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K2: dalle nozze d’oro a quelle di diamante

Quanta conoscenza dopo sessant’anni?
Feste, compleanni e ricorrenze in genere fanno sempre parlare di sé, nel bene e nel male.
C’è chi vede nel Natale una provvidenziale interruzione del lavoro o dello studio, chi invece sbuffando vi riconosce un’odiosa costrizione allo shopping forzato per ottemperare freneticamente e all’ultimo momento all’usanza dello scambio dei doni: non è la maggioranza quella che nel Natale vede in primis la festa religiosa, quindi la nascita di Gesù e l’inizio della lieta novella che tanto ha permeato la nostra civiltà.

Un compleanno è l’occasione di una chiassosa festa a sorpresa tra amici, oppure una festa comandata con regali obbligatori, quasi mai un giorno di lieto raccoglimento in cui l’interessato si soffermi a riflettere sul significato del suo anno in più.

E le ricorrenze? Beh, quelle seguono regole solo apparentemente matematiche, perché in realtà chi pensa a una ricorrenza spesso lo fa anche per creare l’evento, specie in tempi come questi in cui si sente la loro penuria. Rispetto al momento di creatività che ebbe luogo per esempio sessanta anni fa, il momento di celebrazione brilla solo di luce riflessa se non è accompagnato da una solida riflessione su ciò che nel frattempo è cambiato.

Il K2 dal Campo Base
K2, dal Campo Base sul Ghiacciaio Godwin-Austen GlacierMa se è un po’ tipico del nostro tempo confondere luce propria con luce riflessa, tanto per dare ragione a qualcuno che disse che si innalzano i monumenti solo per dimenticare più in fretta, ciò non vuol dire che una ricorrenza non possa davvero essere importante.

Il 2004 è stato l’anno del cinquantenario della conquista italiana del K2 e, per le ragioni sopraddette, alcuni osservarono le iniziative con viva perplessità. Le vedevano più o meno commerciali, s’infastivano per la magniloquenza, criticavano il progetto di spargere sul Baltoro e sui fianchi della montagna imponenti numeri di visitatori e di alpinisti. Un simile modo di pensare poteva solo far concludere che la miglior cosa per il K2 sarebbe stato il lasciarlo solo e in pace per un anno!

Altri invece, per qualche recondito motivo, si lasciarono prendere dall’eccitazione del momento e si unirono in coro glorifico: purtroppo nei discorsi e nei comunicati stampa non ci fu vera e propria sostanza, e non poteva certo essere la forma retorica a poterla fornire. Il vuoto d’idee fasciato di retorica è vuoto ancora più desolato, dove le idee di 50 anni prima echeggiavano in un cacofonico e ripetitivo rimbalzo senza senso.

Dunque il CAI ci pensò. Erano passati 50 anni da quando il K2 era stato salito la prima volta da due uomini, quindi dalla spedizione e dunque dal sodalizio intero. Quello storico evento fu tra i più importanti dell’intero cammino del CAI, sicuramente quello più noto all’estero. Giustamente fu osservato che l’Italia, dopo il ventennio e la triste guerra civile a conclusione, con la conquista del K2 aveva riconquistato non solo la simpatia del mondo ma l’autostima degli italiani stessi: era stato cioè il momento culminante di un grande processo di ricostruzione civile, economica e morale.

50 anni dopo (e, oggi, a maggior ragione 60) non sarebbe stata proponibile la medesima filosofia, ribadire conquista ed eroismo non avrebbe costituito più ricetta valida per i nostri mali odierni. La gloria non fu sufficiente neppure per sopire alcune polemiche il cui eco sinistro si ode ancora, per stemperare i toni di un mistero che a giusto titolo fa parte del codice etico della zona della morte, un codice che chi è stato là dovrebbe riconoscere come diverso, se possibile ancora più fluttuante e contraddittorio di quello che già difficoltosamente riusciamo a osservare in pianura.

Dunque il CAI ci pensò e propose “Dalla conquista alla conoscenza”, un motto semplice ma assai incisivo, per significare che il cinquantenario era sì l’occasione per visitare una regione così cara a noi italiani ma era pure obbligo morale di sapere, di conoscere, dunque di amare.

Nell’implicita accettazione che solo con quel nuovo atteggiamento nei confronti della montagna, del Baltoro, delle sue genti e in definitiva di noi stessi, il Cinquantenario potesse avere senso e brillare di luce propria, le iniziative che il CAI e gli italiani promossero per il 2004 nel bacino del Baltoro avrebbero dovuto essere giudicate in base ai risultati, ma non per quante centinaia di persone avrebbero raggiunto il Campo Base o per quante decine di alpinisti avrebbero salito la cima.

La sfida si giocava su quanta “conoscenza” avremmo riportato indietro. Tanto più pallido fosse stato il ricordo di gloria, tanto colori più vivi avrebbe avuto la nostra esperienza collettiva.

Oggi è la ricorrenza dei sessanta anni. Oltre ad Ardito Desio, oggi siamo rimasti senza Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti. Sarebbe stato bello avere la sensazione di una crescita culturale, sessant’anni è un’età cospicua… Invece, come ha dimostrato questa primavera il tragico incidente dei sedici sherpa morti sull’Ice Fall dell’Everest, l’atteggiamento generale verso la montagna non è mutato, non abbiamo ancora perso il gusto della conquista a tutti i costi. Se non ci possiamo permettere quella vera, ci accontentiamo di quella finta, di quella rimasticata, di quella comprata. Siamo sempre i soliti colonialisti indefessi, ma adesso la conquista l’acquistiamo al supermercato oppure la sottoponiamo al lifting, la travestiamo sui marciapiede dei viali.

postato il 31 luglio 2014

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K2, dieci anni fa

1954-2004, il CAI dalla conquista alla conoscenza
Quella del 2004 fu un’estate di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, poi la montagna è rimasta sola ad attendere un altro inverno siderale che le avrebbe fatto dimenticare le debolezze umane estive. Possiamo provare a fare un saldo delle operazioni del Cinquantenario, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con molta voglia di essere corretti in caso di errore od omissioni non volute.

Portatori baltì sul Baltoro
Portatori baltì nei pressi di Concordia, Ghiacciaio del Baltoro, Karakorum, Pakistan

Il trekking
Per favorire la conoscenza dell’area del Baltoro e del K2, il Club Alpino Italiano aveva promosso, senza fine di lucro, l’organizzazione di un trekking che portasse i soci fino al Circo Concordia (e da lì al Campo Base del K2). Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma vide la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è uno dei più impegnativi al mondo e richiede 25 giorni da Italia a Italia.

Negli intenti celebrativi il CAI voleva avvicinare questa montagna, simbolo della conquista italiana, dando alla gente comune la concreta possibilità di accesso al campo base. Non solo quindi ai trekker sperimentati ma anche a coloro che volevano vivere quell’avventura senza avere grande esperienza.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi gestiti da altre agenzie di tutto il mondo (tutte le italiane erano presenti), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo permise un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori), una migliore organizzazione logistica per ciò che riguardava la gestione ambientale dei campi stessi e in definitiva un minor impatto.

Il CAI aveva incaricato l’equipe di Montana srl di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Rogo di spazzatura a Khuburse, valle del Baltoro , Pakistan


Il progetto ambientale K2
Nella logica di dare particolare risalto alle tematiche ambientali l’organizzazione e la gestione del trekking si servirono di uno specifico Vademecum ambientale. Era infatti ferma convinzione del CAI che le celebrazioni, dal forte contenuto culturale, fossero un’occasione preziosa per riaffermare l’impegno ambientale del Sodalizio. Così, attraverso l’adozione di una buona prassi ambientale in ognuno degli aspetti organizzativi e gestionali, si sarebbe potuto concretare quella filosofia di celebrazione che alla vittoria ormai lontana cinquant’anni voleva sostituire nuove ottiche non più di mera conquista bensì di conoscenza, nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni.

Per alcuni mesi un team di esperti, coordinato da Alberto Ghedina (Osservatorio Tecnico per l’Ambiente), e composto dallo stesso Ghedina, da Riccardo Beltramo (Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino), da Alessandro Gogna e Mario Pinoli progettò ogni fase delle attività, dagli approvvigionamenti alla logistica, dalla gestione energetica all’impostazione e rimozione finali dei campi intermedi e del campo principale di Concordia, utilizzando i più evoluti concetti della sostenibilità, dell’eco-efficienza e della gestione ambientale. Elaborò pertanto quello che fu poi battezzato il Protocollo ambientale.

Quel lavoro, preceduto dalla raccolta e dallo studio di dati e logistica locali, oltre che dai contatti con le realtà operanti sul territorio, portò però in prima battuta, per informare il più possibile i partecipanti, alla realizzazione di una brochure informativa che ogni trekker ricevette alla partenza, con note di tipo culturale, ecologico e di comportamento ambientale, per una sensibilizzazione e una corretta visuale sulle problematiche.

A garantire il rispetto del Protocollo ambientale, Montana inviò sul campo tecnici specializzati laureati in discipline tecnico scientifiche (geologia, ingegneria ambientale, scienze ambientali) per l’esecuzione degli audit ambientali mediante checklist di riscontro.

I dati salienti dell’attività di audit ambientale furono i seguenti: 6 auditor ambientali impegnati, di cui 4 geologi, 1 ingegnere ambientale, 1 tecnico scienze ambientali; 4 cicli eseguiti in Baltoro (date: 17 maggio-5 giugno 2004; 13 luglio-3 agosto 2004; 9 agosto-28 agosto 2004; 22 settembre-7 ottobre 2004) per un totale di 80 giornate-presenza sul campo.

Riduzione volumetrica di materiale metallicoBaltoro, Concordia, raccolta e riduzione rifiuti, 2004

Ovviamente si riscontrarono difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto per responsabilità dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto per lo staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva nascosto le lattine di risulta della conduzione culinaria, a volte del tutto ignorante sulla sistemazione differenziata dei rifiuti.

Ciò che però è da sottolineare fu la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Sperando possa essere stato un  buon esempio per il futuro.

Nella nostra lunga permanenza, soprattutto a Concordia, potemmo osservare il comportamento medio del socio CAI: questi, anche nelle condizioni più disagiate per via della quota e talvolta in condizioni fisiche non sempre ottimali, accanto alla grande volontà di raggiungere la meta (che più del Campo base del K2 era il Memorial alle vittime della montagna) mostrava un’attenzione al comportamento davvero lodevole, anche di fronte ai peggiori esempi forniti da altri nello stesso luogo.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas erano stati costruiti negli anni precedenti ed erano gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi avevano grosso successo e grande utilità. Grazie a loro, l’inquinamento sul percorso era decisamente diminuito, peccato che proprio in quei campi si fossero verificati i più significativi episodi di malfunzionamento, dovuti in buona parte al classico scarica-barile tra MGPO e l’agenzia pakistana che ci dava i servizi.

L’audit riscontrò che praticamente il problema della deforestazione era risolto: tutti i portatori, senza eccezioni, usavano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimaneva vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione dovrebbe passare attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilette a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

Dal Vignes Glacier verso il Baltoro, K2 e Broad Peak
Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

La bonifica
Compito del team ambientale del CAI era anche lo svolgimento di eco-interventi nell’area del Baltoro. Il progetto di bonifica prevedeva un risanamento dell’intera valle del Baltoro, fino al Campo Concordia e al Campo Base K2.

Eravamo naturalmente a conoscenza di operazioni analoghe condotte negli ultimi anni ’90 dalle ONG operanti nel Baltoro (il già citato MGPO e soprattutto il Central Asia Institute).

Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ebbe luogo dall’8 luglio al 31 agosto. La scelta di quel periodo fu dovuta all’esigenza di non essere intralciati dalla neve primaverile sul terreno, né da quella sempre possibile in periodo autunnale.

Le località interessate furono Askole, Korophon, Julha, Bardumal, Paju, Liligo, Kuburse, Urdukas, Gore 1 e 2, Concordia, Broad Peak Base Camp e K2 Base Camp.

Facilitata da una spedizione sud coreana che nel frattempo ripuliva il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si concentrò sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti furono trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che provvide al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andò per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica raccolse anche più di una ventina di kg di batterie usate: queste però furono trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Provvedemmo a bruciare in loco circa 2.100 kg di rifiuti misti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione fu ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono normalmente avviati alla discarica a 2 km a nord-ovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena.

Askole: parte dei rifiuti recuperati
Askole, le lattine raccolte durante la bonifica del Baltoro dell'estate 2004, 3011 kg. , Pakistan

I nostri roghi eliminarono circa 300 kg di carta e cartone, 400 kg di materiale plastico e 1.400 kg di rifiuti “umidi”.

Attività di bonifica e di audit, per via delle buone condizioni atmosferiche, furono fortunosamente condotte anche nella seconda parte del mese di settembre e nella prima parte del mese di ottobre 2004. Ciò allo scopo di seguire anche l’ultimo dei trekking previsti, ormai in stagione abbastanza avanzata. Altri 275 kg di metallo e 14,5 kg di batterie (anche queste portate in Italia) furono così da aggiungere al bilancio totale, più ulteriori 600 kg circa di rifiuti misti bruciati.

postato il 19 luglio 2014

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Sulle orme di Vittorio Sella

Agosto 2004
Sono da ormai più di tre settimane attendato a Concordia, a 4630 m, responsabile della bonifica del bacino del Ghiacciaio del Baltoro che il CAI ha voluto nell’ambito del cinquantenario della conquista del K2.
I giorni passano veloci, il lavoro da fare è tanto. Però c’è una cosa cui penso nei momenti liberi: vorrei semplicemente salire sulla vetta rocciosa dalla quale nel 1909 il grande Vittorio Sella scattò quella serie di immagini in bianco e nero che unite assieme costituiscono una delle sue più belle fotografie. L’immagine, scattata dalla Quota 5461 m, è allegata ad una prestigiosa opera di Filippo De Filippi e vi si può ammirare il panorama che si estende dal Chogolisa al K2, con al centro l’immane distesa glaciale di Concordia.
La tavola D allegata all’opera di Filippo De Filippi
Sella_panoramicaDa qualche giorno ero d’accordo con Annalisa Fioretti, una giovane medico incaricata di seguire le vicende sanitarie di alcuni gruppi di trekker, anche lei di stanza fissa a Concordia per qualche tempo: alla prima giornata di bel tempo potevamo fare un salto verso il G4 West First Glacier, per vedere come è la salita verso la Quota 5461 m.
Come non fosse bastato il desiderio che da sempre avevo di andare a mettere il naso in quelle vecchie storie, una concitata telefonata satellitare avuta il 4 agosto con Marco Milani mi aveva dato la speranza che il 17 agosto, tramite Silvia Pedote, mi sarebbe arrivata la Noblex, una fotocamera che permette di fare grandi panoramiche. La mia infatti mi aveva tradito già al primo giorno di viaggio, ancora prima di Skardu…
Senza la panoramica era quasi senza senso voler salire in cima alla Quota 5461 m!
Durante la telefonata Marco mi aveva messo al corrente di alcuni suoi dubbi: secondo lui la foto di Sella non era stata fatta dalla vetta vera e propria. Lo provava il fatto che una successiva foto di Massimo Terzano (1929) mostrava gli stessi elementi dalla stessa prospettiva ma con angolatura ben diversa: mentre la foto di Terzano riprendeva perfino la vetta vera e propria della Quota 5461 m e mostrava il K2, quella di Sella non mostrava affatto il K2 (coperto da una quinta rocciosa) e l’osservazione attenta delle varie cime poteva solo far pensare ad una ripresa ben inferiore in altezza.

La tavola D di Massimo Terzano, allegata fuori testo a La Spedizione geografica italiana al Karakoram del 1929, è davvero ripresa dalla vetta della Quota 5461 m. Questa è la parte sinistra
Sella-DSC_0786 copiaQueste sono le poche cose che so, senza poter guardare di persona le foto, in passato ammirate ma non studiate così a fondo.
Sono così impaziente, e il tempo è così bello che alle 7.30 del 13 agosto mi presento al campo di Annalisa, dopo aver salutato tutti quelli dell’11° gruppo del CAI che ripartivano per Urdukas, compreso il medico Giuseppe Gottardi. Lui non vedeva l’ora di andarsene, anche se sono sicuro che ricorderà per sempre questo soggiorno obbligato a Concordia. Nella notte, alle 3.45, una ragazza della tenda era uscita dalla tenda per vomitare. Ricoverata d’urgenza nella tenda gialla, Giuseppe aveva avuto il suo bel daffare per domare le scariche di diarrea e di vomito della poveretta. Che comunque alla fine era riuscita ad incamminarsi con gli altri.
Alle 7.45 partiamo, la giornata è stupenda, talvolta ci fermiamo a fare qualche fotografia. Ad un certo punto della morena per il Gasherbrum1 sono indeciso se abbandonarla subito. Dei portatori ci confortano per questa soluzione, così scendiamo al torrente glaciale e lo superiamo senza difficoltà. Di ometti non v’è alcuna traccia, così cerco la nostra strada al meglio, su morene dure di ghiaccio, costeggiando laghetti effimeri e seguendo valloncelli evitando il più possibile i saliscendi. Giunti su un’altura ci appare più chiara la prosecuzione, sempre sul medesimo terreno ed accanto ad un bellissimo lago con isolotto centrale. Senza eccessiva fatica arriviamo con un ultimo strappo alla base della cresta SSW, insalibile se non con corda e arrampicata. Proseguiamo quindi nella valletta tra il ghiacciaio e i risalti sudorientali di questa cresta. Il luogo è meraviglioso, ci sembra di andare incontro a quella grande cattedrale che è la parete W del Gasherbrum4, il G4 di Maraini e gli altri della spedizione Cassin del 1958. Di mano in mano che ci avviciniamo, scopriamo nuovi punti deboli nella parete, mentre il colle a sud e soprattutto i risalti che lo sostengono costituiscono una barriera apparentemente insuperabile a meno che non voler correre grandi rischi.
Arriviamo così ad un ghiaione quasi bianco, unica possibilità di salita veloce. Sono le 10 e dopo rapido consulto decidiamo di proseguire. Annalisa non sa nulla di quello che vado cercando in realtà. La salita del ghiaione è lunga, ma pensavo peggio: verso la fine, invece di risalire accanto ad un ruscelletto, preferiamo le roccette di sinistra, facili ma ingombre di ghiaia minuta. Annalisa non si muove toppo a suo agio su questo terreno, ma dopo un po’ prende pratica e sale senza grossi problemi. Ci troviamo ora su un’immane pietraia, bianca nel canale a destra e giallastra sulla dorsale a sinistra. Oltre quest’ultima si rizzano i bastioni rosso-nerastri che sorreggono la cresta. Un canale ghiaioso porterebbe in alto, ma alla fine è sbarrato da un risalto verticale. Do un occhio a queste possibilità alternative perché sono indeciso se andare fino in vetta. Senza Noblex mi sembra una fatica inutile, in più mi accorgo che Annalisa ha rallentato decisamente il passo.
Sapevo che Andrea Michieli e Jacopo Merizzi, venuti a Concordia con lo scopo di ripercorrere le orme di Vittorio Sella, erano saliti in vetta alla Quota 5461 m il 29 luglio 2004, con brutto tempo. La loro ricognizione non aveva prodotto alcuna fotografia e al ritorno sia l’uno che l’altro erano seriamente intenzionati a non tornare più lassù, impressionati dalla fatica e dagli insidiosi pericoli da loro incontrati.

La tavola D di Massimo Terzano, parte centrale
Sella-DSC_0787 copiaCerco di immedesimarmi in Vittorio Sella, di capire quello che lui voleva/doveva fare. Lui voleva il panorama su Concordia, dunque forse non era necessario salire fino in cima, che certo non gli interessava per se stessa. Dalla cresta c’era una ragionevole speranza di poter vedere tutto ugualmente. Così guardo ancora più su e scorgo una serie di cenge e canalini obliqua a sinistra che porta in cresta. Non ho più dubbi e decido per questa soluzione.
La parte più faticosa è raggiungere, per terreno davvero instabile, questa linea che per intuito mi sembra davvero logica.
Senza difficoltà, ma con tanta pazienza, arriviamo così sulla cresta SSW, che qui però è abbastanza discontinua e caratterizzata da brevi risalti non troppo in linea uno con l’altro. Sembra sempre di raggiungere in breve quello che promette una bella visuale non solo su Concordia ma anche sul Godwin Austen Glacier, ma non è così. Finalmente arriviamo ad una elevazione, poco prima della rossiccia e proterva anticima. Oltre non si potrebbe proseguire slegati, occorre accontentarsi. Ma anche qualcun altro si deve essere ritenuto soddisfatto, perché su questa elevazione, a 5208 m, troneggia un ometto vecchio stile. Sono emozionato.
Che sia quello di Sella?
Il K2 è invisibile, solo all’Angelus si arriva a vedere. Il Broad Peak spunta da dietro il Front Peak. La presenza della parete W del G4 è grandiosa, imperiosa. Ma la scena è dominata dai ghiacciai. Il Baltoro, proveniente da sudest, incontra il Vigne Glacier: entrambi sono dominati da un possente Chogolisa e dagli eleganti Vigne Peaks. Prima del Mitre Peak, da qui molto meno bello che da Concordia, il Baltoro si unisce al Vigne Glacier, stupendamente bianco. Concordia è immenso e riceve da destra il Godwin Austen: verso ovest Concordia si restringe tra il Mitre e il Marble Peak e dà origine al Baltoro inferiore, quell’immenso serpente che va a lambire le Trango Towers fino all’elegante Payu Peak.

La tavola D di Massimo Terzano, parte di destra. E’ ben visibile il K2
Sella-DSC_0788 copiaÈ una visione davvero spettacolare, l’occhio si perde in mille particolari perché la visione d’insieme è difficilmente sostenibile.
Con la mia Nikon scatto a raffica una serie d’immagini, vorrei avere la Noblex che in questo momento sarà da qualche parte nel basso Baltoro.

La panoramica su Concordia da Quota 5208 m. Notare l’invisibilità del K2, coperto dalla quinta a destra
Sella-g93-145-146-4Non ci fermiamo molto in cima, lei è visibilmente preoccupata per la discesa, io del torrente che ho visto dilatarsi a colpo d’occhio. Le stesse ghiaie che tanto ci hanno affannato in salita ora ci portano in discesa, occorre solo fare attenzione ai tratti in cui il ghiaione è meno spesso e affiora quasi la roccia. Ma in breve siamo in fondo e ripetiamo a ritroso l’itinerario fatto in mattinata, fino alle morene (grazie ad alcuni ometti che avevamo eretto) e fino al luogo del guado. Che si presenta assolutamente impossibile. Vado su e giù trascinandomi sulle morene della riva settentrionale, provo a guadare nel punto che mi sembra migliore. Ora sono con l’acqua ai polpacci, sondo con il bastoncino, ma è giocoforza constatare un’impossibilità definitiva.
Torno da Annalisa, seduta apatica sulla morena. Ho gli scarponi ed i calzettoni fradici e un bel nulla di fatto da raccontarle. Decidiamo così di proseguire, su terreno a noi del tutto ignoto, verso la traccia del Campo Base del K2. Secondo i miei calcoli non dovrebbe essere distante più di 800 o 900 metri in linea d’aria: ma si vede un terreno a saliscendi, con ghiaccio affiorante.
C’incamminiamo su dossi morenici spesso del tutto instabili, talvolta lasciandoci scivolare sul ghiaccio che affiora. Annalisa non ne ha più, ma trova l’energia e la volontà per seguirmi, senza neppure lamentarsi. Cerco di recuperare una zona meno mossa, soprattutto con fondo sassoso più scuro e più solido. Ma percorso un tratto di questo terreno mi accorgo che per guadagnare la morena su cui corre la traccia per il K2 dovremo attraversare un altro canyon con torrente e risalti di ghiaccio ai lati.
Scendo sul fondo del torrente e intravedo un punto in cui dovrebbe essere possibile salire dall’altra parte. Una spaccata ampia e vado su per un canalino di ghiaccio di una decina di metri, dapprima verticale con qualche sasso affiorante, poi più abbattuto. Lascio in cima lo zaino e riscendo ad aiutare Annalisa che ha difficoltà a fare la spaccata, l’assisto nell’arrampicata fino all’orlo. Siamo così entrambi dall’altra parte, ma saranno già le 18… Poco dopo riesco ad avvistare un ometto singolare, quasi un vero e proprio segnale visibile da lontano, proprio quello andavo cercando, cioè il belvedere utilizzato più di due settimane fa da Franco Figari e da me per fare fotografie.
Ormai ci siamo, non ho più dubbi: e proprio in quel momento appare, vicino all’ometto, Marco Garbin.
Era rimasto indietro rispetto al suo gruppo. Ci salutiamo e ci raccontiamo le rispettive disavventure. Lui si era praticamente “perso” nella seraccata del Campo Base del K2… offre ad Annalisa una tavoletta di cioccolata, mentre a lui noi diamo da bere. Poi insieme ci avviamo verso Concordia. La sera, mi ritiro stanchissimo in tenda, dove non riesco ad addormentarmi subito: forse sono troppo stanco.

Vittorio Sella negli anni ’30
SellaVittorioNote al rientro in Italia
La tavola D di Massimo Terzano, allegata fuori testo a La Spedizione geografica italiana al Karakoram del 1929, di Aimone di Savoia-Aosta e Ardito Desio, Arti Grafiche Bertarelli, 1936, è davvero ripresa dalla vetta della Quota 5461 m, lo certifica il fatto che si vede ampiamente il K2 (nella foto di Sella non si vede) e che l’evidente e aguzza guglia, posta quasi al termine del crestone che delimita a sud il bacino del G4 West First Glacier, è posizionata ben più bassa che nella foto di Sella.
La tavola D (a sei ante) del cofanetto allegato all’opera La Spedizione nel Karakorum e nell’Imalaia occidentale 1909, di Filippo De Filippi, Zanichelli, 1912, ha come didascalia la seguente: Panorama da uno sperone occidentale del Gasherbrum, a 5461 m. La ripresa è stata effettuata il 27 giugno 1909.
In pari luogo, la tavola C dello stesso cofanetto (parimenti a sei ante), con la ripresa dalla Spalla del Marble Peak del 26 giugno 1909, mostra una crocetta appena sotto la vetta e a SSW della Quota 5461 m e la definisce come punto di ripresa della tavola D.
Ma per qualche motivo, certo non per malafede, sia la quota riportata sia la posizione della crocetta sono errate.
Ovviamente anche Terzano, il fotografo ufficiale del Duca d’Aosta e di Desio, se ne accorse: a pag. 327 del citato libro di Desio è ricordata l’ascensione di Sella con i suoi portatori del 27 giugno 1909, fino ad un piccolo terrazzo alto 5237 m (viene riportato in nota a piede pagina: La quota ricordata dal De Filippi è di 5461 m, ma in base ai nostri rilievi fotogrammetrici, va sensibilmente ridotta).
Le mie fotografie, riprese da quota 5208 m (o 5237 m, volendo dare credito a Desio e non al mio GPS), accanto al vecchio ometto, sono identiche a quelle di Vittorio Sella. Anche la guglia appare nella stessa posizione precisa.
In più, un’ulteriore foto fuori testo, posta tra pag. 280 e pag. 281 del De Filippi, mostra con tanto di didascalia il luogo di ripresa della tavola D (quello esatto).

Salita alla Quota 5208 m, relazione tecnica
Da Concordia seguire il sentierino per il CB del G1, abbastanza comodamente. Quando questo sembra non più condurre anche in direzione del G4 West First Glacier, bensì accentuatamente verso SW, abbandonare il sentiero e procedere alla ricerca del guado di un torrente cospicuo che costeggia la morena a NE. Guadare circa in posizione 35°44’36”N e 76°31’47”E, a 4590 m. Il guado è possibile solo nelle primissime ore della mattinata. Procedere senza segnalazioni, al meglio, verso il G4 West First Glacier, con leggero arco a S, in modo da raggiungere la base della cresta SSW della Quota 5461 m, ben evidente, a quota 4669 m e in posizione 35°44’39”N e 76°32’35”E.
Seguire la comoda valletta in direzione E che divide il lato N del G4 West First Glacier dalle pareti verticali di roccia rossastra che sostengono la parte destra della cresta SSW della Quota 5461 m.
Si giunge così alla base di un enorme ghiaione biancastro che s’innalza a N e delimita il lato orientale dei risalti di cui sopra. Siamo a 4730 m, 35°44’53”N, 76°33’00”E.
Salire il ghiaione interamente, superare la strozzatura (I,II) con ruscelletto e guadagnare, sulla sinistra, una dorsale di ghiaia giallastra. Raggiunta la dorsale, si nota a sinistra, tra i risalti a SE della cresta SSW, la possibilità di raggiungere il filo della cresta stessa per un vago canale. Questo è però ostruito nella parte alta da un risalto di roccia breve ma apparentemente verticale. Proseguire allora per un’ottantina di metri sulla larga dorsale di ghiaia giallastra fino a che si nota, meglio evidente, la possibilità di traversare in obliquo i risalti che sostengono la cresta SSW e quindi raggiungerne il filo.
Dalla dorsale giallastra salire in obliquo e al meglio su terreno assai sconnesso fino a raggiungere (gli ultimi 30-40 m sono in orizzontale a sinistra per una vaga cengia) un canalino di ghiaia obliquo a sinistra, costeggiato a sinistra da rocce abbastanza solide. Salire fino a raggiungere una prima elevazione della cresta SSW, qui abbastanza discontinua. Proseguire per la cresta fino a raggiungere, con tratti più o meno ripidi, ma senza mai arrampicare, la Quota 2508 m (ometto), 35°45’04”N, 76°32’38”E. Bellissima visione, dall’Angelus al Chogolisa e al G4. Il Broad Peak spunta a N, il K2 è invisibile, nascosto dalla stessa cresta SSW che continua fino alla vetta della Quota 5461 m.
Discesa per lo stesso itinerario.
Nota 1.
Per raggiungere la vetta della Quota 5461 m (come fece la comitiva Merizzi-Micheli il 29 luglio 2004), in corrispondenza della dorsale di ghiaia giallastra proseguire per essa fino al suo esaurimento (possibilità di neve, ma anche ghiaccio a placche), nei pressi della cresta che collega la Quota 5461 m con il Front Peak. Da lì, per canalini e arrampicata, a volte non semplice, raggiungere la vetta.
Nota 2.
Al pomeriggio il calore fa quintuplicare la portata del corso d’acqua traversato al mattino. Il guado è impossibile o almeno molto rischioso. Proseguire allora sulla riva destra idrografica del torrente, per terreno molto faticoso e morenico, lasciare dopo un po’ la direzione del corso d’acqua e puntare a NW verso la traccia che porta da Concordia al CB del K2. Prima di raggiungerla occorre traversare un corso d’acqua secondario anch’esso diretto a W, con successiva scalata su ghiaccio del lato settentrionale. Si raggiunge la traccia nei pressi di un ometto generalmente assai visibile, più o meno a quota 4700 m. Da qui tornare a Concordia in circa 30 minuti.

postato il 19 maggio 2014

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I sessant’anni del K2

E’ stata inaugurata il 26 febbraio 2014 la Mostra “Achille Compagnoni – Oltre il K2” al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” (Milano). La mostra, allestita dallo Studio MMG, sarà aperta al pubblico dal 27 febbraio al 30 marzo 2014.

L’evento intende ricordare il 60° anniversario della prima ascensione al K2 e celebrare il centenario della nascita di Achille Compagnoni (Santa Caterina Valfurva, 26 settembre 1914 – Aosta, 13 maggio 2009), ripercorrendo la sua vicenda umana ed alpinistica anche attraverso un libro catalogo che riporta tutto il suo diario della spedizione.
Al di là delle grandi polemiche che hanno caratterizzato l’ormai sessantennale post-spedizione, questa mostra si concentra sul fatto storico dell’epocale vittoria e su come questa determinò l’intera vita successiva del protagonista.

Sala Mostre del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, 26 febbraio 2014

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E’ copioso il materiale, talvolta inedito, messo a disposizione dell’Associazione Achille Compagnoni Onlus. La spedizione italiana sul Karakorum del 1954, voluta e organizzata da Ardito Desio, è raccontata in tutte le sue fasi attraverso foto, documenti e memorabilia: la preparazione atletica – tenutasi tra gennaio e febbraio 1954 sul Monte Rosa e sul Plateau Rosa, ai piedi del Piccolo Cervino, dove fu allestita una base sperimentale onde collaudare attrezzature ed equipaggiamenti – la partenza e l’arrivo in Pakistan, i primi campi, la conquista della vetta il 31 luglio 1954 e la discesa. E ancora il rientro, l’ingresso trionfale in Italia e tutto il periodo successivo alla spedizione, che vide Achille Compagnoni protagonista di episodi di costume accanto a rappresentanti delle istituzioni, ad amici sportivi e celebrità internazionali.

L’esposizione costituisce dunque un momento di riflessione dedicato alla figura di un personaggio rilevante non solo per la storia dell’alpinismo, ma più in generale per la storia del nostro Paese. La conquista del K2 infatti ebbe in quegli anni una valenza sociale e nazionale, oltre che sportiva, e diventò il simbolo di un’Italia che si riallineava alle grandi potenze europee dopo la disfatta della Seconda Guerra Mondiale. La scalata alla seconda cima più alta del mondo (8611 m) era già stata tentata altre volte, senza successo dal Duca degli Abruzzi nel 1909, dal Duca di Spoleto nel 1929, dall’americano Charles Houston nel 1938, dal tedesco Fritz Wiessner l’anno successivo e nuovamente da Houston nel 1953. L’onore della vittoria toccò alla spedizione italiana voluta dal Club Alpino Italiano e capeggiata da Ardito Desio.

II video realizzato dallo stesso Compagnoni che documenta, per la prima volta nella storia, la vetta di un “Ottomila” con immagini in movimento, è entrato nell’immaginario collettivo e saranno proprio i 120 secondi di girato finale sulla sommità del K2 ad accogliere suggestivamente il visitatore all’ingresso della mostra.

Il percorso espositivo alterna poi momenti di maggiore spettacolarità – fotografie legate alla spedizione e a momenti dell’arrampicata – ad altri più riflessivi, in cui il visitatore può soffermarsi ad osservare più da vicino appunti, telegrammi, lettere e documenti che ripercorrono l’intera vita di Achille Compagnoni, mostrandolo a Cervinia nella veste di guida alpina e di maestro di sci. Non mancano inoltre testimonianze di forte impatto legate alla spedizione sul K2, dalle locandine del film Italia K2, film-documentario di Marcello Baldi distribuito con grande successo nel 1955, ai materiali tecnici dello stesso Compagnoni utilizzati durante la spedizione, quali una delle celeberrime tende arancioni usate agli ultimi campi, gli indumenti progettati appositamente per quelle altitudini (scarponi, tuta, occhiali) e la piccozza che fu piantata in vetta. Curioso infine, da un punto di vista storico/documentario e di costume, osservare le attrezzature tecniche degli anni Cinquanta, quali sci di legno, abbigliamento, ciaspole, corde e ramponi utilizzati da Compagnoni per le sue scalate.

La mostra termina con un videoritratto, firmato dai registi Tonino Curagi e Anna Gorio e realizzato per l’occasione attraverso video e immagini di repertorio tra cui alcuni scatti d’epoca conservati al Museo Vallivo Valfurva.

La mostra è accompagnata dal catalogo-libro edito da Marsilio Editore “Achille Compagnoni. Oltre il K2”. Si tratta del diario di Achille Compagnoni – Uomini sul K2 – pubblicato nel 1958 dall’editore Veronelli, nelle cui pagine viene ripercorsa giorno per giorno la conquista della vetta – arricchito da un nuovo apparato iconografico e parzialmente inedito. Il volume è disponibile in due versioni: italiano e inglese.

Achille Compagnoni di ritorno dalla vetta del K2

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Per notizie più dettagliate su Achille Compagnoni, vedi wikipedia.

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Basta bonifiche in alta montagna?

8 tonnellate di rifiuti tra Broad Peak e Baltoro. Maurizio Gallo: è ora di cambiare!
Notizie tratte da http://www3.montagna.tv/cms/?p=54985 e da http://www.montagna.tv/cms/?p=35230

Con l’ultima spedizione di Keep Karakorum Clean (estate 2013) sono state raccolte e avviate a differenziazione e smaltimento ben 8 tonnellate di spazzatura. Nessuna novità rispetto agli anni scorsi, trekker e alpinisti continuano infatti tranquillamente a insozzare con il loro passaggio sia i ghiacciai che le montagne.

Raccolta rifiuti di Free K2 (1990) sullo Sperone degli Abruzzi al K2Free K2, 1990 , bonifica, corde recuperate in attesa di essere rimosse dal Campo Base del K2

Il responsabile di Keep Karakorum Clean, la guida alpina Maurizio Gallo, nel 2010 aveva condotto Keep Baltoro Clean e Keep K2 Clean, organizzate entrambe dal Comitato EvK2Cnr, con il risultato di eliminare oltre 13 tonnellate di spazzatura.

A questo punto leggiamo con piacere che lo stesso Gallo comincia a chiedersi che senso abbia inseguire con tanta abnegazione e puntiglio l’insensibilità ambientale dei frequentatori. Che senso ha spingersi ai campi alti del Gasherbrum II, del Broad Peak, del K2 stesso per ripulirli?

Occorre precisare che l’usanza di ripulire luoghi così lontani (grandiosi ma ecologicamente deboli) risale a Free K2 (organizzata nel 1990 da Mountain Wilderness): e occorre anche ricordare che la prima spedizione di questo genere a occuparsi pure dei campi tappa e dei villaggi è stata quella del Club Alpino Italiano nel 2004, da me condotta. Nel 2003 erano state installate le prime toilet a Juhla, Paju, Urdukas.

Ci fa dunque piacere leggere che “dal 2005 a oggi qualcosa è cambiato e migliorato, soprattutto da parte degli abitanti del posto che stanno sviluppando una vera (e fondamentale) sensibilità al problema”.

Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

Gallo, nel 2011, aveva pubblicato dopo la sua lunga esperienza una serie di norme comportamentali di indubbio valore (anche se a oggi ancora inefficaci, a suo stesso dire):

Fare un check dei viveri prima della partenza, eliminando imballaggi inutili.
Predisporre la raccolta differenziata durante il trekking. Ciò significa bruciare la carta, raccogliere plastica e lattine e prevedere bidoni per il trasporto dei rifiuti fino alla fine del trekking, anche se significa pagare dei portatori dedicati.
Controllare regolarmente lo staff cucina per verificare la gestione i rifiuti.
Pianificare la salita con precisione, cercando di portare in quota solo il materiale indispensabile. Riportare in basso, di volta in volta, ogni rifiuto e ogni materiale non utilizzato, anche le tende eventualmente rotte. Se non si è in grado di farlo da soli, prevedere dei portatori d’alta quota per il recupero materiale lungo la via di salita a spedizione finita, anche se ciò implica un costo aggiuntivo.
Lasciare il campo base per ultimi, dopo aver verificato che tutti i rifiuti sono stati portati via.
Raccogliere eventuali rifiuti lasciati da altri lungo il cammino e portarli a valle.
Riconoscere che il rispetto dell’ambiente è un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e alla vetta.
Controllare periodicamente la raccolta differenziata dei rifiuti, essere disposti a spendere tempo e soldi per la pulizia delle montagne e soprattutto aver presente che rispettarle è importante tanto quanto scalarle. Questo, in sintesi, il “decalogo” di regole che ogni spedizione alpinistica dovrebbe rispettare, in qualsiasi luogo remoto si rechi.

Ma oggi Gallo, che stima che dal 2005 in poi siano state raccolte almeno 40 tonnellate di immondizia, con rabbia scrive “E’ ora di finirla, né io, né i pakistani che da ormai 8 anni se ne stanno occupando, possiamo continuare a cercare di tamponare una situazione insostenibile”.

Ghiacciaio del Baltoro, nei pressi di Concordia, bonifica

Riduzione volumetrica rifiuti (2004)

Nel mio libro Rifiuti Verticali, dopo la lunga storia della mia personale esperienza, concludevo un po’ pessimisticamente (2012):

“Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

So che il problema della gestione della pulizia nel parco del Karakorum è attualmente seguito dal SEED – Social, Economic and Environmental Development – un progetto promosso dal Comitato EvK2Cnr e dalla Karakorum International University e realizzato nel quadro dell’accordo della conversione del debito per lo sviluppo tra Italia e Pakistan. So che si vagheggia di multe assai salate, come pure so (ma ora sembra lo sappia anche Gallo) che tuttavia sarebbe ingenuo pensare che un sistema di multe possa bastare da solo, senza un corretto processo di maggior attenzione al tema ambientale.

Toilet sul Baltoro. Foto: Keep Karakorum Clean

BastaBonifiche-Toilet-sul-Baltoro-225x300Anche se in questi anni sono state installate altre toilet tra Urdukas e Concordia e i turisti hanno imparato ad usarle (Gallo riferisce che ogni anno vengono portate via dalle due alle tre tonnellate di rifiuti organici), per i rifiuti il comportamento degli alpinisti e trekker è il solito: chi se ne frega dei rifiuti accumulati giorno per giorno nelle cucine lungo il trekking o al campo base, l’importante è scalare o scattare fotografie o video, ai rifiuti ci pensano gli spazzini…

“Sono anni che sento parlare di spedizioni con protocolli ecologici – conclude Gallo – di spedizioni di pulizia sponsorizzate, ma è l’attenzione personale che deve cambiare. Tutto è rimasto come 60 anni fa quando il K2 è stato salito per la prima volta? Magari! Il ghiacciaio è cambiato, il numero di persone che lo frequenta anche, gli studiosi continuano a monitorarlo, ma gli usi e costumi degli alpinisti e trekker sono anche peggiorati. Riportare a casa tutto. La regola è molto semplice! Vogliamo una volta per tutte metterla in atto?”.

A Gallo sembra che, quando si parla di modi nuovi di fare alpinismo, il rispetto dell’ambiente debba essere un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e al raggiungimento della vetta.
L’acclimatazione e l’ansia del successo sono tarli che un alpinista si porta dietro da casa, in viaggio ci pensa continuamente e agisce con questo obiettivo. La pulizia deve essere la stessa cosa.

Questa mi sembra la considerazione che più meriti rispetto: la condivisione di questa idea a livello mondiale forse salverà il Baltoro e la sua gente.