo-Will
SassBaloss-Luca e Matteo al Fitz Roy

I “nostri” tredici anni, il “nostro” ingresso nell’età adulta, lo festeggiamo il 1 dicembre 2016. Ma – purtroppo o per fortuna – non siamo noi gli adolescenti: la festa di compleanno è per il sito web che abbiamo creato e che – possiamo dirlo senza falsa modestia – è oggi uno dei più consultati nel mondo della montagna: sassbaloss.com. Ed è proprio per questa ricorrenza che ho vinto la mia ritrosia a parlare di me e ho accolto l’invito di Alessandro Gogna a ripercorrere brevemente la nostra storia.

E allora via… la memoria si riavvolge… 2016, 2010, 2005… riaffiorano voci, personaggi, particolari… indietro ancora… 2003… ecco, ci siamo… no… indietro ancora… quattro ragazzi… avevo conosciuto Luca nella cabina di proiezione del cinema del paese. Questi, a sua volta, dopo la maturità e il servizio militare, iniziò a lavorare con Omar che, ancora durante il servizio militare, strinse un’amicizia che già sapeva di montagna con Guglielmo, quando durante i turni di notte si divertivano a ipotizzare gite per i giorni di licenza anziché vegliare sulle frontiere della Patria. Quanto a me, la passione per quel mondo magico venne per caso, durante le camminate per le montagne di casa.

A settembre 2005 ci iscriviamo al corso di roccia della Scuola Intersezionale Valle Seriana: quel mese cambierà tutto. Il mondo verticale ci ha letteralmente catturato e nel giro di breve tempo abbiamo iniziato a ripetere itinerari. Allo stesso tempo abbiamo scoperto che la passione per quello che facevamo era ancora maggiore se riuscivamo a condividere con altri le nostre esperienze, se potevamo fornire indicazioni per poterle ripetere, in una specie di innocente gioco d’emulazione con le guide d’alpinismo tradizionali di cui sono appassionato collezionista. Ma il nome? Per quello bisogna tornare ad un’escursione in Val Roseg, dove avevamo lottato con la neve alta tutto il giorno. Non avevamo ciàspole e nemmeno sci d’alpinismo. Non eravamo arrivati da nessuna parte, come spesso capitava d’inverno o in primavera. La cena non era stata un granché e un buon liquore alle erbe allietava la serata. E lì, nell’atrio dell’ostello di San Moritz, fu Guglielmo a proporre il nome, che fu subito sposato dagli altri.

I Sass Balòss in vetta al Monte Ferrante
SassBaloss-In vetta al Monte Ferrante (1)

Il sito divenne il nostro diario. Tutto quello che abbiamo combinato tra i monti è lì, a testimoniare il nostro percorso. In questi tredici anni è cresciuto oltre ogni nostra aspettativa e contiene relazioni di ogni tipo, dall’escursionismo allo scialpinismo, dall’arrampicata all’alpinismo. Il numero delle visite che riceve ogni mese è impressionante e sempre crescente, ma prima di essere un portale per gli alpinisti, è un nostro contenitore. Tanta gente passa, osserva, scarica relazioni. Qualcuno entra ed esce in silenzio, qualcun altro lascia una firma sul guestbook ringraziandoci per tutto quello che mettiamo a disposizione. Quando però a consultarlo siamo noi, all’interno troviamo solo tante avventure vissute. Per questo, e non per sciovinismo o inesistente altezzosità, abbiamo sempre declinato le richieste di terzi di accettare le loro relazioni: esse priverebbero il sito di quell’intimità che per noi è fondamentale. Inoltre, un sito con una pluralità di autori porta con sé inevitabilmente delle disomogeneità di valutazione, che volevamo evitare. Quando tra le email che riceviamo abitualmente capitano relazioni di nuovi itinerari con la preghiera di pubblicarli e divulgarli, per noi sono graditi inviti ad andare a ripetere le vie in questione e a generare una nostra relazione, che rispecchi la nostra visione di quelle esperienze. Niente è fatto a scatola chiusa.

Certo, in questi anni le delusioni non sono mancate, è inutile nasconderlo. Diverse volte il nostro materiale è stato preso e copiato, talvolta pubblicato su riviste, annuari e altri siti web senza chiedere permesso né citare la fonte, tante volte ci siamo chiesti se valesse la pena di continuare in quest’enorme investimento di tempo e risorse. Ma la soddisfazione che si ricava dai ringraziamenti che tanti alpinisti ci fanno, di persona o via rete, è davvero impagabile. E poi, qualche anno fa un giovane editore bellunese, Francesco Vascellari, ci ha invitato a trasferire su carta tutto il nostro lavoro sulle Dolomiti, chiudendo un cerchio ideale che parte dalle guide cartacee per arrivare ad Internet e tornare alla carta stampata. Oggi sono già stati pubblicati due volumi e i prossimi sono in cantiere per il 2017.

L’ingresso del sito nella sua età adulta ci fa dire di aver contribuito, di essere stati orgogliosamente parte di un mutamento nella modalità con cui si organizzano le ascensioni alpine oggi, dove Internet è la fonte principale di informazione. Forse questo è uno dei suoi valori principali. E forse è proprio per questo, per bilanciare l’aspetto virtuale che ormai domina incontrastato, che alcuni irriducibili sognatori, tra cui io, inseguono tenacemente le vecchie guide cartacee, in un impossibile recupero di una fanciullezza perduta.

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La via della Doppia P…

La Via della Doppia P…
(storie semiserie del Caporal)
di Ugo Manera

Una componente non trascurabile della mia lunga “vita” alpinistica è sempre stata quella del divertimento e dell’allegria; non sono mancati attimi dai toni drammatici, ma quegli altri momenti sono una costante nell’alpinismo delle grandi difficoltà e spesso contribuiscono ad arricchire il piatto dei ricordi, come il formaggio grana sulla pasta asciutta.

Sarà forse stata incoscienza creata ad arte, ma quasi sempre la scalata era accompagnata dallo scherzo, dallo sfottò, dalla presa in giro di presenti ed assenti e da canzoni massacrate in modo abominevole. Dal periodo delle allegre salite con Carlo Carena detto il Carlaccio, bersaglio non indifeso delle nostre battute, alle tante scalate con Gian Piero Motti ove cercare l’occasione per la risata era quasi d’obbligo.

Franco Ribetti al CaporalViaDoppiaP-Franco Ribetti al CaporalUn luogo ove, nel corso dell’aperture di tante nuove vie, non sono mancate situazioni ridicole, fino a sfiorare il paradosso, è il Caporal. Quel formidabile complesso roccioso della valle dell’Orco, che, prima della nostra scoperta, già possedeva uno sconosciuto nome locale: Dirupi di Balma Fiorant.

Acquistò grande notorietà a partire dal 1972 quando divenne la nostra “piccola California”; successivamente passò in secondo piano con l’avvento dell’arrampicata sportiva e degli itinerari attrezzati a spit e fix salvo poi ritornare alla grande in data recente, con i meeting di arrampicata Trad organizzati dall’Accademico. Ora è conosciuto universalmente ed è facile trovarvi più scalatori stranieri che italiani.

Un giovane Franco Ribetti
ViaDoppiaP-Il giovane Franco Ribetti

Condite con un po’ di nostalgia mi è venuto voglia di raccontare qualcuna di quelle storie semiserie cominciando dall’ultima: la “Via della Doppia P…” alla Parete delle Aquile, del novembre 1982. Ero in compagnia di Franco Ribetti ritornato alla grande alle scalate; eravamo allora ambedue scafati ultra quarantenni ma la nostra fu un’impresa esemplare da incoscienti pivelli.

Giuseppe Dionisi
ViaDoppiaP-Giuseppe Dionisi fondatore della scuola Gervasutti

Franco negli anni ’50 era “l’enfant prodige” dell’alpinismo torinese; nipote di Giuseppe Dionisi, fondatore della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, venne guidato dallo zio alla scuola: a 13 anni era già allievo e a 16 anni istruttore; la paura era per Franco quasi sconosciuta ed alcuni passaggi da lui superati per primo sui massi delle Courbassere, preludio torinese al moderno Boulder, rasentavano la temerarietà. Legato da grande amicizia con Guido Rossa, di qualche anno più vecchio, oltre alle scalate, insieme ne combinarono di tutti colori guidati da spirito dissacrante e scherzoso.

Nel 1960, all’attacco di una via sulla parete nord dell’Uia di Mondrone, nel corso di un’uscita della scuola di alpinismo, Franco scivolò sulla roccia resa umida da recente pioggia e si fece 40 metri di caduta rotolando sulle balze e finendo su una lingua di neve che, probabilmente, gli salvò la vita. Ne uscì con fratture multiple e lesioni interne. Non era ancora l’epoca dei soccorsi con elicottero e venne trasportato a valle adagiato su un scala a pioli a mo’ di barella, reperita in una grangia.

Guido Rossa
ViaDoppiaP--guido rossa

Impiegò due anni a guarire, provò a riprendere l’arrampicata ma poi decise di smettere con l’alpinismo continuando però con lo scialpinismo, la bicicletta, la corsa a piedi. A metà circa degli anni ’70 suo zio Dionisi, sempre impegnato a organizzare spedizioni nelle Ande Peruviane, lo convinse a partecipare a una spedizione; l’evento risvegliò la sua passione alpinistica e riprese a scalare.

Allora io facevo parte della direzione della scuola Gervasutti, prima come vicedirettore, poi come direttore. Dionisi, che aveva ancora legami con la scuola pur essendo uscito dall’organico istruttori, mi disse che Franco era ritornato alle scalate e che andava forte come prima del lontano incidente. Io gli proposi subito di convincerlo a ritornare alla scuola e Ribetti ritornò tra di noi con una grande voglia di ricuperare gli anni perduti.

Io ero alla perenne ricerca di compagni di cordata per realizzare i miei obiettivi: al vedere tanto entusiasmo in Franco, gli proposi presto di combinare una salita per conoscerci meglio e per collaudarci a vicenda. La nostra prima salita insieme fu un po’ particolare: una via nuova di roccia su una parete nord alta 1000 metri al mese di gennaio del 1982, la Nord dell’Albaron di Sea in valle di Lanzo, un bivacco in parete e l’uscita in vetta sotto una nevicata. Fummo soddisfatti dell’impresa e il sodalizio era formato, da allora innumerevoli furono le salite effettuate insieme. Io avevo una fissa per la scoperta del terreno nuovo che rasentava la paranoia, Franco non poneva mai limiti ai miei progetti ed era disponibile a tutto: il compagno ideale.

La Parete delle Aquile
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Ma ritorniamo a Balma Fiorant e alla Parete delle Aquile: la parete era stata salita per la prima volta da me con Corradino Rabbi e Claudio Sant’Unione ed il nome era scaturito dal fatto che allora la parete era abitata da due aquile che ci giravano intorno mentre noi salivamo sotto il loro nido. Successivamente, su quella parete tracciai altre tre vie con compagni diversi; c’era ancora un settore caratterizzato da muri grigi e strapiombi che mi incuriosiva. Era ormai stagione avanzata: il mese di novembre 1982, Franco accolse la mia proposta senza esitazione così, un sabato dal tempo incerto, partimmo da Torino all’alba che già cadeva qualche goccia di pioggia. Il nostro ottimismo era però senza confini, a Rivarolo qualche dubbio si affacciò in noi e decidemmo di telefonare a un bar a Ceresole Reale per informazioni sulle condizioni locali del tempo. Ci risposero che tra le nuvole c’era qualche squarcio di sereno. Fu sufficiente per noi, malgrado tutto era la giornata giusta. Lasciammo la vettura al solito posto sui tornanti della strada di Ceresole e ci avviammo senza più badare alle condizioni meteo; eravamo carichi di materiale e, per economizzare sul peso, non prendemmo nessun indumento oltre a quelli che avevamo addosso. Trovammo l’attacco logico della nuova via ove avevo previsto e iniziai io lungo un vago diedro con fessure superficiali di difficile chiodatura. Salii, parte in artificiale e parte in libera, fino a un discreto ripiano. Sopra di noi si scorgevano muri grigi compatti con qualche ruga superficiale, Franco si avviò cercando le zone più arrampicabili; dopo 5 metri cercò di piantare un chiodo ma non vi riuscì, proseguì 10 metri. Non so lui, ma io cominciavo a preoccuparmi, lo esortai a piazzare una protezione ma non vi riuscì, le chiodature complesse non sono mai state la sua specialità, preferiva proseguire arrampicando piuttosto che fermarsi in posizione precaria a infiggere qualcosa nelle crepe superficiali della roccia. Non era più possibile ritornare indietro, bisognava andare avanti fino a trovare una fessura; rividi in azione il Ribetti giovane senza paura. Finalmente trovò una fessura per un chiodo, era a oltre 15 metri dalla sosta, tirai un sospiro di sollievo.

Uno scorcio della Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-Scorcio della Parete delle Aquile

La salita proseguì sempre molto impegnativa, il tempo volava e noi non ce ne rendemmo conto. Franco raggiunse un microscopico ripiano in mezzo ad un’enorme placca sormontata da tetti e fece sosta. Io lo raggiunsi e continuai lungo un vago spigolo sulla sinistra, solcato da fessure, che portava sotto un marcato tetto, la progressione fu lenta, prevalentemente in artificiale, con ampio impiego di materiale. Quando arrivai sotto i tetti mi accorsi con sorpresa che era quasi buio e stava calando la notte; Franco dalla sua scomoda sosta mi gridò: -Cosa facciamo adesso?

Oltre a non avere indumenti aggiuntivi non avevamo, naturalmente, neanche portato le pile. Risposi: – Non ci resta che aspettare l’alba battendo i denti…

Il terrazzino di Franco era piccolo ma almeno poteva sedersi, io ero invece sulle staffe appeso ai chiodi; cominciò un’interminabile notte di novembre. Il cielo, nero dalle nubi, decise di inasprire la nostra meritata punizione, a un certo punto iniziò a piovere, io ero riparato dal tetto che mi sovrastava mentre Franco era colpito in pieno da un rivolo d’acqua che cadeva dagli strapiombi, e in breve si trovò completamente inzuppato.

Ugo Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-U.Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile

A circa metà della notte la pioggia si trasformò in nevischio con un brusco calo della temperatura, in breve la parete bagnata si ricoprì di un velo di ghiaccio, la nostra situazione cominciava a diventare preoccupante, soprattutto per Franco i cui vestiti fradici cominciavano a trasformarsi in uno scafandro di ghiaccio. Una drammatica invocazione mi raggiunse nella buia notte: – Ugo se non ci muoviamo io muoio assiderato, ho i piedi insensibili e non riesco più a muovere le gambe…

Bisognava per forza fare qualche cosa: a tentoni mi slegai e unii le due corde, le fissai all’ancoraggio ove ero appeso, mi misi in posizione di discesa a corda doppia e, staccatomi dall’ancoraggio, cominciai a scendere liberando man mano le corde dai chiodi e nut che avevo fissato per salire, ancoraggi che ovviamente rimasero in parete. Le corde erano gelate e la roccia ricoperta da verglas, tanto che come appoggiavo i piedi scivolavo e pendolavo appeso alle corde. Pazientemente, dopo numerosi pendoli, riuscii a raggiungere il mio compagno: io mi ero riscaldato un po’ con tutte quelle manovre ma Franco era talmente intirizzito da non riuscire a muoversi. Ricuperai le corde e sistemai una seconda calata, ma il mio socio non era in grado di scendere autonomamente così lo legai al capo di una corda, lo spinsi nel vuoto e lo calai appeso usando come freno il mezzo barcaiolo e dicendogli: – Quando trovi un ripiano o cengia che ti consente di stare in piedi senza cadere fermati che ti raggiungo.

Il tutto nella più completa oscurità. Cosi fece ed io lo raggiunsi in corda doppia. A tentoni trovai delle fessure che chiodai per l’ancoraggio della doppia successiva. Ripetemmo l’operazione laboriosa ma con maggior tranquillità perché Franco, grazie al movimento, si era un po’ riscaldato e riusciva a collaborare. Cominciò ad affiorare qualche battuta sulla nostra tragicomica situazione. Un’ultima calata ci portò quasi alla base, la corda era però finita ed il mio compagnò si trovò appeso a sfiorare il terreno. Era ancora buio, valutò che gli mancava meno di un metro a toccare e mi disse di mollarlo, così feci ed egli si trovò a terra tra i massi e senza danni. Con le manovre ormai collaudate scesi anch’io e toccai la base mentre cominciava ad albeggiare.

Franco aveva ancora i piedi insensibili ma aveva riacquistato la mobilità; i massi della pietraia erano coperti da un velo di ghiaccio ed era impossibile reggersi in piedi, cominciammo a scendere praticamente a quattro zampe ma eravamo fuori dai guai. Divallammo molto lentamente e quando raggiungemmo la strada di Ceresole era giorno fatto. Anche la strada era coperta da un insidioso velo di ghiaccio ed era totalmente deserta; un rumore d’auto ci testimoniò che, malgrado il tempo infame, qualcheduno stava salendo.

Parete delle Aquile, via della Doppia P…, il micro terrazzino del bivacco di Franco
ViaDoppiaP-Via della Doppia P... Il micro terrazzino del bivacco di Franco

– Vuoi vedere che stanno cercando noi?  – dissi al mio compagno. Infatti, erano Enrico Pessiva e Claudio Sant’Unione che, allarmati dai famigliari, si erano mossi alla nostra ricerca.

Con la consueta sua schiettezza Claudio, come ci vide sani e salvi, ci apostrofò: – Siete proprio due Pirla

L’avventura era finita bene nostro malgrado, risultò che Franco non aveva congelamenti ai piedi, ma la nostra via non era finita ed inoltre avevamo lasciato del materiale in parete, così nella primavera successiva ritornammo con Sant’Unione alla Parete delle Aquile. Dalla cima scendendo in doppia, raggiungemmo il terrazzino ove tanto aveva sofferto Franco e completammo la via ricuperando il materiale che era rimasto in parete. Ritenemmo il suggerimento di Claudio giusto per cui denominammo la nuova via: “Via della Doppia P….” con chiaro riferimento ai due protagonisti.

Parete delle Aquile, Franco Ribetti sulla via della Doppia P…
ViaDoppiaP-Franco Ribetti sulla via della Doppia P...

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Le “Antiche Sere” in pericolo

Le “Antiche Sere” in pericolo
di Marco Blatto

Non ricordo esattamente quando fu la prima volta che misi piede nel vallone di Sea. Dovevo avere circa dieci anni ed ero con mio nonno. Ricordo però molto bene la sensazione che provai a transitare tra quel caos di blocchi rocciosi, rinserrato tra pareti che mi parevano altissime. Profondamente colpito, una volta giunto a casa disegnai sul mio quaderno-diario un curioso bozzetto dettato dalla memoria, forse un po’ amplificata, di quell’incredibile giornata. Ecco che lo spirito evocativo delle forme e della pietra aveva fatto breccia nel mio senso estetico e nella mia percezione del paesaggio. Era il 1975 e l’esplorazione di quelle rocce doveva ancora attendere qualche anno.

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Ma in realtà non è proprio così: in quei giorni, lo sconosciuto Olivero Toso con due amici attaccava la bella Guglia Verde che sovrasta l’inizio del pianoro del Massiet, risolvendo le maggiori difficoltà della parete ma fermandosi dopo tre tiri. Oliviero sulla guglia non tornerà più a terminare la salita, e nemmeno immaginava che pochi anni dopo Isidoro Meneghin avrebbe ripreso quella linea battezzandola Sorgente primaverile. E nemmeno che Gian Piero Motti avrebbe visto nelle forme di quella guglia le fattezze di Gandalf, il buon “mago della sera” della saga di John Ronald Reuel Tolkien. Era il 1975 e Gian Piero Motti viveva un momento di profonda riflessione, forse di crisi. Nel giugno di quell’anno scomparve per alcuni giorni sulle montagne a cavallo tra la Valle Orco e la Val Grande, destando la preoccupazione non solo degli amici, ma l’apprensione di tutti i valligiani. Quando ritornò, quasi come in una favola un po’ visionaria, era profondamente cambiato. Nel vallone di Sea trovava il suo “luogo dell’anima”, quello di cui, fin da ragazzo, anch’egli aveva subito il forte spirito evocativo. Nulla di che stupirsi però: l’anima di Sea aveva rapito per sempre l’immaginario di viaggiatori e scrittori già nel XVIII secolo: dal conte Luigi Francesetti a Clemente Rovere e a Maria Savi-Lopez.

In un altro contesto geografico, lungo le rotte dei viaggiatori nord-europei, il vallone di Sea avrebbe di certo suscitato l’ispirazione di poeti e pittori di rango. Il piano del Massiet è stupendo. Qui la fioritura di rododendri nella stagione “buona” è un incanto della natura, posta com’è fra i blocchi di roccia e i margini delle pietraie. Sembra quasi che la mano sapiente di un arredatore botanico ne abbia decisa la sistemazione. Sedendosi su uno dei tanti massi disseminati nel pianoro si ode il richiamo d’allarme delle marmotte, mentre sulle rupi gli stambecchi danno prova di abilità “arrampicatorie”. Intorno a questo sacrale silenzio, risparmiato per ora dall’incauta azione dell’uomo moderno, si assiste a una messe di forme rocciose disordinate e caotiche, rigate da occasionali cascate d’acqua di fusione e piovana, dove antiche paleofrane ricordano titanici sconvolgimenti. Come non comprendere, allora, quelle giornate solitarie che Gian Piero Motti passerà sdraiato al Massiet a penetrare con lo sguardo ogni più piccola piega dei versanti! La fantasia corre lontano e il gioco è fatto. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete, ed ecco che, poco più in là, inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”. Ecco che le pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

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Mitologia nordica, classica ed egizia determinano un’anima e una vitalità improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone. Sarebbe però riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli di certo aveva letto i Discepoli di Sais di Novalis (al secolo Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) e la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer.

Il crepuscolo di quelle giornate autunnali parve riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 l’aveva colto in modo rilevante, allontanandolo dal grande alpinismo e dall’arrampicata.

Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito o ha frainteso. E’ giunta l’ora delle “Antiche Sere”. Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…

Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Norman Kingsley Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.

E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, durante il quale potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. E’ però la “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’“antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.

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Quell’universo di roccia contorta dal forte spirito evocativo, che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima e cupa senza però indurre alla tristezza d’animo.

Il periodo delle “Antiche Sere” è forse l’ultimo nella storia dell’alpinismo italiano in cui si possano individuare tutti gli elementi di un movimento di pensiero romantico: riviviscenza, fantasia, sentimento, visione. Ecco la particolarità di Sea, un’anima, un carattere che va oltre il gesto “sportivo” della scalata. Ne influenza il carattere, certo, ma diviene parte importante del milieu di questo luogo.

La storia alpinistica di questo meraviglioso vallone delle Alpi è ben nota. Dopo le “Antiche Sere” ci sarà l’indimenticabile parentesi del Sogno di Sea. Un decennio negli anni ’80 dove sarà un sensibile Gian Carlo Grassi a trovare tra queste rocce il genius loci. Le vie di arrampicata si moltiplicano a decine e l’amore del fuoriclasse condovese è forgiato nei chiodi di ferro ritorto ancor oggi presenti nelle fessure del vallone. Sea è “strega” e non risparmia coloro che vi si avvicinano con empatia. Dopo la morte del “Re di Sea” toccherà ai suoi amici e ai suoi estimatori tentare di divenire i custodi di questo piccolo mondo, come Elio Bonfanti e il sottoscritto, negli anni ’90. In questi venticinque anni ho vagato spesso sopra le pareti del Massiet o sulle alte vette che le sovrastano. Non ho cercato solo vie nuove che forse, considerando la non facile accessibilità, nessuno ripeterà mai. Ho tentato di fare mia, sempre di più, quella meravigliosa e misteriosa forza che regola il rapporto dell’uomo con l’essenza del paesaggio naturale che, nel caso di Sea, ha fatto sì che un pugno “d’irriducibili” frequentatori lo eleggesse quale “luogo dell’anima”.

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E’ difficile spiegare che il carattere di un luogo è strettamente legato alla percezione del suo senso estetico e che questo è un valore davvero grande, ed è di tutti. E’ scritto: “Il paesaggio è una tela senza cucitura (Yan Mc Harg, 1969)” per cui “ogni nostra azione è destinata a ripercuotersi nel tempo (Boca e Oneto, 1986)”, con conseguenze negative che non sono subito manifeste. E’ quindi necessario tutelare il paesaggio per il valore senso-percettivo e storico- culturale, dopo averne colta davvero l’essenza in profondità.

Oggi, il progetto della costruzione di una strada a uso pastorale che dovrebbe risalire il vallone fino agli alti piani di Sea, a 1800 metri, mette in serio pericolo l’integrità del vallone. Una strada dai dubbi benefici economici (voluta dal Comune di Groscavallo con i finanziamenti previsti dal PSR 2014 -2020) ma dal certo effetto devastante sul carattere e sull’anima del luogo. Uno dei più incredibili valloni delle Alpi, il cui rilancio concepito in altro modo troverebbe senz’altro riscontri maggiori. E’ difficile spiegare il valore del “bello” e del “sentimento” quando vi sono interessi economici. Sedetevi allora al Massiet, quando il sole inizia e calare dietro i contrafforti di Mombran, osservate le pieghe delle rocce e ascoltate il silenzio irreale rotto soltanto dal vociare delle acque. Capirete, allora, perché è importante che le “antiche sere” sopravvivano.

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Tavolara (Hermaea Insula)

Tavolara (Hermaea Insula)
di Giuliano Stenghel (Sten)

L’isola di Tavolara è un immenso scoglio di roccia calcarea, poggiato su un basamento di rocce granitiche; si erge per quasi seicento metri con pareti verticali e falesie dolomitiche che strapiombano sul mare blu turchese; una montagna in mezzo al mare ricca di vegetazione. La sua mole condiziona tutto il panorama della costa nord-orientale della Sardegna.
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Leggende e misteri narrano di quest’isola, dove convivevano pirati e reali con la famosa – ormai estinta – specie delle capre dai denti d’oro, allo stesso modo dei topi e ragni giganti, delle foche monache, degli asinelli bianchi e altre specie. Meta di re e letterati, di poeti e naviganti, e di uomini potenti e ricchissimi, luogo di tanti naufragi, ma anche di una piccola comunità che viveva di pastorizia, di pesca e successivamente estraendo la calce dai numerosi e ancora ben visibili forni. Poi, interessi di vario tipo hanno diviso l’isola in tre parti, la più bella addirittura off limits. E ciò purtroppo non è leggenda. Peccato!
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Speriamo che qualcuno si mobiliti per liberare al più presto questo posto tra i più belli al mondo.

Infatti, questa piccola isola che dovrebbe essere il più minuscolo regno del mondo, ufficialmente è “frazione” di Olbia, in gran parte di proprietà della famiglia Marzano, anche se una zona è stata espropriata dalla NATO, e della famiglia Bertoleoni (“re di Tavolara”) che gestisce i ristoranti.
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Tavolara, un posto unico, magnifico, che merita di essere visitato. Chiunque s’avventura lungo i sentieri che dal ristorante – punta d’approdo dei battelli o delle imbarcazioni – s’intrecciano lungo la costa e sullo Spalmatore di Terra, non può fare a meno di godere dei profumi del mirto, del rosmarino e delle tante specie di piante, alcune endemiche. Ma l’isola è prima di tutto una montagna che ammalia, soprattutto gli alpinisti. Salire in vetta a punta Cannone (565 metri) non è facile, anzi: i diversi percorsi e purtroppo poco segnalati e difficilmente individuabili e i tratti in cui bisogna arrampicarsi seppur servendosi di una ferratina o di un percorso con corde fisse, necessitano di una buona esperienza in montagna e di un’attrezzatura adeguata oppure di una guida alpina. Da poco è stata aperta la Via degli Angeli: un percorso con alcuni brevi tratti attrezzati che s’inerpica lungo la cresta che da Punta La Mandria sale fino a Punta di Lucca (550 metri circa) per proseguire su Punta Cannone. Itinerario alpinistico molto impegnativo che si può raggiungere seguendo il sentiero delle calchere lungo la costa.

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L’alpinismo su Tavolara si è sviluppato prevalentemente negli anni Settanta sulla parete nord-nord-ovest, grazie a Bodo Habel e altri fortissimi rocciatori tedeschi che hanno aperto le prime vie di estrema difficoltà. Proprio loro hanno portato la Croce in vetta, poi da qualcuno divelta. Prima di loro le salite erano su itinerari più facili e per cacciare.
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Con tutte le montagne del mio Trentino, perché mi sono lasciato sedurre e ammaliare dal fascino di un posto tanto lontano? Di preciso non lo so, ma le forme cariche di mistero di quello scoglio in mezzo al mare mi hanno completamente catturato. E non è soltanto questo, c’è di più, c’è qualcosa che provo dentro, che ho avvertito sin dal principio, una strana sensazione ed emozione, come se qualche forza misteriosa mi avesse chiamato in quei luoghi. Senz’altro ha contribuito la Croce in vetta che ora non c’è più…
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Quando sentii parlare di Bodo Habel e conobbi la sua storia mi feci persuaso di un cammino che doveva proseguire. Bodo era un cittadino tedesco volato da poco in cielo e che anni prima, con alcuni amici, aveva portato sulla cima della Tavolara una Croce, in seguito strappata via con forza. Ma non è tutto, dopo che avevo acquistato la mia casetta in Sardegna, venni a sapere che per una fortuita combinazione era situata proprio nelle vicinanze dell’abitazione di quel signore tedesco. Pensando a quegli avvenimenti tanto insoliti: “Il caso… è tutto così strano e straordinario. Sarà forse che lui stesso dal cielo, mi abbia voluto guidare in quel posto: di fronte all’isola rocciosa della Tavolara e per adempiere a un incarico?”. Inoltre: ”Nulla accade per caso, insomma dovevo mettere una cosa al posto di un’altra, dovevo sostituire la Croce divelta con la statua di una Madonna?”.
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La Tavolara, una montagna in mezzo al mare, con pareti scoscese sulle quali ci si può avventurare soltanto con una certa esperienza alpinistica e mentalità esplorativa. Se non fosse per il mare, sembrerebbe una delle nostre montagne, con giganteschi pilastri di roccia grigia in alto e, in basso, ripide falesie con grandi grotte. Rocce vive, inquietanti e ardite nelle forme, spettacolari per l’intensità dei colori. Questa piccola isola mi ha stregato a tal punto dal trasformare le mie vacanze, invece dell’assoluto riposo, un libro da leggere, magari qualche nuotata in un mare da sogno in continue arrampicate su pareti vergini e da brivido. Nei miei spostamenti vedo le spiagge con tante persone che sono lì tutto il giorno, sdraiate che si riposano, poi si bagnano e si riposano ancora, dormono… Allora mi viene spontanea una domanda: “Ma quanto dormono questi?”. Forse sono io che sono sbagliato, io che sono sempre in movimento. Spesso ripenso a una frase scritta sulla trave del rifugio Brentei nel gruppo del Brenta: “Non è riposo il riposo, ma mutar fatica alla fatica è riposo”. Insomma, per riposare, si può cambiare genere di fatica.
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Sull’isola di Tavolara ho provato delle sensazioni indescrivibili, immerso in una natura intatta, ho percepito qualcosa di nuovo, di diverso: una strana impressione, come se lasciata l’affollata spiaggia dell’attracco, si varcasse una porta immaginaria che conduce in un’altra dimensione. Infatti, chi si avventura su queste rocce, avverte una sensazione di solitudine ed è cosciente della pericolosità e delle eventuali conseguenze che comporterebbe un incidente di percorso. Nonostante ciò, amo questo grande scoglio, con rocce di bianco calcare a strapiombo e con una vegetazione unica e rara: un insieme di colori che si riflettono nel mare. E che mare! Non è una montagna per tutti, anzi la sua peculiarità la rende un posto dove è ancora possibile scrivere delle belle pagine di alpinismo, aprire nuove vie fuori dal giro dei grandi e più conosciuti massicci, ma non per questo meno difficili e pericolose.
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Ma, a mio parere, il versante sud-est è il più bello e interessante per la moltitudine di possibilità alpinistiche che offre. Si raggiunge via mare e la scogliera è un muro a picco che s’innalza dapprima per 250 metri per poi degradare dolcemente fino alla cresta sommitale. Una bastionata che si tuffa nel mare, lavorata da immense grotte che formano caratteristici, quanto invitanti, strapiombi e s’allunga a oriente per chilometri, originando un paesaggio dall’aspetto selvaggio, grandioso, incantevole. Qui la falesia è prevalentemente magnifica: lavorata e levigata dal tempo, dal vento e dal salmastro del mare che si fonde con la roccia così impervia. Rocce solide, bianche e giallastre, variamente maculate di marron scuro: un calcare dolomitico che all’alba si colora di rosa. Qui l’ecosistema è dominato dallo spettacolo di una natura prevalentemente intatta. Su queste falesie, ricche anche dal punto di vista faunistico, nidificano molte specie di volatili e in particolare i gabbiani. Il paesaggio offre scorci e contrasti unici e indimenticabili: un insieme che colpisce l’anima. Che posto sublime!
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Ricordo la prima volta che ho scalato questo versante: una giornata splendida di primavera, sulla barca il silenzio era quasi irreale ma quando, con i miei compagni, abbiamo messo le mani sulla pietra, all’improvviso si è scatenato un trambusto impressionante, centinaia di gabbiani in allarme gridavano e volavano sopra le nostre teste, uno spettacolo inquietante e per noi la paura che gli uccelli ci attaccassero per difendere i loro piccoli nei nidi. E’ difficile spiegare il paradiso di questo immenso scoglio lungo quasi sei chilometri. L’alpinista che vi ci si avventura non potrà non rimanere colpito dalla luce e dai colori: il blu trionfa dappertutto nel mare e nel cielo. Ciononostante per guadagnarsi l’attacco di molte vie ci vuole un’imbarcazione, inghippo che con il tempo e soprattutto con l’aumento d’interesse di chi vorrà scalarla, sono certo, si potrà risolvere. Alcune vie sul tratto di falesia vicino a punta La Mandria si possono già raggiungere via terra arrampicando sul traverso, per ora di oltre mille metri, che ho aperto a pelo d’acqua e dedicato a mia moglie Nicoletta.
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Estate 2013: immerso nella natura intatta dell’isola di Tavolara vivo delle sensazioni indescrivibili. Sono solo ai piedi di questa immensa scogliera in procinto di attraversarla a pelo d’acqua, allo stesso modo del traverso dedicato a Serenella sul lago di Garda. La parete è bellissima, di quelle che non ho mai visto: quasi sempre verticale o addirittura strapiombante. L’arrampicata si rivela costante, con tratti lisci e con piccoli, minuscoli appigli per le dita e appoggi per i piedi: nonostante ciò sono tranquillo in un ambiente sicuro, piacevole e divertente, consapevole che nella peggiore delle ipotesi, in caso di caduta, mi rinfresco in acque turchesi e cristalline. Mi sento agile nei movimenti e soprattutto percepisco che il mio corpo è ancora vivo sul verticale, in piena sintonia con la parete, anzi, motivato dal fatto di essere su un terreno vergine e in procinto di aprire un traverso quasi infinito: una nuova via che dedicherò a mia moglie Nicoletta. Provo l’emozione di una roccia fantastica, di un mare unico, dei colori, dei suoni delle onde che s’infrangono, del caldo riflesso del sole e il dolce sussurro del vento: insomma la gioia e la libertà di un piccolo paradiso in terra. La strana sensazione di scrutare la scogliera, a volte così levigata, e cercare di proseguire con il corpo in perfetto equilibrio sulle punte dei piedi, e accarezzare la roccia alla ricerca della più piccola rugosità che mi permetta di cambiare posizione, di trovare il modo di abbinare armonicamente mani e piedi nella sequenza giusta. Tanta la concentrazione e la determinazione nel riuscire a combinare ogni mossa, come in una partita di scacchi. Mi sforzo di comprendere, percorrere e capire dove passare, provo forti emozioni e grandi soddisfazioni e nulla conta se non la conquista di un pezzo di parete. Su un tratto per me impossibile mi lascio cadere e a nuoto raggiungo la grande grotta della “Cattedrale”. Al suo interno è l’agognata ombra e la Madonnina che, con Mariano, abbiamo poggiato per Juani, un ragazzo paralizzato e pochi mesi fa miracolosamente guarito: un posto da sogno dove è bello stare soli a meditare e pregare. I miei occhi si perdono sulla volta strapiombante dove, pochi giorni fa con Massimo, abbiamo aperto una via molto bella e rifletto sulla mia passione che ancora mi spinge a scalare le montagne, a continuare a salire, lasciandomi dietro migliaia di appigli ed emozioni, senza rimpianto, ma con la consapevolezza che ogni difficoltà, ogni piccola asperità mi aiuterà a crescere. Rimango a lungo seduto sulle rocce in ombra e poi mi convinco di proseguire nella mia scalata. In un tratto privo di appigli mi lascio trasportare dalla roccia in alto e ritorno con la mente alla concentrazione e alla consapevolezza di non poter più cadere. Su è giù, perdendo così la dimensione dello spazio e del tempo. All’improvviso il sole scompare e la parete entra in ombra, poi si alza il vento e il mare si fa increspato. Lo stesso mare che poco fa era una lavagna nella magia di mille luci e infondeva tanta tranquillità, ora è scuro, mosso, inquieto come il mio animo. La furia delle onde che s’infrangono sulla scogliera crea spruzzi altissimi che m’investono come per mostrarmi che non sono io che domino la natura, bensì il contrario. Mi guardo attorno alla ricerca di qualche imbarcazione per un passaggio fino al punto d’attacco ma, purtroppo, non c’è anima viva. Ispeziono le rocce sovrastanti per un’eventuale scalata libera lungo l’alta scogliera: dovrò superare duecento metri di rocce verticali e poi una lunga arrampicata fino in cresta. Come in tante altre situazioni limite cerco una soluzione, ma ogni situazione è diversa e mi rendo conto che devo fare una scelta: nonostante la roccia bagnata, in alcuni tratti scivolosa, e le onde che disturbano i movimenti, decido di ritornare in arrampicata. Sono stanco morto e ho tanta sete. Su un tratto difficile gli schizzi delle onde mi aggrediscono mettendo a dura prova il mio equilibrio, le dita stringono delle piccole rugosità, carico di peso una minuscola asperità e… scivolo, ruzzolando in mare. Tra le onde la solitudine e una forza che mi vuole scaraventare contro la roccia tagliente; non mi resta che nuotare in mare aperto con tutte le forze in corpo e in direzione della grotta della “Cattedrale”. Sono un buon nuotatore, ma credo che mai nella vita mi sono trovato a sguazzare con tanta fatica e impegno per galleggiare. Finalmente raggiungo la grande spelonca e dopo essere riuscito a risalire sulla roccia mi sdraio sfinito dieci metri sotto la statua della Madonna. Ora non so più come fare e mi viene spontanea una preghiera. Fortunatamente il vento cala e il mare si tranquillizza. Mi riporto all’esterno dell’anfratto e il mio sguardo si perde sull’infinita scogliera. Il mare è ritornato liscio come l’olio e riflette tutti i colori del tramonto. E’ una sera calda d’agosto quando ricomincio a scalare. Le gambe non mi reggono più dalla fatica e le braccia mi fanno male. Per l’ennesima volta mi trovo a scegliere: roccia o acqua? E mi lascio cadere. Colgo una sensazione strana di benessere: sto veramente bene nell’acqua così tranquilla, tutti i muscoli si stano rilassando e mi abbandono. L’ambiente è tutta un’altra cosa e avverto una serenità interiore, l’opposto dell’ansia che avevo con il precedente bagno nel mare mosso. Nuotando lentamente a dorso nella pace di questo momento che prelude alla notte, mi viene da chiudere gli occhi e addormentarmi.
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Sul sentiero, nella solitudine della sera, mi perdo in un cielo pieno di stelle che si sono improvvisamente accese formando tante costellazioni e la luna piena, argentea che si specchia con un lungo cono di luce sul mare piatto e lo ricopre con il suo chiarore. In questo ambiente da sogno, è bello stare solo con la natura e farmi prendere dai pensieri e dai ricordi: tanti i sogni realizzati o infranti, il calore di forti emozioni provate, moltissime le gioie e le soddisfazioni, altrettanto l’entusiasmo, ma anche le delusioni e un’infinità di lacrime. Ma ancora desideri nel cassetto che mi fanno lottare affinché i miei sogni divengano realtà. In alto, l’ombra di Punta Cannone si staglia nel cielo, maestosa, imponente e incomparabile. M’incute timore e mi riporta indietro nel tempo, a quando muovevo i primi passi sulla roccia. Sono passati oltre quarant’anni e sono ancora qui che cammino… spesso sul verticale: è una passione, forse la ricerca di certi valori, di sicuro qualcosa di essenziale della mia vita. Una stella cadente attraversa la volta celeste e mi ricorda che è la notte di San Lorenzo: la notte in cui le stelle si staccano dal firmamento. Si dice che quando se ne vede una precipitare in cielo si può esprimere subito un desiderio e si realizzerà. Chiudo gli occhi e…”.

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Climbing girls 18

Martina Cufar su Rêve de larve (8b), le Suet, Haute Savoie. Foto: Nicolas Potard
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L’oggi quattordicenne Brooke Raboutou è un fenomeno annunciato, per via del famoso genitore Didier. Qui aveva 11 anni.

Martina Cufar Potard riesce su Rêve de larve (8b), Suet, Alta Savoia, una via aperta da François Coffy.

Alizée Dufraisse riesce su L’Arcadémicien des Crépis, una via davvero difficile e vecchio stile, dura tecnicamente e mentalmente, come tutte le vie di Ceüse.

Alizée Dufraisse su The middle way, 8a bloc a Hampi, India, mitico passaggio aperto da Chris Sharma. E’ la prima femminile.

Jacinda Hunter e Meagan Martin in contemporanea allo Psicocomp (7 agosto 2014), Park City, Utah.

Nel remoto “Cirque of the “Unclimbables”, l’eleganza di questa torre di granito alta 600 metri è uguagliata solo dalla bellezza dell’arrampicata che offre. C’erano Stephanie Bodet e Beth Rodden, con Arnaud Petit e Tommy Caldwell, filmati da Benoit Robert.

Nell’estate del 2005 Lynn Hill e Katie Brown fecero la prima libera interamente femminile della West Face (V 5.13b/c A0) della Leaning Tower, Yosemite.

Lynn Hill su Midnight Lightning (Columbia Boulder), Camp 4, Yosemite, maggio 1998. Prima femminile.

Sarah Watson torna ad arrampicare dopo un incidente, 2012.

Chloé Graftiaux nel 2009 su Separate Reality (Yosemite). Nata a Bruxelles il 18 luglio 1987 ha praticato ogni genere di attività di alpinismo e arrampicata, fino al fatale incidente sull’Aiguille Noire de Peuterey, 21 agosto 2010

Nina Caprez sulla prima femminile di Silbergeier, Raetikon, Svizzera, assieme a Cedric Lachat. E’ una delle più difficili vie multipitch, chiodata e aperta nel 1993 da Beat Kammerlander.

Mina Leslie-Wujastyk è un’arrampicatrice fortissima che non ha mai fatto trad fino al momento del film. “Naturalmente” il suo primo tentativo è su Unfamiliar, un notoriamente difficile E7, 6c (5.11b), a Stanage, UK. Mina ha a che fare con una via potenzialmente pericolosissima, specialmente lo si vede alla fine. E se non ci si cagava un po’ addosso non si era neppure in Gran Bretagna.

Monique Forestier è andata in Verdon la prima volta nel 2007. Ha scoperto una linea con una singola “tufa” di quasi 60 metri, chiamata Tom et je Ris (8b+). Allora non le è stato possibile tentarla, ma alla fine il sogno si è avverato nell’ottobre 2011.

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Niente più coccole per Bonellino

Niente più coccole per Bonellino. E’ il nome di una via da lui aperta tanti anni fa in Valle dell’Orco. Sabato 10 settembre 2016 ci ha lasciati un uomo tormentato che però non chiedeva aiuto e difficilmente ti faceva sentire a disagio anche quando lasciava trapelare la sua umanità dannata.

Ti salutava con voce atona, monocorde: sfidava ogni momento della sua vita la fuoriuscita di sentimenti forse troppo grandi per lui. Ma, essendo di un’intelligenza ben superiore alla media, quando si accorgeva che il gioco andava oltre, ecco che improvvisamente la sua voce cambiava di tono e, sottolineata da un immancabile “dio fa”, emergeva la battuta che riportava il dialogo, o meglio lo scambio di emozioni, a livelli normali e godibili.

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Un amico che mi sta mancando con la stessa forza di un macigno nell’anima. Un pessimista scherzoso, un attore della recita negativa a tutti i costi, di una sensibilità però assai rara. Come dice il comune amico Luca Mozzati, “Il vuoto che ci lascia un personaggio così “negativo” è indice di quanto i “giudizi” che si esprimono sulle persone siano assolutamente inadeguati a restituire la ricchezza e la complessità dei rapporti umani”.

Roberto Bonelli, nato a Cuneo il 17 aprile 1954, è caduto a 62 anni dalle placche della Draye, una parete d’arrampicata nella valle d’Ailefroide, nel gruppo francese degli Écrins, Alpi del Delfinato. Con i due compagni Paolo Astengo e Giorgio Franza, aveva appena salito senza problemi la via Spit on cup, un itinerario ben al di sotto delle sue possibilità. Nella discesa, al momento di attrezzare l’ultima calata in doppia, Bonelli è scivolato da una facile cengia ed è caduto per una trentina di metri. Per lui non c’è stato nulla da fare.
Bonelli aveva cominciato ad arrampicare nei primi anni ’70, legandosi fin da subito con i giovani elementi che stavano rompendo la tradizione dell’alpinismo classico, in coincidenza con le premature ceneri del Sessantotto e le emergenti idee del Nuovo Mattino. Il livello è stato alto fin da subito, portandolo a essere considerato uno dei più rappresentativi arrampicatori italiani degli anni Settanta. Come tutti gli appartenenti a quel gruppo, in seguito schedati come i massimi esponenti del Nuovo Mattino stesso, aveva le sue idee personali, per nulla accostabili a quelle dei suoi compagni. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Andrea Gobetti, Massimo Demichela, Danilo Galante, Gabriele Beuchod. Non gli andava neppure di essere “protagonista” dell’epopea del Mucchio selvaggio e considerava con molta distanza le idee di Gian Piero Motti. Di certo gli piaceva, come a tutti loro, sovvertire le regole dell’arrampicata e alzare l’asticella delle difficoltà.

Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa Danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli e Piero Lenzi. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana
Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana

E’ tra i primi in Italia a calzare le prime scarpette con la suola di gomma flessibile e liscia, cosa che lo favorisce nell’apprendere le tecniche di progressione su placca in aderenza e in fessura a incastro. Nel 1974, assieme a Danilo Galante e Piero Lenzi, sale la Fessura della Disperazione sul Sergent, nella valle dell’Orco. E poco distante nel 1978 riesce a ripetere l’impossibile fessura già salita dallo scozzese Mike Kosterlitz sull’omonimo masso, una spaccatura verticale di nemmeno dieci metri che taglia in due un sasso cubico sul bordo della strada e che aveva messo alla prova i migliori arrampicatori dell’epoca. Appassionato di speleologia, si distingue nell’esplorazione di molte importanti grotte, ma è anche in prima fila in alcune operazioni di soccorso. Tanto che nel 1984 firma con Giovanni Badino la guida Gli abissi italiani (Zanichelli).
E’ stato poi mio compagno in moltissime scalate, da Finale Ligure alla Provenza, dalla Valle di Susa alla Valle dell’Orco. Mi ha seguito nelle estenuanti peregrinazioni per compilare i miei Cento nuovi mattini, Rock Story e, soprattutto, Mezzogiorno di Pietra.

Dal mio libro La Pietra dei Sogni: “Era già un’impresa arrivare alla piana del Golgo, aveva momentaneamente smesso di piovere ma le sterrate erano in condizioni penose. Grazie alle cartine militari riuscii a stabilire, senza chiedere a nessuno, da che parte era la Cala Goloritzé. Ero però anche interessato a capire fino a che punto si poteva arrivare con i mezzi lungo la Còdula Sisine. Scendemmo a Ololbizzi, poi ci avventurammo ancora più a nord verso il mare invisibile. Sembrava che il Supramonte ci volesse respingere, presto ci trovammo in un guado e stupidamente proseguimmo. Eravamo in cinque sul furgone di Bonelli, che purtroppo si stava eccitando all’odore della battaglia. Dopo qualche centinaio di metri ci arrendemmo, inoltre stava ricominciando a piovere. Il tempo di fare dietro-front e tornare al guado… e scoprimmo che con molta probabilità ci eravamo fregati da soli. L’acqua scendeva rovinosamente, non si capiva neppure in quale punto eravamo passati prima. Roberto diede due sgasate all’acceleratore e poi, con uno sguardo di pura follia, si lanciò come un pazzo nel guado. Tutti noi urlavamo di terrore all’idea di ribaltarci.
Beh, era bravo a guidare, d’accordo. Però per me ha avuto anche fortuna. Ci ritrovammo dall’altra parte, decisi a rimontare al più presto il rimanente percorso pericoloso. La sera Roberto e Manolo discussero animatamente, l’uno rinfacciava assenza di soste e protezioni in arrampicata, l’altro giudicava follia pura quel modo di guidare”.

Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell’Aia, Loano
Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell'Aia, Loano

In quegli anni Bonelli viveva di espedienti, in bilico tra la soglia di povertà e momenti di opulenza. Lui, nobile d’animo e snob di natura, era “prigioniero” di una casa popolare a Torino, in via Airasca 4, con il cesso in comune con altre famiglie. Parecchie volte mi ha ospitato. Affetto, come diceva lui, da sindrome della sincerità, ultimamente mi ricordava come quasi da tutti io fossi visto come una persona antipatica. Invece lui trovava che la mia quasi perenne incazzatura fosse in realtà il mio valore aggiunto, perché capiva che io quando ero con loro avevo a che fare “con una banda di giovani stolti, illetterati e semianalfabeti”. Il suo snobismo raggiungeva vette inaudite quando si trattava di sardi. “Hai notato il grande spazio tra il naso e il labbro superiore? Lì una volta c’erano le zanne…”, diceva.

Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19 luglio 1980, Roberto Bonelli sulla 3a L
Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19.7.1980, Roberto Bonelli sulla 3a L

A questa carriera velocissima e adrenalinica segue un lungo periodo in cui abbandona la montagna, come ricorda un altro suo compagno di cordata, Piero Pessa: “Abbiamo cominciato assieme e assieme abbiamo smesso di arrampicare. Poi si è ricominciato e di nuovo abbiamo fatto tante vie. Conosco il luogo dove mi hanno detto che è caduto, anch’io ho fatto quella via e in effetti la discesa è complessa. Ma che Roberto sia caduto mi sembra incredibile“. E Giulio Beuchod, anche lui compagno di quel periodo ormai lontano e un po’ folle, oggi guida alpina, si meraviglia che Bonelli possa aver sbagliato qualcosa: “Era prudentissimo, quasi maniacale nel piazzare rinvii e sicure. Come invece quarant’anni fa rischiava sempre e comunque. E’ stato un grande arrampicatore, uno che ha lasciato il segno“.
In quel periodo di non-arrampicata si dedica parecchio alla canoa, diventandone anche apprezzato istruttore. E’ stato tra i primi a “inventare” il torrentismo, la discesa di ripidi corsi d’acqua oggi più conosciuta con il nome di canyoning. Con Paolo Oliaro si appassiona alle discipline d’acqua selvaggia, assieme scendono per la prima volta l’orrido di Foresto, quello di Oulx, e si lanciano in torrenti impetuosi con l’hydrospeed e il kayak.

Era poliedrico – ricorda Oliaro – e curioso. Gli era piaciuto moltissimo scoprire l’arrampicata in Africa, siamo scesi assieme nell’Hoggar e in Camerun. Ma non posso credere che sia morto per un’imprudenza. Era l’uomo più attento che io abbia mai conosciuto. Mi buttava via le corde quando gli sembrava che fossero vecchie“.

Roberto Bonelli nella 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell’Orco (1978)
Roberto Bonelli fa la 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell'Orco,

Così Andrea Giorda lo ricorda su Planetmountain.com:
Roberto Bonelli era una persona colta a suo modo, intelligente antidivo per eccellenza. Insieme a Danilo Galante ha composto nei primi anni ’70 una cordata dirompente, innovativa nel modo di arrampicare, che prevedeva la libera al limite anche dove non si poteva chiodare.
La Fessura della Disperazione al Sergent è il loro capolavoro. Una fessura off width, protetta malamente con dei cunei di legno artigianali. Danilo Galante l’aveva adocchiata seguendo Gian Carlo Grassi che apriva la Cannabis in artificiale, in modo tradizionale, due visioni a confronto.
Roberto e Danilo sono stati sovversivi per il loro modo di porsi anche verso i senatori del Nuovo Mattino, Ugo Manera e Gian Piero Motti che già avevano tanti meriti per aver scoperto il meraviglioso terreno della Valle dell’Orco. Erano amati odiati per il loro modo di porsi dissacrante, Manera racconta di palle colossali su scalate dichiarate dai due per il puro gusto di scompigliare le carte di un mondo, quello dell’alpinismo, ossequioso, riverente e omertoso come una chiesa.

Roberto Bonelli sulla 1a L della via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, maggio 1981
R. Bonelli su1a L via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, 05.1981

Quando nel 1975 Danilo Galante morì sul Gran Mantì, Bonelli ricompose la cordata con un giovanissimo Gabriele Beuchod. Io li conobbi in quegli anni e ricordo l’inconfondibile look di Bonelli con zazzera e basettoni, la copia del cantante dei Mungo Jerry, quelli che cantavano il tormentone ” In the summertime when the weather is hot”.
La scalata di Bonelli era quasi casuale, non certo frutto di allenamenti, impensabile per gli amanti del pannello di oggi. Sulla guida della Valle di Susa di Gian Carlo Grassi sono elencate varie vie nell’orrido di Foresto scalate in solitaria! La libera spesso si concepiva con la solitaria.
A vent’anni gli incidenti in montagna delle persone che conosci ti scivolano addosso, ti senti invincibile, a quasi sessanta, l’età di Bonelli, sento il peso di una disgrazia e la responsabilità di ricordare un personaggio schivo, che è stato fondamentale non solo nella mia formazione, ma per tutti i giovani di allora e la sua eredità la viviamo ancora oggi.

Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a ripetizione alla Parete di Luna (Capo Testa), 25 maggio 1981
R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

Bonelli era l’antitesi dell’arrampicata sportiva e il suo periodo d’oro finì con l’imporsi dello spit negli anni ’80. Ci siamo rivisti dopo tantissimi anni nel 2012, perché non parlava con nessuno volentieri del passato, diceva che spesso veniva travisato come nel film Cannabis Rock, e con me, vecchio commilitone, fece una eccezione. Lo incontrai nel suo negozio a Torino di robe usate in Corso Francia, girava tra cianfrusaglie, aveva un cappellino di lana alla Lucio Dalla in testa, si schernì e capì il mio stupore nel vederlo pelato come una boccia, ridemmo dei suoi antichi famosi capelli, ma non mi lasciò nemmeno fare una foto, non lo forzai, capii che l’immagine che ci voleva lasciare era quella in zazzera e basettoni“.

Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, Roberto Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre, 14 gennaio 1981
Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, R. Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre. 14.01.1981

Qui di seguito l’unica intervista rilasciata da Bonelli, quella ad Andrea Giorda, per la rivista UP di Versantesud (2012).

Animali di roccia: due chiacchiere con Roberto Bonelli
Torino – 21 novembre 2012
di Andrea Giorda (accademico del CAI)
Lotto per tenere la parola, ma una simpatica vecchietta dal fare puntuto mi ruba l’attenzione di Roberto Bonelli, per tirare sul prezzo di un forno a micro onde usato che troneggia nello scaffale.
Così, simpaticamente in piedi appoggiato al bancone incontro Roberto Bonelli nel suo negozio di roba usata. Il suo rapporto con i clienti è schietto, non indora la pillola, direi che questo è il suo stile anche quando parla di sé e delle sue antiche imprese, non indulge in sentimentalismi.
Meglio così, siamo subito d’accordo, quando si tocca il tasto del Nuovo Mattino spesso si sfora nella retorica e in voli pindarici che nulla hanno a che vedere con la realtà dell’accaduto.
Quale migliore occasione dunque per andare subito sui fatti.
Una domanda d’obbligo per iniziare, nel 1978 sei passato alla storia per essere il primo ripetitore della fessura Kosterlitz sul masso di Ceresole, come è andata?
In realtà, a differenza di quello che si crede, ho risolto il passaggio la prima volta che mi hanno portato, al primo tentativo.
Nel 1974, da maggio ad ottobre hai contribuito ad aprire due capolavori in valle dell’Orco : la Fessura della Disperazione e il Diedro Nanchez, quale ti ha impegnato di più?
Senza dubbio il Diedro Nanchez, lungo, continuo e difficile fino in cima. La Fessura invece ha difficoltà brevi e concentrate, anche se molto psicologiche.
Il Nanchez lo ricordo anche perché avevo imprestato l’imbragatura, scalavo senza e Motti me ne diceva di tutti i colori. Siamo usciti che nevicava e io avevo un abbigliamento ridicolo
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Roberto Bonelli sulla via dell’Unicorno alla parete di Donneneittu, 27 aprile 1981
R. Bonelli sulla via dell'Unicorno alla parete di Donneneittu, 27.04.1981
Come hai iniziato a scalare?
Nel 1973 andavo in grotta con il GSP (Gruppo speleologico Piemontese). Ero fisicamente molto forte e allenato e avevo chiesto ad Angelo Piana, uno scalatore in vista, di portarmi con lui. Non mi considerò e per caso conobbi Gian Carlo Grassi in una grotta in Toscana, forse l’unica che fece per seguire una ragazza. Dopo una settimana, in autunno ero già a scalare con lui. Andammo alle Paretine di Marmo di Foresto, in breve divenni bravo e scalavo slegato molte delle vie di allora. Salire slegato mi piaceva, negli anni successivi andai poi anche sulla Parete dei Militi a Bardonecchia.
Come hai conosciuto Danilo Galante?
Tramite Grassi. Danilo era di Bussoleno in Val di Susa dove aveva anche i nonni.
Che tipo era? Che rapporto avevate?
Eravamo due “animali da roccia” e supplivamo alla tecnica con la forza fisica. Lui era più bravo, io più audace, spericolato. Avevamo un “rapporto di corda”, non di stretta amicizia, molto operativo e determinato, nessuno dei due comandava.
Danilo era un tipo semplice, leggeva Tex Willer, io più impegnato, ho sempre avuto una passione per i libri, come quelli di fantascienza di Philip José Farmer.
Io sono per il catastrofico, rifuggo i sentimentalismi, anche qualche anno dopo quando scalavo con Gabriele Beuchod, lui era romantico e alle vie dava nomi come
Nocciolina Prigioniera io preferivo Il Crollo dell’impero nero.
In che rapporti eravate con Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi?
Erano i fratelli maggiori, più esperti, sempre pronti a dirti di mettere un chiodo in più quando non ci curavamo del pericolo. Motti era quello che scopriva i posti nuovi e ci portava a scalare in Verdon o nelle Calanques, noi eravamo bestie e avevamo una sudditanza verso Gian Piero.
Come è nata l’idea di scalare la Fessura della Disperazione?
Fu una idea di Danilo che aveva aperto la Cannabis al Sergent con Grassi e aveva notato questa enorme spaccatura. Io non ero mai stato prima in Valle dell’Orco e la Fessura della Disperazione fu la mia prima scalata su granito.

Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell’Orco
Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell'Orco,
Certo un bell’inizio! E tra l’altro non era neanche un anno che scalavi.
Sì, ma ero forte fisicamente, la grotta ti tempra.
Raccontami la scalata, come si è svolta?
Una settimana prima Danilo era andato al Sergent, non so con chi, e aveva salito il primo tiro della Fessura, mettendo alcuni chiodi in artificiale per raggiungere la prima sosta e si era calato lasciando una corda fissa.
La settimana successiva siamo tornati in due cordate, lui con Paolo Lenzi, un suo amico di Bussoleno, io con Antonio Sacco.
Galante ha risalito la corda e ha raggiunto la prima sosta schiodando il tiro. Io alla mia maniera temeraria ho fatto tutto il primo tiro senza nulla e sono arrivato in sosta. A quel punto Antonio Sacco, da secondo, avrebbe dovuto scalare per trenta metri in traverso con la certezza, se cascava, di arrivare a terra e non se l’è sentita. Giocoforza mi sono unito a Galante e Lenzi e abbiamo proseguito la scalata insieme.

Che materiali avete utilizzato?
Danilo si era fatto fare da un falegname di Bussoleno degli enormi cunei di legno. Hanno resistito, nell’estate del ’79 l’ho ripetuta e un grande cuneo era ancora perfettamente incastrato, era un po’ marcio con un chiodo messo tra la roccia e il legno e collegato con un cordino. Sì, era un nostro metodo, l’avevamo lasciato noi.
Ricordi se furono messi chiodi a pressione?
Mettere i chiodi a pressione era faticosissimo, bisognava fare per mezz’ora il buco a mano e poi tenevano pochissimo. Cercavamo quindi di evitarlo, ma uno probabilmente Danilo l’ha messo, mi sembra per far sosta, il punto esatto non lo ricordo. I nut e gli hexentric non li avevamo, erano ancora da venire, c’erano già però i bong.
Come scarpette usavamo le P.A. (Pierre Allain) rosse e nere, le compravamo in Francia perché in Italia nessuno le vendeva. Le tenevamo sempre nei piedi anche per andare all’attacco, erano comode!
Qual era la vostra etica di scalata?
Non facevamo grandi ragionamenti, l’artificiale era per noi noioso e faticoso e per questo cercavamo di evitarlo. Per l’artificiale c’era Motti, era un maestro a mettere i chiodi.

Rocca Parey (TO), 13 dicembre 1982, Roberto Bonelli sullo Spigolo Centrale
Rocca Parey (TO), 13.12.1982, R. Bonelli sullo Spigolo Centrale

Chi c’era alla base mentre scalavate a farvi le foto?
Ricordo Motti con una comitiva di escursionisti e mi sembra Alberto Rosso della Rivista della Montagna.
Senti, due parole sul vostro look me le devi dire, sui tuoi capelli ricci con basettoni e sui Ray Ban scuri sempre incollati sul naso di Danilo.
Scalavamo con il peggio che si aveva in casa, roba frusta, anche un po’ in contrapposizione con gli alpinisti classici, impeccabili nei loro pantaloni alla zuava. Quanto ai miei ricci e ai basettoni non ci sono più, come vedi, e Danilo non poteva fare a meno degli occhiali perché erano da vista. Ecco svelato il mistero.
Eravamo forti, lo sapevamo ed eravamo volutamente anche un po’ anarchici e antipatici per rimarcarlo, per farlo pesare.

Nel mito del Nuovo Mattino si vocifera di vino, cannabis e discussioni politiche.
Niente di tutto questo, Danilo era astemio, io non fumavo. Danilo giocava a fare il fascistello più per posa che per convinzione, aveva vent’anni. Ma la politica vera non è mai entrata.
Sei mai tornato a rifare la fessura?
Sì, in occasione del film Cannabis Rock. Ma mi sono incupito, c’era un sacco di gente che voleva essere protagonista e al tempo non si era mai vista. Degli usurpatori.
Visto che sei un grande e colto lettore, definiscimi con un solo aggettivo la tua scalata, il tuo sentire ai tempi della Fessura della Disperazione.
Eravamo inconsapevoli. Sì, inconsapevole è l’aggettivo giusto.
Mi arrendo alle insistenze della vecchietta del micro onde e ci lasciamo con una mezza promessa di scalare un giorno insieme.

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Go aid a pitch 01

Diamo qui inizio alla selezione dei migliori racconti di Gabriele Canu, la cui disarmante totalità è invece raccolta nel sito www.gapclimb.it.

Abbiamo lasciato inalterato il testo originale per ciò che riguarda il linguaggio disinvolto e rivolto a quelli della stessa età (nomi propri di vie, montagne e persone in minuscolo ma senza una regola sempre osservata) mentre altrove (soprattutto nella punteggiatura) abbiamo imposto la nostra vecchiaia con la pretesa di una maggiore comprensione per tutti. Non ce ne voglia l’autore.

 

Go aid a pitch 01 (1-4)
di Gabriele Canu

Anzitutto l’auto-presentazione dei due principali protagonisti, anche se l’autore è quasi sempre uno solo, Gabriele Ga Canu.

GAP-gabry

Gabriele Ga Canu
Tra i pochi individui al mondo con un grado lavorato più basso del grado a vista, e un grado più alto su vie di montagna che nei monotiri in falesia. Colui per il quale il vero “circo degli inscalabili” non è l’incredibile gruppo montuoso canadese, quanto piuttosto una falesietta qualunque di rian cornei. Ga vive a 18 km da Finale, scala da 8 anni, ma non ha ancora ben chiaro come si arriva al parcheggio di monte sordo. E quand’anche ci arrivasse, come in tutta Finale, passa l’intera giornata a farsi malmenare dai tiri, il cui ordine di difficoltà pare non fare la differenza in quanto a sganassoni ricevuti. Detiene il record di tentativi falliti sul 5b di Miami Beach all’Italsider, oramai 9 se si considerano tutti i tentativi in cui ha oltrepassato (almeno con metà del corpo!) il primo spit. A suo dire, deve la sua discreta incapacità arrampicatoria ai suoi piedi, lui dice “piatti”, più probabilmente “entrambi sinistri”. Ma pare anche René Desmaison li avesse. E il casco lo porta sempre storto, come anche l’indimenticabile e fortissimo Ernesto Lomasti. Le premesse ci sono tutte. Basterebbe solo imparare a scalare, come quei due…

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Lorenzo Lore Fanni
Uomo di grande valenza morale (… ), è noto per essere il jolly del gap: non scala per mesi, poi torna a rimettere le mani sulla roccia, sbattuto in men che non si dica su una ravanata d’altri tempi vista lago di garda, cinque tiri a maslana, e due weekend dopo viene messo in formazione, come niente fosse, direttamente su tempi moderni in marmolada. Rimane fermo un altro mese, facendo due tirelli qua e là, e appena mister ga lo convoca per un’altra vietta, partecipa alla spedizione sulla mitica matita di manoliana memoria, senza battere ciglio. Come dire, “dove lo metti sta”… ma sta e si tiene, cosa che lo differenzia da un qualunque quaqquaraqua. Amante dell’avventura, riesce a trovarla ovunque, persino a finale, perché, come diceva qualcuno più famoso, “è inutile cercare l’avventura chissà dove, l’avventura è dentro di sé”. Lorenzo dice di amare il quarto grado e i galli forcelli, in realtà dà il suo meglio sul VII grado in placca con un ciuffo d’erba rinviato a tre metri. E quando i chiodi ci sono, eccome se ci sono, non li tira semplicemente, lui li pianta, li coccola, gli toglie i ciuffetti d’erba intorno, li accarezza con un cordino, li fotografa, li osserva con cura, li respira… poi li tira senza pietà. Eccezionale valore aggiunto.

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Elena
Si presenta al test d’ammissione al GAP (peraltro a sua insaputa) in una calda giornata di maggio, per giunta in falesia, e lo fa presentandosi come una tipa che ha come sogno nella vita di salire su Cima Grande per la normale, “al massimo, ma sarebbe un sogno forse irraggiungibile, per lo spigolo dibona”. Chiaramente, ignara di chi aveva di fronte: 78 giorni dopo sarà su Cima Grande, ma – altrettanto chiaramente – passando dalla Nord. Prova a farsi odiare dall’intero web descrivendo la roccia di una certa via “… ‘na schifezza”, e ga prontamente la riporta all’ordine portandola a salire una via nuova su una frana verticale; e da lì, comincerà a parlare di roccia ottima persino sui ghiaioni delle lavaredo. Affetta dalla “sindrome della Signora in Giallo”, risulta in grado di condizionare in chissà quale maniera il meteo, riuscendo a far venire giù il finimondo (comprese due ore ininterrotte di fulmini) in un giorno in cui meteo arabba dava bello stabile. Meteo arabba ci riprova, e lei tra sera, mattino, e giornata, scala la marmolada senza vederla neanche un minuto integralmente. Per ulteriore conferma, riesce a far sbagliare previsioni persino a nimbus; il che è tutto dire. Datele un tiro di sesto su un muro verticale, sale senza problemi (… ); datele un tiro di di secondopiù in traverso, e vi scaglierà contro ogni oggetto a portata di mano. Restia al dormire in macchina fino a un paio di settimane in dolomiti, alla fine delle settimane, tornata a casa, preferisce dormire in macchina che nel letto di casa. Leggere attentamente il foglietto illustrativo.

GAP-ire

Irene
Dopo aver rischiato più volte il passaggio a miglior vita durante la discesa da cima mondini insieme ai Fanni Brothers (lore e il fratello) e a un maestoso temporale, smette di scalare per un decennio. Ci riprova, imperterrita, in una bella giornata di dicembre sulla via del pesce d’aprile, insieme al sottoscritto e a Lore. Giunge viva in cima per cause non ancora precisate. In compenso la meravigliosa doppia da 57 m s’incastra, e s’arriva a noasca a notte fonda; il giorno dopo mi verrà comunicato che la giovine è in stati pietosi e febbricitante. Si dedica allora alla falesia, attività molto più interessante e con soggetti più rilassati e rilassanti. Ma il suo vero animo è da alpinista. Partecipa anche lei alla spedizione extraeuropea sul monte oronaye, ma le va di culo perché sbagliamo in pieno il canale, in una giornata dal clima vagamente patagonico (ma non diamo la colpa al clima…). Fa poi filotto compiendo 3 uscite di seguito con Gabriele (solo perché quelli capaci sono uno in altri luoghi e l’altra in mezzo ad altri pensieri!), collezionando un ottimo bottino: 3 vie, 600 m circa di scalata, 20 tiri. Il tutto in sole 21 ore di scalata effettiva…

Il sito presenta anche gli altri amici, che vedremo di volta in volta. Preferiamo qui passare subito all’esplicazione di cosa è questo GAP.

La fondazione del GAP in vetta al Pizzo Cengalo
GAP-vincicima

GAP
Il GAP nasce per caso in un giorno di pioggia dell’estate 2008. Io e cri, freschi freschi dalla verdeggiante (… e ci manca, con tutta l’acqua che è venuta nei nostri giorni di ferie… ) svizzera e nell’animo non molto differenti da due bimbi in gita scolastica, siamo ormai giunti nella ridente cittadina di Valmasino sotto il diluvio universale, nell’attesa di incontrare due giovanotti privi di ogni senso, Lore e Ricky, e con loro partire verso il rifugio Gianetti per regalarci, il giorno seguente, il bellissimo Spigolo Vinci.
Ricky viene da Savona, e Lore – come potrebbe essere diversamente? – da Baden im Wuttemberg (o qualcosa del genere), graziosa e ridente località balneare (… ) situata nel sud di quel simpatico e spiritoso paese chiamato Germania. Risulta subito chiaro che l’incontro alla stazione di lecco ad un orario preciso sarà quanto mai improbabile, quasi come vedere Lore scalare un’intera via senza tirare almeno un chiodo. I due loschi individui pensano bene di non incontrarsi a lecco – cosa peraltro scontata – secondo ricky perché qualcuno, sul suo treno, ha tirato il freno d’emergenza a 50 m dalla stazione di milano (patetico), e si vedono in un posto a caso, ad un orario a caso. Di certo si sa solo che io e cri andiamo a prendere posto nel rifugio, e i due disperati partiranno dai bagni di valmasino alla volta del rifugio alle ore 22.30 circa, e dopo aver finito il breve (… ) avvicinamento alla luce delle frontali, aver svegliato tutta la camerata, aver dormito 2,6 abbondanti ore, aver fatto l’avvicinamento allo spigolo (con un tempo da lupi), la via (con un tempo da lupi), la discesa in doppia (con un tempo da lupi), e il ritorno a piedi (con un sole che spaccava le pietre), giungeranno incolumi e fieri di poterlo raccontare – a me e alla cri, chi altro c’era in piedi all’ora in cui siamo infin giunti al ridente paesino…? – concludendo così nel migliore dei modi la prima 24h GAP…
Prima della partenza per l’avventura sopra descritta, durante il viaggio in macchina sotto il mezzo nubifragio del mattino precedente la salita, osservavo la maglietta della cri che già più volte avevo osservato forse senza comprendere a pieno cosa ci fosse scritto.

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“GO CLIMB A ROCK”, “va e scala!”, recitava perentoriamente il testo su quella maglietta, e sotto ti facevano notare che a suggerirtelo caldamente era la Yosemite Mountaineering School! E lì nacque l’idea, perché tra me e me pensavo che con il mio pessimo stile arrampicatorio (io non scalo, né arrampico: io progredisco alla bell’e meglio verso l’alto; il risultato finale è spesso simile, lo schema tattico differisce in taluni punti…), non avrei mai potuto indossare una maglietta del genere. Mi sarei sentito un ipocrita. E così nacque l’idea, perché “go climb a rock”, e non “GO AID A PITCH”, “va e tira i chiodi!”…?

GAP-maglia1

Ed ecco una nuova, personale visione del Nuovo Mattino… il GAP! poter tirare i chiodi a volontà, e dire che lo si fa “per il gruppo”. E conquistare punti. Quindi non più “libera scalata”, ma “chiodi a volontà”, e punti GAP come se piovessero.

Vi assicuro che trovarsi di fronte a un bel passo di VI, quindi ben oltre le umane possibilità, e avere quantomeno l’obbligo morale di tirare il chiodo, o il meraviglioso piccolo nut ben incastrato nella fessurina, è qualcosa che non può che riempirti d’orgoglio e farti sentire stupendamente vivo.

E passiamo ai racconti, di cui abbiamo fatto una selezione, sapendo di non poter riportare tutto. Chi ne rimanesse particolarmente affascinato può andare alla fonte, la sezione Dove andiamo? di www.gapclimb.it.

Il sito www.gapclimb.it, nella sezione Dove andiamo? presenta un lunghissimo elenco di salite compiute. Cliccando su un nome qualunque si apre una galleria d’immagini molto spesso accompagnata da un breve e spesso esilarante racconto. Nei titoli, al posto di qualcosa tipo via X alla vetta Y, c’è la dizione altamente tecnica di “luogo dell’imbelinamento”, espressione che per eccessiva tecnicità abbisogna di una breve spiegazione. Quasi tutti conoscono il significato della parola ligure-genovese di belin: imbelinamento dunque significa l’azione di andarsi a ficcare da qualche parte, e l’accezione verte più sui pericoli che l’azione comporta che non sull’eventuale piacere.

Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
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Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
“Salve! A che piano va?”. “io al decimo! lei?”, “anch’io!”. E così, si va a fare questi Dieci Piani al Sasso Cavallo, un’idea nata un po’ così per caso e finita un po’ così per caso. Nel tentativo di raggiungere il primo piano, lore testa la “morbidezza” volando al primo chiodo avvolto da un freddo becero: comincia la lotta! Al secondo piano, salgono un po’ di sole e del vento gelido da nord; al quarto, entrano un po’ di nuvole e il sole è costretto a cedere il suo posto. Al quinto piano, si prospetta un problema tecnico: la carenza di spit prelude a un possibile guasto. Lore tenta di contattare un tecnico, ma è domenica e il numero del pronto intervento segnala che “il numero potrebbe essere spento o irraggiungibile”. Allora manda avanti ga, che sul traverso cerca sulla liscia placca il manuale d’istruzioni, senza successo. Cerca allora degli appigli a cui tenersi, ma i risultati non si allontanano troppo dai precedenti. Diceva il saggio “chiodi non ne posso mettere, appigli non ce ne sono, appoggi non ce ne sono, proverò in libera”. Nonostante alle volte la differenza tra “saggio” e “cretino” non sia poi così evidente, in assenza di altre idee ga tira dritto senza pensare alle protezioni, forte dei suoi innumerevoli 6c (ben cinque!) chiusi in tutta la carriera. Giunti finalmente al sesto piano, sale una biondina e lore si sofferma a parlare di zona, fuorigioco e modulo all’italiana; ga attende qualche minuto, poi si stufa e pensa lui a premere il pulsante per il settimo piano. Stupendo muro verticale su roccia inaudita di 6b, continuo, 40 metri, placca&aderenza, 6 spit: puro delirio. Capirà solo più tardi che quella di lore era solo una tecnica per fare melina ed evitarsi il tiro psicologicamente più snervante. Lungo il tragitto lore recupera alcune decine di neuroni persi da ga sul tiro e li infila nel sacchetto della magnesite. All’ottavo piano sale una vecchietta, e ga la tratta malissimo solo perché vorrebbe scendere a pianoterra: il cervello è oramai occupato da un nucleo sovversivo di neuroni apatici. Giungiamo al decimo piano disfatti, ma la gioia è davvero grande. Il tramonto è alle porte, noi vaghiamo in mezzo agli ultimi duecento metri di erba verticale e arriviamo in cima al Sasso con le ultime luci. Il ritorno con le frontali non è niente più che un solito ritorno; la differenza, oggi, è stato il viaggio!
Data: 18 ottobre 2009

Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
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Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
E così, pare non si possa andare in sardegna a scalare e non passare per di qua… la mitica Aguglia! Inutile spendere parole per un obelisco così ben noto e fotografato… decisamente unico. Mentre i tre dell’ave maria (micky, ricky e lore) si imbelinano sulla sinfonia dei mulini a vento (la via normale più difficile d’italia, pare!), io e emi ci dedichiamo a questa sole incantatore, bella via che conterà qualche milione di ripetizioni. Dopo aver trovato lungo nei primi 10 metri della via, 5b (?!?!) in comune con sinfonia (e micky su di lì correva?!), il resto sembra quasi in discesa! Giunti alla placca di 6b+/c, un ciccinin untina, la discesa diventa verticale e ga insiste con il consueto, singolo e solitario resting ormai parte degli usi&costumi sui tiri chiave. Che due maroni! Poi tocca a emi concludere sull’inscalabile bombè di 6c dell’ultimo tiro (… sembra di tenere il bordo di un bidet!), e in cima a questo splendido monolite, ci godiamo un’oretta di svacco (… svacco… limitatamente alle dimensioni della sommità, ecco!) al sole caldo di una giornata alla fine della quale, al ritorno della macchina alle sette di sera, i gradi erano 18! Così, mentre emi scende giù in doppia e si alza un vento forte e caldo, ga attende i tre ciucchi della sinfonia e quando arrivano, è il momento di stappare la bottiglia di ichnusa in cima all’aguglia, per festeggiare degnamente un altro viaggio e… l’ultima via di questo 2009 davvero intenso e da ricordare!
Data: 30 dicembre 2009

Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
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Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
Prima inseriamo la presentazione imperdibile di uno dei compagni, Ettore.
Un uomo, uno stile di vita. Alla prima via lunga della sua vita, primo bivacco (imprevisto); in compenso, la via era tra le più impegnative delle orobie! Nonostante ciò, insiste nel credere che l’alpinismo sia una bella roba, e insiste imperterrito. Lo incontriamo su una parete meglio nota come “parete sud della marmolada”, e ne abbiamo subito una pessima impressione. Ce lo ritroviamo il giorno dopo il bivacco (… n’altro?!) sull’uscita messner, capiamo che ormai è destino, e in fondo lo troviamo quasi simpatico. Quasi ci porta in salvo, due giorni dopo, sulla cassin in lavaredo. Non compie il suo progetto di arrivare in vetta prima di scendere, perché arriviamo alla cengia che la gente normale è già davanti alla tv a guardare il carosello, e quando i bambini vengono messi a nanna l’unica cosa di normale che c’è tra di noi è la via di discesa. Girovaghiamo nel gran casino della discesa dalla sud alle luci delle frontali. Il tempo di riprendersi dallo shock, qualche mese, e ci presenta le sue orobie passando direttamente dalla “Regina”, ed è una gran bella giornata e una gran bella avventura. Sulla via tira persino più chiodi di lorenzo, e ciò lo mette in cattiva luce con il team GAP… la paura di aver rivali nel tirar chiodi fa paura. Fortuna che lore è ben conscio delle sue potenzialità. Ci si rivede ancora una volta sul medale, e per l’occasione, seppure in una splendente domenica di dicembre, nessuno si presenta in tutta la parete. Il perché, ad oggi, risulta essere ancora ignoto. Nel frattempo va formandosi il suo stile: vie sperdute e idee dimenticate. Allora qualcuno ancora c’è, che ha voglia di vivere l’avventura fino in fondo: grande!

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Belin! Alla faccia del trovar lungo. La scelta della via di oggi è di lore, ma a fare le spese di questa insana idea non sono solo; ci raggiungono il christian e l’ettore, direttamente da Berghèm de hota al Bar delle Placche. La placconata di Cima alle Coste è bellissima, e in mezzo alle decine di vie moderne di difficoltà abbordabili e chiodatura plaisir… la nostra è l’unica che non presenta queste caratteristiche, passando in centro parete e con chiodatura tradizionale, che persino rabanser definisce “arrampicata impegnativa, in parte difficilmente proteggibile, consigliabile perciò ad arrampicatori ben preparati”. Alla macchina leggiamo questa frase, e lo sguardo tra di noi è di quelli che non hanno bisogno di parole. Nemmeno il sorrisino ironico del christian, che dall’alto della sua esperienza, sa già cosa ci aspetta. Dopo numerose contrattazioni sulla linea giusta da seguire, parte il christian che dopo un po’ di metri comincia a tirar giù moduli CID già compilati in loco delle usuali imprecazioni. E questo tiro è dato V+/VI-… Secondo tiro, prima protezione (un pressione, mica chissà che!) a dieci metri e passo difficile prima di moschettonare; lore rimpiange quei 7 cm di altezza in più che qui farebbero tanto comodo… qualche metro, traverso a sx, di nuovo dritti, e passo impegnativo di dita con il chiodo (buono… ?) 4 metri più in basso… ettore passa dopo aver studiato un bel po’, lore è iscritto al cepu e al posto che seguire la via facile, si sposta mezzo metro a sinistra e rende tutto ancora più complicato. Non vola, ma forse vorrebbe farlo per togliersi d’impaccio e abbandonarsi al suo destino. Poco sopra su due pressione inventa la libera, passa ma quando ha in mano la presa d’uscita, un cecchino gli spara. Sul terzo tiro, ettore apprende l’uso del cliff su un passo precario; VII o A3 secondo filippi e rabanser, VII+ e basta secondo ga che in giornata di grande spolvero ha ragione dell’ostico passo nonostante il blocco tenuto per uscire decida al solo contatto di posizionarsi una cinquantina di metri più in basso. “Vabbè, dai, il più è fatto!“… disse qualcuno. E invece, la salita inizia ora! Buttiamo praticamente via la relazione, tanto fessure e diedri segnati non esistono, la “fessura difficile” è in realtà un pilastrino, la “lama instabile” forse proprio per la sua instabilità non si presenta in loco; l’unica cosa che coincide sono le difficoltà, VI un po’ ovunque, placche difficili da proteggere e corrispondenti run-out da paura… decisamente vietato volare! Se ne accorgono prima ettore poi lore, quando su un tiro di 30 metri, passano un chiodo e poi arrivano dritti dritti in sosta con sette-otto neuroni appesi al caschetto. Con la corda dall’alto non si capisce bene, così Ga ci tiene a vedere anche lui quindici metri di lasco prima di riuscire a piazzare un friend, e la via lo accontenta già al tiro successivo. Christian nel frattempo è passato allo stato solido grazie al freddo… partiti con un caldo becero, alle due senza giacca, diciamo così, “faceva freschino”. Via grandiosa e dal tracciato coraggioso ed elegante, nel cuore dell’enorme placconata con soli 9 chiodi a pressione. Impressionante e difficile, passi impegnativi anche parecchio distanti dalle protezioni, ingaggio notevole, mentalmente un vero viaggio… insomma una grande soddisfazione, e con una compagnia da 5 stelle!
Data: 20 marzo 2010

Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
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Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
Niente da dire: un capolavoro! Dura, veramente dura, ma stupenda. Pensare a una linea così, senza spit, fa davvero impressione: grandiosa! Un tiro più bello dell’altro, e tanto, tanto VII+ (… per gli ottimisti: per tutti gli altri, se qualcuno è in grado di dimostrare che L5 è 6b+ io appendo le scarpette al chiodo!). Attacchiamo la via alle 8, ne usciremo una decina d’ore dopo. Devastati. Felici. Soddisfatti! … ma andiamo con ordine. Preliminari del primo campionato italiano “del trovar lungo”; alla partenza si presentano Ga, Lore, Ettore e un altro simpatico Lorenzo, rappresentante del team “Sempre Carichi!“. Il sorteggio vuole che il team GAP affronti Cavallo Pazzo, e agli altri due viene assegnata la Oppio-Dell’Era. Prime polemiche scoppiano già all’attacco, ma l’arbitro decide di non intervenire nella disputa e aspetta che gli animi si plachino. Attacca Ga, su per un bel rumego di VI- che dà la sveglia. Ettore segue a ruota e si porta a sinistra alla sosta della Oppio passando un rinvio sulla nostra sosta; chiesto l’intervento del direttore di gara, il quale però provvede solo a un richiamo verbale nei confronti del bergamasco. Da lì in poi, la sfida proseguirà a distanza. Lore si prende un assaggio di impegno della via già al secondo tiro: passa bene sul duro, poi, convinto che non ci sia speranza, tenta di proseguire dritto invece che usare la comoda lama sei-sette centimetri a destra: un resting e tante parolacce. Ga tenta invece il gran numero: neanche il tempo di passare il primo chiodo del terzo tiro, che già si ritrova di nuovo in sosta. Ma è solo una falsa partenza, venti minuti dopo è già a far sicura a lore, che si trova a suo agio sul muretto di VII, ma quando si ritrova sul VII- non sa da che parte girarsi. Niente in confronto a quel che combina ga in L5: un tiro da fantascienza. Darlo VII+ è completa mancanza di buonsenso: già andar via dalla sosta è di più, e poi vengono 30 metri da brivido, di un’intensità incredibile: ga non tira chiodi, ma in quanto a resting non lesina… e già così arriva in sosta con i neuroni avvinghiati ai cordini, complice anche un discreto runout per sbarcare in sosta, che gli consegnerà tra l’altro il premio della critica. Lore arriva in sosta allucinato e gridando allo scandalo, più per distrarsi da ciò che lo aspetta che altro… uno “spigolo a placche” (?!) con un “singolo iniziale difficile, poi più facile”. Lore si ritrova con la descrizione sino alla prima parte, poi la successione di “singoli difficili” diventa eterna, in compenso, a tre metri dalla sosta, si ritrova con quel “poi più facile”. Nei 27 metri precedenti, rimane il dubbio del significato del termine “singolo”. Finalmente un po’ di relax per ga, quinto grado e si raggiungono i due bergamaschi sulla cengia: anche loro si stanno divertendo, pare! Poche decine di metri su roccia splendida per lore, ed eccoci sotto il tiro chiave: chi dice VII+, chi VIII e VII+/A1 obbligatorio, ma insomma, ga adotta la teoria di uno forte (“andavamo a scalare non per fare grado, ma per fare stile”) e lasciando perdere grado massimo e obbligatorio, si dedica allo stile, passa in libera e si toglie il pensiero! (… e una piccola soddisfazione!) D’altronde, la parete ha cambiato verso: prima muri tecnici ma anche strapiombanti, qui invece prevale la tecnica, e il team GAP torna finalmente a sorridere. Cosa che farà anche nei tiri successivi, che vanno via veloci e la cima si avvicina a grandi passi! Tocca a ga raggiungerla per primo alzando le braccia al cielo. L’abbraccio con lore in cima è di quelli da grandi prestazioni! Poco dopo arriva anche ettore, e infine anche lorenzo: tutti insieme sul Sasso Cavallo a festeggiare la bellissima giornata!
Data: 22 maggio 2010

Via Franz alle Meisules dlas Biesces
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Via Franz alle Meisules dlas Biesces
A metà tra un diedrone al croz dell’altissimo e, il giorno seguente, la mitica cassin alla trieste, si decide di comune (… ) accordo nel team gap per qualcosa di abbastanza facile. Obiettivo raggiungere il parcheggio per la trieste alle 7 di sera, così da preparare il materiale con comodo e poi partire per andare a bivaccare sotto la parete. Bel programmino. Ore 18.20: ga con gli ultimi metri di III grado (cioè, i primi di terzo, ma gli ultimi della via… ) mette piede sulla sommità prativa di sto luogo dal nome impronunciabile. L’unico tiro di sta via in cui, forse, non scappano parolacce… anzi no, in effetti ga forse qualcosa si lascia scappare quando vede la “comoda e veloce discesa” totalmente innevata e tendente al ripido. Dire che la scelta del giorno prima, dopo qualche ora di trasferimento in macchina e una pizza in val di fassa, era rimasta tra una via in moiazza di 450 m D/D+ (un tiro di V, UNO, e tutto il resto III-IV… lore non ci voleva credere!) e questa. Poi si sa, la birra entra veloce in circolo, la stanchezza fa perdere lucidità, il buon rabanser la dà per 4-5 ore, i gradi non sembrano impossibili… e allora lore si lancia in un (davvero poco saggio e imprudente) “vabbè, dai, quella è più lunga ma più facile, questa sembra carina, più corta e non troppo dura… dai, scegli te, a me vanno bene entrambe!”. E il disastro anche stavolta è servito. Il primo tiro è per lore, un V+ di stampo falesistico e che dà una bella sveglia: 15 metri e già si soffia. Poi parte ga, VII- di rabanser: eh… ma tira fuori gli artigli, e giunge in sosta sfinito ma soddisfatto della libera, e contento del seguito: “dai, che il tiro chiave è passato via bene! Ora si va su un po’ più tranquilli!”. Povero cretino! Ancora non ha capito il senso di questa via; prova a spiegarglielo lore sul quinto tiro, una follia di VI-. E certo che come sestomeno… una cosa che non mi spiego (aldilà del mio parere oggettivo, pur scalando da secondo: VI+ tranquillamente, forse VII- e protezioni “obbligatorie”, diciamo così!) è quel “-”. Perché?! Per quale assurdo motivo? La domanda mi si ripresenterà più volte e ancora adesso, a distanza di giorni, non capisco. Cos’ha che non va, per meritarsi un meno?! Comunque per sicurezza lore sbaglia anche un po’ via traversando un po’ troppo presto, e difatti ga parte baldanzoso per il tiro dopo, dato IV, e si invola su un diedrino che di quarto, non ha neanche l’aspetto… il tempo di convertirsi in “modalità sestopiù”, e riesce a trovare la vera sosta e il vero quarto grado. Lore nel frattempo si è mezzo ripreso dal tiro prima, meno male: si riparte per il secondo viaggio! 40 metri “selvaggi”, pochi chiodi, poco da aggiungere e… palla lunga e pedalare, e sul quinto (?!) i metri dal chiodo aumentano, aumentano… fino alla sosta. Lore chiama il cambio, visibilmente sfibrato, e ogni sosta, ormai, il pensiero è ricorrente: “domani, all’ipercoop a fare la spesa, altro che torre trieste!!”. Due tiri più facili ed evidenti, e siamo sotto al secondo VII-, che tocca a ga e, ironia della sorte, si risolve in due metri di sboulderata su uno strapiombo senza piedi, e poi diventa quinto. Insomma che, una volta tanto, ga salvando l’onore passa bene sul duro e si evita i tiri più rognosi… oggi, premio “best player of the game”, decisamente assegnato a lore: prestazione eccellente! Pur di conquistare tal titolo, come guida con cliente, traghetta ga alla salvezza dopo una discesa vagamente snervante, facendo le peste nel traverso nevoso expo, e gradinando tutto il canale di discesa. Grande lore!
Data: 4 giugno 2010

Diedro Rosso al Corno Stella
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Diedro Rosso al Corno Stella
… ed ancora un’altra perla da aggiungere a quest’anno probabilmente irripetibile! Questa volta siamo “a casa”, queste sono le “nostre“ montagne, questi sono i luoghi che abbiamo conosciuto da bambini passeggiandoci con i genitori. E’ strano tornare qui, ogni volta, dopo aver girato il mondo. Sei sempre in montagna, sei in questo luogo selvaggio e un po’ dimenticato, eppure, quando sei nelle “tue” alpi, ti senti un po’ a casa. La prima volta che sono stato in marittime, mi aveva portato mio papà, andando al rifugio Remondino… ricordo di aver patito tantissimo quella volta, quanta strada a piedi, che salita ripida! E lore, invece, la prima volta… probabilmente la volta in cui con suo papà, da secondo, aveva salito sul versante sud-ovest, la mitica De Cessole. Il tempo passa, ed essere qui sotto il Corno Stella, “la” montagna delle nostre alpi, dal suo misterioso e poco frequentato versante nord-est, evoca pensieri e ti porta inevitabilmente a pensare al passato, a chi eri e come sono cambiate le cose, i tempi, le persone. Girare i monti sparsi per il mondo è voglia di esplorare, di conoscere, di vedere posti nuovi, di allargare i propri orizzonti… ma è bello ogni tanto tornare “a casa” per confrontarti con quello che eri, e per lasciarti cullare dal silenzio dei ricordi. Carino, romantico, ma… proprio il Diedro Rosso bisognava venire a fare?! … alle quattro del mattino, la sveglia è inclemente, e alzarsi dal letto caldo è un oltraggio al buon senso, ma il team GAP è oramai abituato. Infatti, prima delle 4.40 nessuno è in piedi; è lore a suonare la carica, si riparte per l’ennesimo sbattone dell’anno! Dopo più di mezzora, la porta del bivacco, cigolando, si apre: l’avventura ha inizio! Lo zaino pesa una cosa inspiegabile: peccato non avere una bilancia! Nonostante ciò, la prima mezzora passa veloce. E’ il momento di mettere i ramponi, e appena il canale si raddrizza e si porta sui 40 gradi, ga capisce la differenza tra un paio di scarpe da ginnastica e quelle a suola semi-rigida di lore; e sarà battaglia! L’attacco è talmente facile da individuare, che persino il team GAP non può sbagliare. Nel frattempo il sole comincia a scaldare la vetta del corno… ma i nostri due oggi sono in vena di correre, e quando è ormai pronto a illuminare totalmente il diedro, lore porta ga alla partenza di questo enorme strapiombo. Cominciano le danze! … ma prima di partire, lo zaino perde peso: n° 2 camalot 4, e n°2 camalot 5 fanno il loro ingresso in campo! Ga parte spavaldo, poi tira giù le orecchie: se questo è V+, oggi sarà un disastro! Dopo pochi metri, ga è incastrato con il casco tra le due pareti, e fa la sua bella fatica per riuscire a compiere quei pochi movimenti per tirar fuori un 5 e incastrarlo. Poco dopo incontra la prima protezione-capolavoro dei mitici Ughetto e Ruggeri, nel 1962 con questa invenzione erano riusciti a tracciare una via diretta alla vetta per la parete nord. Tiro sopra, tocca a lore sfruttare il 4 e il 5: si lotta, si sbuffa, ma tutto sommato si scala! Ancora ga per il tiro dopo: questo sono grane! … e qui si vede cos’hanno combinato quei due nel ’62… cunei regolabili sino a 30 cm, roba che nemmeno il camalot 6 potrebbe servire! I cunei son sempre quelli da quasi 50 anni, che siano affidabili o meno chi lo sa… e soprattutto… chi ha il coraggio di volarci?! d’altronde, comunque, ciò che rende grandiosa questa salita è che… se vuoi salire il diedro rosso, a quelli ti devi affidare, non c’è nessun altro modo di salire! … e se quei due pazzi non avessero inventato questo ingegnoso sistema, probabilmente (viste le difficoltà) nessuno sarebbe mai salito su di qui! Insomma, tra un cuneo, un’imprecazione, un altro cuneo, un lancio di cordino su spuntone e la successiva staffata, ga supera sto diedro strapiombante in due versi (!) e arriva in sosta. Sul tiro dopo lore prova l’ebrezza di un tallonaggio su cuneo per uscire da un tratto di VI+ obbligatorio e fastidioso e riuscire a passare una protezione, termine che forse, in questo caso, andrebbe virgolettato. Poi ancora in libera fino alla sosta, meravigliosamente incastrata in posizione tale da non poter girare la testa. Mah! Con lo zainone, intanto, il VI+ diventa VIII-, e ga, al suo turno con lo zaino, ha di che ridire sulla gita nel suo complesso. Quando finalmente se ne libera, comincia a giochicchiare con i cunei: 8 per la precisione, per passare questo enorme tetto strapiombante dove il grande Patrick era passato in libera (7a+…). Ga ci pensa un po’, e non capisce né come abbia fatto lui a salirlo in libera, né come abbiano fatti quegli altri cinquant’anni fa, ma ravanando mica poco, alla fine giunge in sosta, e, ripensandoci, forse si è un po’ divertito! Un ultimo tiro per un diedro un po’ meno strapiombante porta lore al sole della cima, a 30 metri dalla croce di vetta. E’ fatta, è presto, c’è tutto il tempo per scendere dall’altro versante prima del buio… non è il caso di correre. E’ tempo di ripensare alla via, e godersi il (meritato) momento nel caldo sole della cima… un’altra grande avventura è finita nel libro dei ricordi!
Data: 12 settembre 2010

Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
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Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
L’avversione di ga per i giochini “old-style”, tipo palla prigioniera, bim-bum-bam, la pagliuzza e quant’altro inizia a venir fuori. Al momento di affrontare il famigerato “tiro-thriller” (… e questo lo è davvero: altro che il tiro affrontato tre settimane dopo, al confronto quello è una pacchia!!!), si decide di giocarsela al gioco delle tre pagliuzze. Però, ga non ricorda bene le regole, così, DOPO aver estratto ognuno la sua pagliuzza, gli dicono che vince (cioè parte) quello con la pagliuzza “media”. Che sarebbe niente. Se non che ga, colto alla sprovvista, ci crede! … e dopo 3 minuti si ritrova su muri di erba dritti. Si ricorda che la regola dice ben altro, ma se lo ricorda ormai avvinghiato a due ciuffi d’erba strapiombanti, ed ormai è tardi per recriminare. Maledizione! Che ravanata! … ma, non avendone a basta, decidiamo di fare altri 5-6 tiri sullo zoccolo… certo, l’intuito non ci manca. Troviamo subito modo di salire per muretti rocciosi niente male, ignorando totalmente che, non più di 100 metri a destra, si sale per un costone alberato di una facilità quasi disarmante. Meno male che stavolta abbiamo con noi come “superospite” della puntata il mitico sav, che in dolomiti ha fatto l’infinito mondo, e vuoi dire che, alla prima volta in san lucano, si trovi disorientato?! Infatti al posto che traversare (lungamente) a destra, traversiamo (un po’ meno lungamente) a destra, e poi dritto su per rumeghi e rocce. Insomma che all’attacco della finanzieri, abbiamo già fatto una via… e perso 7 ore e mezza! “E’ tutto allenamento!”, si dice in questi casi. Chissà come mai non c’è una volta che non ci si allena… ?! Alla buon’ora delle 3 attacchiamo la via, in 3 tiri e 160 metri si mette UNA protezione (ottimo cordino su pianticella di 2 cm di diametro). Per fortuna tocca al bergamasco di turno ricominciare a metter su roba, e anzi, arrivato al tiro di A2, vorrebbe che ce ne fosse di più da mettere, ma alla fine si accontenta e lascia un po’ di emozioni anche agli altri due, facendosi rimanere in mano il chiodo che protegge il traverso. Sguardi inorriditi dei soci. Nel frattempo cala il sipario su questa giornata, e l’agognata “nicchia” di cui parla la relazione si rivela essere una cengetta profonda 30 cm e larga un metro o giù di lì. Sarà un’altra (l’ennesima!) notte d’inferno, per la felicità di sav che, normalmente, i bivacchi fa di tutto per evitarli. Ga ed ettore, ormai al terzo (improponibile) bivacco dell’anno, sono assuefatti, cominciano a non capire perché di solito si dorma su un materasso. Il giorno dopo è una normale salita lucanica, si continua a salire, ma non si raggiunge mai la meta. Si arriva alla famigerata placca di VI/A2, bella, sembra di essere in marmolada! … e dura, sembra di essere… in marmolada! e poi è una lunga corsa sotto il sole ormai fin troppo caldo, passando per una piccola variante che regala però grandi emozioni (… ), fino all’ultimo, infinito traverso a sinistra per uscire al colletto del Pizet… giuntici (… ?), la soddisfazione è grande, per una via bellissima in grande compagnia… un grazie soprattutto a saverio per averci accompagnato in quest’avventura, ed anche… per averci “salvato” in discesa, quando, persa la traccia in mezzo alla neve alta, si è inventato un mega traverso ritrovando il sentiero… io ed ettore saremmo finiti, penso, a cencenighe… e il giorno dopo, mi sa!
Data: 2-3 aprile 2011

(continua)

ga e lore
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Tra roccia e autostop

Tra roccia e autostop
(dal mio diario, fine estate 1963)

27 agosto 1963. Mia nonna parte e la mamma l’accompagna fino a Bolzano. Rimango da solo a Zester di Soraga di Fassa, così verso le 12.30 mi piazzo all’uscita del paese su un paracarro bianco e nero e faccio autostop.

Dopo una media attesa, due rover di Mantova mi prendono sulla loro Fiat 500. A Pozza però devo scendere. Ma qui mi prendono due giovani tedeschi che mi portano direttamente all’albergo Maria Flora del Passo Sella.

La via dei Camini alla Prima Torre di Sella
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Mi dirigo immediatamente alle Torri. Salgo sulla Locomotiva, uno scoglio ai piedi delle Torri del Sella, poi prendo un sentierino. Oltrepassata una specie di galleria di roccia, seguendo la via normale della Prima Torre, mi ritrovo alla base di quella che credo essere la via dei Camini. Senza essere del tutto convinto di aver trovato l’itinerario giusto, mi ritrovo all’intaglio tra la Prima e la Seconda Torre, così salgo sulla Prima per la traccia. Tornando indietro vedo altra linea di camini salire alla Seconda Torre. Arrivo su una cresta e dopo un bel po’ di cavalcata sono in cima anche alla Seconda. Seguo ora la via normale di salita, una specie di sentierino intervallato da pezzi rocciosi, persuadendomi che di certo non ho fatto la via dei Camini. Arrivato alla base chiedo a due tizi se sanno dov’è la via che cerco: e quelli me la indicano con sicurezza.

Parto in tromba e vado all’attacco. Ma subito c’è un camino che non riesco a fare. Tento e ritento ma senza successo. Ho paura. Scendo e trovo modo di aggirarlo, sì da raggiungerne in breve la sommità. Per altri facili caminetti arrivo ben presto a quello spiraglio formato dalla massa rocciosa della torre e da un pilastro staccato.

Sopra di me c’è una cordata, per poco un sasso non mi becca in testa. Guardando lo spiraglio non capisco per dove occorra passare, in effetti ci sono tanti camini, e mi sembrano tutti difficili. Così vado ad aggirare il pilastro a sinistra. Poco prima avevo visto la corda tesa tra la sommità del pilastro e la montagna: “vuol dire che sono passati dal pilastro”, mi dico. E così m’avvio. Vedo un camino, inclinato, che risalgo interamente. E’ abbastanza esposto, ma mi permette di arrivare in cima al pilastro. Ora finalmente riesco ad avere una visuale più larga. Mi avvicino al punto in cui dovrei saltare dall’altra parte. Sarà un metro e ottanta. Dopo un po’ mi decido e salto, con un vuoto sotto di me stomachevole. Una volta dall’altra parte, faccio presto ad arrivare sulla selletta tra la Prima e la Seconda Torre.

Qui c’è gente. C’è un ragazzo che faceva parte della cordata che mi precedeva: questo si è fermato perché aveva freddo. Intanto una guida di Santa Cristina e un altro ragazzo stanno andando alla via Gluck, dove sta già salendo un’altra cordata.

Ci sono quei due cui avevo chiesto informazioni sulla via dei Camini. Hanno un soprassalto: come posso essere lì se prima ero laggiù? Gli dico di essere salito per la via dei Camini e loro ci rimangono di stucco, perché credevano che io volessi solo guardarla. Detto questo li saluto e comincio a scendere.

Arrivato in fondo, non essendo soddisfatto, vado ancora all’attacco della via, e questa volta, rinfrancato, riesco a salire direttamente il primo camino che avevo aggirato. Sceso per la variante di prima, torno definitivamente al Passo Sella. Da lì, grazie a una fortunata serie di trasporti, arrivo a Soraga verso le 18.30. Saprò solo in seguito, leggendo la guida, di aver seguito una variante nei pressi della sommità del pilastro.

Il primo camino della via dei Camini alla Prima Torre di Sella in una foto recente
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Eccitato dalla bella esperienza autostoppistica, due giorni dopo eccomi ancora in strada. Un tizio mi porta fino a Canazei. Lì devo aspettare parecchio, nessuno mi prende. Fino a che ripassa lo stesso tale di prima e mi riprende ancora. Ormai il ghiaccio è rotto, così mi dice che vuole salire la via ferrata delle Mésules. Io, che non ho progetti precisi, gli dico che l’avevo già fatta l’anno precedente e che sarei contento di andare con lui.

Giunti al Passo Sella, stupidamente lascio la cartina nella sua auto. Ci facciamo tutta la via ferrata nella nebbia, ma alla fine siamo in vetta al Piz Selva.

Quel tale m’insegna a non riporre nello zaino il contenitore del succo di frutta vuoto. Quando sembra che non ce ne sia più, in realtà se si ha pazienza si può ancora bere un mezzo sorso…

Scendiamo ora per i ghiaioni e finiamo in una specie di stretta valletta che ci porta in val Lasties. Sono già le 16.50. Mentre quello si riposa, io scalo due o tre massi nei dintorni. Poi ripartiamo, puntando a Pian Schiavaneis. Il tempo intanto corre.

Quello non mi può portare a Canazei perché diretto a Santa Cristina in val Gardena. Ma c’è la questione della cartina lasciata in macchina, così anch’io salgo a piedi con lui verso Passo Sella. Alle 18.30 siamo ancora sui tornanti sotto al Piz Ciavazes, e saliamo, saliamo.

Penso che ormai nessuno mi prenderà più in macchina, data l’ora e il buio incipiente. Alle 19 siamo all’auto, mi riprendo la cartina e riparto. Me la faccio a piedi fin quasi a Pian Schiavaneis. E’ buio, e sto pensando che dovrò farmi la bellezza di 23 km a piedi… Mi lascio prendere dalla concitazione, corro e corro giù per il bosco, inciampando ogni tanto nel buio pesto (allora non c’era l’ora legale, NdR). A un tornante sento arrivare una macchina, faccio segno e ho fortuna. Mi portano a Canazei, ringrazio e mi avvio. Spero di tutto cuore di avere ancora fortuna, altrimenti sono 15 i km che devo fare. Quindici km li faccio in due ore e mezza, senza ammazzarmi nella corsa. Sono quasi le 19.30. Dunque arriverò a casa alle 22. Chissà mia madre! Sola in casa! Chissà cosa sta pensando…

Ma ancora una volta sono fortunato, con un passaggio diretto riesco a entrare in casa poco dopo le 20.00.

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Oggi, 31 agosto 1963, voglio salire la cresta sud del Catinaccio, un itinerario che la guida del Tanesini dà di III grado (o di II+ per una variante). Si tratta della via aperta il 31 luglio 1887 da Johann Santner e Gottfried Merzbacher (itinerario 299 IIa).

Come al solito sono da solo e senza corda. Ma ho con me un chiodo e dei cordini. Dal Passo di Costalunga salgo in seggiovia al rifugio Paolina e da lì al rifugio Fronza alle Coronelle. Salgo il ripido canalone per il passo Santner, poi lascio il sentiero e salgo direttamente alla Forcella Sud del Catinaccio (I+). Comincio a salire per dove dice la guida e, dopo pochi metri, non capisco dove dovrei attraversare a destra. Provo a casaccio, non trovo camini alti 15 metri, insomma comincio a intendere che o le guide non sempre hanno buone descrizioni oppure io non sono capace di capire cosa dicono.

Sopra di me incombe una grande parete rocciosa e non so che cosa fare. Infine salgo ancora e poi, girando un po’ verso destra, trovo una via d’uscita (che però non è il camino da me cercato). Comunque mi trovo in cresta e ciò è bene.

A salire una specie di fessura ho avuto difficoltà: se per caso dovessi scendere per di qua, non so come potrebbe andare a finire. Faccio un ometto di sassi per ricordarmi dove devo scendere, poi continuo a salire. Le difficoltà si susseguono: sotto di me, a destra e sinistra, c’è il vuoto, finché dopo un po’ non arrivo sotto a un blocco.

Questo è certo il punto più difficile, da come si esprime la guida. Tutto ora corrisponde: la roccia gialla, l’esposizione.

Tento, trovo un chiodo, mi ci attacco. Potrei benissimo salire, ma mi sorge il dubbio, chissà perché, d’essere fuori strada. Infatti la relazione dice che un po’ sotto a questa paretina ci deve essere un passaggio a sinistra che permette di evitare questa difficoltà. Ma io a sinistra vedo solo un burrone sterminato…

E’ chiaro che o sono fuori strada o la parete non è ancora quella. Se infatti il passo chiave fosse dopo? E se non mi riuscisse di salire? Come farei a riscendere questo passaggio?

In un attimo decido di tornare. Passo passo, con prudenza, arrivo all’ometto da me costruito. Da qui, con una lentezza ossessiva, ebbro di vertigine e di vuoto ma sempre padrone delle mie azioni, arrivo in fondo. Ci avrò messo venti minuti per scendere dieci metri. La giornata prosegue senza storia, scendo al rifugio Coronelle e da lì direttamente alla provinciale del Passo Nigra. A piedi fino al Passo di Costalunga e da lì in corriera fino a casa. Non sono deluso, penso solo alla rivincita.

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Tornato a Genova, il 4 settembre 1963 parto con Marco Ghiglione da piazza De Ferrari approfittando della linea di corriere Lazzi. Arriviamo a Vesima, tra Genova-Voltri e Arenzano. Lì Marco conosce tutti, è il suo luogo di vacanza estiva, con una cabina permanente, come fosse a casa sua. Poco lontano, a qualche centinaio di metri, è lo scoglio dell’Agugia, un ardito pinnacolo emergente dalla scogliera per una decina di metri. Siamo qui per salirlo.

L’Agugia di Vesima prima del 1969
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Già dal 1860 esiste una statua della Madonna poggiata in cima allo scoglio di Vesima: sicuramente sistemata grazie a una scala. Pare che lo scoglio della Madonna dell’Agugia indicasse nei periodi invernali il punto di riferimento per le cae dei gianchetti o per posizionare le reti da posta per catturare le seppie.
Nel corso degli anni più volte la statua andò distrutta e più volte venne ricostruita. L’ultima volta risale al 15 aprile 1951.

(La statua rimase lì fino al 24 novembre 1969, quando nel corso di una violenta mareggiata, fu abbattuta assieme alla parte significativa dello scoglio, fino a essere poi ricollocata solo nel 2006, ma ovviamente non più sull’acuminata guglia (crollata), bensì negli immediati paraggi, NdR)

Il tempo è brutto e minaccia forte. Legato alla corda, Marco mediante una cengia ascensionale sale un buon tratto. Da lì io l’assicuro con un chiodo mentre lui sale in vetta. Ora piove, e forte anche.

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Scendiamo precipitosamente, cerco di togliere il chiodo, non ci riesco. Mettiamo in salvo gli abiti che avevamo lasciato lì sugli scogli, ma troppo tardi. Ormai sono bagnati, anche se non fradici. Ci rifugiamo sotto uno scoglio. Quando smette un poco, visto che intanto sono bagnato, salgo ancora sotto la pioggia per togliere il chiodo. Ma non ci riesco e per non infradiciarmi totalmente scendo.

Aspettiamo ancora, ma non smette di piovere. Per fortuna ho un maglione asciutto, lo avevo lasciato nello zaino. Decidiamo di andare allo stabilimento balneare, altrimenti ci becchiamo una polmonite, visto il freddo che fa.

In un piccolo istante in cui piove meno partiamo precipitosamente, a torso nudo. Abbiamo messo gli abiti negli zaini, così magari non s’infradiciano.

Dopo una corsa affannosa, carichi di ferraglia e annaffiati dagli schizzi laterali delle auto sull’Aurelia, entriamo nello stabilimento.

Lì per fortuna un amico di Marco mi dà una maglietta e una canotta asciutte. Marco resta lì a dormire e io prendo il primo Lazzi che passa. L’ingorgo di questa sera è più intricato del solito, così arrivo a casa solo alle 20.35! Ne ho raccontate di frottole per giustificare i miei vestiti fradici! Mi avranno creduto? Meglio non parlarne.

Resti del vecchio scoglio e nuova collocazione della Statua alla Madonna di Vesima
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