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Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo

Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo?

Il 6 novembre 2015, con l’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, davamo notizia di una proposta di legge regionale abruzzese che prevede, come già in altre regioni, il soccorso alpino a pagamento e la RC obbligatoria per gli alpinisti e scialpinisti.

L’articolo ha destato un grosso interesse, vista la mPateria assai scottante. Lo dimostrano i 56 commenti che ha prodotto (senza contare alcuni che sono stati cancellati per contenuti troppo sanguigni e offensivi): c’è da osservare però che, accanto a considerazioni costruttive, ci si è spesso contorti in più o meno validi attacchi, in più o meno giustificate difese, più personali che altro.
E’ interessante indagare un poco sulla genesi di questa idea.

Paolo De Luca
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Il maestro di sci Paolo De Luca racconta: “A marzo 2015, una domenica mi sono permesso di telefonare a casa del Consigliere Regionale Luciano Monticelli. Io non conoscevo Monticelli, che è stato Sindaco del Comune di Pineto (TE) per due mandati; lo vedevo in Tv e lo leggevo sui giornali. Mi sono presentato e gli ho detto che avevo a cuore questo argomento. Lui ha capito al volo l’importanza di cosa gli stavo proponendo tanto da fissare un appuntamento presso il suo ufficio in Regione all’Aquila. Io sono subito andato da lui e la mia proposta è stata presa seriamente in considerazione da subito. Ad aprile e maggio 2015 abbiamo fatto due riunioni al palazzo dell’Emiciclo. Come risultato la regione Abruzzo ha ritenuto opportuno modificare l’art. 99 della Legge Regione Abruzzo 8 marzo 2005 n. 24, permettendo, nello specifico ambito invernale (sci fuori pista), la libera frequentazione della montagna in ogni condizione, ponendo però obbligatoria, si badi bene, la dotazione individuale per l’autosoccorso (ARTVA, pala e sonda). In questo lavoro sono stato da subito appoggiato dal collega Loreto Bartolomei e successivamente anche dalla Guida Alpina Giampiero Di Federico. E a breve verrà promulgata la legge sul soccorso alpino a pagamento”

Paolo De Luca è anche autore della pubblicazione Incidenti in montagna e soccorso a pagamento.

Su Mountlive.com, con pubblicazione del 16 ottobre 2015, il presidente regionale del CNSAS, Giulio Giampietro ha esposto la posizione ufficiale del CNSAS Abruzzo. In sintesi “No al soccorso a pagamento in Abruzzo… Alla luce di una analisi attenta della situazione regionale e dei dati statistici ad essa connessi, il CNSAS Abruzzo ritiene che sia più opportuno incentivare un’opera di sensibilizzazione alla sicurezza in montagna, piuttosto che procedere alla stesura frettolosa di una normativa che, benché valida per alcune realtà regionali, sia del tutto estranea alla realtà abruzzese”.

Giampietro sostiene che occorre considerare “le cause che determinano l’incidente e la conseguente richiesta di soccorso, sul diritto civile, ma anche morale di essere soccorsi. Un esempio? Ai familiari di un ipotetico sventurato, deceduto in montagna per propria incompetenza, imperizia, incoscienza, inadeguatezza dell’attrezzatura utilizzata o, peggio, perché vittima di reale fatalità, verrà comunque recapitata una fattura per il recupero della salma?”.

Loreto Bartolomei
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Ad attizzare vieppiù la polemica, ecco la notizia che il 6 novembre 2015 è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il testo della deliberazione sull’aggiornamento delle tariffe per l’utilizzo dell’elisoccorso e/o delle squadre a terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese in zone impervie.
Gli interventi dell’elisoccorso del 118 e delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino non saranno più gratuiti per tutti ma prevedranno, a partire dal 1 gennaio 2016, una compartecipazione delle spese da parte della persona soccorsa in caso di «intervento immotivato, inappropriato, o generato da comportamento imprudente».
Come prosegue il testo firmato dagli Assessori Antonio Saitta e Alberto Valmaggia, le operazioni di soccorso saranno addebitate interamente «per le chiamate totalmente immotivate» e «per le chiamate immotivate che generano l’attivazione di ricerca di persone disperse a causa di un comportamento non responsabile».
In un caso, invece, i costi delle operazioni vengono addebitati in parte (fino a un massimo di 1000 €) all’individuo soccorso se causati «da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata rispetto a qualsiasi attività ludico ricreativa e sportiva intrapresa, ovvero dalla scelta di percorsi, o gradi di difficoltà non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di indicazioni di percorso, divieti o limitazioni».
Naturalmente la compartecipazione ai costi del soccorso non si applica in caso di interventi giustificati da motivazioni sanitarie ovvero quando il paziente viene ricoverato in ospedale o in Osservazione Breve Intensiva.
L’aggiornamento delle tariffe relative alle operazioni di elisoccorso prevedono
– un diritto fisso di chiamata di 120 €
– un costo al minuto di volo di 120 €
Relativamente all’attivazione delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, le tariffe prevedono
– un diritto fisso di chiamata per ciascuna squadra di 120 €
– un costo per ogni ora aggiuntiva, oltre la prima, di operazione per ogni squadra di 50 €
Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese sottolinea che non percepirà alcun rimborso proveniente da tali compartecipazioni, anche se le operazioni saranno svolte interamente dal proprio personale, poiché la sua attività è già supportata dalla Regione Piemonte ai sensi della legge regionale 67/1980.

Il presidente del SASP (Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese), Aldo Galliano, commenta che «la delibera introdotta dagli Assessori Saitta e Valmaggia ha, dal punto di vista della nostra organizzazione, un elevato valore etico poiché pone maggiori responsabilità su coloro che si avventurano su terreno impervio senza la dovuta preparazione oppure attivano la complessa macchina dei soccorsi in maniera immotivata. Riteniamo corretto che certi interventi, sempre assai costosi, non siano a carico della collettività bensì vedano una compartecipazione economica da parte di coloro che vengono soccorsi”.

L’idea di De Luca e Bartolomei è ulteriormente discussa il 20 ottobre 2015 nel palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, sede del Consiglio Regionale della Regione Abruzzo. Sono presenti ai lavori i consiglieri Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. Oltre a Paolo De Luca in rappresentanza del Collegio Regionale Maestri di Sci Abruzzo, ci sono i rappresentanti di CNSAS Abruzzo, SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), SAF (Vigili del Fuoco), Polizia di Stato, CAI Abruzzo, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili, ???), 118 Abruzzo e Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo.

20 ottobre 2015, palazzo dell’Emiciclo all’Aquila. Al centro, da sinistra: Pierpaolo Pietrucci, Luciano Monticelli e Paolo De Luca
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In questa riunione devono essere stati discussi altri temi, oltre al pagamento del soccorso e all’obbligatorietà di un’assicurazione RC. Infatti, in seguito, Loreto Bartolomei scrive: “In Abruzzo ci sarà prossimamente una legge ancora più completa delle altre regioni. Ci sarà l’obbligo di una polizza assicurativa RC per chi intende fare lo sport dell’arrampicare, usando attrezzature per farlo tipo: corde, chiodi, ramponi, scalette, ecc, come pure chi vuole sciare fuoripista. Una polizza valida anche per i danni che con quelle attività il praticante può arrecare a se stesso.
Chi ne è sprovvisto sarà sanzionato, ma non chi ama passeggiare sui sentieri delle nostre montagne.
E, sopra un certo grado di difficoltà, sarà fatto obbligo dell’accompagnamento di una guida alpina. Saranno indetti dei corsi per una prima preparazione alla frequentazione della montagna in sicurezza, per sé e verso gli altri, con esame finale di idoneità, con sensibilizzazione anche nelle scuole per i giovani studenti… Ricordo a tal proposito che in Abruzzo chi vuole recarsi a cercare funghi deve aver frequentato un corso per conoscerli e poterli raccogliere.
Infine saranno utilizzati reparti dei Vigili del Fuoco per l’elisoccorso, in quanto hanno più volte dichiarato la loro disponibilità a farlo e a terra le squadre del Soccorso Alpino delle varie forze di Polizia, Forestale e Carabinieri (
Il CNSAS non è citato, NdR). Si sta per avverare un sogno, quello di vedere meno elicotteri sorvolare le nostre montagne per il recupero di infortunati e/o di “gitanti fuoriporta”, ma soprattutto meno sperpero di denaro pubblico…”.

Queste affermazioni suscitano un grande vespaio. L’opinione degli appassionati sul soccorso a parziale o totale pagamento è assai divisa, ma in ogni caso se ne può parlare. Anche sull’assicurazione si può discutere, almeno sulla RC (assolutamente meno chiara è la questione su una specie di “casco” individuale).
Siamo invece al limite dell’assurdo quando si accenna agli esamini di idoneità per non parlare della pratica dell’alpinismo con guida alpina obbligatoria.

Daniele Caielli osserva per primo che non si capisce in base a quali leggi nel campo delle attività ludico-sportive-escursioniste queste misure possano essere adottate. Aggiunge: “Quindi per ora sarà in vigore la massima arbitrarietà, terreno propizio a una valanga di ricorsi giuridici. Attenti quindi voi trail runner che andate in montagna con le scarpe basse…”.

Giovanni Busato aggiunge che “se da un lato occorre preservare il libero arbitrio soprattutto in montagna, dall’altra l’imporre per legge un comportamento comporta creare false aspettative o false sicurezze…
La polemica sull’Artva, obbligatorio o meno, è illuminante quando si scopre che una bella fetta di chi lo indossa in realtà non sa come usarlo, o non legge i bollettini valanghe… La stipula di una assicurazione deve essere una libera scelta soprattutto consapevole, frutto di un percorso culturale: altrimenti rimane solamente un fatto formale anzi, magari una scusa per sottovalutare i rischi…, “tanto ho l’ARTVA e, comunque, sono assicurato!!!!!!!!”.

Daniele Piccini afferma che, in questo moderno medioevo della montagna, i pubblici amministratori vorrebbero risolvere il problema delle proprie responsabilità cogliendo una proposta a dir poco approssimativa per varare una legge che fa soltanto comodo ad alcuni: “Il fatto della sicurezza sembra l’ultima preoccupazione del legislatore anche se viene riportata come primaria. Le tesi a sostegno sia del pagamento del soccorso che dell’obbligo (su certi terreni) di ingaggiare una guida alpina o magari un accompagnatore di media montagna portando ad esempio casi limite riscontrabili in qualsiasi attività (chi va a 200 km all’ora con la moto e si schianta deve pagare il soccorso?) sono irricevibili. A chi sostiene che solo a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Vigili del Fuoco si debba assegnare il compito del soccorso in montagna, pur nel rispetto dello loro professionalità, voglio ricordare che per tale compito sono formati e giustamente pagati dalla comunità. Non vedo citato in Soccorso Alpino e Speleologico ugualmente professionale ma formato da volontari”.

Fulvio Turvani
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Molto attivo è Fulvio Turvani che in più interventi argomenta: “Sono contrario prima di tutto come soccorritore.
La prima conseguenza di queste leggi è mettere in difficoltà noi. Succederà, succede, che qualcuno per timore di dover pagare tarderà a chiamare i soccorsi. Un soccorso banale alle 15, diventa critico a fine giornata. Il recupero di qualcuno perso su un prato o una cresta, è più facile dello stesso qualcuno che dopo aver provato a scendere, senza sapere dove, si è infilato in un canale o perso nel bosco. Prima o poi qualcuno per non aver chiamato, perché si è perso sano e aveva paura di pagare, lo ritroveremo morto.
Sempre da soccorritore mi chiedo perché chi va in montagna deve pagare, e tutti gli altri no. Gli automobilisti indisciplinati, i fungaioli imprudenti, il ciclista distratto e quello che da 15 anni si rifiuta di ascoltare i consigli del medico…
Perché chi decide di passare la domenica in montagna e sbaglia sì, e chi decide invece di passarla in autostrada e sbaglia no?
… Per un intervento in Grigna, ne faccio 20 su strada. Ma nessuno dice di far pagare l’elicottero a chi correva troppo in auto, a chi non rispetta le distanze di sicurezza, a chi non si assicura di avere le luci dell’auto a posto prima di mettersi per strada.
Ma guai se due ragazzi son saliti in Rosalba con i jeans.
… Solitamente la giustificazione è che gli alpinisti “vanno a cercarsela”… Dicono che i soccorsi costano. Ma sono sicuro che se andiamo a vedere i bilanci delle regioni, o anche solo quelli nel mio caso dell’elisoccorso, si scoprirebbe che i costi per gli interventi che riguardano gli alpinisti sono una frazione di un costo decisamente superiore. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo il costo sociale, ci si rende conto che l’alpinista sprovveduto/diseducato/incosciente, ha un costo sociale ben inferiore a quello del generico cittadino sprovveduto/diseducato/incosciente.
Quindi la domanda torna ad essere “perché gli alpinisti si e tutto il resto dell’umanità no?”.
… In ogni caso chi fa queste proposte si assume la responsabilità di uccidere uno degli ultimi spazi di libertà individuale, di solidarietà tra persone con idee diverse ma consapevoli di dividere un sentimento, chiamiamolo passione, comune.
Ribadisco ancora una volta che son certo che l’aspetto economico vero sia marginale. Per quanto un intervento in montagna sia singolarmente più complicato e costoso di uno in autostrada (ma mica sempre… quanto costa alla comunità la chiusura di un’autostrada per una o due ore?)
”.

In vetta al Gran Sasso d’Italia 2912 m: non proprio in infradito, ma quasi
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Loreto Bartolomei
 cerca di riassumere la situazione, almeno dal suo punto di vista: “Chi frequenta la montagna camminando sui sentieri segnati nulla deve pagare se per caso subisce un incidente: se però andando in ospedale il codice sarà verde, e quindi non viene ricoverato, non subisce medicazioni e torna a casa, oppure addirittura nel caso che il “soccorso” venga portato a valle alla propria autovettura, in questi casi il “furbo” paga il soccorso per intero. Se invece è soccorso un alpinista, dotato dell’attrezzatura necessaria e se l’infortunio avviene per fatalità, insomma quando non poteva onestamente essere previsto: se il “soccorso” è ferito e al pronto soccorso viene medicato, ha dei giorni di ricovero o di convalescenza, nulla deve per il servizio. Se invece l’evacuato viene sorpreso con attrezzatura inadatta, o se andando in ospedale gli viene assegnato codice verde, e quindi non viene medicato, ricoverato, allora deve pagare per intero il soccorso…

L’accompagnamento da parte della guida alpina sarà obbligatorio a partire da un certo grado di difficoltà dell’arrampicata, questo sarà stabilito dal collegio delle guide. Essendo le operazioni di soccorso effettuate da personale (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili del Fuoco) con ruolo di Polizia Giudiziaria, saranno loro a certificare con un rapporto l’accaduto. Insomma, il tempo dei “furbetti” con infradito che una volta stanchi si fanno riaccompagnare in macchina a valle aggratis, e finito.

Le guide alpine Marcello Cominetti e Stefano Michelazzi intervengono anche più di una volta per ribadire non solo quanto sono contrari all’obbligo di accompagnamento di guida alpina ma anche quanto si augurano che i colleghi si esprimano al più presto al riguardo.

Alberto Benassi prova a concludere amareggiato: “Visto che le montagne non sono di proprietà dei vari Loreto di turno, ma sono di tutti; visto che la libertà di andare in montagna è sacra come è sacra la libertà di andarci in base al proprio stile e capacità. Se passerà questa legge dell’obbligo della guida e dell’obbligo del soccorso a pagamento solo per gli alpinisti, propongo una manifestazione di protesta da fare ad esempio a Prati di Tivo”.

Considerazioni
Paolo De Luca e Loreto Bartolomei hanno fatto per primi una proposta in regione Abruzzo per risolvere un problema decisamente scottante. Di questo dobbiamo dare loro atto, considerando per esempio che una delle prime conseguenze è stata l’abolizione dei divieti sul fuoripista.

Riteniamo però, come già asserito sopra, che mentre sia tutto discutibile e perfettibile, è da respingere qualunque tentativo di rendere obbligatorio un patentino e tanto meno l’accompagnamento di una guida alpina.

 

 

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Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Se causato da imperizia o equipaggiamento inidoneo, anche in Abruzzo si pagherà il soccorso in montagna. E’ notizia di metà settembre 2015.

Con una modifica alla legge regionale 24 del 2005, il legislatore abruzzese consente il fuoripista sempre e comunque, anche in caso di alto rischio valanghe e perfino in zone dove le slavine eventualmente staccate incombano sulle piste a valle, purché si sia in possesso dell’attrezzatura di soccorso e di una apposita polizza.

E’ vero che la macchina dei soccorsi che si mette in moto in casi di emergenza è fatta di personale specializzato e mezzi equipaggiati, e il tutto ha costi spesso non trascurabili. Ma la preoccupazione di alcuni è che ci sia il rischio che l’obbligatorietà comporti una lievitazione dei costi delle polizze RC, oggi molto contenuti.

Luigi Faccia, direttore della scuola di sci Assergi-Gran Sasso commenta: “Tutto quel che liberalizza e apre nuovi mercati è positivo“.

Agostino Cittadini
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Sul versante delle guide alpine, che rivendicano anche la paternità del provvedimento, Agostino Cittadini, presidente delle guide d’Abruzzo, dice: “Con le dovute precauzioni, quindi con l’equipaggiamento di rito, come l’ARTVA, quella dei fuoripista è una libertà di cui l’escursionista gode in molte zone, anche in molte regioni alpine… L’aggiunta della responsabilità civile deve aprire la strada al soccorso a pagamento, come già avviene sulle Alpi o in Svizzera… Paghiamo già la sanità, ma quando il soccorso è dovuto a imperizia e non è di tipo sanitario il discorso è diverso… Oggi si consiglia di farsi la tessera al CAI proprio perché include una assicurazione, tra l’altro di carattere europeo“.

Anche Pierpaolo Pietrucci, consigliere regionale del Pd e firmatario della proposta di modifica legislativa, è sicuro della bontà del provvedimento perché “se vuoi andare sulla Direttissima del Gran Sasso con le infradito, allora paghi“.

Ferdinando Lattanzi di Abruzzo Mountains Wild, quanto è favorevole al pagamento di un soccorso per imperizia, altrettanto è scettico sull’obbligatorietà dell’assicurazione:

L’assicurazione di Responsabilità Civile per il fuoripista, che non serve a pagare il soccorso bensì gli eventuali danni provocati a terzi, costituisce una limitazione alla libera circolazione delle persone all’interno del territorio nazionale.

Posso capire che nell’ambito stradale, dove la probabilità di incidente e di danno a terzi può essere alta, devi premunire gli automobilisti obbligandoli ad assicurarsi, ma il free ride è una pratica che tendenzialmente fanno persone esperte. Qual è il principiante che si avventura nello scialpinismo? Se si fa una statistica, a essere soccorsi sono essenzialmente gli escursionisti della domenica sulla Direttissima…

Non so di nessuna regione dove esiste una cosa del genere. In Francia ci sono cartelli che ti avvisano che è a tuo rischio e pericolo. Non si può costringere chi va a farsi una passeggiata fino al Sassone o a Monte Cristo (brevissime gite, citate da Lattanzi proprio per la loro semplicità e popolarità, NdR) a stipulare un’assicurazione.

Ferdinando Lattanzi
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-ferdinandoLattanzi

Sulle nostre montagne e soprattutto sulla Vetta Occidentale di Corno Grande circolano più sprovveduti d’estate che d’inverno, stagione in cui chi si avventura in montagna un minimo di preparazione ce l’ha. A dimostrazione di ciò basterebbe contare il numero di soccorsi nelle stagioni, uno sprovveduto che in estate fa rotolare un sasso sulla Direttissima alla Cima Occidentale di Corno Grande può provocare danni gravissimi visto l’enorme afflusso di persone su quella via, ma non è obbligato ad assicurarsi.
Mi sembra che il motivo che ha ispirato i politici a proporre questa norma sia stato soprattutto quello di evitare tutte le polemiche sorte intorno ai divieti dello scorso inverno e lavarsi le mani dicendo in pratica andate dove vi pare, provocate le valanghe che vi pare, non ci interessa se moriranno delle persone, l’essenziale è che siete assicurati per cui noi non siamo tenuti a vigilare affinché gli incidenti non avvengano.
Spero che il Governo impugni questa norma, come è capitato anche ad altre leggi regionali dell’Abruzzo: sarebbe comunque il caso di raccogliere le firme per una petizione contro questa proposta di legge che, se approvata, costituirebbe uno sciagurato precedente.
Mi piacerebbe sapere in quale altra Regione vige l’obbligo di assicurazione visto che una mia ricerca in tal senso non ha dato nessun risultato
”.

Per leggere su Ferdinando Lattanzi, clicca qui.

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Amore per l’imprevisto

Amore per l’imprevisto

Le scuole, i corsi, l’insegnamento rimangono un segmento importante nella formazione dell’alpinista, anche se si sa benissimo che oggi i filmini messi in rete tramite facebook o altri social costituiscono, nel bene e nel male, una forma di apprendimento che è completamente diversa da quella classica del maestro/allievo.

Però si mostra una qualche impresa fenomenale senza dire (o al massimo accennando appena) che dietro a quell’exploit ci sono anni e anni di duro lavoro: non si viene a sapere nulla di tutti i preparativi e gli allenamenti.

Questo peraltro è nella logica di qualunque spettacolo, artistico o meno. L’esibizione non è mai accompagnata da ragguagli su come ci si è arrivati. Qual è il compositore che ha mai spiegato quanto tempo e quanta fatica gli sono serviti prima di arrivare alla versione finale della sua opera? Ma neppure Bach o Beethoven…

Ma, al contrario che a teatro, o leggendo un libro o contemplando un’opera d’arte, guardando il filmino su facebook il messaggio che passa è che tutto è facile, alla portata di tutti: e questo è veramente pericoloso.

Però è abbastanza inutile condannare questo fenomeno: non possiamo far altro che avvertire “attenzione… queste cose non sono per tutti”.

Una sosta con catena
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Ciò che ci dovrebbe incoraggiare è il pensiero che, in ambito insegnamento, tutto è sempre perfettibile. Oggi, a mio parere, l’insegnamento soffre del fatto che non si stacca quasi mai da quello che è un discorso estremamente tecnico. Vorrei ricordare che l’andare in montagna non è una procedura, non deve diventare una procedura, non è come per i piloti di aereo quando si siedono in cabina con il vice pilota e hanno 850 levette e bottoncini da azionare o controllare uno per uno con la procedura: e solo dopo si può iniziare la manovra di decollo!

In alpinismo non è così, se diventasse una cosa di quel genere davvero non sarei più contento di essere alpinista, questo è poco ma sicuro. Quindi attenzione alle procedure elementari e alle procedure semplici, e basta!

Sto esagerando per farmi capire, non sto dicendo che nelle attuali scuole l’orientamento sia esclusivamente quello, né mi batto perché i particolari tecnici non vengano divulgati. Chiedo solo attenzione a non fare diventare una procedura quello che è l’apprendimento o che è anche l’attività. Darei minor peso di quanto attualmente hanno alle manovre, ai nodi, alle procedure, ecc., nel senso che priverei questi argomenti dell’ossessività con cui vengono insegnati, quasi fossero loro l’essenza dell’andare in montagna.

Darei invece più rilievo e rispetto all’imprevisto, quell’evento inatteso che è dietro la visuale di qualunque sport d’avventura e di pericolo. Ci deve essere amore per l’imprevisto: cioè non rifuggirlo, ma essere sereni in sua presenza, non per soffrire come masochisti o godere come gli adrenalinici, ma perché ciò che “capita” alla fine è solo quel qualcosa che non ci aspettavamo ma al quale però, tutto sommato, siamo stati noi stessi ad andare incontro.

Eravamo su quella strada, scelta da noi. L’imprevisto non è per definizione un nostro nemico, come un temporale non è solo dannoso!

L’imprevisto può essere positivo e può essere negativo, “il male non viene sempre per nuocere”.

Una sosta (in questo caso non certo ottimale) con clessidre
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Allora coltiviamo questo sentire, portiamo gli allievi sul sentiero dove ci si può veramente perdere, facciamoli perdere, facciamogli fare le soste non in falesie dove è tutto attrezzato, con chiodi già fissi, con le catene, dove si impara meccanicamente la manovra… facciamogli fare manovre anche differenti, inventiamo le soste con i chiodi e il martello… o anche senza chiodi. Chi è che oggi va in giro col martello? Solo chi vuol fare prime ascensioni, direte voi.

Ma allora portiamoci dietro almeno i friend, i nut, i cordini, inventiamoci le soste e facciamole bene naturalmente: perché così impariamo a fare le corde doppie dove non c’è nulla, impariamo a fare le sicurezze dove non c’è nulla, impariamo a perderci e impariamo a tirarcene fuori.

Questo è l’imprevisto, questo è l’inatteso che dà sale alla nostra esperienza. Il resto va benissimo e dev’essere insegnato.

Io non ho quella grossa esperienza di insegnamento che invece hanno gli istruttori o le guide, che hanno fatto i corsi… non parliamo delle guide istruttori: perciò ho molto rispetto, anzi ho ammirazione per quelli che sanno insegnare bene.

Però insegnare bene significa far provare delle emozioni e queste le provochi e le alimenti con qualcosa che necessariamente è imprevisto. Far dire emotivamente agli allievi “guarda questa persona, è stupenda… guarda che bravo è ad insegnare” è facile: basta far affrontare loro eventi che non si aspettavano.

Ecco, l’unione di tecnica e amore per l’imprevisto è il vero insegnamento, perché è sempre l’azione che insegna, le parole e gli esempi insegnano meno che i fatti.

E, a sottolineare questo concetto, godetevi questo breve video. Un filmato che ogni scialpinista dovrebbe guardare con molta attenzione.

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La responsabilità civile nell’arrampicata

La responsabilità civile nell’arrampicata
a cura della redazione di Sestogrado.it (già pubblicato nel loro sito)

E’ un argomento spinoso che può sembrare incredibile a chi, come è giusto che sia, vive il rapporto con i compagni di cordata in reciproco spirito mutualistico, condividendo le gioie che l’arrampicata sa dare ed assumendosi consapevolmente i rischi derivanti dall’attività alpinistica.

Ma è un dato di fatto: ogni anno per le conseguenze derivanti da un incidente ci sono climber (o familiari di climber infortunatisi seriamente) che si rivolgono ad un aula di tribunale ritenendo, a torto o a ragione, di aver subito un danno causato da comportamento altrui e di aver diritto ad un risarcimento.

Essendo questo un argomento non banale, con varie sfaccettature ed interpretazioni, poco studiato dalla dottrina giuridica, cercheremo di farne una sintesi essenziale.

ResponsabilitaCivile
Di cosa NON ci occupiamo qui:
– incidenti che possono occorrere in attività svolta con guide o in scuola alpinismo;
– incidenti che possono occorrere nel corso di uscite CAI;
– conseguenze legate ad aspetti di carattere penale.

Di cosa ci occupiamo qui:
– incidenti che possono verificarsi in uscite tra compagni, amici o comunque persone non legate da interessi professionali / associazionistici;
– responsabilità civile, risarcimento del danno.

Questo tipo di uscite vengono definite dalla giurisprudenza come “Accompagnamento per amicizia o per cortesia” (proprio perché prive di qualsiasi aspetto di remunerazione che altrimenti le farebbe appartenere ad un rapporto professionale, disciplinato diversamente) e nel caso si dovessero verificare degli infortuni o incidenti si possono distinguere due situazioni piuttosto diverse tra loro e con interpretazioni giuridiche differenti:

1) caso in cui vi è affidamento tra accompagnatore ed accompagnato
2) caso in cui NON vi è affidamento tra accompagnatore ed accompagnato

1) il caso dell’affidamento si verifica quando c’è un accompagnatore che possiede, rispetto all’accompagnato, maggiori competenze, esperienza, capacità nel condurre l’uscita, tali che l’accompagnato vi fa totale affidamento per il compimento e gestione dell’uscita stessa. In questo contesto l’accompagnato si affida all’accompagnatore seguendone le direttive legando così l’accompagnatore ad un “dovere di protezione” nei confronti dell’accompagnato.

Esempio: capocordata che ha esperienza, rilevabile da precedenti corsi svolti con CAI, guide alpine, testimonianze che provano che arrampica da anni, etc. porta ad arrampicare amico alle prime armi.
In questa situazione, nel verificarsi di eventuale incidente/infortunio, la giurisprudenza impone all’accompagnatore un onere superiore in termini di responsabilità.

2) non vi è affidamento quando i membri della cordata/uscita hanno più o meno pari capacità e si affidano l’uno all’altro per la gestione dell’uscita. In questo caso la giurisprudenza tende a “spalmare” gli oneri di responsabilità in maniera più proporzionata su entrambi.

ResponsabilitaCivile-montagna
Approfondiamo la responsabilità in caso di affidamento tra accompagnatore ed accompagnato: in caso di incidente è onere dell’accompagnato danneggiato provare l’esistenza di tale rapporto di affidamento (deve dimostrare che lui non era capace, era inesperto, alle prime armi e che invece il compagno aveva l’esperienza e le capacità per guidarlo).

La valutazione della colpa dell’accompagnatore è legata al tipo ed al grado di affidamento, ossia dal divario che esiste tra i due soggetti in termini di capacità. Tanto più alto è il divario tanto minore è la responsabilità dell’accompagnato danneggiato in caso di incidente.

Un incidente in simile contesto vede valutare con rigore le colpe dell’accompagnatore il quale è responsabile di varie potenziali situazioni causa dell’incidente: imprudenza, imperizia, negligenza nell’aver valutato le difficoltà tecniche dell’itinerario, le capacità dell’accompagnato, lo stato del terreno e delle condizioni climatiche, ecc.

In parole povere quand’è che un accompagnatore esperto è chiamato a risarcire i danni per un infortunio subito da un accompagnato inesperto?
Quando in primis l’incidente è dovuto a comportamento negligente dell’accompagnatore.

Ma anche quando l’incidente è dovuto a un comportamento dell’accompagnato frutto di sua imperizia, o di sua imprudenza derivante dal fatto di non avere un’esperienza adeguata alla gita in corso. L’idoneità dell’accompagnato alla gita dev’essere preventivamente valutata dall’accompagnatore, che ne assume perciò la responsabilità.

Quand’è che un accompagnatore esperto NON è chiamato a risarcire i danni per infortunio subito da accompagnato inesperto?
Quando l’accompagnato compie atto di macroscopica imprudenza frutto di inosservanza a ordini dell’accompagnatore: per es. compie una manovra così evidentemente e notoriamente rischiosa che non è ragionevole pretendere che fosse stata fatta oggetto di un divieto espresso dell’accompagnatore, come per esempio lo smontare la sicurezza di una sosta senza il previo consenso dell’accompagnatore, che sale in cordata per primo.

Il caso del rapporto tra membri di cordata, mancante dell’elemento dell’affidamento, viene valutato in maniera diversa.

Questo tipo di rapporto è così definito: non è accompagnatore ai fini dell’attribuzione della responsabilità corrispondente il semplice compagno di cordata o di gita: qui l’affidamento consiste soltanto nell’ordinario aiuto reciproco, che permette di diminuire consistentemente i pericoli, proprio solo per il fatto di essere in compagnia invece che da soli, tanto più se legati in cordata. In ogni caso non si ha un rapporto di accompagnamento se la differenza fra le capacità dei due o più compagni di gita è scarsa e la capacità complessiva del più debole è comunque ben sufficiente per affrontare le difficoltà e i pericoli della gita in condizioni di ragionevole sicurezza.

Conclusioni
L’arrampicata è uno sport pericoloso ed il fatto stesso di svolgerla coscientemente e volontariamente implica l’accettazione da parte di chi la compie di un qualche grado di rischio. D’altra parte la suddetta accettazione del rischio non permette di per sé di escludere ogni responsabilità dell’arrampicatore.

Il grado di consapevolezza e quindi accettazione del rischio varia a seconda dell’esperienza e delle capacità tecniche. In caso di incidente/infortunio che si verifichi in cordata nel quale uno dei soggetti sia chiamato a risarcire i danni, la giurisprudenza valuterà in maniera differente casi di non affidamento a casi di affidamento. Nei primi sarà più raro e difficile riuscire a provare una diretta responsabilità civile di uno dei compagni, nel secondo caso invece sarà più facile e probabile attribuire la responsabilità all’accompagnatore esperto.

Nota
Per scrivere il nostro articolo ci siamo basati su due testi:
La responsabilità dell’accompagnamento in montagna, di Vincenzo Torti, CAI, Milano, 1994;
– La responsabilità sciistica. Analisi giurisprudenziale e prospettive della comparazione, di Umberto Izzo e Giovanni Pascuzzi, Giappichelli, 2006.

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Note di Redazione
– la sintesi in diritto civile che Sestogrado.it ha fatto corrisponde in sostanza all’approccio tradizionale al caso della responsabilità (civile) per l’infortunio alpinistico, che è quello a nostro parere da difendere.
Il problema odierno è che da qualche anno si sta facendo strada un approccio alla materia per il quale quella responsabilità tende ad aggravarsi a carico del danneggiante (vedi ad esempio l’articolo http://www.banff.it/la-corte-di-cassazione-e-la-naturale-pericolosita-della-montagna/ su questo Blog). Vi è quindi  il rischio che la sintesi qui proposta da Sestogrado.it venga letta dal non esperto come certezza piuttosto che come auspicio e cosa da sostenere in massa.

– circa Umberto Izzo (e C.), la nostra impressione è che da tempo stiano procedendo per normarlo, l’alpinismo. Non vanno nella direzione della libertà.
In riferimento al recente primo volume del Trattato La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, e in relazione al battage pubblicitario che lo ha accompagnato (Prof. Umberto Izzo e AA. vari, ed. Giappichelli; vedi http://www.banff.it/il-diritto-degli-sport-di-montagna-scende-a-valle/), occorre dire che la nostra posizione è proprio agli antipodi.
Per rendersene conto, basta confrontarne l’”Introduzione” (intitolata Il diritto degli sport di montagna scende a valle), l’Indice (in totali 16 pagine, dove torna 26 volte il termine “fruire”) e i loro contenuti, con alcuni post qui apparsi in passato: Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis e Fruire la montagna: no, grazie!oppure ancora con l’articolo di Carlo Bonardi Il diritto va in montagna, in La Rivista del CAI, settembre-ottobre 2010.
Ciò a prescindere da chi abbia ragione, sempre che la ragione sia una…
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Montagna: territorio di libera scelta

Il 12 aprile 2015 su montagna.tv (con il titolo Incidenti in montagna e soccorsi a pagamento: lettera aperta di un maestro di sci abruzzese) è stata pubblicata un’interessante lettera aperta del maestro di sci e accompagnatore di media montagna Paolo De Luca, abruzzese di Pietracamela.

Il testo della lettera è leggibile integralmente qui, ma a noi interessa farne un riassunto e discutere due particolari punti.

La lettera trova il suo perché in un episodio riferito dallo stesso De Luca. Con un amico medico è in una bella giornata di sole sulla cresta ovest del Gran Sasso d’Italia, sopra alla Sella del Brecciaio, quando scorge in un punto abbastanza esposto un uomo e una donna in difficoltà. I due chiedono alla coppia se hanno bisogno d’aiuto: la donna era stata presa da una crisi di panico e piangeva. La risposta data dall’uomo è stata: ”Grazie, non abbiamo bisogno di aiuto. Se la mia compagna non si riprende chiamerò l’elicottero per farci riportare al parcheggio. Tanto è gratis, e potremo vedere il Gran Sasso dall’alto”.

Questa risposta la dice lunga sia sulla preparazione tecnica di certa gente che sulla superficialità con cui viene considerato il lavoro del Soccorso alpino. E l’episodio ha spinto De Luca a mettere su carta le sue riflessioni in proposito.

Paolo De Luca
De Luca-foto-Paolo-De-Luca_articoloLa lettera, dopo l’ovvia considerazione che vi è un’eccessiva “sopravvalutazione delle proprie capacità e una scarsa valutazione del percorso che si vuole intraprendere e dei relativi rischi”, e dopo l’elenco dei più elementari consigli da non trascurare mai, entra nel vivo della questione dicendo:

Consigli a parte, da più fronti si invoca una legge in grado di arginare l’impennata di incidenti in montagna. Attualmente, infatti, non esiste una normativa con regole specifiche per la sicurezza dello sciatore-alpinista, dell’alpinista, dell’escursionista e più precisamente per gli sport di avventura. A mio avviso, innanzitutto si potrebbe modificare la Legge 363/2003 sulle norme di sicurezza e di prevenzione infortuni per lo sci di discesa e fondo estendendola anche allo sci alpinismo, all’escursionismo, all’alpinismo. Così come nell’attuale Legge si stabiliscono precise regole sulle piste da sci, anche nel caso di escursioni e arrampicate in montagna è necessario fissare regole più stringenti. Una soluzione potrebbe essere quella di stipulare una polizza assicurativa per le attività sportive: credo ci siano formule che coprono escursioni impegnative e probabilmente anche vie ferrate (sicuramente non arrampicate di alto livello). Nella maggior parte dei Paesi europei è prevista un’assicurazione per questo genere di attività: con circa 20-30 euro l’anno si è coperti in caso di infortunio”.

Poi passa ad altra questione, suggerendo che “bisognerebbe far pagare per intero al cittadino le operazioni di salvataggio in montagna”. Per De Luca così facendo si proverebbe a “responsabilizzare coloro che decidono di avventurarsi in montagna senza una preliminare valutazione del percorso e delle proprie capacità”. Lamentando che in Abruzzo il soccorso sia completamente gratuito, De Luca fa seguire l’analisi abbastanza circostanziata relativamente alle altre regioni. Per questo rimandiamo al nostro post http://www.alessandrogogna.com/2015/02/06/soccorso-a-pagamento/, e aggiungiamo che le considerazioni di De Luca sono condivisibili nella misura in cui è realmente affidabile il controllo su quanto “seria” sia stata la richiesta di soccorso, onde poter quantificare l’importo del “ticket”.

In ultimo, la considerazione finale: “Gli introiti (dei ticket) ovviamente non vanno nelle tasche del Soccorso Alpino ma in quelle del sistema sanitario nazionale. Il CNSAS percepisce finanziamenti pubblici per i soccorsi in montagna per circa 10 milioni di euro l’anno, tra Stato ed enti autarchici locali quali Regioni, Province, Comuni. A questo punto, un aspetto da risolvere è quello di stabilire se l’organizzazione CNSAS formata da volontari è opportuno riceva finanziamenti pubblici invece di utilizzare squadre di professionisti altamente specializzati già esistenti nel Corpo Forestale dello Stato (Soccorso Alpino Forestale), Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), Vigili del Fuoco (Speleo Alpino Fluviale), Esercito (Alpini) a cui eventualmente destinare quelle somme aumentando l’efficacia dei soccorsi. A tal proposito è da dire che la tempestività negli interventi è maggiore da parte dei professionisti, visto che i volontari devono lasciare il lavoro e non sono in continua attesa e disponibilità per le emergenze”.

Il contributo di De Luca è indubbiamente ben appoggiato su notizie documentate e su considerazioni di buon senso, a parte i primi punti, quelli sottolineati in neretto. Su questi punti occorre essere molto chiari.

Una futuribile “patente” di alpinismo…
De Luca-indexNon si possono paragonare l’attività alpinistica e quella d’avventura allo sci di pista. Le piste sono a pagamento dunque devono essere ben regolamentate. Sugli altri terreni montani deve vigere il criterio di libera scelta e di responsabilità, come è sempre stato finora. Non possiamo accettare che l’intera attività alpinistica venga regolamentata anche di poco. L’individuo che sceglie l’avventura lo fa a suo rischio e pericolo e perciò deve avere la libertà di un campo in cui muoversi a livello decisionale e progettuale, quindi di responsabilità. Se così non fosse la sua sarebbe un’attività sportiva regolamentata in cui poi come effetto immediato si rincorrerebbe un’irraggiungibile sicurezza e in cui la ricerca del colpevole supererebbe ogni limite di buon senso, con gran gaudio di avvocati e assicuratori.
Occorre essere fermi su questo punto almeno tanto quanto occorre essere tutti noi collaborativi a un’informazione più incisiva, proprio per evitare scelte sbagliate di alpinisti improvvisati.
Se dobbiamo parlare di modifiche alla Legge 363/2003, pensiamole nella direzione opposta, quella della completa libertà unita alla crescita morale e responsabile dell’individuo.

Quanto alla polizza assicurativa, ognuno è ovviamente libero di stipulare ciò che crede. Di sicuro vi possono essere consigli a farlo. Ma mai e poi mai la polizza deve diventare obbligatoria. La polizza imposta si trova sullo stesso sentiero liberticida che abbiamo qui sopra cercato di evitare e denunciare.

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Racconti di paura dalle falesie

Racconti di paura dalle falesie
tradotto da Climbing n. 330 (www.climbing.com)

Albert Kim: “Ho visto un climber innervosirsi su una via trad e quindi rinunciare a salirla. Il che va bene… peccato che l’ho visto anche pendolare su una vicina via sportiva, agganciare uno spit e procedere in questo modo: oscillare ancora sulla via trad, tirar via il materiale, pendolare di nuovo sulla sportiva, agganciare lo spit sottostante a quello dove era già agganciato, risalire allo spit di sopra, togliere il rinvio, volare sullo spit di sotto. E via così, con la stessa manovra, fino a raggiungere terra”.

Lezione. Procedure di questo genere usurano inutilmente il materiale ed espongono a rischi del tutto inutili. E se la corda corre a lato della tua protezione, si può creare un’angolatura pericolosa.
Il modo più facile per ritirarsi da una via trad è costruire un ancoraggio con nut (i più economici, da lasciare) e con moschettone a ghiera, oppure con moschettoni disposti ad apertura opposta. Scendere così, recuperando il materiale sottostante. Se si può calarsi dall’alto, ricuperare in seguito anche l’ancoraggio di discesa. In alternativa, si può finire la via trad procedendo in artificiale.

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Hailey Hosken: “Ho visto una coppia di climber ritirarsi da una via multipitch. Invece di fare doppie normali, cioè uno per volta su tutti e due i capi della corda, loro curiosamente scendevano in simultanea. Lui scendeva su un capo mentre lei gli faceva da contrappeso con un freno moschettone vicino alla sosta. Giunto lui alla fine della calata, lei scendeva trattenuta allo stesso modo da lui in basso”.

Lezione. La discesa simultanea è una tecnica avanzata a basso margine di errore. Errori assai semplici possono essere catastrofici. Il modo più sicuro e più semplice di scendere in doppia è quello normale, centrando la corda a metà sull’ancoraggio e quindi scendendo con un normale discensore.

Johnathan Sliski: “Ho visto un climber calarsi dalla sommità di un monotiro sportivo che iniziava al di sotto di un tetto assai pronunciato. Nella calata toglieva i rinvii usati in salita e si aiutava, per rimanere in vicinanza della parete, stando agganciato con un rinvio al lato della corda che scendeva a chi gli faceva sicura. Quando ha sganciato l’ultimo rinvio che gli rimaneva (cioè quello messo sul primo spit) si è creato un ovvio lasco nell’intero sistema, che si è subito tradotto in un pendolo bestiale. Era ancora agganciato con il rinvio alla corda (lato assicuratore), e questo ha provocato un violento trascinamento di quest’ultimo sul terreno, per una decina di metri. Una discreta ferita alla testa dell’assicuratore li ha costretti ad andare al pronto soccorso”.

Lezione. In calata, agganciarsi con un rinvio di servizio sul lato di corda che va all’assicuratore aiuta a stare vicini alla parete. Ma sganciare l’ultimo rinvio (specialmente sotto un tetto) crea un lasco improvviso ed è difficile evitare un lungo pendolo. È essenziale andare allo spit direttamente, attaccarsi, staccare il rinvio di servizio, far recuperare all’assicuratore il lasco creato e solo allora staccare il rinvio e lasciarsi andare in pendolo. Questo permette all’assicuratore di non essere sbilanciato. Occorre anche accertarsi che la linea prevista del pendolo non incroci il suolo o altri ostacoli… Mollarsi solo quando l’assicuratore ti sta tenendo stretto. Dopo la pendolata, farsi calare. Se l’oscillazione è sospetta, meglio farsi calare con la corda passata dentro nell’ultimo rinvio (cioè il primo usato) per poi recuperarlo in seguito. Siffatta manovra richiede qualche metro in più di corda, perciò assicurarsi sempre che sia sufficiente. E naturalmente non sganciarsi dal rinvio di servizio fino a che non si è arrivati a terra.

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Soccorso a pagamento?

Nota di Alessandro Gogna e Carlo Zanantoni

Il Corriere della Sera, 2 febbraio 2015, dedica un articolo ai costi del Soccorso Alpino, incluso l’intervento dell’elicottero. Questi sono totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, cioè per nulla a carico della persona soccorsa, in tutte le Regioni, ma con tre eccezioni importanti: Veneto, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Anche in Piemonte si sta pensando di addossare un costo alla persona soccorsa. In Lombardia il provvedimento è già pronto ed è al vaglio della Commissione Sanità; è però limitato ai casi non gravi, cioè a soccorsi richiesti per motivi che non siano di vera emergenza sanitaria.

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Ci sembra opportuno stimolare una discussione su questo punto – anche allargando un po’ il discorso come faremo – premettendo che in linea generale siamo d’accordo. Sembra strano detto da noi, cioè da parte di chi ha promosso la creazione dell’Osservatorio per la Libertà nell’Alpinismo (per chi non lo sapesse, l’Osservatorio si propone la difesa della libertà di affrontare i rischi dell’alpinismo).

Il motivo è, sostanzialmente, che la principale obiezione che la collettività solleva nei confronti dell’Osservatorio è legata alla ricaduta sulla società dei costi del soccorso e delle conseguenze sanitarie. Sulle spese sanitarie l’Osservatorio sostiene che è ragionevole farle sostenere dalla comunità, perché tali spese sono ridicole rispetto a quelle generate da tante altre forme di libertà che la società accetta. Ma sulle spese del soccorso un discorso di questo genere non vale, tanto più che con un costo modesto un’assicurazione le può coprire, a cominciare dell’iscrizione al CAI, che porta alla copertura di tali spese fino ad un massimo di 25.000 Euro. Dunque ci sembra giusto porle a carico dell’assistito; osserviamo però che questo massimale viene spesso superato, sicché ci limitiamo a suggerire che il CAI dovrebbe agire nei confronti delle società di assicurazione per ottenere a prezzi ragionevoli coperture più elevate di quelle attuali. Ci risulta infatti che tali società, considerando il numero relativamente poco elevato di coperture richieste in questo campo, non perdano tempo a considerare con la dovuta attenzione la possibilità di una riduzione delle polizze, che con gli alti numeri diventerebbero più appetibili. E gli alti numeri si avrebbero quando gli alpinisti sapessero che le spese sono a loro carico.

Naturalmente sarà importante che, anche in Lombardia, vengano attentamente valutate le differenze enormi che ci possono essere tra un incidente e l’altro, oltre che tra un incidente e una semplice richiesta di essere prelevati a mo’ di taxi. I ticket a carico degli individui soccorsi dovrebbero essere modulati sulla maggiore o minore necessità del soccorso e maggiore o minore gravità dell’incidente.

Usciamo ora dal tema proposto dal Corriere per estendere le considerazioni al più vasto tema dei costi sanitari degli incidenti alpinistici; desideriamo infatti non perdere occasione per misurarci con l’opinione corrente nel pubblico, critico nei confronti di chi affronta volontariamente un rischio. L’uomo della strada ammira Messner ma critica chi, a modesto livello, cerca libertà ed emozione nella sua attività alpinistica. È difficile fargli apprezzare gli aspetti culturali e formativi di questo impegno, per lo meno tramite queste poche righe; limitiamoci dunque a dire che i costi sanitari di eventuali incidenti sono risibili nei confronti di quelli dovuti alle tante libertà che la società civile ci consente. La prima reazione quasi istintiva di tanti alla notizia di un incidente: “E chi paga? Noi” dovrebbe far posto al ragionamento che ora si è fatto; tradisce semplicemente, in molti casi, il fastidio verso il “diverso”, male inserito in questa società “sicuritaria” che si va creando e rafforzando.

Per quanto riguarda i rischi per i membri del Soccorso, chiediamo a loro, finalmente, di far più spesso capire all’uomo della strada che anche loro sono alpinisti e quindi affrontano il rischio per solidarietà. E chiediamo ai loro capi di non insistere così spesso sulla critica a chi ha incidenti in montagna con un tono che li fa apparire come ridicoli incoscienti.

Ma dopo questo appello ritorniamo al discorso sui costi: sarebbe bello se il CAI potesse tacitare anche le indebite critiche suddette ottenendo che sia disponibile per chi pratica l’alpinismo un’assicurazione per le spese mediche a costi non proibitivi, che potrebbe includere morte e invalidità (di cui fino ad ora qui non si è parlato). Per gli istruttori essa è già disponibile.

Riassunto della situazione:

Costi del soccorso
Tutti a carico ASL (nessuno paga) in tutte le regioni ESCLUSE Veneto, Trentino, Val d’Aosta e forse fra poco Piemonte e Lombardia.
I soci CAI sono coperti fino a un massimo di 25.000 EURO

Spese mediche
A carico ASL

Polizza infortuni
Per i soci CAI: solo in attività sociale.
Per istruttori: anche in corso di attività propria.
A: morte 55.000 EURO, invalidità 80.000 / B: tutto raddoppiato se si pagano 3,80 (!!!!) Euro in più.

Chi è interessato, in questo documento in pdf, può avere informazioni sulle assicurazioni disponibili in ambito CAI.

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Il Comune di Monesi vs Regione Liguria

Da ImperiaPost (http://www.imperiapost.it):

È scoppiata una rivolta a Monesi, unica stazione sciistica attualmente operante in provincia di Imperia, a seguito dell’ordinanza emessa dal Comune di Triora (vedi pagina 1, pagina 2 e pagina 3) che vieta la maggior parte delle attività collaterali allo sci e legate al mondo della montagna. Da quest’anno saranno vietate pratiche diffusissime negli anni precedenti, come lo sci alpinismo, l’arrampicata su roccia e la tradizionale “ciaspolata”, che, in altre regione italiane, sono divenute un vero e proprio motore dell’economia locale. Un’ordinanza che rischia di compromettere lo sviluppo commerciale e turistico di Monesi, nonché la sopravvivenza dell’intera vallata.
L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione con i provvedimenti VIA della Regione Liguria n.ri °129/209 del 27/06/2007 e n°303 del 29/10/2013.

Monesi04-10807868_492491157556904_773318221_nAl riguardo ImperiaPost ha contattato il consigliere del Comune di Triora (con delega a Monesi) Cristian Alberti:

L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione Liguria con provvedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale – spiega Alberti – purtroppo sono prescrizioni vincolanti se si vogliono aprire gli impianti. Non abbiamo potuto non farla, perché diversamente non si potrebbe aprire neanche la seggiovia e non si potrebbe portare avanti nessun progetto di alcun nuovo impianto. Considerato che effettivamente quasi la metà delle persone che vanno nel mini comprensorio sciistico fanno fuori pista o sci alpinismo o ciaspolano e che nella realtà è uno dei posti più sicuri dell’intero arco alpino è un bel problema più che altro perché rischia di diventare una ulteriore penalizzazione sotto l’aspetto economico per le attività esistenti in loco…
Siamo ben consapevoli che la problematica sia grave e di non semplice risoluzione, ci siamo attivati e abbiamo già avuto diversi incontri, il CAI predisporrà una relazione dettagliata nella quale esporrà le perplessità dal punto di visto tecnico (vedi ordinanza, rischio marcato 3). Relativamente allo svernamento del gallo forcello si dovrebbero ottenere la prossima settimana i dati degli anni precedenti relativi al censimento del gallo forcello con i quali si spera di poter dimostrare che una normale attività fuori pista non danneggia il ripopolamento del gallo stesso. Purtroppo non sarà semplice e temo neanche breve, l’obiettivo è far capire che le prescrizioni dettate da tali provvedimenti non hanno alcun senso soprattutto perché viste sotto l’aspetto della tutela ambientale, se vi sono delle piccole zone vanno perimetrate su cartografia e i divieti vanno eventualmente limitati a tali zone.
Stiamo anche valutando di consultare un legale esperto nel settore per un incontro con i funzionari regionali e per la redazione di una eventuale memoria tecnica, ma ad oggi non abbiamo alcuna risorsa economica da spendere in tal senso. Purtroppo la risoluzione al problema temo non sarà breve, appena avremo qualche prima notizia in merito se necessario convocheremo un incontro pubblico, prima però dobbiamo almeno avere delle basi certe su cui lavorare”.

Vetta del Monte Saccarello (Monesi)
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L’ordinanza
– Divieto delle attività fuoripista;
– Divieto di sciescursionismo;
– Divieto di scialpinismo;
– Divieto di escursioni con racchette da neve nei canaloni con neve fresca sui versanti esposti a nord;
– Divieto della pratica dello sci con risalita in elicottero;
– Nel periodo di funzionamento della seggiovia è consentito il passaggio soltanto ai veicoli autorizzati e a quelli in transito diretti all’esterno del comprensorio di Monesi in direzione Colle dei Signori di Limone o in direzione Passo del Tanarello- Francia sulla provinciale Monesi-Limone;
– Divieto di fermata e sosta dei veicoli nel tratto di attraversamento del comprensorio di Monesi, salvo nelle aree appositamente predisposte e segnalate;
– Chiuse al transito veicolare non autorizzato tutte le strade presenti all’interno del SIC, con esclusione della provinciale;
– Attività di escursionistica pedonale consentita esclusivamente lungo i sentieri segnati e segnalati, con divieto di divagazioni al di fuori dei tracciati da metà marzo a fine agosto;
– Attività ciclo escursionistica (mountain bike) consentita soltanto lungo le vie e i sentieri segnati, con assoluto divieto di divagazione al di fuori dei tracciati;
– Divieto di raccolta dei frutti silvestri se non per il consumo sul posto;
– Divieto di svolgimento di attività fuoristradistica sia con autoveicoli che con motocicli;
– Divieto di raccolta di piante, fiori e fronde se non per scopi di studio e di ricerca purché autorizzati dall’ente gestore del SIC;
– Divieto di svolgimento dell’attività di arrampicata su roccia.

Commento
Francamente non abbiamo parole. Un comune si dice, contro la sua stessa volontà, costretto a emettere un’ordinanza del genere. Ammette l’impotenza amministrativa, lamenta la mancanza dei fondi necessari alla redazione di una relazione tecnica e a un’eventuale lotta legale. Credo che siamo davvero alla frutta.
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I pericoli della “moulinette”

Dal manuale SICURI IN FALESIA diamo qui un estratto significativo su una manovra di essenziale importanza e di uso comune: la moulinette.

Per moulinette s’intende quella manovra per la quale colui che assicura alla base della falesia cala in basso colui che è giunto alla sosta. Statisticamente, gli errori nello svolgimento di questa manovra sono alla base di un grande numero di incidenti.
Per maggiori dettagli si rimanda al testo (scaricabile qui, Sicuri in Falesia), redatto su progetto a cura della Direzione Nazionale del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Altre informazioni sul sito www.sicuriinmontagna.it.

LA MOULINETTE: un’operazione da non sottovalutare
Anche per questa tecnica d’assicurazione, apparentemente fra le più banali, si registrano alcuni problemi conclamati da incidenti a volte gravi; si elencano di seguito gli aspetti maggiormente critici

Valutazione ed utilizzo improprio della sosta per la moulinette: uso di soste inaffidabili, corda passata in maillon o anelli piccoli od usurati, corda passata direttamente nei fix, in anelli della catena, assieme ad altre corde presenti nello stesso anello, in maillon disposti parallelamente alla parete

Uso di cordini in sosta su cui fare la moulinette (pericolo elevatissimo di taglio per abrasione)

Disattenzione da parte dell’assicuratore con conseguenti possibili sfilamenti della corda dal freno (ricordarsi di legare anche chi assicura o, in ogni caso, fare sempre un nodo sul capo opposto a chi arrampica)

Calata in moulinette troppo veloce con conseguente surriscaldamento e danneggiamento della corda.

Calata in moulinette a Finale Ligure. Foto: tratta da Luca Calzone’site
Pericolimoulinette-davide 10 bigAlcuni suggerimenti
Meglio utilizzare un proprio moschettone in maniera tale che la corda non subisca particolari compressioni verso la roccia, ovvero che il moschettone sia posizionato perpendicolarmente alla parete

Lasciare rinviata la corda di colui che arrampica in moulinette mediante rinvio nell’ancoraggio precedente la sosta: questo aumenta la sicurezza

In caso di moulinette in strapiombo, è estremamente consigliato lasciare più di un rinvio lungo l’itinerario, in maniera tale che colui che arrampica, in caso di volo, non si stacchi completamente dalla parete e si trovi in difficoltà per continuare il tiro di corda

Non lasciare mai troppo lasco di corda al compagno che arrampica in moulinette per evitare lunghi voli in caso di caduta; non tenere altresì troppo teso per non impedire a chi sale la libertà di movimento

Non arrampicare in moulinette su tiri ove siano presenti lunghi traversi per evitare, in caso di caduta, lunghi pendoli

Chi sale in moulinette deve utilizzare il capo di corda opposto a quello usato da chi ha arrampicato da primo, ovvero il tratto di corda che passa per i rinvii; non utilizzare il capo libero

Calate lentamente il compagno per evitare di rovinare la corda, di rovinare il freno e di mettere a rischio l’incolumità di chi arrampica.

LA CALATA DEL PRIMO DI CORDATA: il problema della sosta con anello chiuso
Quando la sosta è attrezzata con un moschettone è sufficiente far passare la corda in maniera corretta, ricordandosi di valutare bene lo stato ed il funzionamento della chiusura che dovrebbe essere con leva bloccabile (meglio ancora con ghiera automatica).

In molti casi però la sosta è organizzata con una maglia rapida o con un anello chiuso che non permette quindi il passaggio diretto della corda. Per evitare di slegarsi dalla corda di cordata, cosa che creerebbe sicuramente dei momenti rischiosi ed incerti per l’auto-assicurazione, si consiglia di seguire le operazioni descritte di seguito.

Ecco ciò che bisogna fare
1. Ricordatevi di controllare sempre attentamente lo stato dei componenti della sosta;

2. Auto-assicuratevi alla sosta con un cordino fatto passare a strozzo nell’anello di servizio dell’imbraco ed un moschettone a ghiera, oppure con un rinvio opportunamente dotato di moschettoni a ghiera posizionato sempre sull’anello di servizio  Figura 1;

3. Fatevi dare dal vostro compagno un pò di corda, ma senza farsi mollare, e fatela passare nella maglia rapida in lunghezza sufficiente a creare dall’altra parte una semplicissima asola. Se la maglia rapida è posizionata parallelamente alla roccia, fate passare la corda da dietro la maglia rapida verso di voi, questo vi servirà dopo per sapere quale dei due capi ritirare una volta giunti a terra senza avere spiacevoli inconvenienti Figura 2; 

4. A quest’asola attaccate un moschettone a ghiera e quindi attaccate tale moschettone all’anello di chiusura dell’imbraco Figura 3;

5. A questo punto slegatevi dalla corda di cordata, facendo uscire il capo della corda dalla maglia rapida (tenete presente che siete sia assicurati alla sosta con una longe, sia dal vostro compagno dal basso) Figura 4;

6. Dite al vostro socio di mettere in tensione la corda;

7. Togliete la longe di auto-assicurazione alla sosta;

8. Chiedete al socio di essere calati;

Arrivati a terra, dopo esservi slegati, potete recuperare la corda semplicemente tirando il capo opposto a quello a cui siete legati; questo consentirà al capo della corda di passare dalla maglia rapida nel migliore dei modi. Tirando invece il capo a cui siete legati, esiste la possibilità che la corda si incastri.

postato il 13 aprile 2014