Posted on Lascia un commento

Gli sport outdoor, una risorsa turistica

Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema
di Angelo Seneci guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor

Il presente post è tratto dalla relazione che Angelo Seneci fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima di tutto vogliamo inquadrare l’outdoor in generale perché ritengo che l’arrampicata sia un tassello di quest’ultimo. Un tassello che a volte può svolgere il ruolo di “Cavallo di Troia” per entrare con dinamiche importanti in certi ambienti e può essere un mezzo capace di dare grande visibilità. I numeri dell’outdoor sono però molto più ampi e importanti della semplice arrampicata e questo lo vedremo insieme in seguito.

Noi siamo partiti nei nostri territori molto tempo fa (dal 1987) e ovviamente l’arrampicata di allora non corrisponde all’arrampicata di adesso. Allora era difficile vederne la crescita e all’inizio abbiamo fatto anche degli errori, forse è meglio chiamarli “tappe nell’evoluzione”. Col senno di poi avremmo detto: “Bisognava fare così”, ma i nostri errori di allora potrebbero essere utili per chi deve compiere un percorso simile oggi e offrire soluzioni migliori a certe problematiche.

Che cos’è lo sport outdoor? Per capirlo basta semplicemente affacciarsi alla finestra di questa sala, guardare il lago e le montagne che sono sullo sfondo. Per sport outdoor consideriamo tutte quelle attività o discipline sportive che hanno come terreno comune di azione la natura: dall’acqua alla roccia, dalla terra all’aria. Tutte queste attività hanno la caratteristica di essere sport che si praticano nella natura e quindi con delle problematiche comuni.

Prima caratteristica è quella di svolgersi in un ambiente non strutturato per accogliere grandi numeri e che bisogna impostare in modo essenziale tenendo conto della fragilità e delle problematicità di questi ambienti.

Biker nei pressi del Lago di Garda. Foto: Leo Himsl/K3
Mountain-bike Wheely 104Possono poi nascere esigenze contrastanti, tipo il conflitto che è nato in questi anni tra escursionisti e biker. È un problema serio. Noi abbiamo fatto anche dei tavoli provinciali per tentare di risolverlo ed è un problema che è comune in tutta Europa.

I primi passi dello sport outdoor si muovono negli anni ’80/90 del Novecento, nello stesso periodo in cui si affermano gli “sport estremi” che godono in questi due primi decenni di grande visibilità dovuta alla loro spettacolarità, anche se sono attività confinate a settori limitati della popolazione, spesso marginali e che avevano, in quel periodo, scarso interesse sotto il profilo economico.

Si trattava di attività che allora non davano l’idea di un mondo su cui investire, ma chi ha cominciato a investire a quel tempo (come ad esempio gli Amministratori di Arco) oggi ne trae i maggiori frutti. Allora non era facile intuire cosa stava per succedere, ma adesso la storia è cambiata.

Dalla fine degli anni Novanta e con gli anni Duemila c’è stata una profonda mutazione. Lo sport outdoor è passato da gruppi limitati al coinvolgimento di grandi strati di popolazione. Nell’universo outdoor sono rappresentate tutte le fasce d’età e ceti economico-sociali differenti tra loro. Si va dai giovanissimi alle famiglie, fino alla terza età. Sono coinvolti praticanti di ogni livello sociale. Diviene così una risorsa economica non marginale per territori che hanno un patrimonio ambientale da valorizzare e proporre. Una cosa interessante è che anche in questi anni di crisi quei territori che a suo tempo hanno investito vedono un movimento che si consolida con continui trend in crescita: un turismo di prossimità capace di soddisfare il bisogno di movimento e natura diventa un’appetibile e praticabile alternativa sulla porta di casa. Il successo del Garda Trentino lo dimostra. Il “vivere diverso”, il” muoversi” è diventato nel mondo una necessità così come per tanta parte della nostra popolazione senza dover per forza fare viaggi esotici o lontani.

Vediamo a grandi linee i dati sui praticanti in Europa
Cerchiamo di capire effettivamente cosa vale a livello europeo il turismo dello sport outdoor.
Sono dati su cui non esistono numeri certificati perchè sono sport che, per loro natura, si svolgono fuori da stadi e da terreni per lo più a pagamento, quindi difficili da quantificare, anche se possono essere fatte delle stime.
L’unico dato che abbiamo certificato e acclarato è quanto valeva nel 2012 il mercato dell’attrezzo e dell’abbigliamento riferito allo sport outdoor a livello europeo.

Questo era 14 miliardi di euro. Il mercato più importante è la Germania col 24%. Seguono il Regno Unito con il 14%, la Francia con il 13%, Italia – Austria – Svizzera con un 6% ciascuno. In totale si calcola che i paesi dell’arco alpino influiscano su questo valore per il 55% del totale. I paesi del nord dell’Europa occupano un 15/16% e sono in crescita i paesi dell’Est Europa (Polonia e Repubblica Ceca).

Mettendo in relazione questi dati con le stime sui praticanti dei singoli paesi possiamo valutare in circa 80/100 milioni i praticanti di sport outdoor in Europa così ripartiti: 25 milioni in Germania; 15 milioni in Francia; 6 milioni in Italia; 6 milioni in Svizzera; 6 milioni in Austria, per un totale di 55 milioni di praticanti nei paesi dell’arco alpino.

A riguardo delle motivazioni si tenga presente che i praticanti propensi al viaggio hanno nello sport la motivazione della loro vacanza nell’80% dei casi.

Se quindi lo valutiamo come potenzialità turistica, arriviamo a definire il potenziale bacino di turisti outdoor per l’Europa superiore ai sessanta milioni e in quaranta milioni per l’arco alpino. Sono numeri pesanti, perché è gente motivata e che si fidelizza facilmente su un territorio.

Quanto vale l’arrampicata? Circa il 3% del mercato outdoor complessivo. È un dato un po’ forzato che però è interfacciato con quello che abbiamo più o meno sui singoli paesi, di percezione, che fa tornare abbastanza il senso dei dati.

Trasformato in praticanti: Germania 700.000; Francia 400.000; Italia 200.000; Austria 200.000; Svizzera 200.000.

Diciamo anche che spesso viene percepito come arrampicatore solo chi va tutte le settimane ad arrampicare, ha un livello di preparazione sul 6b (sto un po’ esagerando) e conosce tutta la vita di Adam Ondra. Ma io dico: “Uno sciatore va tutti i giorni a sciare? Uno che una volta all’anno fa una settimana bianca è uno sciatore, cioè rappresenta per noi un riferimento, oppure no?”. Quindi i numeri che abbiamo dato sono conservativi per questi motivi. C’è tra l’altro un mondo nuovo che è esploso negli ultimi sette, otto anni ed è quello delle sale indoor di arrampicata in tutta Europa.

Alcuni esempi: Neu Thalkirchen a Monaco di Baviera conosce 270.000 entrate/anno. Gaswerk a Zurigo 250.000 ingressi/anno. Tradotto, significano almeno 15.000 persone singole. A Monaco ci sono sette sale del genere per un numero stimato di 40.000 persone frequentanti. L’Italia non è da meno anche se la storia è più recente (tre, quattro anni) ed è un mondo che vale 40/50mila ingressi con realtà molto più piccole come bacino di utenza rispetto ad esempio a Monaco di Baviera.

In tutto questo mondo non tanti vanno in falesia: è una realtà che dobbiamo andare a scoprire per proporre cos’è la vacanza in falesia.

Un altro dato interessante viene dai numeri della FASI. Il trend di crescita confermato dall’andamento degli affiliati alla Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana è nell’ordine dei +400% negli ultimi dieci anni. Sono dati importanti anche in riferimento alla crescita dell’arrampicata in Italia che è stata un’evoluzione non solo quantitativa, ma anche qualitativa.

Tra l’altro tutte le età sono rappresentate in modo importante.
Età dei praticanti (da interviste che abbiamo fatto nel Garda Trentino): fino a venti anni, 5%; 21/30 anni, 25%; 31/40 anni, 39%; 41/50 anni, 20,5%; oltre i 50 anni, 10,5%.
Quindi una grossa componente va dai trenta ai cinquant’anni, e tra l’altro sono persone con buona capacità di spesa e che magari vengono anche con la famiglia.

Un numero interessante, che qui è basso perché è stato fatto soprattutto sull’arrampicata, è quello dei praticanti oltre i cinquanta. Se andiamo a prendere, ad esempio, la statistica sui soci del Deutscher Alpenverein in Germania ci accorgiamo che questa fascia di età è molto più rappresentata tenendo presente anche che in Germania i soci DAV sono molto attivi (nelle nostre associazioni ci sono soci attivi, ma anche molti soci “storici”).

Soci DAV – distribuzione per età: Fino a diciotto anni: 16%; 19/25 anni: 7%; 26/40 anni: 20%, 41/60 anni: 38%, oltre i sessanta anni: 19%.
Notiamo una percentuale elevata di soci con età superiore ai quaranta anni (con capacità e disponibilità di spesa) ed un buon numero di soci in età di pensione con tempo e risorse da impiegare. Quindi famiglie e “Best Age” sono i nuovi target su cui investire nello sport outdoor. “Best Age”, “Gold Age”, chiamiamola come vogliamo, ha disponibilità economica e tempo: mentre la prima fascia ha disponibilità economica e meno tempo, quella degli over sessanta ha tanto tempo a disposizione ed è un mondo ancora tutto da scoprire. Nessuno ha ancora investito sull’outdoor nei termini della terza età.

Arrampicata nella zona di Torbole. Foto: Leo Himsl/K3
climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneSto seguendo un progetto del genere in Liguria e sono rimasto esterrefatto dal fatto che la stessa, che ha un terreno noto per l’outdoor, ad esempio col Finalese, ha visto un crollo verticale delle presenze.
Quando ero un ragazzo ricordo che la Liguria era un luogo privilegiato dove andavano a svernare i pensionati del Nord Italia e del Nord Europa. Non ci vanno più… quando in realtà c’è tutto un mondo nuovo da intercettare, a esempio in Germania.

Ho appena visto ad Arco un pullman di cinquanta persone, tutti pensionati tedeschi, che sono scesi coi loro bastoncini da trekking e sono andati a farsi la passeggiata. In questa fascia stagionale la nostra amministrazione sta giocando tantissimo; tutto è comunque da scoprire anche per noi perché non ci abbiamo investito così tanto. Comunque è una questione del tutto aperta.
Anche la componente femminile è in continua crescita e rappresenta il 35% dei fruitori dell’outdoor.

La capacità di spesa media giornaliera del turista outdoor dimostra anche una cifra interessante che si aggira sugli 80/100 euro.
Una statistica più dettagliata (2011) ci dice: spesa media giornaliera da 10 a 50 euro: 57%; spesa media giornaliera da 50 a 100 euro: 32%; spesa media giornaliera da 100 a 150 euro: 8%; oltre i 150 euro: 3%.

Interessante anche come si “muove” il turista outdoor. Oltre il 60% lo fa con amici; circa il 30% con la famiglia e da solo si muove circa il 5%.

L’alloggio tipo vede un preponderante uso del campeggio (55%) contro un 25,5% in albergo, 4,5% in agriturismo, 7% in appartamento o casa in affitto, 8% in casa di proprietà. Si vede un trend in crescita delle strutture di piccole dimensioni, tarato su questo tipo di clientela dinamica, con strutture e servizi dedicati.
L’indice di fidelizzazione ci dice che oltre il 60% torna sullo stesso territorio più volte all’anno, quindi facciamo un investimento che crea nel tempo una crescita continua.

Altro dato interessante è che questo è un pubblico estremamente sensibile a tutti gli aspetti che contemplino soluzioni volte alla salvaguardia dell’ambiente (ad esempio disponibilità a camminare per accedere alle falesie o disponibilità ad usare parcheggi di testata: 75% degli intervistati). Questo denota che è disponibile ad assumersi delle “fatiche” in questo senso (aspetto interessante per far nascere nuove imprenditorialità).

Ci troviamo quindi ormai in presenza non più solo di utenti esperti, ma di un pubblico che pratica l’outdoor con spirito ricreativo e non totalizzante, spesso caratterizzato da neofiti. È un pubblico che cerca strutture e servizi per praticare lo sport in sicurezza, piacevolmente, massimizzando il tempo delle vacanze, moltiplicando le esperienze, in un contesto accogliente; in quest’ottica il “dopo sport” ha un grande valore. In realtà territoriali come la nostra o come la vostra, avere un centro urbano con servizi, anche ricreativi, vicino ai punti di pratica dà un valore aggiunto notevole.

Questo quanto è successo ad Arco. Il centro storico di Arco parla di arrampicata: vai al bar e trovi le foto degli arrampicatori, oppure sugli schermi interni passano le immagini dei bikers, del canyoning o del volo libero. Da noi tutti si “vestono da outdoor“. Questo è sintomo di una percezione di un fatto culturale, di stare bene con queste persone che tra l’altro hanno vivacizzato la storia di Arco. La vita è passata dal “bianco e nero” degli anni settanta al “colore” di oggi (metafora usata durante un’intervista per una TV tedesca sul turismo ad Arco…).

Per andare ad intercettare e fidelizzare questo pubblico non è più sufficiente promuovere le valenze naturali della destinazione, ma diventa necessario offrire esperienze diversificate e prima ancora costruire ed organizzare gli spazi di queste esperienze, creando il contesto dove tutte queste attività sono integrate con l’enogastronomico e con la cultura.

Per esempio negozi di prodotti tipici locali e di prodotti a chilometro zero. Anche questo va pensato in un progetto integrato al fine di: 1) riuscire a proporre un prodotto spendibile anche in modo interessante; 2) creare un turismo outdoor sostenibile.

Attività sportive che hanno nell’ambiente naturale il loro terreno di gioco non possono non mettere la sostenibilità al primo posto. È evidente però il rapporto dialettico e non semplice, dove i problemi crescono al crescere dei numeri: fare dell’outdoor una risorsa turistica ci obbliga ‘in primis’ a individuare modi, mezzi, regole per contenere l’impatto sull’ambiente.

Se questi temi non vengono gestiti bene, ci si scontra con chi abita lì da sempre e vede nel turista outdoor qualcuno che non porta ricadute e che dà solo fastidio. Meglio farlo subito. Da noi questo aspetto si è strutturato “da solo” e oggi ci tocca un po’ metterci mano magari con qualche difficoltà in più di mediazione. Bisogna pensare alle regole, pensare a modi.

L’esperienza che ha vissuto Arco, in quasi trent’anni, ha attraversato tutte queste tappe: prima l’arrampicata con l’attrezzatura delle strutture, poi i percorsi per bike che erano stati segnalati e infine il rendersi conto di aver pensato tante belle cose senza prevedere i problemi legati alla manutenzione o alla gestione delle strutture realizzate. Chi viene dopo di noi potrà far tesoro della nostra esperienza.

Negli anni ’90 gli interventi si limitano alla valorizzazione di quanto scoperto e già attrezzato dagli appassionati: falesie, itinerari MTB… Questo sicuramente corrisponde alle esigenze di una fase iniziale e alla tipologia dei praticanti, ma velocemente mostra i suoi limiti sia verso l’ambiente naturale e antropico che verso lo stesso sviluppo dello sport. Infatti la mancata pianificazione e progettazione dello sviluppo ha effetti negativi sia interni che esterni. Nel predisporre progetti nuovi bisogna immaginare da subito chi saranno i gestori, chi saranno gli attori.

Gli effetti negativi interni sono stati:
1) Sbilanciamento dell’offerta verso i livelli medio alti della pratica dell’arrampicata (80% degli itinerari di difficoltà medioalta, contro una realtà di un 80% di praticanti sotto il 6b) e tracciati MTB estremamente tecnici e ripidi, con rischio di non intercettare la maggioranza dei praticanti.
2) Assenza di un servizio di monitoraggio continuo e di periodica manutenzione, con rischio di deterioramento accelerato delle opere: sentieri, attrezzature in parete, segnaletica, problemi di sicurezza e di degrado.

Non aver determinato delle regole ha lasciato proliferare l’uso selvaggio del territorio: parcheggi, viabilità, rifiuti, con l’instaurarsi di conflitti con la popolazione e anche tra diversi gruppi di praticanti.

La risposta
Con gli anni Duemila s’inizia a riflettere su come gestire questo patrimonio (oggi la gestione è a metà tra il professionismo e l’associazionismo con partecipazione degli Enti, ma anche sempre più dei privati che guadagnano e investono in modo equilibrato).

Nel 2008 nasce il progetto “Outdoor Park Garda Trentino”, un piano di sviluppo territoriale con centro sullo sport outdoor. Il progetto è ripreso dalla Comunità di Valle nel Piano Urbanistico Territoriale e vengono coinvolte le sei amministrazioni comunali del Garda Trentino sotto la regia di Ingarda APT e la partnership della Provincia di Trento.

Nasce un piano pluriennale che prevede le seguenti azioni:
1) Individuazione e catasto dei siti esistenti e potenziali, valutazione delle loro potenzialità rispetto ai target di riferimento (es. famiglie, principianti, disabili…);
2) Individuazione delle criticità: gestione servizi igienici, gestione rifiuti, parcheggi e mobilità;
3) Interventi di valorizzazione (attrezzatura falesie, tabellazione sentieri, realizzazione bikepark…), ma anche realizzazione e organizzazione delle strutture accessorie: toilette, parcheggi di testata, mobilità alternativa, centri servizi;
4) Implementazione di un servizio continuo di manutenzione (falesie, rete mtb) con specifici protocolli;
5) Costruzione di modelli gestionali (rete mtb).

Si passa quindi dagli interventi tampone alla pianificazione dello spazio outdoor, con un progetto di sviluppo che affronti in modo integrato lo sviluppo di tutte le attività outdoor in funzione dell’ampliamento dell’offerta verso un pubblico multisport.

Ancora due considerazioni interessanti da proporvi:
1) Il discorso della gestione integrata di tutte le attività sportive, prima di tutto per l’offerta al pubblico di un prodotto completo, ma anche per raggiungere delle economie di scala interessanti dove possano nascere delle attività. A esempio, la gestione delle toilette e dei parcheggi. Se individuo i punti strategici dove la collocazione e l’uso sono più funzionali e dove i servizi possono essere facilmente usati da tutti, creo una struttura fruibile in modo intelligente. Vanno quindi pianificate da subito le forme di gestione e manutenzione, individuando i soggetti deputati e le forme di finanziamento.
2) Il polo attrattore è un altro punto fondamentale. I praticanti alla sera vogliono ritrovarsi, ad Arco (per es. i bikers fanno anche tanta vita nel paese). Vanno quindi individuati i poli attrattori su cui costruire la rete delle infrastrutture. L’obiettivo non è solo di creare una massa critica di visitatori che possa stimolare la crescita di nuova imprenditoria, ma anche un riferimento forte da spendere nella promozione.
Bisogna individuare strutture territoriali, associazioni, imprenditori che possano prendere in mano lo sviluppo diventandone i motori. Solo la passione di queste persone potrà essere il vero volano.

Un ultimo aspetto: la formazione degli operatori a questa nuova recettività. Questo è un altro passo molto importante soprattutto in riferimento al rapporto.
Chi gestisce l’attività recettiva deve essere aperto ai turisti e se gli chiedono dove sono le falesie devono saperlo spiegare con precisione, sapendo anche preparare la colazione. Non ci deve essere solo l’operatore ma, un po’ alla volta, bisogna che tutto il paese “mastichi” questa nuova modalità di ospitare facendo crescere anche nella popolazione, non direttamente coinvolta, la “simpatia” e la passione per queste attività sportive (elemento importante per i nostri ospiti: “sentirsi” a casa). Quindi servono operatori poco formali e che rispondano alle esigenze (servizi e strutture dedicate nelle unità recettive, conoscenza delle attività, parteggiare la passione…).

Noi ci abbiamo messo vent’anni, perché c’è stata un’evoluzione (utilizzo del web e dei social, promozione diretta). Chi arriva adesso può usufruire di momenti di formazione allargata basati su esperienze precedenti.

Angelo Seneci

seneci_costruttore_di_palestre_per_l_arrampicata_sportiva._-_2012_-_imagefull

postato il 13 maggio 2014

Posted on Lascia un commento

Il regno delle piante

Alce Nero parla:
Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri; e se fosse sol­tanto la storia della mia vita credo che non la racconterei, perché che cosa è un uomo per dare importanza ai suoi inverni, anche quando sono già così nu­merosi da fargli pie­gare il capo come una pesante nevicata? Tanti altri uomini hanno visssuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui col­li.
È la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi; per­ché son tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito
(Alce Nero parla, John Neihardt).

Siete mai stati nei Bauges? La Riserva Integrale dei Bauges è una macchia di verde e di gigli martagoni nel cuore delle Prealpi francesi del Nord. Il gruppo non spicca per l’altezza media delle sue cime, che è comunque ri­spettabile, ma si caratterizza con le sue fore­ste, fitte e ripi­dissime che, abbarbicate a versanti di montagna estremamente o­stici, cedono malvolentieri luogo ai prati e alle rocce delle zo­ne più alte.

Le Prealpi dei Bauges, Savoia
RegnoPiante-bauges-924Solo una volta mi sono diretto verso queste montagne che dominano il corso dell’Isère, proprio di fronte alla Vanoise. Mi trovai nella notte a par­tire da solo da Nant Fourchou sotto un’acquerugiola fine e insistente. Dopo una foresta bellissima e scura, salita con innumerevoli serpentine spesso ostruite da al­beri caduti, eccomi a vagabondare nella nebbia sotto al Grand Roc, che solo dopo un bel po’ di ricerche tra aspre rupi, genzia­ne di Koch e cardi blu riesco a salire per un percorso non proponibile.
In cima al Grand Roc erano le sette di mattina, non vedevo a die­ci metri per la nebbia, c’era però la consolazione delle buone previsioni del tempo. Infatti, dopo due ore di meditazioni forza­te, qualche squarcio si aprì qua e là, suffi­ciente per farmi ca­pire che era dappertutto bellissimo meno che sui Bauges, il mas­siccio più umido della Savoia.
Dopo altre quattro ore di attesa, avevo perso ogni speranza di salvare la gior­nata. Così mi diressi a valle, per scoprire, quasi arrivato in fondo, che stava di­ventando sereno e magnifico. Salii così ad una meta secondaria, una bella ra­dura un po’ oltre l’Ora­toire de St. Bernard, una cappelletta immersa in una splendida foresta di latifoglie sulla verticale del paesino di École.

Grandi esemplari ascetici crescono su un terreno umido, scuro e molliccio che sembra provvisorio su lastre di roccia liscia rac­colte a pagine di libro: è una visione veramente “selvaggia”, è il regno vegetale dei Bauges.
Qui Dante Alighieri avrebbe potuto ambientare qui l’inizio della Divina Com­media. Una “selva oscura” che non accetta alcuna “di­ritta via”.

E Alce Nero oggi non parla più. Gli uomini si sono definitivamen­te “persi nell’oscurità dei loro occhi”. Ma se abbiamo ancora un ambito morale, bisogna includervi le piante di ogni specie. Alcuni grandi alberi godono di un rispetto quasi religioso, come le vecchie querce, le sequoie, i cedri del Libano: ma so­no eccezioni totemiche. La maggior parte del mondo vegetale non è vissuta come degna del nostro più profondo rispet­to.

Per contro, gli alberi sono considerati valore-legname, le piante possono essere officinali, i fiori oggetto di venerazione morbo­sa; interi boschi possono essere dati alle fiamme per gioco o per speculazione.

Entrare in una foresta e aggirarsi senza scopo è come visitare un tempio alla ricerca di ciò che siamo e di ciò che ci circonda. Purtroppo, molti frequentatori sono altrettanti rapinatori che arraffano per sé quel che il bosco esprime, ciò che loro chiamano i “prodotti”.

La Crête de la Belle Étoile, Bauges
RegnoPiante-bauges_cretebelleetoileCosì si incidono tronchi per scrivere sciocchezze, così sono asportate gio­vani piante di abete per avere un albero di Natale. Si strappano piante, rami, foglie. I fiori sono colti a mazzetti per essere poi gettati via; si rischia la vita per una stella alpina che poi rimarrà per sempre ad ingiallire nelle pagine di un libro. Anche le radici sono strappate assieme alla pianta.

Ecco allora che occorre disincentivare le narcisate sociali, evi­tare di piantare chiodi nei tronchi per sorreggere i panni da stendere o le amache. Se un fiore è stato dichiarato “protetto” ci saranno delle buone ragioni tecniche. Ma evi­tiamo di attri­buirgli per conseguenza un maggior “valore”, non incoraggiamo la tentazione di coglierlo e di vantarci poi della rarità conquista­ta.

Se la raccolta dei funghi fosse uno sport di massa (come lo è in alcune zone italiane), sarebbe un vero disastro. Impariamo quindi a percorrere il bosco senza meta; se vediamo un fungo particolar­mente bello e appetitoso, lascia­molo lì a concludere il suo ci­clo: se in seguito qualcun altro lo coglie sarà co­munque a nostra insaputa e intanto il fungo avrà sparso le sue spore. Se pro­prio non resistiamo al richiamo gastronomico, ricordiamoci di non strapparlo brutalmente ma di reciderne il gambo a filo del terre­no.

Evitiamo di prendere a calci o distruggere i funghi che non conosciamo, anche quelli certamente velenosi: provocheremmo dei gravi danni all’ecosi­stema del sottobosco, ma soprattutto eserciteremmo una violenza del tutto inutile.

Non insegniamo ai nostri bambini il saccheggio del bosco. Casta­gne, fragole, ribes, mirtilli, lamponi sono lì apposta perché qualcuno li colga, ma i bambini meritano un insegnamento più profondo dell’acchiappa e fuggi con il sacchetto di plastica pie­no.

È quasi sempre inutile accendere fuochi. Fa parte di un ben vivo rituale da gio­vani esploratori, con la forza di migliaia di scene di film o di fumetti “western”. Tutti gli uomini duri, nella not­te del deserto all’urlo del coyote o nelle nevi dello Yukon tra gli ululati di branchi di lupi, fanno piani per il domani o si raccon­tano tra di loro le storie del passato. Peccato che non si veda mai come si siano procurati la legna.

Meno eroicamente, qualcuno accende fuochi solo per per cucinare qualcosa alla brace. Ma se non si è disposti a rinunciare alle salsicce è bene ripiegare su un’accogliente trattoria tipica. Un tempo il fuoco era un vero rito e una ne­cessità, perché allonta­nava le belve e i cattivi spiriti. Oggi che questi sono ormai dentro di noi, spesso il fuoco è solo un dannoso divertimento senza molta fantasia.

Herbier de la Clappe, Bauges
RegnoPiante-bauges-Herbier de la Clappe-Slide-The-RegnoPiante-bauges-MountainsIn certi periodi di siccità anche la foresta più umida è esposta al pericolo dell’incendio. Il fuoco può covare sotto la cenere per ore e basta un soffio di vento per farlo divampare.

Ci hanno ripetuto alla nausea che il mozzicone di sigaretta spen­to male può essere un pericoloso innesco per gli incendi: però questi continuano a deva­stare aree enormi e non tutti sono dolosi quindi le prediche sono ancora utili. Se non riusciamo ad evitare di fumare in un bosco, almeno spegnamo bene le si­garette e non gettiamole.

postato il 21 aprile 2014

Posted on Lascia un commento

Le mura antiche della Chartreuse

La Chartreuse, subito a nord di Grenoble e a sud di Chambéry, si alza dalla valle dell’Isère con una bastionata calcarea di decine di chilometri, da lontano inconfondibile. Mostra così d’essere un altopiano da qualunque parte la si os­servi, stagliata di netto ai lati con pareti precipiti. Sono queste le mura più anti­che.

La Chartreuse è infatti un gigantesco e regale castello di pietra calcarea, occu­pato all’interno da immense foreste e grandi radu­re. La pressione che lo creò fu determinata dal sollevamento dei vicini massicci granitici (Monte Bianco, Belle­donne, ecc.): que­sti spaventosi sommovimenti piegarono gli strati sedimentari del­le sue rocce. In seguito iniziò il lungo lavoro di erosione: gli anticlinali furono praticamente sfondati, mentre i sinclinali re­sistono ancora oggi e costituiscono le sommità. Il paesaggio pre­senta cime tronche e asciutte, quasi tavole di pie­tra, isole dure su foreste più modellate, umide e morbide.

Proprio le caratteristiche di isolamento appena descritte deter­minano un clima più rigido e più umido che nel resto delle Preal­pi Calcaree del Nord: ciò ha si­gnificato, assieme all’evidente difficoltà di accesso, l’impossibilità per l’uomo di una colo­nizzazione antica. Soltanto nell’XI secolo, con la costruzione della Grande Chartreuse, si ebbero i primi timidi insediamenti. Tra le varie attività intraprese, non dissimili da altre zone di montagna, fu ingegnoso lo sfrutta­mento di un minerale, dal quale si estraeva ferro tramite rudimentali forni ali­mentati a legna.

La Grande Chartreuse
MuraAntiche-Chartreuse-La_Grande_MuraAntiche-ChartreuseLe prime costruzioni (1084) del convento erano ben differenti dall’attuale. San Bruno e i suoi sei compagni erano stati mandati lì, nel Désert de Chartreuse, dal vescovo di Grenoble. Il luogo era del tutto disabitato e i monaci costruirono qualche capanna di legno e una chiesa. Il primo monastero fu presto distrutto da una frana e un discepolo di San Bruno, Dom Guigues provvide a riedifi­carlo più in basso. In seguito vari incendi danneggiarono a più riprese gli edifici, fino a quello del 1676. La costruzione attuale è del 1688, occupa cinque ettari ed è coperta da 40.000 mq di tetti in ardesia.

La solitudine ha governato questo convento attraverso i secoli: anche le rego­le dell’ordine monastico dei certosini, redatte da Dom Guigues con molta fedel­tà allo spirito del fondatore, sono rimaste immutate, forti della loro essenziale semplicità. La vita del certosino è contemplativa, l’eremitaggio si organizza in tre momenti, la meditazione in preghiera, il lavoro intellettuale e il lavoro ma­nuale.

Il convento non è aperto al pubblico: lo si può guardare da fuo­ri, nella sua splendida cornice naturale. Ci possiamo solo imma­ginare cosa è la vita del monaco, chiusa tra mura antiche che rinserrano la sua volontà di isolamento e di concentrazione. Gli spessi muraglioni della Grande Chartreuse, unitamente alla recin­zione, evocano in qualche osservatore la sensazione strana di es­sere lui il prigioniero: forse perché il muro è comunque un vin­colo alla sua curiosità, forse perché di fronte a tanta austera maestà e in ambiente così sereno dav­vero gli pare di non essere stato in grado a suo tempo di fare le scelte giuste. E queste so­no dunque altre mura antiche, che proteggono chi è libero d’esse­re prigioniero e impediscono chi è prigioniero fuori.

Alphonse de Lamartine preferiva il riparo di un ponte di legno nelle Gorges du Guiers-Mort: nel 1823, sotto gli scrosci d’un temporale, scrisse nelle sue Méditations: Non esistono spaccature di roccia più profonde, svolte di strada più inattese, ponti più arditi e incerti su abissi spumeggianti. Meno romantico, Alexan­dre Dumas padre nel 1832 degustò il celebre elisir della Char­treuse: Appena bevuta qualche goccia ci sembrò d’aver ingoiato del fuoco e ci met­temmo a correre per la stanza come degli inva­sati. Marco Milani, salendo al Dent de Crolles, fu investito per ore da un vento violentissimo: era sicuro di vivere un momento particolare in cui l’essere si stava rivelando e mostrava il suo potere.

Il massiccio della Chartreuse, nei pressi di Grenoble
MuraAntiche-Chartreuse-LTA_3094_12256E dopo monaci e visitatori più o meno illustri, parliamo degli abitanti, conta­dini, pastori e boscaioli. La Chartreuse non è mai stata nei secoli prodiga con loro e anche oggi la mancanza di un turismo invernale per lo sci alpino è da molti sentita come una condanna, anche se lo sci di fondo e i suoi bellissimi per­corsi, favoriti dalla nevosità del microclima, offrono comunque un’invidia­bile alternativa. La vicinanza a Grenoble, invece di favorire l’insediamento nel cuore del massiccio, provoca un au­mento di abitanti nelle zone limitrofe: le vecchie e massicce ca­se con i tetti a quattro versanti spesso diventano le se­conde a­bitazioni dei cittadini, oppure sono affiancate da costruzioni nuove. Tutto oggi va così di fretta che il rimpianto supera sem­pre l’ottimismo: e così anche gli abitanti credono di essere un po’ prigionieri ed edificano questa loro convinzione sulla vaga invidia per chi è nato in città ed ha avuto dalla vita delle cose diverse. E queste sono le ultime mura antiche della Chartreuse, pur­troppo solide come le altre: mura che impediscono senza esi­stere.

postato il 19 aprile 2014

Posted on Lascia un commento

Rinunciamo al mezzo meccanico

Rinunciamo al mezzo meccanico, per quanto possibile.

La politica di risparmio energetico in futuro sarà inevitabilmente parte integrante della nostra coscienza civica e morale. Solo allora ci sarà più facile rinunciare a quelle comodità che inducono solo allo spreco ambientale ed economico.

Oggi al contrario, usiamo auto e moto senza risparmio per un rapido inserimento nel bel mezzo di una situazione naturale: e invece dovremmo soltanto permetterci un più agevole accesso a quella stessa situazione naturale.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada 3Funivie e impianti a fune sono richiesti e usati non per accedere ai margini della wilderness rispettandone il cuore, bensì per accelerare l’inizio e la conclusione di un percorso o di una gita tramite un consistente accorciamento. Abbreviare le distanze facilita un’esperienza ma ne rimpicciolisce l’intensità. L’industria turistica può svendere percorsi ridotti o selezionati, ma non può includervi alcun reale beneficio per lo spirito, perché l’esperienza interiore, al contrario dell’acquisto, non segue la logica del “paghi due, prendi tre”.

Non ci possono essere conoscenza e amore per la montagna e per la wilderness se stoltamente amputiamo quelle parti di percorso che riteniamo meno significative. Possiamo vivere una maratona, per esempio, solo se corriamo per 42 km. Se così non è, l’esperienza che andiamo cercando si azzera, perché si svuota di significato.

Di solito le strade perimetrali di un’area wilderness, come pure gli accessi stradali o gli attraversamenti, non permettono una forte velocità perché strette, ripide, sassose, oppure a tornanti con ridotto raggio di curvatura. Se proprio non si può rinunciare all’auto, evitiamo la velocità e le imprudenze: l’ambiente ce ne sarà grato e avremo una miglior possibilità di “sperimentarlo”. È inutile andare al cuore di un bel posto velocemente. Trascurandone la periferia, rimpicciolisce l’intensità della nostra esperienza.

Chi si esibisce in corse, sbandate e frenate su sentieri, boschi e prati, svilisce un ambiente con l’inquinamento dell’aria, con il danno alla coltre erbosa, con il dissesto del terreno, con il disturbo agli animali.

RinunciamoMezzoMeccanico-fuoristrada-radunoIn ogni caso evitiamo di percorrere le strade riservate ai mezzi agricoli o forestali, anche se troviamo la sbarra seducentemente aperta; lasciamo posteggiate le auto in modo che chi interviene per un incendio o per un soccorso non trovi accessi ingombri.

La qualità di un’esperienza umana, avventurosa o meno, avrà sempre più bisogno dell’abbandono del mezzo meccanico: perché, per avere un valore, sarà sempre meno asservita ai consumi.

postato il 17 aprile 2014

Posted on Lascia un commento

Lettera aperta ai Consiglieri della Regione Lombardia

No alle moto sui sentieri
Le osservazioni di Mountain Wilderness sul Progetto di Legge n.124 della Regione Lombardia
a cura di Mountain Wilderness Lombardia

Ai Consiglieri della Regione Lombardia
Le modifiche alla L.R. 31/2008 contenute nel PDL n.124 la cui votazione in Aula regionale è stata calendarizzata per l’8 aprile 2014, e in particolare gli emendamenti accolti riguardo all’art. 59 comma 4bis, andrebbero ad istituire la possibilità per i Comuni alpini di rilasciare permessi temporanei per il passaggio motorizzato; di conseguenza anche le competizioni motorizzate sui sentieri, sulle strade agro-silvo-pastorali nonché nei pascoli di montagna e di media montagna potrebbero essere autorizzate nella discrezionalità decisionale comunale.
In primo luogo è doveroso interrogarsi circa la ragione sottesa all’introduzione della deroga. La norma definisce e circoscrive il transito autorizzato ai punti 3 e 4 dell’art. 59, con l’intento di agevolare attraverso l’utilizzo di mezzi di servizio l’attività di contadini e pastori delle aree alpine, che attraverso la loro opera e il radicamento al territorio contribuiscono al mantenimento e alla salvaguardia del bene collettivo AMBIENTE.

Motobikers alle pendici del Cervino
LetteraApertaConsiglieri-bikers-Cervino-26.jpg_650Il generico enunciato introdotto al punto 4 bis “possono autorizzare il transito temporaneo di mezzi a motore” non contiene se pur minimamente un’indicazione tale da potersi ravvisare la finalità, lo scopo, l’eventuale beneficio derivanti dalla deroga. Le stesse definizioni di mezzi a motore e “temporaneità” lasciano spazio a vuoti interpretativi, in mancanza di un parametro funzionale allo scopo. Svuotata in origine la norma attraverso l’introduzione di una generica deroga, i regolamenti con i quali si fisseranno criteri, modalità e procedure da adottare da parte degli Enti in sede di autorizzazione assumeranno necessariamente un carattere “aperto” alle più disparate finalità e suscettibile di differenti e, non fosse altro, contrastanti applicazioni.
Non da ultimo, i vincoli economici imposti ai Comuni dalla spending review e la mancanza di personale preposto al controllo sul territorio non agevolano, da parte degli Enti locali interessati, interventi di manutenzione o ripristino di aree “compromesse”.
Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n. 124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico.
Ci rivolgiamo ai gentili Consiglieri Regionali della Lombardia, e soprattutto ai rappresentanti politici della Lega Nord ricordando che nelle agende del Vostro ultimo programma politico avete inserito come priorità la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale montano, la ripresa dell’economia agricola alpina come sbocco occupazionale di fronte alla drammaticità reale della fine corsa all’industrializzazione urbana.
La rete dei sentieri e delle mulattiere sono un Bene Comune in quanto possono essere comunali, sovracomunali e demaniali; su un sentiero demaniale oppure sovracomunale il Comune, nella fattispecie, non potrà autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati, potrebbe nel caso autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati nel perimetro del territorio comunale e nel rispetto della normativa in materia di Rete Natura 2000. Per le aree considerate Sic è prevista la procedura della valutazione di incidenza oltre agli aspetti legati alla sicurezza in quanto imporrebbe agli enti gestori di attivarsi per posizionare la segnaletica e garantire idonee condizioni di sicurezza, con il rischio di responsabilità per danni laddove tali interventi manchino ed abbiano luogo sinistri.

Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n.124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico. Per promozione turistica noi intendiamo la frequentazione escursionistica della montagna nelle sue varie declinazioni (alpinismo, scialpinismo, trekking, ciclismo), che è divenuta sempre più consistente al punto da essere un tassello fondamentale nell’offerta turistica ed importante volano dello sviluppo economico delle vallate alpine.
Il turismo legato all’escursionismo, al cosiddetto turismo dolce e di cultura, ha potenzialità di gran lunga maggiori perché si rivolge alle persone di ogni età e di ogni estrazione sociale, un bacino di utenza estremamente più vasto rispetto ai centauri crossisti e trialisti, portatori di una cultura effimera e virtuale che non ha affinità e compatibilità con l’habitat alpino. Le regioni che hanno fatto del turismo in montagna la loro principale risorsa, dall’alto della loro esperienza ci insegnano questo.
Alcune virtuose vallate alpine lombarde stanno attuando una politica di rinascita economica, iniziando a valorizzare la sentieristica in simbiosi con le attività agro-pastorali: un esempio è la Valle Camonica i cui alpeggiatori hanno collegato le malghe, con un percorso di sentieri lungo 70 km, dando la possibilità agli escursionisti di acquistare e degustare prodotti locali. Autorizzare la circolazione dei motori per scopi ludici in questi contesti, oltre che recare un grave danno all’ambiente comporterebbe un decadimento del nuovo sistema economico locale.
In altre vallate alpine lombarde si sta valorizzando la sentieristica nel ricordo della nostra storia: i sentieri legati alla Resistenza, ai contrabbandieri, i sentieri costruiti nella Prima guerra mondiale, nonché la sacralità dei sentieri alpini, con annesse Santelle, percorsi dai Religiosi durante l’envangelizzazione.
I sentieri e le mulattiere di montagna nella loro bellezza architettonica e nel loro silenzio rappresentano il distillato del patrimonio ambientale e culturale che i nostri nonni ci hanno consegnato in eredità ricordando a noi, metaforicamente, che la montagna è un ambiente severo, per cui il passo deve essere lento in armonia con l’ambiente, cadenzato, come una preghiera cosmica nel silenzio della spiritualità dell’alpe.

LetteraApertaConsiglieri-bikers-mondiale-trial-2010-a-san-marino2
Questo ci hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni, il rumore in montagna disturba tutto l’eco-sistema esistente, la montagna va rispettata in quanto oggetto di repentini cambi climatici per cui è fragile nella sua biodiversità e delicata morfologicamente. A tale riguardo siamo tutti a conoscenza che il rischio idrogeologico nelle vallate alpine della Lombardia è molto elevato, provate ad immaginare solo per un attimo 200 centauri con moto da cross che assaltano e devastano un sentiero storico di montagna conservato dai volontari della parrocchia oppure dai soci del Club Alpino Italiano… chi paga? Il cittadino?
Invitiamo i Consiglieri della Regione Lombardia a votare “NO” alle modifiche del PDL n.124 che sarà discusso l’8 aprile 2014 e ad avvicinarsi maggiormente allo studio delle politiche della montagna, abbandonando l’idea di traghettare il circuito di Monza nelle terre alte.
Auspicando che le riflessioni e le considerazioni sopra esposte vengano accolte unanimemente, cordialmente salutiamo.

per Mountain Wilderness Lombardia – Adriano Licini
per Associazione Monte di Brianza –
Franco Orsenigo
per Tavola della Pace della Valle Brembana – Franco De Pasquale
per Arcinvalle Valle Brembana – Maurizio Colleoni
per Unione Operaia Escursionisti Italiani sez. di Bergamo – Gabriele Vecchi

Il testo integrale del Progetto di Legge si può leggere qui
LetteraApertaConsiglieri-PDL-124-frontesizio PDL 124 con relazione

postato il 5 aprile 2014

Posted on Lascia un commento

Il diritto al rischio

Stupisce che in un paese “giovane” come il Brasile le difficoltà giuridiche che gli amatori incontrano nel praticare gli sport d’avventura siano così simili alle nostre. Probabilmente è vero che, come scrive André Ilha, “il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri”.

Vale la pena di leggere con attenzione la bella e complessa analisi che André Ilha, famoso alpinista brasiliano, fa della situazione nel suo paese. Lui è ben cosciente della grande sfida che tutti abbiamo davanti, nella difesa della nostra libertà: al contrario di noi che in maggioranza tolleriamo una società favorevole ai divieti e iperprotettiva.

Pra Caramba, free solo, Pedra de Sao Pedro, Brasile. Foto: Cedar Wright
DirittoalRischio-10586
André Ilha ha aperto più di 600 vie nuove in Brasile e oggi è il direttore della Biodiversity and Protected Areas at the Rio de Janeiro State Environmental Agency (INEA). Ilha l’anno scorso è stato uno dei principali accusatori della Chiesa cattolica quando questa, per fare spazio e poter celebrare una messa per i pellegrini in occasione della visita di papa Francesco a Rio de Janeiro, ha fatto tagliare senza alcun permesso 334 alberi nel parco nazionale Serra da Tiritica. Parte della zona è proprietà della Chiesa. “Mai avremmo autorizzato questo. Si tratta di una porzione di foresta tropicale dell’Atlantico in pericolo di estinzione. Li denunceremo per questo crimine”, ha sottolineato Ilha.

Il diritto al rischio
di André Ilha
Traduzione dal portoghese all’inglese di Kika Bradford
Traduzione dall’inglese all’italiano di Alessandro Gogna

La vita dei nostri antenati non era facile. L’evoluzione ci ha fatti scendere dagli alberi alle pianure per la ricerca di cibo. Questo ha portato al nostro essere bipedi e a quella serie di qualità fisiche e mentali che hanno contribuito al successo della nostra specie. Forza, agilità e riflessi pronti unitamente a un’attitudine all’esplorazione hanno portato gli umani alle differenti nicchie ecologiche del mondo. In questo processo, molte specie si estinsero o furono costrette a migrare dall’eccezionale capacità di adattamento degli umani ai diversi ambienti naturali.

Comunque, la caratteristica più rimarchevole che differenzia l’homo sapiens dagli altri animali, è il suo potente intelletto, che deriva da un cervello altamente evoluto. Questa caratteristica ha permesso all’uomo di moltiplicare i risultati del suo lavoro, con strumenti e macchine, in modo da creare ecosistemi artificiali per se stesso e per la propria prole, comodi e sicuri, e da eliminare l’incertezza e i pericoli del mondo primitivo. Oggi, la maggioranza della popolazione al mondo vive in contesti ampiamente prevedibili, in situazioni sotto controllo che includono riparo, cibo, vestiario, salute e sicurezza, in misura di solito direttamente proporzionale alla posizione sociale. Queste condizioni permettono all’uomo di trascurare le sue qualità naturali e di dedicarsi alla conquista del pianeta.

Per molti questa è una condizione ideale, perché non devono affrontare i pericoli e quelle incertezze del mondo selvaggio che potrebbero costare loro la vita. A ogni modo la civiltà si è evoluta solo nelle ultime poche migliaia di anni, e questo tempo è nulla se pensiamo all’intero periodo di evoluzione. Tutte quelle qualità fisiche e sensoriali che ci hanno portato a successi importanti in fatto di sopravvivenza e riproduzione non sono state eliminate dal nostro genoma; sono ancora “ibernate” dentro di noi. Per alcuni queste qualità sono nascoste nel sonno profondo della nostra vita moderna, addomesticate, sperano. Per altri, queste qualità sono emergenti e vogliono essere espresse, tramite corpo e mente. Come nell’immortale libro di Jack London, è come se la wilderness stesse chiamando qualcuno di noi, invitandolo a ritornare a ciò che eravamo o a ciò per cui eravamo destinati nel nostro lungo viaggio evolutivo.

Gli sport d’avventura
Al giorno presente, il modo più diffuso per poter manifestare questa spinta ancestrale sta in una serie di attività sportive, generalmente note come sport di avventura, ben definite dal Ministero brasiliano dello Sport (Risoluzione 18 del 9 aprile 2007): “una serie di sport formali e informali, a contatto con la natura in condizioni di incertezza e di rischio calcolato, che portano a sensazioni ed emozioni. Si praticano in terreno naturale (aria, acqua, neve, ghiaccio e terra) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti. Sono legati alla sostenibilità socio-ambientale e possono essere praticati per educazione, ricreazione e propositi di performance, con conoscenze ed equipaggiamento specifici”. La stessa Risoluzione offre una definizione pertinente di “sport estremi” che si svolgono in ambienti controllati che possono essere artificiali (per es. skateboarding, motocross, bungee jumping). Per essi, sono ugualmente valide le osservazioni e considerazioni a seguire.

Prima di procedere oltre, analizziamo alcuni aspetti della definizione sopra riportata che tratteggiano molto bene le motivazioni di surfer, subacquei, scalatori, canoisti, hang-gliders, B.A.S.E. jumpers, ecc. Dopo analizzeremo come tutto ciò possa essere equivocato, o disturbato da quelli che hanno una vita “regolare”, con tutte le complicazioni sociali e legali che ne nascono e che limitano la libera pratica degli sport d’avventura nel nostro paese.

Cominciamo con distinguere che noi abbiamo a che fare sia con sport formali che informali. Anche se la maggior parte di questi sport offre formali competizioni con regole specifiche e sistemi di graduatoria che dicono chi vince e chi perde, in effetti la maggioranza li pratica in modo spontaneo. Così, un gruppo di amici va ad arrampicare nel weekend, o a fare surf o immersioni, senza curarsi di regole, di cronometrare i tempi o di fare classifiche. E senza dover giustificarsi di fronte a nessuno. Come detto nella definizione, la loro unica preoccupazione è di stare insieme in un contesto naturale. In molti casi, c’è anche attenzione alla performance individuale, quando un atleta vuole capire se sta migliorando o no, in modo da poter affrontare quella sfida che l’ambiente naturale gli pone. Potrebbe sembrare ozioso parlare di queste cose, ma è vero che l’assenza di regole fisse e scritte imbarazza molta gente. Costoro periodicamente cercano di imporre delle regole, creando serie conseguenza all’esistenza stessa di questo genere di attività, come vedremo dopo. Qualche volta la libertà può sembrare incomprensibile.

Piedra Riscada, Brasile
DirittoalRischio-original_photo_1344
La definizione precisa che gli sport d’avventura sono praticati nella natura dell’aria, dell’acqua, della terra, della neve e del ghiaccio. Anche questo potrebbe sembrare ovvio, ma è importante sapere di che genere di natura stiamo parlando. I parchi urbani, i giardini, gli spiazzi esistono per soddisfare quell’intimo amore per piante e animali che conserviamo anche nel modo di vita più controllato, senza identificabili rischi per la nostra incolumità. Negli annunci pubblicitari, dove il consumatore è invitato a comprare il suo “posto in paradiso”, le foto sempre mostrano alberi bellissimi sullo sfondo, con farfalle e uccellini che svolazzano colorati attorno a famiglie sorridenti tra i fiori. Qualcuno desidera qualcosa di più e si affida a guide professionali per farsi portare a “una natura più naturale”, in mezzo a sentieri ben segnalati o in qualche altra attività outdoor del tutto prevedibile. Questi sono gli eco-turisti, che ricadono in uno dei settori del turismo a più rapida crescita degli ultimi tempi. Il livello dopo è dedicato ai praticanti lo sport d’avventura che amano invece ingaggiarsi in aree del tutto naturali. In certo qual modo questi vogliono tornare alle condizioni primitive, mondo dal quale tutti proveniamo, dando espressione libera a questa parte della nostra eredità biochimica. Dato che non dobbiamo più affrontare orsi o tigri dai denti aguzzi, dato che possiamo comprarci da mangiare nei negozi, come pure attrezzatura e vestiario, la sfida moderna assume le forme di onde oceaniche giganti, pareti verticali di roccia, grotte strette e profonde o acque turbolente.

Questo ci porta al concetto più importante della nostra Risoluzione 18/2007: “in condizioni di incertezza e di rischio calcolato (…) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti”. La parola “avventura” assume l’accettazione di incertezza e rischio. Se non c’è incertezza né rischio, non c’è avventura. Un’attività prevedibile non può essere classificata “avventurosa”, e non c’è avventura senza un certo gradi di incertezza e di rischio. Anche poco, ma rischio deve esserci. I dizionari sostengono questa percezione quando definiscono l’avventura come “impegno (a risultato incerto) che comporta rischio, pericolo”.

Quindi, per gli avventurosi, l’esigenza di risultati prevedibili distorce il proposito dell’attività, mentre l’eliminazione di tutti i rischi cancella l’attività stessa. Emozioni, anche molto forti, possono essere provate nei luna-park, ma non si può parlare in questi casi di avventura, nella totale assenza di rischio (con l’unica eccezione di una manutenzione insufficiente o superficiale). Il cosiddetto “turismo d’avventura” merita il nome quando, a dispetto delle precauzioni prese dagli operatori, non si può eliminare completamente rischio e incertezza del risultato. Una volta ancora, la soppressione di rischio e incertezza nullifica l’attività in se stessa.

Minacce legali per gli sport d’avventura
Molti non possono capire le motivazioni che portano altri a praticare sport che possono recare molte privazioni, come fame, disidratazione, caldo o freddo estremi, significativi danni alla propria mobilità, anche morte. Aggettivi come “pazzi”, suicidi”, “masochisti” e “scriteriati” sono indirizzati verso coloro che s’ingaggiano in attività avventurose, che li ascoltano con un misto di tolleranza e di orgoglio. Tolleranza perché i critici sono così distanti dalla loro natura interiore che in effetti non possono afferrare il significato di una vita che non sia immersa in comodità, beni e tecnologie. E orgoglio per sentire di essere stati capaci di essersi provati in attività che hanno portato loro piacere e riconoscimento. Il comune cittadino percepisce queste attività come inutili, perciò è difficile capirlo quando si vede che il suo fine è accumulare beni, servizi e comodità, pensando che tutti dovrebbero fare così.

E’ solo una divergenza di opinioni. Il problema arriva quando la gente comincia a creare restrizioni alla pratica di sport d’avventura con la giustificazione che sono “pericolosi” (anche se lo sono). A causa dei pericoli connessi, ecco sorgere una grande quantità di artifici legali e sociali per restringere o inquadrare questi sport, talvolta in modo indiretto. Artifici che non hanno speranza di salvare la gente da se stessa.

Olivia Hsu, Brasile
DirittoalRischio-maxresdefault
Il più comune di questi artifici è il proposito di norme legali e irrazionali che tentano di “ingessare” queste attività. Come se potessero costringere queste attività in una stretta giacca di norme scritte, dimenticando che si tratta di esigenze interiori di libertà ispirata e avventura. Qualche volta queste norme non hanno senso e sono impossibili da applicare e, se approvate, distruggerebbero quelle attività che cercano di regolamentare. Questi progetti per lo più sono rivolti alle imprese commerciali e quindi più dirette al turismo d’avventura che non agli sport d’avventura. Comunque, per via della non precisa esposizione delle norme, queste ricadono sugli appassionati, che non saranno mai capaci di obbedire a tutte quelle norme senza senso: con il risultato o di far abbandonare l’attività o di praticarla illegalmente, data l’impossibilità di gestire l’applicazione delle regole.

Focalizziamoci ora sul “montanhismo” (termine usato in Brasile per indicare arrampicata ed escursione in montagna), con il quale ho più familiarità, dato che l’ho praticato per almeno quattro decadi. Improvvisamente sentimmo che i politici stavano cercando di far approvare norme che imponessero ai climber l’uso dei guanti, una corda di riserva e una persona che stesse alla base della parte a osservare i progressi della cordata. Un politico dello Stato di Rio de Janeiro tentò un’altra regola che voleva definire, tra l’altro, perfino il colore del casco degli arrampicatori. A prescindere dalle buone intenzioni del promotore, queste proposte mostrano grande povertà di comprensione delle attività d’avventura e delle motivazioni, e a volte impediscono fisicamente l’attività stessa (come nel caso dei guanti per l’arrampicata su roccia: un’idea che probabilmente gli è venuta guardando qualche film di salita su ghiaccio, dove i guanti sono una necessità).

Queste regole ossessivamente tendono anche a certificazioni o accrediti formali, come se queste da sole potessero garantire la qualità degli operatori commerciali. In più, non tengono conto della differenza tra operatori commerciali e “amatori” (sia quelli indipendenti sia quelli membri di club e associazioni), i quali sono i soli a eventualmente poter pensare a norme ragionevoli e funzionali. Questo tentativo di burocratizzare attività i cui praticanti, curiosamente, cercano proprio la libertà dalla vita urbana e conformista, genera un modo lucroso di sostenere il mercato delle agenzie abilitate alle certificazioni; è come porre la spada di Damocle sulla testa degli operatori del turismo d’avventura (e per estensione anche sulla testa dei praticanti gli sport d’avventura). In caso di incidente i praticanti che non avessero neppure una tessera o un timbro avrebbero delle aggravanti.

Al contrario, una persona meno competente o esperta potrebbe essersi dotata di tessera, magari semplicemente comprandola, e solo per questo potrebbe essere difesa da una norma legale assurda, fatta solo per restringere la libertà o incoraggiare la trasgressione.

A dispetto delle pressioni, fortunatamente un’attenta riflessione e lobby di altri politici sono state in grado di fermare molte di queste proposte, sbagliate o male informate (anch’esse risultato di altre lobby). A Rio de Janeiro, i membri del Congresso Miro Teixeira e Átila Nunes ritirarono le loro proposte dopo essere stati convinti degli esiti indesiderabili e disastrosi che esse avrebbero comportato. Il parlamentare Carlos Minc, ex ministro dell’Ambiente, ha abbracciato la causa della libertà per gli sport d’avventura. Il suo intervento è stato decisivo per influenzare i politici coinvolti nelle proposte sopra elencate, semplicemente spiegando loro alcuni concetti base.

Per dare un esempio a livello nazionale, l’ultra-restrittiva norma PL 5609/05, compilata dal parlamentare Capitão Wayne aveva a che fare con gli aspetti commerciali degli sport estremi e d’avventura, e avrebbe avuto un forte impatto per i praticanti “amatori”, se approvata. Il parlamentare José Otávio Germano fu nominato relatore, e molto sensatamente disse: “Questo tipo di normalizzazione sembra un’indebita interferenza del Governo nelle relazioni tra gli appassionati sportivi, senza connessione né con un servizio pubblico né con coloro che vogliono acquistare i servizi. Non è compito del Governo interferire in queste relazioni. Se qualcuno vuole ingaggiarsi in attività che comportano qualche rischio, dovrebbe essere libero di farlo. La libertà è un diritto costituzionale”.

Questa guerra si combatte caso per caso. Una comunità che vigili e sia d’appoggio su questi temi è la chiave per prevenire l’approvazione di quel tipo di norme. Le leggi, se approvate, sono più difficili da correggere e per qualche magistrato potrebbero essere lo strumento per punire doppiamente coloro che hanno già vissuto l’esperienza traumatica o anche perso un amico nell’incidente. A dispetto del fatto che queste attività danno grandi soddisfazioni ed emozioni a molti, c’è gente che ha bisogno di trovare qualcuno (individuo od organizzazione) da condannare per la perdita di un beneamato (marito, figlio, fratello, amico). Vogliono qualche sollievo per aver perso qualcuno che è morto in un incidente causato da un fenomeno naturale, prevedibile o imprevedibile, o da un errore tecnico, o dall’uso scorretto di uno strumento o ancora dall’erroneo giudizio sull’idoneità della vittima a quell’impresa.

In modo sempre più frequente e duro, ci sono quelli che cercano una compensazione economica al verificarsi di un incidente serio. Per lo più la pretesa è rivolta al Governo, ma può anche essere nei confronti di un membro del gruppo della vittima, dell’associazione di cui questo faceva parte e perfino del proprietario del terreno sul quale è avvenuto l’incidente (anche se detto proprietario nulla ha a che fare con l’incidente: solo per il fatto che ha “permesso” che si svolgesse quell’attività sul suolo di sua proprietà).

La compensazione può essere richiesta anche a tutti assieme questi “attori”. Chi richiede può farlo per una sua convinzione ma anche perché un avvocato gli si offre. Il fatto è che talvolta la famiglia della vittima è in cerca di qualche sollievo, di un modo per onorarla, anche con una compensazione economica.

In questo contesto, sia le organizzazioni che gli appassionati stessi sono soggetti a un rischio ancora più grande che l’incidente stesso: potrebbero essere accusati ingiustamente di essere responsabili della perdita della vittima, probabilmente amata sia dai parenti che dai compagni.

Il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri.

Il problema è anche più critico quando si ha a che fare con minori. La legislazione brasiliana, con il suo spirito iper-protettivo, crea un muro di pietra di fronte allo sviluppo giovanile e al potenziale che hanno questi sport e la ricreazione outdoor, sia per i più piccoli che per gli adolescenti. Se si legge con attenzione tutta la dottrina legale, a nessuno sotto i 18 anni sarebbe permesso di affrontare attività rischiose, anche se queste sono state autorizzate dai genitori o perfino si svolgano in loro compagnia.

Dal mio punto di vista, ciò sembra essere un’inappropriata interferenza di Stato nei rapporti familiari. In più, se si osservano rigidamente le leggi, si hanno risultati anche più negativi di ciò che si voleva evitare: cercherò di dimostrare con un esempio quello che sto dicendo. Io ho cominciato ad arrampicare a 14 anni con il Centro Excursionista Petropolitano, una vecchia associazione di Petrópolis (Rio de Janeiro). A 15 anni, feci un altro corso con il Centro Excursionista Brasileiro, il più antico club di arrampicata dell’America latina, fondato nel 1919, ancora oggi operativo a Rio de Janeiro. Mio padre era morto, così fu mia madre a firmare un’autorizzazione in entrambi i casi. Così io posso attestare che dedicare gli anni dell’adolescenza all’escursione e all’arrampicata (a 17 anni ero tra i top brasiliani dell’epoca), con qualche puntata anche di surf e di immersioni subacquee tanto per non essere monotematico, fu la chiave della mia evoluzione personale. Praticando queste attività, fui in grado di sviluppare fiducia in me stesso, coraggio, spirito di gruppo, giudizio e capacità di decisioni sotto pressione, ecc. Per non menzionare il profondo rispetto e l’ammirazione per il mondo naturale che quell’esperienza nella wilderness, lontana dalla scenografia dei parchi urbani, risvegliò in me, indirizzandomi a una vita intera di immersione nella natura, cui mi sento di dover molto.

L’educazione all’outdoor è diventata progressivamente sempre più importante negli Stati Uniti e in Europa in generale, e non sto parlando di semplici uscite all’aperto. Le esperienze di questo tipo sono viste come componente essenziale allo sviluppo del giovane, e comprendono escursionismo, alpinismo, kayaking, rafting e altre. Il governo americano ha anche programmi specifici dedicati ai giovani e alla loro riabilitazione al rischio, che usano l’arrampicata su roccia per diffondere alcune delle qualità sopra menzionate. In Brasile ciò sarebbe proibito, stando alla legge, anche se queste attività si svolgessero in presenza dei genitori.

Evidentemente gli incidenti possono capitare sia ai giovani che agli adulti. Ma privare l’adolescenza di milioni di giovani delle opportunità di crescita offerte dal contatto con la natura, a causa di una limitata possibilità di sventure, è il baratto di troppo con troppo poco. Lo prova il fatto che questa norma non è osservata per nulla. Ma in ogni caso è una minaccia per quei genitori e insegnanti che ci provano a dare ai ragazzi qualcosa di più che ecosistemi artificiali fatti apposta per la comodità e la sicurezza, ivi compresi anche i parchi civici.

Arrampicata in Brasile
DirittoalRischio-SAM_0102
Ogni giorno succedono terrificanti incidenti stradali in tutto il mondo, in molti dei quali sono coinvolti adolescenti e bambini. Anche da pedoni si corrono dei rischi. A dispetto di questo, nessuno ha mai proibito ai minori di salire su un’auto o camminare per strada, senza per di più la supervisione di adulti. Perché? Perché le statistiche ci mostrano i grandi vantaggi presenti nel lasciare i giovani formarsi anche su una strada piuttosto che stando chiusi in casa fino alla maggiore età, lontani da ogni danno fisico (a eccezione di violenze o incidenti domestici, cose anche queste assai comuni). Quindi, a me sembra che estendere questa considerazione anche al mondo naturale e selvaggio sia cosa valida. I genitori possono accompagnare i figli, ma dopo una certa età questo non è più necessario. La sola spiegazione possibile di questa differenza di trattamento presente nella legislazione è l’enorme fossato che si è scavato tra la moderna vita urbana e le nostre radici ancestrali.

E’ evidente comunque che tutti gli incidenti seri in attività d’avventura dovrebbero essere indagati con attenzione, per almeno due ragioni. Primo, perché capire come l’incidente è successo può portare a nuove procedure o avvertenze per minimizzare in futuro casi del genere. Secondo, perché attitudini criminali e grossolana negligenza possono in ogni caso verificarsi, e nessuno deve essere al di sopra della legge. Poi ancora ci sono leggi che regolano queste evenienze. In effetti, il Consumer Protection Act regola con mano severa il turismo d’avventura e il servizio di accompagnamento con guida. Comunque l’approccio che si ha per il turismo d’avventura non può essere valido per un gruppo di amici o membri di un club che si mettono in attività avventurose. In pratica, questo vorrebbe dire impedire queste attività o spingere alla loro pratica clandestina. Sono entrambe situazioni indesiderabili, dove i praticanti sarebbero soggetti a immeritate sanzioni.

Restrizioni d’accesso
Un’ultima e significativa minaccia agli sport d’avventura è la restrizione d’accesso alle aree selvagge, là dove emessa per paura di azioni criminali o danni. Questa tendenza fu dapprima propria di aree protette e pubbliche, come i Parchi, ma poi si è allargata alle aree private, sia pure con minore estensione. Queste restrizioni arrivano in varie forme: 1) con la richiesta di certificati scoraggianti se non inottenibili per la maggior parte degli amatori; 2) con l’obbligo di affidarsi a guida competente per poter visitare parchi (in questo caso ci sono anche motivi ambientali che giustificano questa richiesta); 3) l’accesso ad aree specifiche è semplicemente precluso per le attività d’avventura.

Queste restrizioni sono particolarmente ingiuste se si pensa che in passato furono proprio gli appassionati ad avere coscienza dei valori dell’ambiente e quindi a perorare la creazione di molte di queste aree protette, sia con iniziative dirette sia sostenendo movimenti di opinione a favore di zone montuose, foreste o laghi. Dopo aver lottato per la creazione del parco ci si può sentire davvero frustrati di fronte all’asserzione che chiunque può essere un potenziale distruttore dell’ambiente, senza possibilità di poter dimostrare il contrario. Ciò può generare una deprecabile ma ben comprensibile riluttanza a volere altri parchi, perché semplicemente anche quelle zone diventerebbero inaccessibili.

Abbiamo già parlato dei certificati. In realtà questi non garantiscono né capacità più raffinate, né comportamenti migliori in situazioni pericolose. Molti dei più famosi alpinisti brasiliani non si sono mai impegnati in questi programmi di certificazione, mentre ad altri che, pagando, si sono iscritti ai corsi è stato rilasciato un accredito formale che non serve a nulla di fronte a una situazione pericolosa. Nei parchi americani o europei nessuno deve esibire certificati, e neppure occorre essere soci di qualche club o federazione per andare a camminare, sciare o arrampicare. Ciascuno è cosciente dei pericoli insiti nella wilderness e quindi è responsabile per se stesso.

L’idea di richiedere ai visitatori di pagare una guida per la visita a parchi privati e pubblici nacque, in un’occasione assai specifica, nel parco nazionale di Chapada dos Veadeiros, vicino a Brasilia. Il fine era di bilanciare il numero degli addetti nei confronti dei visitatori. Non c’erano abbastanza impiegati. Questa motivazione, sebbene mal gestita, può essere comprensibile date le circostanze. Comunque, siccome era una soluzione pacchetto per adempiere a uno degli scopi del parco (fare in modo che il parco venisse visitato), i manager degli altri parchi del Brasile la adottarono pedissequamente. Subappaltarono alle guide il compito, e la responsabilità, di gestire i visitatori, inventandosi delle credenziali a prescindere dall’esperienza e dalle capacità delle cosiddette “guide”. Queste potevano accompagnare gruppi di una mezza dozzina di persone, trascurando perciò gli appassionati con maggiore esperienza.

Nota. La legge n. 9985/2000 stabilì il Sistema Nazionale delle Aree Protette (SNUC in portoghese) che esplicitamente dice che due delle funzioni dei parchi nazionali, e quindi per estensione delle altre zone protette, sono la ricreazione e l’ecoturismo.

Al Parco di Chapada dos Veadeiros l’invenzione si mangiò l’inventore. Per molti anni l’amministrazione del parco fu ostaggio dell’associazione locale di guide, che lavoravano quando e come gli aggradava. Sia che i visitatori fossero brasiliani o stranieri erano trattati dalle guide a seconda dell’umore del momento. Meno male che erano guide certificate…

Spesso il direttore era costretto ad andare a inseguire le guide una per una per cercare di accontentare gruppi di turisti che aspettavano impazienti alle porte del parco, magari dopo aver fatto un lungo viaggio per arrivare fin là. Un altro risultato fu che gli escursionisti esperti misero una croce su quel parco. Non era piacevole dover pagare anche belle somme alle guide locali, pregandole per di più. E per essere accompagnati su due o tre escursioni, sempre quelle, e di certo ben al di sotto dei loro interessi e capacità.

Fortunatamente, l’ICMBio, l’agenzia federale che gestisce quell’area, recentemente ha cambiato rotta. Fu una lotta con le guide locali per fare che il turista si riappropriasse del parco. Ora la gente può scegliere se prenotare una guida e, anche se il parco incoraggia questa soluzione, non è più obbligatorio. Una volta crollato questo feudo, anche altre aree in Brasile seguirono l’esempio. I servizi di accompagnamento guida sono ancora disponibili per chi vuole o ne ha bisogno, ma è permesso esplorare la wilderness con i propri mezzi, a patto di seguire le regole ambientali.

L’ultima restrizione alla libertà di praticare sport d’avventura e turismo è la più radicale. La chiusura “periodica” dell’accesso. Nello Stato di Espirito Santo, l’arrampicata è stata bandita per anni nei parchi nazionali, solo perché qualcuno aveva pensato che fosse un’attività pericolosa (e lo è) e non bisognava averci a che fare. Anche se ci sono altri parchi nazionali che dimostrano più flessibilità e concedono più libertà, e a dispetto delle promesse di revisione, questa brutta norma è ancora valida e colpisce tutta una classe di potenziali visitatori. Il diritto al rischio è arbitrariamente, unilateralmente soppresso con norme legali molto discutibili, trascurando perciò ogni vantaggio fisico e spirituale di cui i visitatori potrebbero beneficiare. Anche se il locale club di arrampicatori sta ancora negoziando, i progressi della trattativa sono lenti.

Conclusione
I tentativi storici di soggiogare gli impulsi di base dell’uomo sono falliti, avendo creato più problemi di quelli che intendevano risolvere. Con il Proibizionismo negli USA (1919-1933), bande violente si combattevano per il controllo della vendita clandestina degli alcolici, magari prodotti negli scantinati di rispettabilissimi cittadini. Proprio come l’alcol, anche le droghe portano qualcuno all’irresistibile impulso ancestrale di trascendere la realtà. L’odierna repressione in fatto di droga (la “guerra alla droga”) ha spinto alla formazione di altre gang ben più violente (i “cartelli”) per gestire un giro di miliardi di dollari. Tutte quelle strategie proibizioniste hanno fallito e servono solo a generare più violenza, più corruzione e a cacciare in galera migliaia di cittadini, altrimenti rispettabili, solo perché sono stati sorpresi in possesso di modeste quantità di sostanze varie e solo per uso personale. In evidenza di assenza di pericolo per altri. Oggi, alle Nazioni Unite, si è dibattuto su queste “guerre alla droga”, ma non si arriva a prendere decisioni valide proprio per la fortissima opposizione degli USA, guarda caso il paese che ha il più forte consumo di droga. La Chiesa cattolica s’inventò il celibato per poter reprimere uno dei più forti istinti dell’uomo: il sesso. Il grado di successo fu ed è minimo, è abbastanza comune vedere preti che trasgrediscono. In Brasile, al tempo coloniale, gli stranieri erano esterrefatti dal comportamento dissoluto di vescovi e alti prelati, sebbene a questo i nativi non facessero caso più di tanto. E, ancor peggio, in molti casi, la repressione ha portato ad atrocità perverse, come la pedofilia, diffusa in tutto il mondo, anche se la Chiesa si è sempre adoperata per reprimerla.

Per riassumere, gli amanti dello sport d’avventura stanno solo chiedendo il diritto di soddisfare un’esigenza che tutti ci portiamo dietro da tempo, poter praticare attività che loro sanno benissimo essere pericolose, poco o tanto. Nel farlo, sono coscienti di assumersi le conseguenze della loro scelta senza richiedere a nessuno (individui o istituzioni) quell’aiuto che in effetti non è doveroso. Questo è un obiettivo, né pretenzioso né ingiustificato.

2 febbraio 2014

Posted on Lascia un commento

Ciaspolatori multati ai lati della pista

 

Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole

Un gruppo di escursionisti, senza sci ai piedi ma dotati di ciaspole, volevano risalire da Ceresola di Valtorta fino ai Piani di Bobbio, ma sono stati fermati dai carabinieri e multati perché procedevano sfruttando le piste regolarmente battute per lo sci di discesa.

Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspoleVal Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole  Foto: Mario Verin

La legge è chiara: sulle piste è vietato salire a piedi, anche se muniti di sci e pelli di foca, oppure di ciaspole. Troppo pericoloso sia per gli stessi escursionisti sia per gli sciatori che scendono in velocità i tracciati. La norma è di buon senso, ma anche l’applicazione deve essere permeata dal buon senso.

Non voglio entrare nel merito del caso in questione, occorrerebbe essere stati testimoni per poter dire quanta “indisciplina” abbia provocato la reazione dei militari. Solo vorrei riportare che il presidente del CAI di Alta Val Brembana, Andrea Carminati, lamenta un’interpretazione della legge troppo rigida.

Mentre Nevio Oberti (vicepresidente commissione di Escursionismo CAI Bergamo) fa notare che «le piste da sci non sono autostrade e le montagne non sono proprietà privata».

La notizia infatti arriva proprio dopo un periodo mediaticamente assai caldo, in cui la montagna è salita agli onori della cronaca in occasione di incidenti valanghivi, interventi del Soccorso Alpino, obsoleti titoli sulla montagna assassina, inviti a stare a casa, divieti, proposta di patentini vari, indagini della magistratura e rinvii a giudizio per omicidio colposo.

Ultima ad assurgere a tali onori è la sanzione a chi, ciaspole ai piedi, si è permesso di “invadere” e risalire quei pendii che gli interessi economici prevedono solamente in discesa. Il vaso sta traboccando…

Intanto personalmente mi chiedo perché mai si dovrebbe “invadere” una pista con le ciaspole ai piedi. Che utilità hanno questi ingombranti attrezzi se il piede non sfonda? A me sembra scontato che, se si hanno le ciaspole ai piedi, abbia solo senso risalire ai margini della pista (dove c’è neve non battuta) e non al centro. Se qualcuno lo fa di proposito, beh allora… è giusto multarlo, soprattutto per la sua stupidità.

Invece occorre difendere il diritto di poter risalire ai margini di una pista battuta con qualunque attrezzatura a propulsione “muscolare”, perché chi sale pagando con la propria fatica e non pagando gli impianti, ha tutta la libertà di percorrere e godere il meraviglioso ambiente invernale che si è scelto dopo che sono stati gli sciatori ad appropriarsene brutalmente.

Altro discorso è convincere gli escursionisti a cercarsi un altro itinerario, più solitario e meno affollato perché lontano dalle piste, motivati però dal gusto della solitudine e dell’ambiente, non dal timore di essere multati. Magari la scelta di ripiegare sui bordi di una pista può essere dovuta occasionalmente al forte pericolo di slavine che ci può essere dopo una nevicata su altri pendii.

La montagna in inverno non è solo appannaggio degli sciatori che affollano gli impianti, abbiamo diritto di volerla vivere anche in altro modo. In Austria questa convivenza è normale.

Posted on Lascia un commento

Ma quanto desideravamo il primo smartphone mountainproof?

QuantoDesideravamo-9351672_450782490_n-620x412

Gioisci, popolo:  dal 5 dicembre 2013 (e finalmente) “un nuovo modo di concepire la montagna grazie a Quechua Phone 5. In effetti eravamo tutti stufi di questa montagna così noiosa, non ci bastavano più la solitudine, il silenzio, la grandiosità. Volevamo tecnologia affidabile, volevamo delegare ancora di più le nostre già smagrite responsabilità.

“Chi pratica sport estremi e vive un rapporto simbiotico con la natura ha sempre avuto problemi a trovare un degno compagno di avventure Mobile”. Davvero? Ma siamo davvero sicuri che chi ha un rapporto simbiotico con la natura abbia bisogno di un Mobile a tal punto da non averne trovato uno finora che gli andasse bene?

Certo, “questo smartphone mountainproof è stato pensato per lunghi weekend di guadi e arrampicate, e prodotto da chi ha una lunga esperienza nella grande distribuzione di articoli per sport estremi”.

Finalmente un “solido compagno di viaggio”, un compagno che per soli euro 229,99 sarà così affidabile da non farti neppure sospettare la veridicità del famoso detto “Meglio soli che male accompagnati”.

Questo smartphone promette di “adattarsi alle condizioni più estreme e resistere agli urti (…), venire utilizzato tutto un week-end con monitoraggio GPS e 3G attivati (…), affrontare una violenta pioggia temporalesca durante le escursioni, cadere malauguratamente nella neve o ancora resistere alle tempeste di sabbia durante un trekking nel deserto”.

Questo device mountainproof ha tra i suoi strumenti il barometro, il gps, l’altimetro, e la bussola elettronica. E in più è proposto a un prezzo interessante e commercializzato in esclusiva nella più grande catena retail di attrezzatura sportiva, Decathlon.

Il messaggio pubblicitario ammicca senza incertezze agli sportivi e agli amanti della montagna che preferiscono non spendere cifre esorbitanti per un dispositivo, ma che vogliono con spirito di gregge arrivare a quel “nuovo modo di vivere la montagna” che un guru mai visto promette con insistenza, tipo Grande Fratello.

Quindi nessuna scelta personale, nessuna responsabilità di rischio auto-assunto: tutto facile per tutti, chiunque potrà fare ogni cosa. E non solo: “visti il prezzo e le caratteristiche, il Quechua Phone 5 potrebbe essere interessante anche per chi vive la propria vita cittadina allo scoperto dalle intemperie ed in costante movimento, ma non vuole scendere a compromessi tra giungla urbana ed i tipici limiti dei Mobile Device (delicatezza, pericolo di infiltrazioni di acqua e polvere, graffi, batteria limitata)”.

Insomma era ora! Qualcosa che ci avvicinasse la montagna a tal punto da non capire neanche più dove siamo per totale inadeguatezza del metro di misura, qualcosa che prometta di addomesticare distanze, dislivelli tramite grafici e simulazioni, che sostituisca la probabilità all’istinto, che annulli in pochi secondi secoli di storia liquidati come vecchio modo di concepire la montagna.

Perciò ci recheremo numerosi in quei “non luoghi” Decathlon a rendere omaggio con la nostra curiosità indotta e con il nostro obolo a questa nuova panacea universale, per protestare silenziosi contro la montagna noiosa, vecchia e anche un po’ pericolosa. Per rottamarla.

Posted on Lascia un commento

Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è da anni al centro di una continua e puntigliosa contestazione da parte di alpinisti, visitatori e operatori del settore, al riguardo del divieto di accesso pressoché integrale a cospicui settori del parco stesso, divieto tale da impedire ogni tipo di attività sportiva o culturale.

NumeroChiusoParco- I Monti Sibillini - Mare di nubiM. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Photonica3

Uno dei più convinti oppositori ai divieti è la guida alpina Paolo Caruso, che in questo momento è il referente della parte che si oppone al Parco.

Da qualche settimana qualcosa si sta muovendo, qualcosa che non sia il muro contro muro degli anni scorsi e il feroce scambio di e-mail. Il neo Presidente Oliviero Olivieri, ha contattato alcuni rappresentanti delle varie organizzazioni che operano in montagna (Guide Alpine Marche, Guide Parco, CAI ecc.) per cercare di capire come risolvere i problemi che sono ormai diventati gravi ed evidenti, se non forse insormontabili.

Lo stesso presidente ha avuto anche un incontro con Paolo Caruso, entrambi consapevoli che il dialogo e il compromesso sono le uniche vie di uscita per risolvere i contrasti e gli scontri.

Caruso ha indicato per grandi linee le soluzioni più equilibrate e sensate. Ci sono sicuramente alcuni aspetti “politici” (che riguardano anche le organizzazioni legate alla montagna), ma ci sono altri aspetti, meno politici e più concreti, per i quali è importante trovare soluzioni giuste e senza altri fini.Il vero dialogo probabilmente è il punto d’incontro tra Ministero, Parco ed Esperti della Montagna. Questi ultimi sono persone con importanti competenze, con curricula inequivocabili e di rilievo, persone cui tra l’altro sta a cuore, forse per primi, la salvaguardia del territorio.

In concreto, la soluzione passerà attraverso la fine dei divieti o il loro ammorbidimento con regolamentazioni numeriche. Nella chiacchierata sono stati affrontati temi importantissimi come l’eccessivo affidamento al soccorso: la formazione e la preparazione viene spesso trascurata, tanto c’è il soccorso… E l’impatto inerente gli interventi del soccorso è forte e di fatto ha determinato il divieto alpinistico sul Monte Bove. E’ chiaro dunque che non si andrà verso un futuro migliore se non si porrà più cura alla formazione e all’educazione.

L’incontro si è concluso con l’impegno di un incontro generale a gennaio 2014, preceduto dall’invio al Parco delle nuove proposte di regolamentazione a cura degli esperti della montagna.

NumeroChiusoParco-monti-sibillini-monte-bove-ccc6ee28-8e0d-450e-bff6-d81a6193a6c0M. Bove (Parco dei Sibillini). Foto: Luigi Alesi

Dette proposte sono molto concrete e precise, un elenco accurato del massimo numero di presenze giornaliere nelle diverse zone del Parco, stagione per stagione. Un compromesso di grande sacrificio, soprattutto perché dobbiamo constatare, ancora una volta, quanto siamo lontani da un turismo e una frequentazione della  montagna responsabili.

Le menti più lungimiranti pongono al centro della questione l’esigenza del cittadino di potersi muovere in un ambiente naturale con il minor numero di vincoli possibile. Perché solo un cittadino di questo tipo, libero e responsabile, può davvero apprezzare, e quindi sostenere fino in fondo, i valori ambientali che un Parco è chiamato a difendere, ma anche a promuovere e diffondere. Al contrario, un cittadino non libero di scegliere, pienamente immerso nell’offerta turistico-sicuritaria, non sarà mai in grado di essere un bravo soldato dell’ambiente, preferendone essere l’acquirente, a volte anche distratto.

Questo cozza contro la maleducazione e l’irrispettosità diffuse, motivazioni che per certuni da sole bastano a giustificare la chiusura, anche quella completa legiferata per tre anni.

Chi è contro il numero chiuso crede fermamente nella libertà e la regolamentazione delle presenze sarà per lui una sconfitta cocente, forse più cocente del divieto!

Da una parte c’è la considerazione che meglio pochi che nessuno, dall’altra il numero chiuso si scontra di sicuro con l’integralità delle idee più moderne e libertarie, per ora non seguite da una formazione e una preparazione ambientale degne di questi nomi.

Posted on Lascia un commento

Leave no trace (non lasciar traccia)

Operatori al top per far differenza tra backyard e backcountry

I siti http://lnt.org/ e http://www.leavenotrace.ca/home sono rispettivamente le presentazioni in rete di The Leave No Trace Center for Outdoor Ethics, con sede a Boulder (Colorado, USA) e Leave no trace – Canada.
Sono organizzazioni nate allo scopo di insegnare a tutti la frequentazione responsabile dell’ambiente naturale: si autodefiniscono i promotori del programma più largamente condiviso per un’etica dell’outdoor, nonché gli operatori al top per far differenza tra backyard e backcountry (vedi nota 1).
Sono gestite da piccoli gruppi di appassionati e di tecnici. A entrambe ci si può iscrivere, vi si può svolgere volontariato e se ne possono frequentare i corsi specifici.
Ciò che maggiormente caratterizza Leave no trace sono i sette principi ispiratori, indubbiamente un concentrato di sapienza protetto da copyright.
MarmottaFoto: Federico Raiser / K3

Molti i concetti ovvi, altrettanti quelli non nuovi e già predicati altrove e in precedenza: e in più occorre considerare la grande differenza del territorio in cui vorrebbero essere applicati. C’è un abisso tra le vastità selvagge del continente nordamericano cui i sette principi egregiamente si riferiscono e il nostro territorio alpino, circoscritto, antropizzato.
In ogni caso vale la pena fornirne una traduzione in italiano. I link riportati sotto a ciascun principio rimandano a una spiegazione dettagliata (non tradotta).

I SETTE PRINCIPI DI LEAVE NO TRACE
1)  Pianificare e preparare

Conoscere le norme e le regole speciali del territorio che si va a visitare.
Prepararsi per le avversità meteo, per i pericoli e per le emergenze.
Programmare l’escursione in modo da evitare i periodi di affollamento.
Fare gruppi piccoli, quando possibile. Tendere a dividere i gruppi grandi in più piccoli.
Impacchettare ad hoc le provviste per minimizzare i rifiuti.
Usare carta e bussola per eliminare l’uso di segnali dipinti, frecce od ometti di sassi.
http://lnt.org/learn/principle-1

2) Camminare e fare campo su superfici stabili (durable surfaces, vedi nota 2).
Le superfici stabili includono sentieri, luoghi di accampamento (campsite), roccia, ghiaia, prati secchi, neve.
Proteggere le sponde di laghi e torrenti campeggiando almeno a 50-60 m di distanza.
Un buon campo si trova, non si fa. Alterare un luogo a quello scopo non è necessario.
In aree assai frequentate:
Concentrarsi sui sentieri e sui campi esistenti.
Camminare in fila indiana in mezzo al sentiero, anche in presenza di acqua o fango.
Non ingrandire i campi. Insistere su aree prive di vegetazione.
In aree remote e solitarie:
Tralasciarne la frequenza per scoraggiare la creazione di nuovi sentieri o campi.
Evitare i luoghi dove l’impatto è all’inizio.
http://lnt.org/learn/principle-2

3) Smaltire i rifiuti correttamente
Usare e smaltire. Ispezionare il campo o l’area di riposo alla ricerca di rifiuti e cibo caduto per terra. Insaccare tutti i rifiuti, il cibo avanzato e la spazzatura.
Evacuare le proprie feci in buchi profondi almeno 15 cm, almeno a 50-60 m da acqua, campi o sentieri. Coprire e camuffare il buco.
Mettere da parte e portare via la carta usata e ogni prodotto per l’igiene.
Per lavarsi o rigovernare i piatti, portare l’acqua necessaria ad almeno 50-60 m da torrenti e laghi, usando poi piccole quantità di detersivo biodegradabile. Disperdere l’acqua usata.
http://lnt.org/learn/principle-3

4) Lasciare come si trova
Preservare il passato: osservare, ma non toccare vestigia culturali o storiche.
Lasciare rocce, piante e altri oggetti naturali come li si trovano.
Evitare di introdurre o trasportare specie non autoctone.
Non costruire alcunché, non scavare fosse.
http://lnt.org/learn/principle-4

5) Minimizzare l’impatto dei fuochi da campo
I fuochi da campo possono causare impatto durevole al territorio. Usare fornelli leggeri per cucinare e far luce con le vecchie candele.
Là dove il fuoco è permesso, usare le apposite strutture (area circoscritta, collinetta).
Limitare la grandezza del fuoco. Usare solo pezzi di legno che si possano spezzare a mano.
Bruciare legna e brace fino alle ceneri, poi raccoglierle e disperderle quando fredde.
http://lnt.org/learn/principle-5Giochi d'acquaFoto: Federico Raiser / K3

6) Rispettare la fauna
Osservare la fauna da lontano. Non seguirla, non avvicinarla.
Mai dar cibo agli animali: danneggia la loro salute, altera il loro naturale comportamento e li espone a predatori e altri pericoli.
Difendere la fauna e le proprie provviste escogitando una sistemazione adeguata di viveri e rifiuti.
Tenere sotto continuo controllo animali domestici, oppure lasciarli a casa.
Non cercare la fauna nei periodi sensibili: accoppiamento, nidificazione, crescita dei piccoli, stagione invernale.
http://lnt.org/learn/principle-6

7) Rispettare gli altri escursionisti
Rispettare gli altri escursionisti e proteggere la qualità della loro esperienza.
Usare cortesia. Dare il passo sui sentieri.
Fermarsi sul lato a valle del sentiero quando s’incrociano gli addetti al pack stock (vedi nota 3).
Riposarsi e fare campo lontano dai sentieri e dagli altri escursionisti.
Lasciar prevalere il suono della natura, evitando volumi alti di voce e di rumore.
http://lnt.org/learn/principle-7

Note
Nota 1: gioco di parole, per sottolineare che il backcountry (il paesaggio remoto) deve essere diverso dal backyard (cortile di casa).
Nota 2: il concetto di durable surface riguarda la capacità di una superficie o di un manto vegetativo di fronteggiare il calpestio o di rimanere inalterati.
Nota 3: il pack stock è il deposito di rifornimenti. Su alcuni percorsi esiste il servizio per favorire chi non vuole o non può caricare tutto a spalla per più giorni.