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Avventura è

Sono accovacciato in cima ai 3222 metri del Blanc Giuir (Gran Paradiso) e cerco di ripararmi a malapena dal vento che da circa tre ore mi inti­rizzisce. Poco lontano da me, anche lui chiuso in freddolosa me­ditazione, Popi ha reclinato il capo sullo zaino e a occhi chiusi attende che il sipario di nebbia e a tratti di nevischio si dis­solva per poter scorgere la grandiosa barriera di montagne a poca distanza da noi.

Siamo saliti fin quassù con gli sci, l’ultimo tratto a piedi, per fotografare una delle vedute più emozionanti, ma ora temiamo di aver perso il nostro tempo, di dover tornare. Quando si lavora occorre rispettare dei tempi e dei costi: sem­bra che il Blanc Giuir ci costerà caro, per questo non molliamo la presa e aspet­tiamo anche oltre il ragionevole.

Salendo al Blanc Giuir in una giornata diversa dalla nostra
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Ben presto una sensazione fastidiosa si fa largo, ci sembra che quest’attesa non ci faccia imparare niente, lontani da una sere­nità irraggiungibile. È proprio il momento più brutto di tutte le avventure, la fatica. Fatica di pensare, di salire, di aspettare, di ricominciare da capo.

Avventura è fatica, fantasia, incognita e un pizzico di competi­zione.

Il vocabolario recita che avventura è “avvenimento di solito strano, unico o singolare” e, per estensione, “impresa che attrae anche se rischiosa”. Molte altre definizioni le son state date, a tal punto da autorizzarci a ritenere che il concetto di avventura sia mutevole non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Inoltre “avventura”, come tutto ciò che è soggettivo o vissuto dall’individuo, assume toni e sfumature diverse per ciascuno di noi. Però si può concordare che, sempre e per chiunque, avventura si possa tradurre in esperienza.

C’è chi sostiene che avventura è uscire dalle tracce, trovare nuovi sentieri: quindi avere intuizioni, lavorare molto di fanta­sia per vedere dietro l’angolo, ol­tre le azioni e gli oggetti consueti, senza però dimenticarsene. Dobbiamo sa­per sognare ad occhi aperti senza perdere di vista la realtà.

Nella ricerca del nuovo spesso invece si rincorrono i record ad ogni costo, in affannosa selezione o minuziosa ragioneria dell’intentato. La contabilità, l’amministrazione e i computer tendono a sminuire l’aspetto umano. È l’esage­razione, quasi la mitizzazione di un aspetto particolare dell’avventura. Se si per­dono di vista gli aspetti generali, minimizzando il soggettivo e l’umano e con­centrandosi esclusivamente sugli aspetti tecnici, si abdica a favore di un’attività sterile.

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L’atteggiamento verso l’avventura dei “giovani esploratori” sof­fre di velato mili­tarismo: le squadre di adolescenti e bambini inventano giochi bellissimi, intes­suti di quello spirito d’avven­tura che, così genuino e necessario a quell’età, costringerebbe l’adulto a rinunciare a molta della sua fantasia individuale, con esiti che potrebbero sfiorare il ridicolo.

Uscire dalle tracce è sicuramente eccitante ma non bisogna dimenticare la modestia: spesso si crede di fare qualcosa di nuovo che, con un po’ di do­cumentazione, si sarebbe rivelato subito già conosciuto, già praticato.

Infine, nella ricerca ossessiva della novità, si finisce per es­sere molto più inte­ressati a ciò che gli altri possono dire della nostra avventura, e quindi in defini­tiva alla loro considerazione maggiore o minore, che non all’apertura delle no­stre porte inte­riori a tutto ciò che di positivo può insinuarsi in noi per con­sentirci un’esperienza vera.

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L’avventura è senza dubbio al di sopra della storia e della cro­naca: ci può es­sere, e grande, anche se nessuno la registra, la tramanda o la esalta. Ci può essere anche piccola, chiusa nel no­stro intimo.

C’è chi identifica l’avventura con il pericolo che è insito nell’incognita; siamo sommersi da produzioni letterarie, da fu­metti, da film e da trasmissioni televi­sive che esibiscono il pe­ricolo come spettacolo. Si pretende, a volte con suc­cesso, di vendere allo spettatore in poltrona un’avventura che lo ecciti. Ma emozioni di questo tipo possono essere solo superficiali e i­nutili perché non lasciano alcuna traccia in profondità. In defi­nitiva nello spettatore cedono presto il posto a indifferenza e noia; il protagonista subirà invece frustrazione e squili­brio.

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La morbosa e generale attenzione al pericolo come ingrediente principale è un preoccupante sintomo di povertà dell’avventura stessa. Quando la comuni­cazione tra uomo e natura si riduce, i contenuti di un’impresa seguono la stes­sa sorte: pericolo e com­petizione assumono un’importanza esagerata.

La competizione vera e propria infatti è la baldanzosa maschera di un’avven­tura a volte inesistente: le gare si possono fare sol­tanto in un’ambiente ormai addomesticato, dove la natura non può dirci nulla perché neppure le prestiamo attenzione. Una gara au­tomobilistica tanto è ricca di competizione e pericolo, tanto è povera di avventura. È ora di far chiarezza sulla differenza tra avven­tura e rischio, troppi scribacchini e troppi uomini di comu­nicazione hanno rica­mato a loro piacimento.

Limitarsi a vedere l’azione sotto la luce della competizione ci porta ad un con­sumo ripetitivo: è senza senso volersi spingere sempre più lontano in relazione agli altri, perché ci sarà sempre qualcuno che andrà più lontano di noi e con lui anche una parte di noi stessi si allontanerà dal nostro essere.

Sforziamoci di imparare a vivere l’avventura per noi stessi, sen­za raffrontarci ad altri. Il nostro vissuto è un’esperienza unica e ci appartiene, ma è altrettanto vero che le nostre esperienze ci arricchiscono solo se le viviamo nella giusta disposizione d’animo: non possiamo gettare via delle occasioni così belle.

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A seconda delle nostre possibilità, ma soprattutto a seconda della nostra disponibilità, una semplice passeggiata nei boschi può diventare la grande Esperienza della nostra vita.

Uno squarcio, seguito da un altro, ci si apre davanti, ormai son­necchianti e scossi da brividi. Ma dovremo tornare ugualmente, questa è la decisione di un Gran Paradiso che in tutto il giorno non abbiamo visto, di una Becca di Gay imbronciata e di un livido Becco Meridionale della Tribolazione che si è conces­so per pochi frenetici secondi.

Se noi eravamo saliti nel candore di vaste distese di neve prima­verile, Marco e Franco sono tornati molto più avanti in stagione, quando le nevi ormai disciolte hanno rivelato giganteschi rovinii di blocchi e sassi: al di sopra, le pareti rossa­stre della grande muraglia del versante meridionale del Gran Paradiso sono lì al sole, proprio davanti. Forse anche loro, immobili da tempi geolo­gici, si chie­dono cosa siamo venuti a cercare: ma creste così brillanti e nitide, slanci di rocce così trionfali, colori di montagna così serale ed estiva, possono darsi la nostra stessa risposta?

“Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero (Walter Bonatti)

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Go aid a pitch 04

Go aid a pitch 04 (4-4)
di Gabriele Canu

Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
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Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
… ed eccoci qui, su una via magnifica, considerata come una delle vie più belle della svizzera… Caminando! … che poi, non capiamo come possa avere questa reputazione… di 17 tiri, di stupendi ce ne saranno solo 11 o 12, di belli solo 5 o 6… boh, non so, sti svizzeri so’ strani, eh! Comunque, le disquisizioni sulla bellezza della via al team Gap importano ben poco: non siamo certo qui per divertirci!!! Infatti lore mette le cose in chiaro già subito al primo tiro: dritto da sosta a sosta, e quando ga lo raggiunge di corsa, il tono è perentorio “… dove minchia hai lasciato lo zainetto?!? … giù a prenderlo!”. E così, ga alla fine del primo tiro si è già fatto 100 metri. Bello caldo, riparte per il secondo tiro: e senza avere neanche le scuse delle dita congelate, già trova eterno senza neanche aver avuto tempo di dire “bah”. Si comincia con la riga di pattoni, ma lore, in ottimo stato mentale, li scansa tutti e riesce ad arrivare in sosta al 6c+ senza dover fare amicizia con le fettucce dei rinvii. Il due tiri successivi toccano a ga, per un ovvio criterio di suddivisione delle rogne in questa lunga giornata! Il primo liquidato in nonchalance (… ah, sì… ), il secondo risolto a furia di lanci, controlanci, acrobazie varie, il tutto due metri sopra al chiodo sotto, e 7 cm sotto quello successivo. Fortuna che la relazione in nostro possesso diceva “runout fino in sosta di 7 metri sul VI+”. Ga, d’altra parte, mica ha il senso della misura: dopo aver trovato chilometrico ed aver detto di tutto al “relatore”, osserva il tipo in sosta, un simpatico spagnolo (pardon… catalano, non spagnolo!!), e quello gli indica – con il sorriso sotto i baffi e impaziente di vedere i numeri da circo sui successivi 5 metri per arrivare da lui in sosta – uno spit, due metri sotto e un po’ a sinistra… ahhhh, ecco, sul VI+ ero d’accordo, ma mi sembrava fossero un pelino più di 7 metri…!!! Sul 6b+ successivo, chiodato allegro tanto da non far perdere la concentrazione, lore regala sprazzi di bel gioco; giusta premessa agli scapaccioni che toccano a ga sul tiro chiave, che – vista l’ariosa chiodatura che lascia spazio alle riflessioni sui grandi perché della vita – per l’occasione si trasforma in un ring. Dopo aver rischiato più volte il ko tecnico e aver ricorso più volte alle cure dei sanitari, l’ultima smanacciata è quella buona… e le ossa per oggi le riportiamo tutte a casa, yeah! (…) Il successivo 6a rende l’idea di cosa si intenda per “arrampicata libera” e cerca di intralciarla il meno possibile, mentre sull’altro tiro duro la scusa degli attriti non è niente male per giustificare dei potenti resting. Due o tre tiri dove si respira, e poi si ricomincia a pompare, il diedrone che si vede da basso non è poi così appoggiato… ma in fondo ormai siamo a cinque tiri dalla fine, e quando ga è a tu per tu con l’ultimo strapiombino – belin, ma anche a un metro dalla cima dovevano metterci un passo duro?! – per pura e semplice questione morale (ma soprattutto per non concedere quelle piccole soddisfazioni al socio… si accaparra la sosta senza fermarsi a riflettere! Ed eccoci qui, con gli strani ma simpatici spagnoli, ad abbracciarci e a stringerci la mano, e a correre giù insieme in mezzo alla nebbia per simpatiche e un ciccinin aeree (…) doppie che in men che non si dica (…) ci riportano alla base… sta calando la luce, ma ormai siamo sul sentiero! … ma come… ?! ancora caminando, stiamo?!? PS: via meravigliosa, posto incantevole, roccia galattica, … vado avanti?!
Data: 11 agosto 2012

Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
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Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
“dai ga, tranquillo, decidi tu… andiamo a fare un giro dove ti pare, dimmi solo l’ora e dove!” – mannaggia, povero Davide, ancora non sa in che grana si sta cacciando con questa affermazione… Metà settembre, il meteo del weekend pare garantire meteo super e di nuovo un po’ più caldo, beh… l’ultima occasione per un giro al meraviglioso valsoera! E così, l’inedita coppia ga-davide, decide di “conoscersi” su questa famosa via del buon manlio motto, che tutti dicono così bella… e per essere che ci si conosce da due ore, l’inizio non è male: ga, il “local” (!?!) della valle, non perde occasione – fosse che fosse UNA volta che la azzecca! – per sbagliare strada. Ma porc… !! Vabbè. Una notte con il saccoapelo buttato sul prato sotto una stellata magnifica, è il benvenuto della valle per davide alla sua “prima volta” in zona… che in questa stagione diventa davvero magica, pochissima gente in giro, fresco al mattino… e una giornata stellare davanti a noi! Neanche il tempo di scaldarsi le dita, e via senza pensieri per un bel 7a+ su tacchette, che a settembre, a ovest, a 2800 metri diventa qualcosa che ha ben poco a che vedere con l’arrampicata… vabbè, primi metri primi scapaccioni… ma ci mancava solo il contrario! Al secondo tiro è il turno del Lungo – così noto non so perché, di sicuro non per l’altezza come si potrebbe immaginare, è solo 1,90! – che si sbarazza senza neanche accorgersene di un onesto 6b+. E’ il turno di ga, ”dritti per il muro rosso a tacche distanti“, diceva la guida dimenticandosi che anche gli spit non sono esattamente quel che si definisce ”a portata di mano“. Così, tra continui e inutili tentativi di scaldare le dita ibernate, e equilibrismi vari per non soccombere alla forza di gravità che incessantemente richiamava verso il basso anche in momenti poco opportuni, il losco individuo giunge in sosta strappando la libera in extremis, e ovviamente, appena in sosta, il sole arriva sulla parete. Malimortacci!!! Almeno il lungo si gode il successivo tiro… interessante pur nella sua brevità, e ga ancora si ritrova in mezzo a un tiraccio, di cui si libera con alcuni movimenti a metà tra l’arrampicata e il calcio saponato. Nel tiro successivo, il lungo sperimenta l’inscalabilità (totale!) di un paio di spit del tiro successivo (?!? Fantascienza… anni e anni di scalata, e non capirci una beneamata… ), ma si passeggia (…) il resto del tiro. Anche ga prova a passeggiare sui primi metri del tiro successivo, da molti evitato sulla destra… ma ga, si sa, non sa mai dire di no a due scapaccioni garantiti e a tasso zero! Di qui la scalata si fa più facile, in compenso l’ora comincia a farsi tarda… ci involiamo (…) sulla sommità del torrione, e neanche il tempo di dirlo – sono le sette! – e giù di corsa dopo esserci goduti qualche minuto la maestosità del posto e la giornata meravigliosa che ci ha accompagnato! Le doppie vanno via in fretta senza complicazioni, un po’ meno il rientro al rifugio al buio, ma insomma… è andata, grande giornata… e niente male, come prima via insieme…!

(palloso ma doveroso appunto tecnico) premetto: a) adoro le vie di motto b) normalmente le sue vie per me sono capolavori c) è stata comunque una bellissima giornata e mi sono divertito. Premesso ciò devo però dire che, rispetto allo ”standard motto“, qui ho trovato una chiodatura stranamente ”generosa“ (spit anche a fianco a fessure proteggibili), ma più di questo… due anni fa ho ripetuto Sturm und Drang, oggi questa via e… confermo la mia opinione in merito a quanto già avevo visto. Mi pare una via parecchio forzata, in molti punti si passa a pochi metri, in alcuni proprio a fianco… non so, nessuno dice niente in merito in giro, tutti a tessere grandi lodi… però a me personalmente, pur trovandola una bella via – leggi bella arrampicata, bella roccia, bella linea – mi ha lasciato un po’ perplesso per questi aspetti… e mi pare strano che nessuno ne dica niente… lo avesse fatto Grill lo avrebbero mangiato vivo… (fine appunto tecnico!).
Data: 15 settembre 2012

Diretta Ribaldone alla Torre Castello
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Diretta Ribaldone alla Torre Castello
“Allora… ok che ci conosciamo da poco, ok che già non mi sopporti più, ok tutto quanto. Però la settimana prossima compio 30 anni. Ora… a me farebbe pure piacere passare il compleanno con te, però… beh… sta un po’ a sentire, facciamo così: già che è il mio compleanno, lasci decidere me dove andare!” – “… ” – “Ok, allora so dove voglio andare!”.
Certo che ga, terrorizzato da una possibile frase “… voglio andare all’outlet di serravalle!” non sapeva proprio che dire. E francamente, l’alternativa “… voglio salire sulla Torre Castello, e passando dalla Ovest…” lo lasciava impietrito e incapace di intendere e di volere. Così, buttato di peso dentro alla macchina e trascinato ancora incredulo l’improbabile essere vivente nei pressi del parcheggio – alla buon’ora delle 11 e mezza, come veri finaleros doc! – ele comincia a scrutare il cielo. “Interessante… ma oggi non davano meteo ultrastabilemancounanuvoletta?!” – “… massì, lo davano un po’ tutti!” – “… ma tutte ste nuvolaglie, allora?!” – “… e vabbè, due nuvolette di passaggio!!!”. Infatti. Tiro numero 3, piovischia. Tiro numero 6, il casco comincia a emettere strani suoni… “Ele, ma la smetti di far sto casino?! Proprio ora ti devi mettere a scrivere a macchina?! … non puoi fare sicura a modo?!” – “Ehm… scusami hai ragione. Pensa che a prima vista avrei detto che stava grandinando, ma visto che i meteo che guardi tu sono infallibili è impossibile… dai, smetto di scrivere e ti faccio sicura a modo!”. Sarà come sarà, l’ultimo tiro sembrava quasi bagnato… mah, impossibile, chissà!
Arrivati in cima ga tira fuori dallo zaino una mini-sacher e la candelina… – oh, ma è un compleanno o no?!? – ed ele, giunta pure lei, dopo una ventina di minuti si accorge della mini torta… e spenta la candelina… ora si può festeggiare!
… buon compleanno, Ele!

Io l’ho vista così… (Ele)

Data: 18 giugno 2013

Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
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Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
Alpi Giulie, atto primo (e unico dell’anno). Dopo aver clamorosamente, al mattino presto, sbagliato non solo attacco della via ma più precisamente la parete – complimenti!!! – nei pressi delle sorgenti del Piave, altro viaggio della speranza per i nostri due intrepidi (…) eroi (…) che, raggiunto un quantitativo di chilometri ragguardevole, decidono di fermare la macchina e far due passi a piedi, direzione: rifugio pellarini. Destinazione: ignota, ma con in (una) mano la guida dei monti d’italia delle giulie occidentali (affarone: 35 euro per un libricino aggiornato al 1974… e nell’altra i polmoni di ele, in evidente quanto avanzato stato di decomposizione dopo l’avvicinamento al rifugio. Nel quale, onestamente, non veniamo trattati esattamente come dei signori – ma forse nemmeno lo siamo, e nemmeno lo pretendevamo -; e con ciò senza neanche averla iniziata, polemica terminata… ma di sicuro, per quanto mi riguarda, va in quell’elenco di rifugi che ognuno di noi ha, dove magari, se si può evitare di tornare… E peccato, tra l’altro, perché il posto è veramente fantastico, l’ambiente è magico, queste tre paretone lì davanti, imponenti e maestose, sono davvero da copertina!
Un po’ meno da copertina, è l’avvicinamento a questo bellissimo spigolo; nessuna traccia, e dritti per ghiaini ed erbetta. Piacevole, direte voi. Spiacevole, dirà ga mezzora dopo quando tornerà giù e poi di nuovo su all’attacco, con speranze misere di ritrovare la dispersa macchina fotografica: le possibilità di ripassare sullo stesso percorso seguito all’andata su un terreno simile, sono talmente misere da sembrare le possibilità che un pregiudicato finisca in carcere o ai servizi sociali entro una dozzina d’anni dalla sua condanna definitiva in terzo grado. Sempre che quei dieci milioni di sassi che ci sono lungo l’avvicinamento, non siano anche loro paragonabili ai dieci milioni di elettori del pregiudicato in questione; in tal caso, a detta di alcuni pare che sia ampiamente giustificabile un eventuale ritrovamento della mia macchina digitale!
Insomma che, in ritardo di un’oretta e con ele ibernata ad attendere il mio infruttuoso ritorno, siamo pronti a partire. Dopo aver rischiato di venire inghiottiti dal nevaio, e il momento di prendersi le bollite per allenarsi all’inverno: una a testa, palla al centro. Raggiungiamo in breve i due tipi partiti davanti a noi, e ga comincia a spazientirsi, non tanto per il fatto che i tipi facciano OGNI sosta che trovano (10,20,30,40metri di corda fuori che siano!), quando perché la signora è altamente scortese e non apprezza la compagnia di ga in sosta. Capisce poi solo più tardi, quando il tipo dice “you are a speed climber! If you want, probably it’s better if you go ahead, so you can find the way quickly and we follow you!”. Pensiero carino… ma… all’impazienza della tipa, e al suo continuo muoversi in sosta, e farfugliare cose, ga finora non aveva collegato nulla. Salvo quando, poco dopo, la signora gentilmente si sfila l’imbrago, e al grido di “I’ve got to go to the toilet!!!!!” si infila correndo nel camino, ed espleta, diciamo così, le sue ‘funzioni vitali’. Ga avrebbe ben altro modo di definirle, ma il risultato finale è uno stordimento tale da rendere ga totalmente inerme. La faccia di ele ormai a pochi metri dalla sosta, nel frattempo, è da manuale… Ripreso dallo choc, ga comincia a macinare metri al motto di “siamo in ritardo!”, e in breve (…), i nostri due sopraggiungono – vivi! – alla Cengia degli Dei. Cosa non esattamente scontata, senza contare che poi, giungeranno vivi – ele compresa, e ciò è notizia curiosa! – anche dalla discesa per la banalissima gola nord-est…
Data: 22 agosto 2013

 

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
Prima del racconto inseriamo le presentazioni dei due compagni di Gabriele:

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Micky (Michele Fanni)
Validissimo rappresentante della stirpe Fanni – e chi conosce Paolo Fanni, sa bene a cosa ci riferiamo. Calmo e silenzioso, se lontano dalla sua chitarra elettrica (che strimpella in maniera dignitosa con un manipolo di soggetti borderline, da lui stesso più comodamente definiti “gruppo”), ovunque si trovi: sulle placche più levigate come sugli strapiombi più accentuati. Tanto silenzioso che a volte facendogli sicurezza ci si dimentica di averlo attaccato al reverso. E, come il fratello, nello stesso tempo lui tende a dimenticarsi che, destino vuole, in questo continente il sole ha la brutta abitudine di tramontare, verso sera. Il suo atteggiamento ieratico può a volte esser scambiato per menefreghismo, ma non fatevi ingannare! Una volta su una via, pochi metri sopra ad un amico (di quelli con le camme!) abbarbicato ad un´unica presa ormai da minuti con avambracci gonfi e faccia implorante, Michele si volta e fa “Dai eh!” e riprende per la sua via… Alla sua scarsa dimestichezza con nut e friend sopperisce con una dose impareggiabile di sangue freddo. Memorabile il suo commento dopo essere uscito da il camino di 20 metri di VI improteggibile sulla Sinfonia dei Mulini a vento all’Aguglia di Goloritzé: “Ma Lo! A cosa servono tutte queste cianfrusaglie che mi hai appeso sull´imbrago? Mi danno solo fastidio!” . Probabilmente soltanto la pigrizia gli impedirà di diventare un grande alpinista. Una delle sue massime preferite, “Ma perché devo riassettare il letto se già stasera ci torno a dormire?”, viene captata da ga nell’ultima uscita GAP su roccia del 2010, e per questo viene scaraventato giù dal letto a orari improbi, e trascinato su una via di roccia dalla fama non certo di una via “facile”, patendo le pene dell’inferno. Non più tardi di un anno dopo, terrorizzato all’idea di trovare nuovamente così lungo, arriva all’appuntamento, ormai tradizionale, con l’ultima scalata su roccia dell’anno dopo un’intensa preparazione atletica, e sfodera prestazioni lasciando ga allibito. Definito dalla critica più severa “Soffice, pungente, sobrio. Criptico.”

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Fulvio Scotto
Una delle leggende (viventi!) dell’alpinismo piemontese. Parlare del suo immenso curriculum con ricky, sarebbe come tentare di parlare di politica con flavia vento. Uno spreco. Un’enciclopedia universale dell’alpinismo. Quando gli chiedi informazioni su una via, lui l’ha già fatta, e sempre (ma come sarà mai possibile?) “25 anni fa”. Nel mezzo non se ne sa nulla. Di sicuro tantissimo alpinismo esplorativo nelle valli del cuneese, duemilaseicentotredici nuove vie sul Monte Matto, oramai la sua seconda casa. Tra le grandi classiche che hanno fatto la storia, gli manca la walker alle jorasses (toh, manca anche a me… ), sempre rimandata perché “… c’è così tante belle cose da fare, che tutto non si riesce!”. Se lo incontrate, alla vostra domanda “quanto ci vorrà ad arrivare all’attacco?”, usate la seguente tabella di conversione: “un’oretta” -> “1h30′ (senza zaino) su faticosissimo pendio di sfasciumi” – “due ore” -> “2h fino al bivio da cui parte il sentiero vero e proprio” – “due ore buone” -> “3 ore e trenta – 4 ore”, e via dicendo. Unico oggetto assolutamente indispensabile in sua presenza: la frontale. Le speranze di ritornare con il chiaro è inutile portarsele nello zaino. E’ l’unica persona che io abbia mai avuto modo di conoscere in grado di salire appendendosi al fiffi ogni spit sul 6a a boragni, e ripetere pilone centrale, pilier d’angle, pilastro rosso (giusto per far tre nomi…), aprire una via nuova in solitaria sulla nord del corno e la diretta allo scarason, fare la prima solitaria al bric camoscere, la prima invernale di Ge.La.Mo. al Corno Stella…

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
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… come cambia, a volte, la percezione del tempo e dello spazio. Secondo tiro di questa improbabile linea nuova, ga comincia ad essere sopra l’ultima protezione (vabbè, un microfriend malmesso, d’altronde, rientra in quella categoria comunque!) un paio di metri, tre, quattro, cinque… ci prova in tutti i modi a piazzare qualcosa, ci son piccolissime fessure ovunque, si riuscirà a mettere la prima protezione decente di sto tiro… macché, cieche. Tutte, cieche! Il chiodino, la lametta, entra bene 1 cm, e poi “sdlen, sdlen, sdlen”… niente! E poi ci si lamenta della roccia marcia… avercene! … che poi sulla roccia compattissima, come qui, non ci son nemmeno spaccature, fessure, blocchi da tenere… c’è solo un placcone liscio, bellissimo, certo… con gli spit. Senza, ancora più bello. Però, per raccontarlo, manca ancora un misero metro! … incredibile quanto ci possa volere a prendere il coraggio e fare un misero metro quando la protezione è ‘laggiù’ e per giunta pessima, e quanto invece ci vorrebbe se qui ci fosse uno spit. Ma non c’è, e non ci deve essere… o almeno, questo è il nostro ‘gioco’, queste sono le mie, le nostre, regole. L’avventura è anche questo, in fondo. Non siamo mica qui perché ce l’ha ordinato il medico, d’altra parte. E neanche per consegnare ai (quanto mai ipotetici) ripetitori una via che oggi si ama definire “plaisir”! Questa è la nostra linea, e questo è il nostro compromesso… si passa con ciò che la natura offre, se non si passa… si torna a casa e magari un giorno qualcuno più forte, più motivato, più coraggioso sarà in grado di passarci… oggi ci siamo noi, e ci proveremo fino alla fine! Comunque alla fine l’istinto di sopravvivenza ha la meglio, e la pellaccia, anche oggi, forse la portiamo a casa… Infatti, un metro più in su e a sinistra, ga vede una fessura… si sposta, riesce ad abbrancarla, e pur con un liscione al posto dei comuni appoggi per i piedi, c’è una certezza: dovranno passare sul suo cadavere, per togliergli dalle dita quell’unica presa buona!!! … nonché l’unico posto, dopo venti metri, per mettere una protezione degna di questo nome. E infatti, ga non si lascia certo sfuggire l’occasione e si trasforma nel kebabbaro della situazione, e comincia a farcire la fessura con tutto quel che ha sull’imbrago: sei friends, nove nuts, cinque chiodi, tre tricam, due cunei. Ecco, ora si può continuare… Svuotato di un po’ di peso inutile, e aiutato dalle difficoltà un pochino più consone, riesce a fare anche i successivi quindici metri e a mettere una seria ipoteca sul risultato finale. “Da qui dovrebbe essere tutto più semplice!”, diceva infatti. E i due tiri successivi, con due tratti di VII-, non fungevano altro che da certificazione che l’ottimismo di ga era – come sempre – malriposto. Ma poi per la legge dei grandi numeri la parete comincia ad essere un po’ meno ostile, e con altri due tiri un po’ più gestibili, la cresta è raggiunta! Per tutto il tempo, tiro dopo tiro, ci siamo chiesti: “ma riusciremo a passare?!”… e solo qui, sulla cresta, ci rendiamo conto che alla fine, abbiamo sconfitto il nostro piccolo drago! Avventura bellissima, e stile come piace a noi… indimenticabile!
Data: 4 settembre 2013

Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
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Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
“dottore, non sto bene, mi sento di aver voglia di scappare un po’, di fuggire lontano, di prendere aria… cos’ho secondo lei?”. Lo controllò ovunque, pressione, battiti, saturazione, test dei riflessi, tutto… finché la sentenza fu “direi che non ci sono dubbi, il quadro clinico è completo e non lascia adito a ripensamenti, signor ga: astinenza da Pale!”. Ma in fondo ga lo sapeva bene, e così, alla proposta di ector di andare a ricordarsi cosa voleva dire cacciarsi nelle grane, fu ga a proporre: “… ma questa forse ancora irripetuta via del de biasio, se ne sa qualcosa?!”. Non se ne sapeva niente, ovviamente, perché andarsi a cacciare su di là non è certo per gente con la testa sulle spalle. E infatti, verso settembre quando la malinconia incomincia un po’ a prendere il sopravvento e si sente l’autunno che ti entra piano piano nelle ossa, i due decidono di andare a vedere questa stranissima linea che a furia di infiniti ed esposti traversi vince la grandiosa e all’apparenza inespugnabile fortezza della terza pala… vista “diqquà”, dove non batte il sole, dove il per nulla ospitale boral spedisce alitate di vento gelido e umido. Dove il traverso erboso per andare a prendere il boral ti lascia il segno. Dove nel giro di 10 minuti incominci a capire cos’è il IV de biasio, scuola massarotto. E ne hai la certezza quando ricominci, poco sopra, a traversare, a traversare, a traversare infinitamente trovando l’unica linea di debolezza… con grande coraggio e astuzia, e poi il difficile camino, e poi ancora, ancora, ancora… e una bella cengia da bivacco, di quelle con ogni comfort, di quelle da signori, di quelle che pensi che se non fossero così lontane, qui ci verresti a dormire più spesso. Un meraviglioso palcoscenico sulla valle, e la tranquillità che da qui, almeno, le grandi difficoltà sono finite. In salita. Rimane poi un giorno intero per l’ultima parte di via, la risalita in cima alla Terza, e poi l’espostissima Cresta di Milarepa, meravigliosa e aerea traversata che porta in un paio d’ore allo spiz… e da lì, ancora l’infinita e lunghissima discesa, con due bivacchi alle spalle e sulle spalle due zainoni, due giorni intensi e senza un attimo di respiro, solito viaggio eterno, avvicinamento faticosissimo e mai stupido, scalata delicata, tecnica e psicologica in un ambiente che, diciamocela tutta, non fa di tutto per metterti a tuo agio. Qui dentro, sulla nord della terza, sembra veramente di essere in un altro mondo, tutto verticale, tutto strapiombante, il boral, i prati verticali, la roccia così così, i traversi, l’esposizione, la discesa infinita e ben lungi dall’essere un comodo sentiero, l’essere e il sentirsi – e un po’ anche vivere – veramente in un mondo a parte. E’ probabilmente il posto delle Pale dove abbiamo vissuto forse con più ‘paura’, schiacciati dall’ambiente e dall’ingaggio. Ma non era paura, era quel misto tra paura e felicità… felicità di essere proprio qui, ‘selvaggi’ e senza mai fermarci nel farci la solita e impossibile domanda… “ma perché?!”. La cosa bella di questa domanda è la risposta, che non vi diamo… è tutta in un abbraccio, alle dieci di sera del terzo giorno, quando il telecomando della macchina fa il suo dovere dopo tre giorni a riposare in fondo al sacco. C’è poco da aggiungere… le pale lasciano sempre un sapore tutto particolare, che solo chi ha provato può capire… insieme forse a chi non ha provato, ma ama davvero l’avventura e il vivere a fondo le giornate. Come ci ha detto il buon De Biasio quando gli abbiamo voluto raccontare che abbiamo provato a seguire le sue tracce, “Bravissimi, ragazzi! … ma proprio lì dovevate andarvi a cacciare…?”… Eh già, dopo aver vissuto quest’avventura come dargli torto… ma la terza ci mancava… ora manca solo la seconda, prima di dedicarsi “all’altro lato”! … arrivederci cencenighe… al prossimo attacco di astinenza da pale!
Data: 23 settembre 2013

Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
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Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
Ehi liviell… domani hai voglia di fare un giro in montagna insieme?!” – “… dai ga, grazie… e perché no?! … hai qualche idea?!” (ndr: domanda stupida) “mah, sì, in effetti un’idea ce l’avrei… una roba tranquilla, avvicinamento brevissimo, 6b massimo… ” – “figo! Cos’è?!” – “… il diedro del terrore!” – “… ”
E fu sera, e fu mattina. Dopo il massacrante avvicinamento di sette minuti scarsi, l’orrida parete è presto raggiunta. Ele prova subito a trasformare il “diedro del terrore” in “diedro del panico”; i risultati ve li lascio immaginare. Certo è che partire con un tiro di V+ in traverso non è il massimo, ma sui quattro rumeghi successivi di III+ ele non manca di far notare a ga che la sua via ideale è una via di una dozzina di tiri simili… che a voler vedere, è un po’ come dire che la parte bella del pesce è quella dalla cengia in su…
Da qui in poi la parete si verticalizza, e dopo un primo curioso boulder in cui la tacca buona per il piede risulta unta (…?!?) e uscita su terra buona per piantarci il basilico, ga comincia la rissa con un’osticissima fessura ad incastro: inutile dire chi avrà la meglio. Viene poi il tiro chiave, su cui si è letto e scritto di tutto: a ognuno la propria visione della vita e della scalata, però rifletterei sulla frase di elena “… ma questa non è roccia marcia!!!”… che è tutto dire… Le protezioni sul tiro comunque sono più “di quantità” che “di qualità”, ga decide di non testarle così come decide saggiamente di non perdersi come avevano fatto gli amici filippo e saverio, e allora via facile sul bel traversone che porta fuori dal diedro, e che con un ultimo simpatico tratto siamo al bosco e alla terraferma… e contenti di aver salito questo bel vione storico, che prima o poi… andava fatto!
Data: 7 giugno 2014

Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
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Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
“… eccola, ele! Dev’essere la distesa di campo imperatore! Che figo sto posto!” – “Stupendo! Ma è enorme!”. E tutto ciò per scoprire che quello che vedevamo era solamente l’inizio, di quella distesa… e il cartello “campo imperatore 20 km” non faceva che confermare l’immensità di questo posto unico. Girovagando con gli occhi un po’ stralunati, finiamo per non renderci conto che alla fin fine, dopo due ore di macchina… non siamo che, in linea d’aria, a un paio di km da dove siamo partiti… Eppure il mondo qui sembra diverso, non c’è una funivia che sale in mezzo ai monti, e dall’Osservatorio in su si respira un’atmosfera diversa. E’ mattina presto, saliamo in mezzo alla nebbia e alle nuvole basse senza ancora vedere dove andremo, e non par vero – vista la distanza così minima in linea d’aria! – di essere sulla stessa montagna dei giorni scorsi. Ce ne rendiamo facilmente conto solo perché anche qui non piove, mentre dal nord giungono catastrofici messaggi da mittenti sconosciuti, “dolomiti allagate!”. E noi siamo qui, in mezzo alla nebbia ora, ma da una settimana qui e senza aver ancora preso una goccia d’acqua…
Appena giunti alla spalla sotto la parete, le nuvole si diradano, la nebbia è quasi interamente sotto di noi, e questo è un posto meraviglioso perché non c’è nessuno, siamo soli e qui, forse, c’è il vero fascino del gran sasso. Tra l’altro, chissà perché ga (come peraltro diversi altri sciamannati) definisce “affascinanti” tutti i posti dove la roccia lascia a desiderare. Come se fosse affascinante vedere la parete che crolla a pezzi. Boh! In mezzo a tutte queste romantiche riflessioni e visioni della vita, ga ed ele si dimenticano che siamo qui per scalare. Glielo ricorda bruscamente il nostro fratello (yo’, yo’, brò!) Matteo, giovane falesista del nord cacciato sulle rogne dal suo fido socio Jack, che in sosta osserva divertito finché non tocca a lui infilarsi nella famosa fessura che caratterizza la via. Quando è il turno di ga, ovviamente il sole va via, lasciando la nebbia a inumidire le ossa e a rinfrescare gli animi; meno male, così ga evita di venire alle mani con l’ostica fessura, e in carenza di materiale opportuno, si regala un simpatico runout, come se non ne avesse già abbastanza di corse affannose per giungere intero in sosta senza dover ricorrere alla dentiera per il resto della sua vita. Ele segue cantando. Si, cantando: ed è tutto dire!! Al terzo tiro sembrano esserci frigoriferi classe A in offerta e Bro’ decide di portarne uno a casa, il meno ingombrante per ovvie ragioni, ma nel goffo tentativo di metterlo nello zainetto lo fa cadere rovinosamente a terra, e di lì al ghiaione basale il tragitto è breve; e poco dopo ga, sul quintomeno, rischia di piantarci una randa tale da riuscire probabilmente ad arrivare e recuperare almeno il cestello, e cominciare il primo lavaggio con i suoi boxer. Ancora un tiro al supermercato in mezzo alle grandi offerte sugli elettrodomestici e protezioni rarefatte come l’ossigeno in quota, e poi via via più facile sino alla cima del corno grande… che vista da quassù! … nebbia. Ovunque ci si giri… nebbia! Per puro sbaglio riusciamo a vedere dei ragazzi in cima senza scontrarci, e poi è il momento di quattro chiacchiere e della lunga discesa. Oggi beh, non possiamo certo dire di aver visto la roccia delle Spalle e non abbiamo sicuramente goduto delle comodità dei Prati di Tivo; ma forse, abbiamo visto una piccola ma sicuramente affascinante parte della vera anima del Gran Sasso!
Data: 17 agosto 2014

 

Nel luglio 2016 Gabriele si è fatto male alle isole Faroe. Questo è quello che ha scritto in via di guarigione:
“Qualcuno in questi giorni mi ha detto che son stato sfortunato… ma forse era solo per cercare di consolarmi del fatto di ritrovarmi così accartocciato e con una dozzina di arti sparsi per il corpo alla ricerca di un’identità.

Per qualche momento, forse, ammetto di averlo pensato anche io. Mentre mi caricavano sull’elicottero, devo averlo pensato. Devo averlo pensato anche quando poco dopo in ospedale hanno cominciato a imbottirmi di morfina come il tacchino di cibo le settimane prima del Giorno del Ringraziamento.

Si, forse l’ho pensato per davvero di aver avuto sfiga. Ci ho creduto. Mi è sembrata un’ottima scusa a poco prezzo.

Secondo questa teoria oggi, ancora con i miei bei problemi a dieci giorni dall’incidente, non dovrei poter essere qui a scrivere…invece, con una mano sola al momento, ma sto scrivendo. Riesco a formulare frasi di senso compiuto… o meglio, riesco a formulare frasi come prima di dieci giorni fa…sul senso compiuto meglio non esprimere giudizi. Riesco a sorridere e a fare smorfie di dolore, riesco a lamentarmi, riesco a ricordarmi che ho ancora dei sogni, riesco a rispondere più o meno a tono alle menate di belino dei miei amici, riesco anche se ancora con un pò di fatica a stare in piedi e a camminare, riesco a rivedere un pò del bel materiale video realizzato in quel poco tempo, in quel posto che mi è rimasto nel cuore… in fondo ero lì anche per quello. Quasi riesco già a vestirmi da solo, con l’aiuto di una corda legata all’armadio pur con qualche sforzo riesco anche ad alzarmi da solo dal letto, insomma: questa è sfortuna?

Visto quello che è successo e a come poteva andare, io la chiamo invece FORTUNA. E infatti, sono fortunato ad essere qua!

Le cose succedono, la vita va avanti. Passerà ancora un pò di tempo prima di poter tornare “come nuovo”, ma… succederà. Non è straordinario? Poteva succedere qui, è successo là… cosa cambia? I soldi spesi per l’assistenza sanitaria? Il fatto di dover interagire in inglese piuttosto che in italiano? Che la terapia intensiva là si chiami intensive care come qualche deodorante che vendono al supermercato? Non cambia niente: sono VIVO!

Grazie – ma veramente! – a tutti quelli che in questi giorni si sono fatti vivi, che mi hanno chiamato, che mi hanno scritto, che son passati a tenermi compagnia, e a quelli che han promesso che passeranno a darmi un abbraccio perchè hanno veramente piacere di farlo: grazie di cuore, non me lo aspettavo!

In primo piano, Gabriele alle Faroe
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di Gabriele Canu

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Selvaggio Blu, Day 0 – Blu Moon (Prologo)
“ogni zaino dev’essere massimo 15kg, altrimenti vi tocca pagare di più!”. Aereoporto di genova, ore 15. Comincia così, da buoni liguri – con bagagli all’aria per spostare i pesi e per bagagli a mano dei bei sacchetti della coop – l’avventura di 4 loschi liguri in terra sarda. Ad attenderci nella Terra Promessa, un signore con un cartello con scritto “Gapclimb”. E vi ho già detto tutto, anche considerato che riconoscere 4 scapestrati in partenza per questa avventura, vi assicuro, non era impresa sì ardua. Dopo un viaggio di 2 ore con le schiene ben incollate ai sedili – scopriremo come alcuni sorpassi possano essere ben più pericolosi della permanenza plurigiornaliera in ambiente ostile – eccoci sbarcare a Santa Maria Navarrese, 8 di sera in pieno centro (…) città (…). Fontanella! Bene, riempiamo le taniche da 15 e 10 litri, e via verso la partenza. Inutile dire che, giunti alla partenza – un deserto piazzale dal tetro aspetto – scopriamo a malincuore il colore dell’acqua: gialla, forse un po’ arancione… non male, per essere l’acqua dei giardini dove giocano i bimbi! Ancora non siamo partiti, e già siamo alla prima decisione strategica… prendiamo coraggio, svuotiamo tutto, e ci fidiamo di un ipotetico punto di raccolta acqua “quasi certo”… a tre orette da qui. Un’ora a rifare gli zaini, un panino, una birra, e poi… e poi parte qui, dopo tempo che lo aspettavamo, il nostro “Selvaggio Blu”. Sappiamo che sarà una grande avventura, questa volevamo… e ora siamo qui, pronti, sicuramente felici di esserci anche se forse un minimo “intimoriti” da quel che potrà essere. Ma siamo stati noi ad aver voluto venire qui, l’abbiamo studiato bene e preparato, e ora che sono le dieci di sera, che abbiamo gli zaini in spalla, che siamo pronti a partire… beh, non sapremo cosa ci aspetterà… ma siamo pronti ad andare a vedere! Il cielo è terso, una bella stellata, e non fa neanche freddo… si parte! … è notte fonda ormai, ma bellissimo, questo lunghissimo sentiero che traversa mezzacosta un centinaio di metri sopra il mare! Andiamo via bene, veloci, fa fresco e camminare così quasi non pesa, e poi, finito il “prologo”, siamo alla -vera- partenza del percorso… e dopo aver camminato un’altra oretta, siamo al rifornimento d’acqua… che per fortuna c’è! Due a riempire le taniche e potabilizzarle, gli altri due a cercare la traccia per il giorno dopo e un buon posto dove passare la nostra prima notte… e tra mille risate, e un po’ di stanchezza, verso l’una e mezza le stelle ci danno la buonanotte… il prologo è finito: che l’avventura abbia inizio!

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Selvaggio Blu, Day 1 – Persi nel Blu
“tappa di non difficile individuazione”. Il team Gap mette subito le cose in chiaro: … chi sei tu, o omo, a mettere limiti alle nostre capacità di perderci?! … giammai! Così, illuso il nostro mistificatore non sbagliando una virgola sulla prima delle due tappe del selvaggio contro cui ci prenderemo a schiaffi oggi, non facciamo che un’oretta della successiva tappa prima di cominciare a non distinguere nemmeno un sentiero da uno stradone delle dimensioni pari al Grande Raccordo Anulare, e cominciare pertanto, seduti sconsolati su una pietra, a girare la cartina in tutti i versi possibili, autoconvincendoci di essere sulla Laurentina, e di avere a fianco il monte ginnircu. Resta un mistero capire come il ginnircu possa distinguersi da tutte le altre collinette a fianco, di eguali forme e quote, metro più, metro meno. Distinguere il ginnircu dal Su runcu nieddu, vi assicuro, non è come distinguere il Medale dal Fitz Roy… Fatto sta che, persi per persi, troviamo un’anima viva, un pastore della zona, e chiediamo con candida gioia, “… scusi, per porto quau?!”… un po’ come essere in piazza dei miracoli a pisa e chiedere informazioni per il colosseo. Tra l’altro, come chiederlo non all’APT, quanto piuttosto ad un individuo camuffato da pastore sardo, ma con l’accento più intorno al rumeno andante. La risposta “… per di là”, è tutto dire. Ore a ravanare nella fitta vegetazione, finché, tornando all’ovile (… che di solito è un modo di dire, ma qui no!) troviamo il vero pastore, che con accento sardo doc, ci illumina: “ah, porto quau?! Ci si arriva da ovunque!!!”. Essì, certo. Io e andre rimaniamo allibiti nel sentire tutte le spiegazioni dei vari itinerari per giungere a destinazione, e ubriachi di indicazioni, torniamo dai soci… ovviamente non ricordandoci nemmeno più se il “recinto di legno con cancelletto” è sull’itinerario 1,2,3,4… né tantomeno dove si collochino “i resti di un ovile abbandonato e distrutto”, e per giunta se siano prima o dopo della “straducola verso sinistra che poi scende e si prende l’altra discesa verso i resti di un ovile che si passano a destra, poi a sinistra, prima di prendere un’altra straducola da sinistra a destra”. Insomma, praticamente il pastore ci aveva fatto una bella supercazzola come fosse Antani, per giunta con scappellamento a destra… e noi ancora stavamo a ringraziarlo!!! E vabbè, via, si naviga “a vista” (… sì,

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vabbè, ‘a voglia, vedersi lì in mezzo a quella vegetazione!), finché, traversa traversa, giungiamo sul bordo di un grosso canale. Fortuna che da piccoli i nostri quattro bipedi avevano letto tutti i manuali delle giovani marmotte, e infatti concordarono tutti e quattro: “… ma certo, questo non può che essere bacu mudaloru!”. E poco dopo, concordarono che in effetti, vada per il possibile errore di taratura dell’altimetro, vada la pressione che andava cambiando, ma se l’attraversamento del bacu era dato a quota 170, e noi eravamo a quota 630, qualcosa in quel vecchio biplano a motore… e qui altro che amaro montenegro, qui di amaro c’è solo l’infinita discesa: 2h abbondanti per ben 400 metri di dislivello. Però! Fatto sta che a quota 200 nulla, 180, 170, 160, 130, 110… e i nostri quattro eroi, sconsolati e senza la minima idea di dove si siano cacciati, e con il buio sopra le loro teste, e nel cuore un’emozione, decidono per la soluzione finale: dritti per il bacu fino al mare, poi, domattina, se ne riparla!
… e non so come raccontarvi i restanti 100 metri di dislivello (e ottomilaquattrocento di sviluppo o giù di lì!), in un ambiente simil foresta tropicale: la lotta con l’alpe, qui portata ad una più congrua lotta con la giungla mediterranea ha inizio, dopo 10 ore di cammino è quello che ci vuole, si lotta, lo zaino si impiglia ovunque, si suda, ci si avvinghia alle liane, si sfondano muri di arbusti prendendo la rincorsa, si cammina a quattro zampe… ormai vale tutto! … ma a un certo punto, ore dopo, Mich penetra la notte stellata con un urlo: “IL MAREEEEEEEEEEE!!!!”. Per tutto questo tempo, da qualche ora a questa parte, non facevamo che chiederci dove fossimo finiti. Non era passato che un giorno, ed eravamo già abbrutiti, vestiti strappati, sguardo stravolto, schiena distrutta… e non avevamo la minima idea di dove fossimo. Poi, mentre Mich e Ricky iniziano le pratiche per accendere un bel fuoco per chiudere questa giornata, io e Andre scendiamo alla caletta pochi metri sotto, guida alla mano… “però, questa foto ci assomiglia…” – “c’è anche la placca liscia a destra, gli alberi lì…” – “… siamo a Porto Quau, ga!!!”.

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A questo punto inseriamo la presentazione che Gabriele fa dell’amico Ricky:

Ricky giunge al GAP dopo una lunga preparazione atletica; interi tiri da rinvio a rinvio, seguendo l’arte del mitico Richard (l’unico uomo al mondo a tirare TUTTI i rinvii della INPS a Pianarella TRANNE UNO!). In grado di addormentarsi due volte nel giro di quattro giorni su due soste di due vie diverse. Noto per il suo eclettismo, passa dalle grotte, alla mountain bike, al curling, alle gare di pentathlon acrobatico, il tutto nella stessa giornata, e la sera passa da chiaretta. Effettivamente nell’elenco fatto manca la scalata, ma fatta come la fa lui può tranquillamente rientrare nelle quattro attività menzionate. Ex maratoneta, ex ammaestratore di girini, ex campione di UNO (autore tra l’altro della prima solitaria invernale di un torneo del noto gioco da tavola), attualmente pare abbia la tendenza a sopravvivere inventando gare di mountain bike, e si dice che le organizzi in modo tale che almeno uno si sperda per le colline del finalese per dare alla gara un brivido finale. Il tutto mentre tutti ormai mangiano e bevono e se ne battono i maroni del poveraccio disperso, salvo il medesimo individuo, i vvff, i carabinieri, la questura, il comune di finale; inoltre ha la tendenza a distruggersi le caviglie sfracellandosi su lunghi rettilinei pianeggianti. Da consumarsi preferibilmente entro il 20 ottobre 2011.
NDA: per dovere di cronaca, in seguito a dura contestazione ricevuta a mezzo sms dall’interessato, si precisa che il sig. Richard, in arte Richard, si ritiene “certo di aver tirato TUTTI i rinvii sulla INPS, anche quelli sull’imbrago di chi mi aspettava in sosta”….
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Selvaggio Blu, Day 2 – … ma il cielo è sempre più Blu!
Ancora increduli dell’essere giunti a Porto Quau senza nemmeno aver capito se eravamo nella regione giusta – fatto confermato solo dall’accento del pastore di cui al Day One – eccoci al risveglio per una tappa che, almeno questa!, non dovrebbe crearci troppi problemi, giungendo nella splendida Cala Goloritzé… un deja-vu per tre quarti del gruppo. E in effetti, quattro minuti dopo essere partiti, ga è già disperso nelle fresche frasche sarde, ma dopo una lotta corpo a corpo con enormi corbezzoli, ha la meglio e torna sulla retta via… scuoiato come un cinghiale, ma ancora in grado di intendere e di volere. Non riusciamo a perderci nemmeno nella discesa di un enorme bacu – cosa sulla quale avremmo potuto scommettere oro! – e poi, risalendo, le patetiche scene per riempire le nostre taniche ormai a metà, con un meraviglioso seppur pericolante canale di scolo poggiato su un albero che porta la poca acqua piovana che riesce a strappare all’arido terreno dentro una grossa tanica. Inutile descrivere il colore dell’acqua… lo lascio alla vostra fervida

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immaginazione. In compenso l’opera di potabilizzazione sembra andare a buon fine, nonostante il colorito un po’ smorto… e noi sopravviveremo. Forse!Poco dopo, dopo averci regalato scorci stupendi su tutto ciò che sarà di noi nei prossimi giorni, la natura si vendica con noi ingrati e ci piazza davanti la ripidissima e durissima risalita – incredibile come 400 metri di dislivello possano essere così massacranti! – che ci toglie ogni energia, sembra sempre lì sta sommità, invece si sale, si sale, si sale per pietraie ed enormi distese rocciose lavorate dall’acqua e dai millenni… finché non giungiamo laddove non c’è più da salire, dopo cinque o sei ore, sotto il sole e con gli zainoni – chi più, chi meno – a schiacciarci la schiena. Lo svacco è massimo, siamo contenti di essere qui, siamo nei tempi, vicini a un bellissimo ovile, il meteo è dalla nostra… e ormai da qui è solo discesa. Ahhhh, già già, bella bella la discesa su sto tipo di terreno e con sti zaini…!! Rischiamo di perderci proprio qui sul più bello, ma un attento sguardo alla carta (sì, vabbè, dai, si fa per dire) ci riporta sulla retta via, e dopo otto ore, finalmente su una mulattiera degna di tal nome, giochiamo a chi riconosce per primo l’Aguglia… ed eccoci qui, Porto Quau-Cala Goloritzé è in saccoccia, sono le due e mezza… è presto, e possiamo rilassarci (?!?) in vista delle prossime due tappe, la prima la più ostica e facile da disperdere, la seconda… beh, quinta e sesta tappa da unire, altrimenti altro che traghetto Olbia-Genova, martedì sera!… ma prima di andare a nanna, c’è andre che aveva un sogno: salire sull’Aguglia – per lui la prima volta! – durante queste folli giornate… sono quasi le tre, ga ha visto la roccia e non capisce più niente, le scarpette – e solo quelle, e solo le sue! – nello zaino ci sono… e perché non dare una mano agli amici per realizzare un sogno? “Dai andre… presto che è tardi!!”.

Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
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Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
… e così, anche quest’idea malsana l’abbiamo realizzata! … come dire, scalare l’aguglia dopo 8 ore e mezza di avvicinamento con lo zainetto da 20 chili ti dà tutta una soddisfazione diversa… ma che voglia di scalare! … e così, la giornata è bella, non fa freddo… ma ci son solo due ore di luce! … ma ga, senza zainetto in spalla e con le sue inseparabili katana (i 450 grammi portati più volentieri sulle spalle) ai piedi, dopo aver racimolato un po’ di moschettoni singoli e ghiere li centellina quanto può lungo i tiri, andre con le scarpe da trekking non perde un colpo, e così… di nuovo qui, questa volta a goderci il tramonto!… bella l’aguglia, bellissima, un “missile” stampato in questa cala splendida… andre è felice, ci teneva a salire quassù… ed eccoci qua! … e ora è il momento di scendere… c’è da far legna, accendere il fuoco, preparare cena, riordinare… è lunga prima di nanna! … domani si torna a scarpinare, niente più tacchette, buchi, reglettes… d’altra parte – e questo penso si fosse capito – … non siamo mica qui per divertirci!!

Selvaggio Blu, Day 3 – Impegnativo Blu
Ed eccoci qui. Chi l’avrebbe mai detto, il giorno prima metà team poco prima del tramonto era nel punto più alto della cala, l’altra metà – sfiorando l’ibernazione – era nel punto più basso, immersi nelle stupende acque blu di questo luogo magico… La splendida alba dalla cala è un momento imperdibile, ormai in compagnia di un simpatico cagnetto, che da ieri alle 3 ci tiene compagnia. Ci facciamo prendere – e come, no?! – dalla voglia di una bella sboulderata su un masso nella cala… la tentazione di farsi male in maniera idiota proprio alla vigilia della tappa più impegnativa del percorso, è troppo grande… Ma è ora di finirla con questi stupidi momenti poetici… è il momento di tornare a scarpinare! Ogni volta che rimettiamo lo zaino sulle spalle, è come guardare dritto in faccia il nostro avversario sul ring senza aver sentito suonare l’inizio dell’incontro… ma la prima mezzoretta facile facile ci aiuta a prendere confidenza, sinché non sbattiamo dritti contro un muro di una quindicina di metri che si frappone al nostro cammino… e finalmente anche le corde che ci portiamo sulla schiena da una ventina d’ore si impregnano di un loro significato! Certo è che trovare degli spit in una cosa “selvaggia” non lascia indifferente ga, che non può che esimersi dall’ignorare un vetusto spit e passare un cordinetto intorno a un alberello. Ciò che è selvaggio, lasciamolo tale! Certo salirci con venti chili sulle spalle regala emozioni, quarto grado o cosa sia, ci rendiamo presto conto che “divertirsi” è un’altra cosa… ma son sicuro che si poteva capire anche senza averci una cassapanca sulla schiena! Il muretto successivo, quartopiù secondo la guida, invece è corto, sprotetto e… quartopiù “d’altri tempi”. In compenso, la caduta è di quelle consigliate

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dai migliori ortopedici. ga evita spiacevoli inconvenienti (e una visita medica onde decidere cosa fare dei resti delle sue vertebre sacrali) scalando senza zaino, e così pure gli altri. Tranne mich, diavolo d’un purista!!! La traccia ora riprende tranquilla ed evidente (… diciamo “ovvia“, và là…), salvo che non riusciamo a trovare, nell’ordine: “un’enorme grotta”, “i resti di un ovile”, “una mulattiera che incrocia la nostra traccia”. Vabbè, oh, non avremo una buona vista, ma qualche altra buona qualità la avremo! (… ?!?) E via di cartine, relazione, altimetro, bussola per poi capire… che non ci abbiamo capito niente. Ma l’istinto la fa da padrone, e quando mich dice “per di qua, miei prodi!”, nessuno ha il coraggio di controbattere… probabilmente per stanchezza, di sicuro non per fiducia nel socio. Incrociamo in breve una mulattiera ben segnata, e dopo poco rischiamo di prendere una testata contro un’enorme ovile. E fin qui ci siamo. “… dove sarà facile trovare due grosse taniche sempre ben rifornite durante l’anno d’acqua piovana”. E certo. Ben rifornite quasi come il cestello del gusto limone in una gelateria in centro livigno il 4 gennaio, verrebbe da dire. Ma noi – che lo ricordiamo a chi si fosse messo all’ascolto soltanto adesso – non siamo polemici, facciamo finta di nulla, e dopo una litigata d’altri tempi tra ga e ricky (l’acqua comincia a scarseggiare…!), possiamo riprendere a perderci. E non ci facciamo mancare niente: dopo pochi minuti stiamo scendendo lungo un bellissimo sentiero, ben segnato per giunta… ma qualcosa comincia a non corrispondere, quote, versante… uhmmmmm… e dopo un breve summit tecnico (giusto il tempo tecnico di capire che siamo quattro babbei… si risale. Giungiamo a un enorme ometto di pietre ormai all’ora di pranzo, e non abbiamo di meglio da fare che disquisire – stavolta in maniera lievemente più seria – sull’acqua. 12 litri in 4 per due giorni e mezzo. Ma è il momento di far gruppo, e dunque ga se ne esce con la sua teoria (riportata da chissà quale fonte): “le taniche ‘sembrano’ mezze vuote. Ma in realtà sono piene, interamente piene. Per un terzo di acqua, e per due terzi di aria!”. Lasciati basiti (e inorriditi) i ¾ del gruppo, si può ripartire. Sembra incredibile quanto queste idiozie possano ridare morale; e infatti, chiaramente non succede. A ridare conforto al team Gap, sono i segnavia… vagamente rari, un po’ tipo cercare gli spit sulle vie –a spit!- di koller. Di qui in poi troviamo tutto, una pietraia infame, Mich rotolanti, discese ghiaiose, paretoni strapiombanti, traversi di qui, traversi di lì, frane di lì, dirupi di là, boschi sospesi ripidissimi… e infine una calata. Poi bellissime ed enormi grotte una dopo l’altra, a due passi dal blu, e quando stiamo ormai quasi a fine tappa, un bel regalo: un otre e un fustone di acqua limpida raccolgono lo stillicidio di due stalattiti. Non possiamo negarlo; siamo felici di essere qui, abbiamo trovato l’acqua! … ora sta solo a noi, portare a termine la nostra avventura! … a chiudere la giornata, lunga e faticosa, saranno due notizie: la prima è che la bomboletta del gas è tristemente mancata all’affetto dei suoi cari; la seconda è che il trust di cervelli di un informatico e di un medico ha in serbo una soluzione che ciccio mcgyver dovrebbe solo che inchinarsi…

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Selvaggio Blu, Day 4 – Sbattone Blu
E fu sera, e fu mattina. La giornata di ieri ci ha spappolato le risorse mentali e fisiche – dura st’avventura, di testa e di fisico! – ma oggi siamo davvero carichi… meglio così, non possiamo concederci errori e dobbiamo andare a mille: tappe 5 e 6, totale 10h30, impegnative e ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ora comincia a esserci il “gruppo”, quello spirito per cui oggi, partenza con le frontali, ci porterà di sicuro a Cala Sisine, a qualunque ora del giorno o della notte. Arriveremo perché siamo un gruppo, e perché vogliamo arrivarci! Sembra quasi di partire per una grande via delle Alpi, invece siamo “solo” qui, a 100 metri dal mare, a 10 km dalla civiltà. A piedi. Eppure siamo “dispersi”. Per esserne sicuri, cominciamo a non trovare le tracce dopo 50 metri; ma la retta via è subito ritrovata. Ci troviamo a passare in enormi grottoni a cielo aperto, e poi, un piccolo buco. Albeggia, è un’altra giornata stellare, e noi con le frontali ci infiliamo in questa grotta, strepitosa, stalattiti appese a forma di enormi sciabole incombono sulle nostre teste, e un otre e una tanica, a raccoglierne lo stillicidio, ci danno il segnale: arriveremo – vivi, per giunta! – a Cala Sisine! … ma piantiamola lì con tutto st’entusiasmo… mancano ancora due giorni interi. Troviamo la prima calata e guardiamo i tempi “grandi, raga, questo è andare! siamo in anticipo di 50 minuti sulla tabella di marcia!!!”. Essì, certo. Non fosse che il sacro testo riporta un patetico errore di stampa… “contrordine, raga… siamo in ritardo di dieci minuti…” – “ma bravi lo stesso…”. Quattrocento chilometri (e mezzo) di traverso, e giungiamo a un murettino di III (…); è tardi, ce la sentiamo tutti, non tiriamo fuori la corda e, a turno, troviamo tutti lungo: e son soddisfazioni, eh! Poi stiamo sette-otto ore a interpretare l’espressione “compiere un semicerchio in senso antiorario” (?!), ma dopo averlo fatto e aver sbattuto un paio di volte la testa contro un masso di ciclopiche dimensioni, andiamo a intuizione, e forse fu per gioco o forse per amore, troviamo un ometto a portar conforto alle nostre teorie, e allora via, di corsa, su e giù per le scale “i fustes”, e ora c’è l’amletico (ed etico!) dubbio: siccome tutti qui si perdono, molti preferiscono la variante facile che segue una mulattiera. E anche noi, essendo strettissimi con i tempi, oggi non possiamo rischiare di perderci una volta. Infatti, ignorata a piè pari la variante senza una votazione ma direttamente con un solo sguardo, ci perdiamo DUE volte… oh, che l’etica sia etica! La prima volta sbagliamo totalmente cengia; peccato, era troppo una figata! La seconda, ci troviamo per i primi due segnavia, sbiaditi e lontanissimi; e poi è caccia all’ometto. Dispersi nella macchia come quattro pellicani nel petrolio, la lotta è impari, ometti ovunque, vegetazione fitta, rovi, liane, pietraie, tutto nel giro di un metro quadro. Scandagliata la zona, un urlo di Andre indica la fine delle ostilità: un evidente (…) segno blu si è palesato! Da lì, tutto facile, “in breve svettare” (!?!) e trovare la comoda mulattiera. Ah, ah? Di vette nemmeno l’ombra, di mulattiere non ne parliamo… boh?! Dopo una ravanata cosmica durata quella sporca mezza dozzina d’ore, troviamo un abbozzo di mulattiera, che si interrompe ogni 3×2… miii, sta tappa non finisce mai! … finirà quando decidiamo di essere arrivati alla fine, con un piccolo dettaglio: il bellissimo e grande ovile, non c’è. Ohhhh, vabbè, ma che palle che siete, stiamo mica a fare i puntigliosi. Magari è stato abbattuto dalle Belle Arti, oppure era un abuso edilizio mai condonato, insomma, noi mica siamo così precisi, se un enorme ovile non c’è, probabilmente la guida non è abbastanza aggiornata! Tappa 2, ore 12.30 si riparte. Ritardo accumulato: 1 ora. Stanchezza accumulata: lasciamo perdere. Qualche sbiadito e raro bollo blu ci porta in breve al bellissimo passaggio tra due pareti alte 20 metri, un piccolo canyon

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già visto in fotografia che ridà fiducia al nostro operato. Due calate vanno via veloci, e in breve siamo nel bellissimo e immenso bosco sospeso. Siamo in ritardo! Troviamo la traccia più facilmente di quanto pensavamo, e dopo aver detto “mich, siamo in ritardo: pensaci tu!”, ci ritroviamo poco dopo a pentircene amaramente, attraversando il bosco a una velocità folle! Siamo carichi a mille, e attraversato tutto il bosco, diamo uno sguardo all’ora: alla fine della calata eravamo in ritardo di 30 minuti, alla fine del bosco… in anticipo di 50 min sulla tabella di marcia! Riprendiamo a correre, rischiamo comunque di far notte e c’è ancora da scalare e far doppie (… e perdersi!)… ma per fortuna ormai non sentiamo più nulla, ormai ci siamo caricati a molla e nulla può più fermarci… salvo un segno blu di troppo che ci porta fuori strada, in vista dell’enorme cala sisine, a girare come 4 cretini su e giù per scarpate. Ma alla fine è fatta, nervi a pezzi ma un’ultima calata e gli ultimi dieci minuti a piedi ci consegnano al tramonto su cala Sisine… e, come alla fine del primo giorno sul Pesce, con lore sulla grande cengia con le grandi difficoltà alle nostre spalle, ci abbracciamo di gioia… siamo veramente stravolti, sfiniti, sfibrati… ma ora, qui e adesso, sappiamo che abbiamo tra le mani il “nostro” selvaggio blu… domani, come all’ultima tappa del giro d’italia, sarà ‘solo’ la passerella finale… e con i ricordi e le istantanee di una giornata straordinaria a tenerci compagnia… buonanotte!

 

Selvaggio Blu, Day 5 – Selvaggi Blu
… ed eccoci qui. L’alba su Cala Sisine è un momento straordinario… è un po’ come la firma a un’avventura stupenda, che oggi si concluderà a Cala Fuili, con il ritorno alla civiltà, alle macchine, al porto, ai fast food, ai centri commerciali. Sono passati solo 4 giorni, certo. Ma quattro giorni di un’intensità e di una pienezza davvero rara, ci sembra di essere dispersi da un mese. Cosa raccontare di questa tappa? … poco. Questa è davvero poco più di una passeggiata su sentieri ben segnati, cominciamo a intravedere la mano dell’uomo in tanti piccoli accorgimenti a cui non eravamo più abituati, gli zaini sono più leggeri (…), lo spirito pure, anzi, ci lasciamo senza troppi problemi prendere da un po’ di stanchezza… e di voglia di casa, dai, diciamocelo… è il momento di tornare! Solo brevi istantanee di questa giornata, dall’alba, alla dura risalita degli ottocento metri di dislivello al primo mattino, all’infinita discesa verso Cala Luna, con le caviglie doloranti, le ginocchia che chiedono pietà, all’incontro ravvicinato di ga con un rametto di discrete dimensioni dritto sul viso – fortuna che ci siamo portati dietro un quasi medico… – l’incontro con altri due ragazzi passati poco prima di noi per le stesse tracce e con lo stesso spirito, e poi via, ancora l’infinito traverso verso Cala Fuili, al quale giungiamo, quasi increduli e in condizioni devastanti, intorno all’una. Dopo la foto di rito per i Selvaggi Blu, rimane solo un’ultima idiozia per concludere veramente nel modo più stupido… ci son le scalette che salgono all’asfaltata che porta a cala gonone e poi alla civiltà, ma a fianco c’è uno sperone roccioso con tante viette… e due tiri facili e senza ferramenta per arrivare a sostare, cordone sulla ringhiera… proprio dove finisce il selvaggio e ricomincia la civiltà. Sta calando il sipario… dopo cinque incredibili giorni, il (nostro) Selvaggio Blu… finisce qui!

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Selvaggio Blu, Day 5 – Conclusione
“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre  (José Saramago)”.

… è stato grandioso. Un’avventura vera, di quelle che non si dimenticano. Da quando siamo atterrati a cagliari e finiti a Santa Maria Navarrese, è iniziato un viaggio di cinque giorni intensissimi, pieni, bellissimi. Ci hanno accompagnato un sole stupendo, quattro zaini stracolmi, un ambiente da lasciare senza fiato. E senza fiato lo siamo rimasti lungo le durissime salite, gli infiniti traversi, la terribile macchia mediterranea sarda. Abbiamo lottato con i mughi, con i corbezzoli, con gli arbusti. Abbiamo strappato tutti i vestiti, abbiamo strisciato per non aggrovigliarci nella vegetazione, corso per non farci sorprendere dal buio. Abbiamo perso la retta via mille piccole volte, e solo tre o quattro un po’ più seriamente, abbiamo vissuto il momento del suicidio della bomboletta del gas, ma ci siamo ingegnati e abbiamo cenato lo stesso. Abbiamo visto albe infuocati e tramonti straordinari, talvolta rischiato di linciarci per un po’ di tensione, ma insomma, eravamo semplicemente ‘noi’… nel bene e nel male, nei nostri lati positivi e in quelli negativi, ognuno con il suo modo di vedere le cose, ma uniti da una voglia di vivere una vera avventura nello stile più ‘pulito’ possibile. Abbiamo condiviso emozioni che ci porteremo sempre dentro, visto posti di una bellezza talmente profonda da non poter essere descritti a parole, vissuto bivacchi meravigliosi, sognato persone lontane. Insomma, è anche difficile trovare le parole per descrivere quest’avventura… forse, in realtà, questi cinque intensissimi giorni abbiamo semplicemente VISSUTO. E altrettanto semplicemente… indimenticabile.

Il racconto si conclude con un sibillino PS: … e non la vogliono capire….

Data: 23-27 novembre 2012

(continua)

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Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso
di Chiara Baù
già pubblicato in Vita sul Pianeta, 27 febbraio 2016

Spesso la bellezza di certi luoghi può trasmettere sensazioni così intense da rapire la mente, ma non immaginavo che l’incredibile estensione di foreste del Canada potesse incidere così profondamente sui miei pensieri. Attratta dalle distese infinite di boschi e montagne, ho sempre tentato di seguire questo istinto, in parte innato, in parte proveniente da una sorta di imprinting datomi dai miei genitori che fin da piccola mi avevano abituato a scorrazzare nei boschi. Sempre con rispetto e un po’ di timore ho dato ascolto a questa voce e ho potuto vivere preziose esperienze, tra le quali la più emozionante è stata indubbiamente quella dell’incontro con l’orso bruno durante un monitoraggio effettuato nel Parco Adamello-Brenta nel periodo di stesura della tesi in Scienze Naturali. Si trattava di Daniza, l’orso reso famoso dai media, ucciso circa un anno fa in seguito a telenarcosi somministrata per la cattura.

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Avevo incontrato Daniza in una piccola radura quindici anni fa proprio durante la tesi di campo, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano previsto dal progetto consisteva nel rilevare tramite una tecnica di radiotracking la posizione di ogni esemplare nelle ore più improbabili per noi, ma più probabili per gli orsi. Quella mattina erano circa le 5.30 ed ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte; la luce tenue dell’alba si confondeva nella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era forte, ma vedere un orso è quasi impossibile: l’orso per sua natura non ama farsi vedere. Un anno di continui rilevamenti erano trascorsi senza successo. Nel silenzio di quelle ore mattutine il segnale sempre più forte disturbava la pace del bosco, finché improvvisamente Daniza è spuntata dagli alberi nella piccola radura, a circa cinque metri di distanza; lì si è fermata incuriosita, ci ha osservato roteando il muso, come per chiederci: «Ma a quest’ora del mattino non avete altro da fare che seguire me?». Impietrita, emozionata, avevo davanti a me Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è stato di breve durata, pochi secondi scanditi dai veloci battiti del cuore, poi con quel tipico andamento dondolante Daniza si è eclissata lentamente nel bosco. Indescrivibile la mia felicità di quegli istanti, indescrivibile la mia amarezza alla notizia della sua eliminazione.

Il richiamo per l’orso bruno ha così iniziato ad appassionarmi, influenzando in parte la mia vita. Durante varie conferenze tenute negli anni successivi sui miei “Incontri con gli orsi” mi veniva chiesto frequentemente: “Perché proprio l’orso?” Non avevo mai una spiegazione razionale ed esaustiva a questa domanda… Forse risponderei come il grande scrittore James Oliver Curwood, autore del libro da cui è stato tratto il film L’orso: “Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo”.

Nei rari momenti di incontro con animali selvaggi in libertà avverto ogni volta la sensazione di un fascino primordiale che ci appartiene e che ci fa sentire parte di una natura perfetta e in totale armonia.

Dopo il primo incontro in Trentino il richiamo per un nuovo incontro con l’orso diventava sempre più forte; per anni avevo coltivato il sogno delle foreste selvagge del Canada e ora quel richiamo si stava concretizzando in un trekking a cavallo nella British Columbia per esplorare le foreste di quel grande paese con la possibilità di unire al richiamo dei boschi la passione per il cavallo. Il linguaggio segreto di questo magnifico animale mi aveva sempre affascinato, incuriosita soprattutto dall’alone di mistero che circonda il magico “sussurro dei cavalli”.

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Risalendo il tempo verso ovest, assisto durante il viaggio aereo a un tramonto perenne, godendo di scenari unici, sospesa sopra un mare di nubi da cui occhieggiano di tanto in tanto lunghi tratti di terra, come le solitarie distese della Groenlandia. Atterro la sera, un po’ frastornata, a Vancouver dove dormo la prima notte. L’indomani conosco Frank, il driver del ranch che viene a prendermi a Vancouver e Cauleen, la guida canadese della spedizione; con loro su un piccolo van inizia il viaggio di trasferimento al ranch.

Il primo tratto di autostrada si snoda attraverso verdi ed estese pianure per poi immettersi in immense vallate scavate dal fiume Frazer, navigabile ai tempi della corsa all’oro del 1858. La conversazione con i miei nuovi compagni di viaggio cade subito sull’argomento orsi e non appena racconto dei miei studi sulla reintroduzione di orsi bruni nelle Alpi, capisco non solo di aver catturato la loro attenzione e curiosità, ma di aver creato un affiatamento e una sintonia immediati.

Solitamente nel Parco Adamello-Brenta in Trentino Alto Adige il letargo degli orsi inizia a fine novembre in coincidenza con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve. Ma nelle foreste della British Columbia ci si può aspettare la neve anche ai primi di ottobre… cosa che purtroppo nel mio caso avrebbe ridotto le probabilità di incontro con l’orso.

Mentre per le marmotte si parla di un vero e proprio letargo, per l’orso si tratta di ibernazione che può essere considerata come un evento fuori dal comune. Il letargo infatti non è assoluto; a volte, se il tempo è mite, l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata.

Può quindi capitare nel bel mezzo dell’inverno di osservare le sue impronte nella neve. Da notare che nelle latitudini a nord il letargo è più profondo rispetto alle latitudini a sud.

Ricordo sempre in proposito quello che mi capitò a Madonna di Campiglio durante un inverno particolarmente mite con temperature al di sopra della norma: mentre sciavo lungo una pista fui sorpresa improvvisamente dal passaggio di mamma orsa che con tutta calma attraversava la pista di sci con i suoi cuccioli.

Ma in Canada in quell’ottobre le temperature sembravano seguire il ciclo normale dell’inverno.

Anche se disturbato l’orso può abbandonare il ricovero, costretto tuttavia a reperirne uno d’emergenza. Durante l’ibernazione la temperatura del corpo scende di alcuni gradi, non molti in realtà, proprio per consentire una rapida ripresa del metabolismo. Il ritmo cardiaco rallenta con 8 battiti al minuto rispetto ai consueti 40. Ne risentono anche il consumo di ossigeno che viene dimezzato e la sensazione di fame che si riduce sensibilmente.

Non sono ancora chiari i fattori che causano l’ibernazione dell’orso. Probabilmente essa è dovuta alla riduzione del fotoperiodo, all’abbassamento delle temperature e alla scarsità di cibo disponibile. Si pensa che esista anche un fattore chimico in grado di stimolare il sonno invernale; il cosiddetto HIT, hibernation induction trigger, ma si tratta di un’ipotesi ancora da dimostrare.

La combinazione di tutti questi fattori agirebbe direttamente sul sistema nervoso dell’orso, inducendo due risposte: una fisiologica (entrata in ibernazione) e una comportamentale (inattività e scelta di un sito di svernamento).

Il letargo dura solitamente fino ai primi di aprile, mentre lo stato di immobilità viene raggiunto gradualmente dopo 2-3 settimane dall’entrata in tana e durante tutti questi mesi si ha un adattamento metabolico, cui appartiene il riciclaggio degli aminoacidi in proteine. Infatti durante il letargo l’orso bruno non urina e non vengono espulse le feci.

L’organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. L’azoto ivi contenuto viene integrato negli aminoacidi, i quali forniscono le molecole per nuove proteine, la cui decomposizione produce glucosio (sostanza energetica). Nel periodo del letargo le funzioni corporee sono invece ridotte in misura minore rispetto a quelle di altre specie di animali, quali le marmotte.

Dopo circa sei ore di viaggio imbocchiamo una strada sterrata che affianca l’immensa distesa di acqua blu del Carpenter lake solcata da tronchi galleggianti, quindi la Gun Creek road che conduce al ranch, base di partenza del trekking a cavallo.

Conosciuto lo staff del ranch, scelgo col loro aiuto la sella più adatta e la lunghezza esatta delle staffe: è fondamentale verificare ogni particolare con attenzione, perché una volta partiti nessun cambiamento sarà possibile.

Scopro, nel frattempo, di essere l’unico componente della spedizione, perché a quanto dice la guida, nel mese di ottobre nessuno intende avventurarsi con i cavalli tra le montagne, sia per il problema del freddo, sia per possibili rischi legati al maltempo della stagione; il periodo più propizio è l’estate, quando maggiore è la frequenza di turisti. Tutto questo però acquista per me un carattere di incredibile unicità, consentendomi di essere protagonista di un’avventura!

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Il giorno successivo, appena alzata, incredula per ciò che sto vivendo, sistemo le briglie al cavallo, do una mano negli ultimi preparativi e monto in sella. Siamo in tre: oltre a me, Cauleen, la guida, e Cinthya, la ragazza del ranch. La guida è armata di fucile e mi mette in guardia sul comportamento da assumere nell’eventualità di incontrare l’orso: reagire con molta calma, evitare movimenti bruschi e improvvisi, tentare di arretrare senza voltare le spalle all’animale e soprattutto non fissarlo negli occhi: uno sguardo troppo diretto può essere interpretato come segno di aggressione… Ascolto con attenzione le istruzioni di Cauleen e mentre procedo sul sentiero miriadi di sensazioni le più diverse mi prendono, dal timore all’eccitazione per la natura estremamente selvaggia di questo paese con la sua magia e il suo mistero.

Il percorso a cavallo ha inizio in un bosco di latifoglie ingiallite dall’autunno ormai inoltrato. Un’ora dopo siamo a costeggiare un torrente, dai riflessi a tratti d’argento, grazie al sole che si specchia nella corrente turbinosa. Fa molto freddo e durante una sosta accendiamo un piccolo fuoco… il calore della legna che brucia ci scalda e con rinnovata energia riprendiamo il sentiero. Pian piano ci alziamo di quota, portandoci al limite della foresta; davanti ai nostri occhi svettano le cime delle Chilcoutin Mountains, la catena di montagne meta del nostro trekking. Il nome Chilcoutin, di origine indiana, significa “Popolo dalle acque azzurre” e infatti i ghiacciai, che un tempo ricoprivano la zona, hanno lasciato tracce della loro esistenza in una miriade di laghi dai colori smeraldo e turchese.

Mentre cavalchiamo mi arrovella di continuo il pensiero di incontrare l’orso da un momento all’altro, e scrutando piccole caverne formate da massi e muschio mi chiedo: “Che sia già in letargo e nascosto in quell’anfratto?”.

Le tane più adatte al letargo sono le cavità naturali della roccia, le piccole caverne parzialmente scavate e adattate oppure, raramente, cavità situate alla base di ceppaie o di grossi tronchi.

All’interno delle tane spesso si trovano giacigli formati da cumuli di foglie, erba e ramoscelli secchi, licheni, muschi e tutto quello che in autunno si può racimolare all’intorno per rendere il suolo il più asciutto e morbido possibile. Le tane solitamente non vengono occupate per più di un anno; se la presenza antropica disturba in maniera eccessiva, l’orso esce alla ricerca di un ricovero più tranquillo.

Raggiunto il termine della grande vallata, si spalanca dinanzi a noi un altopiano coperto da una fitta boscaglia: sul tronco di un pino, un cartello con l’immagine stilizzata di un orso avvisa: “CAUTION” il che mi dà ulteriore conferma di quanto vicina possa essere questa presenza.

Lentamente ci addentriamo nel bosco, territorio di grizzly e orsi neri, e con un certo timore mi guardo cautamente intorno, mentre i cavalli avanzano tra i pini in una quiete assoluta… ho l’impressione di sentirmi spiata dallo sguardo dell’orso.

Lungo l’altopiano boscoso ecco che intravedo le sponde dello Spruce Lake (“Spruce” è l’abete rosso, spiega Cauleen), un magnifico lago incantato… un’atmosfera di grande armonia che penetra ogni angolo della mia immaginazione… rimango ferma un attimo, attonita ad ammirare il paesaggio che mi circonda.

Una piccola baita in legno dall’aspetto fiabesco si nasconde tra alcuni pini in riva al lago: Cabin, come la chiamano i canadesi, sarà il campo base dove pernotteremo tutta la settimana.

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Appena scesa da cavallo, Cauleen mi prega di scaricare il cibo avanzato dai saddle-bag, le sacche laterali appese alla sella, una precauzione indispensabile perché l’orso non si avvicini ai cavalli fiutando l’odore di cibo… sono semplici accorgimenti per evitare un contatto diretto con l’animale… Le finestre sono chiodate, ennesimo stratagemma per impedire incursioni notturne… Sembra che l’orso abbia la forza di 12 uomini.

D’altronde l’olfatto è il senso più sviluppato in un orso che, in condizioni di sopravento, è in grado di fiutare odori a una distanza di 12 km.

Senza contare che proprio davanti alle finestre prospicienti il lago sono stati conficcati nel terreno numerosi chiodi, le cui punte acuminate fungono da deterrente per scoraggiare gli orsi che più volte hanno tentato di sfondare la baita alla ricerca di cibo.

Nonostante la porta sia sbarrata da un asse di legno, ennesimo stratagemma per impedire l’ingresso a orsi affamati, con forza riusciamo a schiodare l’asse e a entrare.

Ormai il sole è tramontato e un’aria gelida accarezza le distese di pini che circondano Spruce Lake. Accendiamo la legna nella stufa, cuciniamo una zuppa calda e finalmente ci concediamo un meritato riposo. Nel sottotetto della baita ci addormentiamo rinchiuse nei sacchi a pelo, mentre la legna finisce di ardere…

Penso all’orso fuori nel bosco…

Allo Tayax Camp e ritorno a Spruce Lake
L’indomani al mio risveglio la legna già scoppietta nella stufa… Cauleen si è alzata per prima ad accendere il fuoco e mi avverte subito di aver notato impronte di orso in riva al lago… subito mi precipito sulla riva per scrutarne le tracce.

Le impronte sono inconfondibili dato che essendo un plantigrado, l’orso poggia completamente la pianta della zampa a terra. L’orma dell’orso è simile per forma a un piede umano, però più larga e con le dita tutte uguali. Sono sempre visibili i cuscinetti delle cinque dita, tutti sulla stessa linea e i robusti artigli. Come in tutti i plantigradi, il cuscinetto del tarso, il nostro calcagno, è sempre visibile nell’orma della zampa posteriore.

Probabilmente si tratta di un esemplare maschio ancora intento a cercare il ricovero invernale.

Le femmine saranno le prime a entrare in letargo, soprattutto quelle gravide

La gestazione dura dai 6 ai 9 mesi ed è differita. La blastocisti smette di dividersi e rimane libera nell’utero per un tempo abbastanza lungo (probabilmente regolato dal fotoperiodo) prima di iniziare il vero e proprio sviluppo embrionale. La gestazione effettiva dura solamente 8 settimane. Questo spiega le dimensioni ridotte dei cuccioli che quando nascono pesano intorno ai 300/400 grammi, circa 1/1500 rispetto al peso della madre. I cuccioli nascono generalmente tra metà gennaio e metà febbraio e sono ciechi.

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Per avere un po’ di energia le madri si nutrono della placenta e iniziano a produrre il latte, denso e viscoso, molto concentrato per evitare la dispersione delle risorse idriche, e contenente un’elevata quantità di grassi. Nonostante le dimensioni ridotte delle mammelle, i cuccioli riescono a succhiare i litri di latte necessari a una rapida crescita (2 litri circa al mese).

Nascendo di così piccole dimensioni, i cuccioli hanno comunque minori esigenze nutrizionali, proporzionate alla disponibilità della madre, che arriva a perdere il 30% del suo peso tra gravidanza, allattamento e letargo (in confronto al 20% delle femmine non gravide).

Tayax Camp è la destinazione della giornata, a circa 7-8 ore di cavallo… con la tazza di tè bollente in mano esco per godermi le prime sensazioni del mattino in riva allo Spruce Lake…

Le cime delle montagne sono già spruzzate di neve. L’aria è frizzante e pungente, nessun rumore attorno, solo un’immensa pace… sono consapevole di essere lontano dal mondo di tutti i giorni, ma mi sembra di aver custodito da sempre quelle sensazioni di libertà e armonia.

Selliamo i cavalli, “GET ON!“ è il comando per montare a cavallo e nel silenzio più totale ci addentriamo nel bosco. Sarà suggestione, ma ho ancora l’impressione che l’orso ci stia spiando, è comunque una sensazione che mi dà rinnovata energia…

E’ raro l’incontro con altri animali nella foresta. Di tanto in tanto scambiamo qualche parola, mentre a cadenza regolare lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla traccia di sentiero rompe il silenzio del bosco. Nella salita a Tayax camp prima costeggiamo e poi attraversiamo il torrente, seguendo la traccia che si snoda tra gli abeti offrendoci ad ogni passo panorami nuovi.

I graffi incisi dalle unghie di un grizzly sul tronco di un abete ci calano di nuovo nella realtà, ricordandoci la sua misteriosa presenza. Spesso gli orsi nei loro tragitti preferiscono seguire i sentieri piuttosto che vagare in mezzo al bosco… è quindi facile osservare le loro tracce lungo il percorso.

Non sono segni di marcatura del territorio ma vengono utilizzati dagli orsi come ausilio per il riconoscimento di altri esemplari. I graffi vengono lasciati ad altezze superiori a un metro, obliquamente rispetto all’asse del tronco. Non sono visibili tutte e cinque le impronte delle unghie, ma solo tre o quattro.

Avanziamo in un’ampia radura dove l’erba è ormai gialla e secca, e finalmente arriviamo a Tayax camp, tappa per i trekking dei mesi estivi… le tende sopraelevate sono ancora montate. Accanto sorge una piccola capanna che ha ospitato cacciatori di big horn, le capre selvatiche tipiche di queste montagne. Sostiamo in mezzo a un prato vicino al campo e ci godiamo il pranzo al sacco non prima di aver lasciato liberi i cavalli al pascolo.

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Approfittiamo quindi di una radura aperta priva di alberi per una breve galoppata, godendo appieno l’ebbrezza della velocità per poi riprendere l’andatura normale, al passo, in silenzio, come sempre… Il percorso di ritorno è il medesimo dell’andata, ma la luce ha toni più caldi, il sole si appresta a tramontare e i colori assumono sfumature più pacate; di tanto in tanto il terreno è costellato di piccoli stagni che riflettono immobili le montagne circostanti.

Siamo molto stanche, le ore a cavallo sono state numerose, ma con la stanchezza c’è anche tanta soddisfazione e gioia… pian piano ci avviciniamo alla baita e i cavalli accelerano improvvisamente l’andatura, intuendo l’approssimarsi della sosta. Non occorre più che Cauleen mi ricordi di scaricare gli avanzi di cibo dalle sacche laterali della sella; è diventato un gesto istintivo che mi fa intuire di essere entrata a pieno titolo nello spirito della spedizione: i miei compiti si svolgono ormai con naturalezza assoluta. Tolgo la sella dal cavallo, trasporto nella baita alcuni ceppi di legna, aiuto a preparare la cena. Due righe sul mio taccuino in pelle per non dimenticare neanche un particolare della giornata e subito mi addormento con gli ultimi scoppiettii della legna che arde, mentre lo sconfinato cielo stellato dell’ovest canadese fa da cornice alla notte e al riposo.

Da Spruce Lake al Rundy Pass

Un saluto a Spruce Lake dal piccolo molo davanti alla capanna diventa una sorta di rituale quotidiano: un profondo respiro, stregata dal fascino del lago al mattino, sfiorato dai raggi del sole che ancora non hanno raggiunto il campo e poi via di nuovo in sella.

Improvvisamente la quiete del bosco è interrotta dal curioso ticchettio del wood-pecker, il picchio che battendo ritmicamente il becco sul tronco dell’albero dà luogo a un bizzarro martellio che riecheggia tra i pini.

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Salendo di quota lo scenario appare sempre più ovattato dalla neve in una strana atmosfera in cui ogni piccolo ramoscello sembra essere pietrificato. Ci avviciniamo alla cima della montagna, rapite da un ambiente saturo di gelo e magia. Le tracce del passaggio di un grizzly, visibili nella neve, ci svelano i suoi movimenti in direzione del bosco. Probabilmente la prima caduta della neve lo ha spinto a cercare luoghi riparati, ma pur con qualche timore non perdo la speranza di incontrarlo. Un’aquila, vigile custode di queste montagne, sembra sorvegliarci dall’alto volteggiando con eleganza.

Intanto il cielo si è fatto denso di nubi sempre più scure che fanno presagire l’avvicinarsi della bufera.

Una breve sosta per colazione e ci avviamo sulla via del ritorno. Nonostante l’attività fisica moderatamente impegnativa, l’appetito rimane una costante… Confrontandomi con l’orso che incamera 7-10.000 calorie al giorno con un apporto minimo di 4-5000 calorie nelle due settimane successive all’ibernazione, non posso che sentirmi a mio agio, accettando pezzi di pancetta affumicata che Cauleen mi propina di continuo per combattere l’intensità del freddo.

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La tempesta è sempre più vicina e poco prima di rientrare nel bosco inizia a nevicare… il verde degli alberi lascia spazio a un candido mantello bianco, che fa scomparire gli aghi dei pini e degli abeti. L’ambiente assume una veste natalizia e il lento cadere di innumerevoli fiocchi di neve sempre più fitti attutisce ogni benché minimo rumore. La bufera sopraggiunge con violenza, ma gli alberi della foresta ci proteggono e in poco tempo i cavalli tracciano una nuova pista sul sentiero ormai completamente imbiancato. E’ la prima forte nevicata della stagione, un annuncio dell’inverno imminente e ci sentiamo fortunate di partecipare al solenne esordio del misterioso mondo invernale. Lungo l’intero percorso è necessario cavalcare tenendo i piedi all’esterno delle staffe data l’abbondante quantità di neve che va accumulandosi sul sentiero e il rischio di scivolare e cadere. Costeggiando la riva sinistra del lago ci imbattiamo in una piccola baita di legno che arricchisce la bellezza del paesaggio… ogni tanto occorre scuotere dalla mantella il pesante strato di neve che si carica man mano. Mentre osservo le tracce lasciate da pochi animali non ancora in letargo, mi chiedo dove si sia nascosto l’orso di cui avevo scoperto la pista il giorno precedente, forse si è allontanato verso il basso alla ricerca di una comoda tana invernale per il letargo.

Sotto la fitta nevicata raggiungiamo finalmente, stanche e infreddolite, la baita per asciugare i nostri abiti e riscaldarci al tepore della stufa.

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La stufa è ora il nostro punto di riferimento e le vecchie pentole appese si alternano con le nostre giacche fradice. Il freddo acuto ci costringe a consumare una gran quantità di legna per cui più volte devo attingere dalla legnaia ceppi di legno da tagliare con l’accetta, orgogliosa comunque del mio improvvisato ruolo di boscaiola.

Il giorno successivo, calata la tormenta, occorre condurre i cavalli nel tardo pomeriggio in un alto pascolo perché possano foraggiarsi con un’erba di qualità migliore sia pur frugando col muso nella neve. Nei giorni precedenti questo era compito esclusivo di Cauleen che faceva il percorso cavalcando a pelo, senza sella per poi lasciare i cavalli nel pascolo e tornare a piedi col buio attraverso la foresta. Non ho mai osato chiedere a Cauleen di condividere quel momento che lei riteneva il migliore della giornata. Se me lo avesse proposto, avrei acconsentito, altrimenti avrei capito che sarebbe stato giusto così… Fortunatamente Cauleen quel pomeriggio mi invita a cavalcare a pelo assieme a lei. Le sono grata della prova di fiducia ed emozionata di sperimentare questa cavalcata veloce, non esito un attimo ad accettare.

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Tolte le selle, le redini, le staffe… due regole al volo per evitare di cadere e tenere la posizione corretta… ecco che sono in sella e via di volata verso l’alto pascolo. E’ una sensazione primordiale quella di cavalcare a pelo perché consente di percepire ogni movimento del cavallo, in perfetta aderenza col corpo dell’animale, e di nuovo sotto la bufera di neve… una specie di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso nel tempo, l’antica e più autentica usanza di andare a cavallo come una volta gli indiani, un crescendo di sensazioni forti mentre sfioro in velocità i tronchi degli abeti… ora capisco perché Cauleen considerava quello il momento più bello e più vero della giornata! Arrivati al pascolo, lasciamo liberi i cavalli nei prati, mentre la neve continua a coprire il loro manto; solo il suono della campana al collo ci permetterà di ritrovarli più facilmente il mattino seguente, anche se difficilmente capita che si allontanino dal luogo in cui vengono lasciati.

Rimaniamo a osservarli per qualche tempo mentre tranquillamento brucano tra la neve per cercare l’erba più gustosa: il tempo sembra essersi fermato, quasi a blindare per sempre un momento particolare.

Ci mettiamo in cammino per tornare alla baita sprofondando nella neve, in silenzio, felici… mi sono abituata all’idea di incontrare l’orso e devo riconoscere che gran parte della paura è svanita, non solo, ma sempre più acuto è diventato il desiderio dell’incontro con questo animale venerato dagli indiani del luogo… La neve sembra portarci in un’altra dimensione, il lago con la baita di legno assume un aspetto sempre più affascinante… mi sento a casa, da giorni ho una sensazione di totale benessere; la realtà di questa esperienza, fatta di aspetti estremamente semplici, mi dà una grande serenità.

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Rientrata alla baita mi accingo a preparare lo zaino da caricare sui cavalli per il ritorno al ranch. Lascio la firma e un pensiero scritto sul libro di casa, proprio come si usa fare nei rifugi alpini, quasi per immortalare la presenza sul posto. Aiuto negli ultimi preparativi e a inchiodare l’asse di legno sulla porta per impedire all’orso di entrare a caccia di cibo. Selliamo i cavalli e nel pomeriggio iniziamo la via del ritorno: la temperatura si è alzata e la neve lascia il posto a una fitta pioggia che abbevera il bosco. La strada in discesa è lunga, ma il ticchettio della pioggia ci tiene compagnia. E’ tardi e pian piano cala il buio sulla foresta: mi ritrovo così a cavalcare tra scure sagome di abeti proprio quando pensavo di aver vissuto già tante emozioni. Fortunatamente il cavallo che mi precede ha il manto bianco, così riesco a intravvederlo nell’oscurità, prestando attenzione a non graffiarmi con i rami che mi sfiorano il viso. Il silenzio tra noi è ancora più profondo. Un attimo di paura nel percorrere un tratto ripido e scosceso lungo il torrente: Cauleen mi avvisa di lasciare una distanza di circa quindici metri dal suo cavallo per evitare che il passaggio di due animali troppo vicini provochi una frana del terreno, ma senza paura superiamo sani e salvi il tratto pericoloso.

Ormai è buio fitto e per fortuna la vista dei cavalli è migliore della nostra. Per qualche istante provo a chiudere gli occhi per sentirmi avvolta dalla magia di quel luogo, priva del corpo, liberi i pensieri, uno spirito della foresta. Il profumo nell’aria di legna bruciata ci annuncia la vicinanza delle case, finché iniziamo a scorgere le prime luci, come per incanto in mezzo agli abeti; sono le finestre illuminate del ranch. I proprietari ci vengono incontro, in ansia per il buio e la pioggia che abbiamo affrontato e soprattutto preoccupati nei miei confronti, ma li tranquillizzo subito con una gran risata, cui si uniscono le mie compagne, come me ubriache di stanchezza.

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L’indomani dopo colazione mi aspetta un’ultima galoppata nel bosco e mi preparo a tornare a Vancouver. Cauleen mi aspetta vicino al pulmino per regalarmi una banda intrecciata con crini di cavallo, da avvolgere sul cappello. Salgo sul pulmino e ripercorro la strada sterrata che mi aveva portato al ranch… mi guardo ancora intorno… Mai distrarsi nei territori dell’orso… pochi chilometri di strada che si snoda parallela a un torrente impetuoso, ed improvvisamente eccolo!!! Proprio lungo la riva! Cercato per giorni nelle sperdute foreste della British Columbia, arrivo a incontrarlo a due passi dal ranch, vicino alla strada sterrata… Non mi sembra vero… Stava attraversando il torrente per eclissarsi di nuovo nel bosco, avanzando con quella tipica andatura goffa e dondolante che lo caratterizza, è il cosiddetto ambio, come si definisce il suo incedere dovuto al movimento contemporaneo della parte anteriore e posteriore destra del corpo seguito dalla parte sinistra.

Forse si tratta di un esemplare maschio che ancora non ha trovato il luogo più adatto per il letargo invernale. Probabilmente la nevicata dei giorni precedenti lo ha spinto a un’altitudine inferiore… oppure è lo stesso esemplare di cui avevamo osservato le impronte sulla riva dello Spruce Lake.

Forse è semplicemente venuto per un saluto dopo averci spiato a lungo… chi può saperlo… so solo che il richiamo dell’orso dopo l’esplorazione delle foreste del Canada ha continuato ad appassionarmi, spingendomi a scoprire altre, uniche destinazioni, alla ricerca di nuovi incontri con orsi e grizzly in luoghi solitari e, tanto per proseguire, una prossima volta nelle terre dell’Alaska.

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Tutti i colori del vento

Sapevo dell’uscita di Tutti i colori del vento, come pure sapevo che l’autore non avrebbe potuto sfogliarlo appena stampato: l’amico Giorgio Bertone è infatti mancato ai primi di gennaio di quest’anno 2016.

Quando ne ho ricevuto una copia dalla moglie Anna, l’ho presa in mano un po’ incerta, come mi succede ogni volta che esamino un libro che so postumo.

Perché leggere gli ultimi pensieri di qualcuno che stimi è un’emozione impagabile, l’unica in grado di alleviare un poco il dolore per la perdita.

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Questa volta Bertone racconta di un suo viaggio in barca da Port Stanley nelle Isole Falklands alla South Georgia, con lo scopo di ripercorrere il mitico Traverse di Ernest Henry Shackleton e compagni, dalla baia di Re Haakon (costa meridionale) alla stazione baleniera di Stromness (costa settentrionale).

Lo Schakleton’s Traverse è oggi meta di trekking che richiedono una grande preparazione, capacità e soprattutto rassegnazione in caso di molto probabile fallimento.

La traversata è stata ben documentata nel film del 2001 di George Butler Shackleton’s Antarctic Adventure, con protagonisti del calibro di Reinhold Messner, Stephen Venables e Conrad Anker: un follow-up di The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition (2000), dello stesso regista.

L’avventura di Shackleton (da wikipedia)
Dopo il raggiungimento del Polo Sud da parte di Roald Amundsen e un mese dopo da parte di Robert Falcon Scott, l’unica conquista di prestigio che rimaneva era la traversata del continente antartico.

Conrad Anker, Reinhold Messner e Stephen Venables nel 2000, durante la lavorazione del film Shackleton’s Antarctic Adventure
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La spedizione Imperial Trans-Antarctic Expedition era partita da Londra il 1º agosto 1914, tre giorni prima che l’Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytviken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddell il 5 dicembre del 1914; il 10 gennaio 1915 la nave lo raggiunse, ma il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack.

La nave, imprigionata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S; il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato Ocean Camp, dove rimase fino al 29 dicembre quando tutti si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su di un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp.

Shakleton’s Traverse, l’itinerario seguito da Shakleton, Crean e Worsley per raggiungere un centro abitato e la salvezza
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Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano nulle, quindi Shackleton decise di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori (la James Caird), la Geogia del Sud (distante 870 miglia marine, circa 1.600 km) assieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Sir Ernest Henry Shakleton
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Shackleton, assieme a Tom Crean e al fotografo Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, dove giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso dapprima dei tre uomini rimasti alla baia di Re Haakon, poi degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

L’impresa di Shackleton, che nonostante le incredibili traversie non perse nemmeno un uomo, fu per lungo tempo oscurata dall’attenzione dedicata alla quasi contemporanea sfortunata spedizione di Scott. Solo in epoca molto più recente le difficoltà incontrate nel 1964 dalla Combined Services Expedition che aveva l’obiettivo di esplorare la Georgia del Sud e la richiesta di evacuazione d’emergenza da parte di alcuni uomini dello Special Air Service britannico coinvolti nell’operazione Paraquet e rimasti bloccati dalle avverse condizioni meteo sul ghiacciaio Fortuna nel 1982 (evacuazione che costò ai britannici la perdita di due elicotteri Westland Wessex), fecero comprendere la reale portata della traversata effettuata da Shackleton.

Chi volesse approfondire la vicenda Shackleton può consultare l’apposito capitolo di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Endurance, nel quale è presente anche la corposa bibliografia.

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Tutti i colori del vento
Un primo esempio di come le difficoltà ambientali di quelle lontane regioni possano condizionare qualunque volontà di successo piuttosto che attentissima programmazione, Bertone ce lo fornisce nelle prime pagine del libro quando racconta, durante la lunga traversata sulla barca Australis, l’impossibilità di transitare vicino, dato il tempo, alle famose Shag Rocks, curiosissimi scogli messi in fila nell’immenso oceano che emergono nel nulla dell’orizzonte: “Non li vediamo. La nostra rotta passa qualche decina di miglia più a sud di questi isolotti fantasma, un immenso dinosauro, della specie degli spinosauri con il dorso a cresta. Fare un bordo in più allungando la navigazione fino a quella scogliera, sarebbe pericoloso e inutile. Fuori la bufera ci avvolge come in un bozzolo. Visibilità ridottissima. Perciò siamo incollati alle foto su internet…”.

Lo stile di Bertone conduce il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, quasi lo costringe a fantasticare. Il suo scopo è quello di pennellare impressioni, come se il narratore esprimesse le sue sensazioni proprio nel momento in cui apprende informazioni nuove su ciò che lo circonda, talvolta con note di humor britannico-genovese sicuramente dovuto alla terra natia dell’autore ma anche alla compagnia di viaggio, una maggioranza inglese su lontane terre comunque suddite della Regina.

Un esempio tra tanti di questo humor? Allorché Bertone racconta la “riconquista” di Grytviken, il capoluogo della South Georgia, da parte delle truppe inglesi a spese degli occupanti argentini nella guerra lampo del 1982, scrive: “I marines erano poi sbarcati senza colpo ferire nella Baia. Del tutto superfluo l’assalto notturno delle forze speciali cui prudevano sempre le mani, che in prossimità della spiaggia, scorgendo delle ombre agitarsi, spararono a raffica. Non udirono, stranamente, il rumore dei proiettili rimbalzanti sulle rocce. Le esplosioni erano state infatti assorbite dal grasso adiposo degli elefanti marini maschi che stazionano a King Edward Point da secoli, sempre in rissa tra loro, e che ora sanguinavano per una causa a loro del tutto sconosciuta…”.

Le Shag Rocks
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Uno dei capitoli più belli del libro racconta di come Shackleton e il suo documentarista Worsley salvarono le immagini della spedizione, ma anche di come Scott, ormai certo di morire, fino all’ultimo scrive sul suo diario.

L’autore snobba dichiaratamente l’immagine e privilegia il testo. Che, a sua volta, è sempre essenziale, sia quando racconta fatti precedenti alla sua esperienza (la guerra delle Falklands piuttosto che l’avventura di Shakleton) sia quando tratteggia piccoli e grandi eventi del suo viaggio, oppure quando semina un aggettivo o un avverbio per dipingere il carattere di un compagno o del Capo.

Questo modo di scrivere è voluto, accurato: teso allo scopo di incuriosirci e farci lavorare di fantasia. Lo definirei understatement (attenuazione), ancora una volta britannico-genovese.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Giorgio Bertone
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Citando ancora l’autore: “Tuttavia le storie, gli aneddoti, le leggende, i filmati, le foto, i dati scientifici crescono nella narrazione degli uomini in proporzione al sentimento ansioso di ritrovare in un Continente intero la riserva reale e immaginaria dell’umanità. Dagli inizi del Novecento gli esploratori di prima, seconda e terza generazione hanno inventato, ognuno, itinerari, sfide, prove differenti con differenti regole, come cavalieri antichi che disdegnano norme precise universali, ma inventano regole proprie ed eleggono l’umanità a sponsor”.

Oggi è infatti assai difficile, se non si è originali, scrivere di un viaggio breve: per di più in un ambiente che trasuda avventura epica (Shackleton, Scott, ecc.) e comunque in un’epoca e in una cultura che risente della fondamentale lezione di Bruce Chatwin. Chi non ha letto In Patagonia o Che ci faccio qui? lo faccia in fretta… Direi che Bertone c’è riuscito, grazie alla sua essenzialità che ha fatto da passaporto.

Sentite cosa dice in proposito, evidentemente scrivendo di se stesso: “Né studioso di miti, né storico, il pellegrino senza nome conosce l’umiltà. Disfa la tela e la ritesse con diversa figura e composizione e inserimento di un filo esile che lo riguarda”.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Stephen Venables
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Bertone, nel suo viaggio, con la sua personalità e con il suo carisma, ha tenuto testa alla maggioranza britannica che lo circondava. Tra le altre scorribande culturali, leggete cosa scrive a proposito del Regno Unito e degli “odiati” argentini: “(La South Georgia è) una riserva naturale della biosfera che gli inglesi mantengono come il più selvaggio e ghiacciato dei giardini. Si sono permessi laggiù delle Riserve nazionali. Le Falklands sono invece una sorta di Riserva nazionalistica. Quando l’Inghilterra diventerà una Banca finanziaria unica in un unico grattacielo esteso per tutto il suo territorio, con i nuovi coolies multietnici nei sotterranei, ogni tanto qualcuno dei suoi abitanti britannici verrà a fare una visitina laggiù per riassaporare la fisionomia degli oggetti, delle vetture, dei relitti di nave, del colore del vento vero, delle old fashioned battles e dei volti dell’antico paese. E porgere sottovoce un saluto grato agli argentini, i migliori alleati di sempre…”.

E, poche righe sotto: “Quando chiacchiero di queste cose con gli inglesi, mi rispondono “What a curious theory”, che non sai mai se approvano, se rifiutano oppure sono in imbarazzo di fronte all’immagine paradossale dell’Argentina fedele alleato…”.

Giorgio Bertone
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Caduta in crepaccio allo Strahlhorn

Roland e Benjamin Spilthooren, d’Aix-les-Bains, sono padre e figlio. Assieme ad altri due amici, Francis e Isabelle, il 24 maggio 2015 hanno salito con gli sci uno dei più bei Quattromila del Vallese, lo Strahlhorn 4190 m.

In un particolare punto della discesa, con neve più gelata, Francis va avanti alla ricerca di una linea migliore, mentre gli altri lo guardano. Senza ovviamente staccarsi di molto dalla linea di salita. Lo seguono Isabelle e Roland e, cinque secondi dopo, anche Benjamin, ultimo. Proprio quando questi riparte, d’improvviso il vuoto gli si apre sotto ai piedi (sono le 11.41). La videocamera dell’uomo era in posizione “on”, così da riprendere l’incidente, la caduta e i tentativi di non precipitare ulteriormente nella voragine.

All’inizio la cosa non gli sembra grave, uno sci si è incastrato e Benjamin rimane ancora in bilico. Poi, dopo un movimento per disincagliarsi, è la caduta. Atterra su una specie di ponte di neve molle che attutisce il volo, poi scivola su una specie di toboga di ghiaccio, per un totale di 7-8 metri. Ora è sospeso in posizione veramente precaria sul nero vuoto di un baratro. Cerca di piazzare una vite da ghiaccio per ancorarsi e ci riesce. Nello stesso tempo urla con voce strozzata per chiamare soccorso.

Dopo 17 minuti si ferma lì un gruppetto, una guida svizzera appronta una carrucola di recupero, la manovra si svolge regolarmente, uno sci è perduto.

Dallo svolgimento delle scene sembra quasi che i compagni di Benjamin non si siano accorti della sua scomparsa. Il padre ha spiegato che si è accorto della mancanza del figlio 40 secondi dopo essersi mosso sulle tracce di Francis, quindi ben più in basso. C’è una gobba di neve che impedisce di vedere, tutti pensano che Benjamin abbia avuto un qualche problema agli sci e sia momentaneamente fermo.

Arriva però un altro sciatore, il gruppo gli domanda se ha visto qualcuno al di sopra, quello nega… Allora cominciano ad aver paura e rimettono su le pelli. Arriva un altro sciatore e anche quello conferma di non aver visto nessuno. Poi finalmente vedono del movimento in un punto, si capisce che c’è qualcuno in un crepaccio. Roland chiama il soccorso (sono le 11.53).

Si viene a sapere poi, ricostruendo i tempi con l’aiuto della telecamera, che il primo contatto tra infortunato e guida svizzera è alle 11.58. L’uscita dal crepaccio è alle 12.11, l’elicottero lo porta via (incolume) alle 12.30.

Dice Benjamin: “Beh, il bilancio è positivo, dal momento che ne sono uscito sano e salvo. Di fronte alla necessità mi sembra di aver applicato, anche se magari non alla perfezione, gesti e misure elementari. Penso che tutti si siano comportati come si deve e abbiano avuto un ruolo, gestendo correttamente la vicenda. Analizzando un po’, quando si è a più di 3000 metri di altezza, se sei in fondo a un crepaccio è molto stancante urlare per avere aiuto… penso che in futuro andrò in giro con un fischietto! Bisogna avere equipaggiamento in buono stato e saperlo usare: è essenziale. Una vite da ghiaccio, magari anche due. Una o due fettucce, dei moschettoni per fare degli autobloccanti. E naturalmente l’imbragatura. Anche la piccozza ho usato, e meno male che era una piccozza da ghiaccio”.

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I segreti di Messner per una vita d’avventura

Reinhold Messner, che dieci giorni fa ha compiuto 70 anni, ha detto recentemente: “Sono migliaia e migliaia quelli che sono morti in montagna. Non posso difendere un’idea che ha avuto così tante morti come conseguenza.
Non possiamo sostenerla, ma continuiamo ad andare in montagna. Dobbiamo essere consci che il pericolo è ovunque e in ogni momento.
Andare in montagna non è conquistare qualcosa. Possiamo parlare di conquista solo quando torniamo a casa e ci sentiamo come rinati”.

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I segreti di Messner per una vita d’avventura (da Climbing n. 328, www.climbing.com)

1. Preparazione
Ho sempre fatto testamento prima di partire per una spedizione. Sapevo di poter morire, ma sapevo anche che avrei combattuto da leone per non morire. Se avessi dovuto stare a casa perché andare in montagna è pericoloso, non sarei stato certo la stessa persona che sono. Ho bisogno dell’azione. E se le mie paure prima di partire sono troppo forti, magari perché non sono perfettamente preparato o ci sono cose nel materiale che non vanno, allora occorre rimediare. Vado solo se so di essere del tutto a posto.

2. Prenotare un biglietto di andata e ritorno
Quando ero giovane cercavo le vie più difficili, specialmente quelle su roccia, in Dolomiti e sulle Alpi. Dopo, quando salivo le cime himalayane, cercavo di farlo con il minimo di equipaggiamento. Quell’etica era più importante della via o della cima stessa. Prima e durante la salita, cercavo di essere sempre all’erta e conscio dei pericoli. La vera arte dell’alpinismo è il tornare a casa.

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3. Spingere i limiti
Testare i propri limiti è solo un sinonimo del conoscere la natura umana. Se ci esponiamo al massimo (freddo, mancanza di ossigeno, vuoto, spingersi oltre, lontano da ogni sicurezza), questo è conoscere i nostri limiti e le paure. Andare a quei limiti vuol dire riconoscerli. Ma non vuole dire accettarli. Non posso accettare che mi vengano imposti limiti alle capacità e alle possibilità.

4. Andare da soli
Andavo anche da solo perché avevo bisogno di sapere se ne ero in grado. Essere soli non è solo avere responsabilità, è anche non essere accettati dal mondo. Ora, se ho un problema personale o di lavoro, vado da solo nella wilderness. È un modo per meditare. Mi ascolto. Nel momento speciale in cui sono aperto alla natura con ogni mio senso, capisco cosa devo fare e qual è la mia strada ulteriore.

5. A braccetto con il pericolo
La maggior parte dei club alpini europei si comportano in modo da fare una montagna sempre più sicura. Fanno strade e sentieri dai quali non si possa cadere. Fanno strutture metalliche per proteggersi dalle valanghe. E allora quella non è più montagna. La montagna è pericolo, ci puoi morire. Proprio per questo l’alpinismo è un’attività così interessante. Non è uno sport. È una seria interazione con la natura e il pericolo ne è una componente essenziale.

postato il 27 settembre 2014

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La leggenda dello Yeti

Il primo yeti di Reinhold Messner
Nel settembre 1987 ebbi modo di conversare a lungo con Reinhold Messner, sia nel suo castello di Juval che durante un lungo viaggio in auto fino a Ramsau (Dachstein). Affrontammo una dozzina di temi, tra i quali quella che lui aveva chiamato la “Via degli Sherpa”, l’itinerario di migliaia di km che gli Sherpa avevano percorso nel secolo XVII. Quella che segue è la fedele e inedita trascrizione di ciò che ci dicemmo al riguardo.

– Già nel 1980, per il progetto dell’Everest in solitaria, avevo fatto l’escursione fino al Nangpa La, quando mi venne l’idea di percorrere prima o poi tutta la Via degli Sherpa; nel 1981 ebbi il permesso di salire lo Shisha Pangma, ma solo dopo che un gruppo di alpiniste cinesi avesse finito la salita. Soltanto allora avremmo potuto arrivare al campo base, così i cinesi furono costretti a darmi il permesso di fermarmi a Tingri, il che per me era più interessante del fermarmi allo Shisha Pangma. Sapevo dell’itinerario delle carovane del sale, volevo fare una storia del sale che viene dal Nord e che va nel Nepal, però in precedenza non mi era ancora riuscito perché gli sherpa nepalesi coi quali avevo un accordo non avevano avuto il coraggio di accompagnarmi.

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Tutti dicevano di non farlo, che è troppo pericoloso: io volevo passare il Nangpa La con loro e poi tornare. Siamo invece andati fino sotto al Cho Oyu, e non direttamente sul passo del Nangpa La che comunque conoscevo già dal 1980 per averlo raggiunto dalla parte tibetana. Ho scrutato un po’ tutta la zona e per la prima volta mi dissi che non era logico che gli Sherpa nel 1640 circa fossero passati dal Nangpa La, perché nel frattempo avevo saputo che a nord-ovest del Gauri Sankar c’è un altro valico molto meno difficile, che porta più o meno dove sbocca la Rolwaling Valley: ci sono molti villaggi e lì ci sono ancora scambi commerciali tra Tibet e Nepal.

Così nel 1981 abbozzai la teoria che gli Sherpa erano partiti per qualche ragione e volevano andare al Gauri Sankar: quella era la loro meta molto lontana, ma non sapevano dove era quella montagna. Non volevano andare al Kailash e neppure nella zona dell’Everest, volevano andare al Gauri Sankar, una montagna molto sacra per loro; arrivando a Tingri, dove si sono fermati per degli anni, hanno confuso il Cho Oyu con il Gauri Sankar, hanno preso il Cho Oyu come riferimento, perché da lì è ciò che si vede. Così sono finiti sul Nangpa La. Il Gauri Sankar è invece nascosto da una montagna secondaria di 7000 m ed è parecchio a destra del Cho Oyu. Passato il Nangpa La si sono trovati quindi nel Solo Khumbu. Anni dopo, traversato il Tashi Lapcha Pass 5755 m e colonizzata tutta la Rolwaling Valley hanno fnalmente raggiunto il Gauri Sankar, ma da sud, non da nord! Ancora oggi gli sherpa abitano a sud del Gauri Sankar, anche se è nel Solo Khumbu che ci sono le famiglie più antiche e nobili.

Nel 1985 ebbi la possibilità, tramite un amico, di andare al Kailash. Non ero il primo, perché qualche turista già con qualche trucco era arrivato fin là e un austriaco aveva avuto un permesso un po’ di mesi prima di noi. Dopo Sven Hedin, dopo Herbert Tichy, nessuno aveva più potuto visitare quei luoghi. Abbiamo dovuto andare a Pechino, poi Chengdu, poi Lhasa in aereo, ma i cinesi non volevano che noi andassimo al Kailash anche avendo il permesso. Le hanno tentate tutte, per esempio ci hanno venduto il permesso per 12.000 dollari, poi quando hanno detto “sì, potete anda­re, però come andate?”, allora abbiamo scoperto che non potevamo noleggiare auto, potevamo solo importarle e neppure rivenderle dopo. Infatti alla fine le abbiamo regalate! Due Toyota. Neppure le gomme di scorta avevamo, trattenute a Chengdu e mai viste arrivare a Lhasa. Siamo partiti da Lhasa e per lo Zhamnanko siamo andati al lago Manasarovar e al Kailash, lungo quella via che per tradizione gli sherpa hanno seguito da Tingri per giungere alla montagna sacra del Kailash. Poi abbiamo proseguito per Kashgar, è lunghissima, avevamo il permesso di traversare ancora fino a Urumchi, ma a Kashgar seppi della morte di mio fratello Siegfried, così interrompemmo il viaggio e volammo fino a Urumchi e poi a Pechino fino a casa.

Ma tu sei sicuro che l’altro passo è fattibile?

– Sì, non si può andare perché lì ora è chiuso, però io ho trovato della gente che mi ha detto che la strada era quella e tutte le volte che ho chiesto ma perché non andate dal Nangpa La, mi rispondevano perché è molto più difficile, oggi si passa dal Gauri Sankar.

Avevo quindi fatto il giro del Kailash, conoscevo il tragitto da Lhasa fino al Nangpa La; in più sapevo che nel 1975 una donna australiana aveva percorso con una carovana di yak il tragitto da Lhasa al Kailash e ritorno. Perciò mi sono detto che sarebbe stato bello percorrere la parte più importante della Via degli Sherpa, la prima, quella che attraverso il Kham porta a Lhasa, tratto oggi completamente chiuso. Ho iniziato a studiare questa possibilità per l’86, dovevo anche allenarmi per i miei due ultimi Ottomila e quindi passare molto tempo in quota. Un cinese, un mio amico di Lhasa, uno che capisce il nostro mondo e mi ha creduto quando dicevo di voler fare un viaggio etnologico e non spionaggio, mi ha dato una macchina, mi ha dato una specie di carta, non un permesso, ma una carta che dava via libera al sig. Reinhold Messner…

I “resti” di uno yeti nel monastero di Khumjung (valle del Khumbu, Nepal)
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Ma questo è tibetano o cinese?

– È cinese. I tibetani non hanno nessun potere, i tibetani vivono e basta. Sono andato in macchina da Lhasa ad Amdu, poi a Golmut, tutto facile, tutto asfaltato. Abbiamo fatto già qui in questa zona quasi un incidente perché guidano malissimo, c’erano centinaia di yak vicino alla strada morti perché l’inverno prima era stato molto severo. Incominciava ad essere difficile, le distanze sono enormi e il nostro permesso diceva che noi avevamo la possibilità di girare in Tibet, ma quella regione oggi non è considerata Tibet. Quella zona è chiusa ai turisti, ma siamo ugualmente scesi da Sining a Dege. Abbiamo avuto un incidente e ci siamo fermati per quasi una settimana, ci hanno sequestrato i documenti… alla fine me li sono ripresi strappandoglieli dalle mani e rifiutandomi di ridarglieli. Ci dicevamo che ci avrebbero dato assistenza, ma secondo loro le nostre macchine non potevano andare, servivano macchine specia­li che avrebbero dovuto arrivare: ma siccome era tutto interrotto, loro avrebbero avuto il tempo di trovare l’inghippo per bloccare la nostra spedizione. Abbiamo fermato un camion, ma la polizia ci ha costretto a scaricare tutto quello che vi avevamo caricato sopra; solo su un secondo camion riuscimmo a ripartire ma con molti problemi, molte strade erano interrotte, abbiamo dovuto portare la roba da un camion all’altro. Loro pensavano “non andranno lontani”, avevamo centocinquanta chili, abbiamo dovuto superare interruzioni difficili, un giorno per un chilometro portando la roba sulle spalle, avanti e indietro arrampicandoci sui massi della frana. Siamo arrivati fino in fondo ad una gola profondissima e lì ancora bloccati.

Il capo del luogo ci trovò una specie di albergo per la sera, ecco finalmente qualcuno che ci aiuta dicevamo, ma il giorno dopo ha fermato la nostra spedizione dicendo a tutti nel paese di non portarci, che la strada era interrotta, era impossibile andare. “Non ci credo”, gli ho detto, allora mi ha portato un pezzo avanti e la strada era veramente interrotta, però non gravemente. Questo me lo faccio io, con una pala e una piccozza mi apro la strada, mi dicevo. Però lui non voleva, e fotografandolo ho capito che aveva paura, che era insicuro su di noi. Quando se ne è andato abbiamo fermato la prima macchina, messo su la nostra roba e siamo ripartiti. L’interruzione ce la siamo lavorata per 200 metri, ma venivano anche i cinesi ad aiutare, ed eravamo passati quasi dall’altra parte con il nostro trattorino, quando anche questo all’ultimo momento è andato dentro nel fango e non usciva più… e veniva già dietro la jeep della polizia cinese a fermarci. Noi abbiamo comunque scaricato il nostro materiale dall’altra parte della frana e abbiamo tentato un giorno intero di avere un’altra macchina, però nel frattempo la po­lizia aveva sparso la voce che noi non potevamo andare, che era vie­tato portarci. Con un carretto ci siamo portati fuori dal paese e abbiamo trovato uno che ci avrebbe portati via di notte. Quello non si vide, ma ne trovammo un altro che ci aiutò a scappare con il carico su per un lungo passo alla luce della pila. Scesi dall’altra parte, quando lui voleva andare a casa, pioveva a dirotto e continuò tutta la notte. Ci siamo nascosti in una casa perché avevamo paura che i cinesi venissero ancora a bloccarci ed eravamo già vicini alla nostra meta, la zona di re Gesar, che era nato e morto in questa zona: per questo volevo venire qui, poi andare a Dege da dove sono partiti gli Sherpa e quindi andare a ovest per la loro via.

Fin qui c’era sempre con noi Tarchen, un tibetano che ha viaggiato in India e Nepal perché era un khampa che combatteva i cinesi. In un monastero vicino lui aveva passato i primi anni di vita. Tarchen però aveva ancora più paura di noi di essere bloccato, pertanto ci lasciò; lì noi ci siamo fermati una decina di giorni, vicino ad un lago dove fanno il gioco di re Gesar.

Possibile orma di yeti (33 cm). La foto è stata scattata da Eric Shipton il 9 novembre 1951 sul Menlung Glacier, a circa 5500 m
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Gesar of Ling è considerato l’ultimo poema epico vivente, ancora oggi alcuni menestrelli ne cantano le parti tramandate per secoli solo per via orale. Narra di Gesar, una specie di re Artù tibetano. Il poema è lunghissimo, circa 25 volte l’Iliade.

Lì ho cercato il posto di Ling, e ho capito che Ling non esiste, che tutto è Ling, c’è una montagna che ho anche fotografato sotto la quale passa un fiume, ci sono molte grotte dove dicono che lui ha meditato prima di morire, scrivendo bellissime poesie, poesie che non ti posso adesso citare perché sono molto complicate, parlano di montagne e di piani che devono diventare la stessa cosa affin­ché il mondo vada in equilibrio; ho studiato qui Gesar e la scienza dice che gli Sherpa sono partiti da qui. Ed è vero, lo si vede anche dall’architettura che gli sherpa sono partiti dalla zona di Dege. Capito che i cinesi sapevano dove eravamo e che presto avrebbero avuto carte per trasferirci da qualche parte, abbiamo deciso di attuare il nostro piano, cioè io volevo scappare e andare verso Lhasa mentre Sabine (la moglie di Reinhold, NdR) si sarebbe fermata un po’ di giorni per assistere da sola alla festa di Gesar e poi ritornare in macchina a Chengdu in due-tre giorni, e poi a Lhasa in aereo. Ma Sabine non poté vedere la festa, fu prelevata e riportata a Chengdu ben prima. Peccato, alla festa di Gesar centinaia di guerrieri a cavallo cantano e recitano tutto il poema, dura una settimana.

Ogni anno?

– No, era la prima volta dagli anni ’50 che lo rifacevano.

Per quello che ti interessava?

– Sì, mi interessava moltissimo e avrei voluto vederla, perché da noi un’opera così, in un teatro così, non c’è. Un grande altipiano con un 7000 m dietro, di cui non so neanche il nome, non scalato, un grande lago, rocce con sopra gli alberi, un giardino perfetto zen in pieno Tibet.

Dunque sono arrivato in bus fino quasi a Dege, pioveva così tanto che la strada era di nuovo bloccata e ho dovuto raggiungere Dege a piedi e di notte. Nessuno mi ha lasciato entrare nelle case, la gente fuori a lavorare perché le case non crollassero e per fortuna ho potuto alle due di notte trovare posto perché qui c’è il divieto totale di lasciare entrare dei forestieri proprio come anni fa. Sono andato avanti da Dege fino a Chamdo, parzialmente a piedi. C’erano dei tratti molto difficili, però trovavo sempre ancora delle macchine o dei trattori che andavano un pezzo, e da Chamdo sono andato a Rivoche e da lì sono partito a piedi perché sapevo che gli Sherpa erano passati da lì. Il primo tratto è molto bello, su terra rossa su e giù, ma non molto difficile e da quando avevo lasciato la strada era molto più facile per me perché non c’era più un cinese e i tibetani mi davano da mangiare. Giunto però a Bambar, c’era un altro posto di blocco cinese. Sono andato in un albergo dopo aver comprato un po’ di birre. Alle undici di sera sono venuti nell’albergo a bussare, li ho mandati alla “reception” per il passaporto (che invece avevo con me) e sono scappato dalla finestra dirigendomi verso Lharigo. Devi pensare che sono cinque giorni, e devi camminare sessanta o ottanta o cento chilometri al giorno.

Le orme dello yeti trovate nel 1951 da Eric Shipton e Michael Ward sul Menlung Glacier
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Come facevi ad orientarti in quel nulla?

– Aggiornavo tutti i giorni una carta che mi portava già vagamente a Lharigo, però ogni giorno sapevo qualche cosa di più… quando incontri qualcuno, meglio se anziano, gli sottoponi i dieci nomi che sai, lui te ne dice cento, fai una selezione di quello che capisci lui sa davvero (perché molti parlano ma non conoscono)… Sulla via per Lharigo sono andato a Tshagu, dove ho avuto l’avventura che quasi mi ammazzavano. Avevo camminato per tutto il giorno e mi ave­vano detto che c’è un posto che si chiama Tshagu dove potevo pernottare. È arrivata mezzanotte, non c’era casa, non c’era niente, sono andato avanti quasi alla cieca e ho trovato alle due di notte un paesino su in montagna, con una trentina di cani scatenati. Ho dovuto prendere un grande bastone per difendermi e per mezz’ora sono andato su e giù per il paesino gridando tashi delek, che si dice in Tibet come da noi buongiorno e buonasera. Nessuna luce, c’erano soltanto i cani: essendo stanchissimo ho trovato una casa con il lucchetto e, grazie ad una scala che portava sotto il soffitto che era aperto, ho steso il mio materassino, il mio sacco piuma e mi sono messo a dormire un po’. Mezz’ora dopo è arrivata la gente, arrabbiatissima, mi tiravano dei sassi da sotto. Così sono sceso con la pila, non mi hanno aggredito ma mi hanno preso tutto, volevano sapere se ero armato, gridavano in tibetano, io non capivo niente e dicevo che venivo da Chengdu e andavo a Lhasa, gli ho anche mostrato il mio lasciapassare. Allora mi hanno portato in una camera e alla fine mi hanno trattato molto bene. La via per Lharigo era molto pericolosa, per il giorno dopo venne con me un portatore; purtroppo sono arrivato a Lharigo ancora di notte: non si può arrivare di notte in un paese, ed è anche logico. Lì c’era di nuovo una piccola stazione militare. Non potevo pernottare prima perché i nomadi nei loro campi non mi davano il permesso… e soprattutto io non volevo più dormire all’aperto da quando avevo incontrato quello che gli Sherpa chiamano lo yeti (ma non vorrei che questo fosse pubblicato perché non vorrei che la gente sapesse dov’è, se la gente sapesse dov’è tenterebbe di andare là, e adesso tu sai pressapoco dov’è… è molto lunga questa strada…).

Non penso che andrò.

– Sì, non dirlo ad altre persone perché incominciano subito a costruire qualche cosa.
Fino a un certo punto andavo, anche dormendo in una caverna, non avevo nessuna paura, ma dopo aver visto que­ll’animale non dormivo più…

– È così terrificante?

– A me non ha fatto niente, io ho visto due esemplari, il primo è venuto lì dov’ero e poi s’è girato: è venuto sui due piedi e poi è andato via tranquillamente. Con il secondo però era notte, ha fischiato esattamente come dicono gli Sherpa e di­cono che quando fischia ti attacca e ti ammazza. È più grande di noi e tutta quella gente parla dello yeti come io parlo di una mucca e quella notte terribile a Tshagu mi sono salvato per­ché ho riferito loro che avevo appena visto quell’animale e hanno subito detto “ma è una fortuna che sei vivo ancora”… ed è lì che ho sentito il vero nome dello yeti, lo yeti è un’invenzione nostrana occidentale: non si chiama yeti….

Nel 1998 Messner pubblicò Yeti. Legende und Wirklichkeit, poi tradotto in italiano con Yeti. Leggenda e verità (Feltrinelli, 1999). Gli ci vollero dunque dodici anni per analizzare a fondo tutto ciò che si cela dietro allo yeti e giungendo anche alla conclusione, contraria a quanto dettomi nel 1987, di rendere pubblici i suoi avvistamenti dello tshemo, il nome con cui i tibetani chiamano lo yeti, nome che allora non mi riferì.
L’incipit del libro è una delle più belle pagine mai scritte da Messner: narra del suo incontro con lo tshemo, alla fine di una lunga e solitaria giornata, faticosa e piena di pericoli, in un ambiente estremo e selvaggio.

Il suo è davvero l’incontro con il mito fatto carne di un individuo civilizzato, scettico per definizione: «Solo di rado mi facevo più attento, quando qualcuno, nel suo racconto, forniva precise indicazioni del luogo e i nomi delle persone che aveva ncontrato o che lo avevano accompagnato in quella circostanza. Ma ogniqualvolta ponevo domande più specifiche, i padri diventavano nonni, un luogo una regione, un’affermazione sicura si tramutava in un forse, fino a che i discorsi sullo yeti assumevano un tono così vago da indurmi a dimenticarli…».

Messner così riassume a grandi linee il suo libro e le sue conclusioni: «Lo yeti non si è mai preoccupato di noi; sa che esistiamo, ma solo a livello istintivo. Noi, invece, abbiamo di lui una duplice percezione: possiamo vederlo come un animale estraneo a ogni forma di civiltà, e al tempo stesso lo serbiamo nella fantasia come un essere leggendario; ma solo la presenza contemporanea dei due aspetti dà forma alla sua piena realtà. All’immagine del temibile yeti, partorita dall’immaginazione delle popolazioni seminomadi che da secoli vivono in armonia con le divinità della natura nelle foreste e tra i ghiacci dell’Himalaya, si addice, sul piano zoologico, solo lo tshemo o dremo… Renderò conto, nel più accurato dei modi, di tutto ciò che ho visto e trovato, di tutte le esperienze che ho vissuto durante i dodici anni in cui ho cercato lo yeti. E se talvolta mancherò di precisione nell’indicare nome e località, sarà dovuto alla mia volontà di non indirizzare flussi di turisti là dove, anche un domani, tshemo, dremo, riti, tshute e yeti avranno bisogno di un habitat incontaminato.
Questo libro risolve sostanzialmente l’enigma dello yeti, ma non può e non vuole toccare il mito dell’uomo delle nevi. Quel mito deve restare qual era, perché il mito è sempre più forte della realtà.

Ma torniamo alla nostra conversazione del 1987.

– Prima dicevo sempre che lo yeti è una favola, adesso so che esiste ed è interessante vedere qual è il parallelo fra la leggenda e lo yeti reale. La leggenda è nata perché in questo tragitto gli Sherpa si sono incontrati anche loro con lo yeti, che avrà certamente ammazzato qualcuno… lì nacque la storia, che poi è stata tramandata e portata qui… ma adesso non parliamone più.

Eric Shipton
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Prima di Lharigo iniziavo verso le cinque o sei a camminare, ma è sempre difficile entrare nei campi nomadi perché hanno i cani, ci vuole mezz’ora per entrare: poi lì erano tutti giovani e tutti ridevano. Non è che mi dicessero “dai, stai con noi, ti dia­mo da mangiare”. Io avrei pagato e così avanti… No, tutti ridevano e non mi accettavano. Sapevo che dovevo cercare gli anziani, ma lì non ce n’erano. Una volta ero su un alto passo, quasi a cinquemila metri e sono arrivato in un paesino, una specie di fortezza di 5 o 6 case, con gli yak che arrivano alla sera. Mi sono seduto là e ho guardato come li mungono, poi pian piano ho tentato di parlare, di chiedere se potevo dormire. È diventato scuro e hanno tentato ugualmente di dire no, che c’era un altro paese lassù, nuovamente non mi volevano. Alla fine venne una vecchia donna che ebbe pietà e disse che potevo dormire nella stalla. C’erano un po’ di letti al margine della stalla, hanno chiu­so la porta per la notte, poi hanno chiuso tutte le donne in una stanza con un lucchetto, molto presto… e lo potevo vedere perché stavo nel mio sacco a piuma e vedevo come stavano chiudendo tutte le donne in una stanza… ma tutte queste piccolezze per dirti che a Lharigo sono arrivato a mezzanotte. Ne usciva un gruppetto di tibetani ubriachi. Cantavano. En­trai, non c’era nessuno, non una luce, niente, e dopo un po’ vidi una pila da qualche parte, mi avvicinai alla pila, si spense. C’era un gruppetto di soldati, due o tre soldati che tentavano di bloccarmi, sai, nascondendosi con la pila ve­dendo dove andavo e ci voleva un bel po’ prima di trovarli perché loro si nascondevano, si facevano di nuovo vivi con la pila perché non sapevano di nuovo dov’ero io. Alla casermetta mi hanno fatto dormire in cella senza chiuderla. Così ho potuto continuare e sono sceso dopo due settimane da lì. È stato veloce perché sono andato in bus, non passando però da Amdo. In una valle molto strana ho visto il “funerale celeste”, è lì che ho fatto le foto per un servizio su Jonathan, l’unico ad aver visto e documentato quella cerimonia. Lì, trovi tutta quella storia, però io non sono andato per vedere il funerale celeste, bensì perché sapevo che gli Sherpa lì si erano fermati a lungo prima di ripartire per Lhasa e Tingri, volevo vedere il posto… E così conosco tutta la Via degli Sherpa fuorché 100 km e in tutto saranno da Dege fino al Solo Khumbu circa 3000 km in linea d’aria: hanno fatto un bel giro questi Sherpa; una vera migrazione d’altri tempi, un esodo tipo dalla Russia fino a Roma … forse di più, e per me è logico che in questo esodo siano nate delle leggende che han­no portato una certa cultura da un posto ad un altro posto.

Per finire, questo viaggio è il più bel viaggio che ho fatto sia per le difficoltà che ho dovuto affrontare, non volendole ma dovendole superare, sia anche perché finalmente potevo camminare a lungo e questo tipo di viaggio è una forma del mio futuro, anche se in realtà io vorrei fare anche dei viaggi con meno gente… qui ho trovato almeno tre case al giorno… mi piacerebbe traversare il Taklamakan, fattibile solo se hai un grande aiuto. È un deserto totale, forse noioso, sarebbe soltanto una questione sportiva…

Reinhold Messner
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M’interessa di più aver capito che Bhutan, Solo Khumbu, Dolpo e Khali Gandaki (ed anche il Karakorum) erano molto più legati al Tibet che all’India, difficilissima da raggiungere per via delle valli profonde solcate da fiumi selvaggi. Ecco perché gli Sherpa hanno ancora influssi della loro religione bon, il buddismo primitivo, ben diverso da quello tibetano di oggi, il lamaismo sia giallo che rosso. Gli Sherpa si fermavano sempre vicino a monasteri, anche a Tingri c’era un famoso monastero che oggi non c’è più, distrutto dai cinesi. E anche oggi vanno fedeli bon a Lhasa e nel parco fanno il giro in senso contrario, e nessuno dice niente. Il colore dei bon è il nero e grande importanza è data alle forze della natura. Gli sherpa di oggi, pur lamaisti praticanti, dicono che nel bosco e sulle montagne ci sono entità che l’uomo deve temere. Hanno poi le loro figure da seguire, uomini saggi che hanno dato il buon esempio.

Però non vorrei diventare neppure uno scienziato e dire ecco io sono capace di chiarire tutte queste cose: io faccio un viaggio e vedo quello che vedo, non sono né un tecnico, né un geografo, né altro, io vorrei che questi posti selvaggi, o semiselvaggi, rimanessero zone bianche sulla carta geografica, capovolgere ciò che si diceva all’inizio del ‘900, cioè che era necessario abolire le macchie bianche della carta: al contrario vorrei salvarle. E se farò una storia di questa Via degli Sherpa racconterò quello che ho vissuto senza dire nomi, potrei dire che sono partito da un paese molto ad est del Tibet, che c’erano cinque case fatte così e così, e così non rubo niente a nessuno… se invece incomincio a pubblicare subito la carta geografica, quel posto lo rovino. Questa è anche la base della mia filosofia del White Wilderness, capovolgere l’idea della macchia bianca sulla carta affinché rimanga un’università per chi vive una vita “semplice”, per chi non vuole andare all’università a studiare o anche per chi all’università ci va ma vuole an­che le zone selvagge per capire senza voler scrivere, fare calcoli o portare a casa dati geografici, scientifici, geologici ed etnolo­gici, che non hanno nessuna importanza. Importante è l’esperien­za che tu ti fai e te la fai soltanto se la zona è selvaggia, pure con la gente selvaggia, non importa.

Quindi White Wilderness come Blanc on the map di Eric Shipton.

– Sì, molto bello quel titolo, è esattamente quel­lo che voglio dire con White Wilderness.

Anche se Shipton in realtà le macchie bianche le voleva eliminare, come tutti gli esploratori del suo tempo.

– Tutte le grandi spedizioni avevano ingenti finanziamenti proprio perché erano dirette a zone del mondo sconosciute, da conquistare. E adesso si può capovolgere questa idea solo tornando indietro, senza dati scientifici, e raccontando le cose come faceva Omero… per dare senso alla via e alla tua esperienza e per lasciare intatta la White Wilderness.