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Una casuale solitaria

Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico di cose inutili. Le stesse di cui avrei dovuto liberarmi anche in seguito, nella vita.

Una casuale solitaria
Quarta solitaria della via Oppio-Colnaghi alla Nord del Pizzo d’Uccello (Alpi Apuane)
(scritto nel febbraio 1966)

Martedì 14 settembre 1965. Sono in viaggio da solo per Equi Terme e sono diretto alla Nord del Pizzo d’Uccello, via Oppio-Colnaghi.

Di solito i progetti alpinistici impegnativi sono covati a lun­go prima di essere attuati, e anzi il periodo d’incubazione del­l’impresa è caratterizzato da pensamenti e ripensamenti, mo­difiche, incertezze, saltuaria sicurezza: per me questi problemi non sono esistiti; ieri sera sono andato a dormire, con tutto il materiale sparso per la stanza, non avendo la più pallida idea di dove sarei andato all’indomani. Poi, la decisione improvvi­sa. Ho fatto il sacco, pesantissimo, ho dato uno sguardo agli orari del treno, e son partito.

Alle 14.30 arrivo a Equi, dove mi fermo per comprare un barattolo di marmellata, unico mio cibo per due giorni, assieme a un grosso pane e a una formaggetta. Questo striminzito regime alimentare non è dovuto al mio desiderio di portare meno peso nel sacco, ma al fatto che ho con me pochi spiccioli più del necessario per il viaggio.

Percorro il paese tra gli sguardi più stupiti ed entro nel Solco d’Equi, le cui pareti a strapiombo fanno rimbombare i miei passi.

La parete nord (700 m) del Pizzo d’Uccello dalla Foce Siggioli
Parete N del Pizzo d'Uccello dalla Foce Siggioli , Alpi Apuane

Fa caldo e sudo abbondantemente. Arrivato alla cava, tra­verso il torrente e mi avvio su per la lizza. Chiedo a un bo­scaiolo se sono sulla giusta via per i «Cantoni di neve vec­chia” e lui, tra un mugolio e l’altro, mi fa capire che non sa neppure cosa siano questi Cantoni. Visto che vuol essere lasciato in pace, lo abbandono al suo lavoro e continuo sulla lizza.

Una delle più grandi soddisfazioni per un alpinista è quella di vedere, la sera prima dell’arrampicata, la parete, o almeno la cima, che domani salirà. E gli piacerebbe vederla arrossata dal sole che tramonta. Per quanto riguarda me, adesso è tanto se non cammino nella nebbia. Il lusso di poter rintracciare, al­meno approssimativamente, la via, evidentemente non mi è concesso, anche perché è la prima volta che vengo nelle Apua­ne e questi monti mi sono completamente sconosciuti.

Già innervosito dal caldo, dal brutto tempo e dal sacco che mi pesa sopra, un piccolo incidente per poco non mi fa im­bestialire. Una mosca, evidentemente attratta dall’odore del mio sudore, mi si posa dappertutto: sulle mani, sulla fronte, sulla faccia. Pur di farla finita col noiosissimo insetto, sarei disposto a spiaccicarla con una manata, ma la furba riesce a evitare le mie sberle; fino a che, proprio mentre stavo per posare il sacco e dare liberamente in ismanie, se ne va: forse si è accorta che, nonostante le apparenze, non sono un mulo.

Accompagnato da queste piccole contrarietà, che rendono la montagna ancora più piacevole e distensiva, arrivo senz’altro alla casetta abbandonata sotto i Cantoni di neve vecchia. L’u­nico vano accessibile è una specie di buco, puzzolente e ba­gnato, in cui decido di passare la notte. Tra un preparativo e l’altro, esco ogni tanto per vedere la parete, ma ogni volta rien­tro, inseguito dalla nebbia.

Così cominciano i primi dubbi sulla possibilità di questa ascensione, viste le condizioni atmosferiche. Ma poi rimando ogni decisione a domattina e m’infilo bruscamente nel sacco­piuma, dopo aver ingoiato un po’ di tè.

La notte, grazie al mio equipaggiamento (che però dovrò poi trasportare in parete), passa bene. Ogni tanto mi sveglio e ho così il dispiacere di vedere che ci sono le stelle e la luna… va a vedere, caro Alessandro, che domani dovrai proprio fare la Oppio! Però, quando mi alzo, alle 6,10, il cielo è nuvoloso. Ma la parete si vede ed è proprio come me l’aspettavo. Dopo aver bevuto un nauseante intruglio (ogni volta ne escogito uno diverso e ogni volta la soluzione è poco brillante), risalgo la parte terminale della valle, fino all’attacco, presso la fessura diagonale di 70 metri. Sistemo bene nel fondo dello zaino le cose che non mi servono, come il sacco-piuma e le scarpe da tennis, che ho portato perché gli scarponi che indosso sono in un tale stato che le suole potrebbero benissimo staccarsi all’improvviso su un qualsiasi appoggio; e in superficie, a portata di mano, le altre così che mi serviranno, tra cui borracce, bor­raccine, borraccette piene d’acqua: su questa parete, infatti, voglio eliminare, se non la fame, almeno la sete. Sull’imbraga­tura sistemo chiodi e moschettoni; i cunei nel sacco, assieme alla maggior parte dei cordini; le staffe e il martello in tasca, il casco in testa, la corda, per ora, a tracolla.

Sono le 7.30. Date le non eccessive difficoltà di questo pri­mo tratto (III e IV grado), dovrei andare spedito. Invece i primi passi sono una pena. Il sacco pesa troppo e se c’è qual­che piccolo strapiombo sono molto impacciato. Bene o male arrivo alla cengia erbosa, su cui invece vado meglio, arrivando così al canale-camino. Sto già pensando seriamente di tornare indietro. Invece nel canale e sulla crestina di destra ingrano la marcia e procedo molto velocemente. La mia arrampicata, non disturbata dalle manovre di corda di una normale cordata da due, è completamente automatica. Appiglio, appoggio, appiglio, appoggio. A ogni comando visivo rispondo con un moto della mano o del piede, sempre diverso e sempre uguale. Alle prime difficoltà, mi lego con la corda e salgo in libera, assicurato ai chiodi che trovo in parete. Due o tre tiri di V, l’ultimo dei quali in un camino il cui diametro è inferiore ai 50 cm: tra le più truci imprecazioni sono così costretto a salire con mosse poco eleganti, allungando e accorciando con rapidi movimenti la cassa toracica, come i serpenti.

Giungo così al punto più difficile: tento di passare, ma mi accorgo che non lo farei in completa sicurezza. Allora tiro fuori le staffe con il fiffi e, usufruendo dei quattro chiodi in pare­te, eccomi fuori. E ora, avanti verso la base del «pilastro».

Un rumore assordante mi fa sussultare: i cavatori di marmo hanno fatto brillare le mine e i trattori hanno cominciato a muoversi. Non posso più dire di salire «nel silenzio delle cro­de». Arrivo alla fessura-diedro, che trovo molto bagnata; e dopo alcune liste erbose sono alla base del camino di 120 metri.

Qui la mia arrampicata, da automatica che era, si fa più concitata. Sento odor di vetta e ormai sono gasato a sufficien­za per superare i passaggi di V senza perder tempo ad assicu­rarmi. Giunto circa a metà, taglio a destra sulla parete del pi­lastro e vado così fuori via. Mi trovo in un punto in cui la roccia è completamente marcia e sono costretto a procedere con cautela. L’esposizione qui è assoluta e certo non consiglio a nessuno questa mia variante. Ogni appiglio che tocco, si muove.

Dopo 40 metri di V continuato, esco in vetta al pilastro sommitale, alla cui sinistra sbuca il camino di 120 metri. Qui c’è il libretto di via e vi pongo sopra la mia firma. Ancora 70 metri di parete, su rocce meno friabili di quanto sia fama, e sono in vetta, tra la nebbia più fitta. Sono le 12.10.

Attorno a me, silenzio. Mi trovo in cima ed è come mi ri­svegliassi. La lunga parete è ormai sotto di me. Una parete troppo poco desiderata, troppo poco voluta. Perciò è stato come un sogno, rapido e passeggero, che esiste prima che noi lo vo­gliamo.

Penso a degli amici che prima di me si sono trovati su que­sta vetta, e alle parole con cui uno di essi ha espresso i suoi sentimenti: “… Mentre il sole sta lentamente calando, sulla vetta del Pizzo d’Uccello quattro persone accomunate dalla stessa fervente passione parlano sommessamente additando cime lontane e vicine, dal profilo amico e sulle quali altre ore su­blimi sono state da essi vissute. Per Sergio e per me le Apuane non son mai state così belle, poiché ora, dopo la lotta, sen­tiamo fluire nei nostri cuori una profonda riconoscenza e un grande amore per questa natura di pietra, che ci dispensa gioie, tra le più grandi della nostra vita alpina…».

Io non sono circondato da montagne familiari: vette di cui conosco soltanto il nome, di cui non ho presenti neppure le forme. Sono ancora solo in vetta al Pizzo d’Uccello, solo, con una parete appena salita.

Rinuncio a bivaccare e a proseguire per la Cresta Garnerone, come avevo in programma. Scendo a Vinca e approfitto di un passggio in auto per la stazione di Equi.

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Settimana dopo gli esami

Il 26 luglio 1965, cioè 50 anni esatti fa, ho salito da solo una difficile via, la Guderzo alla Est di Punta Maria. Questo nell’ambito di una bella settimana alpinistica che all’inizio sembrava di ripiego.

Il 29 giugno 1965 avevo dato gli esami orali per le materie scientifiche, le letterarie il 15 luglio. Avevo in programma di partire il 23 pomeriggio per Courmayeur, in auto-stop da Genova. Ma il tempo ha fatto il matto, è nevicato, e le condizioni sono disastrose. Gianni e Lino Calcagno, Giovanni Scabbia e Bernardo Chicco De Bernardinis stanno giusto tornando da là.

E così andremo al rifugio Questa (Alpi Marittime) per una settimana: anche per quest’anno devo dare l’addio al Monte Bianco e mi devo accontentare del granito di casa…

Dal Passo di Prefouns verso le pareti est delle punte della Cresta Savoia
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Gli esami sono andati bene, ma io intanto sto partendo senza avere alcun risultato della mia maturità!
Il 24 mattina siamo in viaggio. Chicco non c’è, verrà lunedì. Giovanni preferisce stare a casa per poi andare in Dolomiti con me.

Circa alle 17 arriviamo al rifugio, c’è già un mucchio di gente. Il mattino dopo Lino ci osserva mentre insacchiamo nello zaino cunei e staffe oltre il normale: così, tra una litigata e l’altra con il fratello, decide di rimanere lì.

Lo sperone nord-est del Gendarme NW del Giegn, 1a ascensione
Gendarme NW del Giegn (Prefouns), sperone NE, 1a asc

 

Noi arrabbiatissimi andiamo allo spigolo nord-est della Punta Mafalda. La pioggia ci costringe a deviare sulla parete est, aprendo una via che non ci soddisfa per nulla, tanto per arrivare in cima. Non che manchino le difficoltà, anzi. Siamo stati sempre sul V- e V+. Però ci riproponiamo di tornare e raddrizzarla, magari ricorrendo all’artificiale.

In cima ci sta aspettando Lino, con cui facciamo subito pace per andare sulla Ovest della Punta Umberto, via Aurelj-Bussetti. Il primo tiro (IV+) lo fa Lino. Prova il secondo, ma non riesce. Allora vado io. Dopo mezzora di salita estrema e di momenti in cui penso di cadere quasi certamente, mi ritrovo a far sicurezza su un terrazzino. E’ già tardi, così dico a Lino che c’è del VI e che farebbe meglio a lasciar stare. E qui succede il putiferio. Dall’alto sento un vocio confuso. Lino, offeso, vuole scendere, Gianni invece praticamente gli ordina di salire con lui.

Dopo un po’ mi raggiunge il solo Gianni. Ma mi dà una bella doccia fredda dicendomi che non c’è più di V. Ci rimango male, ma mi consolo pensando che una maturità non è il massimo per tenersi in allenamento.

L’ultima lunghezza è di Gianni, sul V-. Scendiamo al rifugio: Lino è nero. Riconosco che l’ho trattato molto male. Lui minaccia di tornare a casa l’indomani. Ed è chiaro che se parte Lino parte anche Gianni… Ma questo Gianni lo vuole evitare. Andiamo a dormire.

Al nostro malumore assiste Giovanni Crudi, circa 50 anni, del CAI Bordighera. Il mattino dopo l’atmosfera è rovente. Nessuno parla. Lino comincia a far bagaglio. Gianni che gli dice di non far lo scemo. Lino s’intestardisce. Io m’infurio. Gianni dà segno di cedimento e comincia a chiedermi che cosa avrei fatto se loro fossero andati via, gli rispondo che sarei andato a scalare da solo e poi, essendo lunedì, doveva arrivare Chicco alla sera.

Lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, 1a ascensione
Caire di Prefouns, sperone sud-ovest, 1a asc

– E se Chicco non viene?
– Allora scalo da solo tutta la settimana.

Di fronte a questa determinazione, vedo i due fratelli agitati da un sacco di dubbi. Forse non mi vogliono avere sulla coscienza…

Lino acconsente a rimanere lì fino a che non arriverà Chicco, mentre io decido di aspettare fino alle 11, poi in mancanza di una loro decisione, andrò da solo.

Alle 11 precise prendo lo zaino, me lo metto sulle spalle ed esco dal rifugio.
– Dove vai? – chiede Gianni.
– Ad arrampicare.
– Solo?
– Solo… se nessuno viene con me.

E così mi ritrovo all’attacco della parete est della Punta Maria, quella che ho già salito l’hanno scorso con Gianni, Stefano Marno Revello e Giorgio Vassallo.

Decido di salire la seconda e la terza lunghezza autoassicurandomi. Arrampicata stupenda, il piacere di essere solo. Supero bene i vari passi di V e dopo poco tempo mi trovo in cima. Mi firmo, scendo al rifugio.

Incontro Giovanni Crudi che passeggia solo soletto. Gli chiedo cosa hanno fatto quei due. Mi dice che sono andati sulla Est della Punta Umberto.

Benissimo, dico tra me. Se fa una salita, Lino non se ne va più. E a quel punto provo a convincere Giovanni a venire con me per la traversata della Cresta Savoia.

Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

Giovanni se la cava bene. Arrivati in vetta alla prima punta, la Jolanda, vediamo Gianni e Lino Uscire in vetta all’Umberto. Ci raggiungiamo, e ci mettiamo un attimo a fare pace. Ma è tardi, non posso continuare la cresta, meglio scendere al rifugio e capire finalmente se Chicco è arrivato o no. Crudi fa la sua prima corda doppia.

Il 27 luglio è ancora bel tempo (verremo a sapere che altrove al Nord non è così). Di buon mattino partiamo per andare in Francia. Siamo diretti al Giegn, una bella cima sulla quale ci sono possibilità di vie nuove. Scavalchiamo il Passo Margiola, scendiamo in territorio francese e attacchiamo uno sperone rivolto a nord-est che conduce in vetta al Gendarme NW del Giegn (ma noi crediamo erroneamente sia la Pointe Marie André), altra anticima del Giegn. Giovanni verrà in vetta per la via normale. Lo sperone offre passaggi molto vari, in genere però è abbastanza discontinuo. Un Dsup, discontinuo.

In vetta Giovanni ci sta aspettando, così dopo aver mangiato qualcosa, scendiamo. Arrivati in fondo alla comba detritica, attacchiamo lo sperone sud-ovest del Caire di Prefouns, anch’esso da fare. E per l’occasione ci tyrasciniamo dietro Giovanni. Un po’ di V lo incontriamo anche qui. E’ bellissima la cresta finale, che però è già stata percorsa.

Scendiamo un poco per la cresta ovest e poi giù per un canalino a sud: ci ritroviamo così all’attacco.

Riprendiamo gli zaini e attraverso la grande distesa di sassi e blocchi morenici arriviamo al Lac Negré. E’ nostra intenzione andare a dormire nel refuge des Adus, che però non troviamo. Poi, consultando la guida, apprendiamo che dovremmo camminare ancore due ore e mezza. Così ci accontentiamo di un bel addiaccio in un vecchio rudere costruito dagli scout.

Cerchiamo di tener acceso un bel fuoco tutta la notte, ma così facendo il mattino dopo Giovanni e Lino non hanno tanta voglia battagliera. Saliamo un’ora fino al Lac Negré e da lì al Passo di Prefouns. Giovanni ci saluta, noi ci buttiamo sulla traversata delle Guglie del Lac Negré.

Gianni Calcagno sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré
Alessandro Gogna sulla 1a asc. della parete nord della VI Guglia di Lac Negré

La traversata in se stessa è abbastanza mediocre, ma noi l’abbiamo valorizzata. Gianni e io abbiamo aperto una bella via sulla parete nord della VI Guglia: 4 lunghezze di V e A1. Ci riuniamo agli altri e proseguiamo fino alla vetta del Caire di Prefouns. Discesa un po’ sulla cresta ovest e poi lungo la via De Cessole, uno sfasciume immondo di detriti e sassi mobili.

Il 29 è la volta della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna. Sarà la prima ripetizione. Anche di questa non esiste relazione, come era per la ghemella Est di Punta Maria. Si sapeva solo che all’inizio c’era da staffare.

– Dove Guderzo passa in staffe, noi passiamo in libera!

Sono così ottimista che convinco tutti a lasciare al rifugio le staffe. Però, dopo un primo tiro di III+, mi trovo arenato in un diedro bestiale nel quale occhieggiano due chiodi. E’ troppo faticoso star lì a far cordini, perciò scendo. Parte velocemente Gianni con i cordini pronti. Dopo un po’ di tira e molla esce su un terrazzino. Lino lo segue. Parto io e naturalmente “apprezzo” la bravura di Gianni su questo tiro eccezionale, oltre alla maestria di Guderzo. Chicco mi segue rapido. Finalmente ho “tirato” una lunghezza intera in artificiale (e senza staffe per giunta)!

La via poi continua su uno spigolo molto affilato per varie lunghezze, tutte assai sostenute, fino a un diedro di V+. E dopo ancora su spigolo fino alla vetta.

E’ qui che mi ricordo che oggi è il mio compleanno… sono un diciannovenne.

Scendiamo passando dalla Punta Maria.

L’ultima giornata (questo è il sesto giorno di arrampicate ininterrotte) con Gianni andiamo all’attacco della Est del Caire di Prefouns per ripetere la via dei Francesi, di cui molto tempo fa avevamo letto la relazione sulla guida di Paschetta. La parete è assai larga, non riusciamo a individuare una via: così alla fine decidiamo di farne una a noi dove ci piace. Attacca Gianni, ne risulta un tiro che va dal IV al VI e quattro metri di A1. Attacco io il secondo, altro VI e A1. Ma a questo punto la motivazione cala e decidiamo di scendere. Peccato, la via sarebbe stata bella e difficile.

Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis
Gianni Calcagno sul diedro in artificiale della via Guderzo alla parete est della Punta Giovanna, 1a rip. Sotto di lui A. Gogna e Lino Calcagno. Foto: Bernardo De Bernardinis

Così, mentre Lino e Chicco salgono la Est della Punta Maria, con Gianni attacchiamo la via Guderzo alla Est della Punta Jolanda. Non ho grandi ricordi di questa salita, forse siamo stanchi e fa molto caldo. Risolviamo in breve poi puntiamo diritti al rifugio dove, dopo un’oretta, arrivano anche gli altri due, contentissimi. Lino, tanto per dimostrare di non essere da meno, si era fatto con Chicco anche la Ovest della Punta Umberto, quella dove io volevo che lui non salisse. Ed è salito tutto da primo! Sono contento e glielo faccio capire. E’ un modo come un altro per chiedere scusa.

Il 31 scendiamo e torniamo a Genova, dove apprendo di essere stato dichiarato “maturo”!

Da quando mi sono trasferito da Genova a Milano (nel lontano dicembre 1968), ho perso le tracce di uno degli “eroi” di questa settimana appena raccontata. Soltanto in occasione del processo per il terremoto in Abruzzo vengo a sapere che la Corte d’Appello dell’Aquila in primo grado ha condannato la Commissione Grandi Rischi, l’organismo tecnico scientifico che si era riunito cinque giorni prima del sisma che distrusse il capoluogo abruzzese il 6 aprile 2009. Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Enzo Boschi, Mauro Dolce, Claudio Eva, Michele Calvi e… Bernardo De Bernardinis (!!!) erano stati condannati a sei anni per omicidio e lesioni colpose. Fu davvero una sorpresa apprendere che Chicco era diventato ingegnere e aveva fatto carriera fino a essere nominato vice-capo della Protezione civile nazionale. Mi dispiacque per la sua condanna, non ci volevo neppure credere. Nel secondo grado sono invece stati tutti assolti, mentre a Chicco è stata rideterminata a due anni la pena. A causa di una sua famosa intervista televisiva che, secondo la corte, è stata causa di una minore osservanza di cautela da parte della popolazione.

Gianni Calcagno all’attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Gianni Calcagno all'attacco della parete est del Caire di Prefouns, 30 luglio 1965. Tentativo di via nuova.
Bernardo
Chicco De Bernardinis oggi
SettimanadopoEsami-processo-laquila-bernardo-de-bernardinis

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Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes

Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes: tre protagonisti dell’arrampicata inglese a confronto
di Maurizio Oviglia

Nel 2005, grazie al Club Alpino Accademico Italiano, fui invitato a partecipare al meeting della BMC in Galles. Per me fu un’esperienza davvero illuminante, non solo perché ebbi la fortuna di arrampicare nelle più belle falesie del Galles e stringere amicizia con alcuni tra i più forti climber inglesi – oltre che bere una birra con personaggi come Geoff Birtles e Lindsay Griffin (si difendono piuttosto bene anche al pub!) – ma soprattutto perché il mio concetto dell’arrampicata in Inghilterra cambiò radicalmente.

Le copertine delle tre autobiografie in italiano
Oviglia-biografie(foto-copertine)E’ evidente che toccare con mano è molto diverso che farsi un’idea sui “sentito dire” o sulle foto di qualche rivista, questo lo so bene… Piuttosto mi sono reso conto che noi “europei del sud” abbiamo un’idea molto vaga di ciò che è successo (e succede) sulle falesie inglesi, spesso viziata da nazionalismi e luoghi comuni, anche ora che nell’era della comunicazione globale le cose dovrebbero essere più nitide. Ad esempio, avevo sempre sentito dire che in Inghilterra le rocce fossero poche, di altezza insignificante e di bassa qualità. Ebbene, dopo aver arrampicato in Galles ho davvero dovuto ricredermi! Oppure, forse di riflesso al fenomeno dell’Hard Grit, che gli inglesi fossero soliti provare le vie con la corda dall’alto e superarle da capocordata solo una volta sicuri di non cadere. Ho sentito più di un arrampicatore italiano commentare: eh, ma così son capaci tutti! Anche questo è un luogo comune che si è rivelato infondato, considerato che alla prova dei fatti il 90 per cento degli scalatori inglesi scala a vista, per ovvie ragioni leggermente sotto il suo livello massimo. Ma questo non vuol dire che, come spesso succede ai nostri arrampicatori tradizionali, gli inglesi non vadano mai al limite e considerino il volo un’eventualità assolutamente da evitare. Anzi! Ho visto con i miei occhi normali climber della domenica volare dieci metri su uno stopper piazzato nell’ardesia!

La copertina dell libro di Johnny Dawe in lingua originale
Oviglia-johnny_dawesDopo questa prima esperienza mi è rimasta la voglia di saperne di più. Così, alla prima occasione, son tornato in Inghilerra altre due volte, accompagnato dall’inglese naturalizzato sardo, Peter Herold. Con lui siamo stati sul grit del Peak District visitando le falesie più famose, e poi in un viaggio successivo sul calcare di Pembroke. Ho avuto la possibilità di incontrare arrampicatori storici di Sheffield che avevano scalato con talenti quali John Allen, nomi da noi decisamente sconosciuti ma importantissimi nell’evoluzione della scalata libera europea. Guardando con i miei occhi le linee di cui avevo sempre sentito parlare (nei primi anni Ottanta ero uno dei pochi abbonati a Mountain), ho provato un riverenziale timore e ammirazione per le vie di quei tempi, rendendomi davvero conto di quanto fosse avanti l’arrampicata in Inghilterra negli anni ’60, ’70 e ’80. E, soprattutto, di quanto fosse diverso il loro concetto di arrampicata tradizionale rispetto al nostro! Grazie a Peter, riuscimmo persino a contattare Ron Fawcett e Johnny Dawes, che mi concessero un’intervista per l’annuario UP, di cui ai tempi ero capo-redattore. Durante un suo viaggio in Sardegna, poi, ebbi l’onore di conoscere ed arrampicare di persona con Johnny Dawes, che nel frattempo era divenuto per me un vero mito, le cui innovazioni nel campo della tecnica di arrampicata riuscivo a stento a quantificare. Un po’ sovrappeso ed invecchiato, Johnny stava uscendo da un brutto periodo della sua vita. In Inghilterra era appena stata pubblicata la biografia di Jerry Moffatt e anche lui stava quasi pensando di mettersi a scrivere per raccontare la sua incredibile vita… Non sapeva da dove cominciare, e pareva davvero si stesse cimentando con la salita più dura della sua carriera!

Johnny Dawes oggi (Foto: Maurizio Oviglia)Oviglia-dawes-fotoOviglia
Purtroppo la mia vita quotidiana è diventata così frenetica, divisa tra roccia e monitor, da non trovare più il tempo di leggere i libri “di carta” come un tempo. Non ho mai avuto l’abitudine di “divorare” un libro dietro l’altro, mi piace leggere lentamente, fermandomi a riflettere e metabolizzando le parole poco a poco. In poche parole, a me un libro dura mesi, se non anni! Tuttavia, appena ho saputo che la casa editrice Versante Sud aveva tradotto in italiano le biografie dei tre personaggi chiave dell’arrampicata inglese degli anni ’70/’80, le ho subito acquistate. Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes erano finalmente nello scaffale della mia libreria, anche se dovevo ancora leggerli! Per fortuna ci sono le spedizioni extraeuropee: qui trovo l’ideale momento di stacco che mi permette di concedermi alla lettura, e i tre volumi mi hanno dunque accompagnato nei miei viaggi: Moffatt in Patagonia, Fawcett in Venezuela e Johnny Dawes in Nepal…

Jerry Moffatt oggi e ieri
Oviglia-Jerry_MoffatQuando ho chiuso l’ultimo dei tre libri, ho sentito la necessità di scrivere una recensione classica, evidenziandone pregi e difetti. Ma ero lontano da casa, e non ho potuto farlo subito, dunque sono stato costretto ad aspettare… A freddo, nuovamente davanti al monitor, oggi mi mancano le parole. Preferirei forse che queste mie righe fossero un invito a conoscere una parte della storia dell’arrampicata poco nota, perché conoscerla in un’attività che non è solo sportiva come la nostra, è importante. Da questo punto di vista ho trovato illuminanti le parole di Dawes: “Sul continente i chiodi a espansione venivano usati liberamente, ma in Gran Bretagna i pigri e gli svitati che vivevano del sussidio di disoccupazione erano abbastanza numerosi da far nascere una fusione del nuovo atletismo con l’edonismo vecchio stile. Una specie di età del rock ‘n roll, con tutta la sua anima”. Oppure, in un altro passo del libro, che non riesco più a ritrovare per citarlo nelle esatte parole di Dawes, che la storia dell’arrampicata inglese era una delle tante, comunque una storia importante, e che pertanto meritava di essere raccontata.

Voglio comunque spendere due parole sui tre libri, tre biografie così simili ma allo stesso tempo così diverse. Tre personaggi che hanno vissuto la stessa storia, grosso modo negli stessi anni, da protagonisti, amici e nemici allo stesso tempo, spesso divisi e combattuti tra competizione, ambizione e amicizia.

Ron Fawcett nella prima salita on sight di Master’s Edge (courtesy Fawcett)
Oviglia-RonFawcett-prima salita(on sight)diMaster's Edge(courtesyFawcett)Il libro più motivante è stato per me quello di Jerry, veramente travolgente. Era dai tempi di Reinhard Karl che non rimanevo così coinvolto in un libro di arrampicata! Quando lo chiudi senti veramente crescere in te la voglia di partire, ma non verso le falesie inglesi, ma piuttosto in direzione di qualunque cosa ti porti verso i tuoi personali limiti! Jerry è stata veramente una star dell’arrampicata mondiale, ma non esattamente allo stesso modo in cui Edlinger lo è stato per i francesi!

Il libro di Ron sul profilo della narrazione è invece decisamente meno accattivante, ma racconta con rigore storico il suo percorso di uomo e di climber, dagli umili inizi osteggiati dalla famiglia alla vergogna dei furti smascherati, sino al riscatto e alle luci della ribalta: il primo arrampicatore sponsorizzato del mondo! E’ un libro che tutti gli appassionati di storia dell’arrampicata moderna dovrebbero avere in libreria! Interessantissimi sono poi gli intrecci tra la storia inglese e quella californiana: è davvero un peccato che John Bachar non abbia avuto il tempo di tenere una penna in mano!

Ron Fawcett negli anni ’80
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Ron Fawcett oggi
Oviglia-JC-9971Com’era prevedibile la biografia di Johnny è risultata la più complessa e imprevedibile ma, almeno per quanto mi riguarda, di gran lunga la più affascinante! Nonostante alcune traduzioni decisamente improbabili, a cominciare dal titolo (l’originale Full of myself è bellissimo e poteva a mio avviso rimanere non tradotto), diversi passi del libro risultano davvero geniali! Quando abbiamo intervistato Johnny per Up, Peter mi diceva che era veramente difficile seguirlo nei suoi ragionamenti! Tra un’elucubrazione e l’altra, si esibiva in uno dei suoi classici numeri: stare in equilibrio su un battiscopa di 1 cm aprendo le anche, con la faccia schiacciata sul muro… Ma a parte una vita decisamente “spericolata” (rimangono memorabili alcune descrizioni mozzafiato di tentativi al limite e cadute al suolo), è buffo scoprire che nel 1981 la via più dura del mondo si trovava forse sul muro di una casa, ovviamente senza protezioni… L’arrampicata è davvero un caleidoscopio che in ogni epoca offre incredibili sorprese. Le biografie come queste gettano spesso una luce diversa sulla storia e finiscono per mettere in discussione quanto acquisito, in un ambiente spesso ancora dominato dalla retorica dell’Alpe nonostante le nostre “rivoluzioni” culturali degli anni Settanta. E allora grazie a Jerry, Ron e Johnny per aver trovato la forza di raccontarci la loro incredibile vita!