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Parlare di quel qualcosa di sacro

Questa volta ci casco in pieno… ho riflettuto molto se postare questi pensieri dell’amico Giorgio Robino. Nientemeno che un paragone tra il percorso intellettuale di Reinhold Messner e… il mio!
Mi sono un po’ costretto, come succede ogni volta che qualcuno ti fa riflettere su cose che non hai mai voluto prendere in considerazione. Soprattutto non mi va che qualcuno mi faccia “vincere” un confronto.

Parlare di quel qualcosa di sacro
di Giorgio Robino

Che relazione c’è tra le due persone, RM e AG, e tra i due percorsi? Ci sono molti punti in comune!
Ad esempio entrambi hanno fatto un percorso di vita (alpinistica) che io vedo simile, e mi riferisco allo sfuggente “limite” di cui entrambi parlano spesso.
Ad esempio entrambi decidono un’operazione di comunicazione “semplificata”, anche se con mezzi mediatici ben diversi.

Giorgio Robino sulla cascata Ciucchinel in val Varaita: Foto: Pietro Godani
ParlareQualcosaSacro-GiorgioRobino-foto Pietro Godano

Reinhold Messner, abbiamo visto finora, utilizza i musei, mentre Alessandro Gogna utilizza un sito internet, il Gogna Blog. Entrambi fanno un’operazione culturale che consiste nella necessità umana della contemplazione del mistero.

Messner lo fa utilizzando i musei, uno strumento culturale novecentesco. Malgrado la recente pretesa museale di “multimedialità interattiva” (concetto generale di moda nei musei “moderni”) magari coadiuvata dai computer e da paventata realtà aumentata, i musei sono uno strumento comunicativo “antico”, statico (con programma predefinito da un regista), didascalico e soprattutto mono-direzionale: l’informazione è a senso unico verso un generico pubblico impersonale!

Messner ha evidentemente una cultura radicata nel secolo scorso. Se ho ben capito, non ha dimestichezza con i computer, per esempio, quindi credo che nemmeno conosca i mezzi relazionali che oggi permette internet (che ovviamente non sono solo la comunicazione esibizionistica di whatsapp e facebook!). Lui appartiene a una borghesia novecentesca che, sebbene ne abbia preso le distanze per quanto potesse per tutta la sua vita (gliene do grande merito, sia chiaro!), è la radice della sua cultura. E il museo, dopo i libri, gli appare come una novità comunicativa, quasi sua invenzione, ma ahimé invece è uno strumento obsoleto, il museo.

Gogna d’altro canto, su tematiche in parte comuni, fa qualcosa di simile, ma utilizzando uno strumento comunicativo “moderno”, bidirezionale, interattivo, che il blog su internet appunto permette, con i commenti e l’interazione tra autore e lettori, che possono diventare a loro volta autori, come forse è per me che scrivo questo testo.

Gogna fa una azione di provocazione culturale ad ampio spettro, sporcandosi forse più le mani nell’occuparsi di moltissimi punti nevralgici del vivere sociale e la montagna: batte molto sugli aspetti di tutela ambientale, sulla necessità di un alpinismo “by fear means” (anche lui), si arrabbia sull’abbrutimento del Club Alpino e delle Guide Alpine, e poi soprattutto ci parla del concetto di libertà e di limite (anche lui) e ogni tanto ci accenna a quello che c’è al di là del limite.

Personalmente, da informatico, e per via della mia generazione di appartenenza forse, apprezzo maggiormente il percorso di Gogna. Semplicemente il blog mi sembra uno strumento comunicativo più raffinato e intelligente del museo, perché permette di far comunicare gli individui velocemente, direttamente e alla pari. Quindi si tratta di un mezzo di crescita culturale tra singoli “individui”. Più interessante perché l’energia cerebrale viene distribuita e circola forse un po’ tra i partecipanti. Non più pubblico, ma individui interagenti!

Con scherzosa metafora alpinistica, direi che Gogna raggiunge lo scopo culturale in “stile alpino”, con il minimo dispendio energetico, un approccio individualistico, minimale. Mentre Messner utilizza la tecnica dell’“assedio della montagna” con i campi base che sono i musei. Grande potenza di mezzi economici e costose energie collaborative, compromessi sociali forse, quindi meno libertà, comunicazione interiore poco efficace, forse.

Infine, a prescindere dalla mia preferenza sulla “tecnica” usata da uno e dall’altro, concludo che Reinhold Messner e Alessandro Gogna ci dicono cose simili, parlandoci entrambi, tra le righe, di quel “qualcosa” di sacro, pur facendolo con mezzi comunicativi diversi.

Giorgio Robino

Reinhold Messner al campo 2 del Lhotse, 1975
Lhotse (Nepal), parete sud, 1975 sped. naz. CAI, R. Messner al campo 2

 

Considerazioni del sottoscritto
E’ vero, ho sempre visto i musei come qualcosa di estraneo a me. E’ famosa la battuta che faccio da una vita ogni volta che c’è anche la lontana possibilità (per il brutto tempo, in genere) che vada a visitare un museo: “Ai musei bisogna andare quando hai almeno ottant’anni!”.

Devo dire però che i pochi musei che mi hanno visto entrare in realtà comunque hanno suscitato in me qualcosa di notevole: o noia mortale o interesse estremo e inatteso, senza mezze misure.

D’altra parte è vero che non si vede dove potrebbero essere custodite altrimenti le super-assicurate opere d’arte o le meno considerate (ma secondo me ugualmente importanti) testimonianze di una qualche cultura. Dunque, il museo è meglio che una polverosa soffitta, o una cantina umida. Ed è anche meglio di un salotto privato di un qualunque riccone. Forse solo una chiesa, per la sacralità di cui è intrisa, può sostituire degnamente un museo. E’ mia convinzione che arte e cultura non possano essere a disposizione di pochi eletti, ma devono il più possibile essere esposte al pubblico.

Per quanto riguarda gli MMM, ho visitato solo Castel Firmiano. Credo però che la montagna e la cultura espresse dagli uomini che la frequentano o la vivono meritino l’opportunità di essere messe in mostra. Il sacro ha bisogno delle sue chiese (anche se non sempre).

L’idea di Messner va oltre l’arte, è il tentativo di dare dignità a una grossa fetta di mondo. Lui segue la sua visione.

Nel momento in cui realizzo di non essermi mai sognato un progetto così grandioso sono sicuro anche di essere contento che qualcuno l’abbia fatto. Non giudico i musei obsoleti solo perché non mi piacciono tanto. So che devono esserci. Non mi sento meno “novecentesco” di lui solo perché uso di più il computer. E quanto a borghesia, sono nato in città, dunque sono (o ero) più borghese di lui, nato a St. Magdalena di Funes.

Chi ha concepito il Colosseo o il Partenone non era certo meno bravo di Zaha Hadid che ha disegnato l’MMM Corones. Il problema è che i romani e gli ateniesi non avevano alcun motivo per contestare un’opera d’arte o criticarne la “location”: oggi invece l’arte vive giorni molto più difficili, deve farsi largo in mezzo a una marea d’ignoranza e di venalità spalleggiate da rigurgiti di mania colonizzatrice. Quindi, quanto a “sporcarsi le mani”, mi pare che Reinhold e io siamo sullo stesso piano.

Nella ricerca del proprio destino passano improvvisamente dei treni. Chi è più attento sente il fischio della locomotiva assai prima di altri. Non si può prenotare on line, occorre essere nel posto giusto al momento giusto. Funziona che, se il treno è “quello giusto”, bisogna salire in carrozza: e non importa se il tuo amico deve prendere un altro treno, magari un convoglio che va in direzione contraria.

Considerare sempre che, quando si è sullo stesso treno, non si arriva primi (non si “vince”) solo perché si è nella prima carrozza dopo l’elettromotrice.
Considerare sempre che, se si è su treni diversi, ogni “vittoria” è priva di significato.

Massimo rispetto. Massima libertà. Massima fiducia nelle idee degli altri e delle mie (quando ci sono). Riconoscere ciò che è sacro. Possibilità di critica costruttiva.

Alessandro Gogna

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Il Capo (the Chief)

Il Capo (the Chief)

Che rapporto ha l’arte con l’etica? E’ un fatto che ci sono brutture in senso lato che possono essere nobilitate dall’arte?

Abbiamo scelto di parlare de Il Capo, un film “corto” di Yuri Ancarani, “vecchio” ormai di cinque anni.

Franco Barattini, il Capo
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Le cave di marmo sono luoghi così incredibili e violenti che quasi ti sembra di essere a teatro o sul set” commenta Yuri Ancarani, il regista di Ravenna (nato nel 1972) che ha girato un “corto” di 15’ sul “Capo” di una cava di Monte Bétogli (Carrara).

 

L’idea del documentario nasce dall’osservazione del lavoro dei cavatori e al loro straordinario modo di comunicare, un linguaggio non convenzionale fatto di gesti e di segni, un codice cui il capocava ricorre per superare l’assordante rumore di fondo. Mentre uomini e macchine scavano la montagna, il Capo controlla, coordina e conduce cavatori e mezzi pesanti utilizzando un linguaggio fatto di soli gesti e di segni. Dirigendo la sua orchestra pericolosa e sublime, affacciata sugli strapiombi e le vette delle Apuane, il Capo agisce in un rumore assoluto, che si fa paradossale silenzio.

“In molti documentari esistenti sulle cave di marmo – dice il regista – i cavatori vengono mostrati come archetipi neorealisti, uomini duri fatti di sudore e imprecazioni. Io invece ammiro la loro intelligenza pratica, è una forma di eleganza che ha molto da insegnarci, e che il mio Capo cavatore possiede: è un uomo che ha stile, nei gesti, nei modi. In un ambiente così duro e pericoloso, ho voluto mostrare un aspetto di delicatezza”.

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L’ufficio stampa aggiunge:Il lavoro è realizzato nell’insolita e affascinante cornice delle Alpi Apuane, tra il bianco accecante delle cave e gli impervi crepacci, un polveroso paesaggio lunare quasi impraticabile. Luoghi inaccessibili, tali da rendere ancora più eroica la continua sfida con la montagna”.

E’ evidente che Ancarani sia stato rapito dall’extraterrestre ambiente che circonda le cave. Ci ha passato quasi un anno a girare: “Ero così preso dal Capo (Franco Barattini) e da come questi potesse far muovere blocchi di marmo giganteschi con gesti così leggeri e precisi”.

Le recensioni
Bruno Carmelo definisce Il Capoun lavoro monumentale, esteticamente e geograficamente parlando”.

Su Indie-eye.it Michele Faggi lo giudica “un sorprendente corto sospeso nel tempo e per certi versi molto vicino all’essenza dei documentari industriali realizzati da Ermanno Olmi“.

2010, 67° Festival del Cinema di Venezia: il regista Yuri Ancarani (a sinistra) e il sindaco di Carrara Angelo Zubbani
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True/False Film Festival, Columbia, è affascinato dalla regalità dei monoliti, così giudica che non si vedeva un capolavoro così dai tempi di 2001 Odissea nello Spazio, dove convergono all’arte elementi della natura, uomo e macchine.
Victoria Large, su Notcoming: “Il film termina con ampie visuali delle montagne che circondano la rumorosa cava, forse la testimonianza dell’energia di quel lavoro, forse espressione di sbalordimento di fronte a tutto ciò che non possiamo spostare”.

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“Il regista sa trovare e riprendere la grazia e l’armonia di questo universo maschio, meccanizzato e violento” scrive Frabrice Marquat su Bref Magazine. E continua: “Ancarani lavora la sua materia cinematografica allo stesso modo brutale in cui il marmo è staccato dalla montagna: senza alcuna infioritura. Né musica, né movimenti di telecamera vanno a disturbare i sapienti piani fissi entro i quali si svolge la sinfonia meccanica”.

Il Capo e la sua cava
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E’ vero. Il Capo, abbronzato, a torso nudo e in short, è senza saperlo un direttore d’orchestra inaspettato. Il suo fisico esprime tutta la durezza del lavoro manuale (viso segnato, sguardo truce e concentrato), nonché i suoi pericoli. Un primo piano su una sua mano ci rivela infatti l’assenza di due dita, di certo un incidente di lavoro.

Poi, il tocco artistico. Il crocefisso sul torace del Capo riesce, nel silenzio, a portarlo in una dimensione eroica: sembra “aver ricevuto un dono di Dio e, dall’alto della sua montagna, gli si avvicina toccando il cielo con le sue dita mutilate (Fabrice Marquat)”.

Osservazioni
Il film è senza dubbio artistico e riesce di certo a nobilitare, santificare quasi, il duro lavoro del cavatore. L’arte è bella perché è libera, fa quello che vuole. Noi siamo invece prigionieri di un’altra arte, quella della natura, di cui vediamo fare scempio quotidiano proprio e principalmente sulle cave delle Alpi Apuane. Eppure, anche il più fanatico ambientalista, non può rimanere indifferente a questo film. Ma il motivo è semplice: il film non ci racconta cosa sta dietro, il marmo svenduto, la pietra ridotta a carbonato di calcio, i laboratori del marmo che chiudono perché ormai lavorato altrove. Non ci fa vedere, il film, la montagna disgregata, esplosa, cancellata dalla geografia. Non ci mostra la massa di detriti che invade i valloni, pronta a farsi trascinare dalla prima piena per investire gli abitati. Non ci informa dell’inquinamento da marmettola, del nuovo mercato del marmo in polvere. Non ci fa vedere le bassezze delle amministrazioni. E soprattutto ci vuole illudere sul fatto che un certo tipo di uomo, di cui certamente l’ottimo Franco Barattini è splendido esemplare, e un certo tipo di vita siano a contatto con l’eternità. L’unica eternità che hanno per pochi secondi è quella che rubano alle montagne, per i pochi secondi in cui i blocchi cadono o si polverizzano. Per il resto questi tipi sono condannati, e lo sappiamo tutti, anche il regista.

Il Capo
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Il film, come del resto la sua critica, insiste su alcune parole chiave. Continua sfida con la montagna, sbalordimento di fronte a ciò che non possiamo spostare, come se l’uomo dovesse per sempre continuare ad aggredire la natura e dovesse farlo usando macchine sempre più Gozilla al suo servizio, come se fossimo condannati a mostrare a Dio quotidianamente la nostra miseria di eroi silenziosi e mutilati.

Suggerisco ad Ancarani di fare altri film, ne ha certamente le capacità e le doti. Probabilmente riuscirebbe a farci commuovere anche sulle vicende di un bravo torturatore di Guantanamo, di un macellaio metropolitano di Shangai o di un fanatico terrorista e boia dell’Isis: tutti professionisti che possono fare il loro lavoro in silenzio religioso e con la croce al petto (o simboli similari).

Per parafrasare Marquat, abbiamo bisogno anche di un universo femminile, naturale e pacifico.

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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I sogni del FAI

I sogni del FAI
(I tre grandi sogni del FAI per la Valle d’Aosta)

Secondo il giornalista Daniel Quey è “forte” il messaggio lanciato lunedì 10 agosto 2015 dal vicepresidente esecutivo del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) Marco Magnifico, ospite al Jardin de l’Ange di Courmayeur della delegata aostana Glorianda Cipolla, con la moderazione della giornalista Chiara Beria d’Argentine.

Secondo Magnifico, la ricetta per evitare che la montagna valdostana diventi “divertimentificio” passa attraverso tre grandi sogni del FAI per la Valle d’Aosta.
Elenchiamo qui di seguito i tre sogni, “per contribuire a trasformare la montagna in un luogo di cultura e di spiritualità”: creare una rete di sentieri pianeggianti, recuperare un alpeggio e realizzare un’opera d’arte al Colle del Gigante.

Da sinistra, la giornalista Chiara Beria d’Argentine, la delegata FAI di Aosta Glorianda Cipolla e il vicepresidente esecutivo del FAI Marco Magnifico, Courmayeur 10 agosto 2015
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«Il primo sogno è il più semplice da realizzare – spiega il Vicepresidente del FAI che si ritiene un habitué del luogo in quanto fin da bambino vi trascorreva le vacanze – dotare finalmente Courmayeur di una rete di sentieri quasi pianeggianti che siano percorribili agevolmente anche per chi non si arrampica più sulle montagne, in particolare per le persone anziane. I sentieri sono tanti ma sempre in salita. Io oggi ho ospiti in casa i miei genitori, che hanno 90 e 86 anni. Che passeggiate ci sono per loro? Ci sarebbe il sentiero da Pra Sec a Lavachey. Ma chi sta in vacanza due settimane percorre quello tutti i giorni? Oppure ci si riduce a camminare sull’asfalto, un’opzione che per una località come Courmayeur è semplicemente atroce. L’idea, quindi, è quella di creare un grande anello pianeggiante, in Val Ferret o in Val Veny.
Da parte mia non sono mancate in passato le critiche all’operato del Comune quando ho ritenuto che abbiano fatto scelte sbagliale, come nel caso dell’abbattimento di Casa Guedoz nella piazza della chiesa ma questo non significa che non ci sia la massima disponibilità alla collaborazione. Noi non vogliamo limitarci a mettere le idee. Abbiamo intenzione di lanciare un appello e magari una raccolta firme nell’ambito della campagna dei Luoghi del Cuore 2016. Se si mettessero insieme diecimila o ventimila firme, Intesa San Paolo potrebbe investire trenta o quarantamila euro. Al tempo stesso è necessario che Courmayeur si attivi assieme a noi. Noi siamo nati per lavorare insieme».

«Il secondo sogno è più impegnativo e consiste nel ricevere in concessione o in donazione un alpeggio di alta montagna in Valle d’Aosta per poterlo ristrutturare, rimettervi le vacche e farlo diventare il fulcro di un progetto didattico, dove tutti – e in particolare le giovani generazioni – possano arrivare in un’oretta di cammino e scoprire con quale miracolo il latte diventa fontina, assistendo alle varie fasi di trasformazione. Un progetto simile lo stiamo realizzando nelle Alpi Orobie, in Valtellina. Qui in Valle d’Aosta i luoghi adatti non mancano. Penso alle splendide baite risalendo il vallone del Malatrà ma anche a quelle sopra Planaval, nella Valgrisenche».

Come già anticipato, l’ultimo progetto è la creazione di una grande e simbolica opera d’arte al Colle del Gigante, a pochi passi dalla nuovissima funivia SkyWay. «Michelangelo Pistoletto, forse il più grande artista italiano vivente, ha dato la sua disponibilità a realizzare il progetto di un enorme segno di Land Art in quota. Il simbolo dei tre cerchi: due più piccoli – che rappresentano il paradiso naturale e quello artificiale – e uno più grande centrale, il terzo paradiso, metafora della convivenza tra natura e tecnologia. Un’opera potentissima, che sorgerebbe proprio tra due “paradisi”: quello naturale del Monte Bianco e quello artificiale dello SkyWay, quest’ultima una realizzazione magnifica ma che non deve stravolgere la sacralità della montagna (il neretto è nostro, NdR)».

Essendo al confine servirà collaborazione tra le amministrazioni di Courmayeur e Chamonix: «La posa dell’installazione potrebbe essere effettuata insieme dalle guide alpine dei due paesi… sarebbe un’opera unica al mondo realizzata a quella quota, un invito a una presa di responsabilità dell’uomo di fronte alla natura e al creato, uno straordinario suggerimento di riflessione spirituale».

Colle del Gigante, desacralizzato, mondanizzato, circondato e arreso
Monte Bianco, in ciaspole dal Colle del Gigante al Col de Toula, 17 aprile 2012, ritorno. Verso il Dente del Gigante e le Aiguilles Marbrées

Considerazioni
Per quanto riguarda i primi due sogni nulla da eccepire, purché:
– per i sentieri, senza creare nulla e solo quindi recuperando l’esistente, ci si attenga a criteri di adattamento e di segnaletica conformi con la non invasività;
– per l’alpeggio, se ne scelga uno davvero significativo e con una strada di accesso vietata al pubblico.

Per quanto concerne invece il terzo progetto, esprimiamo qui la ferma convinzione che, per l’Ambiente, sia molto meglio che il FAI non si occupi di montagna. Quanto meno, meglio che non se ne occupi il sig. Magnifico, che con il più noto e storico Lorenzo ha in comune solo il nome: se la sua capacità di essere visionario è quella di sognare un altro qualunque manufatto più o meno artistico al Colle del Gigante, meglio che le sue eventuali doti di fundraiser siano al più presto dirottate verso altri progetti più consoni alla sua formazione e ai suoi ambiti.

Dire che la SkyWay “non deve stravolgere la sacralità della montagna” senza neppure sospettare di dire una sciocchezza, in quanto la sacralità al Colle del Gigante è scomparsa da tempo e ancor più con la costruzione della nuova funivia, significa essere pericolosi.

Credo fermamente che il Colle del Gigante dobbiamo tenercelo come è: desacralizzato, mondanizzato, circondato e arreso… ma ancora lì nella sua essenza di neve e di ghiaccio, lungi dai paroloni usati da buona parte degli artisti e dei commercianti per mitigare la totale e salutare immobilità di sentimenti altrui al cospetto delle loro opere, create dai primi, vendute dai secondi.

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Marco Magnifico dal 2010 ha assunto la carica di Vice Presidente Esecutivo del FAI ed è responsabile delle relazioni culturali con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Enti, Associazioni private e pubbliche italiane e straniere, dei restauri e della conservazione degli oggetti mobili e delle collezioni di proprietà della Fondazione, dell’attività editoriale, delle istruttorie per le proposte di acquisizione rivolte alla Fondazione e della comunicazione istituzionale.

 

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Arte e Alpinismo 2

Arte e Alpinismo Parte 2
Conversazione con Michele Fanni, Milano, lunedì 24 novembre 2014
continuazione da http://www.alessandrogogna.com/2015/04/29/arte-e-alpinismo-1/

Quanto un alpinista viene informato da ciò che lo circonda e quanto è lui stesso ad informare il reale?
Beh, a questa domanda ti posso rispondere facilmente dicendoti che ognuno ha il suo modo… di interagire. Non voglio negare che anche nel mood competitivo non ci possa essere alcuno scambio. Questo sarebbe forse eccessivo, sarebbe spingersi troppo in là nel giudizio. Però dove non c’è competizione, dove c’è soltanto il rapporto individuo – ambiente, allora lì c’è veramente la… creatività, ci sono le possibilità perché si crei qualche cosa di molto bello.

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla C.MA.28Si può sentire su una via il carattere di chi l’ha aperta, come una sorta di genius loci? Se sì, in che forma si avverte?
Sì, sì! Si può sentire! Come ci sono gli esperti d’arte, cioè quelli che esaminando un quadro ti dicono: «questo è opera di Tiziano, o se no, è uno della scuola del Tiziano». Vedono delle cose che noi umani non vediamo. Per esempio, un esperto di vini ti dice: «questo viene da un’uva che è esposta a nord, su un terreno calcareo…», ti informa di una tale quantità di caratteristiche… Esperti così ci sono, gente in grado di capire chi ha fatto cosa… Tele che magari riemergono dopo duecento anni dalle cantine, è successo anche questo: «Oh, santi numi! Ma qui siamo di fronte a un…!». Poi ci sono le prove, i tasselli mancanti. Per altri oggetti c’è il carbonio 14, una stima, il secolo almeno. C’è gente che vede la manina dell’autore, la vede, la riconosce. E allora perché non accettare che anche nelle vie tu possa riconoscere una firma, un modo di procedere… Io dico di sì. Lo vedi soprattutto nelle grandi opere d’arte di alpinismo. Certo che noi siamo facilitati, perché le vie hanno una loro storia e questa tu un po’ la sai, quindi non è proprio tutta abilità il vedere la mano del creatore. Cioè, se arrivasse uno da Marte e tu gli facessi fare dell’alpinismo, questo si appassionasse e dicesse: «Ah, questa l’ha fatta Cassin!». Allora sì che sarebbe uno bravo a riconoscere il timbro, la firma dell’autore, ma noi non siamo così. Noi comunque abbiamo studiato, abbiamo letto… La via di Hermann Buhl al Piz Ciavazes, adesso sto inventando, o la via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina, hanno sicuramente un loro imprinting. Un bellissimo articolo di Heinz Grill paragonava Guido Soldà a Hias Rebitsch, non so se l’hai letto… Se non l’hai letto devi leggerlo! Grill dice: «Questo è Soldà e questo è Rebitstch, perché a.,b., c., d….» e snocciola un sacco di differenze, anche culturali, anche legate alla tipologia di queste due persone, che sono ovviamente due individui assai differenti, che facevano cose diverse; addirittura uno italiano e l’altro tirolese. Più imprinting di così…

Gaston Rébuffat
Arte-alpinismo-2-rebuffatGaston Rébuffat sostiene che avendo vissuto prevalentemente tra la linea orizzontale del mare e la linea verticale delle pareti, il suo modo di prendere decisioni, agire, arrangiare la vita di tutti i giorni sia stato estremamente segnato da queste due direttrici di senso. Quanto l’esperienza della verticalità influenza il vivere quotidiano?
Non c’è dubbio! Insomma tu non puoi andare con lo zoppo e poi non zoppicare… almeno un po’, zoppichi anche tu… Se vai in montagna prima o poi dei risultati ci sono. Risultati su te stesso e sul mondo in cui vivi. Te li porti dietro. Che poi si parli di verticale, di strapiombante o di neve, insomma è lo stesso: è un mondo di avventura, è un mondo in cui ti muovi, sei costretto a prendere delle decisioni.

Che nesso c’è tra danza libertà? Probabilmente la danza è davvero libertà. Libertà allo stato puro. Io adesso mi occupo molto di libertà, in alpinismo e nell’arrampicata… Ma un concetto particolare di libertà. Non definizione: libertà non è fare quello che voglio. Allora, quando c’è libertà? Quando si fa quello che si vuole? Fare quello che si vuole non ti costringe ad averci pensato prima per scegliere. Libertà c’è se tu hai la possibilità di scegliere e se hai scelto: scegliere tra diverse opzioni. Io la libertà la intendo in questo senso, se no, sei un animale. L’animale non si pone dubbi e problemi, non è libero. Invece l’uomo è libero quando ha la possibilità di sbagliare, se non c’è la possibilità di sbagliare non è libero. Deve avere la possibilità di sbagliare. Nel momento in cui si mette lì e ci pensa, valuta, più o meno razionalmente, perché non c’è solo il mood razionale, anzi, c’è l’istinto, c’è tutta una serie di cose che ti permettono di valutare il modo, per esempio, di fare una cosa, se farla o non farla, cioè la libertà di andare o non andare, e se vado come vado, e se vado con quali mezzi? E con quali compagni? Quanto mi devo allenare per andare su? Cioè domande alle quali si danno delle risposte e alla fine si sceglie e si va, oppure non si va e si andrà. Questa è la libertà. Fare quello che si vuole, non vuol dire niente. Vuol dire essere un bruto che non pensa, uno che va in montagna “per divertirsi”… (risata).

La danza, e questo però è un problema che mi pongo ora, in questo momento, cioè non vi ho mai pensato in vita mia, ed è anche una domanda che faccio a te… Vedo la danza come un’espressione quasi immediata. Non è vero, so che la danza esige una preparazione, un allenamento tenaci… non è che chiunque può esprimere opere d’arte con la danza… Però ciò che la danza ti suggerisce, e magari non è così, è l’immediatezza, come se il muoversi in un certo modo sia talmente bello, sia così esteticamente stupendo da dareti l’impressione che dietro non ci sia alcuna preparazione. Cioè che questa cosa avvenga così, naturalmente. Il che può anche essere vero. Un capolavoro, magari venuto fuori così, alla prima… Allora mi domando: nella danza quanta libertà c’è? Nel momento in cui assumiamo per un attimo che tu non abbia dovuto fare alcuna scelta e il tuo muoverti sia il frutto di un’emozione che viene da dentro. Allora a quel punto tu non hai fatto alcuna scelta. O se l’hai fatta, l’hai fatta in maniera talmente rapida da coincidere con l’azione. Allora quella è libertà allo stato puro! Sto esagerando…

Ad esempio in alcune discipline orientali, come può essere il teatro Nō, il momento culminante dell’intero percorso artistico si ha quando le capacità tecniche, le competenze sono a un livello tale che finiscono per essere infrante: il danzatore dimentica la tecnica perché la possiede a un tale livello che non ne ha più bisogno…
Un po’ richiama quello che dicevo prima parlando del grande atleta che partecipa a una competizione e che non ha possibilità di fare arte a meno che non sia talmente al di là…

Da trascendere le regole…
Esatto.

Michel De Certeau
Arte-alpinismo-2-Michel_de_certeauRispetto sempre al discorso della libertà e dell’avventura mi lancio un po’ in una domanda che… Michel De Certeau definisce tattica: «azione calcolata che determina l’assenza di un luogo proprio. La tattica ha come luogo solo quello dell’altro. Deve pertanto giocare sul terreno che le è imposto così come lo organizza la legge di una forza estranea. É movimento all’interno del campo visivo del nemico e nello spazio da questi controllato». Allo stesso modo avventura è inoltrarsi in un territorio nemico? Così facendo, a quali domande si cerca di dare risposta?
Non avevo mai pensato ad una cosa del genere ma un collegamento c’è sicuramente. Ricavarsi un proprio spazio in un ambito che si pretenderebbe essere già definito. E questo passa attraverso l’inutilità, per forza.

E’ a stretto contatto con il discorso artistico. Inutilità che…
L’opposto dell’albero della cuccagna per intenderci.

Si capovolge la consueta prospettiva di vita e si sviluppa un discorso di qualità. Effettivamente, riuscendo a liberare il proprio quotidiano da quello schematismo, attraverso un percorso che per quanto minuto, sia innanzitutto personale, si può cambiare il proprio modo di vedere e di realizzare il reale. Sempre in riferimento al discorso sulla visione: mi sembra che tale meccanismo sia presente nell’alpinismo e che a volte possa anche riflettersi nella vita quotidiana. Anche per questo ti ho fatto quelle domande prima sulla capacità di informare o di essere informati… quindi anche in città la possibilità di sviluppare un percorso differente da quello magari già categorizzato e soprattutto gestito da altri. Sono un po’ tutte ipotesi che faccio io…
La guerriglia urbana che tutti noi quotidianamente conduciamo, non mi vengano a dire… quella che tutti conduciamo, perché se no, non sopravvivi. Se no, veramente altro che numero: sei uno schiavo! Perché non c’è nulla che ti faccia pensare di essere in mezzo a qualcosa di gaudioso, di felice. Il dolore che ti accompagna tutto il giorno per mille cose, per gli affetti, il dolore, in generale. Quello non ci abbandona mai, possiamo dimenticarcene per un attimo ma è sempre lì. Poi hai una società che, teoricamente, per evitare di farti provare maggior dolore ti impone un comportamento. Per questioni morali, per questioni etiche, per questioni di obbedienza, di buonsenso, tu comunque devi rispettare delle norme, delle leggi. Non è che puoi metterti a fare il cazzo che vuoi, no? Questo è chiaro. E al limite svolge bene il suo compito anche l’etica… una specie di normativa, che ti viene dalla famiglia e dalla società, a tutti i livelli, che va dal bambino piccolo fino all’anziano. L’etica ha un suo compito, perché appunto la libertà non è fare quello che si vuole, ma è fare ciò che si sceglie in un ambito etico. Il fatto che tu abbia delle norme, delle leggi da osservare, cui teoricamente devi obbedire, ti impone anche praticamente la possibilità di essere libero. Cioè, senza queste norme, allora faresti veramente quello che vuoi tu, e quindi non saresti libero. Con le norme diventi libero, sempre che tu le sappia gestire bene e valutare e diciamo così, rispettare, per quello che vanno rispettate. Cioè per la loro parte buona e non per quelli che poi ne sono gli effetti negativi. C’è una interpretazione che uno deve dare. Però hanno una funzione queste norme, e non è soltanto quella di tenere in ordine una città o un paese. Che non ci siano omicidi, o che non ci siano ruberie, vessazioni… che in realtà ci sono ugualmente, però insomma, magari il fenomeno del delinquere è più contenuto. La mia ottica è utopistica: noi stiamo andando incontro all’assoluta inutilità delle leggi. Leggi=inutili. Le leggi non serviranno… quindi saranno abolite. Questo dovrebbe essere tra settemila anni il punto d’arrivo. Rincorreremo ancora una libertà? Chi lo sa…

Robyn Erbesfield a Orgon. Foto: Philippe Poulet
Arte-Alpinismo-2-Poulet Erbesfield OrgonMi piace molto un verso di una canzone di Giorgio Gaber che recita «libertà è partecipazione»: recentemente è uscito un libro di Roberto Luporini, il coautore di questa canzone, dove si racconta che inizialmente il testo diceva libertà è «spazio d’incidenza», definizione che mi sembra ancor più appropriata e calzante…
Incidenza nel senso che “incidi”, che conti qualcosa…

Come se fossero vettori capaci di trovare una direzione comune, nonostante le differenze…
Vabbé, comunque… ogni tanto perdo il filo…. qual era il discorso?

Volevo arrivare al concetto di terrain d’aventure: come si può definire?
Uno spazio appunto, dove puoi ancora cercare di essere libero. Senza il quale saremo peggio dei numeri. Il discorso è questo e ce lo devono lasciare. C’è gente che non ne ha bisogno apparentemente. Chi dice “vado in montagna per divertirmi”… almeno della montagna ha bisogno, perché se no non si diverte… E quindi il suo spazio lo deve avere.

Lo spazio e quindi, come De Certeau dice: la tattica, che uno deve utilizzare per gestire, creare e difendere questo spazio fa parte della nostra attività quotidiana. Perché è in effetti aggredito, dalle leggi sulla sicurezza, dai divieti insensati. La situazione è grave.

Ad esempio, l’ultima grande polemica che c’è stata, che è ancora in pieno svolgimento: non so se hai sentito di questa Clif Bar che ha tolto la sponsorizzazione ad Alex Honnold, a Dean Potter e ad altri come loro… Allora, c’è chi dice che l’hanno fatto per farsi pubblicità, cioè per dire: «guardate come siamo bravi noi, che improvvisamente consideriamo il dono della vita come la cosa più importante… per questo certi exploit non li sosteniamo…». C’è gente che dice che l’hanno fatto apposta: proprio per guadagnarsi una alea di azienda che vuole il bene dei propri consumatori. Io non mi spingo a dire questo, non abbiamo prove. Magari davvero e più semplicemente, chi è al comando, alla direzione di questa azienda può benissimo aver pensato, in termini molto più tranquilli e meno malfidenti, che sponsorizzare gente che fa del free solo, che fa la slackline senza assicurarsi, oppure base jumping fatto in modo assolutamente folle, ecc… sia riprovevole. Gente che appunto pensa in buona fede che ci sia un genere di exploit da non incoraggiare. Lo ammetto. E quindi non mi interessa sapere con quale motivazione di fondo questa azienda ha fatto le sue scelte, non mi interessa affatto. Quello che mi interessa è andare al problema e dire: c’è gente che fa queste cose, il free solo esiste da quando esiste l’alpinismo, non è che sia una novità di Honnold o Auer, non è che l’hanno inventato loro, c’è gente che andava così già nell’Ottocento… che poi magari Comici invece di avere solo le scarpette, avesse magari anche una corda dietro… non sarà stato il free solo, però capisci che il principio è quello… Che io sia andato sulla Nord delle Grandes Jorasses, sulla Walker, e l’abbia fatta da solo, allora era una follia esattamente come oggi è giudicato follia il free solo. Quindi poco cambia. Sono manifestazioni queste, specialmente per quanto riguarda l’arrampicata, che sono sempre esistite… adesso la slackline è una novità, per quanto abbia le sue origini nel circo… no? Uno cammina e a un certo punto non c’è la rete, è lo stesso identico principio, non è che mi cambia. Il trapezista che fa i suoi esercizi, in compagnia con altri, con la donna, con altri uomini e fa “zinghete, zanghete, zinghete, zanghete”, senza la rete, è uguale alla slackline senza assicurazione. Eppure c’è… da quanti anni c’è? E da quanti anni questa gente si vende per farlo? Perché non lo facevano mica gratis, lo facevano per far spettacolo… c’è una precisa domanda per questo genere di spettacolo, una debolezza umana che c’è sempre stata: le bravure, le abilità, le mettiamo in mostra e ci guadagniamo anche un po’ di soldi, è normale. Poi perché uno lo faccia, questo è un altro discorso.

Il Circo di Montecarlo
Russian Shatirov troupe perform during the Award Gala evening of the 39th Monte Carlo International Circus Festival, in Monaco January 20, 2015. REUTERS/Sebastien Nogier/Pool (MONACO  - Tags: ROYALS ENTERTAINMENT SOCIETY)Perché il circo non è mai stato sponsorizzato? Perché si presume che il circo sia un’impresa commerciale, diciamo, un’equipe di persone, che tra l’altro risponde a un proprietario, a un Orfei, o a un Togni, il quale è il proprietario di tutta la baracca e baracconi. Lui era l’impresario che metteva la lira, pagava i suoi atleti, attori, mimi, clown, chi più ne ha più ne metta, manteneva gli animali con i domatori e girava il mondo con ‘sto cazzo di circo. A noi oggi il circo non piace più tanto, forse un po’ ai bambini o a quelli lì del Principato di Monaco che ci ossessionano con ‘sta storia del circo di Montecarlo. Non se ne può più… Vedere gli animali trattati in quel modo a noi oggi dà fastidio, una volta questa sensibilità non c’era, le cose cambiano. Però non mi sognerei mai di dire che il circo non va fatto perché non si deve rischiare la vita dell’atleta o del campione.

Quindi, anche nel free solo ci sono questi personaggi che affrontano dei grossi pericoli. Ma sono assolutamente convinto e straconvinto, come dice Honnold nella sua risposta, che loro lo fanno per loro stessi, non per uno sponsor che glielo fa fare. Dunque, non caricatevi cari sponsor di questo carico e di questo fardello, che è un fardello unicamente del personaggio, e non sentitevi colpevoli se qualcuno ci lascia le penne. Questo può anche succedere, è molto più vero quando le cose sono molto più complesse, non così semplici come nel caso del free solo. Quando, per esempio, Jerzy Kukuczka, completò i suoi 14 ottomila un mese dopo Messner, non credo che per lui sia stata una passeggiata. Aver “perso” quella competizione montata dai media, dopo aver salito i suoi 14 Ottomila in modo creativo, del tutto avulso dalla volontà di concludere al più presto quella collezione personale… dev’essere stato insopportabile. Chi per primo arrivasse a fare i 14 Ottomila: questo è ridicolo! C’è da piangere! E Kukuczka me lo vedo soffrire in modo atroce: me lo vedo dare delle giustificazioni ai suoi sponsor, che non c’erano da dare, che probabilmente non gli sono state neanche chieste. Anzi sicuramente non gli sono state chieste queste giustificazioni, ma il diretto interessato si sente in questo modo un fallito e in qualche modo deve rispondere a questi qui che continuano a dargli dei soldi. Allora va a fare altre cose, in una spirale di eccitata tristezza così grande da farlo soccombere. Queste cose non si possono dire apertamente, diciamo che è solo una mia immaginazione… però gente come Kukuczka e Casarotto è morta in questo modo, nessuno mi può convincere del contrario.

Michel Bricola e Patrick Berhault
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Anche dal libro di Michel Bricola su Berhault sembra che si profili uno scenario del genere dietro all’incidente mortale…
Sì? E’ uno strano modo di affrontare questo argomento del free solo, o tornando indietro anche di Berhault, Kukuczka, ecc… Perché in effetti da una parte dico molto apertamente che lo sponsor non deve sentirsi responsabile, cioè non deve sentire una colpa “morale”, dall’altra è anche vero che è lo sponsorizzato a rinchiudersi da solo in quella trappola. Non abbiamo le prove, non è che si deve fare un processo, però insomma… C’è stata in taluni casi una maggiore facilità a mettersi in posizione di pericolo rispetto a se non ci fosse stato alcuno sponsor dietro. E allora mi sentirei di valutare caso per caso. Perché qual è il pericolo? il pericolo è che Clif Bar non sponsorizzi più? Ma chissenefrega, non succede niente. Se un domani, nessuna azienda sponsorizzasse più questi exploit, tu credi che ci sarebbero meno incidenti? E’ un’ipotesi che lascia il tempo che trova. Comunque se uno vuole andare a “pericolare”, ci va! Non c’è dubbio.

Johann Wolfgang Goethe
Arte-Alpinismo-2-goetheA me sembra soprattutto un’apertura di mercato verso quel nuovo bacino commerciale di arrampicatori che popola le città, i quali probabilmente non chiedono grandi exploit, ma piuttosto falesie plaisir dove possano andare anche loro in piena sicurezza… a me fa molto ridere, per esempio, la pubblicità sulle riviste di questi rinvii allungati per poter “barare” nei moschettonaggi…
Ah sì, i furbi! … beh, adesso diventa quasi tattico… quasi canonico…
Io volevo aggiungere una cosa: che secondo me, al contrario, è forse ancora più pericoloso non sponsorizzare quel tipo di attività. Perché se tu non la sponsorizzi ed effettivamente tutte e quante le aziende non la sponsorizzassero (ci vuole una certa massa, non basta la Clif Bar)… che cosa succede? Succede che viene a crearsi quasi la convinzione nel pubblico che se tu non fai il free solo, allora è tutto sicuro… (risata). Cioè l’individuazione del nemico ti porta a pensare che gli altri siano amici. Non è così! Tu individua pure un nemico, ma tieni presente che ce ne sono anche altri, cioè non è che ce n’è uno solo. Ce ne sono altri. E soprattutto, quando tu hai evitato il tuo nemico, non abbracciare tutti gli altri come se fossero amici, perché non è vero! Questo è sbagliato! …Stiamo andando fuori tema, però io ritengo estremamente importante il tema della libertà. In caso di sponsorizzazione, uno è costretto a pensare: «ma l’accetto o non l’accetto?». Comincia a farsi delle domande… In assenza, che fa? … Non so, la sponsorizzazione fa parte del mondo di oggi, non è che tu la puoi eliminare, non è che si può tornare a quando non c’erano sponsorizzazioni… Come fai? È estremamente complesso questo problema, io non ho ancora preso posizioni, ma un giorno lo farò. Dirò: «Ma signori, attenzione perché la sponsorizzazione ha i suoi pregi, che non sono semplicemente quelli di aiutare questi personaggi economicamente per rendergli possibili cose che altrimenti non avrebbero modo di fare… non è solo quello, c’è tutto un insieme di cose!». Nell’ambito di quella famosa tattica per muoversi in questa società, io credo che esse siano essenziali.

Carlos Castaneda
Arte-alpinismo-2-Castaneda-cmcsonrisalazo.jpg.w300h404Ho sentito spesso parlare, riguardo alla comunità alpinistica degli anni Sessanta e Settanta, di un comune interesse per i libri di Carlos Castaneda e in generale per la musica rock, se non addirittura prog (ho letto che Gian Piero Motti amava molto i Gong); quali erano i riferimenti culturali condivisi per i giovani alpinisti di allora?
Io direi che il fenomeno Castaneda, soprattutto i primi tre o quattro libri, perché poi ne ha fatto una quantità…, i primi tre o quattro, A scuola dallo stregone… poi L’isola del Tonal… i primi tre o quattro li ho letti, e anche con una certa avidità, nel senso che mi interessava molto quello che diceva quel Castaneda. Lo trovavo stimolante per un’intera civiltà occidentale. Si potevano fare accostamenti con l’alpinismo, perché comunque un viaggio nell’avventura, un viaggio vero improntato all’avventura, può anche essere un’esperienza tipo quelle raccontate da Castaneda, che magari erano indotte dai funghi, mentre le nostre esperienze non sono mai state indotte dai funghi. Se i risultati possano essere simili, non so, non avendo io mai assunto funghi o acidi. Però mi interessava e so anche che interessava a un casino d’altra gente. Un’associazione particolare con la comunità alpinistica non ce la vedo, anche perché sai che non è mai stato nella cultura dell’arrampicatore, o dell’alpinista, il drogarsi.

A esempio, a livello teorico, io trovo una grande possibile vicinanza tra un certo tipo di alpinismo e le tesi situazioniste di Guy Debord sulla deriva e la psicogeografia…
Io qui ti confesso la mia ignoranza, non so cosa sia il situazionismo, se me lo spieghi forse posso aiutarti…

Se vuoi riportarti a quel momento, forse il più “grosso nemico”, sempre tra virgolette, dell’alpinismo e dell’attività avventurosa in genere, non era come oggi la société securitaire, il peggior nemico in questo momento: allora era il marxismo, nella sua declinazione, non tanto di “Carlo Marx e il Capitale”, quanto di vita collegiale. C’era un po’ questo mito per cui le decisioni andavano prese democraticamente, perché c’era una collettività, la società e perché sarebbe stato tutto molto bello se questa società avesse dato spazio al singolo e se il singolo avesse introiettato completamente la società, ecc… Con leggi, non dico di tipo evangelico, però insomma, comunque del vogliamoci bene, parità di diritti, parità di doveri, e queste cose qui… Il peggior nemico era il marxismo perché diceva, me lo sento risuonare ancora nell’orecchio: l’alpinismo è una fuga dalla realtà. Ed era una condanna questa, cioè non era approvativo, era un giudizio negativo quello che veniva dato.

Guy Debord
Arte-Alpinismo-2-GuyDebord-300n1Questo giudizio della fuga intanto dice che sei un vigliacco. Poi dà una grande importanza alla realtà, ma cos’è ‘sta realtà? Per loro la realtà era la realtà concreta della società, e cioè il vivere civile insieme, ecc… Questa era la realtà. Con tutte le cose che non vanno bene: la gente che soffre, che sta male, oppure che è emarginata, oppure drogata e chi più ne ha ne metta… etilica… Questa era (ed è) la società. E quindi secondo loro, ogni energia che aveva l’individuo doveva essere rivolta a cercare di migliorare questa società, un credo di questo genere. Invece, chi va in montagna scappa, va fuori dalle balle, non gli interessa niente del proletariato, perché allora si parlava di proletariato, di capitalismo, di società imperialista, ecc… del colonialismo, di come i neri sono stati trattati… cioè tutte queste brutte cose sembravano concentrate in quella frase di tre parole per dire: sei un vigliacco. Sei un irresponsabile, ecco, un irresponsabile. Questo era il problema di allora, per ciò che riguarda lo spazio tattico. Spazio tattico, invece, era proprio questa fuga, perché tu in realtà, non è che te ne scappavi dalla società, in realtà ti trovavi i tuoi spazi. Questo era … ma chi lo sapeva allora!? Io non lo sapevo allora, non lo avevo mai pensato in questi termini. Pensavo, non proprio che fosse una fuga, perché sentivo che comunque anch’io ero legato alla società, non ero così fuori… però nello stesso tempo sentivo che questa società sarebbe stata meglio se si fossero conservati degli spazi in cui agire in questo senso. Cosa che invece in quel giudizio lì non c’era. È stato utile anche quel giudizio lì, perché io ne ho preso quasi subito le distanze. Se le mie passioni politiche prima erano sfegatatamente di sinistra, anche se non sono mai andato nelle piazze, da quel momento ho cominciato a prendere le distanze e dire: «attenzione! Essere di sinistra è un conto, andare a sposare le tesi di questi qui è un altro!». Cioè questi qui davvero vogliono portarti alla direzione unica. Io non ci sto, tutto qua. Posso anche aver sempre votato a sinistra, per carità, però di lì ad esserne parte davvero integrante… me ne sono sempre tenuto distante, anche perché non mi va. Le esperienze che ho avuto con i gruppi e con le associazioni sono sempre andate a finire in modo che dici: «vabbé, l’uomo è veramente debole…». Quindi non crederci… Non è che io sia sfiduciato, amareggiato, per carità, son successe delle cose brutte, però vabbé… Ci credo ancora che ci possano essere dei miglioramenti, un attimo fa ti ho detto che arriverà il giorno in cui non ci saranno più leggi perché non ce ne sarà più bisogno. Se uno la pensa così allora vuol dire che non è proprio così sfiduciato. Però nello stesso tempo ti accorgi di quello che succede ed è veramente un mondo di merda… era molto, ma molto meglio allora. E con questo non voglio fare come quei vecchi che dicono: «Ah! Ai miei tempi…», ai miei tempi c’erano un sacco di cose che non andavano bene, però che oggi un giovane abbia più difficoltà che allora ad emergere e a diventare quello che lui stesso è, questo è verissimo. Oggi è più difficile. E non per colpa vostra, bensì per colpa del sistema, della storia. Forse la colpa è semplicemente data dal fatto che sono sessantacinque anni, o sessantotto che non ci sono più guerre… ecco, questo può essere… oh, naturalmente nessuno se le augura!

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla CH. 40. YSiamo anche quasi sette miliardi di persone al mondo….

Ma restando in Italia: in Italia eravamo 55, 56 milioni, adesso siamo 57… cioè non è che siamo cresciuti poi tanto… non è quello il problema dell’Italia. Il problema dell’Italia è un altro: è crederci… ma lì… vabbé, adesso andiamo in discorsi… ma per dire… non son sfiduciato, assolutamente, al limite sono più ottimista di altri, però con i piedi per terra, perché se ti lasci andare un attimo, ti fanno fuori.

Ora ti faccio un’osservazione io su come hai utilizzato il termine romanticismo: io credo che tu abbia utilizzato questa parola nell’accezione oggi in uso comune, che secondo me però è sbagliato. Cioè non è sbagliato, è giusto se si dà alla parola romanticismo un significato che non è il suo. Se noi diamo il significato di “sognatore”, cioè, se noi sostituiamo al significato di romanticismo, quello di “sognatorismo”, adesso invento, allora è perfetto. Ma siccome romanticismo non è il “sognatorismo”, perché non lo è filosoficamente e culturalmente parlando. La parola romanticismo vuol dire un’altra cosa: esprime un movimento di idee che è venuto fuori alla fine del Settecento, ai primi dell’Ottocento, che non è quello dell’essere sognatori. È come usare una parola a sproposito. Perché? Perché il romanticismo è una filosofia, diciamo, anche se è qualcosa di più, è un atteggiamento verso la vita, che ha creato produzione di opere d’arte, dalla letteratura alla musica… Ma prendiamola solo come filosofia, per capirci. Quello che esattamente è stato il romanticismo è la contrapposizione tre l’Io e la Natura. Se prima, nella stessa visione neoclassica dell’Illuminismo, oppure prima ancora, ai tempi antichi, non c’era questa grande distinzione tra Io e Natura, con il romanticismo si crea questa divisione, perché probabilmente doveva crearsi, era quasi fatale che succedesse. Improvvisamente l’uomo non si vede più creatura fatta da Dio assieme alla Natura, ma si vede come entità a sé stante, cioè l’Io dell’uomo cresce. La quantità di coscienza del proprio esistere, del proprio essere, aumenta in modo enorme rispetto a come era per le generazioni passate, anche di artisti come Dante. In Goethe c’è questa contrapposizione e in tutti i romantici… La divisione tra Io e Natura. Questo che cosa vuol dire? Da una parte, c’è comunque un rapporto di amore verso la natura che poteva esserci anche prima, non è che improvvisamente ci mettiamo ad odiare la natura, perché la riconosciamo come altro da noi. Prima invece era proprio parte nostra, l’Io era meno sviluppato. Fa parte di un processo di crescita questo, è come se vedessimo l’Io bambino che diviene adolescente. Viene voglia di conquistare la Natura, cioè nasce nell’individuo, in parecchi individui, la necessità di porsi, non tanto contro, quanto vedere che c’è questa realtà diversa da te, e quindi scontrarsi, incontrarsi, definiscilo come ti pare. Un rapporto con questa entità che una volta si chiamava creato, ma adesso si chiama Natura. E’ lo Sturm und drang: sconvolgere totalmente la visione che fino a quel momento era stata chiara su come ci si poneva nell’ambito naturale. Tutto è completamente cambiato: d’improvviso ha un senso andare a fare delle cose inutili del tipo conquistare una cima. Non perché ci porti il barometro su e misuri la pressione, ma perché vai in cima a questa montagna. Questo è il romanticismo: cioè, il prendere coscienza che l’uomo può migliorare, sentirsi più grande, emozionarsi, diventare poeta e diventare artista, se ha un obiettivo, che non è ad esempio, quello di scrivere una poesia, che vabbé, rimane e nessuno lo toglie, ma è quello di andare, cazzo, a conquistare l’Everest. Conquistare il Monte Bianco. Prima era: «Monte Bianco? Ma chissenefrega del Monte Bianco!». Improvvisamente viene fuori il Monte Bianco, perché il Monte Bianco è la montagna più alta delle Alpi, che è un oggetto naturale, che ci sovrasta. Allora ecco che viene voglia di salire sul punto più alto. Prima esisteva questa voglia? Certamente no! Questo è il modo d’agire romantico. Poi, dall’Ottocento, si passa al Novecento, arriviamo alla civiltà industriale, al capitalismo, al post-capitalismo…? Dicono che è da un bel po’ di anni ormai che il romanticismo è morto. Ma se lo si usa in quell’accezione di “sognatore”, di “sentimentalista”. Se invece si rimane nella vera accezione filosofica di romanticismo, beh allora non c’è periodo più macroscopicamente romantico di questo. E perché? Perché noi siamo ancora sempre di più contrapposti alla natura. Cioè non è neanche come ai tempi di Goethe, qua noi la natura l’abbiamo… la stiamo aggredendo tutti i giorni, noi stiamo aggredendo l’ambiente, stiamo distruggendo l’ambiente. Questo è un dato di fatto: noi stiamo pensando di essere i re di questo pianeta, noi vogliamo sconfiggere la morte, esplorare lo spazio e di più ancora… Stiamo pensando questo, ci stiamo sostituendo a Dio, cioè il nostro Io si sta gonfiando sempre di più e si sta contrapponendo alla Natura, oggetto da conquistare, sempre di più. E dunque noi ora siamo più romantici di quelli dell’Ottocento. Allora la parola romanticismo bisogna stare attenti ad usarla…

…Se un giorno, vuoi perché abbiamo tutta una serie di papa Franceschi, vuoi perché viene fuori il neo spiritualismo, vuoi perché verrà fuori chissà cosa… tutto può essere, magari tutta una serie di attività societarie spirituali che porteranno, quasi certamente in modo traumatico, a un nuovo tipo di pensiero, allora forse ci si potrà dimenticare della parola romanticismo. Perché a quel punto probabilmente avremo riacquistato la consapevolezza di come sia tutto uno il Creato. L’organismo pianeta terra è uno solo, noi non siamo i padroni. Cioè una visione di umiltà, sostanzialmente.

Su Outer Limits, 5.10c, Cookie Cliff, Yosemite
Arte-Alpinismo-2-Outer Limits

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Introduzione alla danse-escalade

 Introduzione alla danse-escalade
di Michele Fanni
(
introduzione alla tesi La danse-escalade, un recente fenomeno artistico e culturale che pubblicheremo in tre puntate)

– Mais c’est pour approcher du ciel, que votre frére reste la-haut…
Mio fratello sostiene – risposi – che chi vuol guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria – e il Voltaire apprezzò molto la risposta.
Italo Calvino, Il Barone Rampante

Quando qualche anno fa, ho scritto questo piccolo lavoro sulla danse escalade, una sola convinzione orientava i miei incerti passi nel mezzo di quel totale marasma di spunti, idee, farneticazioni, entusiasmi che affollava i pensieri: l’arrampicata libera non poteva essere altro che un’arte, con tutti i crismi del caso.

Patrick Berhault
danza-scalata-patberhA quel tempo avevo iniziato a seguire, quasi per scommessa, il corso di Storia della Danza e del Mimo tenuto a Torino dal professor Pontremoli. Incredibilmente quelle sei ore settimanali, nel giro di pochi mesi cambiarono completamente il mio modo di confrontarmi con i movimenti del quotidiano. A ventidue anni, guarda un po’ te, scoprivo di avere un corpo!

Leggevo con stupore di danzatori capaci di donare significato al reale semplicemente attraverso lo spostamento del baricentro, di equilibri abili a incarnare ideali o sistemi di pensiero, di gestualità e prossemiche severamente controllate da scale di valori. Ogni movimento, consapevole o meno che ne fossi, rifletteva un particolare modo di stare al mondo, una ben pianificata organizzazione dell’universo.

Rimasi profondamente colpito dal progetto utopico volto alla costruzione di un uomo (ma soprattutto di una donna) nuovo, integrale, portato avanti, a partire da inizio Novecento da alcune danzatrici e danzatori davvero illuminati e profetici: Isadora Duncan, Ruth St. Denis, Rudolf Laban, e più tardi Martha Graham. Attraverso la conoscenza-esperienza del proprio corpo, della propria natura, si sperimentava l’armonizzazione totale del proprio essere, tanto da raggiungere la felice identità tra mente e corpo. Una rivoluzione copernicana: cambiare la propria lente sul mondo, il corpo, per trasformare il reale; liberarsi da quello strenuo e subdolo controllo che il Potere esercitava (ed esercita ancora) sulla carne dei popoli.

Trovavo sconvolgente che il nostro corpo potesse raccontare tutte quelle cose! Poi un giorno, sfogliando i diari della Duncan, leggendo qua e là qualche piccolo stralcio, mi risuonò roboante nella zucca un potente dejavù: avevo già letto cose del genere, ma dove?

«Che cos’è la vita? Conoscere se stessi, controllare il pericolo, vivere in equilibrio con la natura: la ragione dell’alpinismo. Credo sia un bisogno più attuale che mai. L’uomo si riflette nella natura e ritrova la sua dimensione».

Era stato un dialogo tra Enrico Camanni e Patrick Berhault a folgorarmi.

Per non parlare poi dell’estrema vicinanza che riscontrai tra gli esperimenti all’avanguardia della Post Modern Dance e i turbolenti e gioiosi anni illuminati dal sole del Nuovo Mattino, ma se continuo con questo andi, non finiamo mai più…

Capivo allora che per quanto potesse suonare trombonesco e retorico sarebbe stato giusto avvicinarsi a quelle strane creature chiamate alpinisti con nuovi occhi: in barba ai record, agli exploit senza cuore, all’asettica corsa al grado, li avrei riconosciuti come artisti.

Antoine Le Menestrel
danza-scalata-JérômeRey-23antoine-le-menestrelCerto, correvo il rischio di travisare la memoria dei grandi del passato: trasformare con avida supponenza alcune lievi dichiarazioni allusive al mondo artistico in granitici dogmi e paradigmi per rinfocolare le tesi del mio lavoro. Spero di non essere caduto in questo brusco pericolo! Ma trovavo innegabile l’esistenza di un fil rouge (o meglio un canapone) che in nome dell’estetica sapesse legare la creatività e l’immaginazione di quegli scalatori che da fine Ottocento sino ai giorni nostri hanno danzato sulle montagne.

Come argomento centrale scelsi allora un fenomeno artistico contemporaneo, la danse escalade, disciplina poco conosciuta e ancor meno studiata (come sarà facile intuire dalla bibliografia un po’ naif, dove i testi di alpinismo sovrastano le pubblicazioni riguardanti la danza…); studiando questo frutto pienamente poetico ed artistico mi ero ripromesso di indagare pianta e radici d’origine.

Divisi il lavoro su tre capitoli: una ricerca delle origini storico-culturali del fenomeno, un’analisi dell’evento spettacolare ed infine una panoramica sulle compagnie attualmente attive in questa disciplina. Naturalmente scrivere il primo capitolo fu la parte più golosa ed entusiasmante. Mi misi sulle tracce di quel grimaldello estetico che, nella mia convinzione, doveva aver segnato profondamente l’agire delle diverse generazioni di alpinisti. Iniziai a frequentare assiduamente una piccola libreria non lontano da casa che con caparbio mestiere mi fornì molti dei testi sui quali avrei poi fondato il mio cammino di ricerca. Non vi dico il giorno in cui mi presentò i due monumentali volumi della Storia dell’Alpinismo e dello Sci di Motti… fu amore a prima vista!

Avevo già letto la Storia dell’Alpinismo di Claire-Eliane Engel con il contributo sull’alpinismo in Italia di Massimo Mila, ma a parte alcuni curiosi episodi (uno su tutti: Preuss a Torino che dopo una conferenza scala uno spigolo tra Corso re Umberto e Corso Vittorio Emanuele!) nulla aveva davvero soddisfatto la mia affamata ricerca. Il testo di Motti invece andava esattamente nella direzione in cui stavo cercando di guardare, leggeva gli eventi con uno spirito nuovo (nuovo ancora oggi!). Contestualizzava le imprese, cercava di fornire delle spiegazioni che evadevano dal ristretto ambito alpinistico, dava corpo all’alpinismo portandolo finalmente su un piano culturale che permetteva di leggere più in profondità.

Fu così che, piano piano, individuai i miei protagonisti: Mallory, Fehrmann, Dülfer, Preuss, Solleder, Andrich, Allain, Rébuffat, Livanos via via passando per i fermenti californiani degli anni Sessanta, il Nuovo Mattino, sino ad arrivare a Manolo, Berhault e naturalmente Le Menestrel.

Nella mia piccola indagine ne ho sicuramente dimenticati molti, troppi, (uno in particolare: Comici) ma il mio percorso non pretendeva la completezza (non avevo né tempo, né competenze per un lavoro così esigente). La volontà era quella di mostrare attraverso una pur rapida indagine che quanto stavo ipotizzando non era pura farneticazione.

Il personaggio più rivoluzionario di cui ho scritto è sicuramente Patrick Berhault, primo vero e proprio artista del verticale. Consapevolezza, fantasia, coraggio al folle gioco dell’avventura. Grazie a lui l’arrampicata ha potuto riconoscersi nella danza. In quei fatidici anni Ottanta che videro il traumatico cambiamento di rotta di un alpinismo in crisi verso le fresche, ma insidiose (almeno a mio avviso) acque della competizione sportiva, il rassegnato tramonto del Sogno trovò un piccolo spiraglio di speranza proprio nella prospettiva artistica. Il drago messneriano non era ancora morto e sepolto!

Antoine Le Menestrel in azione
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Berhault era riuscito a carpire il valore più umano dell’attività alpinistica e a trasformarlo non solo in strepitosi exploit, ma anche in impegno sociale e civile. Vivere di montagna voleva dire provare a catapultare lo spirito avventuriero delle grandi imprese in parete nelle banali dinamiche del vivere quotidiano, originando qualità (forse solo Rébuffat era riuscito a fare tanto!). Se si accosta l’orecchio ai suoi scritti si avverte innanzitutto la grandezza dell’uomo: l’essere umano ben calato nella realtà, ma allo stesso tempo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.

Naturalmente il lavoro si concentra molto sulla strabiliante figura di Antoine Le Menestrel, il più importante poeta verticale vivente. Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla natura artistica dell’arrampicata lo invito ad assistere ad uno dei suoi prossimi spettacoli (http://www.lezardsbleus.com/PAGES/rubrique_agenda/tunel_agenda.html), non c’è niente di più rivelatore. Se Berhault era riuscito nell’arduo compito di far riconoscere all’alpinismo una connaturata consapevolezza artistica, Le Menestrel sfonda le porte dei teatri e rivendica un posto per l’arrampicata nel mondo dell’arte. E a questo richiamo risponde, non per niente, l’avanguardia contemporanea: Romeo Catellucci, Jérôme Bel e luoghi sacri come il Festival d’Avignone, Il Festival dei DueMondi di Spoleto, Il Festival Oriente-Occidente di Rovereto…

Non è più un curioso esperimento creativo, dove le tecniche dell’arrampicata si prestano ad una messa in scena, ma è arte a tutti gli effetti, senza possibilità di dubbio.

L’avventura diviene allora andare a scovare nelle nicchie delle grigie facciate urbane, tra i sassi delle sue partizioni minerali quegli spiriti, quegli spettri aleggianti, quelle sonnecchianti e antiche rivoluzioni capaci di stravolgere le prospettive sulla vita di tutti i giorni. Le Menestrel, novello Sigfrido, evoca il drago e si tuffa a capriole nella giocosa lotta. E’ arrampicata «innalzata a un grado più elevato e intenso», un’epifania gioiosa, un bicchiere di limonata in compagnia di Montale:

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Qui concludo la presentazione di questo, forse ingenuo progetto. Non so quanto questa possa effettivamente rivelarsi una lettura convincente e coerente, tuttavia ritengo che questa strada in un modo o nell’altro doveva essere intrapresa. Mi auguro che qualcuno, meglio di quanto abbia fatto io, possa mettersi su queste (goffe) tracce e continuare a cercare. Io, già che perseverare è diabolico, ho giusto iniziato da qualche mese a scrivere la tesi magistrale, La danse-escalade, un recente fenomeno artistico e culturale , proseguendo il lavoro di due anni fa e provando ad aprire nuovi orizzonti e nuove avventure.

P.S. Per entrare al meglio nello spirito che si confà ad una dissertazione di laurea, tre giorni prima della discussione in aula mi trovavo sperduto tra le boscaglie sopra Cala Sisine, stanco e affamato insieme ad altri tre gioiosi e disperati amici, muovendo piede alla volta di Cala Fuili, ultima meta del nostro Selvaggio Blu. Un buon modo per cercarsi delle grane… ehmm, volevo dire Avventura.

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Le rocce blu

Oggi mi sono ricordato un episodio del lontano 1984: a suo tempo mi ero davvero infuriato.

La nostra civiltà sfrutta le altre, questo è un dato di fatto. Che al colonialismo siano seguiti i piani di investimento ed il turismo può essere normale. Ma perché, invece di andare a dipingere per esempio i massi della foresta di Fontainebleu, il pittore Jean Vérame si è recato fino in Marocco per andare a verniciare dodici massi di granito con l’uso di 19 tonnellate di vernice?

Jean Vérame è un artista francese, d’origine belga ma vivente in Francia, nato a Gand (Belgio) il 30 novembre 1939.
Pittore, scultore e anche incisore, dopo i primi lavori tra il 1970 e il 1974 Vérame dipinge un chilometro di pareti, spiagge rocciose e fondali in un fiume delle Cévennes, sia sotto il livello dell’acqua che sopra. Nel 1976 dipinge su due km e mezzo la costa del Désert des Agriates, in Corsica. Dopo altri lavori, dal Texas alla Normandia, nel 1981 va nel Sinai e dipinge dodici zone, ripartite su 80 kmq, nell’altopiano di Hallaoui.

Le Rocce BluRocceBlu-jv15E’ del 1984 il suo “capolavoro” delle Rocce Blu dell’Anti-Atlante.
Quindi riesce a stuprare altri luoghi bellissimi, sulle Alpilles (Saint-Rémy-de-Provence), nel Tibesti. Nel 1995 altra “bravata” artistica: presenta mille bronzi al Musée de l’Homme a Parigi e in seguito, con cinque voli successivi, li lancia dall’aereo e li disperde nelle sabbie del Sahara.

Le Rocce Blu, sparpagliate nel giro di 5 km,  sono in pieno terreno montagnoso e arido nel Sud marocchino, circa a 1200 m di altezza, non lontano dalla città di Tafraout, qualche km a sud del piccolo villaggio di d’Ageid Oulad. Una logistica all’altezza del progetto: ci voluti viaggi e viaggi di camion per portare in luogo le 19 tonnellate di vernice!

C’è chi tutti i giorni lotta oscuramente per il rispetto della Natura. Gli indios e i pellerossa ci ricordano che 500 anni fa abbiamo incominciato a massacrare le espressioni naturali e quindi sacre; abbiamo passato anni, noi alpinisti, a discutere sul chiodo più o sul chiodo meno, sullo spit, sulle ferrate, sulle funivie. Da un po’ abbiamo a che fare anche con le costruzioni di grandi architetti. Mi ero dimenticato che abbiamo pure gli episodi “artistici”.

Io avrei tanto desiderato dire a Vérame che la sua mania dell’inutile prima o poi avrebbe dovuto passare per il rispetto dell’inutile, per avere un senso qualsiasi. Vorrei dire ad Alain Le Mouellic che non ne possiamo più di quel genere di espressioni artistiche che per essere tali hanno bisogno di una macchina fotografica che le “immortali” e che i suoi versi poetici mi provocano la nausea. Vorrei dire al fotografo Laurent Leguéré che del suo genere di foto siamo tutti molto stanchi, che voglio vedere com’era Joe Brown in abiti sudici di un mese, o Warren Harding ubbriaco, i ricordi della cresima di René Desmaison e le maestre d’asilo di Adam Ondra.

Ma soprattutto avrei voluto che le istituzioni, le riviste, l’informazione avessero condannato senza mezzi termini quelle orrende immagini di rocce blu, o almeno ne avessero parlato in chiave critica, sulla scia di quell’operazione educativa che da tanti anni viene portata avanti da gente meno desiderosa di apparire.

Nel lontano Marocco abbiamo lasciato insudiciare dei bellissimi massi di granito rosa e qualcuno se ne vanta, accampando ragioni artistiche. E Cathy Leguéré era dispiaciuta a pensare che l’azione eolica prima o poi avrebbe liberato dalla vernice i massi nel deserto: secondo lei per fortuna nel deserto non piove.

Rubando ore al lavoro, rubando soldi al portafoglio, perfino elemosinando il tempo degli amici, giorno per giorno qualcuno lotta per salvare una foresta, una valle, un sentiero, una via alpinistica o una qualunque manifestazione naturale in montagna. In pochi contro il potere, contro l’arroganza, contro la corruzione: per vedere poi che neppure i più accreditati mezzi di comunicazione cedono alla tentazione di far del colore, senza che c’entrino neppure i soldi e il potere.

Jean Vérame

RocceBlu-84970393_oHo l’impressione che non via sia più un senso in tutto ciò. Ricordo che mi hanno ferito più le foto delle rocce blu e l’indifferenza che i piloni dell’autostrada della Val d’Aosta, il cui destino è ormai segnato senza rimedio. Mi hanno ferito di più la leggerezza e la banalità della ricerca artistica di Vérame che il disastro delle cave sulle Alpi Apuane. Ora non ci basta più distruggere la roccia per necessità: ora la massacriamo per diletto.

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postato il 25 maggio 2014