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Inox

Inox
di Marco Marrosu
(da facebook, 28 luglio 2016)

La crisi del tassello (spit fix) – l’ancoraggio adatto per le attività alpinistiche si spezza?
Durante la scalata ci attacchiamo come dei dannati agli ancoraggi delle vie ferrate e cadiamo su quelli delle vie di arrampicata. Domande del tipo “terranno? quando sono stati messi? chi li ha messi era una persona capace? sono ancora in buone condizioni?”… ve le siete mai fatte oppure vi siete fidati ciecamente credendo che siccome “sono là” allora tutto è in regola?

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Ormai da anni è assodato che anche ancoraggi apparentemente nuovi si possono rompere se di materiale non adatto alle condizioni chimico-fisiche del luogo dove vengono inseriti.
Una constatazione dovuta a diversi incidenti avvenuti in prossimità del mare non solo in Sardegna ma anche in altri Paesi, dove diversi arrampicatori sono sopravvissuti per miracolo.

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Grazie a un’inchiesta nata in seno al CAI si è scoperto che gli ancoraggi che si spezzavano (comunemente sul mercato e forniti dai maggiori produttori per la pratica dell’arrampicata) erano di acciaio AISI304 o comunque un acciaio non adatto. Ecco che quindi improvvisamente abbiamo tutti scoperto che c’è acciaio e acciaio e che nel nostro caso l’AISI304 non va bene. Un buon acciaio per carità, ma non adatto per le zone marine. In quelle condizioni infatti viene attaccato da cloruri che possono generare fenomeni corrosivi complessi nella parte interna del tassello o a contatto del bullone, facendolo spezzare sotto il peso di una persona o anche meno!!! Un pericolo subdolo perché il tassello sembra apparentemente nuovo.

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Peccato che quasi tutti gli itinerari della Sardegna siano stati attrezzati da “volontari” con materiali di questo tipo!!!
Alcune ditte produttrici, come la RAUMER, hanno ammesso l’errore e prodotto gli stessi ancoraggi finalmente in acciaio AISI316L (vedi foto), che attualmente è l’unico affidabile per attrezzare le vie di arrampicata sportiva e le vie ferrate. Finalmente del materiale sicuro e decente, anche se la ditta ha deciso di non produrre in quell’acciaio alcuni componenti delle ferrate come i gradini e i distanziatori dei cavi (tondini da carpenteria).

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A questa linea di ancoraggi infine la RAUMER ha voluto affiancarne un’altra definita AISI316L LINEA MARINA che è idonea per il posizionamento in presenza di aria ricca di salsedine e lungo la costa. Ha anche deciso di renderlo riconoscibile facilmente dagli altri incidendovi sopra le sue caratteristiche come “AISI316L “e “linea marina” (pesciolino stilizzato). Un materiale che costa un po’ di più ma che garantisce sicurezza e un veloce controllo visivo della qualità.
Tuttavia… si possono trovare ancora in commercio i più economici “vecchi ancoraggi”. Non so voi, ma penso che attrezzare ancora con questo vecchio tipo di acciaio non voglia dire “fornire un servizio gratis ai fruitori degli itinerari”.

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C’è anche chi si chiede: “Ma non è ancora più sicuro il titanio?”.  Sì, ci sono materiali ancora più sicuri come in effetti il titanio, ma il problema è la produzione su larga scala e il rapporto qualità/prezzo. Ricordiamoci che i tasselli che si usano in arrampicata, speleologia, ecc. vengono dall’edilizia (per calcestruzzo) e in questo settore ne vengono venduti molti di più di quelli per attività alpinistiche. Il risultato è che lo sforzo delle ditte è rivolto più verso le richieste del settore edile che verso quello alpinistico-speleologico. Ad ogni modo, per chi interessa approfondire, ecco un articolo che può chiarire molti dubbi.

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Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta

Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta
di Matteo Giglio
(già pubblicato il 29 luglio 2014 sul sito dell’autore)
(Attenzione: qualcuna delle situazioni denunciate potrebbe nel frattempo essere stata sistemata, NdR)

Prendendo spunto da un recente spiacevole episodio accaduto in una piccola falesia della Valgrisenche, vorrei fare alcune considerazioni generali relative all’attrezzatura dei siti di arrampicata.
Illustro brevemente il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post.
Scalando nel settore denominato La Confession, lungo la strada per la Valgrisenche, ho trovato un fix che ruotava in quanto il bullone era allentato. Purtroppo è un inconveniente abbastanza diffuso con il nuovo materiale inox. La parte destra della suddetta falesia infatti è stata interessata recentemente da una richiodatura completa di tutti gli itinerari con fix inox e catene longlife in sosta. Sono quindi salito con un attrezzo per stringere il bullone in questione e, con un po’ di disappunto, ho notato che continuava a ruotare senza stringere: segno evidente che l’espansione del tassello non aveva funzionato. Con un rinvio ho quindi provato a strattonare a mano verso l’esterno il fix… ed è successo quello che nessuno vorrebbe che succedesse: si è sfilato completamente! La stessa cosa si è ripetuta qualche fix più in alto, con un altro tassello!
Ora, non credo che il mio braccio riesca a tirare 22 kN, quindi il fatto che ho appena descritto è l’esempio lampante della scarsissima tenuta di un ancoraggio mal posizionato. Piantando fix succede ogni tanto (soprattutto su rocce scistose) che l’espansione del tassello non prenda a dovere; dovrebbe essere cura dell’attrezzatore rimuoverlo e sostituirlo con uno funzionante. A volte però ciò non avviene, motivo per cui occorre essere sempre estremamente critici nei confronti del materiale cui ci si appende!

Tre immagini di Matteo Giglio, guida alpina
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Uno dei fix fuoriusciti nella falesia della Confession (Valgrisenche)
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Purtroppo quello descritto non è un caso isolato tra le falesie abitualmente frequentate sul territorio della Valle d’Aosta. L’anno scorso, ad esempio, si era verificato un piccolo incidente (fortunatamente senza conseguenze) per la fuoriuscita di un fix nella falesia di Vollein, anch’essa interessata recentemente da richiodatura.

Si tratta di episodi che devono fare riflettere tutti i frequentatori delle falesie. Non sempre materiale nuovo e luccicante è sinonimo di sicurezza. Esistono determinate procedure per piantare un ancoraggio (meccanico o chimico); se non vengono rispettate, gli elevati carichi di rottura dichiarati dai produttori non possono essere rispettati!
Le problematiche relative al corretto posizionamento di un ancoraggio sono infinite. A partire dal punto esatto in cui viene collocato (come e perché), fino alla corretta procedura di messa a dimora. Tutte cose che un attrezzatore dovrebbe ben conoscere… per evitare errori grossolani che, il più delle volte, vanno a discapito della sicurezza di chi ci si appende.

Approfitto per illustrare altri casi di lavori effettuati non proprio a regola d’arte. Sono solo alcuni esempi ma abbastanza rappresentativi anche per altri siti non menzionati.

In molte falesie si trovano moschettoni (grandi) di ferro non certificati posizionati in sosta. Dopo poco tempo non funziona più la chiusura della leva, diminuendo considerevolmente la tenuta fino a valori assolutamente non accettabili!
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Falesia di Excenex: sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Excenex-1WFalesia di Excenex: altra sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta con tasselli longlife mal posizionati e parzialmente danneggiati (riquadro rosso), vecchi tasselli non rimossi (cerchi rossi) e punta di un trapano piegata lasciata in loco (freccia rossa). Decisamente antiestetico!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta utilizzando una porzione di roccia poco solida (almeno per il punto più basso, inserito in corrispondenza di una evidente piccola discontinuità, vedi freccia rossa) e con vecchi tasselli rimossi in maniera grossolana e poco estetica (cerchi rossi).
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Falesia della Confession: riattrezzatura con materiale inox nuovo… e qualche rinvio fisso con materiale di recupero! Un controsenso. Per risolvere il problema, bastava posizionare il fix poco più in basso.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura delle vecchie soste mediante aggiunta di nuovo materiale senza rimuovere il vecchio ancoraggio. Troppo materiale, confusionario, decisamente antiestetico: sarebbe bastato rimuovere tutto e piazzare un nuovo ancoraggio su due punti.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura mediante installazione di fix inox con applicazione di silicone a protezione di tassello e bullone. Decisamente antiestetico, poco pratico in caso di manutenzione e del tutto inutile visto che il tassello è già in materiale resistente agli agenti atmosferici.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): stessa problematica dei tasselli fuoriusciti alla Confession, l’espansione non ha funzionato, andrebbe sostituito.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): in questo caso il tassello è stato sostituito… ma andrebbe collocato un po’ più lontano dalla porzione interessata dal vecchio tassello (e nascosto con della resina).
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): la distanza del nuovo tassello da quello sostituito è corretta… ma il vecchio sarebbe da eliminare e nascondere (antiestetico).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-2Ribadisco che sono solo alcuni esempi documentati; purtroppo ce ne sono molti altri che evidenziano una situazione eterogenea dell’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta. Accanto a validi esempi di attrezzatura impeccabile si trovano casi molto grossolani con evidenti errori potenzialmente pericolosi e/o decisamente antiestetici.

L’obiettivo di questo post non vuole essere una sterile polemica nei confronti di chi ha svolto lavori che non possono definirsi a regola d’arte (errare humanum est…), ma sensibilizzare gli arrampicatori nei confronti di un argomento poco approfondito da un gran numero di fruitori delle falesie. Visto che l’alpinismo e l’arrampicata sono sport che si praticano a proprio rischio e pericolo, è bene essere informati su tutto.
L’unica considerazione che si può fare nei confronti di chi si accolla l’onere di sistemare vecchi itinerari di arrampicata (o aprirne di nuovi) è quella che bisognerebbe smettere di lodare e ringraziare, a priori e senza aver valutato la qualità dell’operato, chi lo fa. Nel momento in cui uno decide di ri-attrezzare itinerari di arrampicata dovrebbe farlo con grande responsabilità nei confronti di tutti i fruitori e con altrettanto grande senso estetico. Lavori mal fatti, oltre a essere brutti da vedere, sono pericolosi: pertanto andrebbero evidenziati e corretti… non idolatrati oppure ignorati! In sostanza, la buona volontà non serve a nulla se non è accompagnata da rigore, precisione e serietà.

Colgo infine l’occasione per condividere un lavoro informativo che è stato fatto recentemente dalla Commissione Tecnica dell’Unione Valdostana Guide Alta Montagna sulla tematica della chiodatura. Si tratta di un piccolo compendio/promemoria destinato alle future guide alpine. Un piccolo passo nella conoscenza della materia, sperando che possa servire in futuro a perfezionare sempre più l’argomento. Il punto di partenza di questa dispensa, occorre specificarlo chiaramente, è stato il lavoro svolto da uno dei più meticolosi ed apprezzati chiodatori del ponente ligure, Marco Pukli: sul suo sito, nella sezione “articoli”, si trovano due bei capitoli intitolati “Robe da chiodatori”. La loro lettura sarà sicuramente di stimolo e ispirazione per le nuove generazioni di chiodatori…
(vedi più comodamente http://www.alessandrogogna.com/2016/04/19/roba-da-chiodatori-1/ e http://www.alessandrogogna.com/2016/04/26/roba-da-chiodatori-2/, NdR).

Scarica la dispensa sulla chiodatura

Un piccolo sogno? Riuscire a sensibilizzare amministrazioni ed enti locali sul tema dell’arrampicata sportiva, in maniera da trovare i fondi necessari per una corretta sistemazione e manutenzione delle falesie… attività che finora è sempre stata svolta (tranne rarissimi casi) in maniera del tutto amatoriale.

L’arrampicata sportiva conta sempre più adepti e dovrebbe essere considerata alla stregua delle altre attività turistiche di montagna su cui la Valle d’Aosta ha investito tanto e continua tuttora ad investire.

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Accesso alle falesie – 2

Accesso alle falesie – parte 2 (2-2)

A poco più di una settimana dall’articolo pubblicato, ecco che Lecconotizie.com ritorna sull’argomento il 29 maggio 2015, questa volta riportando una lunga intervista al presidente della Comunità Montana, Carlo Greppi.

Rimandiamo a questo link per l’intervista integrale, che cerco qui di riassumere nei punti principali.

Carlo Greppi
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Dopo una premessa, in cui è detto che il finanziamento di 60.000 euro (a carico della Regione Lombardia per la metà) è la conseguenza amministrativa della conferenza “L’arrampicata sportiva, una opportunità per il territorio” svoltasi a Lecco nel dicembre 2013, Greppi ribadisce l’importanza storica del Nibbio nel panorama dell’arrampicata e quindi della più importante risorsa outdoor del territorio lecchese. Poi precisa il riparto spesa: 25.000 euro per richiodatura, 17.000 per sistemazione base e sentiero di accesso, 18.000 per “verifiche geologiche, legali, polizza assicurativa, spese tecniche e somme a disposizione per eventuale acquisizione”.

Greppi prosegue: “La Comunità Montana quindi ha proposto la stipula di una convenzione che avrebbe impegnato la proprietà a consentire agli scalatori di accedere liberamente alla falesia. Per contro, la Comunità Montana avrebbe assunto la custodia del sito assumendosi le spese e le responsabilità ad essa connesse, dandone manleva alla proprietà mediante convenzione, effettuando i lavori di manutenzione straordinaria (vedi il progetto di sistemazione) e ordinaria (i monitoraggi degli ancoraggi e della roccia negli anni successivi) impegnandosi inoltre ad accendere una polizza assicurativa a tutela delle responsabilità del gestore del sito”.

Per ciò che concerne la disputa sul valore di acquisto, Greppi dice che la CM avrebbe potuto arrivare a 10.000 euro. Poi aggiunge la frase fatidica “Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica. La ricerca della migliore gestione dei siti dal punto di vista delle protezioni e della funzionalità della falesia può essere in quanto tale ruolo assunto dall’ente pubblico a beneficio di un pubblico interesse”.

Nelle considerazioni finali Greppi sostiene che la vicenda è stata un’amara sconfitta, ma che a dispetto di ciò il progetto continua e si rivolgerà ad altri siti peraltro già identificati.

Fin qui la vicenda di cronaca. La maggior parte però degli arrampicatori è ovviamente interessata più al problema globale. L’occasione si presta per una disamina complessiva sulla proprietà, sull’attrezzatura e sull’utilizzo di falesie e pareti.

Proponiamo qui un esauriente intervento, quello dell’avvocato Riccardo Innocenti, che nella presentazione al suo scritto dice di condividere pienamente le osservazioni formulate da Paola Romanucci e pensa che i cartelli posti alla base della parete servano solo a forzare la trattativa commerciale e spuntare un prezzo più alto a favore della parte venditrice.

In arrampicata sulla via Cassin al Nibbio
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Proprietà e attrezzatura di una falesia
di Riccardo Innocenti

Proprietà di una falesia
In Italia il proprietario (Art. 832 CC) ha il pieno potere di utilizzo del bene, in questo caso di una porzione di terreno essendo le rocce intrinseca parte del terreno. Il proprietario può quindi vietare l’accesso a estranei anche recintando la zona. Solo il fatto che non ritiene gradita qualsiasi attività in quella zona lo autorizza a impedire l’accesso ad altri.

A Sasso di Furbara, nei pressi di Cerveteri (RM), il marchese Giulio Patrizi, latifondista romano, ha una tenuta in cui insiste una falesia alta 70 metri. Ne ha consentito la frequentazione per svariati anni, ma quando degli ambientalisti gli hanno fatto notare che la zona ricadeva in una zona ZPL (vedi oltre), e la pratica dell’arrampicata era vietata in quella zona per la protezione dell’avifauna, ha recintato la struttura con reti alte oltre 2 metri e ne ha vietato la frequentazione tout court. Qualsiasi tentativo di forzare o tagliare la rete è stato oggetto di intervento immediato e i guardiacaccia a presidio della tenuta (dipendenti del marchese) vigilano attentamente che nessuno acceda nella proprietà privata.

A Ciampino (RM) il principe Alessandro Boncompagni Ludovisi è proprietario della tenuta di Fioranello ove insiste la Cava di Ciampino che è la falesia più vicina a Roma. Utilizzata dagli anni ’70 la falesia è sotto il livello della campagna: praticamente in una buca. A Capodanno del 2000 qualcuno particolarmente interessato al festeggiamento ha fatto precipitare una Fiat Panda dal ciglio della falesia. Ciglio che non era recintato e sul quale non c’era alcun cartello che ne indicava la presenza.

La Polizia Locale che intervenne per il recupero della vettura obbligò il principe, con una Determinazione dirigenziale del Comune di Roma, ad installare una recinzione “invalicabile e bene segnalata” lungo tutto il perimetro della falesia per evitare che incautamente qualcuno ci cadesse dentro. La recinzione installata è lunga 1,8 km e sulla stessa sono affissi numerosi cartelli che avvisano che quella all’interno è una proprietà privata e che è presente un precipizio. Interpellai personalmente il principe sulla possibilità di continuare ad arrampicare nella falesia e che nessuno aveva intenzione di buttare altre automobili dal ciglio. Il principe in maniera”regale” mi disse: “La proprietà è mia. Con la recinzione ne ho vietato l’accesso. Se qualcuno scavalca lo fa a suo rischio e pericolo e non voglio sapere nulla di quanto succede all’interno”.

La parete est-nord-est del Corno del Nibbio Settentrionale
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Nella recinzione metallica sono stati praticati un paio di fori e la falesia è stata sempre frequentata in questi 15 anni. Nessun dipendente del principe è mai intervenuto per bloccare qualsiasi attività.

Due esponenti della nobiltà romana e due modi di vedere diversi.

Il proprietario privato è legittimato a impedire una attività non gradita nella sua proprietà. Per dare maggiore spessore a questa intenzione può mettere dei cartelli che avvisino del titolo di proprietà, può recintare l’area, può sorvegliarla in maniera passiva – (telecamere) dandone avviso per il rispetto del TU sulla Privacy – e in maniera attiva con personale dedicato.

In maniera analoga il proprietario pubblico (demanio civile, demanio militare, enti locali e parchi, ecc.) può impedire l’accesso e quindi qualsiasi attività esercitando le medesime prerogative del proprietario privato.

Chi entra in una proprietà, privata o pubblica, può essere chiamato a rispondere civilmente dal proprietario se questi reputa che abbia subito dei danni o essere citato in giudizio per il reato di “usurpazione” di cui all’art. 631 c.p. commesso da chi, per appropriarsi di una cosa immobile altrui, ne rimuove o altera i termini (penso ai chiodi, alle soste, ai sentieri per arrivare alla parete, ecc.) o per il reato di “invasione di terreni o edifici”, art. 633 c.p., che è previsto per chi invade arbitrariamente (quindi abusivamente) terreni o edifici altrui al fine di occuparli anche temporaneamente.

Se esiste un proprietario dell’area questo deve dare il suo assenso alla pratica delle attività da parte di estranei. Un assenso tacito non equivale a darlo.

Un proprietario può comunque essere chiamato a rendere conto di danni (responsabilità civile) che si siano verificati a estranei all’interno di aree di sua proprietà. Da questa eventualità si capisce il diniego da parte di proprietari per attività di cui non capiscono o condividono l’utilità e il valore e che potrebbero essere solo fonte di possibili guai giudiziari con possibile esborso economico a loro danno.

Non è facile arrivare a una sentenza di condanna per responsabilità civile di un proprietario per delle attività che non aveva espressamente permesso nella sua proprietà. Non è facile: ma non è impossibile. Questa possibilità “irrigidisce” i proprietari che, spesso, nel dubbio vietano tutto.

La possibilità di avere guai giudiziari non irrigidisce solo i proprietari ma anche gli Enti pubblici che hanno altre prerogative tra cui la tutela della salute pubblica.

Nell’aprile 2010 un masso cade da una falesia dell’Isola di Ventotene. Sulla spiaggia sottostante stavano in gita una classe di liceali provenienti da Roma. Due adolescenti rimasero uccise dal masso. Il Sindaco di Ventotene, “proprietario” dell’area in quanto bene pubblico demaniale, è chiamato in giudizio per non aver rilevato il pericolo, averlo segnalato e non aver preso le opportune precauzioni. Nel maggio 2014 viene condannato penalmente. Dal luglio 2010, a seguito delle prescrizioni del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), alcune spiagge di Ponza e di Ventotene, quelle situate sotto una parete, sono interdette, recintate e con cartelli che chiaramente illustrano in tutte le lingue il divieto.

Le relative ordinanze di divieto di accesso vengono trascritte con una cartina evidente in decine di cartelli stradali che contengono l’abstract del divieto. Sempre a seguito delle prescrizioni del PAI, nel divieto ricade tutta la Montagna spaccata e tutte le falesie che gli arrampicatori chiamano impropriamente di Sperlonga e che sono situate nella piana di Sant’Agostino che è invece in comune di Gaeta. La piana è divisa dal confine comunale tra Gaeta e Itri. Curiosamente, nella falesie di destra (Gaeta) è vietato tutto mentre in quelle di sinistra (Itri) è vietato solo l’assembramento???? e il campeggio. Quindi probabilmente nelle falesie del territorio di Itri si può continuare ad arrampicare. Il comune di Gaeta si è premurato di porre un cartello stradale di divieto di sosta e permanenza anche alla fine delle doppie con cui si scende alla Montagna spaccata. Alla fine, oltre a quello che sta sul ciglio! Quindi un arrampicatore fa 100 metri di doppie e trova al livello del mare un cartello che gli vieta di stare lì. L’unica soluzione legale possibile è quella di buttarsi a nuoto e uscire dall’area vietata? No! Perché anche nella zona di mare prospiciente la falesia è vietato stare e fare ogni attività (nuoto incluso) per un raggio di 300 metri. Anche la Capitaneria di porto di Gaeta ha emanato un’ordinanza simile a quella del Sindaco.

Se l’accesso e la pratica delle attività sportiva nella zona – pubblica o privata – non è vietato legittimamente cosa si può fare per attrezzare e utilizzare una falesia?

Il Nibbio da nord
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Attrezzatura di una falesia
In Italia non esiste una normativa che dispone in merito alle attrezzature di falesie naturali per uso sportivo. Si possono applicare, per analogia, tutta una serie di norme che di fatto cadono nell’area dell’edilizia e dell’ingegneria civile.

Se si volessero elencare (o ipotizzare…) le procedure da fare per l’attrezzatura di una falesia si inizierebbe per:
– ottenere l’autorizzazione all’uso dal proprietario del fondo ove la falesia insiste (o in subordine acquistare la falesia);
– assicurarsi di avere libero accesso alla falesia attraverso terreni pubblici e privati;
– interfacciarsi con il Comune nel cui territorio è presente la falesia (il passo più importante) al fine di comunicare le attività che s’intendono porre in atto.

Il Comune potrebbe chiedere di:
– eseguire una perizia geologica (eseguita da un geologo abilitato) che attesti la stabilità della falesia;
– eseguire eventuali lavori per la messa in stabilità della falesia che la predetta perizia evidenzi come necessari (disgaggi) che vengono certificati dai soggetti abilitati a farli e successivo collaudo in loco degli stessi lavori (seguendo la procedura amministrativa prevista per i lavori di messa in sicurezza);
– presentare una Comunicazione di inizio lavori (CIL) o, in alternativa, presentare una Comunicazione di inizio lavori asseverata (CILA) o, in alternativa, presentare una Denuncia d’Inizio attività (DIA);
– presentare un piano per la sicurezza;
– nominare un coordinatore per la sicurezza (sia in fase di progettazione che in fase d’esecuzione);
– dettagliare il piano dei lavori che s’intendono eseguire,
– eseguire i lavori tenendo conto di tutte le prescrizioni richieste nella fase autorizzativa da parte del Comune.

Solo dopo questa fase si potrà passare al posizionamento di ancoraggi (certificati CE sia per la progressione che per la sosta) per la individuazione delle vie di salita ludico-sportive (ancoraggi che a mio avviso vanno posizionati a distanze ravvicinatissime per ridurre al minimo le conseguenze di una caduta); il posizionamento degli ancoraggi deve essere fatto a regola d’arte secondo le indicazioni dei costruttori degli stessi ancoraggi e secondo le più recenti norme tecniche disponibili. Gli stessi ancoraggi è bene che siano sovradimensionati rispetto alle reali esigenze.

Alessandro Gogna sulla via Comici al Nibbio, 1966
1966, Alessandro Gogna su via Comici al Nibbio, Grigna

 

In seguito all’esecuzione dei lavori sono sempre possibili azioni per il risarcimento di danni a titolo di responsabilità extracontrattuale (art. 2043 Cod. Civ.) nei confronti di chi ha posizionato gli ancoraggi se gli stessi non sono stati infissi a regola d’arte o con materiale non omologato o in maniera tale da non preservare in maniera sufficiente gli esiti di una caduta. Come è possibile un’azione contro il Comune se è stato consentito un accesso pubblico a un’area a rischio per la caduta di sassi o frane senza emettere e pubblicizzare apposita ordinanza d’interdizione della stessa zona.

Il Comune potrebbe considerare “lavori” ogni attività che si svolge in falesia o considerarli “lavori in economia” se a eseguirli fosse lo stesso proprietario; con tutte le conseguenze in termini di autorizzazioni e prescrizioni oppure si potrebbe ottenere dall’Ufficio Tecnico del Comune una dichiarazione che i lavori prospettati non hanno bisogno di alcuna autorizzazione.

Va pure considerato che le aree in cui ricade la falesia potrebbero avere dei vincoli ambientali o paesaggistici che esulano dalle competenze del Comune. In questa fattispecie si citano a titolo di esempio le ZPS Zone a Protezione Speciale individuate dalla direttiva Direttiva 79/409/CEE, recepita con legge 157/1992, che individua in Italia circa 280 siti dove l’arrampicata è espressamente vietata (a causa della nidificazione degli uccelli) e può venire ammessa solo con apposita disposizione dell’Ente chiamato a vigilare sul rispetto della normativa.

Altri vincoli vengono dai SIC e dai ZSC che impongono analoghe aree di rispetto simili alla ZPS. Altri vincoli possono essere posti anche da leggi regionali o dagli enti di tutela ambientale come: Parchi nazionali, regionali, provinciali e suburbani. Al riguardo, prima di iniziare qualsiasi lavoro, va accertata l’effettività dei predetti vincoli ambientali.

Considerato quanto premesso non mi stupisco se in Italia le falesie nascono come funghi la notte (e mai durante le ore diurne dei weekend…) e vengono attrezzate da fantasmi (che notoriamente non vengono chiamati a rispondere di violazioni di molteplici normative o dell’uso improprio di ancoraggi non certificati… o semmai mal posizionati).

Ma quando si vuole dare organicità e pubblicità a dei lavori fatti alla luce del giorno in una falesia con rilevante frequentazione pubblica non si può prescindere da un accordo tripartito che veda coinvolto il proprietario della falesia, il Comune e chi effettua i lavori.

In questa evenienza è possibile che il Comune stabilisca vincoli assai poco restrittivi e che l’opera di attrezzatura sia sostanzialmente priva di laccioli burocratici. Ma è anche possibile che il Comune richieda la stesura di un piano paesaggistico ambientale per la protezione dell’unico scarafaggio autoctono della zona…

In Sicilia un Ente parco ha affidato la creazione e la manutenzione (e i relativi fondi) di una falesia alla Sezione del CAI di Catania che a sua volta ha fatto intervenire come esecutore la locale Scuola d’Alpinismo. In questo caso il Comune non è intervenuto ritenendo che le competenze in capo al Parco fossero prerogative esclusive dello stesso Parco.


Chi effettua l’attrezzatura di una Falesia?
Quando si parla di attrezzatura “ufficiale” di una Falesia si pensa di ricorrere a “professionisti abilitati”. Ma chi sono costoro? Contrariamente a quanto si pensa non sono le Guide Alpine.

Le Guide Alpine NON sono abilitate tout court a fare lavori su funi, né a rilasciare attestati per i lavori su funi né a sorvegliare, organizzare o coordinare i lavori su funi. La legge n. 6/1989 stabilisce all’art. 2 quali sono gli ambiti professionali della Guida alpina:

1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.

Le competenze della Guida Alpina sono da considerarsi elencate in maniera esaustiva nell’art. 2. Qualche sentenza di merito ha fatto rientrare nell’attività di Guida anche il “canyoning” in quanto assimilabile ad ascensioni su roccia con tecniche alpinistiche – ancorché in discesa – ma non si riscontra nessuna norma né nessun pronunciamento giurisprudenziale che assegni altre competenze professionali alle Guide Alpine.

Non esiste in Italia (né a livello nazionale né regionale) una normativa organica che riguarda la tematica di attrezzatura delle pareti rocciose per uso sportivo. Né esiste un’analoga disciplina europea (né come direttiva né tantomeno come regolamento). Le uniche norme di riferimento sono quelle del COSIROC e della FFME – dirette emanazioni del ministero Francese dello Sport – che dettagliano la figura del chiodatore (con specifica licenza) e del tipo di attività che si pongono in essere in ambiente.

Sia a livello amministrativo che per le tematiche connesse alle responsabilità si applicano per analogia (e solo per analogia) le normative riferibili all’edilizia, alle normative sulla messa in sicurezza di pareti rocciose (il cosiddetto “disgaggio”) e alle norme di ingegneria civile.

Arrampicata a Rocca Pendice
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Lavori in altezza su funi
Nell’ambito del diritto italiano bisogna tener nettamente distinti le norme che tutelano i lavoratori (sia autonomi che dipendenti) che normalmente prestano la loro attività dietro un compenso e altri soggetti che svolgano attività analoghe ma al di fuori di un rapporto di lavoro.

La disciplina di riferimento nazionale che occorre tenere presente in caso di “lavoro” è quella prospettata dal D.Lgs. 81/2008.

L’art. 107 stabilisce che per lavoro in quota va così considerato:
Agli effetti delle disposizioni di cui al presente capo (Titolo IV Capo II n.d.r) si intende per lavoro in quota: attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto ad un piano stabile”.

Se i lavori in quota (cioè oltre i 2 metri) vengono fatti su funi e non su ponteggi i lavoratori devono essere obbligatamente formati ai sensi dell’art 116 4 comma del D.Lgs. 81/2008 che ad ogni buon conto si riporta qui di seguito:

Art. 116.
Obblighi dei datori di lavoro concernenti l’impiego di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi.

1. Il datore di lavoro impiega sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi in conformità ai seguenti requisiti:
a) sistema comprendente almeno due funi ancorate separatamente, una per l’accesso, la discesa e il sostegno, detta fune di lavoro, e l’altra con funzione di dispositivo ausiliario, detta fune di sicurezza. E’ ammesso l’uso di una fune in circostanze eccezionali in cui l’uso di una seconda fune rende il lavoro più pericoloso e se sono adottate misure adeguate per garantire la sicurezza;
b) lavoratori dotati di un’adeguata imbracatura di sostegno collegata alla fune di sicurezza;
c) fune di lavoro munita di meccanismi sicuri di ascesa e discesa e dotata di un sistema autobloccante volto a evitare la caduta nel caso in cui l’utilizzatore perda il controllo dei propri movimenti.
La fune di sicurezza deve essere munita di un dispositivo mobile contro le cadute che segue gli spostamenti del lavoratore;
d) attrezzi ed altri accessori utilizzati dai lavoratori, agganciati alla loro imbracatura di sostegno o al sedile o ad altro strumento idoneo;
e) lavori programmati e sorvegliati in modo adeguato, anche al fine di poter immediatamente soccorrere il lavoratore in caso di necessità. Il programma dei lavori definisce un piano di emergenza, le tipologie operative, i dispositivi di protezione individuale, le tecniche e le procedure operative, gli ancoraggi, il posizionamento degli operatori, i metodi di accesso, le squadre di lavoro e gli attrezzi di lavoro;
f) il programma di lavoro deve essere disponibile presso i luoghi di lavoro ai fini della verifica da parte dell’organo di vigilanza competente per territorio di compatibilità ai criteri di cui all’articolo 111, commi 1 e 2.

2. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori interessati una formazione adeguata e mirata alle operazioni previste, in particolare in materia di procedure di salvataggio.

3. La formazione di cui al comma 2 ha carattere teorico-pratico e deve riguardare:
a) l’apprendimento delle tecniche operative e dell’uso dei dispositivi necessari;
b) l’addestramento specifico sia su strutture naturali, sia su manufatti;
c) l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, loro caratteristiche tecniche, manutenzione, durata e conservazione;
d) gli elementi di primo soccorso;
e) i rischi oggettivi e le misure di prevenzione e protezione;
f) le procedure di salvataggio.

4. I soggetti formatori, la durata, gli indirizzi e i requisiti minimi di validità dei corsi sono riportati nell’allegato XXI.

Rocca Pendice
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Nell’allegato XXI sono riportati in dettaglio le prerogative di chi è abilitato a formare i lavoratori su funi e rilasciare il previsto attestato nonché ad effettuare le verifiche quinquennali. Sono altresì riportati i contenuti minimi del corso e le modalità di svolgimento dello stesso.

Il Collegio Nazionale delle Guide Alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 “Ordinamento della professione di guida alpina” è tra le otto entità che possono qualificarsi come formatori. Il Collegio, non (e si badi bene) la singola Guida Alpina.

Quindi il Collegio nazionale, al pari delle altre sette entità, può essere tra coloro che organizzano corsi di formazione e ne certificano il superamento nonché i successivi aggiornamenti obbligatori. Va da sé che non ha nessuna competenza esclusiva sull’organizzazione dei corsi in discorso.

Come va da sé che se la Guida Alpina (singolo professionista) non ha seguito il previsto corso e conseguita la certificazione dell’apposito corso non è di per sé abilitata a lavorare su funi in altezza nell’ambito di una prestazione professionale in un cantiere.

Ricapitolando, se vengono effettuati lavori da soggetti liberi professionisti o lavoratori dipendenti in un contesto lavorativo, inteso come scaturendo da rapporto contrattuale diretto o indiretto, coloro che operino su funi oltre i due metri di altezza da terra devono essere formati e certificati ai sensi di quanto espresso nell’allegato XXI e vanno applicate le norme di riferimento (per la maggior parte rintracciabili nel Capo IV del D.Lgs. 81/2008).

Chi opera come singolo privato su funi (per qualsiasi motivo) senza alcun vincolo di lavoro né di subordinazione e senza il coinvolgimento di terzi e senza insistere su aree qualificate “come cantiere” sia temporanei che mobili o fissi non è tenuto ad alcuna disciplina.

Chi “chioda una parete” deve essere una figura abilitata ai lavori in altezza se opera in un cantiere propriamente detto. Su come mette gli ancoraggi e su quali ancoraggi usa si apre un infinito ventaglio di possibilità perché in Italia la normativa ti dice “chi” deve fare il lavoro ma NON come deve fare il lavoro.

Una possibilità è che una figura professionale tecnica come un Ingegnere realizzi un progetto tenendo conto di tutte le best practice al momento vigenti e realizzi un elaborato di dettaglio su i materiali da impiegare e sul modo e sul dove della loro infissione. Che deve essere eseguita dalla figura abilitata. L’Ingegnere controllerà che i lavori siano eseguiti secondo le sue prescrizioni e con i materiali indicati posti in sito secondo le prescrizioni tecniche dei costruttori dei materiali (ancoraggi, soste, resine, ecc.) e alla fine del lavoro procederà al collaudo dei lavori.

Alcune delle vie tracciate sulla parete di Monte Monaco, San Vito lo Capo
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Anni fa sono stato interessato dal CAI di Padova per un parere in ordine alla falesia di Rocca Pendice. Il CAI ne aveva promosso la riattrezzatura a carico dei volontari e con il lavoro dei volontari. Una Guida Alpina aveva contestato all’Ente parco (proprietario dell’Area) la legittimità dell’operazione. A seguito delle contestazioni incrociate tutto si fermò e nessuno mise mani alle pareti che ora versano in stato di abbandono. All’epoca mi erano state rivolte, da parte del CAI, alcune domande che trovo utile riproporre qui con risposte che diedi all’epoca tenuto conto di quanto premesso fino a ora.

Gli istruttori, o un qualsiasi arrampicatore, possono volontariamente pulire le vie, sistemare le soste usurate, sostituire gli spit rovinati, aprire nuovi itinerari o possono farlo solo le Guide?
Lo possono fare tutti e non solo le Guide se il proprietario dell’area è d’accordo e non si configura un “cantiere”.

Il CAI può organizzarsi per svolgere questi interventi?
Se lo fa a livello ufficiale e pubblico deve seguire tutti i passi previsti dalle norme e relazionarsi principalmente con il Comune. Non serve essere un’“impresa” ma bisogna seguire le prescrizione degli uffici comunali.

In caso di incidente su una via chiodata da uno “del CAI” anziché da una Guida, la responsabilità ricade sul Parco o sul quello del CAI?
La responsabilità può ricadere su qualsiasi persona chioda (Guida inclusa) e può coinvolgere anche il proprietario della falesia.

Se il Parco vuole coprirsi le spalle può arrivare ad autorizzare arrampicata solo sugli itinerari “certificati” dalle Guide?
Le Guide di per sé non certificano niente. Se il Parco vuole coprirsi veramente le spalle fa prima a vietare l’arrampicata.

Rocca Pendice rischia davvero di diventare solo “un luogo di lavoro” delle Guide esautorando totalmente chi per un secolo l’ha attrezzata, pulita, manutentata e fatta vivere?
Rocca Pendice diventa oggetto di attenzioni in base agli accordo istituzionali che coinvolgono il Parco e il Comune. Il CAI può promuoverli ed essere l’unico legittimato ad agire.

Se si autorizzasse davvero questa prassi di “legittimazione esclusiva delle Guide per le chiodature” allora TUTTE LE DOLOMITI, TUTTE LE FALESIE ITALIANE, ogni sito di arrampicata andrebbe certificato? Mi spiego, in Dolomiti tutti chiodano e schiodano e aprono, ci son migliaia di falesie attrezzate e manutenziate da gente del CAI o appassionati locali, ma nessuno si sogna di impedire loro questa attività. Solo Rocca Pendice sta vivendo questa assurda diatriba, cieca e ottusa, che altrove non avrebbe senso. È possibile ragionare per analogia? Paragonare Rocca Pendice a tutte le altre falesie? Alle Dolomiti tutte? E restituirle finalmente un po’ di libertà e buon senso? O il fatto che c’è un Ente pubblico come proprietario può comprometterne totalmente la fisionomia?
Le guide non sono le uniche legittimate a chiodare.

Cosa dovremmo fare, secondo Lei, per poter esser coinvolti nella manutenzione della falesia in sinergia con le Guide, anziché in contrapposizione? Qual è il nostro margine legale d’azione? Su cosa possiamo appigliarci e a cosa possiamo appellarci in questa battaglia in difesa di un luogo a noi caro e importante per la comunità di arrampicatori padovani?
Penso che il CAI deve essere controparte unica con il Parco. A tal fine va redatto un articolato con cui il Parco affida la manutenzione della falesia in esclusiva al CAI. A quel punto il CAI si organizza al suo interno come meglio crede e si rapporta al Comune per quanto serve a organizzare “lavori” sulla parete.

Un istruttore CAI, o un qualsiasi climber abilitato al lavoro su funi, tramite regolare corso/attestato può eseguire lavori di pulizia e lavori di manutenzione (sostituzione soste, apertura nuovi itinerari)? Il ruolo esclusivo delle Guide è circoscritto alla certificazione degli ancoraggi o a tutti i lavori su fune?
Se vengono effettuati lavori in quota su fune appaltati a un professionista o a una ditta sia il professionista che i dipendenti della ditta devono essere abilitati secondo il D.Lgs. 81/2008. Non esiste nessuna abilitazione per la sostituzione degli ancoraggi o l’apertura di vie nuove. Non esistendo nessuna abilitazione non si pone il problema neanche per le Guide che in questo caso sono perfettamente equiparate a qualsiasi altro soggetto.

Infine, forse la questione più importante: è giusto trattare l’arrampicata in falesia e la manutenzione/chiodatura delle vie alla stregua di un lavoro in altezza, o no? se sì, allora solo le Guide sono abilitate, se no, siamo autorizzati anche noi…
L’arrampicata in falesia è arrampicata… e basta. La manutenzione e chiodatura di una falesia è un’attività libera. Come tutte le attività libere comporta delle responsabilità. Non esiste nessuna abilitazione specifica per attrezzare una falesia. Le guide non sono abilitate perché non esiste nessuna abilitazione a ciò.
Se si interviene in maniera strutturale su una falesia la fattispecie può essere considerata come un cantiere. Se il Comune del luogo concorda nel fatto che quello sia un cantiere.
E allora come cantiere va considerato tenendo conto le normative del D.Lgs. 81/2008 e delle prescrizioni dell’Ufficio Tecnico Comunale. In tal senso non rileva assolutamente la qualifica di Guida Alpina. Al massimo, se una Guida Alpina opera in un cantiere che fa lavori in altezza va considerata come un operaio edile specializzato che ha seguito i corsi di cui all’art. 116 del D.Lgs. 81/2008. Che sia una Guida Alpina è assolutamente insignificante. E’ vero il contrario: se non ha seguito i corsi del suaccennato art. 116, la Guida Alpina non può fare assolutamente niente in un cantiere il cui lavoro è eseguito su funi.
Nel caso del cantiere sono centrali le figure del Direttore dei Lavori e del Responsabile per la Sicurezza (individuati secondo le vigenti normative in materia) che indirizzano il lavoro ed emanano ordini prescrittivi per tutti gli operai impiegati.

 

Una volta individuati i rapporti con il proprietario e averne ottenuto l’assenso e dopo aver svolto i lavori di attrezzatura sarebbe saggio stipulare un’assicurazione che copra i soggetti intervenuti (proprietario, promotori della chiodatura, geologi, ingegneri, chiodatori, ecc.) per ogni eventuale incidente che in quell’area potrebbe verificarsi a causa dei molteplici eventi in grado di verificarsi.

La polizza assicurativa va costruita appositamente e il premio risentirà ovviamente del grado di rischio che la compagnia di assicurazione intende accollarsi. Ammesso che si trovi una compagnia che voglia accollarselo.

In questo labirinto di possibilità che la burocrazia italiana ci offre non mi stupisco se il fiorire di italiche situazioni cerchi scorciatoie per uscire da un guazzabuglio apparentemente senza uscita.

E’ peraltro vero che dove le parti interessate abbiano la volontà di realizzare insieme qualcosa si possono realizzare cose egregie. Arco di Trento (TN) e Ferentillo (TR) sono esempi in tal senso.

A San Vito lo Capo (TP), il Comune ha incentivato l’arrampicata e la chiodatura. La chiodatura è stata realizzata con materiali discutibili. Sono cedute soste ed ancoraggi. Molti si sono fatti male. Anche molto male. Una Guida alpina austriaca in vacanza con la famiglia è caduta per il cedimento di una sosta. Ha passato mesi in coma. Solo nell’ultimo anno si sono contati sette incidenti a causa di una cattiva chiodatura. Prima o poi penso qualcuno sarà chiamato a risponderne.

 

Fin qui le considerazioni di Riccardo Innocenti. Con la tecnica di una raffinata escavatrice sono stati disseppellite leggi inadeguate e complicate, poi ammucchiate a lato, assieme al buon senso. Le considerazioni di Paola Romanucci (vedi parte 1) sembrano quelle più a senso compiuto e a indirizzo pratico, ivi compresa, almeno a mio parere, quella per la quale il CAI non può e non deve farsi carico della sicurezza.

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Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

S’Arcu de Ispigedidenie
Anello-Boladina-Ferrata-Arco Ispuligidenie

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Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese

Possibilità di sviluppo per le strutture di accoglienza del territorio, in previsione di un incremento turistico legato all’outdoor
di Ruggero Meles (Distretto Culturale del Barro)
Il presente post è tratto dalla relazione che Ruggero Meles fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio. Vedi anche: http://www.alessandrogogna.com/?s=Progetto+di+valorizzazione+delle+falesie+lecchesi e http://www.alessandrogogna.com/?s=il+sistema+delle+falesie+lecchesi

L’idea di un convegno sull’arrampicata sportiva nel lecchese è nata inizialmente per far conoscere alle Amministrazioni questo particolare fenomeno, che sta portando migliaia di persone sulle falesie della Provincia e che, in altre zone prealpine simili alla nostra, ha generato consistenti benefici economici.

Sulla Falesia di Galbiate. Foto Archivio: Alessandro Ronchi
Meles-Galbiate-A.RonchiParallelamente, grazie a un progetto della Comunità Montana Lario Orientale – Valle San Martino, si concretizzerà a breve una prima riattrezzatura del Corno del Nibbio ai Piani dei Resinelli.
La metodologia che sarà seguita nell’attuazione dei lavori, è frutto dell’esperienza maturata con gli interventi già realizzati nell’anno 2002 e che hanno interessato un centinaio di itinerari in Grigna Meridionale e Medale.

Da queste importanti premesse è nata l’idea di pensare e presentare altre opportunità offerte dal nostro territorio, in ambito sportivo, prendendo sempre l’arrampicata sportiva come immagine e volano, per uno sviluppo di un turismo specialistico “outdoor”, con un doveroso occhio di riguardo alla sostenibilità.

Nonostante sia l’escursionismo l’attività outdoor di gran lunga più rappresentativa sulle montagne lecchesi, l’arrampicata, spesso erroneamente definita come sport “estremo” in nome di una inutile spettacolarizzazione, ha invece dimostrato nel corso di questi ultimi quindici anni caratteristiche di attività estremamente popolare. Rappresenta, inoltre, per il nostro territorio un elemento distintivo, data la presenza di numerosissime strutture rocciose concentrate in un’area relativamente ristretta attorno alle città di Lecco e Valmadrera e in Valsassina.

L’arrampicata su roccia, è una delle principali chiavi di lettura della storia dell’alpinismo lecchese che si è sviluppata in una particolarissima situazione ambientale di forti contrasti tra la città ed i suoi immediati dintorni: un magnifico ambiente naturale in parte ancora incontaminato. Se, quindi, una parte importante della notorietà internazionale del comprensorio lecchese è dovuta all’ambiente, all’alpinismo ed ai suoi protagonisti, va anche rimarcato che questi ultimi sono e sono stati, fin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso, soprattutto dei rocciatori.

Anche se siete in buona parte amministratori e arrampicatori da falesia vi sarà capitato di trovarvi in cima alla Grignetta o al Resegone o più semplicemente sul Coltignone ai Piani Resinelli o sul monte Barro in una sera limpida di inverno. Guardando verso la pianura si vedono accendersi a poco a poco le luci dell’ormai unica grande città che da Milano si espande fino a Lecco, Varese, Bergamo e oltre…
Le uniche macchie scure che si vedono corrispondono alle montagne o ai laghi.

Lo storico francese Jacques Le Goff faceva notare come una volta, nel Medio Evo, si recintassero le città per proteggerle dal mondo naturale e di come invece adesso si recintino i parchi naturali per proteggerli dal mondo antropizzato.
E’ importante che queste macchie scure rimangano così come sono: un luogo dove noi e gli abitanti della grande pianura possiamo ancora perderci su un sentiero, giocare sulle rocce, sederci sotto un albero a guardare le formiche, correre in bicicletta, volare con un parapendio oppure nuotare, remare, sentire il vento che gonfia le vele.

La nostra terra è una “terra di mezzo” tra la grande area urbana e l’area alpina. Qualcosa di simile a quello che hanno descritto i nostri amici trentini, anzi ancora più unica perché più vicina alle grandi aree metropolitane.

Una precoce rivoluzione industriale ha segnato il nostro territorio in questi due ultimi secoli, la grande fabbrica e la piccola e media officina sono entrate nel nostro DNA dando lavoro e benessere, ma anche facendo passare in secondo piano questa straordinaria natura che ci circonda e che si mostra anche solo guardando dalle finestre di questo salone.

I dati sul turismo in montagna forniti dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Lecco mostrano con chiarezza le enormi possibilità di crescita in questo settore evidenziando come in questi ultimi anni vi sia stata addirittura una flessione del turismo interno a causa della crisi economica.

Così come il Corno Nibbio è stato riscoperto come parete d’arrampicata da Comici negli anni Trenta, allo stesso modo occorre reinventare il nostro territorio.
Siamo partiti dall’arrampicata considerandola il primo tassello di un mosaico che mostri le possibilità di sviluppo sostenibile che l’outdoor, il “fuori dalle porte” di casa o delle città, può offrire al nostro territorio.
Siamo partiti da questa pratica perché fa parte, assieme al ferro, della nostra tradizione.

Come abbiamo visto, l’arrampicata sportiva attira sul nostro territorio un gran numero di appassionati; come diceva Pietro Corti, sarà necessario verificare i numeri, studiare e quantificare il flusso e pensare alle possibilità di accoglienza, non in una logica di sfruttamento estremo che in breve ucciderebbe quello di cui vuole nutrirsi, ma in una logica di rispetto e, quando possibile, di miglioramento dell’esistente.

Marco Ballerini su Calypso, Antimedale (metà anni ’80)
Marco Ballerini su Calypso, Antimedale, GrignaSia nelle relazioni di oggi sia nei momenti di colloquio informale che abbiamo avuto in questi giorni, i relatori trentini hanno più volte evidenziato analogie tra il nostro territorio e il loro come per esempio:
– il clima insubrico che permette attività all’aperto per molti mesi dell’anno;
– la presenza storica di attività ricreative sportive in particolare su roccia, su terra, in acqua e aria quali: escursionismo, arrampicata, mountain bike, parapendio, canoa, vela, canottaggio e, anche se, ancora in fase meno sviluppata, wind surf.

Va giudicata come estremamente positiva la presenza al convegno dei gestori degli ostelli (Eremo Barro, Oggiono, Olginate) oltre che delle associazioni dei rifugi. Mentre dovranno essere nuovamente contattati gestori di B&B, Camping e alberghi così come è significativa la presenza e il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni: Comunità Montana, Distretto Culturale, Regione, Provincia, Amministrazioni Comunali, amministratori del Parco Regionale del Barro e rappresentanti della Camera di Commercio.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno prendiamo l’impegno di risentirci a breve e tentare di costruire con le strutture di accoglienza e le istituzioni un polo di accoglienza che si riconosca nel marchio “Larioest – arrampicata sportiva” e tentare di far conoscere le potenzialità del nostro territorio, anche in chiave Expo Milano 2015. Accoglienza e attività outdoor, ma con la massima cura al rispetto del territorio perché Expo Milano 2015 è un obiettivo importante, ma l’esposizione passerà mentre le nostre montagne e il lago hanno accolto i nostri antenati, ci accompagnano nella nostra vita e osserveranno i nostri figli e nipoti.

Come Distretto Culturale lavoriamo da alcuni anni con Michelangelo Pistoletto, il grande artista che ha inventato il simbolo del “Terzo Paradiso” ormai diffuso in tutto il mondo e che è stato esposto lo scorso anno sulla piramide del Louvre.
Pistoletto dice con questo simbolo: c’è stato un primo paradiso che è quello naturale, ed è ormai irrimediabilmente perduto.
C’è stato un secondo paradiso, quello artificiale, in cui l’uomo pensava di risolvere tutto grazie alla tecnologia e anche questo ha dimostrato i suoi limiti.
Il terzo paradiso sarà la fusione armonica di questi due paradisi con un incontro tra il territorio naturale, l’uomo e la sua tecnologia. Il nostro territorio ha le potenzialità per diventare un laboratorio dove sperimentare il Terzo Paradiso.

Cito adesso il sociologo Aldo Bonomi, che da un paio d’anni sta collaborando col Distretto Culturale del Monte Barro. Il Distretto raduna nove comuni più vari enti che operano intorno a questa piccola montagna circondata da ogni lato da territori antropizzati ed elevata a simbolo di nuove relazione tra gli uomini e tra uomo e natura.
Bonomi divide la società in tre grandi categorie: i rancorosi e purtroppo nel mondo dell’alpinismo lecchese ce ne sono stati tanti nel passato e hanno mostrato l’incapacità di mettersi d’accordo, la difficoltà a lasciar perdere il proprio particolare e capire che un gruppo, tante volte, è una cosa bellissima al suo interno, ma esclude tutti quelli che sono fuori.
Una volta don Agostino Butturini, il creatore del gruppo Condor mi ha detto: “Facevo fatica a chiamarlo ‘Gruppo Condor’ perché il gruppo è una cosa bella, ma tende a escludere quelli che non ne fanno parte…”.
Aldo Bonomi dice che ci sono appunto i rancorosi e poi c’è la società degli operosi che sono persone che fanno; capaci di costruire e di fare, ma che non hanno una visione ampia delle situazioni. Infine c’è la società di cura, la gente che si “prende cura”, che è capace di progettare un territorio, di prendersi cura di questo territorio.
Lui dice: “Attenzione!!. I rancorosi parlano, si lamentano, ma non agiscono. Ma quando si saldano agli operosi allora rischiamo momenti terribili”.
Bisognerà fare in modo che chi vuole prendersi cura del territorio collabori con chi opera e che si crei una sinergia che può davvero cambiare la realtà.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno bisognerà che le persone presenti diano il via a interventi che rispettino persone e ambienti superando la visione di un turismo esclusivamente “di consumo”. La realtà di Arco presentata da Seneci e da Veronesi racconta di un turismo che si rivolge a un’utenza più consapevole del bisogno di “benessere” che può e deve conciliarsi con uno sviluppo economico sostenibile.

postato il 23 luglio 2014