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La montagna non perdona se la scambi per luna park

Nell’articolo seguente è un curioso misto di verità e banalità (uffa, questi infradito), ma quello che mi colpisce di più è che sia proprio Filippo Facci a censurare, con la sua peraltro assai divertente scrittura, le questioni daparco giochi.

Sul Reality Monte Bianco, di cui il Facci è stato partecipante (e quasi vincitore), sono state scritte e dette parecchie cose, ma per me il dato assolutamente più negativo è proprio quello “culturale“, l’avere proposto cioè a un pubblico vasto (comprensivo di non avveduti) l’idea che la montagna è interessante solo se vi si vince qualcosa e il suggerimento che degli incapaci in montagna (per definizione) possano cionondimeno competere, con la scusa che sono accompagnati da esperti. In quel programma la colpa difficilmente scusabile è stata anche delle Guide Alpine, perché accettando quel lavoro hanno contribuito a proporre tale cultura: per giunta inutilmente (si poteva escogitare altro) e violando la loro stessa (da sempre predicata) natura e funzione di tutori della prudenza (ora si dice: sicurezza) e dei veri valori dell’alpinismo.

In sostanza, proprio il Reality Monte Bianco è stato grande esempio di come la montagna si possa facilmente ridurre a parco-giochi.

 

La montagna non perdona se la scambi per luna park
di Filippo Facci
(pubblicato su Libero il 30 agosto 2016)

All’apparenza è una strage. Sulle Alpi ci vanno gli alpinisti ma anche i deficienti e i pazzi, dunque generalizzare è impossibile: questo andrebbe a detrimento dei bravi e dei preparati che pure calcolano ogni rischio (e tuttavia muoiono lo stesso, talvolta) mentre eleverebbe al grado di alpinisti anche gli sconsiderati che nessun monito potrebbe fermare, nessuna campagna informativa potrebbe persuadere: la vita è loro e la deficienza pure, inutile accanirsi. Poi, a far casino, ci sono stati i tre base-jumper italiani morti in una settimana (gente che sale le cime, si butta con una tuta alare e poi apre un paracadute) che ha fatto chiedere se il base-jumping fosse improvvisamente divenuto uno sport popolarissimo o se i base-jumper fossero giusto tre, e ora riposino in pace grazie al volo definitivo (Filippo Facci si riferisce a Uli Emanuele, Alexander Polli e Armin Schmieder, effettivamente morti nel giro di nove giorni, NdR). Insomma, un po’ di confusione è lecita, ed è sufficiente a far chiedere a qualcuno: tutto bene, lassù? Ma che vi mettono nei grappini?

Filippo Facci
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All’apparenza, anche in questi giorni, è una strage, Ieri altri tre morti in montagna. Già a metà agosto, sulle Alpi, erano già morti più di trenta alpinisti. I tre di ieri sono precipitati sul gruppo del Rosa dopo che il giorno prima ne erano precipitati altri tre, sempre sul Rosa. Qualcuno è caduto per quattrocento metri dal Pòlluce 4092 m e altri per ottocento dal Càstore, forse per il cedimento di una balconcino di neve (cornice) dal quale guardavano il panorama. Da quanto capito, erano tutti capaci e attrezzati e legati in cordata: se l’è cavata solo uno che era stato male e aveva chiamato l’elicottero da Zermatt, in Svizzera, lasciando soli i due compagni che poi sono morti. A memoria, poi, ricordiamo due inglesi sciammannati sul Cervino, una coppia tedesca, una guida alpina morta sul Monte Bianco (durante una bellissima giornata in cui c’era anche lo scrivente) e un altro sul Gran Combin in Svizzera. Poi un distillatore torinese caduto in un crepaccio sul Rosa, tre ancora sul Bianco per il crollo di alcuni seracchi (sono delle torri o pinnacoli di ghiaccio che si formano tra i ghiacciai) e poi un francese ucciso da una scarica di sassi sul Monviso. Senza contare i numerosi quasi-morti e gli incidenti sfiorati di cui non veniamo a sapere nulla. Sentite questa: il 22 agosto scorso, sotto la Capanna Carrel del Cervino, una cordata di alpinisti ha incontrato un 67enne che aveva incredibilmente trascorso la notte in parete (a 3800 metti di quota) perché il suo compagno l’aveva lasciato lì; il suo amico, cioè, era salito poco sopra alla Capanna e non aveva detto niente a nessuno, tantomeno alle guide presenti al rifugio: pensava che l’amico in qualche modo se la sarebbe cavata. Alla faccia della cordata. È rimasto vivo – portato giù in elicottero – solo perché aveva di che coprirsi e perché il tempo è rimasto stabile.

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Ecco, non è che in montagna sia esplosa un’epidemia di deficienza: è tutto ordinario e terribilmente normale, con la differenza che siamo molto più informati di prima. Sicuramente la deficienza ha sempre nuovi strumenti per spiccare: i bollettini meteo, per esempio, rispetto a un tempo sono divenuti molto più affidabili, perlomeno entro le 24-48 ore: non guardarli significa non avere alibi. Molti, poi, hanno scambiato il soccorso alpino per un taxi volante che ti venga a prendere quando sei stanco o ti fa male la caviglietta, motivo per cui le Regioni si stanno decidendo a far pagare (salati) i soccorsi non strettamente necessari: un po’ come il codice bianco al pronto soccorso. Va messo in conto che a un coefficiente fisiologico di deficienti si costruiscono spesso dei ponti d’oro: la fiammante e Iper-modema Skyway del Monte Bianco – che porta a 3500 metri frotte di turisti che spesso fanno ore di fila – ha prodotto anche un disperante fenomeno di autentici incoscienti che si avventurano sul ghiacciaio del Gigante in infradito, valicano i cancelli, portano i bambini a caso nella neve: non sapendo, colpevolmente, che la morte in un improvviso crepaccio è tra le più orribili e terribilmente frequenti. L’altro giorno una guida alpina valdostana di Sarre, Gianluca Ippolito, ha filmato una famigliola che saltava un pericoloso crepaccio in jeans e scarponcini: ma pare che i candidati suicidi, quel giorno, fossero almeno una cinquantina. Tutta gente che di cartelli e avvertimenti se ne frega e basta: il personale della funivia li avverte mentre salgono, glielo ripete alla stazione intermedia e ancora una volta all’arrivo. Non serve.

Anche tra i cosiddetti alpinisti, magari equipaggiati come per una spedizione sul McKinley, i geni non mancano: una decina di giorni fa il mitico rifugio Torino (Monte Bianco) è andato ai pazzi perché ha dovuto assistere feriti, dispersi e ritardatari che si erano avventurati senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento: per poi magari pretendere che la funivia funzionasse anche oltre l’orario di chiusura. Gente che scambia la montagna per un parco giochi, per una palestra a cielo aperto, che scambia i rifugi per hotel stellati o per centri di pronto soccorso. Ah, una volta era diverso. O, forse, era diversamente uguale.

Alcune pillole (box nell’articolo di Facci)
630: è il numero dei soccorsi effettuati dal CNSAS, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, dall’inizio del mese di agosto fino a poco dopo Ferragosto di quest’anno. Un dato, fanno sapere, in linea con il 2015 quando, a fine mese, gli interventi sono stati 1238, e con il 2014, quando ne sono stati registrati 1299.
1400: è il numero degli uomini del soccorso alpino impegnati nelle operazioni. I dati ufficiali parlano di quaranta interventi al giorno, con una impennata nel periodo a cavallo di Ferragosto.
650: dallo scorso maggio a oggi l’elicottero del CNSAS si è alzato in volo 650 volte. 3.000, invece, le ore/uomo per i tecnici del soccorso alpino, che in questi giorni è impegnato anche nelle aree colpite dal sisma.

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Pratiche di resistenza

Il brano che segue costituisce il paragrafo 6 del Capitolo 3 di Universitaly, la cultura in scatola, Laterza 2016, l’ultimo saggio di Federico Bertoni.
Il libro è un’analisi dura e spietata, ma costruttiva, dei mali dell’Università italiana. Bertoni parte da una constatazione-domanda: “Perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?”.

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La presentazione di retrocopertina recita: “Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione. Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale”.

Chi fosse maggiormente interessato può leggere la recensione di Repubblica.it

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/29/non-riduciamo-il-sapere-a-un-utile-dimpresa54.html.

Tra i vari capitoli che strutturano il libro, abbiamo scelto di riprodurre qui quello dedicato a “ciò che si può e si deve fare” per non peggiorare la situazione e mirare a un netto cambio di direzione.

Noi di Gognablog, che in genere ci occupiamo di montagna, di outdoor, di ambiente e di libertà, abbiamo ritenuto che questo illuminante paragrafo riferito all’Università si possa facilmente riferire alla nostra intera società e dunque, se si ha orecchio per intendere, anche ai mali che affliggono la frequentazione della montagna e la nostra stessa esperienza alpina.

Lasciamo al lettore attento trovare le numerose analogie e le situazioni in cui ci si può facilmente riconoscere.

Pratiche di resistenza
di Federico Bertoni

Torniamo allora nella cella di Edmond Dantès, luogo particolarmente adatto alle circostanze. La sfida era trovare le crepe, le faglie, i punti in cui la perfetta fortezza congetturale non coincideva con la fortezza vera. Incalzati dalla vecchia domanda, «che fare?», è giunto il momento di provare almeno a immaginare qualche via di fuga. Così bussiamo alle pareti della cella, chiamiamo, parliamo attraverso lo spessore del muro. Ci sono voci, c’è ancora qualcuno là fuori. Altri spazi, intercapedini sghembe, corpi di prigionieri che guardano con occhi curiosi. Poi da qualche parte il cielo, i gridi dei gabbiani, il rumore del mare, il profilo della costa e l’alone ronzante della città, dove la gente vive e muore e non ha la minima idea che qualcuno sia rinchiuso qui dentro.

In realtà non si tratta di fuggire (ossia di «farsi i fatti propri», opzione molto congeniale all’antropologia accademica). Bisogna solo tentare di rendere questo luogo più abitabile. Immaginare spazi diversi, ridisegnare i percorsi, destabilizzare le forze e i vettori che orientano sempre le stesse azioni, gli incontri prevedibili, i vicoli ciechi. Se una forma di resistenza è ancora possibile, va studiata e praticata all’interno della fortezza, non contro e tantomeno fuori. Io amo l’università, sono fiero e felice di farne parte. Se la critico duramente è perché mi tormenta vederla ridotta così, nel quadro di un più ampio degrado politico e culturale in cui lo sfaldamento delle istituzioni educative sembra funzionale a un obiettivo che voglio contrastare in tutti i modi. Reclamerò sempre il diritto di contestare in modo radicale le cose che non condivido, anche attirandomi il biasimo di chi dirà che non faccio «critica costruttiva», anche quando il mio ateneo adotterà provvedimenti disciplinari appellandosi al «Codice etico e di comportamento» approvato qualche tempo fa, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) articolo 15:

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L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei social media“.

A parte le solite spie linguistiche che ho evidenziato in un’altra occasione, per cui la più antica università del mondo occidentale non pensa di avere una dignità o al limite una reputazione da difendere, ma un’immagine, come se fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, mi chiedo se il vero danno per l’istituzione provenga da chi denuncia le politiche sbagliate e non piuttosto dalle politiche stesse. Il mio romanzo è uno specchio, diceva Stendhal: «ora riflette ai vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani». Non potete accusare l’uomo che lo porta: «il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani».

L’atteggiamento che vorrei incarnare non è dunque il rifiuto ma la responsabilità; non la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia, ma di chi è pronto a segare il ramo su cui sta seduto. Perché non solo amo questa istituzione, ma rivendico la mia complicità organica nell’essere parte del sistema. Non mi chiamo fuori, come credo dimostrino tante cose raccontate in questo libro. Ma proprio da qui, dall’interno, voglio introdurre un differenziale strategico e tentare di oppormi a ciò che sembra ineluttabile, perché se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi e dalla mia formazione politica è che nel mondo umano, salvo i bisogni primari, non c’è nulla di “naturale”: tutto ciò che ci circonda – e soprattutto ciò che sta dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri gesti automatici e inavvertiti – è storicamente e socialmente costruito, prodotto di scelte e interessi contingenti, e dunque si può cambiare. Ebbene sì, cara signora Thatcher: «there is alternative».

Alla fine delle Città invisibili, Italo Calvino vira i dialoghi di Marco Polo e Kublai Khan su una tonalità sempre più cupa. L’evocazione delle città perfette, «terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate», lascia il posto all’incubo delle città distopiche e infernali, quell’«inferno dei viventi» che – dice Polo – non si dà in un futuro mitico o congetturale ma è già qui, intorno a noi, è «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ dunque con questa minima attrezzatura strategica che si può tentare di reagire. Se una delle astuzie del sistema sta nel manipolare in modo insensibile e capillare le forme della percezione e la pragmatica dei gesti quotidiani, finché il negativo diventa normale e non lo vediamo più, bisogna contrapporre alla microfisica della bêtise una microfisica di piccoli gesti resistenti, tecniche e pratiche che, rispetto alla vita universitaria, si possono distribuire schematicamente in quattro sfere d’azione: politica, amministrazione, ricerca, didattica. Parto dunque dallo spazio generale della politica, per quel poco di agibilità che ormai concede, e con qualche ironia provo a ricalcare un modello collaudato: il decalogo. Ovviamente non sono comandamenti ma consigli, suggerimenti che rivolgo innanzitutto a me stesso, o forse semplici strategie posturali per risollevare un po’ l’orizzonte percettivo di chi vive piegato nello «stato di minorità».

  1. Non aver paura. La piramide del potere che ho descritto si regge su un assunto psicologico fondamentale: la paura. Intimidazione e ricatto, come in altri ambiti sociali, sono abituali strumenti di governo. Spesso purtroppo con ricadute pratiche effettive, tanto più gravose quanto più ci si trova in basso nella scala dei ranghi feudali, resa ancora più solida e gerarchica dalla Legge Gelmini con l’introduzione di figure di ricercatori a tempo determinato. A volte però la minaccia è più gridata che reale, ed è qui che c’è un possibile spazio di interposizione, perché il potere si regge proprio sull’arrogante certezza che chi sta in basso non reagirà, avviluppato nella massima più fasulla di tutti i tempi, quella di don Abbondio: il coraggio uno non se lo può dare.
  2. Prendi la parola. La recente stretta autoritaria ha svuotato sempre più il nesso organico tra linguaggio e politica. Ormai la gente è letteralmente terrorizzata solo all’idea di aprire bocca. Non solo gli spazi del dissenso, ma anche quelli della semplice espressione di sé vengono sistematicamente controllati. E questo quindi uno dei primi nessi da ricucire. La postura emotiva viene dal punto precedente, e le forme sono molteplici: parla, esponi la tua opinione; intervieni quando vedi qualcosa che giudichi sbagliato; se puoi scrivilo in pubblico, anche sui «social media»; alza la mano nelle ultime sedi deliberanti se vedi approvare nel silenzio generale un provvedimento che non condividi, di’ la tua, e se necessario vota contro. Una volta si chiamava democrazia.
  3. Parla con loro. Resistere all’inesorabile svuotamento della politica, all’università e altrove, significa ricostruire il senso di una comunità e di un orizzonte condiviso. C’è solo un modo per combattere quel devastante sentimento di solitudine di cui ho parlato: spezzare la convinzione paranoica di essere gli unici ad avere certe idee, mentre il resto del mondo suona come l’orchestra del Titanic e naviga euforico verso l’abisso. Dunque cercare innanzitutto i propri simili, che saranno molti più del previsto, persone con storie diverse ma che mettono lo stesso impegno nel lavoro, credono in una certa idea di cultura, vivono frustrazioni analoghe, e che magari guardano la realtà presente con gli occhi della vera politica: immaginarla altrimenti. Poi allargare il cerchio comunicativo, mobilitare l’opinione e la forza di reazione, aprire un vero canale di comunicazione con i colleghi della scuola, cercare di uscire anche dai muri dell’accademia per far capire a tutti che il degrado di questa istituzione riguarda tutti, non solo ricercatori e docenti. Sono i motivi primari per cui ho scritto questo libro. C’è ancora moltissimo da fare.
  4. Non farlo. Nella sfera amministrativa il discorso è più delicato. Un docente universitario, Renzi permettendo, è un funzionario pubblico che ha doveri istituzionali ben precisi, anche quelli nei confronti di una macchina amministrativa che può non condividere ma alla quale è legato da una serie di obblighi, peraltro regolati da un apparato giuridico intricato e non sempre univoco. Credo che l’unica possibilità sia una forma di intelligenza strategica e congiunturale: discriminare i compiti fondamentali (primi fra tutti quelli didattici) da quelli posticci e spesso pretestuosi; respingere le ingiunzioni burocratiche che appaiono particolarmente stupide, inutili o dannose; e dunque opporsi, rallentare, al limite non collaborare, anche adottando la divisa scettica e minimalista del Bartleby di Herman Melville: «preferirei di no». Tecnicamente si chiamano «forme di lotta diverse dallo sciopero», tra cui rientra appunto la «non collaborazione». Esempio semplice e attuale, di cui ho ampiamente parlato: la valutazione. Se non condividi un sistema e soprattutto la sua pragmatica, puoi e devi combatterne l’applicazione: così ti rifiuti di selezionare le tue pubblicazioni per l’esercizio nazionale di valutazione (Vqr); non dai la tua disponibilità come revisore; e quando ti accuseranno di danneggiare il tuo dipartimento e tutta l’istituzione, risponderai con la forza delle idee. Al cliché che qualcuno ti cucirà addosso, «nessuno mi può giudicare», obietterai rovesciando uno degli slogan più diffusi e pericolosi, ossia meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione. E tu, testardo, dirai di no: se non c’è una buona valutazione, allora nessuna valutazione.
  5. Non abituarti. Una fondamentale pratica di resistenza può svilupparsi negli interstizi funzionali del sistema, approfittando della natura stessa dei meccanismi governamentali, che in genere non sono coercitivi ma persuasivi: per funzionare hanno cioè bisogno di consenso, magari non unanime ma maggioritario; devono essere assimilati, fatti propri, trasformati in categorie percettive e operative pressoché automatiche. La forma di resistenza sarà dunque «un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé». Se cominciamo a smontare certe procedure, considerandole non ovvie ma strane, addirittura in contrasto con i nostri due fondamentali comandamenti istituzionali, cioè studiare e insegnare, allora forse l’università potrà fare davvero quello per cui viene finanziata (anche se sempre meno e sempre peggio) con denaro pubblico.
  6. Rallenta. Nell’ambito della ricerca, le pratiche di resistenza si possono esercitare contro gli effetti distorsivi imposti dai sistemi di contabilizzazione, smercio e accumulazione indiscriminata dei «prodotti». L’incremento forzato del volume produttivo, il ritmo di lavoro sincopato e frenetico, l’idea di un «rigore metodologico» con cui finalizzare meccanicamente un obiettivo chiaro a un risultato facilmente misurabile, snaturano l’essenza stessa della ricerca e della scoperta scientifica, non solo in campo umanistico ma anche e forse ancor più nell’ambito delle scienze naturali. Con questi criteri, probabilmente, molte grandi scoperte nella storia dell’umanità non sarebbero mai state fatte. La ricerca è fatta anche di spreco, intuizioni casuali, punti morti, false piste e sentieri interrotti, e soprattutto della curiosità con cui ci si mette in viaggio senza intravvedere chiaramente la meta finale. Se non ci ostiniamo a credere in questo, e dunque a pubblicare un po’ meno, impegnarci in lavori di ampio respiro, seguire strade meno battute, infischiarcene di indici e parametri, la catastrofe cognitiva sarà inevitabile. Non ci saranno più scoperte da fare e conoscenze da condividere, ma solo merci da vendere al miglior offerente.
  7. Smaschera. Una forma di resistenza più elaborata consiste nell’architettare espedienti, anche in forma di beffa mediatica, per smascherare la stupidità del sistema che governa il mercato intellettuale della ricerca. Cito solo un caso celebre, quello di Ikc Antkare, uno scienziato inesistente, creato dal nulla attraverso articoli generati da un software automatico e una sapiente manipolazione degli indici di calcolo delle citazioni, divenuto in breve tempo lo studioso più produttivo e influente della sua disciplina. Secondo calcoli attendibili, il suo h-index sarebbe superiore a quello di Einstein.
  8. Gioca al rialzo. Nell’insegnamento, le pratiche di resistenza sono ancora più spicciole e quotidiane. L’azione primaria è disinnescare l’equazione tra l’estensione a una più ampia “massa” di studenti e l’abbassamento della qualità, errore molto frequente e indotto dalla natura stessa della riforma Berlinguer. Si possono fare ottime lezioni, anche “difficili”, in un’aula con centinaia di persone dalla provenienza più svariata. L’esperienza contraddice in pieno il luogo comune: gli studenti non rifiutano i contenuti complessi, ma solo il modo confuso e generico di esporli. Anzi apprezzano il tentativo di portarli un po’ più in alto del previsto, di far capire che esiste qualcosa di meglio cui possono ambire, non solo i migliori ma tutti quanti, anche se non è formulato a chiare lettere negli «obiettivi formativi» dell’insegnamento. A volte ovviamente non funziona, si sbaglia il tiro, loro non rispondono o semplicemente non capiscono; ma il gesto decisivo è giocare al rialzo, dar loro fiducia, e crescere insieme.
  9. Non trattarli come clienti. Si può resistere anche a certi meccanismi aberranti che regolano il funzionamento quotidiano della consumer oriented corporation. Il rispetto per gli studenti non ha nulla a che fare con il precetto secondo cui «il cliente ha sempre ragione». Posso violare una clausola mercantile ma fare qualcosa di buono per la conoscenza, ad esempio contestando nei fatti il concetto stesso di credito in quanto unità di calcolo del tempo, senza temere di ricevere un punteggio negativo alla voce «il carico di studio dell’insegnamento è proporzionato ai crediti assegnati?». Nel mio campo, tra l’altro, questa contabilità ha sostanzialmente causato l’estinzione di interi autori o generi letterari (ormai chi avrebbe il coraggio di fare un corso su Proust?). Così l’anno scorso me ne sono infischiato: per la laurea triennale ho progettato un corso sul romanzo ottocentesco, genere mediamente molto ponderoso, e pur facendo una minima selezione per campioni ho messo insieme un programma di più di tremila pagine di romanzi, cui si aggiungevano i testi critici. Risultato? Gli studenti erano ancora più numerosi dell’anno precedente, hanno seguito con estrema attenzione (perfino le lezioni sui Promessi sposi!) e nessuno si è lamentato della mole.
  10. Insegna il dissenso. Combattere questa università dei numeri e del mercato significa anche strappare l’insegnamento a una logica di mera fornitura di servizi dietro compenso per restituirlo alla sua natura conflittuale, di interazione dialettica con un’alterità. Lo suggeriva anche Bill Readings: abitare le rovine significa ridisegnare la «scena educativa», costruire una «comunità del dissenso» in cui il paradigma pedagogico non sia fondato sulla trasparenza e sulla pura trasmissione delle informazioni ma sul confronto, sulla contraddizione, sul dialogo non conciliante, sull’eterogeneità dei soggetti e dei pensieri, sulla natura stessa degli studenti in quanto soggetti (temporaneamente) resistenti ai ruoli sociali, agli inquadramenti professionali e alla tradizione culturale che li precede. Il nostro primo dovere di insegnanti non è compilare griglie ed eseguire procedure formalizzate ma sviluppare il senso critico, insegnare a decostruire i meccanismi ideologici che ci governano, fornire gli strumenti per mettere in discussione il nostro stesso sapere, facendo capire agli studenti che tutto ciò che succede nei recessi segreti del castello accademico li riguarda da vicino, e riguarderà i loro figli. La posta in gioco è molto alta. Non possiamo fallire.

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Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).

Per una biografia più completa si rimanda a https://www.unibo.it/sitoweb/federico.bertoni/cv.

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L’agonia dei Parchi non fa notizia, gli omicidi sì

L’agonia dei Parchi non fa notizia, gli omicidi sì
di Vittorio Emiliani (giornalista, scrittore, Presidente del Comitato per la Bellezza)
(da http://www.huffingtonpost.it, 9 agosto 2016 ore 15.09)

Viene ucciso un uomo in un luogo remoto e subito i nostri Tg corrono a diffondere la notizia e i suoi dettagli spesso raccapriccianti. Siamo il Paese degli omicidi? No, come documenterò più sotto con il link. Siamo al di sotto di Paesi come Grecia, Finlandia, Belgio, Ungheria, Irlanda, Portogallo, Svezia e pure (di poco) di Francia e Gran Bretagna. Nonostante le varie organizzazioni criminali.

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I Tg francesi o britannici danno con altrettanta ossessività notizie di omicidi volontari? Non mi pare proprio. Provate invece a far passare da noi una notizia importante di “bianca”: l’esito sarà sconfortante, non un cenno nei Tg, neppure quelli più periferici, neppure 5 righe in un quotidiano importante. È capitato pochi giorni fa: 50 grandi esperti di parchi, di aree protette, di botanica, di paesaggio, di diritto ambientale, di urbanistica (Settis, Rodotà, Piccioni, Giuseppe Rossi, Graziani, Bodei, Montanari, De Lucia, ecc.) mobilitati da un noto documentarista e alpinista, Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness Italia hanno scritto al presidente Mattarella e a Matteo Renzi chiedendo la sostituzione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ritenuto palesemente inadeguato.

Galletti, infatti, in un pubblico discorso ha sostenuto che la legge 394 del 1991 (Cederna-Ceruti) è una “legge di conservazione” e va modificata e mutata in una “legge di valorizzazione e sviluppo“: per far soldi, molti soldi, anche coi Parchi di ogni tipo. Quale esempio di “governance” ha portato in palmo di mano il Parco Nazionale dello Stelvio spezzato or ora in tre parti (dopo 80 anni!), una alla Lombardia ed una per una alle Province di Bolzano e Trento “per avvicinare il Parco alle comunità locali”. È una sorta di “localizzazione” degli stessi Parchi Nazionali a capo dei quali spesso vengono già messi ex sindaci trombati e simili. I quali sono ovviamente portati a privilegiare gli interessi locali, spesso corposi: cave di marmo, nuove piste di sci e sciovie, parziale riapertura della caccia, estrazione di metano e petrolio (vedi Parco Nazionale della Val d’Agri), più strade asfaltate per futuri lottizzatori.

Parco Nazionale dello Stelvio
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Difatti, il ministro Galletti ha sottolineato che con la sua nuova legge gli Enti Parco potranno far soldi con le “royalties” che saranno in grado di riscuotere da cavatori, petrolieri, cacciatori, promotori di piste e di ski-lift… Di qui la forte e motivata protesta contro il totale stravolgimento dei fini e della “mission” del Parchi che sono i nostri “polmoni” contro i vari inquinamenti, sono pilastri della biodiversità, animale e vegetale, ricchissima in Italia, del paesaggio montano, collinare e marino, di un turismo naturalistico che già conta 30 milioni di visitatori l’anno, ecc.

Non è forse una notizia? No, per giornali e Tg non è una notizia, neppure una notiziola. Oltretutto “disturba”. Si dia invece fiato alle trombe per l’ultimo omicidio. Anche se (ma quasi nessuno lo dice) gli omicidi volontari sono scesi ancora nell’ultimo anno: da 505 a 435 (-13,56%) anche perché le varie mafie si sono date fruttuosamente agli affari e sparano molto meno ovviamente. Ma i luoghi comuni sono difficili, sempre, da estirpare e le oneste denunce non “fanno notizia”. Pertanto il rivolo di sangue continua inesorabile a colare dal televisore. E le denunce, le proteste, le sacrosante rivendicazioni a essere bellamente ignorate.

Vittorio Emiliani
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Testimonianze

Testimonianza 1 (Ines Millesimi, Docente Storia dell’Arte presso Liceo Artistico “A. Calcagnadoro”)
Ieri sono salita ad Amatrice, posti di blocco, strade interrotte pericolose franate e impraticabili. Un pezzo di strada fatta in moto con un soccorritore del CNSAS Stazione di Rieti, Paolo. E’ di Amatrice, un borgo tra le montagne che ha una piccola attivissima sezione CAI. Poi siamo arrivati nella zona verde percorrendo il sentiero, con scarponi, zaino e casco. La Zona rossa era impraticabile e pericolosissima dopo le recenti scosse. Mi sembrava una guerra, un paese meraviglioso devastato, con pezzi di muri in bilico e tracce di vita pulsante a terra tra le macerie: il cestino della scuola, banchi, la campana del tetto dell’istituto comprensivo. Mobili di soggiorno appesi perché le pareti dei condomini erano tutte giù. In tv non si può comprendere questa furia devastante…

La scuola elementre di Amatrice, ristrutturata nel 2012 “in modo antisismico”. Peccato che hanno fatto cordoli di cemento solo sul tetto. Pesantissimo. Foto: Ines Millesimi
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L’Ufficio Scolastico Provinciale farà di tutto per consentire ai piccoli amatriciani l’inizio delle lezioni, previste per il 12 settembre. “Si vuole garantire ai piccoli tutto quello che serve, compatibilmente con le problematiche della comunità locale. Alcuni vogliono assolutamente rimanere, altri preferiscono andarsene”.

La stampa internazionale era tutta lì, i giornalisti spagnoli mi chiedevano come era possibile nel 2016 questa devastazione, con gli edifici pubblici che avevano avuto recenti ristrutturazioni secondo le norme antisismiche.
267 morti accertati fino ad ora, 49 ad Arquata, 207 Amatrice, 11 Accumoli… ancora tanti dispersi… la comunità di Amatrice si conta, intere famiglie sono state polverizzate.

La campana che era sopra alla scuola. In bronzo con fascio littorio, 1930. Foto: Ines Millesimi
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Il Sindaco di Amatrice dice che Amatrice è ormai da radere al suolo completamente. Il centro storico pieno di chiese, un borgo noto a tutti, è impossibile da restaurare….
Un paese che viveva di turismo, di prodotti di eccellenza gastronomica, pastorizia, la famosa amatriciana. Questo weekend ci sarebbe stata la sagra, ecco perché c’era tantissima gente, anche molti villeggianti da fuori.
I monti della Laga sono bellissimi, sono Parco. Frequentati da tutti noi, d’estate e d’inverno. Nel 2015 si era appena inaugurato l’Orto botanico sperimentale dei Monti della Laga e lo dirigeva Andrea, socio del CAI Amatrice che si è speso per la tutela ambiente montano, 29 anni, laurea alla Tuscia. Morto sotto le macerie.

Il problema è la logistica, in particolare l’identificazione delle vittime, le procedure non sono immediate.

Ines Millesimi
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Grande solidarietà nella macchina dei soccorsi, dei generi di prima necessità. Ora però serve raccogliere fondi per ricostruire questo paese. Non come è stato fatto a l’Aquila, ma come è stato fatto a Norcia! Non vogliamo ripetere gli scandali de L’Aquila. Il presidente del CAI di Amatrice individuerà con noi i microbiettivi e i progetti su cui intervenire, controlleremo ogni centesimo e per trasparenza pubblicheremo quello che faremo e quanto abbiamo speso. Ora pensiamo a sensibilizzare per la raccolta fondi e a stilare la lista dei volontari per dare una mano nei campi di accoglienza.
Un grazie a tutti i soccorritori. E al CNSAS della Stazione di Rieti i primi alle 4 di mattina a raggiungere Amatrice e le zone terremotate il 24 agosto. Un grazie agli elicotteristi del Corpo Forestale dello Stato che hanno base a Rieti. Un grazie a chi vuole aiutare le nostre terre montane

E’ stato un duro colpo inferto a borghi di montagna che vivono di turismo, pastorizia e gastronomia. Al di là di quello che ha detto a caldo il Sindaco, qui però c’è una forte volontà di ricostruire il paese, per questo è importante contribuire alle raccolte fondi.

Nota (NdR). Tra le varie iniziative di raccolta fondi ricordiamo quella attivata ieri dal CAI centrale:
Conto corrente “IL CAI PER IL SISMA DELL’ITALIA CENTRALE (LAZIO, MARCHE E UMBRIA)”
Banca Popolare di Sondrio – Agenzia Milano 21
IBAN IT06D0569601620000010373X15

Marco Tiberti
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Testimonianza 2 (Marco Tiberti, “Salve, da 25 anni mi occupo di tutelare l’ambiente e la difesa dei consumatori, subendo per questo anche aggressioni e minacce di morte. Sono ancora qui”)
Ore 0.30 del 26 agosto 2013
Alle ore 18 siamo partiti da Cittaducale con i beni di prima necessità verso il centro di deposito e smistamento di Cittareale.
Scaricato il furgone e le vetture mi sono messo a disposizione del Sindaco di Cittareale… il quale mi ha confermato esserci una carenza di farmaci ad Amatrice e frazioni.

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Mi sono reso disponibile per portare l’intero carico a destinazione presso il centro sanitario allestito a pochi metri dalla Città di Amatrice.

Con il permesso del Prefetto per intercessione del Sindaco di Cittareale mi sono recato ad Amatrice superando numerosi posti di blocco. Con me due volontari di Formello.

Giunto lì la polizia di Stato mi ha bloccato per una frana sulla strada poi mi ha fatto proseguire con una colonna dei vigili del fuoco per strada alternativa.

L’ultima salita prima delle case è stato come camminare nel vuoto… La strada ad una stretta carreggiata, l’altra crollata.
Dopo 8 km girando intorno alla città di Amatrice tra paesi in rovina… quando stavamo per giungere a destinazione è crollato un campanile sulla strada.

Arriva un mezzo dei carabinieri comandato da un funzionario: informatolo che trasportavo farmaci mi ha detto con estrema gentilezza di seguirlo. Direzione e unico “accesso” il centro storico di Amatrice.

Ultimo posto di blocco dove non hanno accesso neppure le televisioni e con la mia panda 4X4 mi sono ritrovato nel corso principale di quello che un tempo fu Amatrice.

Un cimitero. Montagne di calcinacci sulla strada. Fari su una ruspa e nuvole di polvere.
Le pareti intorno pareva stessero per cadere da un momento all’altro… un’esperienza allucinante!
Mentre il mezzo cingolato che vedete in foto cercava 3 persone sepolte sotto le macerie in una irreale atmosfera di rovine, crepe e silenzi sepolcrali… ho chiesto al tenente colonnello dei carabinieri come proseguire per raggiungere il campo che era oltre il corso principale.

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Sono necessari dei caschi per proseguire… se vuole ve li faccio fornire dai vigili del fuoco che abbiamo chiamato per radio… oppure se ci fa la lista dettagliata dei farmaci e a chi dobbiamo consegnarli sarà mia personale premura portare a termine la sua encomiabile azione”.

Passati i farmaci sul furgone dei carabinieri e sbrigate le ultime formalità. Una stretta di mano di quelle importanti e nella notte tra rovine e pianti dentro l’anima ho risuperato a ritroso ogni posto di blocco e sono tornato al campo base di Cittareale e dopo gli ultimi coordinamenti a casa.

SERVONO TENDE, FARMACI E VOLONTARI. INDUMENTI “NUOVI”, ANCHE INTIMO. I BAMBINI SONO POCHI… NON INVIATE GIOCHI PER BAMBINI. PSICOLOGI E DOTTORI.

Il duomo di Amatrice
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Ore 8 del 26 agosto 2016
Questa mattina Giuseppe Amici della protezione civile mi ha comunicato che stanno portando un gruppo elettrogeno da 40 kw e mezzi movimento terra a Scai (una della 71 frazioni di Amatrice).
Serviranno certamente stufe per scaldare le tende (non attrezzate), freezer per conservare alimenti deperibili e piccoli frigoriferi per taluni farmaci.
Se avete stufe non grandi e adatte per tende potete spedirle al nostro punto di raccolta di Cittaducale in Via Trento, 02015 Cittaducale.
Per il resto potete contattarmi al 339-7714893.
Oppure chiamate il seguente numero della protezione civile nazionale: 800 840 840.

Testimonianza 3 (www.msn.com/it-it)
La terra continua a tremare dopo il sisma che ha colpito tra Marche e Lazio nella notte tra martedì e mercoledì 25 agosto e che ha praticamente raso al suolo Amatrice e Accumoli (in provincia di Rieti) e Arquata del Tronto (in provincia di Ascoli Piceno). Un nuova forte scossa di magnitudo 4.8 si è verificata alle 6.28 ad Amatrice. Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di geofisica (Ingv), nel quarto d’ora successivo nella zona sono state registrate altre 8 scosse, da 2.0 a 2.8 di magnitudo.

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Lo sciame sismico 
Lo sciame sismico non si è mai fermato dopo la prima scossa del sesto grado che ha sgretolato case ed edifici. Sono state 928 le scosse registrate dopo quella delle 3.36 del 24 agosto. Solo dalla mezzanotte sono state 50. In particolare, particolarmente forti sono stati gli episodi registrati all’1,49 di magnitudo 3,6, alle 2,04 magnitudo 3.8, alle 6,08 e 6,21 magnitudo 3.o, fino a quella molto potente di magnitudo 4.8 delle 6,28. E anche questa nuova forte scossa, come era accaduto anche giovedì, ha causato nuovi crolli ad Amatrice negli edifici già colpiti dal sisma. I crolli non hanno coinvolto le squadre dei vigili del fuoco che sono al lavoro in due luoghi distinti di corso Roma: l’Hotel Roma, da dove in serata è stata estratta una vittima, e una casa privata.
Il bilancio delle vittime
Continua incessante l’attività dei soccorritori, per cercare eventuali superstiti e dare assistenza agli sfollati che hanno trascorso la notte nelle tendopoli attrezzate nella zona. Il bilancio delle vittime, ancora provvisorio, è di 268 morti e 387 feriti: nel dettaglio, le vittime sono state finora 49 ad Arquata del Tronto (comprendente anche la frazione di Pescara del Tronto), 208 ad Amatrice (comprendente le vittime finora recuperate nei crolli nelle numerose frazioni) e 11 ad Accumoli. Moltissime anche le persone salvate: sono 238 le persone estratte vive dalle macerie, 215 salvati dai Vigili del Fuoco e 23 tratti in salvo dal Soccorso Alpino. Sono state assistite oltre 1200 persone nei campi e nelle strutture tra Lazio, Marche e Umbria della Protezione Civile.

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La seconda notte degli sfollati
I nuovi movimenti della terra hanno reso angosciosa la seconda notte nelle tendopoli delle centinaia di sfollati, in aggiunta alla temperatura scesa a 8-10 gradi. Sono 2.100 – a fronte di una disponibilità di 3.500 posti letto – il numero di persone che hanno trovato alloggio nelle tende allestite dalla Protezione civile e dai volontari nelle zone terremotate di Lazio e Marche. Il loro numero è cresciuto sensibilmente rispetto alla prima notte. Vanno poi aggiunte le 600 persone che hanno trovato riparo nelle tende allestite in Umbria, in particolare nella zona di Norcia dove il terremoto non ha causato vittime e danni sensibili alle abitazioni ma qui la popolazione continua ad avere paura di eventuali scosse (come poi in effetti ci sono state) e quindi almeno nelle prime notti successive al devastante terremoto preferisce dormire fuori casa.
Blocco delle tasse nelle zone colpite
Intanto il consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza e lo stanziamento dei primi 50 milioni di euro per l’emergenza. Il premier Matteo Renzi ha anche annunciato il «blocco delle tasse» nelle zone colpite dal sisma. L’Abi invita le banche a sospendere le rate dei mutui delle case danneggiate. L’Ania ha chiesto alle compagnie assicurative di prorogare il pagamento dei premi. Groupama l’ha già comunicato. Blocco delle tasse nelle zone colpite

Testimonianza 4 (Paola Romanucci, presidente CAI Ascoli Piceno)
La sezione di Ascoli Piceno sta raccogliendo fondi a sostegno delle popolazioni duramente colpite dal sisma. Li useremo per acquistare il materiale che ci sarà indicato dagli amici della Sezione Cai di Amatrice e del Comune di Arquata del Tronto, così da rendere il nostro aiuto più utile e concreto possibile.

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Se volete contribuire a questa filiera corta della solidarietà con la gente delle nostre montagne, potete farlo versando la somma che preferite sul seguente IBAN della Sezione CAI di Ascoli:
IT17N0605513500000000011453 (Nuova Banca delle Marche), avendo cura di specificare la causale “SISMA 24 AGOSTO”.
La nostra raccolta, ovviamente, si affianca e non si sovrappone a quella avviata dal Cai nazionale a sostegno dei territori distrutti dal sisma (raccolta di fondi sul CC “IL CAI PER IL SISMA DELL’ITALIA CENTRALE (LAZIO, MARCHE E UMBRIA)” Banca Popolare di Sondrio – Agenzia Milano 21, IBAN IT06D0569601620000010373X15.
Grazie per la vostra preziosa solidarietà, faremo in modo che arrivi.

Testimonianza 5 (Alessandro Gambino, ideatore della petizione su Change.org: Donare il jackpot del Superenalotto ai terremotati)
La mia idea nasce da un pensiero avuto davanti allo schermo del televisore, quando mi sono reso conto della tragedia immane che ha stravolto il Centro Italia. Un terremoto terribile, che a oggi, secondo le stime aggiornate, ha fatto più di 240 vittime. Mi sono chiesto: perché non devolvere il jackpot attuale del Superenalotto che supera i 130 milioni di euro, o almeno in parte?

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Quando ho lanciato questa petizione sapevo che noi italiani siamo un popolo meraviglioso, capace di rialzarsi nei momenti più drammatici, e disposti a rinunciare a parte del nostro reddito per solidarietà; e se noi siamo capaci di stringere la cinghia per poter aiutare gli altri, quale occasione migliore quella di devolvere un intero montepremi nazionale del principale gioco italiano, il Superenalotto, ai terremotati del centro Italia?

L’occasione è doppia, poiché le mancate vittorie delle edizioni precedenti ad oggi hanno creato un montepremi davvero elevato, che comporterebbe, oltre agli aiuti già previsti e quelli solidali, un aiuto concreto alle popolazioni che hanno perso tutto nella drammatica notte del 24 agosto.

Inoltre, sarebbe un ulteriore messaggio della nazione ai propri concittadini in quanto l’altruismo che ci ha sempre contraddistinti nel mondo, viene ulteriormente manifestato, in quanto il jackpot appartiene virtualmente a tutti i giocatori, e quindi, di conseguenza, sarebbe una donazione dei giocatori ai terremotati. Come per dire: “Amici, noi siamo con voi!”.

Non nascondo che le difficoltà sono tantissime e mi rendo conto che un’impresa del genere corrisponde a scalare l’Everest; c’è chi mi ha criticato dicendo che l’azienda che gestisce il montepremi è privata, che si creerebbe un precedente, ecc.. Ma il popolo non è per caso, “sovrano”?

Vorrei citare una bel pensiero che ha scritto nella petizione da me proposta su Change.org di una ragazza, Sonia Fantozzi: “Perché in questi momenti deve prevalere la solidarietà. La fortuna è cieca? Allora conduciamola noi dove è più necessaria, per una volta che ciò è possibile.”

Per leggere, firmare e condividere la petizione di Alessandro Gambino, basta cliccare QUI.

Testimonianza 6 (da La Stampa.it)
Il problema è che il Superenalotto è un gioco d’azzardo gestito da SISAL, cioè da un’azienda privata. Non si capisce, quindi, come possa il governo decidere di destinare il jackpot ai terremotati. Tra l’altro, il montepremi del Superenalotto si forma sommando i soldi scommessi dai giocatori: si tratta, quindi, di un contratto che non può essere rescisso unilateralmente. Chi ha scommesso lo ha fatto a delle condizioni e non può vedersi sottrarre quella somma di denaro. Non è l’apologia del gioco d’azzardo ma, purtroppo, funziona così.

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Quello che può fare il governo, se mai, è decidere di destinare ai terremotati il denaro che dalle scommesse finisce nelle casse pubbliche: SISAL opera su concessione dello Stato e sulle vincite si pagano le tasse.

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Il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, non a caso, ha detto che l’iniziativa è «bella ma difficile da realizzare». Difficile che si possa intervenire sul Jackpot attuale (l’estrazione di questa sera mette in palio 128,8 milioni di euro, ndr), dal momento che il montepremi tecnicamente «appartiene» già ai giocatori che, nel corso dell’ultimo anno, a partire dal giorno successivo all’ultimo «6» centrato ad Acireale a luglio 2015, hanno investito circa 900 milioni di euro. Ed è altrettanto difficile che si riesca a prendere una decisione in tempo per l’estrazione di questa sera, ma effettivamente si sta lavorando su «una soluzione tecnica per destinare parte dei proventi della raccolta alla ricostruzione», anche se «non è detto che ci riusciremo», ha spiegato Baretta.

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CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

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Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.

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Storia d’una foto

Storia d’una foto
di Roberto Serafin
(già apparso su Mountcity.it il 18 maggio 2016, per gentile concessione)

La foto del nostro arrivo al rifugio dopo la bella scalata alla Walker, sorridenti e dallo sguardo un poco sbarazzino, è una delle più care e che custodisco gelosamente. Eravamo giovani, pieni di ardore e di entusiasmo: nessuno e niente ci poteva fermare!”. Quell’immagine è diventata un’icona dell’alpinismo moderno. Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni e Gino Esposito che vi appaiono sono ora i protagonisti a Lecco della mostra itinerante All’ombra della leggenda: Esposito e Tizzoni al fianco di Cassin allestita in Piazza Garibaldi, nel cuore della città, nell’ambito della rassegna “Monti Sorgenti” (inaugurata il 17 maggio, chiusa il 1 giugno 2016, NdR). Tre sono le grandi salite al centro di questa mostra, compiute dai tre alpinisti a volte uniti dalla stessa cordata come nel caso della Punta Walker alle Grandes Jorasses, altre volte agendo singolarmente con Cassin, come in occasione della nord-est al Pizzo Badile per Esposito e alla nord dell’Aiguille de Leschaux per Tizzoni. Tre imprese titaniche, che da sole meriterebbero lo spazio di una mostra specifica, ma che guardate nella loro interezza restituiscono bene l’immagine di forza, coesione e amicizia che c’era fra questi tre uomini.

Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni e Gino Esposito raggiungono il rifugio Boccalatte dopo la storica impresa sulla Punta Walker delle Grandes Jorasses. Foto: Guido Tonella/Fondazione Cassin
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In occasione della morte di Esposito e Tizzoni, avvenuta per entrambi nel 1994 a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, Cassin ha ricordato i due amici che tante volte hanno arrampicato assieme a lui, citando questa fotografia come perenne testimonianza del loro invidiabile affiatamento. Ma chi ha ritratto in modo tanto significativo i tre al ritorno dagli strapazzi della Walker? Considerato tra i maggiori cronisti dell’alpinismo classico, il fotografo si chiamava Guido Tonella, un torinese che è stato a lungo corrispondente della Stampa e poi del Corriere della Sera da Ginevra e ha lasciato importanti scritti di alpinismo. Tra i suoi libri “50 anni di alpinismo senza frontiere: la storia dell’UIAA, unione internazionale delle associazioni di alpinismo”. Tonella, un omone dall’aria imponente, sapeva cavarsela in roccia e fino all’ultimo, negli anni Ottanta ebbe il coraggio di battersi con gli sci di fondo delle lunghe distanze, Marcialonga e Marciagranparadiso comprese. Convintissimo che lo sci di fondo allunga la vita o, perlomeno, tiene sgombre le arterie (sarà…).

Cassin, Esposito e Tizzoni in abiti borghesi negli anni Cinquanta
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Le scalate importanti negli anni Trenta erano seguite il più delle volte nelle pagine del Corriere della Sera anche da giornalisti di rango come Dino Buzzati, Cesco Tomaselli, Ciro Verratti: il Corriere era uno dei pochi quotidiani che poteva permettersi il lusso di mandare degli inviati speciali al seguito degli alpinisti. Nel 1938 alle Grandes Jorasses toccò a Tonella il compito non solo di raccontare, ma di documentare fotograficamente la grande impresa compiuta da Cassin, Esposito e Tizzoni lungo la parete inviolata dalla punta Walker. Ed ecco che in discesa i lecchesi incontrano, secondo il racconto di Cassin, “uno strano tipo che cammina sulla neve con le sole calze”, e che “tiene in una mano la macchina fotografica e nell’altra una bottiglia di spumante”. E’ Tonella. E la foto che Tonella scatta a quei tre giovani abbronzati e felici è tra le più celebri della storia dell’alpinismo che all’epoca festeggiava gli eroi con le bollicine come oggi è di norma negli autodromi al termine dei gran premi.

Il nome di Tonella è legato anche a un’esperienza drammatica dell’alpinismo lecchese: il recupero di Claudio Corti negli anni Cinquanta alla Nord dell’Eiger dopo la morte del suo compagno di scalata Stefano Longhi e di due tedeschi. Purtroppo non si possono sottovalutare le responsabilità del giornalista nel pubblico linciaggio di Corti ingiustamente ritenuto responsabile della tragedia (Cassin stesso definì il povero Corti in un impeto d’ira “la vergogna dell’alpinismo lecchese” come racconta Jack Olsen in Arrampicarsi all’inferno). Ma sarebbe sbagliato trascurare il ruolo svolto dall’establishment alpinistico italiano che permise che ciò accadesse. Mentre i Ragni fecero quadrato intorno a Corti, l’apparato del CAI lo abbandonò al suo destino e fece un timido tentativo di revisione solo dopo il ritrovamento dei corpi di Nothdurft e Mayer e dopo che Toni Hiebeler (uno dei membri della squadra della prima salita invernale dell’Eiger nel 1961, e direttore della rivista Alpinismus) scrisse un articolo in difesa di Corti. Già sentita questa storia?

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La mostra
(a cura di Gognablog)

Una cordata che ha fatto la storia dell’alpinismo moderno. Ma soprattutto la storia di un’amicizia profonda. Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni Gino Esposito sono stati i protagonisti della mostra itinerante “All’ombra della leggenda: Esposito e Tizzoni al fianco di Cassin” allestita in Piazza Garibaldi, nel cuore della città di Lecco, nell’ambito della rassegna di Monti Sorgenti. Inaugurata il 17 maggio 2016 alle 18 è rimasta aperta fino al 1 giugno 2016.Tre le grandi salite al centro di questa mostra, compiute dagli alpinisti a volte uniti dalla stessa cordata come nel caso della Punta Walker alle Grandes Jorasses, altre volte agendo singolarmente con Cassin, come in occasione della Nord-est al Pizzo Badile per Esposito e alla Nord dell’Aiguille de Leschaux per Tizzoni. Tre imprese titaniche, che da sole meriterebbero lo spazio di una mostra specifica, ma che guardate nella loro interezza restituiscono bene l’immagine di forza, coesione e amicizia che c’era fra questi tre uomini.

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La mostra, che già durante la fase di allestimento ha attirato sguardi incuriositi e interessati di molti passanti, è stata presentata da Alberto Pirovano, Presidente del CAI Lecco, che ha sottolineato come “la mostra storica itinerante, ogni anno dedicata a personaggi diversi dell’alpinismo lecchese, è una delle più storiche iniziative di Monti Sorgenti. Molto apprezzata, viene allestita in piazza, all’aperto, per raggiungere più persone possibile e ricordare a tutti la storia alpinistica della nostra città”.

All’inaugurazione era presente il vicesindaco Francesca Bonacina che ha ribadito l’importanza del turismo (di cui ha la delega) per la città di Lecco, e del prezioso ruolo rivestito in questo senso da Monti Sorgenti con i suoi eventi nel portare la montagna in città, alla portata di tutti. Presenti anche le figlie di Tizzoni ed Esposito, che hanno apprezzato testi e immagini, alcune sconosciute perfino a loro, e la nipote di Cassin, Marta Cassin.

Matteo Manente, curatore della mostra, spiega che “non è facile riassumere in poche righe la storia e le gesta di Gino Esposito e Ugo Tizzoni, due dei più validi e importanti rocciatori lecchesi, due che hanno legato indissolubilmente il proprio nome a quello di Riccardo Cassin, a sua volta leggenda dell’alpinismo, capocordata di tante ascensioni e voce narrante dei molti aneddoti riportati nei pannelli di questa mostra. La narrazione procede quindi per fotogrammi, piccole istantanee che il tempo non cancella, come in un racconto per immagini nel quale focalizzare l’attenzione sugli eventi principali che hanno caratterizzato la vita alpinistica di Gino Esposito e Ugo Tizzoni”.
Esposito e Tizzoni hanno arrampicato all’ombra della leggenda di Cassin, riflettendo della sua luce, ma allo stesso tempo contribuendo a far brillare ancora di più la sua stella – dice ancora Manente – i tre alpinisti sono stati una cordata che non solo ha scritto pagine importantissime dell’alpinismo moderno, ma soprattutto un gruppo di amici legati anche nella vita quotidiana da quel senso di lealtà e rispetto reciproco che alimentava la loro comune passione per la montagna”.

Gino Esposito (1907-1994) nelle parole di Cassin: “Rivedo l’impeto del suo passo giovanile, ritrovo il suo sorriso spesso solo abbozzato e un poco sarcastico. Di umore difficile, si abbandona alle volte a vivaci borbottamenti che ne puntualizzano così in modo un poco stravagante il carattere. Ma nel suo animo, fondamentalmente buono, spesso trova posto l’emozione alla vista di un delicato fiore sbocciato sulla roccia o al cospetto delle luci di un’alba sulle vette”. Gino Esposito era nato a Gorla Primo il 23 giugno 1907, ma a partire dal 1915 si è trasferito a Lecco. Nella città manzoniana alterna fin da subito lavoro e uscite in montagna, prima con passeggiate o escursioni con gli amici, poi ripetendo vie e itinerari sempre più difficili sulle cime di casa.

Ugo Tizzoni (1914-1994) nelle parole di Cassin: “Sotto il suo aspetto bonario e alle volte semplicione, possiede una grande ricchezza interiore: sa cogliere il giusto senso della vita nella sua profonda realtà e riesce ad infondere e trasmettere questa serenità a chi ha il privilegio di conoscerlo e frequentarlo”. Nato a Lecco il 23 agosto 1914, Ugo Tizzoni inizia giovanissimo ad andare in montagna, dimostrando da subito volontà e potenza fisica. Come per molti altri in quegli anni, la Grigna diventa la sua palestra ideale, dove formarsi, imparare e migliorare la propria tecnica di arrampicata.

Gino Esposito, Riccardo Cassin e Ugo Tizzoni
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I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile

I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile
di Enrico Camanni

(già pubblicato su In movimento del maggio 2016)

Ho scritto tanti libri sull’alpinismo, ho percorso molti periodi storici, ma i lettori continuano a chiedermi dei Nuovi Mattini. Gente di tutte le età, dai venti ai settant’anni. Mi ha chiamato anche un professore della Bocconi: diceva che i giovani degli anni Settanta avevano saputo affrontare con sorprendente lucidità la crisi della scalata, e che poteva essere d’esempio per la crisi del nostro sistema economico.

Io credo che i ragazzi di allora non avessero in mente niente del genere. Erano solo incazzati con un modo vecchio e un po’ fascista di fare montagna, metà caserma e metà sacrestia. Non ne potevano più di croci di vetta, morti sacrificali, passioni eroiche nel nome dell’alpinismo. Volevano divertirsi e fare l’amore come tutti, e anche scalare pareti è una forma di erotismo. Basta non violentare la roccia ma amarla.

Nel 1961, alla Scuola di alpinismo Gervasutti di Torino, l’accademico Pino Dionisi diceva: «Non è necessario rammentare che la disciplina ha un’importanza di prim’ordine. Nella scuola che dirigo da molti anni è obbligo all’Istruttore dare del Lei all’allievo, così come, naturalmente, l’allievo deve fare rivolgendosi all’Istruttore».

Enrico Camanni
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Era inevitabile che tanto obbedire portasse alla ribellione. Tra Torino e la Valle dell’Orco, Milano e la Val di Mello, Trieste e la Val Rosandra, Reggio Emilia e la Pietra di Bismantova, nasce un movimento di rivolta che preferisce le montagne alle piazze e in montagna fa una strana rivoluzione. Gli esponenti del rinnovamento alpinistico sono ispirati dal torinese Gian Piero Motti, ottimo scalatore e libero trasgressore. Uno che pensa, elabora e scrive.

I giovani contestatori rifiutano i vecchi pantaloni alla zuava e gli abiti grigi della festa, mettendoci vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi, iniziazioni dai nomi musicali: Itaca nel Sole, Luna nascente, Il lungo Cammino dei Comanches, la via della Rivoluzione. Ispirati dal mito dell’arrampicata californiana anche se non hanno mai attraversato l’oceano, lavorando di fantasia trovano splendide pareti a pochi minuti dalla civiltà e su quelle rocce immaginano di essere in Yosemite Valley, sulle Dolomiti o in Paradiso, comunque lontano dagli obblighi e dai tabù. Lontani, appassionati e liberi.

Per capire le esperienze di noi ragazzi di allora esistono due parole chiave: piacere e libertà. Il problema è che erano e sono difficilmente conciliabili, perché la libertà è cosa faticosa e fragile, mentre il piacere aspira alla solidità e alla durata…

Il vero piacere lo hanno goduto non gli apripista di quegli anni là ma gli arrampicatori sportivi dagli Ottanta in avanti, che sono un po’ figli del Sessantotto alpinistico e un po’ traditori di quello spirito anticonformista e ribelle. Perché, come scriveva Pasolini, «arriverai alla terza età e poi alla vecchiaia senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere, e così capirai di aver servito il mondo contro cui con zelo portasti avanti la lotta».

Alla fine il Nuovo Mattino è morto non perché gli alpinisti siano tornati a indossare i pantaloni alla zuava ma, al contrario, perché le scarpette da scalata, le braghe di tela, la polvere bianca e le fasce nei capelli – vecchi segnali di guerra – hanno sorriso al mercato dello sport e il mercato ha ricambiato il sorriso. Negli anni Ottanta la passione per la roccia è rinata in panni atletici e collettivi, beneficiando del cammino liberatorio del decennio precedente: si è buttata la dimensione simbolica e si è conservata la parte utile, esportabile e riproducibile.

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A Torino si arrampica di fantasia quando i ragazzi del Nuovo Mattino scoprono che può esserci più piacere in una placca di gneiss a due passi dal fondovalle che in una parete consumata dai precetti stonati dell’alpinismo eroico. Oggi lo sappiamo tutti, per i tempi è una rivoluzione.

Gian Piero Motti detto «il Principe» guida il cambiamento, non tanto perché nel 1974 scrive sulla Rivista della Montagna il famoso articolo Il nuovo mattino, ricavando dall’alpinismo californiano e dalla famosa via di Harding e Caldwell The wall of the early morning light (El Capitan, 1970) una sorta di legittimazione domestica per rompere con il passato, quanto perché riesce a dar voce, forma e dignità letteraria a un fenomeno che forse nessuno avrebbe notato.

Motti intuisce che è venuto il tempo di imitare il modello americano: meno chiodi in parete, rispetto della roccia, arrampicata «ecologica» secondo i ritmi di madre natura. Nell’autunno del 1972 corteggia e sale la parete del Caporal, il piccolo Capitan della Valle dell’Orco a pochi minuti’ da Ceresole Reale. Le difficoltà tecniche non sono poi così elevate, ma la concezione è eversiva: «È vero – scrive su Scàndereai piedi della parete si estende la foresta e sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il verde e pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L’arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più profonde». Alla fine aggiunge: «Se poi qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi».

Lanciata la prima pietra, manca una prova tangibile del nuovo corso. Arriva con Io scozzese Mike Kosteriitz, che nel marzo del 1973 sale il diedro centrale della Torre di Aimonin, sopra Noasca, senza usare un solo chiodo. I piemontesi al seguito restano sgomenti, finché Kosteriitz non mostra loro dei misteriosi blocchetti metallici chiamati nut, noccioline, che si incastrano nelle fessure senza far male alla roccia.

In ottobre Gian Carlo Grassi e Danilo Galante scoprono il fratellino del Capitan, il Sergent, e vi tracciano una via degna dei loro disegni trasgressivi: la Cannabis. Durante il lungo lavoro di chiodatura Galante nota la spaccatura diagonale che incide la fascia inferiore della parete. Una sciabolata nella roccia. Al contrario dei fessurini della Cannabis, la diagonale è troppo larga per i chiodi e perfino per i cunei di legno. Promette un’arrampicata libera senza respiro, pane per antichi cavalieri. Galante torna in maggio, quando i larici mettono il verde tenero, e sale con un incastro epico di braccia e gambe rischiando la pelle. Nasce la Fessura della Disperazione.

Arriva un altro autunno. Larici gialli, ombre lunghe, il cielo che batte sullo specchio argentato del Caporal. In un mese Motti e compagni scalano da indiani il ciclopico diedro Nanchez e il lungo Cammino dei Comanches, strisciando come lucertole verso la liberazione dell’altopiano. Ci sarebbero ancora sogni da inseguire affinando le tecniche del clean climbing d’oltreoceano, spingendo l’arrampicata libera verso il settimo grado e oltre, ma l’epoca d’oro della Valle dell’Orco si esaurisce nel 1975, appena tre anni dopo i primi approcci, l’antico timore, l’irresistibile amore. Le belle avventure finiscono, decide Motti citando Dylan: «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean: sono tutti morti. I grandi libri sono stati scritti. I grandi detti sono stati pronunciati. Voglio solo mostrarvi un’immagine di quello che succede qui qualche volta, anche se io stesso non so bene cosa sia». Motti chiude la sua storia con la Valle salendo Itaca nel Sole, la linea perfetta sul muro centrale del Caporal. Sbucato per l’ennesima volta sull’altopiano di rododendri, «il Principe» raccoglie le sue cose e se ne va.

Eva Grisoni
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Quarant’anni dopo una ragazza del 1977, il 15 luglio 2013 Eva Grisoni scrive su Planetmountain.com: «L’ideologia che ha caratterizzato il Nuovo Mattino è morta. Credo che oggi non abbiamo più ideali: nella vita di tutti i giorni, nella politica, quindi anche nell’arrampicata. Non c’è più nessuna lotta, nessun valore, nessun cambiamento effettivo che possa trasformare l’attuale situazione di stallo: potendo far di tutto, decidiamo soprattutto di fare quello che ci piace, che ci diverte. Ma non riusciamo più a distinguere ciò che conta davvero (L’articolo La scalatrice del pomeriggio viene ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015 nonché da questo GognaBlog, 7 agosto 2015, NdR)».

Eva si considera una «scalatrice del pomeriggio», quando il sole – se c’è – è realtà assodata e non il miracoloso incedere dell’alba. Noi scalatori al tempo di internet abbiamo conquistato l’onnipotenza di programmare il piacere ma le nostre certezze uccidono il mistero. È già successo altre volte nella storia dell’alpinismo, per esempio quando le superdirettissime delle Dolomiti soffocarono l’avventura a forza di buchi e chiodi a pressione e i giovani, ribellandosi, risuscitarono con l’arrampicata libera il drago ferito da eccesso di tecnologia, riscoprendo il rischio e l’avventura. Ma adesso è molto più difficile ridestare il drago libero e selvaggio, ci vuole più coraggio, serve più fantasia, perché nelle immagini che navigano in rete c’è sempre un bel sole, bella neve, bella roccia e bella gente, bellezze garantite, e nessuno ha più tempo di perdere tempo.

Eppure bisognerà riprovarci, perché quella è la vocazione dell’alpinismo. Non le gesta estreme nate dal narcisismo e dall’egocentrismo delle star, non le morti temerarie o le fughe dalla società, e nemmeno la retorica perduta e perdente degli eroi. Il cielo sarà anche più vicino, sulle montagne, ma la virtù della vetta è un inganno e gli alpinisti non sono uomini superiori. Sono altro, però: testardi, litigiosi e passionali, e anche un po’ bambini. Duellando con i chiodi e le fantasie, hanno difeso un gioco libero e gratuito, perfino in un mondo dove tutto è previsto e monetizzato.

Praticando l’inutile lo hanno salvato.

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Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

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Cartolina dal futuro

Il 20 maggio 2016 la platea del Teatro comunale di Belluno era piena: oltre all’appuntamento con lo spettacolo di Gioele Dix il tema era l’analisi comparata dei professori Marco Ponti e Giovanni Campeol tra ferrovia e autostrada con le relative ricadute socioeconomiche nel Bellunese. Sul palco, per il contraddittorio, Gianni Pastella, presidente dell’Associazione Vivaio Dolomiti favorevole al progetto autostradale e Vittorio De Savorgnani, alpinista, contrario al prolungamento dell’A27 Venezia-Monaco. Qui l’articolo di Bellunopress.it del 21 maggio 2016.
Tre giorni dopo (23 maggio 2016) su Bellunopiu.it usciva un post di Nico Paulon, del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune che qui riprendiamo integralmente.

cartolina-dal-futuro

Cartolina dal futuro
(che palle, ancora ‘sto prolungamento autostradale)
di
Nico Paulon

Nei giorni in cui è uscito il videoclip dei Coldplay per il loro nuovo singolo “Up&Up” dove al settantaquattresimo secondo vengono immortalate le Tre Cime di Lavaredo con tutta la loro bellezza (vedi qui), nei giorni in cui le telecamere della RAI, che hanno seguito il Giro d’Italia, hanno ampiamente trasmesso le immagini di questi luoghi sublimi, beh… in questi giorni c’è ancora chi propone di trapanarli e ferirli con chilometri di gallerie e viadotti di cemento armato per far passare camion e merci.

Una follia verrebbe da dire. Ma quando un’idea folle la sai presentare bene, allora diventa una suggestione. Era il mago Silvan che diceva: “Conoscere un trucco non è niente, saperlo fare è già qualcosa, saperlo presentare è tutto”… e Sim Sala Bim… eccoti l’effetto magico. Ed è quello che, né più e né meno, è andato in scena venerdì sera al teatro comunale di Belluno durante la serata organizzata da Vivaio Dolomiti in favore del prolungamento autostradale. Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia.

Una magia, o meglio, una suggestione collettiva. Ma andiamo al dunque: è questa la soluzione al principale male del nostro territorio ovvero il suo spopolamento?

Nel 2000 noi avevamo 15.000 giovani tra i 24 e i 29 anni, nel 2015 ne abbiamo 7.800 (cito il sociologo Diego Cason)”. Penso che questi siano i dati da cui far partire qualsiasi ragionamento. Penso che ogni politica di questo territorio dovrebbe focalizzarsi sulla risoluzione dei problemi che da questi dati emergono, ovvero che dal 2000 in poi ad oggi, una parte consistente dei giovani che vanno a fare l’università non rientra più una volta terminati gli studi e contestualmente molti giovani preferiscono ancora cercar fortuna altrove che rimanere nel bellunese. Allora dovremmo chiederci: come mai? Colpa della crisi? Eh proprio no, visto che la diaspora è iniziata prima.

Non sono un sociologo, ma ho semplicemente 33 anni e parlo con i miei coetanei. Ciò che vedo e sento mi racconta di una generazione, la mia, che non ha proprio una gran voglia di finire davanti a un macchinario di fabbrica, magari a fare 5-6000 volte lo stesso gesto al giorno per stampare aste per occhiali. E questa è una buona notizia. Ovvero, che la mia generazione non abbia più questa gran voglia di fare “lavori-di-merda” alienanti è proprio una gran bella notizia. Soprattutto se ci si fa il culo all’università, se si hanno saperi che vanno un po’ oltre l’accendere e spegnere una pressa e delle skill che consentono di fare delle attività un pelo più creative del non addormentarsi davanti ad un nastro trasportatore.

Marco Ponti
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E ce ne sono tanti di giovani bellunesi svegli e che ottengono non pochi risultati in giro per l’Italia e il mondo. Perché mai, questo piccolo esercito di cognitari bellunesi, che lavorano o che vorrebbero lavorare nel settore dei servizi e dell’innovazione dovrebbe finire davanti ad una pressa? E perché mai coloro che non riescono a laurearsi o che partono per cercar fortuna dovrebbero ritornare o rimanere nella nostra provincia a far “lavori-di-merda” quando la grande città o la metropoli ti garantisce più sesso, più droga e più rock and roll?

“Lavoro-di-merda” per “lavoro-di-merda” tanto vale farlo in un luogo dove ci si diverte un pelino di più, o no? Voi che dite?

Il tema vero, non è far circolare più veloci le merci del settore manifatturiero come vorrebbe l’AD dell’ACC Wanbao Wu Benming, ma bloccare questa emorragia di giovani, innovatori, sapienti cervelli bellunesi.
In tal senso, Wu Benming potrebbe iniziare dal potenziamento del reparto di R&D (ricerca e sviluppo) che mi dicono paradossalmente “sottosviluppato”. Strano no… per un’azienda che va “alla grande” come l’ACC. Ma è poi così fondamentale il rapporto tra velocità delle merci e sviluppo delle aziende nella situazione bellunese? Il caso Luxottica, “sembra” raccontarci un’altra storia…

Giovanni Campeol
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Ma torniamo alla questione: come bloccare questa fuga di giovani?
Sono due le direzioni, secondo me: la prima, invertendo la rotta rispetto al depotenziamento dei servizi territoriali anche delle aree interne andando verso una loro valorizzazione, così che, per rispondere anche a Pastella (vedi finale dell’articolo a questo link), il povero cittadino di San Nicolò di Comelico possa andare a fare le sue terapie all’ospedale di Pieve di Cadore invece che scendere fino a Belluno.

La seconda, puntando su una cosa che ci invidia tutto il mondo: il “nostro” paesaggio. Che, pensate un po’, è unico al mondo. Sta storia che è unico al mondo dovremmo imparare un “po’” a valorizzarla, o no? Invece, ci lamentiamo che in Val Pusteria sono più svegli di noi e chiamano tutto, anche un po’ a cazzo, “Tre Cime” (vedi articolo Corriere delle Alpi).
Sapete perché? Riconoscono il valore di un brand, mentre gran parte dei nostri amministratori locali non sa nemmeno che cos’è il marketing territoriale. E allo stesso modo, i nostri vicini sono favorevoli al Treno delle Dolomiti anche per il grande valore comunicativo che ha un progetto come questo.

Invece, a Belluno si pensa di tirar su piloni di cemento in mezzo ad un patrimonio Unesco per far passare camion di merci… capite? E tra i sostenitori di questa follia ci sono anche quelli che vorrebbero costruire una piattaforma di veleni chimici e pericolosi vicino alla più importante azienda del latte bellunese: un altro “capolavoro” comunicativo!

Scusate, comincio ad avere mal di testa.

Gianni Pastella
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Purtroppo, almeno per il mio modesto parere, non è solamente un problema di soldi che ci separa dai nostri vicini trentini e altoatesini, ma anche e soprattutto una scarsa capacità progettuale, una mancanza di visione generale e tanta ignoranza sul piano della conoscenza della componente immateriale del capitalismo contemporaneo.
Ci servono meno ingegneri civili e più esperti di marketing. Abbiamo bisogno di quei giovani bellunesi che sono andati all’università e hanno imparato a realizzare un’app, che conoscono le lingue, che conoscono il valore di un’immagine territoriale coordinata, che hanno appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative e visual, che hanno studiato le economie che si sono sviluppate attorno ai nuovi modelli di turismo legati al benessere, all’eno-gastronomico e quindi al rapporto tra agricoltura-paesaggio-turismo, alla ricerca delle aree incontaminate, al turismo esperienziale e tanto tanto altro. Invece, c’è ancora chi ha il pallino dei mega-resort in cemento armato sulla Marmolada.

Se le politiche regionali e locali e quindi il denaro pubblico, non andranno in questa direzione sarà dura convincere le “nostre intelligenze” a riempire gli efficienti magazzini delle aziende manifatturiere del bellunese che, tuttavia, vanteranno tempi rapidissimi nelle spedizioni.

Insomma, sono contrario al prolungamento dell’A27 non solo per una questione ambientale, non solo per la corruzione che si creerà, non solo per il vecchio e superato modello di “sviluppo” che rappresenta, ma anche perché, da giovane laureato bellunese, non so proprio cosa farmene di quel prolungamento autostradale. Realizziamo ste benedette circonvallazioni nei colli di bottiglia dell’Alemagna 51 così che la si smetta di legittimare la follia dell’autostrada e iniziamo a costruire un immaginario attorno a queste montagne meravigliose che sappia attrarre i turisti così da realizzare un’ospitalità diffusa e un’offerta di servizi all’altezza di un Patrimonio Mondiale dell’Umanità e vedrete che, io e i miei coetanei, saremo pronti a restare.

Toio De Savorgnani al Manaslu (1979)
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Considerazioni
Chi era presente a Belluno, come Giancarlo Gazzola, non è d’accordo su quanto asserisce Paulon quando scrive: “Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia”.
Secondo Gazzola (e conoscendo De Savorgnani non abbiamo motivo di dubitarne…) “Toio non è stato sicuramente bersaglio di Campeol e company. Anzi in quel poco tempo a disposizione ha dato un’ottima lezione di ambientalismo. L’unica cosa vera è che a noi hanno dato davvero poco spazio. Soltanto a fine serata abbiamo avuto modo di parlare con gli organizzatori pro-autostrada e di ben ribadire la nostra posizione”.

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Abruzzo: sempre più vicini al soccorso alpino a pagamento

A seguito del nostro post http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, vi aggiorniamo sulle novità relative alla proposta di legge che riguarda il Soccorso Alpino in Abruzzo.

Abruzzo: sempre più vicini al soccorso alpino a pagamento
di Francesca Marchi
(già pubblicato il 20 maggio 2016 su http://www.ilcapoluogo.it/2016/05/20/soccorso-alpino-a-pagamento-gustav-thoeni-legge-necessaria/)

“E’ un momento storico per la montagna abruzzese”, questo il commento corale dopo la presentazione della proposta di legge sul soccorso in quota a pagamento che porta la firma dei consiglieri regionali del Partito Democratico, Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. La legge, con molta probabilità, sarà tale entro l’estate. Dopo Veneto, Trentino e Valle d’Aosta e Lombardia tocca all’Abruzzo. Si discute da tempo se far pagare un servizio che costa alla collettività migliaia di euro e non sempre viene utilizzato in maniera opportuna. Ad accendere i riflettori sull’iniziativa, presentata a Fonte Cerreto nell’hotel Cristallo, un testimonial d’eccezione: il campionissimo Gustav Thoeni che sta trascorrendo questi giorni in Abruzzo insieme alla moglie Ingrid per sottolineare l’importanza e l’innovazione del progetto di legge. “Vi porto il saluto dalla mia montagna. Questa è una zona molto bella, si potrebbero fare grandi cose che agli imprenditori locali potrebbero fruttare economicamente” – questo il primo commento del vincitore di quattro Coppe del Mondo. Sulla proposta di legge ha detto: “In alcune regioni del nord questa legge esiste già, per chi vive la montagna è necessaria. Ci sono assicurazioni che si possono fare per coprire le spese ed è giusto che sia previsto il pagamento in caso di mancata necessità dell’intervento: non è possibile mettere a repentaglio la vita dei soccorritori e anche la propria per imprudenze e leggerezze!”. 

Pierpaolo Pietrucci, Gustav Thoeni e Luciano Monticelli
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Tante foto, strette di mano, la giacca della scuola di Sci di Assergi ricevuta in dono dal direttore Luigi Faccia e subito indossata, poche battute che rimarcano la sua riservatezza, non a caso viene spesso definito come il “Re silenzioso della valanga azzurra”. Ma Thoeni ha messo da parte il suo essere schivo per questo evento, non ha saputo dire di no all’amico Paolo De Luca, Maestro di Sci e Accompagnatore di media Montagna di Pietracamela, che è anche fra i consulenti che la Regione ha interpellato per la redazione di questo progetto di legge, grazie a lui il campione di Trafoi è in Abruzzo. Pierpaolo Pietrucci ha illustrato i punti principali del progetto di legge che istituisce in Abruzzo una Rete Escursionistica Alpina Speleologica e Torrentistica (REASTA). “Questa è una svolta per la nostra montagna che va vissuta 365 giorni l’anno. La proposta di legge cristallizza e sancisce l’importanza che stiamo dando alle aree interne. C’è un investimento di 350mila euro per la creazione di un archivio di sentieri, percorsi, vie ferrate e di arrampicata, tratturi, itinerari free ride, piste ciclabili e di mountain bike e altri che consentono attività escursionistiche, alpinistiche, speleologiche e torrentistiche. E’ prevista la manutenzione dei sentieri e dei percorsi, oltre che le attività di formazione e informazione che saranno condotte attraverso strutture come le scuole, le scuole di sci, gli operatori turistici”. La proposta di legge contiene anche una misura che attiva una compartecipazione alle spese del soccorso in caso di imperizia degli utenti. “E’ importante educare le persone alla montagna – ha detto Monticelli – è riduttivo dire solamente che gli elicotteri si alzano per recuperare chi va in montagna in ciabatte, questa proposta prevede molto di più”. Luigi Faccia, maestro di sci e vicepresidente del Collegio regionale, ha ribadito: “La regione è stata molto sensibile e ci ha ascoltati. E’ una proposta di legge che si allarga anche alla regolamentazione dei fuori pista, quindi va a completare anche lo sci alpino”. La proposta di legge è frutto di un lavoro di squadra e di diversi tavoli tecnici a cui hanno preso parte tutti gli operatori della montagna: Guide alpine, il 118, rappresentanti CAI, Maestri di sci, Squadre di Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, Forestale e della Polizia.

Luciano Monticelli
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Cosa prevede la proposta di legge?
La REASTA (Rete Escursionistica alpinistica speleologica teorrentistica Abruzzo) consta di 15 articoli. Il documento è finalizzato alla disciplina, alla promozione e tutela del turismo montano, in relazione alle funzioni ed ai valori sociali, culturali, ambientali, didattici e di tutela del territorio, per uno sviluppo sostenibile ed economico dell’Abruzzo, con la manutenzione, il recupero, la conoscenza, la salvaguardia del territorio, delle specificità locali naturali e culturali. Questi obiettivi si pongono, tra gli altri, come risorsa allo spopolamento di alcune aree della regione con la manutenzione, il recupero, il censimento, attraverso la valorizzazione, dei sentieri e dei percorsi degli itinerari escursionistici, delle Vie ferrate, delle vie alpinistiche, delle vie di arrampicata sportiva, dei tratturi, delle ippovie, delle piste mountain biking, delle grotte e dei torrenti, che ne favoriscano una corretta e consapevole fruizione. In pratica, si tratta della promozione del turismo montano attraverso il corretto esercizio di ogni attività escursionistica, alpinistica, speleologica e torrentistica regolata dalla presente proposta di legge. Insomma, è indispensabile responsabilizzare i fruitori delle aree interne dopo aver dato loro gli strumenti necessari per la loro fruizione quali informazione, formazione e nel caso di imperizie, il pagamento delle prestazioni di soccorso. Gli interventi di soccorso ed elisoccorso di carattere sanitario, comprensivi di recupero e trasporto, devono considerarsi, dice la REASTA, come prestazioni a carico del Servizio Sanitario Nazionale se effettuati nei limiti di quanto disposto dall’art. 11 del decreto del Presidente della Repubblica del 27 marzo 1992. Le centrali operative dei SUEM 118 verificano e certificano la sussistenza o meno del carattere sanitario degli interventi. Gli interventi di soccorso ed elisoccorso di carattere non sanitario, comprensivi di recupero e trasporto, qualora non sussista la necessità di accertamento diagnostico o di prestazioni sanitarie presso un pronto soccorso, sono soggetti a una compartecipazione alla spesa a carico dell’utente trasportato, se richiesto da quest’ultimo o riconducibile ad esso. La compartecipazione è aggravata qualora si ravvisi un comportamento imprudente. La classificazione degli interventi di soccorso e recupero in ambiente montano, impervio o ostile ed ipogeo a titolo di soccorso sanitario o non sanitario, urgente o non urgente, è attribuita dalla Sala Operativa 3 Regionale Emergenza Urgenza 118, che effettua l’intervento in coordinamento con l’equipe di soccorso sanitario e il Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico dell’Abruzzo.

Pierpaolo Pietrucci
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