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Storie ordinarie di Valcamònica

Le cinque storie seguenti sono cinque articoli tratti dal Giornale di Brescia on-line, scelti nell’arco di poco più di una settimana, dal 30 marzo al 6 aprile 2016. Riguardano avvenimenti della Valcamònica e sono esemplificativi di quanto la realtà possa superare la fantasia: la Valcamònica è qui presa solo a esempio di una più vasta realtà alpina (o montana) in generale.

 

Cevo
Crollo della Croce, cinque persone a processo
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
30 mar 2016

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Per il sindaco di Cevo, Silvio Citroni, il suo predecessore Mauro Bazzana, un tecnico del comune di Cevo, il progettista e responsabile dei lavori e Mauro Maffessoli, presidente dell’associazione culturale proprietaria dell’opera la Pm Caty Bressanelli ha chiesto il rinvio a giudizio. Altri erano stati indagati per il crollo del 24 aprile 2014 al dosso dell’Androla, posizioni poi archiviate. L’inchiesta avrebbe appurato che la tragedia ha avuto origine dallo stato dell’opera.

Il legno che reggeva il Cristo crocefisso cedette travolgendo e uccidendo Marco Gusmini, disabile 21enne che non aveva avuto il tempo di spostarsi da sotto la croce dove si trovava. Il giovane era in gita con la sua parrocchia.

Ora sarà il gup a pronunciarsi. E nella decisione per un eventuale processo peseranno le perizie tecniche.

Per quanto riguarda l’opera, su iniziativa dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, grazie ai fondi del bando «6.000 campanili», la grande Croce sarà ricollocata. Il costo totale dell’intervento sarà di circa 350mila euro.

Sulla vicenda vedasi anche http://www.alessandrogogna.com/2015/10/06/la-croce-di-cevo/

 

Berzo Demo
Il caso della pipì da 3mila euro: quando l’urgenza costa cara
di Gianluca Gallinari
30 mar 2016

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Quella del malcapitato pakistano, sorpreso a far pipì vicino a Berzo Demo, è forse la minzione più costosa della storia locale (se non d’Italia): non se ne ricorda altra da 3.333 euro.

I fatti: Statale 42, tratto fra le ultime due gallerie della «nuova» superstrada. Un’auto accosta. Ne scende il pakistano di casa in Valcamonica, che non regge all’impellenza. Si guarda attorno e non scorge anima viva. C’è l’Oglio a due passi, non ci sono case, né chiese, né edifici pubblici, nulla. Vinto da incontenibile urgenza commette l’errore, fatale al conto in banca: fa pipì.

A quel punto un’altra auto accosta. É quella dei carabinieri di Edolo. I quali constatano – si suppone con adeguata discrezione – il reato. E con marziale rigore sanzionano il reo urinatore. Applicando alla lettera (per la prima volta nel Bresciano) una norma fresca fresca: il decreto legislativo 8 del 15 gennaio 2016, che depenalizza gli «atti contrari alla pubblica decenza». Niente carcere, ma supermulta: 5.000 euro (10.000 nel massimo edittale), ridotti a 3.333 (cioè di un terzo) se pagati entro 5 giorni. Ora. Dà fastidio a chiunque imbattersi in chi minge per la via, o anche solo nelle sue maleodoranti tracce. E non ci si scappa: la minzione en plein air rientra tra quelli che la Suprema Corte qualifica come «atti contrari alla pubblica decenza» che «in spregio ai criteri di convivenza e di decoro, provocano disgusto o disapprovazione». Certo la sproporzione della sanzione appare macroscopica, ai limiti della decenza, questa pure.

Un deterrente formidabile contro l’inciviltà di chi, in presenza di bar e bagni pubblici, preferisce «fare alla vecchia», non c’è dubbio. Ma che ancora una volta relega il buon senso italico al palo: qui inteso soprattutto come il «complice che vigila», quello cui i deboli di vescica faranno d’ora in poi ricorso per tutelarsi dall’arrivo, nel momento del bisogno, di una pattuglia.

Tutto ciò fa venire in mente quanto accade in alcuni Stati degli Usa, dove chi è sorpreso a far pipì fuori luogo finisce nelle liste dei «sex addicted» con conseguenze pesanti e ripercussioni persino per le forze dell’ordine, che indagando su reati sessuali, si trovano al cospetto di elenchi infiniti, in cui accanto ai nomi di vili stupratori figurano quelli di sfrontati urinatori.

Strascichi giudiziari a parte, resta il paradosso: alcuni automobilisti fermati ebbri alla guida dagli stessi militari sulle medesime strade camune, finiranno col pagare meno di chi ha fatto pipì. Vien da non credere che il legislatore sia lo stesso che ha (finalmente) introdotto l’«omicidio stradale».

Vione
Otto figli morti, il dramma di Teresa: «Al cimitero non vado più»
di Sergio Gabossi
1 aprile 2016

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Ha messo in fila gli addii come grani in un rosario di misteri dolorosi. Piccola e smarrita, davanti alla stufa accesa, Teresa Lambertenghi racconta i lutti di una esistenza spietata che ad ogni giro di boa le ha tolto un figlio e un pezzo di cuore. Oriele, Mariuccia e Caterina. Un’altra Oriele, Angiolino, Oliviero, Giovanni e Renzo: in 89 anni di vita e sessanta di mamma, la «Teresa del coraggio» ha seppellito otto figli nel piccolo cimitero di Plemo di Esine.

«Non ci vado più» sussurra con un filo di voce e gli occhi persi nel vuoto. «Ovunque mi giri – spiega – vedo la lapide di uno dei miei figli. A buon mondo, un genitore non dovrebbe portare al cimitero un figlio e mi chiedo che cosa ci faccio ancora qui». Ha un golfino nero sempre a portata di mano, decine di fotografie sulla mensola della televisione e un esercito di nipoti che portano ceste di allegria. In un pomeriggio di inizio primavera, accompagnati dall’amico Gian Battista Zanotti, Plemo diventa un angolo da leggenda greca.

Un filo invisibile ci tiene ancorati qui dove è tutto reale e non esistono castighi divini, ma solo la piccola cucina di Plemo dove Teresa in carne, ossa e coraggio, snocciola parentele lontane, passioni e ricordi. «Mi sono sposata a gennaio del ’48 e abbiamo vissuto quindici anni a Saviore, poi due anni a Erbanno e siamo venuti a Plemo nel Settanta». Il marito Sisto Boldini è morto quando lei aveva 46 anni, una famiglia da crescere e bestiame e terra da curare. La grande casa nella campagna dei Saletti è diventata il luogo dove esistere e resistere.

Due figlie morte piccolissime per malattia, altre due in incidente stradale, Angiolino volato in cielo dopo una caduta in montagna, Oliviero travolto da una gru al lavoro, Giovanni morto a 53 anni per un male incurabile e adesso Renzo, che ne aveva 66.

«Quante volte ho detto: Signore prendi me!». L’uomo propone e Dio dispone: ma, a volte, la sua risposta è no. Forse perché c’è sempre un buon motivo per stare al mondo e, quando non c’è, bisogna cercarlo.

Cevo
Un monumento per le vittime del lago d’Arno. Un secolo dopo
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
4 aprile 2016

La cerimonia d’inaugurazione del monumento per le vittime del lago d’Arno
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Una lastra d’acciaio corten, lunga 15 metri e alta 1, con incisi 96 nomi. Sono gli 86 soldati morti un secolo fa esatto – a causa della valanga che si abbatté sulla caserma di Campiello al lago d’Arno – più una decina di altri militari uccisi negli scontri della Prima guerra mondiale. Giovani vite spezzate che ieri la Valsaviore ha voluto ricordare con una cerimonia semplice ma appassionata.

La comunità di Cevo ha reso memoria di un fatto che era stato dimenticato, riportato in vita qualche anno fa dall’ex maestro Andrea Belotti che ha scritto il libro “Valsaviore 1915-1918. La guerra sull’uscio di casa” per rievocare i fatti. “E’ giusto che i nostri paesi non dimentichino un evento di cui finora nessuno aveva più parlato” ha commentato il sindaco Silvio Citroni.

Vezza d’Oglio
Sbranato un asino: l’orso è tornato
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
6 aprile 2016

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Nemmeno il tempo di risvegliarsi dal letargo degli ultimi mesi, in questa primavera anticipata, e uno degli orsi che hanno fatto tribolare l’alta Valcamonica l’estate scorsa è tornato a colpire.

La sua preda, come già più volte in passato, è stato un asino di proprietà di un agricoltore di Vezza d’Oglio, che tiene i suoi animali in una stalla in località Risolina, a meno di cento metri dalle case della piccola frazione di Grano di Vezza.

L’altra mattina presto, mentre saliva per dar loro da mangiare, come ogni giorno, l’uomo ha fatto l’amara scoperta: qualcuno aveva assalito l’asino, l’aveva sbranato in modo vorace e poi abbandonato in mezzo alla campagna.
L’agricoltore ha così subito avvertito il Corpo forestale dello stato, che è intervenuto sul posto insieme agli agenti guardia parco dello Stelvio. Gli accertamenti sono ancora in corso – e sarà l’esito delle analisi a darne la certezza – ma pare proprio che, dalle impronte lasciate sul terreno e dalla modalità con cui è stato assalito l’animale, si tratti davvero di un orso. Il dispiacere dell’agricoltore è grande, anche perché l’asino veniva pure impiegato per alcune manifestazioni in paese.

Il fatto ha scatenato subito parecchie polemiche, non solo sulla bacheca di Facebook, ma anche in paese a Vezza, dove lo scorso anno cittadini e allevatori si sono riuniti in un comitato per difendersi dagli attacchi dell’orso e arginare i danni provocati dai grandi predatori (non solo l’orso, ma anche il lupo).

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San Vincenzo da Saint-Vincent?

San Vincenzo da Saint-Vincent?

Vincenzo Torti è il nuovo Presidente generale del Club Alpino Italiano per il triennio 2016 – 2019, eletto sabato 21 maggio 2016 dall’Assemblea dei Delegati che si è tenuta a Saint Vincent (AO), presso il Centro Congressi del Grand Hotel Billia.

Da oggi quindi è in lui che sono riposte le speranze di molti soci, nonché di tutti i volontari che vogliono esprimere, nel Sodalizio, una forte volontà associativa, superando con il loro entusiasmo questo momento di ben avvertita coscienza delle difficoltà di un’associazione cui si presentano grandi e impegnative scelte, inderogabili. Sono anche molti coloro che vorrebbero sì queste scelte, ma le preferirebbero di segno contrario. E ci vorranno dunque la tenacia e la pazienza di un “santo” a riconvogliare le energie positive dell’intera associazione senza rischiare clamorose rotture. Perciò: buon lavoro a Torti!

Riportiamo qui un corposo riassunto del discorso con il quale Vincenzo Torti ha chiesto all’Assemblea di sceglierlo:
E’ un giorno importante, un giorno che unisce idealmente la Valle d’Aosta, che è anche diventata una parte della mia vita, con la sede storica, sociale del CAI al Monte dei Cappuccini, dove abbiamo il nostro Museo della Montagna, la nostra Biblioteca Nazionale, la nostra Sala degli Stemmi, dove il CAI è nato. E non vi potrebbe essere riferimento più prestigioso di quello.

E’ dal tempo del duello Lodovico Gaetani-Leonardo Bramanti, circa 30 anni fa, che l’Assemblea dei Delegati, l’espressione più importante del Club Alpino Italiano, può scegliere tra due candidati.

L’Assemblea dei Delegati del CAI, 21 maggio 2016, Hotel Billia di Saint-Vincent
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La scelta non può essere la conclusione di un’onorata carriera ma neppure una cambiale firmata in bianco. Le persone non sono quello che dicono, bensì quello che fanno. Dovete scegliere su queste basi.

Ho raccolto il messaggio di mio nonno, fondatore del CAI di Giussano, che mi ha iscritto appena nato. Ho cercato di trasmettere questa scuola di carattere (che è la fatica di andare in montagna) alle mie figlie e adesso anche ai nipoti. E’ anche una scuola di onestà (in parete sei quello che fai); è una scuola di solidarietà (la cordata); è una scuola che insegna ad amare e rispettare l’ambiente.

Essere avvocato non è però la ragione per la quale vi chiedo di scegliere me come futuro Presidente Generale.

Quello che ho imparato, l’ho imparato dalla montagna. Lo stesso impegno ho ritenuto di mettere nelle questioni che mi sono state sottoposte da qualunque delle regioni italiane.

Come presidente rispetterei coma una sorta di Dieci Comandamenti le priorità espresse da questa Assemblea: che occorre realizzare assieme nel massimo sforzo espresso da un volontariato di qualità. Il grande numero dei Delegati oggi presenti esprime l’evidente impegno della base: cui si deve rispetto. Rispetto del socio, del suo tempo, del suo entusiasmo e delle sue competenze. Il CAI che immagino io è soprattutto il CAI che dà risposte.

La prima risposta da dare alle Sezioni è la prima delle conclusioni di Firenze: dobbiamo invertire il rapporto tra le Sezioni e la Sede centrale, è quest’ultima che dev’essere al servizio delle Sezioni e non il contrario. Perché i problemi quotidiani nascono lì e lì devono essere risolti. Possiamo dare risposta con la semplificazione, immediata: norme chiare, di più facile attuazione. Possiamo allargare ancora l’ambito delle coperture assicurative, prima ristrette alle attività istituzionali ora aperte anche all’attività individuale. Presto sarà disponibile un rapporto chiaro che sviscera questa importante materia.

Per dimostrare l’inversione di rotta, già oggi si intravvede la possibilità di girare alle Sezioni una parte degli introiti oggi destinati alla Sede centrale. Dobbiamo istituire un fondo di sussidiarietà alle Sezioni in difficoltà per avvenimenti critici imprevisti, o sopravvenienze rispetto a un’iniziativa, o per urgenti lavori a un rifugio. Con il fondo si ottiene trasparenza, si fugano i dubbi provocati da situazioni al limite dell’illecito.

Elio Orlandi, Mariano Frizzera e Carlo Claus. Foto: Alberto Rampini
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Il grande tema dei giovani attende risposta: sono stato relatore a Roma all’assemblea delle associazioni scout e ho parlato della responsabilità dei loro accompagnatori. E’ emerso che hanno bisogno del CAI. Sono 200.000 giovani che amano come noi la montagna, camminano sugli stessi sentieri e vogliono come noi rispettare la natura. Una libera frequentazione che lascia lo spazio intatto anche ai nostri figli e nipoti.

Ho parlato anche con i responsabili della FASI, che mi hanno assicurato di essere pronti per uscire, assieme a noi, dalla fase di autoreferenzialità. Queste espressioni di “avventurosità” possono beneficiare della cultura centocinquantenaria del CAI privata dell’autoreferenzialità.

Sui rifugi ricordo il mio contributo alla risoluzione della questione dell’indennizzo, non dovuto per contratto, della provincia di Bolzano alle Sezioni del CAI: sono 800.000 euro che danno ristoro a tante iniziative in atto e future. Occorre implementare il fondo per i rifugi e dare nuovo vigore a questo nostro importante settore. Altro patrimonio da tutelare è quello dei sentieri, che sono le arterie attraverso le quali noi ci muoviamo in montagna. Lotta dunque a tutti i mezzi motorizzati, moto, motoslitte ed eliski.

Concludo dicendo che per me il CAI deve avere a cuore il rispetto della territorialità e del socio. Un CAI di risposte vere, di coerenza, di trasparenza e di solidarietà”.

Questo discorso, durato più dei 10 minuti concessi, ha suscitato un’interruzione di disapprovazione: ma certamente è stato più circostanziato e programmatico di quello dell’altro candidato, Paolo Valoti, che qui riassumiamo in un passaggio:
Come socio tra soci, confermo la volontà di far crescere al massimo livello l’impegno e la responsabilità per costruire e sperimentare tutti insieme un percorso condiviso, trasparente e partecipativo… per realizzare le priorità e gli obiettivi strategici che abbiamo approvato oggi. Sono consapevole che l’atmosfera di rinnovamento e di fiducia reciproca respirata dal 100° Congresso (Firenze) fino a oggi ci permetterà di continuare a rimboccarci le maniche: forza, pluralità e serenità per rispondere tutti insieme ai bisogni di cambiamento e alle opportunità della base sociale, cioè delle sezioni e sottosezioni del Club Alpino Italiano, un luogo di eccellenze, di relazione e anche di amicizia per tutti, dagli Appennini alle Alpi, dalle piccole alle grandi montagne del mondo”.

L’Assemblea dei Delegati 2016 del Club alpino italiano, che a detta di tutti i partecipanti è stata magistralmente organizzata dal CAI Valle d’Aosta e dalle sue quattro Sezioni (Aosta, Chatillon, Gressoney La Trinité e Verres), ha fatto registrare una massiccia partecipazione: sono intervenuti 448 Delegati, con 503 deleghe, per un totale di 951 voti, a rappresentare 411 Sezioni di tutta Italia. Vincenzo Torti prende il posto di Umberto Martini, in carica dal 2010, non più rieleggibile dopo due mandati alla presidenza in base al regolamento del CAI sui limiti degli stessi.

A Vincenzo Torti sono andati 484 voti, mentre all’altro candidato Paolo Valoti ne sono andati 456.

Vincenzo Torti e Antonio Montani
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Provo una grande emozione per un onore che condivido con l’altro candidato Paolo Valoti, visti i pochi voti che ci hanno separato (28, NdR)”, ha affermato Vincenzo Torti. E ha ringraziato l’Assemblea con queste parole di augurio: “Alla fine del mio incarico non si dovrà assolutamente dire che alle grandi domande abbiamo dato solo piccole risposte”.

Avvocato, classe 1950, Torti è socio della Sezione CAI di Giussano dal 1952, della quale è stato presidente per tre mandati. Tra le cariche ricoperte in passato nel Sodalizio a livello nazionale, è stato componente del Comitato Direttivo Centrale dal 2005 al 2009 e Vicepresidente generale dal 2009 al 2015.
Si è occupato dei problemi legali del CAI e delle sue Sezioni, ha scritto il libro La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, ha coordinato la risoluzione di problemi delle Sezioni, dell’Accademico, delle Guide Alpine, la trasformazione storica del Soccorso Alpino.

All’ordine del giorno a Saint Vincent anche l’elezione di uno dei tre Vicepresidenti generali del CAI. Antonio Montani, 44 anni, socio della Sezione CAI di Pallanza (VB), ha preso il posto di Ettore Borsetti, anch’egli non più rieleggibile dopo due mandati.

L’Assemblea ha nominato Elio Orlandi Socio onorario del CAI, dopo la lettura della “laudatio” scritta da Armando Aste.

Da lunedì 23 maggio Vincenzo Torti ha iniziato a operare ufficialmente come nuovo Presidente generale, con lo scambio di consegne con Umberto Martini e la presa di possesso della sala di presidenza di via Petrella 19. I suoi primi atti ufficiali sono tre lettere da lui inviate a tre ben diversi personaggi e per svariate ragioni:
al socio Carlo Sollier, in occasione dei suoi 50 anni di iscrizione al CAI, per manifestargli personalmente, in un momento difficile, gratitudine e apprezzamento di tutto il Sodalizio per quanto questi ha fatto e per “tutto il bene che ha prodotto”.
al socio Cesare Ballabio, grande amico di suo nonno Carlo Cerati (quello che lo aveva iscritto in fasce da neonato al CAI) ma anche compagno di scialpinismo sull’Allalinhorn. Un’occasione, quella dell’elezione, per un grande abbraccio e dichiarazione di stima;
all’accademico Armando Aste per la bella laudatio da questi scritta per l’amico Elio Orlandi, da domenica socio onorario del CAI.

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Comunicare una “nuova” cultura della montagna

Comunicare una “nuova” cultura della montagna
tra carta stampata, comunità digitali e social media
con il significativo contributo di Mountcity.it

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Tra carta stampata, comunità digitali e social media
Stiamo assistendo da qualche tempo a una lotta, silenziosa quanto dura, tra chi vuole informare sulle questioni di montagna. Sinteticamente, ci sono due fazioni: coloro che privilegiano l’attualità della notizia in tempo reale e coloro che invece preferiscono un’informazione più meditata, magari più approfondita. Le due fazioni hanno anche punte più radicali, secondo le quali la comunicazione deve essere “libera” oppure espressa con la somministrazione smorzata e più consona alle tradizionali vie ufficiali. Le due parti “radicali” spesso si dipingono, reciprocamente, come il fuoco che tutto divora e distrugge e come l’acqua che tutto spegne e annega.

In questo sentiero di guerra si è organizzato al Palamonti di Bergamo, il 14 maggio 2016, un convegno a carattere nazionale dal titolo Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media.

Ci fa piacere osservare quel “nuova” tra virgolette: probabilmente sta davvero a significare che se ne avverte l’esigenza a tutti i livelli. Però, mancano nel titolo sia una descrizione concisa di cosa gli organizzatori ritengano “vecchio”, sia un accenno a cosa si ritenga “nuovo”.

L’accenno mancante nel titolo era stato fatto qualche settimana fa da Paolo Valoti (vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/), attuale candidato alla Presidenza generale del CAI (in competizione con Vincenzo Torti):
Oggi purtroppo etica e informazione non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop…
È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.
Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”.

Tutto ciò sembra ampiamente condivisibile. Ma attenzione: è giusto rispettare la privacy istituzionale quando si tratta di un ente pubblico? E’ giusto tacere? E se parliamo della privacy personale: è giusto tacere, quando l’argomento di cui stiamo scrivendo è stato ampiamente già reso pubblico (per legge) dall’Albo pretorio? E’ giusto che certe questioni possano essere tranquillamente accantonate (insabbiate?) confidando che dopo un certo numero preciso di giorni gli atti resi noti nell’Albo pretorio possono essere rimossi? Possibile che ogni volta che si dà notizia di qualcosa che non appare nelle memorie istituzionali si sgridi la presunta “ricerca dello scoop”?

Valoti continua: “Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera”.

Quest’affermazione sembrerebbe una condanna senza molto appello ai nuovi canali d’informazione, quelli che tanta più presa hanno sulla gente quanto diventa ogni giorno più difficile vendere carta stampata. Ma l’affermazione è per fortuna disdetta dallo stesso autore quando subito dopo dice: “Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.


Il web per una “nuova” cultura della montagna

Tra queste affermazioni, al lettore rimane qualche dubbio: è il CAI favorevole o no al potenziamento dei social? E se sì, è il CAI favorevole anche all’iniziativa privata in questo campo o desidera invece gestire in proprio tutta l’informazione di montagna?

Si sa che, parlando di controllo, questo è indubbiamente più facile con giornali e riviste. I blog e le conversazioni su facebook sfuggono più facilmente ai rituali del controllo, anzi a volte ne sono del tutto esenti.

Ha fatto molta strada negli ultimi tempi la montagna sul web: diversi siti sono eroicamente nati, altri mostrano segni di abbandono o sono addirittura scomparsi. Mentre avanza la banda larga, la montagna è oggi frequentata sul web anche attraverso la fitta rete dei social network. I blog in questione sono in larghissima parte autofinanziati, e perciò indipendenti, immuni da censure esterne. Rappresentano nella loro complessità elementi trainanti ormai ineludibili per la cultura e l’economia delle nostre montagne.

Sarebbe stato dunque giusto che si fossero riuniti attorno a un tavolo (per la prima volta?) rappresentanti dei principali blog di montagna, ma anche dei portali d’informazione ad essa relativi, per scambiarsi opinioni ed esperienze con i rappresentanti della carta stampata e per individuare all’occorrenza obiettivi comuni da raggiungere. Per questo motivo si è guardato con interesse ma anche con perplessità all’iniziativa del Palamonti di Bergamo che annunciava un convegno a carattere nazionale con quel titolo: Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media. Un impegno notevole da parte del CAI se per “nuova cultura” si intende quell’ansia di rinnovamento che Elio Vittorini nel 1945 auspicava nelle pagine del Politecnico. In realtà il compito del CAI dovrebbe andare ben oltre, dovendosi occupare – compito ingrato – di “alfabetizzare” gli italiani perlopiù ignari dell’esistenza delle montagne sul loro territorio decisamente montano.

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Il convegno al Palamonti
E veniamo dunque al convegno nazionale appena terminato. Ha realmente informato e discusso sul tema in agenda, quel “tra carta stampata, comunità digitali e social media” che figura nel sottotitolo?

Qualche perplessità su come è stato impostato il dibattito al Palamonti ci sia concessa. Anche l’osservatore meno attento ha notato che dei 18 relatori, tutti stimati professionisti o comunque noti addetti ai lavori, solo uno (Michele Di Cesare) era etichettato come “coordinatore editoriale di un sito web (www.allrunning.it)”. In più, se si digita in questi giorni l’indirizzo di questo sito appare la scritta “under construction”.

Ma allora che dialogo poteva esserci tra i diciassette esperti della carta stampata e l’uno? Quale completezza d’informazione può essersi ottenuta?

Secondo la maggior parte di coloro che sono intervenuti, un primo obiettivo il convegno lo ha ottenuto. L’aver messo dietro a un tavolo tutti quegli operatori che in questo momento gestiscono la comunicazione ufficiale del CAI (e soprattutto delle sue Sezioni) è stato certamente positivo, tanto da augurarsi che l’esperienza venga ripetuta ogni anno. Che i responsabili dei vari bollettini sezionali abbiano potuto esprimere la loro passione e naturalmente anche le loro difficoltà, altrettanto. Come pure il fatto che siano stati espressi i più differenti punti di vista sul digitale e sul social. Ma, sempre secondo gli stessi relatori, l’assenza di una regia, la sovrabbondanza di interventi, l’impossibilità (per via di tempi sforati) di qualunque dialogo e l’assenza dei grandi protagonisti del digitale ne ha fatto anche un’occasione mancata.

Nella prima sezione del convegno, dove si è parlato degli strumenti che abbiamo a disposizione per la comunicazione, molto apprezzato è stato l’intervento di Paolo Pardini, direttore del TGR Lombardia, che lamentando bonariamente che dal titolo fosse stata esclusa la televisione, ha comunque insistito perché la montagna venga il più possibile “raccontata”, se non si vuole che i media s’interessino a lei solo in caso di tragedie. Più dotto e mirante alla cultura in generale è stato il presidente regionale dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta. La relazione di Michele Di Cesare è stata invece incentrata sulla potenza che ha oggi il mezzo digitale, fornendo con chiarezza numeri e potenzialità impressionanti. Purtroppo era assente Laura Guardini del Corriere della Sera.

Nella seconda sezione, mirata a ciò che la comunicazione del CAI sta facendo e a ciò che potrebbe fare, è emersa la netta opinione che solo con la carta stampata si può ottenere il livello culturale che il CAI può e deve fornire. Quindi solo dopo il filtro degli approfondimenti e rinunciando all’attualità in tempo reale. Non si può correre il rischio della deriva della rapidità, inaccettabile per le inevitabili distorsioni della verità. Di questa opinione si sono dichiarati quasi tutti i relatori, Iglis Baldi de Il Cusna (CAI Reggio Emilia), Mirco Gasparetto di Le Alpi VeneteFulvio Marko Mosetti di Alpinismo goriziano. Più radicale l’intervento di Maria Carla Failo, del Bollettino della SAT (Trento), che ha rifiutato ogni possibile compromesso con il mondo del digitale. Secondo Giuliana Tonut invece (Alpinismo triestino, XXX Ottobre Trieste) i media tradizionali e i nuovi – social e web in generale – possono e debbono integrarsi nella comunicazione tout court e anche in quella del CAI. Più in particolare, Nanni Villani di Alpidoc, illustrando l’attività doppia che la sua rivista sta conducendo, ha sostenuto la necessità che i mezzi di comunicazione digitale debbano essere affidati a giovani, che per definizione posseggono la struttura mentale dei tempi odierni. Questo affidamento dev’essere fatto promuovendolo e sostenendolo, quindi credendoci fino in fondo e avendo e dando fiducia che solo così si possa riconquistare l’interesse perduto delle generazioni più lontane dagli anni “anta”. Anche Marco Decaroli, della Rivista della Sezione Ligure, si è dichiarato favorevole all’interazione con i social e con il digitale, a patto che non si ceda al cosiddetto “potere dell’algoritmo” in base al quale le scelte editoriali non sono più conseguenti al libero arbitrio della redazione ma seguono il pericolosissimo sentiero della ricerca del maggior numero di clic.

Una particolare lode va ai due rappresentanti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Alessio Fabbricatore e Walter Milan. Quest’ultimo ha in particolare presentato l’apertura del CNSAS a una comunicazione “social” e con un rapporto diretto con il cittadino. Hanno rifatto il sito internet e aperto una pagina pubblica su facebook, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, e stanno lavorando perché i contenuti della loro rivista cartacea siano disponibili sul web e possano essere letti e condivisi online. Insomma, vogliono portare sotto gli occhi della gente quello che il soccorso fa sulle montagne e nelle viscere della terra.


Panorama web
Il panorama del web nel settore montagna è ben ricco e variegato. Lo dimostra la selezione che qui pubblichiamo (limitata alla lingua italiana e a quei siti che vadano oltre l’informazione aziendale), effettuata sulla base di una ricerca di www.mountcity.it: nell’insieme una serie di voci importanti e qualificate con le quali chi voleva ipotizzare una “nuova” cultura della montagna non poteva che cercare di dialogare. A questi vanno aggiunti i siti del CAI (http://www.cai.it, http://www.caimateriali.org/homepage.html, http://www.cnsasa.it/home/home.asp, http://www.cnsas.it/) e delle sue Sezioni, come pure quelli dedicati al meteo in montagna, alle webcam e all’attrezzatura per alpinismo.

ALPINIA NET
http://www.alpinia.net/
Il portale viene considerato il punto di riferimento web dell’editoria di montagna in Italia, con più di 1.850 libri di montagna recensiti e oltre 350 editori di montagna che collaborano. Ogni mese viene nominato “Il libro imperdibile del mese” e, tra questi, ogni anno “Il libro imperdibile dell’anno”. Viene rilasciata una Newsletter mensile con circa 14.000 iscritti.

ALTITUDINI
http://altitudini.it
Nel vasto spazio virtuale dedicato alle terre alte, questo sito si è affacciato nel 2013 come “un luogo d’incontro, scambio di opinioni e punti di vista, crocevia di persone che in quota vivono quotidianamente o passano parte del loro tempo”. Nato come blog della rivista Le Dolomiti Bellunesi (primo passo editoriale verso internet e ponte fra la montagna “di carta” e la montagna “social”), si è trasformato sotto la guida di Teddy Soppelsa in un blog-magazine dedicato alle attività outdoor, alla vita e alla cultura in montagna, “dove le Dolomiti sono le coordinate centrali di un arco alpino che si estende oltre i confini geografici, per potersi confrontare anche con le vette di altri continenti”. In questi anni di attività “Altitudini” ha anche organizzato tre concorsi nazionali di scrittura su web denominati “Blogger Contest” con la partecipazione di decine di concorrenti molto qualificati.

ARCOWALL
http://www.arcowall.com/
Le falesie di Arco e della Valle del Sarca.

ARRAMPICATA-ARCO
http://www.arrampicata-arco.com/
Sito di eccezionale interesse sull’arrampicata in Valle del Sarca e non solo. Attualmente chiuso per via di alcuni problemi, non si dispera di farlo riaprire al più presto.

BANFFITALIA
http://www.banff.it
Sito dell’edizione italiana del Banff Film Festival World Tour, con molte sezioni dedicate all’informazione.

CAMOSCI BIANCHI
https://camoscibianchi.wordpress.com/about/
E’ un blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine. Con la speranza (e l’augurio!) che possa divenire un luogo d’incontro virtuale in cui scambiarsi idee, consigli e affrontare argomenti utilizzando le tecnologie moderne a sostegno della cultura e della tradizione. L’utilizzo del materiale è libero con le…dovute maniere.

DISLIVELLI
http://www.dislivelli.eu/blog/
E’ il sito ufficiale dell’Associazione Dislivelli nata nella primavera 2009 a Torino, dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna, allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle terre alte. Al sito è collegato “Torino e le Alpi” (http://www.torinoelealpi.it/) un programma della Compagnia di San Paolo declinato in maniera interdisciplinare e applicato alle montagne piemontesi, valdostane e liguri con l’identificazione di interventi e obiettivi concreti. Un bando ad hoc mira a raccogliere ricerche e studi di fattibilità su modelli operativi innovativi, buone pratiche di gestione e pianificazione territoriale.

DISCOVERY ALPS
http://www.discoveryalps.it
E’ definito “il portale delle Alpi” e vanta una lunga presenza sul web che risale al 2011. Aggiornato quotidianamente con un’esauriente newsletter, è stato fondato ed è esemplarmente coordinato e implementato da Luca Lorenzini, classe 1973, direttore responsabile, insieme con diversi validi collaboratori tra i quali l’ex campionessa Beba Schranz e Oriana Pecchio, medico di montagna, alpinista e valorosa giornalista. Il sito può considerarsi specchio delle passioni di Lorenzini, che vive in Valtellina: tratta fotografia, neve, montagne, ciaspole, trekking, cultura delle Alpi, …e sapori! E’ stato recentemente rinnovato con una grafica aggressiva e originale.

FALESIA
https://www.falesia.it/
Arrampicata sportiva in tutta Italia.

FONDAZIONE MONTAGNA SICURA
http://www.fondazionemontagnasicura.org/
La Fondazione ha come missione il consolidamento e lo sviluppo di una cultura della sicurezza in montagna, congrua con le specificità del territorio della montagna in generale e dell’arco alpino in particolare e attenta alle esigenze delle popolazioni, dei turisti che frequentano questi territori, degli specialisti, delle amministrazioni locali e di enti e organismi diversi.

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GOGNA BLOG
http://www.gognablog.com/
Nato nel dicembre 2013, è gestito dall’alpinista e scrittore Alessandro Gogna, garante di Mountain Wilderness di cui è tra i fondatori, il sito offre quotidianamente importanti ed esclusivi contributi sull’alpinismo e l’ambiente. Di quando in quando fa capolino il Gogna giovane delle prime esperienze attraverso una rilettura dei suoi diari, altre volte Alessandro ci offre godibilissimi sprazzi della sua vita avventurosa.

GULLIVER
http://www.gulliver.it/home/
Sito che propone un aggiornatissimo database sulle salite di escursionismo, alpinismo e arrampicata dell’area nord-occidentale dell’Italia, con interessanti commenti da parte dei ripetitori.

INTRAIGIARUN
http://www.intraigiarun.it/
La redazione ha il compito di occuparsi della scelta dei “racconti di alpinismo e non solo da pubblicare”, della ricerca delle notizie, delle “spigolature”, delle “curiosità” e della preparazione dei profili autore. La redazione cura anche l’aspetto estetico del sito, ovvero l’impaginazione dei racconti, la scelta dei colori, dei font e delle immagini. Il materiale preparato, di norma una volta alla settimana, viene fornito ai webmaster per la pubblicazione sul sito. Il lavoro principale e continuativo di redazione viene svolto da Gabriele Villa. Se desiderate contattare la redazione per inviare un racconto, un commento o qualsiasi altro suggerimento riguardo al sito potete inviare una e-mail all’indirizzo: [email protected]

MILANO IN VETTA
http://www.milanoinvetta.it
In questo portale “di chi ama la montagna” l’elemento forse più utile e stimolante è l’esauriente calendario degli eventi in Lombardia. Corsi di alpinismo ed escursionismo, mostre, incontri, rassegne sono elencati con i relativi link alle fonti: tra queste il Cai, Trekking Italia, Sentierando e altre organizzazioni che fanno di Milano una…mountcity in piena regola. Accuratamente descritti sono i fotoitinerari, interessante l’iniziativa “Hai un racconto nel cassetto?”, una rubrica aperta ai contributi di chi ha descritto un’escursione, una gita, un viaggio, un’impresa in montagna. Inviare il proprio racconto (da una a tre pagine di testo) a: [email protected]

MONTAGNA TV
http://www.montagna.tv/cms/
Numerose e di prima mano sono le “notizie della montagna in tempo reale” anche accompagnate da filmati originali, con particolare riguardo per exploit nell’aria sottile degli ottomila. La redazione raccoglie e pubblica notizie da varie fonti, anche di agenzia, e brillanti inchieste giornalistiche La testata vive sotto l’egida dell’associazione “Ev-K2-CNR”, ente privato autonomo senza scopo di lucro, ed è registrata anche presso il Tribunale di Milano vantando una lunga tradizione nella comunicazione attraverso il web. Recentemente la rivista “Meridiani Montagne” si è ritagliata uno spazio per la promozione dei suoi fascicoli.

MOUNTAIN BLOG
http://www.mountainblog.it
“The outdoor lifestile journal” viene definito questo sito che ha mosso i primi passi attraverso una partnership editoriale con la sede centrale del Club Alpino Italiano. Oggi viene definito un blog magazine indipendente che ha come obiettivo la comunicazione integrale della montagna. “Comunicazione integrale perché coinvolge un pubblico di utenti il più ampio possibile, dagli esperti appassionati delle discipline più estreme, ai semplici amanti delle camminate nella natura e di uno stile di vita outdoor”.

MOUNTAIN WILDERNESS
http://www.mountainwilderness.it/
Pubblica le ultime news di Mountain Wilderness Italia, movimento ambientalista nato nel 1987 per rispondere con efficacia e tempestività alla pressante domanda di aiuto che le montagne sembrano rivolgere a tutti coloro che le amano davvero. Periodicamente MW pubblica anche un esauriente notiziario diretto da Luigi Casanova.

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MOUNTCITY
www.mountcity.it
Nato nel 2013, il sito si propone di contribuire a costruire in città un’immagine delle Alpi che superi lo stereotipo della montagna parco-giochi. Dialoga volentieri con le commissioni culturali della Sezione di Milano del Cai e della Società Escursionisti Milanesi. Come da progetto, il principale bacino d’utenza riguarda la “capitale morale” seguita da Torino e Roma. La newsletter è supportata da Focus Himalaya Travel. Mostrando una particolare vocazione al sociale, MountCity è partner del Premio Meroni della SEM e del progetto pilota “Quartieri in quota” inserito nel più grande progetto dei “Quartieri tranquilli” coordinato da Lina Sotis. E’ anche partner del Brescia Winter Film (BWF). Recentemente ha fatto pate della cordata che ha organizzato la settimana “Mountcity. Montagne a Milano”. La tutela dell’ambiente è il tema più frequentato. Recentemente ha inserito l’area “Quassù”, incontri nelle terre alte a cura di Laura Guardini.

MOUNT LIVE
http://www.mountlive.com
E’ considerato un “quotidiano telematico” registrato al Registro Stampa del Tribunale con un direttore (Fabio Zampetti), una redazione e un editore. Viene aggiornato quotidianamente e l’idea di base è realizzare un prodotto che giunga a tutti coloro che vivono di montagna, quindi “non ad uso esclusivo del mondo sportivo”. Ciò lo si può evincere dalle tante categorie di news presenti sul portale. Frequenti le interviste e interessanti le rubriche gestite da appassionati ed esperti di settore.

ON-ICE
http://on-ice.it
Portale italiano molto carino, con numerose relazioni e proposte.

OROBIE
http://www.orobie.it
Va di pari passo con la bella rivista mensile diretta da Pino Capellini, offrendo un ventaglio importante di aggiornamenti e di rubriche che ne fanno una realtà autonoma, anche con denunce di emergenze ambientali nelle valli bergamasche. Offre la possibilità di caricare le proprie foto.

ORSU
http://www.orsu.it/
Si presenta come un portale di proposte escursionistiche nelle montagne di Lombardia con dettagliate schede tecniche. Si possono trovare spunti per escursioni di uno o più giorni o anche per trekking, idee per l’estate ma anche per divertenti ciaspolate. Sono presenti più di 50 itinerari escursionistici, cui sono associate fotografie per un totale di più di 1800 scatti a cura di Giorgio Orsucci, eccellente fotografo oltre che blogger di classe.

OUTDOOR MAGAZINE
http://www.outdoormag.it
Nato nel 2006, il periodico mensile viene inviato in abbonamento postale gratuito a più di 7.000 operatori del mercato: aziende, distributori, agenti rappresentanti, rivenditori specializzati e non, catene, scuole, guide alpine, atleti e associazioni. Nel sito si legge che “dà voce a tutti i protagonisti ma senza rinunciare a fare informazione in modo incisivo, incalzante e diretto, attraverso inchieste, approfondimenti, interviste, analisi e argomentazioni d’interesse per operatori della rivendita, della distribuzione e dell’industria”. A quanto inoltre si apprende, dal 2009 Outdoor Magazine “presidia” anche il mercato americano, dove attraverso DNF Media è presente con la pubblicazione Outdoor Magazine USA (www.odrmag.com).

PLANET MOUNTAIN
http://www.planetmountain.com/home.html
E’ il più completo dei siti dedicati principalmente all’alpinismo e all’arrampicata. “The Mountain on line since 1996” viene orgogliosamente annunciato nella home page che impone subito la scelta tra la versione italiana e quella in inglese. Nel 2016 si annuncia quindi il ventennale del sito. Di particolare interesse la rassegna di prodotti, sempre aggiornata, e quella riservata ai video.

PLAYALPINISMO
www.playalpinismo.com
La Gazzetta dello Sport ha opportunamente varato di recente questo nuovo canale video on demand. Agli appassionati, è stato proposto per iniziare un cartellone di 140 film “che verrà continuamente arricchito con i migliori titoli italiani e internazionali”. Il tutto alla cifra lancio di 9,90 € al mese.

QUARTOGRADO
http://www.quartogrado.com/
Il sito quartogrado.com si presenta come un portale d’accesso a relazioni, foto e altro materiale per gli appassionati di scalata in montagna – ormai integrato in una “rete” con i siti gemelli (vedi sotto), ed allo stesso tempo anche come vera e propria integrazione e supporto alla ormai “collana” di guide che sono state pubblicate dalla casa editrice Idea Montagna.

RAMPEGONI
http://www.rampegoni.it/falesie.htm
Raccolta di falesie nel Triveneto.

RIFUGI E BIVACCHI
http://www.rifugi-bivacchi.com/
Il progetto è nato agli inizi del nuovo millennio da un’idea di Giuseppe Popi Miotti. Nel tempo, e grazie anche al conseguimento di due finanziamenti Interreg Italia-Svizzera, il sito è cresciuto e ha migliorato le sue caratteristiche. Attualmente, oltre a Miotti, il team di gestione del sito è composto, da: Ivano Gianoli, presente fin dalle origini del progetto nella veste di grafico; Gianluca Ioli, progettazione e programmazione portale (webmaster); Valentina d’Angella e Silvia Miotti, pubblicità e marketing. Con i suoi 2.943 Rifugi e Bivacchi censiti oggi è il sito internet che contiene il più completo database dei rifugi e dei bivacchi delle Alpi italiane, francesi, svizzere, austriache, slovene a cui si sono aggiunti ora gli Appennini e le Isole. Le circa 400 schede schede delle Alpi centrali sono già ora consultabili in 4 lingue: italiano, inglese, francese e tedesco.

RURALPINI
http://www.ruralpini.it/
Si propone di rilanciare l’alpeggio facendo coincidere gli obiettivi dell’allevamento di montagna e del turismo. Curatore è Michele Corti ([email protected]), ideatore del Festival del pastoralismo, milanese con secolari radici nel mondo degli allevatori/casari e degli agricoltori. Corti è docente presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Zootecnia di montagna.

SALI IN VETTA
www.saliinvetta.com
Il portale è nato dalla passione di due amici per la montagna il 28 marzo 2011 con lo scopo “di aiutare le persone a praticare e conoscere gli sport alpini: sci, mtb, trekking, telemark, ecc”. Particolarmente accurate le informazioni per organizzare al meglio una vacanza in montagna e gli aggiornamenti sulle condizioni della neve. Nella sezione “Dormi qua, mangi là” vengono recensiti hotel e i ristoranti. Numerose le webcam in ogni versante delle Alpi per fornire in tempo reale un’idea della situazione meteorologica e delle condizioni meteo.

SASS BALOSS
http://www.sassbaloss.com/
Dalla loro presentazione: “I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos. Nelle pagine seguenti potrete scoprire chi sono e cosa fanno, con la certezza che non ritornerete su questa pagina perché sconvolti dalla lettura. Ma non importa… a questo punto potreste risultare contagiati e inguaribili”.

SCIVOLARE
http://www.scivolare.it/
Lo sci al di là delle piste.

SCOOP NEVE & VALANGHE
http://www.scoop.it/t/nevevalanghe
Offre quotidianamente “notizie e novità dal mondo della neve e della montagna”. E’ un “suddito” della prestigiosa testata “Neve&Valanghe” dell’Associazione Italiana Neve e Valanghe (Aineva) e ha la prerogativa (e il pregio) di rilanciare le notizie più interessanti catturate, dopo una corretta autorizzazione, nei siti di montagna più importanti e anche nelle pagine web dei quotidiani locali. Un tripudio di link, ma organizzato in modo intelligente.

SKIALPER
http://www.skialper.it/
La testata cartacea è diffusa in edicola. Esce cinque volte nella stagione invernale, da novembre ad aprile. Collaboratori sono Filippo Barazzuol, Leonardo Bizzaro, Francesco Brollo, Renato Cresta, Giorgio Daidola, Marco De Gasperi, Danilo Noro, Omar Oprandi, Luca Parisse, Alessandro Pilloni, Emilio Previtali, Alo Belluscio, Damiano Levati, Luca Parisse, Federico Ravassard. La commissione tecnica è formata da Sergio Benzio, Alessandro Da Ponte, Nicola Giovanelli, Eros Grazioli, Massimo Massarini, Denis Trento, Massimo Tresoldi. Direttore responsabile è Davide Marta ([email protected]), vicedirettore Claudio Primavesi ([email protected]), segretaria di redazione Elena Volpe ([email protected]). Per chi volesse acquistare la rivista è scaricabile la app per smartphone o tablet.

SWEET MOUNTAINS
www.sweetmountains.it
www.facebook.com/sweetmountains
Il progetto di “Dislivelli” riguarda una selezione di località alpine del settore occidentale “non griffate” dove trascorrere vacanze in pace con se stessi e l’ambiente. Nel 2015 è stata raddoppiata la rete dei luoghi coprendo quasi completamente le Alpi piemontesi e valdostane. Il sito è stato rinnovato in profondità e si merita una visita.

TORINO E LE ALPI
http://www.torinoelealpi.it
E’ un sito che “conosce, racconta e vive la montagna”, vetrina d’iniziative legate al territorio. Bandi per progetti culturali, norme per accedere ai fondi UE e quant’altro fanno di questo portale patrocinato dalla Compagnia San Paolo un utile strumento anche per chi opera in montagna e per la montagna.

TREKKING ITALIA
http://www.trekkingitalia.org
Numerose le proposte di questa associazione senza scopo di lucro iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale. Dal 1985 si impegna per avvicinare, conoscere, rispettare e difendere la natura, rivalutando quelle capacità  di percezione e di relazione dell’uomo che le abitudini di vita moderne hanno assopito. Digitando la parola chiave è possibile scoprire la destinazione per la prossima avventura…

TREKKING & OUTDOOR
http://www.trekking.it
“Vivere, scoprire, viaggiare” è l’invito di questo sito collegato al mensile cartaceo che vanta un’esemplare anzianità di servizio offrendo itinerari, reportage, news di prima qualità insieme con una particolare attenzione per le risorse ambientali e culturali in Italia e altrove nel mondo.

VIE FERRATE
http://www.vieferrate.it/
Il sito più aggiornato sulle vie ferrate e sulle novità attinenti.

VIE NORMALI
www.vienormali.it/
Vuole essere un portale di riferimento per gli appassionati di montagna, escursionismo e alpinismo, in cui trovare informazioni dettagliate sulle vie normali di salita alle cime italiane ed estere dell’arco alpino, degli Appennini e delle isole. Si possono trovare schede tecniche e relazioni di salita a centinaia di cime italiane e dell’arco alpino. In ogni scheda sono riportati i dati relativi alla salita: quota, versante, dislivello di salita e totale, ore di salita e totali, grado di difficoltà, attrezzatura necessaria, descrizione dettagliata del percorso di salita, immagini ed altre notizie utili.

VIE STORICHE
www.viestoriche.net
Oggi più che mai occorre coltivare la memoria e condividere i saperi. Ne sono convinti Rosalba Franchi e Dario Monti, marito e moglie, che da diversi anni si prendono cura del sito, nato all’inizio per documentare gli antichi percorsi di pellegrinaggio medioevali. “Siamo partiti da Santiago de Compostela”, raccontano Rosalba e Dario, “per approfondire i diversi percorsi francesi e la Francigena in Italia. Ci siamo quindi occupati di vie storiche e passi attraverso le Alpi. Intanto è cresciuto anche l’interesse per i Sacri Monti e alcuni racconti di viaggio. Ora, in particolare, ci stiamo dedicando alle vie d’acqua e a Expo che, concludendo il suo ciclo, è entrata nella storia con il suo storico Decumano”. Il sito è facile da consultare, il flusso delle informazioni scorre piacevolmente senza indulgere in ricercatezze accademiche. Un bel colpo d’occhio su queste vie storiche di ieri, oggi e domani.

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La “peste” dell’Everest

La “peste” dell’Everest
di Agostino Da Polenza
(
pubblicato da montagna.tv.com l’11 maggio 2016, per gentile concessione)

Come le sette piaghe d’Egitto. La prima: la grande valanga che ha ucciso il più alto numero di lavoratori/alpinisti nepalesi due anni fa. La seconda: il terremoto dell’anno scorso e le vittime del campo base. La terza: il mal di montagna diffuso di quest’anno, pervicace, strisciante. Un male che ha già ucciso due alpinisti, ne ha cacciati dal campo base una ventina, ne ha costretti 140 a ricorrere alle cure dei medici che al base hanno una postazione di pronto intervento. Bhuwan Acharya, del presidio sanitario di Periche, un ospedalino che funziona da 30 anni voluto dall’Himalayan Rescue Association, ha detto che ha erogato in tre settimane almeno 320 trattamenti a pazienti , mentre più di 10 persone sono state quotidianamente visitate e trattate con ossigeno: “Sette stranieri e tre sherpa d’alta quota sono stati anche evacuati ” ha aggiunto.

Il campo base nepalese dell’Everest 5364 m
Pesteeverest_base_camp

Le calamità della grande montagna non accennano a diminuire, la sua rabbiosa indignazione, ancorché divina, è ancora ad elevato potere distruttivo.

Sono certo che in buona sostanza è questo che pensano i mitici e miti (sempre meno) compagni autoctoni degli alpinisti delle spedizioni commerciali accampati sui fianchi del Sagarmatha, la Dea Madre.

400 alpinisti presenti, secondo le autorizzazioni di salita concesse, oltre a 500 tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Una tonnellata di cacca al giorno, prodotta al campo base e portata a spalla e seppellita su una morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Mi perdonino le anime belle delle montagne, ma, se di sostenibilità ambientale dobbiamo parlare, di questo bisogna occuparsi. E la Dea, che sarà pure Madre, credo si sia stufata di pulire il culo dei suoi ingordi figli, asiatici o occidentali che siano.

Perché se tutto questo mal di montagna, gli edemi polmonari e pure quelli cerebrali, è ascrivibile a una forma di psicosi determinata più dalla grande inesperienza di chi è in questo Luna Park d’alta quota, che dalla fisiologia, allora, magari, la questione non è grave da un punto di vista medico, ma lo è certamente da quello ambientale.

Mi spiego. Difficile fare valutazioni sull’esperienza alpinistica dei partecipanti alle spedizioni commerciali che si iscrivono per salire l’Everest e che ora (moda lanciata al Nanga Parbat lo scorso inverno) si pre-acclimatano sulle montagne circostanti come il Lobuche Peak.

Non è che i quasi 6200 metri di questo bel monte siano meno letali della stessa quota a campo due all’Everest se non si è acclimatati per nulla. Difficili anche che le considerazioni su coloro che assumono 5 o 6 pastiglie di Diamox (diuretico) al giorno per poi farsi delle flebo per reidratarsi. Lakpa Norbu Sherpa, che lavora con un team di medici al campo base dell’Everest, ha informato che di aver trattato clinicamente almeno 140 persone nelle ultime tre settimane.

PesteEverest-HRA

Pemba Sherpa, forse il maggior e più esperto organizzatore nepalese di spedizioni commerciali con la sua Agenzia Seven Summit (dopo le decine di clienti sull’Everest, pensate che porterà 44 clienti anche al K2 quest’estate), ha confermato che la maggior parte dei lavoratori/nepalesi quest’anno  ha problemi di salute, ma ha anche detto che ce ne sono pochi di esperienza che hanno accettato di tornare sulla montagna. La maggior parte sono ragazzotti che vengono da valli lontane, verso il Terai: esperienza 0.

Causa della “pandemia” reale o immaginaria, possono poi essere le condizioni igieniche che si determinano al campo base. Vero che ci sono le latrine obbligatorie, ma è altrettanto usuale pisciare dietro la tende: lo fanno i cuochi, gli sherpa e gli ospiti lautamente paganti, che la fanno di notte anche in bottiglie e contenitori vari che svuotano al mattino (dove?). Il lavaggio delle mani poi è consuetudine poco frequentata. In più di temperature miti non facilitano, come fa il gelo, il blocco delle gite batteriche.

Le epidemie di gastroenterite, o più semplicemente di “cagotto”, in passato si sommavano, nelle giornate di maltempo e di grande scambio di germi dentro le tende collettive, a quelle di potenti raffreddori e bronchiti, che si sommavano agli effetti dell’ipossia e al mal di testa conseguente.

Se prima tutto ciò era considerato una normale ricaduta dell’essere in quota, in un luogo disagiato e freddo, ora il terrore della vendetta della Dea Madre pare stia seminando il panico e pare che gli alpinisti ricorrano alle cure dei medici dell’Himalayan Rescue più che i malati a quelle dell’ASL.

Vedremo le statistiche a fine stagione.

Rimane il dubbio che dopo le prime due “piaghe” e dopo la rivolta del popolo lavoratore delle alte quote, il film Sherpa lo documenta anche con crudezza, si sia pensato che riprendere con l’andazzo precedente fosse normale, anzi giusto. Si è creduto che autorizzare qualche volo di elicottero da campo base a campo uno, per diminuire i rischi e fare un paio di visite politiche al campo base, fosse rassicurante e risolvesse i problemi.

Ma le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda o Nepal (la maggior parte ormai) e i permessi collettivi gestisti al ribasso sono stati e sono la vera degenerazione dell’alpinismo, lo svilimento del valore culturale ed estetico delle montagne. Pochissimi se ne sono sottratti e le evitano, anche tra i grandi, i puri ed i politicamente e socialmente corretti. E questa storia di innaturale malessere lo dimostra ampiamente.

Affollamento sull’Hillary Step
PesteEverest

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Turchia, le mie assurde prigioni

Su repubblica.it del 21 marzo 2016 appariva questa notizia: “Una cittadina italiana è stata fermata sabato sera dalla polizia turca in un internet café di Istanbul. E’ accusata di aver pubblicato sui social network materiale di propaganda a favore del Pkk, il movimento militante filo-curdo considerato da Ankara un’organizzazione terroristica. Lo confermano all’Ansa fonti del consolato che stanno seguendo il caso. Giovanna Lanzavecchia, comasca di 24 anni, si trova ora in un centro di detenzione per stranieri a Istanbul, in attesa di espulsione”.

Sì, si trattava proprio della figlia del notissimo Marco Rel Lanzavecchia, anche lei bravissima climber e ben nota nei vari social.

La vicenda è stata gestita con molta prudenza dalle varie parti in causa, dunque ha avuto un lieto fine e dopo cinque giorni di detenzione la ragazza ha potuto tornare a Caslino d’Erba dove abita.

Giovanna Lanzavecchia (dal suo profilo Fb)

 

Turchia, le mie assurde prigioni
di Giovanna Lanzavecchia
(ripreso da www.ilreportage.eu, 11 aprile 2016)

Avevo comprato il biglietto aereo per Istanbul mesi prima ma, anche se per la Turchia il momento era di grande tensione, continuavo a essere contenta della scelta. A Sultanhamet, tuttavia, trovai un’atmosfera così pesante da farmi dubitare che mi sarei fermata a lungo. Scelsi a caso un hotel e confermai due notti, pensando di riposare solo il giorno seguente, e poi ripartire, magari per un giro in Europa. La mattina dopo, però, seppi dell’attentato di Taksim. Mi collegai a internet per tranquillizzare i miei e condivisi su Facebook la notizia e il disappunto per essere lì in un momento poco opportuno. Mi sentivo vicina alla popolazione di Istanbul, ma ero anche spaventata: volevo andare via. Comprai per il mattino seguente un volo per Berlino: la destinazione europea più economica. Quando rientrai in albergo, tuttavia, trovai tre uomini in borghese che mi attendevano e che avevano sguardi poco rassicuranti: mi mostrarono una mia foto scattata in montagna in Italia mentre indossavo un foulard curdo e mi accusarono di fare propaganda ai “terroristi” di Ypg e Ypj. Cosa c’entrava la lotta di liberazione del Rojava? Avevo sempre pensato che per loro il problema fossero i curdi in Turchia, piuttosto che il Pkk. A posteriori mi sono fatta l’idea che i medesimi, essendo praticamente privi di appoggi internazionali e in particolare europei, vengano considerati i meno pericolosi.

È vero, avevo condiviso molti articoli di giornale sulla questione curda, ma in Italia. E cose scritte spesso da giornalisti italiani o europei. Cose normali. Cose normali in Europa. Mi spaventai molto ma insistei su questo e sul fatto che non ero niente di più che una studentessa e una turista e stavo per andarmene, come dimostrava il mio biglietto aereo per Berlino che gli mostrai. Dopodiché decisi di stare zitta e non aggiungere altro. I tre uomini parlarono tra loro e fecero diverse telefonate. Il padrone dell’albergo mi fece da interprete e mi spiegò che stavano chiamando i loro superiori per sapere se portarmi via o lasciarmi lì. Alla fine se ne andarono. Salii in camera ma quando scesi di nuovo i tre erano ancora lì. Questa volta mi fecero pagare il conto, prendere le mie cose, che sequestrarono, e salire su una macchina priva di qualsiasi insegna della polizia.

TurchiaMieAssurdePrigioni-giovanna-lanzavecchia

 

Avevo conservato il cellulare e scrissi di nascosto alla mia famiglia di essere stata prelevata, nel migliore dei casi dalla polizia turca, e di mandarmi subito il numero del consolato italiano. Chiamai il consolato e constatai con un certo sollievo che erano già informati di quanto mi stava accadendo, probabilmente per iniziativa della mia famiglia. Arrivati al “Karakol”, una sorta di commissariato, mi tolsero le ultime cose, lacci delle scarpe e telefono compresi, per poi chiudermi in una stanza. Avrei voluto chiamare di nuovo il consolato ma non mi fu consentito, nessuno parlava inglese e nessuno mi diceva nulla. Mi fecero poi parlare con un avvocato al quale ripetei ancora di essere una studentessa, una turista, e che quei post sui social media li avevo condivisi in Italia e che in Turchia non avevo fatto nulla. L’avvocato mi consigliò di ripetere le medesime cose alla polizia, che sarei stata espulsa e che la procedura era già stata avviata. Fui poi spedita in cella, con un’altra ragazza rannicchiata per terra in un angolo, luci violente sempre accese, e un rumore continuo e assordante come di un generatore. Ottenni a fatica una coperta, da mettere tra me e il pavimento. Fu una notte infernale. Ero talmente arrabbiata da non provare neanche paura, ma l’indomani ero svuotata e cominciai a sentirmi spaventosamente in trappola.

La mia compagna di cella era una ragazza di colore, mulatta, una “leonessa” eritrea, lunghi occhi felini e capelli crespi sotto un bell’hijab turchese. Al mattino mi disse: “Good morning”, parlava inglese. Non bevevo e non mangiavo dal giorno prima e non avevo niente, lei mi offrì da mangiare e da bere, visto che, come mi spiegò, era possibile averli solo se parenti o amici te li portavano. Cercò di confortarmi con parole gentili e cantò persino con me “Fratelli d’Italia” e “Fischia il vento”… quest’ultima le piacque molto. Le ore non passavano mai, a volte contavo i secondi, quando arrivavo ad aver contato 10 volte sessanta mi convincevo che in effetti il tempo stesse passando. Si presentò anche un giovane con lo sguardo beffardo, che camminava avanti e indietro al di là delle sbarre. In inglese mi disse che Ypg e Ypj erano gruppi terroristi, che uccidevano i bambini e che il Rojava era il covo degli integralisti. Sembrava sfidarmi e provocarmi nella speranza che dicessi parole di troppo. Ero arrabbiata, ma non dissi una parola. La mia compagna eritrea mi raccontò che aveva perso tutto perché la polizia le aveva chiuso il bar in cui aveva investito ogni cosa e ora doveva tornare in Eritrea, senza più niente. Osservò poi che quasi sicuramente sarebbero bastati 50 dollari sottobanco perché la lasciassero in pace. Nel pomeriggio arrivarono due ragazze ugandesi. Anche a loro i parenti portarono da mangiare, da bere, coperte e vestiti. Erano simpatiche e socievoli, ci facemmo coraggio a vicenda e apprezzai il valore della solidarietà con le mie compagne di sventura. Anche la seconda notte fu tremenda, eravamo strette una contro l’altra, per terra, l’aria era pesante, la luce accecante e ci agitavamo di continuo.

Giovanna Lanzavecchia nel calendario Vite sospese 2015. Foto: Luca Lozza.
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La mattina dopo non sapevamo ancora nulla del nostro destino, io meno di tutte. Nel pomeriggio, ci presero, ci ammanettarono e ci portarono da una parte all’altra di Istanbul guidando come folli per l’espletazione delle pratiche burocratiche e sanitarie, infine al Centro di espulsione. Non capivo nulla delle procedure, lasciavo che le cose accadessero, nessuno parlava inglese e tutti gridavano. Ma ero tranquillizzata dalla presenza delle mie nuove amiche. Regalai a ciascuna di loro uno dei miei quattro braccialetti, tutti uguali. Splendevano sulla loro pelle scura, le chiamai “my sisters in jail”. Giunti al Centro, la procedura per le mie compagne fu sbrigativa, mentre nel mio caso intervennero in molti e mi osservarono con odio e disprezzo. Temo che il mio sguardo tradisse ostilità. Poi mi portarono in uno stanzino dove potei finalmente incontrare i funzionari del consolato, i quali mi informarono che ero accusata di “propaganda terroristica in Turchia” e che la polizia sosteneva di avermi arrestato in flagrante in un Internet Cafè. Spiegai loro che l’accusa era falsa: non avevo fatto assolutamente nulla in Turchia! E che anche il fatto che mi avessero preso in un internet cafè era una bugia. Mi spiegarono che purtroppo per la mia espulsione dovevo attendere l’autorizzazione da Ankara. Ma mi tranquillizzarono e mi raccomandarono di mantenere la calma e di non avere paura. Furono umani, gentili e incoraggianti. I poliziotti trattennero ancora le mie cose tranne i soldi e mi spinsero al di là di una porta blindata.

Mi trovai in un largo corridoio piastrellato cosparso di bollitori elettrici per terra e su cui si aprivano alcune camerate e dei bagni. Tutte le finestre erano oscurate da spesse grate. Non bevevo dal mattino e avevo sete, ma quando bussai alle secondine, chiedendo “su”, acqua in turco, mi risposero solo “shop closed”. Fui ancora soccorsa dalla mia compagna di cella eritrea che aveva conservato un po’ d’acqua.

Finii seduta in terra a fianco di una signora con grandi occhi verdi: non parlava inglese, ma mi offrì una sigaretta e si spiegò a gesti e con poche parole. Fathma era siriana, ma abitava da anni in Turchia. Era stata arrestata in una discoteca: la polizia porta in prigione tutte le donne che trova nelle discoteche! Venne il turno di Noah, marocchina: la famiglia del suo ragazzo turco aveva pagato i poliziotti per arrestarla e spezzato le gambe al figlio per evitare che andasse a cercarla! Accomunate dall’arrabbiatura e grazie alla sua travolgente simpatia legammo subito: parlava l’inglese e l’arabo e mi aiutò molto a comunicare con le altre detenute e in particolare con il gruppo delle arabe.

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Due volte al giorno, a orari casuali, apriva il negozio dove comprare da bere e mangiare, le schede per telefonare dai telefoni interni e le agognate sigarette. A pranzo e a cena invece distribuivano degli alimenti precotti in contenitori di plastica e uno yogurt. Ma al momento della distribuzione le secondine erano restie a consegnare la razione prevista anche alle ragazze non musulmane e senza l’aiuto di Noah probabilmente non avrei avuto nulla. Quella sera però era tardi per il negozio, una ragazza mi prestò una scheda e finalmente riuscii a chiamare casa. La voce di mamma era tesa, ma mi trasmise ugualmente forza: non la dimenticherò mai. Papà mi disse di stare tranquilla che mi avrebbero tirata fuori. Di essere forte. Promisi che avrei tenuto duro. Quella notte finalmente dormii su dei materassi e riuscii a riposare. Il mattino seguente mi lavai e dopo un po’ di insistenze riuscii a ottenere dalle secondine dei vestiti di ricambio dal mio zaino. Compresi l’ora e mezza di beauty session delle ragazze siriane della sera prima: si pettinavano, si truccavano, indossavano gioielli, si pavoneggiavano. Ti fa sentire molto meglio. Comprai sigarette, carte telefoniche e qualcosa da mangiare, ma soprattutto molto da bere, acqua e succo di frutta. Non mancai neanche i 10 minuti d’aria. Stavo sempre vicina a Noah e a tutto il gruppo delle arabe, ormai eravamo complici. Ascoltai ancora storie terribili e pensavo alla fortuna di essere italiana, europea. Molte delle ragazze non avevano neanche più un Paese al quale tornare. Una ragazza siriana aveva perso i fratelli e la famiglia. C’era una curda di Qamishlo: le dissi le poche frasi che so in curdo e cantai una canzone sul suo Paese. Un’altra ragazza aveva con sé la nonna malata, alla quale avevano portato via le medicine e soffriva e si teneva sempre il ventre con la mano. Un’altra ragazza raccontò che l’avevano presa in aeroporto mentre stava tornando in Danimarca, insieme a suo marito e suo figlio, cittadini danesi: le era scaduto il visto danese mentre era in Turchia. Ma che cosa c’entra la Turchia con i visti danesi? Tutte parlavamo e fumavano, le stanze erano piene di fumo che usciva a fatica dalle finestre accecate dalle grate. I bambini tossivano in continuazione. Alcuni erano piccolissimi, ancora allattati al seno. Le ragazze dissero che nessuno aveva visto un medico e che alla richiesta di farmaci ne veniva consegnato solo uno sfuso, sempre lo stesso, per qualsiasi problema.

Giovanna Lanzavecchia col padre Marco a Rocca Morel
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Nel pomeriggio del secondo giorno mi chiamarono in un ufficio e mi dissero che sarei potuta partire e che dovevo comprare il volo. Se pagavo in contanti l’espulsione sarebbe stata veloce, mentre con altri sistemi di pagamento avrei dovuto aspettare. Pagai 250 euro e mi venne detto che il volo sarebbe stato quello delle 21.00 e che l’aereo sarebbe atterrato a Malpensa. In contanti mi rimanevano ancora 50 euro e 300 lire turche. Restare senza soldi mi spaventava, visto che lì dentro erano la cosa più importante, ma non potevo fare altro che fidarmi. Regalai alle mie amiche 150 lire turche, le carte telefoniche, le sigarette e tutto quello che avevo comprato là dentro, ma trattenni il resto del denaro per sicurezza. Alla fine di un’attesa che mi parve interminabile, alle 18, mi chiamarono , le ragazze si misero a urlare e battere le mani per festeggiare la mia partenza. Meravigliose! Poi, però, in ufficio mi dissero che c’era un problema. Mi spiegarono in un pessimo inglese che il mio caso era complicato, che mancava la firma di Ankara, che il terrorismo è un’accusa grave, che avrei dovuto aspettare fino al mattino seguente quando, forse, la firma sarebbe arrivata. Fu una vera doccia fredda.

Dopo un’ora però mi riportarono di fronte al solito funzionario che mi fece vedere un foglio con gli orari del volo e la firma che serviva. Sborsai altri 50 euro e 100 lire turche per il cambio del volo. Mi rimanevano 100 lire. Avrei voluto regalarle ma temevo un altro rinvio. Altre richieste di denaro. Non volevo illudermi. Un’altra delusione sarebbe stata intollerabile e quella sera per scaramanzia salutai le ragazze senza dire nulla. La mattina dopo mi chiamarono alle cinque. Mandai un bacio col pensiero a tutte senza disturbare il loro sonno. I funzionari turchi mi diedero le mie cose, ad eccezione del telefono, poi le due secondine mi chiesero di fare loro un ritratto. La sera prima avevo disegnato una sirena e una fatina per una bambina e ora mi facevano questa assurda richiesta! Le accontentai. Impegnandomi pure. Situazione surreale.

Giovanna Lanzavecchia in una foto tratta dal suo profilo Facebook
Giovanna Lanzavecchia in una foto tratta dal suo profilo Facebook. 21 marzo 2016. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Alle 6.15 mi fecero salire su un furgoncino. Ero preoccupata, senza telefono, con il mio zaino, ma senza documenti. Dopo 45 minuti di viaggio mi portarono in un’altra prigione. Odiavo le sbarre, non le volevo più vedere e capivo che la mia testa era debole, non ero lucida. Dovevo ancora aspettare: contavo i secondi, i minuti, tutto era fermo, oscuro e opaco. Aspettare. Finalmente mi vennero a prendere e mi portarono all’aeroporto. Ma ancora non riuscivo a essere tranquilla. Continuavo a pensare che per un motivo qualsiasi avrebbero potuto trattenermi ulteriormente. Non volevo tranquillizzarmi, volevo rimanere vigile fino alla fine. Fino a quando non fossi salita su quel dannato aereo e fino a che non fosse decollato. Ero sempre piantonata: il controllo documenti fu eterno, cercavo di decifrare le espressioni dei volti mentre osservavo i movimenti del mio passaporto. Arrivarono le 10.20. Pensavo: Giovanna ancora un’ora e ti faranno salire su quell’aereo. Ero esausta, volevo tornare a casa, volevo solo andare via. Mi accompagnarono alla navetta, mi diedero documenti e telefono e se ne andarono. Piansi e mandai un messaggio ai miei genitori. Sull’aereo ero ancora molto tesa, le gambe mi tremavano: pensai che avrebbero ancora potuto riportarmi indietro. Quando l’aereo decollò, chiusi gli occhi, sentii tutto quanto scendere dalla testa ai piedi, piansi ancora accasciandomi sulla poltrona. Appena in Italia, vennero la gioia, gli abbracci, la commozione, il ritorno alla normalità. Ma anche, sempre più prepotente, il ricordo dei volti delle ragazze. Io ero a casa mentre loro erano ancora là e non potevo fare nulla. Non potevo condividere con loro nessuna delle mie comodità quotidiane. Pensai ancora alla mia fortuna, al mio Paese, e a quello che mi sarebbe potuto accadere se non fossi stata europea e con un consolato e un ministero degli Esteri così efficiente, rapido e influente. Mi sentivo in colpa di essere una salvata e non una sommersa. E continuo a pensare alla Turchia, una nazione che pare sprofondare in una dittatura, che blocca l’informazione, arresta gli intellettuali, nega la libertà di espressione, tollera razzismo e discriminazione etnica. Un Paese dove il genocidio degli armeni è stato rimosso e quello dei curdi continua a essere perpetrato. Un Paese che è stato laico, ma che sta conoscendo una deriva verso l’integralismo e il rischio di condividere il sogno del Califfato con i terroristi dell’Isis.

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La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill

Nell’uggioso pomeriggio di domenica 17 aprile 2016, a casa di Marco Furlani a Pietramurata (Dro), ci siamo incontrati con Heinz Grill, Sigrid Königseder e Barbara Holzer. L’obiettivo era uno scambio d’idee sulle motivazioni della chiusura del sito www.arrampicata-arco.com voluta dallo stesso Grill e sull’opportunità di stendere un comunicato che potesse funzionare da attestato di stima nei suoi confronti.

Qui di seguito riportiamo in primo luogo l’attestato e, subito dopo, la conversazione che c’è stata tra di noi.

 

Attestato di stima ad Heinz Grill
Il presente testo è l’espressione del pensiero di tutti i presenti ma anche di tanti altri arrampicatori, i nomi di solo alcuni dei quali potete leggere più sotto. E’ il testo di base, quello che spiega in breve la situazione che si è venuta a creare in queste ultime settimane e che ribadisce la nobiltà di un intento sperimentato per anni, quello di coniugare nella valle del Sarca due culture così differenti come quella italiana e quella tedesca.

Il sito www.arrampicata-arco.com è stato chiuso perché l’attuale cattivo stato delle vie aperte da Heinz Grill e dal suo gruppo di amici consiglia di non insistere a presentare vie che non rispondono più a criteri di bellezza e di accettabile sicurezza.

Una causa per la troppa terra sulle vie è certamente data dagli eventi della natura, con troppa umidità (e troppo poca pioggia) che incolla la terra alle pareti invece di pulirle. L’altra causa può essere più soggettiva o più filosoficamente psicologica.

Nessuno di voi ha responsabilità per la chiusura del sito. E’ vero invece che negli ultimi tre anni tante calunnie e maldicenze sul suo conto hanno spinto il nostro stimato amico Heinz Grill a pensare di andarsene dall’Italia. Le calunnie vengono da persone fuori della cerchia degli arrampicatori, ma le vie diventano sporche perché “rispecchiano” la situazione.

Heinz Grill ha ideato e sviluppato le vie, spessissimo primo di cordata, ha lottato con la friabilità e la vegetazione. Il meraviglioso risultato è sotto gli occhi di tutti, le più di cento vie sono attrezzate sufficientemente, alcune sono più sportive, altre più alpinistiche.

Heinz Grill, con la sua presenza in Valle del Sarca, non ha solo creato itinerari che attraggono arrampicatori da tutto il mondo: ha anche combattuto per una causa culturale di altissimo livello, cioè la promozione di una nuova cultura, una sintesi tra riflessività tedesca e creatività artistica italiana. E lo ha fatto in molte maniere diverse, utilizzando idee nuove in architettura, in medicina, in alimentazione e meditazione.

Per noi non è possibile che Heinz Grill diventi una vittima di calunnie e di offese che, ribadiamo, non derivano tanto dagli arrampicatori, bensì da persone che vivono in uno stato morboso di invidia e gelosia. Non vogliamo che Heinz Grill sia separato dalle sue vie, dalle sue opere e dalla grandiosità della sua visione qui in Valle del Sarca.

Come lui, tutti noi desideriamo che ci sia un’atmosfera che rafforzi la gioia di arrampicare e di vivere in questa fortunata Valle della Luce. Contro la sporcizia sulle vie indotta dalle calunnie difendiamo Heinz Grill, che ha creato un’arte particolare di arrampicare e uno stile ben riconoscibile di vita.

Giuliano Bressan, Christian Della Maria, Andrea Farneti, Diego Filippi, Marco Furlani, Roly Galvagni, Maurizio Giordani, Alessandro Gogna, Franz Heiß, Florian Kluckner, Sergio Martini, Stefano Michelazzi, Giuliano Stenghel. E questi solo per INCOMINCIARE. Chiunque può farci pervenire la sua solidarietà o dare eco a questo attestato.

Dopo il bellissimo convegno nella casa di Tenno (17 aprile 2010, argomento: La via è un’opera d’arte), il 6 ottobre 2012 Grill e Kluckner replicano con l’organizzazione a Dro di Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Grill:

La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill
Marco Furlani. Non abbiamo capito cosa è successo, ma non ci sembra giusto che tu e il tuo gruppo dobbiate essere attaccati. Vogliamo dunque sapere il perché e riteniamo che avete fatto bene a chiudere il sito, così la gente si sveglia.

Heinz Grill. E’ stata una reazione imprevista la nostra. Quest’anno abbiamo pulito per tre mesi le vie e le vie diventano sempre più sporche. Non possiamo più offrire le vie in questo stato, ci siamo detti con Florian e Franz.

Pietramurata, 17 aprile 2016, casa di Marco Furlani. Da sinistra, Heinz Grill, Sigrid Königseder, Barbara Holzer e Alessandro Gogna. Foto: Marco Furlani
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Alessandro Gogna. Però non capisco perché nel 2012 (per esempio) ritenevate che le vie fossero pulite e invece oggi ritenete che siano sporche.

H.G. Questa è una questione, come dire, filosofica. In 35 anni la mia figura è sempre stata al centro di una lotta contro l’integralismo in ogni campo.
Questo attacco non viene dagli arrampicatori, viene da un altro lato. Viene da gruppi che mi sono sempre stati contro, fondamentalisti e vegani. E’ un anno che non metto piede in alcun negozio di Arco, dove so che girano giudizi sulla mia persona: ecco l’assassino, ecco lo sfruttatore. Voci che si nascondono, ma che non cessano di attaccarmi a tradimento. Voci che stanno incominciando a penetrare subdole anche tra gli arrampicatori.

Anne-Michele Humby, Marco Furlani e Heinz Grill, qualche anno fa
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M.F. Le persone che fanno e che costruiscono saranno sempre bombardate da quelli che non fanno nulla. Questo avviene specialmente in Italia, un paese che si regge su equilibri per i quali sarebbe quasi da vergognarsi di essere italiani. In Italia chi vale viene messo da parte e ai posti di potere ci sono dei burattini.
Io capisco che vi sentiate attaccati… ma è la solitudine dei numeri uno, che devono sempre combattere con quelli che sono indietro.
In più io credo che tu ti stia preoccupando di cose che in realtà non esistono. Le vie non sono pulite? E chi se ne frega se le vie non sono pulite! Non è vero che tu debba accollarti con i tuoi compagni una pulizia globale delle vie. Le vie le abbiamo aperte tutti ma sono rimaste là così. Chi vuole le ripete, chi non vuole non le ripete!

H.G. Quando noi offriamo una via, vorremmo fosse piena di bellezza, non sporca e insicura.

Sigrid Königseder. Sono stata anche io a pulire. Ultimamente abbiamo passato ore e ore a pulire, ed era incredibile. Certi tiri sono più sporchi che nella prima salita! Non si possono offrire vie così, perché si perde la gioia di arrampicare. Io mi sono spaventata.

A.G. Ma da cosa dipende il fatto che siano più sporche di prima?

S.K. Quando ci sono persone che offendono e calunniano un autore, l’atmosfera è così negativa da influenzare anche l’autore stesso, che così vede le proprie creazioni in modo diverso; ma quest’atmosfera è in grado di cambiare anche la materia. Le calunnie attirano lo sporco su una via, e questa è una realtà. Sotto il fango della calunnia, l’autore si ammala, e con lui si ammalano le sue vie. La materia si deteriora. Quando l’atmosfera invece è serena, le vie si “rilassano”.

H.G. Osserviamo queste cose da anni…

S.K. Per esempio quando arrampico con Heinz e siamo in totale accordo, tutto fila liscio. Quando c’è qualche questione, ecco che la corda s’incastra e succedono tanti piccoli fatti che interrompono il flusso regolare. L’assommarsi di dicerie e cattiverie crea una sfera negativa e oscura, può essere anche solo in una stanza. Magari l’avete osservato anche voi. Non siamo fatti di sola materia, queste sono cose sottili ma che esistono, e chi è allenato a vederle le vede.

10 ottobre 2013. Conferenza di Heinz Grill, I valori dell’alpinismo. Merano, Centro per la cultura

H.G. Abbiamo già avuto questo scambio d’idee con Sergio Martini. Cosa è più all’Inizio, la Natura o lo spirito dell’Uomo? E’ la Natura ad aver creato l’Uomo, o è l’Uomo con il suo spirito che ha creato la Natura?

M.F. L’uovo o la gallina? Sì, queste sono cose di filosofia che un ignorante come me non capisce. Io so che se l’uomo riuscisse ad avere un equilibrio perfetto con la Natura avrebbe solo da guadagnarci. Ma so anche che la negatività di un ambiente umano che ci circonda non può essere un’energia che sporca anche le vie. Questo non posso crederlo. Sono un pragmatico e credo a quello che vedo. Le vie secondo me potrebbero essere sporche perché è un lungo periodo che piove poco e non le lava a sufficienza. E ciò che capisco bene è che tu non sei sereno, che non stai bene: e questo ci turba, ci dispiace e ci dà fastidio. Che tu e il tuo gruppo non siate sereni ci turba e ci preoccupa, perché vi vogliamo bene.

A.G. Io posso anche credere che le vie nel 2016 siano più sporche che nel 2012 per i motivi che dite voi. Ciò che circonda la Natura può influenzarla. Il nostro comportamento può influenzarla e cambiarla, le nostre storture, le nostre passioni, negative, positive, anche le discussioni, le invidie. E’ un’ipotesi che posso considerare. Non ci credo più di tanto, ma so che è un’ipotesi che voi avete studiato e verificato: bene, io la rispetto.

M.F. Anzi, è un peccato che noi non riusciamo a capire…!

A.G. Ma rimane il nocciolo: non sono per nulla contento che delle persone che sono venute tanti anni fa in questa Valle e hanno realizzato cose bellissime, siano costrette da non so bene chi, comunque da qualcuno, a non essere sereni, a sentirsi attaccati, bistrattati, traditi. Questo mi dà un fastidio tremendo, ed è per questo motivo che questa mattina vi ho chiamati per parlarne. Saprete di certo che siete l’argomento del giorno…

M.F. Tanti abbiamo incontrato che ci hanno detto: ma voi che lo conoscete, cosa è successo? Noi rispondevamo che le cause della chiusura del sito possono essere tante e presenti da tanto tempo: e alla fine hanno fatto saltare il coperchio della pentola.

H.G. Conosco abbastanza te e Alessandro da pensare che, anche se siamo abituati a trattare in modo diverso gli eventi, di base siamo tutti convinti che, nella discussione tra Natura e Uomo e per ciò che riguarda le vie aperte, nulla prima esisteva perché non c’era l’Idea. Dopo qualcuno vede la linea, ha l’Idea e la realizza. Lascia la sua impronta sulla parete con la sua Idea. Dunque tutto inizia con lo Spirito. Molti pensano che prima ci sia la materia, perché senza materia noi non ci siamo.

A.G. Attenzione, sono due fasi distinte: uno può discutere se è nata prima la materia o prima lo Spirito. Questo si può discutere e l’uomo lo fa da secoli. Ma dire che la materia subisce cambiamenti fisici e strutturali perché è cambiato lo Spirito, questo fa parte di una conoscenza che certamente è su un altro piano.

Di ritorno dalla via nuova sullo Spiz di Lagunaz: Heinz Grill, Franz Heiß, Ettore De Biasio, Florian Kluckner e Martin Heiß. Foto: Ivo Rabanser.
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S.K. Possiamo pensare a un architetto che disegna una costruzione: dipende da lui e dalla sua Idea cosa sarà la realizzazione, bella o brutta, rilassante o invasiva.

A.G. Io non posso accettare così semplicemente, come fate voi, che una costruzione bella diventi improvvisamente brutta solo perché qualcuno attacca e ferisce l’architetto. E che la lotta tra queste forze la si possa vedere fisicamente in cambiamenti che riguardano la costruzione. Questo è un gradino oltre! La gente non è a questo livello di conoscenza e non è obbligata a esserlo!

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi davanti all’Arco del Bersanel
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H.G. E’ un problema che conosciamo bene. Con voi possiamo parlarne, con altri dobbiamo stare più attenti… E’ successo anche con l’argomento “libertà”, sappiamo che la libertà è la conseguenza del nostro agire, non è cosa naturale. Ma c’è anche un altro argomento, quello della cultura. In questa zona abbiamo una cultura poliedrica, dalla coltivazione degli olivi all’apertura di una via. Per me è importante che ci siano diverse possibilità. Qui è il punto d’incontro tra mondo tedesco e italiano. I tedeschi pensano molto, sono tendenzialmente riflessivi; mentre gli italiani hanno il vantaggio del sentimento…

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M.F. … che è un’arma a doppio taglio! Può essere pericolosa! Perché è vero che i romani sono stati a capo del mondo per tanti secoli, è vero che abbiamo avuto il Rinascimento, ma è anche vero che non rispettiamo la legge, anzi non capisco perché ci siano zone in Italia dove la legge è rispettata e altre dove se ne fanno beffe. Ma questo è un altro discorso. Dentro ogni italiano c’è un piccolo genio, ma è un’arma a doppio taglio. Io personalmente preferisco maggiore ordine.

A.G. Ma attenzione, non andiamo fuori tema. Heinz è stato attaccato non solo da italiani, ma anche da tedeschi. Quando era in Austria ha praticamente dovuto andarsene, perché il suo comportamento veniva giudicato senza regola.

H.G. E’ vero, l’attacco di questo periodo non è una novità, è una costante della mia vita. Tra noi c’è stima, questa è la cosa in comune. In un convegno sull’alimentazione e sulla salute ho detto che il mio amico Marco Furlani quando mangia può apprezzare le cose, mentre altri mangiano ma non apprezzano. Questa è una questione d’anima, e la relazione è alla base. Ci sono le componenti chimiche dell’alimentazione, ma nella relazione troviamo la stima per l’altro e dunque anche per il cibo. Ciò che vorrei dire è che qui, in questa valle, io vorrei trovare una buona cultura, fatta dalle componenti più diverse (tedesche e italiane), non troppo caos ma neppure troppo poco.
Quando proposi a Dario Cabas di modificare qualche sua via era perché in questa valle la roccia è preziosa: e le sue vie erano sottoposte a critica perché Dario non le modificava dopo il suo primo passaggio. Quindi non troppo caos, ma anche la libertà, questo era l’esperimento in corso prima della sua morte per malattia.

Nella casa di Tenno, la tavola della sala da pranzo è stata realizzata a forma di sfera. I suoi ripiani sono in interconnessione matematica con la circonferenza della sfera
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S.K. Qui in Italia siete in grado di apprezzare la bellezza, avete un senso estetico fuori del comune. Questo è importante ed è su questo che stavamo lavorando.

M.F. Sì, ma voi avete fatto tutte vie belle!

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S.K. Sarà vero, ma queste vie stanno diventando brutte!

A.G. Abbiamo già detto che rispettiamo questa teoria ma che non la facciamo nostra. Noi vogliamo solo attivarci perché chi fa maldicenza sia alla fine zittito da una maggioranza che invece è con voi. Perché è così!

M.F. Ci hanno detto in tanti: ditegli che siamo contenti e che gli vogliamo bene. Volete dei nomi? Cristian Della Maria, Sergio Martini, Maurizio Giordani, Giuliano Stenghel, Diego Filippi e chi più ne ha ne metta! Tu, Heinz, voli un bel po’ al di sopra delle bassezze umane.

H.G. Ho scritto libri su altri argomenti anche molto provocatori. Alcuni, in Germania, hanno suscitato clamore, ma la discussione è rimasta su un piano di scambio d’idee. Qui ad Arco si è trasceso: assassino, sfruttatore

A.G. Ma perché assassino, sfruttatore, parassita? Chi dice questo? E perché? Io voglio capire, altrimenti non mi alzo da qui…

H.G. Qui ad Arco c’è un gruppo alternativo, vegano. Già da subito era contro di me. Io ho fatto varie conferenze, su temi vari, medicina, pedagogia, nutrizione, architettura. Voi sapete che ho ristrutturato una bella casa antica di Tenno: dicevano che io l’ho fatto perché volevo essere un guru, perché volevo essere il direttore di una mia scuola di pensiero, cosa mai vera in nessun campo dove ho operato e opero, dalla medicina allo yoga, fino all’arrampicata. Da quella casa me ne sono andato tre anni fa, era una preoccupazione troppo grande per me, manutenzione, gestione, soldi. Per loro era il simbolo di una mia ipotetica voglia di essere guru, ma io non ho mai voluto “fondare” assolutamente nulla, né un nuovo gruppo né una nuova religione. Perché ho scritto due libri sui Sacramenti e sui riti, la Chiesa cattolica mi ha scomunicato, Ratzinger in persona ha pensato che ero pericoloso. Conosco questa mia situazione da così tanto tempo che avevo avvisato gli altri di non prendere le mie parti e soprattutto di non voler sfidare nessuno. Conoscevate Monica, la proprietaria della casa di Tenno? Lei lottava. Qualche volta l’ho difesa, qualche volta l’ho criticata. C’è stato chi, dopo che ho perso un amico di montagna, caduto nel gruppo di Sella, a Pranzo ha festeggiato questa tragedia. Poi c’è stato il suicidio di Monica, e anche questo mi è stato attribuito come colpa: perché per loro io volevo la casa, volevo che Monica scomparisse! Invece io ho perso tutto, certo non ero nel testamento, ho perso i 500.000 euro che avevo speso per la ristrutturazione. Dunque, che interesse potevo avere perché lei se ne andasse in quel modo?

A.G. Perché Monica l’ha fatto?

H.G: C’era un problema con i genitori e uno con il marito. Ma c’era un problema anche con me, perché a un certo punto Monica si è affidata a un’altra insegnante spirituale, di Monaco di Baviera. Decisamente si è trovata alle prese con una visione troppo esoterica, troppo per lei. In contrasto evidente con il suo mondo. Quest’insegnante le suggeriva che solo quando si è morti si è veramente liberi. Io dicevo l’opposto, per me è molto chiaro che tutte le forze creative si bloccano con la morte. E di questa lotta è stata Monica a essere la vittima. A Monaco ci sono stati quindici casi di suicidio per via degli insegnamenti di questa signora e io ho delle cause in tribunale proprio perché l’ho denunciata. Un’irresponsabile, una psicopatica pericolosa.

A.G. E perché, per le persone che ti accusano, sei tu il responsabile? Io non capisco…

H.G. Non si può capire, loro cercano degli argomenti, un colpevole. Io dico che erano loro a tramare per impadronirsi della casa di Monica.

A.G. Ma chi sono e dove vivono queste persone?

S.K. Si tratta soprattutto di una donna, una che ha molte conoscenze, molti contatti e vive a Pranzo. Lei e il suo gruppo.

M.F. Ma tu che voli più in alto… non riesci a staccarti, non riesci a non dare peso a queste cose?

H.G. In questo momento è un po’ difficile. In più la zona è piccola… Sento che ora i nemici sono più forti. Io ho aperto delle vie su roccia, delle vie di architettura, qui. E loro cercano argomenti per distruggermi. Dicono che io ho distrutto la Natura. Possiamo, è vero, discutere se sia giusto lasciare tutto selvaggio oppure plasmare e coltivare un po’ il terreno d’arrampicata. Forse abbiamo già aperto molte vie, forse abbiamo alterato troppo: ma quando queste vie mancano, allora manca qualcosa ad Arco. Vuole essere anche una provocazione.

M.F. Ma uno come te non può perdersi in queste dicerie negative!

H.G. Io non voglio entrare in un negozio di Arco per sentir dire sottovoce “è quello… eccolo… lo sfruttatore”.

M.F. Non è vero, non è così. Per uno che pensa e dice questo ci sono decine e decine di altri che la pensano diversamente. Per un albero che cade nella foresta e fa rumore ce ne sono migliaia che crescono in silenzio. Pensi che io sia simpatico a tutti? Figurati, potrei raccontartene…

Barbara Holzer. Quando sono così tanti i serpenti, e così ben nascosti, diventa difficile. Manca la fiducia!

M.F. Però, come voi sentite questa negatività, allora dovete essere in grado di percepire anche la positività… e vi assicuro che questa è tanta! Sono tanti quelli che mi hanno telefonato perché vogliono dirti che ti vogliono bene!

H.G. Questo mi fa piacere, ma in questo momento sono un po’ vulnerabile…

M.F. Stai cedendo al lato oscuro della Forza! Tu non devi cedere, tu sei uno Jedi!

H.G. Giusto, non dobbiamo cedere. Voi volete fare questo attestato di stima nei miei e nei nostri confronti. Noi abbiamo intenzione di aprire un altro sito, non di arrampicata, che abbia come scopo la correzione di questa situazione, in modo assolutamente non polemico. Per due o tre mesi ho pensato che non fosse possibile opporsi, ma ora lo credo possibile, anche grazie a voi. La mia auto-consapevolezza sta aumentando, so che alla fine vincerò. Ma queste calunnie sono troppo sotterranee, è un campo di lotta cui sono abituato ma ogni tanto m’indebolisce. Accetto la critica, ma patisco il tentativo di annientarmi. Nelle mie controversie con la chiesa hanno perfino detto che io abuso dei bambini! Queste sono cose che fanno loro, non certo io che non ho mai avuto alcun bambino iscritto ai miei corsi!
Anche Franz Heiß e Florian Kluckner sono soggetti a questi attacchi. Franz è l’uomo buio che distrugge queste zone… incredibile!

Franz Heiß
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Florian Kluckner
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A.G. Cerco ancora di trovare un nocciolo. Mi ha colpito che tu abbia detto almeno due volte, oggi, che non vai più in alcun negozio di Arco. Ma tu devi andare a testa alta in quei negozi! La roba dovrebbero regalartela, ad Arco. Questo ti diciamo noi. Tu devi andare in giro per Arco a testa alta. Sapendo che ci sono serpenti in giro, ma che alla fine questi serpenti rimangono sottoterra. Se tu ti nascondi emergono un po’, si vivificano con la tua debolezza, come i cani che mordono solo chi ha paura di essere morsicato.

H.G. Questo è vero, certo. Ma la mia natura un po’ ascetica in queste quattro ultime settimane mi ha fatto ritirare, retrocedere. Non mi volete? E allora io mi ritiro nella mia ascesi. Però adesso sto capendo che questo tempo è finito, devo tornare al fronte.
Per due settimane mi sono ritirato a casa mia, a Lundo, perché non volevo litigare…

M.F. Tu non devi litigare con nessuno… tu devi solo andare a testa alta, diritto come sai fare, con il tuo sguardo luminoso. I serpenti ci sono ovunque ma non ti toccano.

H.G. In risposta a una polemica scoppiata su planetmountain, con Ivo Rabanser siamo andati a fare la via nuova sullo Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano… è stata una bella risposta!

M.F. Sì, ma tu devi fare le vie che ti senti di fare, non in risposta a quattro ignoranti. Devi fare quello che ti piace non per polemica. Questi sono vermi, non serpenti. I serpenti hanno la loro dignità (tutti ridono, NdR). I vermi non devono fare paura a un uomo della Luce come te, se no, dove arriviamo?
Allora, vediamo cosa possiamo fare. Alessandro e io vorremmo scrivere un documento, un attestato di stima nei tuoi e vostri confronti, naturalmente se ci dai il permesso. Nel frattempo tu devi attivare la tua sensibilità per recepire tutto ciò che è positivo nei tuoi confronti, non solo la negatività di pochi vermi.
Oggi abbiamo parlato con arrampicatori che vogliono addirittura fare un meeting per dimostrarti il loro affetto, stima e simpatia. I vermi staranno sempre più sottoterra. Dal momento in cui non lo guardiamo e non lo ascoltiamo, il verme è già morto.

H.G. Questo mi aiuta molto, è vero che dopo un po’ di tempo perdiamo la forza di lottare. L’attestato sarebbe un grosso passo avanti. Sarebbe un grande sostegno anche alla mia lotta per unire, in questa valle, le idee alpinistiche con quelle sportive.
Marco, sei veramente la mia avanguardia! Tu sei stato nello Yosemite, poi ci sono andato io e ho fatto le stesse cose tue (ridono tutti, NdR)!

M.F. Spero che questo pomeriggio con queste chiacchiere ti abbiamo aiutato. C’è tanta gente solidale con te… e gente competente, gente come Maurizio Giordani, per dirne uno!

H.G. Mi hai parlato come un padre, oggi!

M.F. Ma attenzione, non dobbiamo guardare solo i qualificati… la platea è molto ampia. La cordata di ragazzi con la quale abbiamo salito oggi la via Linda ci diceva che devi continuare…

A.G. Attenzione, non continuare necessariamente a fare vie o pulire… devi continuare a esserci!

M.F. Intanto che tu rimanga qui con noi…

Giuliano Stenghel e Heinz Grill, trattoria della Lanterna, Arco
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A.G. Poi se vorrai andartene ovviamente lo farai… ma non perché ti abbiano costretto i vermi!

H.G. Due anni che sono a Lundo, pur avendo un appartamento ad Arco dove non metto piede da due anni. Mi sono ritirato, ma ora ho una visione più ampia. Non dobbiamo più difenderci. Qui noi siamo stranieri, necessariamente siamo un po’ prudenti: non conosciamo con esattezza i meccanismi di ciò che ci circonda. Ma è tempo di auto-consapevolezza, ora.

A.G. Torniamo al discorso dell’attestato di stima… voglio fare per un momento l’avvocato del diavolo…

H.G. Deve essere un aiuto non solo per noi o per le vie. Perché, abbiamo davvero un bel tema, la promozione di una cultura condivisa tra tedeschi e italiani. Voi avete grande spirito estetico, sapete cosa è la bellezza e la vivete. Centinaia e centinaia di tedeschi sono venuti in Italia per trovare quell’elemento che manca in Germania, l’elemento artistico. E qui, in Trentino, è il punto d’incontro: qui dobbiamo operare.
Per una cultura poliedrica, che si apra a nuovi orizzonti.

A.G. Direi che su questo siamo tutti d’accordo. Ma dicevo prima dell’eventuale punto debole dell’attestato di stima. Se noi “chiediamo” che la gente e le istituzioni come CAAI e Guide Alpine firmi e sottoscriva questo documento, io ho paura che gente e istituzioni si chiedano: perché ci chiedono di firmare questo attestato? Perché lo hanno scritto? E possono rispondersi da soli: “perché deve essere proprio successo qualcosa di grave”. Dunque, io non lo farei… Ci sto ripensando…

B.H. L’attestato è utile perché promuove quelle idee di cultura che sono proprio quelle odiate dai “vermi”, quelle che in modo assai razzista i vermi vogliono spazzare via.

M.F. Attenzione: se noi facciamo silenzio, i vermi prosperano e si agitano…

A.G. Come silenzio, se facciamo l’attestato che silenzio è?

M.F. Ma hai appena detto che ci stai ripensando…

A.G. Ma no, sto ripensando al fatto se sia opportuno o meno CHIEDERE una firma di sottoscrizione! Non deve diventare un referendum, devono essere considerazioni di stima che girano da sole! Ho paura di una RICHIESTA.

M.F. Bello, mi piace! Degno di Alessandro Gogna…

A.G. Nel momento in cui, alla fine del comunicato, noi chiedessimo “volete essere d’accordo con quanto avete appena letto?”, vorrebbe dire che ne abbiamo bisogno. Noi NON ne abbiamo bisogno.

M.F. Giusto! Chi vuole firma, o condivide, passa lo scritto ad altri. Ma senza che glielo chiediamo. Ci vuole solo un pool iniziale di firme.

A.G. Sostanzialmente dev’essere un attestato di solidarietà con chi per anni ha sperimentato in questa valle la coesistenza culturale, ha creato vie, ha promosso convegni in questo senso. Il gruppo vegano e i vermi vari sono stati la miccia, ma non devono diventare un incendio, non dobbiamo dar loro quell’importanza che non hanno. Conosco bene l’aggressività dei vegani, ma noi non abbiamo bisogno di essere convertiti alla loro religione, siamo stufi di gente che vuole convertire, missionaria di improbabili nuove religioni. Uno vuole essere vegano? Lo sia, ma rispetti gli altri!

H.G. Autostima e auto-consapevolezza devono aumentare in generale. Personalmente ho problemi fisici in questo momento, con la mia spalla. Ma non devo mollare…

A.G. Attenzione, Heinz… perché in questo momento il miglior alleato dei vermi puoi essere proprio tu stesso. Nel momento in cui tu dici “le vie sono sporche perché nella loro fisicità possono assumere la negatività di ciò che ci sta circondando ora”, io posso ribatterti la palla e aggiungere: tutto vero, ma allora è anche vero nel momento in cui tu ti senti più debole fisicamente e hai male qui e qui e qui. Il male fa parte della natura umana e non ci possiamo fare nulla. Anche il miglior maestro yoga comincerà ad avere qualche dolore, prima o poi. Quindi, il problema dei dolori che ti affliggono da un paio d’anni non deve toccare quella che è la tua auto-consapevolezza. Non voglio insegnarti nulla, ma posso dire d’esserci passato. Per sei anni ho dovuto assumere una pillola di cortisone al giorno a causa di dolori che nessuno ha ancora adesso capito cosa fossero, ma che un omeopatico mi ha guarito. Mi ha fatto pensare. Cosa è successo in quegli anni? Il più grosso pericolo che correvo era quello di vedere me stesso diminuire la mia auto-stima. La vedevo scendere giorno per giorno: non sono più capace di arrampicare, di scrivere, di amare… scivolavo verso la depressione. Il cortisone toglieva il dolore ma creava tutta una serie d’altri problemi. Io ho avuto la fortuna di non avere “vermi” attorno a me, ma posso pensare che loro davvero spiino ogni tuo momento di debolezza, come i cani che normalmente sono aggressivi solo con chi ne ha paura.

H.G. Lo capisco molto bene… mi sento esattamente in questa situazione… ho i dolori e mi sono sentito debole. Ciò che hai appena detto lo so bene… ma ora in trappola ci sono io!

M.F. Ecco il perché del nome “via della Trappola” (risata generale, NdR)!

H.G. Dunque c’è una nuova malattia, a proposito di vie sporche: la “psicopulizia”!

B.H. Forse dobbiamo trovare un’altra parola… forse “sporco” non è corretto!

M.F. Heinz, potresti portare con te il soffiatore… ma io ti consiglio di non pulire più nulla, magari solo verificare lo stato dei cordini in luogo. Tu hai un po’ viziato gli arrampicatori! E’ tutto perfetto!

A.G. Sai cosa diciamo sotto alle falesie in Piemonte, o Lombardia, o altrove? Ah certo, qui si vede che non è passata la squadra di Heinz Grill! E’ diventato un modo di dire!

M.F. Non devi diventare integralista della pulizia!

H.G. Forse sono un po’ troppo perfezionista… Come Ivo Rabanser è perfezionista sul chiodare, io lo sono sulla linea e sulla pulizia.

B.H. Pensavamo: se la via è in ordine, la stima è assicurata; se la via non è in ordine c’è la calunnia e la maldicenza. Sentirsi come maiali è un attimo! Ma ora forse pensiamo che la stima non dipende solo da quello…

H.G. Io sono tedesco, dunque perfezionista… Per me la qualità di una via deve essere ottima, sia sul piano della bellezza e pulizia che della sicurezza. In altre zone, più selvagge, abbiamo altri criteri. Ho fatto alcune vie davvero raccapriccianti, ma non è solo questione di fare vie difficili. A parte che non avrei più l’età per certe sfide, credo che qui ad Arco la parola d’ordine sia fare vie belle.
Penso che questa conversazione sia stata un grande aiuto. Grazie.

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Marco Furlani:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Raimondo Daldosso:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Alessandro Gogna:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Roberto Jacopelli:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Ivo Rabanser:

 

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Solo di cordata

Solo di cordata

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Finalmente la lavorazione di Solo di cordata è giunta al termine! E nella serata di martedì 9 febbraio 2016 il film verrà presentato a Vicenza presso Ekuò Cinema, con ingresso gratuito.

Solo di cordata è il fedele ritratto filmico di Renato Casarotto, il fortissimo alpinista vicentino somparso al K2 nel luglio 1986, praticamente trenta anni fa. Ripercorre le sue più famose imprese alpinistiche e, grazie a preziosi materiali di repertorio inediti uniti alla voce dei suoi più intimi amici e compagni di cordata, racconta, con pensieri e voce dello stesso Casarotto, la ricerca umana celata dietro l’esigenza dell’azione alpinistica immersa nella natura più selvaggia.

E’ una raccolta di 84 minuti di immagini e pensieri sconosciuti che gettano luce sulla complessità umana e l’eclettismo di un uomo che, con la sua volontà e tecnica alpinistica, ha compiuto imprese straordinarie, molte delle quali ancora oggi insuperate e mai ripetute. E alcune neppure capite fino in fondo.

E’ l’esperimento umano “di uno dei più puri e meno celebrati alpinisti di tutti i tempi” che svela che cosa succede all’anima quando, penetrando in solitudine nella primordialità del mondo naturale, essa incontra lorigine.

“Nonostante molti procastinamenti, alcuni dovuti a problemi ma altri voluti al fine di dare la miglior forma possibile a questo progetto, ce l’abbiamo fatta!” esclama il regista Davide Riva. Scrittore e videomaker milanese, Riva ha una laurea scientifica alle spalle che non gli ha impedito di crearsi una forte cultura umanistica e di cedere all’amore per la narrazione in tutte le sue forme, dal linguaggio visivo a quello scritto passando attraverso quello musicale. Da questo cocktail di interessi prendono avvio le sue opere che spaziano e si contaminano di ogni universo della comunicazione visiva, e non solo.

Per scaricare il film Solo di Cordata:  www.solodicordata.it

Per saperne di più su Davide Riva: davideriva.net

Per saperne di più su Renato Casarotto:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

Una delle più grandi imprese di Casarotto fu quella immensa cavalcata solitaria ch’egli fece sull’inviolata cresta sud-est del Mount McKinley. Trascriviamo qui le note asciutte ch’egli scrisse per l’American Alpine Journal del 1985.

La Ridge of No return al Mount McKinley
di Renato Casarotto

La Cresta del Non Ritorno è la cresta rivolta a sud-est che scende dalla Quota 15.000 piedi sul South Buttress del Mount McKinley per terminare nella diramazione occidentale del Ruth Glacier. E’ situata circa 1 km a sud-ovest della via Isis.

Ridge of No return al Mount McKinley. La cresta è stata raggiunta dal circo glaciale a sinistra. La cresta sale in diagonale a sinistra fino alla nevosa Quota 15.000 feet
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Dal campo base sul Ruth Glacier, sono passato da solo sotto alla parete nord del Mount Huntington per arrivare al piede della cresta. Questa comincia con una parete di neve triangolare di circa 300 metri situata alla fine meridionale (o sinistra) dell’enorme parete di neve e ghiaccio che forma la verticale parete est dello sperone sud-est. Dopo averne raggiunto la cima, per continuare lungo la cresta sud-est, è necessario oltrepassare lungo una serie di enormi cornici di tutte le forme e dimensioni, che si sporgono nel vuoto in differenti direzioni. Ho superato in questa sezione alcune torri rocciose di V grado, anche se in predominanza ho scalato su neve e ghiaccio. La salita era sempre esposta e molto pericolosa, con molte sezioni verticali o strapiombanti di neve e ghiaccio, alcune delle quali tra le più difficili da me mai incontrate. Gli ultimi 1000-1300 metri verticali li ho saliti prima per una parete di ghiaccio e neve, poi su terreno misto, e alla fine ancora su ghiaccio  e neve. La parte più ripida di questa sezione arrivava a 65°.

Ho lasciato il campo base il 29 aprile 1984 e ho raggiunta la vetta della Quota 15.000 piedi alle 21.30 dell’11 maggio. Ho avuto cattivo tempo nei primi sette giorni, poi tempo buono per cinque. La cresta è lunga 3 miglia (5 km) e sale per 2100 metri.

Avevo con me cinque chiodi da roccia e sei da ghiaccio, oltre a un corpo morto. Non ho usato corde fisse, non ho lasciato nulla sulla montagna e sono salite in stile alpino. Sono sceso per un nuovo itinerario che si svolge circa 500 metri a est della via normale di discesa, sulla sezione ripida della via del South Buttress.

La mia discesa ha comportato il superamento di circa 1100 metri di ghiaccio di fusione a 70°, e non è raccomandabile.

Mentre scendevo ho visto cadere da una parete di ghiaccio una cordata di tre alpinisti. Per me era impossibile dare alcun genere di aiuto e così ho deciso di raggiungere al più presto il campo base sul Kahiltna Glacier e dare l’allarme per l’elicottero di soccorso. Ho marciato tutta la notte e il mattino dopo ho incontrato alcuni alpinisti che mi hanno prestato un paio di sci. I tre sono stati salvati.

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I sogni di Uma Devi

I sogni di Uma Devi
di Giuseppe Cederna
(storia di un viaggio e degli amici che accudirono la morte)

Il 30 gennaio 2016 alle ore 21.30 Giuseppe Cederna presenta Una Cosa Giusta alle Sorgenti del Gange a Milano, Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10. Seguirà la proiezione in anteprima del video I sogni di Uma Devi, l’ incontro con la comunità femminile del villaggio di Bhangeli-Himalaya, girato nel settembre 2015.

Nei villaggi isolati dell’alta valle del Gange, tra le montagne tra le più belle del mondo, si muore ancora di parto. Un gruppo di donne di Barsu, un villaggio arrampicato a 2000 metri di altezza, ha deciso di occuparsene di persona. Con il progetto di formazione e assistenza sanitaria UnaCosaGiustaGianpieroBianchiOnlus noi possiamo aiutarle.

Giuseppe Cederna su un treno indiano
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A Barsu la prima volta, ci arrivammo di notte, sotto una trapunta ghiacciata di stelle. Nei giorni seguenti i figli di Dashrath Singh, il pastore, ci portarono ad acclimatarci sugli alti pascoli, oltre le foreste di rododendri e di querce spinose dell’Himalaya. Era il novembre del 1999. Cominciava così il nostro viaggio alle sorgenti e alle confluenze della Madre di tutti i fiumi. Incontri d’alta quota, acque sacre e orme dei pellegrini: un viaggio straordinario che ci avrebbe insegnato ad accogliere e accompagnare la tragica scomparsa di un’amica sulle montagne del Kosovo. Tornammo a Barsu sei anni dopo. Un altro dolore, un altro pellegrinaggio: il nostro amico Gianpiero ci aveva lasciato da pochi mesi e noi avevamo deciso di ritornare con lui tra le balene bianche dell’Himalaya.

Dashrath e suo figlio Ravi ci accolsero di nuovo nella loro casa e una sera ci parlarono della precaria situazione sanitaria di Barsu e dei villaggi dell’alta valle del Gange. Erano le donne e i bambini a pagarne il prezzo più alto. “Le donne lavorano con ogni tempo, anche quando sono malate o incinte” ci raccontò Ravi “ spesso fino agli ultimi giorni di gravidanza.”

Con le donne di Barsu
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Nei villaggi si partorisce in casa, l’ospedale è lontano e un’emergenza spesso si trasformava in tragedia. Forse, insieme, potevamo fare qualcosa. Qualcosa che ricordasse il nostro amico Gianpiero nei luoghi dov’era stato felice.

Ravi si consultò con le comunità femminili dei villaggi, e dopo nove mesi ci scrisse.

Formazione. Questo era quello di cui le ragazze avevano bisogno. Il potere della conoscenza: seminari a Barsu e mesi di pratica in ospedale nei reparti di ostetricia e ginecologia.

Nacque così il progetto UnaCosaGiustaGianpieroBianchiOnlus.

Uma Devi
SogniUmaDevi-UMA DEVI

Dal 2010, Rangeena e Vijendri, le prime operatrici sanitarie di UnaCosaGiusta, assistono le donne in gravidanza e i bambini di una decina di villaggi isolati tra le montagne: igiene, alimentazione, educazione sessuale, cura e rispetto del proprio corpo.

Torniamo a Barsu quasi ogni anno e gli effetti di questa piccola azione gettata nel mondo ogni volta ci sorprendono. Pochi mesi fa le donne di Bhangeli, un villaggio a tre ore di cammino da Barsu, ci hanno parlato dei loro sogni: imparare qualcosa di nuovo. Un lavoro, un’attività, una piccola impresa. “Vorremmo essere più indipendenti e sentirci fiere di noi stesse” ha detto Uma Devi, una robusta contadina di 44 anni dalla faccia rotonda come una mela “questo è oggi il mio piccolo sogno.

Era la prima volta che sentivo questa parola tra le ripide pietre di un villaggio himalayano. Mi è sembrato che qualcuno mi abbracciasse. Che il nostro amico Gianpiero fosse veramente tornato lassù, tra le forti e coraggiose contadine dell’Himalaya, ad aspettare l’inverno dei fuochi accesi e delle storie che non finiscono mai.

Himalaya indiano
SogniUmaDevi-DSCN2174

Giuseppe Cederna
Figlio del giornalista, ambientalista e politico italiano Antonio Cederna e nipote della scrittrice e giornalista Camilla Cederna, Giuseppe Cederna esordisce come attore nel 1982 con Cercasi Gesù di Luigi Comencini.

Tra le sue interpretazioni più note vi è la parte del soldato Antonio Farina, follemente innamorato di una prostituta (famosa la battuta “Io sono puttana… può interessare?“) che poi sposerà, nel film Mediterraneo (1991). Sempre diretto da Gabriele Salvatores, aveva interpretato il ruolo di uno degli amici trentenni nel cult-movie Marrakech Express (1989). Interpreta poi altri ruoli in film di Marco Bellocchio, Silvio Soldini, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Lina Wertmüller, Ettore Scola, Renzo Martinelli e altri ancora.

I protagonisti di Mediterraneo. Da sinistra: Claudio Bigagli (tenente Raffaele Montini), Claudio Bisio (Corrado Noventa), Ugo Conti (addetto radio Luciano Colasanti), Diego Abatantuono (sergente Nicola Lorusso), Giuseppe Cederna (attendente Antonio Farina) e Gigio Alberti (Eliseo Strazzabosco)
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E’ autore di tre libri, Il grande viaggio (Feltrinelli, 2004), Ticino. Le voci del fiume, storie d’acqua e di terra (Excelsior, 1881) e Piano americano (Feltrinelli, 2011). All’attività cinematografica e letteraria affianca quella teatrale.e televisiva.

Non si viveva poi così bene in Italia?
Non ci hanno lasciato cambiare niente. E allora… E allora gli ho detto.. Avete vinto voi, ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice. Cosi gli ho detto.. e sono venuto qui (il soldato Antonio Farina, interpretato da Giuseppe Cederna, in Mediterraneo)”.

“Abbiamo una nuova responsabilità, perché non è forse il fatto stesso di prendersi a cuore la sorte di ciò che ci sta intorno a lasciarcene intuire la musica segreta? E così, ogni volta che qualcosa ci sta veramente a cuore, vibriamo noi stessi di bellezza e musica (Sherwood Anderson)“.

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In vetta a tutti i costi!

  In vetta a tutti i costi!
di Stefano Michelazzi

Ricordo ancora quel 6 maggio del 1976.
Ricordo ciò che provai, pur abitando a Trieste dove il sisma si sentì fortissimo ma causò pochissimi e ridicoli danni.
Ricordo bene le immagini dei giorni a seguire. Le immagini di un Friuli dove si andava la domenica a giocare sui prati che non esisteva più.
Ed era stato meno forte di questo…

Il 25 aprile del 2015 rimarrà un ricordo indelebile e un trauma che nessuno e niente potrà cancellare.

25 aprile 2015: tra le immagini che scorrono in internet della nostra festa italiana a un certo punto cominciano a scorrere immagini di una catastrofe.
Con le panzane e le bufale che sono di moda attualmente, al primo momento mi chiedo se non siano immagini farlocche.
Poi ne vedo sempre di più, arrivano notizie da diverse pagine di notiziario e la festa non ha più importanza, anzi vedendo quelle foto mi sento quasi a disagio per aver festeggiato…

Il Campo Base dell’Everest dopo la valanga del 25 aprile 2015. Foto: Azim Afif, via Associated Press

Vetta-Costo-EVEREST-Azim Afif-Associated PressUn terremoto così forte non è in memoria. Si paragona, si assimila, ma con dati poco certi con supposizioni antiche, lì in quell’angolo sperduto di estremo oriente del quale si conoscono soltanto i percorsi turistici di moda, sanno soltanto che tutto è crollato o sta crollando, che il vicino di casa è scomparso tra le macerie, che una mamma cerca il suo bambino che non troverà mai più, che un altro bambino si riterrà fortunato di essere rimasto orfano…

Ma non basta… Un’altra scossa di poco più lieve spacca un’altra volta il Paese delle montagne, un’altra mazzata a un popolo che già di per sé si regge in piedi a malapena.

Nepal, Patria della cima più alta del mondo. Sagaramāthā (Dio del cielo), questo il nome nepalese di quello che noi occidentali conosciamo come Monte Everest.

E qui, al campo base che accoglie le spedizioni che arrivano da tutto il mondo per tentarne la salita, gli alpinisti presenti vengono travolti da un’immensa valanga che lascia sul terreno 18 morti.
Altri alpinisti rimarranno feriti o scompariranno a causa di frane e smottamenti in altre zone del Paese che stavano esplorando.
Alla fine il conto sarà di una ventina di morti tra le vittime della comunità alpinistica.

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I riflettori dei media dove si puntano in una situazione come questa? Di che si parla nei notiziari prima di ogni altra cosa?

Sono oltre seimila ad oggi i morti stimati tra la popolazione ed un conto preciso alla fine risulterà pressoché impossibile, vista la particolare strutturazione antropica del Paese, dove esistono villaggi non contemplati sulle mappe e dove raggiungere molte zone è reso quasi impossibile dalle condizioni franose del terreno, dove alcuni villaggi sono stati letteralmente fagocitati da enormi voragini e non ci sono sopravvissuti, come spiega l’inviato di Repubblica in questo servizio:
http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-in-nepal/l-inviato-ritorno-al-medioevo-nel-nepal-rurale-interi-villaggi-inghiottiti-dalle-frane/199157/198207?ref=HREA-1

Dove si posano i riflettori dunque?
Per due giorni i notiziari occidentali non fanno altro che trasmettere le immagini della valanga caduta sul campo base, raccontare dei reduci del campo1, che sono in difficoltà a scendere, parlare della ventina di morti tra gli alpinisti come se fosse quella la tragedia…

Tutte le vittime di una catastrofe hanno pari dignità perciò in molti cominciano a chiedersi quale dignità abbiano quei seimila e più a paragone della perdita tra gli alpinisti…

Da più parti si comincia a discutere e contestare questa situazione che mette in ombra la reale tragedia per illuminarne una piccola porzione. I social network fanno rimbalzare nella rete le proteste verso questa differenziazione tra morti di serie A e di serie B.

Marco Confortola dal campo del Dhaulagiri assicura che lui e i compagni stanno bene e che si arrangeranno a scendere, troveranno il modo, sono alpinisti, lo sanno fare. Non vogliono elicotteri, sanno della tragedia e gli elicotteri servono a chi ne ha veramente bisogno, i morti e feriti in tutto il Nepal!
http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Cronaca/confortola-rassicura-dal-nepal-sto-bene_1117520_11/

Tanto di cappello a lui e ai suoi compagni! Alpinisti di certo!

Al Campo Base dell’Everest intanto gli elicotteri cominciano i loro voli per trasportare a valle i superstiti, e dall’Alto Adige arriva la voce tonante e incazzata di Reinhold Messner:
“La vera emergenza – dice il Re degli ottomila all’Ansa – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi. Tutti ora parlano dei morti sull’Everest, ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”.
http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/04/27/news/tragedia-nepal-messner-contro-i-soccorsi-di-serie-a-e-serie-b-1.11316898

Per noi italiani, per noi alpinisti italiani, il suo sbotto è una liberazione!
La stampa non segue molto le voci di chi non sia pubblicamente accreditato e finora non ha dato peso al “rumore” di chi contestava questa situazione.
Messner libera tutti questa volta!

Almeno da noi, almeno un po’, la “musica” cambia e il peso maggiore viene dato alle notizie della vera, immane, tragedia che ha sconvolto quel piccolo pezzo di terra, al quale molti di noi sono affezionati, per averlo visitato, per averlo sognato o per essere ancora prigionieri del sogno.

Le grandi Nazioni non ci stanno facendo una bella figura, questo è certo! L’aiuto dedicato dai governi è veramente poca cosa, solo il Regno Unito fa qualcosa di più, gli altri poco o molto poco e l’Italia ha troppo da pensare alle beghe di campanile. La stima degli aiuti è penosa:
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/28/il-punto-sulle-vittime-e-i-soccorsi-in-nepal

Gli italiani invece, il popolo italiano, si mobilita immediatamente. Sa bene il popolo italiano che cosa sia un terremoto. Guide Alpine, negozi specializzati o meno, associazioni di vario genere (e mi scusi qualcuno se l’ho dimenticato), organizzano raccolte di beni di prima necessità per convogliarli il prima possibile e aiutare con quel poco che diventa tanto, fin troppo… non si riesce più a spedire i convogli al momento e si faranno altre spedizioni nelle settimane a venire.

Beh, non siamo molto ben rappresentati (a tutti i livelli…), ma rimaniamo “brava gente”…

 

E fin qui, la nostra cultura occidentale già ci fa una magra figura (molto magra…!), ma non è finita.
No! Siamo o non siamo colonialisti per tradizione?
Più di SEIMILA morti (finora) a noi che importano?

Le spedizioni commerciali o meglio le agenzie che di questo commercio si interessano, fanno leva sul governo nepalese (che già più volte ha dimostrato di mantenere funzionari corrotti) e fanno sì che gli Sherpa siano già al lavoro per bonificare il campo base ed i campi alti della normale all’Everest e a piazzare le corde fisse, per quegli aspiranti salitori da operetta, che stanno aspettando di passare le loro ferie e non possono neanche immaginare di non realizzare quello per cui hanno pagato. SEIMILA morti (e più di sicuro…) che se ne stiano buoni-buoni, loro e i sopravvissuti e magari qualche rimasuglio di zaino o di giacchetta in pile, quando scendiamo glieli buttiamo, spacciandoli per un grande gesto di carità umana. Ci facciamo anche i selfie con i bambini sporchi di terra che fanno tanto colpo da noi in occidente…

Tutto questo squallore è facilmente trovabile in internet su diversi siti. Eccone alcuni:
http://www.myrepublica.com/society/item/20095-expedition-to-everest-to-continue-ice-fall-obstruction-being-removed.html (link in seguito rimosso, NdR)
http://www.nepalmountainnews.com/cms/2015/04/27/utm-mountaineers-in-everest-to-continue-climb/
http://m.setopati.net/news/6361/

Naturalmente la quasi totalità di alpinisti “normali” sta tornando a casa. Per tutti valgano le parole dell’inglese Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa: “I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Così scrive il New York Times:
(http://www.nytimes.com/2015/04/26/world/asia/everest-climbers-killed-as-nepal-quake-sets-off-avalanche.html)
“Buona parte del bilancio economico del Nepal è dato dal turismo, con in testa la salita all’Everest come massima attrazione.
Malgrado la ricchezza generata dagli scalatori della famosa cima costituisca soltanto una parte relativamente piccola dell’economia del Paese, questa rappresenta uno dei pochi modi di guadagnarsi la vita in Nepal.
Gli scalatori stranieri pagano le agenzie di professionisti e le guide occidentali qualcosa come 100.000 dollari per farsi accompagnare nella salita.
Gli Sherpa sono assoldati a circa 125 dollari a salita trasportando i bagagli (peso pro capite fissato a 20 libbre – circa 10 kg).
Le agenzie pagano al governo nepalese migliaia di dollari a scalatore per ogni licenza e queste tasse fruttano al governo dai 3 ai 4 milioni di dollari annui.
In tutto questo si inserisce anche l’indotto con alberghi, ristoranti e schede telefoniche oltre al supporto per gli escursionisti.”

Sembra quasi vero…

Ci vuole poco a fare i conti da questa stima e capire chi ci guadagna e chi è sfruttato. Schiavi in casa loro, mi verrebbe da definirli.

Appare ovvio che se nessuno ha interesse a sviluppare un’economia che abbracci anche altri settori, le popolazioni locali con i pochi mezzi a disposizione accettino di buon grado di venire sfruttati pur di sopravvivere e la descrizione del NYT non appare altro che una giustificazione nei confronti degli sfruttatori, disegnandoli come benefattori…!

Sul chi siano gli sfruttatori, poi, appare chiaro allo stesso modo…

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In questo momento, il Nepal ha bisogno di aiuti umanitari che nel minor tempo possibile bonifichino la situazione disastrosa. In seconda battuta di aiuti per ricostruire.

Gli interessi economici travestiti da carità, non faranno altro che rendere un Paese, già malandato prima del terremoto, ancora più economicamente dipendente dalle organizzazioni commerciali e ancora di più in balia di funzionari criminali e senza scrupoli.

Credo che la comunità alpinistica italiana debba prendere una posizione ben netta su questa situazione. Gli elicotteri servono ad aiutare la popolazione devastata dal sisma, non a portare ricchi pancioni, viziati in gita di piacere!

Diversi alpinisti italiani, ma non solo italiani, hanno denunciato e continuano a denunciare questa situazione di colonialismo post-moderno, in un frangente come questo sarebbe ora di darsi da fare per rimediare almeno dove e come possiamo.

L’appello, che lancio da qui, è di far pressioni al nostro governo affinché contesti a livello diplomatico questo ignobile e squallido stato di cose. Contestando e contrastando laddove possibile le salite alpinistiche, dirottando gli aiuti sulle necessità delle popolazioni e non su quelle dei turisti senza scrupoli!

Collegio Guide Alpine italiane, Club Alpino Italiano e qualsiasi associazione che di montagna si interessi in questo momento devono sentirsi in dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e quella politica. Non cambieremo il mondo, ma di sicuro ci sentiremo meno sporchi e consci di aver agito per scopi umanitari!

Famosa foto della colonna di aspiranti summiters all’Everest. Foto: Ralf Dujmovits
Vetta-Costo-Everest-Foto,Ralf Dujmovits

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Intervista a Saro Costa

Intervista a Saro Costa
di Giacomo Rovida

Siddharta, Pizzo d’Eghen, solitaria invernale
Siddharta, Pizzo d’Eghen, solitaria invernale
Sono felice. Quando sono stato contattato da Alessandro ho subito accettato di prendere parte a questo progetto di interviste senza pensarci su un secondo di più.

Via Welzenbach, Grand Charmoz, con David
via Welzenbach, Grand Charmoz, con DavidNon mi piacciono i media e non mi piace l’informazione. Non mi piacciono le mezze verità, le notizie nascoste e quelle leggermente modificate, non mi piace sapere che nel paese in cui vivo l’informazione è pilotata.

There Goes the Neighbourhood, Aig. Sans Nom
There Goes the Neighbourhood, Aig. Sans Nom
Su Divine Providence, Pilier d’Angle, Monte Bianco
Divine Providence, Monte Bianco
Il giorno che ho accettato di collaborare ho anche deciso che l’avrei fatto a modo mio e così… Così oggi, dopo qualche intervista, si corona il mio sogno di presentarvi Saro.

Saro è un “matto” ed’ è per questo che mi piace. È un alpinista con i “contro cazzi”, di quelli che amano il freddo e la neve, gli avvicinamenti lunghi e complessi e che il 99,9% delle volte torna indietro con l’amaro in bocca, di quelli che vivono ogni giornata in montagna come un avventura, non come una mera prestazione fisica.

Verso la cresta Kuffner, Mont Maudit, solo
Kuffner, Mont Maudit, solo
Saro non è famoso, non è sulle riviste dei giornali, non lo troverete sui siti web e nemmeno in qualche falesia vestito da fighettino a mostrare i suoi rinvii nuovi appena ricevuti dallo sponsor, non ha chiuso nessun tiro di dry tooling estremo e non è mai stato in Patagonia. Saro è semplicemente un alpinista, di quelli veri, di quelli che cercano nell’alpinismo un modo per crescere, per confrontarsi, per scoprire qualcosa dentro di sé e per provare emozioni forti.

Ha avuto l’opportunità di emergere nel mondo alpinistico con una spedizione importante ma ha avuto il coraggio di andare dritto per la sua strada e, trovandosi in disaccordo con gli altri membri della spedizione, di tornare a casa e lasciare la spedizione.

Da quel momento, come sempre, i chiacchieroni di mezzo mondo (che trovate in falesia e sulle pagine dei giornali ma MAI in montagna) hanno detto di tutto e di più ma lui si è presentato un anno dopo con una nuova spedizione organizzata tra amici in Perù ed’è tornato a casa con una via nuova aperta in un posto dove, i chiacchieroni di prima, stenterebbero a fare l’avvicinamento.

Questa intervista per me è un insegnamento. Non leggetela come un resoconto di un attività in montagna, leggetela come si leggerebbe una pagina di aforismi, di Nietzsche o del Vangelo.

In questa intervista c’è un “modo” di andare in montagna unico, fatto di avventure e non di prestazioni, un alpinismo essenziale.

Essenziale è il termine giusto.

Lasciate stare il vostro progetto in falesia, il Pesce in Marmolada, la Nord dell’Eiger (ma solo dopo che l’hanno fatta in 1000 e si trovano le condizioni in internet) e per un giorno cercate nelle montagne intorno a voi, lasciatevi trasportare dall’immaginazione e cercate una linea, andate e provateci, tornare indietro sarà pesante ma le cose che avrete provato vi ripagheranno da tutto.

Mi sono rotto le palle che anche in montagna stia morendo l’immaginazione, che grazie a internet tutti vadano a fare solo la cascata in condizione, la via dove si trova la relazione e il canale ben tracciato con la neve giusta.

Mi sono rotto le palle che solo chi fa il 9b e l’M14 venga considerato. Da quando il grado è tutto? È questo l’alpinismo?

Ho accettato con piacere quest’opportunità perché l’avrei fatto a modo mio e credo, con questa intervista, di essere sulla buona strada.

Questa introduzione è cruda, incazzata, piena di parolacce e di contraddizioni. Non vi piace? Beh, sono sicuro che piacerà a Saro e al suo modo di vivere la vita e visto che questo spazio se l’è conquistato credo di avergli dato un giusto tributo.

Non mi importa la grana, non mi importano le necessità della vita, mi importa solo quando mi provocano, mi importa arrampicare, punto (Mark Twight, Confessioni di un serial climber).”

Via Lomasti, Mangart, con Fabiez
via Lomasti, Mangart, con FabiezIntervista a Saro Costa
Ciao Saro, presentati un po’ al grande pubblico, chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?
Credo di essere uno sciatore perché sciare è quello che mi piace fare di più! Ora vivo in Ticino che è la mia terra d’origine e passerò l’inverno a fare il maestro di sci. Sono anche aspirante vagabondo ma non è una strada facile…

Vivi a Milano, come è nata la passione per l’alpinismo pur essendo un cittadino?
Ho vissuto a Milano la gran parte della mia vita però non sono un milanese doc. Da piccolo ho sempre giocato nei boschi, fatto il bagno nei fiumi e con la nonna mi arrampicavo sui sassi, l’importante era stare fuori e cercare di fare le cose più pericolose. Ogni volta tornare in città era la fine di tutto. Andare in montagna è venuto naturale come andare in skate, sciare fuori pista e tuffarsi dagli scogli.

Sei uno dei pochi giovani in Italia a muoversi abbastanza bene su ogni terreno e soprattutto a preferire la montagna e l’alpinismo a un approccio sportivo, cosa ti porta a metterti in gioco sulle montagne e a lasciare da parte “sicurezze e comodità”?
Sicurezze e comodità non fanno parte di quei giochi che facevo da bambino e che faccio ora e che intendo fare il più a lungo possibile. Ravanare è bello. Yvon Chouinard diceva che non è vera avventura finchè qualcosa non va storto. Beh, io sono d’accordo.

Qual è il tuo terreno preferito (roccia, ghiaccio, misto)?
Misto! Quando ci sono le croste di ghiaccio e i tappi di neve… Anche la particolare neve andina è molto bella, spesso ti rendi conto che l’unica cosa da fare è girarsi e scendere sul culo!

Hai arrampicato tanto in solitaria da vie sportive, alla ripetizione invernale di Siddartha sul Pizzo d’Eghen alla Kuffner quest’estate al Mont Maudit, perché si arrampica in solitaria?
Arrampicare da solo è necessario come lo è saper stare soli nella vita di tutti i giorni. Ci sono cose che so che devo e voglio fare solo e solamente io. Decisioni, scelte, vie in montagna, sfide, fallimenti che si affrontano unicamente con un dialogo interiore. A tu per tu, una condizione che aspetto e vivo sempre con piacere. Una condizione molto personale che non per forza deve essere giustificata a secondi e terzi.

Sei un estimatore di Mark Twight, cosa ti piace del suo alpinismo e della sua “filosofia di vita”? Hai ripetuto alcune delle sue vie più famose come Beyond Good and Evil e There goes the neighborhood nel massiccio del Monte Bianco. Raccontaci qualcosa di queste avventure.
Twight è una delle mie guide spirituali, quando sono in difficoltà leggo Jack London, Yukio Mishima, Dylan Dog, Erich Fromm e Mark Twight che a differenza degli altri è una guida specialistica perché si esprime attraverso l’alpinismo. “Più divento abile, più ho voglia di osare e più si stringono le mani che mi strozzano la gola”. Non serve sapere tanto altro e comunque non intendo “mescolare un diploma delle superiori con una laurea breve ed un fidanzamento da collegiale ed ottenere una vita rigida senza via di scampo”! Mi piace leggere storie di avventura, coraggio, volontà, estrema motivazione, sono sempre racconti appassionanti. Quando con Fabiez abbiamo salito Beyond Good and Evil sono stato molto felice, dieci anni prima avevo letto per la prima volta le confessioni e quella striscia di ghiaccio mi era entrata in testa insieme a tutte le avventure da pirata che comportava. Volere intensamente qualcosa e poi vederla realizzata è una cosa molto bella e appagante. Su There goes the Neighbourhood con David è stata una dimostrazione di credo. Noi volevamo fare una cosa in un certo modo e con un certo stile e lavorando sulla motivazione e non mollando mai la nostra linea, ci siamo presi la via. Da godere a modo nostro.

Hai avuto un esperienza “negativa” durante la spedizione all’Uli Bahio con i Ragni di Lecco, hai voglia di raccontarci cosa è successo? Cos’hai imparato da quella spedizione?
In Pakistan con i Ragni eravamo in cinque ma io ero amico solo di uno, gli altri erano conoscenti. Partire così è stato un errore ma preso dall’entusiasmo e dalla bella opportunità non ho saputo rinunciare e sono partito in quarta senza badare al principio fondamentale che mette al centro di ogni scalata una cordata unita e funzionale. Alle prime difficoltà non ci siamo trovati d’accordo su alcuni punti fondamentali e da parte mia la fiducia e la motivazione sono sparite e dunque ho abbandonato la nave. Un fallimento molto istruttivo.

Beyond Good and Evil, Aig. Du Pelerins

Beyond Good and Evil, Aig. Du Pelerins

Quest’anno insieme a Luca Vallata e a Tito Arosio sei stato nella Cordillera HuayHuash in Perù. Avete ripetuto delle vie e aperto il El malefico Sefkow ( M5+ e AI5, A1, ED2, 800m). Deve essere stata un’esperienza fantastica e soprattutto una bellissima impresa alpinistica. Come avete vissuto la spedizione? È andato tutto per il verso giusto? Qualche episodio particolare?
In Perù è andato tutto a meraviglia, eravamo un gruppo di amici con le stesse idee e con gli stessi principi etici che sono molto importanti! Abbiamo avuto un’idea e con le nostre forze l’abbiamo materializzata, la sola partenza dall’Italia direzione Ande è stata un successo. Il resto come una vacanza ma solo grazie alla positività che deve rimanere sempre alta e permette di soffrire il freddo ridendo, scavare un bivacco ridendo e spaventarsi ridendo!

Un’altra esperienza magica nella tua “carriera” credo che sia la ripetizione di Divine Providence al Gran Pilier d’Angle sul Monte Bianco. Raccontati come hai vissuto quei giorni fantastici.
Su Divine Providence con il Tito è stata una bravata, avevamo scalato poco insieme ma fin da subito era chiaro che avevo trovato un altro fanatico di avventure alpinistiche. Così alla sua proposta di lanciarci su per di là per me è stato naturale dire di sì. Ci siamo concentrati bene sulla salita ed una volta in cima, con la via nel sacco, ci siamo resi conto di non sapere da dove scendere… Tutti e due per la prima volta in cima al Bianco, ce l’avevamo fatta per una via difficile, senza dubbio saremmo scesi in qualche modo! Arrivati al Gouter ci giochiamo una leggenda letta su Vertical, pernotto offerto per chi arriva da Divine Providence… probabilmente un’abitudine d’altri tempi e noi torniamo bruscamente alla realtà.

Insieme a Tito Arosio avete creato il BAL, di cosa si tratta?
Trovare soci è difficile per ogni climber, trovare gente della stessa età e motivazione lo è ancora di più. Io e Tito ci siamo conosciuti grazie al Vecchio e da qui è nata l’idea di un raduno organizzato da giovani per i giovani. Requisiti: una passione sfegatata per l’alpinismo che ti faccia rinunciare a tutto non appena si forma qualche goulotte. Obiettivo: creare nuove cordate di giovani invasati

Quali sono i progetti futuri? Altre spedizioni?
Prevedo un freddo intenso e tanta fatica!

El malefico Sefkow, Quesillio, Perù
El malefico Sefkow, Quesillio, PerùCosa ti ha insegnato l’alpinismo in tutti questi anni?
Ho imparato che è possibile andare oltre. Le difficoltà che appaiono insormontabili sono spesso psicologiche e personali e questo è molto motivante perché vuol dire che ci puoi lavorare. Ho scoperto che tutto quello che apprendo in montagna è estremamente polivalente, applicabile alla vita di tutti i giorni e questo mi rende tranquillo.

In Italia sembra che tutti siano concentrati sulla difficoltà, sulle falesie. Perché pensi che ci siano pochi giovani alpinisti?
Penso che ce ne siano pochi perché io ne conosco pochi. Anche cercando però, non è facile trovare un vero ravanatore e spesso la gente ha obiettivi super tecnici, il grado, abbattere il record, salire nella classifica… Sono aspetti sportivi e io non credo nella sportivizzazione dell’alpinismo. Sono il primo ad esultare se chiudo un tiro, ancor meglio se difficile ma non arrampico in funzione della difficoltà pura. In Italia gli avventurieri ci sono spesso però manca un fil rouge, molti sono isolati nella propria valle e nelle proprie idee. E’ difficile trovare un punto di contatto.

Perché continui a praticare alpinismo? Che valore ha nella tua vita?
Continuo perché mi va bene così. Adrenalina, avventura, appagamento, non vedo perché dovrei smettere. Sensazioni che voglio e devo provare, non mi immagino una vita senza sciare o senza scalare. Sarebbe un percorso esistenziale troppo piatto.

Le principali salite di Saro Costa
Presolana, Parete del Fupù – Via Marco e Sergio Dalla Longa, 1a invernale
Pizzo d’Eghen, via Siddharta, prima solitaria invernale
Grand Pilier d’Angle, Divine Providence
Traversata Piz Scerscen – Piz Bernina
Aiguille des Pélerins, Beyond Good and Evil
Mont Blanc du Tacul, Supercouloir
Les Droites, via Ginat, solitaria in giornata da Milano
Aiguille sans Nom, There Goes the Neighbourhood
Piz Cancian (Bernina), parete nord, Nuova via di misto
Quesillio (Cordillera Huayhuash, Perù), El malefico Sefkow, via nuova
Piccolo Mangart, via Lomasti
Grand Charmoz, via Welzenbach
Mont Maudit, via Kuffner, solo
Cervino, Cresta di Furggen